Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/11/2025

Danimarca: a Copenaghen vince la sinistra

La formazione di sinistra radicale “Alleanza Rosso-Verde” (che si è presentata col nome di “Lista dell’Unità”), pur perdendo il 2,5% rispetto alla scorsa tornata municipale, ha vinto le elezioni amministrative a Copenaghen quasi raddoppiando i voti presi dal Partito Socialdemocratico che perde così il governo della capitale danese dopo ben 122 anni.

Anche se i socialdemocratici, nel computo nazionale delle elezioni municipali di ieri, sono arrivati in testa con il 23,2% davanti al Partito Liberale loro alleato – che perde il 3,3%, ma conquista più sindaci – la formazione di centrosinistra ha perso circa il 5% dei consensi rispetto al 2021 e anche altre città dell’hinterland di Copenaghen sono state conquistate dai Rosso-Verdi e da altri partiti a sinistra dei socialdemocratici, che nella capitale si sono fermati solo al 12,7% dei voti. Anche il Partito Conservatore di centrodestra ha perso posizioni.

“Il crollo è stato maggiore di quello che ci aspettavamo” ha commentato la premier socialdemocratica danese Mette Frederiksen, preoccupata che la crisi del suo partito possa riprodursi anche nelle elezioni politiche generali che dovrebbero svolgersi nei prossimi mesi.

I Rosso-Verdi, nati nel 1989 dall’unione tra alcuni partiti comunisti, socialisti di sinistra ed ecologisti, nella capitale hanno ottenuto il 22,1% dei consensi, guidati dalla 61enne Line Barfod. Complessivamente hanno invece preso il 7%.

Dietro di loro si è piazzato il “Partito Popolare Socialista” (noto anche come “Partito della sinistra verde”), una lista di sinistra moderata, con il 17,9% a Copenhagen (e un aumento del 7%) e l’11% nell’insieme della Danimarca. La sua candidata, la 39enne Sisse Marie Welling, potrebbe diventare la nuova sindaca con il sostegno della sinistra radicale e del Partido Alternativo, un’altra formazione progressista che ha ottenuto il 5% dei voti.

Secondo gli analisti danesi, una parte consistente dell’elettorato ha voluto punire i socialdemocratici per la loro svolta liberista, securitaria e anti-immigrazione. Nel mirino degli elettori anche la forte crescita del prezzo degli alloggi che ha obbligato molti lavoratori e lavoratrici ad abbandonare la capitale ed altre grandi città e a spostarsi nelle periferie e nei piccoli centri. A preoccupare molti elettori è in generale l’aumento del costo della vita e il peggioramento della qualità dei servizi pubblici, a lungo fiore all’occhiello delle socialdemocrazie scandinave, oltre all’aumento delle spese militari e alla stretta alleanza con gli Stati Uniti.

Alle elezioni comunali e regionali di ieri ha preso parte quasi il 70% degli aventi diritto.

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24/11/2024

Nel dramma UE c’è anche un momento di farsa

Il governo della UE sarà ufficialmente LIBERALFASCISTA.

Dai socialdemocratici, ai liberali, ai conservatori, ai reazionari, staranno tutti assieme al governo con Ursula von der Leyen.

Sarà un governo di centroestremadestra con in programma la guerra alla Russia, la complicità con Israele, l’economia di guerra, l’austerità, la devastazione dell’ambiente e dei diritti sociali, la deportazione dei migranti. Uno schifo assoluto che, come altre tragiche volte nella storia europea, vede la sinistra socialdemocratica vendersi al peggio della destra.

In questo dramma c’è però anche un momento di farsa.

Meloni e Schlein voteranno e sosterranno assieme Fitto, fedelissimo della Presidente del Consiglio, come vice presidente della Commissione UE.

Sarà allora divertente vedere Giorgia Meloni (ex antieuropeista) esaltare l’Europa e i successi italiani in essa.

Mentre Elly Schlein (europeista fanatica) dovrà minimizzare e nascondere; in fondo sarà costretta a sostenere che quel che succede nella UE non è poi così importante e che, anche se lì governa con Meloni, in Italia è duramente all’opposizione.

Si chiama trasformismo e come il fascismo è una invenzione italiana. Che è stata anche esportata all’estero.

Fonte

13/11/2022

Guerra e rivoluzione nell’immaginario cinematografico contemporaneo

di Sandro Moiso

Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque (pseudonimo di Erich Paul Remark, 1898–1970) costituisce sicuramente una delle pietre miliari della letteratura anti-militarista del ‘900 e ancora oggi, in tempi di nuove guerre che sembrano ripetere scenari e motivazioni ideologiche e geo-politiche del primo macello imperialista, potrebbe lasciare un segno indelebile in chi volesse leggerlo.

Pubblicato per la prima volta sul giornale tedesco «Vossische Zeitung» nel novembre e dicembre 1928 e in volume alla fine di gennaio del 1929, ebbe subito grande successo e venne successivamente tradotto in 44 lingue. Mentre per il cinema ha visto realizzate tre versioni, uscite grosso modo a quarant’anni di distanza l’una dall’altra: «All’ovest niente di nuovo» (All Quiet on the Western Front) diretto da Lewis Milestone (1930); «Niente di nuovo sul fronte occidentale» (All Quiet on the Western Front), film TV diretto da Delbert Mann (1979) e, per finire, «Niente di nuovo sul fronte occidentale» (Im Westen nichts Neues) diretto da Edward Berger (2022) e attualmente disponibile su Netflix.

Ed è proprio su quest’ultimo che vale la pena di tornare a riflettere, dopo la recensione già pubblicata su Carmilla domenica 6 novembre. Unico dei tre ad essere di produzione tedesca, mentre i primi due erano di produzione americana e anglo-americana, porta con sé alcuni elementi di indubbio valore, insieme ad altri che ne limitano l’efficacia, indirizzandone i contenuti più su problematiche di battaglia politica interne alla Germania attuale che alla sottolineatura dell’originario antimilitarismo voluto da Remarque nel suo libro. Vediamo ora perché.

Il romanzo descriveva l’inumanità della guerra in ogni suo aspetto, attraverso la prospettiva di un soldato diciannovenne, Paul Bäumer e si basava, almeno in parte sull’esperienza di guerra dell’autore che, dopo il compimento dei 18 anni, fu chiamato alle armi nell’Esercito imperiale tedesco con la sua classe di leva, nel novembre 1916, ed inquadrato inizialmente nel 78º Reggimento di fanteria.

Nel giugno 1917 fu assegnato al 15º Reggimento di fanteria della riserva e inviato nelle trincee delle Fiandre Occidentali. Il 31 luglio 1917 rimase ferito abbastanza gravemente e dopo essere stato dimesso il 31 ottobre 1918, venne infine congedato il 5 gennaio 1919.

Nella sua opera più famosa, Im Westen nichts Neues, con un linguaggio semplice e toccante descrisse in modo realistico la vita durante la guerra. Nel 1933 i nazisti bruciarono e misero al bando le opere di Remarque, mentre la propaganda di regime faceva circolare la voce che discendesse da ebrei francesi e che il suo cognome fosse Kramer, cioè il suo vero nome al contrario.

Il film di Edward Berger rispetta in parte la trama del romanzo e, va detto subito, è certamente uno dei film più realistici, insieme a Uomini contro di Francesco Rosi (1970) e Torneranno i prati di Ermanno Olmi (2014), a sua volta tratto da un racconto di Federico De Roberto (La paura) del 1921, sulle condizioni in cui si svolse la guerra di trincea che caratterizzò il primo conflitto mondiale, soprattutto sui fronti europei.

Un film che gronda letteralmente sangue, fango, violenza, paura, fame, orrore e merda. Sia fisica, quest’ultima, che ideologica. Ma che non sa sottrarsi alla vita politica della Germania odierna. E alle sue menzogne. Così, mentre la parte realistica patisce a tratti un eccesso di effetti drammatici che allontanano la narrazione da quella più stringata e per questo più efficace del libro, quella storico-politica, ben poco presente nell’opera di Remarque, avanza giustificazioni sul comportamento della socialdemocrazia tedesca che possono forse far piacere all’attuale cancelliere Olaf Scholz, ma che sicuramente non rispettano gli eventi accaduti in Germania sul finire di quel conflitto. E anche al suo inizio, che segnò la catastrofe della Seconda Internazionale con il tradimento degli ideali internazionalisti e antimilitaristi che avrebbero dovuto caratterizzare il movimento operaio e i partiti socialisti.

Il troppo umanitarismo, soprattutto mostrato nella figura del ministro che firma l’armistizio con gli alleati, nasconde e ignora gli eventi, prossimi all’esplosione rivoluzionaria, che spinsero nel 1918 il governo tedesco (e probabilmente anche quelli alleati) a cercare una rapida, anche se costosa, soluzione del conflitto. Dimostrando così come nell’immaginario collettivo odierno, pilotato dagli interessi nazionali e dall’ordine costituito, ogni riferimento alla rivoluzione o all’azione dal basso in direzione di un governo dei consigli costituisca il vero, inviolabile tabù.

Come ha scritto lo storico Fritz Fischer, a proposito di quegli eventi:

Con la richiesta di inoltrare immediatamente domanda di armistizio, presentata dal Comando supremo dell’esercito al governo del Reich, la Germania doveva rinunciare alla lotta; non si poteva più parlare seriamente di mire belliche tedesche. La Germania ormai poteva considerarsi fortunata se fosse riuscita a salvare ancora almeno la sua posizione di grande potenza europea e semplicemente cavarsela liscia dall’inevitabile sconfitta […] Come via d’uscita [il ministro degli esteri Paul von Hintze il 29 settembre 1918] fissò la «fusione di tutte le energie della nazione per la battaglia difensiva finale» per mezzo della dittatura o della democratizzazione, della «rivoluzione dall’alto». Il Kaiser e i generali rifiutarono la «dittatura» – per poterla realizzare era necessaria la vittoria – e si dichiararono favorevoli a «incanalare» la democratizzazione secondo la proposta di Hintze. Questa mobilitazione delle ultime forze doveva servire a estorcere un armistizio ed una pace fondati sulle proposte del presidente americano Wilson […] Il Kaiser, il Comando supremo, il governo del Reich erano d’accordo sia con la «rivoluzione dall’alto», sia con i principi di Wilson.[…]
Da questo momento tutti gli sforzi tedeschi per la pace si concentrarono sugli Stati Uniti d’America. In conformità con gli accordi del 29 settembre, il nuovo governo tedesco presieduto dal principe Max del Baden pregò pertanto il presidente Wilson nelle prime ore del 3 ottobre 1918 «di prendere l’iniziativa per stabilire la pace» e per addivenire a un armistizio immediato, dichiarando la volontà della Germania di accettare una pace fondata sui 14 punti1.
Contemporaneamente procedeva la «democratizzazione». Ma nella Germania imperiale la vittoria delle istituzioni parlamentari e democratiche [era] il frutto di una premeditata «rivoluzione dall’alto», per prevenire la «rivoluzione dal basso» e porsi al tempo stesso in una posizione il più possibile favorevole ai fini delle trattative con le potenze vincitrici […] Per la prima volta nella storia tedesca l’ingresso nel governo di capi partito della fama di Erzberger [leader della sinistra del partito cattolico] e Scheidemann [principale esponente parlamentare della Socialdemocrazia tedesca] conferì al gabinetto carattere parlamentare. Il Reichstag sanzionò molto più tardi, il 27 ottobre, con l’approvazione accordata alle leggi di modifica costituzionale presentate dal governo, dietro pressioni di Wilson, la nuova evoluzione che doveva rendere il parlamento titolare della sovranità. Comunque, troppo tardi per arrestare la rivoluzione, che arrivò ancora a scoppiare per via degli indugi nelle trattative d’armistizio e del timore che la guerra avesse a continuare.
Al tempo stesso, la vittoria sulla rivoluzione conseguita grazie all’alleanza tra il capo della socialdemocrazia maggioritaria Ebert e Hindenburg, che era rimasto alla testa dell’esercito dopo l’abdicazione di Guglielmo II, doveva costituire agli occhi delle potenze occidentali la migliore raccomandazione della giovane repubblica, che sperava di veder mitigare le condizioni di pace per via della sua qualifica di antesignana della lotta contro il bolscevismo. In effetti gli alleati, proprio per via della funzione stabilizzatrice che il governo Ebert-Noske esercitava nel cuore dell’Europa2, permisero con le loro condizioni di armistizio che la Germania continuasse a tenere le sue truppe all’Est contro la rivoluzione rossa, fino a quando non fossero sostituite da forze alleate3.

Certo, anche nel testo di Remarque mancano queste riflessioni ma, in compenso, in maniera asciutta ed efficace, i veri mostri si dimostrano essere quelli del nazionalismo o della disciplina militare prussiana, e sono mostrati nella figura del docente liceale che convince gli studenti ad arruolarsi e negli ufficiali rigidi esecutori degli ordini. E ciò basta a delineare il clima in cui Paul, Albert, Haie, Müller e Kat recitano gli ultimi imponderabili atti delle loro esistenze, prima studentesche o proletarie. Mentre uno solo sarà destinato a salvarsi, Tjaden.

Ed è proprio il finale del libro a mostrare tutta la distanza, tra il film di oggi e la scrittura di allora, nel descrivere la morte, un mese prima della fine della guerra, di Paul che ha narrato le vicende in prima persona fino a poche righe prima.

Egli cadde nell’ottobre 1918, in una giornata così calma e silenziosa su tutto il fronte, che il bollettino del Comando Supremo si limitava a queste parole: “Niente di nuovo sul fronte occidentale”. Era caduto con la testa in avanti e giaceva sulla sul terra, come se dormisse. Quando lo voltarono si vide che non doveva aver sofferto a lungo: il suo volto aveva un’espressione così serena, quasi che fosse contento di finire così 4.

Ma se le differenze a livello di narrazione e drammatizzazione possono essere pienamente comprensibili e spesso condivisibili, soprattutto quando il film mette particolarmente in risalto la miseria della vita dei soldati nelle retrovie e al fronte, in special modo la fame5 e il desiderio di una donna, niente affatto comprensibile e ancor meno condivisibile è la scelta di “esaltare” la figura dei rappresentanti del nascente governo parlamentare e dei socialdemocratici.

Sia per la funzione avuta da questi ultimi, soprattutto all’inizio della guerra, nel votare i crediti governativi in appoggio al nazionalismo tedesco, sia per la funzione autenticamente controrivoluzionaria svolta da quel governo al momento della sua nascita, con la decapitazione del movimento spartachista anche per mezzo dei Freikorps6, l’instaurazione di una politica volta allo stesso tempo a garantire, per la borghesia tedesca, una “pacifica” transizione dall’Impero alla repubblica parlamentare e la sostituzione delle istanze di classe, avanzate dai consigli degli operai, dei soldati e dei marinai che si andavano formando nelle settimane a cavallo della fine della guerra, con le richieste di stabilità e continuità avanzate dalla borghesia industriale, dal comando dell’esercito e dai rappresentanti degli junker e della aristocrazia terriera e militare.

Come il nascente nazismo abbia poi ripagato i rappresentati di quell’esperienza governativa è stata la storia degli anni successivi, fino dall’elezione a cancelliere di Hitler nel 1933, a dimostrarlo. Quello che infastidisce, perciò, ancor di più nel film è il maldestro tentativo di separare con una improbabile linea netta le responsabilità politiche, militari e, perché no, morali della socialdemocrazia tedesca da quelle dell’esercito e dei governi precedenti, creando una figura di riferimento “ideale” dal punto di vista del “male” nella figura del generale che invia a poche ore dalla fine della guerra i propri soldati al massacro, in un’azione insensata, così come si vorrebbe sostenere da sempre che il nazismo non affondasse le sue radici nel nazionalismo, negli interessi economici e militari della borghesia e dell’aristocrazia tedesca, ma soltanto in una distorta e malata concezione del mondo.

Ecco allora che anche i soldati devono essere dipinti come pecoroni, ancor più che pecore, disposti ad obbedire a qualsiasi ordine, anche il più assurdo. Dimenticando, però, che proprio nei giorni finali del conflitto, durante i quali si svolge la maggior parte degli avvenimenti della seconda parte del film, i soldati e i marinai stavano insorgendo, ribellandosi proprio contro quegli ordini, quei generali e quello Stato che la socialdemocrazia fu chiamata a difendere, come sottolineato nelle considerazioni svolte prima da Fischer. Ancor più, e soprattutto, dopo l’abdicazione del Kaiser e la proclamazione della Repubblica il 9 novembre 1918.

Proiettato sul momento attuale, quel fraintendimento non appare affatto casuale o non voluto. Da una parte la socialdemocrazia odierna, guidata da Olaf Scholz, dall’altra i cattivi di Alternative fur Deutschland, in mezzo la Germania con tutte le sue difficoltà (economiche, energetiche, militari...) che, per senso del dovere e della patria i socialdemocratici di oggi, come quelli di ieri, devono affrontare e risolvere. A costo di far precipitare ancora una volta il paese in una guerra (se a fianco della Nato o meno è ancora da decidere) indiscutibilmente “mondiale” oltre che europea.

Ecco perché allora l’opera di Berger appare non solo ambigua, ma anche servile nei confronti di interessi che sono ancora gli stessi di quelli che contribuirono a scatenare il primo e, anche, il secondo conflitto mondiale. Autentiche lacrime di coccodrillo che coprono, cercando di annebbiare lo sguardo dello spettatore, quell’atto di eroismo collettivo che andò dalle prime rivolte dei soldati e dei marinai del novembre 1918, che costrinsero governo e comandi militari ad accelerare i tempi dell’armistizio, all’insurrezione di Berlino tra il 5 e il 12 gennaio 19197. Unico, autentico barbaglio di luce in un tempo che oggi, per opportunismo intellettuale o per semplice ignoranza della Storia, si vorrebbe rappresentare soltanto come nero e oscuro.

Note

  1. Si veda qui per i 14 punti di Wilson – NdR.  

  2. Reprimendo l’insurrezione spartachista del gennaio 1919 e ordinando l’eliminazione fisica, poi avvenuta in quei giorni, di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht- NdR.  

  3. F. Fischer, Assalto al potere mondiale. La Germania nella guerra 1914-1918, Einaudi, Torino 1965, pp. 813-815  

  4. E. M. Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale, Oscar Mondadori, novembre 1965, p. 237  

  5. Ad esempio, nel romanzo di Remarque, Kat muore per una scheggia di shrapnel nel cervello invece che per aver rubato delle uova in una cascina.  

  6. Corpi franchi o milizie volontarie irregolari in cui erano arruolati ex- militari e combattenti dall’indirizzo decisamente anti-bolscevico e nazionalista  

  7. Per il susseguirsi degli eventi rivoluzionari in Germania fino al 1923, si consultino: Pierre Broué, Rivoluzione in Germania 1917-1923, Einaudi, Torino 1977; P. Frolich-R.Lindau-A. Schreiner-J. Walcher, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania 1918-1920, Edizioni Pantarei, Milano 2001; P. Frolich, Guerra e politica in Germania 1914-1918, Edizioni Pantarei, Milano 1995; A. Rosemberg, Origini della Repubblica di Weimar, Sansoni, Firenze 1972; D. Authier-J. Barrot, La Sinistra Comunista in Germania, La Salamandra, Milano 1981; E. Rutigliano, Linkskommunismus e rivoluzione in Occidente, Dedalo Libri, Bari 1974; V. Serge, Germania 1923. La mancata rivoluzione, Graphos, Genova 2003

 Fonte

30/06/2022

La requisitoria di Sahra Wagenknecht e i suoi limiti

di Carlo Formenti

Il titolo del libro di Sahra Wagenknecht – dirigente storica della Linke, partito di cui è stata vicepresidente dal 2010 al 2014 – rischia di suscitare aspettative eccessive: Contro la sinistra neoliberale (Fazi editore) evoca infatti una svolta radicale, una presa di congedo netta e senza tentennamenti da ciò che le sinistre – non solo la tedesca, bensì tutte le sinistre occidentali – oggi rappresentano. Ci si aspetterebbe, insomma, di leggere una condanna senza appello, del tenore di quella contenuta nella lettera aperta di Hans Modrow alla Linke che abbiamo rilanciato su questa pagina.

Viceversa il punto di vista della Wagenknecht è più sfumato e contraddittorio. Non che manchino accenti durissimi nei confronti di quella che l’autrice definisce “sinistra alla moda”: come vedremo fra poco, la sua requisitoria è lunga, dettagliata e argomentata, così come è corretta la sua analisi delle radici di classe del fenomeno politico in oggetto. A lasciare perplessi è però il tentativo di tracciare un confine fra neoliberalismo “di sinistra” e liberalismo tour court; un approccio che legittima l’idea secondo cui il liberalismo di sinistra tradizionale, o liberal socialismo, non è il grembo che ha partorito l’attuale sinistra neoliberale, bensì qualcosa di completamente diverso, un patrimonio di idee e valori da cui si potrebbe trarre il materiale per rifondare una “vera” sinistra. Ma procediamo con ordine.

Il bersaglio della Wagenknecht sono coloro che non pongono più al centro della propria attenzione i problemi sociali e politico-economici bensì le tematiche relative allo stile di vita, alle abitudini di consumo e ai giudizi morali sui comportamenti. Per queste persone, le tradizioni e i legami comunitari passano in secondo piano, quando non sono oggetto di rifiuto e disprezzo, rispetto all’autonomia e all’autorealizzazione individuali (l’identità individuale è concepita come qualcosa che esiste indipendentemente dalla vita sociale). Trovare riconoscimento e conferma di sé viene prima di qualsiasi velleità di cambiare il mondo e la società, e in ogni caso si ritiene che il mondo e la società possano e debbano essere cambiati cambiando le parole con cui li si nomina e descrive (questa moda del politically correct, scrive Wagenknecht, è nata nelle università di élite angloamericane, imbevute delle idee dei maestri del postrutturalismo come Foucault e Derrida).

Alle lotte per l’uguaglianza subentra la santificazione della disuguaglianza, una mistica della differenza che fa sì che non ci si impegni più per ottenere l’equiparazione legale delle minoranze, bensì per rivendicare privilegi da concedere alle minoranze stesse. Di qui una svalutazione degli interessi della maggioranza che diventa un alibi per le classi benestanti, le quali che possono così astenersi dal finanziare la collettività, in quanto ai loro occhi non rappresenta più l’incarnazione di un interesse comune e condiviso. A fornire un altro alibi al liberismo economico e al suo progetto di smantellamento dello stato sociale è poi il concetto di società aperta e di cittadinanza globale, una dimensione astratta cui tutti possono accedere senza che ciò comporti coesione e aiuto reciproco. Infine, dietro le maschere dell’apertura e della tolleranza che questa gente indossa, si cela uno spirito intollerante degno della peggiore destra reazionaria: per esempio chi non condivide i valori e i dogmi della cultura Lgbt (a partire dalla negazione di ogni fondamento biologico delle differenze sessuali) non è fatto solo oggetto di disprezzo, ma di vero e proprio odio, sentimento che viene riservato a priori ai maschi bianchi della classe media.

Sinistra alla moda è definizione azzeccata: come le mode postmoderne cercano di illudere il consumatore di godere di prodotti e servizi “unici”, ritagliati su misura per le sue esigenze, che viceversa differiscono solo per qualche elemento marginale, allo stesso modo, dietro l’esaltazione delle differenze e delle singolarità individuali che sostanzia l’ideologia delle nuove sinistre, si nasconde una disarmante uniformità di gusti, idee e valori. Questo conformismo di massa, chiarisce Wagenknecht, non è un prodotto puramente culturale ma rispecchia precisi interessi di classe. Al posto di concetti come classe creativa o lavoratori della conoscenza, l’autrice usa la definizione di “nuovo ceto medio dei laureati”, ma la sostanza è la stessa: si tratta di quel 25/30% di lavoratori (1) – dipendenti, autonomi e liberi professionisti – che svolgono attività legate prevalentemente ai settori della finanza, dell’economia digitale e della comunicazione (media, pubblicità, marketing, ecc.). A marcare la distanza fra questo strato sociale da una parte e la classe operaia e le “vecchie” classi medie dall’altra, non sono solo le forti differenze salariali, sono anche differenze antropologiche (atteggiamenti, valori e stili di vita) che rispecchiano precise condizioni materiali di vita: gli uni vivono nei quartieri centrali delle metropoli, che qualcuno ha definito vetrine della globalizzazione felice (2), o nelle città universitarie, gli altri nelle periferie e/o nei piccoli centri di provincia. L’economia della conoscenza non conosce sindacati, stipendi – né tanto meno posti – fissi, percorsi di carriera predefiniti. I contratti di lavoro sono frutto di trattative individuali, mentre il rischio individuale associato a tale condizione viene esaltato come una virtù, in quanto, secondo la vulgata mainstream, questa spietata competizione di tutti contro tutti premierebbe i “giocatori” più meritevoli e coraggiosi.

Nel concetto di nuovo ceto medio dei laureati, più del termine laureati pesa l’attributo nuovo. La semplice laurea, infatti, non garantisce più di poter salire sull’ascensore sociale, in quanto le professioni meglio pagate richiedono ormai capacità che i percorsi formativi pubblici non sono in grado di trasmettere. Di conseguenza, l’istruzione superiore torna a essere quel privilegio che la massificazione degli accessi all’università sembrava avere cancellato nella seconda metà del secolo scorso, dal momento che sono solo le famiglie benestanti a poter offrire ai figli la possibilità di frequentare università di élite. Ma la selezione comincia prima, su base socio territoriale, dal momento che, come ricordato sopra, il nuovo ceto medio vive nei centri gentrificati delle metropoli, cioè in quartieri dove le scuole, dalle elementari ai licei, offrono chance ben superiori di quelle degli istituti periferici. In poche parole, il privilegio sociale è una spirale che si autoalimenta e si rafforza continuamente, aumentando costantemente la distanza fra alto e basso.

Queste distanze si rispecchiano nelle scelte elettorali: come tutte le ricerche sulla composizione sociale dei flussi elettorali confermano, oggi a votare a sinistra sono gli individui benestanti di cultura elevata, tutti gli altri votano a destra o – in misura crescente – si astengono. Wagenknecht cita il caso dei Verdi tedeschi, che hanno superato da tempo i Liberali come partito più votato dai ricchi, ma ammette che anche il suo partito, la Linke, un tempo sostenuto da un elettorato di cultura medio-bassa prevalentemente operaio, è diventato un “partito dei laureati”. Ma soprattutto si rispecchiano negli stili di vita, nei linguaggi e nelle posture ideologico-culturali. Le élite della nuova sinistra guardano dall’alto in basso “quelli che non hanno frequentato l’università, vivono in provincia e comprano da LIDL i prodotti per la grigliata per risparmiare”. Questi “sdentati” (3) usano parole che l’etichetta politicamente corretta considera intollerabili, per cui, nelle redazioni dei media, nelle istituzioni pubbliche e nelle aziende sono sottoposte a dure sanzioni sociali, al punto che “più della metà dei cittadini tedeschi non osano esprimere liberamente le proprie opinioni“ (4).

Quando questa “marmaglia”, ribellandosi contro le politiche neoliberali e le condizioni di vita che esse impongono alle classi subalterne, scende in piazza dando vita a spettacoli “indecorosi”, come le manifestazioni dei gilet gialli in Francia, degli elettori di Trump negli Stati Uniti e dei No Vax in tutto il mondo, viene bollata con accuse di neofascismo. Le sole manifestazioni accettabili sono quelle per i diritti delle minoranze Lgbt, dei migranti o per la tutela dell’ambiente, e devono essere pacifiche, allegre e variopinte come quelle di movimenti come MeTo e Friday for Future. Per inciso, nota Wagenknecht, a queste ultime non hanno partecipato più dell’80% dei giovani, mentre i due terzi dei partecipanti hanno ammesso di appartenere a un ceto sociale elevato.

Passiamo all'altra faccia dello specchio. I proletari votano a destra perché si sono convertiti in massa al fascismo, o solo perché l’assoluta assenza di empatia del nuovo ceto medio nei confronti delle loro esigenze e dei loro timori non lascia a queste persone altre alternative per esprimere la propria rabbia? Questa per Wagenknecht è ovviamente una domanda retorica che ammette solo la seconda risposta. Le radici della rabbia affondano nel venir meno di ogni senso di sicurezza e continuità. La mistica del cambiamento e del rischio che esalta il nuovo ceto medio, per i membri delle classi subalterne, che hanno bisogno di sapere che cosa accadrà domani, è viceversa associato a un angosciante senso di precarietà e insicurezza esistenziali. Nel trentennio postbellico lo Stato aveva imposto limitazioni alla corsa al profitto privato, alla cui logica aveva sottratto la sanità, l’educazione, il diritto alla casa, le comunicazioni e alcuni servizi fondamentali come elettricità, acqua e trasporti pubblici. La rivoluzione neoliberale ha spazzato via in tempi brevissimi questi presidi che garantivano sicurezza e protezione. Nei primi cinque anni del governo Thatcher è andato in fumo un terzo dei posti di lavoro industriali. Globalizzazione, decentramento produttivo nei Paesi a basso costo del lavoro, outsourcing dei servizi interni alle imprese hanno fatto il resto. Il nocciolo duro del proletariato industriale, caratterizzato da una cultura del lavoro fondata anche sull’orgoglio professionale (non si lavorava “solo per denaro ma per fare qualcosa di utile di cui andare fieri, non si voleva solo fare un lavoro ma farlo bene”), è stato rimpiazzato da un coacervo di mestieri dislocati nella logistica, nella grande distribuzione, nei servizi di cura e assistenza, tutti lavori precari, mal retribuiti e lontani dal garantire una qualche forma di soddisfazione professionale. Un capitalismo finanziarizzato, in cui il reddito proviene dalle rendite patrimoniali più che dal lavoro, ha alimentato disuguaglianze, aumento dei debiti pubblici e privati e immiserimento di massa, al punto che le aspettative di vita della classe media di un Paese ricco come gli Stati Uniti si sono drasticamente ridotte a causa del diffondersi dell’alcolismo, dei suicidi e dell’abuso di psicofarmaci.

La divaricazione alto/basso si evidenzia con particolare nettezza a proposito di temi come l’ambiente e l’immigrazione. In entrambi i casi il nuovo ceto medio e le forze politiche che lo rappresentano propongono un’analisi irrealistica del problema e soluzioni che non tengono in alcun conto gli interessi delle classi subalterne. Partiamo dall’ambiente. Le analisi dei Verdi non vanno alla radice delle cause del degrado ambientale – la logica del profitto capitalistico – ma puntano il dito contro i comportamenti individuali, alimentando l’illusione secondo cui basterebbe cambiare stile di vita per salvare il pianeta. Ovviamente a cambiare stile di vita dovrebbero essere soprattutto i poveri le cui pratiche antiecologiche vengono addebitate a ignoranza e incuria e non alla necessità di risparmiare, per cui si propone di penalizzare determinati consumi di massa (per esempio il carburante diesel) con rincari che “renderebbero nuovamente beni di lusso molti oggetti di consumo e servizi comuni cui grandi fette di popolazione non avrebbero più accesso”.

Veniamo all’immigrazione. L’ideologia delle sinistre cosmopolite che predicano l’accoglienza indiscriminata e senza limiti non fa distinzione fra chi è costretto a emigrare dai disastri provocati dall’imperialismo occidentale e chi lo fa per scelta, rimuovendo il fatto che questi ultimi non sono affatto i più poveri, che non hanno i mezzi per farlo per farlo, bensì i corrispettivi dei ceti medi emergenti dei Paesi occidentali. Così aumentano ovunque i medici del terzo mondo e i paesi poveri finanziano la formazione di specialisti che verranno sfruttati dai paesi ricchi, assistiamo cioè a un sovvenzionamento del Nord da parte del Sud che viene depauperato di forza lavoro qualificata (venti milioni di lavoratori dell’Est sono venuti in Germania dopo l’ingresso dei loro Paesi nella UE). I padroni ottengono così il duplice obiettivo di usufruire di forza lavoro a basso costo e di dividere i lavoratori, ma anche il ceto medio dei laureati ha il suo tornaconto: la disponibilità di servizi di cura alla persona garantisce infatti un aumento del loro potere d’acquisto. A pagare per tutti questi vantaggi sono i quartieri poveri in termini di concorrenza per le abitazioni, degrado delle scuole e dei servizi locali. Il fatto poi che le nuove ondate migratorie giunte in Germania negli ultimi anni dalla Siria e altri Paesi del Medio Oriente abbiano faticato a trovare lavoro e vivano di sussidi, alimenta nei ceti subalterni l’idea che questi soldi vanno a persone che non c’entrano nulla con noi né hanno lavorato per meritarsele.

Fin qui il discorso fila e, pur non apportando sostanziali novità a quanto già argomentato da altri autori, ha il merito di approfondire la situazione tedesca evidenziandone la sostanziale convergenza con quella degli altri Paesi dell’Europa Occidentale e degli Stati Uniti. Le perplessità nascono laddove, come anticipato in sede introduttiva, la Wagenknecht si sforza di riscattare il concetto di sinistra, sia riagganciandolo – acriticamente – alla tradizione della socialdemocrazia tedesca, sia temperando il giudizio sulla sinistra neoliberale nel tentativo di distinguerla dal neoliberismo economico, il che la induce a imboccare una strada che conduce a un pasticcio ideologico che ha scarse chance di contribuire alla costruzione di un’alternativa al dominio neoliberale.

Sulla conversione delle sinistre al neoliberalismo disponiamo già del contributo, fra gli altri, di autori come Nancy Fraser che ha coniato la formula neoliberismo progressista per denotare l’alleanza fra liberalismo di sinistra e liberismo economico (5), o di Wolfgang Streeck, che nei suoi lavori parla della fine della liberal democrazia dovuta al definitivo divorzio fra liberalismo e democrazia (6), ma l’approccio di Wagenknecht, forse perché è più lontana dalla cultura marxista degli autori appena citati, è decisamente meno radicale. Pur riconoscendo che fra liberalismo di sinistra e neoliberismo economico esistono molte convergenze, in quanto riflettono entrambi la visione di strati sociali che sono stati premiati dai grandi mutamenti socioeconomici degli ultimi decenni, continua a coltivare l’illusione che esista un liberalismo di sinistra non ispirato al liberismo economico. È vero che questa differenza si riduce alla disponibilità a tenere in vita un welfare “riformato”, fondato su provvedimenti come l’istituzione di un reddito di base incondizionato che, invece di promuovere politiche finalizzate al conseguimento di uno stato di piena e buona occupazione, si limitano a offrire ai poveri un’assistenza di tipo umanitario, ciò non toglie, secondo Wagenknecht, che queste differenze conservino traccia della sinistra liberale “classica”, che nulla avrebbe a che fare con l’attuale neoliberismo “progressista”.

Per sinistra liberale “classica”, Wagenknecht intende movimenti come la sinistra laburista di Corbyn e quella democratica di Sanders o, per restare in Germania, le ali di sinistra di SPD e Linke. Il che implica, secondo lei, che per rianimare una sinistra degna di questo nome, basterebbe restituire centralità al ruolo dello Stato (di questo Stato) in economia, senza che ciò debba essere necessariamente associato a un progetto di trasformazione sistemica; progetto che del resto, a partire dalla svolta di Bad Godesberg, non fa più parte della cultura socialdemocratica tedesca. La “sua” sinistra dovrebbe essere “liberale e tollerante” e collocarsi nella tradizione dell’illuminismo occidentale che l’autrice assume come un complesso di valori universali privi di connotazioni storiche e politiche (7).

Insomma Wagenknecht è una liberale (“classica”) senza se e senza ma, al punto che si compiace nello scrivere che “oggi la maggioranza dei cittadini pensa in maniera molto più liberale rispetto a pochi decenni fa, lo spirito dei tempi è solidamente liberale” e che “il nostro sistema politico è ancora liberale e bisogna sperare che continui ad esserlo”. Di più: da buona tedesca, Wagenknecht non si rifà semplicemente alla tradizione liberale bensì a quella dell’ordoliberalismo, un pensiero che esalta in quanto impegnato a limitare il potere dei monopoli e garantire le condizioni di una “sana” concorrenza e che, a suo avviso, fino agli anni Novanta, avrebbe premiato “il merito, gli sforzi per migliorarsi e l’operosità individuale”. Non una parola sul fatto che la “libera” concorrenza (Marx docet) genera monopolio, che il merito e la competizione individuale per migliorarsi sono stati la base ideologica su cui è venuta crescendo quella sinistra alla moda che giustamente le sta sui nervi. Non una parola sul fatto che la potenza e il benessere del suo Paese si fonda su un modello di sviluppo mercantilista che ha potuto sfruttare, grazie all’egemonia tedesca sulla UE, il lavoro a basso costo degli operai del Sud e dell’Est Europa. Infine rammarico per un industria tedesca che sarebbe in crisi non a causa delle contraddizioni interne al suo modello di sviluppo bensì delle “importazioni cinesi basate sul dumping”, puntando il dito contro quella Cina “che intrattiene con la democrazia e con i diritti civili un rapporto quale non ci augureremmo mai in Europa”.

In conclusione mi scappa da dire: cara Sahra non capisci che quella sinistra alla moda che giustamente ti irrita è l’erede della tradizione liberal socialista del tuo Paese che oggi ti ispira tanta nostalgia?

Note

(1) Questa percentuale ricorre in tutte le analisi della composizione sociale delle società occidentali, anche se i criteri di ricerca variano. Piketty, ad esempio, si riferisce a quegli strati sociali che più di altri hanno beneficiato delle politiche redistributive del “trentennio glorioso”, ciò che ha loro permesso di integrare il reddito da lavoro con rendite derivanti dal possesso di beni immobili e titoli di stato.

(2) A usare questa definizione è, fra gli altri, il geografo francese Christophe Guilluy, autore di una serie di opere in cui descrive la dimensione territoriale del conflitto di classe.

(3) A usare questa sprezzante definizione nei confronti delle classi inferiori è stato l’ex presidente socialista francese François Hollande.

(4) Questo fenomeno di autocensura indotto dalla pressione del discorso delle élite sull’opinione pubblica è stato analizzato dalla sociologa tedesca Noelle Neumann che lo definisce “la spirale del silenzio” (La spirale del silenzio, Meltemi, Milano 2017).

(5) Cfr. N. Fraser, Capitalismo, Meltemi, Milano 2019.

(6) Cfr. W. Streeck, Tempo guadagnato, Feltrinelli, Milano 2013.

(7) La Wagenknecht respinge l’accusa che il pensiero postcoloniale rivolge alla razionalità occidentale, definendola eurocentrica e colonialista, ma se all’ideologia postcoloniale si possono rivolgere molte critiche, questa accusa è invece, piaccia o meno ai paladini dell’ideologia occidentale, un suo merito indiscusso.

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19/05/2022

Svezia - Proteste contro l’adesione alla Nato, una contraddizione tutta interna alla socialdemocrazia

Alcune centinaia di persone hanno dato vita ad una manifestazione contro l’adesione alla NATO davanti alla sede del partito socialdemocratico al governo a Stoccolma, in Svezia. Alcuni svedesi temono che la perdita della neutralità militare non contribuisca alla pace nel mondo.

“La cosa migliore per la sicurezza della Svezia e del popolo svedese è l’adesione alla NATO”, ha dichiarato il primo ministro svedese Magdalena Andersson, confermando formalmente l’intenzione di Stoccolma di entrare a far parte della più grande alleanza militare del mondo all’inizio di questa settimana.

L’annuncio segna la fine dei 200 anni di neutralità militare della Svezia, una politica di sicurezza che il Paese nordico ha abbracciato fin dal XIX secolo.

Mentre la maggioranza degli svedesi si è espressa a favore dell’adesione del Paese alla NATO in seguito alla guerra in Ucraina, sono i giovani ad essere maggiormente contrari.

Alcuni sono scesi in piazza nella capitale svedese, condannando la perdita della neutralità militare come un passo che genererebbe più violenza nel mondo.

“L’adesione alla NATO farà scorrere altro sangue perché la NATO è un’organizzazione di guerra e non di pace”, ha dichiarato a DW Ava Rudberg, 22 anni, presidente del partito della Giovane Sinistra svedese, che ha partecipato alla protesta. “È un’alleanza militare che crea più guerra e noi vogliamo mantenere la pace in Svezia”.

A Stoccolma i manifestanti sono scesi in piazza con cartelli che condannano la decisione della Svezia di aderire alla NATO. “No alla guerra” e “No alla Nato” è la richiesta dei manifestanti.

In realtà la Svezia ha già svolto un ruolo in Afghanistan dispiegando truppe nel Paese come parte della operazione guidata dalla NATO fino alla fine di maggio 2021, Alina Engström, analista dell’Agenzia Svedese di Ricerca sulla Difesa, ha dichiarato alla televisione DW che già dagli anni ’90 la Svezia ha aumentato la sua interoperabilità con la NATO. Ciò significa che il Paese aderisce già agli standard della NATO. L’annuncio dell’adesione all’Alleanza è “un piccolo passo a livello militare e operativo”, ha affermato Engström.

Lisa Nabo, 27 anni, presidente della lega giovanile del partito socialdemocratico svedese al governo, ha affermato che, nonostante la precedente cooperazione con la NATO, la perdita ufficiale della neutralità è un problema con cui molti giovani svedesi stanno lottando. “Come giovani socialdemocratici stiamo lottando un po’ con l’immagine di noi stessi in questo momento, perché molti di noi hanno iniziato la loro carriera politica con l’idea di essere un’organizzazione pacifica che lotta per fermare la militarizzazione. È difficile combinare questo concetto con l’adesione alla NATO. Ma naturalmente rispettiamo la decisione del nostro partito, che è stata democratica e unanime, e il nostro obiettivo ora è assicurarci di poter essere ancora una voce importante per la pace nel mondo”.

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12/12/2019

Germania - Spd e “GroKo” strette tra Hartz IV e superlavoro

A distanza di poco più di un mese dalla sentenza con cui la Corte costituzionale di Karlsruhe aveva giudicato parzialmente incostituzionali alcune sanzioni, che riducono l’indennità di coloro che non accettano lavori “proposti” in base al sistema Hartz IV, il Congresso della SPD, svoltosi pochi giorni fa a Berlino, sembra aver sancito, almeno a parole, l’allontanamento del partito da quelle stesse sanzioni (o almeno da quelle più pesanti), orientandosi per un “Bürgergeld” agganciato a un “minimo di sopravvivenza”

Teoricamente, non è cosa da poco, dato che proprio la SPD, con il cancelliere Gerhard Schröder, aveva varato Hartz IV nel 2005. Lo scorso 8 dicembre, Alina Leimbach riportava su Neues Deutschland le parole della ex Presidente del partito, Andrea Nahles, secondo cui “vogliamo lasciarci alle spalle Hartz IV” e mettere al suo posto un “bürgergeld”. Ma, si domandava la Leimbach, l’abbandono di Hartz IV sarà davvero qualcosa di più che pura retorica?

In effetti, già in sede di proposta della commissione di partito, era stato detto che le violazioni degli obblighi imposti da Hartz IV non dovrebbero rimanere senza conseguenze: dunque, le sanzioni dovrebbero continuare a esistere, anche se dovrebbe esser garantita una sorta di minimo di sussistenza. Un evidente compromesso, questo, volto per un verso a salvare la Grosse Koalition con CDU e CSU, sostenitrici delle sanzioni; per un altro verso, opposto, a cercare di arginare la sempre più forte emorragia di voti (confermata anche alle ultime elezioni in Turingia dello scorso ottobre) a vantaggio, da un lato di Die Linke e, dall’altro di AfD: in entrambi i casi, proprio per le questioni sociali.

E ora, stanno di fronte le elezioni ad Amburgo, a febbraio, e poi a Brema, a maggio, due grossi centri industriali che potrebbero rivelarsi fatali per la SPD. Ad Amburgo, ad esempio, se nel 2015 i socialdemocratici avevano avuto facile gioco (45,6%) sui Grüne (12,3%), ora i sondaggi danno i due partiti praticamente testa a testa (29,5% contro 28,5%), con in primo piano i temi dell’ambiente e della “Città del futuro”, assieme al problema della casa, degli affitti e della povertà, sia infantile sia degli anziani. In tutta la Germania, sempre più persone, in grande maggioranza anziani, sono infatti costrette a rivolgersi ai “Tafel”, invece di disporre “di una più che meritata e dignitosa pensione”, ha detto il deputato di Die Linke Jan Korte.

Dunque, quella della SPD sulle sanzioni di Hartz IV, sembra piuttosto una corsa a difendere le proprie poltrone, più che una convinta presa di posizione; del resto, la stessa Die Linke, salutando la decisione socialdemocratica, nota come troppe volte alle parole della SPD non siano seguiti i fatti.

Oltretutto, limitandosi a chiedere un taglio delle sanzioni superiori al 30%, aveva affermato la ex presidente dei giovani socialdemocratici, Franziska Drohsel, “non faremmo altro che mettere in pratica la sentenza della Corte costituzionale”; invece, “ogni individuo dovrebbe aver diritto a un minimo di vita dignitoso”.

Di fatto, tra la proposta dei Jusos di abolire tutte le sanzioni e coloro che invece sono favorevoli al loro mantenimento, il Congresso è arrivato a una via di mezzo, chiedendo l’abolizione delle sanzioni che vanno a intaccare il minimo di sussistenza. Dalla risoluzione finale, mentre si afferma che il “minimo di sussistenza socioeconomica e socioculturale deve sempre essere garantito”, la frase “le violazioni degli obblighi imposti da Hartz IV non dovrebbero rimanere senza conseguenze” viene sostituita da un semplice “l’obbligo di cooperare è vincolante” e, sulle orme della Corte costituzionale, si dice che dovrebbero essere esclusi i tagli di oltre il 30% sulle indennità. Secondo la SPD, par di capire, le sanzioni dovrebbero continuare a agire, se il “beneficiario” di Hartz IV rimane al di sopra del minimo di sussistenza. Quale sia tale minimo, chiosa la Leimbach, è sempre stato e rimane controverso. Un “compromesso”, insomma, in puro spirito socialdemocratico.

Il Congresso si è anche soffermato sulla questione del livello delle pensioni sociali, si è espresso per un programma di investimenti di circa 450 miliardi di euro e un innalzamento, “in prospettiva”, del salario minimo obbligatorio a 12 euro l’ora.

Su questo sfondo, lo scorso 6 dicembre Die junge Welt riportava i dati dell’inchiesta “DGB-Index Gute Arbeit”, condotta dalla Deutscher Gewerkschaftsbund, la Confederazione sindacale tedesca, su un campione di 6.500 lavoratori, occupati in tutte le branche e in tutte le regioni del paese, a proposito di intensità di lavoro e sue conseguenze sulla salute.

Dunque, solo il 13% dei lavoratori tedeschi valuta le proprie condizioni di lavoro come fondamentalmente buone. Il 20% afferma di lavorare in cattive condizioni; in particolare, sotto accusa gli eccessivi carichi di lavoro, cui non corrispondono adeguate condizioni salariali. Da molti anni crescono i ritmi di lavoro, nota Die junge Welt, a causa di “obiettivi irrealistici e carenza di personale”, mentre non è contemplato alcun elemento “tampone” in caso di imprevisti. Ora, il 53% degli intervistati afferma di esser costretto lavorare, da “spesso a molto spesso”, con ritmi molto alti. Circa il 30% dice di dover superare gli obiettivi dell’anno precedente, senza però avere maggior tempo a disposizione, e ciò non rimane senza ripercussioni sulle condizioni dei lavoratori. Coloro che lamentano sovraccarichi di lavoro, parlano anche di mancanza di pause e di frequente presenza al lavoro pur se malati; il 60% si sente “svuotato e sfinito”. Non a caso, anche il 60% degli occupati in un settore non “di fabbrica”, quale quello della ricezione e ristorazione, afferma di non esser in grado di resistere fino all’età della pensione.

Nulla di nuovo, nemmeno sotto i cieli tedeschi.

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17/08/2019

75 anni dall’assassinio di Ernst Thälmann a Buchenwald


Ricorre oggi, nella notte del 17 agosto, il 75° dell’assassinio, nel campo di concentramento di Buchenwald, del segretario del KPD (Kommunistische Partei Deutschlands) Ernst Thälmann. Lo ricordava ieri Ralf Hohmann, sull’organo del DKP (Deutsche Kommunistische Partei: messo fuori legge il KPD nel 1956, nel 1968 fu fondato il DKP) Unsere Zeit, ricostruendo l’intera vicenda giudiziaria che tra il 1947 e il 1987, ha finito per assolvere colui che le testimonianze indicavano esser stato l’esecutore materiale del crimine.

Nel pomeriggio del 17 agosto 1944, un drappello di SS aveva prelevato Thälmann dal carcere di Bautzen (arrestato nel 1933, Thälmann era stato trasferito più volte da un carcere all’altro, quasi sempre in isolamento, e alla fine, l’11 agosto 1943, condotto nel Justizvollzugsanstalt Bautzen, una sessantina di km a est di Dresda); “verso mezzanotte, una limousine arrivò al Konzentrationslager di Buchenwald. Il prigioniero fu fatto scendere. Il suo ultimo cammino fu tra un’ala di SS. Si avvertirono tre colpi in rapida successione. Quando il prigioniero era già a terra, ne seguì un altro”. Fu cremato la notte stessa.

L’ordine di assassinarlo, ricorda Hohmann, era venuto da Hitler in persona. Il 14 agosto 1944, il Reichsführer-SS Heinrich Himmler, incontrandosi con Hitler alla Wolfsschanze, aveva annotato: “Thälmann deve essere giustiziato“. L’assassinio avrebbe dovuto esser classificato come “Affare segreto del Reich“. A settembre ’44, i giornali scrissero che Thälmann era tra le vittime del bombardamento del 24 agosto 1944 su Weimar e l’area circostante.

Un prigioniero politico però, tale Marian Zgoda, aveva notato tutto. Aveva sentito dagli addetti ai crematori, che “uno dei forni avrebbe dovuto essere riscaldato prima che i prigionieri fossero di nuovo rinchiusi”. Aveva visto come venisse condotto “un uomo alto e dalle spalle larghe, calvo“. Quindi sentì il Stabsscharführer Wolfang Otto (nello stato maggiore di Buchenwald dal 1939, era il capo del “Kommando 99”, addetto alle esecuzioni) chiedere al Rapportführer Hofschulte se sapesse chi fosse l’uomo assassinato e poi dirgli che “Era il capo comunista Thälmann“. Circa 8.000 prigionieri sovietici, scrive Hohmann, furono assassinati nella cosiddetta “stalla dei cavalli” del campo, con un colpo alla nuca o impiccati.

Nel 1947, il tribunale militare americano a Dachau condannò Otto a 20 anni di galera per crimini commessi a Buchenwald, ma non per aver preso parte all’assassinio di Thälmann; già nel 1952 fu rimesso in libertà per “buona condotta”. Nel 1961, un altro ex prigioniero di Buchenwald, Ludwig Landwehr, venne a sapere del rilascio di Otto. Presentò una denuncia e materiali di prova, incluso il testo della testimonianza di Zgoda; prese parte al processo anche la vedova di Thälmann, Rosa, rappresentata da Friedrich-Karl Kaul, a quel tempo unico avvocato della DDR a poter patrocinare cause in Germania ovest.

Il procuratore di Colonia, Hans-Peter Korsch, chiuse il caso il 10 gennaio 1964 per mancanza di prove. Otto negò qualsiasi coinvolgimento nell’assassinio e Korsh considerò non attendibile il testimone Zgoda, con la “motivazione” che si trattava di uno straniero che “nel 1951 diffondeva volantini comunisti”.

Rosa Thälmann tentò altre cinque volte di avere giustizia: senza successo. Le richieste di estradizione avanzate dalla DDR rimasero sempre inevase.

Dopo la morte della madre, la figlia di Thälmann, Irma, incaricò un avvocato tedesco-occidentale di rivolgersi alla Corte d’appello di Dusseldorf: inutilmente. Solo alla fine del 1985, Otto comparve dinanzi al tribunale distrettuale di Krefeld, ma negò di essere stato direttamente coinvolto nell’esecuzione di Thälmann, affermando di aver svolto solo incarichi amministrativi.

Non considerando probante la testimonianza scritta di Zgoda, il tribunale ascoltò alcune decine di testimoni, ordinò un sopralluogo nell’ex lager di Buchenwald, acquisì la testimonianza di un ex SS, a cui Otto aveva confessato tutto, dopo la fine della guerra, aggiungendo però che era stato un altro a sparare. Alla fine, Otto fu condannato a quattro anni per concorso in omicidio; ricorse in appello e vinse. Nel marzo 1987, la Corte suprema federale annullò la condanna di Krefeld; il 29 agosto 1988 il tribunale regionale di Düsseldorf lo assolse.

Naturalmente, è tutt’oggi raro incappare in giudizi favorevoli sulla figura di Ernst Thälmann. Sopravvive la stantia omelia socialdemocratica, secondo cui la “caparbia insistenza” comunista a smascherare la socialdemocrazia e voler presentare proprie candidature elettorali, avrebbe avvantaggiato la vittoria nazista. Ma, in quante occasioni, in quanti Land, i socialisti in posizioni di comando chiusero sedi comuniste, proibirono l’attività dei sindacati comunisti, giunsero a usare la polizia e a sparare contro i comunisti?

Anche in certa sinistra, nel giudizio sui comunisti tedeschi di quel periodo, ci si riduce ai cliché sulle “oscillazioni senza principio dello stalinismo” – e Thälmann e KPD erano senz’altro sul terreno della III Internazionale – che, con “la politica dei fronti popolari antifascisti”, avrebbe decretato la “subordinazione dei lavoratori ai liberali e alla sinistra borghesi nel nome della lotta al pericolo fascista”. Poi, al contrario, si ridicolizza la politica del “socialfascismo, promossa da Stalin e dall’Internazionale Comunista stalinizzata tra il 1929 e il 1933, secondo cui socialdemocratici e fascisti sono ‘fratelli gemelli’, politica che ‘portò il KPD nel 1931 a sostenere un referendum promosso dai nazisti contro il governo Brüning’”.

I comunisti tedeschi non avevano mai smesso di cercare l’unità d’azione con quella parte della socialdemocrazia disposta ad affrontare per davvero la lotta contro il Zentrum liberale e la destra nazionalista.

Nel 1926, l’appello dei comunisti ai socialdemocratici aveva portato a un fronte comune in vista del referendum sull’esproprio senza indennizzo dei latifondi dei nobili prussiani, purtroppo perso, nonostante 12,5 milioni di voti: cioè più dei 10,6 milioni di elettori che avevano votato per KPD e SPD alle elezioni al Reichstag del dicembre 1924.

Ugualmente, negli anni seguenti, pur con innegabili oscillazioni, KPD e Thälmann in prima persona si erano ripetutamente spesi in appelli per un fronte antifascista. Nonostante anche esponenti della sinistra della SPD definissero di stampo fascista il gabinetto di Heinrich Brüning e riconoscessero che la sua politica condotta a colpi di decreti d’urgenza (Notverordnungpolitik) avrebbe spianato la strada all’aperto fascismo, i vertici socialdemocratici appoggiavano quella politica che provocava 6 milioni di disoccupati, rifiutavano ogni accordo con i comunisti e poi, alle presidenziali del 1932, dettero addirittura indicazioni di voto per Hindenburg.

Per tutto il 1933 e anche buona parte del 1934, in Germania e poi, una volta messi fuori legge, dall’estero, la KPD continuò ancora per anni a lanciare appelli tanto alla direzione socialdemocratica, quanto alla base operaia di quel partito, per un fronte antifascista: le risposte dei vertici socialdemocratici, furono immancabilmente negative, a partire dal rifiuto dello sciopero generale proposto dai comunisti all’indomani della presa del potere hitleriana, nel gennaio ’33.

Alla conferenza di partito dell’ottobre 1932 Thälmann dichiarò “Abbiamo visto come il governo Brüning, sorretto in tutto e ovunque dalla socialdemocrazia, e la cui filiale era costituita dal governo socialdemocratico della Prussia, abbia preparato per quasi due anni la strada alla dittatura fascista, con una politica che abbiamo giustamente descritto come la politica di ‘messa in atto della dittatura fascista’“.

Ma, si sa, furono i “comunisti a spianare la strada a Hitler”, tanto che, chi li ammazza, può ben andare assolto nei tribunali della democrazia.

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10/09/2018

Svezia paralizzata dal voto; i razzisti avanzano, i comunisti raddoppiano

Lo schema è sempre lo stesso: diminuisce drasticamente il livello del welfare e la “sicurezza sociale” (la certezza di poter campare decentemente, di poter scegliere la propria vita), aumenta la paura di finire sul lastrico e senza tutele, crescono i bastardi che lucrano su questa paura indicando come “responsabili” chi sta appena un gradino sotto: i migranti.

Anche la Svezia torna sotto i riflettori per l’avanzata dell’estrema destra xenofoba e razzista. C'era già finita qualche anno fa, quando i paranazisti che preferiscono farsi chiamare “Democratici svedesi” (con l’accento calcato sulla seconda parola, ovviamente) superarono per la prima volta la soglia del 10%, raggiungendo il 13. Anche allora grandi allarmi, grandi discorsi, un profluvio di retorica ma nessun cambiamento delle politiche sociali.

Del resto anche la Svezia fa parte dell’Unione Europea – pur se ancora fuori dell’eurozona, il che consente qualche margine di politica monetaria indipendente e anticliclica – e dunque risente pesantemente delle “prescrizioni” che obbligano a politiche di austerità. E, per un paese famoso per la qualità e l’estensione del suo welfare, una simile strada non può che portare a una destabilizzazione fortissima degli equilibri e della coesione sociale.

Ma vediamo i risultati nel dettaglio.

Hanno votato l’84,4% degli aventi diritto, un’affluenza mostruosa, com’è tradizione per questo paese.

Il primo partito (è così dal 1917, anno piuttosto importante nella storia del mondo) è anche questa volta quello dei Socialdemocratici, con il 28,4% dei voti, in calo di quasi 3 punti rispetto al 2014. Al secondo posto il partito Moderato, di centrodestra (che perde a sua volta il 3,5%). Terzi si piazzano i Democratici Svedesi, di estrema destra, euroscettici ed anti-immigrati (17,6%, in aumento di 4,7 punti rispetto al 2014). Seguono il partito di Centro (8,6%), la Sinistra (in realtà i comunisti, con il 7,9%, praticamente un raddoppio dei consensi), i Cristiano-democratici (6,4%), i Liberali (5,5%) e i Verdi (4,3%).

I sondaggi pre-elettorali avevano fatto pensare ad un’avanzata assai più intensa dell’estrema destra (al di sopra del 20%, con il rischio che potessero diventare il primo partito) e ad un crollo assai maggiore dei socialdemocratici.

A bocce ferme, insomma, il clima politico interno oscilla tra un grande respiro di sollievo per non essere (ancora) piombati nell’incubo e la preoccupazione su come governare un paese altamente frammentato, con un Parlamento (Riksdag) che non permette nessuna maggioranza chiara (349 seggi). Neppure questa è una situazione nuova, per Stoccolma, visto che negli ultimi anni c’erano stati governi di minoranza (ammessi dalla Costituzione nazionale). Ma stavolta sarebbe difficile anche formare un esecutivo di questo tipo, visto che i partiti rosè hanno raccolto appena 144 seggi e l’alleanza di centrodestra solo 143 (nonostante una legislatura all’opposizione).

In pratica ci sono dei sicuri sconfitti (socialdemocratici e conservatori, come in tutti i paesi europei i due pilastri dell’”europeismo” e delle politiche di austerità), ma non ci sono dei sicuri vincitori: i razzisti Ds, come detto, non straripano, i comunisti della Sinistra raddoppiano ma restano sotto il 10%, gli ecologisti hanno rischiato di non superare la soglia di sbarramento.

Nemmeno una “Grosse Koalition” tra Socialdemocratici e Moderati avrebbe abbastanza seggi, anche se forse potrebbero contare sulla “desistenza” di qualche gruppo centrista (e a questo punto si tratta forse dell’ipotesi più plausibile).

Ma è chiaro che un governo qualsiasi, rappattumato intorno all’esigenza di garantire comunque un esecutivo, privo di qualsiasi programma comune che si sia l’applicazione pedissequa delle indicazioni di Bruxelles, sarebbe il modo migliore di far crescere ancora di più l’estrema destra.

Interessante, comunque, il “raddoppio” del partito comunista che raccoglie pressoché integralmente i voti in fuga dai socialdemocratici, specie nelle aree operaie e popolari. Il modo migliore di contrastare l’avanzata delle destre, insomma, è ovunque – persino in Svezia – mettere su piazza una proposta politica di cambiamento radicale, che appare oggi palesemente più credibile di una “moderata e riformista”.

Ovvero l’esatto contrario di quel che è stato fatto per esempio in Italia, dove si è continuato a pensare che l’unica via per far sopravvivere “la sinistra” fosse lo slittamento a destra, costantemente alla ricerca dell’alleanza subordinata con i social-liberisti, fino a farsi identificare “dalle masse” come una costola inutile dei propri nemici.

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13/03/2018

Pd: la fine di un mondo

Il Pd è in un vicolo cieco e come la fa la sbaglia: se appoggia un governo M5s, perde almeno un quarto dei suoi elettori che non glielo perdonano, se appoggia il centro destra (un inciucio a trazione leghista) perde la metà dei suoi elettori, se resta sull’Aventino, e si va ad elezioni anticipate, perde i due terzi dei suoi elettori. Come dire che ha tre scelte: spararsi nella tempia sinistra, spararsi in quella destra oppure spararsi sotto il mento. Fate voi.

Il quadro della situazione è desolante: il Pd si trova più che dimezzato rispetto ai suoi risultati migliori, non ha candidati credibili di ricambio a Renzi, è condannato alla retrocessione fra i partiti di serie B, destinati a fare da “cespuglio”, è destinato a perdere larghe fette del suo potere locale, non ha più un blocco sociale di riferimento e quel che gli rimane è un elettorato in larga parte fatto da ultrasessantenni, qualsiasi cosa dicano non sono più credibili, e forse è avviato a nuove scissioni. Insomma, diciamola tutta: è un partito finito e senza prospettive di ripresa. Questa non è una Caporetto: è una Watterloo.

Al solito i dirigenti del Pd non vedono più lontano del loro naso e pensano ad una campagna elettorale infelice o, al massimo, ad una legge elettorale sbagliata e che ora si deve lavorare alla ripresa. Ma queste cose (campagna elettorale sbagliata e legge elettorale demenziale ed autolesionistica), che pure ci sono, sono solo una piccolissima parte delle ragioni del tracollo, quantomeno ci sarebbe da considerare la sconfitta del 4 dicembre 2016 sulla indecente riforma costituzionale, e poi ancora i 4 anni obbrobriosi di governo di Renzi. Ma anche questo non è sufficiente a spiegare il tutto. E’ una sconfitta che viene da lontano, da molto lontano, quantomeno da Occhetto. A volte per capire un quadro bisogna allontanarsi per vederlo nella sua interezza e spesso le cause di una dinamica risalgono a molto tempo prima, perché i processi a volte sono molto lunghi nel loro svolgimento. In fondo la storia serve a questo (permettetemi di difendere l’utilità della mia disciplina contro lo scemenzaio recentista tipico del tempo del neoliberismo).

Il Pci fu un partito popolare a trazione burocratica: la base era robustamente operaia, con fasce di piccolissima borghesia, guidata da un ceto funzionariale autoritario ma che sapeva aver cura del suo seguito. Dopo, a partire dalla metà anni settanta, iniziò una metamorfosi grazie all’espansione della sua base elettorale verso i ceti medi e medio alti. Ma la svolta decisiva venne negli anni ottanta ed un ruolo decisivo lo ebbe Repubblica, la cui cultura politica era quella della destra azionista (La Malfa, Cianca, Tarchiani) ed il cui obiettivo era quello di una sorta di Pri di massa. L’operazione in gran parte riuscì ed il risultato venne conclamato con Occhetto. Il Pds fu un partito sempre a base popolare (per quanto più ridotta) ma a trainarlo non era più l’apparato dei funzionari, quanto una certa borghesia professionale, accademica, giornalistica, manageriale. Fu il tempo della sinistra da salotto e da terrazza romana che celebrò i suoi fasti al tempo di Veltroni. Si trattava di uno strato sociale di carrieristi, faccendieri, affaristi e, al bisogno, anche di tangentari grandi e piccoli. Gente priva di una sostanziale cultura politica, che non poteva sentir parlare di lotta di classe e che non aveva nessun senso della politica, ma che era in sintonia con lo spirito del tempo neo liberista. Pretendevano di essere loro la sinistra, anzi la nuova sinistra degli anni duemila, i blairiani d’Italia.

Innamorati della finanza ed allergici al lavoro, spinsero il partito a diventare il principale interlocutore del capitale finanziario in Italia. Ed anche questo era nello spirito dei tempi e rifletteva il nuovo compromesso socialdemocratico fra l’internazionale socialista e l’iper capitalismo finanziario.

La cosa ha funzionato per un quindicennio, poi... è venuta la crisi. Il modello si è incarognito ed ha tagliato tutti gli spazi di mediazione riformistica obbligando i partiti socialisti al governo (vale anche per Tsipras) a politiche apertamente antipopolari. Ed il meccanismo non ha più funzionati, come dimostrano i risultati ad una cifra di quasi tutti i partiti socialisti europei dalla Spagna all’Austria, dalla Francia alla Grecia, dal Belgio alla Repubblica Ceca. La loro base popolare è risucchiata dall’ondata populista. Quel modello è fallito in Europa ed ora anche in Italia nella quale la stagione renziana è stata solo una bizzarra anomalia subito normalizzata.

E questa è la sorte odierna del Pd destinato rapidamente a scendere ad un risultato ad una cifra e all’assoluta irrilevanza politica: capolinea, signori si scende!

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16/01/2018

Spd tedesca. Una lunga storia da rossi fuori e bianchi dentro

Per la paura della morte in caso di nuove elezioni, la SPD sceglie il suicidio programmato. Per guadagnare tempo, si nasconde sotto il grembiule di mamma Merkel. Prima di prendere posto al tavolo delle trattative, i dirigenti socialdemocratici giuravano che la CDU avrebbe pagato a caro prezzo una partecipazione della SPD al governo. E invece, per pagare il conto, alla CDU sono bastate poche monetine. Una mancia. Ai tempi del governo rosso-verde, l’ultimo cancelliere socialdemocratico, Schröder, diceva che era chiaro chi dei due partner era il cuoco e chi il cameriere. L’attuale SPD assolve benissimo al ruolo di cameriere ausiliario. Da leone ruggente, il presidente della SPD, Schulz, è diventato il tappetino ai piedi del letto della cancelliera.

Nel corso di cinque giorni di trattative con la CDU/CSU, concluse venerdì nella loro sede berlinese, i socialdemocratici hanno rinunciato a quasi tutte le rivendicazioni che contenevano un timido accenno di progresso sociale. Hanno trovato un accordo su un solo punto importante: in futuro l’assicurazione malattie obbligatoria sarà nuovamente finanziata in uguale misura da padronato e lavoratori. In cambio, i socialdemocratici hanno rinunciato all’assicurazione universale, cioè a farla finita con l’assicurazione malattie a due velocità. Non hanno ottenuto neppure l’aumento dell’aliquota fiscale massima. E non hanno nulla da offrire ai disoccupati e a quanti non possono più pagare un affitto.

Inoltre, con il Trattato di libero scambio, CETA, promosso da conservatori e socialdemocratici, si profila uno svuotamento dei diritti dei lavoratori dipendenti e dei consumatori e un abbassamento degli standard ambientali. Nel documento comune, la coalizione rosso-nera esprime l’intenzione di promuovere altri trattati internazionali di questo genere. La delusione di quel che resta della sinistra socialdemocratica è comprensibile. Noti sostenitori di Schröder come Martin Schulz continuano a controllare le leve del partito e del gruppo parlamentare. Vegliano al mantenimento della linea politica neoliberista, quella dell’Agenda 2010, come dimostra l’intenzione del futuro governo di ridurre a meno del 40% i costi non salariali.

La SPD non sostiene neppure una politica decorosa nei confronti dei profughi. Dopo aver approvato, 25 anni fa, il cosiddetto compromesso sul diritto d’asilo, i socialdemocratici sono sempre in prima fila quando si tratta di ridurre i diritti di quanti cercano protezione. Adesso la SPD, con CDU e CSU, è pronta a fissare un tetto massimo, incostituzionale, per l’accoglienza dei richiedenti asilo. La AfD (Alternativa per la Germania) si frega le mani. Infatti, la coalizione rosso-nera orienta ancora una volta la sua politica in base alle esigenze del partito dominato dai neofascisti. Con una nuova Grosse Koalition, i democristiani possono sperare di non perdere altri elettori, intercettando almeno una parte dei voti della destra mediante un inasprimento della politica interna e di quella sul diritto d’asilo.

Non si vede invece a chi possa servire in futuro una SPD che continua ad allontanarsi da una politica socialdemocratica. Il suo risultato alle ultime politiche, il 20,5% dei voti, e il crollo di numerosi partiti fratelli in Europa dovrebbero suonare l’allarme. E invece i dirigenti del partito ignorano questi segnali e corrono verso il disastro. Adesso, solo la base potrebbe salvare il partito. La prima opportunità si presenterà domenica prossima al congresso federale straordinario, a Bonn. I socialdemocratici avranno la possibilità di bocciare l’accordo e andare a nuove elezioni. Solo con questi presupposti è pensabile che la SPD torni ad una politica di “sinistra”, sia pure estremamente moderata. Potrebbe dimostrare di essere diversa dal ravanello, rosso fuori e bianco dentro, dell’indimenticabile poesia di Kurt Tucholsky...

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18/12/2017

Il fascismo come fonte di legittimazione (come volevasi dimostrare)


Ha parlato anche il lider Massimo, chiarendo il concetto che andiamo (certo non da soli) dicendo da tempo: «Rischio Austria anche da noi, pronti a intese per il governo». Ecco come il fascismo slitta di significato e si trasforma nel più performante strumento di legittimazione dell’euroliberismo. L’alternativa alle forze ordoliberali di tutta Europa, ci dicono, è il ritorno del fascismo. Ritorno di cui, ovviamente, non c’è traccia nelle forme in cui viene descritto (non c’è alcuna “ri-nazionalizzazione delle masse” alle porte, e le politiche xenofobe presentate come cifra politica del fascismo in realtà vengono applicate dai democratici di tutta Europa – Minniti docet); manca il fascismo reale, sussunto completamente nelle logiche europeiste, ma il fascismo immaginario serve come riconoscimento retroattivo dell’assenza di alternative. Oltre la coalizione neoliberale (“democratici” e “conservatori” di tutto il continente), occhio, c’è Hitler; per quanto possono starvi sulla palle Renzi o Berlusconi, meglio loro che Ciano e Farinacci. Va da sé che se l’alternativa fosse davvero tra Casapound e il Partito Democratico, qualche dubbio potrebbe pure venirci sul frontismo come risposta tattica alla minaccia fascista. Ma questa alternativa, nella realtà, non è all’ordine del giorno. Il primo è il partito egemone in Europa – nelle sue versioni “di destra” e “di sinistra”; il secondo racimola lo zerovirgola nelle elezioni generali così come nella società. Si dirà che il pericolo fascista viene oggi rappresentato dal populismo xenofobo à la Lega nord. E’ vero: il problema non è tanto il “fascismo”, quanto una mobilitazione reazionaria di massa alimentata dalla crisi liberista. Ma questa viene allevata in casa da quelle stesse forze che si presentano come alternative al populismo (Forza Italia da noi, la Merkel in Germania, Rajoy in Spagna, Sebastian Kurz in Austria, eccetera: tutte forze liberali che integrano nelle loro coalizioni e nei loro programmi l’estrema destra di cui si dicono “alternativi”).

In tal senso, la dinamica austriaca e i suoi riflessi italiani sono a dir poco paradigmatici. Il Berlusconi austriaco (Kurz) si allea con il Salvini locale (Strache) presentandosi come “freno all’antieuropeismo”, e D’Alema propone come soluzione “alla deriva austriaca” quella di allearsi con il Pd, che nel frattempo vorrebbe allearsi col Berlusconi originale per “frenare il populismo di Lega e M5S”, di cui il massimo esponente italiano (Salvini) sta nella stessa coalizione elettorale di chi dovrebbe “frenarlo”. Non sono i paradossi della politica italiana, né stranianti eterogenesi dei fini: è un calcolo politico preciso e soltanto superficialmente paradossale. Più si rafforza l’immagine del fascismo, più si rafforzano elettoralmente le posizioni del “centro” della politica. Il risultato è quello di silenziare ed estromettere alternative progressive al sistema stesso, presentate tutte invariabilmente come “populiste”, quindi reazionarie, quindi fasciste:
Se nel primo Novecento è servito alla repressione delle classi popolari, e nel secondo Novecento alla repressione delle avanguardie politiche comuniste, nel XXI secolo questo serve alla legittimazione retrospettiva della democrazia liberale quale unico ambito politico della ragionevolezza. Anche gli argomenti per combatterlo vanno dunque calibrati in tal senso (gli arnesi, invece, rimangono sempre quelli)
Il risultato di tutto questo sarà il Gentiloni bis. Gentiloni come felice mediazione tra il “nuovo fascismo” e “la rigidità finanziaria dei paesi del nord”. Poco importa che il nuovo fascismo è interno alle coalizioni liberali, e che la presunta rigidità finanziaria sia la normale gestione europeista dell’economia continentale. A dileguarsi sono i dati di realtà, la sostanza dei processi economici e politici. Ci rimane una realtà virtuale in cui lo scontro è tra Hitler e Adenauer. Che le due espressioni politiche abbiano governato per anni insieme, in funzione anti-comunista, dopo la guerra, è un particolare volutamente dimenticato. L’importante è gridare al “ritorno del fascismo”.

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10/12/2017

Germania. La deriva suicida dell’Spd

Il Partito socialdemocratico tedesco, SPD, non dà l’impressione di aver compreso la gravità della situazione in cui si trova. Anche se continua a perdere migliaia di iscritti, un profondo riposizionamento programmatico e personale è da escludere. Si tratta comunque di un processo che non ha mai interessato alcuni fra i maggiori rappresentanti del vertice del partito, impegnati soprattutto nel mantenimento delle loro poltrone ministeriali.

Costoro non sono affatto dispiaciuti della decisione del loro congresso federale di aprire trattative a tutto campo con il partito democristiano, CDU, in vista della formazione di un nuovo governo di grande coalizione. Non saranno trattative semplici. C’è da temere che, ancora una volta, la coesione del partito abbia il sopravvento su ogni altra considerazione. Nel congresso se ne è avuta un’anticipazione. Non vi è stata nessuna rielaborazione critica del dibattito successivo all’esito disastroso delle elezioni politiche di settembre e non è emersa nessuna critica forte alla direzione del partito.

Tuttavia, la decisione non è definitiva. Per i socialdemocratici, le altre opzioni possibili sono tre: interrompere le trattative con i democristiani, andare all’opposizione o mettere in conto nuove elezioni. D’altronde, solo i giovani militanti potrebbero, in teoria, impedire una grande coalizione o una stretta cooperazione con i democristiani. Le ragioni non mancano. Qualsiasi modello “rosso-nero” sarebbe un altro chiodo sulla bara della socialdemocrazia. E non bisogna dimenticare che, se la politica attuale sarà proseguita, per richiedenti asilo, lavoratori a basso reddito, pensionati impoveriti e disoccupati sarà ancora più dura.

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05/07/2017

Il buon padrone di Fantozzi


«Ma... Mi scusi... Sire, ma... Non mi vorrà dire che lei è... Scusi il termine, sa... “Comunista”?»
«Beh... Proprio comunista, no! Vede, io sono un medio-progressista...»

«Ma in merito a tutte queste rivendicazioni e a tutte queste ingiustizie che ci sono, lei che cosa consiglierebbe di fare, Maestà?»

«Ecco... Bisognerebbe che per ogni problema nuovo tutti gli uomini di buona volontà, come me e come lei, caro Fantozzi, cominciassero a incontrarsi senza violenze, in una serie di civili e democratiche riunioni. Fino a che non saremo tutti d’accordo.»

«Ma... Mi scusi Santità... Ma in questo modo ci vorranno almeno mille anni!»

«Posso aspettare... Io!»
«Grazie...»

Fantozzi, Luciano Salce, 1975.

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18/01/2017

Rosa Luxemburg 98 anni dopo. Socialismo o barbarie


Un ricordo necessario per la storia del movimento operaio e comunista.

Riprendo un testo di qualche anno fa con una brevissima aggiunta sul tema del partito, quale testimonianza sicuramente parziale ma mi auguro efficace.


Tra il 15 e il 16 gennaio 1919 i corpi speciali del ministro dell’interno tedesco, il socialdemocratico Noske, repressero nel sangue la rivolta spartachista di Berlino e assassinarono i due principali esponenti del Partito Comunista Tedesco: Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg.

A novantacinque anni di distanza da quel tragico episodio, che segnò un punto fondamentale nella storia del movimento operaio occidentale, il pensiero di Rosa Luxemburg rimane uno dei punti di studio fondamentali per comprendere il pensiero “critico” del comunismo dell’epoca delle rivoluzioni e dei grandi partiti di massa, rappresentando un vero e proprio “momento di rottura” attorno al quale vale ancora la pena di ragionare proprio adesso, in una fase storica nella quale l’intreccio tra riattualizzazione delle idee critiche sviluppate nel corso della storia del movimento operaio e necessità di riproporre un’adeguata soggettività politica comunista s’impone come elemento di battaglia politica da portare avanti con urgenza e radicalità di analisi e d’intenti.

Rosa Luxemburg prese politicamente coscienza nella socialdemocrazia tedesca, ma si distaccò progressivamente da quel filone di pensiero e d’azione.

In lotta con la posizione nota come “revisionismo”, che è stata storicamente proiettata sulla figura di Bernstein, Rosa Luxemburg si collocò in una posizione comune con Kautsky, al riguardo del quale però condivideva solo formalmente la concezione della dialettica tra riforme e rivoluzione.

Dall’analisi dell’esito della rivoluzione russa del 1905 Rosa Luxemburg trasse più ampie conseguenze per la ridefinizione del processo rivoluzionario nell’Europa Occidentale.

Ma la svolta maggiormente decisiva nel rapporto tra Rosa Luxemburg e la socialdemocrazia tedesca (cui essa guarda comunque, come del resto lo stesso Lenin, con ammirazione in quanto forza teorico – organizzativa di fondamentale importanza per il proletariato internazionale) fu determinata dalla posizione assunta dell’SPD nel decisivo frangente dello scoppio della prima guerra mondiale, con la pronta conversione del partito, nonostante tutte le dichiarazioni d’impegno contro la guerra fatte sul piano internazionale, a una politica imperialistica di tregua parlamentare.

Rosa Luxemburg espresse, con grande amarezza, tutta la propria disillusione allorquando la maggioranza del gruppo parlamentare votò il 4 agosto 1914 la concessione dei crediti di guerra al governo del Kaiser.

E’ la guerra che dimostra il fallimento della socialdemocrazia su un punto di principio sino ad allora considerato inviolabile: l’internazionalismo proletario.

Forse, proprio in quel momento apparve finalmente chiaro a Rosa Luxemburg che quel partito, tanto rapidamente sottrattosi ai propri solenni impegni nei confronti della classe operaia degli altri paesi e integratosi in quel sistema imperialistico di relazioni interstatali, sino all’ultimo combattuto al prezzo di numerose vittime, non sarà del pari in grado di condurre all’interno della propria società una lotta conseguente per la trasformazione rivoluzionaria.

Chi è venuto meno agli impegni internazionali, ha insieme perduto l’intima forza per far fronte agli impegni nazionali.

A quel punto l’attività politica di Rosa Luxemburg si concentrò nell’opposizione alla guerra, poiché riteneva che qualunque esito militare si verificasse essa rappresentava comunque la maggiore sconfitta concepibile per il proletariato europeo.

Muovendo da queste considerazioni Rosa Luxemburg si adoperò allora per sviluppare alternative organizzative alla socialdemocrazia, venuta meno ai suoi compiti essenziali.

Si dovevano dunque riunire e mobilitare tutte le forze in grado di spezzare l’accecamento nazionalistico della pretesa guerra difensiva e trasformarla in una guerra di classe.

Rosa Luxemburg era ben consapevole che, con la fine della guerra, una crisi nazionale globale avrebbe sconvolto le istituzioni politiche e l’egemonia borghese, cosicché, al momento decisivo, sarebbe stato di fondamentale importanza contrapporre alla corrotta socialdemocrazia un’alternativa organizzativa per la presa del potere.

Più d’ogni altro, Rosa Luxemburg è apparsa cosciente della violenta frattura storica rappresentata dalla prima guerra mondiale.

Essa considerava la rivoluzione non come una concezione meramente programmatica nell’interesse dell’emancipazione di una singola classe, ma come necessità esistenziale per l’autoconservazione dell’umanità.

Il termine Menschheit (Umanità) sempre ricorrente nei suoi discorsi non rappresentava una pura metafora, ma l’essenza di ciò che le appariva storicamente inalienabile e cercò di dimostrarlo anche nel testo del discorso pronunciato al congresso di fondazione del KPD nel dicembre del 1918.

Nella rivoluzione tedesca del novembre 1918 le apparve evidente che nulla di decisivo era stato modificato nei rapporti di classe esistenti.

I rappresentanti di quella rivoluzione erano così intimamente compromessi con il corrotto sistema dominante e con le sopravvissute forze politico – militari, che la strada del parlamentarismo, imboccata dall’Assemblea nazionale, doveva necessariamente condurre alla conservazione di quello status quo da cui i vecchi poteri sarebbero riusciti alla fine vittoriosi.

Ben presto Rosa Luxemburg comprese che il governo Ebert – Scheidemann sarebbe stato in grado di agire solo finché alla classe dominante fosse occorsa una pausa per rigenerarsi completamente.

Risoluta fautrice di una democrazia di base che avesse nei consigli degli operai e dei soldati il fondamento essenziale della sua forma politico – organizzativa Rosa Luxemburg ha combattuto sin dal principio contro ogni forma di mero socialismo di governo.

In questo punto cruciale si delinea un altro elemento di frattura e cioè quello relativo a uno specifico rapporto con la rivoluzione d’Ottobre, che può essere definito come di “solidarietà critica”.

Rosa Luxemburg non si lasciò condizionare dall’esigenza di dimostrare ad ogni costo la propria solidarietà alla rivoluzione d’Ottobre.

Prima di tanti altri, essa aveva individuato nella concezione leniniana del partito e in altri punti ancora, taluni tratti che preannunciavano le possibili involuzioni della società sovietica e che minacciavano gli elementi fondativi di una democrazia socialista.

Da questo elemento prese le mosse la sua ricerca insieme di rottura con la socialdemocrazia e di modello diverso da quello bolscevico.

Non è semplice collocare teoricamente questo tipo di ricerca.

Rosa Luxemburg è stata certamente una fautrice della democrazia consiliare: con un’idea del tutto diversa dell’organizzazione da quella, ad esempio, espressa da Pannekoek.

La sua concezione della dialettica materialista, completamente determinata da processi storici, non presentò mai aspetti di mentalità naturalistica.

Rosa Luxemburg indicò con grande chiarezza l’alternativa sempre presente in ogni congiuntura storica: o socialismo o barbarie.

Proprio questa capacità di presentare, sempre e comunque, di indicare quell’alternativa, rivolta alla vivificazione della dialettica, rese il pensiero di Rosa Luxemburg una forma di eresia particolare nella storia del movimento operaio.

Il rapporto con le masse rappresentò un elemento essenziale nella teoria politica di Rosa Luxemburg e proprio questo elemento le impedì di poter accettare il rigido partito di quadri, chiuso in una ferrea disciplina cospirativa, come alternativa al partito socialdemocratico, divenuto intanto una mera unione elettorale.

In Rosa Luxemburg però non si rintraccia un’alternativa astratta tra spontaneità e organizzazione: tutto dipende dalle mediazioni storiche concrete.

A dimostrazione di ciò sta il suo concetto specifico di organizzazione.

L’organizzazione deve intervenire strutturando e, in un certo senso, anticipando e illustrando, attraverso le esperienze e le forme di lotta dei proletari, i loro momenti rivoluzionari nella prospettiva dell’obiettivo finale.

Nella sua concezione dell’organizzazione della lotta di classe, Rosa Luxemburg intuì che spontaneità e organizzazione non stanno tra loro in un rapporto esteriore, bensì contengono una loro dialettica immanente.

Se si cerca di isolare da una parte la spontaneità e dall’altra l’organizzazione o di stabilire tra esse una piatta identità esse possono trasformarsi, nel loro movimento storico, nell’esatto contrario.

Se l’organizzazione proletaria si stacca dalle masse quasi necessariamente dà adito ad azioni spontanee che possono rivolgersi anche contro di essa; se la spontaneità si stacca dalla forza organizzativa della classe operaia, ricade nel feticismo organizzativo di gruppi settari o nel meccanicismo degli atteggiamenti di protesta, che divampano e subito si spengono, di gruppi che non sono disposti e capaci di accollarsi né gli sforzi di un lavoro teorico di lunga durata, né gli sforzi di un lavoro pratico – organizzativo.

Rosa Luxemburg concepì il partito non come un’istituzione rigida, unico centro attivo del processo rivoluzionario, ma come qualcosa di processuale in cui erano custodite, rese coscienti e sviluppate le esperienze collettive e i molteplici tentativi di organizzazione della classe operaia e, con l’aiuto della dialettica materialistica, indirizzate all’obiettivo finale: ed è questo un punto della sua lezione che oggi va ripreso e meditato nel momento in cui proprio l’idea di partito sembra averci abbandonato: oso azzardare, oggi gennaio 1917, al pensiero di un partito organizzato consiliarmente che si muove nell’ottica dell’integrazione politica di massa utilizzando con “modestia e malizia” la capacità di concepire da sinistra l’autonomia del politico (indispensabile in una organizzazione di quadri).

Scrive Rosa Luxemburg in “Problemi di organizzazione”: “organizzazione, chiarificazione e lotta non sono qui momenti divisi, meccanicamente e anche temporalmente separati, come in un movimento blanquista”, esse formano piuttosto un’unità contraddittoria, aspetti diversi del medesimo processo dialettico.

Non si può trasformare Rosa Luxemburg, come pure molti hanno cercato di fare, in un’illuminista idealistica che ritiene possibile superare la società classista con la semplice convinzione: tuttavia il pathos dell’illuminismo ha impresso un carattere così forte al suo pensiero che è percepibile fin nelle questioni dell’organizzazione; così come essa pensa che la lotta contro l’opportunismo nel partito proletario e nei sindacati sia essenzialmente una lotta intellettuale che non si può decidere con misure organizzative, del pari manifesta, in generale una profonda avversione per le espulsioni dal partito e per le misure disciplinari.

Da queste indicazioni molto sommarie al riguardo del pensiero di Rosa Luxemburg quali sollecitazioni, quali stimoli si possono trarre per l’oggi, per la battaglia politica nella quale ci troviamo impegnati?

Oggi dobbiamo ricominciare, in modo nuovo e più intenso, a pensare in modo storico.

Schemi astorici, sconfitte che vengono trasformate in modelli per future vittorie e hanno assunto il carattere di feticcio, non fanno avanzare né sul piano teorico, né sul piano pratico.

Il giorno prima del suo assassinio, il 14 gennaio 1919, usciva sulla “Rote Fahne” un articolo di Rosa Luxemburg, dal titolo “L’ordine regna a Berlino”, che così si concludeva:
“La direzione è mancata. Ma essa può e deve essere creata a nuovo dalle masse e tra le masse. Le masse sono il fattore decisivo, sono la roccia sulla quale sarà edificata la vittoria finale della rivoluzione. Le masse sono state all’altezza della situazione, esse hanno fatto di questa “sconfitta” un anello di quelle catene di sconfitte storiche, che sono l’orgoglio e la forza del socialismo internazionale. E perciò, da questa “sconfitta” sboccerà la futura vittoria. “Ordine regna a Berlino”. Stupidi sbirri! Il vostro “ordine” è costruito sulla sabbia. La rivoluzione è già domani “di nuovo” si rizzerà in alto con fracasso e a vostro terrore si annuncerà con clangore di trombe. Io ero, io sono, io sarò”.
Per la stesura di questo testo sono stati consultati: Oskar Negt “Rosa Luxemburg e il rinnovamento del marxismo ( in “Storia del Marxismo, volume secondo Il Marxismo nell’età della seconda internazionale. Einaudi 1979) e Massimo Cappitti “Rosa Luxemburg: rivoluzione e democrazia”. In “L’altronovecento, comunismo eretico e pensiero critico” a cura di Pier Paolo Poggio. Jaca Book 2010.

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14/11/2016

Trump l’oeil

Per spiegare la morbosità e il compiacimento con i quali una certa sinistra radical guarda con orrore alla vittoria nelle elezioni statunitensi del fascio-capitalista Trump, non riesco a non pensare all'analisi marxiana del meccanismo ideologia – falsa coscienza. Riassumeno e sintetizzando all'osso, la sinistra liberale di casa nostra guarda oltreoceano per riflettersi in uno specchio deformante, per sentirsi ancora sinistra e per propagandarsi come tale.

"È vero – potrebbero dire e pare di sentirli – abbiamo fatto tagli allo stato sociale e alle pensioni, abolito l'articolo 18, introdotto il Jobs act, spinto i voucher e ridotto il lavoratore a merce, abbiamo voluto la Buona scuola con il suo carico di aziendalismo autoritario e introdotto il principio del lavoro gratuito, ma siamo e continuiamo a essere di sinistra.

Abbiamo modificato gli articoli 81 e 97 della Costituzione per ubbidire alla dittatura della Troika e del capitale finanziario, rinunciando a ogni principio di uguaglianza sostanziale sancito dalla nostra Carta democratica, ma siamo e continuiamo a essere di sinistra.

Sappiamo che disoccupati, lavoratori, studenti, sfrattati e contestatori dell'attuale governo e dell'austerità vengono manganellati quotidianamente dalle forze dell'ordine e che le amministrazioni pubbliche omaggiano i fascisti di Salò, lasciando agire indisturbate Forza Nuova e CasaPound, ma siamo e continuiamo a essere di sinistra.

Sappiamo che la nostra Costituzione afferma che l'Italia ripudia la guerra, ma gli affari si devono pur fare e si deve stabilizzare il Medio Oriente, mica siamo degli irresponsabili!

Sappiamo che l'Italia vende bombe all'Arabia Saudita, grande finanziatrice dell'ISIS, per sterminare gli yemeniti, ma è tutto legale. Sappiamo che il governo italiano appoggia il governo filo – nazista di Kiev, ma siamo o no nella NATO?

Perciò possiamo dire, in tutta coscienza, che siamo e continuiamo a essere di sinistra.

Perché? Perché siamo politicamente corretti e non siamo razzisti, siamo istruiti, educati e aperti alle coppie di fatto, non siamo sessisti e ci teniamo ben lontani dal marciume delle periferie, dagli incolti razzisti, ignoranti e a basso reddito, che hanno votato il tycoon. In una parola, siamo di sinistra perché non siamo come Trump".

Il Trum – l'oeil al quale stiamo assistendo, altro non è se non il fenomeno in base al quale i rapporti sociali e politici vengono sistematicamente falsati: si confeziona, con l'uso sapiente della propaganda e dei media, un'immagine ingannevole di sinistra, una realtà che semplicemente non esiste. Questo gioco sporco mira a diffondere una costruzione di senso comune che prescinda dai reali interessi di classe e ponga l'accento su altre questioni dirimenti. Solo così si possono gabellare politiche vessatorie e di smantellamento dei diritti sociali per scelte d'interesse nazionale o di equità generazionale.

La sola risposta a questa falsificazione consiste in un ritorno alla politica degli interessi popolari: la sinistra o è di classe o, semplicemente, non è.

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