Nella sanità la spesa pubblica in Italia, benché leggermente in crescita a partire dal 2020, è ancora tra le più basse d’Europa (75,6 per cento del totale), mentre la spesa privata per la salute dei cittadini continua a crescere (+5 per cento solo nell’ultimo anno), a fronte di liste di attesa per l’accesso ai servizi spesso insostenibili e contrarie al principio dell’appropriatezza. È quanto si legge dalla Relazione CNEL sui servizi pubblici 2024 presentata al Governo e al Parlamento.
In pratica molti dei fondi stanziati per la sanità vanno ad ingrassare la sanità privata piuttosto che rafforzare quella pubblica.
La Relazione, che il CNEL, ai sensi della legge 936/1986, è chiamato a inviare annualmente al Parlamento e al Governo quest’anno ha posto l’accento sull’impatto reale dei servizi pubblici, e se questi contribuiscano o meno a migliorare la qualità della vita e a sostenere la crescita economica del Paese.
La conseguenza dei rilievi indicati nella relazione del CNEL è la crescita del fenomeno della rinuncia alle cure necessarie per problemi economici ed organizzativi (che ha raggiunto nel 2023 il valore del 7,6 per cento della popolazione), mentre cresce la realtà dell’impoverimento determinato da cause legate alla salute (che tocca l’1,6 per cento delle famiglie).
Nella sanità si registra inoltre una vera e propria “crisi di anzianità”, alla quale si affiancano la questione della carenza di personale in molti comparti del settore, ed in particolar in ambito di emergenza-urgenza, nella Medicina di base e a livello infermieristico, e quella della fuga dai servizi pubblici e dal paese di molti operatori.
Secondo quanto emerge dalla Relazione, anche la spesa per la scuola in percentuale sul PIL mostra un livello ancora inferiore a quella dei maggiori paesi avanzati, attestandosi sul 3,2% (anno 2020) a fronte di una media rispettivamente del 3,6%. Anche a livello universitario l’Italia investe per l’istruzione terziaria, in proporzione alla popolazione con istruzione terziaria completa, meno della media OCSE (1% vs 1,5%) e di quella UE25 (1,3%). E pure la frequenza dei servizi educativi per la prima infanzia risulta inferiore alla media europea: nel 2021 33,4% dei residenti di 0-2 anni contro il 37,9% della media Ue, il 74,2% dei Paesi Bassi ed il 50% della Francia.
Se qualcuno volesse cercare sulle mappe catastali Zingonia non la troverebbe. In realtà Zingonia è un non luogo con capannoni tutti uguali sparsi in tre comuni, una piazza, fontane tristi e spente, una chiesa ipogea.
La concepì Zingone, primo marito della poi signora Dini. Sì, proprio quello della prima controriforma pensionistica.
Zingone, l’eponimo che non c’è, voleva una città nuova, razionale, con strade larghe,a doppie corsie, pensava l’America tra Verdello e Verdellino.
Modestamente le diede il suo nome. Si sa che ad Alessandro il grande furono dedicate numerose città in tre continenti. A Zingone un paese che non è paese, diviso tra tre comuni.
Due anni fa addirittura, con un procedimento tanto infame quanto irrispettoso della proprietà privata, furono forzatamente demolite le torri Athena, due condomini monstre in degrado ma abitati da centinaia di persone con rimborsi che non ci acquistavi neanche un garage.
Insomma, Zingonia è un fallimento della modernità capitalistica anni Sessanta, uno di quegli scherzi che fa la vita.
Ma a Zingonia, che non esiste, c’è un ospedale. Il San Marco, gruppo San Donato, mica bruscolini. Il primo gruppo sanitario privato con Rotelli, Ligresti e confindustriali vari.
E cosa ti fa l’ospedale San Marco di Zingonia, paese che non c’è? Si inventa il pronto soccorso a pagamento, con tanto di salto della coda come il supplemento per bimbi viziati a Gardaland.
Però la verità è che un pronto soccorso è, per legge e diritto, universale nella sua fruizione, che deve garantire standard qualitativi, che è soggetto a convenzioni rigide, persino in una regione battistrada della privatizzazione della sanità quale è quella lombarda.
Un pronto soccorso non è mai un affare, costa tanto, basti pensare ad una neurochirurgia e alla terapia intensiva relativa. Se invece si vuole chiamare in altro modo un ambulatorio medico alternativo alle guardie mediche e alle case di comunità è tutto un altro discorso, perché è davvero qui il problema. Pagare denaro contro salute.
Poi se un padrone va a sbattere sul parabrezza mica lo portano al San Marco di Zingonia, ma al Papa Giovanni di Bergamo che una neurochirurgia ce l’ha ancora e speriamo per un bel pezzo.
Insomma, queste notizie ad alto contenuto ideologico sembrano più destinate a far introiettare la rassegnazione per la fine di un sistema sanitario universale, pur con i limiti che sappiamo, che davvero attrarre gonzi verso pronto soccorso farlocchi.
È tutta una questione di classe, non altro e intanto regione e stato disdicano le convenzioni con queste strutture visto che le finanziano.
Come i nostri lettori sanno bene, non siamo mai stati teneri con il cosiddetto Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR, un maestoso e neanche nascosto modo di riscrivere il ruolo e la configurazione produttiva di questo paese dentro una generale ristrutturazione del “modello sociale europeo” mirante a far scomparire proprio gli ultimi residui del lato “sociale” a favore del profitto.
Il meccanismo fondamentale del PNRR – prestiti contro “riforme” indicate una per una, dentro uno scadenzario molto rigido che lega l’erogazione di singole “rate” a realizzazioni effettuate – è infatti la modalità regina con cui l’Unione Europea ha fin qui costretto i singoli Paesi ad applicare politiche decise a prescindere – programmaticamente – dai diversi risultati elettorali.
Il paese che più di tutti ha pagato questo modo di superare la “sovranità popolare” a favore della “sovranità dei mercati” è stato, com’è noto, la Grecia nel 2015, senza peraltro mai superare la crisi che l’attanagliava, ma consegnandola infine all’estrema destra.
Stupisce – molto relativamente, sia chiaro – che questa stessa Unione Europea approvi benevolmente, dopo lunghe trattative, una riscrittura del Piano che modifica ben 144 “punti fermi” su 349. Non solo per il numero, quanto per i beneficiari di questa riscrittura. Che sono poi l’asse portante del “blocco a-sociale” della destra italiana.
Il punto più evidente è il dirottamente di almeno 16 miliardi dai pochi obiettivi tutto sommato aventi una logica non regressiva (opere per contrastare il dissesto idrogeologico, implementare la rigenerazione urbana o rivitalizzare almeno un po’ la sanità pubblica) per altri interventi definiti “infrastrutturali” dietro cui si intravede senza filtro il volto di cementificatori, vampiri della sanità privata e palazzinari d’assalto.
Il “via libera” dato infine da Ursula von der Leyen sta lì a dimostrare che la partecipazione entusiasta della destra italiana alle politiche euro-atlantiche – dopo tanti anni di “sovranismo recitato” a fini elettorali – val bene qualche deformazione dello schema disegnato tre anni fa.
Il “compromesso”, in fin dei conti, avviene sulla pelle di lavoratori, disoccupati, pensionati, studenti di oggi e di domani. Tutte figure che, per la UE come per il governo Meloni, “contano zero”.
P.s. A seguire l’articolo con cui il manifesto ha registrato “la svolta” illustrata dal ministro Fitto, due giorni fa.
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I comuni protestano perché il governo Meloni intende spostare 13 miliardi di euro di fondi PNRR sul programma RePowerEu lasciando le uniche amministrazioni pubbliche che hanno un’idea di come impiegare i soldi del Sacro Graal dell’economia italiana finanziata dalla Commissione Europea.
I costruttori edili dell’Ance che si oppongono allo spostamento nel medesimo RePowerEu di circa 4,5 miliardi che sarebbero stati impiegati in teoria per la gestione del «rischio alluvione» e del «rischio idrogeologico» proprio nelle settimane dei disastri dell’acqua in Romagna e degli incendi in tutto il paese.
E poi la Sanità: gli interventi previsti per le «Case della Salute» (da 1.350 strutture ridotte a 936), la telemedicina o gli interventi antisismici negli ospedali saranno ridotti. E pensare che il PNRR, nel lontanissimo passato recente, era nato retoricamente per rimediare agli sfasci della sanità pubblica durante la pandemia.
Infine 300 milioni di euro tolti alla valorizzazione dei beni confiscati alle mafie. Secondo Libera era già stata pubblicata la graduatoria definitiva di ammissione al finanziamento degli enti locali.
Sono alcune delle «modifiche» da 15,9 miliardi di euro al «Piano nazionale di ripresa e resilienza» (PNRR) che il governo Meloni intende presentare alla Commissione Europea entro il 30 agosto (e al parlamento martedì prossimo).
Complessivamente sono 144 su 349, e sono contenute in una bozza di 150 pagine. In pratica, una mezza riscrittura.
L’ha annunciata in una conferenza stampa l’affaticato Raffaele Fitto, il ministro delegato al PNRR messo degasparianamente «alla stanga» per tirare il peso del Sacro Graal dell’economia italiana.
A vedere il preoccupatissimo e affabulante Fitto, il calice da sorbire di questo piano malconcepito, di cui si iniziano a vedere gli effetti mancati, sembra decisamente amaro.
«Se il PNRR ha una portata decisiva per l’avvenire dell’Italia», come ha detto il presidente della Repubblica Mattarella, allora sull’avvenire il mistero si è decisamente infittito.
Tra le sue ombre ieri si aggirava per esempio Antonio De Caro, sindaco di Bari e presidente dei comuni dell’Anci. De Caro ha detto che «la notizia ci ha colpito molto» perché vengono tolti ai comuni soldi che potrebbero spendere mentre ci sono i soggetti attuatori come in ministeri «che non hanno ancora elaborato i progetti».
De Caro ha chiesto al governo «garanzie immediate sul finanziamento delle opere che in molti casi sono state realizzate come quelle finanziate dal ministero dell’Interno».
Vista la sorpresa, ci si chiede cosa si siano detti, De Caro con il suo corregionale Fitto, nella cabina di regia. Non sempre l’accentramento dei poteri a Palazzo Chigi – tanto voluto dal governo Meloni – favorisce la comunicazione.
Un’altra persa nella nebbia del PNRR sembra la presidente dell’Ance, Federica Brancaccio: “Non condividiamo la scelta di stralciare dal PNRR fondi destinati al dissesto idrogeologico e alla rigenerazione urbana – ha detto – I Comuni e le imprese sono fortemente impegnati su tutti i territori nel portare avanti questi interventi urgenti e non più procrastinabili visti anche i continui eventi calamitosi. Peraltro il monitoraggio della spesa sta premiando finora proprio i Comuni e gli interventi diffusi».
Davanti ai primi annunci online sulle modifiche («colpi di spugna» urlavano i titoli) Fitto ha pregato i giornalisti di non parlare di «definanziamento». Dato che si dà per certa l’incapacità di spendere i soldi del Pnrr nelle modalità fin’ora stabilite, si tratterebbe di una ‘riprogrammazione’. O di una partita di giro con il RePowerEu.
Agli ignari della sofisticatissima arte delle finanze resta però un dubbio: ma come si finanziano le opere di cui, per esempio, parla De Caro e sono partite?
Nel regno dell’approssimazione che è il PNRR l’esecutivo ha promesso di «utilizzare anche il 7,5% delle risorse delle politiche di coesione 2021-2027, già destinate a obiettivi assimilabili a quelli del RePowerEu».
Dalle opposizioni sono volate ieri parole grosse. «Fallimento», «governo incapace», «disastro», «danno». Come se questa vicenda la cui storia va ancora scritta non rivelasse la straordinaria mancanza di un confronto politico mai avvenuto anche quando erano loro a governare, e ad avere concepito il piano neoliberale maestosamente farraginoso con il governo «Conte 2» e quello di Draghi.
Di fronte all’inerzia ormai pluriennale di Ministero della Salute e Regioni, l’insopportabile verminaio di affari che brutalizza la sanità sta venendo alla luce. Non sono stati i politici o gli ispettori ministeriali ma i carabinieri del NAS a riscontrare irregolarità in 165 posizioni lavorative durante i controlli effettuati da metà novembre in ospedali e RSA di tutta Italia.
Le strutture sanitarie “ricorrono sempre più spesso a contratti di appalto per avvalersi di professionalità sanitarie – medici, infermieri ed operatori sanitari – forniti da società esterne, solitamente riconducibili a cooperative” è scritto nella nota diffusa dai NAS.
I controlli hanno riguardato 1.934 strutture sanitarie, con il monitoraggio di 637 imprese/cooperative private e la verifica di oltre 11.600 figure tra medici (13%), infermieri (25%) e altre professioni sanitarie (62%).
I NAS hanno segnalato complessivamente 205 persone, tra responsabili di cooperative, titolari di strutture sanitarie ed operatori sanitari, di cui 83 all’Autorità Giudiziaria e 122 a quella Amministrativa.
In particolare, sono stati deferiti 8 titolari di cooperative per l’ipotesi di reato di frode ed inadempimento nelle pubbliche forniture ritenuti responsabili di aver inviato personale in attività di assistenza ausiliaria presso ospedali pubblici, in numero inferiore rispetto a quello previsto dalle condizioni contrattuali con l’Azienda sanitaria, o impiegato semplice personale ausiliario, privo del prescritto titolo abilitativo, anziché figure professionali socio-sanitarie, e, infine, personale medico non specializzato per l’incarico da ricoprire.
Tra le numerose irregolarità accertate, c’è la fornitura da parte di cooperative di medici con età anagrafica superiore ai 70 anni stabiliti da contratto, l’esercizio abusivo della professione ma anche l’impiego di figure sanitarie esterne collocate in attività lavorativa senza l’adeguata formazione sulla tutela della sicurezza nei luoghi di lavoro. In un caso una cooperativa attiva nella provincia di Latina ha fornito un medico, già in servizio presso un ospedale pubblico in rapporto di esclusività, ad un ospedale di un’altra provincia per ricoprire turni di guardia.
Nella sanità, nonostante l’amara lezione della pandemia e le situazioni insostenibili nel personale, fino ad oggi nulla è stato fatto per mettere fine al sistema di medici, infermieri e OSS in appalto dalle cooperative invece che dipendenti regolari delle strutture sanitarie. Ministero e Regioni si ostinano a non vedere né capire che nella sanità servono assunzioni, vere, regolari e adeguate ai buchi in organico, non precarietà ormai insopportabili.
Mentre gli imbecilli guardano il dito – ogni giorno ne viene mostrato uno diverso – la luna Draghi inanella una porcata dietro l’altra.
L’ultima novità, accuratamente nascosta da ogni fonte di informazione mainstream, riguarda il vecchio cavallo di battaglia leghista: la cosiddetta “autonomia differenziata”.
Il Consiglio dei ministri ha approvato ieri la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (NADEF) 2021, che contiene l’indicazione dei principali ambiti di intervento della manovra di finanza pubblica per il triennio successivo. Si tratta di un documento assai rilevante per comprendere il quadro complessivo degli interventi previsti nella prossima legge di bilancio, nonché delle “riforme” in cantiere.
A completamento della manovra di bilancio 2022-2024, il governo dichiara 23 Disegni di legge collegati alla decisione di bilancio. Sono provvedimenti che dovranno esser presi, di cui è per ora ignoto il contenuto tecnico.
Ma già solo il fatto di essere “collegati alla Nadef” – che è una decisione di bilancio fatta nel solco dei trattati europei – toglie la possibilità che ognuna di queste decisioni “per decreto” possa poi essere sottoposta a referendum popolare abrogativo.
Tra i 23 Ddl c’è per l’appunto quello intitolato “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata di cui all’articolo 116, comma 3, Costituzione“. I cui contenuti sono stati lungamente chiariti e discussi negli anni scorsi, quando la Lega ne pretendeva l’approvazione immediata.
Ovvio che ci saranno delle modifiche qua e là, ma è altrettanto noto che l’impianto complessivo, la “logica” dell’autonomia differenziata, va in direzione di una frammentazione regionale della capacità di spesa relativamente a molti ambiti che, nell’insieme, costituiscono i diritti universali garantiti in egual modo dalla Costituzione a tutti i cittadini, a prescindere dal territorio in cui abitano.
Materia sicuramente complessa, cui abbiamo dedicato due anni fa un dossier in ben quattro puntate che, se pure non esaurisce l’analisi, certamente restituisce il quadro e la “logica”.
I punti più sensibili, sia dal punto di vista dei diritti universali, sia per l’entità delle risorse che vengono in questo modo “dirottate” dalle regioni povere a quelle più ricche (al Nord, insomma), riguardano certamente l’istruzione e la sanità.
Può sembrare incredibile fare un’idiozia del genere – o una bastardata inqualificabile – durante una pandemia che ha dimostrato l’inefficacia assoluta della “sanità differenziata” proprio in quelle regioni che ne rappresentavano “l’eccellenza” (Lombardia uber alles, naturalmente).
O, altrettanto grave, dopo il conferimento del premio Nobel per la fisica a Giorgio Parisi, che dimostra invece come l’eccellenza nella ricerca scientifica può essere garantita solo da un sistema pubblico nazionale, che garantisce pari condizioni di partenza e lavoro a tutti i ricercatori.
Ma c’è anche della chiara complicità politica tra Draghi e la Lega, proprio nei giorni in cui massimo è sembrato “lo strappo”, motivato dalla previsione di una riforma del catasto, comprensiva di una “revisione degli estimi” e dunque di un aumento della tassazione sugli immobili.
Anche il tonitruante ma zoppicante Salvini sa che, su questo punto, non può ottenere nulla, perché la riforma del catasto (e delle tasse sulla casa) è una delle 528 condizioni imposte dall’Unione Europea per accedere ai fondi del Recovery Fund (o Next Generation Ue). “Lo vuole l’Europa”, gli ripetono tutti, e a maggior ragione il “commissario europeo al PNRR”, ossia Mario Draghi.
Ma anche Draghi è consapevole che il suo calante “alleato” – e soprattutto la fascia di piccola e media borghesia settentrionale – ha bisogno di “portare a casa” un trofeo da sbandierare.
Non ultimo, anche l’Unione Europea, sull’autonomia differenziata, non ha nulla da obiettare. In fondo quel “modello” lì è molto simile a quello adottato a livello continentale: drenare risorse e cervelli dalle aree più arretrate (la Grecia insegna...) e dirottarle verso i centri direzionali delle filiere produttive.
That’s all folks! E mi raccomando... continuate a votare “il meno peggio” per “arrestare l’avanzata delle destre”. Questo vi tocca...
È una pura illusione l’idea che la strage provocata in Lombardia dalla dismissione dei servizi sanitari pubblici e dall’affidamento ai privati di prestazioni fondamentali possa avere insegnato qualcosa alla coppia Fontana-Moratti.
Infatti, il 26 maggio la giunta regionale lombarda ha approvato il piano per la sanità privata 2021, un vero regalo ai grandi gruppi del settore e una campana a morte per il servizio sanitario pubblico.
Il finanziamento previsto, per ricoveri e visite ambulatoriali presso strutture private aumenta enormemente sino a 7,5 miliardi ed è la cifra più alta mai stanziata. Per poter fare un confronto con il passato, si consideri che nel 2019 il finanziamento fu di 2 miliardi.
Questo ulteriore spostamento di fondi verso il privato significa, per converso, tagli ai piccoli ospedali e alle strutture territoriali pubbliche. Molti reparti di ospedali pubblici chiusi a causa della pandemia, quindi, non riapriranno oppure, in altri casi, lo faranno, ma saranno dati in affitto ai privati, come per esempio è già accaduto a Passirana, nella città metropolitana di Milano. I privati appalteranno quindi pezzi di pubblico a loro esclusivo vantaggio.
Dei finanziamenti resi disponibili per i privati, circa 3 miliardi riguardano tra l’altro servizi socio-assistenziali sul territorio, vale a dire attività che dovrebbero per definizione essere pubbliche, ma che in Lombardia sono già preda dei privati.
Non dimentichiamo che le strutture private hanno già lucrato offrendo servizi – il più delle volte a tariffe molto salate – come i tamponi o i pacchetti per le cure domiciliari del Covid che erano introvabili nel disastrato settore pubblico.
Questa è la lettura che Fontana e Moratti propongono della “Case della comunità” previste dal PNRR.
In Lombardia si prefigura così una sanità in cui sempre più i cittadini saranno costretti a rivolgersi ai privati, in genere meno efficienti e più costosi di almeno il 20% rispetto a quelli pubblici. Ma soprattutto interessati al loro profitto e non alla salute pubblica.
Gravissima anche l’impostazione della bozza di revisione della legge 23/2015, vera pietra miliare della privatizzazione della sanità lombarda, che ha terminato la sua sperimentazione e che deve essere aggiornata.
In tale bozza non c’è traccia di servizi di medicina del lavoro e si giunge persino a ipotizzare l’istituzione di un welfare aziendale convenzionato con la Regione. Di fatto, la cancellazione del Sistema Sanitario Nazionale e il ritorno al vecchio sistema delle mutue, con un salto indietro di una cinquantina d’anni.
Rispetto alla legge 23/2015 il governo Conte aveva espresso alcune osservazioni critiche assolutamente insufficienti, che non affrontavano il tema principale, cioè la commistione di pubblico e privato e la presenza del privato nelle strutture pubbliche.
Ora, il governo Draghi addirittura tace completamente e il ministro Speranza, formalmente il più “a sinistra” nel governo, non si discosta da questo atteggiamento.
Spetterà, come sempre, ai movimenti per la salute dare una risposta netta e decisa ai piani di Fontana e Moratti.
In un articolo del Sole24Ore di domenica, Luca Foresti, AD del Centro Medico Sant’Agostino, spiega come rivoluzionare la Sanità italiana in 4 mosse.
La gestione efficiente dei processi che coinvolgono milioni di utenti non può essere affidata alla mano e alla mente umana. Provate a immaginare un WhatsApp gestito da uomini in carne e ossa, intenti a smistare le centinaia di messaggini che ogni giorno un italiano invia. Provate a moltiplicare questi messaggini per 40 o 50 milioni, e provate a moltiplicare questo numero per 365. Immaginate che questi messaggini siano telegrammi, scritti su carta e inviati a un ufficio postale, consegnati a un portalettere e infilati nelle buche di ogni palazzo.
Ecco, avete immaginato il delirio più totale. Avete immaginato il sistema sanitario italiano quando ha provato a gestire i numeri della pandemia, affidandosi a carta, penna e mente umana.
Ora, è evidente che ci sono cose che devono essere fatte in modo tradizionale. Non si può fare un prelievo venoso con WhatsApp – per adesso. Ma tutto ciò che può essere fatto con l’intelligenza artificiale (IA) deve essere fatto con l’IA, con le macchine. Anche se per qualcuno il contatto a pelle col postino può rappresentare un’opportunità, per le persone più povere le macchine sono (e sono state) un’occasione eccezionale di miglioramento delle condizioni di vita.
L’IA, dice Foresti, funziona attraverso un linguaggio. È essa stessa linguaggio. Pertanto, è necessario standardizzare il linguaggio sanitario, sia il linguaggio amministrativo, sia quello clinico. E renderlo comprensibile alle macchine, utilizzando appropriate API, ma su base nazionale. La gestione di questo processo, dice Foresti, “deve essere nazionale, di esclusivo controllo statale”.
Non si tratta di un processo banale.
Il governo fa una legge che stabilisce un nuovo tributo, la legge entra in vigore e la scadenza è fissata. Ma manca il codice tributo per pagare con il modello f24. Non si tratta di un esempio inventato ad hoc. Si tratta di casi reali capitati più volte nel processo più che decennale di meccanizzazione della riscossione delle tasse.
Il legislatore e i tecnici del ministero non sono in grado di programmare cose stupide come l’attribuzione di un codice ad un pagamento, e non sono in grado di farlo per due ragioni, anche concomitanti: 1) non hanno competenze digitali, 2) contrastano l’introduzione del digitale perché lo considerano un pericolo per il loro posto di lavoro.
La standardizzazione delle procedure, ovvero l’attribuzione di codici che permettano alle macchine di comunicare tra di loro – senza intervento umano – è il primo passo.
Se non ho un codice tributo, non posso ordinare al computer della mia banca di accreditare una somma determinata al conto dell’erario; e il conto dell’erario non può comunicare alla macchina che gestisce il bilancio dello Stato che c’è un’entrata di denaro; e questo computer non può comunicare al mio cassetto fiscale presso l’agenzia delle entrate che la somma è stata pagata; e questo computer non può impedire al computer dell’agenzia di riscossione di emettere una cartella esattoriale, eccetera.
La standardizzazione delle procedure, dice Foresti, è il primo passo. Una volta standardizzato il processo, il medico di base, il centro di analisi, l’ospedale, dovunque essi si trovino, possono comunicare alla stessa banca dati i referti e le informazioni riguardanti il paziente.
Il passo successivo è il trattamento dei dati aggregati, tale da produrre intelligenza clinica che metta in grado le macchine di fornire quadri epidemiologici in tempo reale, di incrociare dati alimentari, assunzione di farmaci, disturbi, interventi, ricorrenza di malattie, infezioni, tumori, abitudini sociali, sport, tempo libero, sonno-veglia, battiti cardiaci, movimento, passi, camminata, ore dei pasti, eccetera, per definire piani di prevenzione mirati.
Dati che possono essere incrociatati con analisi ecologiche e ambientali, climatiche, stress da lavoro, congestione stradale, viaggi, vacanze, inquinamento, polveri sottili, rumore, esposizione a raggi UV, pernottamenti in alberghi, lista della spesa dell’Esselunga, eccetera.
Si tratta di un livello di trattamento medico-sanitario impensabile con la carta e con la penna, o con un esercito di medici e infermieri.
L’IA e la digitalizzazione, dice Foresti, hanno fenomenali economia di scala. Aggiungono precisione al processo produttivo e dunque qualità al prodotto. I benefici saranno molteplici. Le strutture sanitarie saranno in grado di aumentare la qualità e la quantità dell’offerta.
Prendiamo le centraliniste al banco di accettazione delle ASL (ASST). A cosa servono? Posso prenotare e pagare la visita interagendo con una macchina. Prendiamo il medico di base, quando ci prescrive una visita specialistica. A cose serve il suo intervento? Posso prenotare la visita in autonomia. Se ho voglia di sfoggiare la mia ipocondria, posso anche recarmi dal medico, ma nella maggioranza dei casi il compito deve essere assolto dall’IA, ovvero da una macchina.
Lo stesso medico specialista, è esperienza comune, perde più tempo nella trascrizione del referto che nella visita. Nella maggior parte dei casi, si tratta di scrivere la medesima pappardella.
Non si possono standardizzare i referti, anche, e soprattutto, per renderli, come dice Foresti, Machine-readable, leggibili da una macchina? È così difficile? A cosa servono milioni e milioni di referti stilati e memorizzati su computer ogni giorno se non c’è nessuno che possa leggerli? Oppure, davvero crediamo che la soluzione sia assumere più infermieri e dottori?
Non è possibile. A questo livello di quantità di dati, solo l’IA è in grado di leggerli in un tempo ragionevole e produrre un’analisi utile per la cura delle popolazioni. Non ci sono altre soluzioni, non ci sono scorciatoie. Per le malattie che affliggono le popolazioni, e non qualche soggetto ogni tanto, dunque infarto, cancro, infezione, asma, pandemia, eccetera, bisogna avvalersi dell’IA.
L’IA permetterà alle stesse risorse umane, o a risorse minori (medici, infermieri e impiegati), di fornire gli stessi servizi e di qualità superiore. Il risparmio di risorse umane si trasformerà in una maggiore competitività, e nella capacità di erogare servizi a maggior valore aggiunto.
Nel complesso la società ci guadagnerà, sia economicamente, sia in quanto a benessere e salute. Avrà gli stessi servizi di prima, ma di qualità superiore, e ottenuti con meno lavoro umano. L’IA risparmia lavoro.
Dall’altra parte, nel complesso, la società ci perderà, perché si avranno meno posti di lavoro e più disoccupati, sia avrà più capacità produttiva di quella che effettivamente serve, e più capitale in cerca di valorizzazione, dunque più fallimenti, più “distruzione creatrice”, più trappole di liquidità, eccetera.
Qualsiasi cosa si faccia, sia che si plauda all’innovazione e all’investimento e all’Intelligenza Artificiale, sia che la si contasti, e si tenga il mondo ancorato alle tradizioni, ci si perde.
Si tratta di un double bind. Qualsiasi cosa si faccia si sbaglia. Il capitalismo è questo double bind. No se ne esce, se non uscendo dal capitalismo.
Non c’è MMT che tenga, non c’è keynesismo, non c’è rimedio al capitalismo.
Grande disponibilità all’ascolto ma nessuna apertura sulle richieste avanzate dall’Unione Sindacale di Base in occasione del presidio di questa mattina davanti al Ministero della Salute. Per questo motivo USB indice lo sciopero nazionale di tutto il comparto della Sanità per mercoledì 25 novembre.
Durante l’affollatissimo presidio una delegazione di lavoratori è stata ricevuta da Gianfranco Pasquadibisceglie (ufficio di Gabinetto del ministro Speranza) e Luigi Patacchia (dirigente medico delle professionalità sanitarie).
USB ha esposto le ragioni alla base della mobilitazione nazionale di oggi: settore alle prese con un’epidemia fuori controllo; carichi di lavoro insostenibili; boom di contagi tra gli operatori; carenze organizzative e strutturali; assenza di programmazione e prevenzione contro la seconda ondata di Covid-19; rapporti conflittuali tra governo e regioni che provocano una gestione ondivaga dell’emergenza; e, soprattutto, la mancanza di una seria politica di assunzioni stabili, l’unica che possa garantire un efficace contrasto del coronavirus e al tempo stesso il diritto alla salute di tutti, senza costringere al taglio generalizzato delle prestazioni per convogliare le scarse energie nella lotta al Covid-19.
Mancano all’appello schiere di medici specialisti e almeno 100mila infermieri, effetto perverso ma previsto di anni e anni di tagli alla sanità pubblica in favore della sanità privata che però, guarda caso, di fronte alla pandemia si è tirata indietro.
Gli infermieri mancano ma i concorsi vanno deserti perché i bandi sono tutti a tempo determinato e nessuno è più disposto a mettere in gioco la propria vita in assenza di certezze. Saranno sempre meno – giustamente – i lavoratori disposti a farsi utilizzare per pochi mesi, spesso senza le tutele assicurative come avviene per CoCoCo e partite IVA, per poi essere gettati via a emergenza finita.
Per uscire dalla pandemia servono assunzioni stabili e il rafforzamento e la ri-centralizzazione della sanità pubblica, sottraendola alle guerre territoriali dei governatori; occorrono una medicina territoriale funzionante, dipartimenti di prevenzione efficienti, DEA rafforzati, più posti letto e la garanzia delle prestazioni no Covid.
Su queste richieste al Ministero della Salute abbiamo ottenuto soltanto un ascolto educato, ma nessun impegno. Nessuna risposta nemmeno per gli infermieri e medici Inail ancora con contratti CoCoCo, né sul personale del servizio SASN che si occupa della salute del personale navigante e dei luoghi di transito come porti e aeroporti.
USB dice basta. Mercoledì 25 novembre sciopero nazionale del personale di tutto il comparto Sanità, in contemporanea con lo sciopero dei trasporti proclamato per la stessa data da USB Trasporto Pubblico Locale.
Niente dovrà essere come prima. Ammettiamolo apertamente: abbiamo sbagliato tutti sulla pericolosità del virus. Ciò che successe anni fa con l’infezione SARS non ha insegnato nulla. Infatti in seguito a questa infezione nel 2006 è stato stilato un documento contenenti indicazioni precise e articolate di carattere medico-epidemiologico (stadi di infezione) unite a proposte organizzative anche di carattere politico in linea con i dettami costituzionali (accentramento, commissariamento). Niente o solo una piccola parte di tutto ciò è stato attuato, chiediamoci perché.
La risposta è la globalizzazione. Si pensava di risolvere tutto mettendo dei cerotti su ferite troppo grandi. Mi riferisco in particolare alla chiusura dei voli intercontinentali diretti con la sede dell’inizio della epidemia come unico provvedimento per contrastare la diffusione del virus, ma ci ha pensato la globalizzazione.
Ciò con il fenomeno del ”rimbalzo” vale a dire la libera circolazione di affari e di persone a esse legate ha prodotto un effetto transnazionale. A quanto sembra è stata una cittadina tedesca a produrre il disastro.
Rientrata in patria dalla Cina, quella donna è venuta in Italia per poi tornarsene nel luogo dove abitualmente vive e tutti i paesi “globali” non hanno capito l’entità del problema.
La stessa OMS, depositaria della salute “globale” intesa come fonte di indicazione di previsione e cura delle malattie e la stessa Cina, sede di partenza dell’infezione, hanno sottovalutato il problema. Ricordiamoci il giovane oculista cinese Li Weng Lian che a dicembre del 2019 diagnosticò una congiuntivite con aspetti nuovi, accompagnata da una sintomatologia generale non riconducibile a una “semplice”congiuntivite”.
Li Weng Lian è deceduto per la stessa malattia che aveva denunciato come “atipica”, dopo essere stato diffidato per procurato allarme. Forse è il destino dei neofiti rispetto ai colleghi più esperti. Sappiamo che il governo cinese ha, in seguito, riconosciuto il proprio errore e lo ha riabilitato e consegnato alla storia come un “eroe”. La storia dell’umanità è peraltro costellata di questi esempi.
La lezione è servita? Ci si è messi tutti insieme a collaborare per risolvere il problema? Non è stato così. Ognuno è andato per la sua strada.
Le industrie private e pubbliche, con interessi nazionali e internazionali, sono partite alla ricerca dello “scoop” medicinale e vaccinale come unico interesse per avere il predominio del brevetto, come leva per i profitti. Stati e capi di stato si sono azzuffati gli uni contro gli altri, sono state diffuse teorie paranoiche sulla presunta “immunità” di gregge pur di mantenere inalterati gli standard produttivi in nome del libero mercato, della competizione e in ultima analisi dei profitti che derivano da decisioni di questo tipo.
Non a caso stati come la Gran Bretagna e la Svezia, depositari in passato di un welfare efficiente sono stati piegati come l’Italia a considerare la salute una merce. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: milioni di infetti che continuano a crescere a livello globale con centinaia di migliaia di morti. L’impatto più grave nel mondo “civile”occidentale si è verificato proprio in quei paesi sottoposti all’austerità, e dove le disuguaglianze sociali sono più accentuate.
Quello che sta accadendo nell’America settentrionale e meridionale, l’una ricca e l’altra povera, tuttavia, è un destino per molti versi comune. È ovvio che ci siano delle eccezioni, come il Venezuela e Cuba, che non si trovano nelle stesse condizioni perché guidate da politiche alternative al profitto.
Anche nella politica della solidarietà ci sono state differenze: non possiamo scordare l’invio di materiale e personale sanitario da Cuba, mentre è stato un atto formale la ricezione di malati gravi da parte della Germania. Alla fine, è stato quest’ultimo un atto di carità del ricco verso il povero, che ha continuato a produrre per il paese capo dell’austerità, nonostante la richiesta di fermare tutte le attività produttive. Il disastro lombardo ne è testimone.
Purtroppo non finisce qui. Abbiamo accusato la Cina di usare metodi ”comunisti” e dittatoriali nel risolvere il problema. La sortita si è dimostrata infelice. Paesi non certo comunisti come la Corea del Sud e il Giappone sono riusciti a contenere i danni tramite una politica di accentramento decisionale e d’interventi drastici anche in campo sanitario non immaginabili nel ricco e democratico occidente.
Basta ricordare i milioni di tamponi eseguiti in quei paesi. Ma non è tutto. Bisognava trovare il colpevole e il mezzo attraverso cui si è sviluppata la pandemia. Si è arrivati , anche in Italia, ad accusare la Cina di avere mentito sul numero degli infetti e dei deceduti e di avere causato la pandemia tramite la fuoriuscita di materiale virale manipolato da laboratori segreti, destinati a ricerche di carattere anche militare.
È noto che quasi tutti i paesi occidentali hanno finanziato, controllato e partecipato attivamente a ricerche specifiche sulle mutazioni virali indotte o naturali dislocate in Cina, poiché sono pericolose e nessuno le voleva sul proprio territorio. Si è partiti da pipistrelli, pangolini, topi e altra fauna sempre partendo dall’estremo oriente “comunista”.
Banalmente, non si ricorda che la spagnola fu portata in Europa dalle truppe statunitensi durante la prima guerra mondiale. La fase due è partita e la vulgata è che la Cina sia responsabile di tutto. Non importa se ha ridotto drasticamente o quasi risolto l’epidemia con una organizzazione territoriale e centrale che non ha precedenti. Bisogna trovare il capro espiatorio perché ci sono egemonie politiche ed economiche da combattere e le bugie ripetute in continuazione si trasformano in verità. Non c’è niente di nuovo sotto il sole.
La sanità è un problema solo occidentale, la fame e la sete invece non lo sono. Nessuno in Occidente mette in discussione che acqua e cibo – che sono beni primari – siano giocati in borsa come una partita a poker: è questione di visioni del mondo.
Secondo i dati diffusi ieri, in Italia sono 280 (da 197) i nuovi casi di persone risultate positive al coronavirus nelle ultime in 24 ore. Anche da questi ultimi dati emerge che 194 su 280 sono in Lombardia. Oltre alla Lombardia, l’incremento dei casi nelle altre regioni ne vede 20 in Emilia Romagna, 16 nel Lazio e 14 in Liguria e Piemonte.
È tornato dunque a crescere il rapporto tra nuovi positivi e tamponi: praticamente c’è una persona positiva ogni 58 tamponi, mentre nei 2 giorni precedenti ce n’era una ogni 120-140 tamponi. In tutta Italia i soggetti rivelatisi attualmente positivi, sono in totale 34.730, 532 unità in meno rispetto a domenica.
I morti sono stati 65 (di cui 32 in Lombardia) e i pazienti in terapia intensiva sono diminuiti a 283, ossia 4 meno di domenica.
Di meno, ma si continua a morire di Covid-19. Il virologo Andrea Crisanti, intervistato a Sky tg 24 ha spiegato così la situazione: “Da una parte perché il decesso per queste malattie avviene dopo settimane di cure e tentativi per far riprendere questi pazienti. Va inoltre tenuto presente che nella fase più esplosiva dell’epidemia venivano ammesse in rianimazione, specialmente in Lombardia, soltanto persone che avevano una certa probabilità di riprendersi. Nel momento in cui la pressione sulle rianimazioni si è attenuata chiaramente sono cambiati anche i criteri di ammissione e sono entrati anche pazienti in condizioni disperate e che nelle condizioni precedenti magari non sarebbero stati ammessi nelle terapie intensive e sarebbero deceduti dopo pochi giorni. C’è quindi un effetto di trascinamento di casi gravi legati all’aumentata capacità”.
Insomma nulla lascia intendere che sulla pandemia di Covid-19 si possa abbassare la guardia. Le misure minime indicate è bene che siano ancora rispettate con gli accorgimenti dovuti.
Cambiare radicalmente registro nella gestione della sanità rimane invece un imperativo che richiede maggiore e non minore determinazione. Almeno dalla pesante lezione verificata in questi mesi occorre imparare che niente può tornare come prima. Con buona pace dei tagliatori di teste e di spesa pubblica e degli affaristi della sanità privata.
L’emergenza sanitaria da Covid-19 che ha seminato morte soprattutto nell’Italia settentrionale, con Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna tristemente in testa per numero di contagi, ha fatto emergere tutta la falsità di una visione e di una narrazione che da anni ci parla delle regioni del Nord Italia, in particolare della Lombardia, come modello di efficienza, competitività e vivibilità, contrapposte ad un Meridione incapace per sua stessa colpa di stare al passo, una sorta di zavorra nel tentativo di rincorrere la competitività della filiera produttiva del nord Europa a guida tedesca.
Su questa retorica falsata, si è costruito il mito della regionalizzazione, con la riforma del titolo V della Costituzione che, con particolare riferimento alla sanità, ha creato di fatto 21 sistemi sanitari diversi moltiplicando diseguaglianze tra territori, con fenomeni sempre più accentuati di liste d’attesa infinite, rinuncia alle cure, indebitamento per sostenere le spesa sanitarie e “turismo sanitario” dovuto alla pressoché totale mancanza di accesso a prestazioni adeguate in alcuni territori.
Questa gestione regionalizzata ha poi mostrato tutta la sua inadeguatezza nel corso dell’emergenza sanitaria, a causa di una diversificazione nei modelli operativi e nella capacità di contrasto dell’epidemia da parte delle singole regioni, a fronte invece della necessità di una risposta uniforme e programmata a livello nazionale.
Nonostante sia palese che questo assetto istituzionale sempre più regionalizzato abbia prodotto solo diseguaglianze e sperequazioni, rendendo il Sud sempre più periferico e desertificato e costruendo un Nord dove solo i ricchi vivono bene e in cui, comunque, i livelli di crescita sono lontanissimi da quelli della Germania che si vorrebbe rincorrere (+0,7% della Lombardia contro il +23% della Baviera nell’ultimo rapporto di Assolombarda), si continua a perseguire la stessa strada con il progetto di autonomia differenziata, voluto sia dalla Lega di Fontana e di Zaia in Lombardia e Veneto sia dal PD di Bonaccini in Emilia-Romagna, di cui il Governo Conte ha già presentato la bozza di legge quadro e rispetto al quale anche il M5S ha piegato la testa.
È una riforma che andrà a spaccare ancora di più il paese e ad inasprire ulteriormente le diseguaglianze sociali ed economiche lungo l’asse Nord-Sud e tra centro e periferia, senza che neanche siano stati definiti i livelli essenziali delle prestazioni da garantire su tutto il territorio.
L’epidemia ha quindi squarciato il velo di tutta questa retorica mostrando il volto autentico del modello di sviluppo del Nord Italia: dietro il fantomatico mito della “sinergia pubblico-privato” si nasconde lo smantellamento sistematico della sanità pubblica fatto di chiusura degli ospedali, dei servizi territoriali di prevenzione e della rete dei medici di base, a esclusivo beneficio del business della sanità privata che oggi in Lombardia intasca il 40% della spesa sanitaria regionale.
Il tutto veicolato da una classe politica, regionale e locale, che da anni intreccia i propri interessi clientelari con i grandi gruppi della sanità privata e con quelli di Confindustria: ne sono la dimostrazione l’ordinanza con cui Fontana ha disposto il trasferimento dei malati Covid nelle RSA, venendo incontro alla richiesta manifestata dal presidente dell’Aris, l’associazione delle strutture socio sanitarie religiose, la mancata costituzione della zona rossa nella bergamasca sotto le pressioni di Confidustria e, infine, il fatto che la Regione Lombardia, pur essendo una delle regioni che ha effettuato il minor numero di tamponi, non ha perso tempo e, appena possibile, ha aperto ai test sierologici effettuati dalle strutture private, offrendo l’ennesima occasione di business alla sanità privata.
Parallelamente, alcuni studi, nell’analizzare le cause della maggiore diffusione del virus nel centro nord hanno preso in considerazione alcuni fattori, quali la maggiore urbanizzazione e i livelli altissimi di inquinamento atmosferico, come agenti idonei ad amplificare l’esposizione alle infezioni polmonari e a creare il contesto ideale per la diffusione del virus.
Tutti fenomeni figli di un modello sociale e ambientale deleterio, soprattutto per quanto riguarda i piani di sviluppo urbanistico e la gestione del sistema dei trasporti.
Da una parte, si lascia mano libera all’urbanizzazione sfrenata, in asservimento totale agli interessi e ai profitti della speculazione edilizia e spesso in spregio ai limiti (peraltro generosi) posti dai piani di governo del territorio.
Milano, al di là della retorica green continuamente messa in campo dalla giunta di Sala è di fatto capofila di questo modello di cementificazione e consumo di suolo, basti guardare ai piani scellerati di urbanizzazione connessi alla riconversione dell’area di Expo, alla costruzione del nuovo stadio e alla messa a profitto degli scali ferroviari in vista delle Olimpiadi.
Dall’altra, si disinveste totalmente nel trasporto pubblico, o privatizzandolo, come avverrà a breve a Milano con il Consorzio Milano Next, o lasciandolo alla malagestione e alle logiche clientelari della commistione pubblico-privato tipica di Trenord che da tempo denunciamo, come Potere al Popolo, con la campagna Sporchi Cattivi Pendolari.
Il prezzo di tutto questo lo pagano soprattutto le fasce più deboli della popolazione, con un’aria irrespirabile e un costo della vita insostenibile, sia per gli affitti esorbitanti sia per gli aumenti del costo del trasporto; tutte contraddizioni che oggi esplodono nella drammaticità della crisi sanitaria, sociale ed economica.
È evidente, quindi, che anche la classe dirigente del Pd che governa nelle città chiave della Lombardia, come Milano e Bergamo, e che ora cerca di rifarsi una verginità politica puntando il dito contro la Lega di Fontana, è altrettanto responsabile politicamente di quello stesso modello di sviluppo in nome del quale da anni si taglia la spesa pubblica sociale, si privatizzano tutti i settori essenziali come sanità, trasporti, servizi sociali ed assistenziali, si cementifica e si devasta il territorio.
Inoltre esponenti di spicco come Gori, Zingaretti e Sala, a emergenza già dichiarata, lanciavano ridicole campagne che incitavano la gente a non lasciarsi impaurire dal virus e a continuare come se niente fosse, mentre Sala plaudeva all’“opera molto significativa” dell’ospedale in Fiera, rivelatasi poi una farsa e si affrettava a twittare contrariato rispetto a proposte (peraltro timide) di innalzamento delle tasse per i più ricchi.
Tutto questo mostra la stessa sudditanza agli interessi di Confindustria, in spregio alla tutela della salute dei cittadini e dei lavoratori, salvo poi colpevolizzare a più riprese i comportamenti individuali dei singoli cittadini “irresponsabili”, invitati ad andare a “la-vo-ra-re”, occultando, dietro la criminalizzazione dei singoli, le vere responsabilità politiche e strategiche del disastro.
Per questi motivi, chiediamo che si intraprendano tutte le azioni necessarie a porre fine realmente a questo modello di sviluppo che specula sulla salute e sulle vite dei cittadini e antepone il profitto alla salute; troppe volte, nonostante gli scandali di corruzione e malasanità, abbiamo visto le classi politiche della Lombardia riciclarsi e riproporre le stesse dinamiche clientelari, di asservimento agli interessi privati e di svendita della cosa pubblica, che si ripropongono oggi sotto la giunta Fontana.
Si tratta infatti delle stesse dinamiche che abbiamo visto in pratica anche sotto le precedenti giunte regionali di Formigoni e Maroni, perennemente al centro di scandali di corruzione e malasanità; nonostante le inchieste e le condanne giudiziarie, non c’è mai stata la volontà politica da parte delle classi dirigenti nazionali e regionali di inchiodare e fare piazza pulita in modo definitivo di quell’intreccio affaristico di politica, imprenditoria e sanità privata, che avvelena da anni la gestione politica in Lombardia e che ha portato oggi al crollo di tutto il sistema, ovviamente sulla pelle delle fasce più deboli di chi vive in Lombardia.
A fronte di tutto questo, non accettiamo soluzioni di compromesso e pretendiamo quindi il commissariamento dell’intera Giunta Regionale e non solo della sanità, come segno concreto e forte di rottura definitiva con questa gestione scellerata.
Come Potere al Popolo, facciamo quindi appello ai singoli e a tutte le forze politiche e sociali che si sono battute e si battono contro tutto questo per la partecipazione, il 13 giugno alle ore 15:00, ad un momento di mobilitazione e presidio sotto la prefettura di Milano, a cui porteremo le nostre richieste minime per invertire la rotta.
L’abbiamo detto e lo ribadiamo; non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema!
Per tutte queste ragioni chiediamo:
- il commissariamento della giunta regionale della Lombardia;
- una commissione d'inchiesta trasparente e partecipata dai comitati dei parenti delle vittime dell’epidemia;
- la fine del sistema di accreditamenti della sanità privata;
- le dimissioni del sindaco di Milano Sala e del sindaco di Bergamo Gori;
- stop al progetto di legge dell’autonomia differenziata;
13 giugno ore 15:00 presidio sotto la Prefettura di Milano
Dopo un mese di Covid-19, buona parte della frenesia comunicativa si è placata anche a sinistra, complice il superamento dell'ansia da "cronaca mortuaria".
Ciò non si è verificato per assuefazione alla contabilità nera, ma perchè è diventata opinione condivisa che la gestione nazionale della pandemia sia stata tanto raffazzonata e criminale da mandare completamente fuori controllo il contagio. 19.468 deceduti - dato delle 18:30 di ieri, sabato 11 aprile - stanno li a dimostrarlo.
Le manovre in corso tra i differenti interessi che si scontrano tanto su scala nazionale, quanto continentale e globale, poi, hanno giustamente attirato le attenzioni dei pochi che con cognizione di causa tentano di analizzare ciò che si muove in funzione degli interessi di classe.
Di seguito fornisco un ulteriore parere oltre le due precedenti, che tuttavia trovo molto fragile nel campo della propositività.
*****
”Lì dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva” (F. Holderlin)
In un’intervista recente, la filosofa americana Judith Butler, in
merito all’attuale crisi mondiale innescata dall’emergenza
Corona-virus, ha indicato le domande fondamentali da porsi in questo
preciso momento storico: sarà lo stesso mondo di prima? Cosa abbiamo
perso e quale sarà il nostro futuro dopo questo periodo di “detenzione
indefinita”?
Quale sarà il compito della politica, della conoscenza e della filosofia
rispetto a questo dilagare di fake news, articoli, dati, smentite,
trasmissioni e argomenti telecomandati da Confindustria, aziende private
e giornalismo servile? Rispetto a tutto questo diventa necessario
ripensare molti piani del nostro sistema attuale.
Sanità: il ruolo della sanità in questa emergenza dimostra che abbiamo
pagato caro, in termini di vite umane e di diffusione del virus, i
continui tagli di reparti ospedalieri, posti letto, terapie intensive,
respiratori, medici, infermieri, voluti da tutti i partiti (dalla Lega
al PD). Ma abbiamo pagato caro anche quello che Mark Fisher definisce
come uno dei mali da sconfiggere, la burocrazia: quanto tempo ci vuole a
isolare un pronto soccorso, una RSA, Bergamo o Alzano? Perché la
salvezza di una vita umana deve passare dalla politica o dagli interessi
economici?
E chi cavolo li ha messi proprio in quei ruoli chiave (Presidente e
Assessore della Regione Lombarda) quei due galli cedroni? Comunque
questa emergenza è stata gestita male a livello mondiale con OMS, Stati,
ministri, protezioni civili, virologi e scienziati che sono riusciti a
dire, in questi tre mesi, tutto e il contrario di tutto in merito a
contagi, misure precauzionali, mascherine e responsabilità oggettive. In
questo senso diventa necessario ripoliticizzare e rigenerare la
medicina, liberandola da interessi economici e finanziari.
Scuola: lasciando perdere i continui tagli del settore e le inutili
riforme che si sono alternate in questi decenni, bisogna chiedersi
dove erano la cultura e l’insegnamento prima di tutto questo? Come hanno
potuto contribuire a formare questa classe dirigente e queste
generazioni vuote, inermi e tecnologiche che possono credere alle teorie
del complotto, ai vari piani Kalergi, ai virus creati a tavolino e, in
ugual misura, a Salvini, Meloni, Renzi o Di Maio. A proposito di questa
incapacità di comprendere il reale delle ultime generazioni, la Butler
ci dice chiaramente che non abbiamo saputo unire Platone alla realtà
digitale e non abbiamo insegnato loro a conoscere, a crescere, a
chiedersi chi ha detto questo, perché lo ha detto e su cosa si è basato
per dirlo. Tecnologia: in tutto questo il capitalismo digitale (da Google a
Facebook, da Amazon a Instagram e tutte le società del settore della
robotica e della sorveglianza) sta mettendo a regime tutti i nostri
movimenti, le nostre parole, le nostre idee. Tutti dati che andranno a
incidere nelle nostre vite future, in termini economici, sociali e
culturali: “È in questo spazio di attesa, di emergenza non ancora
«normalizzata», che si annidano i bisogni di radicalità: non basta dire
«no», «forse», «sì ma», serve pensare a mettere in discussione l’intero
sistema su cui poggia l’estrazione e l’utilizzo dei Big Data, la vita
delle piattaforme e quella dei lavoratori che hanno come compito
principale quello di nutrire le macchine di dati.” (Simone Pieranni)
Economia: 3 miliardi di persone a casa in attesa della ripresa,
l’ennesima della storia del capitalismo, una crisi economica e umana che
fa impallidire la precedente crisi del 2007, milioni di nuovi
disoccupati, partite Iva false e reali disintegrate, interi settori al
palo come il turismo, lo spettacolo, la cultura e altre attività,
considerate secondarie rispetto ai beni di prima necessità, flussi
finanziari destinati a cambiare il destino di numerose vite umane e a
sfruttare, come sempre, quella che Naomi Klein definiva una “shock
economy”. Di fronte a queste macerie bisogna rigenerare la politica,
unendo le battaglie del reddito d’esistenza, del salario minimo, del
lavorare meno lavorare tutti, della pensione sociale, dei beni comuni e
bisogna inserirla nel nuovo mondo tecnologico e virale che ci aspetterà,
difficile e complicato come non mai. Forse dividersi ancora su questi
vari aspetti non è più possibile, soprattutto in questa emergenza:
”Dividersi su quali aspetti ritenere più intollerabili, se le fabbriche
aperte, il controllo sociale, i rischi economici, significa sprecarlo.
Dobbiamo vedere l’unità dei tre momenti, come parte di una stessa
violenza sistemica ai nostri danni. Se ci riusciremo potremo cogliere le
opportunità che offre questa difficilissima fase.“ (La lotta di
classe dietro la pandemia- Luca De Crescenzo).
Terra: siamo esseri relazionali che non hanno considerato, nella
storia degli ultimi secoli, di far parte di un insieme più generale,
costituito da leggi naturali, terra, piante, animali e in questo senso,
il virus potrebbe rappresentare una risposta difensiva della terra al
nostro mondo invadente e aggressivo, come indicato in un precedente articolo di Codice Rosso.
Trasformazione: la grande trasformazione della rivoluzione
industriale e del mercato liberista degli ultimi tre secoli ha cambiato
il nostro modo di vivere, il rapporto con la natura, ha distrutto
terreni e foreste, ha inquinato ogni forma di aria respirabile, ha
provocato migrazioni di intere popolazioni e distrutto gli habitat di
intere specie animali, ha creato città con milioni di abitanti e
periferie invivibili.
Il capitale ha modificato i nostri luoghi trasformandoli in luoghi non
luoghi (M. Augè), spazi senza relazioni e senza umanità come i
supermercati, gli aeroporti, gli autogrill che, ironia della sorte, oggi
sono diventati spazi irreali, controllati da misure di sicurezza e
divieti di ogni forma di dialogo e di contatto.
La globalizzazione degli ultimi decenni ha accelerato il nostro tempo,
trasformandolo in una rincorsa interminabile verso il lavoro (ma a
volte non bastano nemmeno due lavori per sbarcare il lunario), verso la
crescita, il Pil, il consumo sfrenato, lo spettacolo inutile,
l’ipervelocità digitale, senza fermarsi un attimo per riposare e
ripensare che cosa siamo diventati e cosa mai diventeremo.
Ma basterà il Corona-virus di questo 2020 indefinibile a modificare
tutti questi piani e a portarci ad un nuovo mondo a venire? L’economista
Simon Mair immagina quattro possibilità distinte: «ci sono quattro
possibili futuri: una discesa alla barbarie, un solido capitalismo di
stato, un socialismo di stato radicale e una trasformazione in una
grande società costruita sull’aiuto reciproco».
Per il filosofo Slavoj Zizek la crisi innescata dal Covid-19 potrebbe rappresentare la fine del capitalismo.
In realtà l’unica cosa che sappiamo è che il mondo che verrà sarà
profondamente legato al mondo degli ultimi decenni, con i limiti
strutturali, economici, sociali e tecnologici che fanno parte di noi e
di cui ancora non riusciamo a liberarci.
Ma sappiamo anche che siamo memoria profonda, quella memoria che dovrà,
un giorno o l’altro, unire i nostri morti, quelli di ieri, delle guerre,
delle migrazioni, dei campi di concentramento, delle bombe atomiche e
quelli di oggi, i morti accertati e quelli invisibili, di una crisi di
cui tutti noi siamo, in misure e maniere diverse, responsabili.
“Essere parti di un tutto, anche nelle sofferenze. Sapere che anche
altri prima di noi, e insieme a noi, adesso stanno soffrendo. Siamo
parte di un tutto. E siamo anche direttamente responsabili di tutto
quello che ci sta accadendo”. (Hetty Hillosum – Diario 1941-1943)
“L’umanità non può sconfiggere alcuna calamità o epidemia senza sviluppo scientifico e innovazione tecnologica” XI Jinping, discorso tenuto alla facoltà di Medicina della Tsinghua University, Pechino, 1° marzo 2020.
1) Introduzione
I risultati emersi dalla recente missione condotta in Cina dal team
di virologi e epidemiologi di fama mondiale, coordinati dalla direzione
generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS),[1]
indicano che l’implementazione di misure preventive, il massiccio
utilizzo della scienza e tecnologia medica, e l’erogazione capillare di
servizi di cura da parte del servizio sanitario nazionale, “hanno
scongiurato decine di migliaia, se non probabilmente centinaia di
migliaia di casi di COVID-19 nel paese”. Secondo il coordinatore del
suddetto team di scienziati, l’epidemiologo canadese Bruce Aylward,
ciò “è stato possibile grazie all’eccezionale sforzo collettivo
dell’intera popolazione cinese, dagli amministratori locali ai
governatori delle province maggiori”. Da una parte, la solidarietà
mostrata dal personale medico ha consentito una sua veloce rilocazione
nelle zone epicentro del coronavirus – la regione dello Hubei e la città
di Wuhan. Dall’altra, la capacità tecnologica del paese ha accorciato
sensibilmente il tempo di diagnosi e rilevamento degli agenti patogeni
delle vie respiratorie, che tra la fine di gennaio e inizio febbraio è
crollato da dodici a tre giorni. Inoltre, congiuntamente alla
costruzione di nuovi ospedali e all’espansione della produzione di
dispositivi di protezione sanitari in tempi record, “un ammontare enorme
di servizi medici di routine è stato trasferito a piattaforme
informatiche ed altri meccanismi tecnologicamente avanzati”. Ad esempio,
nella regione dello Sichuan è stata lanciata una piattaforma 5G che ha
permesso alle squadre d’indagine epidemiologica presenti nelle aree più
remote di ricevere supporto e assistenza in tempo reale dai massimi
esperti della regione. Questo ‘all-of-government, all-of-society
approach’, conclude il portavoce della direzione generale dell’OMS, “ha
cambiato il corso di una epidemia mortale in rapida espansione” al punto
che in sole due settimane, tra il 10 e il 24 febbraio, il numero
giornaliero di persone contagiate dal COVID-19 è crollato dell’80
percento.[2]
La straordinaria efficacia mostrata dalla Cina nel contenere la diffusione del COVID-19
impone una seria riflessione circa le ragioni di tale successo – tanto
più se paragonato all’attuale situazione in Italia la quale, con una
popolazione di oltre venti volte inferiore e un livello di sviluppo
sensibilmente superiore (almeno comparando il reddito pro-capite) ha già
sofferto un numero di decessi maggiore rispetto a quello cinese.
Certamente, le misure draconiane adottate dal Partito Comunista Cinese
segnalano una certa indipendenza dei decisori politici dalle esigenze di
massimizzazione di profitto del sistema delle imprese. Di fatto, la
totale chiusura degli impianti produttivi, la limitazione dei trasporti e
delle attività commerciali nelle zone maggiormente colpite e nelle
regioni limitrofe hanno fornito un contributo decisivo all’isolamento
dei focolai virali. Sebbene il prezzo da pagare in termini economici sia
stato mastodontico,[3]
questa strategia ha scongiurato la veloce diffusione dell’epidemia su
tutto il territorio nazionale. L’attuale incapacità di replicare tali
misure in Europa e negli Stati Uniti evidenzia cioè il diverso peso
dell’influenza delle organizzazioni imprenditoriali sulla sfera politica
nel mondo capitalisticamente avanzato. Peraltro, tale divergenza
chiamerebbe ad un profondo ripensamento riguardo la natura della
traiettoria di sviluppo del modello cinese, il quale è stato (forse
troppo frettolosamente?) tacciato come neoliberale o comunque totalmente
asservito agli interessi del capitale nazionale e internazionale
(Hart-Lesberg e Burkett 2005; Harvey 2005; Ho-Fung 2009; Chu 2010).
La scopo di questo articolo è più
modesto, in quanto si focalizza sul sistema sanitario e sulla capacità
tecnologica della Cina. Queste due variabili hanno giocato un ruolo importante
nel definire l’andamento dell’epidemia nel paese, in quanto il tasso di
mortalità del coronavirus e la velocità della sua diffusione sono negativamente
correlati alle condizioni generali di salute degli individui colpiti[4]
(CCDC 2020; OMS 2020b; Zhou et al. 2020) e alle conoscenze tecnologiche in
ambito medico-scientifico. Si argomenterà che, fin dalle prime fasi del suo
processo di sviluppo, la Cina ha perseguito l’obiettivo di migliorare le
condizioni fisiche della popolazione. A sua volta, la selezione di tale
priorità a livello centrale ha giocato un ruolo essenziale nel convogliare le
nuove tecnologie verso il sistema sanitario (Salomon 2000: 246). L’ipotesi
centrale è che gli interventi adottati dal governo cinese tendenti
all’avanzamento degli standard sanitari della popolazione e delle sue
conoscenze abbiano sorretto la capacità attuale della Cina di “lanciare
probabilmente il più ambizioso, agile e aggressivo sforzo di contenimento
epidemico nella storia dell’umanità” (OMS 2020a).
La parte rimanente dell’articolo è
così organizzata. Nella parte che segue saranno identificati i prerequisiti
istituzionali ed economici necessari ad accrescere lo stato generale di salute
della popolazione e le capacità tecnologiche (vale a dire diagnostiche e di
cura) nei paesi in via di sviluppo. Alla luce di ciò, nella terza parte si
ripercorreranno le misure messe in atto fin dalla fondazione della Repubblica
Popolare, finalizzate all’espansione del livello generale di salute della
popolazione e allo sviluppo endogeno delle conoscenze scientifico-tecnologiche
in ambito medico. L’ultima parte conclude.
2) Le
armi disponibili contro la lotta al COVID-19: gli stock di salute e conoscenza
L’efficacia mostrata dalla Cina nel contrastare
tempestivamente il diffondersi dell’epidemia del coronavirus dipende da due
variabili chiave: da un lato, dallo stock di investimenti in campo sanitario e,
dall’altro, dallo stock di conoscenza accumulata nel comparto
medico-scientifico. In primo luogo, poiché il tasso di mortalità risulta più
elevato tra i soggetti immunodepressi e/o con patologie pregresse, possiamo
ipotizzare che l’impatto del Covid-19 sia negativamente correlato allo stato
generale di salute della popolazione. Quest’ultimo viene di norma stimato
osservando l’aspettativa di vita media e il tasso di mortalità, in particolar
modo quella infantile. A sua volta, questi due indicatori dipendono in maniera
cruciale dallo stock degli investimenti in campo medico-sanitario, che si
concretizza nella disponibilità di strutture ospedaliere e di cura,
strumentazioni e personale medico e sanitario.
In secondo luogo, possiamo assumere
che vi sia una correlazione negativa tra morbosità e letalità del virus e lo
stock di conoscenze biotecnologiche dei lavoratori impiegati nel comparto
medico-scientifico. Infatti, la capacità di tracciare prontamente il virus, la sua
origine, le vie di trasmissione e patogenesi, e pertanto di elaborare misure
volte alla sua prevenzione e allo sviluppo di farmaci antivirali con un effetto
clinico efficace, non può essere ridotta alle informazioni e ai dati estratti
dagli studi ed esperimenti di laboratorio effettuati esclusivamente nel periodo
post-coronavirus. Al contrario, le capacità odierne di elaborare prontamente
nuovi sistemi preventivi, diagnostici, e terapeutici in un contesto
emergenziale dipendono dalle conoscenze precedentemente trasmesse le quali,
“integrate, trasformate, ricombinate coi nuovi dati e intuizioni, in un modo o
nell’altro partecipano alla creazione di nuova conoscenza” (Lakhtin 1973: 7).[5]
Detto diversamente, l’efficacia odierna del lavoro sperimentale e di ricerca
dipende dal “lavoro di molte generazioni di scienziati vissuti in epoche
precedenti” (Anchishkin 1987: 27), i quali hanno
dotato l’attuale generazione di un accumulo di conoscenze da cui attingere per
creare nuove tecnologie specificamente dedicate alla lotta di un virus finora
sconosciuto.
Per riassumere: quanto superiori
sono gli stock di infrastrutture sanitarie e di conoscenze scientifiche, tanto
maggiore sarà l’efficacia della risposta fornita in termini di contenimento
dell’epidemia – minimizzando così la perdita di vite umane e giungendo ad una
veloce risoluzione della crisi. La consistenza degli stock di salute e
conoscenza dipende da due fattori, uno quantitativo e l’altro qualitativo:
primo, dalla quantità di risorse inizialmente disponibili e cumulativamente
investite nel campo sanitario, educativo e medico-sanitario-scientifico – volti
a migliorare le capacità produttive della popolazione (Wood 1994). Poiché il
rendimento di questi investimenti è spesso incerto, si materializza dopo periodi
molto estesi e, non ultimo, beneficia non solo l’investitore ma anche le altre
imprese che non ne hanno sostenuto i costi, gli agenti privati di norma
allocano risorse in salute, educazione e formazione in maniera sub-ottimale.
Per questa ragione, l’innalzamento dei livelli di salute della popolazione e
l’accelerazione delle sue capacità tecnologiche necessita strutturalmente
dall’intervento delle istituzioni pubbliche, le quali sono chiamate a stimolare
gli investimenti sanitari, educativi e in R&D.
In secondo luogo, l’effetto di tali
investimenti dipende dal grado di efficienza delle risorse impiegate.[6]
Quest’ultima è positivamente correlata alla preservazione di alti livelli di
uguaglianza economica derivanti dal mantenimento di istituzioni collettive. Una
società più egualitaria, infatti, può meglio prevenire il sorgere di tensioni
sociali scaturenti dalla polarizzazione economica e sociale, l’espansione
dell’economia sommersa e, non ultimo, circoscrivere gli episodi di corruzione
(Popov 2009: 51-52). Infatti, l’aumento delle diseguaglianze economiche può traslarsi
nell’appropriazione del potere politico da parte di una classe di rentier, che
utilizzerà le leve della macchina statale per rafforzare la sua posizione di
rendita (Milanovic, Lidert, e Williamson, 2008). L’indebolimento delle
istituzioni statali può così dare luogo ad una distorsione delle risorse che,
invece, potrebbero essere convogliate verso il sistema educativo-formativo e la
ricerca scientifica, oltreché verso il sistema sanitario.[7] Ne segue che la
riduzione delle diseguaglianze va di pari passo all’accrescimento della
capacità istituzionale dello Stato di impiegare il risparmio domestico verso
progetti d’investimento con le più alte esternalità positive – ossia,
nell’interesse collettivo, come l’educazione, formazione, e sanità.
3) Sviluppo cinese, salute popolare e
progresso scientifico-tecnologico
I livelli sanitari della popolazione cinese
all’indomani della fondazione della Repubblica Popolare non si discostavano da
quelli degli odierni paesi estremamente sottosviluppati. L’aspettativa media
di vita era poco sopra i 35 anni, mentre il tasso di mortalità infantile
raggiungeva il 200 per mille, ben superiore a quello dell’Angola attuale.[8]
Ciò rispecchiava l’estrema scarsità di infrastrutture sanitarie e di cura,
personale medico, centri di ricerca e scienziati impiegati in campo
medico-scientifico. Nel 1949 vi erano appena 0.15 posti letto per 1000
abitanti, e su tutto il territorio nazionale, che contava già quasi 550 milioni
di abitanti, vi era un solo laboratorio dedicato a test di sostanze mediche e
chimiche, e appena tre istituti di ricerca medico-scientifica.[9]
In questo contesto, l’adozione di
una via di sviluppo neoliberale, simile a quella di molte regioni del Sud del
mondo negli anni ’80 e ’90 avrebbe avuto un effetto dirompente in termini di
ulteriore peggioramento delle condizioni generali di salute della popolazione.
Come noto, infatti, i due pilastri del Washington consensus (Babb e
Kentikelenis 2017; Williamson 1993) – apertura esterna e riduzione della spesa
pubblica – hanno prodotto una esplosione della disoccupazione nei paesi meno
sviluppati, causata dall’incapacità delle loro imprese di reggere l’urto della
concorrenza internazionale. Ciò ha gettato larghi strati della popolazione al
di sotto della soglia di sussistenza, deteriorandone così le condizioni
nutritive e fisiche. Nel mentre, i tagli alle spese sociali e lo smantellamento
delle reti tradizionali-collettiviste hanno provocato “la chiusura di centinaia
di cliniche, ospedali e strutture di cura. Quelle ancora operanti mancavano di
personale, farmaci e attrezzatura medica essenziale” (Peet 2009: 159). Nel loro
insieme, l’aumento della povertà e i tagli all’offerta sanitaria hanno condotto
ad un deterioramento delle condizioni di salute generali, preparando il terreno
fertile al diffondersi di malattie, e all’aumento del tasso di mortalità tra le
popolazioni dei paesi in fase di ‘aggiustamento’ (Cornia et al. 1987). Come si
evince nella figure sottostanti, i tentativi di fuoriuscita dalla trappola del
sottosviluppo da parte di molti paesi africani a partire dagli anni '80 si
sono risolti in una drammatica riduzione dell’aspettativa di vita e in una
frenata della discesa della mortalità infantile, se non, addirittura, ad una sua
risalita. (Figure 1-4).[10]
Figure 1 e 2.Aspettativa di vita paesi in alcuni paesi africani (1960-1982) e (1983-2005)
Fonte. World Bank database
Figure 3 e 4.Mortalità infantile in alcuni paesi africani (1960-1982) e (1983-2005)
Fonte. World Bank database
La strada di sviluppo di orientamento socialista
intrapresa dalla Cina a partire dal 1949 ha seguito la direzione opposta. Fra
le prime misure adottate dalla nuova Repubblica Popolare ci fu la
nazionalizzazione degli asset stranieri in larga parte posseduti dalle imprese
di Gran Bretagna, Giappone, USA, Francia e Germania, che ammontavano ad una
cifra vicina al 10 percento del PIL (Thompson 1979).[11]
“Altrettanto drastica fu la rottura con la classe imprenditoriale e
commerciante ‘capitalista burocratica’ appoggiata al capitale straniero” (Masi
1979: 73). Le gradi industrie e banche private che controllavano per larga
parte la produzione industriale e le finanze del paese “furono nazionalizzate
senza indennizzo” (Ibid.). Infine, ma non per ordine di importanza, si
procedette all’espropriazione dei grandi latifondisti, che fino al 1949
detenevano oltre il 50 percento della proprietà della terra, la quale fu
redistribuita ai contadini nullatenenti (Du 1996). Nel loro insieme, queste
misure consentirono al paese di accrescere le risorse (risparmi) necessarie a
sostenere gli investimenti senza comprimere ulteriormente i redditi della
classe contadina e lavoratrice che, dato il livello di arretratezza in cui
versava, avrebbe comportato un dramma umanitario simile a quello di molti paesi
africani negli anni ‘80 e ‘90.
3a)
Sviluppo cinese e miglioramento delle condizioni generali di salute
Nonostante la scarsità di risorse, dal 1952 al 1978,
l’incidenza della spesa sanitaria sul totale della spesa pubblica è aumentata
di quasi cinque volte, dallo 0.68 percento al 3.16 percento, mentre si è assistito
ad un incremento esponenziale del personale e delle strutture sanitarie
presenti sul territorio – in particolare quelle volte alla salvaguardia della
salute dei bambini e delle madri (Fang 1953: 325; Kung 1953; OMS 1983: 22; Liu
e Yi 2004).[12]
Certo, se confrontata ai moderni
paesi sviluppati, le risorse destinate alla sanità risultavano ancora non
sufficienti, tant’è che le cure gratuite offerte dal servizio sanitario non
potevano essere garantite all’intera popolazione. Tuttavia, la diminuzione dei
livelli di diseguaglianza economica derivante dal perseguimento di una
strategia di sviluppo socialista contribuirà ad accrescere la capacità delle
istituzioni statali cinesi di massimizzare l’efficienza delle risorse
impiegate. Ad esempio, secondo Transparency International, “la più attiva
organizzazione non governativa nel combattere la corruzione a livello globale”
(Lin e Monga 2017: 51), i livelli di corruzione in Cina all’inizio degli anni
‘80 erano inferiori a quelli di tutti i paesi ‘democratici’ del Sud del mondo.
Sempre alla fine del
periodo dell’economia pianificata, il suo tasso di criminalità (numero di
omicidi per centomila abitanti) era tra i più bassi al mondo, mentre l’economia
sommersa era praticamente inesistente. La qualità di questi indicatori sottende
la capacità delle istituzioni statali cinesi di perseguire gli obiettivi di
policy definiti a livello centrale. Tra di essi, il rafforzamento del suo
sistema sanitario e l’accelerazione del sapere in campo medico costituivano due
tra le massime priorità del paese (Shih 1972: 672).
Il “serio impegno ai massimi
livelli del governo di raggiungere l’obiettivo sociale di garantire la salute a
tutti i suoi cittadini” (OMS 1983: 9) è parte del sentiero di sviluppo della
‘Nuova Cina’ fondata nel 1949. Già da quell’anno, vennero lanciate le “Misure
Temporanee per la Vaccinazione” finalizzate a debellare le infezioni virulente
che tempestavano la Cina alla fine degli anni ‘40 mediante la fornitura
gratuita di vaccini ad oltre 500 milioni di persone, la cui immunizzazione fu
sostenuta dalla creazione di centri appositi e la fornitura della
strumentazione necessaria da parte del governo centrale.[13]
L’abilità istituzionale dello Stato si manifestò anche nell’implementazione di
provvedimenti oggi cruciali nel contrasto della coronavirus, ossia la
quarantena di coloro provenienti dall’estero e il rafforzamento di controlli
preventivi per scoprire nuovi casi di pazienti contagiati.
In secondo luogo, “la straordinaria
capacità cinese di mobilizzare l’enorme sforzo dei suoi cittadini […] è illustrata
dal lancio della ‘Campagna Patriottica per la Salute’” (Smith 1974). Attraverso
la coordinazione di diversi ministeri e dipartimenti, a partire dai primi anni
50, la Repubblica Popolare ha dato avvio ad un imponente lavoro collettivo di
costruzione di canali, fognature e bagni pubblici – opere che contribuirono
sostanzialmente a migliorare le condizioni sanitarie della popolazione (Xiao
2003).[14]
In terzo luogo, mentre le
‘regolazioni assicurative del lavoro’ estendevano l’assistenza sanitaria gratuita
alle lavoratrici e lavoratori dell’industria, venne fondato un ‘sistema
cooperativo di assistenza sanitaria nelle aree rurali’ (Konovalov 1975),[15]
che forniva vaccinazioni, educazione e assistenza ad oltre quattro quinti della
popolazione. Dai primi anni ‘50, tale sistema fu supportato dalla fornitura di
medicinali e apparecchiature mediche di base da parte del governo provinciale,
garantendo così l’accesso e le cure sanitarie alla pressoché totalità della
popolazione delle campagne (Lardy 1978: 167).
Nel loro insieme, le misure
intraprese agli albori del processo di sviluppo della ‘Nuova Cina’ hanno
gettato le fondamenta di quello che l’OMS arrivò a riconoscere come “un modello
da imitare per i paesi in via di sviluppo per risolvere i loro problemi sanitari”
(Wang 2007: 66-67). Come rimarcava il direttore generale del OMS solo pochi
anni dopo il ‘nuovo corso’ inaugurato dall’amministrazione Deng – “se la Cina
avesse la stessa situazione sanitaria degli alti paesi a medio-basso reddito
[…], l’aspettativa media di vita sarebbe di 15 anni inferiore, e 4 milioni in
più di bambini morirebbero ogni anno” (OMS 1983: 10). In effetti, la strada di
sviluppo socialista privilegiata dalla Cina ha raggiunto risultati
diametralmente opposti rispetto a quelli di molti paesi del Sud, tanto che “la
crescita dell’aspettativa di vita tra il 1950 e il 1980 si colloca tra gli
aumenti più rapidi mai documentati nella storia globale” (Babiarz et al. 2015:
39). Nella sua prima fase di sviluppo tra il 1959 e il 1978, l’aspettativa
media di vita è quasi raddoppiata, mentre il tasso di mortalità infantile è
sceso di quasi tre volte (Figura 5).
Figura 5. Aspettativa di vita e tasso di mortalità infantile in Cina, media quinquennale
Fonte.
United Nations – World Population Prospects.
Il miglioramento delle aspettative di vita e la
diminuzione dei tassi di mortalità infantile ha costituito un prerequisito
fondamentale per ottenere guadagni di produttività sul lungo periodo, con cui
accrescere ulteriormente le risorse da destinare al sistema sanitario. Infatti,
i progressi nel benessere fisico e cognitivo della popolazione cinese, che per
i primi trent’anni di sviluppo del paese risiedeva principalmente nelle
campagne (Wu 2019), ha gettato le fondamenta per il suo assorbimento efficiente
all’interno del settore manifatturiero, la cui espansione ha sorretto i
guadagni di produttività necessari al “take-off” dell’economia a partire dai
primi anni ‘80 (Kaldor 1978; Bhargava et all. 2001; Gourdel et al. 2004). In
questo senso, non pare una esagerazione sostenere che senza i traguardi
raggiunti dal regime maoista in termini di incremento di capitale umano (Long e
Herrera 2018), le riforme di mercato inaugurate nel 1979 non solo non avrebbero
potuto raggiungere i risultati ottenuti, ma avrebbero probabilmente avuto un
impatto devastante, come di fatto avvenuto in Africa Sub-Sahariana negli anni
‘80, (Popov 2007). La relazione tra progressi in campo sanitario (e come
vedremo sotto, educativo) ed economico è quindi endogena: gli investimenti in
infrastrutture sanitarie hanno sorretto la crescita economica e quest’ultima, a
sua volta, ha sostenuto gli investimenti in infrastrutture sanitarie.[16]
Negli ultimi 40 anni, il totale delle spese sanitarie è salito ad un ritmo più
sostenuto rispetto la crescita dell’output, conducendo ad aumento del rapporto
tra spese sanitarie e PIL dal 3 al 6.43 percento nel 2018. Ciò si è palesato in
un incremento del personale medico e dei posti letto disponibili nelle
strutture sanitarie pari rispettivamente a 3.6 volte e 2.9 volte (a fronte di un
aumento della popolazione pari al 45 percento) rispetto al 1978.
Va sottolineato che il ritmo
dell’espansione del sistema sanitario pubblico ha subito una decelerazione in
seguito alle politiche di apertura adottate dall’amministrazione Deng – il che
rigetta una causalità lineare tra espansione del reddito nazionale e
miglioramento delle condizioni di salute generali. Osservando la composizione
della spesa sanitaria, si può notare come nel 2001 il settore privato sia
arrivato a coprire quasi il 60 percento dell’intera spesa sanitaria nazionale
(Figura 6).
Figura 6.Composizione della spesa sanitaria in Cina
Fonte.
National Bureau of Statistics of China 2018, tavola 22.19.
Come prevedibile, l’arretramento dell’intervento
pubblico si è traslato in un arresto del trend positivo riguardo la capacità
universalista del sistema sanitario cinese: da un punto di vista quantitativo,
dalla fine degli anni ’80 fino al 2003, il numero di posti letto per diecimila
abitanti è rimasto sostanzialmente invariato rispetto ai traguardi raggiunti
alla fine del periodo della pianificazione (Figura 7). Incrementando i costi di
cura, specie nelle aree urbane, e riducendo l’offerta nelle aree rurali, la
crescente mercificazione è pertanto sfociata in un aumento delle diseguaglianze
nell’accesso ai servizi sanitari, riverberandosi in un peggioramento relativo
delle condizioni di salute delle fasce più povere della popolazione (Wang e
Zhao 2007: 36-39; Tang et al. 2008 : 1494-1497).
Figura 7.Numero di posti letto nelle strutture sanitarie in Cina (per 10.000 abitanti)
Fonte.
National Bureau of Statistics of China 1999 (tav.21.13), 2013 (tav.21.6), 2018
(tav.22.6)
Tuttavia, è altrettanto importante rimarcare che a
partire dal nuovo millennio il sistema sanitario cinese ha invertito questa
tendenza, tornando sulla linea di trend del trentennio 1949-1978. Oltre allo
scontento sociale per un sistema crescentemente iniquo, una delle ragioni
principali del rinnovato protagonismo del pubblico risiede nell’esplosione
della sindrome respiratoria acuta (SARS) nel 2003 ed immediatamente diffusasi
in 37 paesi, mietendo quasi mille vittime a livello globale. Secondo la
prestigiosa rivista The Lancet, l’incapacità del settore privato di
fronteggiare efficacemente la crisi ha rappresentato "una sveglia per i leader
cinesi, che hanno subito compreso come i sotto-investimenti degli anni ’80 e
’90 avessero reso il sistema sanitario impreparato all’emergenza” (Dong e
Phillips 2009). In effetti, in seguito allo scoppio della SARS, la stesso governo
del paese dichiarò apertamente che “una concezione errata di economia
socialista di mercato è che il sistema medico e sanitario debba essere
orientato al, e dipendente dalle forze di mercato per soddisfare i bisogni
sanitari delle persone” (Chen e Gao 2008).
Già dall’anno successivo,
l’incidenza della spesa privata è regredita velocemente (Figura 4), tornando a
livelli inferiori rispetto al 1983. Parallelamente, si è assistito ad
un’immediata e sensibile crescita degli investimenti pubblici in ospedali,
cliniche, strumentazione diagnostica e ricerca medico-scientifica (Daemmrich
2013; Wang et al. 2019). [17]
L’abbandono del precedente approccio centrato sul mercato è stato suggellato
dalla riforma del 2009 la quale, oltre a raddoppiare la spesa pubblica annuale
allocata al servizio sanitario (Yip e Hsiao 2014: 384-385), ha garantito il ritorno
ad una copertura pressoché universale (Tang 2008 et al.: 1550). L’espansione
delle capacità di cura del servizio sanitario cinese che ne è seguita (Figura
7) non ha tardato a mostrare i suoi benefici, se è vero che dai primi anni
Duemila sia l’aspettativa di vita media sia il tasso di mortalità infantile
hanno mostrato rispettivamente una sensibile accelerazione e decelerazione
(Figura 5).[18]
Per concludere, se le condizioni
generali di salute della popolazione sono una delle variabili chiave che
incidono negativamente sul tasso di letalità del coronavirus, ne segue che
l’intervento dello Stato nel corso del processo di sviluppo cinese ha dotato il
paese di una importante risorsa necessaria a fronteggiare efficacemente
l’epidemia odierna.
3b) Sviluppo cinese e incremento
delle capacità tecnologiche del paese
Il miglioramento delle condizioni generali di salute
della popolazione è inscindibile dalle politiche orientate allo sviluppo delle
capacità tecnologiche della forza-lavoro del paese. All’interno del contesto
internazionale che la vedeva isolata, la Cina ha esplorato una strada
d’innovazione indigena, soprattutto in campo medico. Uno dei primi
provvedimenti intrapresi dal governo fu incrementare il numero di facoltà
universitarie di medicina, col risultato che in soli cinque anni il numero di
studenti accrebbe di oltre il 90 percento rispetto al 1949. Al contempo, il
sistema altamente centralizzato velocizzò la formulazione e implementazione di
una politica tecnologica a livello nazionale, che sarà perseguita efficacemente
nel corso del trentennio successivo (Lu e Jia 2011). Ad esempio, il numero di
laboratori farmacologici e di reagenti chimici salì di quasi 1200 volte, mentre
quello degli istituti di ricerca medica di quasi 100 volte (Figura 8).
Figura 8.Numeri di istituti di ricerca medica e laboratori chimici in Cina (1949-1999)
Fonte. National Bureau of Statistics of China, Yearly Data
2000, tavola 21-11.
Nonostante l’isolamento subito, il potenziamento delle
capacità tecnologiche avvenne in un contesto di ‘apprendimento aperto’,
mediante l’accesso alle moderne informazioni e scoperte scientifiche raggiunte
dai paesi più avanzati, lo scambio con organizzazioni ed esperti provenienti da
altri paesi, e l’attrazione di scienziati formatisi all’estero. La capacità
istituzionale del governo cinese giocò un ruolo determinante per raggiungere
tali finalità, riconoscendo che il processo d’innovazione tecnologica non
potesse e dovesse essere circoscritto al solo ambito nazionale.
In primo luogo, il governo fornì un
contributo vitale affinché gli studenti e scienziati del paese potessero
attingere alla conoscenza scientifica all’avanguardia, in modo tale da
incrementare i rendimenti degli investimenti nel campo dell’istruzione e della
ricerca. Nonostante gli stringenti vincoli di risorse disponibili, il governo
cinese si attivò per incrementare letteralmente “la qualità dei manuali della
società” (Mankiw, Phelps e Romer 1995: 298) attraverso l’acquisto massiccio di
pubblicazioni scientifiche e tecnologiche nella forma di periodici, libri e
articoli stranieri che potessero supportare il lavoro degli scienziati cinesi
(Gu 2008).[19]
Ad esempio, la biblioteca del Gungzhou Medical College acquistò oltre 3000
testi e periodici stranieri nel solo 1956, per la maggior parte provenienti dal
mondo anglosassone, mentre veniva acceso l’abbonamento alle maggiori riviste
medico-scientifiche pubblicate nel decennio precedente. Le istituzioni sotto il
diretto controllo del governo intrapresero uno sforzo ancora maggiore in tal
senso, al punto che alla fine degli anni '60 l’Accademia Cinese delle
Scienze poteva vantare 4.58 milioni di volumi (di cui oltre 3 milioni in
scienze naturali) e 1.8 milioni di riviste, per la maggior parte in lingua
straniera (Li et al. 2020: 40-1).
In secondo luogo, il governo cinese
si adoperò con forza per favorire il rimpatrio dei talenti (in particolar modo,
nelle aree mediche e ingegneristiche) che si erano formati all’estero, specie
negli Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna – creando al contempo le condizioni
per la loro partecipazione attiva in progetti scientifici di interesse
nazionale. Il problema, infatti, era che il ritorno degli studenti e
ricercatori nell’immediato dopoguerra fu ostacolato attraverso numerose misure,
fra le quali la requisizione dei passaporti, la detenzione e l’arresto. Per
favorire il loro rilascio, il governo cinese non solo ha supportato la creazione
di agenzie non governative come l’Associazione Cinese dei Lavoratori
Scientifici degli U.S.A., ma ha anche intrapreso mediazioni diplomatiche coi
governi occidentali. Ciò condusse al rimpatrio di scienziati che in seguito
diedero un contributo fondamentale allo sviluppo tecnologico del paese.[20]
In alcuni casi, la volontà di beneficiare del sapere acquisito nei paesi già
sulla frontiera tecnologica comportò anche l’uso coercitivo da parte del
governo cinese il quale, per mano del Ministero degli Affari Esteri, esortò i
governi degli Stati Uniti, Gran Bretagna ed altri paesi a ridurre la resistenza
degli studenti cinesi a ritornare in patria.
Ma in generale, il governo cinese
incentivò attivamente il ritorno degli scienziati sul suolo domestico. Già nel
1949, il Ministro dell’Educazione, assieme al Comitato dell’Educazione e della
Cultura, stabilì un dipartimento volto all’accoglienza degli studenti
provenienti dall’estero e al loro inserimento immediato nelle istituzioni di
ricerca e nelle università nazionali. Per mobilitare l’entusiasmo per la
ricerca e stimolare la produttività, il governo derogò parzialmente ai suoi
principi improntati al massimo egualitarismo, formulando una serie di misure
che “risolsero le difficoltà di sostentamento dei ricercatori e degli
scienziati, garantendo loro condizioni di lavoro e salariali superiori al resto
della popolazione” (Yin e Jia 2011: 50).
Nel loro insieme, questi
provvedimenti consentirono alla Cina di contrastare uno dei fenomeni che più
indebolisce la capacità dei paesi in via di sviluppo di accumulare conoscenza
tecnico-scientifica, vale al dire il ‘brain drain’. Basti pensare che ancora
alla fine degli anni ‘80, un medico statunitense su venti proveniva
dell’India, la quale soffriva al contempo una insufficienza cronica di medici,
specialmente nelle aree rurali dove se ne contavano mediamente uno ogni 4000
abitanti (Buzuev 1990: 112). Al contrario, l’intervento dello stato in Cina si
palesa in un alto tasso di ‘rientro’, tanto che tra il 1950 e il 1978 tre
quarti degli studenti all’estero per motivi di studio faranno ritorno a casa.[21]
Avendo appreso conoscenze nei paesi
avanzati, la disponibilità di laureti e ricercatori provenienti dall’estero è
cruciale per lo sviluppo tecnologico cinese. Tra di essi, infatti, il 45
percento fu assegnato ad organi governativi, mentre il 30 percento fu veicolato
verso le università per diffondere la conoscenza appresa, o impiegato in
istituti per condurre essi stessi ricerca in progetti di interesse nazionale.
Per quel che concerne il campo delle biotecnologie mediche, ad esempio, tre
degli scienziati protagonisti di una delle scoperte più importanti del
ventesimo secolo, la sintesi dell’insulina bovina, si erano formati in
università occidentali,[22]
mentre alcuni tra i giovani collaboratori del loro gruppo di ricerca diverranno
figure centrali nello sviluppo della biologia molecolare in Cina (Wang e Shi
1982).
L’accumulazione di capitale umano
mediante l’interventismo dello Stato – figlio a sua volta degli alti livelli di
eguaglianza economica che caratterizzavano la ‘Nuova Cina’ – ha permesso al
paese di raggiungere risultati ragguardevoli nel campo della ricerca
medico-scientifica. Sebbene continuasse ad essere uno tra gli stati con il
reddito pro-capite più bassi al mondo, già nel 1957, gli scienziati cinesi
furono i primi al mondo a scoprire e isolare la clamidia e quindi a chiarire le
cause del tracoma che, in alcune aree della Cina, colpiva il 90 percento della
popolazione, compromettendone seriamente la possibilità di provvedere al
proprio sostentamento (Wang, Deng e Tian 2016: 541). Poco tempo dopo, il
lavoro cooperativo tra gli scienziati dell’Istituto di Biochimica di Sichuan,
l’Istituto di Chimica Organica di Shangai e l’Università di Pechino, condurrà
alla sintesi della insulina bovina. Infine, a seguito del ‘Progetto 523’
lanciato dallo Stato nel 1967, e che coinvolgeva sessanta organizzazioni di
ricerca e oltre 500 scienziati, a metà del decennio successivo gli scienziati
cinesi furono anche i primi a identificare la struttura molecolare della
artemisinina (Guo 2016: 116), ossia il principio attivo del principale farmaco
contro la malaria che, ancora nel 1949, era endemica in quasi il 70 percento
delle province del paese (OMS 2009).
L’applicazione dei principi
epidemiologici e delle scoperte scientifiche ha fornito la base per lo sviluppo
e l’applicazione di vaccini (Yu 2007: 340), al punto che oggigiorno la Cina è
uno dei pochi paesi al mondo in grado di produrre e offrire la totalità dei
vaccini di cui necessita. Come sottolineato da un recente rapporto dell’OMS:
“la China è divenuta il leader mondiale nella produzione di vaccini, con 40
produttori di 60 tipi di vaccini, che possono contrastare efficacemente 34
malattie trasmissibili... La produzione domestica rappresenta oltre il 95 percento
dei vaccini utilizzati nel paese, cifra che soddisfa integralmente la domanda
di immunizzazione della popolazione” (OMS 2015: 58). In definitiva, questi dati
evidenziano come l’intervento dello Stato abbia permesso alla Cina di rompere
il monopolio dei mercati farmaceutici, svincolando così la riproduzione
biologica della sua popolazione alle capacità tecnologiche (e, parzialmente,
alle decisioni politiche) dei paesi più sviluppati.[23]
I risultati odierni, oltreché
essere fondati sulla conoscenza accumulata negli anni dell’economia
pianificata, sono anche il frutto degli investimenti pubblici in R&D
proseguiti durante il periodo dell’apertura post-1979. Il progressivo
avanzamento del mercato nell’ultimo quarantennio, infatti, non ha pregiudico la
capacità dello Stato cinese di supportare attivamente la ricerca,
sperimentazione, e applicazione di biotecnologie in campo medico. Ad esempio,
alla fine degli anni '80, i laboratori controllati dal Ministero della
Salute Pubblica erano tra gli istituti che più beneficiavano del supporto
statale. Nel decennio successivo, l’Istituto di Microbiologia, focalizzato sulla
ricerca e applicazione dell’ingegneria genetica nel campo farmaceutico, riceveva
sistematicamente oltre la metà dei fondi allocati dall’Accademia Cinese delle
Scienze per i suoi progetti scientifici e di ricerca (Feigenbaum 2003: 165-7).
L’attivismo del comparto pubblico si è sostanziato, tra le altre cose, nei
progressi compiuti dal paese nella farmacologia, dove già nel 2014 oltre 7000 imprese (pubbliche e private) producevano oltre 160 mila medicinali (Ibid.
144), e nel campo delle attrezzature mediche, la cui produzione nazionale
soddisfa ormai il 50 percento dell’intera domanda domestica.
L’odierna capacità tecnologica del
paese in ambito medico-scientifico è riscontrabile, almeno indirettamente,
anche osservando la composizione delle sue esportazioni. Secondo i dati forniti
dall’Osservatorio della Complessità Economica (OEC 2020) coordinato dal MIT, la
Cina è uno dei maggiori esportatori al mondo di prodotti farmaceutici e beni
medico-strumentali ad alta precisione, la cui produzione richiede un set di
skill complesse, scarsamente disponibili sui mercati internazionali. Nel 2017,
ad esempio, la Cina era il quarto esportatore al mondo di strumentazione medica
e strumenti a fluorescenza raggi X, il terzo di utensili medici elettronici, il
secondo di ormoni, e il primo di vitamine e prodotti farmaceutici
non-medicinali.
Conclusioni
In questo articolo, si è tentato di ripercorrere la strada di
sviluppo che ha dotato lo Stato cinese della capacità istituzionale di
intervenire efficacemente per migliorare le condizioni generali di
salute della popolazione e incrementare il suo stock di conoscenza.
Senza questi ingredienti, la Cina sarebbe oggi totalmente sprovvista
della capacità di elaborare prontamente misure preventive, contrastare
la diffusione dell’epidemia, trattare efficacemente i pazienti –
oltreché renderli meno vulnerabili all’attacco del virus. L’intervento
dello Stato ha consentito alla Cina di potenziare le infrastrutture
sanitarie e accrescere la qualità del sapere medico-scientifico della
sua popolazione – dotandosi così di quei fattori che hanno consentito
al paese di circoscrivere prontamente la diffusione del COVID-19 e
ridurne il tasso di letalità.
Bibliografia
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Note.
[1] Conferenza stampa seguita alla
missione congiunta OMS-Cina sul COVID-19, 24 febbraio 2020 (OMS 2020a). [2] Al 21 Marzo 2020,
per il terzo giorno consecutivo, non vi erano casi di nuove infezioni contratte
all’interno del territorio cinese. [3] Ad esempio, nei
primi due mesi del 2020, i consumi privati e gli investimenti hanno visto un
crollo in termini reali rispettivamente del 23.7 percento e del 24.5 percento
su base annua (National Bureau of Statistics of China). [4]
Secondo lo studio condotto
dal Centro Cinese per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie (CCDC),
“mentre tra pazienti in buono stato di salute il tasso di mortalità è dello 0.9
percento, coloro che invece già soffrono di patologie pregresse i tassi di
mortalità sono molto più alti – ossia, del 10.5 percento per coloro con
problemi cardiovascolari, 6.3 percento con malattie cardiorespiratorie, 6
percento con ipertensione, 5.6 percento col cancro. Il tasso di mortalità è
altissimo tra i casi categorizzati come critici, vale a dire del 49 percento”
(CCDC 2020: 116). Sebbene correlazione non implichi causazione, la forte
connessione tra condizioni di salute preesistenti e tassi di mortalità è
confermata anche dal Report della missione condotta congiuntamente dall’OMS e
dalla Cina sull’epidemia COVID-19 (OMS 2020b: 12), oltreché dallo studio
retrospettivo riguardante la demografia dei decessi a Wuhan pubblicato da The
Lancet (Zhou et al. 2020). [5] Tale visione del
progresso tecnologico è affine a quella proposta dal filone Schumpeteriano
(Dosi et al. 1988). Per una serie di ragioni che non saranno qui discusse,
questo lavoro fa riferimento alle ipotesi proposte dal ‘economia della
scienza’, sviluppatasi in Unione Sovietica ben prima della nascita della scuola
evoluzionista di matrice keynesiana. Indipendentemente dalla genesi, in ambo i
casi l’interpretazione evolutiva della tecnologia si contrappone a quella
proposta dall’economia ortodossa, secondo cui la fonte e la causa delle nuove
tecnologie dipende “dall’azione isolata di individui particolarmente dotati” (Dugger 1984: 812). [6] Il criterio di
efficienza qui utilizzato si riferisce al miglioramento generale delle
condizioni di vita della popolazione e della capacità tecnologica del personale
medico-scientifico ottenuto da un dato ammontare di risorse investite. [7] Da questo punto di vista, non pare
un caso che molti paesi africani in via di sviluppo, che maggiormente fruiscono
di aiuti internazionali, sebbene siano caratterizzati da una spesa sanitaria
relativamente maggiore rispetto agli altri paesi in via di sviluppo, siano gli
stessi che versano in condizioni di salute peggiori (Lin e Monga 2017: 154). [8] Fonti: National Bureau of Statistics of China e U.S.
Census Bureau, International Database. Per una rassegna delle condizioni drammatiche
cui versava la popolazione cinese alla fine degli anni ‘40, si veda: Fang 1953. [9] Fonte: National Bureau of Statistics of China, Yearly
Data 2000, tabelle 21-13 e 21-11. [10] In paesi come
Zambia e Kenya, nei soli anni Novanta l’aspettativa di vita media arriverà a
crollare di 9 e 10 anni. Allargando lo sguardo, eclatante è il caso russo,
laddove la terapia d’urto si accompagna ad una discesa della aspettativa di
media da 69.1 anni nel 1989 a 65 anni nel 2003. Per quel concerne la mortalità
infantile, i dati in figura sono coerenti alle stime esistenti, secondo le quali cui i programmi di aggiustamento
strutturale, agendo sui parametri fiscali all’interno dei quali le politiche
sanitarie operano, hanno avuto un impatto drammatico sulla salute dei bambini e
delle loro madri (Thomson, Kentikelenis, e Stubbs 2017). È tato stimato
che tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ‘90, ogni anno circa 6
milioni di bambini in Africa, Asia e America Latina hanno perso la vita a causa
degli effetti dei programmi di aggiustamento strutturale (Budhoo 1994: 21–2). [11] Negli anni 30,
gli asset stranieri, prevalentemente impiantati all’indomani della Guerra
dell’oppio, costituivano il 95 percento degli investimenti esteri nel paese. In
particolare, gli asset inglese ammontavano al 35 perento, quelli giapponesi al
40 percento, quelli statunitensi al 9 percento, quelli francesi al 6.7 percento
e quelli tedeschi al 4.3 percento. In generale, gli investimenti esteri in Cina
ammontavano a 3.5 trilioni di dollari nel 1936 (Remer 1933: 76; Huo 1965: 17). [12] Tra il 1949 e il
1978, il numero di ospedali passa da 2.600 ad oltre 64.000, mentre i letti
ospedalieri per 1.000 abitanti crescono di quasi 13 volte. Parallelamente, il
numero di operatori delle istituzioni sanitarie passa da 54.1 a 310.6 per
10.000 abitanti (National Bureau of Statistics of China, Yearly Data 2000,
tabelle 21-11 e 21-12). [13] Il vaiolo, ad esempio, fu
definitivamente debellato nell’arco di un decennio, mentre il numero di persone
colpiti dalla peste è calato del 78 percento tra il 1950 e 1951 (Xiao 2003). [14] Solo a Pechino, Tianjin e
Chongqing oltre 14 milioni di persone hanno partecipato ai lavori di salute
pubblica (Xiao 2003). [15] Una riforma dei
primi anni Duemila ha definito con maggiore precisione gli obblighi finanziari
del governo centrale, aumentando sostanzialmente i trasferimenti verso i centri
sanitari delle campagne (Wang 2007: 68). [16] La consapevolezza
della forte relazione tra salute e crescita è ribadita dal piano “Healthy China
2030” delineato nel 2016, secondo cui “le buone condizioni di salute sono…il
fondamento dello sviluppo economico e sociale” (Tan 2017: 112). [17] Dal 2003 al 2011,
la quota di spesa sanitaria finanziata dallo Stato è salita dal 16 a quasi il
31 percento, attestandosi su questi livelli fino ai giorni nostri. [18] Il trend positivo
riguardante l’aspettativa di vita è stato sicuramente rinforzato dagli ingenti
investimenti in, e il crescente ricorso a energie rinnovabili e il
contemporaneo abbandono delle produzioni più nocive. Secondo le stime di uno
studio condotto nell’ambito del ‘Harvard China Project’ – coordinato
dall’università di Harvard riguardante la relazione tra energia, economia, e
ambiente – la riduzione imposta dal governo sull’utilizzo di diossido di zolfo
ha evitato tra 12.000 e 74.000 morti premature nel solo 2010 (Nielsen e Ho
2013). [19] Lo stesso premier
Zhou Enlai (1984) ha sottolineato con forza come lo Stato cinese dovesse
“consentire agli scienziati di ottenere i libri necessari, accedere ad archivi
e materiale tecnologico e scientifico, e garantire loro le migliori condizioni
di lavoro. L’imperativo è accrescere le spese per l’acquisto di libri per gli
istituti di ricerca e le università e migliorare l’importazione di
pubblicazioni straniere e riviste accademiche” . [20] Ad esempio, Zhang
Wenyu e Qian Xuesen, tra i padri della fisica nucleare e della balistica cinese
furono rilasciati ed espulsi dagli Stati Uniti in seguito alle pressioni del
governo cinese nei primi anni Cinquanta. [21] National Bureau of Statistics of China, Yearly Data
2000, tabella 20-2. Al
2017, il rapporto annuale tra studenti all’estero e coloro tornati in patria
salirà al 79 percento (National Bureau of Statistics of China, Yearly Data
2018, tabella 21-10). [22] Ad esempio, Zou
Chenglu dell’Istituto di Biochimica di Shangai si era formato a Cambridge. Un
altro componente del team di ricerca, Niu Jingyi, aveva ottenuto il suo
dottorato in biochimica all’Università del Texas e condusse ricerca
all’Università di Berkley prima di fare ritorno in Cina. [23]
Fino ai primi anni 2000, solamente dieci imprese controllavano circa il
50 percento delle vendite globali di farmaci, e il 90 percento di essi
erano consumati dai paesi ad alto reddito (Peet 2009: 223).