È stato reso pubblico da OpenAI e da Hugging Face, una nota piattaforma che permette di scaricare modelli di IA e di utilizzarli per i propri progetti, un incidente a dir poco preoccupante, che fa comprendere a tutti quali siano le potenzialità – e i rischi – raggiunte oggi dagli agenti IA.
Durante dei test interni di OpenAI per analizzare la capacità dei modelli più recenti di scovare vulnerabilità informatiche, un agente basato su GPT 5.6 Sol e modelli non ancora resi pubblici è riuscito non solo ad “evadere” dalla sandbox – l’ambiente chiuso e isolato in cui si svolgeva il test di sicurezza – ma anche ad impegnarsi attivamente per violare l’infrastruttura del database di Hugging Face, in modo tale da avere le risposte del test ExploitGym che stava svolgendo.
Per fare ciò l’agente avrebbe sfruttato vulnerabilità zero-day – ovvero ancora scovate – dei sistemi con cui ha interagito e sarebbe riuscito a compiere una privilege escalation, fino ad avere accesso al database interno di Hugging Face. Tutto ciò senza che gli fosse stato chiesto esplicitamente di farlo.
Questo incidente fa comprendere a tutti che i nuovi modelli di IA riescono a raggiungere i livelli di abilità proprie degli esperti umani di sicurezza informatica, riuscendo però a scovare e a sfruttare vulnerabilità ad un ritmo ovviamente molto più veloce.
Già alcuni mesi fa Anthropic aveva reso note le impressionanti capacità di una versione di Claude, che poi aveva messo a disposizione delle altre grandi aziende dell’informatica nella cornice del progetto Glasswing.
L’incidente di OpenAI è di una gravità maggiore e palesa il fatto che ormai l’ambito della sicurezza informatica sia stato irrimediabilmente mutato dall’introduzione di questi nuovi strumenti.
Commentando questi fatti i vertici di Hugging Face e OpenAI hanno rilanciato l’idea di uno sforzo collettivo per uno sviluppo di “strumenti IA sicuri” da perseguire insieme agli altri attori internazionali del settore.
Non saremo ancora ai livelli di entità autonome in grado di violare qualunque sistema informatico, come il famoso “progetto 2501” del mondo di Ghost in the Shell, ma è evidente che i modelli avanzati di IA rischiano di diventare rapidamente un’arma strategica capace di imporre un salto di qualità agli attacchi informatici di attori statali e non, all’interno di una cornice internazionale in cui le strategie di guerra ibrida sono sempre più importanti.
Fonte
La tecnologia non è mai neutra. Questo caso ne è la dimostrazione empirica: l'agente IA in questione, infatti, si è comportato attenendosi scrupolosamente alla filosofia che sta alla base della sua creazione.
Il modo di produzione capitalista persegue il massimo profitto a prescindere da qualsiasi limite – etico, ambientale, la lista è infinita... –; allo stesso modo l'agente IA ha perseguito lo scopo assegnatogli – l'identificazione di vulnerabilità – senza curarsi di limiti che non gli sono stati posti.
L'IA si dimostra dunque un amplificatore straordinario della stupidità – o del realismo – capitalista.
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
23/07/2026
Un agente OpenAi diventa hacker e viola Hugging Face
21/06/2026
Fino a quando quando gli Usa non fermeranno Israele, Hormuz resterà chiuso
Un impegno contro un altro impegno. Questa la normalità di una trattativa seria.
Nel caso dell’Iran, il governo di Teheran si era preso l’impegno di riaprire Hormuz subito. E l’ha fatto. Ieri, il comando Usa al largo dell’Oman ha contato 55 navi di diverso tipo che hanno attraversato lo Stretto.
Il primo impegno Usa, scritto nero su bianco nel “memorandum of understanding” era fermare ogni conflitto armato da parte sua e del suo alleato, compreso il Libano.
Anche un cieco vede che questo impegno non è stato rispettato da Israele, e dunque gli Stati Uniti – loro “unico alleato”, come ricordato dal vicepresidente J.D. Vance – non sono in grado di trattare anche a nome di Tel Aviv. Il che rende largamente inutile la discussione degli altri tredici punti del MoU, perché è difficile credere a una “pace” se un pezzo importante della controparte continua a sparare, ad occupare un paese sovrano, lamentandosi persino di incontrare una Resistenza.
Ma nonostante le telefonate “furiose” di Trump a Netanyahu, nonostante la durissima reprimenda recitata dal suo vice (“Negli ultimi 3 mesi, due terzi delle armi difensive che ha protetto la loro nazione sono state costruite da mani americane e pagate con soldi di contribuenti americani. Se io fossi nel governo israeliano non attaccherei l’unico alleato potente che mi è rimasto nell’intero mondo”), l’esercito israeliano ha continuato a massacrare civili, sanitari, giornalisti, seminando fosforo bianco (vietato da tutte le convenzioni internazionali) per rende impossibile il ritorno della popolazione nel sud del paese.
Di conseguenza – e non volendo arrivare immediatamente allo scontro militare diretto con Tel Aviv – Teheran ha dichiarato nuovamente chiuso lo Stretto di Hormuz da ieri pomeriggio. La decisione “è arrivata a causa dell’apparente violazione dei patti da parte di Washington, e dell’inversione del suo impegno a non attuare il primo punto del memorandum d’intesa sulla fine della guerra”.
La chiusura è arrivata anche “in risposta alle continue e ripetute violazioni del cessate il fuoco da parte dell’entità sionista nel sud del Libano, e alla conseguente brutale uccisione e sfollamento di centinaia di migliaia di persone da questo paese oppresso”.
Il regime sionista ha commesso più di 300 chiare violazioni dell’accordo e ha attaccato più di 25 insediamenti e villaggi da venerdì mattina. Gli attacchi includono bombardamenti con aerei, droni, artiglieria e l’uso di bombe a grappolo vietate, che finora hanno ucciso 111 persone e ne hanno ferite altre 176.
Se l’aggressione continua, “altri passi saranno pianificati e implementati per costringere il nemico a rispettare i suoi obblighi”. Da Teheran hanno anche fatto sapere che “il campo [di battaglia, ndr] e la diplomazia stanno lavorando in pieno coordinamento tra loro”, avvertendo però che “l’opportunità è specifica e molto limitata”.
Nonostante questa novità, i negoziatori americani e iraniani – insieme ai mediatori pakistani e qatarioti – si sono messi in viaggio per Burgenstock, in Svizzera, dove da stamattina dovrebbe partire la “discussione di merito” su tutti i punti.
La delegazione negoziale iraniana, intitolata “Minab 168” in ricordo delle bambine massacrate in un attacco Usa nei primi giorni della guerra, guidata da Mohammad Baqer Qalibaf, e con la partecipazione del ministro degli esteri Abbas Araqchi, oltre a funzionari della sicurezza e dell’economia è arrivata a Zurigo.
Ed è chiaro che il primo punto – fermare Israele in Libano – va concretizzato subito, altrimenti non si va avanti. Anche se i negoziatori iraniani si dicono soddisfatti dell’avanzamento della discussione su tutti gli altri punti.
Ma il portavoce del ministero degli esteri ha anche avvertito che “Se l’altra parte non attua pienamente i suoi obblighi e non agisce il prima possibile, tutta la comprensione sarà messa a repentaglio”.
Non c’è insomma spazio per i soliti giochetti sionisti e statunitensi, per gli impegni presi ma non rispettati, per i cambiamenti di impostazione in corso d’opera, per le “tregue” dichiarate solo sulla carta. Si tratta per arrivare ad un risultato condiviso, oppure non ci sarà nessun accordo. E la cosa riguarda anche – e soprattutto a questo punto – Israele.
Una posizione audace che capitalizza la capacità iraniana di resistenza mostrata nel mese e mezzo di guerra aperta, e non si fonda quindi solo sulla “capacità dialettica” dei negoziatori.
Un primo risultato c’è stato: “Dopo una giornata di escalation, su indicazione del primo ministro Benjamin Netanyahu e del Ministro della Difesa Israel Katz, e in coordinamento con gli Stati Uniti, l’Idf ha ricevuto l’ordine di cessare il fuoco in Libano”. Ma è una dichiarazione fatta mille volte e sempre annullata il giorno dopo. Fino all’ora in cui scriviamo (8 di mattina del 21/6) sembra stia tutto sommato reggendo.
Ma, all’opposto, lo stesso Netanyahu fa sapere che Israele rimarrà nel sud del Libano “per tutto il tempo che sarà necessario per difendere le sue frontiere occidentali”. Quelle che nessun trattato internazionale ha potuto indicare, nero su bianco, quali fossero, ma che vengono “spostate” mese dopo mese da Tel Aviv accampando “necessità di sicurezza” sempre e solo per sé.
Il vero problema del Medio Oriente è soprattutto questo.
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01/02/2026
Gaza - Famiglie massacrate e civili sotto le macerie del “cessate il fuoco”
Il cessate il fuoco firmato dal premier Netanyahu resta, per Tel Aviv, un accordo privo di qualsiasi vincolo. Le operazioni militari non si sono mai fermate: bombardamenti, uccisioni e distruzione continuano senza interruzione. Dalla firma della tregua, il 10 ottobre 2025, più di 500 persone sono state ammazzate a Gaza. Come sempre, tra le vittime ci sono molti bambini: schiacciati sotto le case civili rase al suolo, carbonizzati nelle tende date alle fiamme, colpiti a morte da cecchini e carri armati. Anche oggi, le principali vittime sono i più piccoli. Ancora una volta, le bombe israeliane hanno massacrato famiglie intere, come quella di Abu Hadayed, che viveva ad Asdaa, a nord-ovest di Khan Younis. Sette i morti: Ribhi Hamad Abu Hadayed, i suoi tre figli Mohammad Ribhi, Hazem Ribhi e altri membri della famiglia, e tre nipoti, Hajar Ribhi Hadayed, Lia Mohammad Abu Hadayed, Sham Hazem Abu Hadayed e Jibril Hazem Abu Hadayed.
Altre tredici persone sono state uccise nell’attacco alla stazione di polizia di Sheikh Radwan, a Gaza City, nel nord della Striscia. La struttura era affollata di funzionari e civili presenti per pratiche amministrative. Molti risultano ancora dispersi sotto le macerie. Le immagini mostrano scene apocalittiche: civili insanguinati, corpi senza vita tutt’intorno a un edificio sventrato. Diverse donne lavoravano all’interno della struttura pubblica. Alcuni corpi sono riemersi, mutilati, dalle macerie, mentre le squadre di soccorso continuano a scavare. Il bilancio delle vittime potrebbe salire.
L’esercito israeliano ha dichiarato che la strage sarebbe stata una risposta all’uscita di otto combattenti di Hamas da un tunnel a Rafah, probabilmente rimasti intrappolati nelle strutture sotterranee. Tel Aviv ha anche sostenuto di aver colpito “piattaforme di lancio di razzi” e depositi di armi, senza fornire alcuna prova. Sul terreno, droni e aerei hanno preso di mira campi profughi, abitazioni civili e aree lontane da Rafah. A Gaza City una casa è stata colpita alle 4 del mattino, senza alcun avviso, mentre un’intera famiglia con bambini dormiva all’interno. Altre immagini mostrano razzi cadere su strade della città, mentre pochi metri più avanti i bambini giocavano a pallone. Anche a Jabalia, nel nord, i cecchini hanno ucciso almeno una persona.
Nessun soldato israeliano è stato attaccato né è rimasto ferito. In ogni caso, il piano del presidente statunitense Trump, firmato da Tel Aviv, stabilisce che l’eventuale smilitarizzazione della Striscia non spetterebbe a Israele, né ai suoi aerei o droni. Al contrario, secondo gli accordi, l’esercito avrebbe dovuto sospendere ogni operazione militare, aprire immediatamente il valico di Rafah e ritirarsi dalla Striscia. Eppure, nonostante il massacro di donne, uomini e bambini, Washington non ha rilasciato alcuna dichiarazione sulle gravissime violazioni israeliane e il silenzio si fa ancora più pesante alla luce delle recenti decisioni dell’amministrazione statunitense. Mentre Gaza continua a essere bombardata, infatti, gli Stati Uniti hanno approvato nuove e massicce forniture di armi a Israele. Il Dipartimento di Stato ha dato il via libera a un accordo da 3,8 miliardi di dollari per l’acquisto di 30 elicotteri d’attacco Apache, affiancato da un ulteriore pacchetto da 1,8 miliardi per veicoli tattici leggeri.
Vendite giustificate in nome della “sicurezza” di Israele e della sua “prontezza militare”, nonostante Tel Aviv continui a violare il cessate il fuoco a Gaza. Ogni anno Washington garantisce a Israele miliardi di dollari in sostegno militare, in gran parte sotto forma di aiuti, rafforzando di fatto un apparato bellico impegnato in operazioni contro la popolazione civile palestinese. Benyamin Netanyahu, alleato e amico del presidente Donald Trump, resta libero di agire senza conseguenze, nonostante la nascita del cosiddetto “Board of Peace”, del consiglio tecnocratico palestinese e della forza internazionale che dovrebbe garantire la sicurezza di Gaza. E nonostante Hamas abbia consegnato tutti gli ostaggi rimasti nella Striscia, vivi e morti.
Restano totalmente impuniti anche i bombardamenti israeliani in Libano, violazioni continue di un altro cessate il fuoco, quello firmato con Hezbollah. Ieri sera, nell’arco di un’ora, l’esercito ha colpito 21 volte le aree del sud del Paese. Il “cessate il fuoco” di Israele ha già ucciso 300 persone in Libano in poco più di un anno.
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10/12/2025
Gaza - Hamas disarmerà solo se Israele accetterà uno Stato palestinese
Il funzionario di Hamas Bassem Naim ha dichiarato l’8 dicembre che il gruppo è disposto a consegnare il potere “immediatamente” al governo tecnico palestinese previsto nel piano Trump e che la disattivazione delle armi potrebbe iniziare sotto una tregua a lungo termine di 5-10 anni.
“Durante questo periodo, possiamo deporre le nostre armi, immagazzinarle o congelarle con garanzie palestinesi, regionali o internazionali per facilitare una discussione politica che potrebbe concludersi con lo Stato palestinese. Allora saremo pronti a consegnare tutte le nostre armi a questo nuovo stato indipendente, e persino a integrare i nostri combattenti nel nuovo esercito palestinese”, ha detto.
Hamas ha avvertito che i negoziati per attuare la seconda fase dell’accordo di cessate il fuoco a Gaza non possono aver luogo mentre Israele continua a violare la prima fase dell’accordo. “Israele sta violando apertamente l’accordo di cessate il fuoco”, ha dichiarato Hussam Badran, altro esponente di Hamas.
“L’occupazione non ha adempiuto a nessuno dei suoi obblighi fondamentali nella prima fase, poiché mantiene chiuso il valico di Rafah, impedisce l’ingresso di tende e roulotte, riduce gli aiuti umanitari e continua i suoi crimini di uccisioni e demolizioni all’interno della linea gialla. Queste pratiche sono una continuazione dell’aggressione che avrebbe dovuto cessare immediatamente dopo l’inizio dell’accordo, e notiamo che continuano senza alcun reale impegno”, ha aggiunto Badran.
“Ogni discussione sulla seconda fase è subordinata a una reale pressione sull’occupazione da parte dei mediatori e degli Stati Uniti per costringerla ad attuare pienamente quanto concordato nella prima fase”, ha proseguito il funzionario di Hamas.
Come parte della prima fase dell’accordo, le truppe israeliane si sono ritirate in quella che ora viene definita la “linea gialla”. L’accordo stabilisce che le forze israeliane possono mantenere una presenza perimetrale a Gaza fino al completo disarmo della resistenza, e si ritireranno gradualmente man mano che il processo di disarmo avanzerà. Tuttavia, l’esercito israeliano ha oltrepassato la linea gialla nel tentativo di conquistare più territorio, violando l’accordo.
Badran ha fatto riferimento alle recenti dichiarazioni del capo dell’esercito israeliano Eyal Zamir durante un tour a Gaza. Zamir ha detto il 7 dicembre che la linea gialla è la “nuova linea di confine”. L’esponente di Hamas ha definito ciò “un palese rinnegamento dell’accordo di cessate il fuoco”.
Israele ha affermato una settimana fa che avrebbe aperto presto il valico di Rafah in coordinamento con l’Egitto. Il Cairo lo ha negato e ha detto che qualsiasi accordo avrebbe aperto il valico da entrambi i lati, poiché Tel Aviv si è rifiutata di permettere ai palestinesi di tornare a Gaza dall’Egitto.
Da quando è iniziato il cessate il fuoco, Israele ha mantenuto strette restrizioni sulla quantità di aiuti che entrano a Gaza. All’inizio dello scorso mese, Tel Aviv aveva permesso l’ingresso solo del 28% degli aiuti che dovevano entrare nella Striscia come parte dell’accordo. Ciò include attrezzature essenziali urgentemente necessarie per le operazioni di rimozione delle macerie.
Attualmente ci sono 68 milioni di tonnellate di macerie a Gaza a causa della guerra genocida di Israele e della distruzione sistematica delle infrastrutture, secondo il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP). Il capo dell’UNDP in Palestina, Jaco Cilliers, ha dichiarato: “Nello scenario migliore, ci vorranno almeno cinque, più probabilmente sette anni” per affrontare le macerie.
Secondo fonti citate da Axios venerdì, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta pianificando di annunciare la Fase Due dell’accordo di cessate il fuoco di Gaza prima di Natale. Uno degli aspetti principali del “piano di pace” di Trump è lo schieramento di una Forza di Sicurezza Internazionale (ISF) composta da paesi regionali. Turchia, Qatar, Azerbaigian, Indonesia e Pakistan hanno segnalato la disponibilità a contribuire con truppe.
Tuttavia, il piano Trump affida all’ISF il compito di disarmare e smantellare Hamas e altre fazioni della resistenza. Nelle ultime settimane sono emerse numerose rivelazioni che indicano un significativo disagio arabo e regionale all’idea di essere costretti ad affrontare scontri armati a Gaza. Un alto funzionario pakistano ha detto recentemente che il suo paese è pronto a contribuire con truppe per il mantenimento della pace, ma ha escluso di partecipare a qualsiasi disarmo.
Israele ha categoricamente respinto qualsiasi statualità palestinese e si oppone al ritorno dell’Autorità Palestinese (AP) a Gaza – un altro elemento cruciale del “piano di pace” statunitense.
Da quando è stato raggiunto l’accordo, centinaia di palestinesi sono stati uccisi da raid aerei israeliani. “Israele potrebbe ancora considerare un’opzione militare come un modo per disarmare Hamas e quindi non ha fretta di passare alla seconda fase del cessate il fuoco”, hanno riferito fonti a Haaretz alla fine dello scorso mese.
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25/11/2025
A Gaza il cessate il fuoco non esiste
La devastazione era totale. Tutti gli ospedali e le università erano stati bombardati, la maggior parte delle case e delle scuole distrutte e infrastrutture vitali, come il sistema fognario e le linee elettriche, erano state danneggiate irreparabilmente. Si stima che 50 milioni di tonnellate di macerie fossero sparse lungo la Striscia e sotto di esse giacessero almeno 10.000 corpi di palestinesi uccisi nei bombardamenti, ancora da recuperare.
Eppure, la tregua che la popolazione di Gaza si aspettava non si è mai materializzata. Quasi subito dopo l’annuncio del “cessate il fuoco”, il Regime israeliano ha ripreso a bombardare la Striscia. Da allora non si è più fermato.
Secondo l’Ufficio Stampa governativo di Gaza, Israele ha violato il “cessate il fuoco” quasi 500 volte in 44 giorni, uccidendo 342 civili. Il giorno più sanguinoso è stato il 29 ottobre, quando le Forze di Occupazione Israeliane hanno ucciso 109 palestinesi, tra cui 52 bambini. Più recentemente, giovedì, 32 palestinesi sono stati uccisi, tra cui un’intera famiglia nel quartiere di Zeitoun a Gaza, quando una bomba è stata sganciata su un edificio in cui si erano rifugiati.
Ma non è solo il bombardamento a non essersi fermato. Nemmeno la fame si è fermata.
In base all’accordo di “cessate il fuoco”, 600 camion di aiuti avrebbero dovuto essere autorizzati a entrare ogni giorno, ma Israele non ha rispettato l’accordo. Come ha riferito da Gaza il corrispondente di Al Jazeera Hind al-Khoudary, le Forze di Occupazione Israeliane consentono l’ingresso nella Striscia solo a 150 camion al giorno. Impediscono inoltre l’ingresso di alimenti nutrienti, tra cui carne, latticini e verdure, nonché di medicinali, tende e altri materiali di prima necessità per i rifugi.
Una coalizione di agenzie umanitarie palestinesi ha stimato che gli aiuti che entrano ora non coprono nemmeno un quarto dei bisogni primari della popolazione.
L’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi (UNRWA), che afferma di avere nei suoi magazzini cibo a sufficienza per sfamare tutti a Gaza per mesi, non è ancora autorizzata a importarne. Ciò è in aperta violazione di un parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia di ottobre, secondo cui il Regime israeliano ha il dovere di non ostacolare la fornitura di aiuti da parte delle agenzie delle Nazioni Unite, inclusa l’UNRWA.
La Corte ha inoltre respinto le accuse israeliane secondo cui l’agenzia manca di neutralità e ha affermato che è un attore indispensabile nel panorama umanitario. Ciononostante, il Regime israeliano ha respinto il parere consultivo e continua a limitare le attività dell’UNRWA impedendo la distribuzione degli aiuti e negando i visti al suo personale internazionale.
Il Regime israeliano non sta inoltre rispettando le misure provvisorie stabilite in una sentenza della Corte Internazionale di Giustizia del gennaio 2024, che ha stabilito che a Gaza venivano commessi plausibili atti di Genocidio. Queste misure includevano la prevenzione degli atti di Genocidio, la prevenzione e la punizione dell’incitamento al Genocidio e il permesso di accedere agli aiuti umanitari a Gaza. Da allora, la Corte ha ribadito più volte le sue misure provvisorie. Il Regime israeliano continua a ignorarle.
E questo perché, a livello internazionale, continua a godere di una copertura diplomatica, finanziaria e militare senza precedenti. L’ultima iterazione di ciò è avvenuta il 17 novembre, quando il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la Risoluzione 2803, approvando il piano in 20 punti del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump per Gaza.
Tra le sue disposizioni figura la creazione di due organismi che assumerebbero il controllo di Gaza: il Consiglio per la Pace, presieduto dallo stesso Trump, e la Forza Internazionale di Stabilizzazione, incaricata di mantenere la sicurezza e di imporre il disarmo dei gruppi palestinesi. La struttura di governo di entrambi gli organismi rimane poco chiara, ma opererebbero in coordinamento con il Regime israeliano, instaurando di fatto un ulteriore livello di controllo straniero sul popolo palestinese.
La Risoluzione consente inoltre di aggirare le strutture locali e internazionali esistenti nella distribuzione degli aiuti. Non fa alcun riferimento al Genocidio e non propone alcun meccanismo di responsabilità per i Crimini di Guerra. In sostanza, la Risoluzione viola il Diritto Internazionale e conferisce agli Stati Uniti, Complici del Genocidio, il controllo su Gaza.
Tutto ciò chiarisce il fatto che il “cessate il fuoco” non è affatto un cessate il fuoco. Il Regime israeliano continua ad attaccare Gaza, a far morire di fame la popolazione palestinese e a negarle l’accesso a un alloggio adeguato e all’assistenza sanitaria.
Definire questo accordo un cessate il fuoco consente a Stati terzi di rivendicare progressi nella risoluzione del conflitto e persino nella pace, quando la realtà fondamentale del Genocidio palestinese sul campo rimane sostanzialmente immutata. Il “cessate il fuoco” è una farsa diplomatica, una copertura per il continuo Sterminio, Sfollamento e Cancellazione del popolo palestinese a Gaza e una distrazione per l’opinione pubblica internazionale e i media.
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24/11/2025
Israele bombarda anche Beirut. Ennesima violazione della tregua ad un anno dal cessate il fuoco
Un raid aereo israeliano ha colpito ieri la periferia sud di Beirut uccidendo Haytham Ali Tabatabai, ritenuto un alto leader militare di Hezbollah. Si tratta del primo attacco di questo tipo sulla capitale libanese condotto senza preavviso dal cessate il fuoco entrato in vigore esattamente un anno fa. Il bombardamento ha colpito un palazzo residenziale nella zona densamente popolata di Haret Hreik a Dahiyeh, i sobborghi meridionali della città.
Il ministero della salute libanese ha riferito che cinque persone sono morte e 28 ferite.
“Abbiamo colpito il comandante più alto dell’organizzazione terroristica Hezbollah”, ha detto il capo militare israeliano Eyal Zamir. “Agiremo per rimuovere qualsiasi minaccia ai cittadini dello Stato di Israele”.
Rivendicando nuovamente la volontà di colpire a proprio piacimento e sulla base di proprie valutazioni unilaterali, l’Ufficio del Primo Ministro Netanyahu ha dichiarato che Tabatabai è stato preso di mira per aver guidato il “rafforzamento e il riarmo” di Hezbollah, “Israele è determinato ad agire per raggiungere i suoi obiettivi ovunque e in ogni momento”.
Israele ed Hezbollah avevano firmato un cessate il fuoco nel novembre 2024, ponendo fine a mesi di scontri che erano degenerati in una guerra su larga scala nel settembre 2024.
Le forze militari israeliane hanno regolarmente violato il cessate il fuoco, effettuando attacchi aerei in profondità nel territorio libanese, mentre Hezbollah non ha lanciato attacchi di rappresaglia da quasi un anno.
Secondo il ministero della sanità libanese, almeno 331 persone sono state uccise e circa 1.000 ferite da quando il cessate il fuoco è entrato in vigore. La maggior parte degli attacchi è avvenuta nel sud del Libano. A questi vanno aggiunti i 13 palestinesi uccisi qualche giorno fa da un bombardamento israeliano nel campo profughi palestinese di Ain el Hilweh a Sidone.
Le notizie provenienti da Israele non confermano il fatto che l’attacco fosse stato coordinato con gli Stati Uniti. Alcune fonti hanno detto che Washington era a conoscenza che Israele pianificava di intensificare l’attività militare in Libano, ma non conoscevano il momento o il luogo dell’attacco.
Il presidente libanese Joseph Aoun ha esortato la comunità internazionale a prendere misure decisive per fermare gli attacchi israeliani al paese dopo l’attacco. Nel sud del Libano, ogni speranza di riprendere la ricostruzione viene ripetutamente infranta da nuovi attacchi israeliani. Il 4 settembre 2025, attacchi aerei hanno preso di mira magazzini di materiali da costruzione ad Ansariyeh, circa 20 km a sud di Sidone, distruggendo bulldozer, escavatori e altre attrezzature necessarie per ricostruire i villaggi devastati.
Secondo il ministero della salute libanese, i bombardamenti israeliani sul Libano meridionale hanno provocato lo sfollamento di circa 1,4 milioni di persone. I ripetuti raid aerei hanno lasciato gran parte del sud in rovina, distruggendo infrastrutture civili e servizi pubblici essenziali, impedendo a decine di migliaia di residenti di tornare nelle proprie case. Più di 300 persone, tra cui almeno un centinaio di civili sono state uccise in attacchi israeliani dall’entrata in vigore del cessate il fuoco il 27 novembre 2024.
Bombardando la capitale libanese e violando sistematicamente la tregua – in Libano come a Gaza – Israele conferma la propria vocazione bellicista e il pericolo che continua a rappresentare per i popoli e i paesi del Medio Oriente.
Se a questo aggiungiamo l’escalation di aggressioni di coloni e militari israeliani in Cisgiordania, i bombardamenti sullo Yemen e il recente blitz di Netanyahu nei territori occupati nell’ultimo anno in Siria, si comprende come nessuna “stabilità” o “pace” appaiano possibili o praticabili nella regione senza mettere fine all’impunità e all’aggressività israeliana.
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23/11/2025
Gaza - Ancora palestinesi uccisi e feriti. In Cisgiordania raid dei militari israeliani, ma i palestinesi resistono
Il corrispondente di Al-Jazeera ha riferito che l’esercito di occupazione israeliano ha lanciato almeno 10 raid aerei all’interno della Linea Gialla a est della città di Khan Younis, nella Striscia di Gaza meridionale.
L’esercito israeliano ha diffuso la versione secondo cui ha lanciato un raid aereo nel sud della Striscia di Gaza per eliminare “cinque terroristi usciti da un tunnel di Rafah nel lato orientale della Linea Gialla” sotto il controllo delle forze israeliane.
Decine di famiglie palestinesi sono state sfollate dai quartieri di Al Tuffah e Shujaya nella zona est di Gaza City, a causa dell’incursione e dell’espansione dell’esercito israeliano nelle aree da cui si era ritirato in conformità con l’accordo.
Fonti locali confermano che l’esercito di occupazione ha effettuato la distruzione di edifici residenziali nei pressi della rotatoria di Zayed, a est di Beit Lahiya, nella Striscia di Gaza settentrionale.
Una delegazione di alti funzionari di Hamas si è recata al Cairo per discutere dell’escalation in corso nella Striscia di Gaza e del fragile cessate il fuoco. Hamas avrebbe minacciato di porre fine al cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, a causa delle nuove ondate di attacchi lanciati dalle forze israeliane.
Stando a fonti citate da Al Arabiya, il movimento palestinese avrebbe informato l’inviato statunitense Steve Witkoff della sua posizione dicendosi “pronto a tornare a combattere”. Successivamente, il portavoce di Hamas Izzat al Rishq ha tuttavia smentito le indiscrezioni, spiegando che il movimento islamista ha chiesto ai mediatori di fare pressione su Israele affinché rispetti l’accordo finalizzato a Sharm el Sheikh lo scorso 13 ottobre.
Hamas aveva accusato Israele già nei giorni scorsi di aver “spostato” la linea gialla e di aver provocato una nuova ondata di sfollamenti, in una “flagrante” violazione del cessate il fuoco.
Secondo le autorità locali di Gaza, le Forze armate israeliane avrebbero riposizionato le proprie unità più all’interno dell’enclave, violando così l’accordo di cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti.
Fonti palestinesi avevano denunciato che le forze e i carri armati israeliani erano avanzate di circa 300 metri oltre la linea gialla nella parte orientale di Gaza City. “Il destino di molte di queste famiglie rimane sconosciuto a causa dei bombardamenti che hanno colpito la zona”, avevano affermato i palestinesi aggiungendo che l’estensione della linea gialla dimostra un “palese disprezzo” dell’accordo di cessate il fuoco.
In base alla tregua entrata in vigore oltre un mese fa a Gaza, gli israeliani hanno mantenuto circa il 53 per cento dell’enclave sotto il proprio controllo, vale a dire “l’area gialla”, delineata dalla linea del medesimo colore.
Al Jazeera riferisce che a Gaza City alcuni militari israeliani sono stati visti posizionare blocchi gialli e cartelli per identificare la nuova linea di schieramento, più all’interno del quartiere orientale di Shujayea. Secondo l’emittente, “l’intero confine non è stato segnato, quindi molti palestinesi non sanno esattamente dove si trovi. Con quest’ultima avanzata a Shujayea, a Gaza City, sempre più palestinesi non riescono a raggiungere le loro case. La gente dice che questa è una gabbia, perché vengono spinti e stipati nella parte occidentale di Gaza”.
Questa ulteriore violazione del cessate il fuoco arriva in un momento di intensificazione degli attacchi israeliani in tutta la Striscia di Gaza. Nel giro di 24 ore, tra la giornata di mercoledì e ieri, almeno 32 palestinesi erano stati uccisi negli attacchi israeliani e altri 88 feriti.
Ieri le forze armate israeliane hanno annunciato che l’Aeronautica militare “ha eliminato cinque terroristi emersi da un’infrastruttura terroristica sotterranea nella parte orientale di Rafah, nel sud della Striscia, a est della linea gialla”. Secondo Israele, “l’Aeronautica ha eliminato i terroristi quando questi si sono avvicinati alle truppe delle Idf schierate nel sud di Gaza, rappresentando un’immediata minaccia per loro”. Ma di tutto questo, come al solito, non ha fornito alcuna prova.
Raid dei militari israeliani in tutta la Cisgiordania, ma i palestinesi resistono
Non ci sono solo le aggressioni dei coloni ma anche quelle “ufficiali” decise dalle autorità di Tel Aviv.
In Cisgiordania continuano infatti i raid dei militari israeliani nelle città palestinesi. In alcune di queste hanno però incontrato resistenza. Fonti locali hanno riferito che i giovani hanno lanciato bottiglie Molotov contro le forze di occupazione durante il loro raid nella città di Sebastia, a nord-ovest di Nablus. Anche nella città di Tuqu’ – a sud-est di Betlemme – sono scoppiati scontri tra giovani palestinesi e le forze di occupazione israeliane dopo che queste hanno assaltato la città.
Sei palestinesi sono rimasti feriti a seguito di un attacco di coloni nella città di Beit ur Al-Tahta, nella Cisgiordania centrale.
Le forze israeliane hanno assaltato il campo profughi di Dheisheh nella città di Betlemme, nella Cisgiordania meridionale, e il vecchio campo di Askar, a est di Nablus.
I militari israeliani hanno fatto irruzione nella città di Al-Khader, a sud di Betlemme, posizionandosi nei pressi della “Porta” e dell’ingresso delle Pozze di Solimano, chiudendo la strada principale tra Gerusalemme ed Hebron ai cittadini palestinesi.
Le autorità di occupazione hanno sequestrato 1042 dunum di terra a Tubas, nella Valle del Giordano, per costruire una strada di insediamento, mentre i coloni hanno demolito terreni agricoli palestinesi nella città di Turmusaya a nord di Ramallah.
L’esercito di occupazione israeliano ha fatto irruzioni e perquisizioni nel quartiere Wadi Hilweh, all’interno della città di Silwan, nella Gerusalemme occupata. Incursioni dei militari si segnalano anche nella città di Ni’lin, a ovest di Ramallah, a Qabatiya, a sud di Jenin, e nella città di Huwara, a sud di Nablus.
Fonte
21/11/2025
Gaza - Decine di palestinesi uccisi, Israele viola sistematicamente la tregua
Tra ieri e oggi sono state nuove giornate sanguinose. Fonti negli ospedali della Striscia di Gaza hanno comunicato che 34 palestinesi, tra cui 18 bambini e una donna, sono stati uccisi dal fuoco israeliano nelle città di Gaza e Khan Yunis da ieri sera.
L’esercito israeliano ha giustificato i raid come “attacchi a obiettivi del Movimento di Resistenza Islamico Hamas” in tutta la Striscia di Gaza in risposta a quella che ha definito la presa di mira delle sue forze nell’area di Khan Yunis, mentre Hamas ha respinto queste accuse come un tentativo dell’occupazione di giustificare i propri crimini.
Ashraf Abu Sultan, un uomo palestinese di Gaza City ha detto all’AFP: “Non so cosa vogliano Israele e il mondo da noi. Sono tornato a Gaza domenica con la mia famiglia dopo un anno di sfollamento nel sud, abbiamo appena riparato una stanza nella nostra casa distrutta per cercare di sistemarci solo due giorni fa, i bombardamenti e la morte sono ricominciati, non ci lasciano spazio per respirare”.
Hamas ha denunciato che gli attacchi israeliani rappresentano un’escalation pericolosa attraverso la quale Netanyahu, descritto come criminale di guerra, cerca di riprendere il genocidio contro il popolo palestinese, sottolineando che dalla firma dell’accordo di cessate il fuoco il 10 ottobre, l’escalation israeliana ha lasciato più di 300 martiri, con la continuazione della politica di demolizione e esplosioni di case e la chiusura del valico di Rafah.
Il movimento palestinese ha inoltre invitato l’amministrazione statunitense e i mediatori Egitto, Qatar e Turchia, in qualità di garanti dell’accordo di cessate il fuoco, a mantenere le loro promesse e a obbligare Israele a porre fine immediatamente alle violazioni che minacciano il processo di cessate il fuoco.
Dal cessate il fuoco dell’11 ottobre fino a ieri le forze armate israeliane hanno già ucciso 245 palestinesi. A questi occorre adesso aggiungerne altri 34. Volendo allargare lo sguardo dovremmo aggiungerci anche i 13 palestinesi uccisi l’altro ieri nel campo profughi di Ain el Hilweh in Libano, dove pure sarebbe in vigore un cessate il fuoco.
E poi c’è la Cisgiordania occupata, dove ieri 4 palestinesi, incluso un bambino, stati feriti dal fuoco delle forze di occupazione israeliane durante un raid a Nablus, e le incursioni nelle città di Jenin, Tubas, Tulkarem, Betlemme, le città di Deir Sharaf, a ovest di Nablus, Mazra’a Ovest, a nord di Ramallah e il villaggio di Al-Jib a nord di Gerusalemme.
Il genocidio diffuso contro il popolo palestinese da parte di Israele sta continuando, il fatto che politica e mass media abbiano strumentalmente spento i riflettori sulla Palestina non deve trarre in inganno né far abbassare la mobilitazione solidale con la lotta dei palestinesi. La macchina genocidiaria israeliana e i suoi complici devono continuare ad essere contrastati metro su metro, in ogni ambito politico, sociale, culturale.
Fonte
17/11/2025
A Gaza tregua all’Israeliana: violata 282 volte e 242 palestinesi uccisi
«Non si arrestano le violenze in Cisgiordania, dove gli squadristi israeliani attaccano impunemente i civili che cercano di raccogliere le olive. Ieri, per la prima volta, gli Stati Uniti hanno rotto il silenzio sulle violenze dei coloni: il Capo del Dipartimento di Stato Marco Rubio ha dichiarato che potrebbero mettere in discussione il cessate il fuoco.
Una querula, quanto tragicamente tardiva, protesta pigolata, che in Israele è stata accolta con l’ovvia indifferenza del caso, come altrettanta indifferenza gli States dimostrano per le violazioni della tregua a Gaza, sulle quali non hanno finora detto nulla», denuncia Piccolenote.
Faccia di Trump e rapporti con Stati arabi
A Tel Aviv tutto è permesso purché il cosiddetto cessate il fuoco non sia messo in discussione seriamente, ne va dell’immagine di Trump e dei rapporti tra Stati Uniti e Paesi arabi. E, a quanto pare, i diuturni bombardamenti su Gaza e le incursioni in Cisgiordania non hanno raggiunto questo livello critico.
Ciò solo e soltanto perché Hamas, nonostante tutto, continua a ottemperare agli accordi senza reagire, che è quello che vorrebbe Tel Aviv per riprendere le ostilità in grande stile, come chiedono i messianici al governo e come vorrebbe Netanyahu, che morde il freno.
Insomma, il calcolo statunitense è tutto fondato sulla capacità di sopportazione di Hamas e, soprattutto, del popolo palestinese, mentre le pressioni su Israele, che pure sono esercitate, si limitano a un indulgente consiglio a non esagerare (cioè a non tornare ai ritmi precedenti la cosiddetta tregua, che hanno visto in media cento morti al giorno).
Tutto ciò mentre ai gazawi continuano a essere negati beni essenziali per la sopravvivenza, con la fame che ancora attanaglia la Striscia, ma anche l’indispensabile acqua, ormai avvelenata da scorie e liquami.
Ingegneria della fame a Gaza
Proprio sulla fame che ha imperversato e imperversa a Gaza, un documentato studio pubblicato su Springer Nature, una casa editrice accademica anglo-tedesca, dal titolo ‘l’ingegneria della fame a Gaza’. E lo studio «dimostra che la fame a Gaza non è una conseguenza indesiderata della guerra, ma un risultato deliberatamente progettato, reso possibile da tecnologie avanzate e una pianificazione sistematica».
Come? Lo studio rileva che «sistemi di puntamento assistiti dall’intelligenza artificiale, attacchi di droni di precisione e sorveglianza sono stati impiegati per smantellare le infrastrutture alimentari a ogni livello, dai terreni agricoli alla pesca fino a panifici, mulini e magazzini, paralizzando l’intera filiera alimentare di Gaza».
«Gli aiuti umanitari sono ostacolati dalla sorveglianza biometrica, dal targeting dei convogli e dai ripetuti attacchi contro organizzazioni affidabili come l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA), mentre controverse fondazioni allineate allo Stato [israeliano] vengono scientemente rafforzate».
Sopravvivenza vietata e promesse false
«La distruzione di acqua, energia e altre risorse vitali ha innescato il collasso del nesso cibo-acqua-energia di Gaza, paralizzando tutti i meccanismi di sopravvivenza. Ancora più critico, il deliberato attacco e l’esecuzione di civili mentre facevano la fila per il pane o si appressavano alla distribuzione degli aiuti rivela una strategia calcolata per trasformare la fame in un’arma, trasformando la ricerca degli alimenti in un rischio letale».
Fin qui il catalogo degli orrori, anche se parziale, che tanto ci sarebbe da aggiungere. Resta da riferire sugli sviluppi del cosiddetto cessate il fuoco a Gaza, che tale non è, che gli Usa vorrebbero stabilizzare.
A tale scopo hanno presentato un prospetto al Consiglio di Sicurezza Onu nel quale si dettagliano gli sviluppi proposti: lo stanziamento di una forza di stabilizzazione internazionale arabo-islamica, l’instaurazione di una governance tecnocratica palestinese supervisionata da un bizzarro Board of peace (composto da più o meno eminenti figure internazionali, ma a trazione Usa), oltre a prevedere il ritiro delle forze israeliane dall’area di Gaza attualmente occupata, il disarmo di Hamas e un nebuloso orizzonte per un possibile, quanto aleatorio, Stato palestinese.
Paesi arabi per l’accordo, Russia e Cina smaliziati
La bozza ha il favore di alcuni Paesi arabi, ma ha trovato ostacoli in Russia [che ora presentato un proprio piano, completamente diverso, da discutere in sede di Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ndr] e Cina che hanno obiettato su diversi punti, tra i quali anzitutto la tempistica non ben specificata del ritiro israeliano, la necessità di coinvolgere da subito l’Autorità nazionale palestinese nell’amministrazione della Striscia che prefiguri la nascita dello Stato palestinese.
Infine, si chiede di abolire il cosiddetto ‘Board of peace’, organismo peraltro davvero bizzarro il cui ruolo precipuo sembra essere solo quello di garantire affari alle imprese occidentali, arabe e israeliane che intendono investire su Gaza. Cina e Russia possono opporre il veto alla risoluzione Usa, ma a quel punto gli States potrebbero rivolgersi alla solita ‘coalizione di volenterosi’, sempre pronta all’occorrenza, per metterlo in pratica al fuori dei vincoli e del controllo dell’Onu, come riferisce Times of Israel che dettaglia la querelle. Possibile, ma difficile date le resistenze israeliane, un compromesso.
Amiconi
Da InsideOver. La richiesta della grazia per Netanyahu da parte di Trump tiene banco più delle sofferenze dei palestinesi. La richiesta di grazia di Trump è del tutto fuori registro e quanti si oppongono a Netanyahu in Israele sono irritati dell’ingerenza. E scandalo ha suscitato in tanto mondo occidentale perché allevierebbe la pressione sul criminale di guerra che governa Israele, come tale è perseguito dal Tribunale penale internazionale, e altro. Tutto vero, ma... Quel “ma” lo spiega Carolina Landsmann su Haaretz.
Trump sta cercando un accordo storico che porti il suo nome, una versione aggiornata dell’Accordo del Secolo. Non sta cantando Imagine. È piuttosto un megalomane geopolitico che vuole essere più popolare di Gesù e dei Beatles. Per questo ha bisogno di un partner che possa soddisfare ‘il popolo’. Trump è consapevole che la presa di Netanyahu sulla destra è forte in caso di guerra, ma insufficiente in caso di pace. Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich sono alleati in tempo di guerra, ma non in tempo di pace.
Ecco perché Trump ha fatto così tanti complimenti a Yair Lapid nel suo discorso alla Knesset. In tempo di guerra, non c’è bisogno di Lapid. In tempo di pace, cosa te ne importa, Bibi, di essere un po’ gentile con lui? ‘Guarda come arrossisce il ragazzo. Netanyahu ha persino riso’. Trump sta lanciando un messaggio a entrambi: sarete insieme nella mia squadra per la pace. Capisce che Lapid e il resto della leadership ‘chiunque tranne Bibi’ [l’opposizione ndr.] non possono convincere i propri elettori a un’alleanza con Netanyahu.
E arriviamo alla grazia. Trump non sta cercando di aiutare un amico in difficoltà. Sta tentando di progettare una riconciliazione funzionale tra i Bibi-isti e i ‘non-Bibi-isti’ – non basata su emozioni o ideologie – per formare un governo senza l’estrema destra che potrebbe promuovere la pace con i palestinesi. “Così come ha capito che gli ostaggi non erano più una risorsa per Hamas, ma piuttosto una scusa per Israele per continuare la guerra, ha capito che il processo a Netanyahu non è più solo una risorsa politica dell’opposizione israeliana, ma un peso per l’intero sistema”.
Trump sta offrendo il suo appoggio presidenziale e il suo patrocinio internazionale, mediando con l’opposizione e fornendo uno spunto narrativo per un ‘cambio di direzione’, per aiutare Netanyahu a rompere la sua dipendenza dagli estremisti di destra. La grazia non è un favore personale a Netanyahu, ma il prezzo da pagare per un cambio di rotta diplomatica”.
Fin qui la Landsmann. In un mondo ideale sarebbe auspicabile altro: che i responsabili del genocidio vadano in galera, che nasca la Palestina etc. Nel mondo reale, le opzioni per uscire da questa follia sanguinaria, almeno nel breve, sono poche. Secondo la cronista, l’opzione Trump va in questa direzione, nonostante le tante criticità. Resta che l’orizzonte della cronista rimane nel circolo ristretto Israele-Usa. Il mondo, per fortuna, è più grande e opzioni alternative sono sul tavolo, anche se con meno possibilità di successo.
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21/10/2025
Gaza. I palestinesi uccisi durante “la tregua” sono stati 97. Ma sotto accusa finisce Hamas
Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco lunedi scorso, è passata giusta una settimana, Israele ha commesso 80 violazioni della tregua provocando 97 morti e 230 feriti tra i palestinesi, ma in modo decisamente indecente i mass media ufficiali – anche in Italia – continuano a rovesciare la realtà e a diffondere la tesi che la tregua sia stata violata da Hamas.
Le forze armate israeliane hanno confermato domenica sera che due soldati sono stati uccisi e tre sono stati feriti in un attacco avvenuto in mattinata da parte di imprecisati gruppi palestinesi a Rafah contro un veicolo del genio militare. I soldati facevano parte del 932º Battaglione della Brigata Nahal. Relativamente a questo attacco Hamas ha dichiarato che questo è avvenuto in un’area sotto il controllo israeliano, dove afferma di non aver avuto contatti con i suoi combattenti per mesi.
Secondo un’indagine iniziale dell’IDF, riferita dal Times of Israel “una cellula di terroristi è emersa da un tunnel nella zona e ha sparato RPG contro un escavatore, uccidendo i due soldati. Allo stesso tempo, un altro escavatore è stato colpito dal fuoco di un cecchino, ferendo altri due soldati – operatori di macchinari pesanti – di cui uno gravemente e uno moderatamente. Poco dopo, un altro soldato, anche lui operatore di macchinari pesanti, è stato moderatamente ferito dal fuoco dei cecchini”.
Il canale televisivo israeliano Canale 12, citando fonti informate, ieri riferiva che i raid israeliani su Rafah sarebbero stati eseguiti nel tentativo di proteggere le milizie di Yasser Abu Shabab che avevano collaborato con Israele e che da giorni sono sotto attacco da parte dei combattenti di Hamas.
Quanto avvenuto a Rafah, il contesto e le conseguenze, sembrano configurare più una operazione “false flag” piuttosto che un’azione pianificata da Hamas. Del resto il governo israeliano non fa mistero di non gradire affatto la tregua in corso.
Nella serata di ieri, il primo ministro israeliano Netanyahu aveva deciso di chiudere tutti i valichi della Striscia di Gaza e sospendere la consegna degli aiuti umanitari “in risposta alla violazione del cessate il fuoco da parte di Hamas”.
Su Telegram, le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno riferito di aver “iniziato una nuova fase di applicazione del cessate il fuoco in conformità con la direttiva della leadership politica, e a seguito di una serie di attacchi significativi in risposta alle violazioni da parte di Hamas”. Le Idf hanno sottolineato che continueranno a far rispettare l’accordo di cessate il fuoco e risponderanno “con fermezza a qualsiasi sua violazione”.
Dal sito di informazione statunitense Axios si apprende che la consegna degli aiuti umanitari alla Striscia di Gaza riprenderà questa mattina dopo le pressioni dell’amministrazione Trump a Israele.
Nelle prossime ore il vice presidente JD Vance e gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner si recheranno in Israele. Trump ha spiegato ai giornalisti in volo sull’Air Force One di ritenere che “la leadership di Hamas non sia coinvolta” negli attacchi contro le Idf nella Striscia di Gaza, ma che “forse ci sono dei ribelli al suo interno” aggiungendo che “in ogni caso la situazione verrà gestita in modo appropriato. Con durezza, ma correttamente”. Hamas ha annunciato che una delegazione guidata da Khalil al-Hayya, è arrivata al Cairo “per seguire l’attuazione dell’accordo di cessate il fuoco, con i mediatori e con le fazioni palestinesi”.
In un lungo comunicato diffuso ai media e diffuso da The Cradle, Hamas afferma di aver rispettato pienamente l’accordo di cessate il fuoco firmato a Sharm el-Sheikh il 9 ottobre 2025, sotto l’egida di Egitto, Qatar, Turchia e Stati Uniti, mentre Israele lo avrebbe violato “deliberatamente e ripetutamente” fin dal primo giorno.
Il movimento palestinese ha dichiarato di aver fornito ai mediatori prove documentate, foto ed elenchi delle violazioni.
Hamas ha accusato le forze israeliane di “aver preso di mira deliberatamente i civili nelle aree consentite”, causando 46 palestinesi uccisi e 132 feriti alle 14:30, con metà delle vittime donne, bambini e anziani. Tra le vittime era inclusa la famiglia Abu Shaban, completamente sterminata in un singolo attacco. Hamas ha affermato che questi atti fanno parte dei continui sforzi di Israele per “minare l’accordo”.
La dichiarazione afferma che le forze israeliane continuano a controllare e attaccare in un’area che si estende da 600 a 1.500 metri oltre la concordata “linea gialla”, sparando proiettili di artiglieria, usando droni e bloccando il ritorno dei civili sfollati. Hamas ha dichiarato che l’area presa di mira copre circa 45 chilometri quadrati, definendo ciò una “flagrante violazione della linea di ritiro”.
Hamas ha accusato Israele di aver gravemente limitato l’accesso umanitario, incluso un divieto quasi totale su prodotti alimentari chiave come carne, pollame e bestiame. Le consegne di carburante hanno raggiunto solo il 7,1% dei livelli concordati, e anche l’ingresso di input agricoli e attrezzature solari è stato bloccato. Inoltre, il valico di Zikim è stato chiuso, soffocando ulteriormente la distribuzione degli aiuti.
Il gruppo ha affermato che Israele ha bloccato l’ingresso di attrezzature essenziali per ripristinare elettricità, acqua, reti fognarie e di comunicazione, oltre a materiali da costruzione e liquidità per le banche. Ha anche impedito l’ingresso di attrezzature mediche e di protezione civile, ritardando gli sforzi di ricostruzione critici.
Il movimento palestinese ha affermato che Israele continua a ritardare il rilascio di donne e bambini dalle sue prigioni, non è riuscito a fornire elenchi accurati dei detenuti o i nomi di centinaia di palestinesi i cui corpi sono ancora trattenuti, e ha impedito alle famiglie dei detenuti rilasciati esiliati all’estero di lasciare la Cisgiordania per riunirsi ai loro cari. La dichiarazione aggiunge che i prigionieri hanno subito abusi sistematici, tra cui percosse, torture e umiliazioni anche dopo il loro rilascio.
Hamas ha affermato di aver ricevuto i corpi di 150 palestinesi, alcuni dei quali erano ammanettati, bendati o che presentavano segni di esecuzione e schiacciamento sotto macchinari israeliani. Molti corpi rimangono non identificati. Ha inoltre chiesto l’ingresso urgente di attrezzature per i test del DNA e macchinari pesanti per recuperare altri corpi ancora intrappolati sotto le macerie, sottolineando che queste azioni sono crimini di guerra e crimini contro l’umanità che richiedono una responsabilità internazionale.
Nella dichiarazione diffusa ai media il movimento palestinese ha ribadito il suo pieno impegno all’accordo e ha esortato i mediatori a fare pressione su Israele affinché rispetti e implementi tutti i suoi termini. Ha ritenuto Israele pienamente responsabile di qualsiasi deterioramento o collasso del cessate il fuoco e ha chiesto alla comunità internazionale di agire con urgenza per fermare queste violazioni e garantire l’attuazione dell’accordo.
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