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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/04/2026

Guerra o pace, appese a un filo oscillante

La guerra ha una logica stringente, che funziona come una lama di rasoio. Il che sconsiglia i tentativi di “cavalcarla” improvvisando logiche diverse, che obbediscono ad esigenze fuori dalla dinamica oggettiva della guerra, così come le “narrazioni” che sempre l’avvolgono.

La guerra scatenata contro l’Iran e il Libano dal duo più odiato del mondo – Usa/Israele – non sfugge alle leggi quasi fisiche del conflitto. E si può capirlo meglio seguendo i fatti, anziché le dichiarazioni ai media.

È evidente che tutti i protagonisti hanno bisogno di metter fine ai combattimenti, ed è questo ad aver permesso un pre-accordo sufficiente a far partire un cessate il fuoco. Ed è evidente anche che solo l’insistenza dell’Iran sul considerare il Libano come parte integrante del contenzioso ha costretto gli Stati Uniti ad “ordinare” ad Israele di fermare gli attacchi contro il Paese dei Cedri.

Come al solito Tel Aviv interpreta i “cessate il fuoco” in modo esclusivo: valgono solo per gli altri, non per il proprio esercito. Ed anche l’operazione “falsa bandiera” condotta attaccando una pattuglia francese dell’Unifil – benevolmente accolta da Macron dandone la colpa ad Hezbollah – rientra pienamente in questo modus operandi. Basterebbe ricordare che tutti gli attacchi al contingente Onu, da tempo immemorabile, sono sempre avvenuti da parte dell’Idf.

Ma è sul fronte principale che le cose diventano, se possibile, trasparenti.

I nodi della trattativa tra Tehran e Washington riguardano la gestione dello Stretto di Hormuz e la sorte dei 400 kg di uranio arricchito in mano iraniana. Ricorderete certamente che lo Stretto era completamente libero prima della guerra e che quello stock di uranio era stato dichiarato “distrutto” da Trump già alla fine della “guerra dei 12 giorni”, nel giugno scorso.

I due problemi, insomma, sono stati o causati direttamente dall’aggressione oppure sono una conseguenza del modo “fantasioso” di trattare una materia così incandescente come la guerra e il materiale nucleare (per quanto non arricchito al punto da permettere di costruire una bomba).

In ogni caso, Iran e Usa hanno continuato a trattare anche dopo il prevedibile fallimento del primo incontro a Islamabad arrivando a definire un quadro tale da permettere un secondo round di colloqui con prospettive migliori.

Ovviamente non sappiamo cosa esattamente abbiano messo sul tavolo, ma la “narrazione” trumpiana presenta – un giorno sì, l’altro no – come “cosa fatta” una resa senza condizioni da parte iraniana. E qui la “narrazione” – a fini chiaramente interni – fa inciampare il processo diplomatico reale.

Non è la prima volta. È uno stile, un modello fisso, ripetuto nel tempo (come dimostra quello stock di uranio che era stato dato per distrutto un anno fa).

Nelle ultime 48 ore, di conseguenza, lo Stretto è stato riaperto completamente da parte iraniana, per lo meno alle navi commerciali e per il periodo di durata della tregua.

Ma è rimasto “virtualmente chiuso” per effetto del controblocco Usa (parziale, visto che diverse navi sono passate lo stesso), come prova della forza statunitense e quindi convalida della “narrazione” sul fatto che Teheran si stava arrendendo.

Inevitabilmente l’Iran tornava sui suoi passi, ripristinando il proprio blocco selettivo – verso le navi di paesi nemici – e sbugiardando la “narrazione” della Casa Bianca. Che oltretutto era stata così densa di “ricchi premi e cotillons” da delineare quasi un trionfo: l’Iran aveva “acconsentito a tutto”, “Scenderemo e prenderemo l’uranio insieme a loro, e poi lo porteremo via”, che “la nostra gente, insieme agli iraniani, lavorerà insieme” per recuperare il materiale e portarlo negli Stati Uniti. E così via.

Una smentita con effetti pratici immediati, però. “Teheran respinge le dichiarazioni statunitensi definendole ‘bugie’ e condiziona ulteriori colloqui alla fine del blocco e a impegni più ampi per il cessate il fuoco”.

La “narrazione” statunitense è diventata insomma un ostacolo per la trattativa reale.

È qui che le leggi quasi fisiche della guerra diventano evidenti. Ogni conflitto finisce al tavolo delle trattative, dove si trasformano in accordi i concretissimi risultati militari raggiunti sul terreno. La “resa senza condizioni” è un caso limite, che coincide con la distruzione totale di una delle due forze in campo – per esempio, la Germania nazista nel 1945. Altrimenti si tira la corda sui termini di un compromesso “accettabile” per entrambi, costretti a soppesare costi e benefici di una prosecuzione delle ostilità.

L’amministrazione Usa, insomma, ha disegnato un disallineamento troppo ampio tra il messaggio politico (la “narrazione”) e la realtà operativa. Ed è precisamente questo disallineamento che rende l’attuale momento così incerto.

Perché, se si fanno dipendere le decisioni politico-militari dalla narrazione piuttosto che dai fatti (i risultati militari dell’azione), quelle decisioni saranno necessariamente plasmate dalla necessità di sostenere l’illusione del “successo trionfale”

La mossa dell’Iran su Hormuz, in questo senso, non è un’escalation tattica. È un rifiuto di permettere a quell’illusione di reggere. Un invito pressante ad essere seri.

Siamo sempre allo stesso punto: l’America deve metter fine alla guerra ma ha bisogno di uno straccio di “conquista” per poter cantare vittoria e tornarsene a casa. Israele ha l’esigenza opposta di far continuare la guerra agli Usa per indebolire al massimo l’Iran.

Quest’ultimo ha ovviamente tutto l’interesse a tornare alla normalità, ma pretende garanzie di non ritrovarsi tra un anno nella stessa situazione. Ha pagato un prezzo pesante in termini di uccisioni di dirigenti, danni alle infrastrutture industriali e alla popolazione civile. Ed è continuamente attaccato – con bombardamenti o “omicidi mirati” – da parte di uno Stato genocida e terrorista che dichiara apertamente di voler distruggere quel Paese e qualsiasi classe dirigente che non si pieghi ai suoi ordini, anche utilizzando l’arma atomica che ha costruito in barba ad ogni trattato e diritto internazionale, senza che l’Occidente abbia mai mosso un sopracciglio.

Non ha spazio per arretrare, deve per forza resistere.

E gli Stati Uniti devono decidere se agire per tener viva una sceneggiatura hollywoodiana decisamente non credibile, riaprendo una guerra che finora hanno dimostrato di non poter vincere. Oppure adeguare la “narrazione” alla realtà. Facendola finita e mettendo la museruola al “cane pazzo” di Tel Aviv. Hanno cavalcato spensieratamente la guerra come un cowboy di cartone, ora la lama di rasoio pretende il suo dazio.

Le sorti del Mondo – economiche e non – stanno appese a questa scelta. Il problema è che le teste che devono scegliere non sembrano in possesso delle piene facoltà mentali. Ma se “un sistema di potere” ha selezionato per la guida quelle teste lì, quel sistema sta davvero male...

Fonte

28/02/2026

Contro l’aggressione statunitense e sionista in Medio Oriente, fermare l’escalation bellica!

L’attacco militare lanciato da USA e Israele e la prima risposta dell’Iran si inseriscono in un contesto dove la tendenza alla guerra in “Medio Oriente” è divenuta da più di due anni un’ampia guerra guerreggiata di cui Israele è il suo maggiore vettore.

Questa continua aggressione bellica ha potuto contare sulla profonda complicità di tutto il blocco occidentale, comprese le classi dominanti del nostro paese.

In questo senso l’escalation militare a cui siamo assistendo è un altro tassello di una vera e propria guerra “costituente” che sta cambiando gli equilibri regionali dopo che alcuni attori del mondo multipolare – come la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese – sembravano essere diventati decisivi fattori di stabilizzazione nell’area, contendendo agli USA ed all’UE il ruolo di principali agenti politico-diplomatici.

In questo senso si pensi a quello che sembrava essere l’intervento risolutivo della Russia in Siria al fianco del regime baathista contro l’insorgenza jihadista, insieme alle altre forze del cosiddetto Asse della Resistenza, o il ruolo di mediatrice della Cina nella normalizzazione dei rapporti diplomatici tra due acerrimi nemici – dal 1979 – come l’Arabia Saudita e l’Iran, distensione che aveva portato alla concreta possibilità della fine del conflitto in Yemen, scatenato dall’aggressione congiunta di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Quella tendenza ad un parzialmente nuovo assetto medio-orientale, in cui avrebbe potuto trovare una giusta collocazione le legittime aspirazioni palestinesi, è divenuta – da due anni a questa parte – lettera morta.

Si è scatenata una guerra costituente che sembra avere principalmente due nemici, da un lato i palestinesi ed i territori da loro abitati sacrificati anche dalla Realpolitik dei regimi arabi – firmatari o pronti a firmare i cosiddetti Accordi di Abramo per normalizzare le relazioni diplomatiche con lo Stato sionista sotto patrocinio statunitense come avevano fatto a suo tempo l’Egitto e poi la Giordania –, e dall’altro le forze del cosiddetto Asse della Resistenza che hanno nell’Iran uno dei principali propulsori e che insieme alla Siria di Assad avevano i principali fattori di profondità strategica; mentre l’Algeria – all’interno della Lega Araba – era riuscita, con una sapiente e certosina azione diplomatica, a rimettere al centro (per il mondo arabo) la questione palestinese ed aveva sapientemente preparato il terreno per la fine dell’isolamento politico del regime baathista siriano.

Quest’escalation bellica di carattere regionale che oltre al genocidio palestinese a Gaza e alla colonizzazione della Cisgiordania sta ridefinendo i rapporti di forza di quel quadrante – e che ha una funzione centrale nella ridefinizione del bilancio di potenza dei rapporti internazionali – rischia di estendersi ed intensificarsi a causa del secondo attacco congiunto statunitense ed israeliano all’Iran anche per la cospicua presenza della basi militari Usa nell’area e dei circa 40/50 mila soldati statunitensi, oltre alle forze navali della flotta nord-americana.

La convergenza tra sionismo e amministrazione statunitense sembra darsi su obiettivi in parte coincidenti, con Israele che promuove il “politicidio” palestinese oltre allo sterminio vero e proprio e alla volontà di annichilire sul nascere ogni Stato o forza politica che vede come minaccia strategica nella regione, e gli Stati Uniti che vogliono sbarrare la strada alla configurazione di un mondo multipolare e policentrico restando il dominus delle relazioni internazionali, e ristabilire la propria supremazia sia nell’Emisfero occidentale che nel Mediterraneo allargato.

Per farlo, gli USA, con una sorta di nuova politica delle cannoniere che ha colpito prima Venezuela e Nigeria, hanno bisogno di imporre le proprie condizioni ai paesi produttori di petrolio rispetto alla sua commercializzazione per mitigare gli effetti della de-dollarizzazione che procede a vantaggio dell’Euro e delle altre monete che hanno come garanzia un robusto apparato produttivo alle spalle, a dispetto del deserto industriale statunitense.

Gli Usa, sono divenuti da tempo esportatori di greggio, oltre che di shale gas, hanno una specie di “corrispettivo aureo” nel petrolio come contro-valore del dollaro che ne garantisce la propria solidità come equivalente generale per una quota strategica del commercio mondiale e come uno dei fattori decisivi, insieme alla potenza del complesso militare-industriale e della superiorità del proprio strumento bellico. Tutto questo affinché non venga messa in discussione la capacità di tenuta della sua economia caratterizzata da una crisi strutturale che non sembra avere sbocchi.

In base a queste priorità strategiche che hanno non pochi problemi di tenuta sociale interna – come mostrano le vincenti mobilitazioni contro l’ICE – va letta l'alleanza statunitense con Israele, e la creazione di una narrazione del nemico ripresa spesso supinamente dagli apparati della disinformazione strategica occidentali tra cui i media del nostro paese e confezionata dall’intelligence israeliana.

Questo è avvenuto anche per l’assoluta incapacità delle classi dominanti europee di stabilire relazioni paritetiche con Teheran, perseguendo quello che era lo spirito dei cosiddetti accordi sul nucleare iraniano – fortemente osteggiati da Israele ed ai tempi dall’Arabia Saudita – da cui erano usciti gli USA della prima amministrazione Trump.

Un vero e proprio “tradimento” da parte europea nei confronti di un paese che aveva rinunciato ai propri progetti di arricchimento dell’Uranio e che aveva ottenuto come contropartita la fine delle sanzioni in vigore dalla caduta dello Shah nel 1979 – un vero e proprio blocco economico che asfissia il Paese – e l’inizio della normalizzazioni delle relazioni a tutti i livelli che avrebbero potuto portare ad un processo di distensione complessiva.

Bisogna denunciare più che mai la rinnovata aggressività statunitense e sionista, nonché le complicità occidentale di cui gode a tutti i livelli. È necessario più che mai che “le armi tacciano” e che questa ulteriore escalation bellica rientri, continuando a recidere quei legami che connettono il nostro paese con il terrorismo sionista e i banditi statunitensi, che non indugiano un attimo di fronte alla possibilità di portare il mondo sull’orlo di un conflitto bellico mondiale per mantenere il proprio dominio nell’area e la propria rendita di potere mondiale.

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