C’è un momento preciso in cui una vicenda locale smette di essere un semplice “progetto” e diventa un fatto politico. A Brescia, quel momento è arrivato. Non con una delibera, non con un parere tecnico, ma con uno striscione di venti metri steso davanti ai campi nei pressi del quartiere di Fornaci, domenica 29 marzo. È lì che il conflitto è diventato visibile. Ed è lì che la parola “politica” ha ripreso il suo significato più alto: non gestione dell’esistente, ma scelta sul destino di un territorio e di una comunità.
Un progetto che interroga
Sulla carta, quello previsto alla periferia sud-ovest della città è un impianto agrivoltaico. Energia rinnovabile, dunque. Transizione ecologica. Ma dietro questa etichetta si muove una realtà più complessa.
Il progetto coinvolge un grande operatore come SNAM e insiste su terreni di proprietà di un ente religioso, l’Opera Pia Carboni, legata alla Diocesi. Un intreccio che mette insieme energia, finanza e proprietà fondiarie in un’operazione che viene presentata come “green”, ma che solleva interrogativi profondi. Perché non è in discussione il principio delle energie rinnovabili. È in discussione il modo in cui vengono progettate, collocate, imposte.
Le istituzioni: perplessità o copione già visto?
Dopo le prime mobilitazioni, sia il Comune sia la Provincia hanno espresso infine obiezioni sull’opportunità del progetto. È un fatto rilevante. Ma non basta.
Perché esiste un copione ormai noto: i progetti avanzano senza vero dibattito pubblico, la mobilitazione cresce, le istituzioni prendono posizione, ma senza assumersi fino in fondo la responsabilità della decisione. Nel frattempo, il processo resta aperto.
E la domanda resta sospesa: si tratta di un cambio reale di orientamento o di una presa di distanza temporanea?
La differenza la fanno le persone
Se oggi il progetto è in discussione, non è per un’iniziativa istituzionale. È per ciò che è accaduto nel quartiere.
La differenza la stanno facendo le persone che ci vivono e che hanno scelto di esserci, dando priorità alla tutela del territorio e dicendo con forza no al progetto agrivoltaico a Fornaci. Lo hanno dimostrato con la spettacolare azione di domenica 29 marzo, quando hanno steso uno striscione di 20 metri davanti all’area minacciata.
Ribadendo ancora una volta che non sono contrarie alle energie rinnovabili, ma ritengono debbano essere realizzate in modo corretto e nel rispetto del territorio e delle aree abitate.
Questa è solo una delle iniziative che si stanno portando avanti. Nei prossimi giorni saranno valutate altre azioni per continuare la protesta e difendere il territorio.
Oltre il no: una proposta
Ed è qui che il caso Fornaci assume un significato pienamente politico, nel senso più alto del termine. Non si tratta solo di opporsi, ma di proporre.
Il Comitato Spontaneo Fornaci, insieme a realtà locali e provinciali come Legambiente e Brescia SiCura – Controllo di Vicinato, sta lavorando a un progetto alternativo: una riforestazione sociomassiva dell’area.
Oltre 200 mila metri quadrati, circa sessanta piò bresciani, da trasformare attraverso la messa a dimora di circa ventimila alberi e arbusti.
Una proposta costruita con il contributo di agronomi, forestali ed economisti, che mira a dimostrare come i servizi ecosistemici generati possano garantire alla proprietà un reddito non inferiore – e potenzialmente superiore – a quello attuale. La proposta preliminare sarà presentata pubblicamente entro l’estate.
Il nodo: chi decide la transizione?
A questo punto la domanda diventa inevitabile. Chi decide che cosa è “transizione ecologica”?
Se un progetto promosso da grandi operatori energetici, su terreni appartenenti a un ente religioso, può trasformare decine di ettari di suolo agricolo senza un reale coinvolgimento della comunità, allora il problema non è tecnico. È politico. Politico nel senso pieno: riguarda il rapporto tra potere e territorio, tra decisione e partecipazione, tra interesse economico e bene comune.
Il silenzio (non innocente) dei “Verdi”
In questa vicenda colpisce anche un altro elemento.
Proprio quelle realtà che dovrebbero essere più sensibili ai temi ambientali – liste civiche, gruppi “green”, movimenti climatici presenti anche in Loggia – si sono mosse poco e tardi. Quando lo hanno fatto, spesso si sono limitate a dichiarazioni negative ma prudenti, oppure hanno lasciato trapelare una sostanziale apertura verso il progetto.
Il ragionamento, più o meno esplicito, è sempre lo stesso: più fotovoltaico significa più autonomia energetica, meno dipendenza dall’estero, meno crisi.
Un discorso che, a sentirlo bene, finisce per assomigliare più a una versione locale delle retoriche sull’“indipendenza energetica” che a una riflessione concreta sui territori. E così, nel nome della transizione, si accetta quasi tutto. Anche ciò che transizione non è.
Una linea di confine
A Fornaci oggi passa una linea di confine.
Da una parte un modello che considera il territorio una superficie disponibile, da utilizzare in nome della transizione energetica. Dall’altra una comunità che rivendica il diritto di essere parte delle scelte, di difendere il proprio spazio, di costruire alternative. Ed è forse questo l’elemento più significativo. Perché, mentre il sistema si muove con le sue logiche e le istituzioni oscillano tra prudenza e ambiguità, qualcosa è già cambiato. Una presenza. Una consapevolezza. Una presa di parola.
Non è solo Fornaci
Pensare che questa sia una vicenda locale sarebbe un errore. Fornaci è un laboratorio. Qui si misura se la transizione ecologica sarà davvero un processo condiviso, oppure una nuova forma di intervento dall’alto, rivestita di linguaggio ambientale.
Per questo quello che sta accadendo non riguarda solo un quartiere. Riguarda tutto il capoluogo. E riguarda, soprattutto, il significato che vogliamo dare alla parola politica.
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