Trattativa lampo degli elkann con gli indiani
Si è cercato di far passare alla svelta la notizia della (s) vendita della Iveco, realtà industriale storica e strategica per il comparto automotive, nata negli anni Settanta.
La famigerata famiglia Elkann aveva colto di sorpresa un po’ tutti, del resto, chiudendo la trattativa con gli Indiani di Tata nel giro di un paio di settimane, tempi che possono andare bene forse per vendere un’auto usata, ma non di certo un’azienda così importante.
I “tavoli di settembre”
Era allora uscito dalle nebbie uno dei ministri invisibili del governo Meloni, Adolfo Urso, che dichiarava che l’esecutivo avrebbe “vigilato” sull’operazione. Annunciava inoltre “tavoli permanenti da settembre” con aziende, regioni e parti sociali, rassicurando sull’impegno per la tutela occupazionali, la salvaguardia delle competenze italiane e finanche vaneggiando sulla opportunità che la cessione apra scenari di rilancio industriale e produttivo.
Eppure, se avesse voluto fare sul serio, al governo sarebbe bastato esercitare la facoltà del cosiddetto golden power, ovvero la possibilità per lo Stato di mettere il veto sulla vendita di una determinata azienda, entrandovi come azionista di maggioranza.
Una volta ci sarebbero state semplicemente le nazionalizzazioni, ma nell’epoca dell’Unione Europea tale termine è stato sottoposto ad una sorta di damnatio memoriae, è diventato una delle parole proibite dall’ordine nuovo capitalismo europeo.
La grande paura
Man mano che passano i giorni, tuttavia, a Brescia la consapevolezza della gravità di ciò che è accaduto comincia a diffondersi e cresce la paura.
Ultimamente si sono fatte sentire anche le Acli provinciali, con un lungo comunicato. Nel testo esprimono forti preoccupazioni “per le pesanti ricadute occupazionali su chi lavora sia direttamente in Iveco sia sull’intero indotto”. Perfino alle tranquille e collaborative Acli viene il dubbio di trovarsi, pensa un po’, “di fronte all’ennesimo episodio di eccellenze industriali italiane cedute a multinazionali o ad aziende estere le quali, nonostante i piani di sviluppo e le garanzie di tenuta occupazionale, hanno deciso alla fine di seguire tutt’altra direzione.
Così i settori della produzione dei grandi macchinari industriali, della componentistica, dell’elettronica, delle telecomunicazioni, sono stati venduti e poi sempre più ridimensionati, con multinazionali estere che avevano tutto l’interesse ad acquisire brevetti e tecnologia, conoscenze, marchi, mercati, per poi trasferire e chiudere le attività e lasciar morire produzioni concorrenti alle proprie. Il tutto con conseguenze di degrado e smantellamento di pezzi del sistema industriale”.
Le promesse dei mercanti indiani
Ma c’è poco da arrovellarsi e porsi domande. È sicuro che finirà così. Si è venuti in questi giorni infatti a conoscenza di un dettaglio non da poco.
Gli impegni assunti da Tata Motors per salvaguardare stabilimenti e dipendenti evitando sovrapposizioni produttive in Europa, sottoscrivendo clausole finalizzate a rispettare l’identità aziendale, a mantenere la sede principale di Iveco a Torino, a non chiudere alcun impianto e a non ridurre l’occupazione, nonché a rispettare i diritti dei dipendenti, saranno validi per due anni!
Quindi sul lungo termine non si scongiurano in alcun modo i rischi tipici delle operazioni di acquisizione. Abbiamo già avuto del resto in Italia un esempio eclatante e mostruoso di tutto ciò con la vicenda dell’ex-Ilva di Taranto, finita anch’essa, guarda caso, nelle mani di imprenditori indiani.
Allarme sindaci
Tanto è vero che l’ allarme alla fine è scattato pure nelle amministrazioni dei Comuni sede degli stabilimenti Iveco – da Torino a Foggia, passando per Brescia e Suzzara. I sindaci di queste città hanno deciso di unire le forze, chiedendo – al termine di una riunione tenutasi il 5 agosto – di avere un ruolo attivo e concreto nei “tavoli di confronto nazionali” preannunciati dal Governo
Le richieste sono precise: garanzie sulle prospettive produttive e occupazionali di Iveco, e definizione delle condizioni che il Paese intende porre “a tutela dell’industria italiana”.
Gli occhi, ora, sono puntati sul Governo, al quale si chiede di prendere in mano la situazione.
Rispetto all’attivazione del golden power, è opportuno peraltro ricordare che il centrosinistra oggi all’opposizione non se ne avvalse quando nacque Stellantis. La coerenza dovrebbe valere sempre, soprattutto se in gioco c’è il futuro dell’industria italiana. Ma sappiamo che dalle nostre parti non è così.
Il governo dei camerieri
Ci sono comunque alcune considerazioni di carattere più generale, ma fondamentali se si vuole considerare realisticamente la situazione e cercare di formulare ipotesi su come si potrebbe reagire allo sfascio cui stiamo assistendo.
Esiste una gerarchia nell’apparato comunitario, e l’Italia fa parte suo malgrado dei figli del dio minore di Maastricht.
Se l’Italia fosse stata la Germania o la Francia, allora una eventuale azione di governo per nazionalizzare l’Iveco o una delle altre aziende perse in 24 anni di moneta unica, non ci sarebbe stata nessuna reprimenda da parte della Commissione Europea. Ma il problema qui non si pone nemmeno, perché non esistono proprio un governo e una classe politica che soltanto pensino di fare una cosa simile.
A Roma, ci sono dei camerieri di sala.
Dall’estero, gli viene detto come disporre le posate sul tavolo, e poi una volta eseguiti i vari ordini, lo straniero di turno si porta via l’argenteria. Nella situazione attuale “il Presidente del Consiglio” Giorgia Meloni rimonta sul suo aereo e inizia di nuovo i suoi inutili viaggi in giro per il mondo.
Oggi come oggi, Giorgia Meloni è “il Presidente del Consiglio” che non c’è. “Fate voi” – dice – “ma non chiamatemi in causa, perché io non mi prendo nessuna responsabilità”.
Si sta vedendo di conseguenza tutto il disastro del modello nato a Maastricht nel 1992, che ha trasformato lo Stato in un simulacro giuridico occupato da una classe politica completamente eterodiretta dall’estero.
Le origini della bugie neoliberali
Il motto del “meno Stato, più mercato”, iniziato a diventare più insistente dagli anni ’80 in poi, non serviva altro che a questo.
Uomini come Milton Friedman, fondatore della Scuola di Chicago, membro di un esclusivissimo club economico quale la Mont Pelerin Society, consigliere di Ronald Reagan, servivano ad inculcare nella mente delle masse l’idea, falsa, che lo Stato era il loro nemico e che ci si dovesse schierare con il privato ad ogni costo.
A favorire l’avvento della stagione delle privatizzazioni in Italia sono stati certamente i vari think tank neoliberali che hanno a poco a poco occupato le varie università della Penisola.
Quello che si sente oggi è perciò solo un coro di servi che scrivono sulle pagine degli organi di stampa, che non provano nessuna vergogna a tessere le lodi dell’Unione e a dire che l’euro avrebbe salvato l’Italia.
Fare affermazioni simili adesso significa soltanto dimostrare tutta la propria sottomissione ai predoni della finanza che hanno saccheggiato l’Italia. Anche il comune uomo della strada che ricorda gli anni '80 e gli inizi degli anni '90 sa come intorno a lui all’epoca ci fosse un po’ di benessere, mentre oggi c’è soltanto un deserto economico e morale.
Eppure un’ alternativa esisterebbe. Non si può non riprendere in considerazione un modello che un certo sviluppo ha garantito all’Italia tra gli anni '60 e gli anni '90 del secolo scorso.
Si tratta di un modello tutt’altro che eversivo, cui non interessa costruire un’economia che annienti la proprietà privata.
Occorre piuttosto ricostruire un equilibrio tra pubblico e privato con l’intervento diretto dello Stato in economia, attraverso la creazione di società pubbliche in grado di dare ossigeno ad una economia messa in ginocchio dai vari speculatori della finanza.
Il miracolo economico italiano figlio dell’IRI
Non si può negare una pacifica evidenza. Gli anni della rinascita del Secondo Dopoguerra sono stati possibili soltanto grazie al modello economico dello Stato imprenditore, dentro il quale c’era una quantità di eccellenze da far paura.
In esso si trovavano l’Alfa Romeo, la STET, Finmeccanica, Fincantieri, le Autostrade e le banche di interesse nazionale quali il Banco di Roma, il Credito Italiano e la Banca Commerciale Italiana.
All’inizio degli anni ’60, l’IRI era divenuto uno dei gruppi industriali più importanti al mondo perché l’idea partorita dallo statistico Alberto Beneduce negli Anni Trenta era quella di consentire allo Stato di diventare un imprenditore e investire nei settori strategici nazionali che non potevano crescere senza investimenti pubblici.
L’intero cuore pulsante economico ed industriale dell’Italia era lì. Soltanto lì c’era il segreto del miracolo economico italiano e della quarta potenza industriale al mondo.
Se si fossero seguiti a quell’epoca i “parametri di Maastricht” o piuttosto il “patto di stabilità interno”, l’Italia ancora oggi sarebbe in mezzo alle macerie, come capita di vedere, ad esempio, in alcuni siti colpiti dai vari terremoti degli Anni Duemila, nei quali non si sono nemmeno tolte di mezzo le rovine.
Dagli anni ’90 in avanti infatti si è manifestato un processo di trasferimento di ricchezza, passata dalle mani pubbliche alle mani private.
Le bugie neoliberali
Affermavano i neoliberali che lo Stato si sarebbe arricchito con le privatizzazioni, ma a vedere cresciuto il proprio portafoglio sono stati fondi quali BlackRock e Vanguard, nei quali ci sono i capitali dei Rothschild, del Rockefeller, e dei DuPont, dove oggi sono parcheggiate molte ex partecipazioni dell’IRI.
È improprio quindi definire il neoliberismo come una scuola economica.
Esso è soltanto un costrutto di pensiero partorito da economisti vicini alla finanza internazionale, quale il citato Friedman, per fornire le false premesse ideologiche “necessarie” a far credere che le privatizzazioni sarebbero state la panacea ad ogni male.
Alla vigilia di un disastro
Oggi ci si ritrova sotto certi aspetti ad un punto della storia non molto dissimile da quello dell’Italia uscita dalla Prima Guerra Mondiale, in mano alle consorterie liberali.
La corruzione, allora come oggi, impera. Non c’è una vera classe dirigente nel senso autentico del termine, poiché al potere ci sono soltanto dei rappresentanti dell’alta finanza.
La principale differenza tra allora ed oggi è che Londra non è più la capitale dell’anglosfera e che il suo successore, Washington, non è più interessato a garantire nulla.
L’attuale sistema si sta inevitabilmente disgregando, dal momento che sono venute meno le condizioni politiche internazionali che consentivano la sua esistenza. Ci troviamo nella fase terminale della democrazia liberale, quella nella quale gli speculatori cercano di aumentare il proprio bottino prima del crollo generale.
La svolta possibile
L’Italia può ancora farcela se rientra in possesso degli strumenti economici e monetari indispensabili. Sarà impossibile ripartire, un domani, senza tenere a mente un principio essenziale. Non ci sarà rinascita senza Stato imprenditore. E non ci sarà tale passaggio se prima non si metterà al bando l’intera classe politica nei suoi due schieramenti contrapposti per le questioni secondarie, ma concordi in quelle essenziali.
Fino a quando sarà ad essa consentito di occupare i vertici della cosa pubblica, la cosa pubblica non sarà pubblica.
In questo contesto, la morte dell’Iveco italiana non può finire commemorata in un necrologio. Non può passare sotto silenzio. Deve diventare consapevolezza. Deve insegnarci ad agire davvero.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/08/2025
01/08/2025
Razza predona
di Giorgio Cremaschi
La famiglia Elkann Agnelli ha ricavato ben 5,5 miliardi dalla completa cessione del gruppo Iveco. Sono tutti soldi che finiscono all’estero, perché la finanziaria di famiglia EXOR, che incassa tutto, ha sede legale e fiscale in Olanda dal 2016.
È questo l’ultimo (per ora) affare della famiglia Agnelli a danno del Paese.
Il gruppo industriale Iveco era nato negli anni '70, quando la FIAT era ancora una potenza industriale, prima che la proprietà decidesse di passare alla finanza, continuando a fingere altro grazie al controllo e alla complicità dei media e del sistema politico.
Così un poco alla volta tutto quello che era un patrimonio del Paese è stato ceduto a multinazionali estere, che avevano tutto l’interesse ad acquisire brevetti e tecnologia e a trasferire e chiudere le attività.
La produzione del treno Pendolino, quella dei grandi macchinari industriali, la componentistica, l’elettronica le telecomunicazioni sono state vendute e poi sempre più ridimensionate.
Parallelamente allo smantellamento dell’IRI c’è stato quello del gruppo FIAT, sostenuti con le stesse argomentazioni: ci si doveva adeguare al mercato, alla modernità e al progresso. Il tutto con le stesse conseguenze: il degrado e lo smantellamento del sistema industriale del Paese.
Solo una era la differenza: mentre le perdite erano di tutti, la famiglia Agnelli maturava sempre nuovi guadagni. Nell’epoca della flessibilità, la rigidità dei profitti di casa Agnelli è sempre stata la costante.
Anche la produzione delle auto è stata venduta ad una multinazionale estera, Stellantis. Questo del resto era lo scopo principale di Sergio Marchionne: rendere presentabile il gruppo FIAT in modo da poterlo vendere bene, per la proprietà naturalmente.
Il ricatto ai lavoratori, “rinunciate al contratto nazionale sennò delocalizziamo la produzione”, serviva solo a garantire profitti in attesa della ricollocazione del gruppo sul mercato.
La colossale messa in scena del piano Fabbrica Italia, con il quale Marchionne promise 20 miliardi di investimenti nell’auto, servì solo a mostrare la dabbenaggine e il servilismo del sistema mediatico e politico. Che esaltò un programma di investimenti di cui non venne realizzato neppure un centesimo.
Ora tocca al veicolo industriale, che era stato presentato come una eccellenza produttiva che sarebbe rimasta al nostro paese, per compensarlo del disastro dell’auto. Era ancora fumo per chi non voleva vedere.
Il gruppo TATA, che ha acquistato la produzione civile di Iveco, ha gli stessi interessi e obiettivi che aveva il gruppo ARCELOR MITTAL per l’Ilva. Acquisire conoscenze, marchi e mercati, e poi lasciar morire produzioni concorrenti alle proprie.
E le chiacchiere del ministro Urso, che garantisce un grande futuro per le fabbriche italiane di camion? Hanno lo stesso valore di quelle che fece a suo tempo Calenda per l‘acciaio. Cambiano i governi, ma non la loro obbedienza verso i ricchi ed i potenti.
Una menzione a parte merita poi l’acquisizione dello stabilimento di veicoli militari di Bolzano da parte di Leonardo. Il gruppo controllato dallo Stato ha pagato ben 1,7 miliardi alla famiglia Agnelli, per un’azienda che ne fattura meno della metà in un anno: quasi 25 anni di profitti anticipati. Un prezzo che meriterebbe una spiegazione in Parlamento e che dimostra che i soldi si trovano e si buttano solo per gli affari militari.
Tutti i costi economici e sociali dell’affare Iveco li pagheranno i lavoratori ed i cittadini italiani, tutti i colossali guadagni andranno invece alla famiglia off shore Elkann Agnelli. Non un euro ne verrà al Paese.
È il capitalismo italiano, dominato da una classe imprenditoriale rispetto alle quali i baroni delle campagne di un secolo fa sembrano virtuosi e socialmente responsabili.
Grazie alla complicità e al servilismo di politici e governanti, l’Italia è un Paese saccheggiato da una razza predona.
Fonte
La famiglia Elkann Agnelli ha ricavato ben 5,5 miliardi dalla completa cessione del gruppo Iveco. Sono tutti soldi che finiscono all’estero, perché la finanziaria di famiglia EXOR, che incassa tutto, ha sede legale e fiscale in Olanda dal 2016.
È questo l’ultimo (per ora) affare della famiglia Agnelli a danno del Paese.
Il gruppo industriale Iveco era nato negli anni '70, quando la FIAT era ancora una potenza industriale, prima che la proprietà decidesse di passare alla finanza, continuando a fingere altro grazie al controllo e alla complicità dei media e del sistema politico.
Così un poco alla volta tutto quello che era un patrimonio del Paese è stato ceduto a multinazionali estere, che avevano tutto l’interesse ad acquisire brevetti e tecnologia e a trasferire e chiudere le attività.
La produzione del treno Pendolino, quella dei grandi macchinari industriali, la componentistica, l’elettronica le telecomunicazioni sono state vendute e poi sempre più ridimensionate.
Parallelamente allo smantellamento dell’IRI c’è stato quello del gruppo FIAT, sostenuti con le stesse argomentazioni: ci si doveva adeguare al mercato, alla modernità e al progresso. Il tutto con le stesse conseguenze: il degrado e lo smantellamento del sistema industriale del Paese.
Solo una era la differenza: mentre le perdite erano di tutti, la famiglia Agnelli maturava sempre nuovi guadagni. Nell’epoca della flessibilità, la rigidità dei profitti di casa Agnelli è sempre stata la costante.
Anche la produzione delle auto è stata venduta ad una multinazionale estera, Stellantis. Questo del resto era lo scopo principale di Sergio Marchionne: rendere presentabile il gruppo FIAT in modo da poterlo vendere bene, per la proprietà naturalmente.
Il ricatto ai lavoratori, “rinunciate al contratto nazionale sennò delocalizziamo la produzione”, serviva solo a garantire profitti in attesa della ricollocazione del gruppo sul mercato.
La colossale messa in scena del piano Fabbrica Italia, con il quale Marchionne promise 20 miliardi di investimenti nell’auto, servì solo a mostrare la dabbenaggine e il servilismo del sistema mediatico e politico. Che esaltò un programma di investimenti di cui non venne realizzato neppure un centesimo.
Ora tocca al veicolo industriale, che era stato presentato come una eccellenza produttiva che sarebbe rimasta al nostro paese, per compensarlo del disastro dell’auto. Era ancora fumo per chi non voleva vedere.
Il gruppo TATA, che ha acquistato la produzione civile di Iveco, ha gli stessi interessi e obiettivi che aveva il gruppo ARCELOR MITTAL per l’Ilva. Acquisire conoscenze, marchi e mercati, e poi lasciar morire produzioni concorrenti alle proprie.
E le chiacchiere del ministro Urso, che garantisce un grande futuro per le fabbriche italiane di camion? Hanno lo stesso valore di quelle che fece a suo tempo Calenda per l‘acciaio. Cambiano i governi, ma non la loro obbedienza verso i ricchi ed i potenti.
Una menzione a parte merita poi l’acquisizione dello stabilimento di veicoli militari di Bolzano da parte di Leonardo. Il gruppo controllato dallo Stato ha pagato ben 1,7 miliardi alla famiglia Agnelli, per un’azienda che ne fattura meno della metà in un anno: quasi 25 anni di profitti anticipati. Un prezzo che meriterebbe una spiegazione in Parlamento e che dimostra che i soldi si trovano e si buttano solo per gli affari militari.
Tutti i costi economici e sociali dell’affare Iveco li pagheranno i lavoratori ed i cittadini italiani, tutti i colossali guadagni andranno invece alla famiglia off shore Elkann Agnelli. Non un euro ne verrà al Paese.
È il capitalismo italiano, dominato da una classe imprenditoriale rispetto alle quali i baroni delle campagne di un secolo fa sembrano virtuosi e socialmente responsabili.
Grazie alla complicità e al servilismo di politici e governanti, l’Italia è un Paese saccheggiato da una razza predona.
Fonte
31/07/2025
Iveco: nubi nere all'orizzonte
Si moltiplicano i segnali inquietanti sulla cessione della Iveco Idv (Iveco Defence Vehicles) a Leonardo e della divisione veicoli industriali alla Tata Motors, uno dei maggiori gruppi indiani con sede a Mumbai, che già possiede i marchi Jaguar e Land Rover.
Il titolo ha non a caso guadagnato negli ultimi giorni improvvisamente il 5,2% in Piazza Affari, dopo che l’agenzia Bloomberg ha ipotizzato un imminente annuncio sulla cessione, per la quale le trattative sarebbero in fase avanzata.
La vendita di Iveco si inserirebbe nel quadro degli sforzi di Exor, la holding finanziaria olandese della famiglia Agnelli/Elkann che controlla Iveco, di diversificare i propri interessi dal settore automobilistico verso aree come la sanità, i beni di lusso e la tecnologia.
Il gruppo Iveco ha 14 mila dipendenti in Italia e 36 mila in altri Paesi europei. Di questi, circa 2.600 lavorano a Brescia.
Attorno agli stabilimenti Iveco ci sono inoltre decine di aziende che formano la filiera. Avendo avuto già un’esperienza più che sufficiente delle modalità di azione degli “(im)prenditori” indiani nella vicenda dell’ex-llva, è certo che come prima cosa gli stabilimenti diventeranno luoghi di assemblaggio di pezzi fabbricati altrove. Il trattamento riservato ai lavoratori sarà poi senz’altro simile a quello già sperimentato ampiamente a Taranto.
Del resto, la stessa Iveco ha confermato in una nota che «sono in corso discussioni in stato avanzato per potenziali operazioni riguardanti il settore della difesa, da un lato, e la restante società dall’altro». Ed ha aggiunto: «Il Consiglio di Amministrazione sta analizzando e valutando attentamente tutti gli aspetti di queste potenziali operazioni».
Così dopo anni di soldi pubblici regalati agli Agnelli/Elkann, ora ci ritroviamo con il rischio di vedere un colosso strategico come IVECO finire nelle mani degli indiani di Tata... E dire che gli Agnelli/Elkann avevano annunciato investimenti nell’Iveco per 5,5 miliardi di euro entro il 2028...
La strada è dunque segnata, malgrado le prese di posizione di poco credibili dei deputati bresciani del Partito Democratico e di Azione, che chiedono – proprio loro, alfieri del “libero mercato” – garanzie al Governo Meloni!
Un’altra grande azienda italiana finirà in mani straniere con enormi ricadute in termini di occupazione.
Negli ultimi anni in Italia è avvenuto un vasto processo di perdita di capacità industriale.
La Presidente del Consiglio Meloni, la “sovranista” di cartapesta che in campagna elettorale tanti proclami aveva lanciato in difesa della “sovranità nazionale”, potrebbe rapidamente attivarsi per evitare l’ennesima svendita.
Gli strumenti esistono: Golden Power per bloccare la cessione di un’azienda ritenuta strategica; partecipazione statale alle quote azionarie; nazionalizzazione. Sono parole che destano scandalo per i liberisti dominanti in Italia. Sono in realtà efficaci mezzi di intervento, ovviamente se c’è la volontà politica di intervenire...
Ma tutto questo non succederà. La proposta di vendita di Iveco Defence a Leonardo è in corso anzi proprio perché è l’unica cosa che interessa al governo: mantenere i lucrosi affari legati alle armi e alla guerra. Quelli sì che sono “attività strategiche”! Quanto al resto, strada spianata ad un accordo con Tata per la parte restante del business, che comprende autocarri commerciali, propulsori, autobus e altri veicoli speciali.
Non è possibile accettare che un altro pilastro industriale anche di Brescia venga svenduto, provocando un colpo mortale alla struttura produttiva del territorio.
Ogni giorno si perdono fabbriche, posti di lavoro, capacità economica.
Chi dice che “la mano invisibile del mercato” auto-governerà nel migliore dei modi il “processo di riassestamento” o è in malafede o non capisce niente.
Fonte
Il titolo ha non a caso guadagnato negli ultimi giorni improvvisamente il 5,2% in Piazza Affari, dopo che l’agenzia Bloomberg ha ipotizzato un imminente annuncio sulla cessione, per la quale le trattative sarebbero in fase avanzata.
La vendita di Iveco si inserirebbe nel quadro degli sforzi di Exor, la holding finanziaria olandese della famiglia Agnelli/Elkann che controlla Iveco, di diversificare i propri interessi dal settore automobilistico verso aree come la sanità, i beni di lusso e la tecnologia.
Il gruppo Iveco ha 14 mila dipendenti in Italia e 36 mila in altri Paesi europei. Di questi, circa 2.600 lavorano a Brescia.
Attorno agli stabilimenti Iveco ci sono inoltre decine di aziende che formano la filiera. Avendo avuto già un’esperienza più che sufficiente delle modalità di azione degli “(im)prenditori” indiani nella vicenda dell’ex-llva, è certo che come prima cosa gli stabilimenti diventeranno luoghi di assemblaggio di pezzi fabbricati altrove. Il trattamento riservato ai lavoratori sarà poi senz’altro simile a quello già sperimentato ampiamente a Taranto.
Del resto, la stessa Iveco ha confermato in una nota che «sono in corso discussioni in stato avanzato per potenziali operazioni riguardanti il settore della difesa, da un lato, e la restante società dall’altro». Ed ha aggiunto: «Il Consiglio di Amministrazione sta analizzando e valutando attentamente tutti gli aspetti di queste potenziali operazioni».
Così dopo anni di soldi pubblici regalati agli Agnelli/Elkann, ora ci ritroviamo con il rischio di vedere un colosso strategico come IVECO finire nelle mani degli indiani di Tata... E dire che gli Agnelli/Elkann avevano annunciato investimenti nell’Iveco per 5,5 miliardi di euro entro il 2028...
La strada è dunque segnata, malgrado le prese di posizione di poco credibili dei deputati bresciani del Partito Democratico e di Azione, che chiedono – proprio loro, alfieri del “libero mercato” – garanzie al Governo Meloni!
Un’altra grande azienda italiana finirà in mani straniere con enormi ricadute in termini di occupazione.
Negli ultimi anni in Italia è avvenuto un vasto processo di perdita di capacità industriale.
La Presidente del Consiglio Meloni, la “sovranista” di cartapesta che in campagna elettorale tanti proclami aveva lanciato in difesa della “sovranità nazionale”, potrebbe rapidamente attivarsi per evitare l’ennesima svendita.
Gli strumenti esistono: Golden Power per bloccare la cessione di un’azienda ritenuta strategica; partecipazione statale alle quote azionarie; nazionalizzazione. Sono parole che destano scandalo per i liberisti dominanti in Italia. Sono in realtà efficaci mezzi di intervento, ovviamente se c’è la volontà politica di intervenire...
Ma tutto questo non succederà. La proposta di vendita di Iveco Defence a Leonardo è in corso anzi proprio perché è l’unica cosa che interessa al governo: mantenere i lucrosi affari legati alle armi e alla guerra. Quelli sì che sono “attività strategiche”! Quanto al resto, strada spianata ad un accordo con Tata per la parte restante del business, che comprende autocarri commerciali, propulsori, autobus e altri veicoli speciali.
Non è possibile accettare che un altro pilastro industriale anche di Brescia venga svenduto, provocando un colpo mortale alla struttura produttiva del territorio.
Ogni giorno si perdono fabbriche, posti di lavoro, capacità economica.
Chi dice che “la mano invisibile del mercato” auto-governerà nel migliore dei modi il “processo di riassestamento” o è in malafede o non capisce niente.
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