Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/09/2026

Gaza - Ogni cosa è causa di morte

Sulla soglia di una città dove il dolore della terra si riversa nel mare, le penne tacciono. Cosa si può dire, commentare, analizzare o raffigurare di un bambino sotto le macerie, che dice: “Zio, sono vivo”, prima di svanire nell’oscurità dei cuori, lasciando dietro di sé un dolore tale da annidarsi per sempre in questa regione che non ha conosciuto altro che sofferenza, che ha deciso di diventarne la compagna costante, ricordandogli ogni giorno il suo destino?

Che tipo di morte è questa che si risveglia ogni mattina nelle strade, nelle piazze, nei campi, nelle case e nelle tende, portando con sé tutto il suo arsenale, in agguato per i resti di vita, per un’innocenza che non è ancora sbocciata? Così, i nostri figli muoiono senza altra ragione se non quella di essere palestinesi, il loro destino decretato di nascere in questa regione che l’indovino un tempo predisse sarebbe rimasta maledetta.

Ma la miseria è più grande di ogni maledizione, e le lacrime sono diventate l’unica cosa viva in questa zona di morte. Ogni cosa è causa di morte. La gente muore nelle tende, per insetti, roditori, proiettili, fame, caldo, freddo, cuori e spiriti spezzati. Gaza muore per le strade e negli edifici le cui porte hanno perso il loro cigolio. E noi moriamo per l’oppressione.

Che epoca è questa, dove viviamo così umilmente? Hanno scelto la morte senza rimorsi. Gli era stato detto: “Non vivete negli edifici piegati dai bombardamenti; crolleranno”. Le vittime hanno risposto: “Lasciateci in pace. La morte verrà da noi nelle tende con tutta la sofferenza che la precede. Almeno qui, la morte arriva senza dolorosi preludi”. Oh Dio, quando sai che morirai in un luogo e lo scegli al posto della vita, quale cuore rimane capace di vivere? Quale mente può scrivere una riga sul pianto di un bambino prima di spegnersi?

In una regione il cui destino non ha eguali, le persone dormono nella tragedia e si risvegliano nella catastrofe.

La memoria è impressa sulle madri in lacrime, affrante dal dolore, che abbracciano i corpi dei loro cari prima dell’ultimo saluto, e sul lamento incessante iniziato quando i corvi della distruzione hanno riempito i cieli di Gaza, scatenando la morte da ogni direzione.

Il mare è morte, il cielo è morte, la sabbia è estratta, e la morte emerge dalle macerie e da ogni cosa. Questo è il destino che attende Gaza, come ha ribadito il ministro della difesa Israel Katz: non esiste altro progetto se non l’emigrazione, che rende necessaria l’inarrestabile diffusione della morte con ogni mezzo. Il crollo dell’edificio – uno di tremila strutture simili – è stato solo una delle tante potenziali fonti di morte a Gaza.

A Gaza, le persone hanno perso ogni interesse per la vita, perché da anni essa è indissolubilmente legata alla morte. Entrambe sono simili per le loro caratteristiche e per il dolore che infliggono, ma la morte è leggermente più misericordiosa di una vita che punge i corpi, frantuma le ossa, addolora i cuori e offusca i volti di uomini e donne come se fossero appena tornati da battaglie di polvere e vento senza vittoria, in un luogo destinato a essere sottoposto agli esperimenti di dilettanti e novizi della politica, affinché noi possiamo raccogliere tutta questa morte e distruzione.

La storia con Israele è lunga e dolorosa e rimarrà impressa nella memoria. Nessuna risoluzione internazionale o giustizia tardiva potrà cancellarla. La memoria palestinese rimarrà aperta al giudizio, registrando a lungo l’esistenza di uno Stato che ha riversato sul popolo palestinese ogni sorta di morte e sofferenza, uccidendo i loro figli, demolendo le loro case, distruggendo le loro città e bruciando i loro quartieri e le loro strade. La storia non la proteggerà dalla rabbia che ha messo radici nel profondo dei loro cuori.

Ma che ne sarà di noi? Che dire dell’organizzazione dilettantistica che ha trasformato Gaza in un banco di prova per una serie di credenze ingenue, indegne di essere considerate politica, guerra, conflitto o prova di volontà?

Come ha potuto, con il suo approccio superficiale alla politica e alla guerra, produrre una simile sconfitta per sé stessa, per il suo popolo, per la sua causa, per la sua nazione e per il suo asse, che ora sta pagando il prezzo di aver preso sul serio tale approccio superficiale, senza soffermarsi a considerare dettagli che erano chiarissimi a chiunque volesse formulare politiche o combattere, dettagli sufficienti per chiunque volesse capire? E ora?

Cosa significa maledire il mondo? Maledire le Nazioni Unite, le istituzioni internazionali fallite, l’Europa impotente e gli stati paralizzato degli arabi e dei musulmani? Che dire dei palestinesi che si sono attirati addosso tutta questa distruzione? Che dire di Hamas, che, come tutti gli abitanti di Gaza, ora non ha altro che lacrime? Come potrà Gaza uscire da tutto questo? E se questa situazione dovesse protrarsi a lungo come unica via di fuga? Israele non vuole che Hamas rinunci al potere e alle armi, e questo è chiaro a tutti.

Cosa fare, dunque, quando l’equazione diventa diretta, senza possibilità di manovra? Ciò che resta del dominio e delle armi di Hamas sono strumenti per completare la tortura e lo sfollamento forzato. Cosa fare, quindi? Dopo questa guerra, nulla di ciò che accade nel mondo ha più importanza per gli abitanti di Gaza, che il mondo rimanga in piedi o crolli.

Perché Gaza, con la sua sofferenza, è il centro del loro universo, un universo che incessantemente elargisce loro quotidianamente la morte, replicandone le molteplici forme. Quanto è miserabile il mondo quando un bambino è assediato dalla morte da ogni lato, senza che questo mondo intervenga, insieme a tutti i politici che lo hanno condotto a una fine così orribile... che un intero edificio venga trasformato in una bara di pietra collettiva: quale mente può sopportare questo? Mio Dio, cosa ci è successo? E come?

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16/09/2026

Ministra israeliana in vacanza in Italia. Chiesta la sua incriminazione per genocidio

Il 10 settembre scorso la Hind Rajab Foundation ha reso nota la denuncia per istigazione diretta e pubblica a commettere genocidio presentata alle autorità italiane contro la ministra israeliana Idit Silman, in vacanza in Italia dal 6 settembre insieme al marito.

La fondazione contesta alla ministra diverse dichiarazioni pubbliche rilasciate nel corso degli ultimi due anni, nelle quali avrebbe invocato lo sfollamento della popolazione palestinese da Gaza, difeso il blocco degli aiuti umanitari e promosso il controllo permanente israeliano sulla Striscia. Tali affermazioni sono state configurate dai denuncianti come una violazione del diritto internazionale in materia di prevenzione dei genocidi.

La ministra ha infatti firmato la lettera in cui esortava il governo israeliano a prendere in considerazione il “Piano dei Generali”, che proponeva di trasformare il nord di Gaza in una zona militare chiusa, costringendo i civili ad andarsene e interrompendo le forniture di cibo, acqua, carburante e altri beni di prima necessità a coloro che fossero rimasti.

La Fondazione Hind Rajab riferisce che la ministra Silman ha dichiarato nell’ottobre 2024: “Molto semplicemente, il popolo palestinese non esiste”, e che nel maggio 2025 ha affermato: “Non esiste un popolo palestinese e, di conseguenza, non esistono siti del patrimonio palestinese”. Nel settembre 2025, si è riferita ai palestinesi come a un “falso popolo”, sostenendo che “questo popolo non ha storia, né passato, né futuro”.

Riguardo alla Cisgiordania occupata, la fondazione afferma che nel settembre 2024, riferendosi a Jenin, Nablus e altre aree palestinesi, Silman dichiarò: “Vogliamo riconquistare la nostra terra. Attaccateci e riprenderemo il controllo. Siamo gli eredi. Un’eredità di Dio”.

Nel marzo 2025, ha chiesto l’instaurazione della sovranità israeliana sulla Giudea e la Samaria, ovvero la Cisgiordania, considerandola una risposta appropriata all’operazione del 7 ottobre 2023. Nell’aprile 2025, ha dichiarato che: “Il nostro ruolo è quello di imporre la sovranità”.

La Fondazione Hind Rajab ha sollecitato le autorità italiane ad avviare un’indagine immediata sulle azioni di Silman, affermando di aver fornito prove in merito.

Il direttore della fondazione, Diab Abu Jahjah, ha dichiarato: “Il genocidio non inizia con l’omicidio; inizia quando a un popolo viene dichiarato come privo del diritto di esistere, quando la sua esistenza viene presentata come il problema e la sua espulsione come la soluzione”, aggiungendo che la ministra Silman aveva pubblicamente invocato lo spopolamento di Gaza da parte dei palestinesi, approvando al contempo l’esproprio delle loro terre e la costruzione di insediamenti.

Secondo Abu Jahjah la ministra Silman aveva agito in questo modo dalla sua posizione all’interno del “governo israeliano”, sottolineando che tale posizione “non rende queste dichiarazioni meno criminali, ma piuttosto più pericolose”, e ha ribadito che l’organizzazione aveva presentato una denuncia in Italia perché “chi invoca apertamente la distruzione di un popolo deve sapere che il mondo sta ascoltando”.

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13/09/2026

Esce a ottobre “Il Grido. I settecento giorni di Gaza”

I settecento giorni di Gaza sono raccontati da un film che qualcuno avrebbe voluto far tacere. “Il Grido” è film nato per aprire uno squarcio nel muro di silenzio costruito attorno all’assedio di Gaza. E ieri, quel muro ha ceduto un altro pezzo: tutti i principali giornali hanno riportato in prima pagina, con grande risalto, che Netanyahu era stato avvertito dell’attacco di Hamas del 7 ottobre e non fece nulla.

Chi ha visto in anteprima “Il Grido” lo sapeva già da mesi. Sul primo cartello del film, girato ben prima di questa rivelazione, si legge: “Il 7 ottobre 2023 i militanti di Hamas lanciano un attacco contro Israele prendendo 220 ostaggi e uccidendo più di 1200 persone. Avvertito in anticipo dai servizi segreti di paesi arabi del pericolo di un attacco, Benjamin Netanyahu e l’esercito non fanno nulla”. Non era una congettura, non era un’ipotesi azzardata del regista Giancarlo Bocchi, era il frutto di due anni di ricerca meticolosa, di fatti verificati uno per uno.

La cronaca, oggi, gli dà ragione. Eppure, nei festival internazionali e in molti eventi locali, su questo film è calato un silenzio colpevole. Perché “Il Grido” mostra una realtà molto più dura e tragica di quella raccontata in televisione, e in parte anche sui giornali.

Per impedire che questa verità emergesse, il governo israeliano ha bandito la stampa internazionale da Gaza e ha commesso il crimine di guerra di assassinare più di 260 giornalisti locali.

Ma la verità, quando qualcuno la cerca con ostinazione, trova sempre una crepa da cui filtrare.

Nei primi mesi del conflitto, superando ogni ostacolo della censura israeliana, il regista è riuscito a contattare giovani filmmaker dentro Gaza, ragazzi che, sfidando la propria sorte, gli inviavano clandestinamente, giorno dopo giorno, le loro riprese, cercando faticosamente di notte un segnale internet instabile che arrivava dal mare. Non erano scampoli di pochi secondi buoni per un telegiornale. Erano sequenze lunghe, intere, di eventi tragici e disastrosi, la vita vera, non filtrata, non tagliata.

Da quel materiale è nato “Il Grido”, un film documentario che diventa documento storico sulla vita, l’umanità, la resilienza, le sofferenze, i pensieri di un popolo. Un film senza censure e senza silenzi, che ha un solo, vero protagonista: un popolo intero. Giancarlo Bocchi non è nuovo a queste battaglie. Ha alle spalle una lunga esperienza di documentari sui conflitti, due dei quali girati in Palestina. Nel 2001, con “Un giorno a Gaza”, aveva documentato la vicenda del piccolo Mohammed Al Dura, la cui uccisione per mano dell’esercito israeliano fece esplodere la Seconda Intifada. Per aver osato smontare la tesi della propaganda sionista, che con perizie artefatte tentava di coprire le responsabilità israeliane, i soldati gli spararono a Ramallah. Nel 2006 era tornato sul campo per filmare il conflitto tra Israele e Libano nel documentario “WARS”, occupandosi anche di un sinistro protagonista della cosiddetta “Brigata ebraica”.

La vicenda di questo film è, in fondo, lo specchio di una situazione che non riguarda solo l’Italia, ma molti altri paesi dove alla libertà d’espressione vengono imposti bavagli più o meno occulti.

Bocchi lo dice senza mezzi termini: “Cosa direbbero due miei grandi amici con i quali ho lavorato anni fa, due grandi artisti ebrei, Wolf Vostell del gruppo Fluxus e Boris Lurie della No Art, entrambi scampati ai campi di sterminio nazisti, che avevano fatto della libertà d’espressione il centro del loro lavoro? Oppure Gustav Kanhweiler, amico e mercato d’arte ebreo tra i primi al mondo di artisti come Henry Moore e Pablo Picasso, donerebbe ancora la sua grande collezione al Museo di Tel Aviv dopo il genocidio a Gaza?
Se si vuole punire il neonazismo e il negazionismo bastano le leggi esistenti; promulgare invece una legge sull’antisemitismo nelle forme che sappiamo, è un grave pregiudizio alla libertà d’espressione e al diritto di critica. Con questa legge anche “Il Grido”, che è basato solo su immagini della realtà, ovvero vere, potrebbe essere colpito. Invece sarebbe indispensabile una legge contro il sionismo paramilitare, per smascherare finalmente i suoi servitori che si annidano in Italia nelle istituzioni e nei media.”


E mentre in Italia si discute di leggi bavaglio contro chi denuncia, c’è un dettaglio che nessuno sembra voler guardare in faccia: in questo paese si vendono ancora “armi non letali” agli israeliani.

In che film esistono “armi non letali”? Anche un giubbotto antiproiettile per la legge è un’arma. “Armi non letali” è una definizione che non regge alla prova dei fatti, uno specchietto retorico per continuare a fare affari mentre si guarda altrove. Non è che i criminali di guerra israeliani abbiano ancora, in Italia, dei complici occulti?

Per non subire censure di nessun genere, “Il Grido” uscirà con una distribuzione indipendente.

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Naza. La tecnica fredda del genocidio

Siamo andati a vedere Naza, il film più atteso e più importante del concorso veneziano, pensando che il titolo fosse un gioco di parole fra “Gaza” e “Nazi”. Sapevamo, come tutti, che è diretto da due registi che avevano già lavorato al documentario No Other Land (vincitore dell’Oscar), Yuval Abraham e Rachel Szor. E sapevamo che nel film parlano 24 esponenti dell’esercito e dell’intelligence israeliani, nelle modalità che ora vi descriveremo.

Abbiamo scoperto dalle primissime battute del film che il termine “naza” è invece un acronimo che indica in ebraico i “danni collaterali”, le persone innocenti che potrebbero essere uccise nel momento in cui viene colpito un “obiettivo”, ovvero un militante (o presunto tale) di Hamas attivo nella striscia di Gaza.

Ma può darsi che il gioco di parole da noi ipotizzato, sotto sotto, ci sia: e il fatto che l’IDF e il Mossad definiscano così i morti palestinesi rende il tutto doppiamente sinistro.

No Other Land era un documentario sulla Cisgiordania, sulle violenze dei coloni. Era diretto da quattro registi: oltre ai due citati, Basel Adra e Hamdan Ballal, palestinesi. Era dunque un raro e coraggioso esempio di collaborazione fra cineasti israeliani e palestinesi.

Naza è firmato dai soli Abraham e Szor ed è facile capire perché: solo degli israeliani, probabilmente, potevano convincere dei militari a sbottonarsi in quel modo.

Prima di ogni altra cosa crediamo sia giusto riportarvi le loro parole, dal catalogo della mostra: “Abbiamo realizzato questo film spinti dal dovere di usare la nostra posizione di israeliani per analizzare i sistemi dietro all’uccisione di massa di civili palestinesi di cui il nostro Paese è responsabile. Durante le riprese negli ultimi tre anni, ci siamo trovati a porci le stesse domande della generazione dei nostri nonni e di tutto il Novecento: come può un gruppo di persone permettere la totale disumanizzazione di un altro? Come funziona dall’interno un sistema del genere?”.

È inoltre fondamentale aggiungere alcune informazioni sulla produzione. Le interviste montate negli 80 minuti di film sono già state pubblicate sul quotidiano britannico The Guardian, che co-produce il film e che le ha realizzate in collaborazione con due organi di stampa indipendenti, +972 Magazine e Local Call.

Fra i produttori figura Jonathan Glazer, il regista di La zona d’interesse (il film su Auschwitz), e magari può essere interessante sapere che Glazer, nato a Londra, è un ebreo ashkenazita.

Il Guardian è per così dire il “garante giornalistico” del film. È importante dirlo perché vedendo il film potrebbe sorgere il sospetto della messinscena: una didascalia iniziale ci informa che i volti dei testimoni sono volutamente invisibili e le loro voci sono state digitalmente alterate, per renderli non identificabili. Per cui qualcuno potrebbe alzare il ditino e chiedere: chi ci assicura che siano veri? Lo assicura il Guardian, uno dei giornali più seri del mondo.

Naza è tutto girato di notte. I volti degli intervistati sono sempre al buio. Le interviste avvengono sul tetto di un palazzo di Tel Aviv: si vede tutta la città, i televisori accesi nelle case, il traffico, l’edificio dove ha sede il comando dell’IDF, l’esercito israeliano.

Tel Aviv fa da controcanto alle dichiarazioni. Che sono spaventose. A un certo punto Abraham – che invece è riconoscibile come intervistatore – chiede a uno dei tecnici dell’IDF se pensa che a Gaza sia in corso un genocidio. “Ovviamente sì”, è la risposta.

Poi l’uomo, che è un tecnico video, di quelli che osservano Gaza attraverso i droni, racconta di quando i palestinesi sono accorsi a migliaia a una distribuzione di cibo. “C’era questa fiumana di persone, e ogni tanto qualcuno usciva dallo spazio prestabilito dove potevano camminare, e i nostri cecchini avevano l’ordine di abbatterli, chiunque fossero, anche bambini. Ne avranno ammazzati a decine”.

E tu cosa provavi a vedere queste cose? “Beh, era divertente. Sembrava un videogioco. Era incredibilmente divertente”.

Vanno dette due cose. Nessuno degli intervistati è un soldato che lavorava – diciamo così – sul campo. Sono tutti addetti alla sorveglianza video e audio, alle intercettazioni, all’individuazione del “nemico”. E questo è importante: non è gente che ha ammazzato qualcuno, e gli va riconosciuto il coraggio di testimoniare.

Ma l’altra cosa da dire è che nessuno di loro sembra particolarmente sconvolto da ciò che ha visto e che ha contribuito a fare. Tre o quattro di loro lo dicono chiaramente: “Io sono un tecnico. Io individuo un terrorista nel suo appartamento e dico all’autorità militare che intorno a lui ci sono dieci, venti, cento naza, possibili vittime collaterali. Poi è l’ufficiale che decide se sparare o no. Sono le regole. Io obbedisco alle regole”.

Più o meno quello che diceva Eichmann nel famoso processo raccontato da Hannah Arendt.

Uno dei passaggi più impressionanti, ma anche più illuminanti del film è la descrizione dell’operazione Lavender – l’hanno chiamata così, “lavanda”, come un profumo. È una pura operazione di intelligence. IDF e Mossad, secondo questi testimoni, controllano TUTTI i telefoni cellulari attivi a Gaza. Possono entrarci, vedere le foto, leggere i messaggi. Basta che un telefono comunichi una volta con il telefono di un militante di Hamas perché quella persona diventi a sua volta un potenziale terrorista.

Ovviamente i telefoni sono localizzati. Quando si decide di eliminare un esponente di Hamas, lo si individua attraverso il cellulare, possibilmente a casa, di notte, mentre dorme: “È più sicuro”.

Uno dei testimoni racconta che una volta si sono assicurati che il cellulare fosse nello stesso punto da un po’ di tempo, poi hanno colpito: “Il giorno dopo abbiamo scoperto che l’uomo era uscito e aveva dimenticato il telefono a casa. Abbiamo ammazzato tutti i suoi familiari e i suoi vicini e lui se l’è cavata. Dal punto di vista professionale è stato uno smacco”.

Un altro confessa che Lavender funziona all’85%. Quindi – chiede Abraham – nel 15% dei casi ammazzate gente che non c’entra nulla. “Sì”. Il testimone non lo dice, ma si capisce chiaramente che – dal punto di vista dell’esercito israeliano – a Gaza non esistono persone “che non c’entrano nulla”.

Naza è il film più terribile e spaventoso che abbiate mai visto. Perché è “freddo”. Non gioca sull’emotività. Questa gente non piange né si emoziona raccontando queste cose. È il loro lavoro. Sono i volonterosi carnefici di Netanyahu.

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09/09/2026

Israele - Haaretz: “Netanyahu sapeva in anticipo del 7 ottobre”

Mancano meno di due mesi alle elezioni politiche in Israele (il prossimo 27 ottobre), e sulla campagna elettorale è esplosa una nuova inchiesta del quotidiano Haaretz che sta scuotendo la scena politica israeliana rimettendo nel mirino le responsabilità per il fallimento della sicurezza che ha portato all’attacco militare dei palestinesi contro Israele del 7 ottobre 2023.

Secondo la ricostruzione di Haaretz, Netanyahu sarebbe stato avvertito personalmente, circa dieci giorni prima dell’attacco, dal leader degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed, di una “grande operazione” in preparazione da parte di Hamas.

L’inchiesta di Haaretz, si basa sulle informazioni contenute nel libro di due giornalisti, Shlomi Eldar e Ruth Yuval, che sarà pubblicato a breve, e che inquadra il 7 ottobre nei negoziati segreti che si sarebbero tenuti tra Israele e Hamas nel 2023. I colloqui, che miravano a una tregua e a uno scambio di prigionieri, si arenarono quando Netanyahu ritardò ripetutamente la convocazione della commissione ministeriale necessaria per approvare il rilascio di detenuti palestinesi.

I contatti per un possibile accordo sarebbero iniziati nel 2023. Un alto interlocutore di Fatah chiamato “Occhi di carbone” scambiava messaggi in ebraico con Ghazi Hamad, rappresentante di Sinwar, così da far sembrare che non ci fosse alcun contatto diretto tra Israele e Hamas, scrive Haaretz.

In realtà, le conversazioni focalizzate sull’allentamento del blocco su Gaza e sul miglioramento delle condizioni nella Striscia, erano “praticamente dirette”. Sia Hamad che Occhi di carbone si vedevano nella casa di un ex funzionario dell’Autorità Palestinese a Gaza, dove un funzionario dello Shin Bet israeliano chiamava per telefono.

Secondo quanto riportato nel libro e nell’inchiesta, all’inizio del settembre 2023, il leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, interruppe i contatti e fece pervenire un messaggio minaccioso: se i negoziati non fossero proseguiti, avrebbe scatenato un “terremoto” (in arabo zilzal) contro Israele.

Il messaggio fu trasmesso da un intermediario palestinese a un consigliere del presidente emiratino e, da lì, arrivò allo Shin Bet, i servizi di intelligence israeliani. All’inizio di settembre 2023 un alto funzionario dello Shin Bet ha riferito ad Haaretz che Sinwar “è scomparso dal nostro radar, è evaporato”.

Il capo dello Shin Bet, Ronen Bar, informò Netanyahu il 15 settembre e, due giorni dopo, il 17 settembre, convocò una riunione di sicurezza raccomandando un’azione militare decisiva contro Sinwar. Secondo le fonti di Haaretz, Netanyahu chiese un piano, ma la decisione fu rinviata e non fu preso alcun provvedimento significativo.

Il punto critico secondo Haaretz, va collocato nell’ultima settimana di settembre, quando il leader emiratino bin Zayed chiamò direttamente Netanyahu con una telefonata durata circa 45 minuti per metterlo in guardia. Bin Zayed avrebbe espresso preoccupazione per un’operazione di Hamas che avrebbe causato un elevato numero di vittime, destabilizzato la regione e messo a rischio gli Accordi di Abramo, il trattato di normalizzazione dei rapporti che Israele e pochissimi Paesi arabi – tra cui proprio gli Emirati Arabi Uniti – avevano firmato nel 2020.

Il rapporto afferma che il leader emiratino bin Zayed avrebbe condiviso il suo avvertimento anche con il direttore della CIA William J. Burns, affermando di aver cercato di convincere Netanyahu che “qualcosa lì sta per esplodere”.

La risposta di Netanyahu, stando a quanto riportato dai funzionari ad Haaretz, fu apparentemente calma. Egli avrebbe affermato che Israele aveva la situazione sotto controllo, che Hamas sembrava più concentrato sulla Cisgiordania e che Israele era pronto per qualsiasi scenario.

Il punto cruciale dell’accusa è che Netanyahu non avrebbe trasmesso alcuna informazione su questa importante conversazione né ai vertici militari né ai capi dei servizi di intelligence, e nemmeno durante le riunioni sulla sicurezza successive al 1° ottobre.

L’ufficio del Premier Netanyahu ha respinto con forza la ricostruzione di Haaretz, definendola “un’assoluta menzogna” e negando che il Premier abbia parlato con il leader emiratino o ricevuto un avvertimento da lui nel periodo precedente al 7 ottobre. Su questo anche gli Emirati Arabi Uniti non hanno commentato pubblicamente la vicenda.

Il Capo di Stato Maggiore Herzi Halevi e gli ex capi dello Shin Bet e del Mossad hanno confermato di non essere mai stati informati di un simile avvertimento.

Le rivelazioni di Haaretz, sebbene non verificate, hanno acceso un durissimo scontro politico a poche settimane dalle elezioni del 27 ottobre. I capi dell’opposizione, in una dichiarazione congiunta, hanno definito le rivelazioni “scioccanti” e hanno chiesto un’indagine immediata, sostenendo che “il pubblico ha il diritto di sapere cosa sapeva Netanyahu e quando lo sapeva”.

L’ex Premier Naftali Bennett ha dichiarato che Netanyahu “porta una responsabilità personale e diretta per il fallimento che ha portato alla morte di migliaia di israeliani”.

La pubblicazione dell’inchiesta di Haaretz, ha riacceso i riflettori sul più grave fallimento della sicurezza nella storia di Israele.

Le elezioni si svolgono già in un clima politico molto acceso, a quasi tre anni dall’attacco del 7 ottobre 2023, e sono viste come un vero e proprio referendum sulla gestione della guerra e della sicurezza da parte del governo guidato da Netanyahu. I sondaggi indicano che il blocco del Premier è in difficoltà, con il partito di opposizione Yashar, guidato dall’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, che risulta in vantaggio.

La ricostruzione di Haaretz e il libro di Eldar e Yuval cercano così di dare sistematicità ai sospetti che da tre anni circolano intorno all’ipotesi che il 7 ottobre “Netanyahu abbia lasciato fare” per poter poi avere il casus belli per scatenare il genocidio contro i palestinesi.

È una tesi che i giornalisti e scrittori israeliani oggi irrobustiscono con alcuni elementi in più, ma che continuiamo a prendere con le pinze, sia perché è decisamente molto funzionale allo scontro politico interno ad Israele, sia perché alimenta nuovamente quella mentalità secondo cui Israele sarebbe sempre invincibile e gli arabi incapaci di produrre azioni militari di rilievo.

E se queste azioni alla fine riescono nel loro obiettivo è solo perché “Israele glielo ha consentito”. Le possibili capacità organizzative dei palestinesi e i buchi che la routine apre anche nei sistemi di sicurezza più consolidati, non vengono mai presi in considerazione.

È una logica un po’ autoconsolatoria che non ci ha mai convinto, né in questa né in altri avvenimenti della storia.

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05/09/2026

Israele è pronto a completare il genocidio. Si attendono gli USA e le elezioni

Il piano di pulizia etnica per Gaza attende solamente il via libera di Washington. A dirlo è stato il ministro della Difesa israeliano Israel Katz, il quale ha ribadito senza mezzi termini che il governo non considera chiusa l’ipotesi di un esodo forzato dei residenti palestinesi. “In definitiva – ha detto Katz – non esiste una vera soluzione per Gaza. La Direzione per le Migrazioni è pronta a procedere via mare, via aria e con qualsiasi mezzo”.

Il ministro di Tel Aviv continua a parlare del progetto turistico da costruire sulle rovine della Striscia. L’ostacolo principale alla sua attuazione immediata risiede nel consenso internazionale e, soprattutto, nell’approvazione degli Stati Uniti. Sia chiaro: le potenze occidentali sono assolutamente compartecipi del genocidio dei palestinesi, e in UE ancora si fa fatica a mettersi d’accordo sulle sanzioni ai coloni.

L’approvazione deve però arrivare anche dai paesi limitrofi, per i quali la questione palestinese è un delicato tema di migrazioni e anche di normalizzazione dei rapporti con l’entità sionista. Secondo quanto riferito da Katz, il piano della riviera turistica non è stato accantonato ma temporaneamente congelato dal presidente statunitense Donald Trump per le pressioni dei governi arabi, che avrebbero offerto aperture su investimenti economici e sul disarmo di Hamas pur di scongiurare l’espulsione di massa.

I paesi teoricamente disponibili a ricevere quote di rifugiati pretendono garanzie politiche ed economiche dalla Casa Bianca prima di qualsiasi mossa. L’Egitto, per bocca del presidente Abdel Fattah al-Sisi, ha ribadito il no categorico all’uso del valico di Rafah o del Sinai per il transito degli sfollati, minacciando reazioni di piazza.

Katz ha in pratica spiegato che Tel Aviv attende un cambiamento nel contesto tattico: Israele ha calpestato il cessate il fuoco, e ora attende che la situazione diventi insostenibile per poi addossare ad Hamas il mancato rispetto degli accordi, così da avere la scusante per finire il lavoro di pulizia etnica.

Mentre il ministro della Difesa delineava gli scenari futuri, Benjamin Netanyahu ha compiuto un’ispezione presso le postazioni avanzate delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) all’interno di Gaza, lungo la cosiddetta “Linea Gialla”, la fascia che delimita l’area della Striscia ancora sotto occupazione sionista.

Il primo ministro israeliano aveva annunciato la volontà di espandere il controllo militare nell’enclave al 70% del territorio lo scorso maggio, ben oltre ciò che era stato definito col cessate il fuoco, a dimostrazione di come sia Tel Aviv a non rispettare gli accordi, con la speranza di costringere Hamas a reagire o di portare i palestinesi a scappare dalla loro terra.

Del resto, il trasferimento forzato dei palestinesi viene anche definito come una migrazione “volontaria” dai vertici sionisti: quanto può essere volontario il dover fuggire da un cumulo di macerie un tempo chiamato casa? Ma Gaza non è l’unico “fronte” su cui Katz si sta muovendo, anche in vista delle prossime elezioni.

Se a Gaza l’obiettivo dichiarato rimane la pulizia etnica, in Cisgiordania si sta vivendo una contrapposizione aperta tra i diversi corpi di sicurezza dello Stato ebraico. La scintilla è scoccata a seguito delle violenze registrate nel villaggio palestinese di Al-Mughayyir, nei pressi di Ramallah. L’intervento dei soldati è degenerato in pesanti scontri nei quali due diciannovenni palestinesi sono stati uccisi dal fuoco dei militari.

L’episodio ha fatto emergere un durissimo scontro ai vertici: il comandante della polizia israeliana per il distretto di Giudea e Samaria, Moshe Pinchi, ha attaccato pubblicamente l’operato dell’IDF, affermando che i militari avrebbero dovuto procedere all’arresto immediato dei coloni responsabili dei disordini anziché limitarsi a disperderli.

La frizione assume inoltre un chiaro peso politico: lo stesso ministro Katz ha recentemente disposto il trasferimento della giurisdizione e del controllo sui coloni in Cisgiordania dalle gerarchie militari alla polizia civile. Una mossa in cui si può leggere il preludio alla normalizzazione burocratica e a un’annessione de facto dei territori occupati. Mossa non a caso accolta calorosamente dal ministro per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir.

Le elezioni che si avvicinano determineranno le modalità con cui si vuole procedere agli ultimi atti del genocidio dei palestinesi, orizzonte condiviso da buona parte della società israeliana. Negli ultimi mesi, è evidente che ci sia il tentativo di fare ampia leva sul movimento dei coloni per assicurarsi una maggioranza che non si farà fermare dalle apparenze.

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03/09/2026

Cosa significa essere donne oggi a Gaza

Mi chiamo Aisha. Sono una scrittrice e una giornalista di Gaza e soprattutto sono madre di due figlie meravigliose. Una volta ho scritto nel mio diario: «I corpi delle donne non sono stati creati per tutta questa sofferenza, né i loro cuori per sopportare questa quantità folle di dolore».

Ricordo quelle parole ora mentre osservo decine di donne affollarsi insieme agli uomini attorno ai camion dell’acqua potabile che raggiungono la tendopoli di Al-Mawasi, nel sud di Gaza. Vedo volti bruciati dal sole, vestiti logori per i ripetuti lavaggi e corpi sfiniti dal trasportare contenitori pesanti e dall’attesa.

La mia tenda è vicina alle loro. Sento le loro voci e le vedo ogni giorno. So che stanno vivendo le stesse condizioni in cui mi trovo io. Ma non voglio parlarvi solo delle tende. Voglio parlarvi delle donne le cui vite la guerra ha ridotto a una lotta per la sopravvivenza.

Iniziamo le nostre mattine cercando di svegliarci prima che il caldo diventi insopportabile, ma il caldo arriva sempre prima di noi. Il sole filtra attraverso la tenda e mi sveglia con il corpo madido di sudore, i vestiti appiccicati alla pelle e gli insetti che ronzano senza sosta intorno al mio viso.

Esco in cerca d’aria, solo per scoprire che anche l’aria stessa è calda. Io e le mie due figlie cerchiamo un po’ d’ombra, spostandoci da una zona all’altra. In quei momenti, non penso alla colazione né al caffè. Penso all’acqua fresca.

Quella cosa preziosa non fa più parte della nostra vita quotidiana. Qui l’acqua non è un dettaglio secondario. Determina quando possiamo lavarci, cosa possiamo pulire e con quale frequenza possiamo fare il bagno ai nostri figli.

Secondo le Nazioni unite, una valutazione relativa all’acqua, ai servizi igienico-sanitari e all’igiene condotta a Gaza ha rilevato che il 63 per cento delle famiglie intervistate riceve meno di sei litri di acqua potabile al giorno a persona, mentre il 34 per cento ne riceve meno di nove. Il 74 per cento dipende dal rifornimento diretto dai camion cisterna. Per chi legge queste cifre da lontano, potrebbero sembrare semplici statistiche. Per noi determinano ciò che accade ai nostri corpi.

Fanno anche parte della storia di Hala. Hala è incinta di sei mesi. Mi racconta: «Avevo una bella casa. Mi ero sposata solo pochi mesi prima della guerra. Ora tutto ciò che abbiamo io e mio marito è questa tenda e questo bambino che cresce lentamente dentro di me. Non faccio altro che pensare a come partorirò qui, senza un bagno come si deve. Come crescerà il mio bambino tra umidità, muffa e topi?».

Hala aveva iniziato la sua vita matrimoniale in una casa che aveva preparato da neo-sposa. Ora lei e suo marito vivono in una piccola tenda con uno spazio tutto loro e una toilette che è poco più di un buco scavato nella sabbia, circondato da pezzi di stoffa logora. Eppure si considera più fortunata di molte altre donne.

La privacy nelle tende non è garantita. Le famiglie sono stipate in spazi angusti, mentre le donne cercano un angolo dove potersi cambiare, lavarsi o semplicemente stare da sole per qualche minuto.

Durante un periodo di sfollamento, ho trascorso quattro mesi interi senza guardarmi allo specchio. Non era lo specchio che mi mancava. Mi mancavano il tempo e lo spazio che permettono a una donna di guardarsi, prendersi cura dei propri capelli, del proprio corpo e dei propri vestiti, senza sentire che ogni minuto dedicato a se stessa sia stato sottratto a qualcosa di più urgente.

Me lo ricordo ogni volta che vedo la mia vicina chinata su pile di biancheria da lavare. Guardo le mie mani screpolate e ricordo quanto fossero morbide un tempo e quanto mi piacesse dipingermi le unghie di rosso. Anche quei piccoli dettagli ora appartengono a un’altra vita.

Eppure, le donne non li hanno abbandonati del tutto. Vedo alcune di loro che si applicano il kohl sugli occhi e cercano di scegliere bei colori per abiti larghi che sono diventati, allo stesso tempo, abiti per la preghiera, il lavoro e per portare l’acqua. Sono un piccolo modo per dire: «Sono ancora me stessa».

Le mestruazioni rivelano un altro aspetto, più duro, della perdita della privacy. Samira ha quindici anni. Quando le ho chiesto perché una volta mi avesse detto che avrebbe voluto nascere maschio, mi ha raccontato del suo primo ciclo mestruale. È successo nella tenda sei mesi fa, in un giorno in cui il camion cisterna non è arrivato. Non c’era un bagno vero e proprio e l’acqua scarseggiava.

Quando i suoi fratelli più piccoli hanno visto tracce di sangue sul pavimento sabbioso del luogo che la famiglia usava come bagno, lei si è sentita profondamente in imbarazzo.

Sua madre dice che Samira è cambiata dopo quel giorno. Il suo sonno e il suo appetito sono stati sconvolti, si è chiusa in se stessa ed è diventata meno disposta a uscire dalla tenda. Samira è solo una di tante ragazze. La differenza è che ha una madre che la stringe a sé e si preoccupa per lei. Altre giovani affrontano la pubertà nelle tende senza privacy, a volte senza una madre che le abbracci o una casa che le protegga.

La pubertà in una tenda non è semplicemente un cambiamento fisico; è un precoce confronto con la perdita della privacy. E il caldo rende tutto più difficile. Durante il giorno, la tenda diventa soffocante. Rimandiamo il bagno, il bucato e le faccende domestiche fino a quando la temperatura non scende. Quello che non si può rimandare, lo facciamo sudando.

L’Organizzazione mondiale della Sanità avverte che il caldo estremo comporta gravi rischi per la salute, in particolare per le donne incinte e i bambini. Sottolinea inoltre che la gravidanza può aumentare la vulnerabilità al caldo e alla disidratazione.

Ma come può una donna incinta proteggersi dal caldo quando non ha una stanza fresca, né aria condizionata, né frigorifero e a volte nemmeno acqua fredda? Ecco perché non dico che la guerra abbia privato le donne di Gaza della loro femminilità. Ha privato loro del tempo, dello spazio e della privacy che un tempo permetteva loro di viverla.

Eppure una donna continua a pettinare i capelli di sua figlia quando ne trova il tempo. Lava i vestiti quando trova dell’acqua. Si mette il kohl quando può e sorride quando ha ben pochi motivi per farlo.

C’è una ragazza che vedo quasi ogni mattina dall’ingresso della mia tenda. Ha diciotto anni. Cammina tra le tende raccogliendo sacchetti di plastica, pezzi di legno e scarti sparsi sulla sabbia, raccogliendoli per accendere un fuoco e cucinare per la sua famiglia. Il sole ha lasciato segni profondi sul suo viso, facendola sembrare più grande della sua età. Le sue mani sono ruvide e stanche, come quelle di una donna di ottanta anni. La guardo e penso alla distanza tra la sua età e ciò che le sue mani stanno trasportando.

Cosa farebbe se non fosse costretta a questa vita? Forse sarebbe seduta in un’aula universitaria, avrebbe scelto un vestito, si sarebbe dipinta le unghie di rosso o avrebbe sognato un futuro sconosciuto.

Invece, sta cercando qualcosa da poter bruciare. E ogni volta che la vedo, mi ricordo che le donne di Gaza non hanno perso il loro istintivo senso di femminilità. Hanno perso la vita stessa. Sono donne che sono state costrette a mettere la sopravvivenza al primo posto, e tutto il resto dopo.

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25/08/2026

A Gaza Israele dichiara guerra anche agli aquiloni

Il Ministro della Difesa israeliano ha dato ordine di attaccare qualsiasi bambino di Gaza che faccia volare un aquilone, da anni il giocattolo più popolare tra i bambini palestinesi della Striscia a causa del blocco e della disastrosa situazione economica.

“Avvertiamo Hamas che se i lanci verso Israele non cesseranno immediatamente, l’esercito israeliano agirà intensificando le operazioni contro i responsabili” ha dichiarato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, aggiungendo che Israele ordinerà lo sfollamento forzato dei palestinesi dalle aree della Striscia di Gaza utilizzate per “lanciare droni, palloni aerostatici e aquiloni”.

La decisione del Ministro della Difesa non si è fermata qui. Ha anche ordinato lo sfollamento degli abitanti di qualsiasi area in cui un bambino faccia volare un aquilone e la distruzione degli aquiloni stessi, poiché l’esercito considera questo giocattolo un atto militare.

Mejid Balghouti commenta: “Questo avviene dopo che gli israeliani hanno trovato degli aquiloni sfuggiti dalle mani dei bambini e atterrati negli insediamenti intorno a Gaza. Questi aquiloni non rappresentavano una minaccia, ma i media israeliani e l’opposizione hanno sfruttato l’incidente come tema elettorale per attaccare il governo, che, a sua volta, si è alleato con loro per mantenere il potere. Ora, l’opposizione sta lanciando i propri aerei da guerra nei cieli di Gaza, alla ricerca di qualsiasi bambino che giochi con un aquilone per ucciderlo, tutto per placare l’opinione pubblica israeliana”.

È utile ricordare che diversi anni fa, ma sembra passato un secolo, tra le varie forme di resistenza dei palestinesi c’era anche il lancio di aquiloni incendiari sui campi israeliani al di là della frontiera di Gaza con scene ridicole di aerei e elicotteri militari israeliani alla caccia di aquiloni.

Ma non è questo il caso. Da tempo i palestinesi di Gaza non sono in grado di muovere azioni offensive contro Israele. Questo degli aquiloni somiglia spudoratamente ad un nuovo pretesto per poter bombardare impunemente le tendopoli dei rifugiati palestinesi.

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24/08/2026

Sulla morte di Hind Rajab. Israele mente fingendo di “cercare la verità”

Storicamente, Israele non ha mai accusato un singolo soldato delle IDF di aver ucciso un palestinese a Gaza durante i suoi attacchi su larga scala, intensificatisi dal 2008.

L’esercito israeliano è tornato alla ribalta mercoledì, dopo aver ammesso per la prima volta di aver sparato contro il veicolo in cui la piccola Hind Rajab, di 5 anni, è stata brutalmente assassinata nel gennaio del 2024. Tuttavia, questa “ammissione” è presentata in modo disonesto ed è una chiara manovra di pubbliche relazioni orchestrata da Israele per insabbiare le proprie azioni.

L’omicidio di Hind Rajab per mano dell’esercito israeliano è uno dei Crimini di Guerra più eclatanti commessi durante il Genocidio di Gaza, tanto da essere diventato il soggetto di un pluripremiato docudrama, “La Voce di Hind Rajab”. Le registrazioni audio della giovane ragazza, diffuse dalla Mezzaluna Rossa Palestinese, che cercava disperatamente di esercitare pressioni internazionali su Israele affinché consentisse ai propri operatori di salvarla, sono diventate virali e hanno commosso milioni di persone in tutto il mondo.

Israele ne è ben consapevole e ha quindi scelto di avviare un’indagine penale sull’accaduto, al fine di dare l’impressione di assumersi le proprie responsabilità.

Si tratta di uno dei cinque episodi che il “Meccanismo di accertamento e valutazione dei fatti dello Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane” afferma di aver indagato, tre dei quali non sono stati approfonditi ulteriormente, assolvendo le proprie forze da ogni colpa:

– L’uccisione dei sette operatori umanitari di World Central Kitchen (Centro di Vettovagliamento Mondiale) nell’aprile del 2024, mentre operavano a Deir al-Balah. Le vittime erano cittadini australiani, britannici, palestinesi, polacchi e con doppia cittadinanza americana e canadese, presi di mira a bordo di tre veicoli chiaramente identificabili. Alcuni dei sopravvissuti hanno tentato la fuga a bordo di altri veicoli e sono stati colpiti ripetutamente da mitragliatrici.

– L’attacco di carri armati del febbraio 2024 contro un centro di accoglienza di Medici Senza Frontiere a Khan Younis, che ha causato la morte di due dipendenti e il ferimento di altri. Nonostante fosse noto che il luogo ospitasse una base di Medici Senza Frontiere, gli israeliani hanno semplicemente affermato di non esserne a conoscenza; non hanno mai presentato alcuna prova di aver colpito un obiettivo militare.

– L’attacco del novembre 2023 contro un convoglio di Medici Senza Frontiere chiaramente identificabile a Gaza, che ha causato la morte di altri due dipendenti. Si trattava di un convoglio che stava evacuando 137 civili e che aveva coordinato l’operazione con l’esercito israeliano, fermandosi persino per ore a un posto di blocco affollato per ottenere il via libera da Israele.

Un altro episodio su cui Israele afferma di aver avviato un’inchiesta penale è il massacro di 15 paramedici e soccorritori palestinesi a Tel al-Sultan, Rafah. Il 23 marzo 2025, quando si persero i primi contatti con gli operatori di emergenza, l’ufficio stampa di Gaza credette che il gruppo fosse stato rapito e si appellò alla comunità internazionale. Israele si rifiutò di riconoscere l’accaduto.

Verso la fine del mese, dopo il ritiro delle forze israeliane dalla zona, venne scoperta una fossa comune senza nome, contenente i corpi dei 15 paramedici, soccorritori e autisti di ambulanze. Secondo le prime ricostruzioni, il gruppo fu giustiziato a distanza ravvicinata, uno ad uno, prima che gli israeliani seppellissero i corpi e le ambulanze per eliminare le prove.

La difesa iniziale di Israele, alla fine di marzo, sostenne che una serie di veicoli senza contrassegni si erano diretti verso di loro con i fari spenti e senza segnali di emergenza, spingendo le forze israeliane ad aprire il fuoco per autodifesa. Questa versione dei fatti è stata successivamente contraddetta da prove video emerse ad aprile che mostravano il contrario, spingendo le Forze di Difesa Israeliane a cambiare versione e ad affermare di aver scambiato le luci di emergenza per una minaccia.

Alla fine di aprile del 2025, l’esercito israeliano ha concluso, a seguito di un’indagine interna, che l’incidente poteva essere attribuito a “errori professionali” e “incomprensioni operative”. In seguito, gli israeliani hanno nuovamente cambiato versione, affermando, senza alcuna prova, che sei delle vittime avevano legami con il gruppo armato Jihad Islamica Palestinese.

Ora stanno adottando una versione diversa, basata sulla loro ultima cosiddetta indagine, secondo cui “gli spari esplosi durante l’incidente sollevano un ragionevole sospetto di condotta criminale”. Indagini indipendenti, tra cui una condotta da Forensic Architecture, hanno dimostrato che le forze israeliane hanno sparato almeno 900 proiettili ed eseguito esecuzioni a distanza ravvicinata.

Mettere a tacere la voce di Hind Rajab

Diversi organi di stampa hanno riportato che Israele ha avviato un’indagine penale interna sull’uccisione di Hind Rajab e ha ammesso di aver sparato contro il veicolo in cui è stata uccisa, insieme a sei membri della sua famiglia. Tuttavia, l’indagine interna israeliana ha appena tratto un’altra conclusione che mira a insabbiare l’intero evento, proteggendo i suoi soldati anziché assumersi la responsabilità delle proprie azioni.

“I risultati dell’indagine indicano che le truppe delle Forze di Difesa Israeliane hanno sparato contro un veicolo che si stava avvicinando”, è quanto afferma ora l’esercito israeliano a seguito della sua ultima indagine.

“A seguito della revisione dei risultati e a causa di apparenti mancanze nel coordinamento degli spostamenti dell’ambulanza della Mezzaluna Rossa Palestinese, è stato deciso di avviare un’indagine penale sull’incidente da parte della Divisione Investigativa Criminale della Polizia Militare”.

Si tenga presente che questa è esattamente la stessa scusa usata per coprire le esecuzioni di 15 soccorritori e paramedici nel Massacro di Rafah; ora affermano che saranno oggetto di un’indagine penale. Si tratta di una scusa che presuppone che le forze israeliane abbiano semplicemente agito per autodifesa, sparando contro ciò che interpretavano come una minaccia.

Inoltre, nell’incidente sono stati colpiti due veicoli, non uno. Due paramedici della Mezzaluna Rossa Palestinese sono stati uccisi in seguito a un doppio colpo sparato contro la loro ambulanza.

Numerose indagini forensi e satellitari indipendenti sono state condotte sui dettagli dell’incidente, tra cui una del Washington Post e un’altra di Forensic Architecture in collaborazione con EarShot e Fault Lines, che hanno dimostrato che le forze israeliane hanno sparato 335 proiettili contro la Kia Picanto in cui Hind Rajab e sei membri della sua famiglia sono stati uccisi.

Le prove dimostrano anche che era impossibile che il veicolo si fosse diretto a Sud, come affermato dai militari israeliani, seguendo le istruzioni impartite alla popolazione locale quel giorno, poiché le strade che portavano a Sud dalla loro posizione erano tutte bloccate. Le indagini hanno inoltre concluso che l’auto è stata colpita da una distanza sufficientemente ravvicinata da permettere ai soldati israeliani di vedere i civili innocenti che si erano rifugiati al suo interno.

I colpi israeliani hanno penetrato il veicolo anche dal lato destro. Anche se gli israeliani continuano ad affermare che l’auto si stesse dirigendo verso di loro, presumibilmente guidata da una bambina terrorizzata di 5 anni, è chiaro che il veicolo non è stato colpito frontalmente, il che significa che non rappresentava una minaccia.

Detto questo, gli operatori della Mezzaluna Rossa di stanza a Ramallah hanno trascorso circa tre ore al telefono con la piccola Hind, cercando disperatamente di ottenere il permesso israeliano per soccorrerla. A quel punto, la vicenda era diventata un incidente internazionale.

Per 12 giorni, a partire dal 29 gennaio 2024, Hind Rajab è stata ufficialmente considerata “dispersa” e presunta morta, fino al 10 febbraio, quando il suo corpicino è stato ritrovato nel quartiere di Tal al-Hawa, crivellato di proiettili.

Quando Israele è stato finalmente costretto ad affrontare la questione, ha affermato che le sue forze non erano nemmeno di stanza nella zona e che non erano in corso operazioni militari in quel momento. Ha persino avviato un’indagine interna, che ha prodotto la stessa scusa con una formulazione diversa.

Questa versione dei fatti è rimasta più o meno invariata per circa due anni e mezzo, con funzionari e militari israeliani che periodicamente apportavano piccole modifiche alle loro affermazioni, nonostante le prove che emergevano a smentirle. Israele ha persino tentato di attribuire la responsabilità degli omicidi ai combattenti palestinesi, un’altra tattica utilizzata innumerevoli volte per giustificare i propri Crimini di Guerra.

Storicamente, Israele non ha mai incriminato un singolo soldato israeliano per l’uccisione di un palestinese a Gaza durante le sue offensive su larga scala nel territorio, iniziate nel 2008.

La condanna più severa mai inflitta a un soldato israeliano per la sua condotta a Gaza è stata quella di un membro della Brigata Givati ​​nel 2009, durante quella che Tel Aviv ha definito “Operazione Piombo Fuso”, che ha ricevuto una pena di 7 mesi e mezzo di reclusione. Non per aver ucciso, violentato o torturato palestinesi, bensì per aver rubato una carta di credito.

Fonte

22/08/2026

La fine del “Medio Oriente” statunitense

Il sostegno statunitense all’aggressione israeliana contro Gaza, in particolare sotto la presidenza Biden, ha distrutto qualsiasi residua autorità morale che gli Stati Uniti potessero ancora avere e la sconfitta di Trump in Iran ha infranto il mito dell'incontrastabile dominio militare americano.

La rivista Foreign Affairs ha pubblicato un articolo che prevedeva il collasso del cosiddetto “Medio Oriente americano” a causa delle politiche statunitensi nella regione. Come si manifesta concretamente questo scenario? E verso dove sta andando il mondo oggi?

Di seguito il testo dell’articolo.

*****

Il ruolo degli Stati Uniti in Medio Oriente è giunto al termine. L’ordine regionale che ha prevalso dal 1991 è stato una delle vittime della guerra israelo-americana contro l’Iran. Il fallimento degli Stati Uniti e di Israele nel rovesciare il regime di Teheran ha dimostrato la bancarotta di decenni di sanzioni e violenze.

Inoltre, l’incapacità degli Stati Uniti di proteggere le proprie basi presso gli alleati del Golfo dagli attacchi iraniani o di mantenere aperto lo Stretto di Hormuz ha seriamente minato il patto di sicurezza fondamentale che giustificava la presenza militare statunitense nella regione.

L’atteggiamento sempre più minaccioso di Israele e il suo abbandono di qualsiasi pretesa di raggiungere un accordo con i palestinesi hanno di fatto posto fine alla missione decennale di Washington di forgiare una partnership di sicurezza duratura tra i suoi alleati arabi e Israele.

Per trentacinque anni, l’obiettivo principale degli Stati Uniti è stato quello di confinare i propri eterogenei alleati in un sistema basato sulla protezione di Israele, inizialmente contenendo l’Iran e l’Iraq, e più recentemente l’Iran e i suoi alleati non statali.

Lungi dall’essere una deviazione da quella strategia, la guerra del presidente Donald Trump l’ha portata alla sua logica conclusione, cercando di eliminare la minaccia iraniana con la forza in un colpo solo. Come i leader americani prima dell’invasione dell’Iraq del 2003, e come Israele nelle sue guerre contro Hezbollah e Hamas, gli artefici di questa guerra hanno sovrastimato grossolanamente ciò che la forza militare poteva ottenere, hanno sottovalutato la capacità di adattamento degli avversari, dato per scontato che gli alleati sarebbero rimasti a guardare e ignorato cinicamente la vita delle persone comuni.

L’avventura sconsiderata di Washington non è stata tanto un’anomalia quanto la massima espressione di una falla fondamentale nella sua strategia per il Medio Oriente.

A prima vista, la guerra potrebbe non sembrare aver avuto un impatto significativo sulle alleanze che costituiscono il sistema americano. Di fronte a una guerra inconcludente e a un Iran più influente, gli stati del Golfo potrebbero aumentare gli acquisti di armi e le richieste di rinnovate garanzie di sicurezza, creando l’illusione di una stabilità duratura. Ma in realtà, il vecchio ordine sta cedendo il passo a uno nuovo.

La guerra contro l’Iran ha cambiato la situazione sul campo

La crisi di Suez del 1956 viene ricordata oggi come l’ultimo sussulto del potere imperiale britannico e francese in Medio Oriente, ma il raggiungimento di questa inevitabile fine ha richiesto anni. L’egemonia americana non scomparirà improvvisamente, ma i dubbi di lunga data sul potere americano e sui suoi obiettivi hanno raggiunto il punto di ebollizione.

La realtà della guerra con l’Iran e della guerra israeliana a Gaza ha già modificato i calcoli sia degli alleati che degli avversari degli Stati Uniti. Un altro conflitto o l’elezione di un nuovo presidente americano non risaneranno la frattura.

I prossimi anni promettono ulteriori conflitti. Israele e Iran condividono un interesse comune nel mantenere il Medio Oriente in uno stato di caos e violenza, e gli Stati Uniti hanno pochi mezzi per contenerli. Israele spera di espandere i suoi confini di fatto, annettendo quanta più parte possibile della Palestina storica, e di imporre il suo controllo con la forza su vaste aree della regione.

Supponendo che il regime iraniano non crolli a breve termine – il che sembra altamente improbabile – Teheran, rinvigorita, cercherà di difendere ed espandere la propria influenza regionale trascinando Washington negli infiniti e sconfinati conflitti della “zona grigia” in cui ha a lungo prosperato.

Se gli Stati Uniti sono finalmente pronti ad abbandonare la loro strategia fallimentare, il crollo di un sistema potrebbe rappresentare un’opportunità per costruirne uno migliore. Sebbene le circostanze siano tutt’altro che ideali – e la maggior parte dei leader e della popolazione della regione desideri ardentemente una tregua dagli attacchi militari e dalle turbolenze economiche – nutrono un profondo risentimento nei confronti di Washington per averli trascinati in questa situazione.

Anni di dominio

Per decenni dopo la Seconda Guerra Mondiale, le ambizioni americane in Medio Oriente furono plasmate dalla rivalità globale con l’Unione Sovietica, che suscitò un vivo interesse per la politica regionale a Washington, ma al contempo la rese cauta nei confronti di un intervento militare diretto.

L’attuale ordine in Medio Oriente, instaurato dall’amministrazione di George H.W. Bush dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la Guerra del Golfo, è caratterizzato dall’egemonia americana. Washington ha avuto un’opportunità storica per assicurarsi il controllo assoluto su una regione a lungo contesa, rendendosi indispensabile attraverso la creazione di basi militari e accordi di sicurezza per contenere Iraq e Iran. Il suo sostegno militare e politico è stato fondamentale per la sopravvivenza di praticamente tutti i regimi della regione.

Nel tentativo di legittimare il proprio ruolo di potenza che trascende la mera dominazione aggressiva, Washington ha avviato il cosiddetto “processo di pace arabo-israeliano”, nella speranza di integrare i suoi alleati arabi e Israele in un quadro di sicurezza condiviso. Il risultato è stata una regione divisa tra un blocco guidato dagli Stati Uniti, composto da Israele, Turchia e la maggior parte degli stati arabi, e un blocco di opposizione meno formale che include l’Iran, la Siria di Assad e attori non statali come Hamas, Hezbollah e Ansar Allah. Questa struttura è rimasta sostanzialmente invariata nel corso di tre decenni di radicali cambiamenti nella politica globale, regionale e statunitense.

Secondo la narrazione americana, questo sistema garantiva un certo grado di stabilità, proteggendo al contempo interessi vitali degli Stati Uniti, come il commercio petrolifero e la sicurezza di Israele. Per molti versi, ciò era vero. Per la maggior parte del tempo, il petrolio fluiva in modo costante e a prezzi ragionevoli. Nessuna superpotenza rivale sfidava seriamente l’egemonia americana, nemmeno la Cina, che si limitava a osservare e a beneficiare delle opportunità economiche offerte dalla sicurezza americana.

Un prezzo salato da pagare per gli abitanti della regione 

Per Washington, i vantaggi strategici derivanti da questo sistema sembravano giustificare i costi delle guerre necessarie per mantenerlo, ma il prezzo era proibitivo per le popolazioni della regione. Gli ultimi trentacinque anni hanno visto Israele impegnato in numerose guerre di piccola entità contro i suoi vicini, molto più deboli, il completo fallimento del processo di pace israelo-palestinese, l’offensiva del 7 ottobre e la distruzione di Gaza da parte di Israele.

In Iraq, gli Stati Uniti hanno imposto dodici anni di dure sanzioni, bombardamenti intermittenti, tentativi falliti di cambio di regime e una disastrosa campagna di “controproliferazione”, seguiti dalla catastrofica invasione e occupazione del 2003, il tutto a un costo umano enorme. Sotto la guida americana, guerre devastanti hanno distrutto Libano, Libia, Sudan, Siria e Yemen.

L’ordine regionale si fondava sulle garanzie di sicurezza americane, non solo per gli stati arabi ma anche per i governanti che sedevano sui loro troni. La repressione delle aspirazioni democratiche era un elemento vitale di questo accordo, così come la protezione da qualsiasi attacco militare iraniano.

Per un breve periodo, durante le rivolte della Primavera araba del 2010-2011, la spinta al cambiamento sembrò invincibile, ma per il resto il sistema si dimostrò vincente. Praticamente tutti i regimi dell’alleanza guidata dagli Stati Uniti si aggrapparono al potere, e la maggior parte rafforzò ulteriormente la propria presa all’indomani delle proteste. Il sostegno statunitense alle riforme economiche neoliberiste incoraggiò questi regimi ad adottare piani di privatizzazione che esacerbarono la corruzione delle élite e impoverirono la maggior parte della popolazione.

Le campagne militari di Washington incoraggiarono inoltre i suoi alleati ad adottare forme invasive di sorveglianza e a reprimere qualsiasi potenziale dissenso in nome della sicurezza. Mentre i ricchi stati petroliferi del Golfo e piccole frange dell’élite araba prosperavano sotto questo sistema, per la maggior parte della popolazione l’ordine americano significava solo violenza, disperazione e privazioni. Praticamente sotto ogni punto di vista economico, politico e di sviluppo, il Medio Oriente ha registrato risultati peggiori sotto l’egemonia americana rispetto a qualsiasi altra regione.

Paradossalmente, le garanzie di sicurezza americane incoraggiarono gli alleati a ignorare gli interessi politici di Washington. La maggior parte si sentiva al sicuro da qualsiasi invasione o attacco esterno, creando un rischio morale: potevano perseguire i propri progetti ideologici e politici senza temere gravi conseguenze.

La preoccupazione di Washington per gli affari interni, la sua negligenza nei confronti delle realtà regionali e le sue esagerate paure dell’influenza cinese e russa hanno reso gli Stati Uniti un facile bersaglio per le potenze locali manipolatrici. Di conseguenza, nel corso dei decenni, Washington non è riuscita a contenere efficacemente Israele o a impedire ai suoi alleati arabi di perseguire politiche che minano gli obiettivi dichiarati degli Stati Uniti. Questi alleati nominali hanno ignorato le critiche ai loro interventi distruttivi in ​​Libia, Sudan, Siria e Yemen. Quasi tutti si sono opposti all’accordo sul nucleare iraniano del 2015, che l’amministrazione Obama sperava potesse contribuire alla stabilità regionale. E nel 2017, il blocco del Qatar, guidato dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Arabia Saudita, ha minato il fronte unito contro l’Iran di cui la campagna di “massima pressione” di Trump aveva bisogno.

Le rivolte del 2010-2011 spinsero i governi arabi ad adottare nuove forme di intervento, in parte a causa della perdita di fiducia nella capacità e nella volontà degli Stati Uniti di rispondere a quelle che percepivano come minacce urgenti. Gli alleati autoritari, che da tempo temevano colpi di stato e rivoluzioni popolari, ora li vedevano come una realtà imminente di fronte agli alleati iraniani, ai movimenti armati e ai giovani attivisti liberaldemocratici.

Con la diffusione a macchia d’olio delle proteste, questi regimi si resero conto che le minacce interne potevano provenire da qualsiasi luogo, persino al di fuori dei loro confini. Quando assistettero al rovesciamento di Hosni Mubarak in Egitto nel 2011, conclusero di non poter contare sugli Stati Uniti per essere salvati dalle sfide interne. Se volevano garantire la propria sopravvivenza, dovevano intervenire e contenere la minaccia da soli. Tuttavia, i loro ripetuti interventi avevano prodotto risultati disastrosi, contribuendo a un colpo di stato militare in Egitto e a numerose guerre civili.

Per quanto riguarda Israele, ha mostrato un uso sempre più eccessivo della forza in tutta la regione e ha rafforzato la sua occupazione militare nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, e persino in alcune zone del Libano e della Siria.

Uno dei motivi per cui il sistema americano è durato così a lungo è che gli accordi di sicurezza su cui si fonda non sono mai stati realmente messi alla prova. I leader regionali si sono lamentati ripetutamente di sentirsi abbandonati, ma non si sono mai comportati come se l’abbandono fosse una possibilità concreta. Per anni, la guerra tra Stati non ha rappresentato una minaccia significativa. Israele ha bombardato ripetutamente Gaza e il Libano, ma nessuno Stato arabo alleato degli Stati Uniti si è mostrato eccessivamente preoccupato per un attacco israeliano.

Allo stesso tempo, gli Stati Uniti cercarono di consolidare il proprio dominio in Medio Oriente promuovendo una cooperazione militare e politica aperta tra i loro alleati arabi e Israele. Questo obiettivo non era nuovo; la formazione di un’alleanza anti-iraniana guidata dagli Stati Uniti era stata un obiettivo di ogni amministrazione americana dal 1991. Tuttavia, Trump si distinse dai suoi predecessori perseguendo questa strada senza collegare la normalizzazione dei rapporti arabo-israeliani ai progressi sulla questione palestinese. Nel 2020, la sua amministrazione mediò gli Accordi di Abramo tra Israele e, inizialmente, il Bahrein e gli Emirati Arabi Uniti.

Il Marocco si unì poco dopo, e il Sudan firmò un accordo preliminare che non fu mai formalmente attuato. Ma quando l’amministrazione Biden cercò di persuadere l’Arabia Saudita a firmare, sottovalutò l’importanza della questione palestinese per l’opinione pubblica saudita e sottovalutò la crescente rivalità tra Riyadh e Abu Dhabi. Non riuscì inoltre a comprendere la crescente opposizione popolare alla normalizzazione né a prevedere l’imminente catastrofe a Gaza.

Scuotimento dell’ordine regionale statunitense

L’ordine regionale statunitense è già stato scosso in passato, anche durante la disastrosa invasione dell’Iraq del 2003 e le rivolte popolari del 2011, ma si è sempre rimodellato. I politici americani sono rimasti intrappolati in questa struttura da loro stessi creata, così come le potenze regionali che vi sono radicate. Ogni presidente, da Bill Clinton in poi, si è insediato promettendo di ridurre il coinvolgimento degli Stati Uniti in Medio Oriente, salvo poi ritrovarsi trascinato nelle stesse politiche e guerre.

La duplice crisi della distruzione di Gaza da parte di Israele e della guerra israelo-americana in Iran potrebbe apparire come un altro episodio di questo ciclo. Ma in realtà, questi eventi, considerati insieme, hanno inferto un colpo fatale al “Medio Oriente” americano. Il sostegno degli Stati Uniti all’aggressione israeliana contro Gaza, in particolare sotto la presidenza di Joe Biden, ha distrutto qualsiasi residua autorità morale che gli Stati Uniti ancora possedevano. La sconfitta di Trump in Iran ha infranto l’illusione di un’assoluta supremazia militare americana. Entrambi gli eventi hanno dimostrato agli stati arabi la loro scarsa influenza reale nell’ordine regionale e il valore decrescente delle garanzie di sicurezza americane.

Sia sotto l’amministrazione Biden che sotto quella Trump, i funzionari americani non sono riusciti a comprendere le devastanti conseguenze della guerra di Israele contro Gaza. L’opinione prevalente era che contassero solo le opinioni dei leader regionali, che questi leader si fossero da tempo dimenticati dei palestinesi e che desiderassero legami più stretti con un Israele forte e maggiori garanzie di sicurezza offerte dagli Stati Uniti come incentivo.

Forse il miglior esempio di questa miopia è il futile tentativo di Biden di mediare una normalizzazione delle relazioni tra Israele e Arabia Saudita, anche dopo che il crescente numero di vittime a Gaza aveva reso tale cooperazione politicamente rischiosa agli occhi dell’opinione pubblica araba che Riyadh aspirava a guidare.

L’incessante ricerca da parte di Washington di una maggiore cooperazione araba con Israele ha esacerbato le divisioni. Essendo uno dei primi due firmatari degli Accordi di Abramo, gli Emirati Arabi Uniti hanno continuato a collaborare con Israele durante la campagna israeliana a Gaza e mentre Israele lanciava attacchi militari in Iraq, Libano, Siria, Yemen e persino in Qatar.

Durante la guerra con l’Iran, secondo il Wall Street Journal, gli Emirati Arabi Uniti si coordinarono con Israele e gli Stati Uniti per lanciare attacchi contro obiettivi iraniani. L’Arabia Saudita, d’altro canto, osservava con preoccupazione l’alleanza tra Emirati e Israele. Riad e Abu Dhabi erano già in disaccordo sulla Siria, dove l’Arabia Saudita sosteneva il regime post-Assad mentre gli Emirati condividevano l’ostilità di Israele nei suoi confronti, e anche sullo Yemen, dove l’Arabia Saudita aveva appena espulso i miliziani emiratini.

L’Arabia Saudita si è lamentata del fatto che gli Emirati Arabi Uniti stessero sostenendo movimenti separatisti che minavano la stabilità regionale, e ha visto la partnership tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti come una minaccia alla propria leadership regionale. Questa disputa ha ulteriormente complicato le possibilità di Washington di mobilitare le principali potenze della regione a sostegno della sua campagna per sconfiggere l’Iran.

Se la guerra a Gaza aveva gettato dubbi sul futuro della leadership regionale americana, la guerra contro l’Iran ha segnato il destino di tale sistema. I leader del Golfo erano furiosi perché gli Stati Uniti e Israele avevano lanciato la guerra senza consultarli, pur conoscendo la loro opposizione, e mentre erano impegnati in negoziati con l’Iran mediati dall’Oman. Questa guerra, sulla quale non avevano avuto voce in capitolo, li esponeva a una risposta iraniana diretta.

Sebbene i sistemi di difesa missilistica americani abbiano proteggo il Golfo dagli attacchi missilistici più violenti, un numero sufficiente di raid iraniani è riuscito a penetrarli, infliggendo danni significativi e destabilizzando la struttura socio-economica della regione. L’Iran ha preso di mira gli interessi e gli obiettivi americani in tutto il Golfo, comprese nazioni amiche come l’Oman e il Qatar, ma ha concentrato i suoi attacchi sui firmatari degli Accordi di Abramo: in particolare il Bahrein e gli Emirati Arabi Uniti. Nel giro di poche settimane, l’Iran ha danneggiato, distrutto o reso inefficace una parte significativa della rete di basi militari che sosteneva l’egemonia americana in Medio Oriente.

Il fallimento degli Stati Uniti e di Israele nel rimuovere il regime iraniano

La fiducia degli alleati del Golfo in Washington si è ulteriormente indebolita con il fallimento della campagna israelo-americana per rovesciare il regime iraniano. Per decenni, i sostenitori del bombardamento dell’Iran avevano sostenuto che un simile attacco, sebbene potenzialmente caotico, avrebbe eliminato definitivamente la minaccia iraniana. Eppure, Stati Uniti e Israele, con tutta la loro potenza militare, hanno fallito miseramente. Inoltre, gli Stati Uniti sono rimasti a guardare mentre l’Iran chiudeva lo Stretto di Hormuz, mettendo a repentaglio l’intera economia del Golfo.

Ancora una volta, i leader del Golfo sono rimasti scioccati non solo dal disinteresse dell’America per i loro desideri, ma anche dalla sua palese impotenza. Il loro shock si è trasformato in rabbia quando gli Stati Uniti hanno bombardato gli impianti idrici e Israele i depositi petroliferi iraniani. Washington stava mettendo a repentaglio il futuro dei suoi partner; se Teheran avesse reagito colpendo impianti idrici o siti nucleari nel Golfo, la conseguente spirale di escalation avrebbe portato gli stati del Golfo ad affrontare una catastrofe economica e una devastazione ambientale di proporzioni enormi, rendendoli inabitabili.

Gli stati del Golfo non si fidano più delle garanzie di sicurezza americane

Da tutto ciò, gli Stati del Golfo hanno tratto la conclusione che le garanzie di sicurezza americane, che costituivano il fulcro dell’accordo regionale, non erano più affidabili. La regione si era già resa conto nel 2011 che Washington era incapace di proteggerla dalle minacce interne. Se non ci si poteva fidare di Washington nemmeno per consultarsi con gli alleati, sconfiggere gli avversari o proteggere i partner dalle conseguenze delle sue avventure regionali, allora a cosa servivano le sue promesse? L’accordo fondamentale offerto dagli Stati Uniti era crollato e non sarebbe stato facile ricostruirlo.

È ormai comune paragonare una guerra con l’Iran al momento di Suez per Washington. In effetti, esistono parallelismi tra il disastro odierno e il fallito complotto anglo-francese-israeliano per impadronirsi del Canale di Suez nel 1956, che si concluse con una clamorosa vittoria politica per il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser.

La crisi di Suez divenne il simbolo del crollo degli imperi europei e della transizione da un mondo multipolare al sistema bipolare che prevalse durante la Guerra Fredda. Tuttavia, la crisi di Suez non pose fine immediatamente agli imperi britannico e francese in Medio Oriente. La Francia continuò la sua guerra per mantenere il controllo dell’Algeria per altri sei anni, e il Regno Unito rimase la potenza dominante nel Golfo per un decennio e mezzo, combattendo i movimenti di opposizione nell’attuale Oman e Yemen prima del suo ritiro definitivo dalla regione nel 1971. Gli eventi richiedono tempo per dispiegarsi completamente.

Ci vorrà del tempo prima che le conseguenze complete del disastro americano in Iran diventino chiare

Le conseguenze complete della disfatta americana in Iran richiederanno tempo per essere pienamente comprese. Nel breve termine, l’ordine regionale guidato dagli Stati Uniti non scomparirà. Gli Stati Uniti potrebbero ritirarsi dalle basi militari distrutte dall’Iran, ma continueranno a svolgere un ruolo di primo piano nella difesa regionale. È improbabile che gli Stati del Golfo rompano immediatamente i rapporti con Washington. Temendo per il loro futuro e non avendo alternative concrete, potrebbero rafforzare i legami con Washington, come ha tentato di fare l’Arabia Saudita concludendo un accordo sul nucleare a lungo atteso, salvo poi vederne i termini modificati da Trump il giorno successivo, lasciando l’accordo in sospeso.

La frattura tra Stati Uniti e Israele, sebbene reale e potenzialmente di lunga data, non porterà al crollo di questa alleanza in tempi brevi. Gli stati arabi manterranno inoltre rapporti di collaborazione con Israele e continueranno a beneficiare della tecnologia militare e di intelligence israeliana.

I piccoli aggiustamenti che gli attori regionali iniziano ad apportare potrebbero non sembrare significativi all’inizio. Gli Stati hanno sempre perseguito i propri interessi, persino all’apice dell’egemonia americana. Persino gli alleati più dipendenti dagli Stati Uniti hanno imparato l’arte di temporeggiare, fare marcia indietro ed esercitare pressioni su Washington.

Continueranno a impegnarsi nelle loro rivalità interne, dando priorità alla sopravvivenza dei loro regimi e cercando di garantire la propria sicurezza. A volte ciò significa cooperare con Washington, a volte no.

Tuttavia, quella che appare come una continuità a breve termine non deve essere confusa con la sostenibilità di lungo periodo. Con la crisi di Suez, la disintegrazione degli imperi europei era inevitabile, non a causa di un singolo fallimento politico, bensì per l’ascesa del nazionalismo e dell’anticolonialismo, nonché per l’esaurimento economico e politico del modello imperiale europeo. Allo stesso modo, il sistema statunitense in Medio Oriente si sta deteriorando da anni a causa dell’accumulo di fallimenti politici, culminati nella perdita di un obiettivo comune e nell’impotenza militare messa in luce dalle recenti crisi.

Washington non sarà in grado di impedire la trasformazione regionale

Washington sarà tentata di rimanere fedele alle politiche che hanno caratterizzato il suo approccio al Medio Oriente per decenni, facendo affidamento sui rapporti con i leader politici della regione. Se i leader americani persisteranno su questa strada, dovranno aspettarsi lo stesso risultato: una regione afflitta da una perenne instabilità, da fallimenti economici e politici e da ricorrenti scoppi di conflitti violenti. Questi conflitti potrebbero richiedere solo occasionalmente un intervento militare americano, ma il caos richiederà costantemente attenzione e prosciugherà risorse inutilmente. E le guerre senza fine continueranno.

Questo esito potrebbe sembrare accettabile per i politici americani, abituati a gestire i conflitti e a mantenere relazioni con attori ostili, ma Washington non può impedire il passaggio a un nuovo ordine regionale semplicemente fingendo che nulla sia cambiato. Gli alleati arabi che hanno perso fiducia negli Stati Uniti eserciteranno sempre più la propria indipendenza.

Ciò potrebbe talvolta significare perseguire la via diplomatica con l’Iran ed espandere le relazioni con la Cina e la Russia contro il volere degli Stati Uniti. Altre volte, potrebbe significare intervenire in Libia, Sudan e nel Corno d’Africa, o innescare conflitti violenti in Iraq, Libano, Siria e Yemen.

Questo ordine emergente sarà plasmato da forze in gran parte al di fuori del controllo degli Stati Uniti. Israele, ad esempio, è determinato a proseguire i suoi interventi militari a prescindere dalla politica statunitense. Ha continuato la sua guerra contro Hezbollah sfidando il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran raggiunto a giugno e non ha mostrato alcuna volontà di ritirare le sue forze dal Libano meridionale.

I funzionari israeliani insistono sul fatto che Israele manterrà una presenza militare anche in Siria. E, in assenza di serie pressioni interne per l’adozione di politiche più moderate, nulla impedisce a Israele di annettere la Cisgiordania e distruggere completamente la Striscia di Gaza.

Le alleanze regionali si discosteranno sempre più dalla coalizione anti-iraniana immaginata dai funzionari statunitensi. Invece di fare affidamento sulla protezione americana, diversi Stati del Golfo potrebbero cercare accordi collaterali con l’Iran per evitare di essere presi di mira.

Anziché seguire l’approccio di Washington, la politica regionale si concentrerà probabilmente su una feroce competizione per l’influenza tra Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Prima dello scoppio della guerra con l’Iran alla fine di febbraio, Riad aveva iniziato a formare una coalizione che includeva Egitto, Pakistan, Qatar e Turchia per contrastare l’alleanza tra Emirati Arabi Uniti e Israele, sostenuta dagli Stati Uniti.

Questa rivalità riprenderà una volta cessati i combattimenti, potenzialmente destabilizzando paesi già stremati, estendendosi all’intera regione e generando innumerevoli nuove crisi che una Washington distratta farà fatica a gestire.

Infine, la maggior parte dei regimi dovrà affrontare crescenti pressioni dalle proprie popolazioni, poiché le ripercussioni della guerra con l’Iran gettano una lunga ombra sulle già fragili economie della regione. Questi effetti non si limiteranno ai paesi le cui infrastrutture sono state danneggiate dagli attacchi iraniani.

In Egitto, ad esempio, i forti aumenti dei prezzi del carburante e dei generi alimentari, unitamente alle significative perdite di entrate del Canale di Suez dovute all’interruzione del traffico marittimo globale causata dalla guerra, stanno esacerbando le crisi finanziarie e la disoccupazione già esistenti.

Molti paesi già colpiti dai tagli agli aiuti statunitensi potrebbero perdere un’altra vitale fonte di investimenti esteri, mentre i ricchi stati del Golfo si confrontano con i propri problemi economici. I rancori interni e la rabbia per Gaza creano una miscela pericolosa, e un’ondata di proteste che ricordano le rivolte di 15 anni fa potrebbe essere all’orizzonte.

L'ultima possibilità

Il violento crollo del vecchio ordine regionale potrebbe sconvolgere o addirittura far deragliare qualsiasi tentativo di instaurare un nuovo sistema efficace, ma questo momento potrebbe anche rappresentare un’opportunità per gli Stati Uniti di rimodellare gli accordi fondamentali che hanno prodotto questi risultati devastanti.

Formulare una nuova e valida politica verso il “Medio Oriente” richiede di riconsiderare la decisione di dare priorità alle relazioni con alleati canaglia e autocratici in nome del pragmatismo.

Allo stesso modo, si presumeva che limitarsi a parole di sostegno alla “soluzione dei due Stati”, mentre Israele continuava la sua graduale annessione di territori palestinesi ed eludeva veri negoziati di pace, sarebbe stato sufficiente a mantenere il favore degli alleati arabi.

Ciò significava per gli Stati Uniti non prendere mai in considerazione l’adozione di politiche che avrebbero ottenuto l’approvazione, o anche solo il sostegno, delle popolazioni della regione. Significava anche che Washington non poteva impegnarsi seriamente nella promozione della democrazia o nella difesa dei diritti umani, perché la sua strategia si basava sulla loro assenza.

L’amministrazione Trump, che ha deriso la democrazia e lo stato di diritto sia a livello nazionale che internazionale, non cambierà questa realtà. È difficile immaginare Trump, con la sua estrema indecisione tra le diverse strategie, in grado di delineare un nuovo ordine regionale, ma il suo successore avrà una reale opportunità di rompere con lo status quo e formulare una strategia più coerente ed efficace per il Medio Oriente.

Questo processo inizia con l’abbandono dell’intervento militare come prima risorsa e con la fine della pratica diplomatica basata sui raid aerei. La priorità di Washington deve essere la difesa, non l’attacco.

Un modo per dimostrare questa intenzione è rinunciare alla ricostruzione delle basi militari statunitensi danneggiate o distrutte nel Golfo e concentrarsi invece sugli investimenti nella condivisione di informazioni di intelligence, nei sistemi di difesa missilistica per i partner del Golfo e nel mantenimento della libertà di navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz.

Gli Stati Uniti dovrebbero perseguire la stabilità in Medio Oriente attraverso la diplomazia e la difesa collettiva, non il contenimento militare. È tempo che Washington si impegni in un processo diplomatico che integri l’Iran nell’architettura di sicurezza regionale come partner costruttivo. Gli Stati del Golfo potrebbero essere aperti a questo approccio, nonostante la rabbia per i recenti attacchi iraniani; dopotutto, Arabia Saudita e Iran hanno raggiunto un riavvicinamento nel 2023 dopo una precedente ondata di aggressioni iraniane.

L’amministrazione Obama presentò una visione simile durante i negoziati per l’accordo sul nucleare iraniano del 2015, con lo stesso vicepresidente J.D. Vance che si dichiarò pronto a “trasformare radicalmente” le relazioni tra Stati Uniti e Iran in seguito a un nuovo accordo. L’ambizione c’è, ma la nuova amministrazione deve dimostrare rapidamente e con decisione il proprio impegno a realizzarla.

Il ripensamento della politica americana deve includere anche il modo in cui Washington gestisce i rapporti con i suoi alleati, Israele compreso. Le condizioni sono mature per una rivalutazione delle relazioni tra Stati Uniti e Israele: secondo un sondaggio della Quinnipiac University pubblicato a giugno, quasi due terzi dei democratici e più della metà degli indipendenti ritengono che gli Stati Uniti sostengano Israele eccessivamente.

A metà luglio, più della metà dei democratici alla Camera dei Rappresentanti ha votato a favore di una legge per interrompere gli aiuti militari statunitensi a Israele.

La nuova amministrazione dovrebbe sfruttare questo slancio per esercitare pressioni su Israele, pressioni che le precedenti amministrazioni statunitensi hanno evitato. Washington non dovrebbe abbandonare il suo alleato, ma dovrebbe esigere che Israele rispetti i diritti umani, arresti la graduale espansione in Cisgiordania e ponga fine ai suoi interventi destabilizzanti in Libano e Siria.

In termini più ampi, la stabilità regionale richiede che gli Stati Uniti si impegnino nuovamente a rispettare gli standard internazionali in materia di diritti umani, si oppongano ai movimenti armati in paesi come la Siria e lo Yemen e scoraggino gli interventi militari e le guerre per procura che i paesi partner potrebbero intraprendere in regioni come il Sudan e la Libia.

Le nuove politiche statunitensi non creeranno un Medio Oriente stabile e pacifico dall’oggi al domani. Inizialmente, queste politiche troveranno scarso sostegno popolare in una regione abituata all’ipocrisia americana.

In seguito, l’ascesa di governi più sensibili alle esigenze democratiche nella regione potrebbe causare numerosi problemi, poiché politici ambiziosi si contenderanno il primato nel condannare e denunciare gli Stati Uniti; tuttavia, a lungo termine, un “Medio Oriente” governato da regimi meno propensi a seguire l’approccio di Washington alle politiche impopolari o a reprimere il dissenso popolare sarà probabilmente più stabile della regione odierna.

Washington fatica a immaginare un Medio Oriente che non domina e a concepire alternative valide all’attuale ordine regionale, per quanto imperfetto possa essere. Ma quest’ordine si sta sgretolando e questa potrebbe essere l’ultima occasione per i leader statunitensi di cambiare rotta. Se falliranno, assisteranno al declino del Medio Oriente dominato dagli Stati Uniti, proprio come accadde agli imperi europei che lo hanno preceduto.

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20/08/2026

Kushner smantella l’accordo «storico». Ben Gvir inaugura il braccio della morte

Il Board of Peace del presidente Trump starebbe lavorando a un nuovo piano per il disarmo di Hamas, destinato a stravolgere quello già accettato dal gruppo palestinese. Nelle sue ultime dichiarazioni, il leader del cosiddetto «Consiglio di pace», incaricato dall’Onu di sovrintendere al piano per Gaza, aveva legato il disarmo alla cessazione dei bombardamenti israeliani.

Trump aveva definito la roadmap accettata da Hamas «un accordo storico» e «un passo monumentale» verso la pace, assicurando che anche Israele ne fosse soddisfatto.

Ora, secondo diversi funzionari dello stesso Bop, l’incontro tra Jared Kushner e il premier Benyamin Netanyahu avrebbe rovesciato priorità e programma. Il genero del tycoon ha fatto proprie le richieste di Tel Aviv e minacciato Hamas con la ripresa su larga scala degli attacchi israeliani: un linguaggio ben lontano dalla diplomazia e dal ruolo che dovrebbe avere nel Bop.

In un’intervista al Times of Israel, Kushner ha affermato che qualsiasi accordo verrà fuori, Israele ne uscirà comunque vincitore: il gruppo palestinese disarmerà alle sue condizioni, oppure Tel Aviv avrà il sostegno da Stati Uniti e altri Paesi per «finire il lavoro».

Kushner ha dichiarato che l’esercito non dovrà ritirarsi da Gaza e che la ricostruzione resterà ferma fino al completo disarmo di Hamas. Israele, ha aggiunto, sarà libero di colpire, anche se nel colloquio sarebbero state definite con Netanyahu le «minacce imminenti» a cui potrà «rispondere».

I militari hanno subito mostrato quanto siano stringenti questi limiti: ieri un drone israeliano ha fatto strage in un caffè sul lungomare di Gaza.

Il premier è in pieno delirio da campagna elettorale e mentre bombarda Gaza, Libano e Siria – anche a costo di una condanna di rito da parte di Washington – trova il tempo di inaugurare «Netanyahu road», la nuova strada intitolata a suo padre e costruita all’interno dell’enorme insediamento illegale di Ariel, nella Cisgiordania palestinese occupata.

Al momento, i piani elettorali di Netanyahu procedono senza grandi scosse. Un sondaggio di Channel 12 indica Yashar di Gadi Eisenkot come primo partito, ma il blocco delle opposizioni resterebbe a un seggio dalla maggioranza. Intanto le primarie del Likud premiano soprattutto i vertici del governo uscente e i sostenitori della riforma giudiziaria.

Il primo degli eletti nella lista dei candidati al parlamento è il ministro dell’energia Eli Cohen, seguito dal presidente della Knesset Amir Ohana e dal ministro della giustizia Yariv Levin. Ma c’è spazio anche per l’estrema destra: Almog Cohen, appena arrivato da Potere ebraico, entra ai vertici, mentre l’estremista Tally Gotliv conquista il dodicesimo posto nonostante l’opposizione di Netanyahu.

Il premier, che potrà nominare a sua completa discrezione nove persone nei primi trenta, di cui tre nella decina di testa – si prevede che il partito occuperà circa 22-24 seggi – si è detto «molto soddisfatto» e il Likud ha già annunciato una «grande vittoria» alle elezioni del 27 ottobre.

Di segno opposto il giudizio di Eisenkot: «È, di fatto, la lista del 7 ottobre», ha detto accusando gli stessi dirigenti di aver diviso il Paese, condotto Israele verso «il peggior disastro dalla fondazione dello Stato» e di essere rimasti al loro posto senza assumersene la responsabilità.

La campagna elettorale procede spedita anche per gli altri protagonisti del governo Netanyahu. Ben Gvir, in particolare, sembra non conoscere limiti nella sua quotidiana discesa nell’orrore. Ieri il ministro suprematista ha presentato il nuovo braccio della morte israeliano, in costruzione in seguito all’approvazione della legge sulla pena capitale prevista solo per i palestinesi.

Al centro della struttura il patibolo, circondato dalle cabine dalle quali sarà possibile assistere alle esecuzioni. «Stiamo facendo la storia – ha esultato Ben Gvir – Ho promesso di peggiorare le condizioni dei terroristi nelle carceri. Lo abbiamo fatto».

Al ministro dovrebbe essere a breve affidata la gestione dei coloni violenti nella Cisgiordania occupata. Dove intanto, a Qabatiya, nel nord, i soldati israeliani hanno marchiato i palestinesi fermati durante il raid di lunedì, scrivendo con un pennarello numeri sulla fronte, sul volto e sul corpo.

È una pratica già documentata nei mesi scorsi: ad aprile decine di donne palestinesi erano state numerate sulle mani prima di entrare nel campo profughi di Jenin. Allora l’esercito aveva parlato di «errore di valutazione» ma ora ammette nuovamente l’accaduto.

Il deputato palestinese, membro della Knesset, Ta’al Ahmad Tibi si è detto «scioccato e nauseato» dal comportamento dei soldati, paragonando i marchi ai numeri tatuati dai nazisti sulle braccia dei prigionieri nei campi di sterminio.

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Israele espande la guerra su quattro fronti. Netanyahu ha bisogno dei coloni

Con i raid in Siria, Israele conferma la sua guerra su “quattro fronti” senza che al momento si producano contraddizioni all’interno del blocco politico di potere israeliano.

Il ministro della Difesa Israel Katz, visitando le truppe nel sud del Libano, ha voluto ribadire che non ci sarà alcun ritiro “in alcun modo dalle zone di sicurezza: nè in Libano, nè in Siria, nè a Gaza”.

In Libano, piovono le accuse contro l’esercito israeliano di appiccare incendi su boschi e uliveti anche tramite munizioni al fosforo nonostante siano armi vitate e nonostante il cessate il fuoco con Hezbollah sia formalmente ancora in vigore.

In Siria, le forze militari israeliane continuano le loro incursioni anche oltre le Alture del Golan per creare una zona demilitarizzata nel sud del Paese.

A Gaza, invece, Netanyahu ha respinto un piano di transizione, di cui Hamas ha dichiarato di accettare i termini proprio nei giorni scorsi, legando qualsiasi ritiro al pretesto di un “disarmo effettivo” del movimento di resistenza palestinese. Domenica a El Alamein, in Egitto, l’inviato speciale statunitense, nonché genero del presidente Trump, Jared Kushner, ha incontrato il nuovo leader politico di Hamas, Khalil al-Hayya, per discutere dell’attuazione delle prossime fasi.

E poi c’è la Cisgiordania alle prese con i continui e brutali raid dei coloni contro i villaggi e le case palestinesi, e in particolare nel villaggio di Qusra, balzato all’attenzione internazionale.

Dopo giorni di assedio ai danni di alcune famiglie palestinesi, private di acqua ed elettricità e circondate dai coloni, le forze armate israeliane hanno annunciato un’operazione militare destinata a durare alcuni giorni, imponendo un ordine di evacuazione temporaneo. L’ordine è stato però revocato, con l’esercito che ora fa sapere di voler concentrare l’operazione solo sulle abitazioni disabitate del villaggio.

L’esercito israeliano aveva già spostato il battaglione 51 nell’area per smantellare due avamposti illegali sorti a ridosso di Qusra, che si trova in Area B, quindi sotto l’Autorità Palestinese che però continua a non proteggere i propri cittadini lasciandoli in balìa dei coloni.

Dopo le polemiche seguite al fatto che una delle abitazioni è di proprietà di un cittadino statunitense-palestinese, le forze israeliane hanno circondato il villaggio per impedire l’ingresso di nuovi coloni, rivendicando di aver smantellato 151 avamposti illegali dei coloni dall’inizio del 2026, molti dei quali sono però stati ricostruiti più volte dai coloni stessi dopo ogni sgombero.

Il problema è che la tenuta del governo Netanyahu dipende in gran parte dai partiti più vicini ai coloni, come Religious Zionism e Otzma Yehudit.

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10/08/2026

Israele verso la guerra contro tutti

Lo schema si ripete da 80 anni: Israele non fa trattative, ma impone il proprio interesse. La sua forza principale non è mai stata «interna», per quanto sia militarizzata la sua popolazione, ma soprattutto «esterna».

Solo il sostegno senza limiti degli Stati Uniti ha consentito che questo Stato etnico-religioso, razzista e aggressivo, si potesse non solo tenere in piedi ma espandere il territorio sotto il proprio controllo a spese di tutti i vicini.

Ora però sembra ci sia una novità, vedremo se reale o solo «recitata», come altre volte è avvenuto. Ieri, aprendo la riunione del Gabinetto di guerra, Netanyahu ha formalmente affossato il «piano in 15 punti» imposto da Donald Trump ormai quasi un anno fa per «metter fine alla guerra di Gaza» (questa è la loro formulazione di un genocidio in diretta tv).

Il Board of Peace crolla senza che abbia prodotto un solo risultato, all’indomani – e non è un paradosso – della firma del primo contratto per la presunta «ricostruzione»: una base militare Usa, non gli alberghi, i resort o i casinò da edificare su un campo di sterminio a cielo aperto.

Netanyahu ha stracciato ogni parvenza di accordo affermando che l’esercito israeliano non si ritirerà da Gaza (che occupa per più della metà della superficie) finché Hamas non sarà disarmato – “armi pesanti, armi leggere, tutte le armi”.

In pratica vuole la certezza che i palestinesi (ci sono una decina di organizzazioni diverse, a Gaza, Hamas è solo la principale) non sian in grado di esercitare la benché minima autodifesa. Poi troverà una scusa qualsiasi per andare avanti con la pulizia etnica di tutta l’area, gettando quasi due milioni di persone verso il deserto o l’Egitto.

Non ancora soddisfatto, l’ex «testa di cuoio» all’aeroporto di Lod (1972) ha affermato che finché lui sarà primo ministro non ci sarà nessuno Stato Palestinese, in nessuna zona della Palestina storica.

Con ciò viene tra l’altro resa una barzelletta la frase che i leader occidentali ripetono per giustificare il loro appoggio a Tel Aviv e il rifiuto di riconoscere la Palestina, ossia la formula dei «due stati».

Come si vede, il problema non è mai stato il «riconoscimento di Israele» da parte palestinese, ma l’esatto contrario.

Israele non riconosce alcun patto, alcuna condizione, alcun «obbligo reciproco» (il fondamento di qualsiasi accordo duraturo), pretendendo il diritto di stabilire unilateralmente quale sia il vero contenuto di un cosiddetto accordo ed anche le condizioni di verifica.

È la traduzione «diplomatica» del criterio operativo che guida il genocidio: tutto ciò che colpisce (ospedali, ambulanze, bambini, donne, anziani, scuole, ecc) è «hamas». Non c’è bisogno di un riscontro: è un’affermazione indifferente alla realtà. Una volontà genocida senza contraddittorio possibile.

In Cisgiordania, infatti, dove Hamas non c’è, la situazione è identica, anche se formalmente l’offensiva contro la popolazione palestinese è affidata ai «coloni escursionisti» – definizione del corrispondente Rai da Gerusalemme – che vengono poi supportati dai reparti dell’esercito per «legalizzare» l’occupazione di campi, case, ecc.

Qui è già operativo il trasferimento della competenza catastale sulla cosiddetta «Area C» dall’Amministrazione civile militare al Ministero della Giustizia israeliano. Un’area la cui proprietà individuale è in larga parte non registrata e quindi la terra palestinese viene «trasferita» al demanio e concessa in locazione a cittadini israeliani, moltiplicando gli insediamenti illegali.

In Libano l’esercito di Tel Aviv ha ripreso ad avanzare stracciando l’accordo siglato davanti allo stesso Trump, che aveva convocato a Washington il presidente-complice Aoun.

Sull’Iran, infine, la partita sembra destinata ai tempi supplementari. Com’è ormai conclamato, gli Stati Uniti stanno cercando una via d’uscita avendo raggiunto un livello di consumo dei missili – sia d’attacco che intercettori (Patriot, ecc.) – tale da non consentire per il momento grandi offensive senza rischi di perdere uomini e mezzi in quantità politicamente inaccettabile per l’elettorato Usa.

Voci da Washington danno Trump ormai prossimo a «dichiarare vittoria» anche in assenza di risultati che vadano oltre la riapertura dello Stretto di Hormuz (che, ricordiamo, era sempre rimasto aperto e libero al transito fino all’attacco israelo-americano del 28 febbraio). Apertura peraltro contrattata direttamente tra i due paesi rivieraschi, ossia tra Iran e Oman, senza la partecipazione diretta di Washington.

Un risultato, quest’ultimo, che potrebbe certificare una fortissima riduzione dell’influenza statunitense nella Regione.

Ipotesi vista con terrore a Tel Aviv, dove sia Netanyahu che la cosiddetta «opposizione» sembrano pronti a riprendere l’attacco all’Iran anche da soli.

A prima vista sembra un mezzo suicidio, perché lo «scudo antimissile» israeliano, il celebrato «Iron Dome», utilizza ovviamente intercettori fabbricati dagli Stati Uniti. E se questi non ne hanno abbastanza per le proprie esigenze – anche le forniture a Kiev sono ormai al lumicino – non si vede come possano magicamente moltiplicarsi nella disponibilità di Israele.

Già un anno fa, infatti, la tattica di risposta iraniana aveva «saturato» le capacità difensive israeliane con ondate di droni economici e missili balistici di precisione, provocando danni seri su cui era stato posto il segreto militare.

E allora le basi e soprattutto i radar statunitensi nel Golfo erano pienamente operativi, consentendo così l’individuazione dei colpi in arrivo con un certo anticipo. Ora che quella rete è stata pesantemente danneggiata in oltre cinque mesi di guerra sembra difficile che l’Iron Dome possa mantenere le mirabolanti prestazioni vantate da Tel Aviv (anche a fini pubblicitari, per vendere software e sistemi militari).

E dunque? L’ipotesi principale è che tornando all’attacco di Teheran il governo israeliano voglia costringere gli Stati Uniti a riprender le ostilità anche controvoglia e assumendo rischi maggiori. In alternativa, però, si riaffaccia all’orizzonte la minaccia nucleare israeliana, perché sul piano della «guerra convenzionale» buona parte degli antichi vantaggi non ci sono più.

Fermare Israele è il problema del mondo intero, oramai. E persino dell’America, se non vuole veder crollare in poco tempo quanto resta della sua traballante egemonia.

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