Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
24/11/2024
Nel dramma UE c’è anche un momento di farsa
Dai socialdemocratici, ai liberali, ai conservatori, ai reazionari, staranno tutti assieme al governo con Ursula von der Leyen.
Sarà un governo di centroestremadestra con in programma la guerra alla Russia, la complicità con Israele, l’economia di guerra, l’austerità, la devastazione dell’ambiente e dei diritti sociali, la deportazione dei migranti. Uno schifo assoluto che, come altre tragiche volte nella storia europea, vede la sinistra socialdemocratica vendersi al peggio della destra.
In questo dramma c’è però anche un momento di farsa.
Meloni e Schlein voteranno e sosterranno assieme Fitto, fedelissimo della Presidente del Consiglio, come vice presidente della Commissione UE.
Sarà allora divertente vedere Giorgia Meloni (ex antieuropeista) esaltare l’Europa e i successi italiani in essa.
Mentre Elly Schlein (europeista fanatica) dovrà minimizzare e nascondere; in fondo sarà costretta a sostenere che quel che succede nella UE non è poi così importante e che, anche se lì governa con Meloni, in Italia è duramente all’opposizione.
Si chiama trasformismo e come il fascismo è una invenzione italiana. Che è stata anche esportata all’estero.
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14/11/2024
Quella gabbia di matti chiamata Unione Europea
L’Unione Europea, di fatto, risulta incapace di darsi un “governo” – la Commissione – a cinque mesi dalle elezioni. E non è detto, a questo punto, che il “von der Leyen 2” prenda davvero il via.
Ieri tutte le contraddizioni interne, tra paesi e maggioranze politiche diverse, sono esplose facendo saltare mediazioni che sembravano blindate.
La miccia è arrivata dalle vicepresidenze, ben sei, da concedere in modo da accontentare tutti (paesi e famiglie politiche). Anche questo allargamento numerico – in precedenza erano sempre state soltanto cinque – era sembrato un capolavoro democristiano tessuto dalla “cavallerizza” tedesca, piombata in politica dopo i 40 anni e subito investita di incarichi pesanti (ministro della difesa in Germania).
Per rabberciare una maggioranza, infatti, Von der Leyen aveva proposto una sesta vicepresidenza da affidare all’italiano Raffaele Fitto, a sua volta ex democristiano ma oggi membro influente del partito (post?)-fascista guidato a Giorgia Meloni, seppure con un mandato molto meno importante (“la coesione”) rispetto a quello lasciato da Paolo Gentiloni (gli affari economici).
La cosa aveva fatto storcere il naso ai socialisti europei, ma non ai loro rappresentanti in Italia (il PD, non a caso). Una maggioranza con “dentro tutti” – socialisti, verdi, liberali, democristiani, conservatori e fascisti – poteva essere certamente forte sul piano numerico, ma debolissima su quello politico-operativo. Facile prevedere che ogni decisione sarebbe stata complicata da molti distinguo e altrettante indispensabili mediazioni, al dunque piuttosto paralizzanti. E infatti si è impantanata già sulle nomine...
Anche il rappresentante dell’ungherese Orbàn, Oliver Varhelyi, per quanto sullo strapuntino della “salute e del benessere animale”, disturbava parecchio i gruppi “progressisti”. Due commissari neofascisti (anche se Fitto, ricordiamo, ha origini più moderate) erano in effetti un po’ troppo per presentare la nuova Commissione come “campione della democrazia, dei diritti umani, ecc.”.
Soprattutto se – e questa è forse la ragione principale – il gruppo Ecr cui appartengono non ha votato per Ursula von der Leyen a luglio, quando si era formata la nuova-vecchia maggioranza.
Il casino, però, alla fine l’ha fatto il democristiano tedesco Friedrich Merz che, recependo i maldipancia dei “popolari” spagnoli (in realtà dei post-franchisti in doppiopetto), minacciava per ritorsione di votare contro la nomina di Teresa Ribera, fin qui vicepresidente nel governo “socialista” di Sanchez. Motivazione ufficiale: la Ribera, il 20 novembre, dovrà dimostrare nel Parlamento spagnolo di non aver avuto nessuna responsabilità per la tragedia di Valencia (colpa che tutti attribuiscono al sindaco “popolare” della città, che si era rifiutato di lanciare l’allerta meteo fin quando la gente non ha cominciato a morire).
A quel punto è saltato completamente il tavolo. I delegati “progressisti” dichiaravano morta la candidatura di Fitto a vicepresidente, “non lo voteremo in nessun caso, la fiducia è rotta. Il pacchetto per noi è di cinque vicepresidenti, il Ppe lo voti con l’estrema destra”.
Von der Leyen si è quindi esibita nella parte che sa fare meglio: silenzio e scomparsa dalla scena, forse in cerca di ordini o consigli superiori. Ed è stato persino divertente vedere qualche parlamentare del PD sbottare in pubblico con un “Parli, dica qualcosa, c...”.
Un branco di matti parecchio incompetenti, certo, ma anche una struttura istituzionale – i trattati europei – che manifestamente sono stati pensati per “gestire” autoritariamente decisioni politiche ed economiche prese in altra sede. Ma che risultano inservibili per affrontare divergenze politiche serie o semplicemente problemi imprevisti.
Un baraccone di 27 paesi governati da coalizioni molto differenti o addirittura contrapposte, interessi economici e “nazionali” ormai palesemente divergenti (persino la Germania e la Francia sono andate in crisi e non riescono ad uscirne per colpa di quell’“austerità” che avevano voluto imporre a tutti), trattati e regole che concedono il potere di veto a chiunque nel mentre si impongono politiche che danneggiano alcuni e favoriscono altri (non solo “paesi”, ma anche comparti economici e produttivi)...
Il tutto in una situazione che vede due guerre alle porte di casa, una delle quali richiede grandi esborsi in soldi, armi e rischi di guerra mondiale; con un “alleato” che ora minaccia di scaricare la patata ucraina su Bruxelles mentre impone dazi sulle esportazioni europee.
In una situazione del genere, sembra banale, servono decisioni rapide, lungimiranti, strategicamente sensate e con possibilità di articolazione operativa su grande scala (qualsiasi sia la scelta strategica: reazionaria, riformista, rivoluzionaria, conservatrice, ecc.).
Servirebbe perciò statisti di caratura molto superiore a quelli che, maldestramente, disegnarono l’Unione Europea alle sue origini o la folle “gabbia di Maastrcht”.
E invece abbiamo questa banda di nanerottoli miopi o ciechi. Selezionati per vincere la televendita elettorale, a forza di promesse e menzogne. Attori di serie zeta, buoni per uno spot pubblicitario e troppo scarsi perfino per i cinepanettoni.
Anche per questo, probabilmente, l’“ombra di Banquo” è riapparsa nei corridoi di Bruxelles. Ed anche questa volta si chiama Mario Draghi...
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17/09/2024
UE - Ursula vara la Commissione, SuperMario sorveglia da vicino
Ufficialmente, nel corso dell’ultima settimana, i nodi erano stati soltanto due. Il ruolo da attribuire a Raffaele Fitto, indicato dal governo Meloni e appartenente al gruppo ECR (conservatori di estrema destra), contro cui erano insorti soprattutto governi e gruppi parlamentari verdi e socialisti (meno il PD, che si conferma la solita inguardabile poltiglia di “chiacchiere e distintivo”).
E, all’ultimo momento, la porta sbattuta da Thierry Breton, vecchio liberal-liberista francese già commissario, sostituito all’ultimo momento con il consenso di Macron, che ha proiettato il giovane Stephane Se’journé (ex ministro degli esteri ed ex marito dell’ex premier Laval, a proposito di “amichettismo” o “compagnia di ventura”), nell’incarico alla “prosperità e alla strategia industriale” con tanto di vicepresidenza esecutiva.
L’arte del compromesso accontenta-tutti si è vista proprio intorno a questi due scogli affioranti.
Fitto ha avuto come previsto una delle vicepresidenze, ma queste si sono magicamente moltiplicate da quattro a sei, diminuendone dunque il peso relativo. In più – o in meno – il suo incarico prevede solo la delega alla Coesione e alle Riforme (compreso ciò che resta del NextGenerationUe varato in piena pandemia), e non gli “affari economici” con il pieno controllo dei fondi del PNRR.
Un depotenziamento forse non troppo appariscente ma sostanziale, visto che nella lettera di missione scritta da von der Leyen gli si chiede espressamente di “lavorare a contatto” con Valdis Dombrovskis, l’arcigno “falco” baltico da sempre schierato per l’austerità e il controllo rigido dei conti dei paesi mediterranei.
Ironicamente, Dombrovskis perde la vicepresidenza tenuta fin qui, ma guadagna un ruolo di supervisore e controllore del “meridionale di estrema destra” che in realtà Fitto non è mai stato (nasce democristiano, poi naviga tra i berlusconiani e altri gruppi fino ad approdare alla corte di Meloni).
Al suo fianco, oltretutto, ci sarà lo slovacco Maros Sefcovic, titolare del Commercio e della Sicurezza economica. Da sottolineare il fatto che il gruppo dei sedicenti “socialisti” (PSE) non riconosce più come membro il partito di Sefcovic (quello del premier Fico), perché contrario ad armare ulteriormente l’Ucraina e ai progetti di guerra contro la Russia.
Chiaro che queste due soluzioni sono collegate tra loro e servivano a stemperare almeno un po’ il malumore “progressista” (con duecento virgolette) per la presenza di un rappresentante di quel governo che ha votato contro la conferma di Ursula von der Leyen e che dunque è “fuori e contro la maggioranza” europea.
Per il governo Meloni c’è un incasso minore dello sperato, ma comunque è un risultato da festeggiare perché ora il suo partito è stato sdoganato anche in Europa. Come già detto mille volte, chi sperava che la UE fosse un “baluardo” contro il fascismo e i suoi nostalgici è un imbecille che spera nel “cavaliere bianco” per liberarsi di quello nero. Che si mettono d’accordo senza problemi...
Ma non è stato facile neanche difendere le postazioni più ambite (quelle economiche, naturalmente, pretese da un po’ tutti gli Stati) o aumentare la “rappresentanza di genere” fino a un passabile 40%, visto che le proposte iniziali dei vari paesi indicavano un misero 22%, a conferma del fatto che “i valori” tanto sbandierati sono ben poco tenuti in reale considerazione.
La lista dei vari incarichi è ovviamente lunga, visto che ci sono 27 nomi con 27 deleghe per 27 paesi.
Gli altri quattro vicepresidenti sono la spagnola Teresa Ribera (prima inter pares) con la delega a “una transizione pulita, giusta e competitiva”. La finlandese Henna Virkkunen avrà la delega alla sovranità digitale, la sicurezza e la democrazia. La estone Kaja Kallas, come già annunciato, sarà l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza, a presidio del riarmo per la guerra, al posto del comunque fomentatissimo Borrel. La romena Roxana Minzatu avrà la delega alle persone, alle competenze e alla preparazione.
Seguono tutti gli altri.
La croata Dubravka Suica (PPPE) sarà commissaria per il Mediterraneo, un nuovo ruolo che prima non esisteva. ‘Sarà anche responsabile del più ampio vicinato meridionale’, e ‘collaborerà a stretto contatto con Kaja Kallas e molti altri commissari per sviluppare i nostri interessi comuni con la regione’, un modo mellifluo per indicare il controllo stretto dell’immigrazione.
L’ungherese Olivér Várhely sarà commissario per la Salute e il benessere degli animali, oltre che responsabile per l’Unione europea della salute.
L’olandese Wopke Hoekstra (PPE) sarà commissario per il Clima, la decarbonizzazione (‘zero emissioni nette’) e la ‘crescita pulita’. Sarà anche responsabile della tassazione.
Il lituano Andrius Kubilius (PPE) sarà il commissario per la Difesa (nuovo portafogli) e lo Spazio. Lavorerà allo sviluppo dell’Unione europea della Difesa e al rafforzamento della capacità industriale e di investimento in questo settore. Ancor prima di essere esaminato dal Parlamento e di entrare in carica, Kubilius si è subito fatto notare per questa dichiarazione di guerra: «La Russia costituisce la più grande minaccia alla sicurezza dell’Europa. L’Ue deve essere pronta a qualunque evenienza avendo a disposizione nei nostri depositi abbastanza equipaggiamento militare e sufficiente personale militare pronto per la mobilitazione».
La slovena Marta Kos (Renew), sarà commissaria per l’Allargamento dell’Ue, responsabile anche del Vicinato orientale.
Il ceco Jozef Síkela (indipendente, ma indicato da un governo che fa parte del gruppo conservatore ECR) sarà il commissario per i Partenariati internazionali. ‘Guiderà il lavoro su ‘Global Gateway’ e assicurerà che sviluppiamo partenariati’ con i paesi terzi, in particolare in Africa.
Il cipriota Costas Kadis (PPE) sarà Commissario per la Pesca e gli Oceani, e dovrà presentare il primo ‘Patto europeo per gli oceani’.
La portoghese Maria Luís Albuquerque (Ppe) sarà commissaria per i Servizi finanziari e l'‘Unione per il risparmio e gli investimenti’. Il suo ruolo, ha sottolineato von der Leyen “sarà fondamentale per rafforzare e completare la nostra Unione dei mercati dei capitali e garantire che gli investimenti privati alimentino la nostra produttività e innovazione”.
La belga Hadja Lahbib (Renew) sarà commissaria per la Preparazione alle crisi e la loro gestione, con la responsabilità per la protezione civile in caso di catastrofi naturali e per gli aiuti umanitari.
L’austriaco Magnus Brunner (PPE) sarà Commissario per gli Affari interni e l’Immigrazione. ‘Si concentrerà ovviamente sull’attuazione del Patto Ue sull’asilo e l’immigrazione, ma anche sul rafforzamento dei nostri confini e sullo sviluppo di una nuova strategia di sicurezza interna’.
La svedese Jessika Roswall (PPE) sarà commissaria per l’Ambiente, la ‘resilienza idrica’ e ‘un’economia circolare competitiva’.
Il polacco Piotr Serafin (PPE) sarà il commissario per il Bilancio UE, la lotta alle frodi e la Pubblica amministrazione. Sarà responsabile della preparazione del prossimo bilancio pluriennale dell’Unione.
Il danese Dan Jørgensen (S&D) sarà il commissario per l’Energia e l’Edilizia abitativa (nuovo portafoglio).
La bulgara Ekaterina Zaharieva (PPE) sarà commissaria per la Ricerca e l’Innovazione. Secondo la presidente della Commissione, ‘contribuirà a garantire che investiamo di più e concentriamo la nostra spesa su priorità strategiche e su innovazioni rivoluzionarie’.
L’irlandese Michael McGrath (Renew) sarà commissario per la Democrazia, la Giustizia e lo stato di diritto. Si occuperà anche di lotta alla corruzione e tutela dei consumatori.
Il greco Apostolos Tzitzikostas (PPE) sarà il commissario per i Trasporti e il Turismo sostenibili.
Il lussemburghese Christophe Hansen (PPE) sarà commissario per l’Agricoltura e l’alimentazione.
Il maltese Glenn Micallef ‘(Renew) sarà Commissario per l'Equità intergenerazionale, la cultura, la gioventù e lo sport.
SuperMario, il supervisore
Ma quasi a rubarle la scena è ben presto arrivato Mario Draghi, pronto a esercitare un ruolo da “consigliori esterno” per determinare le linee essenziali della politica europea prossima ventura. Col consenso della stessa von der Leyen, in evidente crisi di grandi idee, che pure aveva esordito indicando la volontà di seguire “le raccomandazioni del rapporto Draghi” per un’Europa “più fluida, più interconnessa, più coordinata” nelle sue “diverse politiche”.
Fuor di metafora, però, SuperMario è intervenuto nel Parlamento di Strasburgo parlando delle questioni strategiche, non del Cencelli per comporre una Commissione folta di mezzi parvenu.
“Affinché l’Europa rimanga libera, dobbiamo essere più indipendenti [come se lo fosse mai stata, dalla fine della Seconda Guerra mondiale, ndr]. Dobbiamo avere catene di approvvigionamento più sicure per le materie prime e le tecnologie critiche. Dobbiamo aumentare la capacità produttiva europea nei settori strategici ed espandere la nostra capacità industriale per la difesa e lo spazio. La pace è il primo e principale obiettivo dell’Europa tra i propri confini e all’estero e dobbiamo continuare in questo sforzo costante. Le minacce alla sicurezza però aumentano e dobbiamo prepararci”.
Si vis pacem, para bellum... nulla di nuovo sotto il sole, se non la scala dimensionale su cui questo preistorico discorsetto viene riproposto: un intero continente.
Soprattutto, Draghi cogliendo con quasi compiaciuto tempismo la crisi profonda dell’industria tedesca, ci ha tenuto a ribadire uno dei punti fondamentali del suo “rapporto”, quello che risulta più indigeribile per Berlino (il governo) e Budesbank: il debito comune.
“Se ci si oppone alla costruzione di un vero mercato unico, all’integrazione del mercato dei capitali e all’emissione del debito comune, ci si oppone ai nostri obiettivi Ue”, ha detto ancora Draghi.
“Il debito comune”, ha sottolineato, “non è per la spesa pubblica generale o per i sussidi” (e quando mai qualcosa per le popolazioni impoverite...), ma “per realizzare gli obiettivi fondamentali” per la nostra futura competitività, “sui quali abbiamo tutti già concordato”.
Il conflitto, oltre che con il “nemico esterno” e con le classi popolari, è insomma anche dentro al capitale finanziario e tra gli Stati che compongono l’Unione. Non proprio il miglior viatico per il “von der Leyen 2”, che palesemente si mostra come la foglia di fico del potere dei “mercati”. Alla faccia della “democrazia”...
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11/09/2024
La UE in crisi spiazza il governo Meloni
In un continente in crisi, con due guerre in cui è coinvolto senza avere in entrambe un reale diritto di parola, un governo nazionale altrettanto in crisi di credibilità – sia interna che internazionale – si ritrova agganciato (anche per propria responsabilità) a un degrado generale della governance.
Andiamo con ordine. La nuova Commissione europea doveva essere presentata ieri da Ursula von der Leyen, confermata nel ruolo di presidente da una maggioranza che da quasi sei anni porta il suo nome ed è parecchio eterogenea: popolari, socialisti, liberali e qualche “indipendente” per raggiungere il numero minimo.
Ma all’ultimo minuto la presentazione della nuova commissione è stata rinviata di (almeno) una settimana. Sono stati addotti problemi formali (la Slovenia aveva cambiato il suo candidato per migliorare la “rappresentanza di genere”, e deve ancora ricevere l’ok del suo parlamento), ma specie socialisti e verdi – tedeschi e non solo – hanno esplicitato il loro rifiuto di attribuire a Raffale Fitto una “vicepresidenza operativa”, ossia un ruolo da protagonista nel “governo” europeo. Anche perché le deleghe di cui disporrebbe valgono nell’insieme circa 1.000 miliardi...
Il gruppo parlamentare cui appartiene – Ecr, quasi all’estrema destra – ha votato contro la presidenza von der Leyen, dunque non fa parte della maggioranza.
È necessario sapere che i “ministri” europei (chiamati “commissari”) vengono proposti dai singoli paesi e devono passare un “esame” da parte del presunto parlamento di Strasburgo (l’unico al mondo privo del potere legislativo!), che riguarda anche l’adesione o meno ai “valori” ufficialmente dichiarati dalla UE.
E tutti ricordano il caso della bocciatura di Rocco Buttiglione, proposto da un governo Berlusconi, a causa delle sue notorie posizioni omofobe.
Raffaele Fitto, di suo, è un classico democristian-berlusconiano disponibile a farsi concavo e convesso pur di emergere e galleggiare. Ma proprio questa attitudine “plastica” l’ha portato, alla fine del suo peregrinare tra liste elettorali “vincenti”, alla corte di Giorgia Meloni e dunque tra i nostalgici mussoliniani (quello significa la “fiamma” nel simbolo di FdI).
Assomma quindi due difetti: a) rappresenta la destra estrema contro cui, nei diversi paesi, si invoca di “fare muro” (anche se poi Macron in Francia sta facendo un governo con i voti di Marine Le Pen), b) questa destra non fa parte della “maggioranza Ursula”.
È insomma tollerabile che possa comunque avere una delega da “commissario semplice”, ma non una delle quattro vicepresidenze operative che costituiscono il nucleo dirigente della UE.
La storia reale è ovviamente più intricata, per interessi nazionali e di schieramento politico, ma ufficialmente la motivazione è questa. In qualche misura è anche un “avvertimento” a von der Leyen, un po’ troppo disinvolta nell’aprire porte alla destra (non solo sul “caso Fitto”).
L’errore di partenza, insomma, l’ha fatto Giorgia Meloni quando ha provato a tenere un piede in due staffe: da un lato col voto pubblico contrario a von der Leyen e dall’altro con la cucitura di un rapporto di fiducia personale con “la cavallerizza” tedesca. Come se la seconda postura potesse compensare la prima.
Se ci fosse una situazione normale, in Europa, probabilmente questo giochino sarebbe passato sotto silenzio. Ma come dimostrano sia il “rapporto Draghi sulla competitività”, sia le reazioni fredde o contrarie (soprattutto di Germania e “frugali” del Nord), la UE si trova a un insieme di bivi di carattere politico, economico, militare e quindi strategici.
O prova a trasformarsi in un vero “super-Stato” capace di reagire in tempo reale ai problemi, oppure il suo palese declino diventa occasione di deflagrazione. Per riuscire a cambiare – secondo il rapporto Draghi – deve stringere i bulloni della sua governance eliminando le decisioni all’unanimità (27 paesi guidati da governi diversi), istituendo un “debito pubblico comune”, un esercito e un’industria militare omogenei, ecc.
Cambiare o non cambiare, oppure come cambiare, è una partita tutta aperta. Sul “debito comune”, è partito immediatamente l’alt tedesco, anche se da parte del leader di un partito – i liberali – che oggi non supera la soglia di sbarramento, ma su questo punto rappresenta la storica posizione di vantaggio dell’economia tedesca (rifinanziare il proprio debito pubblico a costo zero, o comunque molto inferiore alla media degli altri paesi).
Dunque il varo della nuova Commissione deve necessariamente tenere insieme non solo le esigenze dei diversi governi dei diversi paesi, ma anche definire preventivamente una linea di evoluzione della stessa Unione Europea che va ben oltre la normale amministrazione prevista dal famoso “pilota automatico” costruito da trattati ormai chiaramente inadeguati ai tempi di guerra.
Ogni Commissario, infatti, al momento dell’insediamento riceve una “lettera di missione” che definisce non solo le deleghe di cui dispone, ma anche la direzione che dovrà rispettare e far rispettare ad ogni paese. Ed è questa, forse, la cosa più complicata che von der Leyen e il gruppo dirigente di Bruxelles si trova ad affrontare.
L’Unione Europea deve insomma decidere cosa vuol essere e questo mette in discussione tutti gli equilibri e gli interessi consolidati, mentre solleva attese di rivincita o riequilibrio tra chi aveva fin qui pagato dazio senza toccare palla. Se ci aggiungiamo anche l’ansia di apparire di parvenu che non sanno distinguere tra funzione pubblica e interessi privati (il governo Meloni è da record in questa materia…), si comprende come le diffidenze siano tali da paralizzare tutto.
Ovvio che una Commissione dovrà comunque prendere forma al più presto. La terza area economica del mondo non può permettersi di restare ancora a lungo senza un “governo” (sono passati tre mesi dalle elezioni europee).
Ma la battaglia per determinare la direzione del “cambiamento” comincia soltanto ora. E non sarà un gioco per absolute beginners. Il governo Meloni, insomma, già minato dalla sua stessa inconsistenza prepotente (il caso dell’allontanamento dei poliziotti dalle “stanze chiave” di Palazzo Chigi ne dimostra lo spirito da “infiltrato nel potere”), si avvia come un vaso di coccio allo scontro tra carri armati.
22/07/2024
La guerra ai migranti unisce Von der Leyen e Meloni
Come abbiamo ascoltato nel corso della campagna elettorale, la realtà è che le due donne citate si muovono all’interno degli stessi paletti, che sono quelli dell’austerità, del riarmo e del sostegno all’Ucraina.
Tutte le diatribe a cui assistiamo riguardano sostanzialmente la spartizione di poltre e gli equilibri interni di una classe dirigente che condivide gli stessi indirizzi generali.
Quello che Meloni andava contrattando era la nomina di un Commissario di peso, come è stato nella precedente Commissione Gentiloni all’Economia. Ma la frattura potrebbe sanarsi con il nuovo ruolo che von der Leyen vuole istituire nella Commissione.
Nelle linee guida presentate per il prossimo quinquennio, la politica tedesca ha messo nero su bianco l’intenzione di nominare un Commissario per il Mediterraneo. Le sue competenze saranno innanzitutto i flussi migratori e i rapporti strategici con la sponda sud.
I nuovi partenariati saranno inseriti nel “nuovo Patto per il Mediterraneo, [che] rimodellerà questa relazione essenziale e fornirà un chiaro segnale politico di partnership in un mondo più contestato e instabile”.
Parliamo di accordi economici, infrastrutturali, energetici e d’istruzione. Ma anche della volontà espressa dalla von der Leyen di aumentare i controlli alle frontiere del continente, con strumenti digitali ma anche con più agenti del programma Frontex (che potrebbero arrivare a 30 mila).
Questi elementi programmatici arrivano dopo l’approvazione, qualche mese fa, del Patto UE su migrazioni e asilo. Da più parti condannato perché il suo fulcro è in accordi bilaterali con governi autoritari, nella militarizzazione ed esternalizzazione dei confini, nella mitigazione del concetto di stato sicuro.
Una visione che è perfettamente sovrapponibile a quella di Giorgia Meloni. Non avrà permesso di ottenerne i voti, ma sicuramente mostra l’assoluta compatibilità e continuità tra i governi di Bruxelles e Roma.
La prima ministra italiana si è da poco recata a Tripoli dove ha ribadito l’impegno a contrastare l’immigrazione irregolare al Trans-Mediterranean Migration Forum, e dove ha poi anche sottolineato che il Piano Mattei vuole essere parte della soluzione ai flussi.
Giorgia Meloni propaganda questo ennesimo piano funzionale a migliorare l’autonomia strategica della UE, attraverso energia e produzioni in Africa, come una cooperazione alla pari. Insomma, un’idea pienamente europeista nel senso di interna la logica dell’imperialismo europeo.
Anche se di nuova formazione e certamente non di prestigio come possono essere altre posizioni, il Commissario per il Mediterraneo sembra la sedia giusta su cui far sedere qualcuno vicino al governo Meloni. Non a caso, il Patto per il Mediterraneo è un’idea di Antonio Tajani.
Se vogliamo parlare di nomi, è stato lo stesso ministro italiano degli Esteri a dire come “Fitto sia il migliore commissario possibile perché conosce le cose europee”. Fitto è ormai uno dei fedelissimi di Meloni, con un passato di primo piano anche tra i conservatori europei.
Lui stesso ha dichiarato che in alcuni spunti della von der Leyen ha colto “anche il senso e l’efficacia del lavoro che il presidente del Consiglio ha svolto”, in particolare “sul tema dell’immigrazione”. Difficile pensare che siano parole casuali.
La vicenda del rappresentante speciale della NATO per la sponda sud del Mediterraneo, per cui è stato scelto lo spagnolo Javier Colomina, ha sollevato la rabbia di Palazzo Chigi. Recuperare un ruolo in questo settore attraverso la UE potrebbe essere allettante per Roma, anche se vi sono altre posizioni da Commissario decisamente ambite.
Se la questione, dunque, si concretizzerà in questo modo sarà da vedere, perché nulla è detto. Quello che è chiaro è che non c’è nessun argine contro l’estrema destra, perché i liberali che oggi governano a Bruxelles ne copiano le politiche.
Fonte
29/07/2023
PNRR, stralciati 16 miliardi a sanità, comuni e ambiente
Il meccanismo fondamentale del PNRR – prestiti contro “riforme” indicate una per una, dentro uno scadenzario molto rigido che lega l’erogazione di singole “rate” a realizzazioni effettuate – è infatti la modalità regina con cui l’Unione Europea ha fin qui costretto i singoli Paesi ad applicare politiche decise a prescindere – programmaticamente – dai diversi risultati elettorali.
Il paese che più di tutti ha pagato questo modo di superare la “sovranità popolare” a favore della “sovranità dei mercati” è stato, com’è noto, la Grecia nel 2015, senza peraltro mai superare la crisi che l’attanagliava, ma consegnandola infine all’estrema destra.
Stupisce – molto relativamente, sia chiaro – che questa stessa Unione Europea approvi benevolmente, dopo lunghe trattative, una riscrittura del Piano che modifica ben 144 “punti fermi” su 349. Non solo per il numero, quanto per i beneficiari di questa riscrittura. Che sono poi l’asse portante del “blocco a-sociale” della destra italiana.
Il punto più evidente è il dirottamente di almeno 16 miliardi dai pochi obiettivi tutto sommato aventi una logica non regressiva (opere per contrastare il dissesto idrogeologico, implementare la rigenerazione urbana o rivitalizzare almeno un po’ la sanità pubblica) per altri interventi definiti “infrastrutturali” dietro cui si intravede senza filtro il volto di cementificatori, vampiri della sanità privata e palazzinari d’assalto.
Il “via libera” dato infine da Ursula von der Leyen sta lì a dimostrare che la partecipazione entusiasta della destra italiana alle politiche euro-atlantiche – dopo tanti anni di “sovranismo recitato” a fini elettorali – val bene qualche deformazione dello schema disegnato tre anni fa.
Il “compromesso”, in fin dei conti, avviene sulla pelle di lavoratori, disoccupati, pensionati, studenti di oggi e di domani. Tutte figure che, per la UE come per il governo Meloni, “contano zero”.
P.s. A seguire l’articolo con cui il manifesto ha registrato “la svolta” illustrata dal ministro Fitto, due giorni fa.
I comuni protestano perché il governo Meloni intende spostare 13 miliardi di euro di fondi PNRR sul programma RePowerEu lasciando le uniche amministrazioni pubbliche che hanno un’idea di come impiegare i soldi del Sacro Graal dell’economia italiana finanziata dalla Commissione Europea.
I costruttori edili dell’Ance che si oppongono allo spostamento nel medesimo RePowerEu di circa 4,5 miliardi che sarebbero stati impiegati in teoria per la gestione del «rischio alluvione» e del «rischio idrogeologico» proprio nelle settimane dei disastri dell’acqua in Romagna e degli incendi in tutto il paese.
E poi la Sanità: gli interventi previsti per le «Case della Salute» (da 1.350 strutture ridotte a 936), la telemedicina o gli interventi antisismici negli ospedali saranno ridotti. E pensare che il PNRR, nel lontanissimo passato recente, era nato retoricamente per rimediare agli sfasci della sanità pubblica durante la pandemia.
Infine 300 milioni di euro tolti alla valorizzazione dei beni confiscati alle mafie. Secondo Libera era già stata pubblicata la graduatoria definitiva di ammissione al finanziamento degli enti locali.
Sono alcune delle «modifiche» da 15,9 miliardi di euro al «Piano nazionale di ripresa e resilienza» (PNRR) che il governo Meloni intende presentare alla Commissione Europea entro il 30 agosto (e al parlamento martedì prossimo).
Complessivamente sono 144 su 349, e sono contenute in una bozza di 150 pagine. In pratica, una mezza riscrittura.
L’ha annunciata in una conferenza stampa l’affaticato Raffaele Fitto, il ministro delegato al PNRR messo degasparianamente «alla stanga» per tirare il peso del Sacro Graal dell’economia italiana.
A vedere il preoccupatissimo e affabulante Fitto, il calice da sorbire di questo piano malconcepito, di cui si iniziano a vedere gli effetti mancati, sembra decisamente amaro.
«Se il PNRR ha una portata decisiva per l’avvenire dell’Italia», come ha detto il presidente della Repubblica Mattarella, allora sull’avvenire il mistero si è decisamente infittito.
Tra le sue ombre ieri si aggirava per esempio Antonio De Caro, sindaco di Bari e presidente dei comuni dell’Anci. De Caro ha detto che «la notizia ci ha colpito molto» perché vengono tolti ai comuni soldi che potrebbero spendere mentre ci sono i soggetti attuatori come in ministeri «che non hanno ancora elaborato i progetti».
De Caro ha chiesto al governo «garanzie immediate sul finanziamento delle opere che in molti casi sono state realizzate come quelle finanziate dal ministero dell’Interno».
Vista la sorpresa, ci si chiede cosa si siano detti, De Caro con il suo corregionale Fitto, nella cabina di regia. Non sempre l’accentramento dei poteri a Palazzo Chigi – tanto voluto dal governo Meloni – favorisce la comunicazione.
Un’altra persa nella nebbia del PNRR sembra la presidente dell’Ance, Federica Brancaccio: “Non condividiamo la scelta di stralciare dal PNRR fondi destinati al dissesto idrogeologico e alla rigenerazione urbana – ha detto – I Comuni e le imprese sono fortemente impegnati su tutti i territori nel portare avanti questi interventi urgenti e non più procrastinabili visti anche i continui eventi calamitosi. Peraltro il monitoraggio della spesa sta premiando finora proprio i Comuni e gli interventi diffusi».
Davanti ai primi annunci online sulle modifiche («colpi di spugna» urlavano i titoli) Fitto ha pregato i giornalisti di non parlare di «definanziamento». Dato che si dà per certa l’incapacità di spendere i soldi del Pnrr nelle modalità fin’ora stabilite, si tratterebbe di una ‘riprogrammazione’. O di una partita di giro con il RePowerEu.
Agli ignari della sofisticatissima arte delle finanze resta però un dubbio: ma come si finanziano le opere di cui, per esempio, parla De Caro e sono partite?
Nel regno dell’approssimazione che è il PNRR l’esecutivo ha promesso di «utilizzare anche il 7,5% delle risorse delle politiche di coesione 2021-2027, già destinate a obiettivi assimilabili a quelli del RePowerEu».
Dalle opposizioni sono volate ieri parole grosse. «Fallimento», «governo incapace», «disastro», «danno». Come se questa vicenda la cui storia va ancora scritta non rivelasse la straordinaria mancanza di un confronto politico mai avvenuto anche quando erano loro a governare, e ad avere concepito il piano neoliberale maestosamente farraginoso con il governo «Conte 2» e quello di Draghi.
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