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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/08/2026

Israele verso la guerra contro tutti

Lo schema si ripete da 80 anni: Israele non fa trattative, ma impone il proprio interesse. La sua forza principale non è mai stata «interna», per quanto sia militarizzata la sua popolazione, ma soprattutto «esterna».

Solo il sostegno senza limiti degli Stati Uniti ha consentito che questo Stato etnico-religioso, razzista e aggressivo, si potesse non solo tenere in piedi ma espandere il territorio sotto il proprio controllo a spese di tutti i vicini.

Ora però sembra ci sia una novità, vedremo se reale o solo «recitata», come altre volte è avvenuto. Ieri, aprendo la riunione del Gabinetto di guerra, Netanyahu ha formalmente affossato il «piano in 15 punti» imposto da Donald Trump ormai quasi un anno fa per «metter fine alla guerra di Gaza» (questa è la loro formulazione di un genocidio in diretta tv).

Il Board of Peace crolla senza che abbia prodotto un solo risultato, all’indomani – e non è un paradosso – della firma del primo contratto per la presunta «ricostruzione»: una base militare Usa, non gli alberghi, i resort o i casinò da edificare su un campo di sterminio a cielo aperto.

Netanyahu ha stracciato ogni parvenza di accordo affermando che l’esercito israeliano non si ritirerà da Gaza (che occupa per più della metà della superficie) finché Hamas non sarà disarmato – “armi pesanti, armi leggere, tutte le armi”.

In pratica vuole la certezza che i palestinesi (ci sono una decina di organizzazioni diverse, a Gaza, Hamas è solo la principale) non sian in grado di esercitare la benché minima autodifesa. Poi troverà una scusa qualsiasi per andare avanti con la pulizia etnica di tutta l’area, gettando quasi due milioni di persone verso il deserto o l’Egitto.

Non ancora soddisfatto, l’ex «testa di cuoio» all’aeroporto di Lod (1972) ha affermato che finché lui sarà primo ministro non ci sarà nessuno Stato Palestinese, in nessuna zona della Palestina storica.

Con ciò viene tra l’altro resa una barzelletta la frase che i leader occidentali ripetono per giustificare il loro appoggio a Tel Aviv e il rifiuto di riconoscere la Palestina, ossia la formula dei «due stati».

Come si vede, il problema non è mai stato il «riconoscimento di Israele» da parte palestinese, ma l’esatto contrario.

Israele non riconosce alcun patto, alcuna condizione, alcun «obbligo reciproco» (il fondamento di qualsiasi accordo duraturo), pretendendo il diritto di stabilire unilateralmente quale sia il vero contenuto di un cosiddetto accordo ed anche le condizioni di verifica.

È la traduzione «diplomatica» del criterio operativo che guida il genocidio: tutto ciò che colpisce (ospedali, ambulanze, bambini, donne, anziani, scuole, ecc) è «hamas». Non c’è bisogno di un riscontro: è un’affermazione indifferente alla realtà. Una volontà genocida senza contraddittorio possibile.

In Cisgiordania, infatti, dove Hamas non c’è, la situazione è identica, anche se formalmente l’offensiva contro la popolazione palestinese è affidata ai «coloni escursionisti» – definizione del corrispondente Rai da Gerusalemme – che vengono poi supportati dai reparti dell’esercito per «legalizzare» l’occupazione di campi, case, ecc.

Qui è già operativo il trasferimento della competenza catastale sulla cosiddetta «Area C» dall’Amministrazione civile militare al Ministero della Giustizia israeliano. Un’area la cui proprietà individuale è in larga parte non registrata e quindi la terra palestinese viene «trasferita» al demanio e concessa in locazione a cittadini israeliani, moltiplicando gli insediamenti illegali.

In Libano l’esercito di Tel Aviv ha ripreso ad avanzare stracciando l’accordo siglato davanti allo stesso Trump, che aveva convocato a Washington il presidente-complice Aoun.

Sull’Iran, infine, la partita sembra destinata ai tempi supplementari. Com’è ormai conclamato, gli Stati Uniti stanno cercando una via d’uscita avendo raggiunto un livello di consumo dei missili – sia d’attacco che intercettori (Patriot, ecc.) – tale da non consentire per il momento grandi offensive senza rischi di perdere uomini e mezzi in quantità politicamente inaccettabile per l’elettorato Usa.

Voci da Washington danno Trump ormai prossimo a «dichiarare vittoria» anche in assenza di risultati che vadano oltre la riapertura dello Stretto di Hormuz (che, ricordiamo, era sempre rimasto aperto e libero al transito fino all’attacco israelo-americano del 28 febbraio). Apertura peraltro contrattata direttamente tra i due paesi rivieraschi, ossia tra Iran e Oman, senza la partecipazione diretta di Washington.

Un risultato, quest’ultimo, che potrebbe certificare una fortissima riduzione dell’influenza statunitense nella Regione.

Ipotesi vista con terrore a Tel Aviv, dove sia Netanyahu che la cosiddetta «opposizione» sembrano pronti a riprendere l’attacco all’Iran anche da soli.

A prima vista sembra un mezzo suicidio, perché lo «scudo antimissile» israeliano, il celebrato «Iron Dome», utilizza ovviamente intercettori fabbricati dagli Stati Uniti. E se questi non ne hanno abbastanza per le proprie esigenze – anche le forniture a Kiev sono ormai al lumicino – non si vede come possano magicamente moltiplicarsi nella disponibilità di Israele.

Già un anno fa, infatti, la tattica di risposta iraniana aveva «saturato» le capacità difensive israeliane con ondate di droni economici e missili balistici di precisione, provocando danni seri su cui era stato posto il segreto militare.

E allora le basi e soprattutto i radar statunitensi nel Golfo erano pienamente operativi, consentendo così l’individuazione dei colpi in arrivo con un certo anticipo. Ora che quella rete è stata pesantemente danneggiata in oltre cinque mesi di guerra sembra difficile che l’Iron Dome possa mantenere le mirabolanti prestazioni vantate da Tel Aviv (anche a fini pubblicitari, per vendere software e sistemi militari).

E dunque? L’ipotesi principale è che tornando all’attacco di Teheran il governo israeliano voglia costringere gli Stati Uniti a riprender le ostilità anche controvoglia e assumendo rischi maggiori. In alternativa, però, si riaffaccia all’orizzonte la minaccia nucleare israeliana, perché sul piano della «guerra convenzionale» buona parte degli antichi vantaggi non ci sono più.

Fermare Israele è il problema del mondo intero, oramai. E persino dell’America, se non vuole veder crollare in poco tempo quanto resta della sua traballante egemonia.

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07/08/2026

Israele cancella le prove del genocidio a Gaza

Le IDF, insieme ad appaltatori civili israeliani, stanno conducendo un’operazione su vasta scala e organizzata per smaltire e rimuovere le macerie dai quartieri e dalle strutture che hanno distrutto nella Striscia di Gaza e trasferirle dalle aree sotto il loro controllo militare al di fuori della Striscia.

Questo avviene senza alcuna registrazione ufficiale delle quantità rimosse o supervisione indipendente, e prima che le commissioni investigative internazionali e locali abbiano avuto la possibilità di ispezionare, esaminare e documentare i siti. Questo rischia di distruggere prove cruciali del Genocidio e i resti delle vittime ancora disperse sotto le macerie.

Queste operazioni non fanno parte di sforzi umanitari organizzati per il salvataggio dei dispersi, la riapertura delle strade o la preparazione alla ricostruzione. Al contrario, Israele agisce unilateralmente all’interno di aree chiuse sotto il suo controllo militare, demolendo gli edifici rimanenti e poi frantumando, mescolando e trasportando le macerie prima che squadre forensi, esperti di prove e specialisti in ordigni inesplosi possano esaminare, documentare e preservare i siti, insieme alle prove e ai resti umani.

La Valutazione Rapida dei Danni e dei Bisogni di Gaza, pubblicata congiuntamente dalla Banca Mondiale, dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea nell’aprile 2026, ha stimato che circa 68 milioni di tonnellate di macerie siano sparse nella Striscia di Gaza, sulla base dei rapporti sui danni fino all’ottobre 2025. Questa cifra non tiene necessariamente conto dei danni causati da successive operazioni di demolizione e distruzione.

Secondo i suoi dati iniziali sul campo, l’Osservatorio Euro-Mediterraneo stima che almeno 10 milioni di tonnellate di macerie siano state rimosse, frantumate o spostate dai loro siti originali all’interno delle aree sotto il controllo militare illegale di Israele, che comprendono circa il 66% della Striscia di Gaza.

Circa 400 macchinari pesanti per scavo, demolizione, frantumazione e trasporto, gestiti da aziende civili israeliane sotto protezione militare, sono attivi nella Striscia di Gaza orientale e meridionale. Demoliscono le strutture rimanenti, frantumano le macerie dei quartieri distrutti e caricano i detriti su camion per trasportarli lontano dai siti originali.

Nelle ultime settimane, l’Osservatorio Euro-Mediterraneo ha monitorato quasi 100 camion israeliani al giorno che lasciavano la Striscia di Gaza con i detriti. Questi camion trasportano le macerie verso siti non specificati all’interno di Israele e più a Sud della Cisgiordania Occupata.

Le autorità israeliane non hanno fornito dettagli sulle quantità rimosse, sui percorsi effettuati, sui siti di destinazione o su come il materiale venga utilizzato. Non hanno inoltre consentito una supervisione indipendente dei processi di selezione, pesatura o trasporto. Questa mancanza di trasparenza rende molto difficile rintracciare il materiale trasportato, identificare prove o recuperare eventuali resti umani.

La rimozione sistematica delle macerie a questo ritmo nasconde le prove degli orribili crimini commessi da Israele a Gaza, in particolare quelli legati al Genocidio, come le esecuzioni sommarie e l’uccisione di civili disarmati. Questi siti necessitano di un esame accurato e di un’indagine penale approfondita prima di qualsiasi intervento che possa alterarne o cancellarne le caratteristiche.

I detriti sparsi nella Striscia di Gaza includono possibili luoghi di uccisioni illegali e bombardamenti che hanno preso di mira intere famiglie, nonché siti che si ritiene contengano fosse comuni o corpi sepolti all’interno di case, ospedali, rifugi e strutture civili distrutti.

Questi siti custodiscono prove fondamentali per identificare l’arma, la sequenza dell’attacco, la posizione della vittima e dell’attentatore, le distanze di tiro, la causa e le modalità della morte, nonché frammenti, proiettili, bossoli, tracce biologiche ed effetti personali.

La frantumazione, la miscelazione e il trasporto delle macerie possono cancellare prove, dettagli sulla posizione e collegamenti all’interno della scena del crimine. Questo processo interrompe anche la catena di custodia, rendendo potenzialmente impossibile risalire al luogo di raccolta delle prove o collegarle a un particolare incidente o vittima. Questo danno non può essere riparato da fotografie aeree o testimonianze successive, poiché l’indagine sui crimini internazionali richiede anche prove tangibili che possano essere esaminate, confrontate e legalmente verificate.

Queste operazioni rappresentano un rischio diretto per i resti di migliaia di persone scomparse, stimate dalla Protezione Civile di Gaza in circa 8.500 a luglio 2026. L’utilizzo di frantumatori e macchinari pesanti senza previa indagine forense e umanitaria potrebbe frantumare o disperdere i resti, mescolarli con le macerie e separarli da effetti personali e documenti vitali per l’identificazione delle vittime. Tale processo potrebbe anche comportare il trasporto dei resti in luoghi sconosciuti, che potrebbero in seguito diventare inaccessibili.

Questa condotta viola il diritto delle famiglie di conoscere la sorte dei propri cari scomparsi e di recuperare e seppellire i loro resti con dignità. È inoltre in contrasto con le norme internazionali che prevedono la ricerca dei defunti, la raccolta e la salvaguardia delle informazioni che li riguardano, nonché la loro corretta identificazione e registrazione.

Infine, la rimozione dei resti dai siti prima dell’indagine viola le linee guida delineate nel Protocollo del Minnesota sull’indagine sulle morti potenzialmente illecite. Questo protocollo pone l’accento sulla messa in sicurezza e la documentazione della scena, sulla raccolta delle prove preservandone la catena di custodia e sul recupero e l’esame dei resti con metodi scientifici che tutelino la dignità delle vittime e i diritti delle loro famiglie.

Le macerie nella Striscia di Gaza non comprendono solo detriti; includono proprietà private e pubbliche, materiali da costruzione essenziali come acciaio, pietra e cemento che possono essere riciclati e riutilizzati, nonché altri beni di valore necessari ai palestinesi per ricostruire le proprie case, strade e infrastrutture. Possono inoltre contenere documenti di proprietà, registri ufficiali e oggetti personali che fanno parte dei diritti e della memoria di individui e famiglie.

La rimozione di macerie dalla Striscia di Gaza e il loro sfruttamento commerciale senza il consenso o l’indennizzo dei proprietari possono, a seconda delle circostanze e dell’intento del sequestro, costituire confisca o saccheggio illegale. Tali atti sono vietati dal Diritto Internazionale Umanitario, in particolare dall’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra e dalle relative disposizioni dello Statuto di Roma.

Queste azioni si inseriscono in un quadro più ampio che comprende la demolizione di siti ritenuti contenenti fosse comuni, l’assalto e il danneggiamento di ospedali e strutture mediche sospettati di essere teatro di gravi crimini, la continua demolizione di edifici nelle zone controllate dai militari e gli attacchi contro i giornalisti palestinesi. Inoltre, agli investigatori internazionali e ai media indipendenti è stato impedito l’accesso alle aree più gravemente danneggiate.

Questa deliberata rimozione di prove avviene mentre la Corte Penale Internazionale sta ancora indagando sui crimini commessi in Palestina, oltre ad altri casi di competenza universale dei tribunali nazionali. La distruzione delle scene del crimine prima della conclusione delle indagini ostacola l’accertamento delle responsabilità legali e complica gli sforzi degli investigatori e dei procuratori internazionali per accertare i fatti, poiché prove cruciali potrebbero andare perdute una volta rimosse dalla Striscia di Gaza.

Inoltre, l’articolo 70, paragrafo 1, lettera c dello Statuto di Roma considera “la distruzione, la manomissione o l’interferenza con la raccolta di prove” come atti criminali che ostacolano la missione di giustizia della Corte Penale Internazionale, se commessi deliberatamente.

Il Procuratore della Corte Penale Internazionale dovrebbe indagare su queste azioni come deliberata interferenza con la raccolta di prove relative all’indagine in corso sulla situazione nello Stato di Palestina, che include anche la distruzione, il sequestro o il saccheggio illegali di proprietà.

La frantumazione e la rimozione su larga scala delle macerie non solo distruggono le prove, ma cancellano anche i confini territoriali, le fondamenta delle case, la rete stradale e le caratteristiche dei quartieri. Questo processo priva i palestinesi dei segni fisici della proprietà e del loro legame con la terra, rendendo più difficile per loro tornare e ricostruire le proprie comunità come erano un tempo.

Trasformare città e quartieri palestinesi, forzatamente spopolati, in spazi aperti e spianati sotto il controllo israeliano è un atto concreto che aggrava lo sfollamento e la Pulizia Etnica. Questo processo è inseparabile dal Colonialismo di Insediamento israeliano, che implica lo sradicamento dei palestinesi, la Cancellazione dei segni della loro presenza e la ridefinizione del territorio senza di loro.

Ciò pone le basi per gli sforzi di Israele volti a ristabilire gli insediamenti a Gaza e a sfrattare i residenti palestinesi, dando inizio a una nuova fase di Colonizzazione e al continuo diniego della terra e del Diritto al Ritorno.

La comunità internazionale, compresi il Consiglio di Sicurezza, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e gli Stati parte dello Statuto di Roma, deve intervenire con urgenza per fermare la rimozione e il trasporto sistematico di macerie dalla Striscia di Gaza.

Dovrebbe inoltre adoperarsi affinché squadre internazionali indipendenti di esperti forensi e investigativi penali abbiano accesso per valutare e documentare i siti di distruzione prima che avvenga qualsiasi ulteriore rimozione o trasporto, garantendo la conservazione delle prove materiali per assicurare alla giustizia i responsabili del Genocidio.

L’Osservatorio Euro-Mediterraneo esorta la comunità internazionale a spingere Israele a interrompere immediatamente e completamente tutte le attività di rimozione e trasporto di macerie. Ciò include la richiesta di informazioni dettagliate sui materiali trasportati, registri di pesatura, percorsi dei camion, destinazioni finali, nomi delle aziende e degli appaltatori, beneficiari, informazioni sui pagamenti, numeri di targa dei macchinari e dei camion e dati di tracciamento, nonché trasparenza in merito a qualsiasi vendita, riciclaggio o utilizzo commerciale dei materiali estratti da Gaza.

Inoltre, la rimozione di macerie o materiali riciclabili dalla Striscia di Gaza dovrebbe essere vietata fino a quando non sarà istituito un sistema palestinese e internazionale trasparente per la gestione di tali materiali. Questo sistema dovrebbe garantire che qualsiasi materiale trasportato illegalmente venga restituito o che il suo valore integrale venga risarcito ai proprietari. Inoltre, le macerie riutilizzabili dovrebbero essere destinate a progetti di ricostruzione locali che vadano a beneficio della popolazione palestinese e tutelino i diritti di proprietà individuali e pubblici.

Gli Stati in cui hanno sede le aziende o i produttori di macchinari coinvolti dovrebbero imporre la cessazione di qualsiasi azione che possa portare alla demolizione di proprietà, alla rimozione di prove o al sequestro di macerie. Devono inoltre conservare tutti i contratti, la corrispondenza e i dati operativi pertinenti e condurre indagini indipendenti sulla responsabilità dei propri dirigenti e dipendenti.

L’Osservatorio Euro-Mediterraneo sollecita l’adozione di misure mirate contro individui e aziende che siano risultati a conoscenza di queste attività illegali e vi abbiano partecipato, come l’esclusione dagli appalti pubblici, il congelamento dei beni e il perseguimento penale.

Qualsiasi sforzo di rimozione delle macerie o di ricostruzione nella Striscia di Gaza deve essere guidato dai palestinesi, coinvolgendo i residenti locali, i proprietari di immobili e le famiglie dei dispersi. Queste iniziative dovrebbero garantire la protezione delle prove, il recupero dei resti, la bonifica degli ordigni inesplosi, la selezione dei materiali pericolosi, il riutilizzo locale delle macerie, la conservazione delle mappe catastali e del tessuto urbano, e impedire che la ricostruzione venga utilizzata per consolidare il controllo o alterare la composizione geografica o demografica dell’enclave.

L’Osservatorio Euro-Mediterraneo ribadisce che un cessate il fuoco o gli accordi politici non cancellano i crimini né le relative prove. La ricostruzione e la rimozione delle macerie dovrebbero avvenire parallelamente alla conservazione delle prove, alla ricerca dei dispersi, al recupero dei beni, all’individuazione dei responsabili e alla garanzia del diritto delle vittime alla verità, alla giustizia e al risarcimento.

Fonte

06/08/2026

Insensibili al crescente numero di morti a Gaza

Le parole “ucciso”, “ferito”, “mutilato” e simili spesso perdono gran parte del loro significato quando vengono ripetute così incessantemente.

Prendiamo, ad esempio, un titolo come: “13 palestinesi uccisi a Gaza, altri feriti”. Sebbene molti di noi possano ancora provare un profondo senso di tristezza per una simile tragedia, la notizia stessa diventa meno scioccante col tempo.

Secondo i dati forniti dal Ministero della Sanità palestinese di Gaza, Israele ha ucciso e ferito complessivamente oltre 250.000 palestinesi dall’inizio del Genocidio nel 2023.

Il bilancio viene aggiornato quotidianamente perché le uccisioni non si fermano mai.

Il 23 luglio, sei palestinesi sono stati uccisi a Gaza. Il giorno prima, ne erano stati uccisi 13, e il giorno ancora prima altri nove, e così via.

È proprio questo “e così via” che, col tempo, ci fa perdere la percezione di ciò che queste tragedie comportano realmente. Si tratta di persone innocenti bruciate vive nelle loro tende, bombardate nelle loro auto o uccise mentre cercano di godersi un breve momento di tregua dal caldo torrido sulla spiaggia.

Tra i nove uccisi il 21 luglio, un’intera famiglia, compresi quattro bambini piccoli, è stata sterminata in un singolo attacco. Mentre si moltiplicano le notizie sul quotidiano massacro di palestinesi da parte di Israele a Gaza, i giornalisti troppo spesso trascurano di umanizzare le vittime.

Una foto che circola sui social media mostra tre di quei bambini: un ragazzino con una maglietta con la scritta “Santa Monica Beach”; la sorella con gli occhiali e una maglietta rosa, che tiene orgogliosamente in mano un attestato di merito scolastico; e la sorella più piccola, in posa dolce.

Questi tre rappresentano ogni singolo bambino palestinese ucciso dall’inizio di questo Genocidio. Secondo le Nazioni Unite e le stime internazionali, oltre 21.000 bambini sono stati uccisi a Gaza, e decine di migliaia sono rimasti mutilati o sepolti sotto le macerie.

Sebbene la normalità quotidiana delle uccisioni renda la tragedia meno scioccante per chi si limita a sentire le cifre, diventa infinitamente più tragica per chi la subisce direttamente. A Gaza, nessuna famiglia è stata risparmiata dalla perdita dei propri cari, e il dolore si acuisce giorno dopo giorno.

Non ci sono parole per descrivere il dolore collettivo di Gaza.

Ciò che rende la tragedia ancora più insopportabile è che il mondo intero sa cosa è successo e continua a succedere a Gaza, eppure non fa nulla per impedirlo. Monitoriamo i numeri, denunciamo la barbarie di Israele, condanniamo il fallimento delle istituzioni internazionali e scuotiamo la testa disperati.

Eppure il risultato rimane invariato: il bilancio delle vittime continua a salire e ogni giorno vengono generate nuove statistiche che ci ricordano la gravità della crisi.

Un rapporto congiunto del 23 luglio, redatto da FAO, UNICEF e Programma Alimentare Mondiale, ha rilevato che 1,4 milioni di palestinesi a Gaza soffrono di grave insicurezza alimentare.

Il rapporto ha inoltre avvertito che si prevede che oltre 74.000 bambini sotto i 5 anni necessiteranno di cure urgenti per malnutrizione acuta nel corso del prossimo anno.

Questo rapporto è stato pubblicato lo stesso giorno in cui le autorità sanitarie di Gaza hanno aggiornato il bilancio ufficiale delle vittime palestinesi, portandolo a oltre 73.311. Tale cifra è già più alta ora, poiché da allora sono state uccise altre persone.

Lo stesso giorno, Thameen Al-Kheetan dell’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (UN.OHCHR) ha dichiarato che “nessun luogo a Gaza può essere considerato sicuro”.

Questa affermazione è vera, naturalmente, ma è anche il fatto più noto al mondo in questo momento. Nessuno la contesta. Eppure, nessuno agisce: Israele continua a bombardare, il Congresso degli Stati Uniti continua ad assegnargli ulteriori armi e il resto del mondo segue con apprensione il bilancio delle vittime.

Nel frattempo, Israele, che ha preso il controllo di un territorio ancora più vasto a Gaza dopo il cosiddetto cessate il fuoco, sta costruendo imponenti barriere di terra che si estendono per circa 23 chilometri attraverso la Striscia.

Sebbene non sia mai stato giusto fin dall’inizio, nemmeno il piano originale di Trump per Gaza prevedeva la costruzione di confini interni, il furto di ulteriore territorio o la concentrazione di palestinesi sfollati in minuscole enclavi all’interno di un territorio già di per sé esiguo.

Il piano a lungo termine di Israele non è solo quello di mantenere un controllo militare permanente su Gaza, come dichiarato da alti funzionari israeliani, ma anche di prolungarne la sofferenza a tempo indeterminato.

Proprio mentre scrivo questo articolo, le notizie indicano che altri quattro palestinesi sono stati uccisi. È improbabile che il numero rimanga così basso; l’esercito israeliano raramente uccide in numeri esigui.

Ma anche questi piccoli numeri rappresentano esseri umani il cui dolore non può essere misurato con le statistiche, riassunto in dichiarazioni ufficiali o ridotto a titoli di giornale banali.

I sopravvissuti non si aggrappano alla vana promessa che il Diritto Internazionale prevalga sull’impunità garantita a Israele dagli Stati Uniti. La storia ha reso i palestinesi cinici. Per generazioni, attraverso ogni massacro e furto di terre dalla Nakba del 1948, l’attesa di giustizia non ha prodotto altro che vuote promesse e un numero crescente di vittime.

L’unica differenza tra il passato e il presente è che oggi sappiamo, vediamo e sentiamo esattamente cosa sta succedendo a Gaza e in tutta la Palestina.

Il minimo che possiamo fare è rifiutarci di voltare le spalle o di ridurre il Genocidio che si consuma sotto i nostri occhi a semplici numeri.

Se permettiamo che ciò accada, diventiamo anche noi colpevoli: Israele uccide, usando armi americane, mentre noi restiamo a guardare, contando i morti e scuotendo la testa di fronte alla triste situazione del mondo.

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26/07/2026

Israele tiene chiuso il corridoio medico con Gaza. I malati gravi non saranno trasferiti

La chiusura del corridoio medico tra Gaza e la Cisgiordania continua a trasformarsi, giorno dopo giorno, in una condanna per migliaia di malati che avrebbero la possibilità di essere curati a pochi chilometri di distanza.

Domenica la Corte suprema israeliana ha respinto la petizione presentata da cinque organizzazioni israeliane, Gisha, HaMoked, Medici per i Diritti Umani, Associazione per i Diritti Civili in Israele (ACRI) e Adalah, che chiedevano la riapertura del corridoio medico tra Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est.

Dal 7 ottobre 2023 Israele ha infatti bloccato i trasferimenti dei pazienti palestinesi verso gli ospedali della Cisgiordania occupata, interrompendo un sistema che per anni aveva consentito migliaia di cure specialistiche impossibili da effettuare nella Striscia.

La decisione dei giudici conferma la chiusura del corridoio e lascia senza prospettive di cure mediche migliaia di persone. La Corte ha inoltre “suggerito” che i pazienti vengano trasferiti in altri Paesi, una soluzione che le ong definiscono irresponsabile nonché irrealistica rispetto all’entità dell’emergenza.

Secondo i dati diffusi dalle organizzazioni umanitarie e dall’Organizzazione mondiale della sanità, sono almeno 18.500 i palestinesi di Gaza che necessitano di cure mediche urgenti fuori dalla Striscia, tra i quali 4.000 bambini.

Molti soffrono di tumori, gravi patologie cardiache, malattie rare o hanno riportato ferite gravissime durante la guerra che richiedono interventi specialistici impossibili da effettuare negli ospedali ormai al collasso di Gaza.

Si stima inoltre che almeno 1.500 pazienti siano già morti mentre attendevano l’autorizzazione al trasferimento. Oggi il numero delle evacuazioni mediche rappresenta appena il dieci per cento di quello registrato prima dell’ottobre 2023.

«La Corte suprema ha risposto in modo politico a una questione di carattere giuridico», ha dichiarato Milena Ansari, direttrice per i Territori occupati di Medici per i Diritti Umani. «Abbiamo esposto gli obblighi legali di Israele, l’urgente realtà umanitaria sul campo e le vite già perse in attesa di cure mediche. Nessuno di questi argomenti è stato confutato. Invece di affrontarli, la Corte ha scelto di scaricare la responsabilità su Stati terzi. In ogni caso, ciò non esonera Israele dai suoi obblighi».

Le organizzazioni ricorrenti ricordano che, in base al diritto internazionale umanitario e alla Quarta Convenzione di Ginevra, una potenza occupante ha il dovere di garantire alla popolazione civile sotto il proprio controllo l’accesso alle cure mediche.

Israele respinge questa interpretazione sostenendo di non esercitare più un’occupazione diretta della Striscia dopo il ritiro del 2005, una posizione contestata dalla gran parte degli organismi internazionali, comprese le Nazioni Unite, che continuano invece a considerare Gaza un territorio occupato per il controllo esercitato sui confini, sullo spazio aereo e sulle acque territoriali.

Prima della guerra, centinaia di malati oncologici, cardiopatici e pazienti pediatrici attraversavano non senza difficoltà il valico di Erez per essere ricoverati negli ospedali di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e in qualche caso anche in Israele.

Quel sistema è stato completamente interrotto dopo il 7 ottobre 2023. I trasferimenti verso Egitto, Giordania o altri Paesi, organizzati con il sostegno dell’Organizzazione mondiale della sanità e di altri organismi internazionali, riguardano soltanto un numero limitato di casi e restano largamente insufficienti rispetto ai bisogni della popolazione.

La decisione dei giudici della Corte Suprema è stata accompagnata da forti proteste anche da parte di alcuni medici israeliani. Michal Feldon, pediatra del Centro medico Yitzhak Shamir, ha definito l’udienza «una farsa di un regime fascista».

In un intervento pubblicato sui social ha denunciato la presenza nell’aula del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir accanto agli avvocati dello Stato e il rifiuto della Corte di ascoltare le testimonianze di cinque specialisti degli ospedali Shaare Zedek, Ichilov, Hadassah, Kaplan e Sheba.

I giudici hanno inoltre disposto la rimozione della relazione presentata dalla ginecologa statunitense Ambreen Sleemi, che ha lavorato per sei settimane nell’ospedale Nasser di Khan Younis. La dottoressa aveva documentato casi diffusi di malnutrizione tra le donne incinte, la cronica carenza di medicinali, antibiotici e sangue, neonati affetti da gravi malformazioni non curabili a Gaza, pazienti oncologici in attesa da mesi di un trasferimento e ferite infette che conducevano alla morte.

Secondo le organizzazioni ricorrenti, invece di valutare il contenuto della perizia, la Corte si è concentrata sulle critiche espresse dalla medica sui social nei confronti di Israele e delle sue forze armate.

Il sistema sanitario di Gaza continua intanto a collassare. La maggior parte degli ospedali è stata distrutta o gravemente danneggiata e quelli ancora funzionanti operano solo parzialmente, tra carenze croniche di elettricità, carburante, anestetici, farmaci essenziali e materiale chirurgico.

Le équipe mediche denunciano da mesi l’impossibilità di garantire non solo le cure specialistiche, ma spesso anche gli interventi d’urgenza. Per migliaia di pazienti, la possibilità di lasciare Gaza per essere curati rappresenta ormai l’unica speranza di sopravvivenza.

Per le organizzazioni umanitarie la priorità resta salvare i malati. «Le conseguenze della decisione del tribunale si misurano nella vita dei pazienti di Gaza in attesa di cure mediche urgenti», avverte Milena Ansari.

«Ogni giorno che il corridoio rimane chiuso, altri pazienti perdono la speranza di sopravvivere. Una potenza occupante è obbligata a garantire alla popolazione sotto il suo controllo l’accesso all’assistenza medica».

Fonte

22/07/2026

Porte aperte da Tel Aviv per la marcia dei coloni che vogliono occupare Gaza

Un lungo e fitto serpentone di auto e persone, molte delle quali armate, si è diretto il 19 luglio verso Gaza. Era la “Marcia delle Migliaia verso Gaza”, dei coloni israeliani che hanno l’obiettivo di rivendicare la piena occupazione della Striscia e che infatti si è svolta sotto lo slogan del “ritorno a casa dopo 21 anni” – in riferimento al ritiro deciso nel 2005 dall’enclave palestinese.

L’iniziativa è stata organizzata da Nachala, un movimento fascista e suprematista di coloni guidato da Daniela Weiss, diventata famosa per la promozione delle più terribili violenze contro i palestinesi della Cisgiordania. Ma in prima fila c’erano anche decine di parlamentari e il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir e quello delle Finanze Bezalel Smotrich, a dimostrazione che è tutto fuorché un’iniziativa marginale.

Su X, i toni usati dal profilo del gruppo per la manifestazione di un paio di giorno fa non lasciano spazio a interpretazioni: “oggi marceremo tutti insieme con una richiesta chiara: insediamoci nel Libano del Nord – ancora prima delle elezioni! Mettiamo il sigillo sul confine – insediamoci a Gaza ora!” L’orizzonte è dunque quello della “Grande Israele”, dell’espansionismo continuo dell’entità sionista.

Teoricamente, per tentare di contenere la situazione ed evitare ingressi illegali nell’enclave, l’IDF aveva dichiarato l’area periferica di Gaza una “zona militare chiusa”, un provvedimento temporaneo volto a blindare il territorio da Yad Mordechai, a nord, fino a Kerem Shalom, nell’estremo sud. Nei fatti, i coloni sono stati fatti passare senza troppe difficoltà attraverso i checkpoint militari, arrivando a ridosso del muro di filo spinato e delle telecamere che delimitano il confine con la Striscia.

A colpire, oltre alla macabra dimostrazione di cosa sia il colonialismo sionista che promuove esplicitamente la deportazione dei palestinesi, è soprattutto la sponda politica di cui gode la marcia. Non solo i ministri già citati, ma questa volta c’è stata anche l’adesione formale del Likud, il partito del primo ministro Benjamin Netanyahu.

“Bibi” continua a evitare i suoi problemi legali solo grazie alla tenuta di un governo che si regge sulla continuazione del genocidio con ogni mezzo necessario. Smotrich ha recentemente invitato il movimento dei coloni a mobilitarsi in vista delle prossime elezioni, sostenendo che il cambio delle forze al governo andrebbe a compromettere i risultati ottenuti durante l’attuale legislatura in materia di espansione degli insediamenti.

Intanto, continua l’assordante silenzio delle “democrazie” occidentali di fronte alla rottura continua del cessate il fuoco da parte delle forze di occupazione israeliane, che hanno anche allargato la propria zona di controllo nella Striscia ben oltre ciò che era stato pattuito. Sono una decina i morti palestinesi negli ultimi giorni, ma nessuna condanna si è sentita dai governi occidentali.

Parallelamente, la tensione è riesplosa anche in Cisgiordania, dove i coloni, protetti dall’IDF, hanno intensificato gli attacchi contro i villaggi palestinesi. Perché l’istanza genocida e coloniale è un progetto politico radicato e ampiamente rappresentato, non solo all’interno della maggioranza di governo di Tel Aviv, ma nella stessa società israeliana. Non c’entra nulla Hamas, non c’entra la strumentalizzazione delle passate persecuzioni: riguarda il suprematismo reso bandiera del paese.

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10/07/2026

Hamas scioglie il governo di Gaza

Il 6 luglio, Ismail al-Thawabta, direttore generale dell’ufficio stampa del governo di Gaza guidato da Hamas, ha annunciato lo scioglimento della struttura governativa della Striscia dopo circa 20 anni.

“Ci auguriamo che questo importante passo sul campo contribuisca a porre fine all’aggressione, a fermare il genocidio, a garantire il ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia di Gaza, a riaprire i valichi per consentire l’ingresso dei camion degli aiuti e a porre fine alla politica della fame”, ha dichiarato.

A prendere il posto del “Comitato d’emergenza” (com’era denominato il governo di Gaza di Hamas) dovrebbe essere il “Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza” (NCAG), un organismo tecnocratico gestito da Palestinesi – non dall’Autorità Nazionale Palestinese – e sostenuto dalle Nazioni Unite, creato a seguito della risoluzione 2803/2025, che istituiva anche l’ormai desaparecido “Board of Peace”.

A proposito di questo nuovo organismo governativo, al-Thawabta ha aggiunto che: “Tutti i dipendenti che lavorano nell’erogazione dei servizi sono dipendenti statali e sono pienamente preparati a lavorare sotto l’egida del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza”.

Nelle dichiarazioni di al-Thawabta non si fa alcun cenno né riguardo il disarmo unilaterale di Hamas, rispetto al quale l’organizzazione si è più volte detta indisponibile, né riguardo chi svolgerà le funzioni di polizia, le quali, al pari delle funzioni civili, appartengono all’ambito di azione attribuito al NCAG.

In una serie di post su X, il commissario capo del NCAH Ali Shaath ha affermato che l’organismo è “Pienamente preparato ad assumere le proprie responsabilità nazionali non appena saranno poste in atto le condizioni necessarie e le misure abilitanti per lo svolgimento del suo lavoro. Questi prerequisiti sono fondamentali per la creazione del contesto politico, amministrativo e di sicurezza necessario affinché il Comitato possa adempiere efficacemente alle proprie funzioni, in un modo tale da servire gli interessi di tutti i palestinesi nella Striscia di Gaza”.

Nel frattempo, come noto, l’occupazione sionista continua a espandersi, a uccidere e a creare le condizioni per la diffusione di infezioni ed epidemia nella Striscia di Gaza. Il bilancio dei Palestinesi trucidati dall’inizio della cosiddetta tregua nell’ottobre 2025 ha superato i mille e la porzione di territorio occupato è giunta ormai a circa il 70% dell’intero territorio dell’enclave.

Il Ministero degli Esteri dell’esecutivo nazisionista ha ovviamente dichiarato che lo scioglimento dell’organismo governativo di Hamas “Non è una strada verso la soluzione, perché ciò che Hamas sta cercando di fare è copiare il modello di Hezbollah”. Ciò che si chiede sono il disarmo e la smilitarizzazione della Striscia di Gaza. Un atto del genere, date le pratiche genocidarie messe in atto dal regime sionista, equivarrebbe al via libera per la “soluzione finale” per Gaza.

Dal canto suo, Hamas, con quest’atto, vuole eliminare – di fronte agli organismi internazionali e ai paesi dell’area – il maggiore alibi dietro cui si nasconde il perdurare dell’occupazione della Striscia e, in generale, tiene il fronte di Gaza isolato dal contesto regionale in trasformazione.

Il fronte libanese, ad esempio, essendo entrato a pieno titolo nel gioco negoziale legato allo Stretto di Hormutz, alle rappresaglie militari iraniane e alle pressioni diplomatiche esercitate dai paesi del Golfo sugli USA, ha visto almeno uno stop dell’avanzamento dell’occupazione.

Da questo punto di vista, attualmente, Gaza sembra fuori dai giochi, se non del tutto dimenticata, nonostante sia implicitamente citata nel primo punto del “memorandum of understanding” (in cui si parla di “cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano”).

Si spera, in definitiva, che il subentro di un organismo neutro a Gaza possa costituire un passaggio tattico funzionale a far rientrare l’enclave nella nuova “architettura di sicurezza” più sfavorevole all’imperialismo che sta scaturendo nel quadrante dell’Asia Occidentale, dopo il pessimo esito della guerra degli USA contro l’Iran.

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07/07/2026

Uomini e no

Questa foto sarà in tutti i libri di storia. La foto del medico di Gaza che si para contro i carri armati dell’esercito per impedire loro di distruggere l’ultimo ospedale funzionante nella Striscia.

Secondo i dati ufficiali delle Nazioni Unite, il bilancio del personale medico ucciso a Gaza ha superato quota 1.700.

Uno studio pubblicato sull’European Journal of Public Health di Oxford University Press a inizio 2026 ha documentato come il rischio di morire per un medico – e per un giornalista – a Gaza non ha pari in nessun contesto storico o geografico ed è nettamente e sproporzionatamente più elevato rispetto a quello della popolazione civile generale (“Mortality risk for healthcare workers and journalists in the Gaza Strip over 2023–24”)

I medici, come i giornalisti, a differenza dei civili, non muoiono solo nei bombardamenti a tappeto e certamente non sono vittime accidentali, “danni collaterali”. Sono proprio l’obiettivo, sono nel mirino dei cecchini e dell’esercito che ha bombardato tutti e 36 gli ospedali della Striscia al fine di distruggere l’intero sistema sanitario e provocare così la morte di quante più persone possibili: feriti, denutriti, malati cronici.

Un dato per comprendere gli effetti della distruzione intenzionale e sistematica delle strutture ospedaliere e della mancanza di farmaci e cure è l’impatto sull’assistenza prenatale resa quasi impossibile. L’accesso ai servizi ginecologici e ostetrici è ridotto al minimo. Gli aborti spontanei sono triplicati e il tasso di natalità è crollato del 67%. Oxfam lo definisce un “genocidio riproduttivo”.

Infinite sono le testimonianze documentate dell’uccisione a sangue freddo di medici disarmati, di ambulanze bombardate per impedire che soccorressero i feriti.

Il caso più celebre è quello della bambina di 5 anni Hindi Rajab, rimasta intrappolata per ore in un’auto sotto i cadaveri dei suoi familiari e morta dopo aver passato ore al telefono con i soccorritori implorando aiuto. L’ambulanza che stava andando a soccorrerla è stata deliberatamente bombardata.

Non è un caso isolato. Il 23 marzo 2025 le Nazioni Unite e la Croce Rossa hanno denunciato e documentato il ritrovamento dei corpi di 15 operatori sanitari uccisi dall’esercito israeliano e successivamente sepolti con le loro ambulanze sotto la sabbia. Israele ha prima negato poi ammesso e promesso come sempre promette un’indagine interna che come sempre si è conclusa senza condanne e colpevoli.

Ai medici uccisi e feriti si aggiungono le centinaia di medici arrestati e torturati senza processo, capo d’accusa, diritto alla difesa, nella totale illegalità costituita dal sistema carcerario e dalla giustizia israeliana secondo i parametri del diritto internazionale. Attualmente sono più di 80 i medici detenuti senza processo e imputazione formale.

Tra loro c’è l’uomo della foto: il dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale pediatrico Kamal Adwan fino al nel dicembre 2024, quando l’esercito israeliano ha preso di mira l’ospedale – l’ultimo che era rimasto funzionante nel nord della Striscia – ordinandone l’evacuazione.

Abu Safiya, disarmato, era andato incontro ai carri armati, camminando tra le macerie per chiedere all’esercito di fermare i colpi. I soldati lo hanno prelevato e da allora è detenuto senza processo e capo d’accusa. Tecnicamente, rapito, ostaggio.

Dal 3 giugno 2026 Abu Safiya è detenuto in isolamento, una misura che si protrae molto oltre 15 giorni consecutivi, il limite stabilito dalle “Regole Mandela” del diritto internazionale, le regole minime standard delle Nazioni Unite per il trattamento dei detenuti. Un isolamento di questa durata costituisce una violazione del divieto di tortura e di altri maltrattamenti.

Il 16 Giugno, la Corte suprema israeliana ha però stabilito che il dottor Abu Safiya resterà in carcere almeno fino a Ottobre. Le sue condizioni di detenzione, denuncia Amnesty, così come quelle di altre persone, sono estremamente precarie: è confinato in una cella sotterranea, non ha accesso alle cure mediche e le quantità di cibo sono misere. Abu Safiya ha perso 40 chili.

IL 2 luglio il suo avvocato è finalmente riuscito a incontrarlo, nel carcere di Nitzan. Il legale ha raccontato di come Abu Safiya abbia subito torture e percosse, ripetuti colpi alla schiena, al collo e al volto.

«Mi hanno portato qui per uccidermi, questa è l’ultima volta che mi vedrai», gli ha detto il medico, la cui colpa, agli occhi di Israele, non è solo quella di curare i feriti ma quella di aver lanciato l’allarme sulla grave malnutrizione dei bambini di Gaza per la mancanza di latte materno.

Per Medici Senza Frontiere, A Gaza, la malnutrizione colpisce in modo devastante fino a 7 madri su 10 in gravidanza e in allattamento. Una condizione che si ripercuote direttamente sui neonati: si registra il 90% di parti prematuri. Il 91% dei neonati malnutriti è a rischio di ritardi nella crescita e nello sviluppo.

Anche l’associazione israeliana Physicians for Human Rights ha dichiarato che la vita di Abu Safiya è in pericolo immediato e ne chiede la liberazione.

Nei commenti, un link a una pagina con tre mail già scritte e documentate che chiedono alle istituzioni di prendere posizione: una per gli psichiatri, una per i medici in generale e una per chiunque, indirizzata a redazioni e parlamentari. Scrivete, facciamo pressione, facciamo girare questo appello.

C’è una collina, in Israele, dalla quale si vede Gaza, la collina di Sderot. Gli israeliani ci vanno a fare i pic-nic mentre osservano la distruzione di Gaza. Pagano pochi spicci per guardare dal binocolo e godersi lo spettacolo degli ospedali in macerie, delle colonne di fumo, delle città rase al suolo.

Quanto a noi, ci sono solo due posti dove possiamo stare, con il cuore, con la testa. Su quella collina in Israele o tra le macerie di Gaza. Non c’è un terzo spazio, non c’è un’altra posizione, un’altra postura che non sia a difesa di chi muore sotto le macerie, di chi muore per mancanza di cibo e cure, di chi muore prima di nascere. Sei con loro o sei su quella collina, voltato di spalle ma su quella collina, a banchettare durante il genocidio.

Teniamoci stretti.

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03/07/2026

L’ombra dell’impunità sul Board of Peace, a discapito dei palestinesi

La Risoluzione n. 2026/3 del Board of Peace, l’organismo voluto da Donald Trump per demolire l’ONU ma avallato dallo stesso Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sembra voler mettere su carta quel che viene denunciato da tempo, ovvero che si tratta dell’ennesimo organismo coloniale, pensato per istituzionalizzare la pulizia etnica dei palestinesi e trasformare Gaza secondo i desideri di Washington e Tel Aviv.

La Risoluzione – documento classificato come “sensibile ma non riservato” – è stato visionato dal quotidiano britannico The Guardian, che ne ha evidenziato gli elementi più controversi. Sono in particolare due i nodi che preoccupano: la larghissima immunità legale che verrebbe concessa ai membri del Board e a chi lavora con esso, e la possibilità di confisca illegale di beni e terreni dei palestinesi.

L’immunità di cui si parla nel testo è definita come la facoltà di sottrarsi a “qualsiasi arresto, detenzione o procedimento legale presso i tribunali o altre entità a Gaza”. Tale tutela coprirà anche personale quale forze militari internazionali, esperti tecnici palestinesi e, soprattutto, i contractor privati non residenti a cui verranno affidati i colossali appalti per la rimozione delle macerie, la sicurezza e la ricostruzione edilizia.

Il giusto timore che è stato sollevato è che la Risoluzuone vada a creare un “mostro” giuridico, che opererà al di fuori del diritto internazionale e che chiuderà non uno, ma due occhi, sui continui abusi che subiranno i palestinesi. L’unico a poter revocare l’immunità sarebbe il presidente del Board, con l’approvazione della maggioranza del suo consiglio esecutivo.

È bene ricordare che si tratta di una struttura di potere verticistica e blindata, in cui siedono il genero di Trump, Jared Kushner, l’inviato speciale Steve Witkoff, il Segretario di Stato USA Marco Rubio, e anche l’ex premier britannico Tony Blair. Insomma, solo il “re” e la sua “corte” potranno decidere cosa è legale e cosa no a Gaza.

Il documento, poi, stabilisce che per portare a termine i compiti del Board of Peace possono essere “forniti gratuitamente locali e strutture pubbliche necessari per il compimento delle missioni a Gaza”. Per molti analisti e organizzazioni internazionali, questo ambiguo passaggio apre la strada alla confisca unilaterale di proprietà palestinesi senza alcuna forma di consenso, indennizzo o possibilità di ricorso.

In pratica, si tratta della continuazione della prassi israeliana, ma sancita come regola di un organismo internazionale. Con l’aggiunta che, così come successo nelle vicende post-belliche in Iraq e Afghanistan, la privatizzazione e la militarizzazione delle attività di ricostruzione e degli aiuti andrà a beneficio di varie imprese stelle-e-strisce. Nei casi sopra citati, sono stati tanti ed enormi gli scandali di corruzione, gli abusi e persino gli omicidi di civili, senza mai davvero raggiungere giustizia.

Il Board of Peace non ha fatto commenti specifici sulla Risoluzione, ma in un comunicato è stato scritto che “qualsiasi insinuazione secondo cui questo processo sia concepito per creare illegalità o impunità è errata, fuorviante e ribalta completamente la questione” che è trattata dalla Risoluzione.

Essa non è ancora entrata in vigore, perché serve la firma dell’Alto Rappresentante per Gaza, parte del Board, il diplomatico bulgaro Nickolay Mladenov. Secondo le fonti del Guardian, egli ha incontrato al Cairo alcuni amministratori palestinesi selezionati dal Board, ma non avrebbe ancora condiviso la bozza della Risoluzione.

La quale, forse, non avrà approvazione immediata, ma il cui testo esprime un chiaro attacco al diritto internazionale, anche se nel “democratico” Occidente i capi di stato rimangono in silenzio...

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26/06/2026

Gaza muore, il mondo discute come dirlo

“Siamo l’unico popolo nella storia costretto ad essere testimone del proprio genocidio e poi a controllare ciò che diciamo per non ferire i sentimenti di chi lo sta compiendo”: la frase di Susan Abulhawa che smaschera il silenzio occidentale su Gaza. 

“I palestinesi devono perfino misurare il proprio dolore”. Le parole della scrittrice palestinese Susan Abulhawa condensano la frattura morale di questo tempo: un popolo massacrato sotto gli occhi del mondo e costretto persino a giustificare la propria sofferenza.

Ci sono frasi che non chiedono interpretazioni. Arrivano dritte, nude, impossibili da addomesticare. Susan Abulhawa ne ha pronunciata una che pesa come una condanna morale contro il nostro tempo: “Siamo l’unico popolo nella storia costretto ad essere testimone del proprio genocidio e poi a controllare ciò che diciamo per non ferire i sentimenti di chi lo sta compiendo”.

Dentro queste parole c’è tutta la tragedia palestinese. Non soltanto la morte. Non soltanto le macerie. Non soltanto i bambini sepolti sotto il cemento di Gaza. C’è qualcosa di ancora più profondo: l’obbligo continuo imposto ai palestinesi di rendere il proprio dolore accettabile agli occhi dell’Occidente.

È questo il paradosso feroce che attraversa da mesi il dibattito internazionale. Migliaia di civili palestinesi uccisi, ospedali distrutti, interi quartieri cancellati, giornalisti e operatori umanitari massacrati. Eppure, ogni volta che qualcuno usa parole troppo dure contro il governo Netanyahu, il centro della discussione sembra spostarsi immediatamente dalla tragedia palestinese al fastidio di chi viene accusato.

Come se il problema non fossero i corpi mutilati di Gaza, ma il tono di chi li racconta.

Ed è qui che la frase di Susan Abulhawa colpisce nel punto esatto in cui l’ipocrisia occidentale prova ancora a nascondersi. Perché ai palestinesi viene chiesto continuamente equilibrio mentre vivono sotto le bombe. Moderazione mentre scavano tra le macerie per recuperare i propri figli. Prudenza linguistica mentre il loro territorio viene devastato davanti alle telecamere del mondo intero.

Nessun altro popolo massacrato nella storia contemporanea è stato costretto a giustificare in tempo reale perfino il proprio diritto alla rabbia.

Intanto il governo Netanyahu continua a presentare ogni critica come estremismo, antisemitismo o propaganda anti-israeliana. Una strategia che negli anni ha finito per paralizzare una parte enorme del dibattito pubblico occidentale. Molti governi europei parlano di “preoccupazione”, di “equilibrio”, di “diritto alla difesa”, ma evitano accuratamente parole che potrebbero trasformarsi in conseguenze politiche reali.

E così il risultato è sotto gli occhi di tutti: Gaza continua a morire mentre il mondo discute soprattutto del linguaggio con cui raccontarla.

Susan Abulhawa, invece, rompe quel filtro. Non addolcisce nulla. Non cerca formule diplomatiche. Nomina direttamente la frattura morale di un sistema internazionale che sembra pretendere dalle vittime una compostezza quasi rituale, mentre chi detiene il potere militare continua ad agire nell’impunità.

È anche per questo che le sue parole stanno circolando ovunque. Perché non parlano soltanto della Palestina. Parlano della crisi morale dell’Occidente. Del modo in cui certe vite vengano considerate degne di protezione assoluta e altre continuamente subordinate, relativizzate, spiegate, ridimensionate.

E forse è proprio questo che oggi spaventa di più il governo israeliano e i suoi alleati politici: il fatto che milioni di persone nel mondo abbiano ormai smesso di guardare Gaza attraverso i filtri della propaganda.

Perché quando un popolo arriva a dire di dover perfino “controllare ciò che dice” mentre assiste alla propria distruzione, significa che il problema non è più soltanto militare o geopolitico. Diventa umano. Universale. Insostenibile.

Fonti principali:

– Dichiarazioni pubbliche della scrittrice palestinese Susan Abulhawa
– Rapporti ONU sulla situazione umanitaria a Gaza
– Amnesty International
– Human Rights Watch
– Reuters, Associated Press, Al Jazeera, BBC

Nota editoriale:

Questo articolo rielabora dichiarazioni pubbliche, analisi giornalistiche e rapporti internazionali relativi alla situazione umanitaria nella Striscia di Gaza e al dibattito internazionale sul conflitto israelo-palestinese. Le valutazioni espresse rientrano nel diritto di cronaca, analisi e critica politica tutelato dall’articolo 21 della Costituzione italiana e dall’articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU).

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25/06/2026

“Bambini a Gaza presi di mira deliberatamente, è parte del genocidio”

Le autorità e le forze di sicurezza israeliane hanno deliberatamente preso di mira i bambini palestinesi, perpetrando atti che equivalgono a genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra nella Striscia di Gaza, oltre a gravi crimini di guerra nella Cisgiordania occupata.

È la durissima e dettagliata accusa formulata dalla Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati e Israele, all’interno di un nuovo e corposo rapporto interamente focalizzato sulle violazioni sistematiche contro i minori dal 7 ottobre 2023 a oggi.

Secondo gli investigatori dell’ONU, l’uccisione intenzionale di minori non rappresenta un danno collaterale delle operazioni militari, bensì un elemento cardine della strategia bellica sionista, dalla quale risulta l’esistenza di un vero e proprio intento genocidario da parte dei vertici di Tel Aviv.

La commissione evidenzia come i bambini siano stati colpiti direttamente e sistematicamente anche in contesti teoricamente protetti: durante le evacuazioni forzate, all’interno dei rifugi, nelle zone dichiarate “sicure”, presso i centri di distribuzione degli aiuti umanitari e persino successivamente all’entrata in vigore dell’accordo di cessate il fuoco nell’ottobre del 2025.

“Le prove dimostrano che i bambini palestinesi sono stati deliberatamente presi di mira e uccisi dalle forze di sicurezza israeliane”, ha dichiarato Srinivasan Muralidhar, presidente della Commissione d’inchiesta, a commento della pubblicazione. Muralidhar ha poi aggiunto: “prendendo di mira i bambini, Israele attacca la capacità stessa del popolo palestinese di esistere e di determinare il proprio futuro”.

La chiarezza dell’intento genocidiario è in un qualche modo confermata anche dal fatto che, in questa escalation, i minori uccisi sono stati molto più delle pur sempre sanguinose operazioni di massacro degli anni precedenti. Il superamento delle soglie statistiche dei precedenti conflitti viene attribuito dalla Commissione ONU all’uso sistematico e continuativo di munizioni ad altissimo potenziale distruttivo ed esplosivi a largo raggio d’azione in quartieri residenziali a densità abitativa estrema.

Si tratta, dunque, di un modus operandi che dimostra la ricerca del massimo danno ai civili, o in altre parole la volontà di commettere una strage. Gli investigatori ritengono che i minori siano stati presi di mira collettivamente poiché le forze israeliane considerano l’intera popolazione civile di Gaza come intrinsecamente associata e complice di Hamas e degli altri gruppi armati.

Oltre alla violenza delle armi, il rapporto descrive condizioni di vita intollerabili imposte deliberatamente alla popolazione civile, configurando il crimine di sterminio e l’uso della fame come arma di guerra. Il blocco quasi totale degli aiuti umanitari, del cibo e dei medicinali essenziali ha provocato una malnutrizione diffusa e patologie gravi, traducendosi in traumi psicologici permanenti e decessi del tutto prevenibili.

Sotto la lente dell’ONU sono finiti anche gli attacchi incessanti contro le infrastrutture sanitarie e i reparti di maternità, che hanno stroncato sul nascere la sopravvivenza dei neonati, provocando al contempo un picco drammatico nel tasso di aborti spontanei tra le donne incinte. Sul fronte educativo, la distruzione o il grave danneggiamento di oltre il 97% delle scuole della Striscia ha di fatto cancellato il diritto all’istruzione per un’intera generazione.

Il dossier delle Nazioni Unite non si limita a Gaza, ma estende la denuncia alla Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est, dove si registra una spaventosa escalation di violenze perpetrate dai coloni israeliani e dall’esercito ai danni dei minori palestinesi. La Commissione ha raccolto prove documentali e testimonianze dirette di torture sistematiche, abusi fisici e violenze sessuali o di genere durante le campagne di arresti di massa e la detenzione.

Moltissimi adolescenti, in particolare ragazzi, sono stati sottoposti a trattamenti degradanti continui, tra cui denudamenti forzati, percosse brutali e privazione del cibo. Condotte che, secondo le conclusioni dei giuristi internazionali, integrano a tutti gli effetti i crimini contro l’umanità di tortura e altri atti disumani volti a causare gravi sofferenze fisiche e mentali.

Ovviamente, la reazione propagandistica di Israele è stata immediata. La missione diplomatica dello Stato sionista presso le Nazioni Unite ha respinto in toto le conclusioni del testo, definendolo come un ennesimo rapporto diffamatorio di un organismo giudicato di parte. Per Israele le conclusioni della Commissione sono una calunnia, mentre Tel Aviv continua a millantare di impegnarsi nel ridurre al minimo i danni verso i minori.

La colpa, ancora una volta, viene fatta ricadere su Hamas e sull’utilizzo di scudi umani. Basterebbe ricordare che questo tipo di violenze sono continuate anche durante il cessate il fuoco per smontare la debole posizione israeliana. Dalle cancellerie occidentali, invece, rimane ancora assordante il silenzio, anche di fronte a questa nuova indagine.

Già nel settembre 2025 la Commissione d’inchiesta aveva decretato la sussistenza del crimine di genocidio a Gaza. Oggi questo dato di fatto viene riportato all’attenzione internazionale con un focus sulla presa di mira sistematica dei bambini. La mancanza di misure concrete esplicita, se mai ce ne fosse ancora bisogna, la complicità di chi sta ancora sostenendo e armando Israele.

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09/06/2026

Guerra o no, questo è il confine

La guerra è un rasoio, lo ripetiamo. È la principale contraddizione del presente, separa nettamente e senza possibilità di mediazione chi ha interesse alla pace (con tutte le conseguenze sul possibile benessere dei popoli) e chi pensa solo al dominio suprematista su qualcun altro.

“Destra” e “sinistra” si definiscono insomma a partire dalle politiche che portano alla guerra e quelle che invece la impediscono. Il resto sono “chiacchiere e distintivo”, richiami verbali ad un mondo di “valori” che hanno un senso, ma solo se la guerra viene fermata, perché non stanno in piedi da soli.

Nelle ultime ore è diventato di solare evidenza che il mondo ha molti problemi, ma uno è diventato ormai un tumore gigantesco e mortifero: Israele e il suo link con “l’America”. Non che prima fosse molto diverso, certo, ma anche la gestione dell’egemonia di questa “coppia di fatto” sul resto dell’Occidente ed il Mondo viaggiava su binari che ne occultavano in buona parte gli aspetti più orrendi.

Per intendersi, il “diritto a difendersi” è ormai una frase per svicolare davanti alla realtà del genocidio a Gaza, delle bombe al fosforo e persino all’azzeramento di ospedali e cimiteri in Libano, alla tortura e allo stupro dei prigionieri nelle carceri di Tel Aviv. E si potrebbe andare avanti a lungo... 

L’invasione del Libano ha insomma le stesse modalità applicate a Gaza, ed era stato anche dichiarato come tale dal sedicente “ministro della difesa” Katz prima di iniziare l’attacco.

Costringere la popolazione alla fuga in massa è “pulizia etnica”. Programmare l’impossibilità del suo ritorno, cancellarne la memoria fisica sul territorio (cimiteri, archivi, luoghi di culto, scuole, case), sono operazioni che da sole e nel loro insieme sono classificate come genocidio nella Convenzione Onu del 1948, elaborata a partire dall’orrore della Shoah e per impedire che si ripetesse.

Inutilmente, certo. Ma per questo quel che sta avvenendo è più grave, non meno. Perché fa regredire tutto, fino all’abisso da cui si era usciti 80 anni fa.

Nell’evoluzione della guerra doppiamente “triangolare” tra Usa, Israele e Iran (che riguarda però i territori di Israele, Iran e Libano) siamo arrivati al punto in cui la definizione di un accordo sembra possibile tra Washington e Teheran, ma non con Tel Aviv. Perché riguarderebbe soltanto questi ultimi due paesi, ma non il Libano.

Il che dovrebbe essere “intollerabile” per chiunque visto che non si può lasciare un paese sovrano, una popolazione di fatto senza esercito, alla mercé di un colonialismo criminale e genocida. Ma soltanto l’Iran – per motivi di confessione religiosa e di interessi strategici – ha mosso fisicamente un passo per dire basta, lanciando una salva di missili come “avvertimento”.

Il messaggio è stato così chiaro da essere compreso perfino da Trump, per la prima volta obbligato a chiedere a Netanyahu di “non rispondere”. Inutilmente.

E subito dopo a minacciare “Bibi” – per finta, sicuramente, e ad uso interno, vista la crescente impopolarità di questa guerra e della stessa Israele – “Farai meglio a stare attento; o ti troverai ad agire da solo”.

Non accadrà, è sicuro. Ma che l’indicibile – ovvero la separazione degli interessi immediati tra i due centri di comando dell’imperialismo occidentale – sia stato nominato, dà la misura della gravità della situazione.

Come è costretto ad ammettere persino Barak Ravid – il “giornalista” di Axios con un passato da ufficiale nell’“Unità 8200” dell’Idf“Bibi ha bisogno che la guerra continui per rimanere politicamente vivo in Israele, e Trump ha bisogno che la guerra finisca per rimanere politicamente vivo negli Stati Uniti”.

La divergenza degli interessi si va definendo e radicalizzando, nonostante la fondamentale sintonia geostrategica. E coinvolge non solo “i capi”, ma la politica e la struttura sociale. Sia di questi due paesi che dell’intero Occidente imperialista.

Basta vedere la comune rovina delle classi dirigenti in ogni angolo di questa parte di Mondo, che continua a ragionare da “vecchio colonialista”, come se il resto fosse solo terra di conquista a basso prezzo, rifiutandosi di prendere atto della nuova realtà globale.

Lo sfaldamento degli assetti istituzionali anglosassoni (Usa e Gran Bretagna) va assumendo proporzioni imbarazzanti e non nascondibili, ormai al centro di riflessioni analitiche molto preoccupate. Germania e Francia stanno anche peggio, per non parlare di casa nostra. Persino in Israele l’impasse è palese.

Ovunque possiamo notare l’indistinguibilità reale tra “governo” e “opposizione” proprio a proposito della guerra. E se nel cuore dell’impero un briciolo di differenza può essere rilevata (sul piano dei costi economici, non certo dei “valori ideali”), altrove è buio fitto.

A Tel Aviv l’“opposizione di sinistra” critica Netanyahu “da destra”, lamentando “l’asservimento agli Stati Uniti”... che vorrebbero farla finita con questa guerra per dedicarsi ad altre. Più guerra, insomma, e magari anche usando l’atomica... 

Quasi come in Italia, dove il PD rimprovera a Giorgia Meloni di non esser stata presente al patetico “vertice dei volenterosi” di Londra, che voleva programmare – come un anno prima, peraltro – una finta “proposta di pace” per la guerra in Ucraina al solo scopo di poter inviare truppe Nato sul terreno per estendere il conflitto a tutta Europa.

Solo in Francia si può apprezzare una reale opposizione di merito alla guerra e alle scelte antipopolari che si porta dietro quanto a politica economica, grazie a La France Insoumise.

“Destra” e “sinistra” si distinguono davvero, se si vuole. Ma solo se si prende posizione contro la guerra e chi la vuole.

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Dobbiamo credere che l’IDF abbia violentato prigionieri palestinesi con l’ausilio di cani?

Molti stanno leggendo con orrore e incredulità l’articolo di Nicholas Kristof (1) pubblicato sul New York Times, intitolato “Il silenzio che accompagna lo stupro dei palestinesi”. È davvero possibile che numerosi prigionieri palestinesi detenuti nelle strutture dell’IDF siano stati sottoposti ad abusi sessuali con l’ausilio di cani? Sembra una storia inventata, proprio come l’accusa secondo cui Israele avrebbe prelevato organi dai palestinesi deceduti senza il consenso delle loro famiglie, per poi cercare di insabbiare il tutto (*).

Il dibattito che ne è seguito mi ha riportato alla mente le conversazioni che avevo da ragazzo in Israele riguardo alla propaganda araba. Questa è la mia storia personale di quel periodo – vi prego quindi di avere pazienza.
 
Il caso dell’autobus 300

Nel 1984, alcuni terroristi palestinesi (**) dirottarono un autobus (“Autobus 300”) e tentarono di condurlo, insieme ai passeggeri, a Gaza. L’IDF riuscì a fermare l’autobus, a fare irruzione con i commando e a liberare tutti gli ostaggi con una sola vittima. Durante l’operazione, due dei quattro dirottatori furono uccisi. Ciò che fu tenuto segreto per un breve periodo fu che due di loro erano stati catturati vivi. Furono poi picchiati a morte non lontano dal luogo dell’accaduto.

Il fatto divenne noto piuttosto rapidamente, poiché dei giornalisti li avevano visti vivi. I responsabili mentirono e negarono per anni, nonostante i molteplici sforzi del sistema giudiziario per scoprire la verità. L’episodio ebbe ripercussioni su tutto il sistema politico, giudiziario e di sicurezza israeliano. Alla fine, l’opinione pubblica venne a sapere che:

Il capo del GSS (Shin Bet) Avraham Shalom aveva mentito e aveva istruito i testimoni nel tentativo di implicare un generale dell’IDF nell’uccisione extragiudiziale.

Diversi membri del GSS e altre persone presenti ai fatti avevano condotto i due uomini in un luogo isolato e li avevano picchiati a morte con pietre e sbarre di ferro.

Alti politici erano implicati, sebbene non fossero stati condannati per alcun reato. Il primo ministro Yitzhak Shamir per aver ordinato l’uccisione, il ministro della Difesa Moshe Arens per essere stato presente sul luogo e aver mentito al riguardo, il presidente Chaim Herzog per aver graziato gli assassini NONCHE’ coloro che avevano mentito ai giudici istruttori.

Il procuratore generale di Israele Yitzhak Zamir fu licenziato per aver insistito su un’indagine giudiziaria.

L’Alta Corte di Giustizia di Israele approvò una misura che all’epoca costituiva una novità: la concessione di grazia preventiva agli agenti del GSS noti per aver commesso l’omicidio, prima che potessero essere formulate le accuse. (Questo è ciò che Trump sta chiedendo al presidente israeliano Herzog di fare per Netanyahu).

Le rivelazioni emerse da questo episodio portarono all’istituzione della Commissione Landau, un organo ufficiale che alla fine legalizzò e regolamentò l’uso della tortura da parte delle forze di sicurezza.

In ogni fase di questa vicenda pluriennale ci sono stati tentativi di insabbiamento, che però non sono riusciti a impedire che la verità venisse a galla. Ma ci sono stati anche tentativi di eludere la responsabilità legale, che hanno avuto successo. La vicenda mi segnò profondamente; nel 1984 avevo 15 anni e stavo iniziando a leggere le notizie. È stato solo grazie a testate (commerciali) di sinistra come Hadashot, Al-Hamishmar e HaOlam Hazeh che i fatti furono portati alla luce.

Mamma: “Smettila di fidarti della propaganda araba”

Man mano che crescevo, altri giornali avevano trovato la strada per arrivare a me. Si trattava di testate esplicitamente di sinistra come Zu Haderech (Partito Comunista Israeliano), Matzpen (Organizzazione Socialista in Israele) e Derekh HaNitzotz. Riferivano degli abusi che avvenivano in Libano, nei Territori Occupati e tra i palestinesi che vivevano in Israele. Era ciò che ci si poteva aspettare: omicidi, torture, detenzioni senza processo, confisca di terre, violenze da parte dei coloni e così via.

Quando cercavo di discutere con mia madre di ciò che venivo a sapere, lei scuoteva la testa e mi diceva che non si può credere agli arabi. Secondo lei, essi sono culturalmente e politicamente predisposti a mentire. Praticamente qualsiasi cosa proveniente da una fonte araba è probabilmente propaganda. Sebbene alcune delle notizie riportate dalla stampa di sinistra raggiungessero un vasto pubblico in Israele, non accadeva per la maggior parte di quel tipo di notizie.

L’opinione pubblica ebraica israeliana si divideva principalmente in tre categorie: chi non sapeva, chi non se ne curava o chi era contento che fosse successo. Ah, i bei vecchi tempi. Era davvero un’epoca più innocente.

Un bel giorno del 1985 il padre della mia ragazza ci stava accompagnando in auto da qualche parte. Sapeva che stavo diventando di sinistra e non ne era troppo felice. Mi intrattenne con una storia sul trasporto di prigionieri palestinesi dal Libano a una struttura segreta in Israele di cui nessuno era a conoscenza. Ridacchiò mentre descriveva come, lungo il tragitto, lui e i suoi compagni dell’esercito, tutti riservisti, picchiavano i prigionieri.

Il messaggio era qualcosa del tipo: Oh, ragazzino innocente, aspetta solo che l’esercito ti metta in riga costringendoti a partecipare alla violenza contro gli arabi insieme ai tuoi compagni! Nota: non era l’unico adulto a cercare di coinvolgermi usando quel tipo di logica persuasiva.

Quella tensione, tra una figura autorevole (tipo mia madre) che si scandalizzava con atteggiamenti melodrammatici per le «bugie arabe» e la confessione vanagloriosa di torture e detenzioni illegali, descrive bene un fenomeno molto diffuso all’epoca. Non è mai successo, non è successo come dicono, e se è successo allora era giustificato, perché guardate cosa ci fanno.

Quando ho raccontato a mia madre del campo di prigionia segreto dove le persone venivano torturate, lei ha detto che dovevo aver frainteso. Oppure era propaganda araba, anche se l’avevo sentito da un riservista dell’IDF.

(L’esistenza del Campo 1391, la struttura di detenzione segreta che mi era stata rivelata dal padre della mia ragazza, è stata resa pubblica nel 2003.)

Quando abbiamo imparato a seppellire persone vive?

Durante il mio periodo come soldato, all’inizio della Prima Intifada, venne alla luce un terribile episodio. Da qualche parte in Cisgiordania, dei soldati avevano picchiato quattro giovani e poi li hanno seppelliti vivi con un bulldozer.

“Neanche nei miei incubi più terribili avrei mai immaginato una cosa del genere”, disse il generale Amram Mitzna, comandante delle truppe in Cisgiordania, a proposito del caso. È ancora vivo; credo che ormai possa immaginare cose del genere.

Una pop star israeliana, Si Hyman, scrisse una canzone che faceva riferimento all’episodio, intitolata Yorim u’Bochim (Sparare piangendo). Uscì un mese dopo l’incidente, chiaramente ispirata a quanto era accaduto. Era una potente canzone di protesta che fu immediatamente bandita dalla Radio dell’Esercito.

A proposito di questo: la disciplina alla Radio dell’Esercito non era un granché. Una volta la mandarono in onda mentre ero a casa con mia madre. Non avevamo mai sentito quella canzone e neanche ne avevamo mai sentito parlare, quindi fu una sorpresa. Uno dei versi recita: “Quando abbiamo imparato a seppellire persone vive?”

Ricordo che indossavo la mia uniforme e guardavo mia madre che ha incominciato a piangere. Anch’io ho iniziato a piangere. Lei ha detto qualcosa del tipo: “Forse, dopotutto, dicevi la verità su alcune di quelle cose”. (Ascoltate la canzone su YouTube – non è riproducibile su Substack.)

Così va la vita

L’Israele della Prima Intifada era un’epoca più innocente. L’opinione pubblica dominante era contraria a pratiche quali le esecuzioni extragiudiziali, la tortura e la sepoltura di persone vive. Quando Yitzhak Rabin impartì i suoi famosi ordini di picchiare i palestinesi («politica delle ossa rotte») anziché arrestarli, si sosteneva che si trattasse di un approccio umano.

Una delle alternative che tale politica avrebbe dovuto sostituire era quella di sparare sui manifestanti disarmati (che spesso lanciavano pietre). I decessi e i feriti da arma da fuoco probabilmente diminuirono. Il numero di arti fratturati aumentò DI MOLTO.

Durante l’era dei Nuovi Storici (primi anni ’90) in Israele ci fu un acceso dibattito sulla nostra storia. Una manciata di nuovi arrivati pubblicava articoli utilizzando gli archivi israeliani su ciò che era accaduto durante la fondazione di Israele.

Dimostrarono che la leadership sionista e le forze militari espulsero deliberatamente un gran numero di palestinesi. Descrissero massacri e altri crimini precedentemente poco noti. I detrattori non sostenevano che questi fatti fossero sbagliati; affermavano che fosse sbagliato renderli pubblici. O renderli pubblici senza spiegare perché fosse giustificato.

Generazioni di studiosi israeliani erano state istruite con una narrazione diversa, secondo la quale i palestinesi erano fuggiti a causa delle trasmissioni radiofoniche dei leader arabi. Che avessero ignorato le offerte pubbliche di buona volontà e uguaglianza da parte dei leader israeliani. E se qua e là si erano effettivamente verificate alcune espulsioni, queste non facevano parte di un piano più ampio specificamente mirato alla pulizia etnica.

Alla fine l’opinione pubblica israeliana decise che tutte le nuove rivelazioni non avevano molta importanza, tranne che in un modo inaspettato. Un partito politico che invocava l’espulsione degli «arabi» fu messo al bando dopo aver ottenuto un seggio alla Knesset nel 1984.

Ma all’inizio degli anni ’90, il sostegno a quella che divenne noto come “trasferimento” entrò nell’opinione pubblica dominante e un partito ancora più grande che sosteneva quella causa ottenne una quota di voti ancora maggiore. Quel partito, Moledet, era solito pubblicare citazioni di leader sionisti del passato a sostegno dell’espulsione di massa, per contribuire a normalizzare quel genere di posizione.

Ha funzionato. Oggi i sostenitori di quelle opinioni ricoprono incarichi ai vertici della politica e della sicurezza israeliana.

Quando sentite i sostenitori di Israele affermare che l’articolo di Kristof è basato su fonti inaffidabili e costituisce propaganda esagerata, dovreste ricordare la storia del negazionismo israeliano. Ogni giornalista e analista in Israele che si occupa di questioni militari conosce la verità di quanto scritto da Kristof.

I suoi redattori al New York Times hanno pubblicato una nota in cui precisano che le affermazioni contenute nel suo articolo sono state sottoposte a un’approfondita verifica dei fatti. Il gruppo per i diritti umani B’Tselem ha pubblicato un rapporto molto ben documentato sulle condizioni nelle prigioni israeliane, con prove ancora più evidenti dell’uso diffuso della tortura con una componente sessuale.

Sono ebreo. Sono cresciuto in Israele. Ho prestato servizio nell’esercito. (Anche se mi sono rifiutato di prestare servizio nei Territori Occupati e ho scontato una condanna alla prigione come obiettore). E mi vergogno, ma non sono affatto sorpreso da queste rivelazioni.

Nessuno dovrebbe esserlo. È coerente con l’evoluzione di Israele e della sua leadership. E lo è anche la natura bizzarra del negazionismo che ha preso forma sui social media. Stiamo avendo lunghe discussioni sulla logistica delle aggressioni sessuali canine. Come direbbe Tucker Carlson: «È questo che stiamo facendo adesso?»

Per quanto ne sappiamo, i coraggiosi soldati dell’IDF K9 non hanno inserito i peni dei loro cani nel retto dei prigionieri palestinesi. Forse si sono limitati a strusciarsi contro gli uomini mentre questi erano piegati in avanti, nudi. Forse si sono avventati sui genitali degli uomini. Forse una guardia carceraria ha spalmato del burro di arachidi sul sedere di qualcuno e ha riso mentre un cane lo leccava tutto.

Un simile dibattito rileva del delirio. Nel momento in cui si ha una qualsiasi interazione tra prigionieri nudi e cani, si è già perso il confronto. Nel momento in cui i tizi che hanno infilato un cellulare nel culo di qualcuno sono diventati eroi popolari, hai già perso.

Non c’è modo per Israele di invertire la rotta. Il marciume, per così dire, è penetrato troppo in profondità nel sistema digestivo di quel Paese. Alcune persone vi hanno infilato del veleno, lubrificando i punti di ingresso nel corpo politico, e se la sono spassata alla grande per secoli.

Molto prima dell’attuale amministrazione israeliana. E per altrettanto tempo, gli Stati Uniti – e le principali istituzioni ebraico-americane – hanno insistito sul fatto che non c’è altra scelta che dare a quella gente carta bianca. Hanno una parte di responsabilità in questo; senza di loro, chissà quali restrizioni avrebbero potuto essere imposte al comportamento di Israele.

Mi viene in mente il Rebbe di Klausenburg, il rabbino Yekutiel Yehuda Halberstam (1905–1994). Perse 11 dei suoi figli nell’Olocausto. Disse ai suoi allievi: «Poteva andare peggio». Allora gli chiesero: «Cosa poteva esserci di peggio degli orrori di quel periodo buio?».

La sua risposta fu splendida per la sua forza morale: «Sarebbe stato peggio se fossimo stati noi gli assassini.»

Note

Sì, Israele ha prelevato organi da palestinesi deceduti senza chiedere il permesso né informare le famiglie dei defunti. Tuttavia, i difensori di Israele vogliono che vi ricordiate che non li abbiamo uccisi per gli organi; li abbiamo uccisi per altri motivi. Gli organi erano solo la ciliegina sulla torta.

** Continuo a ritenere che dirottare un autobus pieno di civili sia un atto di terrorismo. Sono pienamente consapevole del rischio di essere messo al bando dalla “resistenza degli hashtag”.

1) Nicholas Kristof è un opinionista del The New York Times con cui collabora dal 2001. Vincitore di due premi Pulitzer, il suo lavoro si incentra sulle violazioni dei diritti umani e sulle ingiustizie sociali.

Foto: Un soldato dell’IDF e un cane da guerra condividono un momento di intimità. Per quanto ne sappiamo, questo cane non è coinvolto in abusi sessuali ai danni di prigionieri palestinesi. Fonte: Oketz K9 Unit Veterans Foundation.

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07/06/2026

Israele costruisce nuovi avamposti nella Striscia, l’occupazione vuole essere permanente

Secondo i termini del cessate il fuoco firmato nell’ottobre 2025, Israele avrebbe dovuto ritirare completamente le sue truppe da Gaza. Chi conosce la storia del regime sionista e i suoi obiettivi sapeva già allora che l’obiettivo, invece, era rimanere lì e strappare altro territorio ai palestinesi.

Un’indagine condotta dall’Open Source Unit di Al Jazeera conferma quello che già altre inchieste avevano rivelato negli ultimi mesi. Attraverso l’analisi di immagini satellitari aggiornate a maggio 2026, l’agenzia panaraba ha dimostrato che le forze israeliane stanno consolidando una presenza permanente nell’enclave attraverso postazioni militari pesantemente fortificate.

L’analisi ha identificato ben 40 avamposti militari israeliani all’interno della Striscia. Di questi, otto sono stati costruiti interamente da zero dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco dell’ottobre 2025, e un ulteriore sito è tuttora in fase di edificazione. La stessa denuncia era arrivata da Forensic Architecture, un gruppo di ricerca basato a Londra, che aveva parlato addirittura di 13 nuovi avamposti dopo la firma della tregua.

Il radicamento armato a Gaza rispecchia le dichiarazioni di Benjamin Netanyahu, il quale ha recentemente confermato la volontà di prendere il controllo del 70% della Striscia, in aperta violazione dei termini del cessate il fuoco. E di fronte a chi chiedeva l’occupazione completa, il primo ministro israeliano ha risposto: “andiamo un passo alla volta. Prima di tutto, il 70%. Iniziamo con quello”.

I dati satellitari analizzati da Al Jazeera mostrano uno sforzo sistematico volto alla creazione di un’infrastruttura militare a lungo termine che, tra l’altro, fa aperto vilipendio della vita civile dei palestinesi. Uno degli avamposti, infatti, è sorto direttamente sulle rovine del Cimitero Orientale di Khan Younis.

I lavori di livellamento sono iniziati a novembre 2025, e a maggio il sito era perfettamente attrezzato, presentando persino strutture presumibilmente destinate all’alloggio delle truppe e a riunioni operative. Un simile modello di militarizzazione è visibile a Beit Lahiya, nel nord di Gaza.

A ciò si aggiunge la fortificazione di postazioni preesistenti all’interno della “Linea Gialla”. A est di Gaza City, un avamposto militare ha espanso la propria superficie di circa il 70% tra ottobre 2025 e maggio 2026. Al centro della Striscia, i satelliti hanno rilevato lo scavo di profonde trincee difensive attorno a un’installazione: un’opera del genere viene sviluppata se si guarda a una permanenza a lungo termine.

La rete dei 40 avamposti, collegata da argini di terra, trincee e strade militari interne, circonda i centri abitati palestinesi, limitando la libertà di movimento dei civili per rendere di fatto impossibile il ritorno alle proprie case. Il parallelismo con la situazione nei territori occupati della Cisgiordania viene naturale.

Intanto, Tel Aviv continua a uccidere palestinesi, e a bombardare il Libano. Ribadendo nei fatti di essere la principale causa di destabilizzazione della regione.

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06/06/2026

Uno studio israeliano conferma: “la carestia a Gaza è una strategia pianificata”

Pezzo dopo pezzo, tutte le menzogne sioniste crollano di fronte all’evidente volontà genocida, certificata persino da istituti israeliani. È il caso del tema fame: la carestia nella Striscia di Gaza non è l’effetto collaterale delle operazioni israeliane, ma una politica deliberata di Tel Aviv. È la conclusione di uno studio intitolato “Data for Denial: The Smokescreen Behind the Starvation of Gaza”, pubblicato dal Forum for Regional Thinking presso il prestigioso Van Leer Jerusalem Institute.

L’autore della ricerca, Shmuel Lederman, accademico israeliano specializzato in studi sul genocidio, ha deciso di intraprendere questa operazione di verifica – altro che il fact-checking nostrano – perché preoccupato della dilagante ondata di negazionismo tra i media e l’opinione pubblica israeliani riguardo alle condizioni di vita nella Striscia.

Lederman chiarisce un principio cardine negli studi sulle carestie: la fame non è legata alla mera disponibilità di cibo, ma all’effettivo accesso della popolazione alle risorse in questione. Il suo lavoro ha documentato come le restrizioni sistematiche su aiuti, carburante e gas da cucina, la distruzione di infrastrutture vitali, il costante ostacolo alle operazioni umanitarie abbiano azzerato la capacità di sussistenza dei palestinesi in maniera scientifica, non casuale.

Il caso dell’ingresso di camion di aiuti nella Striscia è illuminante. Nel marzo del 2025, il COGAT (l’organo militare che gestisce la vita civile nei territori occupati) affermava che erano sufficienti 80 camion al giorno per soddisfare le esigenze della popolazione di Gaza. Persino l’amministrazione Biden, già nel dicembre 2023, stimava che ne servissero più del triplo, e lo stesso COGAT, nel 2008, affermava servissero 178 camion al giorno per venire incontro alle esigenze di 1 milione e mezzo di persone.

Anche dopo il cessate il fuoco di ottobre scorso, il COGAT ha invitato il governo a ridurre il numero di camion in entrata. “In pratica – ha commentato Lederman – questa è un’ammissione della politica di affamamento”. C’è poi l’inquietante capitolo della speculazione sugli aiuti stessi. Un’inchiesta del sito di informazione Walla ha rivelato che 11 catene di supermercati israeliani hanno generato centinaia di milioni di shekel di profitti dopo essersi aggiudicate l’appalto esclusivo per la fornitura di cibo a Gaza.

Il rapporto evidenzia come i media abbiano giocato un ruolo chiave nel minimizzare la crisi umanitaria. Già nell’agosto 2025, sempre Walla aveva confermato che i principali canali televisivi israeliani tendevano a ridurre al minimo o ignorare gli allarmi internazionali sulla fame, riformulando le notizie per allinearle alla narrativa ufficiale. Quando a metà 2025 alcuni commentatori hanno finalmente ammesso l’esistenza della carestia, l’hanno derubricata a isolati errori di calcolo piuttosto che a una precisa linea politica.

La conclusione del documento è netta: le azioni condotte intorno al cibo dalle forze armate israeliane nella Striscia vanno indicate come “pianificazione deliberata, sperimentazione e manovre intorno alla ‘linea rossa’ umanitaria”. Bisogna ricordare che la fame come arma di guerra è vietata dalle Convenzioni di Ginevra, ed è considerata un crimine di guerra dalla Corte Penale Internazionale.

Lo studio, poi, dice quello che anche su questo giornale riportiamo da sempre: la fame viene usata per costringere il popolo palestinese a lasciare le proprie terre, e dunque come strumento di pulizia etnica. “Gaza – si legge nel testo – è servita in larga misura come laboratorio di prova non solo per i metodi di guerra, ma anche per l’architettura della fame e la gestione di una popolazione attraverso la privazione”. Se non è questa la descrizione di un grande campo di concentramento a cielo aperto...

Lederman, che denuncia anche le corresponsabilità degli USA e degli altri governi occidentali, si è detto preoccupato che il modello usato nella Striscia possa diventare un punto di riferimento per altri conflitti, sempre più frequenti e tragici in questi tempi. L’internazionale sionista e l’imperialismo hanno davvero reso il mondo un posto più pericoloso, ben oltre la responsabilità su un genocidio.

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04/06/2026

Israele continua la sua guerra contro studenti e ricercatori palestinesi

Tra il primo e il due giugno, le forze israeliane hanno lanciato una nuova campagna della loro guerra genocida contro il popolo palestinese. A essere presi di mira sono stati studenti e ricercatori, tanto nella Striscia quando in Cisgiordania. Sono state decine le persone fermate, e di almeno cinque appartenenti al mondo universitario non si hanno ad ora notizie.

Partiamo dalla West Bank. I militari israeliani hanno condotto vari arresti in tutta la regione, e hanno fatto irruzione nei dormitori dell’Università di Birzeit, dove hanno preso in custodia Jolan Abu Awwad, Natali Abu Daya, e Sama Safi. Un’altra studentessa, Leila Khalil, è stata arrestata durante un’irruzione nella casa di famiglia a Beitunia. Il giorno prima, le forze sioniste erano entrate anche all’interno del campus dell’Università di Al-Quds, nell’occupata Gerusalemme Est.

Passiamo ora allo scenario di Gaza. Lo scorso 1° giugno oltre 20 studiosi palestinesi stavano venendo evacuati dalla Striscia, per dirigersi verso l’Italia, dove avrebbero dovuto godere di borse di studio. Due di loro, però, sono stati arrestati dalle forze israeliane, senza che ne venissero chiarite le motivazioni.

Una studentessa è stata rilasciata poco dopo, ma il ricercatore Mahmoud Talal al-Najjar è scomparso al valico di Kerem Abu Salem, e di lui non si sa più nulla, stando a quel che riferisce il fratello ed è riportato dalla piattaforma palestinese Quds News Network, al-Najjar era finalmente riuscito a ottenere i permessi di viaggio necessari per lasciare la Striscia dopo mesi di estenuanti tentativi e ostacoli burocratici. Avrebbe continuato i suoi studi all’Università Tor Vergata di Roma.

La vicenda risulta ancora più angosciante – ed è espressione plastica del terrorismo sionista – per il fatto che al-Najjar è l’unico superstite della sua famiglia. Il 25 ottobre 2024, infatti, un raid aereo israeliano aveva preso di mira la sua casa a Jabalia, nel nord di Gaza, uccidendo sul colpo sua moglie e i loro quattro figli. Nello stesso attacco hanno perso la vita anche altri suoi parenti.

Nessuna dichiarazione è per ora arrivata né dall’Università italiana, né dal ministro degli Esteri Antonio Tajani. Del resto, la Farnesina, per bocca del suo massimo responsabile, ha fatto presente che gli sta bene il fatto che, in occasione del trattamento ricevuto dagli attivisti della Flotilla, la richiesta formale di scuse sia caduta nel vuoto. Figurarsi se si muove qualcosa per un “semplice” accademico.

Nemmeno la ministra dell’Università Anna Maria Bernini ha speso una parola in merito. Appena una ventina di giorni fa, la “ministra somaro”, come è stata soprannominata nelle mobilitazioni studentesche, si era fregiata dell’accoglienza negli atenei nostrani di altri 72 studenti gazawi, mentre l’esecutivo continua a sostenere il governo israeliano che ha raso al suolo il tessuto universitario della Striscia.

Tali ennesimi atti criminali sono stati condotti in un contesto di perdurante instabilità. Nelle stesse ore, Tel Aviv ha continuato a mietere vittime a Gaza, con il conteggio diffuso dal ministero della Salute che ha raggiunto i 935 morti e 2.860 feriti dall’inizio del “cessate il fuoco”, nell’ottobre scorso. Le operazioni di demolizione continuano nelle aree orientali di Khan Yunis e di Gaza City.

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31/05/2026

Netanyahu punta al controllo sul 70% di Gaza, in barba al cessate il fuoco

Mentre le forze armate israeliane continuano a colpire obiettivi in Libano (oltre cento negli ultimi giorni stando alle dichiarazioni di Effie Defrin, portavoce delle IDF), Netanyahu conferma che il problema non è Ben Gvir, ma Israele stesso come entità sionista, e dunque coloniale e suprematista, votata all’occupazione delle terre dei palestinesi e alla definitiva pulizia etnica.

Il Primo Ministro di Tel Aviv ha espresso pubblicamente la volontà di espandere il controllo militare su Gaza fino al 70% del territorio, stracciando di fatto gli accordi di cessate il fuoco dello scorso ottobre. Cosa che era già stata fatta continuando a uccidere impunemente centinaia di persone nella Striscia, ma che ora riceve una sanzione ufficiale direttamente dalle parole del ricercato per crimini di guerra che guida l’entità sionista.

Mentre Israele cerca di colpire importanti figure di Hezbollah, con il rischio di far crollare le trattative tra USA e Iran, Netanyahu ha detto ai microfoni di Channel 12: “ad oggi controlliamo il 60 per cento della Striscia. Eravamo partiti dal 50 per cento, il mio obiettivo è arrivare al 70 per cento. Dobbiamo continuare a fare pressione su Hezbollah, ma al momento stiamo tenendo alle strette Hamas“.

Non si ferma la caccia israeliana ai leader di Hamas. A Khan Yunis sono stati uccisi Ihab Khrizim, responsabile della rete centrale di trasferimento fondi dell’organizzazione, e Mohammed al-Habash, comandante d’unità per la produzione di armi. Hamas ha inoltre confermato la morte di Imad Aslim, vice comandante della brigata di Gaza City, preso di mira in un raid insieme a Izz ad-Din Beck, comandante della brigata del Nord.

Per quanto riguarda la “partizione” temporanea della Striscia, il cessate il fuoco imponeva il ritiro delle truppe israeliane dietro la cosiddetta Yellow Line (la Linea Gialla), che lasciava alle IDF l’occupazione del 53% del suo territorio. Le immagini satellitari mostrano invece un avanzamento sistematico verso ovest e verso il mare, accompagnato dalla distruzione degli edifici.

Mentre si moltiplicano barriere e blocchi di cemento a definire un nuovo confine, la distruzione degli edifici rende impossibile qualsiasi ritorno della popolazione locale, e prepara il terreno per la speculazione immobiliare della classe dirigente sionista di tutto il mondo.

Varie testate riportano che milizie palestinesi filoisraeliane, come quella guidata da Ashraf al-Mansi, costringono i civili ad abbandonare i rifugi prima dell’avanzata dell’esercito. Lo spazio per la popolazione di Gaza si è ridotto a un terzo rispetto all’inizio del conflitto, ammassando milioni di persone in un territorio devastato, e la cui ricostruzione è nei fatti legata alla pulizia etnica dei palestinesi, nei piani di Tel Aviv avallati da Washington.

Infatti, ancora una volta, il Ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha ventilato l’obiettivo di favorire quella che chiama una “migrazione volontaria” dei palestinesi, quando in realtà è la continuazione della Nakba su cui si è fondato Israele. E non a caso, più di una organizzazione per i diritti umani ha definito il piano di Katz come una vera e propria pulizia etnica, sviluppata a lungo termine.

Parallelamente, la tensione diplomatica ha raggiunto nuove vette con l’ONU: il Ministero degli Esteri israeliano ha annunciato la sospensione totale dei rapporti con l’ufficio del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. La reazione è scattata a seguito della decisione di inserire entità israeliane nella “lista nera” per le violenze sessuali nei contesti di conflitto, confermata da una gran serie di rapporti giornalistici indipendenti.

Nel frattempo, la UE continua con le sue mosse propagandistiche, con sanzioni inutili ai coloni in Cisgiordania senza colpire le relazioni con Israele, che garantisce la continuazione dell’occupazione. Ovviamente, Bruxelles parla dei coloni “violenti“, perché essere coloni non è una colpa, come ha detto Tajani.

Difficile che si accorgano, prima o poi, che la risoluzione delle Nazioni Unite per l’eliminazione di ogni forma di colonialismo è del 1960. Del resto, l’Occidente, come Israele, si è costruito sul colonialismo, il segregazionismo, il suprematismo, l’occupazione, la pulizia etnica.

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