Un filo rosso unico collega ormai le acque del Mar Caspio, le rotte del Mar Rosso e lo Stretto di Hormuz. Gli sviluppi militari hanno definitivamente infranto la separazione tra il conflitto russo-ucraino e l’aggressione all’Iran. Nella notte tra il 25 e il 26 luglio, il Servizio di Sicurezza Ucraino (SBU) ha condotto un attacco con droni a lungo raggio nel Mar Caspio, colpendo una nave commerciale iraniana.
L’accusa era quella di trasportare equipaggiamenti e componenti destinati a Mosca che sarebbero proibiti secondo le sanzioni imposte alla Russia. Imposte in maniera unilaterale dai paesi occidentali, ovviamente. L’attacco è avvenuto in una più ampia operazione che ha portato a colpire anche una motovedetta e un impianto petrolifero russi.
L’Ucraina è da tempo che porta avanti una convergenza strategica e tecnologica con Israele (riguardante in particolare i droni e l’intelligence). Ma il colpo inflitto qualche giorno fa segna un salto di qualità significativo, in quanto svoltosi su di un piano direttamente militare. L’Iran ha denunciato la morte di un marinaio e ha convocato i diplomatici di Kiev, definendo l’azione un atto di aggressione.
Colpendo la Repubblica islamica, l’Ucraina vuole attirare i favori di Trump, mostrandosi come elemento capace e determinante nell’indebolimento di Teheran. Allo stesso tempo, però, è un messaggio chiaro sul fatto che il conflitto in Ucraina non riguarda le “mire” russe sul paese, ma ha una dimensione tutta internazionale.
Zelensky e compagnia hanno dimostrato come ci sia un’internazionale imperialista che unisce Washington, Kiev e Tel Aviv. Alla faccia di chi accusa chi lotta contro il piano inclinato della guerra imperialista di essere “campista”: la presenza di un “campo”, imperialista però, l’ha resa plasticamente – con le bombe – la giunta di Kiev.
Il problema è che un’azione del genere non solo salda due fronti che, più o meno, erano rimasti separati fino a oggi nella “guerra mondiale a pezzi” scatenata dall’imperialismo occidentale contro il multipolarismo. L’attacco ucraino provoca un sostanziale ampliamento dell’area del conflitto, incancrenendolo e amplificando i pericoli per i civili e, in generale, che la situazione sfugga di mano.
Basti prendere ad esempio la pesante campagna ucraina di attacchi ai mercantili e alle petroliere russe. Mosca, alla fine, ha deciso di rispondere con droni e missili sui porti nemici, in particolare quello di Odessa. Gli operatori portuali hanno dunque deciso di sospendere le rotte verso l’Ucraina, facendo naufragare il cosiddetto “corridoio del grano” per un’escalation bellica senza nessun fine strategico. Un grave danno alla sicurezza alimentare globale.
Anche in Asia Occidentale, le tensioni accumulatesi in virtù dell’aggressione israelo-statunitense sono esplose persino nel rapporto tra Arabia Saudita e Houthi. Il 13 luglio la capitale dello Yemen è stata bombardata da Riad. L’obiettivo era un aereo che trasportava funzionari di Ansar Allah, ma secondo quel che riporta Reuters a bordo c’erano anche consiglieri militari iraniani, componenti per missili e droni, e fondi per l’organizzazione yemenita.
Ancora una volta, i sauditi tentano di decidere il corso politico dello Yemen, dopo aver devastato il paese con una guerra durata anni, tra denunce di crimini terribili. Gli Houthi hanno risposto colpendo installazioni, porti e petroliere dell’Arabia lungo la costa del Mar Rosso, per poi minacciare direttamente il traffico attraverso lo Stretto di Bab El Mandeb. Il traffico marittimo è crollato, mentre la raffineria ARAMCO di Jizan è stata devastata da incendi che potrebbero metterla fuori uso per anni.
L’avventurismo bellico dell’Occidente e dei suoi alleati si è naturalmente trasformato in un nuovo allarme per i mercati, con impatti significativi sui prezzi delle materie prime e sui costi di trasporto, oltre che, ovviamente, sui beni energetici. Non solo, il petrolio Brent aveva nuovamente superato i 100 dollari al barile, per poi scendere all’inizio di questa settimana solo perché gli attacchi si sono fermati causa penuria di munizione nei magazzini statunitensi, ma si registrano rincari anche per il gas naturale. Prezzi che pagheremo tutti noi, nella spesa di tutti i giorni. Un altro salasso che va inserito tra quelli determinati dalla deriva bellicista delle nostre classi dirigenti.
Non c’è giustificazione della logica “occhio per occhio” da parte nostra, ci mancherebbe, ma pretendere di fare la guerra a paesi in posizioni strategiche colpendone il commercio, per poi lamentarsi di come le reazioni abbiano ripercussioni sulle rotte mercantili è la logica di chi pretendere di essere padrone del mondo, per sclerotismo suprematista.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
04/08/2026
Dal Golfo Persico al Mar Caspio: il fronte marittimo della guerra imperialista
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