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18/03/2026

Il ritorno della leva militare in Europa e in Italia /1

Questo lavoro è parte di un’opera collettiva “Scuole e università di Pace. Fermiamo la follia della guerra. Atti II Convegno Nazionale” (Aracne editrice). Nei prossimi giorni pubblicheremo la seconda e la terza parte in preparazione all’assemblea internazionale studentesca di Milano del 21 marzo contro la leva militare.

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Riflettere sui sistemi di reclutamento militare significa mettere a fuoco i rapporti sociali che si rispecchiano nella forma degli eserciti; quest’ultimi infatti storicamente assumono diverse modalità di reclutamento, di organizzazione, di addestramento e di impiego dettate non solo dalla tipologia di guerra nella quale saranno impegnati, ma anche dal legame che le classi dominanti stabiliscono con le masse dei subalterni.

Dopo la fine della guerra fredda la maggioranza dei Paesi dell’Europa occidentale ha abolito o sospeso la leva obbligatoria; la caduta del muro di Berlino aveva infatti cambiato il quadro internazionale e dunque le necessità del comparto militare: non più eserciti di massa (oltretutto estremamente costosi), ma soldati professionisti e padroni della superiorità tecnologica dell’Occidente, soldati in grado di condurre e vincere facilmente le guerre asimmetriche attraverso cui la NATO ha rovesciato via via governi non graditi. (1)

Ma a decenni dall’abolizione dell’obbligo di leva, il mutare della situazione internazionale trascina con sé anche la mutazione della forma della guerra e di conseguenza degli eserciti necessari per combatterla; oggi il numero di militari impegnati sul campo torna ad essere decisivo e l’abolizione della leva è dunque ora un handicap per i guerrafondai.

Per questo in tutta Europa si torna a parlare con insistenza di reintroduzione della leva, un tema di stringente attualità, che per molti mesi è stato tenuto sottotraccia, ma che negli ultimi tempi è emerso con la centralità che sin dall’inizio avrebbe meritato.

In tale percorso le classi dominanti hanno oggi di fronte un grande problema politico strutturale: come riavvicinare cittadini abbandonati da trent’anni di neoliberismo a uno stato e a una “patria” che vengono percepiti a distanza siderale dai propri bisogni materiali e anzi sono diffusamente percepiti come nemici?

Le classi dominanti non possono e non vogliono mettere in discussione il neoliberismo che ha determinato il loro scollamento con le masse dei subalterni di cui oggi hanno bisogno per portare avanti la loro guerra; per questo stanno mettendo in atto una serie di strategie con obiettivi sia materiali che ideologici per recuperare consenso e nascondere come gli “interessi nazionali” siano in realtà precisi interessi di classe.

Quello che segue vuole essere un contributo alla comprensione di quanto si sta muovendo in Europa e in Italia sul ripristino della leva obbligatoria perché questo è senza ombra di dubbio l’obiettivo finale dei guerrafondai europei.

Conoscere le strategie che i governi stanno mettendo in campo per raggiungerlo è compito di coloro che alla guerra si oppongono e vogliono individuare percorsi che ostacolino il ritorno alla leva di massa. Cercherò inoltre di mostrare come il ritorno della leva sia legato a doppio filo con la militarizzazione delle scuole, un fenomeno che sempre di più si dimostra centrale e strutturale nell’orizzonte di guerra che si profila e d’altra parte la Risoluzione del parlamento europeo del 2 aprile 2025 “Invita l’UE e i suoi Stati membri a mettere a punto programmi educativi e di sensibilizzazione, in particolare per i giovani, volti a migliorare le conoscenze e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la difesa e l’importanza delle forze armate” e inoltre chiede di “mettere a punto programmi di formazione dei formatori e di cooperazione tra le istituzioni di difesa e le università degli Stati membri dell’UE, quali corsi militari, esercitazioni e attività di formazione con giochi di ruolo per studenti civili” (2).

È importante rilevare come alla leva obbligatoria corrispondesse uno Stato che faceva del welfare uno dei pilastri della propria azione politica; la fase del neoliberismo coincide al contrario con un disimpegno sempre più forte dello Stato: si rompe il legame di dovere tra patria e cittadini e a uno Stato che riserva le briciole corrisponde una leva su base volontaria; lo scambio non c’è più e il militare diventa una scelta individuale a cui corrisponde una professione ben retribuita, mentre lo stato, in perfetta linearità con le dismissioni neoliberiste, si libera delle ingenti spese che comporta un esercito di massa.

La militarizzazione delle scuole è lo strumento più importante per arrivare al potenziamento degli eserciti ed è esattamente questo che sta accadendo in molti paesi d’Europa compreso il nostro.

Le classi dominanti sanno perfettamente che devono lavorare in profondità, a livello culturale e ideologico, per poter tornare all’obbligo militare di massa; non presenteranno mai il ritorno alla leva come un obbligo generalizzato e anche le recenti dichiarazioni del ministro Crosetto e della premier Meloni vanno in questa direzione: si andrà per gradi, si dichiarerà che nessuno ha intenzione di reintrodurre l’obbligo, si giurerà di voler solamente aumentare il numero dei volontari, ma intanto si porteranno avanti le strategie per raggiungere il l'obiettivo strutturale del ritorno alla leva obbligatoria perché è questo che richiede la nuova forma della guerra.

L’Ucraina e la forma della guerra

È noto che gli Stati Maggiori apprendono a fare la guerra dalla guerra stessa; e così all’indomani dello scoppio del conflitto in Ucraina strateghi, industrie belliche e governi hanno cominciato a rilasciare dichiarazioni sulla necessità di rivedere il modello di reclutamento.

È infatti la guerra in Ucraina che mostra al mondo in modo plateale come la forma della guerra è cambiata (3): non più le guerre asimmetriche che avevano caratterizzato la fase post caduta del muro di Berlino, ma una guerra simmetrica, che vede cioè una parità di forze militari in campo (quelle statunitensi/NATO/europee e quelle russe, oltre quelle cinesi, seppur ancora sullo sfondo); questo mutamento della forma della guerra implica nuove necessità rispetto all’organizzazione degli eserciti in campo: nelle guerre asimmetriche (dove la grande maggioranza delle vittime erano civili) erano centrali i top gun volontari e altamente addestrati a gestire la superiorità tecnologico militare delle forze in campo; nella guerra simmetrica, al contrario, è necessario un alto numero di uomini impegnati direttamente sul campo (e infatti in Ucraina il numero ormai enorme di morti è soprattutto militare).

La guerra in Ucraina, un conflitto che è tornato a terra e assume i contorni di una guerra di trincea, ha mostrato che oggi non si combatte più solamente sul vantaggio tecnologico (senz’altro ancora imprescindibile), ma anche sul numero di soldati impegnati sul campo.

Da qui la necessità di incrementare fortemente il numero degli effettivi, visto che i volontari non bastano più e le caserme sono piene di soldati in età non più utile al combattimento.

In realtà, benché le opinioni pubbliche occidentali non se ne avvedessero, la situazione cambia già con la guerra in Siria, quando nel 2014 la coalizione internazionale a guida USA trova sulla sua strada il supporto che ad Assad fornisce la Russia e anche, in modo più defilato, la Cina che invia sue navi militari; la guerra cambia volto perché le forze simmetriche in campo non permettono più un’operazione lampo, e infatti Assad, a differenza di quanto accaduto in altri “stati canaglia”, è restato alla guida del paese fino al dicembre 2024. (4)

È in questa direzione che va letto il progressivo allargamento alle donne del servizio militare, benché questa apertura venga presentata come un traguardo raggiunto sulla parità di genere: le forze armate non si stancano mai di ricordare la necessità di cui si sono fatti portatori praticamente tutti i governi d’Europa, i quali però non possono tornare tout court alla leva obbligatoria che incontrerebbe una forte ostilità da parte delle opinioni pubbliche; per questo le strategie che stanno mettendo in campo sono insieme subdole e intelligenti perché, benché il loro obiettivo oggi non dichiarabile sia senza dubbio il ritorno alla coscrizione di massa obbligatoria (5), l’intento è farlo con gradualità evitando la contrarietà della popolazione giovanile e dell’opinione pubblica in generale.

Da questo punto di vista si rivela particolarmente interessante analizzare i sistemi di reclutamento nei paesi europei che o non hanno mai abolito la coscrizione o l’hanno reintrodotta in tempi recenti.

Sono d’altra parte questi i modelli a cui esplicitamente guardano molti governi europei proprio perché essi hanno permesso di testare sul campo forme di reclutamento obbligatorio senza incontrare resistenze significative, superando così il principale ostacolo che i guerrafondai europei si trovano davanti.

Il modello scandinavo

In più paesi i ministri della difesa, quando annunciano la prospettiva di tornare alla leva, evocano il modello scandinavo; si tratta di paesi come Norvegia, Svezia e Danimarca che, nel momento in cui quasi tutti i paesi europei abbandonavano l’obbligo, non hanno abolito la coscrizione (o come nel caso della Svezia, l’hanno reintrodotta dopo pochi anni); siamo di fronte cioè a modelli che hanno dimostrato concretamente la possibilità di obbligare i giovani a svolgere il servizio di leva senza che questo susciti forti opposizioni. Il meccanismo viene definito con l’ossimoro di “obbligo volontario” perché punta a incrementare il numero di arruolati facendo però percepire il meno possibile la sua obbligatorietà.

I sistemi dei tre paesi differiscono leggermente, ma ciò che qui interessa mettere a fuoco sono le loro caratteristiche comuni e gli obiettivi che essi si prefiggono. Un primo elemento, decisivo e peculiare al modello scandinavo, è che, pur sussistendo l’obbligo per l’intera popolazione, il numero dei giovani che vengono arruolati si riduce di fatto a percentuali minime; questo è reso possibile dai percorsi attraverso i quali si arriva alla coscrizione.

In Norvegia, dove la leva non è mai stata abolita (nel 2013 è stata estesa obbligatoriamente anche alle donne) tutti i cittadini al compimento del 18° anno ricevono un questionario da compilare in cui fornire tutta una serie di dati relativi al proprio stato di salute fisica e mentale ed al desiderio o meno di prestare servizio nelle forze armate.

Di tutta l’annata di leva, in base alle risposte, viene selezionato circa il 30% che viene inserito in una seconda fase centrata su visite mediche e test attitudinali; a tutti viene attribuito un punteggio da 1 a 9 in base al quale viene selezionato circa il 15-18 % dell’intero anno di leva: sono questi i giovani che verranno effettivamente addestrati, ed essere selezionati tra quel 15-18% è motivo di prestigio. È indubbio che tale allargamento permetta un aumento significativo del numero degli arruolamenti. (5)

Da questo punto di vista sia sufficiente questo dato: nel 2011 (anno dell’abolizione dell’obbligatorietà) il numero degli effettivi dell’esercito tedesco era pari a 240.000 sceso a circa 180.000 con l’introduzione della leva su base volontaria; oggi l’obiettivo dichiarato è quello di raggiungere 260.000 soldati attivi entro la metà degli anni 2030; dunque è molto chiaro che l’obiettivo reale è quello di reintrodurre la leva obbligatoria generalizzata. Ma della situazione in Germania si tratterà più diffusamente in seguito. (6)

La leva dura 19 mesi, una delle ferme più lunghe, non retribuita. Al termine del servizio le reclute potranno optare o per la carriera militare o per il rientro nella società civile, ma fino a 44 anni faranno parte della riserva militare che prevede addestramenti periodici. 

In questi anni l’esercito norvegese non ha avuto bisogno di reclutare soldati oltre a coloro che volontariamente dichiarano di voler partecipare alla vita militare; questi numeri sono però destinati ad aumentare perché il governo norvegese ha recentemente stabilito un massiccio investimento nel settore della difesa (51 miliardi dal 2024 al 2036) che prevede non solo il potenziamento di tutti i sistemi d’arma, ma anche un ampliamento del numero di soldati. Quando questo diventerà realtà, lo stato ha già predisposto il meccanismo per selezionare anche i non volontari che dovranno andare a servire nell’esercito.

In Svezia la leva obbligatoria era stata abolita nel 2010 e ripristinata nel 2017 (anche per le donne) ispirandosi al modello norvegese: tutti i cittadini al 18° anno di età sono tenuti a compilare un questionario molto dettagliato in cui viene chiesto loro di esprimersi anche sulla possibilità di svolgere il servizio militare. Rispetto all’intera classe di leva si seleziona circa il 13% che dopo ulteriori selezioni scende al 7-8% che fino a 47 anni dovrà svolgere periodici periodi di richiamo. Anche in Svezia di fatto sono stati sinora sufficienti i volontari, ma le cose potrebbero cambiare di fronte alle nuove esigenze ed infatti anche la Svezia prevede di aumentare il numero di cittadini da arruolare che saranno già selezionati attraverso i risultati del questionario.

In Danimarca, dove il servizio di leva non è mai stato né abolito né sospeso, tutti i cittadini al 18° anno di età devono obbligatoriamente presenziare al “Giorno della Difesa” in cui vengono presentate le opportunità della carriera militare; tutti sono sottoposti a una visita medica attitudinale che li divide in tre categorie: abili, parzialmente abili o inabili; gli ultimi sono scartati, i primi due partecipano a una lotteria che assegna loro un numero (7): i primi 8.000 vengono addestrati (dando la precedenza ai volontari), gli altri in tempo di pace non saranno chiamati; di fatto in Danimarca per ogni annata di leva partecipano al servizio militare effettivo il 7-8%.

Va inoltre segnalato che nel gennaio 2024 è stata approvata una legge che entrerà in vigore nel 2026 la quale, oltre ad estendere l’obbligo anche alle donne, ha aumentato da 4 a 11 mesi il periodo dell’obbligo dopo il quale i militari sono assegnati a una riserva che può essere mobilitata in caso di necessità. Di fatto sinora, anche in Danimarca, è stato sufficiente addestrare solo coloro che abbiano espresso il desiderio di entrare nelle forze armate, ma il numero sembra destinato ad aumentare (si parla di triplicare il numero) e il risultato della lotteria permetterà di individuare i non volontari.

Come si vede le percentuali degli arruolati sono minoritarie (il 7-8% in Svezia e in Danimarca, il 15-18% in Norvegia) e probabilmente il più importante obiettivo di questi modelli di reclutamento è quello di frammentare e dividere il fronte del possibile dissenso: non tutti saranno arruolati, ma solo una bassa percentuale di coloro che sono valutati abili (tramite punteggi o sorteggi); in questo modo chi sarà escluso (e al momento sarà la maggioranza) non avrà motivo di solidarizzare con coloro che verranno obbligati a svolgere il servizio militare.

È certamente questo l’aspetto principale che porta i governi europei a guardare con tanto interesse al modello scandinavo: questi meccanismi permettono di riaprire, anche da un punto di vista culturale, la questione della leva, ma lo fanno in modo inizialmente leggero e dunque probabilmente sopportabile dalle opinioni pubbliche nazionali; quando il terreno sarà dissodato, sarà possibile procedere con l’estensione alla popolazione giovanile tutta.

Un secondo elemento comune del modello scandinavo, anche se in forme diverse, è la possibilità di optare per il servizio civile (8): anche questo è uno strumento a forte connotazione ideologica, che mira cioè ad allentare le resistenze all’obbligatorietà del servizio.

Ma è indispensabile mettere a fuoco l’intrinseco collegamento tra servizio civile contemporaneo e militarizzazione: non siamo più di fronte alla dimensione pacifista che assumeva un tempo la scelta dell’obiezione di coscienza, al contrario oggi esso è parte integrante e costituiva dei futuri scenari di guerra. È allora necessario a questo proposito avvicinare il concetto di “difesa totale”: si tratta di preparare l’intera società a mobilitarsi in caso di guerra e dunque ogni singolo cittadino deve essere in grado di gestire il “fronte”, ognuno secondo le proprie competenze e il proprio ruolo nella società.

Un programma con finalità pratiche in caso di conflitto, ma anche di penetrazione ideologica: la guerra deve essere tenuta ben presente da tutti i cittadini in un futuro imminente e le giovani generazioni sono quelle maggiormente nel mirino, perché saranno soprattutto loro che dovranno mettersi a disposizione per i progetti dei guerrafondai. (9)

La separazione netta tra “militare” e “civile” viene così a cadere perché il servizio civile è inquadrato pienamente all’interno di un processo di militarizzazione totale della società e non può più essere concepito come “obiezione di coscienza”.

Da questo punto di vista occorre anche tenere presente come la strategia della difesa totale, più pertinente all’ambito militare, si sposi e si intersechi con quella di “resilienza”, un programma in ambito civile di fitta penetrazione ideologica tra le popolazioni europee che devono prepararsi alla guerra con kit di sopravvivenza fin dall’interno delle proprie case e soprattutto interiorizzare la propaganda dei guerrafondai europei. (10)

Ma l’elemento a mio avviso decisivo che accomuna i tre paesi è l’obbligo per i giovani dell’annata di leva di sottoporsi a un passaggio finalizzato a fare una schedatura completa della popolazione giovanile e a stilare liste in base alle caratteristiche individuali (fisiche, psicologiche, di competenze già acquisite, ecc.) ed è importante notare che è proprio a questo livello iniziale che si registrano le sanzioni più dure: chi non adempie a questo obbligo, infatti, subisce multe più o meno salate (da qualche centinaia di euro in Svezia ad un massimo di circa 2.000 euro in Norvegia) e, se recidivo, può anche essere punito con il carcere (da 3 a 6 mesi a seconda dei paesi); la polizia può inoltre costringere con la forza chi rifiuta di presentarsi o di compilare il questionario (in Svezia e Norvegia la polizia può, a norma di legge, “accompagnare” i giovani per quella che viene chiamata “compilazione assistita”).

È questa fase iniziale che si configura come un vero e proprio obbligo di leva: la mancata compilazione del questionario o la mancata presenza alla giornata dedicata alle forze armate viene considerata dalla normativa come un mancato adempimento alla coscrizione obbligatoria.

Sanzioni così pesanti a fronte di un obbligo in fondo marginale sono da valutare con attenzione: a cosa punta infatti questa schedatura di massa? Gli obiettivi sono sostanzialmente due: da una parte avere un uditorio il più ampio possibile per presentare tutti i vantaggi della carriera militare e dunque aumentare il numero dei volontari; dall’altro avere a disposizione i dati dell’intera popolazione che potranno tornare utili se e quando sarà necessario aumentare il numero degli effettivi.

Gli Stati maggiori stanno ponendo le basi per reggere una possibile mobilitazione di massa per la quale attualmente mancano sia dati che infrastrutture e la schedatura di massa è un passo in questa direzione.

Un altro aspetto altrettanto importante da tenere presente in questa riflessione è che l’elemento strutturale di questi eserciti “volontari-obbligatori” è l’istituzione o il potenziamento di una riserva ausiliaria, composta cioè principalmente da soldati con addestramento di base da utilizzare in tutti quei settori non direttamente coinvolti nelle prime linee. E la riserva ausiliaria ben si adatta a questo elemento di “obbligo leggero”: l’addestramento di base è generalmente molto più breve (qualche mese), richiede poi dei richiami periodici ancora più brevi e viene proposta come limitata nel tempo (l’obbligo al richiamo si limita a pochi anni dopo lo svolgimento dell’addestramento); sono queste tutte caratteristiche che potrebbero rendere più accettabile la reintroduzione dell’obbligo militare.

La riserva ausiliaria d’altra parte ben si sposa con il concetto di “difesa totale”: è proprio di questa “disponibilità leggera” di un numero ampio di cittadini che la forma contemporanea della guerra ha bisogno.

Tutti i meccanismi finora analizzati mirano pragmaticamente a obiettivi concreti (aumento degli effettivi e raccolta generalizzata di dati in vista di mobilitazioni di massa), ma insieme hanno una forte funzione ideologica che punta senza tentennamenti a “israelizzare” le società europee: non possono ovviamente contare su un obbligo di leva sul modello israeliano (tre anni per gli uomini e due per le donne, senza possibilità di obiezione di coscienza), ma provano a costruire la stessa pervasività che l’aspetto militare ha nella società israeliana; la ricaduta “formativa” di un servizio militare o di un servizio civile militarizzato, il dispiegamento della strategia della difesa totale e della resilienza alla popolazione puntano a costruire uomini e donne che non solo accettino la guerra, ma siano pronti a supportarla attivamente.

Da questo punto di vista occorre mettere a fuoco il ruolo centrale che in tutto questo gioca la militarizzazione delle scuole: anche nei paesi scandinavi assistiamo a interventi specifici dei governi nel settore dell’istruzione, che hanno implementato in anni recenti questo tipo di penetrazione in ambito educativo; è interessante annotare che i provvedimenti in ambito scolastico sono cronologicamente più recenti: su questo aspetto i paesi scandinavi non sono infatti il modello, ma anch’essi, al pari di molti altri paesi europei, hanno recentemente introdotto forme di educazione militare nelle scuole (11); ma di questo si discuterà più nel dettaglio affrontando l’analisi dei paesi baltici.

Credo che a questo punto sia chiaro il motivo per il quale il modello scandinavo è interessante per i paesi che pensano di reintrodurre la leva; molti sono gli aspetti su cui tale modello si basa: un questionario obbligatorio per legge, sanzioni pesanti per i “renitenti”, una schedatura completa di tutta la popolazione nell’ottica del suo futuro impiego per la “difesa totale”, la “libertà” di scegliere un servizio civile fortemente militarizzato e un potenziamento della riserva ausiliaria sono tutti elementi che hanno testato sul campo la possibilità di far “digerire” alle opinioni pubbliche un ritorno per il momento parziale della leva per poi arrivare, laddove ve ne fosse necessità, alla sua reintroduzione a livello di obbligo di massa.

Ed è senz’altro questo mix di volontarietà ed obbligo ad attrarre l’interesse dei governi europei e infatti i paesi che si sono recentemente mossi verso la reintroduzione della leva si sono ampiamente ispirati proprio al modello scandinavo.

I paesi baltici

È molto istruttivo analizzare cosa sta succedendo nei paesi baltici, perché si tratta di territori che sono intervenuti sui sistemi di reclutamento in tempi recenti e ci mostrano concretamente la strategia che stanno assumendo i guerrafondai quando decidono di legiferare sulla questione del reclutamento.

In questi territori la vicinanza geografica con la Russia alimenta il nazionalismo e la percezione del pericolo, elementi che portano ad un aumento degli arruolamenti. La tendenza a impostare leggi sul reclutamento ispirandosi al modello scandinavo è evidente: la riforma più recente è quella della Lettonia che aveva sospeso l’obbligatorietà nel 2007 (al momento del suo ingresso nella NATO) e l’ha reintrodotta nel 2023: la leva è obbligatoria per i maschi e, se i volontari non bastano, vengono sorteggiati con un sistema molto simile a quello della Danimarca; inoltre è sempre possibile scegliere il servizio civile che, secondo i principi della difesa totale, è dipendente dal ministero della difesa.

Ciò che è da annotare è che parallelamente e contemporaneamente ai processi di reintroduzione della leva, in Lettonia si interviene pesantemente sulla militarizzazione del sistema educativo: in questo paese infatti è stata implementata l’educazione militare come materia obbligatoria nelle scuole secondarie (“National defence education”) prevedendone due/tre ore settimanali (lettura di mappe, uso della bussola, navigazione, camuffamento, conoscenza delle forze armate nazionali); le ore sono state inserite in collegamento con educazione fisica e civica e tale obbligo ha come primo obiettivo, raggiunto, l’aumento dei volontari: le nuove generazioni vengono bombardate con le allettanti prospettive lavorative e, anche in chi non sceglierà le carriere militari, saranno istillati i valori della difesa; le scuole sono un terreno privilegiato per l’offensiva ideologica: intervenire sulle scuole significa infatti impattare per mezzo dei minori le famiglie e dunque la società tutta.

Nel febbraio 2015 la Lituania, che aveva abolito la leva nel 2008, ha deciso di reintrodurla allargandola anche alle donne, ma nel 2024 il parlamento lituano è intervenuto nuovamente inserendo l’obbligo di registrazione per i ragazzi di 17 anni e retrodatando la possibilità di rinvio a 22 anni (prima era fino a 26); inoltre è diventato obbligatorio per tutti presentarsi a visita medica, anche se solamente i sorteggiati (sul modello danese) saranno obbligati a svolgere il servizio militare o in alternativa quello civile che però, oltre ad essere gestito direttamente dal ministero della difesa, punitivamente dura tre mesi in più (successivamente tutti entreranno a far parte della riserva militare o di quella civile).

Nel 2024 anche il governo lituano è intervenuto pesantemente sulla militarizzazione delle scuole inserendo corsi di cultura militare (facoltativi, circa due ore la settimana con lezioni sia teoriche che pratiche come marce, uso delle mappe, tiro con armi ad aria compressa ecc.). 

Chi opta per questi corsi avrà vantaggi come ad esempio la riduzione del periodo di leva; il fatto di aver anticipato l’obbligo di iscrizione ai registri di leva a 17 anni ha reso più “naturale” il legame tra scuola e mondo della difesa. Si tratta dunque della trasposizione in ambito baltico del modello scandinavo, e va sottolineato con forza che i paesi che hanno reintrodotto la leva hanno agito a livello legislativo in perfetta contemporaneità verso la militarizzazione delle scuole: è questo infatti un elemento strutturale necessario al ripristino della leva ed è questo infatti che sta accadendo in Germania e in Polonia, due paesi in cui si sta alacremente lavorando per il ritorno della leva di massa.

Note

(1) È importante rilevare come alla leva obbligatoria corrispondesse uno Stato che faceva del welfare uno dei pilastri della propria azione politica; la fase del neoliberismo coincide al contrario con un disimpegno sempre più forte dello stato: si rompe il legame di dovere tra patria e cittadini e a uno Stato che riserva le briciole corrisponde una leva su base volontaria; lo scambio non c’è più e il militare diventa una scelta individuale a cui corrisponde una professione ben retribuita, mentre lo stato, in perfetta linearità con le dismissioni neoliberiste, si libera delle ingenti spese che comporta un esercito di massa.

(2) Risoluzione parlamento europeo del 2 aprile 2025, articoli 164 e 167.

(3) In realtà, benché le opinioni pubbliche occidentali non se ne avvedessero, la situazione cambia già con la guerra in Siria, quando nel 2014 la coalizione internazionale a guida USA trova sulla sua strada il supporto che ad Assad fornisce la Russia e anche, in modo più defilato, la Cina che invia sue navi militari; la guerra cambia volto perché le forze simmetriche in campo non permettono più un’operazione lampo, e infatti Assad, a differenza di quanto accaduto in altri “stati canaglia”, è restato alla guida del paese fino al dicembre 2024.

(4) È in questa direzione che va letto il progressivo allargamento alle donne del servizio militare, benché questa apertura venga presentata come un traguardo raggiunto sulla parità di genere: le forze armate non si stancano mai di ricordare questo aspetto, dimenticando che i valori del mondo militare sono intrinsecamente machisti e patriarcali; è indubbio però che tale allargamento permetta un aumento significativo del numero degli arruolamenti.

(5) Da questo punto di vista sia sufficiente questo dato: nel 2011 (anno dell’abolizione dell’obbligatorietà) il numero degli effettivi dell’esercito tedesco era pari a 240.000 sceso a circa 180.000 con l’introduzione della leva su base volontaria; oggi l’obiettivo dichiarato è quello di raggiungere 260.000 soldati attivi entro la metà degli anni 2030; dunque è molto chiaro che l’obiettivo reale è quello di reintrodurre la leva obbligatoria generalizzata. Ma della situazione in Germania si tratterà più diffusamente in seguito.

(6) La leva dura 19 mesi, una delle ferme più lunghe, non retribuita Al termine del servizio potranno optare o per la carriera militare o per il rientro nella società civile, ma fino a 44 anni faranno parte della riserva militare che prevede addestramenti periodici.

(7) Il sistema del sorteggio non è nuovo nei meccanismi di reclutamento: ne fece abbondante uso anche l’esercito regio all’indomani dell’Unità d’Italia, anche perché il nuovo stato non era ancora in grado di sostenere economicamente un esercito troppo numeroso; ma per ricordare uno degli esempi più famosi pensiamo al sistema della lotteria usato dagli USA per la guerra del Vietnam (il primo sorteggio avvenne in diretta televisiva il 1 dicembre 1969, ne esiste una traccia video in rete). Il sorteggio permette allo stato di risparmiare rispetto a un esercito di leva e insieme mostrare imparzialità nella scelta di chi sarà chiamato a combattere.

(8) In Danimarca se si è sorteggiati e non si vuole svolgere il servizio militare, è possibile optare per quello civile (solitamente più lungo: quello militare va da 4 a 12 mesi, quello civile da 8 a 12); è possibile anche svolgere il servizio militare non armato in compiti di logistica, amministrazione, sanità, ecc. In Norvegia è addirittura possibile, se selezionati, rifiutare sia il servizio militare che quello civile (lo stato si riserva però, in caso di necessità, di chiamare all’arruolamento in quanto da un punto di vista normativo l’obbligo sussiste). In Svezia sussiste l’obbligo di “difesa totale”, per cui tutti i cittadini devono prestare servizio allo stato (o sotto le armi o come servizio civile).

(9) Il concetto di difesa totale nasce nel secondo dopoguerra (a seguito dell’esperienza di “guerra totale” rappresentata dal secondo conflitto mondiale) in stati piccoli (Svizzera, Svezia, Finlandia, Israele) che prevedono, in virtù del basso numero di abitanti, la necessità di mobilitare l’intera società in caso di guerra. Il concetto di “difesa totale” si è poi allargato ed è diventato un elemento centrale nei programmi di riarmo europeo: si tratta di preparare le popolazioni a reggere lo shock di una guerra e portarle a continuare a sostenere le istituzioni e il sistema che l’hanno creata. La difesa totale non è solo un programma militare, ma anche politico perché mira a recuperare i subalterni intorno alle screditate istituzioni occidentali, coalizzandole contro il “nemico” per scaricare all’esterno le tensioni sociali e politiche che strutturalmente il neoliberismo ha creato.

(10) Si pensi a questo proposito all’opuscolo distribuito a tutte le famiglie in Svezia con istruzioni in caso di guerra; opuscoli simili sono già stati prodotti in altri paesi (Norvegia, Finlandia e Danimarca) e d’altra parte la Commissione Europea il 26 marzo 2025 ha richiesto a tutti gli stati membri di dotarsi di strumenti di questo tipo. La più recente dichiarazione del novembre 2025 è quella del ministro Crosetto contenuta nell’ “informale” documento “Il contrasto alla guerra ibrida: una strategia attiva” in cui la necessità di portare attivamente la guerra nel cyberspazio diventa l’occasione per mettere a punto una propaganda capillare in base alla quale la postura delle masse subalterne europee verso la guerra e le proprie classi dirigenti sia dovuta non tanto alla macelleria sociale di decenni di feroce neoliberismo, ma alla propaganda dell’avversario. Questi documenti sono da attenzionare e studiare compiutamente perché prefigurano lo scenario propagandistico entro cui ci troveremo ad operare, ma non è possibile affrontare in questa sede questa analisi.

(11) In Svezia dall’autunno del 2025 è obbligatorio per gli studenti delle superiori seguire un corso di “difesa totale” che verte su temi quali il ruolo della difesa nazionale, diritto internazionale, ruolo della NATO, preparazione a crisi o guerra (tutto questo ovviamente porta con sé anche la necessità di formare i docenti per realizzare nelle aule questo cambiamento del curriculum scolastico). Anche in Norvegia e in Danimarca in tempi recenti i governi sono intervenuti sulle scuole; in Danimarca le norme di riferimento sono state approvate nel 2023, anche se al momento non sussiste obbligo, ma si registrano forti spinte da parte del ministero dell’istruzione a implementare questo tipo di corsi.

Note

18/01/2026

Si scrive Groenlandia, si legge guerra mondiale

Rispondere con le barzellette a problemi enormi per cui non si ha alcuna soluzione concreta è un classico escamotage da adolescenti. Certo non ci si aspetta che possa essere anche il comportamento di un insieme di paesi che solo qualche mese fa ancora aspirava a diventare un «imperialismo concorrenziale» sulla scena mondiale.

La barzelletta – come l’ha definita il ministro della difesa Guido Crosetto («...15 soldati mandati in Groenlandia. Mi chiedo a fare cosa? Una gita? 15 italiani, 15 francesi, 15 tedeschi: mi sembra l’inizio di una barzelletta») – è stata la prima risposta «europea» all’offensiva trumpiana per prendersi la Groenlandia.

Una mobilitazione finta, quasi simbolica, con pochissimi soldati, per far capire al tycoon che «si sta allargando» un po’ troppo e in modo un po’ troppo insultante, ma allo stesso tempo mirata a non irritare l’Irascibile.

Com’era ampiamente prevedibile, gli Usa hanno rilanciato: i paesi europei che manderanno davvero soldati nel continente di ghiaccio saranno puniti con dazi commerciali accresciuti del 10% rispetto a quelli giù imposti – e concordati successivamente – meno di un anno fa.

Tra i neo-sanzionati non c’è l’Italia, visto che «Gioggia» Meloni ha preso una posizione «alla Pd», ovvero «manderemo soldati solo nel quadro di un accordo Nato» (siccome a capo della Nato ci sono gli Usa, non ci potrà essere alcun accordo). Il che fa incazzare gli altri europei, rimasti in mezzo al ghiaccio senza armi né calzini di lana.

Per chi conosce il poker è tutto chiaro. A un bluff (quello europeo) si può rispondere alzando la posta, così da lasciare solo due possibilità: rilanciare ulteriormente (“escalation”, in termini di relazioni internazionali) oppure «passare». A questo tavolo ci sono però solo due giocatori, e quindi non si può neanche sperare che qualcun altro cambi lo schema di gioco. Bisogna decidere subito... 

Per dare una risposta meno scema della barzelletta i 27 paesi della UE si vedranno oggi pomeriggio, ma solo a livello di ambasciatori. Il che lascia presupporre l’esposizione di molte e diverse posizioni, ma nessuna conclusione vincolante (altrimenti si sarebbero visti i capi di stato o almeno i ministri degli esteri).

I diretti interessati all'“annessione” – meno di 60.000 abitanti – sono intanto scesi in piazza, e viste le temperature locali questo è sicuramente un gesto che dà la misura di quanto seriamente siano costretti a prendere le minacce Usa. Stessa cosa a Copenhagen, capitale della Danimarca, cui la Groenlandia è federata (con bandiera propria, addirittura).

Ma appare lampante che il problema è stato posto in modo brutale e quasi imperativo: «quell’isola ci serve e in un modo o nell’altro ce la prenderemo». Comprandola o con un intervento militare.

Quest’ultima ipotesi appare lunare, se si continua a ragionare secondo i presupposti del vecchio ordine euro-atlantico, in cui Usa e altri paesi erano alleati di ferro dentro la Nato e gli organismi internazionali. Di fatto, una qualsiasi manifestazione «muscolare» per costringere la Groelandia a diventare una «Portorico glaciale» (membro di fatto degli Usa, ma formalmente autonoma... alle Olimpiadi o poco più) sancirebbe lo scioglimento immediato dell’Alleanza atlantica.

Ma proprio di questo si sta parlando da parte Usa: di annullare tutti gli organismi internazionali formalmente «paritari», tra Stati sovrani teoricamente intoccabili, sostituendoli con «gruppi ad hoc» selezionati dalla presidenza Usa e in cui si resta – o si viene “gestiti” – fino a quando si obbedisce.

Proprio ieri, e non per coincidenza, Donald Trump ha cominciato ad inviare le «lettere di invito» a far parte del Board of Peace per Gaza. In tutto una sessantina di Paesi: dall’Egitto alla Turchia, ovviamente da Israele all’Argentina di Milei, dal Canada al Paraguay (che cavolo c’entra con Gaza? niente, ma è fedele a Trump...), e persino all’Italia, facendo peraltro subito incazzare Netanyahu che considera Erdogan una «potenza ostile».

L’oscenità dell’idea non sta soltanto nel fatto che questa congrega di complici dovrebbe occuparsi di garantire la deportazione totale dei palestinesi da Gaza (e dalla Cisgiordania, ormai) verso il Somaliland o altra destinazione sufficientemente lontana. La novità vera sta nelle intenzioni statunitensi di fare di questo raggruppamento il nucleo di una «nuova Onu» incaricata di occuparsi anche di altre crisi, dal Venezuela all’Ucraina.

Di fatto la fine di un mondo «unitario» che prova a darsi regole e strumenti di «governo» al di là delle differenze di sistema economico e/o politico e la formazione di uno schieramento minoritario che ha come fondamento l’obbedienza a Washington e come obbiettivo quello di assecondarne gli interessi. Non proprio un organismo «di pace», insomma. Tanto meno “democratico”... 

Non stiamo insomma parlando del destino della Groenlandia, ma della costituzione di un blocco da utilizzare per imporsi su chiunque altro (Russia, Cina, Brics+, di cui da poco fanno peraltro parte anche Turchia ed Egitto), un puro strumento del “suprematismo Usa”, anche a costo di una guerra mondiale.

Ma se di questo bisogna parlare – e bisogna, è evidente – allora ogni sragionamento basato sulla struttura istituzionale e valoriale del «mondo che c’era» diventa una barzelletta. Come il mandare 15-soldati-15 a fare la guardia agli orsi polari...

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16/01/2026

Morire per la Groenlandia?

Partiamo dai fatti, che per ora sono soprattutto diplomatici, mentre quelli “militari” sono poco più che simbolici.

Come ormai sapete, gli Stati Uniti di Trump “vogliono la Groenlandia perché ne hanno bisogno per la loro sicurezza”. La narrazione del tycoon recita che “la NATO sarà più formidabile ed efficace quando la Groenlandia sarà nelle mani degli Stati Uniti. Qualsiasi cosa al di sotto di questa cifra è inaccettabile”.

In realtà sia la Nato che Washington sono ampiamente presenti sull’isola più grande del mondo (quasi 2 milioni di km quadrati), con basi collocate nei punti strategici per controllare la Russia (a sua volta con ampi territori che si affacciano sull’Artico). La Danimarca, cui la Groenlandia è federata, è un fedele membro dell’Alleanza atlantica e non ha mai avuto difficoltà nell’esaudire le richieste Usa. Se il problema fosse davvero quello militare, insomma, la questione sarebbe facilmente risolvibile tra buoni alleati.

E questa è stata l’impostazione con cui si sono presentati a Washington i ministri degli esteri di Danimarca e Groenlandia, che hanno incontrato il vicepresidente statunitense J.D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, per superare i “malintesi” generati dalle minacce “paterne” di Trump che sostiene che il suo paese deve controllare questo territorio perché “altrimenti sarebbe occupato dalla Russia o dalla Cina”.

Zero carbonella. Nessun chiarimento, nessun accordo, i vertici Usa restano fermi al “vogliamo controllare tutto noi”. Perché il problema non sono i russi o i cinesi, ma quel che c’è o ci potrebbe essere nel sottosuolo e nel sottoghiaccio groenlandese. Risorse naturali come oro, petrolio, terre rare (anche se qualche geologo consigli di non farsi troppe illusioni su quest’ultimo punto).

Il ministro danese Lars Løkke Rasmussen dopo l’incontro ha ammesso che “Non siamo riusciti a cambiare la posizione americana. È chiaro che il presidente ha il desiderio di conquistare la Groenlandia. E abbiamo chiarito molto, molto chiaramente che ciò non è nell’interesse del regno di Danimarca”. Anche perché “non ci sono navi da guerra cinesi lungo le coste della Groenlandia (…) Non ci sono nemmeno massicci investimenti cinesi”.

“Le idee che non rispettano l’integrità territoriale del Regno di Danimarca e il diritto all’autodeterminazione del popolo groenlandese sono, ovviamente, totalmente inaccettabili”, ha detto Løkke. “Quindi, continuiamo ad avere un disaccordo fondamentale”.

Ma chissenefrega, ripete l’Amerika: “la vogliamo, in qualche modo ce la prenderemo”.

Per far vedere di essere “pronti a tutto” i paesi europei (la Danimarca ne fa parte, anche se conserva ancora la sua moneta nazionale) hanno deciso di inviare i militari tra i ghiacci. Frenate le speranze di una guerra interna alla Nato, si tratta solo di un gesto simbolico, quasi una gita-premio o una lunga settimana bianca per un gruppetto di soldati francesi (15!), svedesi, tedeschi. Nulla insomma che possa effettivamente disturbare le aspirazioni imperiali statunitensi o improbabili visite russe. Ma un gesto di fastidio diplomatico piuttosto esplicito.

Mercoledì il ministro della Difesa danese Troels Lund Poulsen ha annunciato un aumento della “presenza militare e delle attività di esercitazione” della Danimarca nell’Artico e nel Nord Atlantico, “in stretta collaborazione con i nostri alleati”. Ovviamente sperando che l’alleato principale non si trasformi presto in nemico alle tue spalle...

Poulsen ha affermato in una conferenza stampa che il rafforzamento della presenza militare è necessario in un contesto di sicurezza in cui “nessuno può prevedere cosa accadrà domani”. “Ciò significa che da oggi e nei prossimi anni ci sarà una maggiore presenza militare in Groenlandia e nei suoi dintorni di aerei, navi e soldati, anche di altri alleati della NATO”. Per fare cosa e contro chi? Boh...

In tutta questa successione di eventi e dichiarazioni rischia di perdersi però l’essenziale, che riguarda la nuova “strategia statunitense”. I paesi europei – e tutto il sistema mediatico al loro servizio – continuano a ragionare, comportarsi, “raccontare” alle proprie popolazioni un mondo fantastico che non è mai esistito: quello delle “democrazie” contrapposte per ragioni etiche ed ideali alle “dittature” (quasi tutte orientali o “meridionali”), e che si muovono solo per raddrizzare torti e restituire “libertà” a popoli che ne sono privi. Imperialismo “umanitario”, insomma... 

È sempre stato piuttosto facile sbugiardare questa narrazione indicando, uno per uno, i crimini compiuti da questi paesi “civilissimi” nei confronti del resto del mondo. E non solo ai tempi dei colonizzatori, ma anche in quelli recenti (la stessa Danimarca si era impegnata militarmente in Iraq e Afghanistan, per esempio).

Ora però quel “racconto fantastico” viene fatto a pezzi, tra risate omeriche, proprio dal capofila dell’occidentale “giardino contrapposto alla giungla”. Come spiega senza diplomazia Stephen Miller, consigliere alla sicurezza nazionale della Casa Bianca, «Viviamo in un mondo, nel mondo reale, che è governato dalla forza, che è governato dalla coercizione, che è governato dal potere. Queste sono le leggi ferree del mondo fin dall’inizio dei tempi».

In questo mondo reale – lo stesso di prima, ma senza più maschere e belletti – non c’è spazio per il diritto, né interno né internazionale. Ossia non c’è limite all’uso della forza che non sia costituito da una forza eguale e contraria, o addirittura superiore, o comunque in grado di procurare un danno tale da annullare il guadagno eventuale cui si mira.

In questo mondo, insomma, non ci sono neanche “alleati a tempo indeterminato”, ma solo nemici o vassalli che possono diventare nemici quando “al più forzuto” sorge un “bisogno” o una cupidigia nuova.

Questi erano, sono e saranno gli Stati Uniti, l’imperialismo occidentale, il suprematismo genocida e criminale che conosciamo.

Il problema ce l’ha chi se li è fatti piacere ascoltando la musica o guardando i film... ovvero chi ha creduto alla “narrativa” chiudendo gli occhi sul mondo reale.

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12/01/2026

“Volenterosi” in Groenlandia, ma “contro russi e cinesi”

Se non ci fossero in ballo questioni molto serie ci sarebbe solo da ridere. Un continente «vecchio» ormai non solo di nome, ma tuttora intriso di colonialismo suprematista fuori tempo, prova a districarsi nella tenaglia che ha costruito con le proprie mani: guerra con la Russia, in Ucraina, crisi industriale ed economica (l’austerità è stata un suicidio collettivo, ma continua a dominare), abbandono da parte del padrone statunitense che ora minaccia di trattarlo quasi come il Venezuela o la Nigeria. Ma lo fa in forma così comica da costringere ad interrogarsi sulla stabilità mentale dei suoi dirigenti politici.

Sapete tutti che Trump, un giorno sì e l’altro pure, ripete che «la Groenlandia ci serve». Un giorno perché potenzialmente piena di materie prime interessanti, l’altro perché “Se non la prendiamo noi lo faranno la Russia o la Cina, e non permetterò che accada”.

Il motivo vero è ovviamente il primo – risorse che portano soldi facili e relativamente presto, al contrario della ri-localizzazione degli stabilimenti industriali – ma tutto fa brodo nella sua propaganda.

Sapete anche che la Groenlandia fa parte della Danimarca, sia pure con una grande autonomia, e dunque è parte integrante dell’Unione Europea, ha come moneta la corona danese (l’euro non ha convinto quella stramba “monarchia democratica”), sta già dentro la Nato e ospita basi Usa.

Risolvere la questione «militare» tra alleati veri sarebbe facile, ma se il motivo è economico-minerario il problema diventa irrisolvibile. Tant’è vero che lo stesso Trump emana il suo ordine: “Certo, mi piacerebbe molto stringere un accordo con loro [gli europei, ndr]. Sarebbe più semplice. Ma in un modo o nell’altro, avremo la Groenlandia”. Minaccia l’uso della forza per averla ad un prezzo minore, certo (ultima offerta nota è dare tra 10.000 e centomila dollari ad ogni abitante, in pratica 3 o 4 miliardi di dollari), ma la pressione cresce.

E cosa fanno a quel punto gli «europei», che sarebbero in teoria i membri della UE? Si fanno dirigere dalla Gran Bretagna – che dalla UE è uscita con la Brexit – per metter su un contingente militare da inviare appunto in Groenlandia.

Sarebbe un “notizione”, se lo facessero per impedire a Trump di appropriarsi dell’isola di ghiaccio o soltanto per mostrarsi risoluti in tal senso. Invece no, dicono di volerlo fare per contrastare meglio le navi militari… russe e cinesi intorno alla Groenlandia. Ovvio che non vogliono esplicitamente contrapporsi alle mire Usa, ma prendono per buona la «minaccia esterna» facendo mostra di essere pronti a battersi senza che l’America debba insediarsi sull’isola.

Peccato che gli interessi divergenti tra i vari paesi membri facciano uscire fuori subito problemi e contraddizioni da comica finale.

Intanto perché le navi cinesi e russe non le ha viste nessuno, da quelle parti. Il ministro degli Esteri norvegese Espen Barth Eide ha spiegato che “C’è attività russa nei nostri dintorni, ma pochissima lì”, lasciando intendere che, se c’è un Paese con reali motivi di preoccupazione, quello è la Norvegia. Del resto confina con la Russia e per arrivare nel porto di Murmansk le navi russe – civili o militari – devono per forza passare davanti alle sue coste. Non proprio vicine alla Groenlandia

Il primo ministro svedese Ulf Kristersson ha a sua volta dichiarato che “l’ordine mondiale basato sulle regole è minacciato come non lo era da decenni”, aggiungendo di non condividere affatto l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela e della Groenlandia.

Il pacchetto di truppe dei «volenterosi» – i soliti: Gran Bretagna Francia, Germania – dovrebbe dunque essere inviato sull’isola per dimostrare a Trump di esser capaci di difenderla da soli. E quello, giustamente, ride... 

Prigionieri della propria impotenza e costretti ad attenersi alla vecchia «narrazione» – “il nemico” è a est o a sud, è russo o islamico – pensano a schierarsi mostrando la terga al «nuovo nemico» che arriva da ovest... 

L’esito di questa commedia è l’unica cosa certa. Per i popoli e i lavoratori d’Europa alla tragedia si aggiunge la farsa...

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07/01/2026

Europa bipolare, tra Groenlandia e Ucraina

Il bipolarismo affligge l’Europa. Non è la vecchia divisione del mondo in due (tra Occidente capitalista e URSS socialista), né quel sistema elettorale antidemocratico che obbliga a stare in uno dei due schieramenti prestabiliti oppure sparire.

L’Unione Europea è affetta da disturbo bipolare, altro nome della schizofrenia. A forza di praticare il doppio standard – gli “amici” possono pianificare un genocidio e assaltare qualsiasi stato sovrano restando “fari della democrazia”, gli altri non possono neanche respirare altrimenti è “terrorismo” – si perde il controllo dei movimenti, delle scelte, delle parole. E si appare per quel che si è. Maleodoranti, diciamo...

La riprova definitiva, ieri. Formalmente, a Parigi, non si è riunita “l’Europa” ma la “coalizione dei volenterosi”, ossia 35 paesi occidentali che vorrebbero avere un ruolo nella gestione dell’Ucraina ora, nelle eventuali trattative di pace e soprattutto dopo.

Il programma previsto era solo questo e l’accordo raggiunto tra loro ha fatto da base per le consuete dichiarazioni trionfalistiche di fine vertice (mica ci si può riunire solo per la cena, no?). E quindi il padrone di casa, quel Macron che governa cambiando gli esecutivi come i pantaloni, privo di maggioranza parlamentare, si è presentato sfoderando il sorriso meccanico che lo identifica: “Una giornata storica” ha esultato davanti alle telecamere, la coalizione ha varato le “garanzie di sicurezza” per l’Ucraina quando e se sarà raggiunto il cessate il fuoco.

Il primo lato del disturbo bipolare è già grave di suo. È noto infatti che in qualsiasi trattativa internazionale “di pace” l’accordo va trovato con “il nemico” – in questo caso la Russia – specie se si parla di “garanzie di sicurezza”, ossia di armi e truppe schierate. E di truppe Nato in Ucraina Mosca non ha mai voluto sentir parlare, tanto da aprire le ostilità proprio per impedirlo.

Non basta. È altrettanto noto che la trattativa non è in mano a questa congrega di vassalli ma in quelle di Trump, l’unico che – per quanto ripugnante sia – ha aperto un confronto col presidente avverso, Putin. Dunque qualsiasi “garanzia di sicurezza” dovrebbe avere l’approvazione sia della Russia che degli Stati Uniti. Altrimenti non è affatto “sicura”... 

Trump ha mandato a Parigi la strana coppia Witkoff-Kushner (un immobiliarista e il genero del tycoon, immobiliarista anche lui) per assicurarsi che non venissero prese decisioni squinternate che potrebbero compromettere il dialogo con Mosca, l’orizzonte della “pace” e soprattutto i piani di “ricostruzione”.

Il risultato finale è quindi, ovviamente, un pasticcio verboso e comunque appeso ad eventi che questo insieme “volenteroso” non può determinare.

Da quel che si capisce, gli Stati Uniti si sarebbero impegnati a “monitorare” la tregua, mentre gli europei – o meglio, una piccola parte di loro – “parteciperanno” inviando militari in Ucraina. Immaginiamo la risposta di Mosca... 

L’impegno è molto depotenziato, seppure resta molto provocatorio, perché al momento hanno firmato solo Francia e Gran Bretagna. La Germania si è detta disponibile a inviare le sue forze, ma non in Ucraina: in un paese Nato confinante. Giorgia Meloni, e dunque ahinoi l’Italia, ha confermato invece “il sostegno dell’Italia alla sicurezza dell’Ucraina” ribadendo però “l’esclusione di truppe italiane sul terreno”.

In pratica non cambia nulla rispetto a quanto era chiaro prima del “vertice”. Ci sono due paesi che non vedono l’ora di “far morire i propri figli” in una trincea lontana, altri che nicchiano, altri che “grazie del vostro invito, ma io non ci vengo”. Ma l’annuncio basta per far dire ai guerrafondai che ci sarà “una forza di pace in Ucraina” (titolo di Repubblica, of course), e quindi una chance di entrata in guerra contro la Russia.

Il tutto dando per confermata l’antica alleanza col fratello maggiore statunitense, che però se ne vuole stare da parte a “monitorare”, ovvero la tenuta degli interessi auro-atlantici all’interno della Nato...

Ma la seconda parte del vertice – senza la presenza di Witkoff e Kushner – ha fissato il secondo lato del disturbo bipolare. C’era infatti da mostrare la massima compattezza a difesa della Danimarca che controlla la Groenlandia, su cui Trump ha lanciato un’“opa” che non si può ignorare. “Ci serve per ragioni di sicurezza” – ma poteva dire anche “voglio le sue terre rare e altri minerali”, sarebbe stato lo stesso – e “la avremo in un modo o nell’altro”.

Un’intenzione potenzialmente “invasiva” che ha obbligato la Danimarca – per quanto anch’essa “volenterosa” e filo-statunitense – ad aumentare il contingente militare posto a difesa della immensa isola ghiacciata. Dopo l’attacco al Venezuela, del resto, non si può più fare affidamento sul “diritto internazionale” e la “sovranità” (tanto “nazionale”, quanto “europea”) per sentirsi al sicuro, nemmeno tra “alleati”...

Lo squilibrio di forze fa quasi sorridere – può Copenhagen competere militarmente con Washington? – ma il solo fatto che se ne debba parlare mette i membri europei della Nato in una posizione decisamente schizofrenica: la minaccia di attacco viene dal vero capo dell’Alleanza (lasciate perdere Rutte, segretario generale che è arrivato a chiamare Trump “paparino”) e quindi la Nato si troverebbe a rischio di “guerra” al proprio interno mentre ne va programmando un’altra con la Russia (e le sue 6.000 testate nucleari, montate o montabili su missili per ora non intercettabili).

Ne è uscito un secondo comunicato di tono quasi opposto rispetto a quello sull’Ucraina, in cui – molto pacatamente – si rimbrotta Trump per il suo appetito famelico: “Il Regno di Danimarca, compresa la Groenlandia, fa parte della Nato. La sicurezza nell’Artico deve quindi essere garantita collettivamente, in collaborazione con gli alleati della Nato, compresi gli Stati Uniti”.

E quindi “La Groenlandia appartiene al suo popolo. Spetta alla Danimarca e alla Groenlandia, e solo a loro, decidere” sul loro futuro: firmato Macron, Merz, Meloni, Starmer insieme al polacco Tusk, allo spagnolo Sánchez e alla danese Frederiksen.

La schizofrenia però non significa né stupidità totale, né coraggio leonino. E quindi, dopo aver scritto che la Groenlandia gode della sovranità danese-europea, nel retrobottega si ragiona insieme agli Stati Uniti su come passargliela in modo meno traumatico possibile, fingendo di mantenerne la “sovranità”.

In fondo, ci sono già basi Usa sull’isola e gli accordi Nato in vigore non impongono alcun limite numerico alle truppe stanziabili in loco. Insomma, Washington potrebbe tranquillamente e “legalmente” occupare quella montagna di ghiaccio e risorse naturali.

Per ridurre al minimo l’entità dello schiaffo ai “partner europei” questi ultimi hanno aperto alla possibilità di un “concordato” fra Usa e Groenlandia per stabilire un rapporto simile a quello di Washington con alcune isole del Pacifico, come gli Stati Federati di Micronesia, le Isole Marshall e la Repubblica di Palau (gli unici al mondo che, all’Onu, votano sempre come Usa e Israele), in base al quale le forze armate americane possono operare liberamente ed è prevista una partnership commerciale esente da dazi.

Alla fine della giornata le cose debbono essere andate abbastanza avanti da far dire a Marco Rubio, a 64 denti, che “Trump non vuole invadere la Groenlandia, vuole soltanto comprarla”. Era solo “una proposta che non si può rifiutare, se l’accettate con le buone, va bene”...

Tutti felici e contenti? Non proprio. La credibilità degli “europei” – sia come intera UE che come soli “volenterosi” – è ai minimi termini. Fare la voce grossa con Mosca mentre si calano le braghe davanti al “primo alleato” che ti bullizza, non è il massimo della “deterrenza”. Specie se, per fare la voce grossa, ti serve il megafono – ossia la dotazione satellitare-militare – che il bullo minaccia di usare contro di te...

Non è ancora al capolinea, certo. Ma il convoglio europeo è su un binario con gli scambi bloccati, ma bipolari...

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21/11/2025

Danimarca: a Copenaghen vince la sinistra

La formazione di sinistra radicale “Alleanza Rosso-Verde” (che si è presentata col nome di “Lista dell’Unità”), pur perdendo il 2,5% rispetto alla scorsa tornata municipale, ha vinto le elezioni amministrative a Copenaghen quasi raddoppiando i voti presi dal Partito Socialdemocratico che perde così il governo della capitale danese dopo ben 122 anni.

Anche se i socialdemocratici, nel computo nazionale delle elezioni municipali di ieri, sono arrivati in testa con il 23,2% davanti al Partito Liberale loro alleato – che perde il 3,3%, ma conquista più sindaci – la formazione di centrosinistra ha perso circa il 5% dei consensi rispetto al 2021 e anche altre città dell’hinterland di Copenaghen sono state conquistate dai Rosso-Verdi e da altri partiti a sinistra dei socialdemocratici, che nella capitale si sono fermati solo al 12,7% dei voti. Anche il Partito Conservatore di centrodestra ha perso posizioni.

“Il crollo è stato maggiore di quello che ci aspettavamo” ha commentato la premier socialdemocratica danese Mette Frederiksen, preoccupata che la crisi del suo partito possa riprodursi anche nelle elezioni politiche generali che dovrebbero svolgersi nei prossimi mesi.

I Rosso-Verdi, nati nel 1989 dall’unione tra alcuni partiti comunisti, socialisti di sinistra ed ecologisti, nella capitale hanno ottenuto il 22,1% dei consensi, guidati dalla 61enne Line Barfod. Complessivamente hanno invece preso il 7%.

Dietro di loro si è piazzato il “Partito Popolare Socialista” (noto anche come “Partito della sinistra verde”), una lista di sinistra moderata, con il 17,9% a Copenhagen (e un aumento del 7%) e l’11% nell’insieme della Danimarca. La sua candidata, la 39enne Sisse Marie Welling, potrebbe diventare la nuova sindaca con il sostegno della sinistra radicale e del Partido Alternativo, un’altra formazione progressista che ha ottenuto il 5% dei voti.

Secondo gli analisti danesi, una parte consistente dell’elettorato ha voluto punire i socialdemocratici per la loro svolta liberista, securitaria e anti-immigrazione. Nel mirino degli elettori anche la forte crescita del prezzo degli alloggi che ha obbligato molti lavoratori e lavoratrici ad abbandonare la capitale ed altre grandi città e a spostarsi nelle periferie e nei piccoli centri. A preoccupare molti elettori è in generale l’aumento del costo della vita e il peggioramento della qualità dei servizi pubblici, a lungo fiore all’occhiello delle socialdemocrazie scandinave, oltre all’aumento delle spese militari e alla stretta alleanza con gli Stati Uniti.

Alle elezioni comunali e regionali di ieri ha preso parte quasi il 70% degli aventi diritto.

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06/10/2025

Il mistero dei droni sugli aeroporti

Sulla questione del “mistero dei droni russi” ci siamo già espressi. Questa ricognizione/analisi fatta su fonti più tecniche conferma la “stranezza” di queste “terribili minacce” di cui non si riesce ad avere nessuna prova empirica certa (un pezzo, una foto chiara e non prodotta dall’IA, ecc.).

Si parla moltissimo, e soprattutto ci si allarma, per qualcosa che nessuno riesce a dire cosa sia. Né se esista davvero. Un po’ come i “misteri del caso Moro”... 

Il che conferma anche la nostra maliziosissima interpretazione (e sia chiaro che anche tutti gli articoli di altri giornali, per quanto noti e potenti, sono su questo delle semplici interpretazioni suggerite da soggetti interessati; dalla ridicola presidenza della UE all’ultimo produttore di droni e/o misure anti-drone)

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Da giorni, settimane, si succedono notizie di avvistamenti di droni in prossimità di aeroporti o basi militari del Nord Europa, con stop dei voli per alcune ore, indagini, ricerche. I casi ora sono numerosi, ma quasi tutti caratterizzati dal fatto che alla fine i droni non sono identificati, trovati o intercettati; non si sa o non si dice da dove arrivino e perché si trovino lì; non si sa se siano casi scollegati e fortuiti, o uniti da un piano; non c’è un’evidenza netta che si tratti in tutti i casi di droni.

In pratica, ci sono i casi di avvistamento, gli aeroporti che si fermano, le indagini della polizia e di altre autorità, i media che ne parlano, ma ancora non si capisce praticamente niente.

Per quel che mi riguarda, questo è al momento l’aspetto più sconcertante di queste notizie. Se non ci avete capito molto, di sicuro non è colpa vostra. Per questo ho deciso di dedicare la parte centrale di questa newsletter a mettere in fila qualche fatto ed elemento. Non pretendo di arrivare da nessuna parte, ma magari a qualcuno sarà utile. 

La cronaca

Ultima vicenda: aeroporto di Monaco di Baviera, hub della Lufthansa e snodo strategico per numerose compagnie internazionali. I primi avvistamenti iniziano la sera di giovedì 2 ottobre, alle 20:30, quando “diversi droni sono stati avvistati nelle vicinanze e all’interno dell’aeroporto di Monaco”, riferisce il comunicato dell’aeroporto. Inizialmente, sono state interessate le zone circostanti. Ma poi i droni si avvicinano.

“Verso le 21:05 sono stati segnalati dei droni vicino alla recinzione dell’aeroporto. Verso le 22:10 è stato effettuato il primo avvistamento sul terreno dell’aeroporto. Di conseguenza, alle 22:18 le operazioni di volo sono state gradualmente sospese per motivi di sicurezza. La chiusura preventiva ha interessato entrambe le piste a partire dalle 22:35”.

Nel frattempo si mobilitava la polizia (statale e federale), avviando vaste operazioni di ricerca con un gran numero di agenti nelle vicinanze dell’aeroporto e sul terreno dello stesso. Sono stati dispiegati anche degli elicotteri per monitorare lo spazio aereo. “Tuttavia, non è stato ancora possibile identificare il responsabile”

Le conseguenze però sono state pesanti: 17 voli cancellati e 15 quelli deviati quella sera. Ma non era finita. Gli avvistamenti si sono infatti ripetuti venerdì sera (con altri voli cancellati o deviati) e sabato mattina.

Sabato le compagnie aeree hanno cancellato circa 170 voli per motivi operativi. Ai passeggeri è stato chiesto di verificare lo stato del proprio volo sul sito web della compagnia aerea prima di recarsi in aeroporto.

Un portavoce della polizia ha dichiarato all’agenzia AFP che “poco prima delle 23:00 [presumibilmente di venerdì, ndr], le pattuglie della polizia hanno avvistato contemporaneamente due droni nelle vicinanze delle piste nord e sud. I droni si sono immediatamente allontanati, prima che potessero essere identificati”.

Il livello di allerta delle autorità è piuttosto alto. Mercoledì il governo tedesco dovrebbe approvare una modifica a una legge per consentire all’esercito di abbattere i droni, se necessario. Mentre il ministero dell’Interno bavarese ha richiesto il supporto dell’esercito tedesco per la sorveglianza.

Ma Monaco è solo l’ultimo di una serie di episodi che, a fine settembre, hanno portato alla chiusura di diversi aeroporti in Danimarca e Norvegia.

In particolare l’aeroporto di Copenaghen è rimasto chiuso per quasi quattro ore il 22 settembre, dopo che due o tre droni erano stati avvistati nello spazio aereo. La polizia danese ha dichiarato di aver visto diversi droni di grandi dimensioni, probabilmente pilotati da un “operatore esperto”, sorvolare l’aeroporto.

Le autorità non hanno abbattuto i droni a causa della vicinanza delle abitazioni locali e degli aerei passeggeri pieni di carburante, riferisce il FT.

Anche l’aeroporto Gardermoen di Oslo è stato chiuso per breve tempo quella stessa notte. Negli giorni successivi, altri aeroporti danesi, tra cui Aalborg, Billund e alcune basi militari, hanno subito incidenti simili.

La Danimarca non ha ancora indicato chi sia il responsabile, ma alcuni funzionari hanno vagamente messo in relazione questi avvistamenti con una serie di accertate violazioni dello spazio aereo della Nato da parte di droni e jet russi in Polonia, Romania ed Estonia. (In quel frangente alcuni droni sono stati abbattuti da jet della Nato).

Nel caso degli avvistamenti sugli aeroporti, le autorità danesi hanno descritto l’attività come una probabile operazione ibrida volta a destabilizzare l’opinione pubblica e a compromettere le infrastrutture critiche.

Il dibattito sulla difesa UE

Sulla storia degli avvistamenti ci torniamo dopo. Ma va detto a questo punto che quanto accaduto ha accelerato il dibattito sullo stato delle capacità di difesa aerea europee, in particolare contro i droni. Molti paesi della Nato dispongono di costosi jet da combattimento e missili terra-aria, ma pochi dei sistemi più economici che l’Ucraina ha sperimentato per combattere i droni russi, che spesso costano solo 20.000 dollari rispetto ai 500.000 dollari di un singolo missile occidentale, nota il FT.

La risposta alle violazioni in Polonia – dove si sono usati F-35 per abbattere dei droni russi usati per attacchi in Ucraina – non è scalabile, notano i siti di settore. Serve un sistema chiamato Counter-UAS (dove UAS sta per Unmanned Aerial Systems, in pratica droni, ma anche il sistema per gestirli).

Ma, scrive Dronewatch, “il concetto di Counter-UAS – rilevare, disturbare o neutralizzare i droni – è semplice in teoria ma estremamente complesso nella pratica. C’è una grande differenza tra abbattere una manciata di droni kamikaze Shahed e respingere un attacco coordinato che coinvolge decine o addirittura centinaia di sistemi, che vanno dai droni FPV guidati dall’intelligenza artificiale ai modelli kamikaze a lungo raggio.
Ogni tipo di minaccia richiede diversi sistemi di rilevamento e contromisure: cinetiche (come missili, proiettili o droni intercettori) e non cinetiche (ad esempio, jamming o armi a energia diretta). Non esiste una soluzione universale valida per tutti i casi. La Nato non è preparata perché le dottrine militari tradizionali non si sono quasi per nulla adattate alla realtà della guerra con i droni”
.

A livello politico, i ministri della Difesa dell’UE hanno approvato il concetto di drone wall, un “muro di droni” lungo il fianco orientale del blocco: una rete di sensori, sistemi di rilevamento e tecnologie anti-UAS. L’idea del muro di droni è stata lanciata dalla presidente della Commissione von der Leyen nel suo discorso sullo stato dell’Unione a settembre.

Si tratta di uno dei quattro progetti prioritari in materia di difesa, insieme a un rafforzamento della sorveglianza delle frontiere, a un più ampio investimento nelle difese aeree e missilistiche e al potenziamento delle capacità europee in materia di intelligence e ricognizione satellitare.

“Il piano del muro di droni creerebbe una difesa aerea ‘a più livelli’, con un miglioramento dei sistemi di rilevamento e tracciamento e un’intercettazione innovativa e a basso costo. Si tratta della prima grande iniziativa della Commissione nel campo delle capacità di difesa, al di là dell’allentamento delle regole fiscali o della creazione di una linea di credito di 150 miliardi di euro per la difesa”, scrive il FT.

Aggiungendo però che non tutti i Paesi europei ne sono entusiasti (tra questi il governo italiano, preoccupato di portare l’attenzione sui confini a sud e non solo quelli a est, e poco propenso a incentivare l’idea di una difesa europea). 

L’analisi

Ora, se il quadro geopolitico e militare è chiaro, la vicenda specifica dei droni su aeroporti di Paesi europei anche lontani dal fronte russo-ucraino resta però avvolta al momento in una nebulosa. Chi è più cauto nell’analisi degli avvistamenti sono proprio i siti specializzati sui droni.

Ad esempio, nel caso dell’avvistamento a Copenhagen, sostiene Dronewatch, “l’oggetto in questione era quasi certamente un piccolo aereo gestito da una compagnia locale... Ciò suggerisce che la chiusura dell’aeroporto durata diverse ore nella notte scorsa sia stata causata da un errore di interpretazione”. Su una linea simile anche il sito Helicomitro.

Dronexl sembra invece dare credito ai casi danesi e norvegesi, mostrandosi un po’ più scettico nel caso di Monaco. Ipotizza che potrebbero collidere e intrecciarsi scenari diversi. Per capirci, casi che corrispondono a minacce reali, e casi che possono avere spiegazioni più casuali e fortuite.

Ricorda gli avvistamenti avvenuti in New Jersey a fine 2024, quando “migliaia di segnalazioni di ‘droni’ sono arrivate dal New Jersey e dagli stati confinanti. Il fenomeno ha scatenato paura diffusa, audizioni al Congresso e ha persino costretto l’allora presidente eletto Donald Trump a cancellare un viaggio al suo golf club di Bedminster. Le indagini federali hanno poi rivelato la realtà: la maggior parte degli avvistamenti riguardava velivoli con equipaggio che operavano legalmente”.

Dronelife ricorda i casi in UK, nel 2018, “con l’interruzione delle attività dell’aeroporto di Gatwick, dove segnalazioni di droni in prossimità della pista hanno causato il blocco di centinaia di voli. Nonostante il caos, non è mai stata confermata alcuna prova evidente della presenza di droni, a dimostrazione delle conseguenze che possono derivare dal considerare come fatti accertati avvistamenti incerti”.

Ricapitolando, ci sono stati numerosi casi di avvistamenti vicino ad aeroporti e basi militari. Non sono uscite ancora informazioni sufficienti per capire la natura di questi avvistamenti. In ogni caso, ci potrebbero essere differenze qualitative tra i vari casi.

Sappiamo però che l’aviazione civile è sicuramente vulnerabile, perché anche avvistamenti non confermati possono bloccare i voli e provocare disagi; che il rilevamento e l’attribuzione sono difficili; che l’allerta sulla questione sta crescendo; e che c’è una tensione politica a livello europeo su come meglio difendersi.

Tutto ciò in attesa di avere elementi più concreti.

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04/07/2025

Dall’Artico all’ombrello nucleare: il protagonismo di Berlino nella ‘difesa’ europea

Non può che suscitare cattivi presagi l’attivismo della Germania in ambito militare. Berlino, da una parte usando i margini di bilancio dati da un’architettura europea sbilanciatissima, dall’altra muovendosi velocemente sul piano degli accordi militari e diplomatici, si sta ponendo come perno della futura difesa europea, rimodellata sulle esigenze della proiezione imperialistica UE.

Diamo uno sguardo ‘periscopico’ ai vari ambiti in cui il paese si sta impegnando. E cominciamo proprio dai sottomarini e dal fronte Sud della UE. Nel quale, come è ben risaputo, è l’Italia a essere il fulcro di un sistema di difesa che considera ‘cortile di casa’ tutto il Nord Africa e il Mediterraneo allargato.

Alla fine, la Thyssenkrupp ha scelto di quotare in borsa la TKMS, con la ratifica della decisione che dovrebbe arrivare entro i primi dieci giorni di agosto. La società è una controllata che si occupa di sommergibili e tecnologie subacquee. L’idea di vendere l’attività all’italiana Fincantieri sembra sfumata, per ora, così come il consolidamento di una grande attore industriale europeo nel settore.

La realtà è sempre più sfumata. Berlino, nelle nuove gerarchie dell’economia di guerra, l’unica risposta pensata da Bruxelles per far fronte alla crisi industriale, non vuole lasciare nulla agli altri. I tedeschi puntano a rafforzare un polo nazionale, magari con una possibile aggregazione tra TKMS e Meyer Werft, specializzata in navi da crociera e potenzialmente interessata a entrare nel comparto militare.

Fincantieri non mancherà di opportunità, anche in relazione all'integrazione con le aziende tedesche. Ma qui si tratta di assicurare a Berlino il controllo sulle scelte – e i luoghi – di investimento per la futura crescita di impianti e posti di lavoro. Si tratta di dare lavoro ai tedeschi, a cui bisogna dare un’alternativa alla crisi industriale, dopo un trentennio di promesse sfumate nel giro di pochi anni.

A est, invece, il progetto centrale è quello finanziato attraverso i finanziamenti della BEI: 540 milioni di euro per una grande caserma per rendere stabile la presenza di 5 mila soldati in Lituania, a Rudninkai. Lo schieramento di truppe è iniziato ufficialmente a fine maggio, e dovrebbe concludersi entro il 2027.

Il nemico dichiarato è la Russia. La richiesta di questa aumentata presenza militare proviene direttamente da Vilnius, e qui sta anche la particolarità della vicenda: la Germania è già presente con i suoi militari in Lituania, dal 2017, perché guida il battlegroup NATO della zona. Ma questo nuovo contingente fisso è frutto di un accordo bilaterale, e dunque al di fuori dell’architettura atlantica.

Sempre sbandierando il pericolo russo, il ministro della Difesa Boris Pistorius ha appena confermato che Berlino invierà presto delle navi a pattugliare le acque dell’Artico. “La Germania – ha detto Pistorius – ha assunto il ruolo guida per il Mar Baltico. Sono grato alla Danimarca per il suo supporto con i dati, e sono grato anche per il fatto che stiate spingendo affinché la protezione delle infrastrutture sottomarine critiche nel Mar Baltico diventi un tema di più stretta cooperazione tra UE e NATO”.

La Groenlandia avrà un ruolo centrale in questa operazione, mentre la Danimarca si è trovata costretta a dare l’ok all’ampliamento dell’intesa militare che aveva già raggiunto con Biden e Washington ha deciso di trasferirne la responsabilità dal comando del Pentagono che si occupa dell’Europa a quello che si occupa dell’America settentrionale.

“Allineare la Groenlandia al NORTHCOM significherà che verrà trattata non come un avamposto, ma come un pilastro della sicurezza degli Stati Uniti nell’estremo Nord”, ha scritto Iris Ferguson, un’ex funzionaria del Pentagono specializzata sull’Artico. Ma anche che questo potrebbe alienare ulteriormente le simpatie degli alleati europei. Quella del governo tedesco sembra dunque una decisione che è indirizzata tanto verso il Cremlino quanto verso la Casa Bianca.

Infine, il quotidiano statunitense Politico riporta che Regno Unito e Germania si preparano a firmare un ampio trattato di difesa reciproca, che dovrebbe prevedere anche una clausola di mutua assistenza in caso di minaccia strategica a uno dei due paesi. Il testo definitivo è in arrivo il prossimo 17 luglio.

In questo modo, Berlino potrebbe contare sulla promessa di una ‘mutua assistenza’ da parte di entrambe le potenze in possesso di ordigni nucleari nel Vecchio Continente (esclusa la Russia, ovviamente), ovvero Francia e Regno Unito. Lo scopo è rafforzare una deterrenza che sia autonoma da quella stelle-e-strisce. Su quanto tale deterrenza possa essere efficace ci sono dubbi, ma tant’è.

Scrive Politico: “sebbene il trattato probabilmente riaffermerà l’impegno di entrambe le nazioni nei confronti della NATO come pietra angolare della loro difesa collettiva, l’inclusione della clausola sottolinea la spinta degli alleati europei a collaborare più strettamente in materia di sicurezza, mentre gli Stati Uniti si ritirano dall’alleanza di difesa transatlantica”.

Su entrambe le sponde dell’Atlantico la NATO è ancora utile. A Trump serve forse più per costringere gli ‘alleati-vassalli’ ad acquistare le sue armi, ma Bruxelles non può di certo ancora farne a meno in un mondo sempre più turbolento. Però Berlino, in quanto paese guida della UE, si sta mettendo d’impegno a costruire un polo autonomo. Dedito, anch’esso, alla guerra.

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29/01/2025

“Parlare la lingua di Trump”: dagli Esteri UE il rinnovo dello scontro con la Russia

Si è concluso due giorni fa il Consiglio Affari Esteri della UE, che è andato di pari passo con una serie di importanti incontri diplomatici con al centro la guerra in Ucraina e il braccio di ferro con Mosca. E in generale, l’aumento dell’impegno di Bruxelles nella difesa euroatlantica.

Scrivevamo recentemente dei guerrafondai europei che preparano il terreno alla precipitazione bellica del modello europeo – da tempo, inoltre – e ora Kaja Kallas ha rincarato la dose, rifacendosi al rapporto da tenere con l’altro e principale ‘azionista’ della NATO.

“La nuova amministrazione americana usa un linguaggio transazionale – ha detto – e dobbiamo parlare quella lingua anche noi: l’UE è una potenza economica, siamo forti e non dobbiamo sottostimare la nostra forza, sia quando abbiamo a che fare con gli avversari sia quando trattiamo con i partner”.

Parlare la lingua di Trump ha significato innanzitutto rinnovare le sanzioni alla Russia su petrolio, carbone, tecnologia, finanza, beni di lusso, trasporti e trasmissioni radiotelevisive, oltre al congelamento dei beni della Banca centrale russa, usati per garantire prestiti a Kiev.

Per la decisione serve l’unanimità, stando alle regole europee, e lunedì dal Consiglio è arrivato il via libera, dopo che l’Ungheria ha ritirato il proprio veto. Lo stallo si è risolto dopo che Budapest ha ottenuto garanzie per le forniture di gas dall’Azerbaijan attraverso l’Ucraina.

La dichiarazione sulla “integrità dell’infrastruttura energetica” è stata però indicata da una fonte UE come una promessa a continuare a discutere, più che come una reale garanzia. Ma ad ogni modo, sembra facilitata la strada anche per l’approvazione del sedicesimo pacchetto di sanzioni.

Bruxelles sta prendendo di mira in maniera sempre più ampia quella che è considerata la ‘flotta ombra’ con cui Mosca starebbe riuscendo a eludere le sanzioni. E che è stata accusata anche dei recenti sabotaggi dei cavi sottomarini nel Mar Baltico, da cui è originato l’annuncio di una nuova missione NATO in quelle acque.

Kallas ha ricordato che sono stati già forniti 134 miliardi di aiuti all’Ucraina, “ma è chiaro che l’Ucraina ha bisogno di più. La linea del fronte si sta spostando verso ovest, ma dovrebbe spostarsi verso est”: il solito invito a continuare il conflitto, a costo delle vite ucraine, si intende.

Intanto, il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa ha incontrato a Cracovia Zelensky, ribadendo che “l’UE starà al fianco dell’Ucraina finché sarà necessario”, cioè finché sarà utile. Ma intanto ha incoraggiato Kiev a continuare a lavorare all’adesione alla comunità europea.

Nel frattempo, a Madrid il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha incontrato il primo ministro spagnolo Sanchez. Il governo iberico ha diffuso una nota tramite la quale fa sapere che “ora più che mai la Spagna sosterrà Kiev” e promuoverà “l’unità della NATO”.

Sanchez ha ricordato che nell’ultimo decennio Madrid ha aumentato del 70% le proprie spese militari, ed è pronta a raggiungere l’obiettivo del 2% del PIL. Ma ha anche sottolineato come sia necessario che la NATO “presti attenzione al Sud e al Piano d’azione per il Sud”.

Anche la Danimarca si è mossa, in seguito alle pressioni provenienti dal nuovo inquilino della Casa Bianca. Kallas ha rassicurato che quando Trump parla di Groenlandia non bisogna “prendere quanto viene affermato parola per parola”, ma a Copenhagen hanno deciso di attrezzarsi di conseguenza.

Troels Lund Poulsen, il ministro della Difesa danese, ha infatti annunciato un investimento di quasi 2 miliardi di euro per potenziare la presenza militare del proprio paese nell’Artico e nell’Atlantico settentrionale. È previsto il dispiegamento di altre tre nuove navi militari, due droni di sorveglianza a lungo raggio e l’implementazione di una migliore capacità satellitare.

Un lunedì denso di eventi sulla strada della guerra totale su cui si è incamminato l’Occidente...

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20/01/2025

Perché Trump vuole comprare la Groenlandia

In prossimità del suo inserimento alla Casa Bianca (20/01/2025), Trump ha esposto i suoi progetti imperialistici in geopolitica: acquistare il territorio della Groenlandia. Occupare militarmente il canale di Panama per l’egemonia statunitense della navigazione sul canale. Rinominare il Golfo del Messico come Golfo d’America. Trump ha minacciato: “Il Messico deve smettere di fare entrare milioni di poveri nel nostro paese”.

Annullamento della protezione ambientale. Annessione di parte del territorio canadese. Scatenare l’inferno a Gaza (sic!), se Hamas non rilasca gli ostaggi prima dell’insediamento del Tycoon alla Casa Bianca. Ha concluso: “Al momento abbiamo un paese sotto assedio, nessuno ci rispetta all’estero, ma ora sanno quello che faremo... Questa sarà l’età dell’oro dell’America, avremo di nuovo un grande Paese”1.

In questo programma, Trump si avvarrà del potere delle piattaforme digitali, come si evince dal contributo di Elon Musk, responsabile della piattaforma digitale X e fondatore della compagnia aerospaziale SpaceX. Musk è stato decisivo per la rielezione a Presidente di Trump (oggi ha un ruolo politico alla Casa Bianca).

Il successo di Elon Musk ha influenzato altri attori delle piattaforme digitali.

Zuckerberg, fondatore di Facebook e amministratore delegato di Meta, è salito sul carro di Trump e ha fatto suoi i metodi di Elon Musk nella gestione delle proprie piattaforme digitali, annunciando il cambiamento editoriale e politico per Facebook, Instagram, Twitter. “Il modello da seguire è quello di Musk” dichiara: “Da ora in poi faremo a meno dei fact-checkers (controllo e omissione in rete di notizie poco affidabili)”2.

Nei progetti imperialistici di Donald Trump, l’acquisizione della Groenlandia, possedimento della Danimarca, è stato un obiettivo già presente nel primo mandato come Presidente (2017-2021), quando aveva fatto richiesta di acquistare la Groenlandia alla Danimarca.

Di fatto, la proposta alla Danimarca del Presidente americano di valutare l’acquisto della Groenlandia, fa parte della strategia di espansione americana, condotta sin dalla seconda metà dell’Ottocento, ora rafforzata in chiave anti Cina e anti Russia.

Sull’adesione della Groenlandia al territorio USA c’era stata in tempi moderni la proposta di Harry Truman nel 1946, che aveva offerto 100 milioni di dollari in lingotti d’oro al governo di Copenaghen. Truman aveva capito che avere il controllo della Groenlandia gli avrebbe dato un vantaggio strategico nei confronti dell’Unione Sovietica3.

Da parte sua, Donald Trump è convinto che “l’annessione della terra dei ghiacci” conferirebbe agli USA una marcia in più per la corsa alla conquista del Polo, rispetto all’inarrestabile Cina, alla Russia e alla due potenze regionali costituite dal Canada e dalla Norvegia.

Esiste un trattato tra USA e Danimarca, per il quale la Groenlandia, che geograficamente fa parte del Nord America, è già sotto l’influenza statunitense con le basi militari USA, la Thule Air Base, a soli 1200 chilometri a nord del Circolo polare artico, base che ha soprattutto una funzione di sorveglianza.

L’enorme isola con una superficie di oltre 2,1 milioni di chilometri quadrati, situata tra il Nord Atlantico e il Circolo polare artico, con una popolazione di appena 56.800 abitanti, potrebbe divenire oggetto di estrazione delle risorse naturali nel sottosuolo, ora che lo strato di ghiaccio si sta sciogliendo a causa del riscaldamento globale.

Dobbiamo ritenere che oggi la Groenlandia è considerata il Nuovo Mondo, una terra di opportunità che molti vogliono sfruttare, a partire dalla Cina e dalla Russia che, rispetto agli Stati Uniti, sono molto più avanti nell’espansione nell’Artico. La Cina avanza con velocità che turba il Tycoon, in piena guerra commerciale con Pechino.

La Cina ha già ottenuto la concessione di alcune miniere cruciali, tra queste, quelle di Kvanefjeld, vicino a Narsaq (la più grande miniera di uranio a cielo aperto al mondo) e la miniera di Citronen Fjord, nell’estremo nord dell’isola. Pechino punta alla “Via della Seta polare” nell’ambito della sua Belt and Road Iniziative per collegare la Cina all’Europa attraverso l’Oceano Artico.

Dalla sua, ha già un rapporto privilegiato con gli Inuit, la popolazione della Groenlandia che da anni vive profondi disaccordi con il regno della Danimarca e aspira all’indipendenza.

Nella competizione per la conquista dello spazio in Groenlandia, tra USA, Cina e Russia (la quale dall’Artico ricava il 60% delle proprie ricchezze), i rompighiaccio sono ritenuti un’unità di misura della potenza artica. Gli Stati Uniti ne hanno 2, la Cina ne ha 4, la Russia oltre 40 (il numero delle navi rompighiaccio riferito ai paesi citati risale al 2021)4.

Nella corsa polare artica, Trump cerca di farsi strada attraverso l’invio di diversi funzionari in Danimarca, che cercano di persuadere il governo danese a vendere l’isola agli USA5. Attualmente la risposta del governo danese è stata: “Non siamo in vendita” ma gli interessi in gioco sono enormi e la competizione si fa sempre più feroce nell’aggressione per l’accaparramento delle risorse di un territorio incontaminato dalle sue origini.

Le comunità che abitano la Groenlandia sono consapevoli che la corsa allo sfruttamento del loro territorio non solo contaminerà suoli e acque marine, ma una volta per tutte distruggerà il loro stile di vita rimasti immutato per millenni6.

Note

1 Catucci M., Trump va alla conquista del mondo, Il Manifesto, 08/01/2025

2 Capocci A., Addio controlli sulle fake news, Zuckerberg si allinea a Trump, Il Manifesto, 08/01/2025

3 Semprini F., Trump vuole comprare la Groenlandia, La Stampa, 17/08/2019

4 Mian M. G., Artico la battaglia per il grande Nord, Vicenza, Neri Pozza, 2021

5 Mian M. G., Op. cit.

6 Delle Donne M., Perché Trump vuole comprare la Groenlandia, in Razza Nazione Identità, Napoli, Liguori, 2021

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13/01/2025

USA - La Groenlandia è solo la punta dell’iceberg della "ossessione artica"

di Marco Santopadre

Nei giorni scorsi il presidente eletto ha esplicitamente minacciato sanzioni nei confronti della Danimarca nel caso in cui essa non dovesse accettare l’annessione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti, ha espresso la volontà di fare del Canada il 51esimo stato membro degli USA, ha minacciato Panama ed ha promesso un nuovo inferno a Gaza nel caso in cui gli ostaggi israeliani rapiti il 7 ottobre del 2023 non vengano immediatamente liberati, chiedendo ai membri della Nato di aumentare le spese militari sino al 5% del proprio Pil.

In generale, Trump sembra voler imporre una politica estera aggressiva e interventista, in linea con la sua volontà di lasciare il segno nella storia e di “fare di nuovo grande” un paese che negli ultimi decenni sta sperimentando una crisi della propria egemonia mondiale e l’affermazione di potenze concorrenti.

Le pretese annessionistiche nei confronti della Groenlandia non sono nuove. Non solo Trump le aveva già esplicitate nel mese di dicembre, ma “l’acquisto” dell’isola artica dalla Danimarca era stato già citato tra le priorità di politica estera durante il primo mandato dell’allora outsider repubblicano. Già nel 2019 il tycoon tentò inutilmente di convincere il regno scandinavo a cedergli l’isola più grande del pianeta.

D’altronde l’interesse strategico di Washington per il territorio autonomo tuttora sottoposto alla sovranità danese risale a parecchi decenni fa. Da oltre un secolo amministrazioni statunitensi di diverso colore politico hanno cercato di mettere le mani sulla distesa di ghiaccio ma senza riuscirci fino in fondo. Già nel 1867, dopo aver acquistato l’Alaska dall’impero russo, il segretario di stato William H. Seward tentò inutilmente di convincere il regno scandinavo a cedere la Groenlandia.

Dopo che nel 1940 la Germania nazista invase la Danimarca, le truppe statunitensi occuparono la Groenlandia installandovi numerosi basi militari e stazioni radar, parte delle quali sopravvivono ancora. Dopo la fine del conflitto, Washington ha infatti continuato a gestire una grande base aerea denominata Thule, recentemente ribattezzata Pituffik in ossequio alle popolazioni Inuit che abitano storicamente quel territorio.

Nel 1946 il presidente Harry Truman offrì segretamente alla Danimarca 100 milioni di dollari (l’equivalente di 1,2 miliardi di euro di oggi) ricevendo però un nuovo diniego.

Dal 1951 un accordo con Copenaghen garantisce comunque agli Stati Uniti un ruolo fondamentale nella “difesa” della Groenlandia in caso di attacco, concedendo intanto a Washington il diritto di realizzare e mantenere basi militari.

Ma evidentemente il solo controllo militare del territorio groenlandese non basta a Trump, che sembra realmente intenzionato ad acquisirlo sia per lasciare il segno nella storia sia per espandere la sfera d’influenza statunitense in una zona che sta diventando sempre più strategica nella competizione tra le grandi potenze. Le ripetute menzioni da parte del presidente eletto, unite al ventilato ricorso a dazi punitivi e a pressioni di carattere militare nei confronti della Danimarca, sembrano dimostrare che l’obiettivo costituisce per Trump un’ambizione radicata e non un capriccio passeggero.

Secondo un collaboratore del tycoon citato anonimamente da Reuters, l’acquisizione della Groenlandia farebbe parte delle priorità del presidente, che non a caso ha descritto il passo come un imperativo per la difesa nazionale statunitense. Trump vorrebbe anche essere ricordato come il presidente che ha aggiunto nuovi territori alla federazione, cosa che non avviene dal 1959, quando le Hawaii e l’Alaska divennero rispettivamente il 49° e il 50° stato dell’Unione durante la presidenza del repubblicano Dwight Eisenhower.

La futura amministrazione Trump intende contrastare l’aumento dell’influenza russa e cinese nella regione artica, considerato un serio pericolo per gli interessi statunitensi e per la stessa sicurezza nazionale. In questo senso vanno lette anche le aggressive dichiarazioni del tycoon nei confronti del Canada, “invitato” ad entrare a far parte degli Stati Uniti mentre sul web girano delle mappe, approntate dall’entourage di Trump, che mostrano dei “super Stati Uniti” che includono appunto il vicino settentrionale e la Groenlandia.

Il governo della Danimarca ha risposto duramente alle minacce di Washington ed ha stanziato una cifra consistente per rafforzare la sicurezza dell’isola, decidendo l’invio in zona di alcune navi da guerra. Al tempo stesso Copenaghen – che rappresenta insieme alla Polonia il paese europeo più atlantista – non ha escluso una maggiore collaborazione militare con gli Stati Uniti diretta a soddisfare le “esigenze di sicurezza” del Pentagono.

Un atteggiamento simile a quello manifestato dal governo groenlandese, formato da una coalizione tra la “Comunità del popolo Inuit” (Inuit Ataqatigiit, di sinistra) e i Socialdemocratici (centrosinistra), entrambi con ambizioni indipendentiste. Il premier locale Mute Egede e i suoi collaboratori hanno ribadito più volte che “la Groenlandia appartiene ai groenlandesi” e che “non è in vendita”, ma non hanno chiuso del tutto la porta ad un aumento della cooperazione con Washington e ad un approfondimento dei legami economici con gli Stati Uniti.

Secondo molti analisti, l’amministrazione Trump potrebbe sostenere l’opzione indipendentista – il 6 aprile si vota per il rinnovo del parlamento di Nuuk e il governo è intenzionato a indire anche un referendum per il distacco definitivo da Copenaghen, opzione riconosciuta dalla madrepatria sin dal 2009 ma finora non esercitata – per poi proporre alla Groenlandia la firma di un Compact of Free Association (Cofa), un tipo di trattato di integrazione economica e politica sperimentato negli ultimi decenni con tre paesi insulari del pacifico. Del resto gli indipendentisti groenlandesi sono consci delle difficoltà economiche e logistiche derivanti da un eventuale distacco dalla Danimarca, che ogni anno copre, stanziando più di 500 milioni di dollari, oltre metà del fabbisogno finanziario dell’enorme territorio abitato solo da 57 mila persone.

Il territorio artico potrebbe utilizzare i vasti giacimenti di idrocarburi e di materie prime, il cui sfruttamento è stato finora minimo a causa di problemi logistici e delle preoccupazioni del governo locale per il forte impatto ambientale delle attività estrattive. Nel sottosuolo groenlandese si trovano quantità spesso abbondanti di “terre rare” e di altri minerali indispensabili per l’industria delle tecnologie che sfruttano le energie rinnovabili o per la produzione di batterie e veicoli a trazione elettrica. Inoltre la Groenlandia potrebbe contare su riserve di petrolio stimate in ben 31 miliardi di barili, finora sfruttate in minima parte.

Dal 2021, anno in cui si è affermato a Nuuk il partito Inuit Ataqatigiit dall’impronta fortemente ecologista, il governo locale ha praticamente smesso di concedere licenze per nuove esplorazioni.
Il rapido e progressivo scioglimento dei ghiacci sta però rendendo sempre più appetibile lo sfruttamento minerario della Groenlandia, abbassando i prezzi e diminuendo le difficoltà tecniche e logistiche, e il governo che uscirà dal voto di aprile potrebbe inaugurare una stagione più permissiva nei confronti delle imprese straniere, allo scopo di attirare investimenti e rafforzare l’autosufficienza economica dell’isola.

Se gli Stati Uniti riuscissero a mettere le mani sul grosso delle risorse groenlandesi (la qual cosa suscita già le preoccupazioni della Danimarca e dell’intera Unione Europea) Washington ridurrebbe fortemente lo scarto rispetto alla Repubblica Popolare Cinese, che attualmente controlla più del 60% del mercato delle cosiddette “terre rare” e recentemente ha imposto il divieto di esportazione di alcune di esse.

Ma ci sono anche questioni di ordine commerciale e strategico ad animare l’interesse di Washington per la Groenlandia e per l’intera area artica. A causa dello scioglimento dei ghiacci provocato dal riscaldamento globale, infatti, l’Artide si appresta a diventare il crocevia di una serie di rotte di navigazione e trasporto globali più vantaggiose e rapide rispetto a quelle tradizionali. Negli ultimi dieci anni il traffico navale nell’area è aumentato già del 37%. L’area artica è sempre più ambita dalle diverse potenze mondiali e regionali, sempre più in competizione per aggiudicarsi una posizione di rilievo nel nuovo scenario determinato dai rapidi mutamenti climatici e geografici.

Secondo i servizi di intelligence occidentali, la Cina starebbe cercando di utilizzare la sua alleanza con la Russia – che possiede il 53% della costa artica – per ottenere da Mosca una proiezione economica e strategica nei territori del Polo Nord che finora Pechino non è riuscita ad ottenere. Otto anni fa la Cina ha tentato inutilmente, bloccata da Washington e Copenaghen, di acquistare una vecchia base navale Usa e di costruire tre aeroporti in Groenlandia. Ma nel 2018 Pechino ha avviato la Polar Silk Road, (la Via della Seta Polare), un piano per aprire rotte commerciali ed energetiche attraverso l’estremo nord russo, e le aziende energetiche cinesi hanno già acquisito importanti quote nei progetti di sfruttamento del gas siberiano o in quelli di sviluppo delle infrastrutture portuali russe. 

Da parte sua Mosca negli ultimi anni ha moltiplicato le basi militari nelle sue regioni artiche e rafforzato i porti nella penisola di Kola (dove stazione una grande flotta da guerra) e a Murmansk, l’unico porto non ghiacciato situato oltre il Circolo Polare Artico.

La sempre più accesa competizione ha ovviamente anche delle ragioni di ordine militare, visto che dall’artico potrebbe passare un eventuale attacco missilistico lanciato dagli Stati Uniti o dalla Russia contro l’avversario. Non a caso la Pituffik Space Base, in Groenlandia, (l’installazione militare statunitense più a nord, distante 1200 km dal circolo polare artico) ospita il dodicesimo squadrone di allerta spaziale che gestisce il “Ballistic Missile Early Warning System”, un sistema progettato per rilevare eventuali attacchi missilistici contro il territorio americano.

Se finora gli Stati Uniti hanno dovuto subire, nella regione artica, la preponderanza e l’iniziativa russa, l’ingresso nell’Alleanza Atlantica di Finlandia e Svezia ha rafforzato lo schieramento di Washington nell’area. Ma le minacce e le mire annessionistiche di Trump nei confronti di Groenlandia e Canada dimostrano che gli Stati Uniti vogliono un controllo totale di tutti i territori che si affacciano sul polo, evidenziando una vera e propria “ossessione artica” di Washington.

Da questo punto di vista, la Groenlandia rappresenterebbe solo la punta dell’iceberg. «Non si tratta solo della Groenlandia. Si tratta dell’Artico. (...) Si tratta di petrolio e gas. Si tratta della nostra sicurezza nazionale. Si tratta di minerali essenziali» ha spiegato nei giorni scorsi, nel corso di un intervento sull’emittente conservatrice Fox News, il prossimo consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, Mike Waltz.

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