Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
12/10/2026
CGIL, CISL e UIL partecipano con entusiasmo ai successi della Leonardo
E questo nonostante, come riportavamo in un articolo recente, i dati indichino che a parità di risorse gli investimenti nella protezione ambientale, rispetto a quelli effettuati nel settore militare, genererebbero all’incirca il triplo dei posti di lavoro. Ma la realtà odierna va ben oltre la più tetra immaginazione, infatti se andiamo a estrapolare un passaggio dal comunicato stampa delle tre organizzazioni sindacali dei metalmeccanici di Cgil, Cisl e Uil nel gruppo Leonardo, leggiamo che il rinnovo [della piattaforma sindacale di secondo livello] «si inserisce in un contesto di forte crescita degli ordinativi sia nell’ambito civile che della difesa, e di risultati economici più che positivi per il Gruppo Leonardo, posizionatosi ormai tra le prime dieci aziende globali del settore Aerospazio, Difesa e Sicurezza. Questo successo è il frutto del lavoro quotidiano delle lavoratrici e dei lavoratori che permettono al management di affrontare le sfide del futuro, ed è per questo che l’integrativo avrà la responsabilità di trasformare le aspettative in risposte».
Tradotto in linguaggio comprensibile Fiom, Fim e Uilm esultano davanti all’aumento degli ordini e della produzione di Leonardo, la crescita esponenziale del gruppo è stata resa possibile dal coinvolgimento entusiastico delle maestranze senza le quali la multinazionale non avrebbe ottenuto le performance attuali.
Se le principali organizzazioni sindacali del settore metalmeccanico partecipano con entusiasmo ai successi di Leonardo sarà facile comprendere la ragione dell’arretratezza del dibattito attorno alla guerra, all’economia di guerra e alle tecnologie duali. Significativo un ulteriore passaggio del comunicato congiunto: «Si chiede l’istituzione di una Commissione per confrontarsi sull’utilizzo di nuove tecnologie, a partire dall’Intelligenza Artificiale, analizzandone gli impatti sull’occupazione e le professionalità e istituendo un “dividendo tecnologico” in termini di orario o salario».
L’Intelligenza Artificiale è essenziale per i nuovi sistemi di guerra, i bombardamenti a Gaza lo dimostrano eloquentemente, eppure i sindacati sono ancora fermi alla valutazione degli effetti della IA, pur sapendo che numerose ricerche attestano la prossima perdita di milioni di posti di lavoro e un utilizzo della stessa in simbiosi con le tecnologie belliche di ultima generazione. Ma la posizione dei tre sindacati è ancor peggiore, perché si specula sulla tecnologia, pur sapendo che un uso della stessa avviene a fini militari. Si pensa perfino a un ritorno economico nelle tasche dei lavoratori. Aumentare la produzione di morte ad ogni costo sperando di ricavarne qualche briciola salariale, è questa la Caporetto della prestigiosa Fiom.
Pensare, allora, a questi sindacati come una forza contro la guerra diventa impresa impossibile, come ipotizzare un loro sostegno sindacale alla azione legale intentata da Hala Abulebdeh, farmacista gazawi a cui è stata sterminata tutta la famiglia, e a cui si sono unite invece le associazioni A Buon Diritto, Un Ponte Per, ACLI, ARCI, Assopace Palestina, ATTAC Italia e Pax Christi e altre per dichiarare nulli i contratti stipulati da Leonardo S.p.A. e le sue controllate con lo Stato di Israele.
I promotori dell’iniziativa sono convinti che «lo Stato italiano, in qualità di azionista di maggioranza di Leonardo S.p.A., stia venendo meno ai propri obblighi costituzionali e di legge avendo continuato a esportare armamenti verso Israele» sulla base di autorizzazioni che il Governo italiano non ha mai sospeso né revocato. La prossima udienza sarà settimana prossima, il 16 ottobre, in un silenzio stampa che ricorda la scorta mediatica denunciata da Raffaele Oriani.
Senza finire ostaggi della retorica costituzionalista si inizia a comprendere la ragione per la quale il Governo voglia rivedere l’impianto della legge 185/1990 che vieterebbe in teoria la fornitura di armamenti a Paesi coinvolti in politiche di guerra e responsabili di gravi violazioni dei diritti umani accertate a livello internazionale come è il caso di Israele
E per restare al ramo metalmeccanico, ricordando l’acquisizione della divisione militare di Iveco, le innumerevoli join venture di Leonardo in giro per il mondo, è di queste ore la notizia dell’ingresso di Ineos Grenadier nel settore della difesa europea con l’acquisto italiano del fuoristrada britannico, una mega commessa che in teoria striderebbe con il sostegno del Governo alle imprese italiane produttrici.
Ineos Automotive inizierà le consegne all’Esercito Italiano dall’inizio del 2027 e forse l’acquisto dei mezzi britannici è merce di scambio per altre operazioni ancora ignote. E questo acquisto ci conferma la tendenza a riconvertire produzioni civili in militari. Con l’ordine dell’Esercito Italiano cambia però la dimensione della presenza del marchio nel settore: il Grenadier passa dall’essere un 4×4 civile adattabile agli impieghi istituzionali a una piattaforma scelta direttamente per incarichi militari.
Chiudiamo con una ulteriore notizia che libera il campo da ogni equivoco sulla propensione bellicista della Unione Europea con la spesa per la difesa degli Stati membri arrivata ai 418 miliardi di euro nel 2025, pari al 2,2% del PIL dell’UE, destinata, da qui a meno di tre anni, a raggiungere i 547 miliardi di euro.
Fonte
26/09/2026
Sette storie per non dormire: Finmeccanica
Finmeccanica, tuttavia, aveva una caratteristica che impediva alla classe politica di accettare la prospettiva di perderne del tutto il controllo, in favore di soggetti stranieri o di una classe imprenditrice autoctona sulla cui capacità e volontà di coniugare il proprio interesse con quello nazionale non si poteva far conto: il fatto che essa rappresentasse gran parte dell'industria militare italiana. Pertanto si volle mantenerne l’azionariato privato sufficientemente frammentato da assicurare allo stato il mantenimento d’un ruolo preminente nella sua gestione. Questa sua condizione ha sino ad oggi evitato che l’azienda sperimentasse episodi di cattiva amministrazione paragonabili, per gravità, a quelli subiti dalle società totalmente privatizzate; essa tuttavia, al tempo stesso, ha fatto sì che la sua conduzione fosse influenzata da vincoli tali da renderne comunque il cammino accidentato, al punto che successivamente alle dismissioni da noi elencate se ne dovettero porre in essere ancora delle altre, le quali ridussero ulteriormente il perimetro delle sue attività.
A partire dal 2001 Finmeccanica, recuperata la propria solidità finanziaria grazie alle cessioni delle sue controllate, cercò di rimediare all’indebolimento che per effetto di esse aveva subito sul piano dimensionale, intraprendendo una politica di espansione internazionale. Questa fu realizzata in parte stipulando delle joint venture con altre società, ma in parte anche tramite acquisizioni. La sua dirigenza, tuttavia, indirizzò i propri sforzi verso un insieme piuttosto ristretto di attività: infatti non soltanto non provò a recuperare terreno in quegli ambiti da cui aveva dovuto ritirarsi (dove avrebbe dovuto ripartire da zero e contro forti avversari), ma ne trascurò anche alcuni in cui era ancora presente e competitiva, in quanto puntò a rafforzarsi ulteriormente soltanto in quelli che soddisfacevano le esigenze delle forze armate, quali l’aerospaziale, l’elettronica e i sistemi di difesa.
Era questa una strategia sensata: in un’Italia governata da una classe politica orientata a dismettere il patrimonio industriale pubblico, infatti, la sopravvivenza e addirittura il rafforzamento di una grande impresa di stato poteva essere tollerata soltanto se l’attività della stessa era focalizzata in settori considerati strategici per la sicurezza nazionale. Questo vincolo aveva però l’effetto di limitare parecchio le possibilità di quella dirigenza di scegliere in quale direzione muoversi per far crescere l’azienda, anche in ragione della difficoltà di trovare imprese detentrici di tecnologie militari che fossero contendibili (gli altri paesi, difatti, non erano meno motivati del nostro a mantenere il controllo di questo genere di attività) e dei condizionamenti di natura politica che scaturivano dalla sottomissione dell’Italia agli Stati Uniti (che imponevano a Finmeccanica di guardare, per accordi e acquisizioni in tale ambito, soprattutto a imprese angloamericane). Il risultato di queste limitazioni fu che a un certo punto di questo percorso di crescita dimensionale l’azienda ritenne necessaria un’acquisizione che però doveva essere effettuata a condizioni molto sfavorevoli: quella dell'americana DRS, avvenuta nel 2008, per la quale accettò di pagare un prezzo assai elevato in termini assoluti e ancor più in rapporto all'effettivo valore di quella società. Finmeccanica tornò pertanto ad essere un’azienda pesantemente indebitata – aveva difatti dovuto procurarsi all’esterno le risorse necessarie per finanziare quell’operazione – e per di più senza la prospettiva di potersi rifare in tempi brevi della spesa effettuata, proprio in ragione del fatto che in rapporto a quest’ultima il valore di DRS era limitato. Oltretutto, tale impresa era difficilmente integrabile nel corpo di Finmeccanica, dal momento che la normativa statunitense (tesa a disciplinare rigidamente la circolazione delle informazioni strategicamente rilevanti detenute dalle aziende legate alla difesa) imponeva che fosse guidata da amministratori americani e poneva seri vincoli all’accesso da parte della sua nuova controllante alle tecnologie da essa possedute. A queste ritrovate difficoltà l’azienda avrebbe poi reagito – non potendo contare sul supporto finanziario dell’azionista pubblico – ponendo in essere nuove dismissioni di controllate operanti nei comparti civili, dunque indebolendosi ulteriormente (e ancora una volta a beneficio di soggetti stranieri).
Malgrado tutto, Finmeccanica – dal 2016 ridenominata Leonardo – ha continuato ad essere un’azienda capace di generare in misura rilevante occupazione e ricchezza: alla fine del 2021 aveva 106 stabilimenti (di cui 55 in Italia) e oltre 50.000 addetti (per il 63 per cento in Italia), assieme ai quali vanno considerati quelli dell’indotto (che solo in Italia ammontavano a 126.000, appartenenti a 4.000 aziende). Va anche rilevato come, nel desolante scenario di degrado della grande industria italiana, Leonardo abbia mantenuto una eccezionale capacità di ricerca e investimento nelle attività tecnologicamente più avanzate. Rimane comunque deprecabile la politica di cannibalizzazione dell’azienda che fu posta in essere per rimediare ai suoi problemi finanziari. A tale riguardo, si potrebbe sostenere che non vi fosse altro modo per risanarla, dal momento che l'apporto di nuovi capitali da parte dello stato risultava impedito dall’ostilità verso simili operazioni sussistente in sede comunitaria e dalla delicata situazione delle finanze pubbliche; ma in realtà delle soluzioni alternative esistevano. Ad esempio, il governo avrebbe potuto realizzare la parziale privatizzazione della capogruppo per migliorare i conti della stessa invece di quelli dello stato (la cui la messa in sicurezza, d’altronde, sarebbe stata conseguibile molto più efficacemente attuando una ristrutturazione del debito piuttosto che dismettendo il patrimonio industriale pubblico). Se poi si fosse astenuto dal privatizzare le banche, per ricapitalizzare l’azienda avrebbe potuto servirsi anche di queste, il che gli avrebbe consentito di cedere – se necessario – una quota del suo capitale ancora maggiore di quella di cui effettivamente si liberò mantenendola ugualmente sotto il controllo pubblico (è il medesimo ragionamento che abbiamo fatto in riferimento ad Alitalia e all’ENI). Peraltro, a tale riguardo possiamo notare che il prezzo cui le azioni Finmeccanica sarebbero state vendibili da una parte sarebbe stato depresso dalla cattiva situazione finanziaria dell’azienda, ma dall’altro sarebbe stato positivamente influenzato dal fatto che essa sarebbe stata integra anziché privata di varie sue componenti (alcune delle quali di grande valore).
Va altresì rilevato che in un contesto come quello da noi delineato, nel quale cioè lo stato non si fosse privato del controllo del sistema creditizio, non soltanto la cessione di una quota rilevante del capitale della società capogruppo, ma persino quella integrale di singoli suoi rami sarebbe risultata tollerabile in un’ottica di difesa dell’interesse nazionale, in quanto sarebbe stato possibile far intervenire quali acquirenti proprio gli istituti bancari pubblici, evitando così il trasferimento di tali rami a soggetti stranieri e anche la frammentazione proprietaria di imprese che conveniva invece mantenere connesse, perché operanti in un medesimo ambito (giacché cordate formate da più banche avrebbero potuto rilevare più imprese, ponendole sotto il controllo di una società capogruppo appositamente costituita). Finmeccanica, quindi, avrebbe potuto valutare in base a logiche puramente industriali – ovvero senza dovere farsi carico della difesa dell’italianità e della forza complessiva del nostro comparto meccanico – la convenienza della vendita di talune sue controllate: convenienza che sarebbe potuta sussistere nel caso delle aziende meno suscettibili di generare proficue sinergie con le altre, qualora il loro sacrificio avesse consentito di finanziare acquisizioni utili al rafforzamento nei suoi principali ambiti di attività.
Se poi si fosse riusciti a far superare a Finmeccanica la crisi finanziaria degli anni Novanta nel modo descritto, ovvero senza imporle un eccessivo dimagrimento, l’azienda avrebbe potuto evitare quella successiva al 2008, in quanto la permanenza in diversi settori di attività avrebbe consentito alla sua dirigenza di cogliere le occasioni di crescita sussistenti in ognuno di essi, senza dovere necessariamente ricercare nel solo settore militare nuove aziende da acquisire; e comunque la stessa esigenza di inglobare nuove aziende sarebbe risultata meno pressante, non essendovi stato un precedente ridimensionamento cui porre rimedio. Finmeccanica, insomma, avrebbe potuto permettersi di rinunciare a un’acquisizione poco conveniente quale fu quella della DRS.
Trattando delle conseguenze di tale acquisizione, abbiamo accennato al fatto che in anni recenti Finmeccanica ha dovuto effettuare delle ulteriori dismissioni, per rimediare alla grave situazione debitoria in cui era nuovamente venuta a trovarsi. Queste richiedono una trattazione approfondita, in quanto presentano degli aspetti singolari.
Nel 2011 Finmeccanica costituì una nuova società assieme al fondo d'investimenti statunitense First Reserve, la cui partecipazione era pari al 45 per cento del capitale. Tale società rilevò la Ansaldo Energia (uno dei maggiori costruttori di impianti energetici al mondo), per poi venire incorporata in quest’ultima. La somma pagata, pari a 1.073 milioni di euro, venne in parte conferita dagli azionisti della società acquirente (500 milioni, dei quali logicamente il 55 per cento fu versato da Finmeccanica e il 45 dal fondo) e per la parte rimanente fornita da banche con le quali essa si indebitò. Di fatto, fu come se Finmeccanica si fosse procurata 798 milioni (cifra pari ai 1.073 ricavati dalla vendita, meno i 275 pagati in quanto azionista della società acquirente) in parte indebitandosi e in parte cedendo il 45 per cento di Ansaldo Energia al fondo statunitense. Ovviamente, desta qualche perplessità vuoi il ricorso a un’operazione più complicata del necessario, vuoi la pretesa di ripianare i propri debiti contraendone degli altri; sicché in definitiva sembra che il fine preminente di una simile manovra sia stato quello di consentire alla First Reserve di rilevare il 45 per cento di Ansaldo Energia spendendo appena 225 milioni di euro, ovvero una cifra pari al 21 per cento del valore attribuito all’azienda. (N.B.: in verità, l’impegno finanziario del fondo sale a 483 milioni se lo calcoliamo come il 45 per cento della somma versata dalla società acquirente a Finmeccanica; di questa somma, però, 258 milioni costituiscono la quota facente capo al fondo dei debiti contratti dalla società acquirente, debiti che poi furono fatti ricadere su quella rilevata e che pertanto toccò poi alla stessa Ansaldo Energia rifondere, tramite i profitti che generava).
Va pure rilevato che nel 2011, malgrado le sue critiche condizioni finanziarie, Finmeccanica aveva pagato agli azionisti un dividendo di 237 milioni; il che significa che di fatto la privatizzazione in esame risultò funzionale non al risanamento della capogruppo, bensì a finanziare quella distribuzione di utili (dal momento che, in assenza di questa, Finmeccanica avrebbe potuto contare su risorse aggiuntive più che sufficienti a consentirle di fare a meno dell’apporto finanziario di First Reserve). Di tale distribuzione, oltretutto, lo stato italiano beneficiò solo in piccola parte: infatti, dal momento che esso ormai non controllava che il 30 per cento di Finmeccanica, la sua quota di quegli utili corrispose a 69 milioni.
Tale vicenda, inoltre, non si concluse con quel passaggio di proprietà. Nel 2013 il Fondo Strategico Italiano (istituito dalla Cassa Depositi e Prestiti l’anno precedente) rilevò il pacchetto azionario della First Reserve e un altro 40 per cento direttamente da Finmeccanica (accordandosi pure per rilevare in un momento successivo il rimanente 15). Il suo intervento ebbe dunque, nell’immediato, una duplice valenza positiva, consentendo di ridurre ulteriormente l’indebitamento di Finmeccanica e al tempo stesso di riportare in mani nazionali un’azienda operante con successo in un settore ad alta tecnologia. Già nel 2014, però, il fondo statale cedette il 40 per cento di Ansaldo Energia alla cinese Shanghai Electric, ripristinando in sostanza la situazione del 2011. Se da parte governativa vi era stata la convinzione di avere trovato un solido partner industriale, disposto a investire nell’azienda, tale speranza andò poi delusa, in quanto la Shanghai Electric rifiutò di prendere parte a due aumenti di capitale che furono deliberati negli anni successivi al suo ingresso. Ciò ridusse la sua partecipazione al 12 e poi a meno dell’uno per cento, mentre l’azionista pubblico risalì all’88 per cento. Evidentemente, il coinvolgimento dello stato nei comparti industriali ad alta tecnologia era a tal punto necessario da determinarsi, alle volte, persino contro la volontà del ceto politico.
Anche in merito a questi ulteriori passaggi di proprietà vi sono alcuni dati interessanti da sottolineare. Per recuperare il 45 per cento posseduto da First Reserve, che questa aveva pagato 225 milioni, il Fondo Strategico Italiano ne sborsò 387: una differenza difficile da spiegare, considerato anche che i debiti contratti con le banche dalla società acquirente erano ricaduti – in seguito alla sua incorporazione nella Ansaldo Energia – su quest’ultima (e che pertanto il fondo governativo, tramite quell’acquisizione, divenne responsabile del 45 per cento di essi). Inoltre, per il totale delle quote ancora detenute da Finmeccanica (il 40 per cento preso nell’immediato e il 15 da acquisire successivamente) esso si impegnò a pagare una cifra analoga, malgrado la maggiore consistenza di tale pacchetto azionario e malgrado l’ottenimento di quest’ultimo gli avrebbe conferito il pieno controllo dell’azienda. Quando poi il 40 per cento venne rivenduto alla Shanghai Electric, appena un anno più tardi, questa dovette pagare 400 milioni: una cifra più alta, ma che comunque non rifletteva il valore che era stato stimato per l'intera società al momento dell’ingresso del fondo pubblico (1,4 miliardi).
Nel 2015 fu poi decisa la vendita di Ansaldo Breda (produttrice di treni) e Ansaldo STS (attiva nel settore del segnalamento ferroviario) alla giapponese Hitachi. Ansaldo Breda venne pressoché regalata: il guadagno per Finmeccanica consistette nel liberarsi dei suoi debiti (era difatti un’azienda che generava perdite). Ansaldo STS era invece in ottima salute: nel suo ambito di attività costituiva addirittura la più importante azienda al mondo. Finmeccanica possedeva il 40 per cento del suo capitale, quota sufficiente a garantirle il controllo della società; lo cedette interamente in cambio di 773 milioni di euro. Venderla – fu spiegato – servì anche a disfarsi di Ansaldo Breda, in quanto l’acquisto della prima fu vincolato a quello della seconda.
In questo caso sembra che la dirigenza non potesse comportarsi diversamente da come fece, stante l’esigenza di migliorare la situazione finanziaria del gruppo. Va notato però che Ansaldo Breda aveva sì dei seri problemi di efficienza e competitività, che si riflettevano sulla sua redditività (nel solo 2013 aveva perso 277 milioni di euro), ma poteva comunque contare su un contratto per la fornitura di treni alle FS del valore di 1,5 miliardi, che costituiva un’ottima base finanziaria per un suo futuro rilancio. Viene da chiedersi, pertanto, se per renderla appetibile fosse indispensabile offrirla a condizioni tanto favorevoli e abbinare ad essa Ansaldo STS. Si noti, al riguardo, che se la vendita di Ansaldo Breda avesse fruttato degli utili a Finmeccanica questa avrebbe potuto evitare la cessione completa di Ansaldo STS, limitandosi a trasferire a un investitore finanziario una parte delle azioni di cui era ancora in possesso. Questa azienda in floride condizioni avrebbe così continuato, sia pure in misura più limitata rispetto al passato, ad essere per essa una fonte di profitti.
In merito alle necessità finanziarie di Finmeccanica, non va poi dimenticato lo sperpero di 237 milioni da essa compiuto nel 2011 tramite quella distribuzione di dividendi. Come detto, in assenza di quell’uscita la società avrebbe potuto permettersi di non cedere a First Reserve il 45 per cento di Ansaldo Energia; il che però vuol dire che avrebbe potuto essere la stessa Finmeccanica, successivamente, a cederlo al Fondo Strategico Italiano per 387 milioni. Si noti che tale somma equivale esattamente a metà del ricavato della vendita di Ansaldo STS!
In conclusione, anche postulando che queste dismissioni fossero necessarie (ma abbiamo visto che una diversa gestione di Finmeccanica e in generale del patrimonio IRI avrebbe consentito alla prima di non ritrovarsi dopo il 2008 coperta di debiti), dobbiamo comunque rilevare che le medesime sarebbero state effettuabili a condizioni per essa migliori. L’impressione che si ricava dall’insieme di tali vicende, pertanto, è che in quella fase così delicata la dirigenza di Finmeccanica abbia dovuto fare i conti con delle pressioni politiche, e per effetto di esse contemperare l’esigenza del risanamento finanziario dell’azienda con quella del soddisfacimento degli appetiti di soggetti dotati di un’elevata capacità di lobbying. La prima risultò così parzialmente sacrificata, in quanto non fu possibile gestire le dismissioni delle controllate in maniera tale da massimizzare i profitti della controllante; il che vuol dire che per raggiungere lo scopo del risanamento finanziario fu necessario praticare una politica di cessioni più estesa di quella che, altrimenti, sarebbe risultata sufficiente.
Sempre nel 2015 si ebbe, inoltre, la vendita della BredaMenarinibus a una società appositamente costituita (l’Industria Italiana Autobus), partecipata per il 20 per cento dalla stessa Finmeccanica e per l’80 da un gruppo cinese. La medesima società acquisì dalla FIAT la divisione autobus di quest’ultima, di cui l’azienda torinese aveva voluto disfarsi. L’IIA andò incontro a grosse difficoltà economiche, che portarono all’ingresso nel capitale, in sostituzione del partner cinese, di nuovi soci privati (tra i quali un’azienda turca) e anche di Invitalia (una società interamente partecipata dal Ministero dell'economia, deputata a investire in settori reputati strategici): nel 2019 questa ne acquisì il 30 per cento (quota che si aggiunse al 20 per cento ancora detenuto da Finmeccanica). Ancora una volta, dunque, la privatizzazione mancò di assicurare la salvaguardia e il rilancio di un’azienda che la proprietà pubblica aveva avuto difficoltà a gestire, e si rese necessario un nuovo ritorno in forze di quest’ultima. Ciò tuttavia non impedì che l’obiettivo della gestione privata continuasse ad essere perseguito. Nel 2024 è infatti subentrato un nuovo proprietario, l’azienda italiana Seri Industrial, la quale ha subito dato prova della propria affidabilità, impegnandosi con il governo (in sede di trattative) a rilanciare lo stabilimento bolognese della Menarini, salvo poi (ad acquisizione avvenuta) manifestare la volontà di concentrare la produzione in quello avellinese ex-Irisbus.
Due annotazioni finali. La prima: sapete perché Finmeccanica oggi ha un altro nome? Il cambio parve necessario per ragioni di immagine, dopo che due suoi presidenti erano stati indagati (il secondo, nel 2013, addirittura per una vicenda di corruzione internazionale, consistente nel pagamento di tangenti per rendere possibile una fornitura di elicotteri al governo indiano). Le due vicende si conclusero con un’archiviazione e un’assoluzione, ma parve comunque opportuno lasciare cadere nel dimenticatoio il vecchio nome della società. E forse è davvero un bene che sia stato abbandonato, anche se a nostro avviso il motivo giusto per farlo era un altro. Il nome “Finmeccanica” doveva rimanere associato a ciò che ha rappresentato sino agli anni Novanta: una grande azienda pubblica, in grado di rivaleggiare con le maggiori imprese meccaniche europee e la cui attività era orientata a contribuire al progresso materiale del paese. Leonardo è un’altra cosa: un’azienda ancora importante, ma molto ridimensionata rispetto al passato, e posseduta in larga misura da soggetti privati, interessati alla massimizzazione del profitto immediato.
La seconda, inerente proprio l’evoluzione dell’asseto proprietario: ma a voi pare rassicurante che la nostra industria di armamenti sia finita in mani private? Mentre un’azienda pubblica è – almeno in linea di principio – sottoposta al diretto controllo della classe politica, una privata non soltanto è sottratta a tale controllo, ma se è abbastanza grande (e quindi finanziariamente dotata) può essere in grado di instaurare con la sfera politica un rapporto di segno opposto: può essere lei, cioè, a controllare quest’ultima. Una situazione del genere non è mai auspicabile; ma ci pare risulti addirittura allarmante nel caso in cui l’azienda in questione, fabbricando armi, veda dipendere la propria prosperità dalle decisioni che i governanti devono prendere nell’ambito della politica estera e di difesa.
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30/06/2026
«Poveri ma bellici»: il gran pasticcio della discussa corsa al riarmo
«Il caos scoppiato ieri a Bruxelles sul programma di riarmo «Safe» ha messo a nudo un intruglio micidiale di incertezze burocratiche e tensioni politiche che sta dividendo sia la Commissione Europea che il governo italiano, in particolare il ministro della Difesa Guido Crosetto e il titolare dell’Economia Giancarlo Giorgetti». L’accusa del Manifesto è netta e senza scorciatoie. Il Governo, che aveva prenotato 14,9 miliardi nell’agosto 2025, non ne ha ancora deciso l’attivazione. Ora l’Unione europea bottegaia: l’Italia ha ancora «un mese di tempo» per decidere cosa vuole fare dei fondi del programma e poi quel denaro verrà ridistribuito tra gli altri partecipanti. Ma anche sulla difesa, l’Italia litiga in casa.
Cos’è SAFE, Security Action For Europe
Una invenzione politico finanziaria Ue per mettere in campo fino a 150 miliardi in prestiti per l’industria militare (15 ne ha chiesto l’Italia, poi ridotti a 5), ma il faraonico progetto di riarmo appena alla sua nascita sembra sia precipitato in un paradosso in cui nemmeno il commissario agli Affari economici Valdis Dombrovskis ne conosce con esattezza i termini e le scadenze, l’accusa. Interpellato ieri il commissario ha ammesso: «Devo fare un controllo con i colleghi sulla scadenza specifica per questi programmi che sono già in corso di definizione e i Paesi stanno già firmando accordi». Eppure, sul sito ufficiale della Commissione la data limite per quantificare le richieste è fissata al 29 luglio, mentre fonti comunitarie hanno avvertito che senza una firma rapida i 14,9 miliardi ‘opzionati dall’Italia’ verranno indirizzati altrove.
Bruxelles ora preme su Roma
Dombrovskis incerto non sa bene cosa stia accadendo, ma il portavoce Ue Thomas Regnier alza il tiro su Roma: «Il tempo è essenziale. Incoraggiamo tutti gli Stati membri che ancora non l’hanno fatto, compresa l’Italia, a procedere rapidamente alla firma degli accordi di prestito. Perché dobbiamo aiutare l’industria europea della difesa ad aumentare il ritmo». Ed ecco che per il governo nazionale la spinta europea verso l’economia di guerra è un’altra insidia che si aggiunge a Donald Trump che attacca la premier anche sul piano personale con la sua ormai tipica grossolanità maleducata. Ma un contro sono i proclami politici, e altro i conti economici veri. La tenaglia dei rigidi vincoli di finanza pubblica imposti dal patto di stabilità.
Il riarmo diventa ferita politica
Giorgetti chiarisce che, mentre Crosetto spinge per non perdere i prestiti Ue, ogni aumento di spesa strutturale richiede passaggi complessi: «È diverso il tema dell’aumento delle spese della difesa che richiedono uno scostamento di bilancio che non può essere deciso solo dal governo, né dal ministro dell’economia, ma come dice la Costituzione dal parlamento ed è quello che sarà fatto nei prossimi mesi, a settembre presumibilmente». Altro rinvio, scivolando verso ‘data da destinarsi’ e – speranza politica di una parte governativa –, verso l’oblio. Con un colpo di coda ‘scorpionesco’: «Come ministro devo valutare se questi 15 miliardi di Safe come debito costano di più o di meno rispetto al rendimento dei titoli di Stato (Btp). Se costano meno li prendo».
Per i colossi delle armi?
Per i colossi delle armi gli affari continuano anche senza i fondi Ue, sottolinea la stampa internazionale anche per contro della parte italiana del settore. E Leonardo esce allo scoperto con Lorenzo Mariani, nuovo amministratore delegato: «Noi ci tariamo sempre su quello che è il bilancio della difesa e sappiamo che abbiamo determinati progetti già in corso e coperti dai fondi ordinari. Se il Safe sarà qualche cosa in più, sono sicuro che ci saranno dei programmi che potranno essere addirittura anticipati, altrimenti continuiamo sulla linea dei programmi già lanciati. Partendo da Michelangelo Dome».
Spunta il ‘Michelangelo Dome’
Tra fantascienza tecnica e fantapolitica. Michelangelo Dome: «Sistema difensivo che vede la cooperazione di forze di terra, mare, aria, spazio e cybersicurezza interconnessi da satelliti che vengono coordinati da personale militare con il supporto dell’intelligenza artificiale», provano a spiegare, non rassicurando. Proposta Leonardo come sistema di difesa comunitario dell’Unione Europea per operare con ‘la costellazione satellitare IRIS’, con future basi spaziali, con il futuro programma di stazione orbitante europea e il progetto di base lunare permanente in cui Leonardo è direttamente coinvolta.
Fonte
04/06/2026
Le banche italiane investono su Rheinmetall e Leonardo
“Non si chiami ‘difesa’ un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune”. Saranno fischiate le orecchie ad Armin Papperger, amministratore delegato della multinazionale militare tedesca Rheinmetall, dopo che Leone XIV ha detto le cose come stanno? “Che mondo stiamo lasciando?”, ha aggiunto Prevost intervenendo alla Sapienza il 14 maggio.
“Un mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra. Si tratta di un inquinamento della ragione, che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale”. Quarantotto ore prima del discorso all’Università, Papperger, incoronato “miglior Ceo” del 2025 dal sempre ossequioso Economist, era intervenuto all’assemblea dei soci salutando l’avvio della produzione in serie di un sistema di droni kamikaze (FV-014) nello stabilimento di Neuss, vicino a Düsseldorf, un tempo dedicato all’automotive oggi in dismissione. Commesse pubbliche milionarie portano oggi in Europa alla realizzazione non di servizi pubblici essenziali ma di “munizioni circuitanti” in grado di volare in aria fino a 70 minuti per poi lanciarsi contro un bersaglio ed esplodere. Qualcuno ci svegli.
Le scelte pro armamenti della Commissione europea e degli Stati membri continuano a ingigantire il valore dei titoli azionari, tra le altre, di Rheinmetall e Leonardo, e i risparmi dei cittadini ci finiscono sopra. Abbiamo chiesto agli analisti di Profundo l’elenco di chi investe oggi (marzo 2026, tra azioni e bond) sui due campioni europei: per l’Italia troviamo Intesa Sanpaolo (inclusi i veicoli Eurizon, Fideuram), Mediolanum, Fineco, Bper (con Arca Fondi Sgr), Banca popolare di Sondrio (ormai Bper), Anima, Generali, Credito emiliano, Azimut, Banca Sella, Mediobanca, Cassa lombarda, Iccrea – cioè la capogruppo del Gruppo Bcc – e la lista è lunga.
Mentre “noi” investiamo più o meno consapevolmente sul “riarmo” a misura di Papperger, i civili yemeniti restano senza giustizia. Ad aprile, infatti, dopo oltre sei anni di indagini preliminari, l’Ufficio del procuratore della Corte penale internazionale (Cpi) ha fatto sapere che non avvierà alcuna inchiesta sulla responsabilità dei governi europei e delle aziende produttrici di armi in relazione a presunti crimini di guerra commessi in Yemen.
Nel 2019 il Centro europeo per i diritti costituzionali e umani (Ecchr), Mwatana for human rights, Amnesty International, Campaign against arms trade, il Centro Delàs e la Rete italiana pace disarmo, avevano predisposto una documentata “comunicazione congiunta” di 350 pagine con la quale si chiedeva alla Corte di indagare se “soggetti aziendali e governativi” di Germania, Francia, Italia, Spagna e Regno Unito “avessero aiutato e favorito i presunti crimini di guerra commessi dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti in Yemen attraverso la vendita di armi”. Erano stati accertati 26 attacchi aerei effettuati dalla coalizione saudita-emiratina contro case, scuole, mercati, ospedali, musei. Le prove raccolte mostravano l’utilizzo di Eurofighter, Tornado, bombe MK 80, e lungo la filiera si risaliva ad Airbus, BAE Systems, Dassault, Leonardo, Rheinmetall.
“Nonostante casi chiaramente documentati di attacchi indiscriminati e
sproporzionati, le aziende produttrici di quei Paesi hanno continuato a
fornire ai membri della coalizione armi, munizioni e supporto
logistico. Ministri e funzionari governativi hanno facilitato queste
esportazioni concedendo le licenze”, hanno denunciato gli autori della
comunicazione, promotori anche di contenziosi strategici nei singoli
Paesi (Italia inclusa). La Cpi, come detto, ha respinto la comunicazione
senza fornire alcuna spiegazione, circostanza che le organizzazioni
hanno pubblicamente “deplorato” in un duro comunicato dell’11 maggio. Lo
stesso giorno in cui Leonardo ha dato conto della risoluzione
consensuale del rapporto di lavoro con “il prof. Roberto Cingolani” (il
nostro Papperger): 4.483.250 euro di umile buonuscita, nessun “vincolo
di non concorrenza” e i “migliori auguri per un futuro ricco di nuove
soddisfazioni”. Siluramenti d’élite.
Fonte
05/05/2026
Le sirene del riarmo per una Torino in crisi industriale cronica
Sono meno di dieci chilometri in linea d’aria quelli che a Torino separano la “Porta 2”, storico ingresso del fu stabilimento Fiat nel Sud della città, dalla cancellata che circonda la sede da oltre 116mila metri quadrati della Leonardo Spa, in Corso Francia. In questi due luoghi si “vedono” localmente tante dinamiche che si osservano anche su scala globale.
Il capoluogo piemontese, simbolo della crisi dell’automotive e del rilancio del settore militare, è un punto di osservazione privilegiato per analizzare gli effetti quotidiani del declino produttivo sul tessuto sociale e per studiare come quel “pubblico” svuotato di risorse provi a stringere alleanze con il privato per sopravvivere. Ma è anche un territorio che subisce decisioni prese a centinaia di chilometri di distanza. C’è tutto questo, oggi, nella città che vive una crisi industriale senza precedenti.
Oltre quella “Porta 2” dello stabilimento di Mirafiori la situazione è infatti drammatica. Dalla fusione tra Peugeot société anonyme (Psa) e Fca in Stellantis del 2021 le fuoriuscite di personale sono state più di seimila con bonus fino ai 100mila euro lasciando in attività poco più di 12mila lavoratori e lavoratrici, di cui circa 5.500 impiegati. Lo stesso vale per l’indotto: si stima in vent’anni un crollo di 30mila lavoratori solo per il settore meccanico. “La fine è vicina: se Stellantis non annuncerà la produzione di nuovi modelli in meno di due anni servirà di nuovo la cassa integrazione”, spiega Gianni Mannori, sindacalista della Fiom Cgil. In poco più di cinquant’anni il cuore industriale del capoluogo piemontese ha ridotto dell’80% le persone impiegate rispetto al picco di 60mila operai del 1971.
Ma non è l’unica strategia messa in atto da Exor Nv, società della famiglia Agnelli e socia di riferimento di Stellantis, che ha avuto impatto sul territorio. A metà luglio 2025 il colosso di diritto olandese ha venduto per 3,8 miliardi di euro la divisione veicoli di Iveco Group, che vede attivi a Torino oltre seimila dipendenti, all’indiana Tata Motors. Il loro posto è “salvo” per due anni – l’accordo di vendita prevede per questo periodo il divieto di riorganizzazione aziendale – ma il futuro è incerto. Ed è in questo contesto che il presente in città ha un nome ben identificabile: Leonardo, che conta in totale quattromila addetti divisi tra i 2.200 nella sede di Caselle e i restanti nello stabilimento cittadino di Corso Francia.
A questi si aggiungono, secondo i dati comunicati dalla società stessa ad Altreconomia, 1.200 dipendenti a Cameri (NO) e circa 1.100 addetti di Thales Alenia Space (joint venture tra Leonardo e la società francese Thales Sa che opera nel settore spaziale), mentre non è noto quanti siano gli impiegati diretti di Mbda Spa, uno dei più importanti consorzi europei che costruisce missili e tecnologie per la difesa di cui Leonardo detiene il 25% della proprietà insieme ad Airbus e Bae systems. Proprio da Mbda arriva il nuovo amministratore delegato Lorenzo Mariani, al posto di Roberto Cingolani.
Per quanto riguarda l’impatto territoriale Leonardo stima per il Piemonte 400 piccole e medie imprese coinvolte nella produzione, per un totale di 14.500 addetti tra diretti, indiretti e indotto. Tra gennaio 2024 e agosto 2025 Leonardo ha assunto in Piemonte 766 persone, di cui 395 laureati (per la grande maggioranza in discipline Stem, ovvero scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), mentre i restanti sono “in larga parte profili sperimentati grazie alla collaborazione strutturata con gli istituti tecnici del territorio piemontese”, tecnici ad alta e altissima specializzazione. La “presa” della società sui giovani è forte.
“Garantiscono stipendi iniziali altissimi per fidelizzarli e questo ha creato, tra l’altro, malcontento anche tra chi ha una certa anzianità”, racconta un lavoratore dell’azienda che preferisce mantenere l’anonimato. Fidelizzazione che sembra essere comunque necessaria: Leonardo ci ha infatti comunicato che, tra il 2024 e il 2025 (al 31 dicembre), gli addetti erano aumentati di 400 unità ma le assunzioni in 20 mesi sono quasi il doppio.
“C’è una narrazione che sta cercando di convincere la città che l’aerospazio e il militare possano sostituire l’industria dell’automotive. Combattiamo questa disinformazione perché non è vero e questi numeri lo dimostrano”, ha sottolineato Ugo Bolognesi, responsabile della Fiom Torino, durante un dibattito pubblico svoltosi nel capoluogo lo scorso 9 aprile presso il Centro studi Sereno Regis, in cui rappresentanti della politica, dei sindacati e delle Università si sono confrontati proprio sul tema della produzione di armi in città.
Il sito di Caselle, a circa 20 chilometri da Torino, “si è evoluto in un vero e proprio centro di ingegneria, ricerca e sviluppo” ed è il luogo dove “si sta costruendo il futuro delle tecnologie aeronautiche di nuova generazione”. Leonardo cita nei dati comunicati ad Altreconomia il Global combat air programme (Gcap), un programma multinazionale congiunto tra Italia, Regno Unito e Giappone per sviluppare entro il 2035 un nuovo caccia e il “Clean Sky” che mira a ridurre gli impatti ambientali dell’aviazione.
Dal punto di vista ingegneristico nel polo di Caselle la società rivendica una produzione di 125 Eurofighter, oltre a 650 semi-ali dello stesso velivolo, a cui si aggiungono 90 C-27J Spartan (aereo da trasporto tattico) e 21 velivoli Atr special mission per clienti nazionali e internazionali. E poi più di 80 sistemi Atos (Airborne tactical observation system) venduti in dieci Paesi per supportare operazioni militari e di sicurezza nazionale.
Cameri è invece il “fulcro della partecipazione italiana al programma F-35, essendo stato scelto da Lockheed Martin, società statunitense leader nel settore della Difesa, come unica linea di assemblaggio e di collaudo finale in Europa e come centro per le attività di manutenzione, revisione e aggiornamento (Mro&U) dei velivoli F-35 destinati a operare nell’area mediterranea/europea”. Nei 124mila metri quadrati dello stabilimento novarese, che presto diventeranno quasi 180mila, si producono 18 velivoli F-35 e 55 assiemi ala (ovvero, tutte le parti che compongono l’ala di un velivolo) della versione F-35A all’anno: in totale sono già stati consegnati 75 velivoli, realizzate duemila parti di ali industrializzate e più di 300 ali complete.
Queste forniture sono proprio il punto in cui il globale si incrocia con il locale a Torino. “Quando da dentro lo stabilimento vedevo i manifestanti lanciare addosso alle nostre macchine i fumogeni, mi sono chiesto che cosa stessi facendo”, racconta un altro lavoratore di Leonardo – che sceglie l’anonimato –, ricordando il pomeriggio del 3 ottobre 2025 quando durante una manifestazione per la Palestina alcuni attivisti hanno lanciato contro lo stabilimento di Corso Francia pietre e fumogeni. “Spesso non ci rendiamo neanche conto del prodotto finale – aggiunge, in linea con quanto già riportato da un altri dipendenti dell’azienda ad Altreconomia – ma certo vedere rappresentanti delle aziende militari israeliane che facevano avanti e indietro dallo stabilimento per attività di manutenzione sui caccia mi ha fatto riflettere”. Secondo entrambi i lavoratori il tema della mancata interruzione delle collaborazioni con Israele non trova dal punto di vista numerico grande seguito all’interno dell’azienda, soprattutto tra i neoassunti.
C’è poi il capitolo ricerca e sviluppo. Leonardo ha comunicato ad Altreconomia che gli investimenti della società in questo settore rappresentano quasi il 10% della spesa totale in ricerca delle imprese sul territorio, per un totale di 232 milioni di euro (dati al 2021).
“L’azienda è impegnata in Piemonte nello sviluppo di nuove tecnologie abilitanti per la crescita e la competitività del settore aerospazio e Difesa, anche attraverso collaborazioni con le principali realtà del mondo della formazione accademica e della ricerca, a partire dal Politecnico e dall’Università di Torino, l’Istituto tecnico superiore Aerospazio Piemonte e il Competence center per il manufacturing avanzato Cim 4.0, il distretto Aerospaziale Piemonte e la Fondazione AI4I”. Il Cim 4.0 è un centro promosso dal ministero delle Imprese e del Made in Italy che si occupa di trasformazione tecnologica, mentre la Fondazione AI4I gestisce a Torino il Centro italiano per l’intelligenza artificiale, anche grazie al contributo di 20 milioni di euro l’anno dal ministero dell’Economia.
A questo si aggiungono anche i “Leonardo innovation labs”, situati nelle Officine grandi riparazioni (Ogr) dietro la stazione di Porta Susa, incubatori tecnologici che “supportano trasversalmente l’ingegneria delle aree di business di Leonardo nella ricerca e sviluppo delle tecnologie di frontiera”. Infine presso lo stabilimento di Corso Francia è stato sviluppato il “fiore all’occhiello della Leonardo Hi-Tech”: il Product capability and concept laboratory (Pc2Lab), un luogo “dove, grazie all’utilizzo dei cosiddetti ‘gemelli digitali’ (in inglese, digital twins) e sofisticate sperimentazioni algoritmiche all’interno di scenari operativi simulati, è possibile controllare il complesso processo di sviluppo dei sistemi aerei di futura generazione e svilupparne caratteristiche e configurazioni ben prima che possano essere sperimentati in volo”.
In questo contesto la relazione con il mondo universitario ricopre sicuramente un aspetto centrale, soprattutto con il Politecnico di Torino su cui però la multinazionale nega informazioni dettagliate: “Non è disponibile un dato pubblico consolidato sul numero complessivo dei singoli progetti attivi né sul valore economico totale delle commesse, che varia nel tempo in funzione dei programmi”. L’assenza di trasparenza continua.
Intanto l’apice della collaborazione pubblico-privato troverà casa nella Città dell’Aerospazio. Le informazioni sono scarse e frammentate ma i lavori sono in ritardo rispetto alla tabella di marcia. Corso Francia è però pronto ad accogliere un luogo in cui, grazie a Regione e Comune, l’Ateneo e Leonardo diventeranno coinquilini. “Un cambio di paradigma importante non solo per gli enti coinvolti ma per la città intera – sottolinea il geografo Michele Lancione, professore del Politecnico di Torino –. Viene creato uno spazio fisico e relazionale in cui far funzionare una dimensione ‘politica’ prima ancora che industriale: si costruisce il sapere da utilizzare e mettere al servizio di un’economia piegata al militare”.
Leonardo dichiara che “dopo aver registrato 20mila nuove assunzioni tra il 2023 e il 2025” prevede in Italia tra quest’anno e il 2030 “28mila nuovi ingressi di cui il 55% giovani under30, il 70% profili Stem e il 30% donne”. Non è noto, invece, il dato specifico sulle assunzioni che interesseranno Torino. Intanto il cardinale Roberto Repole, vescovo di Torino, in occasione del primo maggio ha indirizzato una lettera aperta alla città. “Dobbiamo fermarci e riflettere se sia umano darci tanto da fare per attrarre e sviluppare fabbriche di armi – si legge –. So che si preferisce parlare di industria della Difesa ma è inutile girarci attorno: il mercato degli ordigni di morte sta fiorendo e sta distribuendo ricchi profitti agli azionisti solo perché le armi vengono usate in altre parti del mondo per uccidere e devastare. Credo che non possiamo cercare la vita con una mano e toglierla con l’altra, non possiamo disgiungere pace e lavoro. Vogliamo affidare alla guerra le speranze del nostro territorio?”.
Il 9 agosto 1956 il caccia Fiat G-91, prodotto dall’azienda aeronautica italiana Fiat Aviazione (divenuta poi Aeritalia), decollava per la prima volta dall’aeroporto di Caselle Torinese. Settant’anni dopo quel luogo si candida a diventare nuovamente crocevia centrale della produzione militare.
20/12/2025
La crescita di Leonardo SpA non è una soluzione, ma parte del problema
Da Mosca a Roma in tre minuti arriva un missile non ipersonico balistico che porta più di una testata nucleare. Per riconoscere la minaccia e valutarla ci vogliono 12 minuti, neanche il tempo di salutare i familiari... Ho paura come padre di tre figli, come cittadino, come europeo”.
Questo è un estratto dalle ultime farneticazioni apocalittiche di Roberto Cingolani, l’ad di Leonardo.
Cingolani, dopo una carriera accademica come ricercatore e professore universitario, è diventato man mano uno dei più potenti lobbisti della Difesa e dei più spericolati trasformisti in circolazione: appena 3 anni fa era ministro della Transizione ecologica (benedetto anche da Grillo) nel governissimo tecnopolitico dell’ammucchiata Draghiana.
Da un paio d’anni è l’ad di Leonardo SpA e Senior Board Director del NATO Innovation Fund (perfino nel PD si levarono critiche su questa nomina).
Peccato che sia stato recentemente calcolato che il riarmo folle della Nato produrrà in media un aumento di 200 milioni di tonnellate di emissioni l’anno. No problem, dalla “green economy” alla “war economy”, per il Nostro, è stato un attimo.
L’acrobatico ex ministro ora lavora per la “transizione bellica” dell’economia perché ha capito che garantisce extraprofitti molto più alti di quella green e poi chissà, potrà sempre lanciare i “cingolati elettrici di Cingolani” per ricomporre le sue divergenti passioni.
Ma il dramma è un altro e riguarda il cortocircuito perverso che si è instaurato tra l’attuale irresistibile propulsione speculativa e finanziaria del riarmo e le complicate manovre con cui Trump e Putin stanno cercando di trovare un compromesso negoziale, nonostante l’ostruzionismo europeo, per porre fine all’immane carneficina di questa sporca guerra (si parla di 1.600.000 giovani militari uccisi in 4 anni).
Ebbene 3 settimane fa fu sufficiente l’annuncio del piano di pace americano che il titolo di Leonardo perse il 4% del suo valore a Piazza Affari. A quel punto i “No Pax” di Leonardo si sono attivati e hanno rilanciato una “strategia della tensione” sia sul piano della comunicazione alzando i toni apocalittici sulla guerra imminente e sulla incombente invasione russa, sia in termini di trattative e accordi commerciali con Kiev sulla coproduzione di armi.
Il ministro degli esteri ucraino Sibiha in visita in Italia con Zelensky ha confermato esplicitamente che Kiev vuole avviare una coproduzione di droni con l’azienda italiana: “Sì, siamo pronti a coprodurre, condividendo esperienza e tecnologie con l’Italia”, ha dichiarato. “La cooperazione industriale deve essere un vantaggio per entrambi”. E sottolinea come per Kiev sia strategico “diversificare” la produzione militare all’interno dell’Europa.
Il tema sarebbe già stato affrontato nel bilaterale tra Zelensky e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Tra le ipotesi sul tavolo c’è anche quella di “localizzare parte della produzione direttamente in Italia”. In una intervista al Messaggero, dopo aver confermato la trattativa in corso, il ministro aggiunge: “I prodotti possono essere testati sul campo di battaglia, questo garantisce qualità”.
Musica per le orecchie di Leonardo ma anche di Rutte, Ursula, Kallas e degli eurovolenterosi-per-la-guerra.
In pratica Leonardo SpA finanziariamente cresce quando il clima di tensione bellica viene artatamente surriscaldato, quando i falchi di Nato e UE alzano il livello dell’allarmismo emergenziale e delle loro provocazioni (come i continui “prepariamoci alla guerra”, l’ipotesi degli “attacchi preventivi” di Cavo Dragone o i “piani segreti” antirussi della Germania lasciati trapelare) o quando evocano attacchi imminenti del nemico russo (“siamo il prossimo bersaglio”, “dopo l’Ucraina Putin punterà ai paesi dell’Est Europa e infine colpirà noi”).
Viceversa Leonardo SpA decresce quando ci si avvicina alla pace, quando progrediscono i tavoli negoziali, quando sembra si concretizzi un accordo o si possa finalmente raggiungere un compromesso.
Questa logica infame vale per tutte le aziende del settore attualmente in piena euforia speculativa e furia produttiva. La differenza da altre multinazionali degli armamenti sta nel fatto che Leonardo è un’azienda a controllo pubblico, di cui lo Stato italiano è il principale azionista (e dunque il governo, lo stesso in cui l’ex consulente di Leonardo Crosetto è ministro della Difesa).
Dunque nel suo caso lo slancio produttivo in ambito tecnologico-militare viene incentivato dai colossali ordinativi di Stato, ovvero grazie alla più imponente operazione di esproprio di denaro pubblico e drenaggio di risorse dal welfare al warfare che si ricordi in Italia dalla nascita della Repubblica.
Eppure – contrariamente a quanto martellato dalla litania propagandistica sulla “deterrenza” – questo investimento al netto degli extraprofitti che garantisce agli azionisti dell’azienda e ai suoi manager produrrà – in concorso con lo sforzo produttivo generale del settore europeo e americano – solo un aumento della instabilità generale, un ulteriore controriarmo della Russia (e della Cina), una percezione comune sempre più alta del pericolo di guerra con tutti i contraccolpi economici sul livello dei consumi e del congelamento di risparmi che ogni clima di terrore e di guerra fredda porta con sé (che innescherà ulteriore calo della domanda, + recessione, aumento dei prezzi, + depauperamento dei ceti medio-bassi e quindi – secondo il più classico dei circoli viziosi – ulteriore necessità di drogare il sistema economico con “terapie anticicliche” garantite da un riarmo costante e crescente che – come la storia insegna – avvicinerà sempre di più la prospettiva della guerra calda).
E non sto a parlarvi della complicità di Leonardo con il business del genocidio palestinese e della distruzione di Gaza perché questo collegamento lo ha già chiarito Francesca Albanese con accuse mirate, circostanziate e documentate.
Ora capite perché Leonardo non è quel fiore all’occhiello dell’industria italiana che viene decantato da molti in Italia (e perfino da Ursula Bomber Leyen qualche tempo fa a proposito dei benefici economico-produttivi del piano di riarmo per l’Italia) ma uno dei cancri del nostro Paese?
Fonte
07/12/2025
Giochi di guerra italiani nel deserto del Qatar
Il 20 novembre scorso si sé conclusa presso il poligono di Al Qalayil l’esercitazione militare internazionale “Ferocious Falcon 6”, condotta dal ministero della Difesa italiano con personale di Esercito, Marina, Aeronautica e Arma dei Carabinieri, insieme alle forze armate di Francia, Gran Bretagna, Qatar, Stati Uniti e Turchia.
“Giunta alla sesta edizione, l’esercitazione è stata organizzata dalle autorità militari del Qatar e, per l’Italia, dal Comando Operativo di Vertice Interforze (COVI)”, spiega lo Stato Maggiore della Difesa. “L’obiettivo è stato quello di incrementare l’integrazione, l’interoperabilità e la capacità di risposta congiunta nell’area del Golfo”.
I war games sono consistiti in operazioni di “integrazione dei posti di comando” e attività addestrative a fuoco. Nello specifico, uomini e mezzi della Brigata Meccanizzata “Aosta” (con comando e sede in Sicilia) hanno svolto esercitazioni di combattimento in ambiente desertico, con l’impiego di piattaforme terrestri di nuova generazione. In parallelo, l’Aeronautica Militare ha simulato attacchi impiegando i cacciabombardieri “Eurofighter” e i grandi aerei cargo KC-767A per il rifornimento in volo.
“Ferocious Falcon 6” si è conclusa con un seminario internazionale dedicato alle principali sfide militari contemporanee; gli ufficiali italiani sono intervenuti nel panel sulla Guerra Elettronica, “illustrando gli strumenti per la protezione dello spettro elettromagnetico”.
Alla giornata finale erano presenti i vertici delle forze armate qatarine e le delegazioni militari dei Paesi partecipanti (per l’Italia il vicecomandante del COVI, l’ammiraglio Giacinto Sciandra). Ospite d’onore il ministro della Difesa Guido Crosetto, in visita ufficiale in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti per rafforzare la cooperazione nel settore militare.
A Doha, Crosetto ha incontrato lo sceicco Saoud bin Abdulrahman Al Thani, vice premier e ministro della Difesa del Qatar.
“Il Qatar è un mediatore che ha svolto un ruolo di primo piano nella crisi di Gaza e sta attualmente mediando in altre crisi, confermandosi un partner capace e affidabile nei processi di dialogo e di de-escalation, in grado di fornire un contributo significativo alla stabilità regionale”, ha enfatizzato Guido Crosetto a conclusione del meeting con Al Thani. “È emersa una comune volontà di consolidare i già profondi legami di amicizia, di lavorare insieme per la pace in Medio Oriente e di rafforzare l’eccellente cooperazione in corso tra le nostre forze armate e l’industria della difesa”.
Ancora più complessa l’esercitazione bilaterale “NASR 2025” condotta nelle prime due settimane di novembre dall’Esercito Italiano e dalle Qatar Emiri Land Forces, ancora una volta nel poligono desertico di Al Qalayil.
La “NASR 2025”, sotto la supervisione dello Stato Maggiore dell’Esercito, ha visto la partecipazione di oltre 500 militari della Brigata Meccanizzata “Aosta” e di altri reparti provenienti da tutta Italia.
“L’attività addestrativa è culminata con un’esercitazione di Gruppo Tattico pluriarma in un contesto warfighting a guida 6° Reggimento bersaglieri, con l’impiego delle nuove piattaforme blindo “Centauro 2” del 6° Reggimento Lancieri di “Aosta”, col supporto di fuoco dei Reggimenti di Artiglieria 8° “Pasubio” e 52° “Torino”, del 4° Guastatori e 6° Pionieri, del 185° Reggimento Paracadutisti e degli aeromobili a pilotaggio remoto (droni) del 3° Reggimento Supporto Targeting “Bondone””, riporta in nota lo Stato Maggiore dell’Esercito.
I war games con le forze terrestri dell’Emirato sono state un’importante occasione per testare e proporre al florido mercato del Medio Oriente alcuni dei nuovi sistemi d’arma prodotti dalle aziende leader del comparto militare industriale nazionale.
“Durante tutto il periodo di permanenza in Qatar è stata condotta, a cura del Comando Valutazione e Innovazione dell’Esercito (COMVIE), un’intensa attività di sperimentazione sul campo di una serie di tecnologie attualmente ritenute di forte interesse per l’incremento delle capacità operative della Forza Armata”, spiegano i vertici dell’Esercito.
In particolare, in occasione delle esercitazioni a fuoco sono stati impiegati, oltre ai blindo da combattimento 8×8 “Centauro 2” del Consorzio CIO (IVECO-Oto Melara), i nuovi munizionamenti di artiglieria a lunga gittata per obici da 155mm “Vulcano”, prodotti negli stabilimenti di Leonardo SpA. “Organizzata dal IV Reparto Logistico dell’Esercito, l’attività di validazione ha messo in luce l’efficacia del munizionamento, che può attingere obiettivi posti a oltre settanta chilometri di distanza”, aggiunge lo Stato Maggiore. “Nella versione a guida GPS a lungo raggio, il “Vulcano” ha messo in evidenza l’eccezionale precisione sui punti determinati da un Team di Forze Speciali del 185° Reggimento Acquisizione Obiettivi”.
In occasione di “NASR 2025” sono stati massicciamente impiegati pure i nuovi obici semoventi PZH 2000 da 155/52mm, che l’Esercito italiano ha acquistato dal consorzio tedesco formato dalle aziende Krauss-Maffei Weggmann e Rheinmetall. Verificata sul campo di battaglia anche “l’efficacia” dello scambio rapido delle informazioni e l’integrazione dei sistemi di Comando e Controllo (C2) e di gestione del fuoco di diversa tipologia, schierati in Qatar, a Bracciano (Roma) e nel poligono di Monte Romano (Viterbo), grazie ai collegamenti satellitari digitali realizzati dal 2° Reggimento Trasmissioni Alpino di stanza a Bolzano.
Anche la Marina Militare italiana ha rafforzato la propria presenza in Qatar nel corso dell’ultimo anno. A metà giugno, la fregata missilistica “Antonio Marceglia” (unità del progetto multi-missione italo-francese FREMM, realizzata da Fincantieri SpA) ha effettuato una sosta tecnico-logistica nel porto di Doha. “L’importanza di questo passaggio in Qatar è cruciale: tra i Paesi europei, l’Italia è il primo partner commerciale dell’emirato, dove le aziende tricolori sono protagoniste da tempo”, scrive con malcelata enfasi lo Stato Maggiore della Marina.
La sosta nella capitale qatarina si è rivelata strategica per promuovere obici e cannoni navali, sistemi radar e tecnologie elettroniche Made in Italy. “Questa nave è ambasciatrice di tecnologia, know how, eccellenza del Sistema-Paese Italia”, ha dichiarato Paolo Toschi, ambasciatore d’Italia in Qatar, in visita alla fregata missilistica. “Il confronto tra il mondo militare italiano e quello qatariano è una costante della crescita del legame fra i due Paesi, con un percorso unito di interscambi, esercitazioni, confronti, programmi educativi e, naturalmente, progetti industriali di rilievo”.
A marzo 2025 era stata un’altra fregata multi-missione FREMM – la “Luigi Rizzo” – ad approdare a Doha. “La sosta di Nave Rizzo è un’importante occasione per favorire lo scambio di esperienze, rafforzare i legami istituzionali e promuovere un dialogo costruttivo sui temi della difesa e della sicurezza”, riportava con l’immancabile enfasi il Comando della Marina Militare italiana. “La presenza della Fregata in Qatar è parte delle attività di cooperazione internazionale della Difesa. L’obiettivo è rafforzare la sinergia con le forze armate del Qatar nelle operazioni di sicurezza marittima, con particolare attenzione alla protezione delle rotte commerciali e alla stabilità regionale”.
Fonte
25/10/2025
Il GCAP come pilastro del ‘Preserving Peace’. La UE delinea la Difesa Europea
Con il via libera dato dalla commissione Esteri del Senato al progetto per il caccia di sesta generazione GCAP, Leonardo esulta e si frega le mani pensando ai profitti futuri. Ma il ruolo che l’azienda di piazza Monte Grappa vuole giocarsi è quello di fulcro della futura Difesa Europea, e il progetto del GCAP si inserisce perfettamente nel salto di qualità che su questo versante vuole fare Bruxelles.
Per capire questo processo, bisogna guardare alla presentazione di ‘Preserving Peace’, il nuovo nome dato al ReArm Europe dopo che i paladini dei ‘valori occidentali’ sono andati a controllare e tra di essi non ci hanno trovato, probabilmente con sorpresa, la guerra.
Pochi giorni fa il commissario europeo alla Difesa, Andrius Kubilius, presentando la roadmap per l’attuazione del programma Readiness 2030, ha chiarito che si prevede che “noi europei investiremo entro il 2035 circa 6.800 miliardi di euro nel comparto militare, con il 50% che confluirà nell’acquisto di armamenti: sarà un vero big bang finanziario”. Il totale è calcolato comprendendo i bilanci nazionali (che faranno il più) e i fondi europei.
Ovviamente, “centrare i target Nato”, come ha detto Kubilius, è il primo obiettivo. Ma considerato che per l’anno in scorso si stima che il totale delle spese militari UE sarà di poco sotto ai 400 miliardi – già quasi raddoppiate rispetto al 2021 – basta poco a fare il calcolo: anche considerando il 2025, ci sono migliaia di miliardi in più che serviranno a rendere la UE una potenza militare, e se il nodo è sempre stato quello delle sovrapposizioni e duplicazione nell’industria bellica, Bruxelles cerca attivamente soluzioni.
Una di quelle chiaramente indicate da Preserving Peace è dare impulso alla costruzione di una difesa europea a partire dai settori in cui mancano precedenti. Oltre a promuovere investimenti congiunti, il rafforzamento delle capacità di mobilità militare e delle supply chains, i 4 pilastri della futura Difesa Europea vengono indicati in: Eastern Flank Watch, European Drone Defence Initiative, European Air Shield, European Space Shield.
Il primo pilastro è una sorta di sistema di sorveglianza e difesa contro varie minacce, tra cui quelle ibride, in cui sarà fondamentale il muro anti-droni di cui ha parlato a più riprese von der Leyen, e che dovrebbe essere probabilmente integrato anche con le difese ucraine. Lo scudo aereo è invece il settore in cui è chiaro che il nuovo GCAP, la “portaerei che sta in cielo” come l’ha definito Cingolani, ha le carte per assurgere a elemento centrale dell’autonomia operativa della Difesa Europea.
La vicepresidente della Commissione UE per la sovranità tecnologica, Henna Virkkunen, ha affermato: “vogliamo creare uno scudo aereo e missilistico multilivello che protegga da tutte le minacce”. Il GCAP potrebbe dunque affiancare perfettamente la European Sky Shield Initiative (ESSI), avviata nell’ottobre 2022. Il progetto raccoglie ormai 24 paesi (non solo UE e NATO) per lo sviluppo di uno scudo missilistico che, tra i vari sistemi, potrebbe utilizzare anche i missili israelo-statunitensi Arrow.
Un segnale ulteriore di come il riarmo europeo, la costruzione di una Difesa Europea e il sostegno al progetto suprematista sionista non possano essere scissi, come del resto non sono scissi gli interessi di Leonardo dall’economia del genocidio messa in evidenza da Francesca Albanese. Infine, Cingolani&Co hanno grandi progetti anche per quanto riguarda lo European Space Shield.
Infatti, è stato appena dato il via libera anche al progetto Bromo, che unisce Leonardo, Thales e Airbus nella definizione, entro 18 mesi, di un nuovo soggetto industriale destinato a diventare il polo principale dell’industria spaziale europea e di uno “spazio europeo della difesa”. La produzione di satelliti civili ma anche militari, inoltre, è stata indicata anche come strada per competere con Starlink di Elon Musk.
Tirando le fila, ciò che di comune accordo maggioranza e opposizione hanno votato al Senato non è solo un progetto militare, non è solo una voce di spesa che continua ad aumentare e si prospetta un pozzo senza fondo, ma è anche un elemento centrale del programma di elevazione della UE a potenza militare (a cui i pentastellati non hanno mai detto no, e per questo si sono astenuti), capace di far valere i propri interessi con la forza nella competizione globale.
Tutto fuorché una prospettiva di ‘preservazione della pace’, quanto piuttosto l’ultima opportunità per l’imperialismo europeo di contare ancora qualcosa. Per questo riarmo e Difesa Europea vanno combattute all’unisono, così come i vincoli UE e quelli della NATO, il sostegno al sionismo e il posizionamento internazionale di Bruxelles e Roma.
Fonte
24/10/2025
Maggioranza e opposizione unite. Vola il nuovo tassello del riarmo europeo
È proprio questo allineamento strategico sulla difesa europea che ha permesso a Fratelli d’Italia e PD di trovare un’intesa sulla risoluzione da votare. Le integrazioni proposte dal senatore democratico Alessandro Alfieri sono finalizzate a due cose: informare il Parlamento dello stato di avanzamento del progetto e informare le commissioni nel caso di utilizzo di fondi europei o SAFE, con i quali deve essere anche rispettata la clausola di preferenza per l’acquisto del 65% dei componenti da produttori europei.
In pratica, è il PD che rafforza questa tendenza alla trasformazione definitiva del modello europeo in un modello armato, e per questo, alla fine, il Movimento 5 Stelle si è semplicemente astenuto. Nonostante le capriole sul proprio posizionamento pubblico intorno a quello che era il ReArm Europe, i pentastellati hanno sempre sostenuto la difesa comune e la proiezione militare della UE. Per questo, pur volendo cercare di distinguersi, non possono votare contro questo programma che ha un valore strategico sostanziale.
Più che un semplice caccia, il GCAP è un “Combat Air System”, capace di operare sia con equipaggio che senza, la cui funzionalità si proietta su cinque domini operativi (terra, mare, aria, cyber e spazio) e destinato a svolgere ruoli strategici (controllo aereo, sorveglianza e attacco). Allo sviluppo del progetto partecipano, oltre all’Italia, anche il Regno Unito e il Giappone (e forse l'Arabia Saudita).
L’idea del GCAP è partita alla fine del 2023, con l’alleanza tra Leonardo, Bae Systems e Mitsubishi Heavy Industries: un triangolo tra uno dei campioni UE del settore militare e altri omologhi del Regno Unito, altra principale potenza NATO europea ma fuori dall’UE, e del Sol Levante, fondamentale sponda nel Pacifico per lo scontro a lungo termine con la Cina.
In un progetto del genere si nota immediatamente l’assetto ‘geopolitico’, ma è chiaro anche l’interesse per lo sviluppo di una piattaforma aerea di ultima generazione, di cui la tecnologia e il software non sarebbe in mano a Washington, come per gli F-35. La risoluzione parla infatti di una “nuova ottica di partnership e rafforzamento dei rapporti con i fornitori strategici, accorciando la catena di approvvigionamento e rafforzando l’autonomia strategica europea”, e di “favorire la realizzazione di cluster tecnologici”.
Un passo avanti non di poco conto nella definizione del complesso militare-industriale europeo, seppur dentro la cornice atlantica. L’amministratore delegato di Leonardo, Roberto Cingolani, alla fine del 2024 aveva parlato del GCAP come di un caccia stealth con il quale si potrà controllare da remoto una flotta di droni senza pilota: l’aveva definita una “portaerei che sta in cielo”. Per un progetto così, però, servono molti soldi, oltre che molte competenze.
E qui arrivano i primi scostamenti dubbi con quanto votato dal Senato. Per Cingolani, i costi previsti per lo sviluppo del software e dei droni si aggirano sui 100 miliardi di euro – e per questo i sauditi sarebbero i benvenuti. Nella risoluzione proposta da Roberto Menia, di Fratelli d’Italia, si parla di un investimento totale dei tre paesi intorno ai 50 miliardi di euro... anche se la cifra definitiva non è “ancora quantificabile con precisione a questo livello di attuazione”.
Viene insomma lasciata una porta aperta a un aumento esponenziale delle spese, che verranno giustificate con la necessità di ‘difendersi’ da minacce create ad arte. Del resto, l’impegno italiano nel GCAP è già lievitato: nel Documento programmatico pluriennale della Difesa 2025-27 il finanziamento italiano sarà di 9,6 miliardi entro il 2035. Nello stesso documento, stilato per il triennio 2024-26, tale importo era indicato in 8,9 miliardi fino al 2050.
Un aumento delle spese militari che farà felice il complesso militare-industriale europeo, Leonardo in primis. E a cui, sulla carta, il M5S aveva detto di opporsi, eppure in questo caso si è solo astenuto: è la contraddizione per cui non si può essere per la difesa comune e contro il riarmo, poiché questi due percorsi vanno necessariamente insieme.
E allora ciò significa che, chi vuole un’alternativa a questo modello instradato verso la guerra, innanzitutto deve percorre una strada di indipendenza dal centrodestra e dal campo largo. L’assemblea del 25 ottobre al Cinema Aquila, a Roma, sicuramente intende mettersi su questo percorso.
E deve poi opporsi con nettezza a tutte le forme di incremento delle spese militari e di Difesa Europea, alla conversione verso un’economia di guerra come soluzione alla crisi industriale, e promuovere invece la lotta ai vincoli UE e NATO. A partire dalla prossima legge di bilancio, che li esprime in ogni sua riga.
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16/10/2025
Genova - Al Comune centro-sinistra e destra votano insieme contro gli studenti e per la Leonardo
Il centrosinistra ancora una volta ha scelto di piegarsi al “pragmatismo politico” rinunciando a ogni forma di opposizione reale.
La prima mozione, che esprime “solidarietà al Magnifico Rettore dell’Università di Genova”, si inserisce in un clima repressivo contro le mobilitazioni studentesche che, con coraggio, hanno denunciato il ruolo dell’Università nel sostenere progetti bellici e collaborazioni con aziende come Leonardo.
Invece di aprire un dibattito sul merito delle denunce, il Consiglio ha scelto di criminalizzare il dissenso. La seconda mozione chiede il reintegro della Fondazione Leonardo come sponsor del Festival della Scienza dopo che era stata estromessa a seguito delle proteste per il suo coinvolgimento nella produzione bellica.
Il centrodestra, con il sostegno del centrosinistra, ha chiesto alla sindaca e alla giunta di intervenire per “ripristinare la partecipazione della fondazione”, ignorando completamente le ragioni etiche e politiche che avevano portato all’esclusione.
Il centrosinistra genovese ha votato entrambe le mozioni, dimostrando di non avere alcuna volontà di difendere i diritti degli studenti, dei lavoratori universitari, né tantomeno la libertà della ricerca scientifica.
Ha preferito schierarsi con chi difende il potere accademico e gli interessi industriali, invece di ascoltare le voci critiche che chiedono un’università libera dalle logiche di guerra. Forse pesa il ruolo della Pinotti, ex Ministra della Difesa, quale madrina politica della Salis.
Si accusano gli studenti di aver bloccato le attività dell’università ed inoltre di aver arrecato “atti di offesa e di usurpazione del patrimonio artistico e storico dell’ateneo come devastazione di ambienti e imbavagliamento di statue antiche”. È solo propaganda, i fatti dimostrano il contrario, non ci sono stati danni effettivi e ci si chiede, l’aver messo una kefiah al collo di una statua è davvero imbavagliamento di statue antiche? Tale da essere denunciato? E la foto del cosiddetto Magnifico Rettore all’interno di un mirino è davvero minaccia fisica o ironia?
Potere al Popolo Genova ribadisce il proprio sostegno alle mobilitazioni studentesche e alle realtà che si battono per un sapere libero, critico e non asservito agli interessi bellici.
Il Festival della Scienza, proprio in quest’ottica, deve restare uno spazio di divulgazione indipendente, non uno strumento di propaganda per aziende che traggono profitto dalla guerra.
Invitiamo tutte e tutti a mobilitarsi contro questa deriva autoritaria e a costruire insieme una Genova che metta al centro la giustizia sociale e la pace.
Ribadiamo il nostro no a qualsiasi rapporto con Israele, militare, economico, sportivo e culturale!
La nostra visione del mondo non è “pragmatica” né asservita ai poteri forti, come invece è quella del Consiglio Comunale presieduto dalla Sindaca Silvia Salis e dalla maggioranza di PD, renziani, 5stelle e Avs che hanno votato con Fratelli d’Italia e la destra!
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07/10/2025
Governo Meloni e Leonardo denunciati alla Corte Penale Internazionale per genocidio
Il gruppo Giuristi e Avvocati per la Palestina (GAP), col sostegno di tante firme di varie personalità, ha presentato due azioni legali ai giudici dell’Aja: una riguarda la mancanza di protezione della Global Sumud Flotilla, colpita con atti assimilabili alla pirateria, l’altra è per la complicità con i vertici di Tel Aviv in crimini di guerra, contro l’umanità e, ovviamente, genocidio.
Nel testo disponibile online si legge che “la denuncia si sofferma su alcune delle complicità internazionali, in particolare quelle del governo italiano, che hanno reso presumibilmente possibile la commissione di crimini di guerra e contro l’umanità dell’indagine sui quali questa Corte è da tempo incaricata, come pure l’attuazione del piano genocida sul quale è in corso il giudizio della Corte Internazionale di Giustizia”.
La CPI persegue singole persone, e i nomi scritti sui documenti presentati dai GAP sono quelli della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, del ministro degli Esteri Antonio Tajani, di quello della Difesa Guido Crosetto e, infine, quello dell’amministratore delegato di Leonardo Roberto Cingolani. Ricordiamo che Leonardo è un’azienda che ha come maggior azionista il ministero dell’Economia, e dunque rappresenta, in un certo senso, il ‘braccio armato’ imprenditoriale di Palazzo Chigi.
Bisogna inoltre sottolineare che Cingolani, in un’intervista organizzata con Federico Fubini sul Corriere della Sera per rispondere proprio alle accuse di complicità col genocidio, pubblicata lo scorso 30 settembre, è finito con lo smentire il governo e ammettere che le forniture di armamenti a Israele sono continuate anche dopo il 7 ottobre 2023, nonostante le disposizioni della legge 185/1990 che prevedono la sospensione o la revoca delle licenze con paesi in conflitto o che violino i diritti umani.
Due casi in cui Israele rientra perfettamente, ma la filiera di morte non è stata fermata. E allora era inevitabile che i vertici del governo e di Leonardo venissero deferiti alla CPI. Gli estensori della denuncia hanno raccolto una lunga serie di elementi probatori per supportare la denuncia, che non si fonda solo sui commerci di armi, ma anche sulla funzione indispensabile avuta da Sigonella, ad esempio, come hub per far arrivare a Tel Aviv gli aiuti militari statunitensi.
Ma c’è di più, e di peggio. Sono stati i portuali di Genova, Livorno e Ravenna a identificare l’invio di armi ‘supplementari’ per un valore di circa 638 mila euro: ‘armi non letali’ e pezzi di ricambio tra cui componentistica per gli aerei F-35 israeliani, che sono usati per uccidere inermi civili nella Striscia di Gaza.
Soprattutto, è vergognoso e inaccettabile – al punto che le dimissioni sarebbero il minimo – che i ministri Tajani e Crosetto abbiano tentato in tutti i modi di occultare i vari trasferimenti verso Israele applicando il segreto politico, diplomatico e militare sulle transazioni di armi e componentistica, in barba alla legge. Del resto, l’ha detto Tajani, il diritto internazionale “vale fino a un certo punto”.
Se la legge dei tribunali internazionali verrà fatta rispettare “fino a un certo punto”, sappiamo bene che il tribunale della storia sarà meno clemente.
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28/08/2025
La «rotta balcanica» delle armi a Israele
Traffici di armi da Capodistria (Slovenia) a Israele, con scalo a Venezia e Ravenna: è la nuova ‘rotta balcanica’ delle armi per alimentare il massacro a Gaza denuncia il manifesto. La scoperta, l’inchiesta, dal giornale irlandese The Ditch e dalla britannica Shadow World Investigations. Il 7 agosto la nave ‘Zim New Zealand’, della nota compagnia di navigazione israeliana, ha lasciato il porto sloveno di Capodistria (Koper) con due carichi di armi diretti a Israele.
Da Romania e Serbia
Il primo carico, etichettato come «macchinari elettrici» ma classificato come materiale militare, proveniva dalla A-E Electronics, filiale rumena di Elbit Systems, principale produttore israeliano di sistemi d’arma. Il secondo carico proveniva da un’azienda di armamenti serba, la LSE Land System Engineering, anche questa fornitrice di Israele. Secondo il portale irlandese, entrambe le spedizioni erano destinate allo stabilimento Elbit Systems Land di Yokneam, in Israele.
Capodistria-Haifa e ritorno
La nave è arrivata ad Haifa il 14 agosto, dopo aver fatto tappa nei porti di Venezia (8 agosto) e Ravenna (9 agosto). Tornata a Capodistria, da ieri ha ripreso il viaggio verso Venezia. Non ci sono conferme che abbia caricato ulteriori container militari, ma circolano voci su nuove spedizioni militari che dalla Romania dovrebbero raggiungere Israele.
Trucco del ‘prima o dopo divieto’
Bds Slovenia e Amnesty International hanno accusato Lubiana di aver violato l’embargo militare annunciato solo qualche settimana prima (il 31 luglio) e che prevedeva il divieto di importazione, esportazione e transito di armi e attrezzature militari da e verso Israele. Il ministro della difesa sloveno si è difeso dicendo che il carico si trovava in Slovenia prima dell’embargo e che il provvedimento non è retroattivo. Da ora in poi, però, il ministero sloveno afferma che «non approverà l’uscita delle merci attraverso il porto di Capodistria».
E il governo italiano?
I chiarimenti vanno richiesti anche al governo italiano. La legge 185/90 vieta il transito e non solo le esportazioni dirette di armi e componenti verso paesi in guerra e che violano i diritti umani, tra cui Israele, verso il quale l’Uama ha bloccato tutte le autorizzazioni all’export.
Rotta adriatica delle armi
«La Zim New Zealand non è nuova al trasporto di armi ed era stata avvistata dai portuali ravennati il 30 giugno con un carico di esplosivi classe 1.4S diretti a Haifa», denuncia Linda Maggiori. Nella rotta adriatica si è aggiunta un’altra nave, la Contship Era (sempre della Zim) che generalmente batte la rotta tirrenica, (Marsiglia Fos, Genova, Salerno, Haifa). Il 13 agosto, di ritorno da Haifa è stata inviata a Capodistria. Dopo uno scalo a Venezia è arrivata ad Haifa nel tardo pomeriggio di ieri.
Porti del tirreno più attenti sulle armi
«La frequenza accelerata e anomala di navi Zim approdate e in partenza da Koper è sospetta. La Contship segue generalmente la rotta tirrenica – spiegano da Bds Salerno – tanto che a metà giugno i portuali di Marsiglia avevano impedito il carico di armi di 14 tonnellate di pezzi di ricambio per fucili mitragliatori diretti a Haifa, e così avevano fatto a Genova e Salerno».
Dall’Italia alla ‘Elbit Sistem’ israeliana
Si è aggiunta, pochi giorni fa, la denuncia del sindacato USB su una presunta nuova spedizione militare italiana a Elbit. «Nella notte tra sabato 23 e domenica 24 agosto, dall’aeroporto di Milano Malpensa sarebbe dovuto decollare il volo X6610 della Challenge Air Cargo, con a bordo un carico militare prodotto dalla Leonardo SpA di Somma Lombardo e destinato a Karmiel, Israele, per conto della Elbit Systems», scrive il sindacato. Preannunciato uno sciopero, il volo misterioso è stato cancellato.
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08/08/2025
Genova, 8 agosto, ore 8:00. Presidio a Ponte Etiopia contro i traffici d'armi
Proprio mentre discutevamo con le autorità, con fiducia e determinazione, insieme ai nostri compagni e compagne, a bordo della Barhi Yambu — attraccata da poco al terminal GMT e in attesa di caricare, forse, il cannone Oto Melara — i lavoratori saliti a bordo hanno trovato la nave carica come raramente accaduto: sistemi d’arma, esplosivi, munizioni.
A seguito delle foto e dei video scattati, gli ufficiali hanno fatto intervenire la Digos, già presente sul posto, per far cancellare i filmati. Ma non sono riusciti completamente nel loro intento.
Le parole iniziano a non bastare più.
Ci vediamo domani mattina, alle ore 8, in presidio a Ponte Etiopia.
Vedremo lì come andrà.
Se volevate farci arrabbiare, ci siete riusciti.
Ancora armi a Genova
PRESIDIO A PONTE ETIOPIA ORE 8:00 Domani mattina, venerdì 8 agosto alle ore 8:00, Ponte Etiopia per un presidio L’Unione Sindacale di Base denuncia con fermezza la presenza, a bordo della nave Bahri Yanbu attualmente attraccata nel Porto di Genova, Ponte Eritrea, Terminal GMT di container contenenti esplosivi e mezzi militari chiaramente destinati a scenari di guerra.
Secondo le informazioni in nostro possesso, questi carichi risulterebbero privi della documentazione necessaria per il transito e lo stazionamento all’interno del porto, in violazione delle normative vigenti e dei protocolli di sicurezza.Questa situazione è gravissima e non può essere tollerata.
La mancanza di trasparenza e di controllo da parte delle autorità competenti espone i lavoratori portuali, la cittadinanza e l’intera città a rischi inaccettabili. Non è la prima volta che il Porto di Genova viene utilizzato come snodo per traffici di armamenti opachi, e non possiamo più assistere in silenzio a operazioni che mettono in discussione la legalità e la sicurezza del nostro territorio.
USB, insieme al CALP, chiede l’immediato intervento delle istituzioni competenti per verificare la natura del carico, accertare eventuali violazioni della Legge 185/90 e bloccare ogni operazione che non rispetti i requisiti di legge. Rinnoviamo inoltre la richiesta di istituire un Osservatorio permanente sugli armamenti, che garantisca accesso alle informazioni e responsabilità condivisa tra tutte le autorità coinvolte.
Il Porto di Genova non può essere complice di traffici bellici né terreno di ambiguità. Pretendiamo chiarezza, legalità e rispetto per chi lavora e vive in questa città Genova, 07 agosto 2025 Unione Sindacale di Base Mare e Porti Membro del WFTU/FSM
Fonte e foto
31/07/2025
Iveco: nubi nere all'orizzonte
Il titolo ha non a caso guadagnato negli ultimi giorni improvvisamente il 5,2% in Piazza Affari, dopo che l’agenzia Bloomberg ha ipotizzato un imminente annuncio sulla cessione, per la quale le trattative sarebbero in fase avanzata.
La vendita di Iveco si inserirebbe nel quadro degli sforzi di Exor, la holding finanziaria olandese della famiglia Agnelli/Elkann che controlla Iveco, di diversificare i propri interessi dal settore automobilistico verso aree come la sanità, i beni di lusso e la tecnologia.
Il gruppo Iveco ha 14 mila dipendenti in Italia e 36 mila in altri Paesi europei. Di questi, circa 2.600 lavorano a Brescia.
Attorno agli stabilimenti Iveco ci sono inoltre decine di aziende che formano la filiera. Avendo avuto già un’esperienza più che sufficiente delle modalità di azione degli “(im)prenditori” indiani nella vicenda dell’ex-llva, è certo che come prima cosa gli stabilimenti diventeranno luoghi di assemblaggio di pezzi fabbricati altrove. Il trattamento riservato ai lavoratori sarà poi senz’altro simile a quello già sperimentato ampiamente a Taranto.
Del resto, la stessa Iveco ha confermato in una nota che «sono in corso discussioni in stato avanzato per potenziali operazioni riguardanti il settore della difesa, da un lato, e la restante società dall’altro». Ed ha aggiunto: «Il Consiglio di Amministrazione sta analizzando e valutando attentamente tutti gli aspetti di queste potenziali operazioni».
Così dopo anni di soldi pubblici regalati agli Agnelli/Elkann, ora ci ritroviamo con il rischio di vedere un colosso strategico come IVECO finire nelle mani degli indiani di Tata... E dire che gli Agnelli/Elkann avevano annunciato investimenti nell’Iveco per 5,5 miliardi di euro entro il 2028...
La strada è dunque segnata, malgrado le prese di posizione di poco credibili dei deputati bresciani del Partito Democratico e di Azione, che chiedono – proprio loro, alfieri del “libero mercato” – garanzie al Governo Meloni!
Un’altra grande azienda italiana finirà in mani straniere con enormi ricadute in termini di occupazione.
Negli ultimi anni in Italia è avvenuto un vasto processo di perdita di capacità industriale.
La Presidente del Consiglio Meloni, la “sovranista” di cartapesta che in campagna elettorale tanti proclami aveva lanciato in difesa della “sovranità nazionale”, potrebbe rapidamente attivarsi per evitare l’ennesima svendita.
Gli strumenti esistono: Golden Power per bloccare la cessione di un’azienda ritenuta strategica; partecipazione statale alle quote azionarie; nazionalizzazione. Sono parole che destano scandalo per i liberisti dominanti in Italia. Sono in realtà efficaci mezzi di intervento, ovviamente se c’è la volontà politica di intervenire...
Ma tutto questo non succederà. La proposta di vendita di Iveco Defence a Leonardo è in corso anzi proprio perché è l’unica cosa che interessa al governo: mantenere i lucrosi affari legati alle armi e alla guerra. Quelli sì che sono “attività strategiche”! Quanto al resto, strada spianata ad un accordo con Tata per la parte restante del business, che comprende autocarri commerciali, propulsori, autobus e altri veicoli speciali.
Non è possibile accettare che un altro pilastro industriale anche di Brescia venga svenduto, provocando un colpo mortale alla struttura produttiva del territorio.
Ogni giorno si perdono fabbriche, posti di lavoro, capacità economica.
Chi dice che “la mano invisibile del mercato” auto-governerà nel migliore dei modi il “processo di riassestamento” o è in malafede o non capisce niente.
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11/07/2025
I porti europei si preparano alla guerra
In tale contesto, la Commissione Europea ha identificato oltre 500 punti critici infrastrutturali che necessitano di lavori di potenziamento per sostenere la mobilità militare. Questi includono porti, aeroporti, ponti ferroviari, tunnel e corridoi di trasporto che devono essere adattati per il passaggio rapido di equipaggiamenti militari pesanti e di grandi dimensioni. Non è un programma di oggi, perché il Piano d'Azione sulla Mobilità Militare 2.0 è datato novembre 2022 e si basa su un primo piano del 2018, ma la guerra in Ucraina ne ha accelerato l’implementazione.
Il Piano si concentra su quattro azioni principali: adeguamento delle infrastrutture, tramite il potenziamento dei corridoi Ten-T per sostenere movimenti militari su larga scala; semplificazione normativa, tramite la digitalizzazione delle procedure doganali e logistiche; resilienza dei sistemi per proteggerli contro attacchi ibridi, cyber e rischi climatici; connettività, attraverso il rafforzamento dei collegamenti tra Paesi.
Sul versante marittimo, dove il Cef stanzia 145 milioni di euro, il perno di questa rete è il porto di Rotterdam, ritenuto uno hub primario della Nato per proiettare forze militari verso il fianco orientale dell’alleanza. La sua conversione verso l’uso duale prevede la designazione di banchine dedicate alle navi militari della Nato, l’adattamento dei terminal container per il trasferimento sicuro di munizioni, il coordinamento col porto di Anversa nel caso di volumi elevati e la pianificazione di esercitazioni anfibie regolari.
In un’intervista al Financial Time, il Ceo dell’Autorità portuale di Rotterdam, Boudewijn Simons, ha confermato che si sta riservando spazio alle navi militari e che si sta coordinando con i porti vicini su come gestire l'arrivo di veicoli e carichi britannici, americani e canadesi. Egli ha aggiunto che per quattro o cinque volte l’anno le navi militari potrebbero attraccare al porto, mentre la rete logistica circostante può adattarsi allo stoccaggio di rifornimenti, come forniture mediche, materie prime critiche, attrezzature energetiche, ripari ed eventualmente cibo e acqua.
Un altro scalo strategico è il porto di Amburgo, anch’esso destinato al rifornimento del fronte orientale della Nato. Questa funzione rientra nell’investimento annunciato di 1,1 miliardi di euro per migliorare i terminal container ed espandere i piazzali. Inoltre è previsto l’ampliamento del bacino di manovra da 480 a 600 metri per accogliere navi di maggiori dimensioni. In ambito più strettamente militare, ad Amburgo si svolgono esercitazioni Red Storm Alpha, dove un centinaio di soldati sono schierati per mettere in sicurezza le infrastrutture portuali.
Più a est, in Polonia, si sta attrezzando il porto di Gdynia, che deve diventare il gateway militare del Baltico. Anche qui sono in corso investimenti per aumentare la movimentazione delle merci e l’adattamento di alcune infrastrutture a uso duale. Inoltre, lo scalo sta implementando un sistema di droni per la gestione del traffico, il controllo e il contrasto ad altri velivoli autonomi. Nel 2023, Gdynia ha già compiuto un’operazione duale importante, trasbordando equipaggiamento militare statunitense.
Accanto a questi tre pilastri ci sono altri porti del Nord Europa ritenuti strategici. Uno è il citato porto di Anversa, che serve già come hub per le operazioni militari statunitensi in Europa e sarà sempre più coordinato con Rotterdam. Nei Paesi Bassi i porti di Vlissingen ed Eemshaven hanno già ricevuto spedizioni di veicoli blindati statunitensi nell’ottobre 2024 e tornando in Polonia bisogna citare anche il porto di Swinoujscie, che è importante anche come terminale di Gnl.
Il secondo capitolo degli investimenti europei riguarda il trasporto ferroviario, cui è assegnata circa la metà dei finanziamenti Cef per la mobilità militare, circa 874 milioni. I Paesi Bassi hanno aumentato del venti percento la loro flotta di carri specializzati, acquisendo 75 unità per il trasporto di equipaggiamenti militari in container. In tale contesto si può inserire il vasto programma di potenziamento della rete ferroviaria tedesca, che è fondamentale nel trasferimento degli equipaggiamenti dai porto atlantici verso il fronte orientale.
Il resto dei finanziamenti finora previsti dal Cef è per l’uso duale delle infrastrutture è composto da 548 milioni per quelle stradali, pari al 31% del totale, 164 milioni per quelle aeree (10%) e 16 milioni per le vie navigabili interne (1%). Oggi, quindi, l’interro fondo previsto per il periodo 2021-2027 è stato allocato e mancano ancora indicazioni per il periodo successivo, che va dal 2027 al 2030.
Accanto a questo finanziamento comunitario, altri fondi arrivano dai programmi nazionali e da quelli della Nato. Quest’ultima ha stanziato circa 4,6 miliardi di euro nel suo Security Investment Programme (Nsip), dedicati soprattutto alle infrastrutture marittime. Gli investimenti principali comprendono 2,4 miliardi per facilities marittime nel 2024, inclusi 300 milioni per progetti nella baia di Souda, Grecia; 550 milioni per infrastrutture di rifornimento navale; 190 milioni per miglioramenti portuali alla Stazione Navale di Rota, in Spagna.
Anche l’Italia si sta muovendo per l’uso duale delle infrastrutture di trasporto. Rientrano in tale contesto i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e del Piano Nazionale Complementare, ma bisogna citare il programma Cef Military Mobility, che prevede per l’Italia 29 milioni di euro per l'ammodernamento del collegamento ferroviario del bacino portuale di Genova Sampierdarena.
Inoltre, rete Ferroviaria Italiana ha firmato un accordo di collaborazione strategica con Leonardo per un progetto condiviso destinato alla movimentazione di risorse militari, anche con breve preavviso e su larga scala. Questo accordo prevede di sviluppare un'architettura e alcune funzionalità della piattaforma digitale integrata per il trasporto di materiale militare attraverso infrastrutture duali. Questa piattaforma integrerà soluzioni innovative basate su intelligenza artificiale, utilizzando il supercomputer Davinci-1 di Leonardo, uno dei più potenti nel settore aerospazio, difesa e sicurezza.
In tale contesto s’inserisce il recente emendamento al Decreto Infrastrutture che vuole comprendere tra le infrastrutture duali anche il ponte sullo Stretto di Messina e la nuova diga foranea di Genova, con lo scopo di ricevere finanziamenti comunitari. Infatti la loro classificazione come opera militare strategica inserirebbe i due progetti nella quota dell’1,5% del Pil che l’Unione Europea intende dedicare, all’interno dell’obiettivo del 5% del Pil per la Difesa, alle infrastrutture. Però, come ha chiarito il ministro della Difesa italiano, spetta alla Nato stabilire se un’infrastruttura è strategica.
L’estensione dell’uso duale a numerose infrastrutture europee di trasporto pone anche dei rischi. Il primo è ovviamente quello di metterle nel mirino di eventuali nemici nel caso di conflitti e considerando che i porti sono quasi tutti all’interno di grandi città, un attacco militare potrebbe coinvolgere anche la popolazione civile. Ma ci sono pure questioni immediate, che non dipendono da una guerra ma, più in generale, dalle interferenze anche in tempo di pace tra funzioni civili e militari. Per esempio interruzioni operative per esercitazioni, investimenti che non generano ritorni commerciali o competizione con porti che non hanno impegni militari.
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