L’Occidente imperialista ha scelto la guerra come potenziale soluzione per arrestare il suo declino. E contemporaneamente ha scoperto che il modello di guerra su cui aveva costruito la propria struttura e cultura militare non regge più la prova del budino.
Quaranta anni di guerre asimmetriche contro avversari «poveri» avevano fatto affermare un modello bellico fatto di supremazia aerea assoluta, controllo satellitare occhiuto, tecnologie esclusive, armi di precisione e piuttosto costose, specialisti in vari tipi di operazioni e servizi, riducendo al minimo la truppa di fanteria, semmai ad alto livello di addestramento.
In una parola: più capitale fisso, meno capitale umano. Pochi professionisti ad alta retribuzione, zero soldati di leva a titolo gratuito.
Evento storico scatenante: la guerra in Vietnam, ultima esperienza con un esercito di leva (seppure con l’esclusione degli universitari e dei figli di papà) le cui perdite si erano dimostrate intollerabili in una società avanzata e percorsa dalla ribellione degli anni ‘60.
Da lì in poi solo eserciti di professionisti volontari e ben pagati, per guerre con relativamente poche perdite (ha fatto eccezione l’Iraq quando sono stati messi gli «scarponi sul terreno»), socialmente poco dolorose e confinate a una figura diventata fondamentalmente estranea.
Una «esternalizzazione sociale» della guerra che peraltro accompagnava un declino demografico costante e progressivo, che rendeva sempre più difficoltosa la copertura delle posizioni lavorative rimaste scoperte per anzianità e quindi improponibile una leva obbligatoria che avrebbe prima sottratto energie fresche al mercato del lavoro, e poi – nell’eventualità di un impiego bellico vero e proprio – la perdita tout court di una quota del «capitale giovanile» già scarso.
Contrordine, neoliberisti!
In Europa se ne comincia a parlare, negli Usa si è passati ai fatti.
Entro dicembre 2026, il Selective Service System americano prevede di iniziare a registrare automaticamente tutti gli uomini idonei tra i 18 e i 26 anni per un’eventuale, futura, chiamata alle armi. Per l’arrivo delle cartoline precetto c’è tempo, ancora, perché bisognerà predisporre caserme, centri di addestramento «light» rispetto a quello professionale, addestratori, ecc.. Ma la strada è intrapresa.
È di fatto l’applicazione di una direttiva approvata dal Congresso attraverso il National Defense Authorization Act, che impone l’iscrizione automatica di “ogni cittadino maschio” appartenente a quella fascia anagrafica.
Fin qui, a partire dal 1980, l’iscrizione era «volontaria», anche se fortemente incentivata (facilitava la ricerca di un lavoro e rientrava tra i requisiti per accedere agli aiuti finanziari per studenti, ad esempio), ma col passare del tempo sempre meno popolare. Una «crisi delle vocazioni», insomma, che ha fatto intravedere il momento in cui si sarebbe verificata una carenza vera e propria nella disponibilità di carne da cannone.
Le guerre in Ucraina, Gaza, il Libano e l’Iran hanno dimostrato che il periodo della guerra solo high tech è sostanzialmente finito, paradossalmente, proprio grazie alla tecnologia. Droni e missili «economici» hanno permesso di saturare e compensare la superiorità tecnologia con la quantità. I mezzi corazzati sono diventati molto meno importanti, la superiorità aerea – sempre importantissima – insufficiente a risolvere i problemi di controllo territoriale.
Gli «scarponi sul terreno» tornano indispensabili e il numero dei combattenti deve crescere, proprio perché è certo che «grazie» ai droni e ai missili low cost se ne perderanno molti.
E l’America guerrafondaia e disperata non può permettersi di continuare a collezionare figuracce come quella dell’Afghanistan e poi dell’Iran. Quindi decide di investire i suoi giovani – anche lì c’è il declino anagrafico, specie se si continuerà a combattere l’immigrazione (il servizio militare era diventato un modo di diventare cittadini Usa) – nel mattatoio.
Si comincia rendendo obbligatoria l’iscrizione ai ruoli, il resto verrà di conseguenza.
La coincidenza temporale di questa decisione politica con l’avvio della guerra all’Iran è ovviamente significativa e colta un po’ da tutti.
Per scoraggiare imbizzarrimenti «pacifisti» e rifiuto dell’iscrizione (nonché dei passaggi successivi) è stato anche ripristinato il sistema delle sanzioni che esisteva ai tempi del Vietnam e che costò, per esempio, il titolo mondiale a Mohammad Alì (alias Cassius Clay) quando venne inutilmente chiamato alle armi.
Come si può vedere nella tabella, non si tratta di «contravvenzioni». Quando l’imperialismo vuole andare alla guerra tratta anche i suoi cittadini come potenziali nemici.
Un calcolo anche approssimativo della crescita dei problemi e della riduzione del “capitale umano” adatto alla bisogna – nonché alla riproduzione sociale – chiarisce immediatamente che tutto ciò è un delirio suicida. Mandare in vacca questa tendenza è automaticamente un gesto rivoluzionario con effetti concreti. Positivi, finalmente...
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/04/2026
06/04/2026
I giovani uomini non possono più lasciare la Germania senza permesso
La modifica alla legge sulla modernizzazione del servizio militare è entrata in vigore in gran parte inosservata. Milioni di uomini devono ora richiedere un’autorizzazione alla Bundeswehr per soggiorni più lunghi all’estero.
Dal 1° gennaio 2026, tutti gli uomini di età compresa tra 17 e 45 anni devono richiedere un’autorizzazione al Centro Carriere della Bundeswehr se intendono lasciare la Germania per più di tre mesi – sia per un semestre all’estero, un lavoro o un viaggio più lungo.
Questo obbligo è ora permanente e non più valido solo in caso di tensione o di difesa, cioè in una situazione di concreta minaccia militare. La modifica è entrata in vigore con la legge sulla modernizzazione del servizio militare, passando in gran parte inosservata. In precedenza ne aveva riferito la Frankfurter Rundschau.
Nello specifico, è stato riformulato il paragrafo 2 della legge sulla leva (WPflG). Finora le disposizioni del paragrafo 3, che regola l’obbligo di autorizzazione per i soggiorni più lunghi all’estero, si applicavano esclusivamente in due situazioni estreme: in caso di tensione, cioè una minaccia esterna accertata dal Bundestag o dalla NATO, e in caso di difesa, quando il territorio nazionale viene effettivamente attaccato con la forza delle armi. Dall’inizio dell’anno, tuttavia, la regola si applica anche al di fuori di queste situazioni eccezionali – quindi in condizioni normali.
Una portavoce del Ministero federale della Difesa ha confermato a Ippen.Media il nuovo obbligo di autorizzazione. “Il contesto e l’idea guida di questa regolamentazione è una rilevazione militare affidabile e significativa in caso di necessità”, ha spiegato. “Bisogna sapere, per l’emergenza, chi si trova eventualmente all’estero per un periodo più lungo”.
Il Ministero ammette conseguenze “profonde”, ma i dettagli rimangono coperti
Allo stesso tempo, il Ministero ha riconosciuto che le conseguenze di questa regolamentazione sono “profonde”. Si sta attualmente lavorando a “regolamenti di dettaglio per consentire eccezioni all’obbligo di autorizzazione”, anche per “evitare burocrazia inutile”. Tuttavia, la portavoce ha chiesto comprensione per il fatto che non si possono anticipare i procedimenti di valutazione in corso. Una descrizione definitiva della procedura “non è ancora possibile al momento”.
Il paragrafo 3 della legge sulla leva prevede che le autorizzazioni debbano essere concesse in linea di principio – quindi non è previsto un rifiuto. Tuttavia, la presentazione della domanda rimane obbligatoria. Il Ministero non ha risposto alla domanda su quali conseguenze possano derivare se un uomo non richiede l’autorizzazione prima della partenza.
L’obbligo di autorizzazione fa parte di un pacchetto di riforme più ampio. Il governo federale vuole aumentare l’effettivo della Bundeswehr entro il 2035 dagli attuali circa 184.000 a 255.000-270.000 soldati. A tal fine, tutti i giovani nati a partire dall’anno 2008 riceveranno un questionario in cui viene chiesto, tra l’altro, la disponibilità al servizio militare. Per gli uomini la risposta è obbligatoria, per le donne volontaria – poiché la Legge fondamentale prevede la leva solo per gli uomini.
La visita di leva su larga scala avverrà in seguito
La vera e propria visita di leva sarà introdotta gradualmente. Nel 2026 verranno sottoposti a visita medica coloro che nel questionario avranno indicato la loro disponibilità. La visita di leva capillare di tutti i giovani uomini seguirà solo in un secondo momento. Il principio del volontariato non cambia: nessuno sarà costretto a portare le armi.
Per milioni di uomini in Germania rimane per ora poco chiaro come verrà attuato nella pratica il nuovo obbligo di autorizzazione all’espatrio – e cosa succederà a chi semplicemente non lo conosce.
Fonte
Dal 1° gennaio 2026, tutti gli uomini di età compresa tra 17 e 45 anni devono richiedere un’autorizzazione al Centro Carriere della Bundeswehr se intendono lasciare la Germania per più di tre mesi – sia per un semestre all’estero, un lavoro o un viaggio più lungo.
Questo obbligo è ora permanente e non più valido solo in caso di tensione o di difesa, cioè in una situazione di concreta minaccia militare. La modifica è entrata in vigore con la legge sulla modernizzazione del servizio militare, passando in gran parte inosservata. In precedenza ne aveva riferito la Frankfurter Rundschau.
Nello specifico, è stato riformulato il paragrafo 2 della legge sulla leva (WPflG). Finora le disposizioni del paragrafo 3, che regola l’obbligo di autorizzazione per i soggiorni più lunghi all’estero, si applicavano esclusivamente in due situazioni estreme: in caso di tensione, cioè una minaccia esterna accertata dal Bundestag o dalla NATO, e in caso di difesa, quando il territorio nazionale viene effettivamente attaccato con la forza delle armi. Dall’inizio dell’anno, tuttavia, la regola si applica anche al di fuori di queste situazioni eccezionali – quindi in condizioni normali.
Una portavoce del Ministero federale della Difesa ha confermato a Ippen.Media il nuovo obbligo di autorizzazione. “Il contesto e l’idea guida di questa regolamentazione è una rilevazione militare affidabile e significativa in caso di necessità”, ha spiegato. “Bisogna sapere, per l’emergenza, chi si trova eventualmente all’estero per un periodo più lungo”.
Il Ministero ammette conseguenze “profonde”, ma i dettagli rimangono coperti
Allo stesso tempo, il Ministero ha riconosciuto che le conseguenze di questa regolamentazione sono “profonde”. Si sta attualmente lavorando a “regolamenti di dettaglio per consentire eccezioni all’obbligo di autorizzazione”, anche per “evitare burocrazia inutile”. Tuttavia, la portavoce ha chiesto comprensione per il fatto che non si possono anticipare i procedimenti di valutazione in corso. Una descrizione definitiva della procedura “non è ancora possibile al momento”.
Il paragrafo 3 della legge sulla leva prevede che le autorizzazioni debbano essere concesse in linea di principio – quindi non è previsto un rifiuto. Tuttavia, la presentazione della domanda rimane obbligatoria. Il Ministero non ha risposto alla domanda su quali conseguenze possano derivare se un uomo non richiede l’autorizzazione prima della partenza.
L’obbligo di autorizzazione fa parte di un pacchetto di riforme più ampio. Il governo federale vuole aumentare l’effettivo della Bundeswehr entro il 2035 dagli attuali circa 184.000 a 255.000-270.000 soldati. A tal fine, tutti i giovani nati a partire dall’anno 2008 riceveranno un questionario in cui viene chiesto, tra l’altro, la disponibilità al servizio militare. Per gli uomini la risposta è obbligatoria, per le donne volontaria – poiché la Legge fondamentale prevede la leva solo per gli uomini.
La visita di leva su larga scala avverrà in seguito
La vera e propria visita di leva sarà introdotta gradualmente. Nel 2026 verranno sottoposti a visita medica coloro che nel questionario avranno indicato la loro disponibilità. La visita di leva capillare di tutti i giovani uomini seguirà solo in un secondo momento. Il principio del volontariato non cambia: nessuno sarà costretto a portare le armi.
Per milioni di uomini in Germania rimane per ora poco chiaro come verrà attuato nella pratica il nuovo obbligo di autorizzazione all’espatrio – e cosa succederà a chi semplicemente non lo conosce.
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22/03/2026
La situazione in Italia sulla leva militare /3
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Anche in Italia non mancano insistenti esternazioni sulla necessità dell’aumento del numero degli effettivi: sia il ministro Crosetto che il capo di stato maggiore della difesa Cavo Dragone hanno ripetutamente dichiarato alla stampa che i militari italiani sono insufficienti di fronte alle nuove sfide (15) e in ogni audizione presso le commissioni Difesa gli alti gradi delle forze armate non mancano di ribadire questo concetto.
Anche in Italia dunque la sospensione della leva si rivela oggi un handicap per le classi dirigenti che infatti si stanno attrezzando, al pari degli altri governi europei, per arrivare a reintrodurre una qualche forma di leva obbligatoria.
Il posizionamento politico internazionale del governo Meloni e soprattutto le imponenti manifestazioni aperte dallo sciopero del 22 settembre 2025 rendono difficoltoso per i nostri guerrafondai assumere una posizione netta a favore del ritorno della leva; ciò non toglie che la classe politica nostrana abbia già predisposto percorsi, anche da un punto di vista normativo, per ottenere gli stessi risultati.
Il primo atto concreto è stato approvato il 5 agosto del 2022 (legge n.119) quando l’allora governo Draghi decise di rinviare di 10 anni la riduzione degli effettivi militari che sarebbe dovuta iniziare dal 2023; il provvedimento però contiene anche delle deleghe al governo e tra queste (16) quella per istituire una riserva ausiliaria dello stato composta da 10.000 unità. (17)
È importante annotare che la legge 119 è stata votata da tutte le forze politiche (ci furono zero voti contrari e solo tre astenuti di partiti assolutamente minori), comprese quelle che oggi inseguono consensi elettorali cavalcando l’imponente movimento che si è manifestato nel paese a sostegno di Gaza.
La delega in questione chiarisce che la riserva ausiliaria sarà impiegabile nel suo versante militare “soltanto in tempo di guerra o di grave crisi internazionale”(18), mentre sul versante civile potrà essere utilizzata in caso di “Deliberazione dello stato di emergenza a livello nazionale” (19); dunque anche in Italia, come in altri paesi, ci si muove nel solco del collegamento diretto tra servizio militare e il braccio civile.
Per completare il quadro di questo provvedimento, ricordiamo che il 14 novembre 2023 è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la Legge 201/2023 che, tra altre cose, rinvia di 24 mesi la delega al governo ad adottare il decreto legge. La prossima scadenza è dunque prevista per dicembre 2025. Mentre il governo procedeva con i rinvii, in Parlamento venivano depositate tre proposte: la Lega con Minardo sulla riserva ausiliaria (20), il PD con Graziano-Fassino sulla riserva civile (21) e Zoffili (sempre Lega) sul ritorno della leva (22).
Nonostante il chiacchiericcio mediatico della politica politicante, i tre progetti sono perfettamente compatibili e rispondono agli interessi di ciascun partito.
Il Governo sarebbe in difficoltà a procedere per decreto su un tema quale quello della riserva ausiliaria dello stato e infatti l’on. Minardo ha pubblicamente invitato il PD a unificare in commissione il progetto della riserva ausiliaria con quello della riserva civile, un percorso che solleverebbe il governo dal ricorso al decreto legge e contemporaneamente permetterebbe di presentare all’opinione pubblica una scelta condivisa politicamente.
Ne è scaturita una querelle sui giornali con toni surreali: Angelo Bonelli, AVS, dimenticando il voto favorevole del suo partito alla legge 119 (che delegava al governo proprio la riserva ausiliaria dello stato in termini praticamente identici a quelli della legge Minardo) ha dichiarato: “Il disegno di legge per istituire una riserva militare da 10.000 riservisti è l’ennesima conferma della volontà della destra meloniana di trasformare l’Italia in un Paese militarizzato, che estende la cultura militare anche alla società civile. Quello del Presidente della Commissione difesa Minardo è un progetto ideologico” (23).
Ancora più in malafede il PD con Graziano, che, provando a difendere il suo progetto di legge, ha dichiarato: “La proposta di legge che ho presentato un anno e mezzo fa non ha alcun assetto militare […] si tratta di un progetto pensato per valorizzare, in chiave civile e sociosanitaria, e supportare le attività logistiche e assistenziali della Croce Rossa” (24) peccato per Graziano che il suo progetto di legge sia intriso di militarismo: infatti la sua proposta prevede di ri-militarizzare la Croce Rossa (25) e anzi di far confluire in essa alcuni mondi del volontariato attivi in Italia, il tutto rigorosamente inquadrato sotto il controllo militare.
La proposta di legge del PD mira infatti a istituire una Riserva Ausiliaria dello Stato in chiave civile “che operi a supporto delle Forze armate, delle Forze di polizia e di tutto il sistema della protezione civile” e per non lasciare adito a dubbi la proposta prevede che “la Riserva ausiliaria dello Stato è costituita da nuclei operativi posti alle dipendenze dell’autorità militare più elevata nell’ambito di ciascuna regione”; non solo, si apre ai militari il contatto diretto con questi cittadini volontari in quanto la valutazione delle loro competenze sarebbe da effettuarsi “nelle strutture previste per il reclutamento nelle Forze armate”.
Risulta evidente, anche alla luce dell’analisi dei meccanismi attivi in altri paesi europei, come i progetti Minardo e Graziano siano profondamente intersecati e anzi funzionali l’uno all’altro; e se ancora ci fossero dubbi, è utile analizzare anche il progetto Zoffili che è al momento il progetto di legge che più direttamente riguarda il ritorno della leva in Italia: si prevede infatti che tutti i giovani, maschi e femmine, dai 18 ai 26 anni abbiano l’obbligo di servire per 6 mesi scegliendo tra servizio militare e servizio civile; terminati i 6 mesi, entreranno rispettivamente nella Riserva Ausiliaria dello Stato (progetto Lega) o nella Riserva Civile dello Stato (progetto PD), secondo quel principio di interconnessione tra servizio militare e servizio civile che è il nerbo del ritorno della leva in tutta Europa e risponde alla strategia della “difesa totale”.
Ed è esattamente in questi intrecci così collimanti di proposte di legge che si evidenzia l’assoluta compatibilità tra governo e opposizione in Italia, entrambi proiettati a una militarizzazione totale della nostra società, scenario che risponde agli interessi delle classi dominanti italiane e internazionali che in questa fase storica hanno bisogno dei nostri giovani e cercano le modalità adatte per costringerli a ritornare all’obbligo di leva senza che questo comporti resistenze invalicabili nelle opinioni pubbliche.
Il dato che emerge anche (ma non solo) da questa analisi è che la guerra non è questione di politica politicante, ma una tendenza strutturale delle classi dominanti i cui interessi oggi sono rappresentati nel nostro Parlamento da tutte le forze politiche che vi siedono, benché con qualche leggera sfumatura di colore politico.
Conclusioni e indicazioni di lotta
Alla luce di quanto sta accadendo in vari paesi europei e di quanto si muove nel nostro parlamento, è indubbio che anche in Italia si arriverà a qualche forma di reintroduzione della leva; il ministro Crosetto ha annunciato che porterà una sua proposta in Parlamento e ha fortemente sottolineato che la decisione dovrà essere presa nei luoghi democraticamente deputati; Crosetto infatti sa benissimo che le grandi mobilitazioni per la Palestina aperte dal successo dello sciopero del sindacalismo di base del 22 settembre 2025, nato dal basso e sganciato da partiti e sindacati rappresentativi (e proprio per questo più forte) rallenteranno questo processo che però, non dobbiamo dimenticarlo, è una necessità strutturale dell’attuale fase del capitalismo italiano ed europeo.
Il ritorno della leva sarà portato avanti con “leggerezza”, con intelligenza tattica e con estrema attenzione alle opinioni pubbliche. Proprio per questo è necessario essere preparati e mettere a fuoco sin da subito alcune linee tattiche che ci permettano di trovarci pronti di fronte a questa offensiva; è necessario cioè sfruttare di nuovo a nostro vantaggio i ritardi che sta scontando il governo italiano e iniziare da subito a porre il tema all’attenzione della parte del paese più attenta e organizzata.
Innanzitutto va abbandonata la via classica dell’obiezione di coscienza: se questo è stato (e resta nei paesi dove persiste l’obbligo classico della coscrizione) uno strumento molto importante per respingere il servizio militare obbligatorio, oggi il servizio civile sarà il cavallo di Troia che useranno per reintrodurre al suo fianco la leva militare; sarà proprio questa possibilità di scelta che permetterà di non far percepire il ritorno all’obbligo di leva e, nel contempo, di aumentare il numero degli effettivi militari; il servizio civile sarà poi strettamente collegato con il mondo militare, in quella che viene definita “difesa totale” e occorre dunque oggi affermare che rifiutiamo qualunque tipo di obbligo per i nostri giovani perché non vogliamo che siano sottoposti né al servizio militare né a un servizio civile militarizzato.
E da questo punto di vista occorre prestare attenzione alla criminalizzazione del disagio giovanile, un’esplosione pilotata di notizie che mira a far percepire la necessità repressiva di una “rieducazione” (sia essa militare o civile) utile ai giovani e alla comunità tutta. Proprio quegli stessi partiti, di qualunque colore, che da decenni hanno abbandonato le periferie, che non hanno attuato politiche giovanili e che hanno picconato la scuola pubblica, saranno quelle che offriranno provvedimenti coercitivi per risolvere problemi che invece sono di ordine squisitamente politico e sociale.
Il secondo problema che ci troveremo davanti sarà contrastare lo strumento che sceglieranno (questionario capillare, giornate obbligatorie dedicate, ecc.) per procedere con la schedatura di massa attraverso la quale avere a disposizione i dati di tutta la popolazione giovanile, dati che potrebbero tornare utili in caso di necessità di mobilitazione più ampia.
Così come succede in altri paesi europei, lo strumento sarà il più possibile “leggero” in quanto a imposizione, ma severo con quanti lo rifiuteranno; non sarà facile organizzare un rifiuto di massa di questi strumenti: perché rischiare multe salate o addirittura procedimenti penali se bisogna “solamente” riempire un questionario? Allora sarà qui, proprio a questo livello, che bisognerà organizzare l’obiezione di coscienza e recuperare la lunga tradizione di lotta che anche nel nostro paese si è sviluppata nei decenni passati attraverso questo strumento.
Molto di questa battaglia dipenderà dal livello di maturazione politica tra i giovani e soprattutto i giovanissimi, che hanno dimostrato un importante protagonismo nelle mobilitazioni contro il genocidio a Gaza. Indubbiamente sarà però proprio questo il livello da impattare per cercare di bloccare la “macchina del reclutamento” e molto dunque dipenderà dal lavoro politico e di sensibilizzazione che va iniziato sin da subito su questo tema e che dovrà vedere impegnate in prima fila le organizzazioni giovanili che sono state e continuano ad essere interne al movimento contro la guerra.
L’altra forte indicazione che ricaviamo da questa analisi è l’assoluta centralità che in questo processo di ritorno alla leva giocano i luoghi di istruzione delle giovani generazioni: in tutti i paesi presi in considerazione è la scuola il terreno di intervento privilegiato dai guerrafondai che sanno benissimo che tutte le proposte, più o meno subdole, di ritorno alla leva devono essere preparate con un intervento capillare tra i giovani, e le scuole sono il luogo principale dove incontrarli in modo da rendere quanto più naturale possibile l’accettazione del processo di militarizzazione dell’intera società e portarla gradualmente ad accettare, anche da un punto di vista ideologico, la necessità del ritorno alla leva obbligatoria.
Le scuole sono poi già da anni terreno di reclutamento e di penetrazione ideologica, e anzi l’intervento sui luoghi della formazione è, come abbiamo visto, un passaggio centrale nel percorso che porta alla “difesa totale” e al ritorno della leva.
Per questo il lavoro che dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università si rivela preziosissimo: l’Osservatorio è infatti posizionato nel luogo che l’avversario ha scelto come privilegiato per il suo intervento (26) ed è proprio qui, a partire dalle scuole, che può essere organizzata una resistenza pedagogica, culturale e politica che veda nell’alleanza tra docenti, studenti e genitori uno strumento in grado di invertire la tendenza, una massa critica che rifiuti radicalmente la penetrazione dei valori militari all’interno delle nostre aule e che protegga i giovani dalle sirene delle “carriere in divisa”.
Quanto più sapremo contrastare la militarizzazione delle scuole tanto più sapremo allontanare sia il ritorno della leva di massa che la guerra dal nostro orizzonte.
Il neoliberismo, per provare a riagganciare le masse dei subalterni e spingerli nuovamente a combattere una guerra per gli interessi delle classi dominanti, dovrebbe negare se stesso e procedere a una massiccia ridistribuzione della ricchezza; invece può solamente continuare a creare precarietà e lavoro povero e tentare di comprare i nostri giovani proponendo la carriera militare come posto sicuro e ben retribuito.
Proveranno contemporaneamente e senza sosta a lavorare in profondità con la propaganda, ma le fanfare del neoliberismo non hanno basi materiali su cui poggiare la loro narrazione, perciò i pacifisti e gli antimilitaristi devono lavorare su questa debolezza strutturale e innestare sul dissenso alla guerra una trasformazione radicale dei rapporti sociali.
Note
(15) Le dichiarazioni del nostro ministro della difesa e di alte cariche militari oscillano indicando un aumento necessario collocato tra i 30.000 e i 40.000 soldati in più.
(16) Art.4 comma 9.
(17) L’Italia è uno di quei paesi che, a differenza di altri, al momento dello smantellamento della leva obbligatoria non ha istituito una riserva ausiliaria dello stato.
(18) Sono i casi previsti dall’articolo 887, comma 2 del codice di cui al decreto legislativo n. 66 del 2010.
(19) Il riferimento è all’articolo 24 del codice della protezione civile, di cui al decreto legislativo 2 gennaio 2018, n. 1”. Preoccupanti e da attenzionare i labili confini della definizione dello stato di emergenza nazionale così come previsto dall’art.7 del D. Lgs n.1 del 2 gennaio 2018; si tenga ad esempio presente che lo stato di emergenza è stato dichiarato per gestire gli sbarchi dei migranti.
(20) Proposta di legge C. 1744, “Istituzione della riserva ausiliaria delle Forze armate dello Stato” (21) C. 1740 – “Delega al Governo per l’istituzione della Riserva ausiliaria dello Stato per lo svolgimento di operazioni di soccorso sanitario e socio-assistenziale”
(22) DDL Zoffili C. 1873 – “Istituzione del servizio militare e civile universale territoriale e delega al Governo per la sua disciplina”
(23) RaiNews – 18 giugno 2025
(24) Il Fatto Quotidiano (19 giugno 2025)
(25) ll decreto legislativo 28 settembre 2012, n. 178 aveva trasformato l’Associazione della Croce Rossa italiana da ente pubblico a persona giuridica di diritto privato, avviando contestualmente la smilitarizzazione e lo scioglimento del Corpo militare della Croce Rossa.
Fonte
19/03/2026
La leva militare in Germania e Polonia /2
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Le dinamiche che stiamo analizzando hanno trovato la loro concretizzazione più importante e preoccupante in Germania: a fine agosto 2025 il governo federale ha approvato una legge che ora dovrà svolgere il suo iter parlamentare e che nel novembre 2025 ha visto l’accordo politico tra CDU e SPD.
La legge è chiaramente ispirata al modello scandinavo e infatti prevede (solo per i cittadini maschi, per le donne c’è la volontarietà) l’obbligo dal 1 gennaio 2026 di rispondere a un questionario e da luglio 2027 quello di presentarsi a visita medica; introducendo questi obblighi i guerrafondai tedeschi si aspettano di ottenere un aumento dei volontari, ma se non saranno raggiunti i numeri prefissati, la legge si riserva di reintrodurre forme di coscrizione attraverso il sistema danese della lotteria. (12)
Sono poi inseriti diversi incentivi per chi sceglierà l’arruolamento: oltre al decisivo aumento dello stipendio (+33% passando da 1.500 a 2.300 euro mensili), sono previsti crediti scolastici, formazione da spendere anche nel mondo civile (come corsi di lingua, corsi di formazione tecnica e professionale) e persino agevolazioni per prendere la patente di guida.
L’obiettivo dichiarato è quello di raggiungere 260.000 soldati attivi entro la metà del 2030; attualmente sono circa 180.000 ed erano 250.000 quando il servizio era obbligatorio, quindi è chiaro che l’obiettivo è tornare alla leva di massa, anche se questo, come sappiamo, va fatto con gradualità. L’altro obiettivo chiaro anche per la Germania è quello di avere una riserva ausiliaria molto ampia (si indicano 200.000 riservisti) e infatti la legge interviene sul suo rafforzamento rendendola molto più strutturata e integrata con le forze attive.
Sempre seguendo il modello scandinavo della “difesa totale”, la legge punta al rafforzamento del servizio civile con l’obiettivo di farvi partecipare 100.000 giovani all’anno. È significativo inoltre che nell’ultimo anno, anche precedentemente a questa legge, il numero delle nuove reclute sia aumentato (+28%), un aumento dovuto al massiccio programma di penetrazione tra i giovani, a partire dalle scuole.
Dobbiamo infatti sottolineare nuovamente come la legge sul ripristino della leva anche in Germania vada di pari passo al rafforzamento della militarizzazione delle scuole: il ministro dell’interno tedesco ha ipotizzato l’introduzione di due ore nei programmi scolastici per preparare i giovani al futuro scenario di crisi e di guerra; ma già oggi la presenza dell’esercito nelle scuole tedesche è palpabile ed in aumento: i militari tengono lezioni, workshop, conferenze e finanziano anche direttamente le scuole e alcune attività didattiche.
In Germania inoltre il reclutamento volontario è possibile già a 17 anni e l’intervento nelle scuole, tanto più è bassa l’età dei destinatari, tanto più comporta un aumento “naturale” dei volontari.(13)
L’altro paese europeo da tenere sotto particolare osservazione è la Polonia perché qui, data anche la posizione geografica, si stanno dispiegando normative che devono essere lette come sperimentazioni di quanto potrebbe avvenire anche nei paesi occidentali.
In Polonia il servizio obbligatorio è stato sospeso nel 2009 e, anche se si parla con insistenza di una sua reintroduzione, al momento il governo sta scegliendo un’altra via: il 7 marzo 2025 il primo ministro ha annunciato un progetto di legge che prevede l’obbligo di addestramento militare per tutti gli uomini adulti (addestramento fisico e alle armi, primo soccorso, comunicazioni, ecc.) che però sarà svolto per un tempo molto breve (due settimane e poi una settimana all’anno); d’altra parte l’obiettivo della Polonia è ancora più ambizioso di quello tedesco e il numero a cui punta è di ben 500.000 effettivi.
Anche in Polonia, come in Germania, il numero dei volontari è salito significativamente, anche perché con la “Legge sulla Difesa della Patria” approvata nella primavera del 2022 non solo il servizio militare è stato reso più appetibile per i giovani (aumenti del 20% sullo stipendio, agevolazioni sul lavoro, ecc.), ma soprattutto questa legge ha introdotto nelle scuole e nelle università programmi di educazione svolti con le forze armate: essi prevedono varie attività sia pratiche (percorsi di ginnastica con disciplina militare, simulazione di emergenza su attacchi chimici, esercizi di orientamento, tecniche di base di sopravvivenza) che attività “culturali” (storia della Polonia e delle sue forze armate, partecipazioni a cerimonie di commemorazione, ecc.).
Alcune di queste attività sono diventate obbligatorie per tutte le scuole (soprattutto quelle di carattere culturale e di gestione delle emergenze), ma la stessa legge ha anche previsto la possibilità di istituire all’interno del percorso delle scuole superiori (sono le scuole che possono scegliere se attivarli o meno) delle vere e proprie “classi militari” nel cui quadro orario alcune materie come educazione civica, motoria e storia sono riviste in chiave di educazione militare.
La Polonia è inoltre un laboratorio per quanto riguarda la messa in pratica dei concetti della “difesa totale”: è stato presentato all’inizio di novembre 2025 il programma “In prontezza” che prevede per il 2026 di formare ben 400.000 cittadini che potranno scegliere, su base volontaria, se seguire corsi di sopravvivenza di base, di cybersicurezza, di primo soccorso o di addestramento di base; non si tratta di militari, ma di civili per “renderli soldati a pieno titolo in caso di conflitto”, come ha dichiarato il premier Tusk.(14)
Sarà molto interessante seguire gli sviluppi dell’approccio polacco e soprattutto di quello tedesco, visti i massicci investimenti che la Germania ha dichiarato di destinare al riarmo e il ruolo centrale che il paese svolge in Europa.
Sia i Paesi baltici che la Germania e la Polonia mostrano concretamente come la questione della militarizzazione dei luoghi di istruzione sia un passaggio obbligato per tutti i governi che stanno reinserendo la leva; le scuole sono necessarie ai progetti dei guerrafondai che infatti intervengono con puntualità su questo settore: il bacino di reclutamento è nelle scuole e lì il terreno deve essere arato, anche da un punto di vista ideologico.
Questo è il principale motivo alla base del “successo” che in Italia continua ad avere l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell’università perché esso ha saputo posizionarsi con anticipo in un luogo strategico per l’avversario; in Italia infatti i processi che stiamo analizzando sono ancora poco maturi e la lotta contro la militarizzazione dell’educazione può contare su un vantaggio temporale rispetto all’avversario che comunque, al pari di tutti i guerrafondai europei, si sta muovendo verso la reintroduzione della coscrizione.
Note
(12) Il disegno di legge stabilisce obiettivi annuali di arruolamento per il nuovo sistema volontario, che dovrebbero aumentare da 20.000 nel 2026 a 38.000 nel 2030. Se questi numeri non verranno raggiunti, il governo si riserva, per legge, di optare per la reintroduzione della leva obbligatoria. Nel frattempo però si avrà la solita schedatura completa della popolazione giovanile, schedatura indispensabile per la programmazione del reclutamento.
(13) Cfr il report “Shadow Report Child Soldiers 2020 – Germany”
(14) “Il Manifesto”, 8 novembre 2025.
Fonte
18/03/2026
Il ritorno della leva militare in Europa e in Italia /1
Questo lavoro è parte di un’opera collettiva “Scuole e università di Pace. Fermiamo la follia della guerra. Atti II Convegno Nazionale” (Aracne editrice). Nei prossimi giorni pubblicheremo la seconda e la terza parte in preparazione all’assemblea internazionale studentesca di Milano del 21 marzo contro la leva militare.
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Riflettere sui sistemi di reclutamento militare significa mettere a fuoco i rapporti sociali che si rispecchiano nella forma degli eserciti; quest’ultimi infatti storicamente assumono diverse modalità di reclutamento, di organizzazione, di addestramento e di impiego dettate non solo dalla tipologia di guerra nella quale saranno impegnati, ma anche dal legame che le classi dominanti stabiliscono con le masse dei subalterni.
Dopo la fine della guerra fredda la maggioranza dei Paesi dell’Europa occidentale ha abolito o sospeso la leva obbligatoria; la caduta del muro di Berlino aveva infatti cambiato il quadro internazionale e dunque le necessità del comparto militare: non più eserciti di massa (oltretutto estremamente costosi), ma soldati professionisti e padroni della superiorità tecnologica dell’Occidente, soldati in grado di condurre e vincere facilmente le guerre asimmetriche attraverso cui la NATO ha rovesciato via via governi non graditi. (1)
Ma a decenni dall’abolizione dell’obbligo di leva, il mutare della situazione internazionale trascina con sé anche la mutazione della forma della guerra e di conseguenza degli eserciti necessari per combatterla; oggi il numero di militari impegnati sul campo torna ad essere decisivo e l’abolizione della leva è dunque ora un handicap per i guerrafondai.
Per questo in tutta Europa si torna a parlare con insistenza di reintroduzione della leva, un tema di stringente attualità, che per molti mesi è stato tenuto sottotraccia, ma che negli ultimi tempi è emerso con la centralità che sin dall’inizio avrebbe meritato.
In tale percorso le classi dominanti hanno oggi di fronte un grande problema politico strutturale: come riavvicinare cittadini abbandonati da trent’anni di neoliberismo a uno stato e a una “patria” che vengono percepiti a distanza siderale dai propri bisogni materiali e anzi sono diffusamente percepiti come nemici?
Le classi dominanti non possono e non vogliono mettere in discussione il neoliberismo che ha determinato il loro scollamento con le masse dei subalterni di cui oggi hanno bisogno per portare avanti la loro guerra; per questo stanno mettendo in atto una serie di strategie con obiettivi sia materiali che ideologici per recuperare consenso e nascondere come gli “interessi nazionali” siano in realtà precisi interessi di classe.
Quello che segue vuole essere un contributo alla comprensione di quanto si sta muovendo in Europa e in Italia sul ripristino della leva obbligatoria perché questo è senza ombra di dubbio l’obiettivo finale dei guerrafondai europei.
Conoscere le strategie che i governi stanno mettendo in campo per raggiungerlo è compito di coloro che alla guerra si oppongono e vogliono individuare percorsi che ostacolino il ritorno alla leva di massa. Cercherò inoltre di mostrare come il ritorno della leva sia legato a doppio filo con la militarizzazione delle scuole, un fenomeno che sempre di più si dimostra centrale e strutturale nell’orizzonte di guerra che si profila e d’altra parte la Risoluzione del parlamento europeo del 2 aprile 2025 “Invita l’UE e i suoi Stati membri a mettere a punto programmi educativi e di sensibilizzazione, in particolare per i giovani, volti a migliorare le conoscenze e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la difesa e l’importanza delle forze armate” e inoltre chiede di “mettere a punto programmi di formazione dei formatori e di cooperazione tra le istituzioni di difesa e le università degli Stati membri dell’UE, quali corsi militari, esercitazioni e attività di formazione con giochi di ruolo per studenti civili” (2).
È importante rilevare come alla leva obbligatoria corrispondesse uno Stato che faceva del welfare uno dei pilastri della propria azione politica; la fase del neoliberismo coincide al contrario con un disimpegno sempre più forte dello Stato: si rompe il legame di dovere tra patria e cittadini e a uno Stato che riserva le briciole corrisponde una leva su base volontaria; lo scambio non c’è più e il militare diventa una scelta individuale a cui corrisponde una professione ben retribuita, mentre lo stato, in perfetta linearità con le dismissioni neoliberiste, si libera delle ingenti spese che comporta un esercito di massa.
La militarizzazione delle scuole è lo strumento più importante per arrivare al potenziamento degli eserciti ed è esattamente questo che sta accadendo in molti paesi d’Europa compreso il nostro.
Le classi dominanti sanno perfettamente che devono lavorare in profondità, a livello culturale e ideologico, per poter tornare all’obbligo militare di massa; non presenteranno mai il ritorno alla leva come un obbligo generalizzato e anche le recenti dichiarazioni del ministro Crosetto e della premier Meloni vanno in questa direzione: si andrà per gradi, si dichiarerà che nessuno ha intenzione di reintrodurre l’obbligo, si giurerà di voler solamente aumentare il numero dei volontari, ma intanto si porteranno avanti le strategie per raggiungere il l'obiettivo strutturale del ritorno alla leva obbligatoria perché è questo che richiede la nuova forma della guerra.
L’Ucraina e la forma della guerra
È noto che gli Stati Maggiori apprendono a fare la guerra dalla guerra stessa; e così all’indomani dello scoppio del conflitto in Ucraina strateghi, industrie belliche e governi hanno cominciato a rilasciare dichiarazioni sulla necessità di rivedere il modello di reclutamento.
È infatti la guerra in Ucraina che mostra al mondo in modo plateale come la forma della guerra è cambiata (3): non più le guerre asimmetriche che avevano caratterizzato la fase post caduta del muro di Berlino, ma una guerra simmetrica, che vede cioè una parità di forze militari in campo (quelle statunitensi/NATO/europee e quelle russe, oltre quelle cinesi, seppur ancora sullo sfondo); questo mutamento della forma della guerra implica nuove necessità rispetto all’organizzazione degli eserciti in campo: nelle guerre asimmetriche (dove la grande maggioranza delle vittime erano civili) erano centrali i top gun volontari e altamente addestrati a gestire la superiorità tecnologico militare delle forze in campo; nella guerra simmetrica, al contrario, è necessario un alto numero di uomini impegnati direttamente sul campo (e infatti in Ucraina il numero ormai enorme di morti è soprattutto militare).
La guerra in Ucraina, un conflitto che è tornato a terra e assume i contorni di una guerra di trincea, ha mostrato che oggi non si combatte più solamente sul vantaggio tecnologico (senz’altro ancora imprescindibile), ma anche sul numero di soldati impegnati sul campo.
Da qui la necessità di incrementare fortemente il numero degli effettivi, visto che i volontari non bastano più e le caserme sono piene di soldati in età non più utile al combattimento.
In realtà, benché le opinioni pubbliche occidentali non se ne avvedessero, la situazione cambia già con la guerra in Siria, quando nel 2014 la coalizione internazionale a guida USA trova sulla sua strada il supporto che ad Assad fornisce la Russia e anche, in modo più defilato, la Cina che invia sue navi militari; la guerra cambia volto perché le forze simmetriche in campo non permettono più un’operazione lampo, e infatti Assad, a differenza di quanto accaduto in altri “stati canaglia”, è restato alla guida del paese fino al dicembre 2024. (4)
È in questa direzione che va letto il progressivo allargamento alle donne del servizio militare, benché questa apertura venga presentata come un traguardo raggiunto sulla parità di genere: le forze armate non si stancano mai di ricordare la necessità di cui si sono fatti portatori praticamente tutti i governi d’Europa, i quali però non possono tornare tout court alla leva obbligatoria che incontrerebbe una forte ostilità da parte delle opinioni pubbliche; per questo le strategie che stanno mettendo in campo sono insieme subdole e intelligenti perché, benché il loro obiettivo oggi non dichiarabile sia senza dubbio il ritorno alla coscrizione di massa obbligatoria (5), l’intento è farlo con gradualità evitando la contrarietà della popolazione giovanile e dell’opinione pubblica in generale.
Da questo punto di vista si rivela particolarmente interessante analizzare i sistemi di reclutamento nei paesi europei che o non hanno mai abolito la coscrizione o l’hanno reintrodotta in tempi recenti.
Sono d’altra parte questi i modelli a cui esplicitamente guardano molti governi europei proprio perché essi hanno permesso di testare sul campo forme di reclutamento obbligatorio senza incontrare resistenze significative, superando così il principale ostacolo che i guerrafondai europei si trovano davanti.
Il modello scandinavo
In più paesi i ministri della difesa, quando annunciano la prospettiva di tornare alla leva, evocano il modello scandinavo; si tratta di paesi come Norvegia, Svezia e Danimarca che, nel momento in cui quasi tutti i paesi europei abbandonavano l’obbligo, non hanno abolito la coscrizione (o come nel caso della Svezia, l’hanno reintrodotta dopo pochi anni); siamo di fronte cioè a modelli che hanno dimostrato concretamente la possibilità di obbligare i giovani a svolgere il servizio di leva senza che questo susciti forti opposizioni. Il meccanismo viene definito con l’ossimoro di “obbligo volontario” perché punta a incrementare il numero di arruolati facendo però percepire il meno possibile la sua obbligatorietà.
I sistemi dei tre paesi differiscono leggermente, ma ciò che qui interessa mettere a fuoco sono le loro caratteristiche comuni e gli obiettivi che essi si prefiggono. Un primo elemento, decisivo e peculiare al modello scandinavo, è che, pur sussistendo l’obbligo per l’intera popolazione, il numero dei giovani che vengono arruolati si riduce di fatto a percentuali minime; questo è reso possibile dai percorsi attraverso i quali si arriva alla coscrizione.
In Norvegia, dove la leva non è mai stata abolita (nel 2013 è stata estesa obbligatoriamente anche alle donne) tutti i cittadini al compimento del 18° anno ricevono un questionario da compilare in cui fornire tutta una serie di dati relativi al proprio stato di salute fisica e mentale ed al desiderio o meno di prestare servizio nelle forze armate.
Di tutta l’annata di leva, in base alle risposte, viene selezionato circa il 30% che viene inserito in una seconda fase centrata su visite mediche e test attitudinali; a tutti viene attribuito un punteggio da 1 a 9 in base al quale viene selezionato circa il 15-18 % dell’intero anno di leva: sono questi i giovani che verranno effettivamente addestrati, ed essere selezionati tra quel 15-18% è motivo di prestigio. È indubbio che tale allargamento permetta un aumento significativo del numero degli arruolamenti. (5)
Da questo punto di vista sia sufficiente questo dato: nel 2011 (anno dell’abolizione dell’obbligatorietà) il numero degli effettivi dell’esercito tedesco era pari a 240.000 sceso a circa 180.000 con l’introduzione della leva su base volontaria; oggi l’obiettivo dichiarato è quello di raggiungere 260.000 soldati attivi entro la metà degli anni 2030; dunque è molto chiaro che l’obiettivo reale è quello di reintrodurre la leva obbligatoria generalizzata. Ma della situazione in Germania si tratterà più diffusamente in seguito. (6)
La leva dura 19 mesi, una delle ferme più lunghe, non retribuita. Al termine del servizio le reclute potranno optare o per la carriera militare o per il rientro nella società civile, ma fino a 44 anni faranno parte della riserva militare che prevede addestramenti periodici.
In questi anni l’esercito norvegese non ha avuto bisogno di reclutare soldati oltre a coloro che volontariamente dichiarano di voler partecipare alla vita militare; questi numeri sono però destinati ad aumentare perché il governo norvegese ha recentemente stabilito un massiccio investimento nel settore della difesa (51 miliardi dal 2024 al 2036) che prevede non solo il potenziamento di tutti i sistemi d’arma, ma anche un ampliamento del numero di soldati. Quando questo diventerà realtà, lo stato ha già predisposto il meccanismo per selezionare anche i non volontari che dovranno andare a servire nell’esercito.
In Svezia la leva obbligatoria era stata abolita nel 2010 e ripristinata nel 2017 (anche per le donne) ispirandosi al modello norvegese: tutti i cittadini al 18° anno di età sono tenuti a compilare un questionario molto dettagliato in cui viene chiesto loro di esprimersi anche sulla possibilità di svolgere il servizio militare. Rispetto all’intera classe di leva si seleziona circa il 13% che dopo ulteriori selezioni scende al 7-8% che fino a 47 anni dovrà svolgere periodici periodi di richiamo. Anche in Svezia di fatto sono stati sinora sufficienti i volontari, ma le cose potrebbero cambiare di fronte alle nuove esigenze ed infatti anche la Svezia prevede di aumentare il numero di cittadini da arruolare che saranno già selezionati attraverso i risultati del questionario.
In Danimarca, dove il servizio di leva non è mai stato né abolito né sospeso, tutti i cittadini al 18° anno di età devono obbligatoriamente presenziare al “Giorno della Difesa” in cui vengono presentate le opportunità della carriera militare; tutti sono sottoposti a una visita medica attitudinale che li divide in tre categorie: abili, parzialmente abili o inabili; gli ultimi sono scartati, i primi due partecipano a una lotteria che assegna loro un numero (7): i primi 8.000 vengono addestrati (dando la precedenza ai volontari), gli altri in tempo di pace non saranno chiamati; di fatto in Danimarca per ogni annata di leva partecipano al servizio militare effettivo il 7-8%.
Va inoltre segnalato che nel gennaio 2024 è stata approvata una legge che entrerà in vigore nel 2026 la quale, oltre ad estendere l’obbligo anche alle donne, ha aumentato da 4 a 11 mesi il periodo dell’obbligo dopo il quale i militari sono assegnati a una riserva che può essere mobilitata in caso di necessità. Di fatto sinora, anche in Danimarca, è stato sufficiente addestrare solo coloro che abbiano espresso il desiderio di entrare nelle forze armate, ma il numero sembra destinato ad aumentare (si parla di triplicare il numero) e il risultato della lotteria permetterà di individuare i non volontari.
Come si vede le percentuali degli arruolati sono minoritarie (il 7-8% in Svezia e in Danimarca, il 15-18% in Norvegia) e probabilmente il più importante obiettivo di questi modelli di reclutamento è quello di frammentare e dividere il fronte del possibile dissenso: non tutti saranno arruolati, ma solo una bassa percentuale di coloro che sono valutati abili (tramite punteggi o sorteggi); in questo modo chi sarà escluso (e al momento sarà la maggioranza) non avrà motivo di solidarizzare con coloro che verranno obbligati a svolgere il servizio militare.
È certamente questo l’aspetto principale che porta i governi europei a guardare con tanto interesse al modello scandinavo: questi meccanismi permettono di riaprire, anche da un punto di vista culturale, la questione della leva, ma lo fanno in modo inizialmente leggero e dunque probabilmente sopportabile dalle opinioni pubbliche nazionali; quando il terreno sarà dissodato, sarà possibile procedere con l’estensione alla popolazione giovanile tutta.
Un secondo elemento comune del modello scandinavo, anche se in forme diverse, è la possibilità di optare per il servizio civile (8): anche questo è uno strumento a forte connotazione ideologica, che mira cioè ad allentare le resistenze all’obbligatorietà del servizio.
Ma è indispensabile mettere a fuoco l’intrinseco collegamento tra servizio civile contemporaneo e militarizzazione: non siamo più di fronte alla dimensione pacifista che assumeva un tempo la scelta dell’obiezione di coscienza, al contrario oggi esso è parte integrante e costituiva dei futuri scenari di guerra. È allora necessario a questo proposito avvicinare il concetto di “difesa totale”: si tratta di preparare l’intera società a mobilitarsi in caso di guerra e dunque ogni singolo cittadino deve essere in grado di gestire il “fronte”, ognuno secondo le proprie competenze e il proprio ruolo nella società.
Un programma con finalità pratiche in caso di conflitto, ma anche di penetrazione ideologica: la guerra deve essere tenuta ben presente da tutti i cittadini in un futuro imminente e le giovani generazioni sono quelle maggiormente nel mirino, perché saranno soprattutto loro che dovranno mettersi a disposizione per i progetti dei guerrafondai. (9)
La separazione netta tra “militare” e “civile” viene così a cadere perché il servizio civile è inquadrato pienamente all’interno di un processo di militarizzazione totale della società e non può più essere concepito come “obiezione di coscienza”.
Da questo punto di vista occorre anche tenere presente come la strategia della difesa totale, più pertinente all’ambito militare, si sposi e si intersechi con quella di “resilienza”, un programma in ambito civile di fitta penetrazione ideologica tra le popolazioni europee che devono prepararsi alla guerra con kit di sopravvivenza fin dall’interno delle proprie case e soprattutto interiorizzare la propaganda dei guerrafondai europei. (10)
Ma l’elemento a mio avviso decisivo che accomuna i tre paesi è l’obbligo per i giovani dell’annata di leva di sottoporsi a un passaggio finalizzato a fare una schedatura completa della popolazione giovanile e a stilare liste in base alle caratteristiche individuali (fisiche, psicologiche, di competenze già acquisite, ecc.) ed è importante notare che è proprio a questo livello iniziale che si registrano le sanzioni più dure: chi non adempie a questo obbligo, infatti, subisce multe più o meno salate (da qualche centinaia di euro in Svezia ad un massimo di circa 2.000 euro in Norvegia) e, se recidivo, può anche essere punito con il carcere (da 3 a 6 mesi a seconda dei paesi); la polizia può inoltre costringere con la forza chi rifiuta di presentarsi o di compilare il questionario (in Svezia e Norvegia la polizia può, a norma di legge, “accompagnare” i giovani per quella che viene chiamata “compilazione assistita”).
È questa fase iniziale che si configura come un vero e proprio obbligo di leva: la mancata compilazione del questionario o la mancata presenza alla giornata dedicata alle forze armate viene considerata dalla normativa come un mancato adempimento alla coscrizione obbligatoria.
Sanzioni così pesanti a fronte di un obbligo in fondo marginale sono da valutare con attenzione: a cosa punta infatti questa schedatura di massa? Gli obiettivi sono sostanzialmente due: da una parte avere un uditorio il più ampio possibile per presentare tutti i vantaggi della carriera militare e dunque aumentare il numero dei volontari; dall’altro avere a disposizione i dati dell’intera popolazione che potranno tornare utili se e quando sarà necessario aumentare il numero degli effettivi.
Gli Stati maggiori stanno ponendo le basi per reggere una possibile mobilitazione di massa per la quale attualmente mancano sia dati che infrastrutture e la schedatura di massa è un passo in questa direzione.
Un altro aspetto altrettanto importante da tenere presente in questa riflessione è che l’elemento strutturale di questi eserciti “volontari-obbligatori” è l’istituzione o il potenziamento di una riserva ausiliaria, composta cioè principalmente da soldati con addestramento di base da utilizzare in tutti quei settori non direttamente coinvolti nelle prime linee. E la riserva ausiliaria ben si adatta a questo elemento di “obbligo leggero”: l’addestramento di base è generalmente molto più breve (qualche mese), richiede poi dei richiami periodici ancora più brevi e viene proposta come limitata nel tempo (l’obbligo al richiamo si limita a pochi anni dopo lo svolgimento dell’addestramento); sono queste tutte caratteristiche che potrebbero rendere più accettabile la reintroduzione dell’obbligo militare.
La riserva ausiliaria d’altra parte ben si sposa con il concetto di “difesa totale”: è proprio di questa “disponibilità leggera” di un numero ampio di cittadini che la forma contemporanea della guerra ha bisogno.
Tutti i meccanismi finora analizzati mirano pragmaticamente a obiettivi concreti (aumento degli effettivi e raccolta generalizzata di dati in vista di mobilitazioni di massa), ma insieme hanno una forte funzione ideologica che punta senza tentennamenti a “israelizzare” le società europee: non possono ovviamente contare su un obbligo di leva sul modello israeliano (tre anni per gli uomini e due per le donne, senza possibilità di obiezione di coscienza), ma provano a costruire la stessa pervasività che l’aspetto militare ha nella società israeliana; la ricaduta “formativa” di un servizio militare o di un servizio civile militarizzato, il dispiegamento della strategia della difesa totale e della resilienza alla popolazione puntano a costruire uomini e donne che non solo accettino la guerra, ma siano pronti a supportarla attivamente.
Da questo punto di vista occorre mettere a fuoco il ruolo centrale che in tutto questo gioca la militarizzazione delle scuole: anche nei paesi scandinavi assistiamo a interventi specifici dei governi nel settore dell’istruzione, che hanno implementato in anni recenti questo tipo di penetrazione in ambito educativo; è interessante annotare che i provvedimenti in ambito scolastico sono cronologicamente più recenti: su questo aspetto i paesi scandinavi non sono infatti il modello, ma anch’essi, al pari di molti altri paesi europei, hanno recentemente introdotto forme di educazione militare nelle scuole (11); ma di questo si discuterà più nel dettaglio affrontando l’analisi dei paesi baltici.
Credo che a questo punto sia chiaro il motivo per il quale il modello scandinavo è interessante per i paesi che pensano di reintrodurre la leva; molti sono gli aspetti su cui tale modello si basa: un questionario obbligatorio per legge, sanzioni pesanti per i “renitenti”, una schedatura completa di tutta la popolazione nell’ottica del suo futuro impiego per la “difesa totale”, la “libertà” di scegliere un servizio civile fortemente militarizzato e un potenziamento della riserva ausiliaria sono tutti elementi che hanno testato sul campo la possibilità di far “digerire” alle opinioni pubbliche un ritorno per il momento parziale della leva per poi arrivare, laddove ve ne fosse necessità, alla sua reintroduzione a livello di obbligo di massa.
Ed è senz’altro questo mix di volontarietà ed obbligo ad attrarre l’interesse dei governi europei e infatti i paesi che si sono recentemente mossi verso la reintroduzione della leva si sono ampiamente ispirati proprio al modello scandinavo.
I paesi baltici
È molto istruttivo analizzare cosa sta succedendo nei paesi baltici, perché si tratta di territori che sono intervenuti sui sistemi di reclutamento in tempi recenti e ci mostrano concretamente la strategia che stanno assumendo i guerrafondai quando decidono di legiferare sulla questione del reclutamento.
In questi territori la vicinanza geografica con la Russia alimenta il nazionalismo e la percezione del pericolo, elementi che portano ad un aumento degli arruolamenti. La tendenza a impostare leggi sul reclutamento ispirandosi al modello scandinavo è evidente: la riforma più recente è quella della Lettonia che aveva sospeso l’obbligatorietà nel 2007 (al momento del suo ingresso nella NATO) e l’ha reintrodotta nel 2023: la leva è obbligatoria per i maschi e, se i volontari non bastano, vengono sorteggiati con un sistema molto simile a quello della Danimarca; inoltre è sempre possibile scegliere il servizio civile che, secondo i principi della difesa totale, è dipendente dal ministero della difesa.
Ciò che è da annotare è che parallelamente e contemporaneamente ai processi di reintroduzione della leva, in Lettonia si interviene pesantemente sulla militarizzazione del sistema educativo: in questo paese infatti è stata implementata l’educazione militare come materia obbligatoria nelle scuole secondarie (“National defence education”) prevedendone due/tre ore settimanali (lettura di mappe, uso della bussola, navigazione, camuffamento, conoscenza delle forze armate nazionali); le ore sono state inserite in collegamento con educazione fisica e civica e tale obbligo ha come primo obiettivo, raggiunto, l’aumento dei volontari: le nuove generazioni vengono bombardate con le allettanti prospettive lavorative e, anche in chi non sceglierà le carriere militari, saranno istillati i valori della difesa; le scuole sono un terreno privilegiato per l’offensiva ideologica: intervenire sulle scuole significa infatti impattare per mezzo dei minori le famiglie e dunque la società tutta.
Nel febbraio 2015 la Lituania, che aveva abolito la leva nel 2008, ha deciso di reintrodurla allargandola anche alle donne, ma nel 2024 il parlamento lituano è intervenuto nuovamente inserendo l’obbligo di registrazione per i ragazzi di 17 anni e retrodatando la possibilità di rinvio a 22 anni (prima era fino a 26); inoltre è diventato obbligatorio per tutti presentarsi a visita medica, anche se solamente i sorteggiati (sul modello danese) saranno obbligati a svolgere il servizio militare o in alternativa quello civile che però, oltre ad essere gestito direttamente dal ministero della difesa, punitivamente dura tre mesi in più (successivamente tutti entreranno a far parte della riserva militare o di quella civile).
Nel 2024 anche il governo lituano è intervenuto pesantemente sulla militarizzazione delle scuole inserendo corsi di cultura militare (facoltativi, circa due ore la settimana con lezioni sia teoriche che pratiche come marce, uso delle mappe, tiro con armi ad aria compressa ecc.).
Chi opta per questi corsi avrà vantaggi come ad esempio la riduzione del periodo di leva; il fatto di aver anticipato l’obbligo di iscrizione ai registri di leva a 17 anni ha reso più “naturale” il legame tra scuola e mondo della difesa. Si tratta dunque della trasposizione in ambito baltico del modello scandinavo, e va sottolineato con forza che i paesi che hanno reintrodotto la leva hanno agito a livello legislativo in perfetta contemporaneità verso la militarizzazione delle scuole: è questo infatti un elemento strutturale necessario al ripristino della leva ed è questo infatti che sta accadendo in Germania e in Polonia, due paesi in cui si sta alacremente lavorando per il ritorno della leva di massa.
Note
(1) È importante rilevare come alla leva obbligatoria corrispondesse uno Stato che faceva del welfare uno dei pilastri della propria azione politica; la fase del neoliberismo coincide al contrario con un disimpegno sempre più forte dello stato: si rompe il legame di dovere tra patria e cittadini e a uno Stato che riserva le briciole corrisponde una leva su base volontaria; lo scambio non c’è più e il militare diventa una scelta individuale a cui corrisponde una professione ben retribuita, mentre lo stato, in perfetta linearità con le dismissioni neoliberiste, si libera delle ingenti spese che comporta un esercito di massa.
(2) Risoluzione parlamento europeo del 2 aprile 2025, articoli 164 e 167.
(3) In realtà, benché le opinioni pubbliche occidentali non se ne avvedessero, la situazione cambia già con la guerra in Siria, quando nel 2014 la coalizione internazionale a guida USA trova sulla sua strada il supporto che ad Assad fornisce la Russia e anche, in modo più defilato, la Cina che invia sue navi militari; la guerra cambia volto perché le forze simmetriche in campo non permettono più un’operazione lampo, e infatti Assad, a differenza di quanto accaduto in altri “stati canaglia”, è restato alla guida del paese fino al dicembre 2024.
(4) È in questa direzione che va letto il progressivo allargamento alle donne del servizio militare, benché questa apertura venga presentata come un traguardo raggiunto sulla parità di genere: le forze armate non si stancano mai di ricordare questo aspetto, dimenticando che i valori del mondo militare sono intrinsecamente machisti e patriarcali; è indubbio però che tale allargamento permetta un aumento significativo del numero degli arruolamenti.
(5) Da questo punto di vista sia sufficiente questo dato: nel 2011 (anno dell’abolizione dell’obbligatorietà) il numero degli effettivi dell’esercito tedesco era pari a 240.000 sceso a circa 180.000 con l’introduzione della leva su base volontaria; oggi l’obiettivo dichiarato è quello di raggiungere 260.000 soldati attivi entro la metà degli anni 2030; dunque è molto chiaro che l’obiettivo reale è quello di reintrodurre la leva obbligatoria generalizzata. Ma della situazione in Germania si tratterà più diffusamente in seguito.
(6) La leva dura 19 mesi, una delle ferme più lunghe, non retribuita Al termine del servizio potranno optare o per la carriera militare o per il rientro nella società civile, ma fino a 44 anni faranno parte della riserva militare che prevede addestramenti periodici.
(7) Il sistema del sorteggio non è nuovo nei meccanismi di reclutamento: ne fece abbondante uso anche l’esercito regio all’indomani dell’Unità d’Italia, anche perché il nuovo stato non era ancora in grado di sostenere economicamente un esercito troppo numeroso; ma per ricordare uno degli esempi più famosi pensiamo al sistema della lotteria usato dagli USA per la guerra del Vietnam (il primo sorteggio avvenne in diretta televisiva il 1 dicembre 1969, ne esiste una traccia video in rete). Il sorteggio permette allo stato di risparmiare rispetto a un esercito di leva e insieme mostrare imparzialità nella scelta di chi sarà chiamato a combattere.
(8) In Danimarca se si è sorteggiati e non si vuole svolgere il servizio militare, è possibile optare per quello civile (solitamente più lungo: quello militare va da 4 a 12 mesi, quello civile da 8 a 12); è possibile anche svolgere il servizio militare non armato in compiti di logistica, amministrazione, sanità, ecc. In Norvegia è addirittura possibile, se selezionati, rifiutare sia il servizio militare che quello civile (lo stato si riserva però, in caso di necessità, di chiamare all’arruolamento in quanto da un punto di vista normativo l’obbligo sussiste). In Svezia sussiste l’obbligo di “difesa totale”, per cui tutti i cittadini devono prestare servizio allo stato (o sotto le armi o come servizio civile).
(9) Il concetto di difesa totale nasce nel secondo dopoguerra (a seguito dell’esperienza di “guerra totale” rappresentata dal secondo conflitto mondiale) in stati piccoli (Svizzera, Svezia, Finlandia, Israele) che prevedono, in virtù del basso numero di abitanti, la necessità di mobilitare l’intera società in caso di guerra. Il concetto di “difesa totale” si è poi allargato ed è diventato un elemento centrale nei programmi di riarmo europeo: si tratta di preparare le popolazioni a reggere lo shock di una guerra e portarle a continuare a sostenere le istituzioni e il sistema che l’hanno creata. La difesa totale non è solo un programma militare, ma anche politico perché mira a recuperare i subalterni intorno alle screditate istituzioni occidentali, coalizzandole contro il “nemico” per scaricare all’esterno le tensioni sociali e politiche che strutturalmente il neoliberismo ha creato.
(10) Si pensi a questo proposito all’opuscolo distribuito a tutte le famiglie in Svezia con istruzioni in caso di guerra; opuscoli simili sono già stati prodotti in altri paesi (Norvegia, Finlandia e Danimarca) e d’altra parte la Commissione Europea il 26 marzo 2025 ha richiesto a tutti gli stati membri di dotarsi di strumenti di questo tipo. La più recente dichiarazione del novembre 2025 è quella del ministro Crosetto contenuta nell’ “informale” documento “Il contrasto alla guerra ibrida: una strategia attiva” in cui la necessità di portare attivamente la guerra nel cyberspazio diventa l’occasione per mettere a punto una propaganda capillare in base alla quale la postura delle masse subalterne europee verso la guerra e le proprie classi dirigenti sia dovuta non tanto alla macelleria sociale di decenni di feroce neoliberismo, ma alla propaganda dell’avversario. Questi documenti sono da attenzionare e studiare compiutamente perché prefigurano lo scenario propagandistico entro cui ci troveremo ad operare, ma non è possibile affrontare in questa sede questa analisi.
(11) In Svezia dall’autunno del 2025 è obbligatorio per gli studenti delle superiori seguire un corso di “difesa totale” che verte su temi quali il ruolo della difesa nazionale, diritto internazionale, ruolo della NATO, preparazione a crisi o guerra (tutto questo ovviamente porta con sé anche la necessità di formare i docenti per realizzare nelle aule questo cambiamento del curriculum scolastico). Anche in Norvegia e in Danimarca in tempi recenti i governi sono intervenuti sulle scuole; in Danimarca le norme di riferimento sono state approvate nel 2023, anche se al momento non sussiste obbligo, ma si registrano forti spinte da parte del ministero dell’istruzione a implementare questo tipo di corsi.
Note
20/02/2026
La rivolta degli ultra-ortodossi scuote Israele
Una città a ferro e fuoco
A Bnei-Brak, una delle ‘capitali’ della comunità ultra-ortodossa dello Stato ebraico, domenica si sono vissute ore di terrore. Due soldatesse, spedite in missione dall’Ufficio reclutamento, sono state assaltate da diverse centinaia di ‘haredim (ebrei integralisti), che vedono come fumo agli occhi la possibilità di essere arruolati nell’esercito. Per loro non è solo una questione etica, ma un vero e proprio comandamento della Torah, un principio religioso non negoziabile. Per cui, l’arrivo delle ‘reclutatrici’ (ma l’IDF nega che avessero questa funzione) ha scatenato la furia popolare, anche perché è stato percepito come una provocazione. Per non essere pestate a sangue, le malcapitate soldatesse hanno dovuto essere soccorse dalla polizia, che ha faticato non poco per evacuarle e sottrarle alla rabbia dei manifestanti. «La polizia – scrive Haaretz – ha dichiarato che 23 persone sono state arrestate. Gli agenti hanno utilizzato granate stordenti e manganelli. Durante la rivolta, un’auto della polizia è stata ribaltata e una motocicletta della polizia è stata data alle fiamme. Bidoni della spazzatura sono stati lanciati contro un’auto della polizia. Tre agenti sono rimasti leggermente feriti durante gli scontri. ‘Avevo chiesto ai miei comandanti di non andare lì e non mi hanno ascoltata’, ha dichiarato una soldatessa. Dopo essere state notate dalla gente del posto, le due hanno cercato di nascondersi nei bidoni della spazzatura e di fuggire, ma la folla le ha comunque trovate».
Proteste anche a Gerusalemme
Per quanto si cerchi di minimizzare, ieri tumulti sono scoppiati anche a Gerusalemme, dove gruppi di ultra-ortodossi hanno cercato di bloccare gli ingressi alla città. La polizia ha dovuto faticare non poco per disperderli. Questo smentisce di fatto alcune prese di posizione dell’establishment, che tendevano a circoscrivere la ribellione a pochi estremisti. Invece, al di là della responsabilità specifica dei disordini di domenica, sullo sfondo resta enorme, come un macigno, il problema del servizio di leva obbligatorio che finora gli ultra-ortodossi sono riuscite a scansare. Buona parte del Paese e della stessa classe politica accusano Netanyahu di essere stato finora troppo accondiscendente, evitando di far passare una nuova legge sul reclutamento, che costringesse questa minoranza religiosa integralista a servire nelle forze armate. Il tutto, naturalmente, per motivi di consenso elettorale. Adesso, il conflitto è addirittura deflagrato davanti all’Alta Corte, col governo accusato di attentato alla Costituzione. Il Capo di Stato maggiore IDF, Eyal Zamir, ha condannato fermamente la rivolta. E lo stesso ha fatto Benjamin Netanyahu, definendo l’attacco «una questione grave e inaccettabile. Perché ogni caso in cui cittadini israeliani feriscono i soldati delle IDF rappresenta un grave superamento di una linea rossa, anche se i rivoltosi erano solo una minoranza estremista». Ma in risposta a Netanyahu, Yair Golan, presidente dei Democratici, ha dichiarato: «La responsabilità ricade esclusivamente sulla leadership Haredim, che riceve il pieno appoggio del Primo ministro».
Esercito contro polizia
Intanto, un altro segnale delle crescenti polemiche interne è lo scontro, a colpi di comunicati, tra l’esercito e le forze di polizia. Il che significa, in parole povere, una resa dei conti tra il Ministero della Difesa (Israel Katz) e quello della Sicurezza Nazionale, guidato dal ‘duro e puro’ Itamar Ben-Gvir. Secondo il Jerusalem Post, ci sono chiare divergenze sulle origini e sulle responsabilità che hanno portato agli incidenti. Il portavoce dell’IDF, generale di brigata Effie Defrin, ha escluso seccamente che gli ufficiali in missione a Bnei Brak abbiano distribuito volantini di reclutamento. L’ufficiale ha così voluto replicare alle critiche, non tanto velate, in arrivo dalla polizia di Tel Aviv, che aveva accusato l’esercito di «mancanza di coordinamento». Ancora più pesanti sono le reazioni informali contro la polizia, in arrivo dagli Alti comandi dell’IDF, riportati dal giornale di Gerusalemme. Si parla apertamente non solo ‘di mancanza di rispetto’, ma addirittura di ‘diffamazione e disinformazione’, a testimonianza di un rapporto sempre più teso in Israele tra i vari corpi dello Stato.
Poco bastone e molta carota
Come avevamo anticipato, il dossier che interessa gli ultra-ortodossi per Netanyahu è vera e propria nitroglicerina. Fatti quattro conti, un colpo al cerchio e uno alla botte, lo spregiudicato Premier cerca di galleggiare senza tagliarsi i ponti alle spalle, consapevole che l’area ultra-ortodossa può essere determinante per la sua sopravvivenza politica. In ogni caso, tutti i rivoltosi haredi arrestati a Bnei-Brak sono già stati già rilasciati. Questo nonostante la gravità degli scontri, che hanno provocato prese di posizione indignate (almeno formalmente) da parte di tutto lo spettro parlamentare. Ma con diversi accenti riguardanti le responsabilità. Evidentemente, il ruolo degli ultra-ortodossi e così importante per la destra israeliana che nessuno se li vuole veramente inimicare.
E nonostante una ‘pellaccia’ come Avigdor Lieberman (leader di Yisrael Beitenu) parli degli haredim rivoltosi come ‘terroristi’ e della necessità di spedire «un battaglione dopo l’altro a riportare l’ordine», non sembra che ‘Bibi’, almeno per ora, abbia tanta voglia di andare allo scontro aperto con avversari così permalosi. Non li ama, ma di sicuro li teme, questo sì.
Fonte
A Bnei-Brak, una delle ‘capitali’ della comunità ultra-ortodossa dello Stato ebraico, domenica si sono vissute ore di terrore. Due soldatesse, spedite in missione dall’Ufficio reclutamento, sono state assaltate da diverse centinaia di ‘haredim (ebrei integralisti), che vedono come fumo agli occhi la possibilità di essere arruolati nell’esercito. Per loro non è solo una questione etica, ma un vero e proprio comandamento della Torah, un principio religioso non negoziabile. Per cui, l’arrivo delle ‘reclutatrici’ (ma l’IDF nega che avessero questa funzione) ha scatenato la furia popolare, anche perché è stato percepito come una provocazione. Per non essere pestate a sangue, le malcapitate soldatesse hanno dovuto essere soccorse dalla polizia, che ha faticato non poco per evacuarle e sottrarle alla rabbia dei manifestanti. «La polizia – scrive Haaretz – ha dichiarato che 23 persone sono state arrestate. Gli agenti hanno utilizzato granate stordenti e manganelli. Durante la rivolta, un’auto della polizia è stata ribaltata e una motocicletta della polizia è stata data alle fiamme. Bidoni della spazzatura sono stati lanciati contro un’auto della polizia. Tre agenti sono rimasti leggermente feriti durante gli scontri. ‘Avevo chiesto ai miei comandanti di non andare lì e non mi hanno ascoltata’, ha dichiarato una soldatessa. Dopo essere state notate dalla gente del posto, le due hanno cercato di nascondersi nei bidoni della spazzatura e di fuggire, ma la folla le ha comunque trovate».
Proteste anche a Gerusalemme
Per quanto si cerchi di minimizzare, ieri tumulti sono scoppiati anche a Gerusalemme, dove gruppi di ultra-ortodossi hanno cercato di bloccare gli ingressi alla città. La polizia ha dovuto faticare non poco per disperderli. Questo smentisce di fatto alcune prese di posizione dell’establishment, che tendevano a circoscrivere la ribellione a pochi estremisti. Invece, al di là della responsabilità specifica dei disordini di domenica, sullo sfondo resta enorme, come un macigno, il problema del servizio di leva obbligatorio che finora gli ultra-ortodossi sono riuscite a scansare. Buona parte del Paese e della stessa classe politica accusano Netanyahu di essere stato finora troppo accondiscendente, evitando di far passare una nuova legge sul reclutamento, che costringesse questa minoranza religiosa integralista a servire nelle forze armate. Il tutto, naturalmente, per motivi di consenso elettorale. Adesso, il conflitto è addirittura deflagrato davanti all’Alta Corte, col governo accusato di attentato alla Costituzione. Il Capo di Stato maggiore IDF, Eyal Zamir, ha condannato fermamente la rivolta. E lo stesso ha fatto Benjamin Netanyahu, definendo l’attacco «una questione grave e inaccettabile. Perché ogni caso in cui cittadini israeliani feriscono i soldati delle IDF rappresenta un grave superamento di una linea rossa, anche se i rivoltosi erano solo una minoranza estremista». Ma in risposta a Netanyahu, Yair Golan, presidente dei Democratici, ha dichiarato: «La responsabilità ricade esclusivamente sulla leadership Haredim, che riceve il pieno appoggio del Primo ministro».
Esercito contro polizia
Intanto, un altro segnale delle crescenti polemiche interne è lo scontro, a colpi di comunicati, tra l’esercito e le forze di polizia. Il che significa, in parole povere, una resa dei conti tra il Ministero della Difesa (Israel Katz) e quello della Sicurezza Nazionale, guidato dal ‘duro e puro’ Itamar Ben-Gvir. Secondo il Jerusalem Post, ci sono chiare divergenze sulle origini e sulle responsabilità che hanno portato agli incidenti. Il portavoce dell’IDF, generale di brigata Effie Defrin, ha escluso seccamente che gli ufficiali in missione a Bnei Brak abbiano distribuito volantini di reclutamento. L’ufficiale ha così voluto replicare alle critiche, non tanto velate, in arrivo dalla polizia di Tel Aviv, che aveva accusato l’esercito di «mancanza di coordinamento». Ancora più pesanti sono le reazioni informali contro la polizia, in arrivo dagli Alti comandi dell’IDF, riportati dal giornale di Gerusalemme. Si parla apertamente non solo ‘di mancanza di rispetto’, ma addirittura di ‘diffamazione e disinformazione’, a testimonianza di un rapporto sempre più teso in Israele tra i vari corpi dello Stato.
Poco bastone e molta carota
Come avevamo anticipato, il dossier che interessa gli ultra-ortodossi per Netanyahu è vera e propria nitroglicerina. Fatti quattro conti, un colpo al cerchio e uno alla botte, lo spregiudicato Premier cerca di galleggiare senza tagliarsi i ponti alle spalle, consapevole che l’area ultra-ortodossa può essere determinante per la sua sopravvivenza politica. In ogni caso, tutti i rivoltosi haredi arrestati a Bnei-Brak sono già stati già rilasciati. Questo nonostante la gravità degli scontri, che hanno provocato prese di posizione indignate (almeno formalmente) da parte di tutto lo spettro parlamentare. Ma con diversi accenti riguardanti le responsabilità. Evidentemente, il ruolo degli ultra-ortodossi e così importante per la destra israeliana che nessuno se li vuole veramente inimicare.
E nonostante una ‘pellaccia’ come Avigdor Lieberman (leader di Yisrael Beitenu) parli degli haredim rivoltosi come ‘terroristi’ e della necessità di spedire «un battaglione dopo l’altro a riportare l’ordine», non sembra che ‘Bibi’, almeno per ora, abbia tanta voglia di andare allo scontro aperto con avversari così permalosi. Non li ama, ma di sicuro li teme, questo sì.
Fonte
09/12/2025
Le allucinazioni di Crosetto raccontate all’Avvenire
Il 7 dicembre il ministro della Difesa Guido Crosetto ha deciso di rilasciare la sua prima intervista dopo la pubblicazione della nuova Strategia di Sicurezza Nazionale statunitense all’Avvenire, e ha provato a delineare un’idea di mondo post-abbandono da parte degli USA. Sicuramente meritevole lo sforzo di uno dei pochi politici che prova a delineare una via strategica alternativa, ma bisogna dirlo chiaro e tondo: quelle di Crosetto sono allucinazioni che non possono avere alcun corrispettivo nella realtà.
Il giorno prima Crosetto aveva affidato a X un primo commento degli indirizzi trumpiani, messi finalmente nero su bianco. Aveva scritto che “la traiettoria della politica americana era evidente già prima dell’avvento di Trump, che ha soltanto accelerato un percorso irreversibile”.
La traiettoria è quella del declino della potenza Usa e della competizione privilegiata con la Cina, alla ricerca della “supremazia economica e tecnologica nei prossimi anni perché significa supremazia in questo secolo”. Una strada sulla quale l’Europa – l’intera UE ma anche i parenti anglosassoni – sono più un peso che un investimento fruttuoso: non hanno risorse, non hanno capacità militari, non hanno idee.
Messa in chiaro la cornice del suo ragionamento, Crosetto ha provato a tratteggiare per l’Avvenire alcune linee di politica interna ed estera “pro-attiva”, in una evidente corsa a trovare un’alternativa alla protezione del padrino stelle-e-strisce, ma senza saper indicare una soluzione davvero credibile. Anzi, arriva a spararne certe che fanno sorridere per quanto sono fuori da ogni ipotesi allineata alla realtà.
Sul lato della politica estera, innanzitutto, un lampo di onestà che smantella l’allarmismo guerrafondaio di questi anni: “io non penso che la Russia muoverà guerra all’Europa”. Per il ministro le preoccupazioni sono tutte in altre cancellerie: “ma quello che mi dicono i colleghi dei Paesi del Nord e dell’Est Europa è un timore che, ai loro occhi, risulta più che fondato”. E allora gli alleati vanno ascoltati anche se psicopatici, con il corollario che questo, di per sé, legittima la corsa al riarmo.
Ma Crosetto fa un passo ulteriore. “In un mondo dove contano sempre di più i rapporti di forza – dice il ministro – dove il diritto internazionale, codificato da secoli, è carta straccia, l’imperativo più urgente è quello correggere le traiettorie pericolose e negative che sono di fronte a noi, e che ci fanno capire già ora cosa può accadere se non interveniamo”.
Crosetto si riferisce evidentemente a quello che sta succedendo all’Ucraina, mentre sembra che, a suo avviso, ciò che è successo a Iraq, Afghanistan, Libia, Siria, Palestina, invece, siano eventi accaduti nel “pieno rispetto del diritto internazionale”. Ma al di là di questo, è particolare la proposta del ministro: ripensare le strutture multilaterali e i sistemi istituzionali.
Un’idea che di per sé avrebbe teoricamente anche senso, in un mondo ben diverso da quello in cui è nata l’Onu, ad esempio. Ma la proposta concreta è ridicola: “serve una trasformazione profonda e veloce della Nato, che la faccia diventare una struttura capace di garantire un’alleanza per la pace nel mondo, un ‘braccio’ armato ma democratico, di una Onu rinnovata, uscendo dal ruolo di organizzazione di difesa del solo Occidente ‘atlantico’”.
Che serva una nuova architettura di sicurezza internazionale è evidente a tutti. Qualcuno dovrà prima o poi spiegare ai guerrafondai della UE che una tale architettura può essere creata solo parlando anche con quelli che al momento sono considerati “nemici”. È il senso stesso della diplomazia, altrimenti la parola resta o va alle armi.
Ma l’idea per cui al centro di questo nuovo “meccanismo di garanzia per la pace” ci possa essere la Nato, trasformata in un “braccio dell’Onu”, è davvero oltre ogni possibilità. L’unica funzione storica che ha ricoperto l’Alleanza Atlantica è quella di “difendere” gli stati europei da un avversario scomparso quasi 40 anni fa (il “Patto di Varsavia”), diventando in seguito il coro di accompagnamento dell’imperialismo Usa.
Un “braccio dell’Onu”, peraltro, dovrebbe logicamente comprendere tutto il mondo, compresi Russia, Cina, Nord Corea, Iran, ecc...
L’uscita di Crosetto rivela evidentemente la necessità di una sorta di sfida alla strategia trumpiana. La debolezza della UE in un Mondo in cui ormai la dura e pura divisione in sfere d’influenza rappresenta la cifra principale deve essere contrastata in qualche modo, e Crosetto sembra voler utilizzare ancora la retorica del “multilateralismo” e del diritto internazionale.
Ma è il suo stesso ministro degli Esteri ad aver detto in diretta TV che “il diritto vale fino a un certo punto”. La composizione dei conflitti che passi attraverso organismi multilaterali è stata massacrata per decenni dall’Occidente, e ora che Trump ci ha messo una pietra tombale sopra, perché non più utile come camera di compensazione, pensare di poterla far rivivere a dispetto degli Usa e mantenendo l’attuale quadro di “competizione internazionale” è una contraddizione in termini.
Per farlo, servirebbe un capitale politico, diplomatico ed economico da mettere sul piatto che, a dirla tutta, forse oggi solo la Cina potrebbe avere. Non a caso, sono varie le occasioni in cui un’alleanza di paesi del Sud Globale, come i Brics+, hanno creato i propri organismi. Risulta invece una vera e propria allucinazione pensare che la UE possa mettersi alla testa di questo movimento, e tanto più porvi la Nato come “pilastro della sicurezza”.
È abbastanza chiaro anche il fatto che l’idea di ulteriore espansione dell’Alleanza Atlantica, in netta contrapposizione con ciò che è scritto nel documento strategico statunitense, risponda più che altro alla preoccupazione di allargare ad altri paesi – magari quelli nucleari – la tutela dell’articolo 5, in caso di attacco. Così da mettersi al riparo di altri ombrelli, spacciando la cosa come una revitalizzazione del multilateralismo Onu, e avendo così il tempo di rafforzare la difesa europea.
Insomma, di nuovo gli europei che provano a giocare col resto del mondo per recuperare un’egemonia perduta.
Crosetto non può davvero pensare che questa sia un’ipotesi realizzabile. Più concreta è l’idea di allargare la difesa comunitaria a una “difesa continentale”, integrando sempre più anche il Regno Unito, la Norvegia, i paesi balcanici ancora fuori. Mettere in sinergia più sistemi per sfruttare economie di scala e capacità tecnologiche... anche se fino a oggi sono stati più i contrasti che i successi.
Sul lato interno, per concludere, Crosetto ne approfitta per stigmatizzare le piazze che hanno denunciato le complicità col genocidio palstinese, di nuovo alimentando una retorica funzionale all’introduzione di misure repressive, e ha ribadito la sua volontà di creare una “riserva” di volontari, esperti nei campi dell’attuale guerra ibrida.
Questa “riserva” viene presentata come un’occasione di “riscatto per i giovani”, ma il nodo reale è che questo modello, ai giovani, non propone alcun futuro, solo emigrazione o guerra. E se i giovani vengono messi nei ranghi militari, cosa rimane della società? La questione della crisi demografica, con la natalità scesa di due terzi in 50 anni, è un tema reale per paesi che invocano la guerra un giorno sì e l’altro pure.
Crosetto fa un’altra proposta: “se non avessimo ereditato le follie di bilancio degli anni scorsi e magari avessimo in cassa i soldi buttati nei bonus edilizi, vorremmo e dovremmo introdurre, già da subito, una misura choc per provare a invertire la rotta: tasse zero per quelle famiglie che fanno più di due figli”.
Ma anche in questo caso il ministro mente. Perché è chiaro che una proposta del genere è irrealizzabile non solo per gli “sprechi” degli anni precedenti, ma per le entrate dello Stato, l’insieme dei trattati europei, per le imposizioni del Patto di Stabilità e soprattutto le “aspettative dei mercati”. E allora, è quella stessa “cornice europea” che sembra l’unica salvezza per gli imperialisti europei a rappresentare anche il principale tappo per qualsiasi strada strategica in grado di stare al passo coi tempi.
Un’alternativa di rottura è possibile, ed è anzi necessaria. Certo, deve tenere conto che solo in rapporti complementari e vantaggiosi per tutti, in una direzione pubblica dell’economia, nel sostegno alla maggioranza della popolazione, cioè ai lavoratori, ai giovani come agli anziani, potrà essere davvero “alternativa”. Altrimenti si presenterà anche fisicamente solo come un diverso “suprematismo eurocentrico”.
Fonte
Il giorno prima Crosetto aveva affidato a X un primo commento degli indirizzi trumpiani, messi finalmente nero su bianco. Aveva scritto che “la traiettoria della politica americana era evidente già prima dell’avvento di Trump, che ha soltanto accelerato un percorso irreversibile”.
La traiettoria è quella del declino della potenza Usa e della competizione privilegiata con la Cina, alla ricerca della “supremazia economica e tecnologica nei prossimi anni perché significa supremazia in questo secolo”. Una strada sulla quale l’Europa – l’intera UE ma anche i parenti anglosassoni – sono più un peso che un investimento fruttuoso: non hanno risorse, non hanno capacità militari, non hanno idee.
Messa in chiaro la cornice del suo ragionamento, Crosetto ha provato a tratteggiare per l’Avvenire alcune linee di politica interna ed estera “pro-attiva”, in una evidente corsa a trovare un’alternativa alla protezione del padrino stelle-e-strisce, ma senza saper indicare una soluzione davvero credibile. Anzi, arriva a spararne certe che fanno sorridere per quanto sono fuori da ogni ipotesi allineata alla realtà.
Sul lato della politica estera, innanzitutto, un lampo di onestà che smantella l’allarmismo guerrafondaio di questi anni: “io non penso che la Russia muoverà guerra all’Europa”. Per il ministro le preoccupazioni sono tutte in altre cancellerie: “ma quello che mi dicono i colleghi dei Paesi del Nord e dell’Est Europa è un timore che, ai loro occhi, risulta più che fondato”. E allora gli alleati vanno ascoltati anche se psicopatici, con il corollario che questo, di per sé, legittima la corsa al riarmo.
Ma Crosetto fa un passo ulteriore. “In un mondo dove contano sempre di più i rapporti di forza – dice il ministro – dove il diritto internazionale, codificato da secoli, è carta straccia, l’imperativo più urgente è quello correggere le traiettorie pericolose e negative che sono di fronte a noi, e che ci fanno capire già ora cosa può accadere se non interveniamo”.
Crosetto si riferisce evidentemente a quello che sta succedendo all’Ucraina, mentre sembra che, a suo avviso, ciò che è successo a Iraq, Afghanistan, Libia, Siria, Palestina, invece, siano eventi accaduti nel “pieno rispetto del diritto internazionale”. Ma al di là di questo, è particolare la proposta del ministro: ripensare le strutture multilaterali e i sistemi istituzionali.
Un’idea che di per sé avrebbe teoricamente anche senso, in un mondo ben diverso da quello in cui è nata l’Onu, ad esempio. Ma la proposta concreta è ridicola: “serve una trasformazione profonda e veloce della Nato, che la faccia diventare una struttura capace di garantire un’alleanza per la pace nel mondo, un ‘braccio’ armato ma democratico, di una Onu rinnovata, uscendo dal ruolo di organizzazione di difesa del solo Occidente ‘atlantico’”.
Che serva una nuova architettura di sicurezza internazionale è evidente a tutti. Qualcuno dovrà prima o poi spiegare ai guerrafondai della UE che una tale architettura può essere creata solo parlando anche con quelli che al momento sono considerati “nemici”. È il senso stesso della diplomazia, altrimenti la parola resta o va alle armi.
Ma l’idea per cui al centro di questo nuovo “meccanismo di garanzia per la pace” ci possa essere la Nato, trasformata in un “braccio dell’Onu”, è davvero oltre ogni possibilità. L’unica funzione storica che ha ricoperto l’Alleanza Atlantica è quella di “difendere” gli stati europei da un avversario scomparso quasi 40 anni fa (il “Patto di Varsavia”), diventando in seguito il coro di accompagnamento dell’imperialismo Usa.
Un “braccio dell’Onu”, peraltro, dovrebbe logicamente comprendere tutto il mondo, compresi Russia, Cina, Nord Corea, Iran, ecc...
L’uscita di Crosetto rivela evidentemente la necessità di una sorta di sfida alla strategia trumpiana. La debolezza della UE in un Mondo in cui ormai la dura e pura divisione in sfere d’influenza rappresenta la cifra principale deve essere contrastata in qualche modo, e Crosetto sembra voler utilizzare ancora la retorica del “multilateralismo” e del diritto internazionale.
Ma è il suo stesso ministro degli Esteri ad aver detto in diretta TV che “il diritto vale fino a un certo punto”. La composizione dei conflitti che passi attraverso organismi multilaterali è stata massacrata per decenni dall’Occidente, e ora che Trump ci ha messo una pietra tombale sopra, perché non più utile come camera di compensazione, pensare di poterla far rivivere a dispetto degli Usa e mantenendo l’attuale quadro di “competizione internazionale” è una contraddizione in termini.
Per farlo, servirebbe un capitale politico, diplomatico ed economico da mettere sul piatto che, a dirla tutta, forse oggi solo la Cina potrebbe avere. Non a caso, sono varie le occasioni in cui un’alleanza di paesi del Sud Globale, come i Brics+, hanno creato i propri organismi. Risulta invece una vera e propria allucinazione pensare che la UE possa mettersi alla testa di questo movimento, e tanto più porvi la Nato come “pilastro della sicurezza”.
È abbastanza chiaro anche il fatto che l’idea di ulteriore espansione dell’Alleanza Atlantica, in netta contrapposizione con ciò che è scritto nel documento strategico statunitense, risponda più che altro alla preoccupazione di allargare ad altri paesi – magari quelli nucleari – la tutela dell’articolo 5, in caso di attacco. Così da mettersi al riparo di altri ombrelli, spacciando la cosa come una revitalizzazione del multilateralismo Onu, e avendo così il tempo di rafforzare la difesa europea.
Insomma, di nuovo gli europei che provano a giocare col resto del mondo per recuperare un’egemonia perduta.
Crosetto non può davvero pensare che questa sia un’ipotesi realizzabile. Più concreta è l’idea di allargare la difesa comunitaria a una “difesa continentale”, integrando sempre più anche il Regno Unito, la Norvegia, i paesi balcanici ancora fuori. Mettere in sinergia più sistemi per sfruttare economie di scala e capacità tecnologiche... anche se fino a oggi sono stati più i contrasti che i successi.
Sul lato interno, per concludere, Crosetto ne approfitta per stigmatizzare le piazze che hanno denunciato le complicità col genocidio palstinese, di nuovo alimentando una retorica funzionale all’introduzione di misure repressive, e ha ribadito la sua volontà di creare una “riserva” di volontari, esperti nei campi dell’attuale guerra ibrida.
Questa “riserva” viene presentata come un’occasione di “riscatto per i giovani”, ma il nodo reale è che questo modello, ai giovani, non propone alcun futuro, solo emigrazione o guerra. E se i giovani vengono messi nei ranghi militari, cosa rimane della società? La questione della crisi demografica, con la natalità scesa di due terzi in 50 anni, è un tema reale per paesi che invocano la guerra un giorno sì e l’altro pure.
Crosetto fa un’altra proposta: “se non avessimo ereditato le follie di bilancio degli anni scorsi e magari avessimo in cassa i soldi buttati nei bonus edilizi, vorremmo e dovremmo introdurre, già da subito, una misura choc per provare a invertire la rotta: tasse zero per quelle famiglie che fanno più di due figli”.
Ma anche in questo caso il ministro mente. Perché è chiaro che una proposta del genere è irrealizzabile non solo per gli “sprechi” degli anni precedenti, ma per le entrate dello Stato, l’insieme dei trattati europei, per le imposizioni del Patto di Stabilità e soprattutto le “aspettative dei mercati”. E allora, è quella stessa “cornice europea” che sembra l’unica salvezza per gli imperialisti europei a rappresentare anche il principale tappo per qualsiasi strada strategica in grado di stare al passo coi tempi.
Un’alternativa di rottura è possibile, ed è anzi necessaria. Certo, deve tenere conto che solo in rapporti complementari e vantaggiosi per tutti, in una direzione pubblica dell’economia, nel sostegno alla maggioranza della popolazione, cioè ai lavoratori, ai giovani come agli anziani, potrà essere davvero “alternativa”. Altrimenti si presenterà anche fisicamente solo come un diverso “suprematismo eurocentrico”.
Fonte
05/12/2025
Germania - Studenti in sciopero contro la leva
Oggi, 5 dicembre, 60 città tedesche verranno attraversate dalle proteste degli studenti, che si prevede scenderanno in piazza a migliaia per opporsi con fermezza alla reintroduzione della leva obbligatoria. Le manifestazioni si svolgeranno in contemporanea col voto che si terrà al Bundestag riguardo a questa ennesima misura di una Germania sempre più incamminata verso la guerra.
Il ritorno della leva, abbandonata nel 2011, è stato promosso dal cancelliere Friedrich Merz, che ha annunciato mesi fa, in maniera solenne, di voler trasformare le forze armate tedesche nell’esercito “più forte d’Europa”… che è cosa ben diversa da un esercito europeo forte, prima di consegnarlo nelle mani dell’estrema destra rappresentata dall’AfD.
Lo slogan sotto cui si svolgerà quello che molti commentatori considerano diventerà probabilmente una delle più grandi mobilitazioni degli ultimi anni è molto chiaro: “Non vogliamo diventare carne da cannone!” Un’ipotesi sostenuta invece in maniera bipartisan nella classe politica tedesca, dato che a favore della riforma c’è anche il ministro della Difesa, Boris Pistorius, appartenente ai socialdemocratici della SPD.
Il piano del governo è costruito su di un meccanismo ibrido, che prova a nascondere il ritorno della leva. Il provvedimento in votazione imporrebbe, infatti, la creazione di un registro obbligatorio per tutti i maschi nati dal 2008, ai quali sarà chiesto di compilare un questionario di valutazione nel 2026, e di sottoporsi a visite mediche per l’idoneità al servizio militare nel 2027. Per le donne il processo rimane volontario.
L’obiettivo è quello di rimpolpare le fila dell’esercito con 20 mila nuove reclute, per un periodo minimo di 6 mesi, rinnovabile fino ai 23, con una paga che si aggira sui 2.600 euro lordi. Ma il nodo è che la “volontarietà” è interpretata in maniera piuttosto libera dai decisori tedeschi: nel caso in cui non si presentassero 20 mila volontari, la legge prevede l’attivazione, previo voto parlamentare, dell’estrazione a sorte dei numeri mancanti.
Il problema è che una tale coercizione va in contraddizione con la Legge Fondamentale della Repubblica, la costituzione tedesca che all’articolo 4, comma 3, recita: “Nessuno può essere costretto contro la sua coscienza al servizio militare armato”. È quel che si trova scritto chiaramente sulla piattaforma online attraverso il quale gli studenti stanno amplificando la voce della protesta, e che è possibile consultare qui.
Il processo di reclutamento per lotteria verrebbe ripetuto ogni anno, così da raggiungere i target annuali di reclutamento. Ricordiamo che a inizio settembre l’agenzia britannica Reuters aveva visionato e diffuso le informazioni di un documento firmato dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito tedesco, Alfons Mais, nel quale il militare prevedeva l’aggiunta a quelli attuali di circa 100 mila uomini attivi entro il 2035.
La protesta ha il sostegno della Die Linke e anche del partito Bsw di Sahra Wagenknecht, che su X ha scritto: “con la possibile procedura a sorteggio, il governo federale sta giocando alla roulette russa con le prospettive e, forse, presto, con le vite dei giovani”. E questa è una tendenza sempre più diffusa in tutta Europa.
Anche la Francia di Macron ha annunciato un servizio nazionale “puramente militare” e volontario a partire dall’estate del 2026. Rivolto ai neo-diciottenni, sarà della durata di 10 mesi e verrà pagato 800 euro al mese. L’obiettivo è reclutare intorno alle 2-3 mila persone, ma entro il 2035 si vuole raggiungere un aumento del numero dei militari intorno tra le 35 e le 50 mila unità.
In Italia, il ministro della Difesa Guido Crosetto lavora da tempo su di una riserva ausiliaria di volontari (circa 10 mila), che risponda più che altro a competenze logistiche e di cybersicurezza. Venerdì, però, sarà un bel banco di prova per la disponibilità delle giovani generazioni alla logica guerrafondaia che spira a Bruxelles e tra le capitali europee.
Fonte
Il ritorno della leva, abbandonata nel 2011, è stato promosso dal cancelliere Friedrich Merz, che ha annunciato mesi fa, in maniera solenne, di voler trasformare le forze armate tedesche nell’esercito “più forte d’Europa”… che è cosa ben diversa da un esercito europeo forte, prima di consegnarlo nelle mani dell’estrema destra rappresentata dall’AfD.
Lo slogan sotto cui si svolgerà quello che molti commentatori considerano diventerà probabilmente una delle più grandi mobilitazioni degli ultimi anni è molto chiaro: “Non vogliamo diventare carne da cannone!” Un’ipotesi sostenuta invece in maniera bipartisan nella classe politica tedesca, dato che a favore della riforma c’è anche il ministro della Difesa, Boris Pistorius, appartenente ai socialdemocratici della SPD.
Il piano del governo è costruito su di un meccanismo ibrido, che prova a nascondere il ritorno della leva. Il provvedimento in votazione imporrebbe, infatti, la creazione di un registro obbligatorio per tutti i maschi nati dal 2008, ai quali sarà chiesto di compilare un questionario di valutazione nel 2026, e di sottoporsi a visite mediche per l’idoneità al servizio militare nel 2027. Per le donne il processo rimane volontario.
L’obiettivo è quello di rimpolpare le fila dell’esercito con 20 mila nuove reclute, per un periodo minimo di 6 mesi, rinnovabile fino ai 23, con una paga che si aggira sui 2.600 euro lordi. Ma il nodo è che la “volontarietà” è interpretata in maniera piuttosto libera dai decisori tedeschi: nel caso in cui non si presentassero 20 mila volontari, la legge prevede l’attivazione, previo voto parlamentare, dell’estrazione a sorte dei numeri mancanti.
Il problema è che una tale coercizione va in contraddizione con la Legge Fondamentale della Repubblica, la costituzione tedesca che all’articolo 4, comma 3, recita: “Nessuno può essere costretto contro la sua coscienza al servizio militare armato”. È quel che si trova scritto chiaramente sulla piattaforma online attraverso il quale gli studenti stanno amplificando la voce della protesta, e che è possibile consultare qui.
Il processo di reclutamento per lotteria verrebbe ripetuto ogni anno, così da raggiungere i target annuali di reclutamento. Ricordiamo che a inizio settembre l’agenzia britannica Reuters aveva visionato e diffuso le informazioni di un documento firmato dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito tedesco, Alfons Mais, nel quale il militare prevedeva l’aggiunta a quelli attuali di circa 100 mila uomini attivi entro il 2035.
La protesta ha il sostegno della Die Linke e anche del partito Bsw di Sahra Wagenknecht, che su X ha scritto: “con la possibile procedura a sorteggio, il governo federale sta giocando alla roulette russa con le prospettive e, forse, presto, con le vite dei giovani”. E questa è una tendenza sempre più diffusa in tutta Europa.
Anche la Francia di Macron ha annunciato un servizio nazionale “puramente militare” e volontario a partire dall’estate del 2026. Rivolto ai neo-diciottenni, sarà della durata di 10 mesi e verrà pagato 800 euro al mese. L’obiettivo è reclutare intorno alle 2-3 mila persone, ma entro il 2035 si vuole raggiungere un aumento del numero dei militari intorno tra le 35 e le 50 mila unità.
In Italia, il ministro della Difesa Guido Crosetto lavora da tempo su di una riserva ausiliaria di volontari (circa 10 mila), che risponda più che altro a competenze logistiche e di cybersicurezza. Venerdì, però, sarà un bel banco di prova per la disponibilità delle giovani generazioni alla logica guerrafondaia che spira a Bruxelles e tra le capitali europee.
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