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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/08/2026

Libano: «la madre di tutte le crisi» resta irrisolta

Oltre 4 mila morti e più di 12 mila feriti in 5 mesi di guerra “a bassa intensità”. Netanyahu ha sempre la mano pesante. Fallito finora l’esperimento delle “zone-cuscinetto’ per cercare di sradicare Hezbollah.

«Guerra a bassa intensità»

Diventa sempre più elevato il tributo di vittime, nella guerra “a bassa intensità” scatenata da Israele contro il Libano. Il Paese dei cedri è diventato una specie di campo neutro, dove si giocano le partite più mortali che stanno infiammando tutto il Medio Oriente. Secondo il Ministero della Salute di Beirut, il bilancio complessivo degli attacchi israeliani dal mese di marzo in poi è arrivato a 4.335 morti e 12.277 feriti. In pratica, il Libano è diventato quello che fino a poco tempo fa era la Siria, con l’aggravante che in questo piccolo Paese convergono, in uno spazio molto ridotto, più culture e popolazioni, spesso non proprio amichevoli le une con le altre. Il problema numero uno per Israele è sempre stato il poderoso apparato militare di Hezbollah, la milizia sciita sostenuta dall’Iran che nel Libano è diventata una specie di Stato nello Stato. La minaccia sul fronte nord, quello dell’Alta Galilea, ha sempre pesato moltissimo su tutte le valutazioni strategiche fatte dallo Stato ebraico. E adesso se ne capiscono i motivi: Israele, in teoria, è all’attacco su più fronti. Da Gaza alla Cisgiordania, dal Libano al Golfo Persico, l’IDF deve combattere col rischio di restare accerchiato. Per questo la sua filosofia militare adesso è sempre quella di lanciare guerre preventive. Cioè, non proprio il massimo per la diplomazia e, soprattutto un atteggiamento ormai fin troppo scoperte (e criticato) a livello internazionale. Dunque anche nel caso del Libano e di Hezbollah, più che gli sporadici attacchi degli sciiti, devono aver pesato le nuove dottrine militari dell’esercito israeliano, sotto la spinta di Netanyahu. E con la compiacenza (o la beata ignoranza, fa la stessa cosa) di Donald Trump.

Diplomazia o perdita di tempo?

Certo, i guerriglieri sciiti sono in difficoltà. Ma in quella sorta di mini-trappola di Tucidite in cui si è trasformato il Libano, hanno molto da perdere anche gli Stati Uniti e Israele, che condivide un confine-colabrodo costantemente bersagliato da razzi e mortai, che prendono di mira tutta l’Alta Galilea. Costringendo centinaia di migliaia di cittadini israeliani (ed elettori) a scappare dalle loro case. Con grande scorno di Netanyahu. Quindi, in teoria, un accordo di pace servirebbe a tutti. La pensata della Casa Bianca è stata quella di far mettere d’accordo Netanyahu col governo libanese, per sbarazzarsi nel modo più soft possibile di Hezbollah. Più facile a dirsi che a farsi, perché le milizie sciite sono profondamente radicate nel tessuto sociale del Libano. Tra l’altro, l’esercito (con comandanti cristiani) è armato e addestrato dagli americani e dovrebbe raccordarsi con i soldati dello Stato ebraico. Tutto sulla carta, ovviamente. Perché poi, passando alla fase operativa, la musica è totalmente diversa. Innanzitutto, gli israeliani non si fidano manco della loro ombra e non affidano compiti di sicurezza a nessuno. Meno che mai ai libanesi. Risultato pratico: l’accordo tanto strombazzato tra Tel Aviv e Beirut, per disegnare “zone-cuscinetto” da dove sradicare Hezbollah per mano libanese, non si è fatto. Per il semplice motivo che l’esercito libanese non ha la forza (o la voglia) di cacciare Hezbollah. “A questo punto – scrive Haaretz, quotidiano liberal di Tel Aviv – è improbabile che il Libano e Israele tengano un altro ciclo di negoziati prima della fine dell’estate. Una conferma arriva dal giornale Al Mayadeen, che cita fonti diplomatiche. Secondo le voci, al momento non è previsto un nuovo ciclo di colloqui per il mese prossimo, poiché permangono notevoli divergenze tra la parte libanese e le delegazioni statunitense e israeliana”.

Fallite le “zone-pilota”

Pare che Stati Uniti e Israele abbiano respinto l’ipotesi di ampliare le ‘zone-pilota’ del Libano meridionale, ‘fino a quando non saranno compiuti progressi nelle due aree già designate per i negoziati’. Un esperimento che, sembra evidente, non deve aver raccolto considerazioni positive. Dal canto suo, la delegazione libanese ha respinto le affermazioni israeliane secondo cui ‘tutte le esplosioni nel Libano meridionale sarebbero state causate da attacchi contro infrastrutture militari’. “La fonte libanese – sostiene Haaretz – ha anche affermato che le delegazioni statunitense e israeliana avevano chiesto a Hezbollah di ritirarsi dalle alture di Ali al-Taher, nella zona di Nabatieh. Ma senza esito. E anche se gli ultimi colloqui, tenutisi a Roma, sono stati definiti “fruttuosi” da un portavoce del Dipartimento di Stato Usa, i risultati pratici ancora non si vedono. Lo stesso portavoce ha detto che le posizioni si sono avvicinate e che in teoria c’è convergenza sulle modalità necessarie per organizzare le “zone-pilota”. Secondo Al Mayadeen, le discussioni si sono concentrate su Bint Jbeil e Khiam come “zone-pilota”. In base all’accordo, le forze israeliane si ritirerebbero per essere rimpiazzate dall’esercito libanese, come primo passo di un processo più vasto, che dovrebbe portare alla graduale eliminazione della presenza di Hezbollah. Beirut esige da Israele, contemporaneamente all’esecuzione dell’accordo, un cessate il fuoco completo e la fine di tutte le violazioni. E vuole, in questo senso, un impegno formale. Che però Netanyahu, finora, si è rifiutato di assumere.

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10/08/2026

Israele verso la guerra contro tutti

Lo schema si ripete da 80 anni: Israele non fa trattative, ma impone il proprio interesse. La sua forza principale non è mai stata «interna», per quanto sia militarizzata la sua popolazione, ma soprattutto «esterna».

Solo il sostegno senza limiti degli Stati Uniti ha consentito che questo Stato etnico-religioso, razzista e aggressivo, si potesse non solo tenere in piedi ma espandere il territorio sotto il proprio controllo a spese di tutti i vicini.

Ora però sembra ci sia una novità, vedremo se reale o solo «recitata», come altre volte è avvenuto. Ieri, aprendo la riunione del Gabinetto di guerra, Netanyahu ha formalmente affossato il «piano in 15 punti» imposto da Donald Trump ormai quasi un anno fa per «metter fine alla guerra di Gaza» (questa è la loro formulazione di un genocidio in diretta tv).

Il Board of Peace crolla senza che abbia prodotto un solo risultato, all’indomani – e non è un paradosso – della firma del primo contratto per la presunta «ricostruzione»: una base militare Usa, non gli alberghi, i resort o i casinò da edificare su un campo di sterminio a cielo aperto.

Netanyahu ha stracciato ogni parvenza di accordo affermando che l’esercito israeliano non si ritirerà da Gaza (che occupa per più della metà della superficie) finché Hamas non sarà disarmato – “armi pesanti, armi leggere, tutte le armi”.

In pratica vuole la certezza che i palestinesi (ci sono una decina di organizzazioni diverse, a Gaza, Hamas è solo la principale) non sian in grado di esercitare la benché minima autodifesa. Poi troverà una scusa qualsiasi per andare avanti con la pulizia etnica di tutta l’area, gettando quasi due milioni di persone verso il deserto o l’Egitto.

Non ancora soddisfatto, l’ex «testa di cuoio» all’aeroporto di Lod (1972) ha affermato che finché lui sarà primo ministro non ci sarà nessuno Stato Palestinese, in nessuna zona della Palestina storica.

Con ciò viene tra l’altro resa una barzelletta la frase che i leader occidentali ripetono per giustificare il loro appoggio a Tel Aviv e il rifiuto di riconoscere la Palestina, ossia la formula dei «due stati».

Come si vede, il problema non è mai stato il «riconoscimento di Israele» da parte palestinese, ma l’esatto contrario.

Israele non riconosce alcun patto, alcuna condizione, alcun «obbligo reciproco» (il fondamento di qualsiasi accordo duraturo), pretendendo il diritto di stabilire unilateralmente quale sia il vero contenuto di un cosiddetto accordo ed anche le condizioni di verifica.

È la traduzione «diplomatica» del criterio operativo che guida il genocidio: tutto ciò che colpisce (ospedali, ambulanze, bambini, donne, anziani, scuole, ecc) è «hamas». Non c’è bisogno di un riscontro: è un’affermazione indifferente alla realtà. Una volontà genocida senza contraddittorio possibile.

In Cisgiordania, infatti, dove Hamas non c’è, la situazione è identica, anche se formalmente l’offensiva contro la popolazione palestinese è affidata ai «coloni escursionisti» – definizione del corrispondente Rai da Gerusalemme – che vengono poi supportati dai reparti dell’esercito per «legalizzare» l’occupazione di campi, case, ecc.

Qui è già operativo il trasferimento della competenza catastale sulla cosiddetta «Area C» dall’Amministrazione civile militare al Ministero della Giustizia israeliano. Un’area la cui proprietà individuale è in larga parte non registrata e quindi la terra palestinese viene «trasferita» al demanio e concessa in locazione a cittadini israeliani, moltiplicando gli insediamenti illegali.

In Libano l’esercito di Tel Aviv ha ripreso ad avanzare stracciando l’accordo siglato davanti allo stesso Trump, che aveva convocato a Washington il presidente-complice Aoun.

Sull’Iran, infine, la partita sembra destinata ai tempi supplementari. Com’è ormai conclamato, gli Stati Uniti stanno cercando una via d’uscita avendo raggiunto un livello di consumo dei missili – sia d’attacco che intercettori (Patriot, ecc.) – tale da non consentire per il momento grandi offensive senza rischi di perdere uomini e mezzi in quantità politicamente inaccettabile per l’elettorato Usa.

Voci da Washington danno Trump ormai prossimo a «dichiarare vittoria» anche in assenza di risultati che vadano oltre la riapertura dello Stretto di Hormuz (che, ricordiamo, era sempre rimasto aperto e libero al transito fino all’attacco israelo-americano del 28 febbraio). Apertura peraltro contrattata direttamente tra i due paesi rivieraschi, ossia tra Iran e Oman, senza la partecipazione diretta di Washington.

Un risultato, quest’ultimo, che potrebbe certificare una fortissima riduzione dell’influenza statunitense nella Regione.

Ipotesi vista con terrore a Tel Aviv, dove sia Netanyahu che la cosiddetta «opposizione» sembrano pronti a riprendere l’attacco all’Iran anche da soli.

A prima vista sembra un mezzo suicidio, perché lo «scudo antimissile» israeliano, il celebrato «Iron Dome», utilizza ovviamente intercettori fabbricati dagli Stati Uniti. E se questi non ne hanno abbastanza per le proprie esigenze – anche le forniture a Kiev sono ormai al lumicino – non si vede come possano magicamente moltiplicarsi nella disponibilità di Israele.

Già un anno fa, infatti, la tattica di risposta iraniana aveva «saturato» le capacità difensive israeliane con ondate di droni economici e missili balistici di precisione, provocando danni seri su cui era stato posto il segreto militare.

E allora le basi e soprattutto i radar statunitensi nel Golfo erano pienamente operativi, consentendo così l’individuazione dei colpi in arrivo con un certo anticipo. Ora che quella rete è stata pesantemente danneggiata in oltre cinque mesi di guerra sembra difficile che l’Iron Dome possa mantenere le mirabolanti prestazioni vantate da Tel Aviv (anche a fini pubblicitari, per vendere software e sistemi militari).

E dunque? L’ipotesi principale è che tornando all’attacco di Teheran il governo israeliano voglia costringere gli Stati Uniti a riprender le ostilità anche controvoglia e assumendo rischi maggiori. In alternativa, però, si riaffaccia all’orizzonte la minaccia nucleare israeliana, perché sul piano della «guerra convenzionale» buona parte degli antichi vantaggi non ci sono più.

Fermare Israele è il problema del mondo intero, oramai. E persino dell’America, se non vuole veder crollare in poco tempo quanto resta della sua traballante egemonia.

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08/07/2026

Un altro giro di guerra, alla cieca

Se non fosse una tragedia, verrebbe da pensare che il nuovo attacco statunitense all’Iran sia una botta di frustrazione per l’eliminazione degli States ai mondiali di calcio da parte del Belgio, nonostante la patetica cancellazione della squalifica al loro centravanti.

È difficile, infatti, individuare una logica razionale alla base di questa clamorosa interruzione del processo negoziale aperto con la firma del Memorandum of understanding in Svizzera, poche settimane fa.

La giustificazione addotta dal Centcom per i circa 80 attacchi contro postazioni iraniane vicine allo Stretto di Hormuz è che sarebbero la “risposta” ai colpi contro tre navi commerciali, in transito ieri lungo una rotta provvisoria indicata dagli Usa più vicina alle coste dell’Oman, anziché su quella internazionalmente riconosciuta.

Washington ha accusato l’Iran per quella azione, ma Teheran non ha né confermato né negato di aver compiuto gli attacchi.

In compenso ha però risposto a sua volta con 85 attacchi contro basi americane in Kuwait e Bahrein, mentre sarebbe stato abbattuto un drone statunitense MQ-9 su Khormuj, nella provincia iraniana di Bushehr. Tutti gli attacchi di ritorsione sarebbero andati a bersaglio, confermando così la carenza di difese antimissile a disposizione del Pentagono, costretto a utilizzarne ben oltre la capacità di produzione per la guerra in Ucraina e la difesa di Israele.

Si deve per forza notare anche il dato numerico. Mentre – anche a voler prendere per buona la versione Usa – gli attacchi contro l’Iran sono decisamente sproporzionati rispetto al casus belli, quella di Teheran è quasi perfettamente simmetrica. Diplomaticamente questo significa “possiamo reagire a qualsiasi livello, ma non cerchiamo l’escalation”.

Il problema è che risulta incomprensibile – razionalmente – la mossa Usa, inquadrabile solo nelle contraddittorie aspettative interne all’amministrazione Trump e alla permanente volontà di guerra totale da parte di Israele. Che, infatti, nelle stesse ore ha ripreso a bombardare in Libano, nella zona di Nabatieh.

Anche i principali esperti occidentali di Medio Oriente sono costretti a ricorrere ad ipotesi piuttosto fantasiose per giustificare la più vasta offensiva Usa dal cessate il fuoco in aprile.

David Des Roches, ex direttore del Pentagono per gli affari della penisola del Golfo e dell’Arabia e professore presso il Centro per gli studi strategici del Vicino Oriente alla National Defense University, prova ad argomentare che l’Iran avrebbe violato gli articoli 4 e 5 del MoU sulla circolazione delle navi nello Stretto, che motiva “la revoca delle deroghe sulle vendite di petrolio iraniano e poi gli attacchi alla capacità dell’Iran di attaccare le spedizioni”.

L’insensatezza è però evidente anche per lui, costretto a far notare che “La cosa interessante, però, è che gli Stati Uniti non hanno reimposto il reciproco blocco navale sull’Iran. Quindi, questo può essere visto come una rappresaglia limitata per gli attacchi alle navi civili”. Bombardo ma poco, insomma, non è che ho cambiato idea.

Più fantasioso Harlan Ullman, il presidente del Gruppo Killowen e ufficiale di marina in pensione: “La mia opinione è che l’Iran stia schernendo gli Stati Uniti”, per “far avanzare la sua posizione nei negoziati facendo ulteriore pressione sugli Stati Uniti” tramite una nuova impennata dei prezzi del petrolio che aumenterebbe la pressione internazionale su Trump.

Se fosse così, però, l’attacco Usa di stanotte sarebbe proprio quel che Teheran voleva, e dunque un’idiozia per gli interessi Usa (e sempre dubitando che al vertice iraniano ragionino in modo così strambo).

Sta di fatto che con questo altro giro di guerra, condotto come sempre fuori da ogni logica, siamo tornati di nuovo sulla soglia del disastro, perché un’ampia guerra regionale – nel mentre gli equilibri internazionali sono già destabilizzati e tutti sono alla ricerca di un nuovo assetto – è uno scenario che non prevede vie d’uscita non militari.

Quello che Tel Aviv cerca da sempre, quel che il mondo non si può permettere. Usa compresi.

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Ad Ankara il valzer degli scontenti, tra Meloni e Netanyahu

Il vertice NATO che si tiene ad Ankara pare che sancirà un riavvicinamento strategico tra USA e Turchia. Ciò inevitabilmente determinerà in maniera formale l’allentamento del rapporto tra USA e Israele.

Trump è infuriato con Netanyahu che lo ha trascinato nell’avventura bellica contro l’Iran da cui – nonostante le fandonie della propaganda – è uscito sconfitto e umiliato. Oltretutto, Netanyahu vuole continuare la guerra, almeno in Libano, mentre Trump ha firmato con l’Iran una tregua in cui ci si impegna a cessare le ostilità anche nel Paese dei cedri.

Il fragile accordo siglato tra Israele e Governo libanese di fatto scontenta tutti: Israele perché gli limita le attività militari, governo libanese perché non prevede il ritiro degli israeliani dal sud del Paese, Hezbollah perché non è stato invitato al tavolo di trattativa e soprattutto scontenta gli USA che sanno che l’accordo non reggerà e la cosa gli creerà problemi con l’Iran.

Negli ultimi tempi la rivalità tra Turchia e Israele si è sempre più esasperata, sfociando in scontri armati, seppur indiretti, come quelli che ci sono attualmente in Siria. Lì, le truppe regolari israeliane si confrontano con formazioni che sono diretta espressione della Turchia.

Macron si è recato a Damasco per incontrare il tagliagole al Sharaa (già noto come ‘al Jolani’), con l’intento di cercare di calmare gli animi. Bisogna notare che gli interessi turchi collidono con quelli israeliani anche per il Libano, la Palestina, Cipro e tanti altri posti, alcuni dei quali sono teatri di guerra.

In definitiva, al netto di ogni eventuale novità che possa riguardare le posture verso la Russia (tutt’altro che trascurabili), il vertice NATO di Ankara potrebbe ridefinire l’intero sistema di alleanze tra Europa e Medio Oriente, ma soprattutto il rapporto tra USA e Israele.

Parallelamente a tutto ciò, è proseguita la grottesca manfrina tra Trump e la Meloni. Il primo dato di rilievo è che la Meloni non era presente a Villa Taverna (ossia la residenza dell’ambasciatore USA a Roma) per i festeggiamenti del Giorno dell’Indipendenza. O meglio, non era presente Giorgia, perché invece si è presentata la sorella Arianna.

Oltre a lei c’erano politici di ogni rango e schieramento, ma tutti ferventi atlantisti. Dopo di ciò, Trump ha fatto un post in cui dice che per la Meloni è “necessario un’ordine restrittivo”, ossia una sorta di divieto d’avvicinamento. Nelle relazioni internazionali tra paesi occidentali non si ricordano attacchi simili tra capi di Stato.

In sintesi, Trump ha fatto due strappi, il primo con Netanyhau e il secondo con la Meloni. Ciò potrebbe portare a un rafforzamento del legame tra Italia e Israele. I due esclusi e isolati si potrebbero consolare e sostenere vicendevolmente.

Il fatto che sia arrivato l’annuncio a sorpresa che i prossimi colloqui di pace tra Israele e Libano non si terranno più a Washington – con la mediazione di Trump – ma a Roma, lascia pensare che la manovra di avvicinamento tra Italia e Israele sia già iniziata.

Noi sollevati dall’allentamento del vincolo con gli USA, ci troviamo però a fare i conti con una prospettiva altrettanto triste, quella di una rafforzata sinergia con Israele. Prospettiva da osteggiare in ogni caso, ma ancor di più nel pieno di un genocidio su cui il nostro Paese già ha delle responsabilità.

Non è il caso di avere ulteriori livelli di complicità.

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29/06/2026

Israele demolisce accordi e case, Usa nel pallone

Non è complicato capire perché il processo di de-escalation in Medio Oriente sembra essersi bloccato nuovamente dopo la firma del “memorandum of understanding” in Svizzera.

Sul piano strettamente militare c’è stato un “colpo non identificato” che ha raggiunto una nave in transito nello Stretto di Hormuz. Gli Stati Uniti ne hanno attribuito la responsabilità all’Iran, che però non ha rivendicato, contrariamente al solito.

Tanto è bastato a Washington per lanciare una serie di attacchi aerei contro postazioni iraniane intorno a Hormuz. Tehran ha risposto come da manuale con missili e droni contro le basi Usa in Bahrein (c’è la sede della Quinta Flotta) e in Kuwait.

Seguono minacce tonitruanti di Trump e gelide avvertenze iraniane, che hanno però il merito di far capire l’oggetto del contendere.

Dopo aver ricordato che “qualsiasi interferenza da parte di soggetti diversi dall’Iran nella gestione dello stretto comporterà un ritardo nella sua riapertura e un aumento del livello di tensione nella regione”, il ministro degli esteri Araghci – in visita a Baghdad – ha invitato gli Stati Uniti “a frenare l’entità sionista, che continua la sua aggressione contro il Libano”, sottolineando che, secondo il primo punto del memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti, Washington deve “convincere” Tel Aviv a ritirarsi dal Libano in tempi accettabili.

Gli Usa, però, hanno condotto una trattativa ridicola con alcuni esponenti libanesi dichiaratamente sionisti, oltre che con lo stesso Israele, raggiungendo un presunto “accordo” che lascia le cose come stanno ora e dichiara esplicitamente di voler “disarmare Hezbollah”. Che non è soltanto l’unica forza in grado di opporre una resistenza all’espansionismo di Tel Aviv, ma anche la principale componente sociale e politica che sembra interessata sul serio a garantire la sovranità del Paese. Ma che proprio per questo non è stata neanche consultata.

Il sito statunitense Axios – che affida sempre la narrazione sul conflitto mediorientale all’ex ufficiale della famigerata Unità 8200 dell’Idf, Barak Ravid – ammette che il presunto “accordo libanese” “sembra anche contraddire alcuni degli intendimenti raggiunti tra Stati Uniti e Iran in Svizzera, e potrebbe quindi complicare quella fragile tregua”.

Ma il problema sarebbe stato causato dall’altro accordo – il “MoU” tra Usa e Iran – con cui Teheran “è riuscito a inserire la situazione in Libano nelle sue trattative con gli Stati Uniti nelle ultime settimane”.

Un testo che l’ambasciatore israeliano Yechiel Leiter – incaricato di gestire i rapporti con Washington sulla questione libanese – ha definito subito “un disastro ferroviario”.

La ragione è semplice: quel “memorandum invita le parti a rispettare un cessate il fuoco in Libano e a garantire l’integrità territoriale del paese, che è invece attivamente minata dall’occupazione israeliana in corso nel Libano meridionale”.

In parole povere: Israele non ha alcuna intenzione di ritirarsi dal territorio libanese sotto il suo controllo ed anzi vorrebbe spingersi ancora più in là, come del resto sta facendo in Siria, occupando ora anche le campagne intorno alla città di Daraa.

Una volta precisato il contesto e gli interessi contrastanti non ci vuole molto ad immaginare che il “colpo non identificato” che ha messo in moto il doppio scambio di cortesie militari tra Iran e Usa intorno ad Hormuz abbia un responsabile chiaro: il governo Netanyahu, che peraltro aveva già spedito un po’ di truppe negli Emirati Arabi Uniti e largheggia in operazioni false flag.

Quel che rende la gestione statunitense della “doppia trattativa” un delirio senza capo né coda è esattamente la “condiscendenza” nei confronti di Israele, che diventa insormontabile al tavolo libanese e invece “riducibile” su quello iraniano.

Sembra evidente che a Washington non c’è alcuna chiarezza strategica e quindi si sovrappongono posizioni e iniziative decisamente contraddittorie.

Sembrano pesare anche le differenti ambizioni e posizioni del segretario di Stato “Narco” Rubio – che ha prodotto materialmente il pasticcio libanese – e del vicepresidente J.D. Vance, esponente autentico dell’immaginario “Maga” che considerava la guerra all’Iran quanto meno una stupidaggine ma, soprattutto, considera Israele un alleato come tanti altri (gli europei, per esempio) e quindi da rimettere al suo posto quando gli interessi Usa entrano in contraddizione con quelli di Tel Aviv.

Una confusione che facilita ovviamente ogni manovra diversiva che abbia come obbiettivo il prolungamento della guerra sull’intero scenario mediorientale. La tela tessuta da Pakistan e Qatar con l’Iran viene sciolta di notte nel lavorio mafioso tra la Casa Bianca e Tel Aviv, con il popolo libanese costretto a pagarne il prezzo.

Fin quando gli Stati Uniti non sceglieranno con chiarezza tra una qualche pace in Medio Oriente (per garantire che l’economia mondiale non subisca altri colpi, non certo per bontà d’animo) e l’appoggio incondizionato all’espansionismo illimitato di Israele – unico Stato al mondo a non avere e non volere confini certi, riconosciuti internazionalmente –, pateticamente giustificato con “verità bibliche”, la situazione non potrà cambiare.

La pace implica l’imbavagliamento duraturo del sionismo genocida, il contrario significa guerra senza limiti. Già ad aprile, ricordiamo, la frustrazione israelo-statunitense nel non riuscire a raggiungere gli obbiettivi dichiarati aveva fatto balenare in quelle teste pazze la possibilità di usare anche l’arma nucleare.

Come se fosse possibile farlo senza conseguenze...

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Gli squali che fingono di rappresentare il Libano

Non c’è nessun governo libanese ad aver firmato un “accordo quadro” con Israele, e di conseguenza non esiste nessun accordo, perché gli accordi si fanno almeno in due, trovando un compromesso tra posizioni conflittuali.

Le persone che hanno firmato questa richiesta di sottomissione non hanno alcun conflitto con Israele, e sono di fatto figure nominate dagli americani, che sempre dagli americani – i “finanziatori” quasi esclusivi delle Forze Armate Libanesi – prendono ordini. Ordini, non suggerimenti. Questa è ahimè la verità.

Nawaf Salam e Joseph Aoun, con i loro difetti e anche con i loro pregi (essenzialmente legati alla carriera che hanno fatto, soprattutto Salam come giudice), non rappresentano davvero nessuno in Libano, ed anche in questo fatto risiedono i rischi connessi alla strada che hanno imboccato. Quando dico nessuno dico che hanno meno rappresentanza del più piccolo partito cristiano. Cioè, voglio dire, un Frangieh avrebbe più consensi di Aoun.

I “negoziati” con Israele a Washington sono portati avanti dalla ambasciatrice Nada Hamadeh Mouawad – priva di qualsiasi agency e credibilità quando si tratta di rappresentare un paese multi confessionale e organizzato secondo il power sharing settario – ma nella sostanza di questo giochino volto a portare il Libano davvero sull’orlo della guerra civile e legittimare l’occupazione israeliana si occupano altre figure, oltre al governo americano e quello israeliano.

Una di queste è probabilmente Anton Sehnaoui, famoso banchiere e miliardario libanese, chairman del board del gruppo SGBL, nonché partner di Morgan Ortagus, la signora che per qualche mese è stata vice inviata speciale degli USA per il medioriente, e che proprio in quei mesi si fece fotografare mentre a Beirut stringeva la mano al presidente libanese Joseph Aoun, indossando una vistosa collana con la stella di David (regalo di Sehnaoui?).

Sehnaoui nel 2022 è stato accusato di riciclaggio di denaro, e soprattutto è abbastanza il segreto di pulcinella che – oltre ad essere un finanziatore del piccolo gruppo cristiano fondamentalista “Jnoud Al Rabb” (soldati di Dio), protagonista di varie azioni omofobe a Beirut – negli anni si sia enormemente arricchito grazie alle operazioni di ingegneria finanziaria dell’ex famigerato governatore della Banca centrale, Riad Salameh, uno dei principali o forse il principale obiettivo delle proteste antigovernative di qualche anno fa (accusato di corruzione e sotto sanzioni in Canada, Uk e Usa).

Sehnaoui è insomma uno di quei soggetti che si sono arricchiti letteralmente sulle spalle di una classe media che è scomparsa in pochissimi anni, e di una popolazione che è scivolata nella povertà mese dopo mese.

Non è però tutto: come partner e in compagnia di Morgan Ortagus, Sehnaoui lo scorso 14 aprile – a genocidio ormai ufficiale – ha partecipato a una cerimonia al Memoriale dell’Olocausto di Washington.

Non è dato sapere se volesse mantenere un profilo basso o meno ma la sua compagna, una volta preso il microfono, lo ha ringraziato per il suo “supporto al sionismo nonostante i rischi personali”, ricordando poi come Sehnaoui sia stato cresciuto dai suoi genitori secondo i “valori sionisti”. Non “ebraici” come Starmer, eh (che già li, se non sei ebreo, non si capisce bene): proprio sionisti.

E ci si sorprende dello storico atteggiamento paranoico di Hezbollah? Mi pare ci siano delle solide basi.

Sehnaoui d’altronde non ha mai fatto segreti di sostenere progetti Israelo-statunitensi, indossa la spilletta gialla degli ostaggi e ha varie volte dichiarato di essere appunto un “fiero sionista”. Anche quando il suo paese veniva bombardato da Tel Aviv – pure non lontano da dove è cresciuto da piccolo, cioè Baabda.

Questo “accordo quadro”, nella sostanza, introdurrebbe un “Gruppo trilaterale di coordinamento militare”, un teorico e parzialissimo ritiro israeliano (che non avverrà per nemmeno cento metri, a meno che la resistenza armata non aumenti) in cambio di un dispiegamento delle LAF (da decenni volutamente non equipaggiate per fare la guerra a nessuno) nelle zone dove opera Hezbollah, di cui l’Idf lamenta le azioni di resistenza armata sul proprio territorio, con Beirut che sembra correrle solertemente in aiuto.

Da un punto di vista diplomatico e anche degli sviluppi militari sul campo (che vedono le perdite israeliane in costante aumento, una leva che qualunque delegazione negoziale dovrebbe utilizzare) questa intesa sembra uno scherzo: il governo libanese non solo sembra ignorare cosa accade sul campo di battaglia tra invasori e resistenti, ma sembra preferire una lineare ed esplicita sottomissione al paese che gli sta radendo al suolo decine di villaggi, a una inclusione del Libano nei cessate il fuoco come conseguenza delle pressioni iraniane su Washington.

Follia. Patologia istituzionale.

Il punto è che da un punto di vista pratico con questo semi accordo non cambierebbe granché: nessuno nell’esercito vuole davvero scontrarsi con Hezbollah, imporgli questo o quest’altro. A partire dai soldati stessi, che per almeno un quarto sono sciiti, e magari hanno un cugino al fronte che attacca i carri armati israeliani.

Questo può valere finché Rudolph Haykal – al momento quasi la salvezza del Libano, nella sua capacità e volontà di mantenere un certo equilibrio e l’indisponibilità ad attaccare Hezbollah – rimane a capo delle Forze armate. Se, come si vocifera da mesi, lo indurranno a farsi da parte o lo solleveranno dal suo incarico, lo scenario che si aprirà sarà davvero ignoto. O meglio, rischia di essere un po’ familiare.

Ps – Personalmente attribuisco la scelta di firmare questo scempio epocale nel giorno dell’Ashura a una questione di pura sciatteria, più che alla volontà di fomentare ulteriormente divisioni.

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28/06/2026

Accordo Israele - Libano: Beirut riconosce ufficialmente l’occupazione

Il cosiddetto “accordo trilaterale” siglato a Washington fra Israele, governo libanese ed USA – in quanto mediatori – decreta due novità politiche: Beirut si impegna a riconosce ufficilamente Israele come stato, mettendo fine al formale stato di guerra in vigore dal 1948, ed il ritiro israeliano dal sud è subordinato al “disarmo completo” e verificabile di Hezbollah.

Ciò si traduce nel riconoscimento ufficiale dell’occupazione del sud da parte dell’esecutivo libanese, dato che non è in grado in alcun modo di ottemperare al disarmo di Hezbollah.

Quest’accordo, dunque, pone le basi per lo scoppio di una guerra civile in Libano fra le componenti filoamericane ed il blocco che sostiene Hezbollah, offrendo anche un pretesto per l’intervento diretto di USA ed Israele all’interno di tale conflitto, in quanto aiuterebbero il “legittimo governo libanese” a stabilire la propria sovranità su tutto il territorio nazionale.

Proponiamo un’analisi completa effettuata dalla giornalista di sinistra Rania Khalek.


Questo accordo consolida l’occupazione israeliana, che può essere smantellata solo attraverso una guerra civile in coordinamento con gli Stati Uniti e Israele. Inoltre, minaccia di far fallire l’accordo tra Stati Uniti e Iran.

Il governo libanese si è unito a Israele e agli Stati Uniti nel dichiarare guerra a una vasta parte della propria popolazione.

Ieri, l’ambasciatore libanese negli Stati Uniti ha firmato un accordo quadro con Israele durante il quinto round di negoziati ospitato da Washington. L’accordo è infido, scioccante e vergognoso. Consolida l’occupazione israeliana del territorio libanese nel sud del Paese, che può essere smantellata solo attraverso una guerra civile guidata dall’esercito libanese e coordinata con gli Stati Uniti e Israele.

Le élite libanesi che promuovono questa sottomissione all’impero amano invocare la sovranità. Parlano di Hezbollah come se fosse una forza aliena impiantata dall’Iran, piuttosto che una formazione militare organica, autoctona e popolare nata dalla resistenza all’occupazione israeliana negli anni ’80. Per queste élite, qualsiasi resistenza a Israele è una violazione della sovranità del Libano, mentre obbedire agli ordini di Washington e Tel Aviv contro gli interessi del Libano è considerato normale, indipendente, persino virtuoso. Il sopra è sotto, la destra è la sinistra.

Il governo libanese si è rifiutato di sfruttare la leva negoziale che l’insistenza dell’Iran sul cessate il fuoco e sul ritiro israeliano gli aveva fornito. Al contrario, ha collaborato con gli americani e gli israeliani alle condizioni di Israele, fornendo così a Marco Rubio uno strumento per minare l’accordo tra Stati Uniti e Iran.

Netanyahu si vanta che si tratti di un “importante successo” perché permette all’occupazione israeliana di continuare. La presidenza libanese lo celebra come una vittoria sulla sovranità che libererà il territorio libanese, ma non ha fornito dettagli su come ciò avverrà, e l’accordo stesso non mostra nulla del genere. Hezbollah lo ha ovviamente respinto, perché rappresenta una capitolazione totale al furto di terre da parte di Israele.

L’accordo di resa

Il testo integrale del quadro di riferimento è disponibile qui. Nicolas Sawaya offre un’ottima analisi di tutti i 14 punti. Mi limiterò a evidenziare i più critici.

Innanzitutto: questo accordo è mediato e supervisionato dagli Stati Uniti, che NON sono una parte neutrale. Gli Stati Uniti finanziano l’intero esercito israeliano: fondi, armi, Iron Dome, intelligence, copertura diplomatica. Partecipano attivamente ai crimini commessi contro il Libano. Il passato ha dimostrato che non ci si può fidare di loro per una mediazione imparziale in qualsiasi questione che coinvolga Israele. Ricordiamo le 15.000 violazioni del cessate il fuoco israeliano tra novembre 2024 e marzo 2026, completamente impunite dal meccanismo gestito dagli Stati Uniti.

Il punto 2 stabilisce che il ritiro israeliano è subordinato al disarmo di Hezbollah da parte dell’esercito libanese, il che significa una guerra civile. Questo stravolge il diritto internazionale. L’occupazione israeliana è illegale a prescindere dall’esistenza di Hezbollah. L’accordo afferma: “le Forze Armate Libanesi ripristineranno l’effettiva autorità sovrana su tutto il territorio libanese, in attesa del disarmo verificato dei gruppi armati non statali e dello smantellamento delle infrastrutture associate, consentendo alle Forze di Difesa Israeliane di ritirarsi progressivamente dal territorio libanese”. Accettando di disarmare prima Hezbollah, con i parametri per il “disarmo verificato” ancora da definire dagli Stati Uniti, il governo libanese ha di fatto consolidato l’occupazione israeliana del sud.

Il punto 3 subordina gli aiuti internazionali per la ricostruzione e il ritorno di centinaia di migliaia di civili libanesi sfollati al disarmo di Hezbollah da parte dell’esercito libanese in “zone pilota” a fasi, che saranno anch’esse determinate dagli Stati Uniti. Il quadro di riferimento stabilisce che la ricostruzione inizierà e i civili potranno tornare solo “dopo la conferma del successo del disarmo”. Questo tradisce completamente la popolazione del sud e fornisce a Washington una leva di ricatto sull’intero processo.

Il punto 4 afferma che il governo “ricostruirà il monopolio statale sull’uso della forza, raggiungerà il disarmo completo e verificato di tutti i gruppi armati non statali e garantirà che tali gruppi non abbiano alcun ruolo militare o di sicurezza né capacità armate in nessuna parte del Libano”. Ciò significa disarmare anche Hezbollah a nord del Litani. Inoltre, si chiede ai “partner internazionali e in particolare arabi, sotto la guida degli Stati Uniti”, di sostenere questo risultato. In altre parole, una guerra civile guidata dagli Stati Uniti e sostenuta dagli arabi.

Il punto 5 afferma che “il governo di Israele dichiara di non avere ambizioni territoriali in Libano”. I ministri israeliani affermano regolarmente il contrario.

Il punto 9 prevede che gli Stati Uniti effettuino delle valutazioni sull’efficacia con cui lo Stato libanese sta conducendo la guerra civile contro Hezbollah. Il sostegno internazionale al Libano sarà condizionato dalla soddisfazione americana per i risultati. L’umiliazione è strutturale, mi vergogno davvero di questi traditori.

Il punto 11 impegna il governo libanese a contribuire al soffocamento finanziario di Hezbollah attraverso le sanzioni.

Il punto 13 dimostra una scioccante incompetenza, in quanto rinuncia al diritto del Libano di intraprendere “azioni ostili o avverse nei fori politici o legali internazionali”. Ciò significa che il governo libanese ha accettato di rinunciare alla possibilità di utilizzare la legge contro Israele per l’infinita lista di crimini di guerra commessi contro il Libano. È assurdo che una simile decisione provenga da un governo il cui Primo Ministro è stato giudice della Corte Internazionale di Giustizia e ha presieduto il caso del Sudafrica sul genocidio a Gaza.

Il punto 14 inquadra l’intero contesto come fondamento per un futuro accordo di normalizzazione con Israele.
 
I burattini libanesi anti-Resistenza

Questo accordo ricorda l’Accordo del 17 maggio 1983, quando gli Stati Uniti mediarono la resa del Libano con Israele, un accordo che conteneva molte delle clausole attuali: consolidare l’occupazione israeliana e dichiarare guerra a qualsiasi forma di resistenza. Quell’accordo fu firmato dagli alleati di Israele in Libano e abrogato entro un anno perché politicamente insostenibile. Sono certo che anche questo farà la stessa fine, ma a quale prezzo nel frattempo?

Hezbollah non è un’organizzazione aliena. Rappresenta una parte considerevole della popolazione sciita libanese. Per questo motivo viene eletto democraticamente in parlamento, come parte del blocco parlamentare più numeroso, nonostante un sistema che svaluta strutturalmente il voto sciita attraverso una forma di manipolazione dei collegi elettorali tipica del Libano.

C’è chi accusa Hezbollah di minacciare una guerra civile per impedire questo accordo. Si sbagliano. Hezbollah sta reagendo alla minaccia molto reale, esplicitamente delineata in questo accordo, di una guerra civile sponsorizzata da Stati Uniti e Israele contro la popolazione che rappresenta, una popolazione che negli ultimi tre mesi è stata sfollata e braccata dai bombardamenti israeliani senza alcuna protezione da parte dello Stato.

Il presidente Joseph Aoun e il primo ministro Nawaf Salam affermano di sostenere la sovranità nazionale. In realtà, stanno usando la violenza, appoggiata da potenze straniere, per indebolire i loro oppositori politici interni. Non c’è niente di più antidemocratico di questo.

Rubio contro Vance

Ciò rende il Libano ancora una volta il punto di maggiore tensione nell’ambito del memorandum d’intesa con l’Iran.

L’Iran ha incluso un cessate il fuoco in Libano tra le sue richieste per la fine della guerra e ha chiesto il ritiro di Israele. Quando Israele ha bombardato Beirut all’inizio di questo mese, l’Iran ha risposto bombardando Israele. Il primo punto del memorandum d’intesa prevede la fine della guerra in Libano.

L’Iran sta verificando se gli americani riusciranno effettivamente a contenere gli israeliani. Finora, ci sono riusciti solo parzialmente. Le violenze continuano quotidianamente, ma con minore intensità rispetto a un mese fa.

È qui che la spaccatura tra Vance e Rubio diventa cruciale da comprendere. Reuters ha riportato che i due uomini hanno adottato toni diversi. Vance ha criticato i bombardamenti israeliani sulle infrastrutture civili di Beirut, definendoli un ostacolo agli sforzi di pace guidati dagli Stati Uniti, si è recato in Svizzera per colloqui con funzionari iraniani e ha ripetutamente parlato della possibilità di una relazione di cooperazione tra Stati Uniti e Iran.

Rubio, d’altro canto, ha girato gli stati del Golfo difendendo la campagna militare israeliana in Libano e rassicurando gli alleati sul fatto che l’accordo con l’Iran non sarebbe stato troppo generoso nei confronti dei “cattivi” iraniani.

Vance vuole porre fine a questa guerra. Si sta preparando per le primarie repubblicane del 2028 e ambisce a diventare il candidato pacifista che si è opposto a un Israele sempre più odiato. Rubio rappresenta l’ala neoconservatrice che rimane incondizionatamente allineata con Netanyahu. Il riassetto dei rapporti tra Libano e Israele porta la sua impronta, essendo concepito per separare il Libano dall’Iran e preservare la capacità di Israele di continuare la guerra. Sembra un tentativo di sabotare la candidatura di Vance.

Subito dopo la firma dell’accordo quadro, gli Stati Uniti hanno annunciato di aver bombardato nuovamente l’Iran, in apparente violazione del memorandum d’intesa, affermando che si trattava di una risposta al fatto che l’Iran aveva aperto il fuoco contro una nave nello Stretto di Hormuz.

L’Iran non ha rivendicato l’attacco, ma non lo ha nemmeno negato. Da allora, l’Iran ha risposto agli Stati Uniti colpendo il Bahrein. Lo stesso giorno, gli israeliani hanno lanciato un attacco con droni contro il Libano. Rubio, durante il suo tour nel Golfo, aveva promesso agli alleati arabi che l’Iran non avrebbe mai controllato lo Stretto, né imposto pedaggi. Nel frattempo, il ronzio dei droni sopra Beirut mi assale più forte che mai.

La retorica a favore del ritorno alla guerra si sta intensificando, e con essa anche il clamore mediatico.

È possibile disarmare Hezbollah?

No. Se nemmeno tutta la potenza militare israeliana è riuscita a disarmare Hezbollah, di certo non ci riuscirà il ben più debole esercito libanese. E se si dovesse effettivamente tentare la strada della guerra civile, l’esercito libanese si dividerebbe. Ma cosa importa a Israele? Israele vuole guerre e instabilità senza fine, e ha dei servitori in Libano disposti a perpetuare questa politica.

Mi vengono in mente I dannati della terra di Frantz Fanon:
«La borghesia nazionale scopre la sua missione storica come intermediaria. La sua vocazione non è trasformare la nazione, ma prosaicamente fungere da nastro trasportatore per il capitalismo, costretta a camuffarsi dietro la maschera del neocolonialismo. La borghesia nazionale, senza alcun timore e con grande orgoglio, si compiace del ruolo di agente nei suoi rapporti con la borghesia occidentale.»
La classe dei compradores libanesi è la dimostrazione vivente della citazione di Fanon. Come ho spiegato all’inizio di questa settimana, sembrano non aver ancora capito che i loro padroni americani hanno perso la guerra contro l’Iran. Questo accordo quadro pone le basi per la guerra civile, mascherando l’operazione dietro il linguaggio della sovranità. Fallirà. Ma forse il danno che provocherà lungo il cammino verso il fallimento è il vero problema.

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27/06/2026

Accordo sul Libano ma senza Hezbollah. Destinato a non reggere

Mentre gli USA bombardano un pò l’Iran e la tensione torna nello Stretto di Hormuz, un accordo sul Libano è stato annunciato nella notte dal Segretario di Stato Usa Marco Rubio per cercare di porre fine alla guerra tra Israele e Libano. La pace in Libano è stata oggetto negoziale di una trattativa più ampia, quella tra Usa e Iran mediata dal Pakistan, in cui però Israele persegue interessi autonomi dal suo stesso alleato statunitense.

Questo nuovo accordo prevede, secondo quanto anticipato da alcuni mass media, che il governo libanese imponga a Hezbollah il ritiro dal Sud del Paese e che via via Israele lasci i territori occupati dal 2024 ad oggi man mano che ciò sarà accaduto.

In Libano, in teoria, un cessate il fuoco sarebbe in vigore dal 16 aprile, quando Tel Aviv e Beirut si accordarono per porre fine a un conflitto durato 45 giorni all’ombra dell’attacco israelo-americano all’Iran. Ma Israele da allora ha invaso tutto il sud del Libano oltre che bombardare le città libanesi. Questa asimmetria è continuata dopo il cessate il fuoco siglato a Washington, con Israele che ha continuamente allargato la zona d’occupazione nel Sud del Libano. Dal 2 marzo nel paese non c’è stato un giorno senza combattimenti, e nei bombardamenti israeliani sono morte almeno 4mila persone.

Il governo libanese adesso prova a sacrificare Hezbollah in nome di un tentativo di pacificazione con Israele. Ma Hezbollah non ha partecipato ai negoziati in cui si chiede il suo ritiro dal Sud del Paese e questo potrebbe creare un corto circuito con Israele che giustifica l’occupazione espansionista nel Libano del sud in nome della lotta a Hezbollah, e quest’ultimo in rotta di collisione con le autorità di Beirut. Il che rende difficile l’applicazione di ogni accordo. 

Netanyahu dal canto suo ha ribadito che: “Manterremo (la zona cuscinetto) finché Hezbollah non si disarmerà e finché esisterà una minaccia per lo Stato di Israele”.

Hezbollah si è rifiutato di entrare in discussioni dirette con Israele, ma sembra aver avuto comunicazioni secondarie con l’amministrazione Trump. Il gruppo rimane l’organizzazione militare più solida del paese e supera di gran lunga le capacità delle forze armate libanesi.

Il Segretario Generale di Hezbollah, Sheikh Naim Qassem, ha affermato venerdì che il nemico israeliano deve ritirarsi completamente da ogni centimetro del Libano, “sconfitto e umiliato”.

Intervenendo ad una manifestazione di massa a Dahiyeh, sobborgo a sud d Beirut, Sheikh Qassem ha sottolineato che non ci saranno né normalizzazione né concessioni all’entità sionista.

Nessuna parte ha il diritto di firmare o accettare alcun accordo che non sia all’altezza della piena sovranità e indipendenza del Libano, ha sottolineato il leader di Hezbollah, facendo riferimento ai colloqui diretti tra l’autorità politica dominante in Libano e il nemico israeliano.

In questo contesto, Sheikh Qassem ha dichiarato che l’autorità politica in Libano deve riconsiderare il suo percorso in due direzioni: “Unificare la propria posizione contro l’aggressione israeliana e cessare di attuare i dettami del nemico”.

Il leader di Hezbollah ha replicato alle dichiarazioni del Segretario di Stato americano Marco Rubio, il quale aveva affermato che la presenza israeliana in Libano è dovuta agli attacchi missilistici di Hezbollah. Ha sottolineato che la presenza israeliana in Libano è parte di un progetto espansionistico verso la ‘Grande Israele’, mentre la resistenza è una risposta all’occupazione e all’aggressione, e non il contrario.

“Questa aggressione israelo-americana via terra, mare e aria prende di mira civili, territorio e infrastrutture utilizzando ogni forma di armamento, con il sostegno di alleati e proxy. È accompagnata da piani di divisione interna, pressione politica e blocco finanziario, nonché da tentativi di minare le istituzioni educative, sociali e culturali. Costituisce una guerra su larga scala e una grave minaccia volta a cancellare la nostra esistenza” – ha avvertito Sheikh Qassem – “Lo dichiariamo chiaramente e ad alta voce: abbiamo infranto il progetto israelo-americano e siamo entrati in una nuova fase. Qualsiasi azione futura deve basarsi sulle realtà di questa nuova fase”.

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24/06/2026

Gli israeliani invadono il Libano, ma lamentano perdite

I sionisti urlano allo scandalo per l’uccisione, da parte di Hezbollah, di un equipaggio di quattro soldati israeliani in un carro armato nel sud del Libano. Il propagandista bellico Mark Levin ha scritto su Twitter che “Israele reagirà duramente” e che “Nessun memorandum d’intesa o accordo definitivo cambierà chi sono questi terroristi”, mentre il ministro della sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir ha proclamato: “Per ogni lacrima di una madre israeliana, mille madri libanesi devono piangere. Tutto il Libano deve bruciare!”.

Da tutta questa melodrammatica sceneggiata e da questo vittimismo teatrale, si potrebbe pensare che i quattro israeliani siano stati uccisi nei loro letti a Tel Aviv, e non durante un viaggio in carro armato attraverso un paese straniero che avevano invaso.

Come ha detto Ryan Grim: “Non ho mai sentito parlare di un paese che invade un paese vicino e poi si lamenta che i suoi soldati siano morti durante l’invasione. Non credo che nessun altro paese abbia mai pensato di fare una simile lamentela”.

Con una mossa che non ha sorpreso assolutamente nessuno, Israele ha nuovamente bombardato senza pietà il Libano, mentre Netanyahu continuava a insistere sul fatto che l’esercito israeliano avrebbero proseguito la sua vasta occupazione del territorio libanese.

Le azioni di Israele hanno portato Teheran ad annullare i colloqui di pace programmati con Washington, ma ora giungono notizie di un nuovo accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah.

Israele non ha mai rispettato gli accordi di cessate il fuoco in Libano, ma vedremo cosa succederà.

Un fattore determinante in questo nuovo sviluppo potrebbe essere stata la minaccia dell’Iran di bombardare Israele senza preavviso se Trump non farà pressione su Netanyahu affinché ponga fine alla guerra in Libano, come abbiamo appreso da un recente rapporto di Drop Site News.

Il presidente Trump e il vicepresidente JD Vance hanno creato contenuti virali con toni duri sulla necessità che Israele raggiunga la pace e smetta di uccidere persone in Libano, ma in questo caso ciò che conta sono i fatti. O sono disposti a usare la loro influenza su Israele per garantire che questo accordo di pace si concretizzi, oppure no.

Se Israele continuerà a sabotare l’accordo senza subire gravi conseguenze da parte di Washington, potremo tranquillamente concludere che l’amministrazione Trump si è limitata alle parole.

E nel caso qualcuno non l’avesse capito, Trump non si meriterà mai alcun “merito” per aver fatto la pace con l’Iran, anche se alla fine dovesse spingere Israele a rispettare l’accordo. Non si ricevono elogi per aver iniziato una guerra di aggressione non provocata e poi averla persa. Non è una cosa che si possa fare.

Nel frattempo, invece di attaccare Trump per non aver fatto abbastanza per raggiungere la pace, i Democratici lo definiscono un debole e codardo per non aver continuato la guerra e per aver accettato di garantire 300 miliardi di dollari di finanziamenti per la ricostruzione.

“L’Iran ha raggirato Trump con questo cosiddetto accordo”, ha dichiarato giovedì il leader della minoranza al Senato , Chuck Schumer, aggiungendo: “I miei colleghi dell’altra parte dell’emiciclo sono disposti a inviare all’Iran 300 miliardi di dollari quando le esigenze economiche qui in patria sono così gravi? È quello che Trump vuole che facciano”.

“Con 300 miliardi di dollari potremmo porre fine al problema dei senzatetto, finanziare la ricerca sul cancro per 40 anni e offrire a ogni bambino l’asilo nido gratuito per oltre 7 anni. Invece, Trump li sta mandando all’Iran”, ha twittato la senatrice Amy Klobuchar.

“In sostanza, questo accordo prevede questo: l’Iran non fa alcuna concessione e gli Stati Uniti permettono all’Iran di commerciare petrolio gratuitamente, impegnandosi inoltre a versargli 300 miliardi di dollari di risarcimento”, ha dichiarato il senatore Chris Murphy.

“Trump sta sbandierando un ‘accordo’ che promette di revocare tutte le sanzioni, consentire all’Iran di esportare petrolio e potenzialmente imporre pedaggi, e consegnare più di 300 miliardi di dollari a quel paese”, ha affermato il senatore Adam Schiff, aggiungendo che l’accordo “sembra più una resa”.

Questi importanti esponenti democratici fanno sembrare che Trump stia semplicemente prendendo 300 miliardi di dollari dai contribuenti americani, quando, secondo Reuters, il finanziamento dell’accordo “sarà costituito interamente da fondi del settore privato”.

I democratici stanno essenzialmente riproponendo la stessa falsa accusa “Obama ha dato all’Iran bancali di contanti” che i repubblicani usavano per criticare l’accordo sul nucleare iraniano del 2015.

Ancora più significativo, quanto è rivelatore il fatto che questi guerrafondai fanatici improvvisamente fingano di preoccuparsi di quanto 300 miliardi di dollari potrebbero aiutare i cittadini americani comuni?

Ogni volta che qualcuno cerca di spostare il partito di un centimetro a sinistra su temi come l’assistenza sanitaria universale o altro, si vedono i funzionari del Partito Democratico che puntano il dito contro di loro, dicendo che non ci sono soldi per simili fantasie irrealizzabili, ma non appena si presenta l’occasione di promuovere nuove guerre, si affrettano a dire che potrebbero usare tutti quei soldi destinati alla pace per porre fine al problema dei senzatetto. Tutto ciò, ovviamente, verrà completamente ignorato al momento di votare il prossimo bilancio militare da 1.500 miliardi di dollari.

I democratici sono dei bugiardi insopportabili. La loro meschinità è superata solo dai sostenitori di Trump che affermano che il loro presidente meriti il Premio Nobel per la Pace per aver perso una guerra che lui stesso ha iniziato.

Comunque, la situazione è un disastro. Vedremo come si evolverà il tutto.

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22/06/2026

Trump sabota il suo accordo, ma si va avanti

Trattare con le bombe è un’arte, ma né Trump né, a maggior ragione, il genocida Netanyahu, sono degli artisti.

Neanche il tempo di far incontrare nella stessa stanza la delegazione iraniana – di altissimo livello, come vedremo – e quella statunitense che già il tycoon prendeva a minacciare la controparte in modo quasi ridicolo, nella sua sguaiataggine.

“L’Iran deve immediatamente impedire ai suoi miliziani ben pagati in Libano di causare problemi. Se non lo faranno, colpiremo di nuovo l’Iran molto duramente, proprio come abbiamo fatto la settimana scorsa, solo più duramente!!!”, ha scritto sul suo social Truth.

Non soddisfatto si è poi fatto intervistare dalla rete Fox, molto vicina al mondo Maga, per sparare bordate ancora più stupide. Parlando di Hormuz (richiuso il giorno prima perché Israele continuava a bombardare il Libano dopo la dichiarazione di cessate il fuoco): “Se lo chiudete, non avrete più un Paese. Lo farò saltare in aria. Gli Stati Uniti prenderanno il controllo dello stretto, se necessario”. “Non riuscirete nemmeno a tornare nel vostro fottuto Paese” e gli Stati Uniti potrebbero diventare “l’angelo custode dello Stretto di Hormuz e prendersi il 20% del petrolio”.

L’ideale, per arrivare ad un accordo di pace, no? Eppure avrebbe dovuto sapere che se dopo aver usato “tanta forza” l’avversario è in condizioni di andare avanti – mentre gli Usa devono fermarsi, visto il peso economico globale che ha una guerra nel Golfo Persico – minacciare un altro po’ non cambia nulla.

Inevitabile la pacata risposta diplomatica iraniana, già irritata dalle bombe di Netanyahu sul Libano: si sono alzati e usciti dalla sala, facendo notare che “In base alla clausola 2 dell’accordo, qualsiasi minaccia è considerata una palese violazione del testo”. E anche della logica di qualsiasi trattativa, che dà per scontato il ritorno al conflitto se non si raggiunge un accordo.

Il capo della delegazione Qalibaf, presidente del Parlamento, ha spiegato alla stampa mediorientale che il suo Paese “non dà alcun peso alle minacce degli americani”.

Ha poi aggiunto, chiedendosi: “Non pensano che se le loro minacce avessero avuto un qualche effetto, non si troverebbero in questa situazione di impotenza?”

A ben pensarci non si tratta di una dichiarazione soltanto propagandistica, perché tutti i commentatori al mondo hanno descritto la posizione negoziale degli Stati Uniti – dopo il fallimento della fase “bombardante” – decisamente debole. E riconosciuta peraltro dalla stessa amministrazione Usa, che ha controfirmato un “memorandum” considerato meno forte dell’accordo siglato da Obama nel 2015, senza guerra, ma poi disconosciuto dalla prima amministrazione Trump.

A spingere per la ripresa della guerra è come sempre Israele, preda ormai di un delirio che non ammette “trattative”, ma solo il “completamento del lavoro”, identificando la propria “sicurezza” come realizzabile soltanto con lo sterminio di mezzo mondo.

Nel tentativo di incentivare le sparate trumpiane, Netanyahu ha voluto dire che “Abbiamo istituito una zona di sicurezza a Gaza. Abbiamo istituito una zona di sicurezza in Siria. Abbiamo istituito una zona di sicurezza in Libano e la manterremo finché sarà necessario per proteggere il nostro popolo”. Tradotto: abbiamo occupato e non ce ne andremo.

In ogni caso almeno un soggetto raziocinante c’è, e pare proprio che sia l’Iran che, fatta la sua protesta formale, ha fatto sapere ai media, tramite un diplomatico, che ha chiesto di restare anonimo, che “La delegazione iraniana resta impegnata nelle discussioni e non ha comunicato ai mediatori alcuna intenzione di lasciare la trattativa”.

Ma neanche di regalare nulla.

Tra i primi temi in discussione, prima dello stop, era stato raggiunta un’intesa: la “bozza di esenzione temporanea dalle sanzioni sul petrolio e sui suoi derivati è stata finalizzata e a breve entrerà nella fase di attuazione”, secondo Hossein Ghorbanzadeh, membro della squadra negoziale iraniana citato dall’agenzia Fars.

Secondo il funzionario, “la questione del Libano è stata il punto focale principale dei negoziati odierni e ha ricevuto maggiore attenzione rispetto a qualsiasi altro tema negli incontri bilaterali, multilaterali e principali. Fino a quando non sarà risolta la questione della fine della guerra in Libano, le altre clausole del memorandum d’intesa non entreranno nella fase di attuazione”.

Per l’America si pone quindi la necessità di scegliere tra seguire la follia sionista, scatenando la più grave crisi economica che si sia mai vista, oppure somministrare una mega dose di valium al botolo ringhioso che ha sguinzagliato fin qui.

Per farlo non dovrebbe neanche sbraitare tanto, basterebbe chiudere – o limitare seriamente – il rubinetto delle forniture di armi. Come ricordava il vicepresidente J.D. Vance, “sono il 75% di quelle usate in questa guerra da Israele”. Se vogliono davvero arrivare almeno ad una “mezza pace”, quanto meno utile a rimandare di qualche anno altre avventure militari, non hanno in effetti molte altre soluzioni.

E in effetti, nonostante Trump e Netanyahu, i colloqui sono andati avanti. Un diplomatico statunitense ha spiegato ad Axios che uno dei temi discussi durante le trattative è stato “il meccanismo di de-escalation in Libano e il rispetto del cessate il fuoco”, nel contesto degli scontri tra Hezbollah e le truppe israeliane nel sud del Paese”. Sicuramente a Tel Aviv non avranno fatto salti di gioia nel venire a sapere che si sta decidendo quel che loro dovranno fare.

Meno stressante, pare, la discussione sulla riapertura dello Stretto di Hormuz (che era sempre rimasto aperto, prima dell’attacco congiunto israelo-americano del 28 febbraio), il meccanismo di controllo del programma nucleare, lo sblocco dei fondi sequestrati, il prolungamento delle deroghe sulla vendita di petrolio e quindi sulle sanzioni.

Anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha scritto su X che i mediatori pakistani e qatarioti avevano “condotto importanti progressi per porre fine alla guerra in Libano”.

La dichiarazione congiunta delle due delegazioni (qui di seguito), al termine della giornata, riconosce che “sono stati compiuti progressi incoraggianti” durante le 18 ore di negoziati, nonché definita “una tabella di marcia per raggiungere un accordo definitivo entro 60 giorni”.

Con ciò il lavoro passa ora alle squadre di tecnici e il team negoziale “politico” di entrambe le parti rientra per ora in patria. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha dichiarato stamattina che la prima vera prova degli accordi raggiunti sarà la modalità di disimpegno dal Libano.

Araghchi ha spiegato che “il divieto di esportazione di petrolio e prodotti petrolchimici è stato revocato, l’embargo è stato revocato e alcuni beni congelati sono stati sbloccati”, aggiungendo che “è stato avviato un importante piano per lo sviluppo e la ricostruzione dell’Iran”.

Il nemico della pace è noto. Spetta agli Usa farlo rientrare in gabbia. Il nodo della trattativa è soprattutto questo.

Sullo sfondo, per ora, ma non troppo, la novità politica principale: quel che dice il presidente degli Stati Uniti non conta molto, serve solo ad abbagliare i media. Vedremo nel corso delle prossime settimane se questo implica la creazione di una “rete di sicurezza” intorno a lui per limitare i danni che combina.

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21/06/2026

Fino a quando quando gli Usa non fermeranno Israele, Hormuz resterà chiuso

Un impegno contro un altro impegno. Questa la normalità di una trattativa seria.

Nel caso dell’Iran, il governo di Teheran si era preso l’impegno di riaprire Hormuz subito. E l’ha fatto. Ieri, il comando Usa al largo dell’Oman ha contato 55 navi di diverso tipo che hanno attraversato lo Stretto.

Il primo impegno Usa, scritto nero su bianco nel “memorandum of understanding” era fermare ogni conflitto armato da parte sua e del suo alleato, compreso il Libano.

Anche un cieco vede che questo impegno non è stato rispettato da Israele, e dunque gli Stati Uniti – loro “unico alleato”, come ricordato dal vicepresidente J.D. Vance – non sono in grado di trattare anche a nome di Tel Aviv. Il che rende largamente inutile la discussione degli altri tredici punti del MoU, perché è difficile credere a una “pace” se un pezzo importante della controparte continua a sparare, ad occupare un paese sovrano, lamentandosi persino di incontrare una Resistenza.

Ma nonostante le telefonate “furiose” di Trump a Netanyahu, nonostante la durissima reprimenda recitata dal suo vice (“Negli ultimi 3 mesi, due terzi delle armi difensive che ha protetto la loro nazione sono state costruite da mani americane e pagate con soldi di contribuenti americani. Se io fossi nel governo israeliano non attaccherei l’unico alleato potente che mi è rimasto nell’intero mondo”), l’esercito israeliano ha continuato a massacrare civili, sanitari, giornalisti, seminando fosforo bianco (vietato da tutte le convenzioni internazionali) per rende impossibile il ritorno della popolazione nel sud del paese.

Di conseguenza – e non volendo arrivare immediatamente allo scontro militare diretto con Tel Aviv – Teheran ha dichiarato nuovamente chiuso lo Stretto di Hormuz da ieri pomeriggio. La decisione “è arrivata a causa dell’apparente violazione dei patti da parte di Washington, e dell’inversione del suo impegno a non attuare il primo punto del memorandum d’intesa sulla fine della guerra”.

La chiusura è arrivata anche “in risposta alle continue e ripetute violazioni del cessate il fuoco da parte dell’entità sionista nel sud del Libano, e alla conseguente brutale uccisione e sfollamento di centinaia di migliaia di persone da questo paese oppresso”.

Il regime sionista ha commesso più di 300 chiare violazioni dell’accordo e ha attaccato più di 25 insediamenti e villaggi da venerdì mattina. Gli attacchi includono bombardamenti con aerei, droni, artiglieria e l’uso di bombe a grappolo vietate, che finora hanno ucciso 111 persone e ne hanno ferite altre 176.

Se l’aggressione continua, “altri passi saranno pianificati e implementati per costringere il nemico a rispettare i suoi obblighi”. Da Teheran hanno anche fatto sapere che “il campo [di battaglia, ndr] e la diplomazia stanno lavorando in pieno coordinamento tra loro”, avvertendo però che “l’opportunità è specifica e molto limitata”.

Nonostante questa novità, i negoziatori americani e iraniani – insieme ai mediatori pakistani e qatarioti – si sono messi in viaggio per Burgenstock, in Svizzera, dove da stamattina dovrebbe partire la “discussione di merito” su tutti i punti.

La delegazione negoziale iraniana, intitolata “Minab 168” in ricordo delle bambine massacrate in un attacco Usa nei primi giorni della guerra, guidata da Mohammad Baqer Qalibaf, e con  la partecipazione del ministro degli esteri Abbas Araqchi, oltre a funzionari della sicurezza e dell’economia è arrivata a Zurigo.

Ed è chiaro che il primo punto – fermare Israele in Libano – va concretizzato subito, altrimenti non si va avanti. Anche se i negoziatori iraniani si dicono soddisfatti dell’avanzamento della discussione su tutti gli altri punti.

Ma il portavoce del ministero degli esteri ha anche avvertito che “Se l’altra parte non attua pienamente i suoi obblighi e non agisce il prima possibile, tutta la comprensione sarà messa a repentaglio”.

Non c’è insomma spazio per i soliti giochetti sionisti e statunitensi, per gli impegni presi ma non rispettati, per i cambiamenti di impostazione in corso d’opera, per le “tregue” dichiarate solo sulla carta. Si tratta per arrivare ad un risultato condiviso, oppure non ci sarà nessun accordo. E la cosa riguarda anche – e soprattutto a questo punto – Israele.

Una posizione audace che capitalizza la capacità iraniana di resistenza mostrata nel mese e mezzo di guerra aperta, e non si fonda quindi solo sulla “capacità dialettica” dei negoziatori.

Un primo risultato c’è stato: “Dopo una giornata di escalation, su indicazione del primo ministro Benjamin Netanyahu e del Ministro della Difesa Israel Katz, e in coordinamento con gli Stati Uniti, l’Idf ha ricevuto l’ordine di cessare il fuoco in Libano”. Ma è una dichiarazione fatta mille volte e sempre annullata il giorno dopo. Fino all’ora in cui scriviamo (8 di mattina del 21/6) sembra stia tutto sommato reggendo.

Ma, all’opposto, lo stesso Netanyahu fa sapere che Israele rimarrà nel sud del Libano “per tutto il tempo che sarà necessario per difendere le sue frontiere occidentali”. Quelle che nessun trattato internazionale ha potuto indicare, nero su bianco, quali fossero, ma che vengono “spostate” mese dopo mese da Tel Aviv accampando “necessità di sicurezza” sempre e solo per sé.

Il vero problema del Medio Oriente è soprattutto questo.

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19/06/2026

Tregua in Libano, ma combattimenti in corso

Reuters: l’accordo Israele-Hezbollah sul “cessate il fuoco” entra in vigore

Reuters ha citato un funzionario degli Stati Uniti dicendo che Israele e Hezbollah avevano accettato un “cessate il fuoco” dalle 4 del pomeriggio ora locale di oggi, 19 giugno.

Il funzionario americano ha detto che i negoziatori statunitensi e del Qatar hanno mediato l’accordo con l’aiuto dell’Iran, osservando che il “cessate il fuoco” era già entrato in vigore all’ora stabilita.

Queste dichiarazioni arrivano dopo continui massacri israeliani operati dall’alba di venerdì, prendendo di mira case abitate in diverse città e villaggi nel sud del Libano, che hanno fatto numerosi morti e feriti, compresi bambini.

Questi attacchi sono arrivati nonostante l’avvenuta firma del memorandum d’intesa tra Washington e Teheran, che ha stabilito la cessazione della guerra su tutti i fronti, incluso il Libano, e la garanzia dell’integrità territoriale e della sovranità del Libano.

D’altra parte, il Canale 13 israeliano ha citato un funzionario di Tel Aviv che ha confermato il suo ingresso nello stato di “cessate il fuoco”, commentando che “se Hezbollah non attacca, questo non è il momento per la guerra da parte di Israele”.

Ha aggiunto che però le forze dell’esercito israeliano rimarranno nel sud del Libano, mentre l’esercito di occupazione israeliano ha minacciato di continuare a compiere gli attacchi “fino a quando necessario”, il che significa ancora la mancata attenzione dell’accordo da parte dell’occupazione e la creazione di pretesti per proseguire l’aggressione in Libano.

L’esercito di occupazione ammette l’uccisione di 4 soldati, tra cui un comandante di battaglione nel sud del Libano

I media israeliani riferiscono che il comandante del 52esimo battaglione dell’esercito israeliano, il tenente colonnello Ghadlia bin Samhoun, e altri tre soldati sono stati uccisi dopo che un carro armato del battaglione è stato preso di mira durante un’operazione militare nel sud del Libano giovedì sera.

L’esercito di occupazione israeliano ha riconosciuto venerdì mattina l’uccisione del comandante del 52esimo battaglione.

Channel 14 ha riferito, citando un’indagine preliminare, che l’incidente è avvenuto intorno alle 00:20, dopo un che il sospetto bersaglio di un carro armato appartenente alle forze del 52° Battaglione stava “lavorando” all’interno dell’area controllata dalla Brigata Givati, nella zona di Kafr Net, distretto di Nabati.

Secondo il Canale 7 di Israele, il bilancio dell’esercito israeliano nel sud del Libano da quando il cessate il fuoco è stato annunciato ad aprile è salito a 23 morti e oltre 700 feriti.

Bin Samhoun ha preso il comando del 52esimo battaglione qualche settimana fa, succedendo al suo ex comandante, che è stato gravemente ferito durante le battaglie nel sud del Libano circa due mesi fa.

Altri 5 soldati feriti a Kfartebnett

Oltre all’operazione in cui sono stati uccisi quattro soldati, tra cui un comandante di battaglione con il grado di colonnello, le piattaforme mediatiche israeliane hanno indicato che altri 5 soldati, tra cui un ufficiale, sono stati gravemente feriti, in una imboscata nella zona di Käfretbnett.

In un contesto correlato, i media israeliani hanno riconosciuto che l’esercito israeliano non è riuscito a occupare le vette di Ali al-Taher a Nabatieh, nel sud del Libano.

Hanno sottolineato che “molti carri armati sono stati colpiti durante un attacco dell’Idf, e sono in corso evacuazioni dei feriti dell’Idf, in seguito al lancio di missili anticarro e all’uso di droni”.

Hanno aggiunto che ci sono scontri molto difficili e battaglie sulle vette di Ali al-Taher, sottolineando che un certo numero di soldati dell’esercito israeliano sono stati uccisi e un numero molto elevato di loro è rimasto ferito.

Ieri sera, il Libano meridionale aveva assistito a violenti scontri nelle vicinanze della città di Nabatieh tra le forze di occupazione israeliane e gli elementi della resistenza in Libano, come risultato della risposta di Hezbollah all’avanzata israeliana verso le vette di Ali al-Taher.

*****

Il corrispondente di Al-Mayadeen ha riferito che aerei israeliani hanno attaccato diverse aree nel sud del Libano, effettuando più di 16 raid, dopo l’entrata in vigore del presunto “cessate il fuoco”.

I raid israeliani hanno colpito le aree di Shawkin, Mevdon, Jabal al-Rafi e al-Raihan.

Un attacco israeliano è stato diretto contro la città di Nabatieh, che ha coinciso direttamente con i tempi della presunta entrata in vigore del “cessate il fuoco”.

Da parte sua, il ministero della Salute libanese ha annunciato che gli intensi attacchi lanciati dall’occupazione israeliana dalla mezzanotte fino a venerdì pomeriggio, hanno portato a un bilancio aggiornato di 47 morti e 97 feriti.

Il Ministero della Salute ha anche indicato che il bilancio cumulativo totale dell’aggressione israeliana dal 2 al 19 giugno ammontava a 3980 morti e 12.001 feriti.

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Tocca a Vance sedare Israele: “Siamo noi a tenerti in piedi…”

Il boss ha infine gridato un comando verso il botolo ringhioso che azzanna tutti. Non è secondario analizzare il contenuto dell’ordine, i punti di forza che rendono il comando più “autorevole” del solito ed anche il fatto che l’avvertimento non sia stato affidato a “Taco” Trump – Trump always chickens out, ovvero Trump fa sempre marcia indietro – ma al suo vice, J.D Vance.

Il quale, narrano le indiscrezioni di palazzo circolanti da diversi mesi, era decisamente scettico sulla necessità di far guerra all’Iran, o per lo meno sulle modalità che sono state scelte. Oltre che – particolare forse ancora più importante – notevolmente lontano dal pantano puzzolente degli Epstein files.

Mentre tutto il mondo constatava che il “memorandum of understanding” firmato con Teheran rappresenta di fatto un notevole cedimento statunitense, l’interrogativo principale riguardava come Israele avrebbe impedito che le intenzioni di pace si traducessero in accordo vero e proprio.

Non “se”, ma “quando e come”. L’occupazione del Libano resta in piedi, i raid mirati o intimidatori anche, la minaccia di fare sfracelli ancora più estesi – con qualche problema, vista la resistenza di Hezbollah – davano già a Tel Aviv la possibilità di mandare a monte i sessata giorni di negoziato sui dettagli del memorandum. Eventualmente, cominciavano già a dire apertamente i genocidi sionisti, si sarebbero incaricati direttamente loro di continuare la guerra contro l’Iran.

Chiaro che questa eventualità sarebbe un colpo mortale non solo alla (residua) credibilità degli Usa come king maker dell’Occidente capitalistico, ma anche ai loro progetti geostrategici – qualsiasi essi siano – perché li obbligherebbe a restare impegnati nel teatro mediorientale ben al di là di quanto previsto.

Sarebbe insomma un far prevalere gli interessi di Israele – oltretutto disegnati sul millenarismo delirante delle favole bibliche di tremila anni fa – contro quelli della superpotenza dominante. Certificandone così il declino davanti al resto del mondo.

Questa volta, dunque, non bastava la solita telefonata tra il tycoon e Netanyahu, da raccontare poi ai media come piena di urli ed insulti cui nessuno, in fondo, crede davvero. Serviva un altolà ufficiale, quasi formale, pronunciato da chi non è altrettanto ricattabile personalmente dal Mossad. Serviva una dose di sedativo abbastanza forte, oltretutto imprevisto.

Vance ha recitato il suo ordine con i toni tipici riservati da questa amministrazione ai vassalli europei, quasi en passant mentre teneva una conferenza stampa sul memorandum.

“Quello che mi dà fastidio è che abbiamo visto persone nel governo di Bibi attaccare l’accordo e in alcuni casi attaccare personalmente il presidente. Il mio messaggio a loro è che Donald Trump è l’unico capo di stato in tutto il mondo che è solidale con in Israele, ed è anche il capo della superpotenza mondiale”.

Non sono solo parole, perché la “solidarietà” americana con i killer seriali di Tel Aviv è sostanziata da denaro e soprattutto armi tecnologicamente avanzate (l’Iron Dome, lo scudo anti-missile, è fatto di Patriot e Thaad statunitensi, utilizzati nella guerra al punto da esaurire le scorte del Pentagono). “Negli ultimi 3 mesi, due terzi delle armi difensive che hanno protetto la vostra nazione sono state costruite da mani americane e pagate con soldi di contribuenti americani. Se io fossi nel governo israeliano – ha detto ancora Vance – non attaccherei l’unico alleato potente che mi è rimasto nell’intero mondo”.

Semplice, concreto, immediato.

“Il problema per Israele non è Donald Trump e chiunque in Israele pensi che il loro maggiore problema sia il presidente degli Stati Uniti si deve svegliare e rendersi conto della realtà della situazione in cui si trova il loro Paese”. Il millenarismo dei coloni non può insomma essere la linea politica di Israele, e tanto meno quella dell’America. Non per bontà, ma per banale realismo.

La Casa Bianca, insomma, fa sapere che è stata fin troppo tollerante con il botolo ringhioso. “Siamo alla svolta decisiva per l’accordo, all’improvviso c’è un’enorme esplosione in un’area di civili a Beirut, e un sacco di persone che non hanno nulla a che vedere con Hezbollah hanno perso la vita. Questo non è accettabile”.

Perché svuota di credibilità la leadership statunitense una volta di troppo, subordinandola pubblicamente agli interessi di un paese da “nove milioni di abitanti che nessuno al mondo sopporta più”. E la cui impunità intollerabile è garantita unicamente dal “protettore” che siede a Washington.

Nessuno si illuda che ciò rappresenti una “rottura” di portata strategica tra i due paesi. L’“amicizia” resta solida e incrollabile, così come i finanziamenti e le forniture di materiale bellico, ma la reprimenda di Vance punta a ristabilire le gerarchie e gli interessi prevalenti.

È una linea di frattura appena accennata – la prima da quasi 80 anni – che sta ora a Israele decidere se si allargherà oppure resterà allo stato di “avvertimento”. Ma è anche chiaro che una eventuale – e niente affatto impossibile – “seconda puntata” potrebbe prevedere il passaggio dalle parole ai fatti, ossia a qualche riduzione della portata degli aiuti diretti.

In fondo a Washington non hanno le remore ipocrite che paralizzano l’Unione Europea – incapace persino di emettere sanzioni per il solo BenGvir – e possono decidere in un attimo come “rivedere il contratto” che li lega a Israele.

È di fatto il contenuto vero dell’intervista poi rilasciata da Trump ad Axios per smentire la valutazione universale sul memorandum come “sconfitta” americana e ribadire che il suo personale potere “non conosce limiti”. All’interno del Paese, forse. Nel mondo – dopo questa fallimentare guerra condotta al seguito di Netanyahu – sicuramente no. E il memorandum sta lì a dimostrarlo.

Siccome la Storia ama mostrarsi ironica, questo “irrigidimento” dell’attuale amministrazione arriva nelle stesse ore in cui la presunta “teocrazia iraniana” – dove gli ayatollah farebbero e disfarrebbero ogni cosa insieme ai pasdaran – si mostra invece molto più articolata.

Nella prima vera dichiarazione pubblica della nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, siamo venuto a sapere che “Avevo un’opinione diversa (riguardo al memorandum d’intesa, ndr) ma ho dato la mia approvazione considerando l’impegno che il Presidente Pezeshkian ha assunto per per preservare i diritti del popolo iraniano e del fronte della resistenza”.

Insomma, in Iran c’è un potere laico, regolarmente eletto (le presidenziali si sono svolte esattamente due anni fa, dopo un primo bombardamento israeliano sul Paese, facendo prevalere il cardiochirurgo Massoud Pezeshkian), che può assumere decisioni diverse da quelle preferite dalla “gerarchia ecclesiastica”. La quale accetta di “provare e vedere” anche soluzioni offerte da altri poteri, comunque riconosciuti come “patriottici” e assolutamente legittimi.

Il contrario dei “poteri senza limiti” vantati da un tycoon che deve addolcire il fiele di una sconfitta e temere che il botolo ringhioso azzanni anche lui, magari con qualche foto o filmato, invece che con le bombe.

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18/06/2026

Usa-Iran. Una firma, tanti sconfitti e qualche nemico

Una seconda firma digitale, per ora – in attesa di quella fisica prevista per domani in Svizzera – certifica un testo del “memorandum of understanding” che era stato in varia misura smentito e corretto da entrambe le parti fino all’ultimo momento. Lasciando così molto margine al dubbio sull’attivazione dei soliti trucchetti statunitensi (fin dai tempi del genocidio dei nativi americani, “trattato” dopo trattato) per non arrivare mai ad una conclusione certa.

Il dato importante è che il testo che pubblichiamo qui di seguito è stato distribuito alla stampa, a margine del G7, direttamente dagli Stati Uniti. Teheran ha poi confermato. Quindi non ci sono “doppie versioni” che possano alimentare diversivi.

La premessa è che non è un “trattato di pace”, ma una lista di “concetti” e impegni con cui si andrà – da venerdì in poi – ad un confronto di merito più serrato.

Per quanto riguarda il primo giudizio politico, però, è praticamente universale (tranne per Trump): è una vittoria per Teheran. Il che è anche logico, visto che sul piano militare ha resistito all’attacco di due potenze nucleari che hanno a disposizione gli eserciti più avanzati del mondo (anche se il “forse” comincia a circolare anche in ambienti occidentali), rendendo il Golfo Persico baricentro di una crisi energetica globale che l’Occidente non poteva affrontare a lungo.

Rispetto alla situazione anteguerra, infatti, il guadagno per l’Iran è consistente (sempre “se” l’accordo finale andrà in porto tra due mesi). Lo sblocco dei fondi sequestrati, un fondo di investimento per la ricostruzione, l’immediata sblocco – da parte Usa – dello Stretto di Hormuz (due petroliere con greggio iraniano sono passate già in giornata, altre si sono messe in fila), la fine delle sanzioni (progressivamente, ma abbastanza a breve), una qualche tutela diplomatica dalle ingerenze straniere sulla vita politica interna, la restituzione all’Onu del ruolo di “autorità mondiale”.

La confermata rinuncia all’arma atomica da parte iraniana era in fondo già vigente da quando la Guida Suprema uccisa nel primo giorno di guerra aveva emesso una fatwa per vietarla. E non serve essere degli esperti del mondo islamico per sapere che una fatwa è molto più potente di un articolo costituzionale, una legge o un trattato internazionale. La “bomba pronta entro 15 giorni” era soltanto propaganda israeliana, ripetuta ossessivamente da almeno dieci anni (che sono più di “15 giorni”, pare)...

Il punto debole è sempre il solito: la situazione in Libano, invaso da Israele, che appare deciso a non arretrare di un passo rispetto al territorio già occupato e minaccia anzi di andare ancora più avanti. Per farlo capire non ha esitato a bombardare ieri una colonna d’auto di profughi che stavano tornando alle proprie case dopo l’annuncio del raggiunto accordo tra Usa e Iran.

Nessuna delle forze politiche di Tel Aviv vuole una pace; tutte vogliono una guerra di sterminio e senza mai alcuna mediazione. Le critiche che Netanyahu riceve dall’opposizione è di “farsi comandare da Washington”, non certo quella di essere un genocida razzista che sta portando il paese all’isolamento e all’autodistruzione. 

Se il rapporto tra Washington e Tel Aviv non fosse di simbiosi, come invece è dal ‘47, ci si potrebbe logicamente attendere che il “socio più ricco” riuscisse a fare la voce grossa e dunque imporre la propria volontà al botolo rabbioso che azzanna tutti proclamandosi “razza superiore”.

Il ruolo dell’Aipac, la “sincronizzazione” in atto tra i servizi segreti di entrambi i paesi, la sostanziale partnership operativa tra i due eserciti, ecc., spinge dunque a pensare che ulteriori provocazioni militari di Israele ci saranno a breve termine, ed anche molto pesanti, per costringere Teheran a una reazione proporzionata ma tale da cancellare anche il ricordo dell’odierno “memorandum”. Nella certezza che Washington farà sempre il solito gioco: sbraitare, minacciare, insultare, ma sostenere fino in fondo il nazisionismo.

Speriamo di sbagliarci, ovvio. Ma in ogni caso le valutazioni articolate sulla guerra all’Iran – chi ha vinto, chi ha perso, come e quanto – si faranno un po’ più in là. Non oggi né venerdì.

L’altro sconfitto, sul piano strategico, è il patetico gruppo dei sedicenti “volenterosi”, in pratica gli altri membri del G7, che già sognavano una “spedizione nello Stretto” a prescindere da quel che avrebbero concordato Usa e Iran, ma dovranno evitare accuratamente di farsi vedere da quelle parti. 

Il testo del memorandum.

  1. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti, insieme ai loro alleati nella guerra in corso, dichiarano, con la firma del presente Memorandum d’intesa, la fine immediata e permanente della guerra su tutti i fronti, Libano compreso, e si impegnano a non intraprendere d’ora in poi alcuna azione ostile l’uno contro l’altro e ad astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza reciproca. L’accordo finale confermerà le disposizioni del presente articolo e dei restanti articoli.
  2. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti si impegnano a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale dell’altro e ad astenersi dall’interferire nei rispettivi affari interni.
  3. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti si impegnano a negoziare e raggiungere un accordo definitivo entro un periodo massimo di 60 giorni, prorogabile di comune accordo.
  4. Immediatamente dopo la firma del presente Memorandum d’intesa, gli Stati Uniti si impegnano a revocare il blocco navale e ad evitare qualsiasi interferenza o ostruzione nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran, ripristinando il traffico entro un massimo di 30 giorni alla sua piena capacità; il traffico navale dovrà essere proporzionale al volume di traffico prebellico da parte della Repubblica islamica dell’Iran. Gli Stati Uniti si impegnano inoltre a ritirare le proprie Forze dalle aree circostanti entro 30 giorni dall’accordo definitivo.
  5. A seguito della firma del presente Memorandum d’intesa, la Repubblica islamica dell’Iran adotterà immediatamente le misure necessarie per garantire che il transito delle navi mercantili dal Golfo Persico al Mar d’Oman e viceversa riprenda entro 30 giorni ai livelli prebellici, tenendo conto della necessità di rimuovere gli ostacoli tecnici e di neutralizzare le mine da parte dell’Iran.
  6. Gli Stati Uniti si impegnano, insieme ai loro partner regionali, a creare un piano globale concordato da entrambe le parti per la riabilitazione e lo sviluppo economico della Repubblica islamica dell’Iran, garantendo un finanziamento di almeno 300 miliardi di dollari. Il meccanismo di attuazione di questo piano, nell’ambito dell’accordo finale, sarà definito entro 60 giorni.
  7. Gli Stati Uniti si impegnano a porre fine, secondo un calendario da concordare nell’ambito dell’accordo finale, a tutte le tipologie di sanzioni attualmente in vigore nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran, comprese le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e del Consiglio dei governatori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), nonché a tutte le sanzioni unilaterali statunitensi, sia primarie che secondarie.
  8. La Repubblica islamica dell’Iran ribadisce che non produrrà mai armi nucleari. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti hanno concordato che il destino del materiale arricchito e il destino di tutte le altre questioni nucleari, comprese le esigenze nucleari dell’Iran, saranno adeguatamente affrontati in un accordo finale che confermerà le disposizioni del presente articolo.
  9. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti concordano che, in attesa di un’intesa definitiva, manterranno lo status quo: l’Iran manterrà lo status quo sul suo programma nucleare e gli Stati Uniti non imporranno nuove sanzioni all’Iran né accresceranno le proprie Forze nella regione.
  10. Gli Stati Uniti si impegnano a rilasciare, immediatamente dopo la firma del presente Memorandum d’intesa e fino alla data di revoca delle sanzioni, deroghe per le esportazioni di petrolio greggio iraniano, prodotti petrolchimici e loro derivati, nonché per tutti i servizi correlati, inclusi quelli bancari, assicurativi, di trasporto e simili.
  11. Gli Stati Uniti si impegnano a garantire che, alla luce dei progressi compiuti nei negoziati per raggiungere un accordo definitivo, i fondi e i beni congelati o vincolati della Repubblica islamica dell’Iran vengano sbloccati e resi pienamente disponibili. Tali fondi, siano essi detenuti nel conto principale o trasferiti, saranno utilizzati per qualsiasi pagamento finale ai beneficiari determinato dalla Banca Centrale della Repubblica islamica dell’Iran e saranno pienamente disponibili. Gli Stati Uniti si impegnano a rilasciare tutti i permessi e le licenze necessari a tal fine.
  12. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti concordano sulla creazione di un meccanismo di attuazione per sovrintendere alla corretta implementazione e al futuro rispetto dell’accordo finale.
  13. A seguito della firma del presente Memorandum d’intesa e dopo aver ricevuto garanzie circa l’avvio dell’attuazione degli articoli 4, 5, 10 e 11 del presente Memorandum d’intesa e la continua attuazione di tali misure, la Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti avvieranno negoziati per un accordo finale esclusivamente in relazione ai restanti articoli.
  14. L’accordo finale sarà approvato mediante una risoluzione vincolante del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

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15/06/2026

Un accordo fragile, con sabotaggio incluso

L’accordo stavolta c’è, annunciano da Washington col solito contorno di mirabolanti successi yankee.

L’accordo stavolta c’è, annunciano da Tehran con la consueta – e giustificata – diffidenza di chi ha imparato sulla propria pelle che degli americani non bisogna fidarsi mai.

“Quale accordo? Non ne sappiamo niente, anzi neanche ne parliamo”, mugugnano a Tel Aviv.

I dettagli confermati dalle prime due parti sono pochi, ma danno l’idea di un tentativo finalmente serio di “memorandum di intenti”, che apra la strada a 60 giorni di trattative dirette sulle questioni più scottanti, a cominciare dalla sorte dell’uranio arricchito prodotto fin qui dall’Iran.

Nel comunicato del Consiglio Supremo di Teheran, infatti, si dichiara che “in base agli accordi raggiunti, la guerra e le operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano, cesseranno immediatamente e definitivamente a partire da questa sera, e il blocco navale imposto all’Iran terminerà immediatamente e completamente”.

Il dettaglio più importante, per come era andata la giornata di ieri, riguarda proprio il Libano. Israele ha preteso fino alla mezzanotte di ieri di considerarlo “affare proprio”, svincolato dalla trattativa “di teatro” condotta da Washington e Teheran. E lo aveva concretamente dimostrato bombardando i quartieri meridionali di Beirut, prevalentemente abitati dagli sciiti, violando quella “linea rossa” che poco più di una settimana fa aveva spinto l’Iran a lanciare missili di “avvertimento” verso l’entità sionista.

Per tutta la giornata da Teheran erano arrivati avvisi chiarissimi: “stiamo per rispondere”, attaccando Israele. Solo la frenetica attività dei mediatori (Pakistan e Qatar), e la strombazzata incazzatura di Trump con Netanyahu (“Che c... stai facendo?”) fermava la frana all’ultimo metro.

Nessuno – men che mai a Teheran – crede che si tratti di un contrasto “strategico”, ma il fatto di dover così chiaramente differenziare gli interessi Usa da quelli sionisti dà la misura dei contrasti in corso.

Lo sblocco reciproco dello Stretto di Hormuz dovrebbe partire da subito, mentre la questione della sovranità sul braccio di mare – condivisa da Iran e Oman, con conseguente diritto al pagamento di “servizi di navigazione” come risarcimento dei danni di guerra – è rinviata allo sviluppo delle trattative di pace vere e proprie.

L’appuntamento per la firma del memorandum è fissato per venerdì a Ginevra, se non ci saranno altri sabotaggi sionisti nel frattempo.

Il viceministro degli esteri Kazem Gharibabadi ha spiegato che “Abbiamo incluso tutte le nostre posizioni fondamentali e importanti nel memorandum d’intesa, e il testo integrale del memorandum sarà pubblicato dopo la sua firma ufficiale”, sottolineando che la popolazione sarà informata dell’entità dei risultati ottenuti in relazione agli impegni assunti.

Come giudizio di merito, ha sottolineato che “l’entità degli impegni assunti dall’Iran è incomparabile rispetto all’entità dei progressi e dei risultati conseguiti”. Ha aggiunto anche che il memorandum “non significa riporre fiducia nel nemico, ma è stato formulato in uno stato di diffidenza nei suoi confronti”, sottolineando che l’attuazione dei suoi impegni e dei termini dell’accordo sarà verificata entro venerdì.

Propaganda, certo, in discreta misura. Ma sembra quasi coincidere con il commento del più serio giornalista israeliano, Gideon Levi, secondo cui un accordo tra Stati Uniti e Iran viene visto in Israele come “la sconfitta di Israele e la sconfitta personale di Netanyahu”. La distruzione dell‘Iran era infatti il “progetto di vita” di Netanyahu; ora, invece, Israele è stato “totalmente escluso dai negoziati” e può solo ricorrere al sabotaggio.

Ed è questo, per tutti gli osservatori, il punto chiave su cui può crollare in un attimo tutto il cosiddetto “processo di pace”.

Levi ha inserito giustamente nei tentativi di sabotaggio “gli attacchi ridicoli e infantili” lanciati contro Beirut e i bombardamenti sul Sud del Libano, proseguiti fino alla mezzanotte di ieri. Ma ora, ha aggiunto, “è chiarissimo che Israele ha solo perso in questa partita”.

Ripetiamo: non perché sia in qualche modo interrotta la solidissima alleanza tra Usa e Tel Aviv, visto che la prova dell’impegno di Trump nel contenere Israele “deve ancora arrivare”. Netanyahu resta intenzionato a far fallire un accordo di cessate il fuoco che non soddisfi le principali priorità israeliane (“la distruzione dell’Iran” o quanto meno un “cambio di regime”), ma per il momento deve ingoiare questo rospo.

Non a caso, dopo aver riunito il Consiglio di guerra in un bunker – sperando fino all’ultimo che Teheran lanciasse qualche missile – lui e tutto il suo governo si sono chiusi in un minaccioso silenzio, meditando disastri.

“È una situazione molto, molto fragile. E credo che una delle maggiori sfide dell’accordo con l’Iran sia la situazione in Libano”, conclude Levi, “Perché gli iraniani sono riusciti a creare un legame totale tra il Libano e l’accordo, e ora, sinceramente, non vedo come possa funzionare, dato che Israele è ancora in Libano, non ha intenzione di ritirarsi e finché le truppe saranno lì non ci sarà un ‘cessate il fuoco totale’, perché ci sarà sempre resistenza all’occupazione israeliana del Libano”.

In aggiornamento

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