La guerra ha una logica stringente, che funziona come una lama di rasoio. Il che sconsiglia i tentativi di “cavalcarla” improvvisando logiche diverse, che obbediscono ad esigenze fuori dalla dinamica oggettiva della guerra, così come le “narrazioni” che sempre l’avvolgono.
La guerra scatenata contro l’Iran e il Libano dal duo più odiato del mondo – Usa/Israele – non sfugge alle leggi quasi fisiche del conflitto. E si può capirlo meglio seguendo i fatti, anziché le dichiarazioni ai media.
È evidente che tutti i protagonisti hanno bisogno di metter fine ai combattimenti, ed è questo ad aver permesso un pre-accordo sufficiente a far partire un cessate il fuoco. Ed è evidente anche che solo l’insistenza dell’Iran sul considerare il Libano come parte integrante del contenzioso ha costretto gli Stati Uniti ad “ordinare” ad Israele di fermare gli attacchi contro il Paese dei Cedri.
Come al solito Tel Aviv interpreta i “cessate il fuoco” in modo esclusivo: valgono solo per gli altri, non per il proprio esercito. Ed anche l’operazione “falsa bandiera” condotta attaccando una pattuglia francese dell’Unifil – benevolmente accolta da Macron dandone la colpa ad Hezbollah – rientra pienamente in questo modus operandi. Basterebbe ricordare che tutti gli attacchi al contingente Onu, da tempo immemorabile, sono sempre avvenuti da parte dell’Idf.
Ma è sul fronte principale che le cose diventano, se possibile, trasparenti.
I nodi della trattativa tra Tehran e Washington riguardano la gestione dello Stretto di Hormuz e la sorte dei 400 kg di uranio arricchito in mano iraniana. Ricorderete certamente che lo Stretto era completamente libero prima della guerra e che quello stock di uranio era stato dichiarato “distrutto” da Trump già alla fine della “guerra dei 12 giorni”, nel giugno scorso.
I due problemi, insomma, sono stati o causati direttamente dall’aggressione oppure sono una conseguenza del modo “fantasioso” di trattare una materia così incandescente come la guerra e il materiale nucleare (per quanto non arricchito al punto da permettere di costruire una bomba).
In ogni caso, Iran e Usa hanno continuato a trattare anche dopo il prevedibile fallimento del primo incontro a Islamabad arrivando a definire un quadro tale da permettere un secondo round di colloqui con prospettive migliori.
Ovviamente non sappiamo cosa esattamente abbiano messo sul tavolo, ma la “narrazione” trumpiana presenta – un giorno sì, l’altro no – come “cosa fatta” una resa senza condizioni da parte iraniana. E qui la “narrazione” – a fini chiaramente interni – fa inciampare il processo diplomatico reale.
Non è la prima volta. È uno stile, un modello fisso, ripetuto nel tempo (come dimostra quello stock di uranio che era stato dato per distrutto un anno fa).
Nelle ultime 48 ore, di conseguenza, lo Stretto è stato riaperto completamente da parte iraniana, per lo meno alle navi commerciali e per il periodo di durata della tregua.
Ma è rimasto “virtualmente chiuso” per effetto del controblocco Usa (parziale, visto che diverse navi sono passate lo stesso), come prova della forza statunitense e quindi convalida della “narrazione” sul fatto che Teheran si stava arrendendo.
Inevitabilmente l’Iran tornava sui suoi passi, ripristinando il proprio blocco selettivo – verso le navi di paesi nemici – e sbugiardando la “narrazione” della Casa Bianca. Che oltretutto era stata così densa di “ricchi premi e cotillons” da delineare quasi un trionfo: l’Iran aveva “acconsentito a tutto”, “Scenderemo e prenderemo l’uranio insieme a loro, e poi lo porteremo via”, che “la nostra gente, insieme agli iraniani, lavorerà insieme” per recuperare il materiale e portarlo negli Stati Uniti. E così via.
Una smentita con effetti pratici immediati, però. “Teheran respinge le dichiarazioni statunitensi definendole ‘bugie’ e condiziona ulteriori colloqui alla fine del blocco e a impegni più ampi per il cessate il fuoco”.
La “narrazione” statunitense è diventata insomma un ostacolo per la trattativa reale.
È qui che le leggi quasi fisiche della guerra diventano evidenti. Ogni conflitto finisce al tavolo delle trattative, dove si trasformano in accordi i concretissimi risultati militari raggiunti sul terreno. La “resa senza condizioni” è un caso limite, che coincide con la distruzione totale di una delle due forze in campo – per esempio, la Germania nazista nel 1945. Altrimenti si tira la corda sui termini di un compromesso “accettabile” per entrambi, costretti a soppesare costi e benefici di una prosecuzione delle ostilità.
L’amministrazione Usa, insomma, ha disegnato un disallineamento troppo ampio tra il messaggio politico (la “narrazione”) e la realtà operativa. Ed è precisamente questo disallineamento che rende l’attuale momento così incerto.
Perché, se si fanno dipendere le decisioni politico-militari dalla narrazione piuttosto che dai fatti (i risultati militari dell’azione), quelle decisioni saranno necessariamente plasmate dalla necessità di sostenere l’illusione del “successo trionfale”
La mossa dell’Iran su Hormuz, in questo senso, non è un’escalation tattica. È un rifiuto di permettere a quell’illusione di reggere. Un invito pressante ad essere seri.
Siamo sempre allo stesso punto: l’America deve metter fine alla guerra ma ha bisogno di uno straccio di “conquista” per poter cantare vittoria e tornarsene a casa. Israele ha l’esigenza opposta di far continuare la guerra agli Usa per indebolire al massimo l’Iran.
Quest’ultimo ha ovviamente tutto l’interesse a tornare alla normalità, ma pretende garanzie di non ritrovarsi tra un anno nella stessa situazione. Ha pagato un prezzo pesante in termini di uccisioni di dirigenti, danni alle infrastrutture industriali e alla popolazione civile. Ed è continuamente attaccato – con bombardamenti o “omicidi mirati” – da parte di uno Stato genocida e terrorista che dichiara apertamente di voler distruggere quel Paese e qualsiasi classe dirigente che non si pieghi ai suoi ordini, anche utilizzando l’arma atomica che ha costruito in barba ad ogni trattato e diritto internazionale, senza che l’Occidente abbia mai mosso un sopracciglio.
Non ha spazio per arretrare, deve per forza resistere.
E gli Stati Uniti devono decidere se agire per tener viva una sceneggiatura hollywoodiana decisamente non credibile, riaprendo una guerra che finora hanno dimostrato di non poter vincere. Oppure adeguare la “narrazione” alla realtà. Facendola finita e mettendo la museruola al “cane pazzo” di Tel Aviv. Hanno cavalcato spensieratamente la guerra come un cowboy di cartone, ora la lama di rasoio pretende il suo dazio.
Le sorti del Mondo – economiche e non – stanno appese a questa scelta. Il problema è che le teste che devono scegliere non sembrano in possesso delle piene facoltà mentali. Ma se “un sistema di potere” ha selezionato per la guida quelle teste lì, quel sistema sta davvero male...
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