Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/07/2026

Quattro palestinesi uccisi dai militari israeliani in Cisgiordania

Dopo un raid dei coloni illegali nel villaggio palestinese di Tell, nei pressi di Nablus, nella Cisgiordania occupata, l’esercito israeliano ha giustiziato quattro palestinesi, sparando ripetutamente a corta distanza. Altri quattro sono gravemente feriti.

Secondo una prima ricostruzione, coloni armati del vicino insediamento illegale di Havat Gilad hanno invaso il villaggio. Gli abitanti hanno tentato di bloccarli e durante lo scontro un palestinese ha sottratto l’arma a uno dei coloni, quindi ha sparato uccidendolo. Un altro israeliano, un soldato, è stato ferito ed è morto qualche ora dopo.

Un video mostra i militari, giunti sul posto, giustiziare alcuni abitanti palestinesi, sparando loro ripetutamente a corta distanza. Tra le vittime, due fratelli. Altri quattro palestinesi sono stati feriti.

Mentre i soldati hanno evacuato i coloni feriti, non hanno permesso di soccorrere i palestinesi. Il villaggio è stato chiuso e l’esercito sta conducendo raid nelle case degli abitanti. Il ministro delle finanze, Bezalel Smotrich, ha chiesto il pugno di ferro contro i palestinesi: “Non possiamo accettare il fatto che i nostri nemici stiano alzando la testa nelle ultime settimane contro i pionieri degli insediamenti e le fattorie. Chiedo che l’esercito compia un’azione forte contro il villaggio omicida e i suoi dintorni e ripristini il controllo israeliano e la deterrenza”. Il ministro suprematista ultranazionalista continua: “Gli eroici lavoratori agricoli e i pionieri degli insediamenti [i coloni, nda] sono il muro protettivo dello Stato di Israele. Continueremo a rafforzarli e onorarli per la loro ferma posizione per la nostra esistenza nella Terra di Israele contro il terrorismo arabo”.

Secondo la versione dell’esercito, i fatti sarebbero avvenuti mentre i coloni israeliani “passeggiavano” nel villaggio palestinese. I coloni, soprattutto negli ultimi mesi, stanno attaccando con violenza i palestinesi della Cisgiordania occupata, aggredendo famiglie con donne e bambini, appiccando incendi alle terre e alle proprietà, rubando greggi. Il ministro Smotrich ha guidato l’approvazione, da parte del governo israeliano, della costruzione di centinaia di nuovi avamposti illegali, con finanziamento di miliardi di dollari.

Mentre il ministro Itamar Ben Gvir propone il “metodo Gaza” anche per i villaggi palestinesi in Cisgiordania, il premier Netanyahu, il ministro della difesa Katz e il capo di stato maggiore Zamir preparano la vendetta dell’esercito e danno mandato alla costruzione di nuovi insediamenti illegali nell’area limitrofa al villaggio di Tell. Intanto i coloni fanno la loro parte, con raid diffusi in diverse zone della Cisgiordania occupata.

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09/07/2026

Killer israeliani “in vacanza” vandalizzano Cagliari

Da Cagliari arrivano notizie di inaudita gravità sulle vacanze dei sionisti genocidari in Italia.

Nei giorni scorsi, al Parco di Monte Claro, è stata gravemente danneggiata la targa che ricorda le vittime dell’eccidio di Sabra e Shatila: più di 3000 palestinesi, in gran parte donne, anziani e bambini, martirizzate a Beirut nel settembre 1982 dall’esercito israeliano e dai falangisti collaborazionisti cristiano-maroniti. Con colpi d’arma da fuoco, coltelli e asce. Eccidio rivendicato orgogliosamente dagli stessi occupanti israeliani, assassini di massa.

Il danneggiamento è stato denunciato alle autorità.

Negli stessi giorni, in Piazza del Carmine, una coppia con una bandiera palestinese è stata minacciata da due persone che si sono dichiarate israeliane. Hanno intimato loro di ritirare la bandiera gridando “terroristi di Hamas andatevene a casa”.

Questi episodi caratterizzano le vacanze dei riservisti dell'Idf in Italia. Ospitati spesso in resort (come in Sardegna), sotto scorta, a spese dei cittadini di questo disgraziato Paese, delle forze dell’ordine.

Le autorità italiane non paiono interessate a compiere ciò che è previsto dal diritto internazionale, dalla Corte Penale Internazionale, oltre che dal buon senso e dalla costituzione italiana: ossia verificare se, tra chi entra in Italia da “Israele”, siano presenti assassini di massa raggiunti da mandati di arresto o con accertate responsabilità per crimini di guerra o contro l’umanità.

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09/06/2026

Dobbiamo credere che l’IDF abbia violentato prigionieri palestinesi con l’ausilio di cani?

Molti stanno leggendo con orrore e incredulità l’articolo di Nicholas Kristof (1) pubblicato sul New York Times, intitolato “Il silenzio che accompagna lo stupro dei palestinesi”. È davvero possibile che numerosi prigionieri palestinesi detenuti nelle strutture dell’IDF siano stati sottoposti ad abusi sessuali con l’ausilio di cani? Sembra una storia inventata, proprio come l’accusa secondo cui Israele avrebbe prelevato organi dai palestinesi deceduti senza il consenso delle loro famiglie, per poi cercare di insabbiare il tutto (*).

Il dibattito che ne è seguito mi ha riportato alla mente le conversazioni che avevo da ragazzo in Israele riguardo alla propaganda araba. Questa è la mia storia personale di quel periodo – vi prego quindi di avere pazienza.
 
Il caso dell’autobus 300

Nel 1984, alcuni terroristi palestinesi (**) dirottarono un autobus (“Autobus 300”) e tentarono di condurlo, insieme ai passeggeri, a Gaza. L’IDF riuscì a fermare l’autobus, a fare irruzione con i commando e a liberare tutti gli ostaggi con una sola vittima. Durante l’operazione, due dei quattro dirottatori furono uccisi. Ciò che fu tenuto segreto per un breve periodo fu che due di loro erano stati catturati vivi. Furono poi picchiati a morte non lontano dal luogo dell’accaduto.

Il fatto divenne noto piuttosto rapidamente, poiché dei giornalisti li avevano visti vivi. I responsabili mentirono e negarono per anni, nonostante i molteplici sforzi del sistema giudiziario per scoprire la verità. L’episodio ebbe ripercussioni su tutto il sistema politico, giudiziario e di sicurezza israeliano. Alla fine, l’opinione pubblica venne a sapere che:

Il capo del GSS (Shin Bet) Avraham Shalom aveva mentito e aveva istruito i testimoni nel tentativo di implicare un generale dell’IDF nell’uccisione extragiudiziale.

Diversi membri del GSS e altre persone presenti ai fatti avevano condotto i due uomini in un luogo isolato e li avevano picchiati a morte con pietre e sbarre di ferro.

Alti politici erano implicati, sebbene non fossero stati condannati per alcun reato. Il primo ministro Yitzhak Shamir per aver ordinato l’uccisione, il ministro della Difesa Moshe Arens per essere stato presente sul luogo e aver mentito al riguardo, il presidente Chaim Herzog per aver graziato gli assassini NONCHE’ coloro che avevano mentito ai giudici istruttori.

Il procuratore generale di Israele Yitzhak Zamir fu licenziato per aver insistito su un’indagine giudiziaria.

L’Alta Corte di Giustizia di Israele approvò una misura che all’epoca costituiva una novità: la concessione di grazia preventiva agli agenti del GSS noti per aver commesso l’omicidio, prima che potessero essere formulate le accuse. (Questo è ciò che Trump sta chiedendo al presidente israeliano Herzog di fare per Netanyahu).

Le rivelazioni emerse da questo episodio portarono all’istituzione della Commissione Landau, un organo ufficiale che alla fine legalizzò e regolamentò l’uso della tortura da parte delle forze di sicurezza.

In ogni fase di questa vicenda pluriennale ci sono stati tentativi di insabbiamento, che però non sono riusciti a impedire che la verità venisse a galla. Ma ci sono stati anche tentativi di eludere la responsabilità legale, che hanno avuto successo. La vicenda mi segnò profondamente; nel 1984 avevo 15 anni e stavo iniziando a leggere le notizie. È stato solo grazie a testate (commerciali) di sinistra come Hadashot, Al-Hamishmar e HaOlam Hazeh che i fatti furono portati alla luce.

Mamma: “Smettila di fidarti della propaganda araba”

Man mano che crescevo, altri giornali avevano trovato la strada per arrivare a me. Si trattava di testate esplicitamente di sinistra come Zu Haderech (Partito Comunista Israeliano), Matzpen (Organizzazione Socialista in Israele) e Derekh HaNitzotz. Riferivano degli abusi che avvenivano in Libano, nei Territori Occupati e tra i palestinesi che vivevano in Israele. Era ciò che ci si poteva aspettare: omicidi, torture, detenzioni senza processo, confisca di terre, violenze da parte dei coloni e così via.

Quando cercavo di discutere con mia madre di ciò che venivo a sapere, lei scuoteva la testa e mi diceva che non si può credere agli arabi. Secondo lei, essi sono culturalmente e politicamente predisposti a mentire. Praticamente qualsiasi cosa proveniente da una fonte araba è probabilmente propaganda. Sebbene alcune delle notizie riportate dalla stampa di sinistra raggiungessero un vasto pubblico in Israele, non accadeva per la maggior parte di quel tipo di notizie.

L’opinione pubblica ebraica israeliana si divideva principalmente in tre categorie: chi non sapeva, chi non se ne curava o chi era contento che fosse successo. Ah, i bei vecchi tempi. Era davvero un’epoca più innocente.

Un bel giorno del 1985 il padre della mia ragazza ci stava accompagnando in auto da qualche parte. Sapeva che stavo diventando di sinistra e non ne era troppo felice. Mi intrattenne con una storia sul trasporto di prigionieri palestinesi dal Libano a una struttura segreta in Israele di cui nessuno era a conoscenza. Ridacchiò mentre descriveva come, lungo il tragitto, lui e i suoi compagni dell’esercito, tutti riservisti, picchiavano i prigionieri.

Il messaggio era qualcosa del tipo: Oh, ragazzino innocente, aspetta solo che l’esercito ti metta in riga costringendoti a partecipare alla violenza contro gli arabi insieme ai tuoi compagni! Nota: non era l’unico adulto a cercare di coinvolgermi usando quel tipo di logica persuasiva.

Quella tensione, tra una figura autorevole (tipo mia madre) che si scandalizzava con atteggiamenti melodrammatici per le «bugie arabe» e la confessione vanagloriosa di torture e detenzioni illegali, descrive bene un fenomeno molto diffuso all’epoca. Non è mai successo, non è successo come dicono, e se è successo allora era giustificato, perché guardate cosa ci fanno.

Quando ho raccontato a mia madre del campo di prigionia segreto dove le persone venivano torturate, lei ha detto che dovevo aver frainteso. Oppure era propaganda araba, anche se l’avevo sentito da un riservista dell’IDF.

(L’esistenza del Campo 1391, la struttura di detenzione segreta che mi era stata rivelata dal padre della mia ragazza, è stata resa pubblica nel 2003.)

Quando abbiamo imparato a seppellire persone vive?

Durante il mio periodo come soldato, all’inizio della Prima Intifada, venne alla luce un terribile episodio. Da qualche parte in Cisgiordania, dei soldati avevano picchiato quattro giovani e poi li hanno seppelliti vivi con un bulldozer.

“Neanche nei miei incubi più terribili avrei mai immaginato una cosa del genere”, disse il generale Amram Mitzna, comandante delle truppe in Cisgiordania, a proposito del caso. È ancora vivo; credo che ormai possa immaginare cose del genere.

Una pop star israeliana, Si Hyman, scrisse una canzone che faceva riferimento all’episodio, intitolata Yorim u’Bochim (Sparare piangendo). Uscì un mese dopo l’incidente, chiaramente ispirata a quanto era accaduto. Era una potente canzone di protesta che fu immediatamente bandita dalla Radio dell’Esercito.

A proposito di questo: la disciplina alla Radio dell’Esercito non era un granché. Una volta la mandarono in onda mentre ero a casa con mia madre. Non avevamo mai sentito quella canzone e neanche ne avevamo mai sentito parlare, quindi fu una sorpresa. Uno dei versi recita: “Quando abbiamo imparato a seppellire persone vive?”

Ricordo che indossavo la mia uniforme e guardavo mia madre che ha incominciato a piangere. Anch’io ho iniziato a piangere. Lei ha detto qualcosa del tipo: “Forse, dopotutto, dicevi la verità su alcune di quelle cose”. (Ascoltate la canzone su YouTube – non è riproducibile su Substack.)

Così va la vita

L’Israele della Prima Intifada era un’epoca più innocente. L’opinione pubblica dominante era contraria a pratiche quali le esecuzioni extragiudiziali, la tortura e la sepoltura di persone vive. Quando Yitzhak Rabin impartì i suoi famosi ordini di picchiare i palestinesi («politica delle ossa rotte») anziché arrestarli, si sosteneva che si trattasse di un approccio umano.

Una delle alternative che tale politica avrebbe dovuto sostituire era quella di sparare sui manifestanti disarmati (che spesso lanciavano pietre). I decessi e i feriti da arma da fuoco probabilmente diminuirono. Il numero di arti fratturati aumentò DI MOLTO.

Durante l’era dei Nuovi Storici (primi anni ’90) in Israele ci fu un acceso dibattito sulla nostra storia. Una manciata di nuovi arrivati pubblicava articoli utilizzando gli archivi israeliani su ciò che era accaduto durante la fondazione di Israele.

Dimostrarono che la leadership sionista e le forze militari espulsero deliberatamente un gran numero di palestinesi. Descrissero massacri e altri crimini precedentemente poco noti. I detrattori non sostenevano che questi fatti fossero sbagliati; affermavano che fosse sbagliato renderli pubblici. O renderli pubblici senza spiegare perché fosse giustificato.

Generazioni di studiosi israeliani erano state istruite con una narrazione diversa, secondo la quale i palestinesi erano fuggiti a causa delle trasmissioni radiofoniche dei leader arabi. Che avessero ignorato le offerte pubbliche di buona volontà e uguaglianza da parte dei leader israeliani. E se qua e là si erano effettivamente verificate alcune espulsioni, queste non facevano parte di un piano più ampio specificamente mirato alla pulizia etnica.

Alla fine l’opinione pubblica israeliana decise che tutte le nuove rivelazioni non avevano molta importanza, tranne che in un modo inaspettato. Un partito politico che invocava l’espulsione degli «arabi» fu messo al bando dopo aver ottenuto un seggio alla Knesset nel 1984.

Ma all’inizio degli anni ’90, il sostegno a quella che divenne noto come “trasferimento” entrò nell’opinione pubblica dominante e un partito ancora più grande che sosteneva quella causa ottenne una quota di voti ancora maggiore. Quel partito, Moledet, era solito pubblicare citazioni di leader sionisti del passato a sostegno dell’espulsione di massa, per contribuire a normalizzare quel genere di posizione.

Ha funzionato. Oggi i sostenitori di quelle opinioni ricoprono incarichi ai vertici della politica e della sicurezza israeliana.

Quando sentite i sostenitori di Israele affermare che l’articolo di Kristof è basato su fonti inaffidabili e costituisce propaganda esagerata, dovreste ricordare la storia del negazionismo israeliano. Ogni giornalista e analista in Israele che si occupa di questioni militari conosce la verità di quanto scritto da Kristof.

I suoi redattori al New York Times hanno pubblicato una nota in cui precisano che le affermazioni contenute nel suo articolo sono state sottoposte a un’approfondita verifica dei fatti. Il gruppo per i diritti umani B’Tselem ha pubblicato un rapporto molto ben documentato sulle condizioni nelle prigioni israeliane, con prove ancora più evidenti dell’uso diffuso della tortura con una componente sessuale.

Sono ebreo. Sono cresciuto in Israele. Ho prestato servizio nell’esercito. (Anche se mi sono rifiutato di prestare servizio nei Territori Occupati e ho scontato una condanna alla prigione come obiettore). E mi vergogno, ma non sono affatto sorpreso da queste rivelazioni.

Nessuno dovrebbe esserlo. È coerente con l’evoluzione di Israele e della sua leadership. E lo è anche la natura bizzarra del negazionismo che ha preso forma sui social media. Stiamo avendo lunghe discussioni sulla logistica delle aggressioni sessuali canine. Come direbbe Tucker Carlson: «È questo che stiamo facendo adesso?»

Per quanto ne sappiamo, i coraggiosi soldati dell’IDF K9 non hanno inserito i peni dei loro cani nel retto dei prigionieri palestinesi. Forse si sono limitati a strusciarsi contro gli uomini mentre questi erano piegati in avanti, nudi. Forse si sono avventati sui genitali degli uomini. Forse una guardia carceraria ha spalmato del burro di arachidi sul sedere di qualcuno e ha riso mentre un cane lo leccava tutto.

Un simile dibattito rileva del delirio. Nel momento in cui si ha una qualsiasi interazione tra prigionieri nudi e cani, si è già perso il confronto. Nel momento in cui i tizi che hanno infilato un cellulare nel culo di qualcuno sono diventati eroi popolari, hai già perso.

Non c’è modo per Israele di invertire la rotta. Il marciume, per così dire, è penetrato troppo in profondità nel sistema digestivo di quel Paese. Alcune persone vi hanno infilato del veleno, lubrificando i punti di ingresso nel corpo politico, e se la sono spassata alla grande per secoli.

Molto prima dell’attuale amministrazione israeliana. E per altrettanto tempo, gli Stati Uniti – e le principali istituzioni ebraico-americane – hanno insistito sul fatto che non c’è altra scelta che dare a quella gente carta bianca. Hanno una parte di responsabilità in questo; senza di loro, chissà quali restrizioni avrebbero potuto essere imposte al comportamento di Israele.

Mi viene in mente il Rebbe di Klausenburg, il rabbino Yekutiel Yehuda Halberstam (1905–1994). Perse 11 dei suoi figli nell’Olocausto. Disse ai suoi allievi: «Poteva andare peggio». Allora gli chiesero: «Cosa poteva esserci di peggio degli orrori di quel periodo buio?».

La sua risposta fu splendida per la sua forza morale: «Sarebbe stato peggio se fossimo stati noi gli assassini.»

Note

Sì, Israele ha prelevato organi da palestinesi deceduti senza chiedere il permesso né informare le famiglie dei defunti. Tuttavia, i difensori di Israele vogliono che vi ricordiate che non li abbiamo uccisi per gli organi; li abbiamo uccisi per altri motivi. Gli organi erano solo la ciliegina sulla torta.

** Continuo a ritenere che dirottare un autobus pieno di civili sia un atto di terrorismo. Sono pienamente consapevole del rischio di essere messo al bando dalla “resistenza degli hashtag”.

1) Nicholas Kristof è un opinionista del The New York Times con cui collabora dal 2001. Vincitore di due premi Pulitzer, il suo lavoro si incentra sulle violazioni dei diritti umani e sulle ingiustizie sociali.

Foto: Un soldato dell’IDF e un cane da guerra condividono un momento di intimità. Per quanto ne sappiamo, questo cane non è coinvolto in abusi sessuali ai danni di prigionieri palestinesi. Fonte: Oketz K9 Unit Veterans Foundation.

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25/05/2026

La farsa del giornalismo investigativo “liberale” israeliano

Una recente inchiesta sull’uccisione di tre ostaggi da parte di soldati israeliani evidenzia come persino i programmi di informazione critici facciano parte di un’architettura di negazione pubblica.

Due settimane fa, il programma investigativo HaMakor del Canale 13 israeliano ha trasmesso un servizio di 60 minuti sull’uccisione, avvenuta nel dicembre 2023, di tre ostaggi israeliani, Yotam Haim, Alon Shamriz e Samer Al-Talalka, fucilati da soldati israeliani a Shuja’iya, nella parte orientale della città di Gaza, dopo essere usciti da un nascondiglio con una bandiera bianca.

Anche senza conoscere i dettagli più specifici, una cosa avrebbe dovuto essere chiara fin dall’inizio: quando dei soldati sparano dall’interno di edifici contro tre uomini a torso nudo che sventolano una bandiera bianca, uccidendone due, poi inseguono il terzo, lo costringono a uscire allo scoperto e lo uccidono a colpi d’arma da fuoco, il problema non è semplicemente di “scambio di persona”.

Il problema è che i soldati israeliani sparano abitualmente a persone innocenti. Bisognerebbe essere straordinariamente ingenui per credere che, nell’unico caso in cui ciò è accaduto, le vittime fossero semplicemente israeliani.

Eppure HaMakor ha accuratamente evitato questa conclusione. Non ha nemmeno preso in considerazione la questione, rifiutandosi di riportare ciò che io e altri avevamo già notato in tempo reale: che il comandante del battaglione presente sul posto, il Tenente Colonnello Dan Luria, aveva precedentemente supervisionato un altro incidente sulla spiaggia di Zikim a Gaza, in cui dei palestinesi che si erano arresi e non rappresentavano una minaccia erano stati uccisi, e in seguito aveva posato orgogliosamente accanto ai loro corpi.

Solo uno dei genitori degli ostaggi, il padre di Alon Shamriz, ha sollevato in diretta il collegamento tra i due episodi. Ma i produttori, sfidando quello che dovrebbe essere l’istinto più elementare del giornalismo investigativo, non hanno approfondito la questione.

HaMakor non ha nemmeno affrontato seriamente la testimonianza della madre di Yotam Haim, Iris, che ha rivelato che i soldati che hanno ucciso suo figlio avevano agito con l’ordine di sparare a vista a ogni uomo, indipendentemente dall’età: un ordine ovviamente illegale e che, a giudicare da decine di altri episodi a Gaza, probabilmente non era un caso isolato. Ma invece di indagare se tali ordini fossero prassi comune, HaMakor ha nuovamente limitato l’accusa alla voce di Haim, passando oltre.

Guardando il servizio, mi sono chiesto: se uno dei programmi televisivi investigativi più rispettati di Israele poteva affrontare solo tiepidamente l’uccisione di israeliani innocenti, come aveva trattato l’uccisione di palestinesi innocenti a Gaza?

Ho iniziato ad analizzare i programmi di HaMakor e Uvda, i due principali programmi investigativi della televisione commerciale israeliana che, insieme ai loro conduttori Raviv Drucker e Ilana Dayan, sono ampiamente considerati i portabandiera del giornalismo liberale israeliano.

Negli ultimi due anni e mezzo, i due programmi hanno trasmesso 45 inchieste sugli ostaggi israeliani, la maggior parte delle quali incentrate su narrazioni di eroismo; 11 episodi sul fallimento militare del 7 ottobre; 12 sulla gestione interna della guerra in Israele; e quattro sulla guerra in Libano e Iran.

Il numero di inchieste dedicate ai palestinesi innocenti uccisi dall’esercito israeliano è stato pari a zero. L’omissione è così totale che gli spettatori potrebbero essere perdonati se pensassero che le uniche vittime innocenti dell’esercito israeliano in questa guerra siano israeliani.

A parte l’uccisione degli ostaggi a Shuja’iya, l’unica altra volta in cui uno dei due programmi ha esaminato seriamente l’uccisione di un civile innocente da parte delle forze israeliane è stata la sparatoria contro Yuval Castleman sul luogo di un attentato terroristico a Gerusalemme, anche in questo caso, una vittima israeliana.

Lo stesso schema si è ripresentato nella copertura degli abusi nelle carceri israeliane. Più di 100 palestinesi sono morti sotto la custodia delle forze di sicurezza israeliane dall’inizio della guerra, e le organizzazioni israeliane per i diritti umani B’Tselem e Medici per i Diritti Umani-Israele hanno documentato chiari segni di abusi.

Eppure HaMakor ha scelto di affrontare il tema dei maltrattamenti legati alla detenzione solo una volta: nel caso di Ori Elmakayes, un adolescente israeliano ingiustamente sospettato di aver passato informazioni al nemico, che non ha subito danni fisici durante una breve detenzione.

Non si tratta di una mancanza di competenza giornalistica. Raviv Drucker e Ilana Dayan sono tra i migliori giornalisti in Israele. Entrambi sono sopravvissuti per anni nei principali media israeliani, mentre la società diventava sempre più violenta e sempre meno disposta a guardarsi allo specchio. Forse questa sopravvivenza è dipesa proprio dalla capacità di percepire e interiorizzare ciò che si può dire e ciò che deve rimanere inespresso.

Il risultato è una scelta editoriale consapevole che oscilla, a tratti, tra il grottesco e l’assurdo: la guerra può essere criticata, ma non dalla prospettiva delle sue vittime palestinesi. Le mancanze dell’esercito possono essere oggetto di indagine, ma principalmente nella misura in cui hanno danneggiato gli israeliani.

Ecco perché la questione non è solo ciò che questo tipo di antigiornalismo si rifiuta di mostrare, ma anche ciò che questo rifiuto ha provocato nella società israeliana stessa. Mentre decine di migliaia di innocenti uomini, donne e bambini palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane a Gaza, i principali giornalisti investigativi israeliani hanno abbandonato una delle responsabilità più basilari del giornalismo: costringere la società a confrontarsi con ciò che viene fatto in suo nome.

Ignorare la Storia

Dopo aver visto il servizio di HaMakor sugli ostaggi, non riuscivo a togliermi dalla testa il pensiero di cosa sarebbe potuto accadere se episodi simili a Gaza avessero ricevuto lo stesso trattamento dalla televisione israeliana anni prima. Forse gli ordini di uccidere innocenti sarebbero cessati? Forse alcuni soldati si sarebbero rifiutati di eseguirli? O forse gli ostaggi stessi avrebbero evitato i soldati, sapendo che avrebbero potuto ucciderli anziché salvarli?

Il 4 gennaio 2009, durante il conflitto di tre settimane noto in Israele come Operazione Piombo Fuso, i bombardamenti israeliani colpirono la casa della famiglia Abu Hajjaj a Sud di Gaza. In risposta alle istruzioni dell’esercito israeliano, circa 30 membri della famiglia, di cui 20 bambini, lasciarono il quartiere sventolando bandiere bianche. Mentre attraversavano un campo agricolo aperto, un carro armato israeliano aprì il fuoco. Majda Abu Hajjaj, 37 anni, morì sul colpo; sua madre, Raya Abu Hajjaj, 64 anni, rimase ferita e morì poco dopo. I corpi delle due donne rimasero nel campo per due giorni, fino alla fine dei combattimenti.

Nove giorni dopo, nel villaggio di Khuza’a, nel Sud di Gaza, decine di residenti si radunarono nel cortile della casa di Osama Al-Najjar dopo che i soldati avevano ordinato loro di uscire a coppie. Le prime due a uscire furono Rawhiyya e Yasmin Al-Najjar, sventolando bandiere bianche. Dopo aver superato diverse case, un soldato a circa 40 metri di distanza aprì il fuoco. Rawhiyya fu uccisa da un colpo preciso alla testa.

Tre anni dopo, il soldato coinvolto fu condannato a 45 giorni di reclusione nella sua base di servizio. Incidenti di questo tipo si ripeterono con tale frequenza durante quel conflitto che è difficile non sospettare una politica sistematica.

L’uccisione di palestinesi innocenti con bandiere bianche non fu un caso isolato durante l’Operazione Piombo Fuso. Durante l’Operazione Margine Protettivo nel 2014, i soldati fecero irruzione nella casa di Muhammad Tawfiq Muhammad Qudayh, sempre a Khuza’a. Qudayh uscì dal seminterrato con una bandiera bianca in mano, insieme ai suoi due figli, per informare i soldati che la sua famiglia si era rifugiata al piano inferiore. I soldati lo uccisero sul colpo. (Dopo l’evacuazione degli abitanti, il villaggio fu raso al suolo, un’anticipazione di ciò che l’esercito israeliano avrebbe poi fatto a gran parte di Gaza dopo il 7 ottobre 2023).

Anni dopo, il caso fu archiviato in silenzio. L’investigatore della polizia militare incaricato del caso avrebbe poi scritto un’opera teatrale sull’insabbiamento, intitolata “A parte questo, non è successo niente”.

In tutti questi casi, le vittime erano chiaramente identificate come civili con bandiere bianche e non rappresentavano una minaccia. I soldati che le uccisero non erano in pericolo immediato e potrebbero benissimo aver agito in base allo stesso tipo di ordini illegali descritti in seguito da Iris Haim.

Non sono mai mancate le prove: indagini della polizia militare, testimonianze oculari, soldati che documentavano i propri crimini e li pubblicavano sui social media e, in alcuni casi, investigatori che in seguito parlavano pubblicamente di insabbiamenti sistematici all’interno dell’esercito.

Drucker, lui stesso ex investigatore militare, dovrebbe conoscere questo sistema meglio di chiunque altro. Eppure i programmi televisivi investigativi israeliani non hanno mostrato praticamente alcun interesse.

Durante l’ultima guerra di Gaza, testate giornalistiche israeliane indipendenti e organi di informazione di tutto il mondo hanno pubblicato numerose inchieste sulle uccisioni di massa di civili a Gaza. La documentazione è ormai ampia: i servizi di +972 Magazine e Local Call sull’uso dell’intelligenza artificiale da parte dell’esercito israeliano per colpire obiettivi di massa; l’inchiesta del New York Times sull’attacco del 31 ottobre 2023 al campo profughi di Jabalia che ha ucciso almeno 126 civili, tra cui 68 bambini, e la sua inchiesta visiva sui ripetuti attacchi israeliani contro le cosiddette “zone sicure” di Gaza; La ricostruzione di Forensic Architecture dell’uccisione della piccola Hind Rajab, di 6 anni, e dei paramedici inviati a soccorrerla; l’inchiesta sull’uccisione e la sepoltura di 15 operatori umanitari palestinesi; l’inchiesta di Reuters sull’uccisione di cinque giornalisti all’Ospedale Nasser; l’inchiesta della BBC sui bambini colpiti alla testa o al petto; e molte altre.

Nel complesso, queste indagini rappresentano solo una frazione degli incidenti che hanno ucciso decine di migliaia di palestinesi innocenti a Gaza, tra cui circa 20.000 bambini. Eppure, la maggior parte di questi eventi è stata a malapena presa in considerazione dai principali media israeliani.

Quando le indagini straniere sono diventate impossibili da ignorare, i media israeliani hanno generalmente dato più spazio alle smentite dei portavoce militari e dei funzionari della stampa governativa che alle prove stesse. In ogni caso, le notizie provenienti dall’estero non erano affatto necessarie per stabilire cosa stesse accadendo: gli stessi soldati israeliani hanno caricato centinaia di video che documentavano crimini di guerra, sicuri che, in Israele, tali atti sarebbero stati accolti con ammirazione piuttosto che con punizione.

Una base morale per distogliere lo sguardo

I principali media israeliani, non le emittenti apertamente propagandistiche come Canale 14, ma la stampa istituzionale, sono diventati uno degli esempi più lampanti, in qualsiasi cosiddetta democrazia, di gestione dell’informazione in tempo di guerra fusa con la creazione attiva del consenso pubblico. Non si è trattato semplicemente di “ignorare” ciò che accade a Gaza, il che, sebbene inaccettabile, offrirebbe almeno ai comuni israeliani una plausibile negabilità. La copertura mediatica è stata in effetti implacabile. Ma non è una copertura della realtà.

I corrispondenti militari recitano quasi alla lettera i comunicati del portavoce dell’esercito: le morti di civili sono “bugie di Hamas”; se vengono uccisi dei civili, significa che venivano usati come scudi umani dai terroristi di Hamas; “in ogni casa c’è una pistola”; ogni quartiere distrutto era una necessità militare.

L’esercito annuncia quanti “terroristi” ha “eliminato” in un dato giorno, quasi mai quanti civili sono stati uccisi al loro fianco. Al massimo, c’è un’espressione di rammarico, di solito quando i morti hanno passaporti stranieri.

I corrispondenti arabi sono praticamente scomparsi dagli schermi televisivi israeliani durante il primo anno di guerra, perché la loro stessa presenza in studio interrompeva la Disumanizzazione su cui si basava la copertura. L’eccezione è stata l’opinionista “orgogliosamente arabo-israeliano” Yoseph Haddad, il cui pieno sostegno alla guerra ha permesso alle emittenti di preservare l’apparenza di diversità, eliminando al contempo quasi ogni altra voce palestinese.

Nel frattempo, commentatori come Almog Boker del Canale 12 e Moria Asraf del Canale 13 sono diventati figure centrali proprio per la loro ossessiva ripetizione del consenso secondo cui “non ci sono innocenti a Gaza”.

Negli studi televisivi si susseguono infinite discussioni su come condurre la guerra, ma quasi nessuna sulla moralità della guerra stessa, con la sua distruzione senza precedenti di vite civili. I giornalisti dibattono sulla carenza di bombe di fabbricazione israeliana; guai a chiedersi se il problema non sia la produzione insufficiente, ma un desiderio eccessivo di bombardare la popolazione civile.

A volte, la logica che sostiene questo sistema emerge apertamente. Nel gennaio 2024, Roi Yanovsky, responsabile delle inchieste del Canale 13, mentre prestava servizio come riservista, un fatto che lo avrebbe indubbiamente reso un “obiettivo legittimo” se fosse stato palestinese, scrisse che “l’ideologia di Hamas è presente in quasi tutte le case” della Striscia. “Hamas a Gaza è come Messi in Argentina”, ha dichiarato, prima di chiedere retoricamente perché i genitori di Gaza dovrebbero mandare i loro figli in asili che “servono da infrastruttura terroristica”.

Sostenendo la solita argomentazione secondo cui la popolazione stessa è complice, Yanovsky ha fornito la base morale che permette agli israeliani di distogliere lo sguardo dai crimini perpetrati in loro nome a Gaza.

Un anno dopo, in seguito alla protesta organizzata dagli attivisti del movimento Standing Together (Restare Uniti) davanti agli studi di Canale 12 nel centro di Israele contro l’indifferenza dei media alla sofferenza di Gaza, una messaggistica WhatsApp di Canale 12 trapelata ha smascherato la stessa logica in modo ancora più esplicito.

“Con tutto il dovuto rispetto per il nostro dovere giornalistico”, ha scritto il caporedattore Ron Yaron, “quando si ascolta la storia delle donne israeliane sopravvissute alla prigionia, è alquanto difficile entrare in sintonia con il messaggio di questa protesta”.

Lo scambio di battute dimostra che ciò che appare sulla televisione israeliana non è il risultato di un’omissione accidentale, ma di una precisa ideologia editoriale. Le dittature impongono il silenzio attraverso il terrore e la censura; Israele lo ottiene in gran parte attraverso il consenso sociale, riprodotto da dirigenti, redattori, amministratori delegati e commentatori di spicco.

Nulla di tutto ciò è iniziato il 7 ottobre. Per decenni, i media israeliani hanno minimizzato l’uccisione di palestinesi presentandola come tragici “incidenti”, alimentando al contempo il mito dell’“esercito più morale del mondo”. Anche nelle guerre precedenti si era cercato di preservare questa facciata: per anni, Canale 12 ha trasmesso un filmato di un pilota dell’aeronautica israeliana che interrompeva un attacco aereo dopo aver “avvistato un bambino”, rafforzando il messaggio che l’esercito israeliano non uccide intenzionalmente i bambini.

Quella è sempre stata una menzogna bella e buona. Ma almeno allora, molti sentivano ancora il bisogno di insabbiarla. Ora non è più così.

Rendere accettabile lo sterminio di massa

Ma programmi come HaMakor e Uvda svolgono un ruolo ancora più importante presso il pubblico liberale israeliano. Slogan apertamente Genocidi come “non ci sono innocenti a Gaza” sono troppo volgari per un pubblico colto e liberale; potrebbero persino suscitare disgusto. Né è probabile che questo pubblico si rivolga ai social media, che considera privi di fonti e inaffidabili. Il pubblico liberale richiede un meccanismo di negazione più sofisticato, che pretenda di condurre un’indagine critica pur evitando accuratamente le conclusioni che tale indagine richiede.

Questo è il ruolo che Drucker e Dayan sono arrivati ​​a ricoprire. Drucker continua a produrre inchieste acute sulla corruzione di figure molto odiate come il Ministro dei Trasporti Miri Regev.

La settimana scorsa, ha di fatto crocifisso coloro che diffondevano disinformazione, tra cui il membro della Knesset (Parlamento) Tsega Melaku, riguardo all’incidente con omissione di soccorso del maggio 2023, che causò la tragica morte del piccolo Rafael Adana di 4 anni e scatenò proteste di massa contro la gestione del caso da parte del sistema giudiziario (un atteggiamento che non avrebbe mai adottato, ad esempio, nei confronti degli ufficiali dell’esercito che diffusero menzogne ​​sulla decapitazione di neonati durante l’attentato del 7 ottobre, affermazioni poi riprese a pappagallo dal Presidente statunitense Biden).

Anche Dayan ha pronunciato sinceri monologhi liberali, mettendo in guardia contro la minaccia che la riforma giudiziaria rappresenta per la democrazia israeliana. Entrambi hanno dimostrato grande coraggio nei confronti del governo e ben maggiore codardia verso l’esercito israeliano e il proprio pubblico.

È fondamentale notare che il loro dissenso “di sinistra” viene sempre presentato come “un’opinione”, mai come il prodotto di un’inchiesta giornalistica su Gaza. Il motivo è chiaro: l’opinione di un uomo o di una donna, per quanto influente, non obbliga il pubblico a un esame morale. Gli spettatori possono semplicemente avere un’opinione opposta, che viene considerata altrettanto legittima. Di fatto, questo disaccordo superficiale contribuisce a sostenere l’illusione che Israele sia una democrazia normale e dinamica, anche mentre il suo esercito uccide decine di migliaia di bambini.

Un’inchiesta condotta dai giornalisti israeliani più stimati, che dimostrasse che l’esercito aveva sistematicamente ucciso civili, o quantomeno operato secondo regole di ingaggio permissive nei loro confronti, infrangerebbe uno dei presupposti più basilari del “buon senso” della società israeliana: che il suo esercito sia il più morale del mondo. Ma è proprio lì che è stata tracciata la linea di demarcazione della legittimità, con la penna dell’autocensura.

Questo lavoro è stato affidato a giornalisti stranieri, permettendo al governo israeliano e ai suoi organi di stampa di liquidare i risultati come propaganda anti-israeliana (o antisemita).

Non affermo che Drucker o Dayan cerchino consapevolmente questi risultati, né sottovaluto le pressioni a cui sono sottoposti in una società che considera una lieve critica un tradimento e pretende che chi la esprime paghi un prezzo personale molto alto. Ma in questo caso le intenzioni sono secondarie rispetto alle conseguenze.

Questa architettura della negazione, che permette al pubblico liberale di sapere e non sapere contemporaneamente, è una architettura che conosco bene dai tempi in cui vivevo e facevo ricerche in Argentina sotto la giunta militare-civile di destra (alla quale Israele forniva un sostanziale supporto militare e diplomatico). Lì, i giornalisti temevano i generali e le Ford Falcon (una vettura prodotta in Argentina tra il 1960 e il 1991) verdi, e la società continuava a funzionare “normalmente” anche mentre 30.000 persone venivano fatte “scomparire”.

In Israele nel 2026, i giornalisti temono il crollo degli ascolti, le folle sui social e di essere etichettati come “traditori” o “sostenitori del terrorismo” sui canali di destra, o peggio, dal proprio pubblico.

I media liberali sono di fatto diventati ostaggi volontari degli impulsi più oscuri dei loro spettatori. Invece di costringerli a guardare la realtà in faccia, li nutrono esattamente con ciò che sono disposti a consumare: un’altra storia di eroismo, un altro fallimento tecnico dell’esercito, un’altra tragedia, a patto che le vittime siano israeliane. E tutto ciò evitando accuratamente di spiegare il motivo della tragedia e alimentando il mito secondo cui tali tragedie accadrebbero “per errore”.

Non si tratta di censura nel senso classico del termine. È qualcosa di meno diretto e, per certi versi, più efficace: un sistema condiviso di confini che determina in anticipo cosa può essere conosciuto. Gli israeliani possono vedere le immagini dei bambini che muoiono a Gaza sulla CNN o sui social media, proprio come gli argentini un tempo videro le madri degli scomparsi riunite in Plaza de Mayo. Ma i media locali proteggono gli spettatori dalle implicazioni di ciò che vedono, impedendo che quelle immagini diventino un’accusa morale contro la società che le ha prodotte.

In questo contesto, vale la pena ricordare un articolo scritto durante gli anni della dittatura dal padre di Ilana Dayan, Mordechai Dayan. In: “Nessuno è perseguitato a causa della sua ebraicità”, sosteneva che gli ebrei, pur essendo fortemente sovra rappresentati tra i desaparecidos argentini, non erano stati presi di mira semplicemente a causa della loro identità ebraica, sottintendendo, in sostanza, che dovevano aver “fatto qualcosa”. E se avevano fatto qualcosa, non era richiesta alcuna empatia.

L’articolo fu diffuso dalle ambasciate della dittatura in tutta l’America Latina perché il suo messaggio era esattamente ciò di cui il Regime aveva bisogno per legittimarsi: che le sue vittime non erano affatto vittime, ma persone che si erano attirate il proprio destino, e certamente non a causa dell’antisemitismo.

Lo scopo di tali scritti era quello di colmare il divario tra la realtà e l’informazione, di fornire al pubblico un linguaggio attraverso il quale le sparizioni di massa potessero essere viste e al tempo stesso minimizzate. Questo è il ruolo che i principali media israeliani si sono autoassegnati nel contesto di Gaza, esercitato attraverso il silenzio: trasformare l’uccisione di massa di civili in una storia accettabile per l’opinione pubblica.

Ma se la dittatura argentina ha dovuto coltivare attivamente un clima in cui “chiunque non sia con noi è contro la patria”, un clima che ha rapidamente reso superflua la presenza di un soldato in ogni redazione, in Israele non sono state necessarie campagne simili né scagnozzi della giunta. Questo riflesso era già radicato nel DNA dei media israeliani ben prima dell’inizio della guerra.

La decisione consapevole dei principali canali televisivi israeliani di cancellare dallo schermo qualsiasi traccia della sofferenza umana nella Striscia di Gaza ha prodotto un profondo distacco morale e psicologico dalla realtà nella società israeliana.

Mentre gran parte del mondo guarda immagini di quartieri residenziali devastati, civili affamati e bambini mutilati, gli israeliani vivono in una serra televisiva di eroismo, strategie militari e preoccupazione per ostaggi e soldati. Non sorprende, quindi, che l’israeliano medio non capisca davvero perché “il mondo intero sia contro di noi”.

Al di là di questa ignoranza pratica, l’assenza di copertura mediatica ha un effetto psicologico devastante: accelera l’intorpidimento morale che rende accettabili forme di guerra sempre più estreme. Una volta che il civile palestinese viene cancellato dai riflettori e ridotto a un fantasma senza nome, termini come “vittoria totale”, “radere al suolo i quartieri” e persino “fame forzata” diventano concetti astratti, spogliati di qualsiasi costo umano o morale.

Col tempo, gli stessi meccanismi che normalizzano l’indifferenza alla sofferenza palestinese corrodono il tessuto pseudodemocratico di Israele. Una società addestrata a ignorare il disastro umanitario oltre il confine troverà sempre più difficile affrontare la repressione politica, gli attacchi ai diritti civili e il silenziamento delle voci critiche in patria. Proteggendo l’opinione pubblica da una verità scomoda, i media israeliani non solo vengono meno al loro dovere, ma accelerano il crollo dello stesso pubblico che affermano di servire.

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16/05/2026

Criminali di guerra israeliani con passaporto tedesco. Berlino complice

L’11 maggio la Fondazione Hind Rajab (#HRF) ha intensificato la sua azione legale contro l’impunità presentando una denuncia disciplinare contro un alto funzionario della Procura Federale tedesca presso la Procura Generale Federale e la Corte Federale di Giustizia.

Tale azione fa seguito all’ingiustificata archiviazione di una denuncia penale presentata dalla HRF nel giugno 2025 contro Shimon Avichai #Zuckerman, cittadino con doppia cittadinanza israeliana e tedesca, per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio.

La HRF ha inoltre presentato ricorso contro la decisione e ha depositato una nuova relazione investigativa di 164 pagine che descrive dettagliatamente la sua condotta criminale.

L’archiviazione rappresenta un atto deliberato di complicità statale. Zuckerman non è semplicemente un sospettato; è un cittadino tedesco pienamente consapevole dei crimini di cui è accusato e ha apertamente chiesto allo stato israeliano di proteggerlo dal processo. Accettando le sue affermazioni senza verifiche indipendenti e rifiutandosi di avviare un’indagine, le autorità tedesche agiscono di fatto come un’estensione di quello scudo.

La Germania non si limita a non agire. È complice del genocidio, continuando la sua politica di lunga data di difesa di Israele e dei suoi assassini, creando così un rifugio sicuro per i cittadini tedeschi accusati dei più gravi crimini internazionali…

Shimon Avichai Zuckerman, membro dell’8219° Battaglione dell’esercito israeliano, è un cittadino tedesco accertato. HRF possiede e ha presentato documentazione ufficiale inconfutabile che ne prova la nazionalità. Ai sensi dell’articolo 1 del Codice tedesco sui crimini contro il diritto internazionale (VStGB), lo Stato tedesco ha il dovere imprescindibile e non discrezionale di indagare e perseguire i propri cittadini per crimini internazionali commessi ovunque nel mondo.

Nonostante questo chiaro mandato legale, il procuratore federale tedesco ha archiviato il caso l’8 aprile 2026. La decisione si è basata sulla dichiarazione rilasciata da Zuckerman al Washington Post, in cui ammetteva di aver partecipato ad atti di distruzione a Gaza, ma sosteneva che fossero leciti. Si è basata anche su valutazioni giuridiche speculative, in particolare riguardo alla legittimità della distruzione dell’intero villaggio di Khuza’a ai sensi del diritto internazionale umanitario.

Il comportamento di Zuckerman dimostra una chiara consapevolezza della sua responsabilità penale. Egli sfrutta attivamente la sua doppia cittadinanza e le sue connessioni politiche, chiedendo specificamente protezione allo stato israeliano per sottrarsi alla giustizia.

Zuckerman ha documentato personalmente il suo coinvolgimento nella demolizione di Gaza attraverso numerosi video, pubblicati sui social media, che lo ritraggono mentre prepara cariche esplosive, fa il conto alla rovescia per le detonazioni e osserva con orgoglio la distruzione degli edifici che aveva minato. In questi video, si è taggato e si è vantato esplicitamente della sua partecipazione con terzi e organi di stampa.

Gli specifici atti di distruzione attribuiti a Zuckerman includono:

L’area del Corridoio di Netzarim, lungo via Al-Rashid (novembre-dicembre 2023);

I quartieri di Sheikh Ajlin e Tel Al Hawa a Gaza City (novembre 2023);

Il quartiere di Shuja’iyya a Gaza City (dicembre 2023);

L’edificio di Euro-Med Human Rights Monitor a Gaza City;

Khuza’a, durante l’Operazione Oz e Nir (dicembre 2023-gennaio 2024), che ha portato alla completa distruzione del villaggio;

Khan Younis (gennaio 2024).

La decisione del Procuratore Federale di archiviare il caso senza indagini viola il principio di legalità e il principio di indagine ufficiale. Accettando la versione dei fatti fornita da un sospettato a propria discolpa come base per l’archiviazione, il Procuratore ha abdicato al dovere dello Stato di accertare la verità e ha trasformato l’ufficio della Procura Federale da garante della giustizia in scudo per il genocidio.”

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Microsoft coinvolta nella sorveglianza di massa condotta dall’IDF

Alon Haimovich, Direttore Generale di Microsoft Israele, lascerà il suo incarico dopo quattro anni al vertice. La notizia, riportata dal quotidiano economico Globes, arriva come diretta conseguenza di un’indagine interna che ha prodotto significativi scossoni interni: la piattaforma cloud Azure è stata usata per operazioni di sorveglianza di massa condotte dall’esercito israeliano.

Il caso era esploso lo scorso anno, quando Microsoft ha commissionato un’inchiesta formale a seguito di alcune rivelazioni giornalistiche firmate da The Guardian, +972 Magazine e Local Call. Le indagini hanno accertato che l’Unità 8200, l’élite dell’intelligence militare israeliana, avrebbe utilizzato le infrastrutture di Azure per raccogliere e analizzare milioni di conversazioni telefoniche di palestinesi, sia a Gaza sia in Cisgiordania.

Secondo i risultati dell’inchiesta, condotta con il supporto dello studio legale statunitense Covington & Burling, l’Unità 8200 avrebbe violato i termini di servizio di Microsoft, che vietano esplicitamente l’uso delle proprie tecnologie per facilitare la sorveglianza di massa dei civili. Di conseguenza, Microsoft ha interrotto l’accesso dell’unità militare ai servizi cloud e ai prodotti di intelligenza artificiale legati al progetto.

L’uscita di Haimovich non è l’unica. Diversi manager del dipartimento di governance di Microsoft Israele hanno rassegnato le dimissioni per sospette violazioni del codice etico aziendale. La supervisione del braccio israeliano del colosso tecnologico sarà ora trasferita sotto la responsabilità di Microsoft Francia, segnando un netto declassamento dell’autonomia gestionale della sede di Tel Aviv.

Documenti visionati dalla stampa suggeriscono che Haimovich abbia giocato un ruolo chiave nel consolidare il rapporto tra Microsoft Israele e l’intelligence militare a partire dal 2021 (dunque ben prima del 7 ottobre 2023 da cui spesso i propagandisti sionisti fanno iniziare la storia del conflitto regionale), dopo un incontro tra il CEO globale di Microsoft, Satya Nadella, e l’allora comandante dell’Unità 8200.

Sotto la guida di Haimovich, sarebbe stata creata un’area specifica all’interno della divisione che si occupa di Azure per ospitare materiale d’intelligence sensibile, dove l’IDF ha poi trasferito l’immenso archivio di intercettazioni. I massimi dirigenti di Microsoft, tra cui lo stesso Nadella e il vice-presidente Brad Smith, hanno preso le distanze dall’accaduto, dichiarando di non essere stati a conoscenza dell’uso improprio di Azure.

Ma il movimento per il boicottaggio di Israele denuncia da anni che la casa di Bill Gates è complice dell’apartheid e della pulizia etnica dei palestinesi, e del resto è evidente come Haimovich venga ora scaricato solo dopo che un’indagine giornalistica ha reso impossibile difenderlo.

Haimovich ha salutato il personale con un’email in cui ha rivendicato i risultati economici ottenuti, definendo Israele come “uno dei mercati a più rapida crescita per Microsoft nel mondo”. Con il rimpasto dei vertici, Microsoft tenta ora di ripulire la propria immagine, cercando di bilanciare i lucrosi contratti nel settore della difesa con un rispetto di facciata dei propri standard etici globali, ma questo tipo di operazioni non attecchiscono nell’opinione pubblica.

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03/05/2026

È già ai domiciliari l’aspirante cecchino sionista

L’unica cosa “normale”, nelle indagini sullo sparatore di Parco Schuster, è stata la rapidità dell’identificazione del colpevole: 48 ore per acquisire le immagini dalle telecamere di sorveglianza nella zona (un’infinità, private e pubbliche, non presenti invece – come dicono – nel luogo in cui Chef Rubio venne pestato dalla “Brigata Vitali”, chiaro legame tra antico fascismo doc e ala sionista della comunità ebraica), dunque controllare chi fosse il proprietario dello scooter risalendo dalla targa e bussare alla sua porta.

Di “anormale”, ma forse comprensibile, l’immediata confessione dello sparatore, un ragazzotto della piccola borghesia sionista: “sono della Brigata ebraica”, ammettendo la sua responsabilità. E se la scomparsa della pistola ad aria compressa usata per l’attentato rientra in qualche modo nell’ovvio – nascondere l’arma del delitto, impedire di verificare eventuali modifiche per renderla più “contundente”, ecc. – l’arsenale che aveva in casa è tutt’altro che banale.

Un’arma da cecchino, una mitraglietta, un fucile a pompa, due revolver e due automatiche. Un migliaio di munizioni, sette caricatori pronti all’uso e diversi coltelli.

A soli 21 anni e senza che ci siano in giro, almeno ufficialmente, dei gruppi armati clandestini noti ai media e ricercati dalla polizia, è decisamente un po’ troppa roba... 

A quell’età, hanno notato giustamente alcuni commentatori, ci sono ancora limitazioni per la patente di guida ad alcuni mezzi, né si può essere eletti in Senato.

Possedeva peraltro solo un porto d’armi “per tiro sportivo”, ossia in un poligono, sotto controllo. E la pistola ad aria compressa serve quasi soltanto a questo. Quel porto d’armi permette appunto il trasporto – dalla residenza fino al poligono cui si è iscritti, e non in altri luoghi – dell’arma scarica e chiusa in apposito contenitore. Una “passione” che può portare a fare gare di tiro, oppure il cecchino per l’Idf... 

La pistola “soft air” non ancora ritrovata è acquistabile anche senza questo documento, se di potenza inferiore a 7,5 joule, ma in quel caso non può essere trasportata o usata fuori di casa (o al poligono), in quanto è catalogata come “arma da difesa domestica”, al pari delle scacciacani (solo rumore, niente proiettili) e delle Ltl (Less Than Lethal), prodotte principalmente dalla Chiappa Firearms.

Di sicuro non consente l’acquisto e la detenzione di armi vere e proprie (pistole con proiettili dal calibro 22 in su, fucili da caccia o da tiro con proiettili di qualsiasi calibro). E meno ancora quella quantità di armi.

Anche con il porto d’armi vero e proprio, molto più difficile da ottenere, anche dimostrando un “giustificato motivo di autodifesa” (come l’essere un negoziante esposto a furti, ecc.), rilasciato dalla Prefettura, si possono comprare fino a tre “armi comuni da sparo” (pistole, in genere), fino a 12 armi sportive o più fucili da caccia.

Ma Eithan Bondì non era titolare di un “regolare porto d’armi”. Ergo non poteva neanche acquistarle in armeria, se non facendolo fare ai genitori. Dunque dove le ha “rimediate”? O da chi gli sono state fornite?

Già chiedere l’intercessione dei genitori presentava qualche problemino, dal punto di osservazione di un poliziotto che analizza una richiesta di porto d’armi. Perché la madre è effettivamente una commerciante – lui no, però – mentre il padre ha “precedenti per rapina, aggravata dall’odio razziale”, spiega il Corriere della Sera. L’ambiente familiare presenta insomma qualche dettaglio – una rapina! – che stona con il possesso legale di armi. A quell’età, poi... 

Insomma, sembrerebbe essere escluso che tutte quelle armi siano state legalmente acquistate e detenute, ed anche regolarmente denunciate (salvo “inghippi” che non risultano noti).

La conclusione è abbastanza obbligata. Eithan Bondì era regolarmente iscritto alla comunità ebraica, nei fascicoli della polizia era segnalato soltanto per volantinaggi e attacchinaggi, con qualche sospetto d’aver partecipato a qualcosa di più, per esempio l’attacco agli studenti del liceo Caravillani, a due passi da casa, sotto la guida esperta di Riccardo Pacifici.

Eithan Bondì ha confessato “a caldo” di far parte della “Brigata ebraica”, o almeno questo è quello che è stato filtrato ai giornalisti che frequentano la sala stampa della Questura. Può darsi che il gruppo a cui appartiene abbia altri nomi (come “brigata Vitali”, attiva a Roma), ma di sicuro quantità e qualità delle armi non sono da “lupo solitario” (non siamo in America, dove le armi si comprano al supermercato senza licenza), né da “insieme informale” di sionisti armati.

Poi l’intervento di un avvocato, presumibilmente di fiducia della “comunità”, che gli ha fatto dare una seconda versione molto più “tranquilla”: “ho fatto un gesto deplorevole, ma non ho legami con la Brigata ebraica”. Proteggere la “comunità” e le sue strutture organizzate, palesi od occulte che siano. È la parte più “normale” che ci si potesse aspettare. I media capiscono al volo, e lo tolgono dalle “notizie in evidenza”, in attesa forse di un’altra versione in cui cercherà di passare da “vittima” o simili.

Detto in termini legali: il “reato associativo” (banda armata) è addirittura più grave del “tentato omicidio” contestato inizialmente (ma che potrebbe facilmente essere derubricato nelle fasi successive del procedimento). E poi ci sono tutte quelle armi in casa. Può insomma essere il filo che permette – cosa che compete alla magistratura – di risalire anche alla maglia fitta di picchiatori-militari con doppio passaporto che combattono o hanno combattuto con l’Idf a Gaza o in Libano e che rappresentano ora oggettivamente una minaccia per la cittadinanza di questo paese.

Se prima dei colpi a Parco Schuster quel pericolo era solo potenziale, oggi è assolutamente attuale. Se si importa la guerra mediorientale in casa, oltretutto con le logiche genocidiarie e il disprezzo totale per la vita dei “non sionisti”, è solo questione di tempo che dalle ferite si arrivi a qualcosa di peggio.

Da questa angolatura la decisione di rimandarlo subito a casa, agli arresti domiciliari, ci sembra una risposta – bruttissima, ma oggettiva – alla domanda che avevamo posto solo due giorni fa: se o quando la tensione della comunità internazionale con Israele salirà ancora, “questa ‘quinta colonna militare’ cosa farà? E verrà neutralizzata oppure in qualche modo ‘accompagnata’?”. Fin qui la scorta mediatica è stata più che abbondante.

Magistratura e governo per ora restano fermi sul “proteggerla”, addirittura. L’assegnazione ai domiciliari, infatti, è la cosa più “anormale” in tutta questa vicenda.

Non c’è infatti osservatore esperto di cronache giudiziarie che dubiti del fatto che, se uno sparo in piazza e tutte quelle armi in casa avessero visto come protagonista un “anarchico” o “uno dei centri sociali”, sarebbe finito chiuso in cella e magari spedito al 41 bis, come accaduto ad Alfredo Cospito e a qualche altro prigioniero politico.

Su queste cose, adottare un “doppio standard”, per uno Stato, è una strada che porta all’inferno. Peraltro già percorsa quando abbiamo sperimentato la strategia delle stragi fasciste ma coperte dallo Stato stesso. Cambiano solo gli interessi in campo...

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30/04/2026

La sirena d’allarme di Parco Schuster

Il gesto del ragazzotto che a Roma ha sparato – con una pistola ad aria compressa, ma mirando alla faccia – contro due “antifascisti qualunque”, riconoscibili dal fazzoletto dell’Anpi al collo, rompe un primo tabù fasullo ma diffuso: si può essere ebrei e fascisti contemporaneamente.

Non è una novità, nella realtà storica. Lo sono stati in tanti, negli anni ‘20 e ‘30, così come in tantissimi sono stati comunisti o socialisti o liberali. Ebrei si nasce, così come cristiani o musulmani. L’opinione politica individuale e lo schieramento nel mondo si costruisce nel tempo, crescendo in un ambiente sociale e culturale che incide altrettanto o più della tradizione religiosa alla nascita.

Questa rottura nella “narrazione”, che permetteva ai sionisti di dichiarare se stessi “oggettivamente antifascisti” solo perché nati ebrei, ed “antisemiti” tutti quelli che criticano Israele (ci sono sempre stati gli antisemiti veri: quelli che odiano gli ebrei in quanto tali), ha la sua importanza politica perché mostra fisicamente che la pretesa di identificare sionismo, ebraismo e Stato israeliano è pura propaganda. Fascista, in versione sionista.

La definizione di fascismo, nell’essenza, non si identifica infatti solo con un particolare regime politico, con tanto di gagliardetti, olio di ricino, manganelli e passo dell’oca – “roba finita da 80 anni”, dice sempre l’attuale premier che da lì discende – ma con una ben precisa concezione dell’umanità. Che non sarebbe, in quella visione, composta di individui e popoli con eguali diritti, capacità e dignità, ma ontologicamente divisa tra un “popolo eletto” e untermenschen (subumani, ndr) che esistono solo per servirlo o combatterlo.

L’essenza di ogni tipologia di fascismo è dunque il suprematismo, la pretesa ideologica di una “superiorità naturale” di un certo insieme umano rispetto a tutti gli altri.

Questa “superiorità” può essere addebitata a una “razza” (i bianchi, gli “ariani”, ecc.), e allora vi riconosciamo il nazifascismo storico. Sempre ricordando, però, che nel neonazismo del 2000 – per esempio nelle dichiarazioni di Brejvik, l’autore della strage di Utoja – gli ebrei vengono “riconosciuti come bianchi” e dunque considerati, “bontà loro”, dei pari grado.

Oppure può essere fatta risalire alle scelte cervellotiche di un dio immaginato in tempi preistorici, come nella Bibbia depurata dai Vangeli, che abbiamo descritto analiticamente in altra sede.

Il ragazzotto di Roma – che comunque aveva in casa anche due pistole vere – è cresciuto in un ambiente suprematista e sionista, a cavallo tra Monteverde e viale Marconi, dove numerose sono state in questi ultimissimi anni le aggressioni a singoli e piccoli gruppi che portavano la kefiah. Solo sei mesi fa, circa, gli studenti del liceo Caravillani erano stati investiti da una squadraccia sionista guidata da Riccardo Pacifici, nota figura centrale ed estremamente “militarista” della comunità romana. Nella stessa zona fu pestato un medico dei Sanitari per Gaza reduce da una iniziativa e ci sono stati vari attentati al centro sociale La Strada. Ultima in ordine di tempo, tre giorni fa, la vandalizzazione dell’aula “Gaza” degli studenti all’università di Roma Tre.

È andata certamente peggio ad altri, come nel caso di Chef Rubio, preso a martellate sotto casa da un gruppo di picchiatori che – stranamente – non sono mai stati individuati, nonostante ormai ci siano telecamere ovunque.

Il ragazzotto si è rivendicato come membro della “Brigata ebraica” e qualcosa significa. Non di quella storica sciolta nel 1946, evidentemente. Ma di un insieme – formalizzato o meno – attivo in questo momento.

È scontato, persino ridicolo, il comunicato diffuso da Eyal Mizrahi – più noto come “definisci bambino” – che recita: “La Brigata Ebraica ribadisce con forza di non conoscerlo, non avere tra i suoi membri persone che rispondano a questo nome. Sottolinea anche di non aver alcun rappresentante né iscritto nella città di Roma”.

Qui il problema non è l’iscrizione formale o meno ad un “ente” chiamato con quel nome, ma l’essere e il sentirsi parte di una “comunità sionista” che collega “soldati” presenti in questo Paese e lo Stato di Israele.

Su il manifesto di oggi, il “sionista buono” Gad Lerner ammette che da tempo è in atto una “degenerazione squadristica di elementi che – in nome di una supposta «autodifesa» – minacciano e aggrediscono nelle scuole e per strada chi individuano come nemico di Israele”.

Una degenerazione favorita o fomentata da “Leader irresponsabili che hanno sospinto al fanatismo questi giovani. E di fronte ai numerosi episodi di violenza che li ha visti protagonisti a Roma è stata calata una coltre di omertà, purtroppo anche da parte delle forze dell’ordine”. Fanatici che non esitano, pare, a minacciare persino lui in quanto “quasi antisemita”.

Ma non si tratta di “gruppetti di fanatici”. Una parte consistente e dirigente delle comunità ebraiche italiane ha “importato la guerra mediorientale in Italia”, costruendo nei fatti una milizia a doppio passaporto che è andata a combattere a Gaza o nel sud del Libano nei ranghi dell’Idf.

Secondo le stime si tratta di più di 800 persone, con alcuni che vi hanno anche perso la vita, anche se l’unico nome uscito sui giornali – forse per la parentela famosa – è quello di Daniel Maimon Toaff, 23 anni, morto a Gaza nel 2024, addirittura come vicecomandante della brigata Givati.

Gente che si è addestrata, ha combattuto, ha introiettato le tecniche militari israeliane e l’atteggiamento generale dell’Idf nei confronti dei nemici: “animali umani”, come se ne uscì il comandante dell’esercito Yoav Gallant (giustamente inseguito da un mandato di cattura internazionale della Corte dell’Aja per genocidio, al pari di Netanyahu).

Gente che si identifica in Israele e nei suoi attuali dirigenti, il cui “discorso” al resto del mondo si sintetizza in poche frasi, ripetute ossessivamente in qualsiasi contesto, che significano soltanto: “ammazzeremo tutti quelli che ci ostacolano”. Ovunque.

La domanda che va posta al governo italiano – quello attuale, quelli passati e quelli futuri – è perciò la seguente: è normale o tollerabile che del personale militare “irregolare” di un esercito straniero sia libero di muoversi armato nei confronti della popolazione di questo Paese?

La domanda non è né oziosa, né “ideologica”. Se, come noi auspichiamo e come sta diventando sensibilità comune nel popolo italiano e di molti altri paesi, si dovesse arrivare alla rottura dei rapporti diplomatici e commerciali con Israele, questa “quinta colonna militare” cosa farà? Verrà neutralizzata oppure in qualche modo “accompagnata”?

Hanno doppio passaporto, il che torna magari utile per viaggiare anche in paesi che in genere non accolgono israeliani. Ma non si possono avere “doppie fedeltà”, tanto meno sul piano militare.

Il gesto del ragazzotto romano dovrebbe risuonare come una sirena d’allarme, perché dimostra che la guerra è arrivata in casa. È già qui.

Fonte

20/02/2026

La rivolta degli ultra-ortodossi scuote Israele

Una città a ferro e fuoco

A Bnei-Brak, una delle ‘capitali’ della comunità ultra-ortodossa dello Stato ebraico, domenica si sono vissute ore di terrore. Due soldatesse, spedite in missione dall’Ufficio reclutamento, sono state assaltate da diverse centinaia di ‘haredim (ebrei integralisti), che vedono come fumo agli occhi la possibilità di essere arruolati nell’esercito. Per loro non è solo una questione etica, ma un vero e proprio comandamento della Torah, un principio religioso non negoziabile. Per cui, l’arrivo delle ‘reclutatrici’ (ma l’IDF nega che avessero questa funzione) ha scatenato la furia popolare, anche perché è stato percepito come una provocazione. Per non essere pestate a sangue, le malcapitate soldatesse hanno dovuto essere soccorse dalla polizia, che ha faticato non poco per evacuarle e sottrarle alla rabbia dei manifestanti. «La polizia – scrive Haaretz – ha dichiarato che 23 persone sono state arrestate. Gli agenti hanno utilizzato granate stordenti e manganelli. Durante la rivolta, un’auto della polizia è stata ribaltata e una motocicletta della polizia è stata data alle fiamme. Bidoni della spazzatura sono stati lanciati contro un’auto della polizia. Tre agenti sono rimasti leggermente feriti durante gli scontri. ‘Avevo chiesto ai miei comandanti di non andare lì e non mi hanno ascoltata’, ha dichiarato una soldatessa. Dopo essere state notate dalla gente del posto, le due hanno cercato di nascondersi nei bidoni della spazzatura e di fuggire, ma la folla le ha comunque trovate».

Proteste anche a Gerusalemme

Per quanto si cerchi di minimizzare, ieri tumulti sono scoppiati anche a Gerusalemme, dove gruppi di ultra-ortodossi hanno cercato di bloccare gli ingressi alla città. La polizia ha dovuto faticare non poco per disperderli. Questo smentisce di fatto alcune prese di posizione dell’establishment, che tendevano a circoscrivere la ribellione a pochi estremisti. Invece, al di là della responsabilità specifica dei disordini di domenica, sullo sfondo resta enorme, come un macigno, il problema del servizio di leva obbligatorio che finora gli ultra-ortodossi sono riuscite a scansare. Buona parte del Paese e della stessa classe politica accusano Netanyahu di essere stato finora troppo accondiscendente, evitando di far passare una nuova legge sul reclutamento, che costringesse questa minoranza religiosa integralista a servire nelle forze armate. Il tutto, naturalmente, per motivi di consenso elettorale. Adesso, il conflitto è addirittura deflagrato davanti all’Alta Corte, col governo accusato di attentato alla Costituzione. Il Capo di Stato maggiore IDF, Eyal Zamir, ha condannato fermamente la rivolta. E lo stesso ha fatto Benjamin Netanyahu, definendo l’attacco «una questione grave e inaccettabile. Perché ogni caso in cui cittadini israeliani feriscono i soldati delle IDF rappresenta un grave superamento di una linea rossa, anche se i rivoltosi erano solo una minoranza estremista». Ma in risposta a Netanyahu, Yair Golan, presidente dei Democratici, ha dichiarato: «La responsabilità ricade esclusivamente sulla leadership Haredim, che riceve il pieno appoggio del Primo ministro».

Esercito contro polizia

Intanto, un altro segnale delle crescenti polemiche interne è lo scontro, a colpi di comunicati, tra l’esercito e le forze di polizia. Il che significa, in parole povere, una resa dei conti tra il Ministero della Difesa (Israel Katz) e quello della Sicurezza Nazionale, guidato dal ‘duro e puro’ Itamar Ben-Gvir. Secondo il Jerusalem Post, ci sono chiare divergenze sulle origini e sulle responsabilità che hanno portato agli incidenti. Il portavoce dell’IDF, generale di brigata Effie Defrin, ha escluso seccamente che gli ufficiali in missione a Bnei Brak abbiano distribuito volantini di reclutamento. L’ufficiale ha così voluto replicare alle critiche, non tanto velate, in arrivo dalla polizia di Tel Aviv, che aveva accusato l’esercito di «mancanza di coordinamento». Ancora più pesanti sono le reazioni informali contro la polizia, in arrivo dagli Alti comandi dell’IDF, riportati dal giornale di Gerusalemme. Si parla apertamente non solo ‘di mancanza di rispetto’, ma addirittura di ‘diffamazione e disinformazione’, a testimonianza di un rapporto sempre più teso in Israele tra i vari corpi dello Stato.

Poco bastone e molta carota

Come avevamo anticipato, il dossier che interessa gli ultra-ortodossi per Netanyahu è vera e propria nitroglicerina. Fatti quattro conti, un colpo al cerchio e uno alla botte, lo spregiudicato Premier cerca di galleggiare senza tagliarsi i ponti alle spalle, consapevole che l’area ultra-ortodossa può essere determinante per la sua sopravvivenza politica. In ogni caso, tutti i rivoltosi haredi arrestati a Bnei-Brak sono già stati già rilasciati. Questo nonostante la gravità degli scontri, che hanno provocato prese di posizione indignate (almeno formalmente) da parte di tutto lo spettro parlamentare. Ma con diversi accenti riguardanti le responsabilità. Evidentemente, il ruolo degli ultra-ortodossi e così importante per la destra israeliana che nessuno se li vuole veramente inimicare.

E nonostante una ‘pellaccia’ come Avigdor Lieberman (leader di Yisrael Beitenu) parli degli haredim rivoltosi come ‘terroristi’ e della necessità di spedire «un battaglione dopo l’altro a riportare l’ordine», non sembra che ‘Bibi’, almeno per ora, abbia tanta voglia di andare allo scontro aperto con avversari così permalosi. Non li ama, ma di sicuro li teme, questo sì.

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04/02/2026

Francia - Donne francesi nell’Idf accusate di genocidio

“Complicità in genocidio” non è un hashtag. È la qualifica di un fascicolo giudiziario francese che chiama in causa due cittadine franco-israeliane: Nili Kupfer-Naouri e Rachel Touitou, accusate di aver ostacolato l’ingresso di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza.

Kupfer-Naouri è avvocata e presidente di Israel Is Forever; Touitou è portavoce di Tsav 9. I fatti contestati ruotano attorno ad azioni di blocco dei convogli ai valichi di Kerem Shalom e Nitzana, indicate tra 1° gennaio–26 novembre 2024 e maggio 2025.

La magistratura francese ha formalizzato atti penali qualificando la condotta come “complicità in genocidio” e “incitamento pubblico e diretto al genocidio”, a seguito di denunce presentate da organizzazioni per i diritti umani (tra cui UJFP/French Jewish Union for Peace, Urgence Palestine, FIDH, Al-Haq, Al-Mezan).

Il punto politico-giuridico è questo: la Francia tratta l’ostruzione di beni umanitari essenziali in un contesto di conflitto come condotta penalmente rilevante, fino a collocarla nel perimetro dei crimini internazionali, includendo la complicità.

Anche l’Italia ha già strumenti giuridici per perseguire propri cittadini coinvolti in crimini commessi all’estero. Per il genocidio, la base è diretta: la Legge 9 ottobre 1967 n. 962 incrimina il genocidio e disciplina la punibilità anche quando il fatto è commesso fuori dal territorio nazionale.

Per condotte gravi collegate a operazioni militari (omicidi, torture, sequestri, ecc.), l’ordinamento prevede la giurisdizione sul cittadino per delitti commessi all’estero tramite l’art. 9 del Codice penale, con regole procedurali precise (tra cui, in vari casi, la richiesta del Ministro della Giustizia come condizione di procedibilità).

In parallelo, l’Italia ha ratificato lo Statuto di Roma (Legge 12 luglio 1999 n. 232): questo consolida il dovere di cooperazione internazionale e rende ancora più insostenibile l’idea che il passaporto possa valere come scudo.

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30/12/2025

Non esiste la “violenza dei coloni”. È la violenza israeliana

25 giugno. Il villaggio di Kafr Malek si trova sui ripidi pendii del Tall Asur, la cui cima è la quarta più alta tra le montagne della Palestina. Il 23 giugno, Amar Hamayel, un abitante del villaggio, è stato colpito alla schiena. Testimoni affermano che i soldati gli hanno sparato mentre si nascondevano dietro i pini.

Il proiettile è entrato nella schiena di Amar ed è uscito dal collo. Non era rivolto verso i soldati quando è stato ucciso. Per due ore l’esercito ha impedito l’arrivo di un’ambulanza, usando anche la violenza per impedire a parenti e vicini di soccorrere Amar. Un fuoristrada bianco, come quelli usati dal capo della sicurezza di un insediamento, è stato visto accanto al corpo. Aveva 13 anni. Due giorni dopo, più di 100 israeliani fecero irruzione nel villaggio. Scesero in massa dalla collina, alcuni con le maschere. Distrussero case, incendiarono tutto ciò che trovarono e lasciarono graffiti maligni sui muri.

Ma non erano soli. Dietro questa milizia c’erano le forze armate ufficiali dello Stato, che marciarono nel villaggio. Furono loro a uccidere tre abitanti, un adolescente e un altro all’ingresso della sua casa, mentre cercavano di difendere se stessi e il loro villaggio dall’assalto.

Poco dopo, la voce rotta di Jafar Hamayel tuonò al telefono: “Ci stanno uccidendo e hanno iniziato una guerra che ha una sola fazione. Solo loro e i loro cani da guerra al guinzaglio hanno le armi”.

10 ottobre. Il primo giorno della raccolta delle olive, circa 150 raccoglitori si radunarono sulla collina di Jabal Qamas, vicino alla città palestinese di Beita. Diverse tende e strutture temporanee erano state allestite sul sito, i cui abitanti e l’esercito chiamano Mevaser Shalom: Araldo della Pace. I raccoglitori trovarono i campi pieni di soldati e miliziani, spalla a spalla. Alla fine della giornata, 20 mietitori erano rimasti feriti, di cui 12 portati in ospedale. Tre erano giornalisti e un altro era un giovane che la milizia aveva colpito a una gamba. I rivoltosi hanno incendiato otto auto, ribaltato un’ambulanza e cercato di bruciarla.

Il giorno dopo, mentre una famiglia stava raccogliendo i frutti del suo terreno, i soldati su una collina di fronte hanno sparato gas lacrimogeni contro di loro. Un ragazzo di 13 anni, Aysam Mualla, è soffocato a causa del gas e ha perso conoscenza. I suoi assassini hanno ritardato l’arrivo di un’ambulanza per sei lunghi minuti di privazione di ossigeno. Aysam non si è mai risvegliato dal coma ed è morto un mese dopo in ospedale. Il giorno del suo funerale, l’esercito ha insistito per bloccare l’ingresso al suo villaggio. Soldati a bordo di veicoli militari furono inviati sul posto per lanciare granate stordenti contro i partecipanti al funerale.

La Cisgiordania non è extraterritoriale. L’intera terra, dal fiume al mare, è terra di un’unica legge. 

7 dicembre. Quella domenica notte l’esercito invase le strade e gli stretti vicoli del villaggio di al-Mughayyer. Lo scopo non era chiaro, poiché l’esercito bloccò tutti gli ingressi al villaggio e impose un coprifuoco non ufficiale, ma niente di più. Nel cuore della notte, i soldati spararono gas lacrimogeni e lanciarono granate stordenti tra le case dall’interno dei loro veicoli. Non ci fu alcun tentativo di rapire alcun giovane dal villaggio. Quella notte, rimasero tutti liberi.

Quello che accadde quella notte, proprio in quelle ore, fu un assalto da parte di un gruppo di israeliani nella casa di Abu Hamam, alla periferia del villaggio. Otto degli aggressori arrivarono mascherati e armati di bastoni dalla direzione dell’avamposto dei coloni di Havat Shlisha. Chiunque non fosse accecato dalla cortina fumogena e dalle menzogne ​​della propaganda israeliana avrebbe saputo in anticipo quali sarebbero stati i risultati dell’attacco e non sarebbe rimasto sorpreso dal coordinamento tra l’esercito e le forze non ufficiali che attuano la politica di violenza israeliana.

Gli aggressori hanno lasciato il villaggio prima dell’esercito, lasciando un ragazzo di 13 anni ferito alla testa e una donna di 59 anni con ferite alla testa, al torace e alle braccia; anche due giorni dopo, in ospedale, aveva difficoltà a stare in piedi. Anche quattro attivisti provenienti da Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti sono stati ricoverati in ospedale.

Durante e subito dopo l’attacco, gli abitanti del villaggio e le squadre mediche si sono precipitati in aiuto della famiglia Abu Hamam, ma l’esercito non li ha lasciati passare. I soldati hanno puntato le armi contro l’autista dell’ambulanza e i paramedici che cercavano di raggiungere i feriti, minacciandoli di arrestarli se si fossero avvicinati. Solo alcune ore dopo i feriti hanno potuto essere evacuati.

Poche ore dopo, la minaccia di arresto è diventata realtà. Mentre l’ambulanza tornava dall’ospedale, i soldati bloccarono la strada e arrestarono due paramedici. Legarono loro le mani, coprirono loro gli occhi e li trattennero senza alcun motivo, solo perché erano lì. Poi, diverse ore dopo, li lasciarono andare. Questi soldati non erano coloni o membri delle unità di difesa regionale, ma semplicemente riservisti dell’esercito, le stesse persone che siedono nei caffè, negli uffici delle aziende e nei piani alti dirigenziali ovunque.

Gli attacchi alla famiglia continuarono nei giorni successivi. Come al solito, l’esercito trovò la soluzione nel vittimizzare ulteriormente le vittime. Prima emise un’ordinanza di 24 ore che dichiarava il sito zona militare chiusa. Questa ordinanza fu usata per arrestare due attivisti e tenerne lontani altri.

Poi soldati e agenti della Polizia di Frontiera si sono presentati con un ordine di chiusura di un mese. Hanno arrestato due attivisti americani, che hanno trascorso una settimana in prigione e ora sono stati espulsi, sebbene non si trovassero mai nella zona chiusa. I soldati continuavano a recarsi a casa della famiglia per dare la caccia a chiunque non risiedesse lì, purché non fosse di Havat Shlisha.

13 dicembre. Tre giovani uomini con grandi kippah di lana e lunghi riccioli ai lati del viso hanno circondato Hanan Khimel, al nono mese di gravidanza. Era in auto con i suoi due figli, di 4 e 5 anni. Gli aggressori hanno minacciato i tre, li hanno picchiati e li hanno spruzzati con gas urticante, lanciando loro insulti razzisti.

La polizia, che inizialmente aveva insistito nel definire l’episodio una lite tra automobilisti, ha arrestato e interrogato 17 residenti della città natale di Khimel che avevano protestato contro l’attacco. Nessuno di loro era sospettato di violenza, ma di aver detto la verità: l’attacco, che non ha avuto luogo in Cisgiordania ma a Jaffa, era rivolto all’intera comunità palestinese della città.

Niente di tutto questo è accaduto dal nulla, ma in un clima creato da un gruppo di ebrei religiosi che si sono stabiliti a Jaffa e sono finanziati dal comune di Tel Aviv. Questo gruppo terrorizza i residenti palestinesi di Jaffa da anni ed è fonte di tensione e instabilità in città.

Il gruppo è guidato dal Rabbino Eliyahu Mali, che il Procuratore di Stato ha deciso di non incriminare per sospetto di istigazione dopo aver affermato che “i terroristi di oggi sono i figli della precedente operazione militare che li ha lasciati in vita. Sono le donne in realtà quelle che producono i terroristi”.

La violenza dei coloni non esiste. La violenza contro i palestinesi in tutte le sue forme, quella perpetrata dalle forze armate e dai burocrati israeliani e quella che i progressisti amano immaginare come avvenuta al di fuori della legge, non è un fenomeno irregolare, ma l’essenza dell’israelianità. Come in Cisgiordania, così a Gaza, a Jaffa, in Galilea e ovunque altrove.

La Cisgiordania non è la terra dei coloni, e gli aggressori non sono una manciata di estremisti. Gli attacchi sono l’attuazione di una politica di Pulizia Etnica consolidata che non inizia e non finisce con i “coloni estremisti” o con il “governo di estrema destra”. La Cisgiordania non è extraterritoriale. L’intera terra, dal mare al fiume, è una terra con un’unica legge. Questo è Israele.

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04/12/2025

Gaza - Scontro a fuoco a Rafah, bombardato campo di sfollati. I tunnel incubo per gli occupanti

Ieri pomeriggio, cinque soldati israeliani sono rimasti feriti, uno dei quali gravemente, in uno scontro tra combattenti palestinesi e le truppe stanziate a Rafah, nel sud di Gaza.

Secondo quanto riporta il Times of Israel, la versione dei portavoce militari israeliani afferma che lo scontro è iniziato quando i soldati della Brigata Golani hanno avvistato una figura sospetta nascosta da una coperta entrare in un edificio. Un blindato Namer con truppe è stato inviato nell’area per aiutare nella ricerca del sospetto.

Due palestinesi armati sarebbero emersi da un tunnel nell’est di Rafah – un’area controllata da Israele nel sud della Striscia – ingaggiando uno scontro a fuoco con i soldati israeliani. Uno di essi avrebbe lanciato un razzo Rpg contro il blindato israeliano ferendo i cinque soldati e sarebbe poi rientrato in un tunnel.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Hamas ha violato la tregua e ha promesso una risposta, affermando: “La nostra politica è chiara: Israele non tollererà attacchi contro i soldati delle IDF e risponderà di conseguenza”. E la rappresaglia non si è fatta attendere.

Al 55° giorno del cessate il fuoco a Gaza, 5 palestinesi, inclusi due bambini, sono stati uccisi durante un bombardamento da parte di droni israeliani contro tende di sfollati a Mawasi, nei pressi di Khan Younis, mentre i soldati israeliani continuavano a far saltare in aria edifici nel quartiere di Al Tuffah di Gaza City. Al Jazeera ha riportato che due palestinesi sono stati uccisi da colpi israeliani nel quartiere Zeitoun citando una fonte dell’ospedale battista Al-Ahli di Gaza City.

In realtà l’esercito israeliano ha violato la “tregua” ben 591 volte, causando la morte di circa 357 palestinesi e il ferimento di altri 903 fino a domenica scorsa.

I tunnel a Gaza continuano ad essere un incubo per le truppe di occupazione 

L’esperto militare e strategico Elias Hanna, ex brigadiere generale, ha affermato che Israele soffre di “cecità tattica e di intelligence” che gli impedisce di tracciare la mappa dei tunnel nella Striscia di Gaza, anche nelle aree che considera sotto il suo controllo, e questo nonostante oltre due anni di guerra.

Israele ritiene che tra i 60 e gli 80 combattenti della resistenza palestinese continuino ad essere attivi nell’area di Rafah nonostante il loro completo isolamento e l’interruzione delle loro linee di rifornimento.

La negazione di qualsiasi via d’uscita che non prevede la resa o la morte (probabilmente entrambi) fa si che i combattenti palestinesi agiscano secondo la regola non scritta di ogni combattente messo con le spalle al muro: “vendere cara la pelle”.

Una indagine della CNN rivela che l’esercito israeliano ha abbandonato i corpi di alcuni dei palestinesi uccisi vicino al valico di Rafah in tombe poco profonde e senza segni di riconoscimento. In altri momenti, i resti dei cadaveri palestinesi venivano semplicemente lasciati a decomporsi all’aperto, rendendo impossibile il loro recupero nell’area militarizzata.

Secondo gli esperti legali la pratica di gestire male i corpi seppellendoli in tombe senza nome può violare il diritto internazionale, il quale prevede che le parti in conflitto dovrebbero cooperare nel seppellire i morti in modo da permettere loro di essere identificati, ha detto Janina Dill, co-direttrice dell’Oxford Institute for Ethics, Law and Armed Conflict.

Mahmoud Basal, portavoce della Difesa Civile a Gaza, ha dichiarato che “il genocidio condotto dalle forze di occupazione israeliane contro i civili nella Striscia di Gaza non si è fermato, ma il suo ritmo è cambiato”.

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14/10/2025

Squadristi e sionisti. Una realtà con cui Roma fa i conti da anni

Ha fatto rumore, ma non ancora il rumore che merita, la notizia riportata in un articolo de Il Fatto Quotidiano di domenica 12 ottobre. L’articolo riferisce infatti sia la rivelazione di una fonte dentro la polizia sull’esistenza di un numeroso gruppo di picchiatori all’interno della comunità ebraica romana, sia l’elenco aggiornato delle aggressioni e attentati dei gruppi sionisti a Roma da dopo il 7 ottobre 2023.

L’aggressione più clamorosa delle ultime settimane è quella contro gli studenti del Liceo Caravillani a Monteverde, dove una ventina di squadristi maggiorenni ha picchiato studenti e docenti della scuola colpevoli di solidarizzare con la Palestina ma anche di condividere gli spazi con il vicino tempio ebraico. Sulla vicenda il ministero, i mass media e le istituzioni si sono affrettate a gettare sopra quintali di sabbia, anche perché la dinamica dei fatti e i personaggi coinvolti erano decisamente “imbarazzanti” per la comunità ebraica romana.

Quanto avvenuto è però conferma di quanto andiamo denunciando con sistematicità da più di venti anni – vedi il dossier aggiornato al 2024 – , ma che non ha mai visto misure legali di polizia e magistratura contro questi squadristi sionisti – trattamento invece riservato con solerzia a chi li contrasta – né un adeguato livello di denuncia da chi è rapidissimo nello starnazzare sull’antisemitismo alla prima scritta su un muro ma volta sempre la testa quando ad aggredire sono i picchiatori appartenenti ai settori più fanatici della comunità ebraica romana. Un livello di impunità che molto ricorda quello di cui hanno usufruito per decenni i crimini di guerra dello Stato di Israele, e con i risultati che adesso tutti hanno sotto gli occhi.

Quella romana è una realtà ben individuabile e circoscritta che per ora non ha termini di comparazione con la situazione di altre città italiane.

Infine, e non certo per importanza, resta sempre aperto il rognoso dossier dei militari con doppio passaporto – in questo caso italiano/israeliano – che hanno preso parte alle operazioni militari a Gaza che si configurano come genocidio.

Da tempo denunciamo questa “convenzione” tra Italia e Israele che consente di fare il militare in Israele pur essendo cittadini italiani. Incautamente, il ministro Tajani a ridosso del 7 ottobre 2023 confermò che circa 1000 italiani con doppio passaporto erano andati a combattere in Israele e alcuni dunque anche a Gaza.

I cittadini italiani/israeliani coinvolti, qualora emergano le prove, sono perseguibili penalmente dal Tribunale Internazionale dell’Aja che sta procedendo nella causa per genocidio parallelamente alla Corte Penale Internazionale.

Prima o poi tale questione si aprirà anche nel nostro paese così come sta avvenendo in Belgio, Francia ed altri paesi.

Ma in attesa che “la giustizia faccia il suo corso”, sarà bene che le autorità tengano d’occhio centinaia di persone che hanno preso parte a combattimenti e crimini di guerra a Gaza e che sono rientrati nel nostro paese con un curriculum e un portato psicologico niente affatto rassicurante.

Ripubblichiamo qui sotto l’articolo de Il Fatto Quotidiano.

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Tra gli ebrei della capitale ci sono cento picchiatori

di Vincenzo Bisbiglia – Alessandro Mantovani (Il Fatto Quotidiano del 12 ottobre)

L’elenco comincia dalla sera del 24 ottobre 2023, poco dopo gli attacchi del 7 ottobre e l’avvio della sanguinosa reazione israeliana che ha seminato morti a Gaza fino a tre giorni fa. Comincia a Fiumicino dove atterra Karem Rohana, classe 1988, logopedista italo-palestinese che sui social si chiama Karem_from_Hai – fae per molti ebrei anche civilissimi è “un provocatore”. Sui social quella sera mette pure l’ora di arrivo del suo aereo perché qualcuno vada a prenderlo. Lo seguono presumibilmente dall’aeroporto, quando si ferma in via Ostiense per bere qualco

C’ è “un centinaio di picchiatori” tra gli ebrei romani, gente “che sa picchiare, a volte agisce spontaneamente e a volte in modo più organizzato”, ragiona un investigatore. Dall’interno della Comunità li ridimensionano a 40, qualcuno a “25 psicopatici, che hanno memoria se non della violenza politica degli anni di piombo almeno degli anni Novanta”, quando nel 1992 gli ebrei chiusero a suon di botte la sede dei neofascisti di Movimento Politico in via Domodossola.

Sono ambulanti, autisti, commercianti, tassisti e anche ragazzi delle scuole ebraiche e universitari. Qualche ultrà dell’Olimpico, più romanisti che laziali.

Polizia e carabinieri sembrano conoscerli uno per uno. Anche nella Comunità sono preoccupati, almeno in privato. A Roma la tensione è alta e non svanirà solo per il primo accordo su Gaza. “Se non facciamo tutti un passo indietro c’è il rischio che ci scappi il morto” è la frase che ti senti ripetere.

Gli ebrei sono spaventati, si sentono “stuprati sui muri di Roma” per dirla con uno di loro che più moderato non si può, ora anche intimiditi e indispettiti dalle manifestazioni oceaniche per i palestinesi. Senz’altro tendono a vedere l’antisemitismo pure dove non c’è, spesso in buona fede. E allora, come si dice a Roma, chi mena per primo mena due volte. Questo centinaio di esagitati l’abbiamo visto il 25 aprile del 2024 a Porta San Paolo, luogo storico della Resistenza romana dove ogni anno c’è tensione perché un pezzo della sinistra non vuole gli ebrei, troppo legati a Israele.

Arrivarono in trecento, lanci di bombe carta e di scatole di legumi (piene) sui manifestanti, grida feroci tipo “ti devono stuprare come a Gaza” rivolti alle ragazze pro palestinesi, almeno un paio di armi improprie (un martello) sequestrati.

Quest’anno per fortuna la Questura ha separato le due manifestazioni. Qualche giorno dopo, il 7 maggio 2024, alla Sapienza vicino alla facoltà di Fisica hanno vandalizzato la targa in memoria di Sufian Tayeh, rettore dell’Università islamica di Gaza, ucciso in un bombardamento: identificati dalla polizia dieci appartenenti alla Comunità, tra i 20 e i 24 anni.

Gira da giorni un elenco di fatti e fatterelli per lo più non gravissimi, attribuiti con certezza variabile a persone della Comunità.

Si conclude col noto episodio del 2 ottobre al liceo artistico Caravillani, che ha l’ingresso in comune con una sinagoga a Monteverde, quartiere a forte presenza ebraica. I ragazzi gridano “free Palestine” e venti adulti, che sono al Tempio Beth Michael in un giorno per noi feriale per lo Yom Kippur, vanno ad affrontarli, poi addirittura tornano all’uscita: insulti alle ragazze, “puttana”, spintoni e manate, perfino una ciocca di capelli strappata a un ragazzino, peraltro ebreo.

Poi le scuse di Riccardo Pacifici, ex presidente della Comunità, che non sarà un capo militare ma è un punto di riferimento dell’ala oltranzista. Il giorno stesso tocca ad Andrea, uno dei Medici per Gaza, aggredito da tre persone non identificate dopo un’iniziativa pro palestinese allo Spallanzani.

È al Portuense, che confina con Monteverde e Marconi dove pure gli ebrei sono tanti – è tutto relativo, gli ebrei sono sempre pochi – e dove sulla saracinesca del panificio kosher di uno di loro è poi comparsa la scritta “ebrei di merda bruciate tutti”. Chissà chi l’ha fatta, ci saranno antisemiti anche a sinistra, ma a Roma i fascisti non mancano.

L’elenco comincia dalla sera del 24 ottobre 2023, poco dopo gli attacchi del 7 ottobre e l’avvio della sanguinosa reazione israeliana che ha seminato morti a Gaza fino a tre giorni fa.

Comincia a Fiumicino dove atterra Karem Rohana, classe 1988, logopedista italo-palestinese che sui social si chiama Karem_from_Haifa e per molti ebrei anche civilissimi è “un provocatore”. Sui social quella sera mette pure l’ora di arrivo del suo aereo perché qualcuno vada a prenderlo. Lo seguono presumibilmente dall’aeroporto, quando si ferma in via Ostiense per bere qualcosa con un’amica, lo raggiungono da dietro e lo pestano, lo prendono a calci pure a terra: 10 giorni di prognosi, poi scoprono una frattura alla mano, devono operarlo e i giorni diventano, racconta Rohana, 61. Se ne vanno su due Smart, nessuno prende le targhe.

La Procura ha chiesto l’archiviazione del fascicolo, iscritto per lesioni aggravate dalla finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso. Le indagini della Digos non sono bastate.

Si indaga invece a 360 gradi per il pestaggio, pesantissimo, di Gabriele Rubini detto Chef Rubio, avvenuto il 14 maggio 2024 ai Castelli Romani. Roba da professionisti, almeno sei o sette. Frattura dell’orbita facciale e una profonda ferita al cranio provocate pare da una martellata.

Nessun dubbio sulla matrice ebraica per l’aggressione del 4 agosto dell’anno scorso a Giovanni Barbera, dirigente di Rifondazione. Sfondata la vetrina della federazione romana del partito in piazzale degli Eroi al Trionfale: l’uomo, 40 anni, portava una kippah e brandiva un manganello, i carabinieri l’hanno identificato e denunciato.

Nessun dubbio anche sulla matrice del raid notturno del 21 febbraio 2025 al Liceo Manara di Monteverde, a due passi dal Caravillani: uno striscione “Fate gli antifascisti ma avete reso la scuola juden free”, le stelle di David sui muri e il cancello sigillato col silicone. Con tanto di rivendicazione della Brigata Dario Vitali, intitolata – ha scritto il giornalista Valerio Renzi, esperto della destra romana – a un giovanissimo soldato ebreo “che si fregiò di gesti di ‘eroismo’ nella Grande Guerra, ma anche un fascista della prima ora”.

Quella stessa notte, sempre nella zona Ovest di Roma, c’è anche il primo attacco alla Garbatella: divelto il monumento Handala che raffigura un bambino palestinese in via delle Sette Chiese, dove ogni anno commemorano l’attivista statunitense Rachel Corrie, uccisa a 23 anni a Gaza da un bulldozer israeliano nel 2003; danni anche al centro sociale “La Strada”.

Garbatella e La Strada sono stati presi di mira altre tre volte nell’aprile 2025 con lo sfregio a un altro monumento e poi a maggio e ancora la notte del 13 settembre con le bombe carta contro l’ingresso, accompagnate da scritte contro Alessandro Di Battista. Non è una zona di particolare presenza ebraica come Monteverde, Marconi o piazza Bologna, dove peraltro si segnalano inseguimenti di ragazze con la kefiah vicino alla sinagoga di via Padova. È un quartiere in cui la sinistra nata nel movimento governa da anni l’VIII Municipio, un tempo con Massimiliano Smeriglio oggi assessore in Campidoglio e ora con Amedeo Ciaccheri.

Lì c’è La Strada e anche Casetta Rossa, dove ogni anno decine di ebrei romani festeggiano la loro Pasqua anche con i palestinesi, ci sono percorsi comuni sulla memoria della Shoah e dell’antifascismo, il ponte nuovo che collega il quartiere a Ostiense e intitolato a Settimia Spizzichino, l’unica ebrea romana sopravvissuta ai lager.

Si direbbe che prendono di mira chi è stato più vicino agli ebrei, quasi li considerassero traditori. Ci sono poi minacce e insulti sui social contro Maya Issa, 25 anni, studentessa di Scienze Politiche nata in Italia da una coppia di palestinesi, il volto più noto dei Giovani palestinesi che due anni fa manifestavano con qualche centinaio di romani per Gaza e pian piano si sono tirati dietro mezza città.

“Nel 2024 mi minacciavano, messaggi come ‘ti aspettiamo sotto casa’ o ‘ti ammazziamo’, ora mi insultano nei commenti sui social: ‘Terrorista, ti devono revocare la cittadinanza’”, racconta. Non ha ancora sporto denuncia, “lo farò” assicura, ma la polizia, che interloquisce abitualmente con lei in piazza, sa tutto. Chi passa all’atto in genere non lo scrive sui social, però c’è il rischio di far venire l’idea a qualcun altro.

Nel quartiere ebraico, che tutti ancora chiamano Ghetto o ex Ghetto, non è successo nulla, il Gruppo sicurezza della Comunità fa il suo lavoro e certo non controlla le bande. Di tutto questo avremmo voluto parlare col presidente degli ebrei romani, Victor Fadlun, uomo di pace appartenente alla componente tripolina – gli ebrei scacciati dalla Libia dopo che Muhammar Gheddafi prese il potere nel 1969 – che nella memoria hanno più il conflitto con gli arabi che l’antifascismo europeo.

Fadlun è stato eletto nel 2023 e rieletto, trionfalmente, nel 2025, con una maggioranza che comprende anche amici di Pacifici e ha emarginato altre componenti democratiche. Non è stato possibile, Fadlun ha riflettuto un po’ sulle domande del Fatto e poi venerdì è calato il sole. Shabbat. Ci saranno altre occasioni.

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