Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/08/2026

La più grande spesa militare compiuta dal dopoguerra in Italia

di Alessandro Volpi

In data 15 luglio 2026, il governo italiano ha formalizzato la prenotazione di 14,9 miliardi di euro destinati al piano straordinario di riarmo e potenziamento della difesa nazionale, segnando il culmine di una complessa manovra finanziaria avviata nel biennio precedente.

Questa cifra imponente, originariamente accantonata attraverso la rimodulazione dei fondi europei della politica di coesione – che dunque sono stati ridotti – e del meccanismo SAFE, è stata definitivamente vincolata all’acquisizione di sistemi d’arma avanzati e alla modernizzazione tecnologica delle forze armate.

Il decreto di allocazione, firmato il 18 luglio 2026, stabilisce che 7,2 miliardi di euro siano impiegati per l’acquisto di 132 carri armati Leopard 2A8 – prodotti da Rheinmetall a La Spezia – con una tabella di marcia che prevede la consegna dei primi esemplari entro il 20 marzo 2027.

Altri 4,5 miliardi di euro sono stati prenotati per il programma di difesa aerea integrata, con particolare riferimento ai sistemi missilistici SAMP/T NG, i cui contratti di fornitura sono stati ratificati il 22 luglio 2026 per garantire la copertura dei siti sensibili nazionali a partire dal 1° gennaio 2027.

La restante quota di 3,2 miliardi di euro della prenotazione SAFE è stata indirizzata al settore aerospaziale per lo sviluppo del caccia di sesta generazione GCAP, con un impegno di spesa che copre il triennio 2026-2028.

Questa operazione finanziaria permette all’Italia di allineare la propria spesa militare al 2% del PIL entro il termine perentorio del 31 dicembre 2028, rispettando gli impegni assunti in sede NATO durante il vertice del 10 luglio 2026.

In seguito alla notifica ufficiale inviata a Bruxelles il 24 luglio 2026, l’Italia ha ottenuto il riconoscimento di questi investimenti come fattori rilevanti per lo scomputo dal deficit strutturale, per tutto l’esercizio finanziario 2026.

In questo senso, con l’adesione a Safe, il governo Meloni “libera” uno spazio non vincolato dal patto di stabilità da quasi 15 miliardi, che userà per escludere dal computo quantomeno il rinnovo del taglio del cuneo fiscale.

In altre parole, per questa folle Unione Europea, bisogna armarsi per potere spendere.

Ma il dato più rilevante, come accennato è costituito dal fatto che la prenotazione dei 14,9 miliardi rappresenta il più grande stanziamento singolo per la difesa nella storia della Repubblica, consolidando 25 programmi pluriennali di armamento che vedranno la loro piena operatività entro il 29 luglio 2030.

Il piano di ammortamento per il debito relativo alla manovra da 14,9 miliardi di euro avrà inizio ufficialmente il 1° luglio 2028, al termine di un periodo di pre-ammortamento di 24 mesi stabilito per allineare i rimborsi alla crescita economica prevista.

L’interesse medio applicato ai titoli di Stato emessi per coprire questa operazione è del 3,85% annuo, un tasso fissato in base alle rilevazioni di mercato del 15 luglio 2026. Il costo totale dell’operazione, calcolato su un orizzonte temporale di 20 anni con scadenza definitiva al 30 giugno 2048, ammonterà a complessivi 23,2 miliardi di euro, suddivisi in 14,9 miliardi di quota capitale e 8,3 miliardi di interessi cumulati.

Dunque la collettività italiana pagherà oltre 8 miliardi di interessi per procedere ad un riarmo, il cui ritorno economico, secondo le stime stesse dell’Unione, sarà pari solo al 60% dell’investimento fatto.

Su questo esiste il campo largo???

La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, intervenendo il 19 luglio 2026, ha espresso una posizione critica sulle priorità del governo, pur non negando gli impegni internazionali, chiedendo che almeno il 50% dello spazio fiscale liberato dai vincoli europei venga vincolato a investimenti nella transizione ecologica e nel welfare. Cosa significa? Parere favorevole al riarmo di Safe ma, nel gioco contabile, lasciamo uno spazio alle spese per il welfare. In sintesi ci riarmiamo per mantenere un pezzettino di Stato sociale?

Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, il 18 luglio 2026 ha duramente contestato la manovra definendola un furto sociale che sottrae 14,9 miliardi a sanità e istruzione per destinarli a strumenti di morte, preannunciando una mozione di sfiducia entro il 30 settembre 2026.

Ripeto, su questo esiste il campo largo???

Ah no, dicono i saggi, il Campo largo è solo un’operazione elettorale per battere le Destre.

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10/02/2026

La marcia sul posto dell’Unione Europea

Tempi duri, per l’Unione Europea… La “rottura” dell’asse euro-atlantico ha portato allo scoperto tutte le debolezze strategiche e concettuali della barocca costruzione continentale. Sul come andare avanti fioccano le ipotesi e gli scetticismi, a dimostrazione che l’inceppamento è molto serio e metterci riparo per niente facile.

“Andare avanti” significa – o significherebbe... – fare un salto deciso verso la “federazione”, come suggerito al solito da Mario Draghi, superando le resistenze permesse dal diritto di veto in capo ad ognuno del 27 paesi membri. Una mossa “logica” nel mondo astratto delle idee fisse, ma molto complicata da realizzare in quello reale.

Chiedere agli Stati di rinunciare per sempre a qualsiasi indipendenza su una lunga serie di questioni fondamentali, di peso “esistenziale”, è una mossa molto azzardata. Se ne sono resi conto anche molti sostenitori di questa svolta, costretti ad stilare liste dei paesi che sarebbero favorevoli su alcuni temi ma contrari su altri, ben oltre la solita stigmatizzazione di Ungheria e – a volte – Slovacchia, tacciati di “filo-putinismo” perché non vogliono rinunciare alle forniture di gas russo da cui dipende la loro sopravvivenza energetica.

Facendo i conti, per esempio, salta fuori che le importazioni di gas da Mosca, nel 2025, sono addirittura aumentate invece di diminuire per effetto degli ormai venti “pacchetti di sanzioni”: 7,2 miliardi di euro, rispetto ai 6,2 miliardi del 2024. Ma il primo acquirente non è uno dei due “reprobi” dell’est, bensì la Francia del “volenteroso” Macron, che ne ha acquistato il 41,7%, seguita da Belgio, Spagna e Olanda.

Uno scarto abissale tra dichiarazioni bellicose di rottura netta con Mosca e pratica quotidiana consigliata dal bisogno, che illumina da vicino la dimensione delle difficoltà che “l’Europa” si trova ad affrontare per la dabbenaggine della propria classe dirigente (tutta: sia l’ala politica che quella imprenditoriale).

Si può cambiare tema, ma il quadro non cambia. Persino sul riarmo, dove l’intesa sembra(va) totale, si deve ora registrare un’impasse molto seria. Si deve andare verso la costruzione di un esercito europeo (come la logica astratta vorrebbe), con armamenti tendenzialmente comuni e non differenziati, oppure verso eserciti nazionali di maggiori dimensioni e tecnologicamente avanzati?

Friedrich Merz, cancelliere tedesco e democristiano, ha spiegato già qualche mese fa che il suo obiettivo è costruire “l’esercito più forte d’Europa”, non un esercito comune più forte. E la conferma è arrivata in queste ore, con la sepoltura di fatto del progetto di “caccia del futuro” franco-tedesco, lanciato ai tempi di Angela Merkel.

Il progetto chiamato Sistema di Combattimento Aereo del Futuro (FCAS), sviluppato da Francia, Germania e Spagna, è – in questo momento secondo i soliti funzionari che parlano solo sotto anonimato – “morto, tutti lo sanno, ma nessuno vuole dirlo”.

Il problema è ovviamente di tipo industriale: il caccia pilotato è stato al centro delle aspre dispute industriali tra la francese Dassault e la “comunitaria” Airbus su chi dovesse averne la leadership, decidendo così anche su tecnologia, ripartizione del lavoro, dell’occupazione e dei profitti. Francia e Germania avevano fissato una scadenza al 17 dicembre dello scorso anno per raggiungere l’accordo, ma la data è passata senza trovare una soluzione.

A questo punto è anche venuto fuori che Berlino sta valutando per proprio conto un cambiamento radicale di progetto. Il Cancelliere tedesco Friedrich Merz sta ponendo ora maggiore attenzione sul programma rivale, il Global Combat Air Programme (GCAP) guidato da Italia, Regno Unito e Giappone.

Dall’asse franco tedesco a quello cripto-statunitense, insomma, con buona pace dell’“indipendenza europea”.

È del resto la traccia indicata dal sempre improbabile segretario della Nato, Mark Rutte, che aveva già affossato l’idea di “difesa autonoma”, spalleggiato dal generale Cavo Dragone: «Chi pensa che l’Europa possa difendersi senza gli Stati Uniti, può continuare a sognare».

Olanda, Lettonia, Lituania, Estonia, Romania, Bulgaria, Grecia sono della stessa opinione. Mentre Germania, Francia, Finlandia, Svezia e Spagna, ritengono (con le riserve tedesche appena illustrate) che ci siano i margini per provare a costruire un apparato militare-industriale adeguato in tempi non biblici. Italia, Polonia e altri invece galleggiano a metà del guado, sempre sensibili alle sirene Usa.

Del resto molti paesi sono formalmente dentro la UE, ma hanno stretto intese bilaterali con gli Usa o ne vengono direttamente finanziati (i Baltici).

Un quadro molto mosso, come si vede, da interessi materiali – finanziari, militari, energetici, ecc. – che rendono ogni forzatura verso una integrazione più decisa un rebus senza soluzioni semplici da tradurre in trattati.

Una cosa è dire “l’unione fa la forza”, tutt’altra è costruire la forza interna non contraddittoria che permetta di realizzare almeno un briciolo di maggiore unità. Da questa strettoia non si esce con gli slogan e i luoghi comuni, specie se si devono investire centinaia di miliardi ogni anno per diversi anni.

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25/10/2025

Il GCAP come pilastro del ‘Preserving Peace’. La UE delinea la Difesa Europea

Questo articolo è la continuazione del contributo uscito due giorni fa sulla votazione avvenuta in Senato riguardo al GCAP, e serve a comprendere il ruolo di questo progetto nella tendenza alla guerra di cui la UE è partecipe e promotrice.

Con il via libera dato dalla commissione Esteri del Senato al progetto per il caccia di sesta generazione GCAP, Leonardo esulta e si frega le mani pensando ai profitti futuri. Ma il ruolo che l’azienda di piazza Monte Grappa vuole giocarsi è quello di fulcro della futura Difesa Europea, e il progetto del GCAP si inserisce perfettamente nel salto di qualità che su questo versante vuole fare Bruxelles.

Per capire questo processo, bisogna guardare alla presentazione di ‘Preserving Peace’, il nuovo nome dato al ReArm Europe dopo che i paladini dei ‘valori occidentali’ sono andati a controllare e tra di essi non ci hanno trovato, probabilmente con sorpresa, la guerra.

Pochi giorni fa il commissario europeo alla Difesa, Andrius Kubilius, presentando la roadmap per l’attuazione del programma Readiness 2030, ha chiarito che si prevede che “noi europei investiremo entro il 2035 circa 6.800 miliardi di euro nel comparto militare, con il 50% che confluirà nell’acquisto di armamenti: sarà un vero big bang finanziario”. Il totale è calcolato comprendendo i bilanci nazionali (che faranno il più) e i fondi europei.

Ovviamente, “centrare i target Nato”, come ha detto Kubilius, è il primo obiettivo. Ma considerato che per l’anno in scorso si stima che il totale delle spese militari UE sarà di poco sotto ai 400 miliardi – già quasi raddoppiate rispetto al 2021 – basta poco a fare il calcolo: anche considerando il 2025, ci sono migliaia di miliardi in più che serviranno a rendere la UE una potenza militare, e se il nodo è sempre stato quello delle sovrapposizioni e duplicazione nell’industria bellica, Bruxelles cerca attivamente soluzioni.

Una di quelle chiaramente indicate da Preserving Peace è dare impulso alla costruzione di una difesa europea a partire dai settori in cui mancano precedenti. Oltre a promuovere investimenti congiunti, il rafforzamento delle capacità di mobilità militare e delle supply chains, i 4 pilastri della futura Difesa Europea vengono indicati in: Eastern Flank Watch, European Drone Defence Initiative, European Air Shield, European Space Shield.

Il primo pilastro è una sorta di sistema di sorveglianza e difesa contro varie minacce, tra cui quelle ibride, in cui sarà fondamentale il muro anti-droni di cui ha parlato a più riprese von der Leyen, e che dovrebbe essere probabilmente integrato anche con le difese ucraine. Lo scudo aereo è invece il settore in cui è chiaro che il nuovo GCAP, la “portaerei che sta in cielo” come l’ha definito Cingolani, ha le carte per assurgere a elemento centrale dell’autonomia operativa della Difesa Europea.

La vicepresidente della Commissione UE per la sovranità tecnologica, Henna Virkkunen, ha affermato: “vogliamo creare uno scudo aereo e missilistico multilivello che protegga da tutte le minacce”. Il GCAP potrebbe dunque affiancare perfettamente la European Sky Shield Initiative (ESSI), avviata nell’ottobre 2022. Il progetto raccoglie ormai 24 paesi (non solo UE e NATO) per lo sviluppo di uno scudo missilistico che, tra i vari sistemi, potrebbe utilizzare anche i missili israelo-statunitensi Arrow.

Un segnale ulteriore di come il riarmo europeo, la costruzione di una Difesa Europea e il sostegno al progetto suprematista sionista non possano essere scissi, come del resto non sono scissi gli interessi di Leonardo dall’economia del genocidio messa in evidenza da Francesca Albanese. Infine, Cingolani&Co hanno grandi progetti anche per quanto riguarda lo European Space Shield.

Infatti, è stato appena dato il via libera anche al progetto Bromo, che unisce Leonardo, Thales e Airbus nella definizione, entro 18 mesi, di un nuovo soggetto industriale destinato a diventare il polo principale dell’industria spaziale europea e di uno “spazio europeo della difesa”. La produzione di satelliti civili ma anche militari, inoltre, è stata indicata anche come strada per competere con Starlink di Elon Musk.

Tirando le fila, ciò che di comune accordo maggioranza e opposizione hanno votato al Senato non è solo un progetto militare, non è solo una voce di spesa che continua ad aumentare e si prospetta un pozzo senza fondo, ma è anche un elemento centrale del programma di elevazione della UE a potenza militare (a cui i pentastellati non hanno mai detto no, e per questo si sono astenuti), capace di far valere i propri interessi con la forza nella competizione globale.

Tutto fuorché una prospettiva di ‘preservazione della pace’, quanto piuttosto l’ultima opportunità per l’imperialismo europeo di contare ancora qualcosa. Per questo riarmo e Difesa Europea vanno combattute all’unisono, così come i vincoli UE e quelli della NATO, il sostegno al sionismo e il posizionamento internazionale di Bruxelles e Roma.

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24/10/2025

Maggioranza e opposizione unite. Vola il nuovo tassello del riarmo europeo

Martedì 21 ottobre la commissione Esteri del Senato ha approvato la risoluzione che dà il via libera al Global Combat Air Programme (GCAP). Si tratta di un programma per lo sviluppo di un velivolo di sesta generazione, che potrebbe diventare un tassello fondamentale della difesa europea, e che proprio per questo ha trovato l’appoggio sia della maggioranza sia dell’opposizione.

È proprio questo allineamento strategico sulla difesa europea che ha permesso a Fratelli d’Italia e PD di trovare un’intesa sulla risoluzione da votare. Le integrazioni proposte dal senatore democratico Alessandro Alfieri sono finalizzate a due cose: informare il Parlamento dello stato di avanzamento del progetto e informare le commissioni nel caso di utilizzo di fondi europei o SAFE, con i quali deve essere anche rispettata la clausola di preferenza per l’acquisto del 65% dei componenti da produttori europei.

In pratica, è il PD che rafforza questa tendenza alla trasformazione definitiva del modello europeo in un modello armato, e per questo, alla fine, il Movimento 5 Stelle si è semplicemente astenuto. Nonostante le capriole sul proprio posizionamento pubblico intorno a quello che era il ReArm Europe, i pentastellati hanno sempre sostenuto la difesa comune e la proiezione militare della UE. Per questo, pur volendo cercare di distinguersi, non possono votare contro questo programma che ha un valore strategico sostanziale.

Più che un semplice caccia, il GCAP è un “Combat Air System”, capace di operare sia con equipaggio che senza, la cui funzionalità si proietta su cinque domini operativi (terra, mare, aria, cyber e spazio) e destinato a svolgere ruoli strategici (controllo aereo, sorveglianza e attacco). Allo sviluppo del progetto partecipano, oltre all’Italia, anche il Regno Unito e il Giappone (e forse l'Arabia Saudita).

L’idea del GCAP è partita alla fine del 2023, con l’alleanza tra Leonardo, Bae Systems e Mitsubishi Heavy Industries: un triangolo tra uno dei campioni UE del settore militare e altri omologhi del Regno Unito, altra principale potenza NATO europea ma fuori dall’UE, e del Sol Levante, fondamentale sponda nel Pacifico per lo scontro a lungo termine con la Cina.

In un progetto del genere si nota immediatamente l’assetto ‘geopolitico’, ma è chiaro anche l’interesse per lo sviluppo di una piattaforma aerea di ultima generazione, di cui la tecnologia e il software non sarebbe in mano a Washington, come per gli F-35. La risoluzione parla infatti di una “nuova ottica di partnership e rafforzamento dei rapporti con i fornitori strategici, accorciando la catena di approvvigionamento e rafforzando l’autonomia strategica europea”, e di “favorire la realizzazione di cluster tecnologici”.

Un passo avanti non di poco conto nella definizione del complesso militare-industriale europeo, seppur dentro la cornice atlantica. L’amministratore delegato di Leonardo, Roberto Cingolani, alla fine del 2024 aveva parlato del GCAP come di un caccia stealth con il quale si potrà controllare da remoto una flotta di droni senza pilota: l’aveva definita una “portaerei che sta in cielo”. Per un progetto così, però, servono molti soldi, oltre che molte competenze.

E qui arrivano i primi scostamenti dubbi con quanto votato dal Senato. Per Cingolani, i costi previsti per lo sviluppo del software e dei droni si aggirano sui 100 miliardi di euro – e per questo i sauditi sarebbero i benvenuti. Nella risoluzione proposta da Roberto Menia, di Fratelli d’Italia, si parla di un investimento totale dei tre paesi intorno ai 50 miliardi di euro... anche se la cifra definitiva non è “ancora quantificabile con precisione a questo livello di attuazione”.

Viene insomma lasciata una porta aperta a un aumento esponenziale delle spese, che verranno giustificate con la necessità di ‘difendersi’ da minacce create ad arte. Del resto, l’impegno italiano nel GCAP è già lievitato: nel Documento programmatico pluriennale della Difesa 2025-27 il finanziamento italiano sarà di 9,6 miliardi entro il 2035. Nello stesso documento, stilato per il triennio 2024-26, tale importo era indicato in 8,9 miliardi fino al 2050.

Un aumento delle spese militari che farà felice il complesso militare-industriale europeo, Leonardo in primis. E a cui, sulla carta, il M5S aveva detto di opporsi, eppure in questo caso si è solo astenuto: è la contraddizione per cui non si può essere per la difesa comune e contro il riarmo, poiché questi due percorsi vanno necessariamente insieme.

E allora ciò significa che, chi vuole un’alternativa a questo modello instradato verso la guerra, innanzitutto deve percorre una strada di indipendenza dal centrodestra e dal campo largo. L’assemblea del 25 ottobre al Cinema Aquila, a Roma, sicuramente intende mettersi su questo percorso.

E deve poi opporsi con nettezza a tutte le forme di incremento delle spese militari e di Difesa Europea, alla conversione verso un’economia di guerra come soluzione alla crisi industriale, e promuovere invece la lotta ai vincoli UE e NATO. A partire dalla prossima legge di bilancio, che li esprime in ogni sua riga.

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11/03/2025

Italia - Altri miliardi per gli inutili F-35

Il Parlamento a breve dovrà discutere e autorizzare l’acquisto di altri 25 caccia F-35 della statunitense Lockheed Martin sui quali però è emerso un dettaglio non certo irrilevante reso noto dai servizi di intelligence francesi, soprattutto in questi tempi di relazioni imprevedibili con gli Stati Uniti.

“Molti esperti e osservatori hanno scoperto oggi che degli F-35 che quasi tutte le nazioni europee hanno acquisito, molti aspetti restano sotto stretto controllo statunitense, riducendo quindi la capacità operativa di impiegarli in contesti non condivisi con Washington”, riporta ieri il sito specializzato Analisi Difesa, precisando che “Gli USA mantengono il controllo sul software, la logistica, la manutenzione fino alla possibilità di limitare l’uso operativo dei velivoli”.

Non solo viene da chiedersi perché continuare a spendere soldi per un caccia statunitense il cui controllo software rimane nelle mani USA e quindi, come nel caso di Starlink, continuerebbero a essere gli Stati Uniti a decidere se quegli aerei possono decollare o meno, ma ci sono anche altri interrogativi che le classi dirigenti in Italia continuano a omettere e che invece meritano di essere conosciute.

Ad esempio sui moltissimi denari spesi per gli aerei militari, le decisioni in questi anni dei governi italiani – tutti ma proprio tutti – sono apparse schizofreniche o, se volete, un po’ “democristiane”, nel senso che ne compriamo un po’ di qua e un po’ di là e ci teniamo buoni tutti. Ma i risultati sul piano operativo di questo metodo di acquisto non sono affatto eccellenti.

È Peacelink a ricordarci come questa “schizofrenia democristiana” ha agito materialmente anche nel 2024.

A luglio 2024, il governo ha infatti stanziato 7,4 miliardi di euro per l’acquisto di 24 nuovi caccia Eurofighter, aggiornati per missioni di bombardamento. L’Eurofighter è il cosiddetto ‘caccia europeo’. Viene prodotto da Leonardo, Bae Systems ed Airbus.

A settembre 2024 con l’acquisto di 25 caccia F-35, il governo Meloni incrementa un già controverso programma, portando la spesa totale per questi velivoli a 7 miliardi di euro. Questa decisione si aggiunge agli impegni già presi per altri 90 F-35 prodotti dalla statunitense Lockheed e parzialmente assemblati a Cameri, in provincia di Novara. Ma il software, l’elemento decisivo in queste armi iper-tecnologiche, rimane nelle mani degli Stati Uniti. Funzioneranno, insomma, solo se loro ce lo permetteranno da Washington…

Infine, a novembre 2024 è stato varato il prototipo del caccia Tempest (GCAP). Il Tempest è prodotto da un consorzio formato da Ge Uk, Gkn, Collins Aerospace, Martin Baker, Qinetiq, Bombardier e Thales Uk, alle quali si è unita anche la svedese Saab.

Con un investimento di 7,5 miliardi di euro, il Parlamento italiano ha approvato lo sviluppo del prototipo del caccia di sesta generazione Tempest nell’ambito del programma GCAP (Global Combat Air Programme). Sul futuro di questo progetto mancano però parecchie certezze. Nel dibattito parlamentare la stima dei costi ipotizzata è giunta anche a 8,8 miliardi di euro.

“In totale, nelle ultime due stagioni del 2024 si registra un impegno di 21,9 miliardi di euro per progetti bellici nel solo campo aeronautico e nel solo campo di questo genere di sistemi d’arma” – scrive Peacelink – “Si tratta di cifre impressionanti che evidenziano una preoccupante escalation nella spesa militare del governo italiano che incontrano non solo scarsa resistenza nell’opposizione ma anche una cerca compiacenza”.

Ma accollare questo pasticciaccio al solo governo Meloni sarebbe ingiusto. È doveroso ricordare che anche per Conte sarà impossibile nascondere le decisioni assunte quando stava a Palazzo Chigi.

Nell’autunno del 2019, infatti, fu il premier del governo – allora “giallorosè” – a dare il via libera all’acquisto di 27 F-35, assecondando il piano pluriennale della Difesa che sta per ultimarsi (arrivando a 125 F-35), con l’acquisto degli altri 25 aerei su cui deve decidere a breve il Parlamento. E anche allora non ci furono grosse opposizioni, né nella maggioranza né nell’opposizione.

Come al solito le spese militari mettono d’accordo tutti confermando solide convergenze bipartisan. Lo verificheremo a breve nel dibattito parlamentare che dovrà autorizzare l’acquisto di questi altri F-35.

Il Corriere della Sera ci segnala però degli ulteriori appuntamenti che attendono il Parlamento su snodi significativi nel contesto di questo clima di riarmo e di guerra in cui siamo ormai immersi.

Il 18 marzo a Palazzo Madama, davanti alle Commissioni riunite, si terrà l’audizione di Draghi, autore del Rapporto sulla Competitività per l’Europa che è praticamente il manifesto politico/economico delle ambizioni imperialiste europee cui si è ispirata la Von der Leyen.

Nello stesso giorno la Meloni riferisce alle Camere in vista del vertice del Consiglio Europeo che dovrà ratificare e attuare le decisioni prese cinque giorni fa in materia di riarmo europeo.

Infine, il 19 marzo a Montecitorio ci sarà l’attesa audizione di John Elkann, il presidente di Stellantis. Come noto, nella discussione sul futuro di Stellantis in Italia stanno emergendo anche ipotesi di riconversione di alcuni settori produttivi dal civile al militare, contenuti in un documento “riservato” di Palazzo Chigi e dei ministeri interessati, incluso quello della Difesa.

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