Il copione non cambia: quando il volume delle dichiarazioni si alza fino al punto di sembrare un urlo di battaglia imminente, ecco che arriva la dose di valium sotto forma di riapertura delle trattative. A mercati quasi chiusi, questa volta, anche se Wall Street era ancora in piena contrattazione.
Che americani e iraniani si vedano per parlare, sia pure indirettamente e tramite i vertici del Pakistan, è ovviamente una buona notizia per il resto del Mondo. Dando uno sguardo più da vicino, però, si ha l’impressione che non ci sia proprio moltissimo da attendersi.
La delegazione di Teheran, per esempio, è molto più ristretta rispetto a dieci giorni fa. In pratica c’è solo il ministro degli esteri Seyed Abbas Araghci, mentre non è presente Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento. Anche la schiera di esperti sui vari punti in discussione è stata ridotta all’osso.
Da parte Usa spicca l’assenza di un soggetto istituzionale attendibile. Il vicepresidente J.D Vance stavolta è rimasto a Washington, il ministro degli esteri “Narco” Rubio anche. La testa della delegazione è rappresentata dai soliti Witkoff e Kushner, due immobiliaristi, tecnicamente “privati cittadini”, incaricati da Trump di rappresentare la sua volontà (gli “interessi dell’America” sarebbero altri, probabilmente).
È oltre un anno che questa strana coppia corre in giro per il Mondo al posto del tycoon o dei summenzionati vertici istituzionali in carica, ma la sua credibilità è andata declinando rapidamente. In Medio Oriente, in particolare, sono considerati più rappresentanti di Tel Aviv (lato Mossad) che non di Washington.
I problemi che possono ostacolare persino l’avvio di un “trialogo” sono nel frattempo aumentati, non diminuiti. A partire dal Libano, dove Israele prosegue con raid e omicidi mirati pur essendo in vigore ufficialmente un “cessate il fuoco” dichiarato da Trump, e la stessa Casa Bianca considera quel dossier come “separato” da quello riguardante l’Iran. Che invece lo ha posto esplicitamente, e fin dall’inizio, come parte integrante della trattativa (era uno dei “dieci punti” della sua proposta di discussione).
Anche a Gaza e in Cisgiordania proseguono attacchi, arresti, omicidi mirati. Persino in queste ore, mentre i palestinesi della Striscia si stanno comunque recando alle urne – tra le tende e case abbattute – per eleggere i propri rappresentanti.
L’incontro di Islamabad è stato comunque preceduto da una massiccia campagna di minacce e dichiarazioni statunitensi nel consueto stile “tenetemi, se no faccio un macello” – ma ci vorrebbe un Alberto Sordi all’apice della forma per rendere l’idea – tutte miranti a tenere in piedi la narrazione della “vittoria straripante” anche in assenza di risultati militari davvero significativi.
Lo svalvolato ministro della guerra, Pete Hegseth, sintetizza al meglio lo spirito con cui Washington si racconta a tutti: dopo aver definito la guerra in Iran un “dono per il mondo”, (lo deve spiegare al 77% degli americani che attribuisce giustamente a Trump l’aumento del prezzo della benzina), ha messo la solita pistola sul tavolo delle trattative (“L’Iran ha la possibilità di fare un buon accordo o colpiremo di nuovo”).
Sempre sul fronte “narrativo”, però, la novità è rappresentata dal dipingere gli iraniani come “profondamente spaccati” tra “estremisti” e “moderati”, attribuendo per esempio l’assenza di Ghalibaf a dimissioni di protesta contro “l’intransigenza” dei Guardiani della Rivoluzione. Dimenticando che proprio in quelle fila ha costruito tutta la sua carriera, fino a guidarne l’aeronautica.
Patrick Wintour, giornalista del britannico Guardian, ha peraltro dimostrato che le ripetute dichiarazioni di Trump su “folli divergenze” in Iran erano prive di coerenza e irrealistiche, soprattutto considerando che in precedenza aveva parlato dei limiti della sua conoscenza della nuova leadership iraniana
Più seriamente, la delegazione di Teheran ha messo subito le mani avanti, ricordando che non è previsto alcun incontro diretto con la controparte Usa, cui verranno presentate le posizioni iraniane tramite l’intermediario pakistano. Non aspettatevi, troppo, insomma.
Del resto su varie agenzie iraniane appare chiaramente un’analisi della situazione niente affatto tranquillizzante: “Teheran non considera il cessate il fuoco sui vari fronti come la fine della crisi, bensì come una pausa per riadattare uno scenario che presenta difetti strutturali e funzionali fondamentali”. Insomma, “Il cessate il fuoco unilaterale di Washington non è stato il risultato di una scelta diplomatica, bensì dovuto a una falla fondamentale nella gestione del conflitto”, visto che “le prove sul campo dimostrano enormi lacune nel processo decisionale di Washington e Tel Aviv, unitamente a una situazione di incertezza operativa”.
La trattativa va perciò costruita e messa su un percorso meno “bizzarro” di quanto non vorrebbe il tycoon, il che comporta tempi inevitabilmente lunghi e non coincidenti con le esigenze – elettorali e/o speculative – di questa amministrazione.
Una delle condizioni principali è che qualsiasi tipo di colloquio o negoziato, o qualsiasi progresso in tal senso, sia subordinato alla revoca del controblocco Usa nello Stretto di Hormuz (dopo che l’Iran aveva tra l’altro revocato il proprio).
Schermaglie, si direbbe in contesti diversi. Ma intanto qui si misura quanta “sabbia negli ingranaggi” è stata seminata dall’esigenza statunitense di sovrapporre una narrazione trionfalistica ad un percorso militare e diplomatico assai deludente.
E conferma le analisi dei principali osservatori internazionali: con tutti i suoi problemi, comunque Teheran ha più tempo a disposizione di quanto non ne abbia l’amministrazione Trump. Non è un caso che ieri i soliti tweet scomposti del tycoon abbiano insistito proprio sul tema “abbiamo tutto il tempo che vogliamo, davanti”.
Proprio come per i missili – sia d’attacco come i Tomahawk o difensivi come i Patriot e i Thaad – che ormai scarseggiano nei depositi seminati in tutte le basi del pianeta...
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