Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
29/01/2026
La “difesa che serve” è il 5% del PIL per fermare il crollo dell’Italia, non per le armi
È il segno tangibile di un’Italia che attende ancora l’attuazione efficace di un Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) che sia in grado di intervenire su scenari come quello siciliano, organizzando azioni per limitarne la portata.
In una nazione dove il Ministero delle Infrastrutture sembra dare priorità ad accogliere figure come il neonazista Tommy Robinson in pompa magna e a investire miliardi di euro dei contribuenti per un’opera inutile come il Ponte sullo Stretto, il dissesto idrogeologico ha smesso di essere un’allerta stagionale per trasformarsi nella vera emergenza strutturale.
I numeri, d’altronde, non lasciano spazio a interpretazioni: oggi il 94,5% dei comuni italiani, pari a 7.463 municipi, è a rischio frana, alluvione, erosione costiera o valanghe (Rapporto ISPRA 2024), con oltre 1,3 milioni di persone che vivono in aree a pericolosità di frana elevata o molto elevata e ben 6,8 milioni di abitanti esposti al rischio alluvioni (Dati ISPRA 2024).
A questo si aggiunge un dato allarmante sul consumo di suolo, che viaggia al ritmo di 2,4 metri quadrati al secondo, riducendo drasticamente la capacità naturale di assorbimento delle piogge (Rapporto ISPRA 2024), mentre i danni economici legati a eventi meteo estremi hanno raggiunto nel solo 2025 la cifra record di 12 miliardi di euro (stime BCE e Agenzia Ambientale Europea 2025).
In questo scenario appare paradossale, quasi grottesco, un dibattito pubblico che vede l’Italia rincorrere le richieste internazionali per elevare la spesa per la difesa al 5% del PIL entro il 2035 – un investimento che supererebbe i 100 miliardi di euro l’anno – quando la realtà ci avverte che a quella data rischiamo di non avere più un territorio da difendere da nemici esterni, avendolo visto sgretolarsi sotto i nostri piedi.
La vera difesa della nazione non si costruisce infatti con gli armamenti, ma con uno stanziamento speculare del 5% del PIL destinato esclusivamente alla messa in sicurezza del territorio e dei cittadini, poiché l’emergenza climatica non è uno spauracchio teorico, ma un fenomeno concreto che sta già modificando la geografia dei nostri territori: basti pensare che l’Italia ha registrato un incremento del 22% degli eventi meteorologici estremi nell’ultimo anno (Osservatorio Città Clima Legambiente 2025) e un aumento della superficie a rischio frana del 15% solo nell’ultimo triennio (Rapporto ISPRA 2025).
Gli ultimi eventi siciliani confermano che il Mezzogiorno non ha bisogno delle Zone Economiche Speciali, create spesso per attirare capitali volatili o deregolamentare il lavoro tramite la defiscalizzazione, ma necessita di un piano pubblico di investimenti finalizzato al miglioramento delle infrastrutture primarie e alla resilienza idrica, considerando che le perdite delle reti acquedottistiche superano ancora il 42% su scala nazionale (Dati ISTAT 2024).
Questo è il grande piano per la difesa del territorio di cui necessita il nostro Paese e deve diventare il volano per un rilancio occupazionale senza precedenti, capace di assorbire personale altamente formato, come ingegneri e tecnici, insieme a una vasta forza lavoro da impiegare nell’unica grande opera realmente necessaria.
Investire nella protezione del suolo significa restituire un futuro a territori che da decenni perdono risorse e popolazione a causa dell’emigrazione forzata, trasformando la manutenzione del territorio in una priorità nazionale assoluta che metta finalmente al riparo la popolazione da un nemico interno fatto di incuria e abbandono.
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28/01/2026
Frana a Niscemi: non è una fatalità, è il modello che crolla!
Il fronte del cedimento si è allungato per chilometri, coinvolgendo la strada provinciale SP10 e isolando parti della città. Case lesionate, famiglie costrette a lasciare le proprie abitazioni, scuole chiuse: una situazione definita “drammatica” dalle stesse autorità locali.
È evidente che questo evento non è casuale: da settimane il Sud e le isole sono nella morsa di una violentissima perturbazione, il ciclone Harry, che si stima abbia prodotto 200 milioni di euro di danni in Sardegna, 300 in Calabria e ben un miliardo e mezzo in Sicilia.
La frana di Niscemi è il punto di arrivo di settimane di inondazioni, devastazione e crolli, dovuti agli eventi estremi frutto della tropicalizzazione del clima, ma soprattutto di anni di incuria rispetto alla situazione strutturale di dissesto idrogeologico che attraversa gran parte del territorio italiano, e in particolare la Sicilia, dove ad aggravare questa condizione si aggiunge la cementificazione selvaggia portata avanti in nome del profitto.
Il rapporto ISPRA 2025 sul consumo di suolo evidenzia come nell’ultimo anno la Sicilia sia la seconda regione del centro-Sud per suolo consumato, e quarta in tutta Italia solo dopo Emilia-Romagna, Lombardia, e Puglia. Suoli fragili, colline argillose, aree già vulnerabili vengono sottoposte a pressione continua: urbanizzazione, infrastrutture, opere considerate “strategiche”, consumo di suolo e impermeabilizzazione che aumentano il rischio di frane, alluvioni e crolli.
Per questo le responsabilità politiche a tutti i livelli di governo sono triple: per il mancato impegno nelle politiche di contrasto alla crisi climatica, per l’asservimento totale delle amministrazioni nei confronti degli speculatori e per il taglio agli investimenti sulla tutela dei territori.
La finanziaria approvata quest’anno è emblematica: meno soldi per la prevenzione del dissesto idrogeologico, investimenti nella “grandi opere strategiche” (come il Ponte sullo Stretto!) e soprattutto ingenti finanziamenti alla guerra, che con le sue basi rappresenta un’altra piaga di lungo corso in Sicilia.
Le conseguenze le pagano le comunità locali, le famiglie sfollate, chi perde la casa, chi vive nell’incertezza e nella paura. La frana di Niscemi è l’ennesima dimostrazione che il dissesto non nasce in una notte: è il risultato di scelte politiche precise, di un modello di sviluppo che consuma il territorio e scarica i costi sociali e ambientali sulle classi popolari.
Con le piogge intense, ciò che cede non è solo il terreno, ma l’intero sistema economico e questo modello di gestione del territorio.
Non bastano parole di cordoglio o interventi emergenziali. Serve staccare la spina a questo sistema. Serve costruire una prospettiva di rottura, capace di mettere al centro la difesa dei territori, la sicurezza reale delle persone e un’alternativa sistemica al capitalismo della devastazione e della guerra.
È in questa prospettiva che cresce la necessità di organizzarsi. Serve costruire le EcoResistenze contro un sistema che, in nome di profitto e guerra, sta letteralmente facendo franare il futuro.
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22/01/2026
Al fianco della popolazione calabrese colpita dal ciclone. Un disastro prevedibile
Il ciclone Harry ha colpito l’intera costa ionica con forti piogge, mareggiate, lungomari distrutti, allagamenti, frane, strade spazzate via. Senza contare i danni provocati all’agricoltura, ad intere comunità, con famiglie costrette ad abbandonare le proprie abitazioni, ai servizi pubblici. Come spesso capita in questi casi il prezzo più alto lo pagano i nostri territori fragili e le popolazioni.
Chiaro deve essere che quanto accaduto in questi giorni, non è né straordinario né imprevedibile, ma la conseguenza dei cambiamenti climatici in atto.
È assodato che l’aumento della temperatura globale provoca il riscaldamento del mare, lo scioglimento dei ghiacciai e, di conseguenza, l’innalzamento del livello del mare, che amplifica l’impatto delle onde sulle coste. La combinazione di un livello del mare più alto e tempeste più forti accelera l’erosione, riducendo la naturale protezione delle spiagge e mettendo a rischio infrastrutture, case e coste. In sintesi, il cambiamento climatico sta rendendo le mareggiate eventi più frequenti e distruttivi, trasformando quelle che un tempo erano eccezioni in eventi sempre più comuni.
“In questa occasione non possiamo non sottolineare il fatto che lo sfruttamento intensivo della natura, la dipendenza dai combustibili fossili, il degrado ambientale non sono stati causati dagli esseri umani in generale, ma da un determinato sistema di organizzazione della società che chiamiamo capitalismo” spiega Potere al Popolo in comunicato.
Non va dimenticato che in Calabria, ad esempio, le alluvioni non si contano più, rammentiamo quelle degli anni ’50, degli anni ’70, per arrivare ai giorni nostri, del camping “le Giare” di Soverato, con i suoi 13 morti.
E come sempre capita in Italia, i morti servono solamente per la retorica e per gli impegni solenni che non verranno mai mantenuti. Il sacrificio, il dolore di quanti li hanno amati serve solamente per quell’attimo, esso sì, veramente fuggente. Poi, il giorno dopo ritorna tutto come prima, aspettando la prossima alluvione, la prossima strage carica di morte.
Tante stragi, Soverato, Sarno, Crotone, Cavallerizzo, Vibo, Giampilieri, le alluvioni del 2009 (gennaio e settembre), Reggio Calabria.
Il degrado ambientale nella nostra regione regna sovrano. Lo verifichiamo quotidianamente quanto fragile è divenuta questa nostra terra per responsabilità della quasi totalità della classe politica che ha proposto e continua a proporre ed a praticare scelte di sviluppo devastanti e illusorie, come il Ponte sullo Stretto, la cementificazione delle coste e dei corsi d’acqua, la mancata manutenzione delle nostre fiumare, i condoni edilizi, la politica irrazionale dei porti e l’inesistenza di qualsiasi politica che salvaguardi le aree interne, i suoi boschi, che consenta il reinsediamento degli uomini, per evitare anche gli incendi estivi e per impedire che le nostre montagne diventino, come sta avvenendo, terreno esclusivo delle multinazionali delle energie rinnovabili che le stanno invadendo con tantissime pale eoliche.
“Le scelte politiche neoliberiste operate dalle giunte regionali della Calabria, fatta qualche eccezione come la legge Quadro regionale paesaggistica (QTRP) del 2010, sono riconducibili al modo di produzione capitalistico che di fatto distrugge il pianeta ed è per questo che bisogna distruggere il capitalismo”.
Fondamentale è uscire dalla logica dell’emergenza per passare a quella della prevenzione destinando risorse per realizzare interventi di messa in sicurezza e prevenzione del rischio.
Il Consiglio Nazionale degli Ingegneri ha quantificato in circa 26 miliardi le risorse per realizzare questi interventi sull’intero territorio nazionale, sperando che nel frattempo non si verifichino ulteriori interventi dannosi per il territorio.
La “prevenzione del dissesto idrogeologico” dovrebbe essere, in un paese come l’Italia, la priorità assoluta per l’attività ordinaria di cura del territorio, finanziata con strumenti ordinari di spesa pubblica.
Il Governo lo scorso anno ha istituito il regolamento di un “Fondo progettazione per la mitigazione del rischio idrogeologico”, dimenticando però di metterci i soldi. Infatti, lo ha finanziato retroattivamente per il triennio 2022-2024 per soli 5 milioni di euro l’anno! Per intenderci: 15 milioni (in tre anni) a fronte di un investimento dovuto pari ad almeno 26 miliardi.
Nemmeno con il PNRR si è previsto uno stanziamento adeguato. Infatti, dei circa 2 miliardi e mezzo stanziati inizialmente (pari al 10% dei 26 miliardi citati in precedenza), a marzo, nel Decreto di revisione del PNRR, il Governo ha fatto sparire, con una sorta di gioco di prestigio, buona parte di tali risorse, che si sono sostanzialmente dimezzate.
Però l’Europa destina 800 miliardi di euro, ai quali l’Italia contribuisce con 80 miliardi, al riarmo.
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29/09/2024
Cambiamento climatico, mancata manutenzione e cementificazione: le responsabilità di PD e destre nell’alluvione
Da subito siamo partiti da tutta la regione per andare a portare solidarietà attiva alle persone colpite, rimanendo colpiti ovviamente dalle condizioni di Traversara, in cui i muri delle case sono stati spaccati dalla forza dell’acqua, così come a vedere di nuovo sott’acqua le stesse zone e quartieri già alluvionati l’anno scorso, e che dopo 16 mesi devono ricominciare tutto da capo.
La forza e l’orgoglio che abbiamo visto l’anno scorso, in questi giorni le abbiamo viste sostituite da tanta rabbia emersa da praticamente tutte le persone: in 16 mesi nessuno ha fatto niente. Sabato si è formato un presidio a Budrio, domenica c’è stata una manifestazione spontanea a Faenza, per sabato prossimo ne è stata chiamata una dagli alluvionati della Val di Zena.
La rabbia è diretta a tutte le istituzioni: Governo e Regione per 16 mesi hanno condotto un balletto politico sui nostri territori, ma le responsabilità sono di entrambi. Da una parte, il governo Meloni, negazionista del cambiamento climatico nonostante le evidenze sempre più palesi, che ha messo su una struttura commissariale assolutamente fallimentare per fare arrivare i fondi dei ristori alle famiglie e alla ricostruzione.
Dall’altra, una Regione da sempre a guida PD, che nemmeno l’alluvione dell’anno scorso ha fatto ricredere sulle sue politiche di totale cementificazione: che il consumo di suolo fosse uno dei maggiori responsabili di queste alluvioni sta emergendo sempre di più da parte sia di urbanisti e geologi, sia della stessa classe politica.
La timida critica di Lepore alla legge regionale cosiddetta “contro il consumo di suolo” è però non solo tardiva, perché sono cinque anni che insieme alle associazioni ambientaliste denunciamo come quella legge abbia favorito il consumo di suolo, ma anche falsa e ipocrita, perché è grazie a quella legge che il sindaco di Bologna ha potuto varare piani di urbanizzazione estremi, così come De Pascale, ora candidato PD alla presidenza della regione, nel suo mandato e mezzo da sindaco di Ravenna ha reso la sua città quella con il maggior consumo di suolo in Italia, seconda solo a Roma.
Nel giro di qualche settimana uscirà il nuovo rapporto Ispra sul consumo di suolo nell’anno 2023, e potremo così vedere come anche nei territori maggiormente colpiti dell’alluvione si è continuato a cementificare, proprio grazie alle ulteriori deroghe che vennero fatte alla legge regionale. Pronta è stata comunque la risposta del capo Bonaccini: provate voi a fare di meglio.
Dobbiamo rompere con il partito unico del cemento. La nostra proposta è di un completo cambio di rotta sulla gestione ambientale e la messa in sicurezza del territorio. Da una parte, l’abolizione immediata della legge regionale 24/2017 per una vera legge di consumo zero (e non 3%) del territorio senza deroghe, da affiancare a una moratoria su tutte le nuove costruzioni sia edilizie che di infrastrutture, le grandi opere inutili e inquinanti.
Dall’altra, un piano di lungo termine di gestione del territorio, che significa non soltanto riparare i danni esistenti, ma allargare gli alvei dei fiumi, insieme e non alternativamente alla creazione di casse di espansione.
Cambiamento climatico e cementificazione stanno condannando l’Emilia-Romagna a un’emergenza perenne, dobbiamo cambiare rotta, che vuol dire anche impedire a chi ci governa di continuare su una strada che ci porta verso la distruzione.
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Piove, governo ladro!
Sono stati giorni tristi, in cui abbiamo rivisto le immagini dei disastri provocati dalle piogge in Emilia-Romagna, a solo un anno e mezzo di distanza dall’ultima alluvione, e mentre il dibattito politico si concentrava sul balletto di responsabilità sulle ragioni per cui i cittadini di quella regione ancora aspettano i ristori dell’emergenza precedente, si è manifestato in maniera plastica come il Governo pensa di affrontare tali emergenze senza rischiare di sfidare il paradigma dell’austerità: sostanzialmente, senza fare niente, e addirittura raccomandando (o, come vedremo, obbligando) cittadini e imprese a vedersela da soli e a loro spese.
Andiamo con ordine: sappiamo bene che l’Italia è un paese fragile dal punto di vista idrogeologico, tanto più in quanto vittima di un modello di sviluppo che ha favorito una crescita disordinata del territorio a tutto vantaggio del profitto, con un continuo consumo di suolo che l’ha resa sempre più esposta agli eventi estremi (e a volte neanche gli eventi tanto estremi hanno causato disastri). Emblematica poi la situazione specifica dell’Emilia-Romagna dove un modello di sviluppo territoriale scellerato fondato su un uso intensivo e irresponsabile del territorio – promosso e sostenuto dalle amministrazioni del centro-sinistra neo-liberale – è, con ogni evidenza, alla base del disastro consumatosi nel maggio 2023 e ancora, in proporzioni meno drammatiche, pochi giorni fa.
È dunque evidente che una politica di prevenzione del rischio idrogeologico deve partire prima di tutto da uno sviluppo ordinato del territorio, a servizio delle comunità che vi abitano e non del profitto.
Ciò detto, il danno è ormai fatto, e per passare dalla logica dell’emergenza a quella della prevenzione occorre quindi pensare a come mettere mano al portafogli per realizzare interventi di messa in sicurezza e prevenzione del rischio. È ovvio che tutto ciò ha un costo, che un documento del Consiglio Nazionale degli Ingegneri quantifica in circa 26 miliardi (e questo, lo ribadiamo, nell’ipotesi tutt’altro che scontata che nel frattempo non si creino ulteriori interventi dannosi per il territorio).
Si noti che la questione “prevenzione del dissesto idrogeologico” dovrebbe essere – tanto più in un paese come l’Italia – l’ABC di un’attività ordinaria di cura del territorio, finanziata con strumenti ordinari di spesa pubblica. E in effetti il Governo lo scorso marzo ha istituito il regolamento di un “Fondo progettazione per la mitigazione del rischio idrogeologico”, solo che si è “dimenticato” di metterci i soldi, finanziandolo (per di più per il triennio 2022-24, dunque retroattivamente) per soli 5 milioni l’anno! Ribadiamo: 15 milioni (in tre anni) a fronte di un investimento dovuto pari ad almeno 26 miliardi.
Si dirà: vabbè, ma c’è il PNRR, vuoi che lì non ci sia qualcosa per mettere in sicurezza il territorio? In effetti il PNRR prevedeva due misure legate al contrasto del dissesto idrogeologico, per circa 2 miliardi e mezzo (quindi comunque pari al 10% dei 26 miliardi citati in precedenza), per di più da dividere in opere di prevenzione e interventi a favore di aree già colpite da calamità. Molto poco, dunque, e per di più – coerentemente con le tempistiche del PNRR – per interventi da realizzarsi da qui al 2026, come se poi tutto si risolvesse da sé. Eppure anche questa miseria deve essere sembrata troppo al Governo, che lo scorso marzo nel Decreto di revisione del PNRR ha fatto sparire con una sorta di gioco di prestigio buona parte di tali risorse, che si sono stanzialmente dimezzate. La scelta, quindi, è stata proprio di eliminare investimenti per la cura del territorio e questo avveniva a marzo 2024, neanche un anno dopo il tragico evento alluvionale in Emilia-Romagna del maggio 2023.
E arriviamo infine alle assurdità di questi giorni: a fronte dei nuovi disastri provocati dalle piogge in Emilia-Romagna, il Governo ribadisce di non avere proprio idea e voglia di intervenire con una politica (necessariamente costosa) di prevenzione del territorio, e non trova di meglio che immaginare un obbligo per le imprese di sottoscrivere a proprie spese una polizza assicurativa privata per assicurarsi dai danni da calamità naturali.
Un enorme regalo alle assicurazioni, dunque, e un arretramento di fronte a una delle funzioni base (la tutela del territorio) che qualsiasi Stato dovrebbe assicurare. E non finisce qui: come qualsiasi mercato assicurativo, anche quello di queste tipo di polizze avrebbe bisogno per funzionare di un livello dimensionale minimo, in grado di garantire adeguati profitti alle società assicuratrici a fronte degli impegni assunti, dimensioni che l’obbligo assicurativo per le sole imprese probabilmente non sarebbe in grado di raggiungere. Per questo motivo il Governo starebbe valutando addirittura di estendere l’obbligo assicurativo anche ai privati cittadini, sulla base di una logica perversa: lo Stato, che avrebbe il primario dovere di proteggere il territorio di fronte alle avversità climatiche, abdica alla sua funzione preventiva in quanto giudicata troppo costosa; allo stesso tempo, senza vergogna, con l’obiettivo di non spendere soldi neanche a posteriori per la riparazione dei disastri che puntualmente si consumano di volta in volta, delega ai cittadini questa funzione tramite l’aberrazione di un obbligo di assicurazione privata e strizza così l’occhio alle società assicuratrici garantendo loro un nuovo fecondo mercato. Capolavoro del neo-liberismo!
E il mercato assicurativo effettivamente sembra aver fiutato l’offerta, tanto che i costi per sottoscrivere questo tipo di polizze sono raddoppiati nel corso degli ultimi 3 anni. L’Italia in effetti sembra essere uno dei mercati più promettenti, almeno secondo i dati dell’European Environment Agency, che indicano come nel nostro paese solo il 5% delle perdite degli ultimi due decenni è stato coperto da assicurazione. La dichiarazione di resa del ministro Musumeci assolve quindi a un doppio compito: da un lato ribadire che la cultura dell’austerità di bilancio non verrà scalfita neanche dai (passati, presenti e soprattutto futuri) disastri naturali, dall’altra fornire la necessaria spinta al decollo di un mercato privato delle assicurazioni.
Arriviamo così al rovesciamento completo del rapporto Stato-cittadini, con questi ultimi chiamati a farsi carico direttamente e privatamente dell’arretramento dello Stato dalle proprie funzioni.
Quando diciamo che il paradigma dell’austerità e il definanziamento della spesa pubblica implica un trasferimento di costi dallo Stato ai cittadini, e contemporaneamente occasione di profitto per le imprese, dobbiamo tenere a mente proprio situazioni come questa. E questo sarà ancora più vero con la ripartenza delle regole di bilancio europee, che prendono come variabile “di controllo” proprio la spesa primaria, nella quale rientra anche la spesa per il dissesto idrogeologico (tanto più quando è una spesa per opere di prevenzione e non per ristoro di danni).
L’austerità si traduce sempre e necessariamente in una compressione dei nostri diritti e delle nostre libertà (e, in questo caso, anche delle nostre sicurezze più elementari), per quanto discorsi arzigogolati e teorie economiche strampalate possano tentare di provare il contrario. Poi però piove: e insieme al fango vengono giù le bugie di questo Governo che si presentava in Europa al grido “la pacchia è finita”, dove la pacchia evidentemente era la vita dei propri cittadini.
23/09/2024
Alluvioni in Emilia-Romagna: ci risiamo e ci risaremo
E purtroppo ci risaremo. Ancora e ancora, finché non si farà marcia indietro rispetto alle scelte che continuano a violentare il territorio.
In quest’anno e mezzo, dopo le alluvioni del maggio 2023, abbiamo scritto molto, abbiamo partecipato ad assemblee e convegni, abbiamo dato le nostre voci a un documentario, Romagna tropicale, spesso esprimendo frustrazione e anche rabbia, perché si continuava con la retorica dell’evento eccezionale, della catastrofe una tantum, e non solo si continuava a fare come prima, ma addirittura – e vantandosene pure! – si intensificavano i processi che avevano causato il disastro: cementificazione, urbanizzazioni in zone a rischio idraulico, annichilamento della vegetazione e degli ecosistemi lungo le rive di fiumi e torrenti ecc.
Nel documentario si vedono scene di presunta «pulitura degli argini» – e non degli alvei, dunque il contrario di quanto dicono le stesse linee-guida regionali – raggelanti, soprattutto alla luce di quanto accade in queste ore.
Ora i fiumi hanno rotto negli stessi punti della volta prima o appena più a valle, in tratti presuntamente «messi in sicurezza» e in realtà resi più pericolosi perché rapati, pelati, ridotti a cumuli di materia inerte – anche questa volta le immagini parlano chiaro – destinata a essere spazzata via dall’acqua e dalla realtà.
Anche dove i fiumi sono esondati senza rompere, è stato a causa dei disboscamenti, come nel caso del Lamone.
E a essere colpite sono esattamente le stesse zone, urbanizzazioni che non dovrebbero esserci. Spesso toponimi e odonimi dicono già tutto, se li si vuole ascoltare. A rigore, in una via che si chiama “Sottofiume” non dovrebbe abitare nessuno. Anzi, una via Sottofiume non dovrebbe proprio esistere. A dirla tutta, non dovrebbe esserci un sotto–fiume: i corsi d’acqua non dovrebbero essere sempre più costretti, sopraelevati e pensili, ma avere spazio libero per espandersi.
Che possiamo fare, se non riproporre quanto avevamo già scritto? Ecco alcuni link. Buona (ri)lettura.
Fanghi velenosi e narrazioni tossiche: sulle alluvioni in Emilia-Romagna (29/05/2023)
«È necessario, prima di tutto, smontare un po’ di cornici narrative. Troppo spesso si invoca una “manutenzione” che in realtà è manomissione, e si parla di “messa in sicurezza del territorio” intendendo altre infrastrutture, altri disboscamenti. Si parla di “ripartire”, si scaricano le responsabilità su capri espiatori, ci si rifà al “cambiamento climatico” come se si parlasse di una fatalità.»
Conseguenze del cemento e dell’arboricidio: l’esempio del Savena
«Emblematico il caso del Savena, i cui argini furono rasati a zero nel 2014. In pochi giorni sparirono circa sessantamila alberi, anche in zone classificate SIC, Siti di Importanza Comunitaria. Furono distrutti trenta ettari di vegetazione ripariale.»
L’Emilia-Romagna: da illusorio «modello» a «hotspot della crisi climatica»: quale futuro immaginare? (24/07/2023)
«Le attività e produzioni su cui si basano il mitico “benessere” e il mitico “buongoverno” emiliano e romagnolo sono quanto di più tossico e climalterante si possa immaginare. I presunti punti di forza dell’economia di queste parti – un mix di plastica, motori, cemento e tondino, poli logistici, agroindustria, allevamenti intensivi e turismo di massa – si stanno rivelando punti deboli. Sembravano punti di forza, e si menava vanto del loro successo, perché si tenevano ambiente e clima fuori dal quadro. Ora ambiente e clima sono rientrati con violenza, e l’economia emiliano-romagnola si rivela la peggiore possibile.»
Romagna tropicale: un documentario di Pascal Bernhardt
Con link alla piattaforma OpenDDb, dove la donazione minima consigliata per il film è €4.
La crisi del modello neoliberista, tra disastri ambientali e criticità economico-sociali: il caso dell’Emilia-Romagna
Gli atti dell’importante convegno tenutosi a Bologna nel febbraio 2024. C’è anche un intervento di Wu Ming 2.
Fonte
22/09/2024
L'Italia è funestata dalle alluvioni? Fatevi un’assicurazione...
È vero, il “consiglio” è arrivato da uno solo dei ministri, l’improbabilissino Nello Musumeci, ex presidente della Regione Sicilia e ora ministro di FdI della Protezione civile. Quindi il “capo” degli addetti ai lavori in caso di disastri naturali...
Già venerdì aveva annunciato l’obbligatorietà delle assicurazioni... davanti ad un’assemblea di assicuratori in estasi, ma poi – davanti alle rimostranze di altri ministri di peso, come Tajani e Salvini, ha cercato di correggere il tiro: «Per le famiglie e le case civili bisogna decidere se deve essere, come io sostengo almeno nella prima fase, facoltativo».
Ma non e una marcia indietro: «Stiamo lavorando per un partenariato pubblico-privato anche con i ministri Urso e Giorgetti. La polizza assicurativa, visto il cambiamento climatico, oggi è una necessità».
Più che un escamotage momentaneo, insomma, è una linea di pensiero. C’è il cambiamento climatico, si verificano più disastri, fatevi un’assicurazione...
Le polizze assicurative – specie se obbligatorie, come per le automobili – sono una pacchia per le società del settore, perché i danni annuali sul territorio nazionale sono certamente inferiori all’incasso realizzato. E, come avviene per l’auto, maggiore è la “rischiosità” (per le alluvioni ci sono territori più predisposti, altri molto meno) più alta è la polizza da pagare...
E lo Stato che ci sta a fare? Una persona normale, non necessariamente un comunista, è abituato a pensare che sulle grandi questioni che travalicano di gran lunga le possibilità delle singole persone e anche delle grandi imprese private, lo Stato abbia il compito di creare le condizioni migliori. Succede per un’epidemia, la viabilità stradale e ferroviaria (i privati non ne costruiscono, al massimo pretendono di incassare i biglietti...), e a maggior ragione per la messa in sicurezza del territorio.
Ovvero pensa a fare quelle opere pubbliche, piccole o grandi, che – sulla base di un’indicazione scientifica seria – diminuiscono al massimo la possibilità che certi fenomeni si ripetano sempre uguali, con danni che si aggiungono ai danni non ancora sanati, come avviene in questi giorni in Emilia Romagna e nelle Marche.
Ma evidentemente Musumeci e questo governo pensano che lo Stato serva solo per gestire la polizia e l’esercito, per regalare soldi alle imprese e a pagare i sontuosi stipendi di parlamentari e ministri. Per il resto, chissenefrega...
Fonte
20/09/2024
Emilia-Romagna di nuovo sott’acqua: in 18 mesi Regione e governo non hanno fatto niente!
La prima pioggia stagionale ci mostra un territorio ancora fragile, in cui in 18 mesi di promesse e proclami non è stato fatto assolutamente nulla per metterlo in sicurezza. Di fronte a una crisi climatica sempre più palese, il governo Meloni continua con il negazionismo climatico, mentre abbiamo visto un vergognoso gioco delle tre carte per cui i soldi per gli alluvionati della Romagna venivano trasferiti agli alluvionati della Toscana, per cui i “ristori” arrivano poco e in ritardo, per cui si fa fatica a ricordare cosa abbia fatto Figliuolo se non grandi passerelle.
Dall’altra parte Bonaccini ha sprecato mesi nella lotta per cercare di diventare commissario alla ristrutturazione salvo poi accettare supinamente la nomina del generale Figliuolo e poi staccare un biglietto gratis per il Parlamento Europeo. E mentre la Regione proclamava “consumo di suolo zero”, si procedeva a continuare a consumare suolo, con un modello di sviluppo basato su logistica ed edilizia, mentre la vera grande opera necessaria è la desigillazione di vaste porzioni di terreno che nei decenni sono state divorate dal cemento.
Oltre all’Appennino, il territorio maggiormente colpito è il ravennate: Ravenna, da questo punto di vista, non si tira indietro, rimanendo ogni anno stabile sul podio delle province che consumano più ettari di suolo, seconda solo a Roma.
Eppure, subito dopo l’alluvione, il sindaco De Pascale, oggi candidato PD alla presidenza della regioni in piena continuità con Bonaccini, rispose agli ambientalisti che criticavano la cementificazione selvaggia dicendo che “prima i comunisti come mio nonno abbracciavano l’innovazione per bonificare, spaccandosi la schiena, adesso gli ambientalisti vorrebbero bloccare tutto” chiedendo quindi “è più importante salvare vite umane o preoccuparsi di questioni come la nidificazione nei fiumi o la difesa di alberi e nutrie?”
De Pascale riesce a fare un contrattacco incredibile: l’alluvione non è colpa della cementificazione, ma degli ambientalisti e delle nutrie.
Non si possono ripetere le scene del 2023, quando migliaia e migliaia di volontari hanno ripulito la Romagna mentre i mezzi del genio militare sono rimasti fermi nelle caserme – o peggio, impegnati nelle esercitazioni della NATO – e le autorità locali col sindaco di Ravenna De Pascale in testa hanno anche espresso fastidio per le persone che accorrevano da tutta Italia.
Chi ha avuto la città sommersa dal fango e i “burdel del paciugo” lo sanno bene: da parte dello Stato sono stati messi a disposizioni pochi mezzi e pochi uomini della Protezione Civile, e dei famosi “mezzi pesanti” militari non s’è vista neanche l’ombra. Quando lo abbiamo denunciato con un presidio in Piazza del Popolo a Ravenna, ci siamo presi anche dei decreti penali di condanna.
Esprimiamo ancora la nostra vicinanza a tutte le persone che in questi giorni sono colpite da alluvioni e inondazioni. Nei prossimi giorni teniamoci pronti perché le retoriche incrociate di regione e governo nazionale non possono più nascondere il disastro continuo!
Il comunicato di Federico Serra, candidato presidente con la lista “Emilia-Romagna per la Pace, l’Ambiente e il Lavoro”.
Dopo 16 mesi siamo di nuovo sott’acqua: è il fallimento di tutta la classe politicaFonte
Abbiamo passato la notte con una grande apprensione per questa nuova alluvione, che sembra non essere ancora finita. Leggiamo sui giornali già più di 1000 sfollati, ma stiamo anche sentendo la fatica e la frustrazione dei cittadini che hanno vissuto per più di un anno con la paura di una nuova alluvione, che si trovano a rivivere lo stesso incubo. È importantissimo in questo momento di emergenza che si faccia tutto per la sicurezza dei cittadini. Da domani dovremo rimboccarci le maniche per tornare a spalare il fango.
Ma, oltre la solidarietà, dobbiamo dire subito una cosa: tutti i cittadini che sono stati colpiti a maggio 2023 per più di un anno hanno dovuto sistemare da soli le proprie case, quelle dei loro vicini e del quartiere, fino a pulire le strade e le frane, ma si sono anche fatti sentire organizzando comitati e manifestazioni, per lanciare un grido di allarme che il rischio di una nuova alluvione era un pericolo più che probabile. Tutti questi cittadini sono stati abbandonati da tutta la classe politica, e ancora peggio sono stati presi in giro.
Abbiamo assistito a un anno di balletti, propaganda e bugie sia da parte del Governo Meloni sia da parte della Regione. Il governo Meloni nega il cambiamento climatico, e i fondi che dovevano arrivare per gli alluvionati con il commissario Figliuolo sono stati una minima parte dei danni reali, mentre una parte dei soldi sono stati spostati per l’emergenza in Toscana.
Da parte della Regione possiamo vedere anche come la staffetta del PD Bonaccini-De Pascale abbia fatto poco o niente per la messa in sicurezza del territorio, e lo vediamo tristemente oggi, mentre si è fatto finta di nulla sulla tremenda legge cosiddetta “consumo di suolo zero” che in realtà ha dato il permesso a una cementificazione selvaggia che continua a divorare terreno, e in questo De Pascale ha già le sue responsabilità: Ravenna è la seconda città per consumo di suolo, seconda solo Roma.
Serve costruire un futuro diverso che l’attuale classe politica ci vuole negare. Serve una legge vera per fermare il consumo di suolo, serve un piano di intervento per la messa in sicurezza di fiumi e canali, serve il reindirizzamento delle politiche e dei fondi dalle grandi opere inutili inquinanti alla manutenzione dei territori.
23/07/2024
A bando la gestione dell’idroelettrico italiano, è una clausola del PNRR
Come sempre, è la UE l’origine di ogni indirizzo preso a Palazzo Chigi, perché le decisioni ormai vengono prese a Bruxelles. In passato, lì si era deciso che la gestione degli impianti idroelettrici andava messa a bando, affidandola a terzi.
Nel 2021 questo obbligo è stato fatto decadere. Ma nel nostro paese c’era quello che era definito il “governo dei migliori”, e questi hanno pensato che la cosa migliore fosse mantenere il provvedimento così com’era.
Anzi, per mostrarsi al solito più realisti del re, Draghi decise di inserire questa misura tra le clausole per ricevere il PNRR. In pratica, per ottenere i soldi (a prestito, per lo più) della UE, bisognava per forza privarsi del controllo su queste infrastrutture strategiche.
Stiamo parlando di 4.646 centrali, quasi tutte sull’arco alpino. Esse producono il 20% dell’energia totale del paese e rappresentano il 40% delle rinnovabili, e sono perciò un asset fondamentale anche rispetto alla programmazione della lotta al cambiamento climatico.
E la questione ha importanti ripercussioni anche rispetto alla gestione del territorio e al contrasto al dissesto idrogeologico. Infatti, dighe e invasi sono elementi dirimenti anche rispetto al pericolo alluvioni, che più di una volta hanno colpito l’Italia negli ultimi mesi.
L’inconsistenza del governo Meloni già palesatasi con queste tragedie lo sta portando oggi a continuare sulla strada tracciata da Draghi. Con questi bandi anche gli operatori esteri potranno entrare nel settore: altro che sovranisti!
Non avendo approvato il decreto Energia bis, non è stato possibile nemmeno riassegnare gli impianti ai concessionari uscenti. Ad oggi, inoltre, servirebbero investimenti per almeno 15 miliardi di euro totali, che nell’incertezza attuale nessun privato si vuole assumere.
Basterebbe un po’ di manutenzione e sostituzione di alcuni macchinari, e si potrebbero guadagnare 4,4 terawattora all’anno. Ciò si tradurrebbe anche in un risparmio di 2 milioni di tonnellate di anidride carbonica e nella creazione di 2mila posti di lavoro per completare i lavori.
Un piano di sviluppo che necessiterebbe di uno Stato guidato da una classe dirigente con un minimo di cultura di programmazione, che riesca a vedere oltre la scadenza elettorale. E che non sia legata mani e piedi ai vincoli europei.
Ma a Palazzo Chigi al massimo riusciranno a pensare a come garantire la rendita su questi beni della collettività. Questa è la cifra reale del governo Meloni.
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31/03/2024
Meloni mette in competizione gli alluvionati della Romagna e quelli della Toscana
Leggendo bene il testo, ci si può rendere conto come questi 66 milioni provengano dal fondo per la ricostruzione nei territori dell’Emilia-Romagna, della Toscana e delle Marche colpite dall’alluvione di maggio 2023.
In buona sostanza, l’emendamento del Governo non fa altro che spostare risorse da un fondo destinato agli alluvionati del maggio ‘23 di tre regioni ad un fondo per gli alluvionati del novembre/dicembre ’23 della sola Toscana (a cui già spettavano, dato che la Toscana era una di quelle tre Regioni).
Nessuna nuova risorsa per gli alluvionati toscani, dunque, ma al tempo stesso si riducono i fondi per gli alluvionati di Emilia e Marche, per i quali i rallentamenti degli stanziamenti per le famiglie e i piccoli produttori e la sostanziale inazione rispetto alla manutenzione delle reti infrastrutturali (soprattutto per l’Appennino) rappresentano una vergogna ai danni di delle popolazioni locali, che nessun comunicato roboante del Governo e dei Presidenti di Regione può sanare nella continua campagna elettorale in cui siamo immersi.
Come Potere al Popolo denunciamo questo maquillage cui fa ricorso in prima persona la Presidente del Consiglio, mentendo spudoratamente ai cittadini di tutte le regioni colpite dalle alluvioni di maggio e di questo autunno.
Il cambiamento climatico richiede un’inversione completa delle priorità del Governo e delle amministrazioni regionali: invece di dirottare miliardi di euro per l’invio di armi negli scenari di guerra e per la missione Aspides nel Mar Rosso nel tentativo di indebolire la resistenza palestinese e dei popoli solidali, abbiamo bisogno di investimenti strutturali nelle vere emergenze del nostro Paese, e sicuramente la cura e la manutenzioni dei nostri territori rivestono un ruolo di primo piano in questo senso.
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17/08/2023
Parole come pietre dopo la devastazione a Bardonecchia
La frana che ha colpito la Val di Susa e invaso il centro di Bardonecchia solo per caso non si è trascinata dietro anche una scia di morti. L’ondata di fango scatenata alla vigilia di Ferragosto da un nubifragio in quota vede un bilancio provvisorio di dieci milioni di danni, ma la cifra pare destinata a crescere. E le immagini dal paese dell’alta Valsusa hanno subito riportato alla memoria scene identiche di poche settimane prima, dall’altra parte delle Alpi, in Trentino Alto Adige e Veneto. Per non dimenticare poi le devastazioni dell’alluvione in Emilia Romagna e Ischia. E ancora prima nelle Marche.
Il tutto avvenuto in meno di un anno a riprova di quanto il cambiamento climatico lasci ferite sempre più frequenti sul territorio e le comunità nel nostro paese.
L’Uncem, riporta Mondo Economico, ha deciso di stilare una sorta di vademecum per la cura del territorio. Quindici punti in tutto che al primo posto vedono la partita sui fondi disponibili e quelli invece necessari. “Troppe risorse ferme. Il PNRR ha solo 2,5 miliardi di euro per la prevenzione del dissesto idrogeologico. Ne servono molti di più. Almeno 10 miliardi. Che si sommino alle risorse finora mai spese, accantonate in diverse leggi di bilancio. Occorre arrivare a investire 10 miliardi in 10 anni”. In altre parole, cento miliardi per ridurre il rischio, prevenire i dissesti.
Nei quindici punti non mancano osservazioni che pesano come macigni: “Il PNRR non ha aggiunto di fatto risorse, procedendo invece con un cambio di matrice e di cespite: le risorse stanziate in leggi di bilancio ai Comuni sono state spostate sul piano nazionale di ripresa e resilienza per un artificio contabile”.
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29/07/2023
PNRR, stralciati 16 miliardi a sanità, comuni e ambiente
Il meccanismo fondamentale del PNRR – prestiti contro “riforme” indicate una per una, dentro uno scadenzario molto rigido che lega l’erogazione di singole “rate” a realizzazioni effettuate – è infatti la modalità regina con cui l’Unione Europea ha fin qui costretto i singoli Paesi ad applicare politiche decise a prescindere – programmaticamente – dai diversi risultati elettorali.
Il paese che più di tutti ha pagato questo modo di superare la “sovranità popolare” a favore della “sovranità dei mercati” è stato, com’è noto, la Grecia nel 2015, senza peraltro mai superare la crisi che l’attanagliava, ma consegnandola infine all’estrema destra.
Stupisce – molto relativamente, sia chiaro – che questa stessa Unione Europea approvi benevolmente, dopo lunghe trattative, una riscrittura del Piano che modifica ben 144 “punti fermi” su 349. Non solo per il numero, quanto per i beneficiari di questa riscrittura. Che sono poi l’asse portante del “blocco a-sociale” della destra italiana.
Il punto più evidente è il dirottamente di almeno 16 miliardi dai pochi obiettivi tutto sommato aventi una logica non regressiva (opere per contrastare il dissesto idrogeologico, implementare la rigenerazione urbana o rivitalizzare almeno un po’ la sanità pubblica) per altri interventi definiti “infrastrutturali” dietro cui si intravede senza filtro il volto di cementificatori, vampiri della sanità privata e palazzinari d’assalto.
Il “via libera” dato infine da Ursula von der Leyen sta lì a dimostrare che la partecipazione entusiasta della destra italiana alle politiche euro-atlantiche – dopo tanti anni di “sovranismo recitato” a fini elettorali – val bene qualche deformazione dello schema disegnato tre anni fa.
Il “compromesso”, in fin dei conti, avviene sulla pelle di lavoratori, disoccupati, pensionati, studenti di oggi e di domani. Tutte figure che, per la UE come per il governo Meloni, “contano zero”.
P.s. A seguire l’articolo con cui il manifesto ha registrato “la svolta” illustrata dal ministro Fitto, due giorni fa.
I comuni protestano perché il governo Meloni intende spostare 13 miliardi di euro di fondi PNRR sul programma RePowerEu lasciando le uniche amministrazioni pubbliche che hanno un’idea di come impiegare i soldi del Sacro Graal dell’economia italiana finanziata dalla Commissione Europea.
I costruttori edili dell’Ance che si oppongono allo spostamento nel medesimo RePowerEu di circa 4,5 miliardi che sarebbero stati impiegati in teoria per la gestione del «rischio alluvione» e del «rischio idrogeologico» proprio nelle settimane dei disastri dell’acqua in Romagna e degli incendi in tutto il paese.
E poi la Sanità: gli interventi previsti per le «Case della Salute» (da 1.350 strutture ridotte a 936), la telemedicina o gli interventi antisismici negli ospedali saranno ridotti. E pensare che il PNRR, nel lontanissimo passato recente, era nato retoricamente per rimediare agli sfasci della sanità pubblica durante la pandemia.
Infine 300 milioni di euro tolti alla valorizzazione dei beni confiscati alle mafie. Secondo Libera era già stata pubblicata la graduatoria definitiva di ammissione al finanziamento degli enti locali.
Sono alcune delle «modifiche» da 15,9 miliardi di euro al «Piano nazionale di ripresa e resilienza» (PNRR) che il governo Meloni intende presentare alla Commissione Europea entro il 30 agosto (e al parlamento martedì prossimo).
Complessivamente sono 144 su 349, e sono contenute in una bozza di 150 pagine. In pratica, una mezza riscrittura.
L’ha annunciata in una conferenza stampa l’affaticato Raffaele Fitto, il ministro delegato al PNRR messo degasparianamente «alla stanga» per tirare il peso del Sacro Graal dell’economia italiana.
A vedere il preoccupatissimo e affabulante Fitto, il calice da sorbire di questo piano malconcepito, di cui si iniziano a vedere gli effetti mancati, sembra decisamente amaro.
«Se il PNRR ha una portata decisiva per l’avvenire dell’Italia», come ha detto il presidente della Repubblica Mattarella, allora sull’avvenire il mistero si è decisamente infittito.
Tra le sue ombre ieri si aggirava per esempio Antonio De Caro, sindaco di Bari e presidente dei comuni dell’Anci. De Caro ha detto che «la notizia ci ha colpito molto» perché vengono tolti ai comuni soldi che potrebbero spendere mentre ci sono i soggetti attuatori come in ministeri «che non hanno ancora elaborato i progetti».
De Caro ha chiesto al governo «garanzie immediate sul finanziamento delle opere che in molti casi sono state realizzate come quelle finanziate dal ministero dell’Interno».
Vista la sorpresa, ci si chiede cosa si siano detti, De Caro con il suo corregionale Fitto, nella cabina di regia. Non sempre l’accentramento dei poteri a Palazzo Chigi – tanto voluto dal governo Meloni – favorisce la comunicazione.
Un’altra persa nella nebbia del PNRR sembra la presidente dell’Ance, Federica Brancaccio: “Non condividiamo la scelta di stralciare dal PNRR fondi destinati al dissesto idrogeologico e alla rigenerazione urbana – ha detto – I Comuni e le imprese sono fortemente impegnati su tutti i territori nel portare avanti questi interventi urgenti e non più procrastinabili visti anche i continui eventi calamitosi. Peraltro il monitoraggio della spesa sta premiando finora proprio i Comuni e gli interventi diffusi».
Davanti ai primi annunci online sulle modifiche («colpi di spugna» urlavano i titoli) Fitto ha pregato i giornalisti di non parlare di «definanziamento». Dato che si dà per certa l’incapacità di spendere i soldi del Pnrr nelle modalità fin’ora stabilite, si tratterebbe di una ‘riprogrammazione’. O di una partita di giro con il RePowerEu.
Agli ignari della sofisticatissima arte delle finanze resta però un dubbio: ma come si finanziano le opere di cui, per esempio, parla De Caro e sono partite?
Nel regno dell’approssimazione che è il PNRR l’esecutivo ha promesso di «utilizzare anche il 7,5% delle risorse delle politiche di coesione 2021-2027, già destinate a obiettivi assimilabili a quelli del RePowerEu».
Dalle opposizioni sono volate ieri parole grosse. «Fallimento», «governo incapace», «disastro», «danno». Come se questa vicenda la cui storia va ancora scritta non rivelasse la straordinaria mancanza di un confronto politico mai avvenuto anche quando erano loro a governare, e ad avere concepito il piano neoliberale maestosamente farraginoso con il governo «Conte 2» e quello di Draghi.
Fonte
19/06/2023
Il paradosso di un’Italia in siccità colpita dalle alluvioni
Innanzitutto, bisogna notare che c’è poca ironia da fare, mentre da Nord a Sud, da Bergamo a Nola, ogni pioggia si è trasformata in eventi atmosferici da zona tropicale, con conseguenti e sostanziosi danni. L’alluvione della Romagna, dopo il caso marchigiano, si è portato via 17 persone: non c’è nulla da ridere.
Poi, non basta un mese di precipitazioni torrenziali, grandine e neve, per rimettere in ordine gli equilibri di un intero ecosistema. La Fondazione Centro Internazionale in Monitoraggio Ambientale (CIMA) ha calcolato il deficit di quantità d’acqua contenuta nella neve delle nostre montagne pari al 49% della media degli ultimi 12 anni.
Bisogna poi tenere a mente che le previsioni del tempo non sono come quelle generali dell’andamento climatico. Francesco Avanzi, ricercatore della CIMA, ricorda che gli “effetti della siccità emergono nel tempo, man mano che la scarsità d’acqua si va facendo sentire sugli ecosistemi, sulle coltivazioni, sull’approvvigionamento energetico, sulla falda acquifera e quindi sui nostri fiumi”.
Ieri era la giornata mondiale della lotta alla desertificazione, pericolo che riguarda quasi un terzo del territorio nazionale secondo l’ISPRA. Secondo un modello dell’Istituto per la Protezione e la Ricerca Ambientale, nel 2022 il 20% del territorio nazionale ha sofferto di siccità estrema, il 40% di siccità severa o moderata.
In Italia solo l’11% dell’acqua piovana viene recuperata, afferma l’ANBI, l’Associazione nazionale consorzi di gestione e tutela del territorio e acque irrigue. Paragonando le risorse idriche dell’ultimo trentennio con quelle del trentennio 1951-1980, risulta che ne è stato perso il 13%: 19 miliardi di metri cubi, poco meno del Lago di Como.
Si tratta di un volume di acqua pari a due terzi di quello usato annualmente nelle attività umane del paese. Più della metà di questa quota viene prelevata nel distretto padano, soprattutto per alimentare le attività agricole, come se servissero altre prove per dimostrare che la gestione dell’acqua è prima di tutto un problema di modello di sviluppo.
Lo stress idrico, cioè il rapporto tra prelievi idrici totali e disponibilità di acqua dolce superficiale e sotterranea, ha il suo picco proprio lungo il bacino del Po (65,6%). Un valore quasi doppio rispetto a quello di aree considerate tradizionalmente maggiormente esposte al rischio desertificazione, come quelle del Sud e delle Isole.
Il ricercatore ISTAT Stefano Tersigni ha affermato che “il modello agricolo che si è sviluppato negli ultimi 50 anni non è più adeguato alle risorse oggi disponibili, perché ne utilizza troppe ed è poco resiliente ai cambiamenti climatici”. È una questione di caratteri delle filiere produttive, e dunque di organizzazione della produzione e di forme di mercato a cui dà origine.
Anche solo guardando al proprio portafoglio, persino le multinazionali dovrebbero avere interesse a prendere di petto il problema. La Conferenza ONU sull’acqua, tenutasi a New York a fine marzo, ha registrato che dal 1998 al 2017, considerando solo le perdite economiche e non quelle umane, la siccità ha mandato in fumo 124 miliardi di dollari.
Ma è proprio questa la contraddizione fondamentale tra capitale e natura. Il sistema capitalista deve garantire una valorizzazione continua in un mondo finito, e questo alla fine va a detrimento dell’ambiente. Anche gli idrovori allevamenti intensivi sono solo un fenomeno di una società fondata sullo sfruttamento delle risorse, senza nessun equilibrio con esse.
Sempre la Conferenza ONU citata ha previsto che entro il 2030 la domanda globale di acqua dolce supererà del 40% l’offerta disponibile. Appare chiaro che non sono più rimandabili misure per il ripristino dei suoli e per ampliare gli invasi, ma questa coscienza sembra essere ancora poco diffusa nelle agende politiche della classe dirigente occidentale.
C’è poi il nodo che fa da corollario a tutta la questione. Se i nostri governanti decidono di muoversi sulla strada della transizione ecologica, lo fanno senza mettere in discussione l’intero modello, e anzi mettendo in campo misure parziali. E i costi vengono fatti ricadere sulle spalle dei settori popolari.
La battaglia che ci aspetta è avviarsi davvero sulla strada della transizione ecologica, ribaltando le fondamenta del modo di produzione capitalistico. Affinché siano le grandi aziende, i responsabili della crisi climatica – le prime 100 società del fossile hanno prodotto la metà di tutte le emissioni dalla Rivoluzione Industriale – a pagarne i costi, non i lavoratori e le giovani generazioni.
Fonte
03/06/2023
Fanghi velenosi e narrazioni tossiche: sulle alluvioni in Emilia-Romagna
«L’acqua rosica anche il ferro.»
(Proverbi delle terre del Delta padano)
Mentre, dopo lo shock, ci si rende conto della gravità fuori scala di quel che è accaduto e sta accadendo in Emilia-Romagna, è necessario mettere in fila e smontare le retoriche a cui è ricorsa la classe dirigente della regione dai primi di maggio, fin dalle prime ore di alluvione.
Qui useremo l’espressione «classe dirigente» in un’accezione ristretta, per riferirci ad amministratori e amministratrici del PD.
Certo, in Emilia-Romagna non governa solo il PD, ci sono anche giunte di destra dichiarata, caratterizzate da politiche, superfluo dirlo, bieche. Nello specifico, spargono cemento quanto Bonaccini, Lepore o De Pascale. Del resto, basta vedere la situazione in Lombardia e Veneto, dove governano quasi ovunque. Su quel piano, la sola differenza è che la destra agisce con meno ipocrisia, meno lavaggi-in-verde.
Ad ogni modo, la destra dichiarata in Emilia-Romagna è ancora l’eccezione, mentre il PD è la regola. Oltre a essere forza di pregresso – discende in linea diretta dai partiti (PCI, PDS e DS) che hanno amministrato il territorio per una sessantina d’anni – il PD governa la Regione, il capoluogo di regione con la sua Città metropolitana, sette capoluoghi di provincia su nove con le relative Province, e la maggior parte dei più di trecento Comuni.
Il PD è dunque, senza alcun dubbio, il principale referente politico dell’economia reale emiliano-romagnola. Rappresenta precisi interessi economici, gli stessi che hanno devastato ambiente e territorio con le conseguenze che abbiamo sotto gli occhi.
Per capire il tracollo del “modello emiliano-romagnolo” sotto una distesa di fanghi tossici, è al PD e al suo mondo – il sistema delle cooperative e delle partecipate, il sottobosco di associazioni parapartitiche, gli intellettuali saprofiti,
gli alleati-subordinati fintamente «più a sinistra», i «movimentisti»
integrati con tanto di centri sociali di sottogoverno ecc. – che bisogna
guardare.
È necessario, prima di tutto, smontare un po’ di cornici narrative. Troppo spesso si invoca una «manutenzione» che in realtà è manomissione,
e si parla di «messa in sicurezza del territorio» intendendo altre
infrastrutture, altri disboscamenti. Si parla di «ripartire», si
scaricano le responsabilità su capri espiatori, ci si rifà al
«cambiamento climatico» come se si parlasse di una fatalità.
1. Cementificazione: negare l’evidenza
In molte interviste e prese di posizione su Facebook – la loro vera “sede istituzionale” – svariati esponenti della classe dirigente regionale hanno negato l’evidenza, fingendo di non aver approvato colate di cemento e sostenendo che la famigerata legge regionale n.24 del 2017 «ha già impedito nuovi insediamenti per oltre 11mila ettari». Lo hanno detto, in primis, il presidente Stefano Bonaccini e l’assessora regionale alla programmazione territoriale Barbara Lori.
Chi ha seguito l’iter di quella legge – più volte emendata, tre volte prorogata e scritta in modo da consentire ampie deroghe – sa che ogni numero a essa riferito va preso con le pinze. Capire cosa si sia tutelato è quasi impossibile, dato che la maggior parte delle cementificazioni sfugge ai rilevamenti. Come ha scritto l’urbanista Paolo Pileri:
«l’Emilia-Romagna si è costruita una legge urbanistica talmente ingannevole da autoprodursi assoluzioni come quella che si può vedere sul sito della città metropolitana di Bologna dove, come per incanto, dal 2018 fino a oggi i consumi di suolo sono magicamente diventati zero. Ma non perché hanno smesso di consumare (tutt’altro), solo perché hanno manomesso le definizioni urbanistiche al punto tale da riuscire a non conteggiare più le cementificazioni e risultare così tutti virtuosi e contenti per legge, non per virtù.»
La legge 24/2017 – frutto di un compromesso al ribasso con le lobby dell’edilizia che spadroneggiano in regione – lascia ampio spazio a ogni sorta di gabole e aggiustamenti, di deroghe e svicolamenti, e il risultato si vede, ce l’abbiamo davanti ogni giorno. Tra gli altri, lo ha spiegato molto bene l’urbanista Gabriele Bollini, docente di Pianificazione e progettazione sostenibile all’Università di Modena e Reggio Emilia, in recenti interviste rilasciate a diversi media, tra cui il Fatto Quotidiano, Radio Città Fujiko e Il manifesto.
In soldoni: la legge ha fissato un tetto per ulteriori consumi di suolo da qui al 2050, che in ogni Comune non dovrebbero superare il 3% del territorio urbanizzato calcolato al 2017. In questo modo, si dice, nel 2050 si arriverà al «consumo di suolo a saldo zero».
Solo che, a tutt’oggi, nella maggior parte dei Comuni quel limite non è ancora scattato, vuoi perché le amministrazioni ritardano a bella posta l’approvazione del loro Piano Urbanistico Generale (PUG), vuoi perché la Regione ha prorogato tre volte l’entrata in vigore della legge. Proroghe giustificate in vari modi, non ultima la necessità della «ripartenza dopo il Covid». L’emergenza-pandemia torna sempre buona.
E cosa succede mentre il limite non scatta? Succede che si divora suolo in deroga. E così, allo scattare del limite, il 3% di suolo che i Comuni potranno consumare andrà ad aggiungersi a quello che hanno cementificato nel frattempo. Essendo fuori dai PUG e in anticipo sul limite fissato, quel consumo di suolo sfugge alle maglie della legge, non risulta. Anche grazie a questo, chi difende la 24/2017 potrà rimuovere il contesto reale e sbandierare “grandi risultati” del tutto farlocchi.
Il processo va avanti a una tale rapidità che, come avvertiva Legambiente nel 2022, «allo scattare del limite del 3% rischieremo paradossalmente di non avere più suolo consumabile.»
Ma anche se il limite al 3% fosse una cosa seria (e non lo è), sarebbe aggirabilissimo grazie all’articolo 53 della legge stessa, che permette deroghe «per l’approvazione di progetti relativi ad opere pubbliche o di interesse pubblico di rilievo regionale o locale».
Inutile dire che molte «opere pubbliche» sono Grandi Opere del genere Dannoso, Inutile & Imposto (GODII), e che «interesse pubblico» può voler dire tutto e niente.
Nella vaga definizione all’articolo 53 rientrano anche i grandi «poli logistici», nell’ultimo decennio tra i massimi responsabili del consumo di suolo in val padana. L’Emilia-Romagna è la regione con la maggior superficie assoluta di terreno sacrificato alla logistica, e si continua imperterriti. A causa della logistica, una vera e propria alluvione di cemento – che potrebbe essere concausa di alluvioni vere e proprie – sta investendo il territorio piacentino, come mostra Pileri in un articolo su Altreconomia di qualche giorno fa.
Mentre
il fango invadeva strade e case, la classe dirigente è scattata come un
sol uomo a negare tali evidenze, dire il contrario di quel che avrebbe
senso dire, indicare capri espiatori umani e non.
Poi qualcuno deve aver capito che così era troppo, e si è sentita
qualche vaga concessione, sì, in effetti c’è «troppo cemento» – detta
come se fosse arrivato da solo – e «bisogna ripensare il territorio»,
frase che non impegna e va bene per ogni stagione, proferita da
amministratori che un minuto prima e un minuto dopo dicono: «avanti coi
cantieri».
2. Dare la colpa ad «ambientalisti» e «animalisti»
Prendiamo a esempio il sindaco di Ravenna Michele De Pascale. Dichiarazione dopo dichiarazione, costui è parso combattere una crociata personale contro «gli ambientalisti» che gli impedirebbero di far tagliare gli alberi in riva ai fiumi – cosa per lui buona e giusta – e «gli animalisti» che a suo dire lo avrebbero «minacciato» per «difendere le nutrie» – secondo lui la causa principale del cedimento degli argini, come per il suo collega di Massa Lombarda Daniele Bassi erano gli istrici.
Secondo De Pascale – lo ha ripetuto in decine di interviste – la cementificazione non c’entra: il disastro c’è stato perché l’acqua è «venuta giù dai monti», come i nani dei Loacker, e la piana romagnola è un catino sotto il livello del mare.
A quanto pare, il primo cittadino del capoluogo di una delle province più cementificate d’Italia trova ininfluente che la piana romagnola sia in gran parte sprawl, zona di neourbanizzazioni incontrollate, e che si sia edificato praticamente nei fiumi.
Un plastico esempio lo ha fatto Bollini: il condominio «Casa sul fiume», in via De Gasperi 115, a Faenza (RA). Si chiama così perché costruito letteralmente nell’alveo della piena monosecolare del Lamone, uno dei fiumi esondati nei giorni scorsi. Il condominio – si sarà già capito – è stato travolto, coi suoi trentasei appartamenti e quarantacinque garage sotterranei.
Del resto, come abbiamo già ricordato, l’Emilia-Romagna è la prima regione per consumo di suolo in aree ad alta e media pericolosità idraulica.
È questo sprawl che l’acqua ha travolto. Se ad allagarsi fosse stato un territorio più libero di respirare e meno sigillato, forse ci sarebbero stati danni alle coltivazioni, ma avremmo avuto meno distruzioni, tragedie e lutti.
Soprattutto, avremmo evitato molte delle conseguenze ambientali e sanitarie di cui ci rendiamo conto ora dopo ora. Le distese di fango che ancora ricoprono parti di Romagna sono un miscuglio di liquami di fogna; sostanze inquinanti e velenose che la piena ha trovato in fabbriche, magazzini e stazioni di servizio; detersivi e altri prodotti chimici strappati alle case; rifiuti scaraventati fuori da cassonetti e cestini; carcasse in putrefazione di migliaia di animali morti negli stabilimenti zootecnici; plastica che diverrà microplastiche, e chissà cos’altro. Tutta roba che presto o tardi finirà in mare o percolerà nelle falde. Cementificazione vuol dire anche questo.
Quanto
ai fiumi, troppo comodo dire: i monti stanno in alto e il fondovalle in
basso e quando piove forte l’acqua viene giù. «Grazie al cazzo» è la
prima risposta che viene in mente. Diamo un’occhiata a come sono stati
trattati, quei monti e quei fiumi esondati con tanta violenza, e
qualcosa in più capiremo.
Prima, però, una riflessione di carattere più generale.
3. Vivere su una terra di cui non si sa niente
Nella bassa emiliano-romagnola, che è tutta pianura alluvionale e in gran parte terra di bonifiche, è esistito per secoli un sapere diffuso, un sapere pratico legato al governo delle acque, derivante dalla consapevolezza di vivere in un territorio sempre in bilico.
Nel 1996, nella premessa al suo Storia delle campagne padane dall’Ottocento a oggi, lo storico Franco Cazzola – uno dei più profondi conoscitori del territorio bassopadano – descriveva quella che era ormai ex-campagna e, dopo aver ricordato l’alluvione del Tanaro nel novembre 1994, con lungimiranza scriveva:
«I potenti mezzi messi a disposizione della tecnica, per quanto avanzati possano essere, non riescono oggi, a mantenere in vita o a ricostituire quel grande patrimonio collettivo di saperi della terra e dell’acqua, quella preordinata e quotidiana accumulazione di lavoro umano nella costruzione del paesaggio agrario che aveva fatto delle campagne padane, sia pure nel quadro di un permanente e lacerante conflitto sociale, uno dei punti più avanzati dello sviluppo agricolo europeo. Erano stati da sempre gli agricoltori, i mezzadri, e i miserabili braccianti della valle padana i più validi controllori del grande fiume e della straordinaria rete di acque che a esse affluiscono. Una volta venuta meno la loro vigile presenza, ossia nel momento in cui queste terre hanno cessato di essere campagna, la straordinaria artificialità dell’ambiente agrario padano può tradursi repentinamente in un grave pericolo per gli uomini e per le cose. Forse è proprio questo il messaggio (o l’avvertimento, o il presagio) che il lettore potrà agevolmente rintracciare in gran parte dei dispersi studi che oggi ho preso l’ardire di riproporre uniti»
Quasi trent’anni dopo, possiamo dire che quel «messaggio o avvertimento o presagio» non l’ha ascoltato nessuno.
Un tempo gli abitanti delle campagne emiliane e romagnole sapevano distinguere un canale di scolo da uno di irrigazione, capivano a occhio se un argine era malmesso, sapevano come rafforzarlo, sapevano dove non costruire ecc.
Finito quel mondo, la trasmissione di quei saperi si è interrotta, e la consapevolezza della precarietà del territorio è svanita. Oggi l’abitante medio dello sprawl-che-fu-campagna dà per scontato il paesaggio che ha attorno, mentre scontato non è, e non conosce il regime delle acque che plasma il territorio in cui vive. La maggior parte della gente non sa nemmeno come si chiami il canale che passa accanto a casa, non ha la minima contezza del rischio idraulico in questa o quella zona, non si fa domande vedendo edificare sulla riva di un fiume e così via.
D’altra parte, anche i tecnici, che qualche sapere lo custodiscono ancora, spesso non sono coordinati tra loro, fanno parte di società private che oggi vincono un appalto e domani passano la mano, si trovano a occuparsi di situazioni frammentate, con competenze frammentate, con il risultato che le conoscenze individuali non riescono a contrastare l’ignoranza collettiva.
Tale ignoranza rende inclini a credere a pseudospiegazioni, ad accettare capri espiatori umani, animali e vegetali.
Nell’ambito della sua polemica contro «gli ambientalisti», De Pascale ha rilasciato un’intervista all’ultraliberista Porro, nella quale ha dichiarato:
«In natura i fiumi esondano. Se non si vuole che accada, allora bisogna fare gli argini con la logica delle opere pubbliche e non con la logica degli spazi naturalistici».
Il frame è quello della «pulizia dei fiumi», espressione con cui lui e troppi altri intendono l’abbattimento degli alberi lungo le rive.
Ebbene, se il criterio è quello, allora i fiumi di Emilia e Romagna sono tra i più “puliti” che si possano vedere.
Proprio questo è il problema.
4. Denudare gli argini: l’eccidio della flora ripariale in Emilia-Romagna
Negli ultimi anni, in Emilia-Romagna, la vegetazione ripariale è stata sterminata. Non sapremo mai se il numero di alberi abbattuti sia nell’ordine delle decine o delle centinaia di migliaia. Di certo, è stata un’immane strage. Che ha avuto e avrà ancora esiti tragici.
L’aggressione più intensa è avvenuta nel biennio 2020-2021. Mentre si pensava quasi solo al Covid, la Regione ha commissionato a ditte private l’abbattimento di una vasta moltitudine di alberi. L’assessorato competente era quello ad «ambiente, difesa del suolo e della costa, protezione civile». All’epoca, su quella poltrona sedeva Irene Priolo, già assessora alla mobilità del Comune di Bologna, oggi vicepresidente di regione.
Le linee guida regionali sulla manutenzione dei boschi ripariali (qui in pdf) dicono, in buona sostanza, che bisognerebbe andarci cauti, intervenendo sulla biomassa vegetale solo se intralcia il deflusso, rimuovendo più che altro alberi morti o moribondi ecc. Invece nel 2020-2021 si è abbattuto e rasato tutto, si sono denudati gli argini. C’è chi lo ha denunciato e la vicenda è finita anche sui giornali, tanto che Priolo si è dovuta difendere, ma il dibattito si è spento in un lampo – in quel periodo l’attenzione era distolta dalla «caccia al novax» – e si è proseguito come prima.
Credendo così di «risparmiare denaro pubblico», gli enti locali commissionano interventi di «pulizia» sempre più drastici, «così per una decina d’anni non ci si pensa più».
Dal canto loro, le ditte a cui è affidato il lavoro hanno tutto l’interesse a tagliare il più possibile, perché il legname rimane a loro e viene venduto alle centrali a biomasse.
L’odio per il verde spontaneo
I profitti dei privati sono il movente diretto degli abbattimenti, ma a dare la possibilità a quei privati di fare tutto questo è la politica, e qui tocca riscontrare che la classe dirigente padana in genere ed emiliano-romagnola in particolare è animata da un feroce odio per gli alberi.
Lo ha dimostrato innumerevoli volte. Gli alberi li tollera in moderata quantità, a scopo ornamentale, solo se disposti in filari come soldatini, magari coi fusti circondati da lastroni di cemento, e se non si “allargano” dal posto assegnato. E infatti ne reprime l’allargamento ogni volta che può, e li abbatte se le radici, com’è normale, premono da sotto e gonfiano l’asfalto.
«Gli alberi, le erbe e ogni cosa che cresce o vive sulla terra appartiene solo a se stessa» (J.R.R. Tolkien, Il signore degli anelli). Indifferenti a questo monito, i nostri amministratori vivono come vilipendio l’esistenza di vegetazione che “faccia per proprio conto”, che non sia normatissima, che sfugga al loro controllo.
È una questione di “decoro”, come l’erba rasata a fil di suolo, un assurdo che non solo stermina gli insetti impollinatori e danneggia gli ecosistemi, ma in tempi di siccità espone il suolo al calore eccessivo, lo secca e lo rende incapace di assorbire l’acqua delle precipitazioni che verranno.
La “vendetta” dei fiumi
Tornando alla flora ripariale distrutta: cosa succede a un argine “pelato” in quel modo?
Lo vediamo bene nel video che mostra l’esondazione dell’Idice e la completa distruzione del ponte della Motta, a Molinella di Budrio (BO).
Dopo aver visto il video, il naturalista Fausto Bonafede ha scritto e fatto circolare questo commento:
«Nel filmato, in ottima definizione, si vede che, l’Idice è completamente privo di vegetazione in quel tratto (si vede meglio nel tratto a valle del punto di rottura dell’argine); in questa situazione l’idice, ha “mangiato” mezzo argine (una massa solida imponente) per un lunghissimo tratto che comprende anche il ponte; poi la forza e la massa enorme di acqua ha rotto l’argine poco a valle del ponte crollato. Se a monte e a valle del ponte ci fosse stata la vegetazione ripariale, l’idice sarebbe uscito dagli argini ma non si “mangiava” le sponde di terra e il ponte probabilmente non crollava. L’erosione delle sponde e il trasporto solido aumentano con la velocità e la massa d’acqua in gioco. Se il fiume è “pulito” aumenta la velocità dell’acqua e la sua forza erosiva. Quando sulle sponde poggia un ponte, una strada o costruzioni sono guai seri documentati dal filmato. La “pulizia” generalizzata dei corsi d’acqua non ci mette al riparo dal disastro di questo giorni che è sotto gli occhi di tutti. Qui l’Idice era “pulitissimo”! […] il taglio della vegetazione deve essere effettuato in modo localizzato tenendo conto del tipo di corso d’acqua interessato; prima di tagliare la vegetazione ripariale è necessario valutare bene le caratteristiche di ogni corso d’acqua e l’effetto erosivo causato dalla diminuzione della scabrezza in seguito al taglio della vegetazione.»
Un altro fiume appenninico che attraversa il territorio bolognese è il Savena. Ebbene, il Savena si è gonfiato ma nel tratto extraurbano ha tenuto. È esondato nella periferia est della città, a San Lazzaro e Rastignano, e in un punto ha rotto in modo clamoroso: presso il parco del Paleotto, dove a novembre-dicembre si era disboscato in modo forsennato, 1157 alberi distrutti per insediare il cantiere del Lotto 2 del Nodo di Rastignano, opera stradale collegata al Passante di Bologna.
Il 5 gennaio, sul Fatto Quotidiano Linda Maggiori aveva scritto:
«a Bologna, una parte del Parco del Paleotto sparisce sotto al cemento e la stabilità dei versanti del fiume viene irrimediabilmente compromessa, con le auto a passare sull’argine del fiume. E se malauguratamente, come sempre più spesso accade, dovesse verificarsi una bomba d’acqua, con conseguenti frane o esondazioni, trascinando le auto del “Nodo” nel gorgo di fango, contro chi si urlerà? Contro la “natura assassina” o contro i politici assassini?»
Il 17 maggio il cantiere è stato annichilito. La superiore ratio del fiume ha momentaneamente sconfitto l’irrazionalismo organizzato e la hybris cementizia.
In un comunicato stampa, l’associazione Santa Bellezza ha espresso la posizione più giusta: «Pretendiamo che il cantiere del Nodo di Rastignano non venga mai più riaperto.»
Ma il colmo è quando gli abbattimenti servono a fare greenwashing, come nei casi di certi «percorsi cicloturistici».
5. Paradosso di una «ciclovia»: eliminare il verde per essere green
Nei giorni scorsi sono circolate alcune foto di Bonaccini in bicicletta, seguito da altri esponenti della classe politica locale. Era il 23 aprile ultimo scorso e il governatore stava inaugurando la nuova «Ciclovia del Senio», a Castelbolognese (RA), costata 620mila euro.
«Attraverso questi nuovi percorsi», dichiarava in quell’occasione, «rafforziamo e valorizziamo il territorio in un’ottica sempre più sostenibile dal punto di vista turistico e ambientale.»
Due settimane dopo, il 4 maggio, la ciclovia è stata spazzata via in diversi tratti insieme all’argine su cui passava e su cui, con tutta probabilità, non sarebbe mai dovuta passare.
O meglio, ci sarebbe anche potuta passare, se l’argine fosse stato in salute anziché compromesso da ripetuti disboscamenti. Gli ultimi dei quali, plausibilmente, eseguiti proprio per realizzare il «percorso di 10 chilometri ricco di spunti naturalistici e culturali», come recita il comunicato della Regione.
Il
territorio bolognese è interessato da altri progetti di ciclovie,
segnatamente lungo il Reno: la Ciclovia del Sole, parte del tracciato
EuroVelo7, e la Ciclovia del Reno. Sarebbe importante fare inchiesta su
quel che accade lungo quei tracciati. Ci sono giunte testimonianze di
svariati abbattimenti.
In ogni caso, il problema sta nel ragionare in termini di ulteriori infrastrutture. Le vere ciclovie esisteranno quando avremo liberato le strade dalle auto.
6. Le trappole dell’eccezionalismo
Si è anche tentato di far passare per «negazionista climatico» chi fa notare che ci sono precise responsabilità politiche. Ennesima riprova di quanto diciamo da tempo, cioè che il concetto di «negazionismo», da anni stiracchiato in ogni direzione, non ha più alcun valore euristico, alcuna spendibilità in un discorso serio.
Certo, far notare che «clima» non significa iazza o accidente del destino disturba il PD e i suoi alleati, che cercano di usare il clima come attenuante quando invece è un’aggravante.
È stato surreale sentire, tutt’a un tratto, lezioncine sul «globbal uorming» da Bonaccini, difensore degli interessi economici più climalteranti che si possano immaginare. Uno che tutela lo status quo più inquinante, esalta la Motor Valley – o piuttosto la Tumor Valley – emiliana, fa l’apologia dei rigassificatori e pensa che la siccità in montagna comporti come problema principale non la mancanza d’acqua ma l’impossibilità di sciare, per questo vorrebbe utilizzare «cannoni sparaneve hi-tech» che imbianchino le piste «anche col caldo». Peccato che ciascuno di quei cannoni consumi (sperperi) sessanta litri d’acqua al secondo.
La maggiore intensità delle piogge in periodi sempre più brevi è senza dubbio parte del cambiamento climatico, ma bisogna stare attenti a una certa retorica eccezionalista, anche quando sposata in buona fede. I danni che può fare li abbiamo già visti durante la pandemia.
Il precedente: l’eccezionalismo durante il Covid
Nella primavera 2020 qualcuno provò a far notare che se il sistema sanitario lombardo era crollato subito, con immediate ripercussioni su quello “nazionale” (in realtà aziendalizzato su base regionale), era perché lo avevano devastato anni di tagli, di privatizzazioni, di smantellamento della medicina territoriale, dunque andava subito messa in agenda la lotta per invertire quella rotta in tutta Italia.
Chi aveva già sviluppato la visione virocentrica – cioè pensava che si dovesse parlare solo ed esclusivamente di quant’era pericoloso il virus – si impuntò su una risposta standard: anche un sistema sanitario pubblico, universale ed efficiente sarebbe stato messo in crisi dalla pandemia, perché una cosa del genere non s’era mai vista ecc. ecc.
Può anche darsi, non abbiamo il controfattuale, però a noi risulta ovvio che un conto è crollare nel giro di pochi giorni come accaduto, altro conto è reggere l’urto più a lungo, con più tempo e più margine per organizzarsi in altri modi, e soprattutto con più risorse a disposizione.
A un certo punto – molto presto – chi parlava di sanità pubblica e ricordava la situazione già compromessa che il virus aveva trovato, fu tacciato di «negazionismo del virus». Il virocentrismo aveva ristretto il focus e la visuale. La sanità pubblica e le responsabilità di chi l’aveva devastata uscirono da ogni discorso, per non rientrarci più.
A sostituire quei necessari discorsi fu un’adesione acritica all’Emergenza, un feticismo dei provvedimenti governativi e di quelle che Leonardo Sciascia avrebbe chiamato «operazioni di parata», cioè tanto appariscenti quanto inutili allo scopo dichiarato. Operazioni non solo discutibilissime sotto l’aspetto epidemiologico, ma diversive rispetto alle responsabilità politiche e alle cause sistemiche della situazione: coprifuoco, droni a sorvegliare i boschi, elicotteri a inseguire passeggiatori solitari sulle spiagge, decaloghi su chi potevi portare al pranzo di Natale, obbligo di mascherina all’aperto ecc. L’elenco sarebbe lunghissimo.
L’esito è stato che tagli e privatizzazione della sanità continuano, e la pandemia è stata l’occasione di una grande ristrutturazione capitalistica basata su «resilienza» e «ripartenza», con le stesse logiche di prima al quadrato.
Ora riscontriamo lo stesso approccio, per fortuna meno diffuso e con minore presa, da parte di una certa sinistra dabbene.
Eccezionalismo e nubifragi
Alle critiche incentrate sul consumo di suolo, l’urbanizzazione selvaggia, le grandi opere inutili, c’è chi ribatte che con piogge così anche un territorio meglio gestito avrebbe subito danni e ci sarebbero stati morti, perché si tratta di precipitazioni eccezionali ecc.
Anche in questo caso, un conto è un territorio che si disintegra all’istante e vomita acqua e fango in vaste aree, altro conto è un territorio che regge l’urto in più punti e più a lungo. Più aree vengono risparmiate e più tempo c’è di organizzarsi, soprattutto se ci sono più risorse da utilizzare.
Dopodiché, è necessario specificare che si tratta di eccezionalità relativa, non assoluta. In parole povere: i nubifragi si fanno più intensi, ma non sono una novità di questi anni. Piogge forti e di più giorni a primavera sono nelle memorie di molti di noi, sono registrate tanto negli Annali idrologici quanto nell’arte e nella cultura popolare, sono documentate negli archivi dei giornali. Provate a fare la ricerca con «pioggia record», «pioggia millimetri», «nubifragio» e altre chiavi del genere nell’archivio storico de La Stampa.
Se diciamo che un nubifragio è di per sé una manifestazione del «nuovo clima», non solo ci esponiamo a facili smentite, ma credendo di parlare di clima restiamo in realtà sul piano del meteo, del tempo che fa.
Invece, proprio gli archivi possono mostrarci in cosa consista la crisi climatica. Consultandoli, si vede bene l’interazione di due processi che in realtà sono lo stesso: l’impatto di piogge sempre più forti e concentrate – dopo lunghi periodi di siccità – è direttamente proporzionale alla crescente cementificazione del territorio, a sua volta parte di un modello di sviluppo fortemente climalterante.
7. Bona lé tirare in ballo il terremoto del 2012
Una narrazione scattata fin da subito e divenuta onnipervasiva soprattutto nei media locali è quella basata sulla similitudine tra le alluvioni di oggi e il terremoto in Emilia del 2012. Narrazione che non ha contestato quasi nessuno, ma che è tossica da qualunque parte la si guardi.
Una classe dirigente non ha responsabilità di un evento tellurico. Casomai ce l’ha di come viene gestito il territorio dopo, di come viene impostata e realizzata – o non realizzata – la ricostruzione. Nel caso del post-sisma emiliano, la narrazione è trionfalistica: e quanto siamo stati bravi, e quanto siamo stati fighi ecc. Attivare il frame discorsivo «l’alluvione come il terremoto» serve dunque a dire: «son cose che capitano, prima non ci si può far niente» – falsissimo, perché questo disastro ha colpe precise e individuabili – e «ne usciremo da fighi quali siamo».
Come ne usciremo? Ovvio: «ricostruendo tutto».
No. Come ha detto Pileri intervenendo sabato 27 maggio all’assemblea popolare in piazza del Nettuno a Bologna, più che la ricostruzione serve la «de-costruzione».
«Decementificare, decrescere e rinaturalizzare, senza più aggiungere un solo centimetro cubo di cemento o asfalto», ha giustamente scritto Alex Giuzio.
Un altro effetto del paragone col terremoto è attenuare la gravità della situazione odierna e futura. Non solo le alluvioni hanno fatto molti più danni del sisma, danni le cui conseguenze dureranno ben più a lungo, ma mentre il terremoto è un evento raro – la bassa emiliana ne ha subito uno nel 1570 e il successivo nel 2012 –, le alluvioni si verificano sempre più spesso, quasi ogni volta che piove forte.
8. Il suprematismo emiliano-romagnolo ha rotto i maroni
Dopo le alluvioni di metà maggio è tornato a manifestarsi il più tronfio suprematismo emiliano-romagnolo.
A un certo punto è diventato virale – ripreso anche da Gramellini, che non si fa mai scappare nessun cliché – un breve elzeviro, un’apologia del sistema-Emilia che cominciava così:
«L’Emilia-Romagna è quel pezzo di terra voluto da Dio per costruire la Ferrari».
E poteva sembrare scherzoso, volutamente iperbolico, ma conosciamo i nostri polli: non è così. Ci credono davvero.
A seguire, infatti, ci si vantava in maniera spropositata di più o meno tutto quello che ha distrutto il territorio, esattamente l’economia reale e l’approccio devastante da “crescita infinita”, il culto del “fare” purché si faccia che andiamo denunciando da anni: viva l’automotive, viva gli allevamenti intensivi, viva l’agroindustria più impattante, finché non si arriva a questo capolavoro, con tanto di stereotipizzazione etnica:
«[Gli emiliano-romagnoli] sono come i giapponesi, non si fermano, non si stancano, e se devono fare una cosa, a loro piace farla bene e bella, ed utile a tutti…»
Certo, come la voragine FICO, il demenziale «People Mover» di Bologna, la psoriasi di centri commerciali e poli logistici, le migliaia di rotatorie, la riviera devastata dalla speculazione, le dune sbancate per farci il Jova Beach Party, i rigassificatori, sempre più impianti sciistici anche se non c’è più neve, trafori che distruggono falde e fanno scomparire in un giorno cento corsi d’acqua in Appennino, e sono solo le prime cose che vengono in mente.
Il finale era questo:
«Ci saranno pietre da raccogliere dopo un terremoto? Loro alla fine faranno cattedrali.»
C’è un’alluvione? Loro faranno ancora autostrade, svincoli, bretelle, rotatorie, parcheggi, centri commerciali, hub della logistica e quant’altro.
Di quest’arroganza, di questo suprematismo regionale gli emiliano-romagnoli moriranno, se non se ne sbarazzano.
È un suprematismo, per giunta, sottilmente razzista e impregnato di un miope legalitarismo. Quando le alluvioni devastano paesi del Sud Italia, l’emiliano-romagnolo medio e «di sinistra» fa tsk, quei terroni hanno rovinato il loro territorio, poi scuote la testa parlando dell’abusivismo edilizio. E gli abusi nostrani, che sono altrettanto orrendi? Non li vede, non li considera abusi perché sono legalizzati. Nella sua mentalità, se qualcosa è legale non si può ritenere un problema.
9. Der Kommissar
In linea di principio, dopo un simile disastro, Bonaccini si sarebbe dovuto dimettere all’istante. Intendiamoci, non sarebbe servito a nulla: chi lo attornia è come lui. È un discorso puramente filosofico, un esperimento mentale. Invece non solo è ancora lì, benché in evidente affanno e costretto a negare l’innegabile, ma c’è persino chi lo vorrebbe commissario alla ricostruzione.
Va premesso che a noi i commissari non piacciono. I commissari sono strumenti tipici delle politiche d’Emergenza, servono a gestire i processi dall’alto e accentrando poteri, facendo passare le politiche peggiori, sovente aggravando i problemi di partenza. Aggiungiamo che spesso i commissari sono generali, uomini delle forze armate, cosa che contribuisce non poco alla strisciante militarizzazione della vita pubblica italiana, processo divenuto indiscutibile durante l’emergenza Covid.
Detto ciò, le motivazioni per cui Bonaccini dovrebbe fare il commissario sono risibili se non oltraggiose.
«Bonaccini conosce molto bene questa terra», ha dichiarato il sindaco di Bologna Lepore.
Vero, ne sa a pacchi, che si parli di montagna o di pianura. Magari
anche da commissario ci delizierebbe con belle biciclettate su argini
compromessi e proclami sulla neve artificiale d’estate.
«Bonaccini lo vuole la società civile, lo vuole il sistema economico emiliano-romagnolo con il quale ha sempre saputo dialogare fra gestione e innovazione», si è letto sul Corriere.
La prima proposizione è del tutto arbitraria, perché nessuno saprebbe dire chi sia e cosa voglia «la società civile». Di sicuro, non coincide con «gli elettori». Per via del crescente astensionismo, alimentato dal disgusto per l’offerta politica, in media – a seconda dei territori e delle circostanze – il PD emiliano-romagnolo vince le elezioni col consenso di circa tre aventi diritto al voto su dieci. Alle ultime comunali di Bologna l’astensione ha raggiunto il 48,82%, perciò Lepore è stato eletto con il 31,6% reale. Quasi sette bolognesi su dieci non l’hanno votato. Quanto alle Regionali del 2020, Bonaccini le ha vinte con il 51,42% del 67,67% che è andato a votare, ergo col 34,79% reale.
Quanto alla proposizione seguente, all’inizio dice una verità: a volere Bonaccini è il sistema economico, che è pregressista; dopo, invece, è fuffa.
Stessa fonte giornalistica: «Bonaccini ha il plauso di colleghi di diversa sponda come il leghista Luca Zaia». Soggetto notoriamente sensibile a questioni ambientali, climatiche e di tutela del territorio dalla cementificazione. Una garanzia.
In realtà, le motivazioni reali e non-dette per cui Bonaccini dovrebbe fare il commissario riguardano i rapporti di forza in regione tra il PD che governa qui e la destra dichiarata che governa a Roma.
Ed è proprio questo There Is No Alternative, questo continuo ridurre la dialettica politica al binarismo e al (presunto) menopeggismo la gabbia da infrangere.
«Dov’è l’alternativa?», si sente spesso chiedere. Noi diciamo che se un mondo sta nascendo, un mondo incompatibile con quello che abbiamo fin qui descritto, sta nascendo nelle lotte ambientali, per la giustizia climatica, per un territorio diverso.
Nel prossimo articolo, infatti, torneremo sul caso Bologna e sulle lotte contro il raddoppio di tangenziale e A14 – con tutta l’inondazione di asfalto a cui il raddoppio aprirebbe la via – e contro il progetto di nuovo mega-comprensorio sciistico sul Corno alle Scale.
