Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Brescia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Brescia. Mostra tutti i post

14/08/2026

La foresta delle promesse a Brescia

Di fronte ad estati sempre più calde e a città nelle quali cemento e asfalto amplificano gli effetti dell’aumento delle temperature, una espressione magica sembra essere entrata stabilmente nel vocabolario delle amministrazioni pubbliche: “riforestazione urbana”.

Piantare alberi, creare nuove aree verdi, restituire permeabilità ai suoli sono diventati obiettivi ricorrenti nei programmi comunali e nei progetti finanziati con risorse nazionali ed europee. E non si tratta affatto di una moda ambientalista. I dati disponibili mostrano quanto il verde urbano possa diventare uno strumento concreto di adattamento climatico.

Nel luglio scorso l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) ha diffuso i risultati del progetto MIRIFICUS – Monitoraggio degli Interventi di Riforestazione per l’Isola di Calore Urbana tramite i Satelliti –, coordinato dall’Istituto per la BioEconomia del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-IBE): nelle simulazioni effettuate in alcune aree di Roma e Firenze, combinando riforestazione, nuovi spazi verdi e depavimentazione, la riduzione delle temperature superficiali supera nelle ore più calde persino i 4 gradi, mantenendosi nell’arco della giornata intorno ai 2-2,2 gradi.

Nelle aree boscate urbane di Firenze sono state inoltre rilevate temperature sensibilmente inferiori rispetto ai quartieri più densamente edificati. Insomma, sappiamo che cosa bisognerebbe fare. Ma è proprio qui che cominciano i problemi.

Gli alberi che non ci sono

L’Italia si trova infatti davanti a un paradosso difficilmente immaginabile: mentre tutti parlano di riforestazione urbana, rischiano di mancare proprio gli alberi necessari per realizzarla.

Francesco Ferrini, professore di Arboricoltura all’Università di Firenze e presidente del Distretto vivaistico di Pistoia, ha lanciato un allarme molto netto: nei vivai italiani non vi sarebbero oggi alberi sufficienti per rispondere alla domanda generata dai nuovi programmi di forestazione e, per determinati interventi, sarebbero necessari da due a sette anni di programmazione preventiva.

Il problema non nasce improvvisamente. Per anni, secondo Ferrini, non si è investito adeguatamente nei vivai pubblici, spesso chiusi o ridimensionati perché considerati poco redditizi. Nel frattempo la produzione privata si è naturalmente rivolta verso un mercato già esistente e una parte considerevole delle piante prodotte è destinata all’esportazione. Nel distretto di Pistoia, cuore del vivaismo italiano, circa il 70 per cento della produzione sarebbe già destinato ai mercati esteri: milioni di piante.

Il risultato è quasi surreale. Dopo aver trattato per decenni il verde come elemento accessorio della trasformazione urbana, oggi le amministrazioni scoprono contemporaneamente di averne urgente bisogno. Ma un albero non si produce premendo un interruttore. Ha bisogno di tempo. E la programmazione del verde, proprio perché riguarda organismi viventi, dovrebbe cominciare anni prima della posa dell’ultima pietra di una riqualificazione urbana, non qualche settimana prima dell’inaugurazione.

Prima gli alberi, poi il resto

È forse questo il vero cambio culturale necessario.

Nella pianificazione urbana tradizionale il verde arriva spesso alla fine. Si progettano strade, parcheggi, edifici, piazze e infrastrutture e solo successivamente ci si domanda dove collocare qualche albero.

È significativo quanto afferma Nicolò Begliomini dell’Associazione Vivaisti Italiani: il verde è stato troppo spesso «l’ultima ruota delle riqualificazioni». La prospettiva dovrebbe essere esattamente opposta: pensare prima alla struttura verde della città e organizzare attorno ad essa il resto dello spazio urbano.

Non si tratta semplicemente di piantare più alberi. Si tratta di conservare quelli che già esistono, creare suoli nei quali possano vivere e programmare oggi il patrimonio arboreo di cui avremo bisogno fra dieci, venti o cinquant’anni. Perché cento giovani piantine non equivalgono automaticamente a cento alberi adulti.

Una pianta appena messa a dimora possiede una chioma limitata, offre poca ombra e necessita di cure, irrigazione e manutenzione. Soltanto crescendo aumenteranno progressivamente la superficie della chioma, l’ombreggiamento, l’evapotraspirazione, la capacità di immagazzinare carbonio e, complessivamente, i servizi ecosistemici che può offrire. E non tutte le piante messe a dimora arriveranno a quel punto.

Per questo il numero degli alberi piantati dice molto meno di quanto sembri. Sarebbe assai più interessante sapere quanti siano ancora vivi dopo tre, cinque o dieci anni, quale superficie di chioma abbiano effettivamente sviluppato e, soprattutto, quale sia il saldo tra il verde che c’era prima e quello che esiste dopo l’intervento.

Brescia e la sfida dei 33.000 alberi

Questa introduzione era necessaria, perché il problema ci riguarda molto da vicino.

Brescia ha adottato negli ultimi anni una strategia di transizione climatica che contiene principi largamente condivisibili. Il progetto “Un Filo Naturale” parla esplicitamente di una “città spugna”, capace di restituire permeabilità al terreno, e di una “città oasi”, nella quale aumentare ombra e fresco e ridurre l’isola di calore urbana.

Sono obiettivi importanti e alcuni interventi sono già stati realizzati. In via Metastasio, ad esempio, la riqualificazione conclusa nel 2024 ha interessato 8.180 metri quadrati con un investimento di circa 1,27 milioni di euro.

Ma l’intervento più imponente è quello avviato lungo la Tangenziale Sud, dove Comune e Provincia hanno previsto la realizzazione di nuovi boschi urbani attraverso la messa a dimora di circa 33.000 piante autoctone, distribuite in diversi comparti, dalla Volta a Campo Grande, da via Maggia alla zona industriale e alle Bettole.

Si tratta di un progetto di dimensioni considerevoli e sarebbe sbagliato liquidarlo come una semplice operazione d’immagine.

La tecnica adottata prevede infatti l’utilizzo di piante forestali molto giovani, di uno o due anni, collocate a forte densità, circa 1.500-1.800 per ettaro. La scelta delle piccole dimensioni non è quindi, di per sé, indice di cattiva progettazione: secondo i tecnici favorisce l’adattamento delle piante al nuovo ambiente e consente alla competizione naturale di selezionare progressivamente gli esemplari destinati a formare il bosco maturo. È una precisazione importante. Ma proprio da qui nasce una domanda altrettanto importante.

Che cosa c’era prima?

Per preparare le aree destinate alla nuova forestazione non si è intervenuti su terreni completamente privi di vegetazione.

La stessa Provincia di Brescia riferisce che, tra le operazioni preliminari, sono stati effettuati anche abbattimenti di piante definite non autoctone o pericolose, insieme alla rimozione delle radici, alla pulizia delle aree e alla preparazione del terreno.

Non abbiamo trovato, però, nei documenti pubblicamente disponibili, un censimento che consenta di capire quante piante siano state eliminate, quali fossero le loro dimensioni, quali specie siano state abbattute e, soprattutto, quante fossero effettivamente pericolose e quante invece siano state rimosse perché appartenenti a specie non autoctone. Non è una questione secondaria.

Un albero già sviluppato esercita oggi le proprie funzioni: produce ombra, evapora acqua attraverso la chioma, trattiene carbonio, offre habitat e contribuisce al microclima. Una piantina di uno o due anni potrà forse svolgere in futuro le stesse funzioni, ma evidentemente non può farlo nell’immediato. La domanda corretta per valutare ciò che sta accadendo in città, allora, non è soltanto: quanti alberi sono stati piantati?

È anche: quanto verde è stato eliminato per farlo e quanto tempo occorrerà perché il nuovo bosco restituisca i servizi ecosistemici eventualmente perduti? È una domanda alla quale, almeno sulla base della documentazione pubblicamente disponibile, non si trova risposta...

Le piante che non attecchiscono

C’è poi il problema della sopravvivenza.

Sappiamo con certezza che una parte delle nuove piante della Tangenziale Sud non ha superato la prima estate. Nel novembre 2025 la Provincia ha comunicato che nel mese precedente era stato completato il ripristino delle piante non attecchite, sostituendo quindi gli esemplari morti. Quante? Il dato non viene indicato.

Anche qui occorre evitare conclusioni troppo semplici. I responsabili comunali hanno spiegato che, in un intervento di forestazione intensiva di questo tipo, una quota di mortalità è fisiologica e viene preventivata: intorno al 20 per cento. La forte densità iniziale serve anche a consentire una successiva selezione naturale.

Non avrebbe quindi senso giudicare il successo o il fallimento dell’intervento dalla semplice presenza di alcune piantine morte. Avrebbe invece molto senso conoscere il tasso effettivo di attecchimento e confrontarlo con quello previsto dal progetto. Perché Brescia ha già conosciuto quanto possano essere vulnerabili le nuove piantumazioni. Nell’estate siccitosa del 2022 morì il 20 per cento dei 186 alberi messi a dimora nell’ambito di “Un Filo Naturale”. In quel caso il dirigente comunale del settore Verde spiegò che si trattava di una mortalità doppia rispetto a quella fisiologicamente prevista. È un episodio diverso dall’attuale forestazione della Tangenziale, ma contiene una lezione importante: piantare un albero è soltanto l’inizio.

In una città esposta a estati sempre più calde e siccitose occorre garantirgli acqua, manutenzione e condizioni sufficienti perché possa superare proprio gli anni più delicati della sua crescita.

Piantare non significa riforestare

Il punto è proprio questo. Una seria politica del verde non può essere misurata soltanto attraverso il numero delle nuove piantumazioni.

Occorre contabilizzare anche gli alberi abbattuti, la superficie di chioma perduta e quella recuperata, il tasso di sopravvivenza delle nuove piante e il tempo necessario perché esse raggiungano dimensioni tali da svolgere realmente le funzioni per le quali sono state piantate.

Altrimenti rischiamo di costruire una contabilità ambientale singolare: un grande albero abbattuto vale meno di dieci piccoli alberelli appena messi a dimora semplicemente perché dieci è un numero maggiore di uno. Ma la natura non funziona come un bilancio numerico.

Questo non significa sostenere che ogni vegetazione preesistente debba essere conservata a qualunque costo. Esistono alberi malati o instabili che devono essere abbattuti; esistono specie invasive che possono richiedere interventi; esistono progetti nei quali sostituire una vegetazione degradata con un ecosistema più equilibrato può produrre nel lungo periodo un risultato migliore.

Ma proprio perché queste scelte possono essere tecnicamente giustificate, dovrebbero essere misurabili e verificabili.

Quanta biomassa viene eliminata? Quanta superficie di chioma? Quali servizi ecosistemici vengono temporaneamente perduti? In quanti anni il nuovo impianto dovrebbe recuperarli?

Solo rispondendo a queste domande possiamo sapere se una forestazione rappresenta realmente un guadagno ambientale e, soprattutto, quando comincerà ad esserlo. Chissà se l’Amministrazione Comunale risponderà mai a questi interrogativi...

Anche gli alberi sono diventati una risorsa scarsa

C’è infine un’altra contraddizione che riporta Brescia al problema nazionale. Già quando nel 2024 venne annunciato il progetto dei 33.000 alberi, i tecnici comunali segnalarono che reperire un numero così elevato di piante non era affatto semplice: non tutti i vivai disponevano delle quantità necessarie. Per questo si scelse di ricorrere al vivaio forestale regionale di Curno per ottenere specie autoctone certificate. Due anni dopo, l’allarme lanciato dal settore vivaistico nazionale mostra quanto quel problema fosse tutt’altro che episodico.

Se nei prossimi anni centinaia di amministrazioni cercheranno contemporaneamente milioni di alberi per rispettare programmi climatici e obiettivi di riforestazione, dopo decenni nei quali non si è costruita una filiera vivaistica adeguatamente programmata, anche gli alberi rischiano paradossalmente di diventare una risorsa scarsa. E il cambiamento climatico, purtroppo, non aspetterà i tempi dei nostri bandi.

Il verde non è arredamento urbano

Brescia ha compiuto recentemente un altro passo importante. Dal luglio 2026 è entrato in vigore il nuovo Regolamento del Verde, che riconosce esplicitamente il ruolo della vegetazione nella tutela della biodiversità, nel contrasto alle isole di calore, nella permeabilità dei suoli e, più in generale, nella produzione di servizi ecosistemici.

È una direzione condivisibile. Ma proprio questo nuovo approccio dovrebbe spingerci a cambiare anche il modo con cui valutiamo le politiche urbane del verde. L’obiettivo non può essere semplicemente raggiungere una determinata cifra di alberi piantati. Dovrebbe essere aumentare realmente, e stabilmente, la capacità della città di produrre ombra, assorbire acqua, ridurre le temperature, ospitare biodiversità e rendere più vivibili i quartieri.

Per questo la prima regola della riforestazione urbana dovrebbe forse essere la più semplice: prima di piantare un nuovo albero, impariamo a proteggere quelli che abbiamo già.

Poi occorre programmare. Rafforzare la produzione vivaistica. Scegliere specie adatte alle condizioni climatiche future. Garantire acqua e manutenzione nei primi anni. Depavimentare il suolo. Collegare le aree verdi. Controllare gli attecchimenti. Rendere pubblici i risultati. E soprattutto smettere di considerare il verde come la decorazione finale di una città già progettata. Perché nelle città sempre più calde del prossimo futuro gli alberi non saranno un elemento di arredo. Saranno un’infrastruttura essenziale.

Le promesse crescono più in fretta degli alberi

A questo punto vale forse la pena ricordare una piccola pagina della campagna elettorale del 2023. Il 25 febbraio, presentando la propria candidatura, Laura Castelletti annunciò che Brescia avrebbe messo a dimora, entro il 2030, 200.000 nuovi alberi: uno per ogni abitante della città. Pochi giorni dopo il candidato del centrodestra Fabio Rolfi giudicò la cifra poco ambiziosa e rilanciò: 500.000 alberi. Era cominciata, insomma, una sorta di asta elettorale del verde.

Oggi, dopo aver scoperto che per produrre gli alberi occorrono anni di programmazione, che i vivai italiani faticano già a soddisfare la domanda, che una parte delle giovani piante inevitabilmente non attecchisce, che ciascuna deve essere irrigata e curata e che occorrono anni prima che una piantina possa offrire i servizi ecosistemici di un albero adulto, quelle cifre meritano forse di essere rilette con qualche maggiore prudenza.

Duecentomila, cinquecentomila: in campagna elettorale gli alberi sembrano crescere con una facilità straordinaria. Peccato che, fuori dai comizi, la natura abbia tempi assai meno disponibili alle esigenze della propaganda.

Ed è forse proprio questa la lezione conclusiva. Una seria politica ambientale comincia quando si smette di promettere alberi come se fossero numeri da aggiungere a un programma elettorale e si comincia a considerarli per quello che sono: organismi viventi che devono essere prodotti, piantati, curati e fatti crescere per decenni. Le promesse, invece, attecchiscono molto più facilmente.

Fonte

06/08/2026

Il peso dell’intelligenza artificiale

Il caso Travagliato apre una discussione che riguarda tutta la Lombardia

Per molti anni ci siamo abituati a pensare al mondo digitale come a qualcosa di immateriale. Le nostre fotografie finiscono “nel cloud”, i documenti vengono archiviati su server lontani, l’intelligenza artificiale sembra vivere in una dimensione virtuale, senza occupare spazio.

La realtà è molto diversa.

Dietro ogni risposta di un sistema di intelligenza artificiale, dietro ogni archivio digitale, dietro ogni piattaforma informatica esiste una gigantesca infrastruttura fisica fatta di edifici, linee elettriche, trasformatori, impianti di raffreddamento, gruppi elettrogeni e consumi energetici enormi.

È proprio questa realtà che sta emergendo con forza a Travagliato.

Lo scontro politico

Il progetto del maxi Data Center previsto nell’area Averolda ha rapidamente trasformato una pratica urbanistica in un caso politico.

Il Consiglio comunale del 22 luglio si è svolto davanti ad una sala gremita di cittadini, mentre all’esterno oltre trecento persone hanno manifestato con striscioni e cartelli. Una mobilitazione inconsueta per Travagliato, segno che il tema ha ormai superato gli stretti confini dell’urbanistica.

Il sindaco Renato Pasinetti ha invitato alla prudenza, sostenendo che non esiste ancora una pratica edilizia definitiva e che l’amministrazione intende approfondire ogni aspetto prima di assumere decisioni. Ha inoltre respinto le accuse di scarsa trasparenza, ricordando come il Comune avesse già affrontato il tema dei data center nell’aggiornamento degli oneri urbanistici.

Di diverso avviso le minoranze consiliari, che contestano soprattutto il metodo seguito finora. Secondo il gruppo “Travagliato Bene Comune”, il progetto sarebbe stato portato all’attenzione pubblica troppo tardi e senza un adeguato confronto preventivo. Pur riconoscendo il valore strategico dei data center, l’opposizione definisce l’intervento «fuori scala» rispetto alle caratteristiche del territorio.

Al termine della discussione il Consiglio ha approvato l’istituzione di una Consulta comunale di Garanzia Ambientale e di monitoraggio del progetto, segnale evidente della volontà di mantenere alta l’attenzione durante l’iter autorizzativo.

Un impianto dalle dimensioni eccezionali

Le cifre aiutano a comprendere perché il progetto susciti tante discussioni.

Nella versione iniziale l’impianto prevedeva una potenza di 300 Megawatt, successivamente ridimensionata a 120 MW. Anche nella configurazione ridotta si tratta comunque di una struttura di dimensioni eccezionali.

Il progetto prevede un edificio principale di circa 48 mila metri quadrati, una sottostazione elettrica dedicata, sessanta generatori diesel di emergenza, quasi seicentocinquanta posti auto e mezzi pesanti e un’area complessiva di circa 130 mila metri quadrati. Il funzionamento dovrà essere continuo, ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette.

Accanto alle preoccupazioni ambientali, l’operazione rappresenterebbe anche un’importante entrata economica per il Comune, con oltre undici milioni di euro tra oneri di urbanizzazione, monetizzazioni e altre compensazioni.

Una questione che va oltre Travagliato

Sarebbe però un errore considerare questa vicenda come un semplice conflitto locale.

La documentazione disponibile mostra che progetti analoghi sono già in corso anche in altri territori lombardi.

Il caso di Pozzaglio ed Uniti, nel Cremonese, è particolarmente significativo. Anche lì è previsto un grande campus destinato ad ospitare un Data Center, con procedure urbanistiche, consulenti tecnici e problematiche molto simili a quelle oggi discusse a Travagliato.

Non siamo quindi davanti ad un episodio isolato, ma ad una trasformazione destinata probabilmente a interessare numerose aree della regione.

Una strategia sempre più centralizzata

Mentre a Travagliato e in altri comuni lombardi cresce il contrasto tra amministrazioni, cittadini e comitati, il Governo sembra aver già indicato con chiarezza la direzione di marcia.

Nell’ultimo Consiglio dei Ministri è stata infatti deliberata la dichiarazione di “preminente interesse strategico nazionale” per alcuni grandi Data Center destinati a sorgere tra Lombardia e Piemonte, con investimenti complessivi pari a circa otto miliardi di euro. La scelta consentirà la nomina di commissari straordinari incaricati di rilasciare un’autorizzazione unica destinata a sostituire i diversi provvedimenti normalmente richiesti per opere di questa portata.

Verso l’economia di guerra

Non si tratta soltanto di un’accelerazione amministrativa. È un segnale politico preciso, un rapido scivolamento verso l’economia di guerra. La crescente importanza strategica dei Data Center è infatti legata anche al ruolo assunto dall’Intelligenza Artificiale nei moderni sistemi bellici.

Oggi l’IA viene impiegata nell’analisi dell’intelligence, nella gestione di droni e sistemi autonomi, nella pianificazione delle operazioni, nella guerra elettronica e cibernetica, nelle campagne di informazione e propaganda, nel supporto alle decisioni dei comandi militari e nella progettazione e manutenzione dei sistemi d’arma. La capacità di elaborare enormi quantità di dati è ormai considerata una risorsa essenziale non solo per l’economia digitale, ma anche per fare la guerra. I Data Center quindi non vengono più considerati semplici investimenti immobiliari o iniziative imprenditoriali private.

Il nuovo quadro normativo

La scelta compiuta dal Governo riguarda alcuni progetti dichiarati di “preminente interesse strategico nazionale”, ai quali si applica una procedura straordinaria. La generalità dei Data Center segue invece il percorso previsto dalla nuova normativa nazionale e regionale del 2026. Nei documenti progettuali relativi al caso di Pozzaglio ed Uniti, ad esempio, viene richiamata una procedura autorizzativa unica che concentra le competenze principalmente in capo alla Regione o, nei casi previsti dalla legge, al Ministero dell’Ambiente, riducendo il ruolo decisionale dei singoli Comuni. In altre parole, anche senza ricorrere alla procedura straordinaria prevista per le opere dichiarate di interesse strategico nazionale, il legislatore ha già avviato un processo di progressivo accentramento delle decisioni su queste infrastrutture. Proprio per questo, però, cresce l’esigenza di garantire ai territori un’informazione completa e un confronto pubblico effettivo prima che le decisioni diventino definitive.

Seri interrogativi

Questa impostazione apre seri interrogativi. La procedura straordinaria comprime il ruolo degli enti territoriali e rende più difficile il confronto pubblico sugli impatti ambientali e urbanistici delle nuove infrastrutture. Nello stesso tempo, mentre i promotori sottolineano il valore degli investimenti, resta aperto il dibattito sul loro effettivo ritorno occupazionale, sui consumi energetici e sui costi che l’adeguamento della rete potrebbe comportare per i territori interessati.

In questa prospettiva, la vicenda di Travagliato assume un significato che va oltre i confini del comune bresciano. Diventa uno dei primi luoghi nei quali si misura il rapporto fra una strategia nazionale di sviluppo delle infrastrutture digitali e il diritto delle comunità locali a conoscere, discutere e valutare trasformazioni destinate a incidere profondamente sul proprio territorio.

Le domande ancora aperte

La documentazione tecnica contiene molte risposte ma lascia aperti anche numerosi interrogativi.

Alcuni studi preliminari affrontano i rischi connessi ai serbatoi di gasolio destinati ai gruppi elettrogeni, escludono scenari di esplosione e prevedono sistemi di contenimento e protezione antincendio. Tuttavia gli stessi elaborati precisano che le valutazioni sono ancora preliminari e che le analisi dettagliate sugli scenari incidentali, sugli areali di impatto e sui piani di emergenza saranno sviluppate nelle fasi successive del procedimento autorizzativo.

Questo non costituisce di per sé una prova dell’inadeguatezza del progetto. È semplicemente la dimostrazione che molte delle verifiche decisive devono ancora essere completate.

Ed è comprensibile che proprio su questi aspetti cittadini e amministratori chiedano il massimo livello di trasparenza.

Il peso fisico del digitale

Forse la vera lezione che arriva da Travagliato è un’altra.

Per anni abbiamo parlato di “economia immateriale”, di cloud e di intelligenza artificiale come se tutto questo non avesse un impatto concreto sui territori.

I Data Center raccontano invece una realtà diversa.

L’intelligenza artificiale ha un peso. Consuma energia, richiede acqua per il raffreddamento, occupa suolo, modifica la rete elettrica, produce nuove infrastrutture industriali. In altre parole, il cloud ha un indirizzo.

Ed è proprio questa consapevolezza che dovrebbe accompagnare il dibattito pubblico: non per fermare l’innovazione, ma per governarla. Perché il progresso tecnologico non può essere valutato soltanto in termini economici o industriali. Deve essere compatibile con il territorio, condiviso con le comunità locali e sottoposto ad un confronto trasparente, prima ancora che alle inevitabili autorizzazioni amministrative.

Solo così il futuro digitale potrà diventare davvero una risorsa e non l’ennesimo terreno di scontro tra sviluppo e tutela del territorio.

Fonte

01/04/2026

Transizione ecologica o speculazione? Il caso Fornaci

C’è un momento preciso in cui una vicenda locale smette di essere un semplice “progetto” e diventa un fatto politico. A Brescia, quel momento è arrivato. Non con una delibera, non con un parere tecnico, ma con uno striscione di venti metri steso davanti ai campi nei pressi del quartiere di Fornaci, domenica 29 marzo. È lì che il conflitto è diventato visibile. Ed è lì che la parola “politica” ha ripreso il suo significato più alto: non gestione dell’esistente, ma scelta sul destino di un territorio e di una comunità.

Un progetto che interroga

Sulla carta, quello previsto alla periferia sud-ovest della città è un impianto agrivoltaico. Energia rinnovabile, dunque. Transizione ecologica. Ma dietro questa etichetta si muove una realtà più complessa.

Il progetto coinvolge un grande operatore come SNAM e insiste su terreni di proprietà di un ente religioso, l’Opera Pia Carboni, legata alla Diocesi. Un intreccio che mette insieme energia, finanza e proprietà fondiarie in un’operazione che viene presentata come “green”, ma che solleva interrogativi profondi. Perché non è in discussione il principio delle energie rinnovabili. È in discussione il modo in cui vengono progettate, collocate, imposte.

Le istituzioni: perplessità o copione già visto?

Dopo le prime mobilitazioni, sia il Comune sia la Provincia hanno espresso infine obiezioni sull’opportunità del progetto. È un fatto rilevante. Ma non basta.
Perché esiste un copione ormai noto: i progetti avanzano senza vero dibattito pubblico, la mobilitazione cresce, le istituzioni prendono posizione, ma senza assumersi fino in fondo la responsabilità della decisione. Nel frattempo, il processo resta aperto.
E la domanda resta sospesa: si tratta di un cambio reale di orientamento o di una presa di distanza temporanea?

La differenza la fanno le persone

Se oggi il progetto è in discussione, non è per un’iniziativa istituzionale. È per ciò che è accaduto nel quartiere.
La differenza la stanno facendo le persone che ci vivono e che hanno scelto di esserci, dando priorità alla tutela del territorio e dicendo con forza no al progetto agrivoltaico a Fornaci. Lo hanno dimostrato con la spettacolare azione di domenica 29 marzo, quando hanno steso uno striscione di 20 metri davanti all’area minacciata.
Ribadendo ancora una volta che non sono contrarie alle energie rinnovabili, ma ritengono debbano essere realizzate in modo corretto e nel rispetto del territorio e delle aree abitate.
Questa è solo una delle iniziative che si stanno portando avanti. Nei prossimi giorni saranno valutate altre azioni per continuare la protesta e difendere il territorio.

Oltre il no: una proposta

Ed è qui che il caso Fornaci assume un significato pienamente politico, nel senso più alto del termine. Non si tratta solo di opporsi, ma di proporre.
Il Comitato Spontaneo Fornaci, insieme a realtà locali e provinciali come Legambiente e Brescia SiCura – Controllo di Vicinato, sta lavorando a un progetto alternativo: una riforestazione sociomassiva dell’area.
Oltre 200 mila metri quadrati, circa sessanta piò bresciani, da trasformare attraverso la messa a dimora di circa ventimila alberi e arbusti.
Una proposta costruita con il contributo di agronomi, forestali ed economisti, che mira a dimostrare come i servizi ecosistemici generati possano garantire alla proprietà un reddito non inferiore – e potenzialmente superiore – a quello attuale. La proposta preliminare sarà presentata pubblicamente entro l’estate.

Il nodo: chi decide la transizione?

A questo punto la domanda diventa inevitabile. Chi decide che cosa è “transizione ecologica”?
Se un progetto promosso da grandi operatori energetici, su terreni appartenenti a un ente religioso, può trasformare decine di ettari di suolo agricolo senza un reale coinvolgimento della comunità, allora il problema non è tecnico. È politico. Politico nel senso pieno: riguarda il rapporto tra potere e territorio, tra decisione e partecipazione, tra interesse economico e bene comune.

Il silenzio (non innocente) dei “Verdi”

In questa vicenda colpisce anche un altro elemento.
Proprio quelle realtà che dovrebbero essere più sensibili ai temi ambientali – liste civiche, gruppi “green”, movimenti climatici presenti anche in Loggia – si sono mosse poco e tardi. Quando lo hanno fatto, spesso si sono limitate a dichiarazioni negative ma prudenti, oppure hanno lasciato trapelare una sostanziale apertura verso il progetto.
Il ragionamento, più o meno esplicito, è sempre lo stesso: più fotovoltaico significa più autonomia energetica, meno dipendenza dall’estero, meno crisi.
Un discorso che, a sentirlo bene, finisce per assomigliare più a una versione locale delle retoriche sull’“indipendenza energetica” che a una riflessione concreta sui territori. E così, nel nome della transizione, si accetta quasi tutto. Anche ciò che transizione non è.

Una linea di confine

A Fornaci oggi passa una linea di confine.
Da una parte un modello che considera il territorio una superficie disponibile, da utilizzare in nome della transizione energetica. Dall’altra una comunità che rivendica il diritto di essere parte delle scelte, di difendere il proprio spazio, di costruire alternative. Ed è forse questo l’elemento più significativo. Perché, mentre il sistema si muove con le sue logiche e le istituzioni oscillano tra prudenza e ambiguità, qualcosa è già cambiato. Una presenza. Una consapevolezza. Una presa di parola.

Non è solo Fornaci

Pensare che questa sia una vicenda locale sarebbe un errore. Fornaci è un laboratorio. Qui si misura se la transizione ecologica sarà davvero un processo condiviso, oppure una nuova forma di intervento dall’alto, rivestita di linguaggio ambientale.
Per questo quello che sta accadendo non riguarda solo un quartiere. Riguarda tutto il capoluogo. E riguarda, soprattutto, il significato che vogliamo dare alla parola politica.

Fonte

17/02/2026

La “corda molle” e il partito unico degli affari

La storia della “corda molle”

La costruzione dell’infrastruttura autostradale “Corda Molle” (A21 racc) a Brescia è stata definita un’“opera strategica”. È lunga circa 30 km. Il progetto aveva l’obiettivo di riordinare la viabilità e alleggerire il traffico nel nodo urbano e provinciale, caratterizzato da un forte congestionamento. Il nome “Corda Molle” deriva dalla forma semicircolare del tracciato, simile a una corda fissata ai due capi ma “allentata”, che unisce i vari comuni della periferia bresciana.

Essa – secondo le intenzioni dei realizzatori – mira a separare la circolazione di attraversamento da quella locale, riducendo l’intensità veicolare sulla tangenziale sud e sulla viabilità ordinaria. Si faciliterebbero così il trasporto merci e la mobilità dei lavoratori.

Dovrebbe costituire infatti un raccordo fondamentale tra le principali autostrade che attraversano la provincia di Brescia (A4 Milano-Venezia, A21 Piacenza-Cremona-Brescia) e la strada statale 45bis Gardesana, migliorando l’accessibilità all’aeroporto di Montichiari, smistando il traffico dalla Valtrompia al Garda, dalla Valcamonica alla Bassa, agevolando insomma tutta la viabilità provinciale. 

La “corda molle” e la piramide di Cheope

La “Corda Molle” è stata pubblicizzata perciò come “vitale” per il territorio. Il progetto ha avuto inizio negli anni Novanta del secolo scorso. Dopo circa un trentennio tra progettazione e lavori, l’opera è stata completata. Insomma, c’è voluto più tempo di quello occorso per edificare la piramide di Cheope, perché nel corso degli anni, l’opera ha vissuto lunghe fasi di stallo con cantieri bloccati, specialmente nel tratto tra Azzano Mella e Ospitaletto.

Controversie vecchie e nuove

Perciò la “Corda Molle” è stata oggetto di lunghe controversie. L’ ultima in ordine di tempo, fresca di pochi giorni, ruota attorno all’introduzione di un pedaggio per transitarvi (prevista da marzo 2026). La decisione ha trasformato una strada di scorrimento gratuita, in sostanza un raccordo autostradale, in una arteria a pagamento.

Il sistema prevede un balzello automatico senza caselli (Free Flow), con telecamere che rilevano la targa, al costo di circa 12 centesimi al chilometro per le auto e 31 per i mezzi pesanti.

La polemica principale riguarda il fatto che si fa pagare una originaria strada provinciale riqualificata, con critiche sulla disparità di trattamento rispetto ad altre zone d’Italia. Per attenuare le polemiche, sono state previste esenzioni per i residenti di alcuni comuni (circa 20) e sconti del 50% per i Bresciani, ma questo non ha placato i malumori.

Le associazioni di categoria dei camionisti hanno criticato fortemente l’introduzione del pedaggio, definendolo una violazione del principio di equità.

Nonostante il tentativo del Ministero delle Infrastrutture di limitare l’impatto economico, la questione ha suscitato intensi dibattiti politici e tra la cittadinanza. Sul piano politico l’articolazione di centrosinistra del Partito Unico degli Affari è partita all’attacco di quella di destra.

Ma da che pulpito viene la predica!

La costruzione e il completamento della “Corda Molle” hanno visto infatti, nel corso dei lunghi anni di lavori, l’appoggio di entrambi gli schieramenti politici con un forte impulso – più recentemente – da parte del centrodestra. I principali attori politici e istituzionali che hanno sostenuto l’infrastruttura sono stati negli ultimi tempi la Lega e Fratelli d’Italia. Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (MIT), guidato da Matteo Salvini, ha spinto per giungere al termine dei lavori e per l’accordo sul pedaggio con esenzioni, considerati “un traguardo fondamentale per il territorio”.

Storicamente tutte le giunte di centrodestra che dominano in Regione Lombardia ormai da più di un trentennio hanno sostenuto la “Corda Molle” come “opera strategica”.

La Provincia di Brescia, ultimamente governata dalla destra ma per lungo tempo amministrata da una sorta di sistema bipartisan, ha giocato un ruolo chiave nel portare avanti le trattative per lo sblocco dei cantieri e l’accordo con Autovia Padana per la gestione dell’opera.

Ma il centrosinistra locale nel Bresciano ha sempre riconosciuto l’utilità dell’opera, non ha mostrato contrarietà alla sua costruzione. Ha portato avanti una opposizione alla conduzione del suo completamento e, soprattutto, all’introduzione del pedaggio, sostenendo che il Governo e il ministero non abbiano mantenuto le promesse di gratuità. In questo senso il centrosinistra ha presentato mozioni in Provincia per respingere il balzello.

Esso, d’ altra parte, è stato inserito per ottemperare agli accordi convenzionali presi con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e per finanziare la manutenzione, la sicurezza e la conclusione delle opere gestite da Autovia Padana. Il pedaggio infatti serve a coprire i costi futuri di gestione dell’infrastruttura nonché quelli dei lavori di completamento del raccordo. Tali costi, infatti, sono cresciuti significativamente nel corso degli anni. Un classico nella storia delle “grandi opere”. Anzi, la costruzione di un’infrastruttura simile nella zona bresciana ha raggiunto cifre così alte, da essere citate talvolta come tra le più costose in Italia per chilometro realizzato.

Insomma, la vicenda della “Corda Molle” è un plastico esempio di quale sia il tipo di contrapposizione esistente in Lombardia all’interno del Partito Unico degli Affari. Entrambe le consorterie che lo costituiscono (destra e centrosinistra) sono d’accordo sulle scelte fondamentali a favore del business, ammantate da motivazioni di “efficientamento ed efficacia”. Il centrosinistra imposta quindi la sua “opposizione” sul concetto che le stesse cose che fa la destra, esso le farebbe meglio se andasse al potere in Regione. È dal 1995 che va avanti così ed è dal 1995 che la destra governa vincendo sempre tutte le tornate elettorali. 

La vera opposizione

Tornando alla questione della “Corda Molle”, l’unica opposizione netta, coerente e continua a questa presunta “opera di importanza vitale” l’hanno portata avanti, dalle lontane origini della storia, le associazioni ambientaliste, in particolare Legambiente Brescia.

Esse hanno infatti fin dall’inizio espresso forte contrarietà al progetto. Sono arrivate a presentare ricorsi al TAR per l’annullamento del collegamento autostradale. Hanno definito l’opera stessa come parte di un contesto infrastrutturale impattante, contraddistinto da elementi pesantemente negativi. Ne ricordiamo alcuni: cementificazione di vaste aree agricole nella pianura bresciana, creazione di squilibri con ecosistemi locali, sovradimensionamento rispetto alle reali esigenze di mobilità, modalità di costruzione per lotti funzionali poco trasparente e spesso avviata prima di una reale necessità, pedaggio come tassa ingiustificata.

Le associazioni hanno individuato nella “Corda Molle” l’ennesimo caso di “investimento inefficace e opaco”, sottolineando che non ha decongestionato il traffico dell’A4 e del nodo di Brescia come previsto. Si è trattato più che altro di uno spreco di denaro.

Anche “Potere al Popolo” di Brescia e Provincia, sulla base della impostazione politica generale dell’organizzazione, si pone in antitesi rispetto alle politiche di privatizzazione e pedaggiamento delle infrastrutture pubbliche, che sono attualmente – come abbiamo visto – al centro del dibattito sulla “Corda Molle”.

L’ area in cui ci collochiamo si oppone alla logica dei pedaggi sulle arterie viarie che collegano il territorio, considerando queste ultime beni comuni o infrastrutture che dovrebbero essere gestite dal pubblico senza gravare sui cittadini.

In questo senso, balzelli come quello inventato per la “Corda Molle” possono essere considerati una violazione al principio di democrazia. E questo al netto del fatto che anche per “Potere al Popolo” di Brescia e Provincia la “Corda Molle” rappresenta un monumentale esempio di “grande opera” che sacrifica risorse naturali e paesaggistiche in nome della mobilità inquinante su gomma, in un contesto territoriale già fortemente provato dal punto di vista ambientale.

Fonte

23/12/2025

A Brescia la sindaca delle meraviglie future

Chi si loda s’imbroda

La casta politica lombarda vanta una presunzione che basta per l’Italia. E quella bresciana è ancora più presuntuosa della milanese, soprattutto se si tratta del pezzo di casta di centrosinistra.

I cittadini della Leonessa ne hanno avuto conferma dal discorso di fine anno tenuto il 20 dicembre dalla sindaca Castelletti nella prestigiosa location di Palazzo Tosio, circondata – come nei migliori rituali delle nomenklature – dalla sua Giunta.

“Niente slogan”, ha promesso la Prima Cittadina. Dopodiché è stato tutto un autoincensamento, sintetizzato nella perentoria affermazione: “Brescia non è solo una buona amministrazione locale, è una città che si muove con ambizioni europee”. Precisando che “una città europea non è quella che assomiglia alle altre, è quella che guida, che anticipa”.

E Brescia, secondo lei, lo starebbe facendo. Anzi di più. La spinta verso la modernizzazione punta ora all’ambizione planetaria. Con la nascita della “Fondazione per la Cittadella dell’Innovazione Sostenibile”, la Leonessa intende infatti accreditarsi come “un ecosistema capace di proiettarsi su scala internazionale”.

Castelletti ha dichiarato che il suo sarebbe “un modo diverso di governare, fatto di responsabilità e di capacità di tenere insieme sviluppo e giustizia sociale”. Un meccanismo virtuoso che non lascia indietro nessuno (anche se poi si viene a sapere che le persone assistite dai servizi sociali sono passate in meno di un anno da 4.159 a 4.817, e sono solo la punta dell’iceberg della povertà dilagante).

Giochi di potere

C’è probabilmente, in una attività propagandistica così accentuata, un obiettivo politico, che è quello di creare le condizioni favorevoli per una ricandidatura nelle elezioni del 2028. Castelletti ha sostenuto infatti che “il mandato di un sindaco è decennale come impostazione mentale e i miei alleati in più occasioni hanno richiamato la necessità di questa continuità”.

Raggiunta la metà della prima sindacatura, ha dunque giocato d’anticipo parlando di cantieri, progetti ecc. che dovrebbero trovare compimento in un arco temporale che arriva fino al 2050, tanto per stare sul sicuro. Insomma tutto deve essere visto come un filo unico che lega presente e futuro... 

In un lontano futuro

Anzi, verrebbe da dire che lo sguardo è rivolto prevalentemente al lontano futuro.

Ad esempio, l’“Agenda Urbana Brescia 2050” è il documento avviato dal Comune per definire una visione condivisa e sostenibile della città al 2050,che però ha già raccolto nel 2025 centinaia di contributi da cittadini, imprese, professionisti e mondo accademico, costituendo la base per le scelte strategiche future.

Il Piano Aria e Clima «stabilisce obiettivi vincolanti: –55% di CO₂ al 2030, neutralità climatica al 2040 per Comune e Partecipate, un’infrastruttura adattiva contro ondate di calore e dissesto idraulico».

Anche per ciò che concerne la Caffaro “il Comune ha affiancato stabilmente il Commissario straordinario nella fase dell’appalto integrato che porterà alla demolizione degli edifici e alla bonifica dell’intera area, con conclusione prevista nel 2030”.

Considerando che la bonifica dell’area Caffaro era stato uno dei cavalli di battaglia del predecessore Emilio Del Bono nella campagna elettorale del 2013, e ripensando a tutti gli altri già citati fondamentali traguardi previsti per il 2030, 2040 e 2050, non può non tornare in mente la famosa frase dell’economista George Maynard Keynes: «Nel lungo periodo siamo tutti morti».

D’ altra parte, perfino la metropolitana, la più piccola del mondo, sarà dal 2029 che beneficerà di un incremento delle frequenze grazie a due nuovi treni.

Quanto alla raccolta differenziata, fortunatamente va meglio sui tempi di attesa, l’obiettivo resta l’83,3% per il 2027.

Solo la cementificazione andrà veloce

C’è solo un settore dove gli avanzamenti sono previsti in tempi assai rapidi: quello della cementificazione. La sfida principale del Partito Unico degli Affari si gioca sull’abitare, con l’operazione Sanpolino, che la sindaca – garante di tale Partito – definisce “l’ultima grande operazione urbanistica della nostra città”. Si preannuncia un grande business.

«È già pronto uno studio, realizzato da Cassa Depositi e Prestiti nell’ambito del Programma InvestEu, che prevede la realizzazione fino a 600 alloggi, integrando diverse soluzioni abitative: edilizia convenzionata in locazione, residenze temporanee per lavoratori, abitazioni per anziani autosufficienti, edilizia libera e un insieme di servizi di prossimità», ha detto Castelletti.

Che ha poi aggiunto: «Il nostro obiettivo resta azzerare gli appartamenti comunali sfitti entro il 2028, grazie a 26 milioni di euro di investimenti in quattro anni». Che cosa significhi quest’ultima frase non è chiarissimo.

Il triste destino di un quartiere popolare

Di sicuro chi già vive a San Polino non crede alle “migliori pratiche (qualità architettonica, mix sociale, mobilità sostenibile e integrazione con il contesto urbano)” cui sarebbe impostata, a detta della sindaca, tutta l’ operazione. Secondo lei infatti “il modello adottato combina intervento pubblico, partnership istituzionali e strumenti innovativi, in linea con le città europee più dinamiche”.

Tanto più che ai complessi abitativi andrebbero ad aggiungersi il nuovo impianto indoor e il Centro di preparazione olimpica per la ginnastica artistica, per collocare “Brescia tra le principali città sportive italiane”.

Ma gli abitanti di San Polino sentono che l’edificazione a tappeto avrà un impatto non positivo sulla qualità dell’aria e della vita degli abitanti del quartiere.

Ovviamente certe cose si fanno nelle periferie popolari e altrettanto ovviamente senza dialogare con gli abitanti.

Il quartiere era verde e vivibile. Dopo le enormi infrastrutture sportive e i 3 palazzi di 5 piani, quasi completati, sarà definitivamente devastato dal cemento di 600 nuovi appartamenti e dal conseguente incremento di traffico e inquinamento.

Cementificare significa non solo consumare suolo ma anche emettere ingenti quantità CO2 in atmosfera (altro che zero consumo di suolo!). Nuova distruzione di terreno permeabile, di piante, di biodiversità. Brescia è la provincia che consuma più suolo in Italia e ci sono 800 ettari di aree dismesse.

Costruire (mai recuperare!), perché è questo che serve al Partito Unico degli Affari, delle cui esigenze Castelletti e la sua maggioranza comprendente finanche ambientalisti e antagonisti di vario tipo si fa interprete.

La prolusione di fine anno della sindaca, tirando le somme, ha confermato ancora una volta che Brescia è una città in mano a un comitato d’affari che ne indirizza le svolte essenziali da molti anni.

Il centrosinistra in tutte le sue sfumature lo spalleggia e fa credere a molti elettori che questa amministrazione sia veramente il meglio in circolazione. Il baluardo contro il ritorno del nazifascismo, la città dei diritti, la capitale green, l’a2a che favorisce gli utenti ecc.! Ma certe ferite non rimarginate, come l’enorme fallimento della Freccia Rossa in pieno centro cittadino, stanno lì a ricordare di cosa siano capaci gli uomini del grande business.

E tutto ciò dopo aver abbattuto la Torre Tintoretto con 190 appartamenti di Erp andati in polvere, in una città con migliaia di appartamenti di proprietà pubblica (Aler e Comune) che avrebbero potuto essere sistemati e affittati a canoni sociali, risolvendo il problema dell’emergenza abitativa. Ma non lo si è fatto e non sembra proprio che lo si voglia fare, per non turbare “il mercato immobiliare”.

Eppure se si pensa che, almeno fino a quando andiamo a pubblicare questo articolo, l’unica reazione critica ai progetti edificatori della Giunta è stata quella dei suprematisti razzisti di estrema destra, che si dichiarano sì favorevoli alla cementificazione, purché nessun alloggio a canone agevolato venga assegnato “alle pseudo risorse d’importazione che stanno sfigurando l’identità dei Nostri quartieri e della Nostra Città!!”, si può intuire che Castelletti dormirà sonni tranquilli.

Oscena stabilità della “democrazia matura”

Da oltre tre decenni si è creato in Italia un regime oligarchico che ci ha raccontato che per avere il bene supremo della “stabilità” occorrevano leggi elettorali post-fasciste con doppi turni, e/o premi di maggioranza e altri marchingegni truffaldini che solo i gerarchi partitocratici riescono cinicamente a concepire.

Chiunque voglia capire sa che ormai il problema sta nei partiti di Sistema i quali, grazie a sistemi elettorali come quelli in vigore nelle amministrazioni locali, si sono trasformati in opache somme di clientele e quindi sono senza un’idea politica in grado di guidare la loro azione, senza una visione di società e di sviluppo che non sia quella di favorire i propri gruppi di riferimento.

La conseguenza è che la maggioranza degli aventi diritto al voto non si reca più alle urne, avendo intuito l’imbroglio. D’ altra parte, è proprio questo l’obiettivo che si riproponevano gli oligarchi. E l’ hanno raggiunto, chiamandolo “democrazia matura”. Tutto ciò al di là delle chiacchiere cui ci ha abituati qui a Brescia Laura Castelletti.

Quel che va riformato è il sistema dei partiti con una legge che definisca le loro funzioni e imponga trasparenza e partecipazione nei processi decisionali interni, nell’affidamento degli incarichi, nella definizione dei programmi, nella selezione dei candidati. Così come vanno riformate in senso proporzionale vero le leggi elettorali degli enti locali. E così come va ridata una funzione fondamentale alla dimensione pubblica dell’amministrazione, senza deleghe all’associazionismo privato delle cerchie.

Brescia e la Lombardia, governate da un trentennio dagli stessi schieramenti, uno di centrosinistra, l’ altro di destra, sono un esempio eclatante della compiuta degenerazione. Cosa serve ancora per comprendere che solo un cambio di modello può invertire il processo di distruzione della democrazia in atto?

Fonte

31/07/2025

Iveco: nubi nere all'orizzonte

Si moltiplicano i segnali inquietanti sulla cessione della Iveco Idv (Iveco Defence Vehicles) a Leonardo e della divisione veicoli industriali alla Tata Motors, uno dei maggiori gruppi indiani con sede a Mumbai, che già possiede i marchi Jaguar e Land Rover.

Il titolo ha non a caso guadagnato negli ultimi giorni improvvisamente il 5,2% in Piazza Affari, dopo che l’agenzia Bloomberg ha ipotizzato un imminente annuncio sulla cessione, per la quale le trattative sarebbero in fase avanzata.

La vendita di Iveco si inserirebbe nel quadro degli sforzi di Exor, la holding finanziaria olandese della famiglia Agnelli/Elkann che controlla Iveco, di diversificare i propri interessi dal settore automobilistico verso aree come la sanità, i beni di lusso e la tecnologia.

Il gruppo Iveco ha 14 mila dipendenti in Italia e 36 mila in altri Paesi europei. Di questi, circa 2.600 lavorano a Brescia.

Attorno agli stabilimenti Iveco ci sono inoltre decine di aziende che formano la filiera. Avendo avuto già un’esperienza più che sufficiente delle modalità di azione degli “(im)prenditori” indiani nella vicenda dell’ex-llva, è certo che come prima cosa gli stabilimenti diventeranno luoghi di assemblaggio di pezzi fabbricati altrove. Il trattamento riservato ai lavoratori sarà poi senz’altro simile a quello già sperimentato ampiamente a Taranto.

Del resto, la stessa Iveco ha confermato in una nota che «sono in corso discussioni in stato avanzato per potenziali operazioni riguardanti il settore della difesa, da un lato, e la restante società dall’altro». Ed ha aggiunto: «Il Consiglio di Amministrazione sta analizzando e valutando attentamente tutti gli aspetti di queste potenziali operazioni».

Così dopo anni di soldi pubblici regalati agli Agnelli/Elkann, ora ci ritroviamo con il rischio di vedere un colosso strategico come IVECO finire nelle mani degli indiani di Tata... E dire che gli Agnelli/Elkann avevano annunciato investimenti nell’Iveco per 5,5 miliardi di euro entro il 2028... 

La strada è dunque segnata, malgrado le prese di posizione di poco credibili dei deputati bresciani del Partito Democratico e di Azione, che chiedono – proprio loro, alfieri del “libero mercato” – garanzie al Governo Meloni!

Un’altra grande azienda italiana finirà in mani straniere con enormi ricadute in termini di occupazione.

Negli ultimi anni in Italia è avvenuto un vasto processo di perdita di capacità industriale.

La Presidente del Consiglio Meloni, la “sovranista” di cartapesta che in campagna elettorale tanti proclami aveva lanciato in difesa della “sovranità nazionale”, potrebbe rapidamente attivarsi per evitare l’ennesima svendita.

Gli strumenti esistono: Golden Power per bloccare la cessione di un’azienda ritenuta strategica; partecipazione statale alle quote azionarie; nazionalizzazione. Sono parole che destano scandalo per i liberisti dominanti in Italia. Sono in realtà efficaci mezzi di intervento, ovviamente se c’è la volontà politica di intervenire...

Ma tutto questo non succederà. La proposta di vendita di Iveco Defence a Leonardo è in corso anzi proprio perché è l’unica cosa che interessa al governo: mantenere i lucrosi affari legati alle armi e alla guerra. Quelli sì che sono “attività strategiche”! Quanto al resto, strada spianata ad un accordo con Tata per la parte restante del business, che comprende autocarri commerciali, propulsori, autobus e altri veicoli speciali.

Non è possibile accettare che un altro pilastro industriale anche di Brescia venga svenduto, provocando un colpo mortale alla struttura produttiva del territorio.

Ogni giorno si perdono fabbriche, posti di lavoro, capacità economica.

Chi dice che “la mano invisibile del mercato” auto-governerà nel migliore dei modi il “processo di riassestamento” o è in malafede o non capisce niente.

Fonte

27/01/2024

Il mattatoio di Gaza scuote le coscienze, soprattutto dei giovani

Sempre di più qualcosa si muove. Persino lì dove sembrerebbe impossibile. Tipo le cerimonie ufficiali, alla presenza di “autorità” che portano la responsabilità di esser complici consapevoli con i criminali al governo a Tel Aviv.

Due giorni fa, a Brescia, alla presenza tra gli altri del Commissario europeo nonché ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, si inaugurava l’anno accademico all’Università. È stata data ad un certo punto la parola a Mattia Rebessi, uno studente coordinatore dell’Udu. Un’organizzazione che non passa certo come esempio di “estremismo”.

E questo è stato il suo intervento, che potete ascoltare.



Per maggiore chiarezza gli è stato chiesto di spiegare il suo gesto, ed ha scritto le brevi considerazioni che potete ora legge qui sotto.

Qualcosa si muove. L’umanità non può tacere né tanto meno essere soffocata.

*****

I tempi che corrono sono di tale crisi, che abbiamo ritenuto di dover fare un discorso abbastanza forte da scuotere un po’ gli animi.

Direi che ci siamo riusciti.

Il nostro discorso dell’inaugurazione dell’anno accademico era volto a far sentire visti e uditi i nostri compagni e le nostre compagne, anche quelli che non possono più studiare perché le loro università sono state bombardate.

In parte anche la componente docente lo ha apprezzato, in particolare quella femminile, perché abbiamo toccato argomenti che troppo poco vengono dibattuti nella politica nazionale: parlare apertamente di patriarcato su un palco del genere era una necessità.

Il discorso che abbiamo pensato, soprattutto per quanto riguarda i temi della Palestina ad esempio, va a toccare quello che chiunque con un minimo di conoscenza di coscienza umana sente come una verità, cioè che è inaccettabile la morte di 25.000 Civili di 10.000 bambini; l’ampia maggioranza delle donne è delle colleghe vive col peso di subire discriminazioni e molestie per il solo fatto di essere donna; tutti si stanno rendendo conto dell’emergenza climatica, passiamo da estate di piena siccità a periodi di alluvionali da inverni senza freddo, senza neve e senza pioggia.

Volevamo che tutti si rendessero conto in quell’aula che il malessere che i giovani stanno provando è reale e legato a cause ben tangibili che vanno affrontate, e che non siamo più disposti a sottostare ad accondiscendenza e paternalismo.

Mattia Rebessi - coordinatore di Studenti Per – UdU Brescia

Fonte

09/03/2023

Covid-19 - Lo strano caso delle archiviazioni a scoppio ritardato

Le archiviazioni di Roma, a scoppio ritardato, non toccano l’inchiesta di Bergamo: chi gestì la pandemia nel 2020 rimane indagato.

A scoppio ritardato, visto che il provvedimento è del 18 maggio 2021, sta facendo rumore l’archiviazione disposta dal Tribunale dei Ministri di Roma per l’ex premier Giuseppe Conte e gli ex ministri Roberto Speranza, Luigi Di Maio, Alfonso Bonafede, Lorenzo Guerini, Roberto Gualtieri e Luciana Lamorgese, accusati in decine e decine di denunce di svariati reati in relazione alla gestione della pandemia da Covid-19.

USB sottolinea la sospetta tempestività della diffusione di una notizia con due anni di ritardo, proprio quando la Procura di Bergamo indaga – a seguito della denuncia presentata dall’avvocato Vincenzo Perticaro a nome di Asia USB nel marzo 2020 – 19 tra ministri, politici e alti dirigenti della Sanità e proprio sul tema della gestione della pandemia.

L’archiviazione disposta dai giudici del Tribunale dei Ministri accorpa tutte le denunce presentate da organizzazioni e privati di estrazioni le più disparate: dai no vax a Taormina, ai gilet arancioni etc. Nel mucchio è finita la denuncia di Asia USB, presentata oltre che a Roma in diverse altre procure italiane, compresa quella di Bergamo che ha invece ritenuto di dare seguito all’esposto.

L’antica archiviazione di Roma sostiene che “in nessun modo l’epidemia può dirsi provocata dai rappresentanti del governo” – fatto che nessuno ha mai contestato – e ribadisce che tutte le decisioni prese all’epoca sono politiche, quindi al di fuori del sindacato della magistratura.

In parallelo, però, i giudici romani si avventurano in improbabili assunti: “Deve ribadirsi che, soprattutto in una situazione di incertezza come quella sopra descritta non era esigibile da parte degli organi di governo l’adozione tout court di provvedimenti in grado di impedire ogni diffusione dei contagi che non tenessero conto della necessità di contemperare interessi diversi e in particolare la tutela della salute e la tenuta del tessuto socio economico della collettività”.

Insomma, se all’epoca governo, regioni e organismi tecnici non hanno proceduto con gli strumenti a disposizione, non hanno istituito zone rosse intorno ai focolai Covid, come accaduto in provincia di Bergamo, se non esisteva un piano pandemico aggiornato, se non c’erano scorte di dispositivi di protezione, se insomma i morti si sono contati a migliaia nella sola Lombardia, per i giudici di Roma è perché la politica aveva il diritto-dovere di tutelare la “tenuta del tessuto socio economico” e di “contemperare interessi diversi”, ovviamente sempre quelli dei più forti, dei più ricchi, dei più potenti.

Un altro modo per dire chi se ne frega se la gente muore, difendiamo prima di tutto bilanci e profitti. Per fortuna c’è un giudice a Bergamo che fa il suo lavoro.

Unione Sindacale di Base

*****

La recente ordinanza della Procura di Bergamo sui gravi accadimenti avvenuti nel febbraio/aprile 2020 nella provincia orobica costituisce, se non un punto di arrivo, una tappa importante per cercare di ricostruire responsabilità politiche ed individuali della peggior catastrofe sanitaria dai tempi delle peste manzoniana.

Quello che ne emerge è il racconto di un sistema di potere nazionale, regionale e locale assolutamente impreparato a gestire una crisi pandemica di inusitata virulenza, un evento eccezionale, ma prevedibile e previsto da parte di chi ha come proprio compito quello di studiare il possibile sviluppo di eventi come questo. Ciò nonostante, non solo non hanno rinnovato il piano pandemico ma non hanno neppure applicato quanto previsto in quello fermo a quindici anni prima che, per quanto obsoleto e fuori dallo stato dell’arte, avrebbe potuto limitare i danni.

Ma ripercorriamo i fatti dall’inizio.

Il mese di febbraio inizia tranquillo, si sente qualche voce preoccupata e Confindustria gira uno spot: “Bergamo is running”, che rivisto solo pochi giorni dopo farà accapponare la pelle. Gori sta alla grancassa degli industriali e organizza pranzi, aperture straordinarie dei negozi del centro, biglietti dei bus gratuiti al grido di “tutti a Bergamo”.

Così si sono ignorati segnali di allarme che provenivano dal primo paese colpito, la Cina, in nome di una sufficienza razzista: cose da asiatici, qui noi abbiamo una sanità che il mondo intero ci invidia.

Ci si limitò quindi a vietare i voli diretti da e per la Cina sorvolando, è il caso di dirlo, le diverse triangolazioni possibili con scali europei intermedi. Infatti il tourbillon di viaggi sulla via della seta non cessò fino alla fine di febbraio e moltissimi uomini d’affari facevano spola. Una delle mete italiane di questo andirivieni era giusto giusto la Val Seriana il cui oro fu per secoli il tessile successivamente delocalizzato proprio in Cina. Quindi imprenditori italiani che avevano forti contatti con il paese asiatico andavano e tornavano tranquillamente.

Se la Val Seriana aveva conosciuto tempi migliori con l’industria tessile è pur vero che, una volta scomparsa o quasi, non se ne sarebbe stata con le mani in mano. La voglia “de laurà” è nell’aria da queste parti e quindi la vallata, di fatto una città lineare di centomila abitanti fortemente connessa con il comune di Bergamo, cominciò a pullulare di fabbriche e fabbrichette molte delle quali legate all’automotive. Una valle e una città ad altissimo tasso d’interazione sociale, uno scalo aeroportuale che è il terzo del Paese e una fortissima vocazione all’industria. L’industria ed il sistema produttivo bergamasco e bresciano, che hanno tra le più alte concentrazioni di lavoro operaio d’Italia, spiegano sia la velocità di diffusione del virus sia il perché si sia fatto di tutto affinché le attività produttive non si fermassero.

Siamo al 23 febbraio e, mentre da alcuni giorni è iniziato un lockdown a Codogno, all’ospedale di Alzano viene trovato un paziente positivo al Covid. Il pronto soccorso viene chiuso, astanti e parenti vengono radunati nella Chiesa del nosocomio. Dopo alcune ore il pronto soccorso viene riaperto e, nel volgere di pochi giorni, si riempirà di malati.

La fine di febbraio si consuma tra ventilate chiusure e pressioni inusitate sui politici locali da parte degli imprenditori per scongiurarle. In questo aspetto tutta l’inchiesta, che passa giustamente sotto la lente di ingrandimento le responsabilità dei politici e la catena di comando della sanità nazionale e lombarda, sembra non fornire alcuna risposta.

Era pronto l’esercito, carabinieri e polizia venuti da fuori e alloggiati a Zingonia, prove generali di blocchi stradali.

Blocchi che non scatteranno mai trascorrono quindici giorni, quindici giorni di sirene e campane a morto dove si attende la zona rossa come una benedizione.

Ma non fanno niente.

L’8 marzo il lockdown nazionale, da Siracusa ad Aosta.

Qui si continua a morire, molti negli ospedali, ma tanti anche a casa da soli. In due mesi la pandemia miete duemila vittime in Val Seriana e altre quattromila nel resto della provincia.

Si muore come mosche ma le fabbriche ancora non si fermano, devono passare altri giorni preziosi perché ufficialmente siano costrette a farlo e con le dovute eccezioni assai utili per aggirare la disposizione.

Basta dichiarare che produco imballaggi per medicinali e la scappatoia è trovata.

Si muore negli ospedali strapieni ma anche nelle RSA trasformate in lazzaretto e ricovero per malati dimessi, i balconi si riempiono di striscioni che recitano il rito apotropaico dell’andrà tutto bene.

Come è andata a finire lo sappiamo.

Quando tutto o quasi viene riaperto la voglia e la rabbia per quanto accaduto, la canalizzazione del lutto in un senso compiuto portano a diverse e pur piccole manifestazioni.

Nasce un piccolo presidio davanti all’ospedale di Alzano, attivisti e attiviste che si ritrovano tutti i sabati davanti al nosocomio con cartelli che chiedono conto della mancata zona rossa, solidarizzano con il personale sanitario e con il suo spirito di abnegazione, chiedono le dimissioni di Fontana, Gallera, direttore dell’ATS e dell’ASST, gli stessi oggi indagati.

Il primo provvedimento di iscrizione sul registro degli indagati non riguarderà però costoro. Infatti un anno dopo la polizia si renderà protagonista di una bruttissima pagina repressiva, perquisendo ed indagando due attivisti del comitato di denuncia per delle lettere minatorie ricevute da Confindustria. Lo fa sulla base della pregressa appartenenza di questi a gruppi della lotta armata negli anni '70, ipotizzando una fantomatica associazione sovversiva.

Anni dopo la cosa si sgonfierà, il PM chiederà l’archiviazione della quale però non si sa ancora nulla.

Il resto è storia di oggi, Fontana appena rieletto, con molti meno voti assoluti ma con alle spalle il vento di quelli che bisogna dimenticare e tornare al lavoro. Persino in Val Seriana le percentuali lo plebiscitano del sessanta per cento, anche ad Alzano e Nembro.

Vedremo cosa dirà il processo e se prevarrà l’attribuzione di responsabilità a livello nazionale o regionale.

Quello che è sicuro è che non ci saranno sfracelli e che cane non mangia cane.

Fonte

14/03/2021

Zona Confindustria


Nella provincia di Brescia i carabinieri hanno beccato per caso, in un controllo di routine, un padrone che andava al lavoro con il Covid assieme alla sua segretaria, senza dire nulla a dipendenti a clienti e ora non si sa in quanti siano stati contagiati.

Ora i padroni diranno che è un caso isolato, che in realtà va tutto bene, ma mentono.

L’industria e la logistica bresciane funzionano a ritmi superiori a quelli precedenti la pandemia ed infatti hanno recuperato tutte le perdite. In questo grande affare i contagi dilagano, centinaia al giorno nelle fabbriche e nei magazzini.

D’altra parte i lavoratori della sanità e gli ospiti delle RSA sono stati tutti vaccinati, gli ottantenni no ma stanno a casa, le scuole sono chiuse da diversi giorni. E neppure la tanto deprecata movida si vede più. E ciononostante il virus dilaga.

Dove si prende il Covid dunque se non al lavoro o andando al lavoro? Magari affollando quei traporti pubblici che ora il governo con infame ipocrisia raccomanda di non prendere?

Da lunedì la Lombardia sarà in zona rossa, cioè scuole chiuse, piccole attività commerciali chiuse, parchi chiusi, ma fabbriche tutte aperte. Non si potranno più vedere i parenti ma il contatto col padrone è obbligatorio. Il contagio è ammesso quando avviene per profitto.

Non è una zona rossa, ma una ZONA CONFINDUSTRIA.

Criminali.

Fonte

27/02/2021

“Nel Bresciano bisognerebbe chiudere tutto”

“Bisognerebbe chiudere, stiamo implorando da giorni che lo si faccia“. Osvaldo Brignoli è medico di base di Capriolo, uno degli otto Comuni del Bresciano in zona arancione rafforzata e racconta all’AGI la situazione in uno dei focolai più preoccupanti per come lo vede dal suo, sempre più affollato, ambulatorio.

“Siamo messi male, siamo pieni di infetti, che non vuol dire necessariamente malati. Quello che osserviamo è che, nel giro di poche ore, se si infetta uno della famiglia lo diventano anche tutti gli altri. Gli ospedali – aggiunge – sono saturi, tengono solo qualche posto per i casi gravissimi. Bisognerebbe fare le vaccinazioni a tappeto e invece solo dal 26 febbraio inizia quella sistematica degli over 80“.

Secondo il medico, Brescia è la provincia più colpita per varie ragioni: “Perché non c’è mai stata soluzione di discontinuità, anzitutto. Da ottobre dopo la ‘pausa’ estiva il virus è ricomparso senza mai sparire e quando i giovani sono stati ‘liberati’ hanno impestato tutto. Il settanta per cento ora è variante inglese. Poi c’è il fatto che Brescia è una provincia che lavora molto e, come anche altrove, non si rispettano le regole per evitare il contagio“.

Brignoli è molto critico con la scelta di non far vaccinare nei loro studi, per il momento, i medici di medicina generale, “così poi succede che gli anziani li portiamo, malconci, a dieci chilometri di distanza da dove vivono quando potrebbero venire da noi. Sono scelte incomprensibili“.

Fonte

24/02/2021

Brescia: l’industria vince, la salute perde


Due titoli oggi campeggiano sulla stampa locale a Brescia. Il primo è sul dilagare della pandemia, con i servizi sanitari già in crisi che devono inviare in altre province i malati.

È da più di venti giorni, da quando a Corzano nell’hinterland bresciano, è esploso il contagio della variante inglese, che il virus ha ricominciato a colpire sempre poi pesantemente, ma finora nulla è stato fatto. Brescia è in zona gialla mentre gli ospedali e i medici sono in zona rossa e tutte le autorità, locali, regionali, nazionali, si rimpallano responsabilità e decisioni.

Intanto mentre il sindaco esprime preoccupazione, la regione ed il governo si riuniscono, il CTS valuta, il tempo passa e sempre più persone si ammalano.

Una cosa dovrebbero averla imparata in un anno anche le ridicole istituzioni che ci governano. Che la velocità delle decisioni di chiusura delle zone contagiate vuol dire salute e vita in misura diretta.

Una settimana di ritardo nell’applicare una zona rossa, in una provincia dove il ritmo del contagio è di oltre 300 persone su centomila abitanti quando il limite per far scattare misure dovrebbe essere di 50, vuol dire tanti ammalati e morti in più. Inoltre aspettando si lascia diffondere ovunque il contagio, per cui la mancata zona rossa al momento e nel territorio giusto, significa una inevitabile zona rossa più vasta dopo.

Quando a Corzano oltre 20 giorni fa un solo medico di base appena nominato ha dovuto affrontare il 10% di contagiati su una popolazione di 1400 abitanti, sono state chiuse le scuole e le attività commerciali. Ma i cittadini hanno continuato a spostarsi per andare a lavorare.

Come un anno fa quando non si chiusero Nembro e Alzano nella bergamasca, anche oggi si è scelto di non fermare le persone che sono necessarie al “ciclo produttivo”.

La scelta costante di tutte le autorità, allora come oggi, è quella di privilegiare l’industria rispetto a tutte le altre attività. Così oggi, mentre i lavoratori dello spettacolo protestano per un anno di chiusura, a Brescia si "festeggia" il recupero del livello pre Covid nella produzione industriale.

Tanti malati e morti in più, ma anche tanto fatturato, questo il bilancio di una provincia dove l’industria vince e la salute perde. E non per destino, ma per scelta.

Fonte

21/01/2021

Brescia si conferma come città più inquinata d’Europa. Problema strutturale in Lombardia e Veneto

Le polveri sottili producono vittime, e Brescia si conferma essere la prima città in Europa per tasso di mortalità dovuta proprio alle polveri sottili, il Pm 2.5. Subito dopo viene Bergamo. Per amarissima ironia sono anche le due province dove nella prima ondata, il Covid ha fatto più morti e la Confindustria ha fatto le barricate per non fermare le attività.

E sono proprio Lombardia e Veneto le regioni con il maggior numero di città in Europa con un inquinamento spesso letale. Il dato conferma quello che era già emerso dal Rapporto Ispra del 2018 e quanto scritto su Contropiano due anni fa.

Se ci si sposta poco più a ovest e sempre in Lombardia, nell’area metropolitana di Milano vengono stimati quasi 4000 decessi annui (esattamente 3967) a causa delle polveri sottili, morti che potrebbero essere evitati se fossero rispettati gli standard fissati dall’Organizzazione mondiale della Sanità.

A renderlo noto è uno studio pubblicato su The Lancet Planetary Health, condotto dai ricercatori dell’Institute for Global Health di Barcellona in collaborazione con altri istituti in Europa e negli Usa.

Lo studio ipotizza anche quante morti potrebbero essere evitate rispettando i livelli raccomandati di inquinamento da polveri sottili. Per Brescia si parla di 232 decessi in meno, che salirebbero a 309 nel migliore scenario immaginabile con la concentrazione più bassa di polveri sottili inquinanti; a Bergamo i morti in meno sarebbero 186, 167 a Vicenza, 61 a Saronno, 269 a Verona e 3967 nell’area di Milano.

Quest’ultima è la singola area metropolitana con più decessi evitabili in Europa; seguono l’area di Atene con 2141, la Slesia superiore (1739), Varsavia (1494) e tornando in Italia l’area di Napoli (1352 decessi), poi Barcellona, Parigi, Budapest e Roma (1029 morti), quindi Berlino e Torino (810 morti). Tra le grandi aree metropolitane europee è Londra quella con il minor tributo di morti evitabili, solo 107.

Lo studio IsGlobal si occupa anche del biossido di azoto (NO2). Qui l’area con il maggior tasso di mortalità è Madrid, seguita da Anversa, Torino, Parigi e Milano. I numeri dei morti evitabili se i valori fossero allineati con quelli raccomandati dall’OMS sono però più bassi, 34 per Torino e 103 per Milano.

Lo studio è il primo a stimare la mortalità prematura dovuta all’inquinamento atmosferico a livello di città in Europa. In precedenza, gli effetti dell’esposizione all’inquinamento atmosferico sulla salute erano stati valutati principalmente a livello globale o nazionale.

Fonte

21/11/2020

Ieri eroi, oggi abbandonati. Protestano i medici dell’ospedale di Brescia


Clamorosa protesta di medici ed infermieri agli Ospedali Civili di Brescia: ieri eroi oggi abbandonati.

Centinaia di medici ed infermieri dell’OSPEDALE CIVILE DI BRESCIA oggi alle 13 hanno organizzato una protesta clamorosa e senza precedenti.

È la prima vera mobilitazione “visibile”, che ci auguriamo venga al più presto replicata in ogni luogo di cura di questo disgraziato Paese.

Contro il collasso sanitario, i turni massacranti, il vuoto di personale perché non sono state fatte assunzioni, la conversione improvvisa di interi reparti in aree Covid, tagliando altri servizi sanitari indispensabili e soprattutto ignorando ogni giudizio e proposta del personale.

Insomma contro la vergognosa totale impreparazione del potere regionale e nazionale che ha portato ad una nuova strage e che manda il personale sanitario allo sbaraglio.

E questa volta medici ed infermieri non sono più eroi, ma rompiscatole che vengono abbandonati.

Noi di #PoterealPopolo stiamo con loro senza se e senza ma.

Bisogna Sostenere in tutta Italia l’impegno e la lotta del personale sanitario, mandato allo sbaraglio dal governo nazionale e da quelli regionali che NON HANNO FATTO NIENTE per prevenire la nuova strage di COVID-19.

*****

Una sanità del profitto alla quale girare le spalle

Sostegno al personale sanitario dell’Ospedale di Brescia che oggi è stato protagonista di un gesto simbolico e potente allo stesso tempo: girare le spalle a questo modello di sanità

Hanno scelto la sanità della salute e dell’etica e girato le spalle a quella del profitto e delle compatibilità economica. Il gesto di medici ed infermieri dell’ospedale di Brescia racconta perfettamente la situazione di una sanità regionale gestita, ormai da decenni, da autentici comitati d’affari per i quali la salute pubblica non è il primo degli obiettivi, né un diritto da tutelare, ma uno dei tanti elementi che stanno in coda alla logica del profitto.

Una sanità caratterizzata da una carenza cronica e grave di personale (nella sola Lombardia mancano almeno 2500 operatori), dal taglio di almeno 35.000 posti letto (circa 5000 in Lombardia), dalla pressoché totale cancellazione dei servizi territoriali a partire da quelli di prevenzione. Sono i risultati delle politiche di regionalizzazione della sanità – per le quali è ormai indispensabile fare un passo indietro e tornare al Servizio Sanitario Nazionale – e di privatizzazione che ormai ovunque, ed in Lombardia in particolare, ha affidato alle logiche del profitto circa la metà delle prestazioni sanitarie complessive.

Da Eroi a dimenticati! Certo, è esattamente questo lo scontato destino degli operatori sanitari; ne eravamo convintissimi che sarebbe finita così tant’è vero che già a marzo uscimmo con lo slogan #EroiUnaMinchia, certi che non sarebbe andata per niente bene.

Ed in effetti è andata malissimo: oggi le regioni non hanno ancora provveduto a porre rimedio alle tante criticità emerse in modo chiaro durante questa emergenza: nessun recupero dei posti letto tagliati, niente assunzioni stabili di personale ma solo contratti a termine, nella folle convinzione che dopo la pandemia tutto possa riprendere come prima.

Ai colleghi dell’Ospedale di Brescia tutta la nostra solidarietà, sperando che questo loro simbolico ma potentissimo gesto, faccia deflagrare la protesta in tutte le strutture sanitarie, ovunque ci siano lavoratrici e lavoratori che hanno a cuore la salute pubblica ed il servizio sanitario pubblico ed universale.

Sono i temi al centro di tutte le nostre battaglie e del nostro sciopero del prossimo 25 novembre e non possiamo non sostenerli.

USB Lombardia Federazione Regionale

Fonte

15/07/2020

Bonometti, il nostalgico del duce, vuole abolire i contratti

Se si percorre l’account Facebook di Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, non si trova solo le pubblicità delle sue case di cura e della sua azienda metalmeccanica, inframmezzate ad eventi sportivi.

Non si incontrano solo le condivisioni dei post di Lara Comi, la parlamentare di Forza Italia, per la quale Bonometti è indagato dalla magistratura per finanziamento illecito.

Se si arriva al 26 aprile 2019 si vede come l’industriale bresciano abbia celebrato la Liberazione: ricordando “le vittime dei partigiani rossi”. Perché Marco Bonometti, a Brescia, era notoriamente conosciuto come fascista, con i busti di Mussolini negli uffici e con le messe del 28 aprile in suffragio del dittatore, alle quali gli organizzatori accreditavano la presenza assidua di “importanti imprenditori”.

Del resto a Brescia c’è stato un bel gruppo di padroni fascisti, che avevano le loro radici negli affari imprenditoriali con i nazisti e la repubblica di Salò e che negli anni Settanta furono finanziatori e sostenitori di organizzazioni neofasciste, anche implicate nella strage di piazza Loggia.

Successivamente le cose sono in parte cambiate, ma evidentemente qualcosa è rimasto. D’altra parte l’AIB, l’associazione degli industriali bresciani, non ha mai espresso pregiudiziali antifasciste, solo lo Statuto dei diritti dei lavoratori le ha sempre fatto orrore.

Così non c’è da stupirsi se Marco Bonometti sia diventato presidente di quell’associazione e poi da lì sia salito al vertice della Confindustria Lombardia. Da quella posizione è poi divenuto grande elettore di Bonomi, che peraltro non ha certo sentito problemi politici nel sostegno di Bonometti. Il quale però, o per consigli o per propria scelta, ora pare si proclami renziano, evidentemente considerando questa la collocazione meno faticosa per un padrone fascista.

Il presidente di Confindustria Lombardia ha dato prova di sé quando, durante il dilagare della pandemia, si è vantato di aver impedito le zone rosse a Bergamo e a Brescia e ha definito come irresponsabili gli scioperi dei lavoratori per la salute e la vita propria e delle proprie famiglie.

Oggi egli esprime quella “energia creativa degli imprenditori”, che secondo Bonomi dovrebbe ricevere dal governo tutti i soldi pubblici. Quegli imprenditori che più sono barbari, più sono esaltati da Salvini e che secondo il piddino Del Rio sarebbero i veri eroi della ripresa, altro che medici ed infermieri.

Ora questo “eroe creativo” ha chiesto di abolire i contratti nazionali e il decreto dignità e poi vorrebbe un’altra valanga di flessibilità, fermandosi, per ora, solo sulla soglia del ritorno ufficiale alla schiavitù; ma nessun commentatore ufficiale ha ricordato le sue simpatie fasciste. Del resto il bocconiano Bonomi, manager colto e senza fabbrica, aveva già proclamato le stesse rivendicazioni, ricevendo gli elogi bipartisan del palazzo e della grande stampa.

Come si sa, da più di trent’anni ogni distruzione di diritti dei lavoratori viene concordemente presentata come modernità e progresso. E guai a criticare quei padroni e quelle leggi che hanno trasformato il rapporto di lavoro in un sistema oppressivo, lesivo della libertà e della dignità. Chi oggi osi esprimere questi giudizi, viene subito tacciato di propagandare vecchie ideologie superate.

E invece è proprio il nostalgico Bonometti che propone di tornare al 1925, quando il suo idolo Mussolini sciolse i sindacati e le commissioni interne, vietò la libera contrattazione sindacale, impose ai lavoratori l’obbligo di iscriversi ai sindacati fascisti, dei quali facevano parte anche i padroni. E infatti il padrone bresciano chiede al governo di intervenire contro i contratti, esattamente come fece il duce.

Altro che uscire migliori dal Covid, Bonometti è un fascista che fa il padrone e oggi interpreta perfettamente una padronato fallimentare, che si prepara ai licenziamenti di massa e spera di recuperare affari e profitti facendo tornare il fascismo nelle fabbriche.

Fonte

03/04/2020

Nei focolai pandemici di Bergamo e Brescia è boom di imprese ancora aperte

I bollettini dei contagiati e dei morti per coronavirus, ci spiegano quotidianamente come le città e le province più colpite siano quelle di Bergamo e Brescia. Eppure per i padroni questo continua a non essere un dato sensibile e di cui tener conto. Al contrario continuano a tenere aperte le loro imprese e a martellare le Prefetture per ottenere deroghe al decreto del governo che chiede la sospensione delle attività non essenziali.

A Bergamo, principale focolaio della pandemia di Covid-19, sono ben 1800 le aziende che hanno chiesto deroghe al decreto firmato da Giuseppe Conte. Significa che per loro, il blocco scattato il 25 marzo non è ancora operativo. Non hanno chiuso e continuano a produrre, nell’attesa che magari arrivino prima o poi la Guardia di Finanza e i Carabinieri a notificare una eventuale sospensione del lavoro. Queste aziende hanno semplicemente autocertificato che possono restare aperte perché – anche se diverse da quanto previsto nell’elenco degli 85 codici Ateco – svolgono attività riconducibili a filiere essenziali.

A Brescia, l’altro focolaio della pandemia, i dati sono più pesanti di quelli di Bergamo: le Pec inviate dalle imprese in prefettura che comunicano la prosecuzione della produzione sono ben 2980. Qualcuno parla di margine di errore ma ad esempio il numero di imprese del settore della difesa e dell’aerospaziale che hanno chiesto l’autorizzazione a riaprire sono ben 317 solo a Brescia.

Fonte

20/03/2020

Mezzo milione di tamponi da Brescia in USA. I padroni pensano solo ai soldi…

L’aviazione militare americana ha trasportato mezzo milione di test per il coronavirus dalla base di Aviano (PN) in Tennessee, secondo quanto riportato dal sito specializzato Defense One.

Nelle stesse ore in cui la Protezione Civile registrava il più forte aumento di contagi dall’inizio dell’epidemia da virus Sars-CoV-2, apprendevamo che un jet militare, con a bordo un carico di mezzo milione di tamponi, era decollato da Aviano, lunedì 16 marzo, nel primo pomeriggio. In quel momento in Italia erano stati appena censiti quasi 30 mila casi e 2.158 morti mentre negli Stati Uniti i decessi registrati erano solo ed i positivi 4.500.

Una quantità di tamponi dieci volte superiore a quella usata fin qui proprio in Lombardia, regione che oggi è arrivata a contare quasi 20.000 contagiati dal virus Covid-19. Una quantità enorme che, da sola avrebbe coperto tutte le richieste dell’intero nord Italia (in tutto il paese, dall’inizio dell’epidemia, ne sono stati fatti poco più di 100 mila). Eppure 500.000 tamponi sono partiti per gli Stati Uniti dalla base americana di Aviano, in Friuli-Venezia Giulia, ai piedi delle Prealpi Carniche, circa 15 chilometri a nord di Pordenone.

Dunque, in Italia c’era una gigantesca scorta di test diagnostici, a qualche decina di chilometri dall’epicentro del coronavirus che ha preso il volo per gli USA. Quegli stessi tamponi che le Aziende Sanitarie Regionali stanno cercando in tutti i modi e che non riescono a trovare.

La notizia è stata diffusa in seguito alla pubblicazione su Instagram di un post (poi rimosso) che comunicava l’attività militare in corso accompagnata da una foto della stiva di un quadrireattore C-17 Globemaster dell’Air Force statunitense colma di contenitori con i kit. Notizia poi confermata in via ufficiale dal portavoce del Pentagono, Jonathan Hoffman e dal generale Paul Friedrichs, del comando medico centrale.

A produrre quel mezzo milione di tamponi è stata un’azienda di Brescia, una delle aree più colpite dall’epidemia, la Copan Diagnostics. Lo ha confermato a Repubblica l’ambasciatore USA, Lewis Einsenberg, che intervistato dal quotidiano romano ha precisato: “Gli Stati Uniti continueranno ad acquistare questi tamponi da aziende italiane secondo le proprie necessità. Gli Stati Uniti e l’Italia continuano a lavorare insieme in strettissima collaborazione”.

Dunque, un’azienda bresciana aveva a disposizione una quantità di tamponi sufficiente per le esigenze dell’intero nord Italia, ma li ha venduti agli USA. Come mai? Hanno pagato in anticipo con dollari fumanti? Business as usual?

Si sa che la Casa Bianca aveva già offerto somme altissime per avere l’esclusiva del vaccino sperimentato dai laboratori tedeschi CureVac. Solo che in quel caso è intervenuto il governo centrale tedesco supportato immediatamente dall’Unione Europea che ha stanziato 80 milioni per impedire la fuga del brevetto.

Pare, inoltre, che un’altra scorta si trovi a Camp Darby, alle porte di Livorno – la più grande base militare statunitense presente nel nostro paese – in cui è nota la presenza di magazzini strategici che nei documenti del Pentagono vengono indicati come utilizzabili per “le nazioni ospiti”. Tuttavia, nulla di tutto ciò è stato messo a disposizione del nostro Paese.

Insomma, a Brescia, nel cuore dell’epidemia, dove medici e infermieri lottano ininterrottamente e disperatamente per bloccare il virus, laddove ogni giorno migliaia di persone rischiano il contagio, c’erano tutti questi tamponi ed ora non ci sono più.

Proprio lì, in quella zona compresa tra Bergamo e Brescia, che è una delle zone più industrializzate d’Italia e che registra il più alto numero di contagi e di morti da Covid-19, in gran parte operai. Lo stesso sindaco di Brescia, Emilio Del Bono, qualche giorno fa, in un’ intervista al Fatto Quotidiano, aveva denunciato le forti pressioni degli industriali locali sul governo e sui vertici della regione Lombardia per non far chiudere le fabbriche.

“Qui tanti contagi, colpa dei padroni delle industrie”, così titolava, martedì 17 marzo, l’intervista apparsa sul Fatto Quotidiano al sindaco di Brescia, che aveva ascritto la responsabilità dell’allargamento dei contagi e delle morti per il Covid-19 proprio alla pervicace ostinazione dai grossi e medi industriali del distretto bresciano nel voler mantenere attiva la “produzione” mentre la Confindustria, dichiarava in un suo comunicato del 10 marzo: “di non assumere decisioni affrettate che provochino la chiusura degli impianti e il blocco dell’attività”.

Mezzo milione di tamponi prodotti e poi fatti sparire da quella stessa zona che pullula di fabbriche e di morti da Covid-19, in cui, in barba alla pandemia in corso, gli operai sono costretti ad ammassarsi prima sugli autobus, sui treni e sui mezzi di trasporto pubblici per recarsi al lavoro e poi, una volta in fabbrica, sono costretti a lavorare gomito a gomito sulle linee di produzione, nel migliore dei casi con una mascherina e qualche vago appello a mantenere le distanze. E tutto ciò per produrre armi o altri beni non essenziali ma ai cui profitti i padroni non vogliono, in ogni caso, rinunciare, costi quel che costi. Anche la vita di migliaia di persone.

Se cercavate un esempio di cosa significa, in pratica, la “la prevalenza dell’interesse privato su quello collettivo”, eccolo qui.

La Lombardia paga non a caso più di altre regioni l’avidità e L’IRRESPONSABILITA’ SOCIALE degli “imprenditori”.

A seguire, il commento di Alberto Negri, decano dei corrispondenti italiani di guerra, giornalista che ha visto di tutto, ma questa infamia proprio gli mancava...

*****

Tamponi criminali agli Usa, profitti privati e un governo di inetti

In Italia finora sono stati fatti 100mila tamponi. Ma secondo un’informazione di Repubblica, confermata dall’ambasciatore Usa Lewis Einsenberg, l’italiana Copan Diagnostics di Brescia, uno degli epicentri del Coronavirus, ha appena venduto 500mila tamponi agli Stati Uniti, una quantità sufficiente almeno per i bisogni del Nord.

Visto che “siamo in guerra” come ripetono gli inetti che ci governano – che mai hanno visto una guerra – questi tamponi dovevano essere messi a disposizione del nostro Paese che ha avuto persino più morti della Cina. Se è vero quel che scrive Repubblica, altro che “state a casa”, prendiamoli a calci nel sedere.

Fonte

18/03/2020

La sporca coscienza dei padroni

Ieri Il Giornale di Brescia ha fatto il titolo che non ti aspetti su parole pronunciate da chi non ti aspetti.

Il sindaco della città, in un’intervista sull’epidemia coronavirus, non ha usato mezze parole: la diffusione e la virulenza del contagio, l’alto numero di morti oramai una strage, nel bresciano sono causati anche dai “padroni delle industrie”.

Le due province di Bergamo e Brescia hanno da sole un quarto di tutti i contagi e quasi il trenta per cento dei morti di tutto il paese.

La spiegazione è semplice. Bergamo e Brescia sono le due province più industrializzate d’Italia, chiedere di stare tutti a casa e lasciare aperte le fabbriche, qui significa non chiudere niente e affollare decine di migliaia di persone al chiuso per ore e ore.

Le fabbriche a Bergamo e Brescia sono dunque state la fonte principale del dilagare senza controllo del contagio, con una pressione violenta ed improvvisa sulle strutture sanitarie che sono andate quasi al collasso.

Il sindaco Del Bono fa un’affermazione gravissima e cioè che questa catastrofe si sarebbe potuta evitare, o almeno contenere, se si fosse fermato tutto prima.

Non è sapienza del poi, il sindaco afferma di avere chiesto già dal 7 marzo la chiusura di ogni attività produttiva non essenziale, ma che la sua richiesta, assieme a quella di altri colleghi lombardi, è stata respinta dal governo. E la giunta regionale non ha fatto nulla di diverso.

Si sono fatte sentire a Roma e a Milano le pressioni della Confindustria, afferma il sindaco, che in Lombardia è guidata da un industriale bresciano. Il cavaliere del Lavoro Marco Bonometti.

Ora quasi tutte le fabbriche della bergamasca e del bresciano si stanno fermando, nonostante il vergognoso “protocollo delle parti sociali” che le autorizzava ad andare avanti.

Le fabbriche hanno chiuso o stanno chiudendo perché gli operai si sono ribellati, o con gli scioperi dove c’era la forza, o semplicemente mettendosi in malattia e comunque rendendo impossibile la produzione.

Le fabbriche hanno chiuso perché anche alcuni industriali hanno dimostrato di avere più coscienza dei padroni che li rappresentano.

Ed infine hanno chiuso perché al loro interno cominciavano ad esplodere i contagi. Contagi rilevati in persone con gravi sintomi, perché in Lombardia i tamponi si fanno solo a chi sta molto male e a nessuno altro.

Le province di Bergamo e Brescia contano oggi circa 8000 contagiati ufficiali, quelli veri saranno molti di più, e quasi 800 morti, su poco più di 2 milioni di abitanti. È una condizione tra le più gravi a livello mondiale e non è certo alla conclusione.

Se la fermata fosse stata decisa dieci giorni fa, quando già tutte le condizioni epidemiche erano gravi, ci sarebbero meno contagiati e meno morti e la sanità avrebbe retto meglio l’impatto con l’epidemia. Quando sarà finita, dovremo fare l’impossibile affinché i padroni dell’industria paghino tutto il prezzo del male causato dalle loro sporche coscienze.
La SPAGNA requisisce la sanità privata. Cosa aspettiamo qui a fare la stessa cosa? Il decreto “Cura” del governo requisisce gli alberghi e apre a quello degli impianti privati ma molto timidamente, che affari e poteri agiscono? Sono i Padroni responsabili del super contagio al NORD? Ne parliamo alle 1430 nella DIRETTA Facebook DIARIO DALLA ZONA ROSSA con il medico Elisabetta Canitano. Poi parliamo di lavoro e del decreto del governo con l’avvocato ANTONIO CARBONELLI, poi ancora di lavoro di Ex ILVA con Francesco Rizzo e delle fabbriche in lotta, poi con RUGGERO MARRA dalla Calabria della condizione dei braccianti nei campi. Non mancate #restiamoacasa restiamo socialmente assieme, restiamo umani.
Pubblicato da Giorgio Cremaschi su Martedì 17 marzo 2020

Fonte