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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/01/2026

La “difesa che serve” è il 5% del PIL per fermare il crollo dell’Italia, non per le armi

La tragedia di Niscemi rappresenta l’ennesimo squarcio in un contesto nazionale segnato dall’incuria territoriale e dall’abbandono istituzionale, in un Paese ormai ridotto ad accettare il disastro ambientale come un prodotto della fatalità, rinunciando a interrogarsi sulle cause di tali eventi e sui drammatici effetti che essi generano sulla popolazione e sulle infrastrutture.

È il segno tangibile di un’Italia che attende ancora l’attuazione efficace di un Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) che sia in grado di intervenire su scenari come quello siciliano, organizzando azioni per limitarne la portata.

In una nazione dove il Ministero delle Infrastrutture sembra dare priorità ad accogliere figure come il neonazista Tommy Robinson in pompa magna e a investire miliardi di euro dei contribuenti per un’opera inutile come il Ponte sullo Stretto, il dissesto idrogeologico ha smesso di essere un’allerta stagionale per trasformarsi nella vera emergenza strutturale.

I numeri, d’altronde, non lasciano spazio a interpretazioni: oggi il 94,5% dei comuni italiani, pari a 7.463 municipi, è a rischio frana, alluvione, erosione costiera o valanghe (Rapporto ISPRA 2024), con oltre 1,3 milioni di persone che vivono in aree a pericolosità di frana elevata o molto elevata e ben 6,8 milioni di abitanti esposti al rischio alluvioni (Dati ISPRA 2024).

A questo si aggiunge un dato allarmante sul consumo di suolo, che viaggia al ritmo di 2,4 metri quadrati al secondo, riducendo drasticamente la capacità naturale di assorbimento delle piogge (Rapporto ISPRA 2024), mentre i danni economici legati a eventi meteo estremi hanno raggiunto nel solo 2025 la cifra record di 12 miliardi di euro (stime BCE e Agenzia Ambientale Europea 2025).

In questo scenario appare paradossale, quasi grottesco, un dibattito pubblico che vede l’Italia rincorrere le richieste internazionali per elevare la spesa per la difesa al 5% del PIL entro il 2035 – un investimento che supererebbe i 100 miliardi di euro l’anno – quando la realtà ci avverte che a quella data rischiamo di non avere più un territorio da difendere da nemici esterni, avendolo visto sgretolarsi sotto i nostri piedi.

La vera difesa della nazione non si costruisce infatti con gli armamenti, ma con uno stanziamento speculare del 5% del PIL destinato esclusivamente alla messa in sicurezza del territorio e dei cittadini, poiché l’emergenza climatica non è uno spauracchio teorico, ma un fenomeno concreto che sta già modificando la geografia dei nostri territori: basti pensare che l’Italia ha registrato un incremento del 22% degli eventi meteorologici estremi nell’ultimo anno (Osservatorio Città Clima Legambiente 2025) e un aumento della superficie a rischio frana del 15% solo nell’ultimo triennio (Rapporto ISPRA 2025).

Gli ultimi eventi siciliani confermano che il Mezzogiorno non ha bisogno delle Zone Economiche Speciali, create spesso per attirare capitali volatili o deregolamentare il lavoro tramite la defiscalizzazione, ma necessita di un piano pubblico di investimenti finalizzato al miglioramento delle infrastrutture primarie e alla resilienza idrica, considerando che le perdite delle reti acquedottistiche superano ancora il 42% su scala nazionale (Dati ISTAT 2024).

Questo è il grande piano per la difesa del territorio di cui necessita il nostro Paese e deve diventare il volano per un rilancio occupazionale senza precedenti, capace di assorbire personale altamente formato, come ingegneri e tecnici, insieme a una vasta forza lavoro da impiegare nell’unica grande opera realmente necessaria.

Investire nella protezione del suolo significa restituire un futuro a territori che da decenni perdono risorse e popolazione a causa dell’emigrazione forzata, trasformando la manutenzione del territorio in una priorità nazionale assoluta che metta finalmente al riparo la popolazione da un nemico interno fatto di incuria e abbandono.

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28/01/2026

Frana a Niscemi: non è una fatalità, è il modello che crolla!

In questi giorni una grave frana ha colpito Niscemi, in provincia di Caltanissetta, producendo oltre mille sfollati e rendendo inagibili interi quartieri: un burrone profondo 50 metri con una linea di frana posizionata a 150 metri dal bordo e la quasi certezza che le case entro 50-70 metri crolleranno.

Il fronte del cedimento si è allungato per chilometri, coinvolgendo la strada provinciale SP10 e isolando parti della città. Case lesionate, famiglie costrette a lasciare le proprie abitazioni, scuole chiuse: una situazione definita “drammatica” dalle stesse autorità locali.

È evidente che questo evento non è casuale: da settimane il Sud e le isole sono nella morsa di una violentissima perturbazione, il ciclone Harry, che si stima abbia prodotto 200 milioni di euro di danni in Sardegna, 300 in Calabria e ben un miliardo e mezzo in Sicilia.

La frana di Niscemi è il punto di arrivo di settimane di inondazioni, devastazione e crolli, dovuti agli eventi estremi frutto della tropicalizzazione del clima, ma soprattutto di anni di incuria rispetto alla situazione strutturale di dissesto idrogeologico che attraversa gran parte del territorio italiano, e in particolare la Sicilia, dove ad aggravare questa condizione si aggiunge la cementificazione selvaggia portata avanti in nome del profitto.

Il rapporto ISPRA 2025 sul consumo di suolo evidenzia come nell’ultimo anno la Sicilia sia la seconda regione del centro-Sud per suolo consumato, e quarta in tutta Italia solo dopo Emilia-Romagna, Lombardia, e Puglia. Suoli fragili, colline argillose, aree già vulnerabili vengono sottoposte a pressione continua: urbanizzazione, infrastrutture, opere considerate “strategiche”, consumo di suolo e impermeabilizzazione che aumentano il rischio di frane, alluvioni e crolli.

Per questo le responsabilità politiche a tutti i livelli di governo sono triple: per il mancato impegno nelle politiche di contrasto alla crisi climatica, per l’asservimento totale delle amministrazioni nei confronti degli speculatori e per il taglio agli investimenti sulla tutela dei territori.

La finanziaria approvata quest’anno è emblematica: meno soldi per la prevenzione del dissesto idrogeologico, investimenti nella “grandi opere strategiche” (come il Ponte sullo Stretto!) e soprattutto ingenti finanziamenti alla guerra, che con le sue basi rappresenta un’altra piaga di lungo corso in Sicilia.

Le conseguenze le pagano le comunità locali, le famiglie sfollate, chi perde la casa, chi vive nell’incertezza e nella paura. La frana di Niscemi è l’ennesima dimostrazione che il dissesto non nasce in una notte: è il risultato di scelte politiche precise, di un modello di sviluppo che consuma il territorio e scarica i costi sociali e ambientali sulle classi popolari.

Con le piogge intense, ciò che cede non è solo il terreno, ma l’intero sistema economico e questo modello di gestione del territorio.

Non bastano parole di cordoglio o interventi emergenziali. Serve staccare la spina a questo sistema. Serve costruire una prospettiva di rottura, capace di mettere al centro la difesa dei territori, la sicurezza reale delle persone e un’alternativa sistemica al capitalismo della devastazione e della guerra.

È in questa prospettiva che cresce la necessità di organizzarsi. Serve costruire le EcoResistenze contro un sistema che, in nome di profitto e guerra, sta letteralmente facendo franare il futuro.

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