Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Campo largo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Campo largo. Mostra tutti i post

02/09/2026

Il masochismo programmatico del “campo largo”

C’è un’idea interessante, quasi estetica, nel fallimento della “sinistra” italiana. Qualcosa che ha la grazia di un suicidio assistito, ma fatto con il sorriso a trentadue denti e la cravatta sottile da rottamatore.

Prendete la matita e appuntatevi due numeri. Anno 2014, Elezioni Europee: il Partito Democratico prende il 40,81%. Undici milioni e duecentomila voti. Un’estasi. Il popolo si inchina al “giglio magico”, all’uomo delle riforme bold e della modernità a chilometro zero. Ottanta euro in tasca e il mondo ai nostri piedi.

Poi succede la magia.

Arrivano le politiche del 2022. Quello stesso PD stacca un misero 19,07%. Cinque milioni e trecentomila voti. Tradotto in italiano corretto: 5.847.051 italiani hanno preso la porta e sono scappati. Più di cinque milioni e ottocentomila persone che avevano creduto alla narrazione del “nuovo corso” e che, dopo aver assaggiato il Jobs Act, le privatizzazioni felici, lo smantellamento delle tutele e il neoliberismo con la spilla d’ordinanza sulla giacca, si sono svegliate dal sogno con una solenne e sonora arrabbiatura.

Un’intera regione d’Italia che dice: “Sapete cosa c’è? Andate a quel paese”. L’intero schieramento di centrosinistra ha bruciato strada facendo oltre 5,2 milioni di voti, crollando dal 45,78% a un malinconico 26,13%.

E mentre “a sinistra” si celebrava la liturgia del disastro, il centrodestra cosa faceva? Stava alla finestra a raccogliere i premi. Da quegli 8,6 milioni di voti del 2014 (32,32%), si è ritrovato a quota 12,3 milioni nel 2022 (43,79%). Più 3,65 milioni di voti guadagnati. Più undici punti e mezzo di percentuale presi di rimbalzo, senza manco doversi sforzare troppo. È bastato stare fermi e guardare la “sinistra” che si cannibalizzava in nome del mercato.

Ora, una persona comune, dotata del minimo sindacale di intelletto, di fronte a un simile disastro direbbe: “Forse abbiamo sbagliato analisi. Forse aver fatto la destra meglio della destra non è stata un’idea geniale”.

E invece no. Loro cosa fanno? Si mettono a progettare il Campo Largo. E verso chi spalancano le braccia? Ma certo! Verso il padre nobile di questa disfatta. Il pifferaio magico che ha polverizzato sei milioni di consensi: Matteo Renzi. Se oggi non è ancora ufficialmente seduto al tavolo è solo perché c’è Conte che si oppone e fa muro, ma l’intenzione di aprirgli la porta è chiarissima.

E in tutto questo teatrino, dove sono i duri e puri della sinistra ecologista e radicale? Dove sta Alleanza Verdi e Sinistra? Stan lì. Con la testa ricurva, il cappello in mano e lo sguardo basso. Pronti ad aprire a Renzi pur di non scontentare il Nazareno, svolgendo con devozione francescana la loro storica e naturale funzione biologica: fare i portatori d’acqua al PD. Protestano un po’ a favore di camera, fanno la smorfia, e poi si allineano. Obbedienti.

Ma allora la domanda sorge spontanea, quasi filosofica: Ma sono stupidi? O lo fanno apposta?

Perché vedete, l’incapacità pura ha un limite. La stupidità prima o poi inciampa per sbaglio in una scelta giusta. Qui siamo oltre. Qui c’è una vocazione. L’ipotesi è che non siano affatto stupidi. Hanno un compito preciso, una missione quasi liturgica: la neutralizzazione preventiva dell’alternativa.

Il loro ruolo sociale non è vincere, né tantomeno cambiare le cose. Il loro compito è recintare il dissenso. Occupare lo spazio a sinistra per impedire che nasca qualcosa di autenticamente rottamante e pericoloso per i salotti che contano. Servono a rassicurare i mercati, a dire: “Tranquilli, l’opposizione siamo noi, non faremo niente di male”. Fanno finta di essere l’alternativa per garantire che nulla cambi mai davvero.

È la “sinistra da passerella”: severa nei principi, elegantissima nelle sconfitte, e rigorosamente servile nei fatti. Un capolavoro di masochismo programmatico.

Fonte

28/08/2026

Il dibattito “woke”, una distrazione interessata

Da qualche tempo, con le elezioni del 2027 all’orizzonte, Giuseppe Conte cerca di ritagliarsi un’identità e maggiore influenza politica all’interno del campo largo: da un lato, provando a caratterizzarsi rispetto all’establishment del PD a guida Schlein, dall’altro, con una confusa operazione, cercando di intercettare qualche simpatia nei settori sociali ultimamente più sensibili alle esternazioni di Vannacci, compresi quelli più popolari che un tempo erano stati bacino elettorale dei 5 stelle.

Stavolta ha inseguito il trend americano (forse un tentativo di capitalizzare il grande “hype” per Mamdani, nuovo sindaco di New York?) con una lettera a Repubblica, in cui critica gli “eccessi” della cultura woke partendo da una frase pronunciata dalla deputata americana Ocasio-Cortez “Woke 1 was crazy” (secondo la sintesi ripresa dai nostri giornali).

Ne è nata una discussione enorme, tra giornali, politici e opinionisti, di destra ma soprattutto “di sinistra”, con il risultato che in Italia ci facciamo trascinare in dibattiti che arrivano da altri Paesi, con situazioni diverse, e che nel dibattito nazionale finiscono per essere oggettivamente sterili.

Infatti, anche se si riferiscono a questioni che ovviamente riguardano anche l’Italia – tra cui il razzismo, il sessismo e i diritti sociali – vengono proposte in modo da scollegarle dai problemi reali delle persone che – evidentemente – non è molto comodo affrontare.

Conte dice che gli eccessi della cultura woke sarebbero diventati una “dottrina totalizzante”, “l’ossatura ideologica” della sinistra. E propone invece di tornare a occuparsi delle vere disuguaglianze economiche e sociali, mettendo però dentro tutti (ceto medio, operai, imprenditori, come se non ci fosse alcuna differenza).

Certo, di fronte a un interesse rispetto alle disuguaglianze sociali si potrebbe dire: meglio tardi che mai (o meglio, buongiorno!). Ma detto da uno che è stato al governo per due anni e mezzo (e quindi ci poteva pensare allora, magari) e che adesso sostiene il “campo largo” che, nelle sue varie forme, ha governato per anni, appare quantomeno stridente, guardando alla condizione sociale disastrosa in cui versa questo paese.

Il paradosso, quindi, è che proprio mentre condanna il “woke”, Conte conferma che né lui né gli altri prima e dopo hanno mai davvero affrontato strutturalmente le disuguaglianze di cui adesso parlano, e usano quel vuoto per attaccare e cercare di prendere qualche voto in più.

Cos’è quindi davvero il “woke”, in questo dibattito? Un insulto, un contenitore vago in cui si butta dentro di tutto (linguaggio inclusivo, identità di genere, antirazzismo, ambientalismo, ecc.). È diventato un nemico facile da colpire senza dover realmente discutere nel merito di nessuno di questi temi.

E proprio per questo, così com’è usato oggi, il termine “woke” funziona nella pratica come un’arma di distrazione portata avanti dalle persone privilegiate, che sposta l’attenzione dai problemi reali delle persone comuni e dalle loro cause.

Diventa il prodotto di una deriva individualista, che porta a leggere i problemi come questioni del singolo; essenzialista, che tende a considerare le identità come qualcosa di fisso, separando le persone in categorie e concentrandosi sulle loro differenze; e culturalista, che rimane nel campo della cultura (spesso quella di un’élite privilegiata) e non mette in discussione le radici sociali ed economiche che portano a determinate discriminazioni e disuguaglianze.

Il risultato è che ogni battaglia di quel contenitore diventa un “movimento di opinione” a sé, invece di riconoscere che hanno la stessa radice e le stesse cause sociali e culturali insite nelle dinamiche di potere della società in cui viviamo. E questa divisione fa comodo, perché permette di parlare dei singoli problemi senza mettere in discussione il sistema intero che li crea, mantenendo così tutto com’è ed evitando qualsiasi ipotesi di conflitto sociale generalizzato.

È quello che succede, per esempio, anche con il “pink washing” e il “rainbow washing”: battaglie portate avanti da chi vive ogni giorno determinate discriminazioni vengono prese, svuotate del loro significato e usate come una bandierina da chi è privilegiato.

È più comodo usare in questo modo i diritti civili, dicendo le parole giuste con il linguaggio giusto e mettendosi la coscienza a posto fingendo che così si possano automaticamente ridurre le disuguaglianze e le discriminazioni. Ma diritti civili e diritti sociali dovrebbero andare insieme, non gli uni al posto degli altri.

E noi, come Donne de Borgata, questo lo diciamo da anni. Nelle periferie, nelle borgate, queste problematiche non sono un dibattito tra le persone d’élite, ma qualcosa di molto più serio e reale.

Donne de Borgata nasce proprio perché le donne e le persone queer, precarie, disoccupate, migranti e studentesse nelle periferie sono state lasciate indietro da chi, a destra e a sinistra, non ha fatto niente per il sociale e ora prova (a parole) a trattarlo così, superficialmente, rendendo anche l’accesso ai diritti un lusso per poche e pochi.

Noi invece nasciamo per rappresentare le necessità di chi vive una realtà durissima, perché è donna e perché proviene da un contesto sociale ed economico non privilegiato e, se è immigrata, le difficoltà aumentano ancora di più. Senza casa, senza un contratto di lavoro, senza documenti, senza soldi per arrivare a fine mese.

In questa situazione, a noi donne delle borgate il dibattito sul «woke» non interessa e non appartiene. Per questo, per noi, le battaglie civili e quelle sociali devono camminare insieme, da sempre. Sapendo però – e la storia ce lo insegna – che i veri cambiamenti culturali e sociali non possono esserci senza cambiare anche i rapporti sociali e di potere.

Non basta “soltanto” cambiare il modo in cui il singolo parla o pensa: bisogna fare in modo che le persone abbiano gli strumenti, le risorse e le possibilità concrete per poter scegliere, partecipare e farsi sentire. Perché oggi chi vive condizioni di precarietà spesso non ha nemmeno la possibilità di partecipare a un dibattito che, di fatto, resta nelle mani di chi il potere lo ha già.

Fonte

23/08/2026

La più grande spesa militare compiuta dal dopoguerra in Italia

di Alessandro Volpi

In data 15 luglio 2026, il governo italiano ha formalizzato la prenotazione di 14,9 miliardi di euro destinati al piano straordinario di riarmo e potenziamento della difesa nazionale, segnando il culmine di una complessa manovra finanziaria avviata nel biennio precedente.

Questa cifra imponente, originariamente accantonata attraverso la rimodulazione dei fondi europei della politica di coesione – che dunque sono stati ridotti – e del meccanismo SAFE, è stata definitivamente vincolata all’acquisizione di sistemi d’arma avanzati e alla modernizzazione tecnologica delle forze armate.

Il decreto di allocazione, firmato il 18 luglio 2026, stabilisce che 7,2 miliardi di euro siano impiegati per l’acquisto di 132 carri armati Leopard 2A8 – prodotti da Rheinmetall a La Spezia – con una tabella di marcia che prevede la consegna dei primi esemplari entro il 20 marzo 2027.

Altri 4,5 miliardi di euro sono stati prenotati per il programma di difesa aerea integrata, con particolare riferimento ai sistemi missilistici SAMP/T NG, i cui contratti di fornitura sono stati ratificati il 22 luglio 2026 per garantire la copertura antiaerea e antimissile dei siti sensibili nazionali a partire dal 1° gennaio 2027.

La restante quota di 3,2 miliardi di euro della prenotazione SAFE è stata indirizzata al settore aerospaziale per lo sviluppo del caccia di sesta generazione GCAP, con un impegno di spesa che copre il triennio 2026-2028.

Questa operazione finanziaria permette all’Italia di allineare la propria spesa militare al 2% del PIL entro il termine perentorio del 31 dicembre 2028, rispettando gli impegni assunti in sede NATO durante il vertice del 10 luglio 2026.

In seguito alla notifica ufficiale inviata a Bruxelles il 24 luglio 2026, l’Italia ha ottenuto il riconoscimento di questi investimenti come fattori rilevanti per lo scomputo dal deficit strutturale, per tutto l’esercizio finanziario 2026.

In questo senso, con l’adesione a Safe, il governo Meloni “libera” uno spazio non vincolato dal patto di stabilità da quasi 15 miliardi, che userà per escludere dal computo quantomeno il rinnovo del taglio del cuneo fiscale.

In altre parole, per questa folle Unione Europea, bisogna armarsi per potere spendere.

Ma il dato più rilevante, come accennato è costituito dal fatto che la prenotazione dei 14,9 miliardi rappresenta il più grande stanziamento singolo per la difesa nella storia della Repubblica, consolidando 25 programmi pluriennali di armamento che vedranno la loro piena operatività entro il 29 luglio 2030.

Il piano di ammortamento per il debito relativo alla manovra da 14,9 miliardi di euro avrà inizio ufficialmente il 1° luglio 2028, al termine di un periodo di pre-ammortamento di 24 mesi stabilito per allineare i rimborsi alla crescita economica prevista.

L’interesse medio applicato ai titoli di Stato emessi per coprire questa operazione è del 3,85% annuo, un tasso fissato in base alle rilevazioni di mercato del 15 luglio 2026. Il costo totale dell’operazione, calcolato su un orizzonte temporale di 20 anni con scadenza definitiva al 30 giugno 2048, ammonterà a complessivi 23,2 miliardi di euro, suddivisi in 14,9 miliardi di quota capitale e 8,3 miliardi di interessi cumulati.

Dunque la collettività italiana pagherà oltre 8 miliardi di interessi per procedere ad un riarmo, il cui ritorno economico, secondo le stime stesse dell’Unione, sarà pari solo al 60% dell’investimento fatto.

Su questo esiste il campo largo?

La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, intervenendo il 19 luglio 2026, ha espresso una posizione critica sulle priorità del governo, pur non negando gli impegni internazionali, chiedendo che almeno il 50% dello spazio fiscale liberato dai vincoli europei venga investito nella transizione ecologica e nel welfare.

Cosa significa? Parere favorevole al riarmo di Safe ma, nel gioco contabile, lasciamo uno spazio alle spese per il welfare. In sintesi ci riarmiamo per mantenere un pezzettino di Stato sociale?

Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, il 18 luglio 2026 ha duramente contestato la manovra definendola un furto sociale che sottrae 14,9 miliardi a sanità e istruzione per destinarli a strumenti di morte, preannunciando una mozione di sfiducia entro il 30 settembre 2026.

Ripeto, su questo esiste il campo largo? Ah no, dicono i saggi, il Campo largo è solo un’operazione elettorale per battere le Destre...

Fonte

09/08/2026

Cambiare rotta o naufragare

La settimana scorsa ho perso mia Mamma. Un lungo esilio ha fatto sì che io viva ormai in Corsica. Lei si è spenta a Genova, la nostra città. Traghetto subito e dolore intenso, costante. Ma...

La cosa più crudele, appena sbarcato, è essere, per la forza delle cose, messo a confronto con tutta una serie di questioni pratiche e immediate. Tutto va in fretta. Tutti mettono fretta. Mi sono dunque ritrovato a richiedere, in fretta, un documento, impossibile da ottenere telematicamente, all’anagrafe di Genova.

Corso Torino è uno stradone infelice che però viaggia, per chi ha la pazienza di precorrerne tutta l’avvilente tristezza, fino al mare. Nel bel mezzo, un palazzone sempre uguale e sempre lì, ben saldo e assolutamente senza vista mare. Fu un tempo ospedale civile, poi divenne scuola ed infine la sede centrale dei servizi civici.

L’ho sempre conosciuto così. La sua facciata perennemente identica. Mi ricordo le lunghe code di quando ero ragazzino, anni ‘70. Si aspettava, era noioso, ma alla fine della coda si era in qualche modo accolti. E Genova contava quasi 900 Mila abitanti e non i quasi 570 Mila odierni!

L’ufficio dell’anagrafe apre alle 7:30 e chiude alle 12:30. 5 ore di attività. Sempre così, anche nei miei remoti ricordi. La differenza è che bisogna, adesso, prendere un biglietto fornito da un robot e poi aspettare il proprio turno che corrisponde a un numero.

Uno solo è il robot, ma quanti sono gli umani in meno? Quanto vale il servizio di un robot? Aspettare...

Non sempre il termine è però pertinente, poiché sul biglietto, fornito dal diligente robot, mi si indica un’attesa di... 851 minuti. 14 ore! Per un ufficio che di ore aperte ne conta 5, anzi, ormai meno poiché ho avuto visibilmente la leggerezza di presentarmi alle 8:40 ed il servizio si conclude invariabilmente alla Mezza…

La missione è evidentemente impossibile. “Ritorni domattina”, mi si consiglia: “noi apriamo alle 7:30, se lei arriva alle 7 e 20, con un po’ di fortuna, in un oretta o due potrebbe anche sbrigarsela”.

Il tutto sarebbe degno di una novella surrealista, se non fosse triste e banale realtà. Uno sputo in faccia al pubblico, un’offesa servita senza altri fronzoli formali dentro un luogo che dovrebbe, invece, incarnare la diligenza del... pubblico servizio! Una beffa, una barzelletta, un insulto.

In città la giunta è cambiata. Peccato che l’andazzo si sia però non esattamente migliorato. La più bella città del mondo meriterebbe, come anche le meno belle, di meglio... soprattutto quando governata da una nuova giunta che dovrebbe rivendicarsi decisamente «di sinistra» e non solo approssimativamente «antifascista».

Rivendicarsi chiaramente di sinistra, rafforzare e non demolire il servizio pubblico, ma renderlo più concreto, semplice, semplicemente accessibile. Investire in conseguenza, investire... umanamente. Essere coscienti che gli abitanti meritino di essere accolti e trattati con rispetto e attenzione. Nulla di più, ma nulla di meno.

Ben altro che essere invece sempre più dentro ad un impalpabile quanto astratto «campo» , talmente «largo» che manco più un vago «progressista» riesce ormai a riconoscerne il perimetro.

Ma, a proposito, chi mai l’ha detto che il «progresso» (senz’altra specificazione) sia anche sinonimo di miglioramento? Non certo il robot che mi ha accolto all’anagrafe.

Cambiare rotta energicamente o naufragare.

Fonte

08/08/2026

Cos’è l’antifascismo oggi?

di Giorgio Cremaschi

Se hanno ragione i principali esponenti di AVS, che ora affermano che la priorità sia “battere la destra”, allora l’alleanza che propongono con Renzi è anche troppo piccola. Infatti se la destra di governo dovesse ragionare come loro, si alleerebbe sicuramente con Vannacci, così come in fondo spera il centrosinistra. E allora anche Calenda e simili dovrebbero stare con il campo largo e naturalmente Rifondazione, la cui maggioranza è già disponibile, e chiunque altro.

Due schieramenti che si contendono il governo senza alcuna vera discriminante al proprio interno, se non quella di battere l’avversario. Il tutto nel quadro di una legge truffa che regalerebbe fino al 17% di deputati in più alla prima coalizione che raggiungesse il 42%.

Due campi opposti dove ci sarebbe tutto e il suo contrario in ogni schieramento. Due campi con Meloni da un lato, Schlein o Conte (o Salis) dall’altro, ad occupare tutta la scena, ognuno spiegando che “le differenze nel proprio schieramento sono fisiologiche” e che comunque “decide il capo”. Due campi che si contenderebbero la vittoria in un mare di astensionismo senza precedenti.

È questo che vogliono i “realisti” della “sinistra del campo largo”, mentre gli altri – gli euroatlantici puri e duri – hanno già fissato i loro punti insormontabili, dal riarmo europeo, alle armi all’Ucraina, al sostegno alla NATO e anche a Israele?

Se il rischio in Italia è quello di una dittatura fascista, in continuità con quella di Mussolini, AVS, il PD e quelli come loro nel M5S avrebbero ragione e anzi potrebbero essere accusati di non dire la verità con sufficiente chiarezza.

Ma se invece le spinte autoritarie fasciste e razziste del governo e in una parte della società hanno una origine nelle politiche economiche liberiste e in quelle di guerra, allora i fautori del campo larghissimo hanno torto marcio.

Il piano UE di 800 miliardi in armi serve a preparare la guerra totale alla Russia; entro il 2030 ha dichiarato ufficialmente il governo della Germania.

I paesi europei sono sottoposti alle ristrettezze delle politiche di austerità, dalle quali “si può uscire solo con le spese militari”. Le sanzioni alla Russia e la guerra commerciale alla Cina hanno sottomesso ancora di più l’economia europea a quella USA, alla faccia delle dichiarazioni di circostanza contro Trump. Tutto questo produce una crisi economica che alimenta rabbia, insicurezza e perciò domanda di “ordine”.

Poi ci sono i migranti, a cui tutta la UE risponde con una gara a chi è più efficace nei respingimenti e nelle deportazioni: “ne ho rimpatriati più io, no io!”

Infine c’è Israele, che continua il genocidio senza subire neanche una sanzione, neppure di quelle che non costano nulla.

Ecco se tutto questo non è decisivo, allora ci si può alleare con chi tutto questo lo sostiene, spesso a spada tratta. Si può fare il “campo larghissimo” anche se le posizioni di coloro con cui ci si allea sono le stesse che prevalgono nel campo avverso.

Se invece la guerra, il riarmo, l’economia di guerra, il sostegno a Israele, sono le prime discriminanti oggi, allora l’alleanza tra chi ha votato “no” alle armi e chi ne vuole “di più” è un danno alla stessa lotta per la democrazia.

La spinta reazionaria nelle società occidentali viene dalle ingiustizie sociali, dalle politiche di guerra, dai muri contro i migranti, dal modello israeliano sempre più importato. Se non si parte da qui, si opera di fatto per rafforzare la destra.

Negli USA la sinistra vince le primarie contro l’establishment democratico perché ha imparato lo lezione: non si combatte Trump sul suo terreno, ma su quello del rifiuto del riarmo, della guerra e del razzismo di Stato, a favore dei diritti sociali per tutte e tutti. Negli USA c’è una sinistra che si dichiara esplicitamente “socialista”, in Italia invece la sinistra ufficiale spera di vincere contro la destra contendendole il consenso dell’establishment guerrafondaio.

Se si tiene davvero alla democrazia, oggi più che mai bisogna rifiutare le unioni costruite solo “per vincere”, anziché per rappresentare.

Per la ripresa della democrazia sarebbe necessario che le coalizioni si scomponessero, che nessuna aggregazione raggiungesse la soglia che fa scattare il super-premio di maggioranza, cosicché il Parlamento fosse eletto in modo proporzionale, seppure con la falsificazione dello sbarramento al 3%.

Se non scattasse la legge truffa per nessuno, finalmente andrebbe in crisi quel sistema maggioritario che ha progressivamente svuotato la Costituzione antifascista. E finalmente il no alla guerra diventerebbe una grande discriminante politica e non solo una ipocrisia elettoralistica.

L’antifascismo oggi è prima di tutto ripudio della guerra e disarmo e se il campo largo non ci sta, è necessario che ci sia un campo indipendente che faccia propria questa discriminante. Serve alla pace e alla democrazia.

Fonte

07/08/2026

Dal governo Meloni via libera alla clausola di salvaguardia per il riarmo, il campo largo è spaccato

Alla fine, l’Italia torna all’ovile di Bruxelles, o meglio prosegue sulla strada tracciata del riarmo europeo, ormai pilastro strategico centrale di come la classe dirigente si immagina dovrà apparire in futuro il Vecchio Continente: un “porcospino d’acciaio”, come ha avuto a dire Ursula von der Leyen dell’Ucraina, un blocco armato per cercare di imporsi nella competizione globale.

Mercoledì 5 agosto, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si è presentato alle due ali del Parlamento per le comunicazioni con le quali ha annunciato la volontà di attivare la clausola di salvaguardia nazionale prevista dalle norme di bilancio UE per il riarmo. Si tratta, in sostanza, della possibilità di deviare temporaneamente dalle norme di bilancio del Patto di stabilità e crescita.

Era abbastanza scontato accadesse, dato che all’interno della clausola è prevista la flessibilità anche per gli investimenti volti a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, modifica avvenuta all’inizio di giugno proprio su istanza di Palazzo Chigi. Una farsa architettata tra Roma e Bruxelles, che mostra come l’ormai abbandonata transizione ecologica venga ritirata fuori solo per giustificare l’accelerazione sul riarmo.

Il piano illustrato dal titolare del MEF prevede di sfruttare appieno la flessibilità consentita da Bruxelles sul fronte energetico, chiedendo il massimo possibile, ovvero lo 0,6% del PIL, pari a circa 14 miliardi di euro. Riguardo alle spese militari, invece, Italia si attesterà su una richiesta dello 0,9% del PIL (circa 21-22 miliardi di euro), cifra da intendersi in maniera cumulativa per il periodo da qui al 2028.

Entro metà agosto 2026 la richiesta formale di attivazione della clausola verrà inviata a Bruxelles con la stima dei costi e l’elenco di massima delle misure. A ottobre è previsto che in merito si esprima l’Ecofin, il Consiglio dell’Unione Europea nella sua configurazione “economica”, e se tutto filerà liscio allora avverrà il voto del Parlamento italiano a maggioranza assoluta, per autorizzare lo scostamento di bilancio vero e proprio.

L’esito del passaggio parlamentare di Giorgetti ha visto l’approvazione della risoluzione di maggioranza, ma la giornata ha messo a nudo le forti tensioni politiche che attraversano sia lo schieramento di governo sia il campo largo, dato che questa decisione rappresenta un vero e proprio cappio al collo del paese.

Rispondendo alle sollecitazioni delle opposizioni, Giorgetti ha rimarcato che l’obiettivo primario del governo rimane quello di chiudere la legislatura uscendo dalla procedura europea per deficit. È evidente che la scelta presentata al Parlamento non aiuterà a raggiungere questo traguardo, anche solo per le sollecitazioni che causerà sui costi per il rifinanziamento del debito.

Anche per questo, in un certo senso, si chiude la gabbia dei vincoli europei attraverso il SAFE. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha presentato il ricorso al programma di acquisti comuni europei come una scelta tecnica per risparmiare un po’ rispetto all’emissione di titoli di stato italiani. Ecco preparata la trappola: i quasi 15 miliardi di spesa prenotati diventeranno la panacea contro un eccessivo aumento del debito, legando per anni, in maniera vincolante, una fetta importante della spesa pubblica alla deriva bellicista europea.

Quella che è una scelta politica diventa un’operazione di bilancio. E tuttavia, con le elezioni che si avvicinano, le formazioni parlamentari non possono rinunciare al teatrino necessario per dissimulare il fatto che tutti appartengono al partito unico della guerra. Sia a destra sia a “sinistra” si è tentato di distinguersi, soprattutto per sembrare estranei a una decisione che verrà pagata colpendo pesantemente la spesa sociale.

Nel corso della mattinata, una sospensione dei lavori richiesta dal governo è servita a riformulare il testo della risoluzione di maggioranza per ridimensionare il riferimento al SAFE. Nel testo approvato, infine, è stato scritto che per pagare lo scostamento seguente alla clausola di salvaguardia si potrà “valutare il ricorso a diverse condizioni ivi incluse ove ritenute vantaggiose quelle incluse al programma SAFE preordinando in ogni caso in via prevalente l’utilizzo dei fondi a sistemi tecnologici difensivi e di sicurezza nazionale”.

Agitando un po’ di propaganda intorno a una “italica” spesa verso cui destinare il SAFE e, dunque, anche il maggiore impegno di bilancio, nei fatti anche il Carroccio ha aperto la porta al programma europeo. Ed è in sostanza la risoluzione stessa a confermare che la richiesta del SAFE avverrà proprio per coprire le maggiori spese dovute alla clausola di salvaguardia.

Il Partito Democratico ha criticato il governo per l’assenza di qualsiasi dettaglio sui reali interventi che intende fare, ma non ha messo in dubbio l’orizzonte bellicista. Il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha ribadito la ferma contrarietà della sua forza politica al riarmo, nonostante abbia aumentato lui stesso le spese militari e continui a sostenere lo sviluppo di una difesa europea (che è poi lo scopo del SAFE), ovvero della trasformazione della UE in un “porcospino d’acciaio”.

Per ora, qualsiasi resa dei conti interna al campo largo rispetto alle sfumature con cui aderiscono alla visione di una UE armata è stata rimandata proprio grazie alla votazione della risoluzione di centrodestra. Il testo unitario presentato da PD, M5S e AVS non è giunto al voto, e ciò è stato provvidenziale per la segreteria di Elly Schlein, dal momento che l’area riformista dem aveva già annunciato la propria contrarietà al testo, a loro avviso contrario agli impegni europei e atlantici.

C’è poco di alternativa nel campo largo, se posizioni così blandamente lontane dalle imposizioni di Bruxelles scatenano una tempesta nel PD, contro cui i pentastellati si giocano l’egemonia in un fronte sostanzialmente allineato con la deriva bellicista. Intanto, la stretta del riarmo fa un passo avanti.

Fonte

01/08/2026

La più grande spesa militare compiuta dal dopoguerra in Italia

di Alessandro Volpi

In data 15 luglio 2026, il governo italiano ha formalizzato la prenotazione di 14,9 miliardi di euro destinati al piano straordinario di riarmo e potenziamento della difesa nazionale, segnando il culmine di una complessa manovra finanziaria avviata nel biennio precedente.

Questa cifra imponente, originariamente accantonata attraverso la rimodulazione dei fondi europei della politica di coesione – che dunque sono stati ridotti – e del meccanismo SAFE, è stata definitivamente vincolata all’acquisizione di sistemi d’arma avanzati e alla modernizzazione tecnologica delle forze armate.

Il decreto di allocazione, firmato il 18 luglio 2026, stabilisce che 7,2 miliardi di euro siano impiegati per l’acquisto di 132 carri armati Leopard 2A8 – prodotti da Rheinmetall a La Spezia – con una tabella di marcia che prevede la consegna dei primi esemplari entro il 20 marzo 2027.

Altri 4,5 miliardi di euro sono stati prenotati per il programma di difesa aerea integrata, con particolare riferimento ai sistemi missilistici SAMP/T NG, i cui contratti di fornitura sono stati ratificati il 22 luglio 2026 per garantire la copertura dei siti sensibili nazionali a partire dal 1° gennaio 2027.

La restante quota di 3,2 miliardi di euro della prenotazione SAFE è stata indirizzata al settore aerospaziale per lo sviluppo del caccia di sesta generazione GCAP, con un impegno di spesa che copre il triennio 2026-2028.

Questa operazione finanziaria permette all’Italia di allineare la propria spesa militare al 2% del PIL entro il termine perentorio del 31 dicembre 2028, rispettando gli impegni assunti in sede NATO durante il vertice del 10 luglio 2026.

In seguito alla notifica ufficiale inviata a Bruxelles il 24 luglio 2026, l’Italia ha ottenuto il riconoscimento di questi investimenti come fattori rilevanti per lo scomputo dal deficit strutturale, per tutto l’esercizio finanziario 2026.

In questo senso, con l’adesione a Safe, il governo Meloni “libera” uno spazio non vincolato dal patto di stabilità da quasi 15 miliardi, che userà per escludere dal computo quantomeno il rinnovo del taglio del cuneo fiscale.

In altre parole, per questa folle Unione Europea, bisogna armarsi per potere spendere.

Ma il dato più rilevante, come accennato è costituito dal fatto che la prenotazione dei 14,9 miliardi rappresenta il più grande stanziamento singolo per la difesa nella storia della Repubblica, consolidando 25 programmi pluriennali di armamento che vedranno la loro piena operatività entro il 29 luglio 2030.

Il piano di ammortamento per il debito relativo alla manovra da 14,9 miliardi di euro avrà inizio ufficialmente il 1° luglio 2028, al termine di un periodo di pre-ammortamento di 24 mesi stabilito per allineare i rimborsi alla crescita economica prevista.

L’interesse medio applicato ai titoli di Stato emessi per coprire questa operazione è del 3,85% annuo, un tasso fissato in base alle rilevazioni di mercato del 15 luglio 2026. Il costo totale dell’operazione, calcolato su un orizzonte temporale di 20 anni con scadenza definitiva al 30 giugno 2048, ammonterà a complessivi 23,2 miliardi di euro, suddivisi in 14,9 miliardi di quota capitale e 8,3 miliardi di interessi cumulati.

Dunque la collettività italiana pagherà oltre 8 miliardi di interessi per procedere ad un riarmo, il cui ritorno economico, secondo le stime stesse dell’Unione, sarà pari solo al 60% dell’investimento fatto.

Su questo esiste il campo largo???

La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, intervenendo il 19 luglio 2026, ha espresso una posizione critica sulle priorità del governo, pur non negando gli impegni internazionali, chiedendo che almeno il 50% dello spazio fiscale liberato dai vincoli europei venga vincolato a investimenti nella transizione ecologica e nel welfare. Cosa significa? Parere favorevole al riarmo di Safe ma, nel gioco contabile, lasciamo uno spazio alle spese per il welfare. In sintesi ci riarmiamo per mantenere un pezzettino di Stato sociale?

Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, il 18 luglio 2026 ha duramente contestato la manovra definendola un furto sociale che sottrae 14,9 miliardi a sanità e istruzione per destinarli a strumenti di morte, preannunciando una mozione di sfiducia entro il 30 settembre 2026.

Ripeto, su questo esiste il campo largo???

Ah no, dicono i saggi, il Campo largo è solo un’operazione elettorale per battere le Destre.

Fonte

21/07/2026

La lettera di 13 esponenti del PD al campo largo: sì al riarmo e via il veto in UE

Tredici esponenti dell’area cosiddetta “riformista” del Partito Democratico hanno firmato una lettera aperta in cui mettono in chiaro che non c’è spazio nel campo largo per posizioni che non si appiatiscano sul riarmo e sulla costruzione di una difesa comune per rendere la UE un attore a pieno titolo della competizione globale... per mezzo delle armi.

I firmatari – tra cui Graziano Delrio, Piero Fassino, Lorenzo Guerini, Virginio Merola, Lia Quartapelle, e Walter Verini – hanno voluto mandare un messaggio ai vertici del campo largo, che cercano di apparire, almeno, diversi dal centrodestra: il riarmo non si mette in discussione, anche se Conte dice che tali spese sono “folli” (dopo averle costantemente alzate quando era al governo) o se Schlein dice di approvare, per ora, solo la difesa comune europea razionalizzando così quelle nazionali.

I 13 dem, in realtà, non fanno altro che ricordare i vincoli strozzanti che tutto il campo largo condivide, innanzitutto l’adesione alla NATO. Facendo la felicità delle aziende statunitensi degli armamenti, la lettera ha lo scopo di dare una spallata a tutte le velleitarie posizioni che vedono nel campo largo un’alternativa. La strada è tracciata, e quali sono i paletti li mettono in chiaro i riformisti del PD: guerra in Ucraina, riarmo, difesa comune, maggiore integrazione europea per fare un salto di qualità nella competizione globale.

È però molto interessante leggere anche quello che scrivono, perché è un insieme di falsità e contraddizioni rispetto all’operato politico degli estensori che mette in chiaro, mentre riaggiusta la linea del campo largo, come ci sia ansia da parte del centrosinistra di vendere belle promesse a un elettorato che non è probabilmente così propenso ad assecondare l’ennesimo massacro sociale, per di più per pagare una continua precipitazione bellica.

La lettera parte seguendo la vita di un ucraino, Artem, dalla caduta del Muro di Berlino: la cornice ideologica e l’allineamento strategico sono i primi elementi messi in risalto, in poche frasi. “La storia di Artem è la storia di un europeo costretto alla guerra, che cerca la strada per conciliare pacifismo e patriottismo”, scrivono.

Per i palestinesi non varrebbe lo stesso principio, perché, a quanto pare, solo le guerre degli europei sono “costrette”, e dunque “giuste”. Se volevano cercare un esempio che unisce pacifismo e patriottismo potevano guardare a Cuba, non a chi ha armato i nazisti per condurre una guerra civile contro una parte del proprio popolo, ben prima di essere “costretti” alla guerra con la Russia. Ma andiamo avanti.

La lettera dice che la guerra è un “incubo seppellito nel secolo scorso” che ora torna ad affacciarsi. Perché, come prima, fuori dal Vecchio Continente non ci sono popoli che meritano un tale appellativo, e dunque l’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan, la trasformazione della Libia e della Siria in un grande campo di battaglia tra potentati e bande locali, tutto questo non conta.

Scrivono poi nella lettera che “si sta facendo strada la forza dell’arroganza” e che bisogna intavolare una “politica estera che promuove la cooperazione, il multilateralismo e la convivenza tra i popoli”. Eppure le sanzioni unilaterali non le ha messe l’Iran, ed è stato il primo ministro del Canada a dire, a gennaio di quest’anno, che “la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era in parte falsa” e che i paesi occidentali hanno “in gran parte evitato di mettere in luce il divario tra retorica e realtà”.

Ovviamente, perché hanno approfittato di un sistema che si diceva equo e fondato sui diritti per godere dei frutti della propria egemonia. Ora, al contrario di quello che vogliono lasciar intendere, la convivenza dei popoli è messa in pericolo proprio dall’Occidente per garantirsi di mantenere quella egemonia di fronte alla crescita di competitori internazionali. E lo fa tramite la guerra.

Secondo i parlamentari riformisti, un maggiore investimento nella sicurezza non comporta automaticamente una riduzione dello stato sociale. Peccato che sia stato il Fondo Monetario Internazionale a mettere nero su bianco, nell’Outlook dello scorso aprile, che sul medio e lungo periodo il riarmo si rifletterà “in un aumento dei disavanzi pubblici, in tagli alla spesa sociale e in un peggioramento delle posizioni con l’estero”.

Tolto il disaccordo con il FMI, i riformisti, comunque, affermano con sicurezza che tale investimento in sicurezza deve essere fatto in direzione di “una vera difesa europea, non come alternativa alla diplomazia, ma come suo indispensabile complemento”. Insomma, una dichiarazione onesta, per una volta: una UE armata serve come minaccia per imporre agli altri la propria agenda di politica estera. Se ogni tanto ci scappa una guerra è un “effetto collaterale”.

Affinché Bruxelles assolva pienamente questo compito, però, serve fare un passo in avanti nell’integrazione comunitaria. I tredici esponenti del PD invocano un bilancio comune più solido e il superamento del diritto di veto, elementi che vadano di pari passo con la difesa comune per rendere la UE davvero una potenza globale, capace di muoversi con tutti i suoi membri all’unisono sul terreno del multipolarismo.

Nella lettera i dem scrivono che “dobbiamo uscire dalla contrapposizione sterile tra pacifismo di testimonianza e bellicismo”. Loro e il campo largo lo hanno fatto con una scelta netta: basta sterile pacifismo, solo fruttuoso bellicismo.

Fonte

14/07/2026

Il campo del “ma anche”

Giuseppe Provenzano, fedelissimo di Elly Schlein e responsabile della politica estera del PD, ha dovuto riaffermare sul Corriere della Sera la posizione del suo partito su riarmo e guerra.

Dopo il bombardamento mediatico contro Conte, che aveva osato affermare che la minaccia russa è una invenzione del partito delle armi e della guerra, il PD, che ha una posizione opposta, non poteva tacere.

È vero che la tattica che Schlein ha in comune con Giorgia Meloni è quella dei sommergibili: inabissarsi subito di fronte a ciò che può essere una minaccia, ma stavolta la pressione del palazzo era troppo forte. Volete governare ? Allora dovete garantire che quelle di Conte siano solo parole. Le stesse che ogni tanto borbotta Salvini, per poi obbedire a Meloni.

Così è toccato a Provenzano ribadire che la Russia è sicuramente una minaccia e le armi in guerra si devono inviare. Poi ci deve essere anche la diplomazia , ma intanto si spara.

Quanto al riarmo, l’esponente PD ha detto che il 5% del PIL è insostenibile, lo afferma anche Giorgetti, ma l’alternativa non è il disarmo, bensì “la difesa comune europea”. Cioè un debito comune europeo che finanzi tante belle cose, ma anche le armi se serve.

E per non restare troppo nel fumo, Provenzano ha affermato che il PD è per ricorrere al famigerato SAFE, il prestito europeo per comprare armi che persino il Governo Meloni finora ha cercato di evitare.

Insomma Provenzano ha ribadito le ragioni per cui il PD in Europa vota sempre come Giorgia Meloni su riarmo e guerra.

Quanto al M5S di Conte, è evidente che per il PD deve fare ciò che fa la Lega: affermare un cosa, ma anche votare il suo esatto opposto.

Vi ricordate quando il PD fu fondato da Valter Veltroni con una fila di “ma anche” su cui imperversò la satira? Ecco, il campo largo è allo stesso punto: noi vogliamo la pace, ma siamo anche per la guerra. Solo così stanno assieme, nel centrosinistra come a destra, con il “ma anche”.

Fonte

11/07/2026

C’è una faglia tra noi e il campo largo

La contestazione al comizio del campo largo a Napoli e le polemiche politiche che ne sono scaturite, offrono materia di riflessione sulla “faglia” che separa l’opzione del centro-sinistra da quella di una alternativa politica a tutto campo.

La stessa organizzazione del comizio dei leader di Pd, M5S, AVS parla da sola, fin dalla scelta della piazza; non proprio enorme e per quasi metà occupata da lavori stradali. Non erano certo attese “le masse”...

Pochissima gente comunque, come si è visto anche nelle tv più “amichevoli”, nonostante la presenza di leader nazionali; una prevalenza di funzionari, addetti stampa e professionisti della politica, senza i segmenti sociali di una metropoli fortemente contraddittoria come Napoli.

La totale sorpresa nel venire invece messi a confronto con questo tipo di contraddizioni – dai disoccupati agli attivisti che da tempo e con dovizia di dettagli segnalano i buchi della governance del centro-sinistra sia a livello comunale che regionale (dove governa il “campo largo”, non la destra) – segnala piuttosto un’ormai mortifera abitudine a vivere “nel palazzo”, nelle sue regole, consuetudini, mediazioni senza visione né contatto col mondo popolare.

La somma di queste “manchevolezze” dice molto, quindi, sul fatto che il campo largo di CENTRO-sinistra (i rapporti di forza sono chiari...) stenta e stenterà parecchio a indicare una prospettiva attraente per la massa di persone che da tempo lo ritengono parte del problema, non la soluzione.

A ben poco, e a torto, valgono le accuse lanciate contro gli attivisti del Potere al Popolo di “fare un favore alla Meloni” o di “contestare il centro-sinistra invece che la destra”. Sulla seconda questione parlano le centinaia di denunce collezionate dagli attivisti di Potere al Popolo nelle mille manifestazioni contro il governo, i suoi ministri o gli esponenti sionisti. Manifestazioni da cui gli esponenti del campo largo si sono sempre tenuti a timorosa distanza.

Un riflesso condizionato, automatico, per chi nella testa e nell’anima ha introiettato il “bipolarismo obbligato” tra campi politici che, una volta al governo, devono soltanto seguire le indicazioni del “pilota automatico” inserito nei trattati europei e in quelli Nato.

Un automatismo che da 35 anni (crollo della Prima Repubblica e “discesa in campo” di Berlusconi) esclude qualsiasi ipotesi di alternativa dal novero delle possibilità concrete. Chi ci vive dentro non immagina più neanche che “fuori” le cose possano andare diversamente. Tutti allineati dietro il suprematismo europeo ed occidentale, tutti convinti di vivere nel “giardino”, felici di starci perché fuori “c’è la giungla”.

Certo, c’è qualche differenza tra centrodestra e centrosinistra. Un po’ di ambientalismo contro il negazionismo climatico assoluto, un po’ di diritti civili contro un bigottismo ipocrita e fuori tempo massimo, ma nulla di importante sulla condizione dei lavoratori, nessun limite allo strapotere delle imprese, nessuno scarto sui vincoli dei trattati internazionali.

È l’accettazione del mondo dopo l’illusione della “fine della storia”, della globalizzazione a guida statunitense, senza alternative (il “Tina” thatcheriano diventato “costituente”).

Eppure proprio quel mondo sta sfaldandosi sotto i nostri occhi. Gli scricchiolii che erano emersi con la fuga Usa/Nato dall’Afghanistan sono diventati tuoni con l’impasse contro l’Iran, la guerra in Ucraina, l’emersione del mondo multipolare.

Su questo non c’è nessun “pilota automatico” a indirizzare il ceto politico residuale. Che infatti si frantuma subito ad ogni domanda. Sì o no al riarmo? Sì o no al genocidio dei palestinesi? Sì o no alle guerre in Medio Oriente e contro la Russia? Per cosa dovrebbe spendere lo Stato? Restare o uscire dalle alleanze militari che preparano la guerra mondiale? Limitare o no il dispotismo delle aziende?

Invece di rispondere in modo “testardamente unitario”, il cosiddetto campo largo è un deserto di proposte, un cimitero di slogan innocui e impotenti o di proposte divaricanti. Tutta la prospettiva resta chiusa alla delimitazione di un “campo interno”, a livello nazionale, per tenere viva la possibilità di un’alternanza al governo che non diventerà mai un’alternativa.

Farglielo notare in piazza – l’unico luogo in cui il diritto di parola non può essere occultato neanche dal sistema mediatico-imprenditoriale – diventa così un’offesa personale. Come quando si indica che il re è nudo.

Il ritornello dell’“unità contro la destra”, anche e soprattutto “obtorto collo”, era inefficace già ai tempi dell’antiberlusconismo retorico che ha “suicidato” la sinistra. Riproporlo oggi, in un mondo in evoluzione veloce verso un radicale cambiamento d’epoca, ponendolo peraltro come unica motivazione valida per ingoiare il rospo, ha scarsissime possibilità di riuscita.

La logica del “meno peggio” non cattura più nessuno. L’astensionismo crescente lo dimostra ad ogni tornata elettorale.

La gente non voterà il campo largo solo per fare un dispetto a Meloni e al campo neofascista. Ne abbiamo avuto già parecchie prove. E “moderare” le istanze di cambiamento – il classico ruolo di Avs – non servirà ad attrarre voti “moderati”, ma solo ad allontanare interessi sociali che nessuno vuol rappresentare, se non per finta.

Sviluppare un’alternativa di sistema, paradossalmente, è l’unico tentativo concreto per invertire una tendenza che altrimenti sembra già segnata: crisi, dispotismo, guerra.

Su questo, pare chiaro, il “campo largo” reagirà sempre col terrore negli occhi.

La contestazione di Potere al Popolo di questo parla. Ed è stata persino condotta in modo civile, limitata a tutte le contraddizioni note del campo largo.

La Storia, quando bussa alla porta, è in genere assai meno educata.

Fonte

10/07/2026

La piazza di Napoli fa chiarezza

Impazzano le polemiche sulla contestazione di ieri pomeriggio nella piazza di Napoli dove le forze del “campo largo” si erano date appuntamento con i loro leader nazionali Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni. Eppure, nonostante la presenza dei big, a piazza del Gesù c’erano al massimo 300 persone, e a ben vedere in larghissima parte erano funzionari e addetti stampa.

In realtà gli slogan e la contestazione sono partiti quando a prendere la parola sono stati Roberto Fico attualmente presidente della Regione Campania e il sindaco di Napoli Manfredi, e quindi i responsabili istituzionali delle scelte amministrative locali e interlocutori delle domande sociali del territorio.

A contestarli sono stati i disoccupati del movimento 7 novembre che stanno manifestando da tempo intorno alla vertenza dei tirocinanti, i comitati per l’acqua pubblica ed anche i militanti di Potere al Popolo che hanno una internità riconosciuta e riconoscibile in tutte le vertenze sociali metropolitane.

La rabbia dei disoccupati nasce dallo scandalo del progetto “Disoccupati e inoccupati di lunga durata Napoli”. Una vicenda che fotografa perfettamente l’approssimazione con cui le istituzioni locali gestiscono la vita delle persone. Circa 500 disoccupati avevano finalmente iniziato i tirocini in uffici comunali, municipalità e aziende partecipate. Altri 700 aspettavano solo il nulla osta. Un ossigeno vitale per millecento famiglie. Ma dopo appena quattro settimane il primo luglio, come una scure, è arrivata la sospensione ufficiale da parte del Ministero.

A Napoli i militanti di Potere al Popolo sono di casa nei conflitti sociali metropolitani, per cui solo chi non conosce la piazza napoletana può ritenere strumentale la loro presenza in questa iniziativa di contestazione.

Già nei giorni scorsi in un comunicato di merito, Potere al Popolo aveva sottolineato come “La tanto sbandierata delibera comunale sul salario minimo si è rivelata una truffa mediatica, utile solo a guadagnare titoli di giornale ma inesistente nella realtà”, in sostanza il salario minimo dichiarato non viene poi applicato nelle aziende comunali, mentre sulla questione generale e riferendosi al campo largo, PaP segnalava come “la stessa loro proposta di salario minimo di 9 euro lordi orari è del tutto inadeguata: insufficiente a garantire una retribuzione dignitosa, priva di un meccanismo di aggancio all’inflazione per proteggere il potere d’acquisto e, per di più, dotata di un meccanismo di salvaguardia degli imprenditori che prevede che parte degli aumenti venga pagata dallo Stato”. Il problema infatti non è quello di fare buone dichiarazioni ma di attuarle concretamente quando poi si è al governo.

Come noto Potere al Popolo ha dichiarato in una assemblea nazionale lo scorso giugno la sua “alterità” rispetto al campo largo del centro-sinistra.

E possiamo dire che le contraddizioni tra governo locale del centro-sinistra (Regione e Comune) e i conflitti sociali locali a Napoli sono altamente emblematici della contraddizione generale tra l’ipotesi del campo largo e quella di una alternativa di classe e di sinistra a partire dai temi reali come salari, reddito, servizi sociali, prevalenza degli interessi privati rispetto a quelli pubblici.

Ovviamente mass media e politica hanno preferito sottolineare questo aspetto rispetto agli altri. In qualche modo “fa più sangue” ma ancora una volta non coglie la materia della divaricazione tra le ipotesi in campo.

Nel video alcuni momenti di confronto verbale in piazza.

Fonte

03/07/2026

La sindaca migliore d’Italia? Un anno con Silvia Salis

Recentemente Silvia Salis ha festeggiato con una conferenza stampa trionfale un anno di mandato come Sindaca di Genova. È una occasione per poter trarre, anche da parte nostra, un bilancio del suo operato. Ovviamente il nostro compito sarà quello di indagare oltre le apparenze.

Fin dall’inizio, infatti, la Sindaca ha sollevato entusiasmi quasi generalizzati; in poche settimane è assurta a figura di rilevanza nazionale con tanto di inviti immediati a presenziare a commemorazioni sulla Resistenza, dibattiti nazionali etc…

Il tutto senza un motivo apparente se non la capacità di vendersi come nuova stella della sinistra che esiste e che verrà. Cerchiamo quindi di capire questo fenomeno in quanto abitanti di Genova, partendo da una posizione che ci consente da un lato di analizzare direttamente cosa si muove in città, dall’altro di poter giudicare con autonomia.

Come compagne e compagni di PAP a Genova infatti, abbiamo condiviso la scelta di non candidarci alle elezioni comunali e di non appoggiare nessun candidato. E ovviamente di non sostenere in nessun modo il “campo largo” che si era ritrovato nella candidatura Salis e, ancora oggi, la sostiene in modo apparentemente assoluto.

Il salario minimo in città?

A pochi giorni dal suo insediamento la giunta comunale, in particolare con l’assessore Robotti di AVS che si occupa di lavoro e welfare, ha annunciato che a Genova sarebbe stato introdotto il salario minimo negli appalti comunali. Si tratta dell’approvazione di linee guida conformi a quelle annunciate con una campagna nazionale del “campo largo” alcuni mesi fa.

Una campagna che chiedeva un salario minimo di 9 euro lordi, non indicizzati all’inflazione. Questa campagna nazionale si svolgeva contemporaneamente alla nostra, che chiedeva livelli salariali più alti da applicare ai minimi tabellari e soprattutto una indicizzazione legata all’aumento dell’inflazione comprensiva dei costi energetici.

Nonostante queste differenze non da poco, abbiamo valutato che la norma annunciata dalla Giunta avesse comunque un merito: quello di porre la questione dirimente della presenza, in città, di ampie sacche di lavoratori poveri. Consapevoli delle difficoltà in cui operano gli enti locali, ci pareva che questo potesse essere un punto di partenza comprensibile, anche se insufficiente.

Il problema è che il provvedimento annunciato risulta essere soltanto una dichiarazione di intenti sotto forma di linee guida che non vincola nel merito i bandi di gara. La conferma è arrivata dopo alcuni mesi quando abbiamo notato che il primo bando approvato per l’appalto delle manutenzioni comunali non portava traccia di alcuna norma in tal senso.

Nei mesi successivi altri bandi portavano alla luce ciò che ci appariva come ovvio: la giunta introduceva nei bandi una richiesta alle imprese appaltatrici di un salario minimo consigliato. Nella ripartizione dei punteggi, chi aderiva a questa richiesta avrebbe contato nel punteggio 4 punti di bonus su un totale di 80.

Un modo elegante per dire: “noi ve lo chiediamo ma, nella realtà, il fatto che tale salario venga applicato non è poi così importante”. Il bando si può vincere lo stesso, tra l’altro il salario minimo non riguarderebbe comunque eventuali subappalti (la norma, in questi casi) e quindi sostanzialmente non vi cambia nulla.

Il risultato netto di tutta questa operazione di marketing politico “progressista”, non dissimile da quanto già sperimentato in altri territori da giunte del “campo largo” tramite le leggi regionali, è che i lavoratori continueranno a prendere stipendi indecenti molto al di sotto del minimo annunciato.

La Sindaca contro il genocidio?

Nello scorso autunno Genova è stata al centro delle mobilitazioni di massa contro il genocidio palestinese. Ciò in virtù delle mobilitazioni precedenti e della presenza cittadina di quelle strutture (CALP e USB Porti) che avevano posto con nettezza, a livello nazionale e internazionale, la questione dei traffici di armi.

Improvvisamente, dopo due anni di massacri, la questione della Global Sumud Flotilla rappresentava la scintilla che incendiava la prateria e l’Italia si mobilitava in massa a favore del Popolo Palestinese.

Immediatamente, a Genova, la Sindaca e la Giunta si sono ritrovati a sostenere le mobilitazioni cittadine con tanto di partecipazioni a cortei e mobilitazioni, spinti anche dalla presenza dei sindacati confederali e di alcune associazioni umanitarie molto importanti e attive in città, appartenenti alla loro area politica, come Music For Peace.

Genova, improvvisamente, si trasformava in una sorta di laboratorio politico, le cui istituzioni guidavano politicamente un fronte composito dove eravamo presenti noi, le associazioni palestinesi, i sindacati di base come USB e i confederali come la Cgil ma, soprattutto, una gran parte della popolazione.

Il momento più alto, dal punto di vista politico è stata una manifestazione serale con più di 50 mila persone, terminata con una serie di interventi di piazza in cui la Sindaca annunciava di “stare con il CALP”.

Qualche giorno dopo, una manifestazione in partenza dal centro cittadino e organizzata da USB vedeva la Sindaca uscire da un palazzo pubblico accompagnata da altri sindaci (Sala di Milano, Nardella di Firenze e altri). In quella occasione, la Sindaca annunciava ai giornali che era nata a Genova la “rete dei sindaci contro il genocidio”.

Il tutto con amministratori che prima stavano con Israele e che hanno continuato di fatto a stare dalla parte del regime sionista, come dimostrano bene le vicende di Milano che, di fatto, è ancora gemellata con Tel Aviv.

L’attivismo fintamente internazionalista e solidale della giunta genovese è comunque durato abbastanza poco. Terminata la necessità propagandistica di mettersi in comunità di intenti con la base sociale della città e dell’Italia di quel momento, terminata l’onda lunga dell’indignazione popolare, la Sindaca ha colto in tempo reale l’occasione della montatura giudiziaria contro le organizzazioni palestinesi che ha portato all’arresto, tra gli altri, di Mohammed Hannoun di API, residente nella nostra città.

Immediatamente, la prima cittadina ha negato ogni rapporto con API, dicendosi preoccupata per la presenza, a suo dire, di organizzazioni terroristiche e islamiche in città. Addirittura, in un impeto giustizialista, ma sostanzialmente legato al recupero dei rapporti con i settori filosionisti, la Sindaca ventilava l’ipotesi di costituire la città come parte civile lesa nel processo contro Api e Hannoun.

Sostanzialmente, per la Sindaca la presunta tregua in Palestina era un risultato concreto e accettabile; dunque si poteva tornare a fare finta di niente come al solito, sostenendo di fatto quella che è una montatura politica orchestrata dai servizi israeliani in funzione di contrasto alle azioni pro palestinesi in Italia.

Per coronare il ritorno delle istituzioni cittadine al sostegno della “pax occidentale” in Medio Oriente, la giunta Salis non ha mancato di esprimersi “contro ogni forma di repressione e dalla parte della libertà e della democrazia” in Iran, giusto un mese prima che Teheran fosse oggetto di una delle più violente aggressioni imperialiste della storia recente, ancora una volta firmata Stati Uniti e Israele, scendendo in piazza con i militanti iraniani che chiedevano a gran voce il ritorno al potere del figlio dell’ex dittatore monarchico Rehza Pahlavi.

L’osservatorio sul traffico di armi. Come e quando?

Su specifica richiesta del CALP e di altre associazioni pacifiste, una parte della Giunta (quella più vicina ad AVS e ai 5 Stelle) sembrava propensa a rispondere positivamente alla necessità di un ente di controllo sui traffici portuali.

Annunciato più volte con dichiarazioni pubbliche e nessuna delibera, l’osservatorio a oggi appare una chimera. All’inizio doveva essere uno strumento concordato con altre giunte del “campo largo”, a oggi è annunciata una struttura che non prevederà, come richiesto esplicitamente, la partecipazione dei soggetti sociali che la hanno richiesta.

Una parte della giunta sembra quindi, da un lato, sensibile alla richiesta di un ente indipendente su questo tema dirimente, dall’altro non agisce concretamente e propone una formula sostanzialmente inutile se in mano agli stessi poteri industriali e politici che hanno tutto da guadagnare su questi traffici.

La situazione dei servizi. Scaricare le responsabilità e buttarla in polemica politica mentre le aziende rischiano il fallimento

La questione dei servizi pubblici a Genova è un problema non contingente, ma strutturale. Le partecipate pubbliche in città sono, a diverso titolo, in enorme difficoltà a causa di problemi di bilancio. La situazione dei lavoratori è pessima tra carenza di personale e servizi esternalizzati a cooperative. I tagli sono evidenti e riguardano tutti, lavoratori e cittadini.

In particolare è critica la situazione del trasporto pubblico (AMT) e del trattamento dei rifiuti (AMIU). In passato, la precedente giunta “di sinistra” in città (con sindaco Marco Doria) aveva proposto la privatizzazione integrale dei servizi pubblici.

Quella decisione, in particolare in relazione ad AMT, aveva sollevato una protesta che scosse l’intera città (le cosiddette 5 giornate di AMT). Cittadini e lavoratori uniti contro la privatizzazione dei servizi: una protesta che aveva interrotto bruscamente la luna di miele tra la città e un Sindaco che aveva tradito le aspettative e le promesse elettorali avviando un processo politico devastante per il centrosinistra e causato, di fatto, l’avvento delle due successive giunte di centro-destra con il sindaco Marco Bucci.

Quest’ultimo, sul tema, aveva colto il clima prevalente, opponendosi alla privatizzazione. Il combinato tra il crollo del Ponte Morandi e la pandemia di Covid-19, avevano di fatto congelato questo problema a seguito degli ingentissimi fondi nazionali che furono destinati alla città e amministrati dalla Giunta Bucci in condizione di eccezionalismo finanziario.

Ciò permise al Comune di mantenere pubblica AMT e di avviare anche una sperimentazione su una gratuità parziale (e in parte discriminatoria verso una porzione di utenti) del servizio.

La nuova giunta guidata da Salis aveva promesso, in campagna elettorale, di proseguire con la proprietà pubblica di AMT ma, dopo alcuni mesi, la situazione si è fatta complicata a causa dei buchi di bilancio e dell’avvio di una procedura che potrebbe giungere al fallimento dell’azienda.

Attualmente i libri contabili sono in tribunale e la Giunta è impegnata a tamponare la situazione tramite il taglio di linee e servizi e l’aumento dei costi per l’utenza. Il tutto giocato in una polemica politica con l’operato della precedente giunta.

Il teatrino politico in realtà serve solo a sviare l’attenzione sui reali problemi dei servizi. A oggi non esiste nessun piano industriale che affronti i nodi del problema che risiedono in sprechi, malagestione, ma soprattutto nel fatto che i servizi dovrebbero ricevere gran parte dei fondi dal governo centrale o, quanto meno, pesare maggiormente sugli operatori economici privati che traggono profitto dal servizio pubblico di trasporto.

Il risultato per i cittadini – in particolare quelli a basso reddito, studenti o anziani – è il taglio delle linee (soprattutto nelle periferie popolari) e l’aumento dei costi (senza nessuna differenziazione in base al reddito). Una rappresentazione significativa della drammaticità della situazione sono gli autobus non utilizzabili, perché non possono essere sottoposti a manutenzione, che marciscono in un parcheggio improvvisato all’aperto.

Di fatto, la privatizzazione dei servizi che tutti, a parole, vogliono evitare diventa sostanzialmente l’unica via di uscita per una politica che lascia incancrenire la situazione reale. Già escono comunicati, anche da parte della “sinistra” del “campo largo”, che esaltano come modello positivo il sistema del bike sharing in mano a piattaforme private come Uber.

In merito ad AMIU, la giunta Salis si muove con maggior circospezione. Tuttavia, l’apertura manifestata verso l’ipotesi di “chiusura del ciclo rifiuti” tramite la costruzione – a opera di una multiutility – probabilmente IREN – di un inceneritore regionale, è del tutto inaccettabile per un comune che nel 2024 (ultimi dati disponibili di fonte ISPRA) arrivava appena al 49,76% di rifiuti avviati a riciclo.

In generale comunque, non è cambiata di un millimetro una situazione storica di disparità sui servizi. Ad essere tagliate sono le prestazioni per i quartieri popolari mentre i trasporti, le manutenzioni e le operazioni di nettezza urbana continuano a essere erogate con frequenza nei quartieri centrali dove il turismo è l’elemento preponderante dell’economia cittadina e dove risiede la parte più ricca della popolazione.

Al di là delle responsabilità della destra o della finta sinistra di Silvia Salis, è questo il vero dato politico ineludibile e nascosto pubblicamente: la crisi del servizio pubblico e la privatizzazione nascosta la pagano le classi popolari, mentre i nuovi padroni della città, che lucrano con il settore turistico e delle navi crociera, devono continuare a macinare profitti.

Ciò non stupisce. I padroni della città non sono né di destra né – tanto meno – “di sinistra”. Sanno quello che vogliono e finanziano le campagne elettorali di chiunque con un solo obiettivo: ricattare chi governa a discapito dei cittadini delle periferie e di chi lavora con salari che spesso non consentono di arrivare a fine mese.

Il rimpallo sulle grandi opere

Genova è una città al centro delle politiche sulle grandi opere infrastrutturali, sui sevizi e sulla logistica portuale. La giunta precedente aveva avviato sostanzialmente tre grandi progetti:

  1. la nuova diga foranea;
  2. lo skymetro per collegare il centro cittadino con una delle due grandi valli interne;
  3. la funivia di Lagaccio e Oregina, infrastruttura che dal porto di attracco delle grandi navi da crociera avrebbe raggiunto le alture dove sono presenti i forti storici.

Nella campagna elettorale, il centrosinistra si era distinto per la volontà di opporsi a skymetro e funivia, mentre non si era sostanzialmente espresso sulla nuova diga foranea. È importante sottolineare che tutti e tre i progetti sono in fase avanzata. La nuova diga è già in costruzione con enormi problemi di costi, fattibilità e sostenibilità, lo skymetro e la funivia erano in fase di inizio dei lavori.

A oggi la situazione è in parte cambiata. La nuova Giunta ha escluso la costruzione dello skymetro, un’opera contestata da comitati e cittadini nel merito tecnico e non tanto nella necessità, quella di collegare in modo più fruibile una parte importante della periferia al centro.

Al posto dello skymetro è stata proposta una “fantasiosa” funivia che però è stata subito tolta dal dibattito vista la sollevazione generale. Rimane il silenzio sulla diga foranea di cui va fatto un approfondimento più serio, ma è sulla funivia di Lagaccio e Oregina che la Giunta ha mostrato tutte le sue debolezze e compromissioni. Vediamo come.

La funivia della discordia

Non è neppure velatamente nascosto che tale progetto sia, in gran parte, speculativo e ad uso e consumo di alcuni soggetti imprenditoriali come MSC, interessati a uno strumento che favorisca lo spostamento dei turisti dal molo di attracco verso le alture, dove una parte di parco sarebbe gestito direttamente da questi soggetti privati con alcuni vincoli legati a infrastrutture sportive aperte a tutti.

Il problema, sul quale si era creato un movimento di protesta piuttosto diffuso, era la sostenibilità di un’opera costosissima, sostanzialmente inutile alla città e che avrebbe impattato con gravi problemi logistici e ambientali su due quartieri periferici ad alta densità di palazzi e abitanti.

Il centro sinistra e il campo largo, all’opposizione, si erano impegnati nelle lotte sostenendole anche economicamente. Il comitato di lotta ha anche eletto dei rappresentanti istituzionali provenienti da questa mobilitazione. A pochi mesi dall’elezione, però, sono iniziati i problemi politici con le solite manfrine.

Si è cominciato a sostenere che bloccare totalmente l’opera non sarebbe possibile a causa dei contratti stipulati (ovviamente scaricando le colpe sui competitori politici della giunta precedente) e della possibilità di una richiesta danni. Si è quindi optato per una funivia ridotta nelle dimensioni (ma non nei costi).

Progetto che, se da un lato coglie le richieste di una parte dei cittadini preoccupati per l’impatto ambientale, dall’altro non altera di una virgola il fatto che sia un’opera del tutto inutile, un enorme spreco di risorse pubbliche a vantaggio dei soliti noti.

La diga foranea

Più complessa, soprattutto per gli interessi in gioco, la questione della nuova diga foranea. A livello istituzionale (compresi i sindacati confederali di categoria) l’infrastruttura è considerata indispensabile per rilanciare la competitività del porto di Genova consentendo di accogliere più agevolmente navi porta-container di dimensioni maggiori (bastimenti da 400m di lunghezza e 60 di larghezza).

Ciò, come sottolineato ad esempio da USB, è comunque discutibile, data l’attuale situazione dei traffici, da anni strutturalmente in calo quantitativo e in base alle previsioni per il prossimo periodo, che non indicano inversioni di tendenza, anzi.

Nonostante ciò e, soprattutto, nonostante le criticità tecniche che fanno di quest’opera un’incognita totale quanto a durata nel tempo, i lavori sono iniziati con, da subito, una enorme lievitazione di costi e tempi realizzativi nonché la presenza di criticità ambientali messe in evidenza da più parti in ambito scientifico.

Il tutto è stato reso ulteriormente problematico quando il Governo Meloni ha deciso di dichiarare la nuova diga foranea come una delle infrastrutture da considerarsi dual use, cioè a uso civile e militare. È evidente come quest’opera abbia molto poco a che fare con le esigenze dei lavoratori e del territorio su cui impatterà e molto di più con gli interessi finanziari, industriali e bellici che la fanno da padrone in Europa da alcuni anni e che a Genova sono stati particolarmente contestati.

Nonostante richieste pubbliche, la giunta e la Sindaca fino a oggi hanno mantenuto un silenzio eloquente e significativo sul tema.

No CPR, sì a più polizia e ai rimpatri

Dopo essere stata “paladina della sinistra”, la Sindaca sembra aver deciso di spiazzare tutti e aprire a destra, almeno nell’ultimo periodo. L’occasione è il sempreverde tema della “sicurezza”, il fatto scatenante una serie di episodi, alcuni dei quali gravi, accaduti in città. In realtà, questo è uno dei temi classici nel percorso politico della nostra sindaca, tema però accantonato nel primo anno di lavoro, ma ora ripreso con grande enfasi.

Parliamo di una serie di dichiarazioni in cui vengono espresse lamentele nei confronti del governo centrale reo, secondo la Salis, di aver tagliato i fondi per la sicurezza e di non garantire un numero adeguato di agenti di polizia. Ma il ragionamento va oltre: con un giro di parole degno di un incantatore di serpenti, la Sindaca, pur rifiutando un CPR in città chiede una maggiore quantità di rimpatri tra gli stranieri presenti sul territorio.

Ovviamente ciò ha dato il via a una serie di dichiarazioni contrapposte sul nulla: da un lato il Ministro dell’Interno che si congratula con la prima cittadina e si autoinvita a Genova per discutere sull’apertura di un CPR territoriale, dall’altra la Sindaca che sostiene che i CPR non servono, ma servono più rimpatri (in questa discussione sfugge proprio la logica sottostante, i rimpatri senza CPR cosa sono e come dovrebbero essere fatti?)

Evidentemente avvertita dalla propria agenzia di comunicazione politica del fatto che il tema è molto sentito anche a Genova, la Sindaca “di sinistra” svolta a destra senza apparentemente alcun problema. Improvvisamente si convince anche lei, come la peggior destra sostiene da anni, che la sicurezza sia un problema etnico o di nazionalità.

Nelle ultime settimane, la Sindaca, che ama farsi riprendere in video, ha addirittura esternato che il problema dei minori richiedenti asilo politico è reale e non bisogna aver problemi nella loro espulsione dalla città. Arrivando al paradosso che pure un gruppuscolo di estrema destra genovese esce dalla fogna per congratularsi con il primo cittadino invitandola provocatoriamente a sottoscrivere il loro documento sulla remigrazione (sic!).

Noi non neghiamo che il problema esista. E che questo sia allarmante per larghi strati di popolazione, soprattutto per le classi popolari. Non neghiamo neppure che avere quartieri che sono centrali di spaccio per droghe pesanti non è una cosa da trascurare, così come non sono trascurabili lo sviluppo di gang giovanili ed altri fenomeni di violenza.

La questione è come si affronta questo problema. Che è reale ma ingigantito nella percezione pubblica, continuamente alimentata da dichiarazioni come quelle fatte da Salis. La questione della sicurezza per noi è soprattutto un problema sociale: mancano i servizi, mancano le case a canone concordato, si perde il lavoro da un giorno all’altro, se ti ammali e se sei povero non ti puoi curare.

Ma, evidentemente, per la sinistra istituzionale del “campo largo” nella nostra città questo non è il problema principale e per ottenere consenso la cosa migliore è cercare di superare a destra i razzisti e i fascisti. Per la nuova stella della sinistra italiana, il sindaco venuto dall’associazionismo, che starebbe con la pace e che fa finta di introdurre il salario minimo, questa è una vera e propria nemesi. Di cui avremmo fatto decisamente a meno.

Limiti e inconsistenza delle narrazioni di marketing politico. Noi stiamo dalla parte di chi lavora

In una recente intervista televisiva al TG regionale, la Sindaca in piazza per il Pride genovese ha esternato tutto il suo orgoglio e la sua ammirazione per una città aperta, senza pregiudizi reazionari e bigotti, lontana anni luce da culture omofobe e fasciste. Dopo questa tirata, su cui ovviamente non si può non concordare, la Sindaca si è innervosita quando i giornalisti le hanno fatto presente che una parte della sinistra contesta la sua posizione sui rimpatri.

Domanda curiosa, visto che di contestazioni pubbliche, in questo anno, ne abbiamo viste poche, se non provenienti da Potere al Popolo o da USB, e mai riportate sui giornali più letti sul territorio. Il nervosismo della Sindaca è evidente. Come è normale, visto che, basando la propria azione su una narrazione che non si traduce mai in nessun fatto concreto, avverte come il suo consenso sia fragile.

La Sindaca di Genova è di fatto una delle tante figurine di un album che si aggiorna da anni. Un album fatto da esponenti di destra o di sinistra che, al netto di utilizzare narrazioni spesso distanti o incompatibili, alla fine rappresentano due facce della stessa medaglia.

Siamo ovviamente consapevoli delle difficoltà. Sappiamo che governare un ente locale non è semplice. Sappiamo che ci sono dei regolamenti che impediscono numerose manovre essenziali per la popolazione. Sappiamo che i fondi sono insufficienti e che i bandi con cui si finanziano le politiche cittadine prevedono clausole vessatorie e richieste che alla fine le rendono inutili e dannose. Sappiamo pure che siamo in piena economia di guerra e i soldi vanno al riarmo.

Il problema è quindi di fondo. Esiste una “sinistra” che da anni vota tutte le politiche antipopolari in Italia e in Europa. Che nella sua parte maggioritaria non sa opporsi alle politiche belliche e di riarmo che ci sono imposte. Che non è riuscita mai neppure una volta ad approvare norme per redistribuire i redditi, per spostare i soldi su welfare, salute, trasporti.

Il “campo largo” è l’ennesima riproposizione di queste politiche fallimentari che, non affrontando i problemi sociali se non per aggravarli, fa il gioco per una destra becera la quale, con altri inganni, si può presentare come paladina delle fasce meno abbienti.

Può una classe politica di questo tipo rappresentare una alternativa reale per chi lavora e per chi paga la crisi?

La televendita politica del prodotto Silvia Salis sta all’interno di questo sistema. Costruire una narrazione falsata, continuare con le stesse politiche, saltare da destra a sinistra apparentemente senza nessun problema. Sollevare entusiasmi che durano qualche mese per poi finire come coloro che l’hanno preceduta. Allontanare le fasce popolari dalla politica e ricattarle con nuovi prodotti di marketing politico. Fino a lasciarli nelle mani della peggiore destra.

A questa politica non abbiamo mai giocato e non abbiamo intenzione di cominciare adesso. Serve una sinistra popolare e di classe, indipendente e autonoma. Non ricattabile da nessuno e che abbia il coraggio di politiche di rottura con i poteri e con i regolamenti imposti a tutti i livelli.

Non sarà un pranzo di gala, ma sicuramente ci risparmieremo lo squallore di raccontare bugie alla nostra classe sociale, a lavoratrici e lavoratori.

Fonte

02/07/2026

La politica senza più il potere

Occuparsi dei turbamenti della classe politica italiana è uno sforzo di stomaco, quasi come assistere ad un’autopsia. È necessario, purtroppo, ma niente affatto entusiasmante, visto che nulla di definitivo e di «ampio respiro» può esservi trovato.

Governo Meloni e «campo largo» soffrono infatti della stessa malattia: come raggiungere e blindare il «non potere» garantito dalle elezioni.

Chiunque governi, infatti, ha un ventaglio di opzioni, o una «libertà di scelta», simile a quello di un criceto in gabbia che gira sulla ruota non potendo correre liberamente.

Basterebbe citare il dibattito parlamentare sulle «autorizzazioni» concesse agli aerei statunitensi che andavano a bombardare l’Iran. Mark Rutte – incredibilmente investito del ruolo di segretario della Nato (il prossimo potrebbe essere ancor meno credibile, cioè il neo-disoccupato Keir Starmer ) – aveva rivelato che erano state circa 500. Fornendo così l’occasione per un po’ di finta indignazione di centrosinistra.

Ovviamente l’uso delle basi italiane per una guerra Usa è di fatto una partecipazione a quella guerra (non è che fare il «pieno» di cherosene a un bombardiere sia un’attività «neutrale»), ma il problema sta nell’adesione alla Nato e quindi ai trattati che vincolano l’Italia a prescindere dal governo in carica.

E dunque ha avuto facile gioco il ministro della difesa Crosetto nel richiamare questa antica «abitudine servile» nei confronti del «socio» statunitense citando i “518 autorizzati dal 28 febbraio al 23 giugno contro i 722 nel 2019, 450 nel 2020, 457 nel 2021, 560 nel 2022”.

Lo stesso dicasi per i «vincoli europei», che pure la destra aveva sbraitato di non voler rispettare una volta al governo, mentre ora Giorgetti – leghista, quindi teoricamente massimo critico della UE, a parole – sta lì col microscopio in mano per impedire uno scostamento di spesa dello zero virgola.

Cosa che, quando avviene, solleva l’urletto isterico di chi per quasi 30 anni ha accompagnato il taglio della spesa sociale con il mantra tossico «lo vuole l’Europa», guadagnandosi così l’odio perenne dei ceti popolari.

Politica estera e finanza pubblica si incrociano sulla posizione del governo da portare al prossimo vertice Nato in Turchia, dove sarà presente pure Trump, garantendo che qualsiasi azzeccagarbuglio escogitato per «conciliare» maggiori spese per armamenti e rispetto dei vincoli di bilancio sarà destinato a saltare in aria.

Le avvisaglie si vedono già ora. Meloni si presenterà infatti sventolando un aumento della spesa militare fino al 2,8%, mentre sottobanco, a fini interni, fa passare l’idea che uno 0,7% (un quarto del totale) sarà in realtà «garantito soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul territorio».

La formula è oscura a sufficienza da far credere che in realtà saranno spese non proprio militari ma funzionali a... Del resto, per un esecutivo che aveva provato a far passare per «militari» le spese immaginate per il ponte sullo Stretto, ogni pastrocchio appare possibile.

Ma quel 2,8 sembra troppo poco all’ambasciatore Usa presso la Nato, Matthew Whitaker, che ricorda come Trump “si aspetta pienamente che tutti gli alleati si attivino immediatamente e si mettano sulla strada del 5 percento, e che lo facciano con urgenza”.

Peggio ancora sull’ennesimo pacchetto di aiuti all’Ucraina – altri 70 miliardi, da dividere pro quota tra i paesi europei – che il governo italiano vorrebbe in qualche misura dilazionare o evitare che diventino una tassa annuale a tempo indeterminato.

La pressione in questo caso arriva soprattutto dalla Germania, particolarmente disposta, con Merz, ad incrementare senza limiti la guerra con l’obbiettivo di «fare pressione sulla Russia» perché si arrenda. Il quotidiano tedesco Faz ha pubblicato un «retroscena» secondo cui l’Italia sarebbe intenzionata a opporsi all’inserimento, nella dichiarazione finale di Ankara, di un riferimento al proseguimento del sostegno militare all’Ucraina oltre il 2027.

La smentita del governo italiano ovviamente non ha convinto nessuno...

Di fronte alla necessaria presa d’atto di non contare molto e di ritrovarsi in alleanze semi-schiavistiche, sembra quasi surreale che ci si preoccupi di varare una nuova legge elettorale per «dare più stabilità» agli esecutivi.

Intanto perché quello attuale dura da 4 anni nonostante non abbia risolto un problema che sia uno, e dunque la legge attuale è già abbastanza «premiante» per chi strappa qualche consenso in più. In secondo luogo perché la permanenza al «non potere» garantisce al massimo qualche catena clientelare in più, non immaginarie «svolte» per uscire dal degrado costante cui è stato consegnato questo Paese.

È chiaro che una legge elettorale con un «forte premio di maggioranza» e l’indicazione del «candidato premier» costituisce una premessa dell’assalto della destra al Quirinale. La stessa Meloni l’ha detto esplicitamente, facendo finta di essere ancora un underdog che vorrebbe essere legittimato a coprire qualsiasi carica istituzionale.

Ma è ridicola la finta opposizione del «campo largo», che pretende di salvaguardare «casematte neutrali» – l’ultima ridotta è appunto il Colle, ormai – mentre risulta incapace di frenare il diffondersi nel paese del veleno neofascista, razzista e classista.

È nella società che si vincono o perdono i conflitti politici. «Le istituzioni» si limitano a registrare il risultato, consegnandosi nude, inutili e trasformabili al vincitore.

Ma questo non entrerà mai nella testa di quei micropensatori che non riescono ad immaginare altro che cartelli elettorali senza confini – cioè senza idee, tantomeno chiare – con cui sperare di “impedire la vittoria della destra”. Che infatti vince mettendo in campo interessi indicibili, sogni senza senso ed idee immonde, con formule addirittura ignobili ma comprensibili.

Fonte

12/06/2026

Potere al Popolo: “La proposta è un campo politico indipendente”

Una lunga e articolata intervista con i due portavoce nazionali di Potere al Popolo – Marta Collot e Giuliano Granato – alla vigilia della assemblea nazionale del 14 giugno per costruire un “Campo politico Indipendente”.

Il prossimo 14 giugno ci sarà una assemblea nazionale a Roma per confrontarsi sulla costruzione di quello che definite un “campo politico indipendente”. Cosa intendete definire con questa proposta?

Marta Collot: Questo termine – “campo politico indipendente” – non è affatto generico. Quando parliamo di indipendenza, non intendiamo una semplice autonomia di manovra all’interno del sistema. Noi vogliamo rompere in modo netto e definitivo con due grandi blocchi di potere che si sono alternati al governo in questi decenni, ogni volta promettendo di cambiare le cose quando invece hanno sostanzialmente portato avanti le stesse politiche.
Da un lato, per noi l’indipendenza è dalle forze politiche. Non solo ovviamente da quelle di governo, ma anche da quelle che si dichiarano di opposizione. Che però, quando governano, accettano le regole del gioco: dall’austerità alla guerra, fino alla repressione del dissenso. Nessuna alleanza con il Partito Democratico, nessuna “corsia preferenziale” per il centrosinistra, nessuna subalternità al cosiddetto “campo largo”, nessun compromesso in cambio di qualche posto in qualche lista elettorale.
Dall’altro lato, rivendichiamo anche l’indipendenza dalle sigle sindacali complici. Lo dico senza mezzi termini: troppe volte i grandi sindacati confederali hanno firmato contratti che hanno peggiorato le condizioni dei lavoratori. Negli ultimi anni, hanno accettato il Jobs Act e lo smantellamento dei servizi pubblici. Hanno fatto da pompiere ai conflitti veri, quando non li hanno traditi apertamente. Per noi, un “campo politico indipendente” deve avere il coraggio di dire che i sindacati che hanno non solo accettato, ma teorizzato la pace sociale, non sono nostri alleati.
Quindi, per rispondere in modo diretto: il campo politico indipendente che proponiamo è uno spazio di rottura, è un progetto di classe che rifiuta le mediazioni al ribasso. Di questo vogliamo parlare domenica all’hotel Hive, con tutti quelli che credono serva costruire una reale alternativa.

Giuliano Granato: Quando pensiamo a quel che non funziona in questo Paese non ragioniamo semplicemente sulla classe politica al governo e all’opposizione, su quella che qualcuno definiva la “casta”.
Pensiamo, piuttosto, a un campo di interessi di cui oltre al potere politico, fanno parte potere economico, potere culturale, potere ideologico.
Un blocco di interessi e di potere che spesso si rivela politicamente trasversale a destre e centrosinistra.
Un esempio concreto: per la America’s Cup che si terrà a Napoli nel 2027 esulta tanto la giunta del campo largo di Manfredi (che riposa su una maggioranza che va da transfughi di Forza Italia a esponenti di AVS) quanto le destre. Non è un caso che la minoranza in Consiglio Comunque abbia scritto una lettera di sostegno al Sindaco piuttosto che fare opposizione in merito al “grande evento”.
I due schieramenti politici condividono l’ideologia/propaganda dei “grandi eventi” che sarebbero vettore di sviluppo. Alle spalle di entrambi ci sono pezzi di quel potere economico che costituisce la colonna vertebrale di tutti e due questi campi politici. E i media cittadini fanno il resto: esaltazione delle enormi opportunità che deriverebbero dalla America’s Cup e minimizzazione dei rischi, nonché occultamento/criminalizzazione delle proteste.
Per questo quando poniamo all’attenzione del dibattito e del confronto la necessità (e gli strumenti) per la costruzione di un “campo politico indipendente”, intendiamo la necessità di un campo che sia politico in senso ampio – laddove “politico” non si restringe né diventa mero sinonimo di “elettorale” – e sappia disputare ogni spazio: politico, sociale, economico, culturale, ideologico.

In questo campo politico indipendente quanto c’è delle mobilitazioni di autunno e quanto c’è del crescente disagio e rabbia sociale?

Marta Collot: L’autunno che abbiamo vissuto non è stato un normale ciclo di proteste. È stato un movimento radicale nei contenuti – rottura netta con ogni complicità verso Israele, sostegno esplicito a tutte le forme di resistenza del popolo palestinese, critica senza peli sulla lingua al governo Meloni e al suo sostegno al genocidio – ma anche radicale nelle pratiche. Per la prima volta dopo anni, abbiamo rivisto blocchi fisici del paese, scioperi che non erano rituali ma interruzioni reali della produzione e della logistica, assemblee permanenti nei territori. Insomma, abbiamo ripreso il vero significato della parola “sciopero”: non una bandierina rituale, ma un’arma in mano ai lavoratori e alle lavoratrici.
Noi di Potere al Popolo eravamo in quelle piazze e all’assemblea di domenica abbiamo invitato tutti i soggetti che le hanno animate: i lavoratori portuali dell’USB, le realtà palestinesi e gli attivisti della Global Sumud Flotilla, gli studenti e le studentesse che hanno occupato scuole e università.
Quindi il campo politico indipendente che stiamo costruendo non è un riflesso pallido o una traduzione elettorale di quelle mobilitazioni. È il tentativo di farle diventare permanenti, organizzate, capaci di colpire quando serve. Perché la rabbia sociale e il disagio già ci sono – basta pensare ai temi caldi di bollette, case, salari, sanità – ma manca una rappresentanza politica degna di questo nome. Noi non vogliamo addomesticare il movimento autunnale. Vogliamo costruire insieme le gambe per camminare tutto l’anno a venire e anche i prossimi.

Giuliano Granato: Disagio e rabbia sociale sono sentimenti che viviamo quotidianamente. E che vive un’enorme maggioranza del Paese. Un disagio che non ha dimensione solo materiale, ma anche psicologica, come registra l’aumento della sofferenza che si palesa in ansia e angoscia, ormai quasi “tratti psicologici” del presente.
Il disagio si accompagna a una rabbia genuina che, però, il blocco di potere esistente è al momento capace di canalizzare verso “nemici inventati” (vedi gli immigrati) o di trasformare in senso di impotenza, che dà vita a una profonda frustrazione.
In questa dinamica le mobilitazioni dell’autunno sono state una potente inversione di tendenza.
L’opposizione al genocidio israeliano in Palestina, alle complicità del nostro governo, che insieme agli alleati statunitensi ed europei lo rendono possibile; la solidarietà con il popolo e la resistenza palestinese, sono diventati il catalizzatore di quel disagio e di quella rabbia sociale.
Se la destra al Governo cercava di delegittimare quelle piazze e quelle giornate, sostenendo si trattasse di una mera manovra antigovernativa della “sinistra”; se il centrosinistra si affrettava a rinculare e a circoscriverle all’interno di un perimetro “umanitario”; noi abbiamo provato a capire le ragioni profonde che hanno spinto milioni di persone a mobilitarsi, a manifestare e a scioperare in tutto il Paese (oltre che contribuire a organizzare quelle giornate): la Palestina è diventata il punto di caduta del nostro “scontento”.
L’autunno scorso è nodo ineludibile per chiunque voglia tirare su un progetto trasformativo perché è all’interno di quelle mobilitazioni che si trovano chiavi ed energie per il futuro di breve e medio periodo.

Il campo largo del centro-sinistra non ha saputo raccogliere né l’onda lunga delle mobilitazioni né il voto di protesta giovanile del referendum costituzionale. Pensate che ci sia ancora possibilità di “capitalizzazione” o l’astensionismo è ormai irrecuperabile?

Giuliano Granato: Il centrosinistra è strutturalmente incapace di “raccogliere”, prima ancora che per le posizioni che esprime per il riflesso pavloviano di ridurre tutto e immediatamente al piano elettorale. Ha guardato alle mobilitazioni autunnali e al voto al referendum vedendo solo i possibili voti che avrebbe potuto catturare.
Significa disconoscere il senso profondo di piazze e urne, che non sono riducibili all’“andiamo a votare per cacciare la destra cattiva”. Nelle mobilitazioni autunnali e nel no al referendum c’è per tanti versi un rifiuto assai più ampio e profondo, che investe gli stessi partiti del centrosinistra e che allo stesso tempo sembra segnalare una disponibilità all’impegno in prima persona per questioni etiche, di senso profondo, che troppo spesso spariscono nella disputa politico elettorale del giorno dopo giorno.
Accanto a questo pezzo, ne esiste un altro: una metà del Paese che non solo non si reca alle urne, ma rinuncia alla partecipazione politica in senso lato. Sono due pezzi che quasi non parlano, che si allontanano sempre più.
In molti è penetrato quel presunto “buon senso” del “tanto non cambia niente”. Che in parte è reale, considerato che chiunque vinca le elezioni, a prescindere dalle promesse elettorali, nulla (o quasi) cambia nella vita quotidiana delle classi popolari.
In parte, però, questo disimpegno è il prodotto di un processo di passivizzazione spinto dall’alto: se il protagonismo popolare può trasformare la realtà, il blocco di potere fa molta attenzione a che non si diano le condizioni per tale attivazione. Non è un destino scontato. Anche questo è spazio di disputa: di senso, di possibilità. E non bastano le parole, serve ricostruire un tessuto di relazioni prima ancora che organizzativo, serve riuscire a rianimare la speranza attraverso vittorie anche piccole ma che incidano nella quotidianità dei nostri e delle nostre, anche di coloro che non partecipano alla vita politica.

Marta Collot: Parto da un fatto che per noi è pacifico: il campo largo non solo non ha saputo raccogliere, ma non avrebbe potuto farlo. Perché chi scende in piazza per bloccare il paese, per sostenere la resistenza palestinese senza se e senza ma, è oggettivamente inconciliabile con una sinistra che va a genuflettersi al Quirinale, che vota i finanziamenti alla guerra, che discute di “responsabilità di unità nazionale”.
Quindi non è un problema di capacità tecnica di capitalizzazione. È un problema politico di fondo: il campo largo non ci rappresenta e non ci ha mai rappresentati. E i giovani – la generazione Gaza, quelli che hanno votato No al referendum costituzionale – lo hanno capito benissimo. Hanno detto no nelle urne di quel referendum perché non era una riforma innocua: era un taglio della democrazia, un accentramento di potere, ma soprattutto era un voto politico contro il Governo Meloni.
Ora, veniamo all’astensionismo. C’è chi dice che è un processo irreversibile, che la popolazione non crede più in nessuna opzione politica. Noi non siamo così fatalisti, ma neanche ingenui. Diciamo una cosa chiara: esiste una differenza fondamentale tra spazio politico e spazio elettorale. La sinistra tradizionale ha sempre sbagliato a sovrapporli, pensando che fare politica significasse rincorrere voti con false promesse, dimenticandosi di costruire davvero un’alternativa nel quotidiano, nei conflitti, nei territori.
Il risultato è che oggi larghe parti della popolazione – e soprattutto i giovani – sono disilluse. Non credono più alle nostre parole? No: non credono più alle false promesse. Ed è giusto così. L’astensionismo non è pigrizia: è l’istinto di chi ha capito che andare a votare per scegliere tra due padroni non cambia nulla.
Allora cosa facciamo? Ci rassegniamo? No. La nostra scommessa è un’altra: ricostruire credibilità politica prima ancora di chiedere voti. Lo spazio politico esiste – l’autunno lo ha dimostrato. Le lotte esistono, i sogni esistono, i bisogni di chi non arriva a fine mese e non si accontenta esistono. Lo spazio elettorale non è scontato. Può esistere solo se è in connessione organica con quello politico – non come una scorciatoia. Se saremo capaci di costruire un’alternativa reale, credibile, combattiva, allora anche il voto potrà arrivare. Ma non sarà mai un fine. Sarà un effetto collaterale positivo di una pratica politica che oggi, in Italia, semplicemente non esiste più.

Il radicamento sociale e territoriale rimane ancora un fattore decisivo oppure la comunicazione ha preso definitivamente il sopravvento nella lotta politica?

Giuliano Granato: La comunicazione viene spesso considerata come mero spazio di trasmissione dei propri contenuti e delle proprie posizioni. Invece, a maggior ragione in epoca di ipertrofia della comunicazione, diventa spazio di esercizio di potere ideologico e, al contempo, di costruzione dei soggetti. È pertanto un fronte di battaglia su cui dovremmo lavorare più e meglio e partire dal riconoscere che anche su questo terreno le destre hanno costruito un vantaggio notevole.
Ciò però non intacca l’importanza del lavoro di organizzazione, radicamento, sedimentazione. Che è anche quello un lavoro di “comunicazione” se vogliamo, quello in cui il medium principale diventa il proprio stesso corpo, la propria stessa presenza.
Senza un intenso lavoro organizzativo non disporremo mai della forza necessaria a conseguire le trasformazioni per cui ci battiamo.

Marta Collot: Il radicamento sociale e territoriale rimane un fattore decisivo e insostituibile. Nessuna strategia comunicativa, per quanto efficace, può sostituire la presenza concreta nei luoghi di lavoro, nei quartieri, nelle scuole, nelle università e dentro i conflitti sociali. La comunicazione può amplificare un messaggio, renderlo più visibile, ma da sola non costruisce rapporti di fiducia, organizzazione e forza collettiva.
Negli ultimi decenni si è cercato spesso di accreditare l’idea che la politica potesse ridursi alla comunicazione, alla leadership mediatica o alla gestione dei social network. Abbiamo visto, come conseguenza, da un lato la proliferazione di “generali senza esercito”: coloro che hanno lanciato il loro partito o proposta politica, pensando che il carisma del singolo potesse essere una scorciatoia per il lavoro quotidiano necessario a costruire una forza di rappresentanza politica.
Dall’altro, la ricerca spasmodica del centrosinistra di nuovi astri nascenti, per poter supplire alla e nascondere l’impresentabilità del Partito Democratico e, oggi, del “campo largo”: la santificazione di Silvia Salis è l’ultimo esempio di una lunga lista.
Parallelamente, è stata demonizzata l’organizzazione collettiva, mentre venivano colpiti tutti quei luoghi in cui si costruisce partecipazione dal basso: i posti di lavoro, i quartieri popolari, le strutture associative e sindacali. Il risultato è stato un indebolimento della capacità delle classi popolari di difendere i propri interessi.
Per noi il radicamento non è un elemento accessorio, ma la condizione necessaria per incidere realmente nella società. È dal lavoro quotidiano nei territori e nelle lotte che nasce la forza necessaria per portare avanti idee, rivendicazioni e progetti di trasformazione. Senza organizzazione, le idee restano opinioni. Quando invece trovano radicamento sociale diventano una forza materiale capace di cambiare i rapporti di forza esistenti.
Questa è l’unica via percorribile, soprattutto se si pensa che i canali in cui avviene la comunicazione oggi sono truccati. Sono in pratica tutti dominati da multinazionali che usano la comunicazione come strumento per creare un “mercato” politico in cui ogni alternativa viene silenziata.
Per noi, la comunicazione è importante, fondamentale anche, ma deve essere al servizio dell’organizzazione, non il suo sostituto. Una politica che esiste solo sugli schermi è destinata a essere fragile, mentre una politica che vive nei territori e nei conflitti sociali può invece costruire consenso, resistenza e cambiamento duraturo.

Potere al Popolo ormai ha quasi otto anni di età. Che bilancio traete dall’esperienza fin qui realizzata? Quanto ha pesato o pesa ancora “l’ansia da prestazione” nel conseguimento degli obiettivi?

Marta Collot: Intanto c’è un dato che consideriamo tutt’altro che scontato: dopo quasi otto anni Potere al Popolo esiste ancora, è presente nei territori e continua a crescere. Se guardiamo a ciò che è accaduto a molti cartelli elettorali della sinistra nati negli ultimi decenni, spesso dissoltisi dopo una o due tornate elettorali, questo risultato non solo non era scontato, ma esprime proprio lo scopo con cui siamo nati: mettere fine a quel tipo di politica.
Fin dall’inizio abbiamo scelto di non ridurci a un progetto costruito esclusivamente attorno alle scadenze elettorali. Abbiamo investito sul radicamento sociale, aprendo decine di Case del Popolo, sostenendo vertenze territoriali, partecipando alle lotte dei lavoratori, dei migranti e degli studenti, e promuovendo campagne nazionali su temi concreti come il salario minimo, la sicurezza sul lavoro e il contrasto al carovita.
Insieme ad altre organizzazioni, come l’USB, abbiamo anche sostenuto la battaglia per l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro e la legge di iniziativa popolare per l’introduzione di un salario minimo.
Abbiamo animato dal primo momento le lotte contro la guerra, contro il progetto di riarmo o difesa comune europea e l’aumento delle spese militari, legandole con il contrasto allo scivolamento verso un’economia di guerra e animando diverse manifestazioni nazionali negli ultimi anni. Siamo stati in prima linea nella lotta contro l’imperialismo, nella difesa del popolo palestinese e delle sue legittime resistenze, nel sostegno alla rivoluzione di Cuba socialista contro il criminale bloqueo statunitense.
Naturalmente non pensiamo di essere arrivati. La strada è ancora lunga se vogliamo costruire una presenza davvero capillare nel Paese e riconquistare la fiducia delle classi popolari, dimostrando nei fatti di essere qualcosa di diverso e di alternativo a chi negli anni ha tradito le loro aspettative e i loro interessi.
Quanto “all’ansia da prestazione”, direi che non ha mai segnato la nostra azione. Sappiamo che non esistono scorciatoie. La costruzione di un’organizzazione politica popolare richiede tempo, pazienza, continuità e capacità di resistere anche quando i risultati non sono immediatamente visibili.
Per questo, per misurare l’efficacia del nostro lavoro, certo non ignoriamo i termini elettorali, ma guardiamo soprattutto alla capacità di costruire organizzazione, coscienza e rapporti di forza reali nella società.

Giuliano Granato: Già il fatto di aver spento le candeline per il compleanno numero 8 è in sé un piccolo miracolo. Anzi, miracolo è il termine sbagliato perché fa pensare a qualcosa di trascendente: invece, se dopo 8 anni siamo qui con migliaia di militanti, decine di case del popolo e una presenza che, a macchia di leopardo, copre un po’ tutto il Paese e raggiunge anche l’estero, è solo grazie al lavoro quotidiano di chi, dal primo giorno a oggi, ha lavorato affinché questa organizzazione politica non fosse l’ennesima meteora elettorale, ma diventasse un progetto politico con l’ambizione altissima di trasformare nel profondo il nostro Paese (e non solo). È grazie al lavoro paziente di migliaia e migliaia di militanti se siamo all’ottava candelora.
Siamo nati e cresciuti in tempi difficili, tutt’altro che alle nostre spalle. Crescendo, abbiamo imparato a non drammatizzare eccessivamente passi falsi, a non montarci la testa per qualche vittoria. Viviamo in tempi di montagne russe emotive, in cui cioè si alternano esaltazione e depressione, su e giù anche dall’oggi al domani; sarebbe strano se come militanti non ne fossimo in qualche modo toccate/i anche noi, abbiamo perciò bisogno di dotarci di una tranquillità rivoluzionaria, necessaria a un progetto che si pensa e si costruisce per il medio-lungo periodo e non solo per le incursioni di breve periodo.

Nel vostro appello per un campo politico indipendente, c’è un passaggio significativo quanto impegnativo quando affermate di “percepirvi e agire come parte di un movimento per e verso il Socialismo”. Potete spiegare meglio questo passaggio?

Giuliano Granato: C’è chi si batte per migliorare la situazione all’interno del quadro dato e che, quando tocca i limiti, si ritrae, per paura, incapacità, mancanza di volontà.
Noi, al contrario, crediamo che le battaglie della quotidianità si debbano accompagnare e inserire in una lotta più ampia che lavori proprio per abbattere i limiti strutturali della logica del sistema in cui viviamo.
Se l’obiettivo diventa la soddisfazione dei bisogni delle nostre e dei nostri non ci possiamo certo fermare davanti ai vincoli di bilancio o alla paura di scatenare reazioni nelle classi dominanti.
Lavoriamo, cioè, per la transizione a un altro sistema che, per l’appunto, chiamiamo socialismo: un orizzonte che consideriamo necessario perché la logica del capitale si dimostra giorno dopo giorno distruttiva, tanto dell’ambiente quanto della vita umana.
Ai suoi albori il movimento socialista e comunista aveva l’enorme forza del futuro dalla sua: in maniera a volte anche ingenua, prometteva attraverso la lotta non solo qualche soldo in più in busta paga, ma la trasformazione dei rapporti di potere, un domani che per tanti versi si presentava come negazione completa del presente e suo ribaltamento. Questo orizzonte è come se si fosse rotto, viviamo in un eterno presente e il futuro spesso ci si staglia di fronte come perdita più che come conquista. È il frutto avvelenato di una sconfitta storica. Ma la storia non finisce e le guerre si possono vincere anche in seguito a brucianti sconfitte.
Lavorare come parte di un movimento internazionale per e verso il socialismo significa anche uscire dall’ottica meramente “reattiva” e ricostruire invece questo orizzonte, una traiettoria di liberazione collettiva.

Marta Collot: Quando affermiamo di percepirci e agire come parte di un movimento per e verso il Socialismo, non stiamo facendo un richiamo nostalgico. Stiamo partendo da un’analisi molto concreta della realtà che abbiamo di fronte.
La barbarie di questo sistema è sotto gli occhi di tutti. Lo vediamo nelle guerre che si moltiplicano, nel sostegno economico, militare e diplomatico che l’Occidente continua a garantire al genocidio dei palestinesi, nei bombardamenti che devastano tutto il Vicino Oriente, nella subalternità della politica italiana alle scelte della NATO e agli interessi geopolitici delle grandi potenze. Non è aggiungendo al loro novero anche la UE che si risolverebbe la questione: si aggiungerebbe solo un altro attore a questo gioco macabro.
La barbarie la vediamo anche nella vita quotidiana delle persone: salari che non permettono di arrivare alla fine del mese, precarietà, sfratti, smantellamento dei servizi pubblici, devastazione ambientale e crisi climatica, razzismo e violenza di genere. Ogni aspetto della vita viene subordinato alla logica della sopraffazione sull’altro e del profitto.
Ma c’è un altro elemento che ci spinge a parlare di Socialismo: questo sistema non è soltanto ingiusto, è sempre più incapace di rispondere ai bisogni fondamentali della maggioranza della popolazione. La ricchezza cresce, ma si concentra nelle mani di pochi; aumentano le possibilità tecnologiche e produttive, ma peggiorano le condizioni di vita di milioni di persone.
Per questo riteniamo che oggi non basti un maquillage del sistema, qualche correzione marginale o una stagione di piccole riforme. Serve la capacità di indicare un orizzonte alternativo, una prospettiva di trasformazione profonda della società, che sia fondata sulla proprietà collettiva delle risorse strategiche, sulla pianificazione democratica dell’economia, sulla pace, sulla giustizia sociale e ambientale.
In questo senso guardiamo con interesse e rispetto a tutte quelle esperienze che hanno cercato e cercano di costruire modelli alternativi alla logica del capitale. Pensiamo, ad esempio, alla resistenza di Cuba, che da decenni affronta un blocco economico durissimo senza rinunciare a principi di solidarietà internazionale che il mondo ha conosciuto attraverso l’invio di medici e personale sanitario, non di eserciti e bombardieri. “Medici e non bombe” non è soltanto uno slogan: è una diversa idea di relazioni internazionali e di società.
Quando parliamo di Socialismo, quindi, parliamo della necessità di costruire un’alternativa reale a un sistema che riesce a produrre solo guerra, disuguaglianza e devastazione. Non una semplice gestione più “umana” dell’esistente, ma un progetto di trasformazione generale e strutturale, capace di mettere al centro i bisogni delle persone e non i profitti di una minoranza.

Fonte