Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
20/10/2026
Petromonarchie in crisi: le loro infrastrutture sono devastate
Ad affermarlo è un’inchiesta dell’agenzia Reuters che elenca gli obiettivi principali di questa campagna militare. L’Iran e le altre forze del cosiddetto “asse della resistenza” hanno preso di mira i sistemi vitali di trasporto del petrolio a Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, il principale porto al di fuori dello Stretto di Hormuz, paralizzando le operazioni per settimane. Hanno colpito l’impianto di gas naturale liquefatto di Ras Laffan in Qatar, danneggiando due delle “celle frigorifere” che ospitano le apparecchiature di raffreddamento per la liquefazione del gas.
Tra gli obiettivi degli attacchi iraniani figurano anche la raffineria di gas liquefatto Pearl del Qatar, il complesso del gas di Habshan negli Emirati Arabi Uniti e la fonderia Al Taweelah di Emirates Global Aluminium.
I lanci di missili e droni hanno colpito aeroporti in Bahrein, Kuwait e soprattutto negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita. L’attacco più letale, attribuito ad Ansar Allah, ha causato sabato la morte di 12 persone all’aeroporto internazionale Re Khalid in Arabia Saudita. L’aeroporto del Kuwait è stato colpito otto volte. Uno degli attacchi è avvenuto due giorni dopo la riapertura di un importante terminal, a seguito dei lavori di riparazione effettuati dopo un precedente bombardamento.
Gli attacchi hanno inoltre incenerito una stazione di pompaggio e ne hanno danneggiate altre due lungo un importante oleodotto saudita, bloccando uno dei più importanti corridoi energetici realizzati per aggirare il blocco iraniano di Hormuz. L’attacco del 10 settembre da parte di alcune milizie sciite irachene all'oleodotto saudita East-West Pipeline ha interrotto il flusso di greggio per settimane, minacciando il 4% delle forniture globali di petrolio. Ancora più devastanti sono stati gli attacchi iraniani contro gli impianti di GNL di Ras Laffan in Qatar, che hanno minacciato quasi il 20% dei flussi mondiali di gas naturale liquefatto. Per ripristinare interamente gli impianti, dicono gli esperti, servirà almeno un anno.
Agli attacchi di questo tipo contro le infrastrutture dei paesi del Golfo che ospitano le basi militari statunitensi o partecipano all’aggressione contro Ansar Allah in Yemen i vari governi non hanno dato particolare pubblicità. Gli Stati Uniti hanno minimizzato spesso la capacità distruttiva dell’Iran. Anche i paesi arabi del Golfo spesso non riconoscono i danni ingenti subiti oppure li attribuiscono alla caduta di detriti derivanti dall’intercettazione di missili o droni iraniani.
Ma l’inchiesta di Reuters rivela la precisione di questi attacchi e i gravi danni arrecati alle infrastrutture colpite, oltre all’ingente danno economico provocato.
L’Iran ha preso di mira infrastrutture in diversi paesi arabi del Golfo: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Qatar, Kuwait, Oman e Bahrein. Complessivamente, la Repubblica islamica ha lanciato almeno 135 attacchi con droni e missili contro almeno 84 siti infrastrutturali nel Golfo da quando Stati Uniti e Israele hanno avviato una campagna di bombardamenti contro l’Iran il 28 febbraio.
Prima della guerra, l’Iran possedeva il più grande arsenale di missili balistici del Medio Oriente. Inoltre, l’Iran ha una fiorente industria di droni; prima della guerra era in grado di produrne circa 10.000 al mese, con lo Shahed come velivolo esplosivo di punta.
Gli attacchi hanno seminato il panico in tutto il Golfo e fatto impennare i prezzi del petrolio. Insieme al blocco dello Stretto di Hormuz da parte della Repubblica Islamica, la capacità di lanciare attacchi di precisione rappresenta una minaccia costante per i Paesi sunniti del Golfo e conferisce all’Iran una grande influenza sull’economia globale e un notevole potere contrattuale nei confronti degli Stati Uniti, che da settimane minacciano di colpire Teheran con una nuova ondata di bombardamenti ma finora li hanno sempre rimandati.
D’altronde gli attacchi iraniani hanno seriamente danneggiato anche l’infrastruttura militare degli Stati Uniti in tutta la regione, provocando danni per vari miliardi di dollari. L’ispettore generale del Dipartimento della Difesa statunitense ha riferito al Congresso di Washington che l’Iran ha colpito centinaia di strutture nelle basi statunitensi, oltre a decine di caccia, aerei da trasporto e da rifornimento ed elicotteri.
Il successo dell’attacco sistematico alle infrastrutture da parte dell’Iran è un ulteriore esempio di come la Repubblica Islamica abbia resistito ad anni di dure sanzioni economiche internazionali e recentemente a mesi di attacchi da parte di Stati Uniti e Israele.
Alcune località hanno subito bombardamenti quasi quotidiani che hanno provocato danni per miliardi di dollari, includendo i costi per le riparazioni ma anche le perdite di fatturato. Alcune delle infrastrutture colpite, come una delle più grandi fonderie di alluminio al mondo ad Abu Dhabi, sono state devastate.
L’Iran ha colpito infrastrutture digitali avanzate come i data center di Amazon negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein, dove il servizio è rimasto interrotto per sei mesi.
Un altro attacco strategico è stato quello rivolto contro le reti idriche e di energia elettrica del Kuwait. È stato Trump a minacciare pubblicamente per primo l’approvvigionamento idrico dell’Iran a marzo. Ma sono stati gli iraniani a trasformare quella minaccia in realtà per i loro vicini. Secondo Reuters l’Iran ha colpito almeno quattro degli otto impianti di desalinizzazione e di produzione di energia elettrica del Kuwait tra il 2 marzo e il 20 luglio.
I regimi sunniti hanno sistematicamente nascosto anche i dati reali sul bilancio delle vittime delle rappresaglie iraniane, imponendo una rigida censura alla diffusione di informazioni in merito. Negli Emirati Arabi Uniti, in Bahrein, Qatar, Kuwait e Arabia Saudita è illegale scattare o distribuire determinate foto o video che documentino le conseguenze degli attacchi. Questi paesi citano inoltre regolarmente le leggi contro la diffusione di voci e disinformazione per limitare la copertura giornalistica degli attacchi.
Fonte
12/08/2026
USA - I neocon di fronte al fallimento
Che, nel caso dei neocon – il gruppo degli “intellettuali” sia repubblicani che “democratici” che ha di fatto orientato l’establishment statunitense negli ultimi 40 anni – hanno prodotto decine di guerre e milioni di morti, senza peraltro riuscire a frenare il declino statunitense.
La “leggerezza” con cui chiama “errori” i disastri combinati in quasi mezzo secolo ricorda da vicino l’atteggiamento con cui Madeleine Albright – segretario di Stato della guerra in Iraq – definiva “un prezzo accettabile” la morte di mezzo milione di bambini in conseguenza dell’invasione del Paese.
E invece no. Supponente come sempre, Robert Kagan – marito di Victoria Nuland, famosa per quel “fuck the EU” che sentenziava l’inizio del majdan e quindi della guerra ucraina (nel 2014, non nel 2022) – alza il suo ditino ormai grassoccio per fare “l’autocritica degli altri”. In questo caso di Trump e del suo staff di improvvisati che sta affondando ancora più rapidamente gli States.
Questa eccellente intervista – che dovrebbe insegnare ai pennivendoli italiani i fondamenti deontologici del mestiere, ridotti come sono a “reggitori di microfono” – gira il coltello in tutte le piaghe di quella che è stata la leadership mondiale dopo la caduta dell’Unione Sovietica.
Buona lettura.
Robert Kagan ha sorpreso alcune persone. Uno dei più influenti esponenti della corrente interventista e favorevole all’uso della forza negli Stati Uniti ha condannato la maldestra guerra dell’amministrazione Trump in Iran, suggerendo in un articolo pubblicato su The Atlantic a marzo che il coinvolgimento degli Stati Uniti in Medio Oriente sia stato un catalizzatore del terrorismo islamico, piuttosto che una risposta prudente ad esso.
Senior fellow presso la Brookings Institution e storico prolifico, Kagan sostiene da decenni la supremazia statunitense, a partire dal suo appoggio agli “insorti” Contras del Nicaragua quando era a capo dell’Office of Public Diplomacy del Dipartimento di Stato (1985-88).
Nel 1997, Kagan ha cofondato il Project for the New American Century, un think tank neoconservatore che faceva pressione a favore di una politica estera energica e del mantenimento dell’egemonia globale degli Stati Uniti. Il gruppo esercitò una notevole influenza nel promuovere il cambio di regime nell’Iraq di Saddam Hussein. L’orientamento di Kagan è sempre stato fondato sulla convinzione che il mondo precipiterebbe nel disordine senza la leadership americana, nonostante le avventure militari statunitensi abbiano ripetutamente destabilizzato alcune aree del mondo.
Dunque, Robert Kagan sta ora riconsiderando il suo precedente interventismo? L’ho intervistato per scoprirlo. La nostra conversazione è stata modificata per ragioni di lunghezza e chiarezza.
Martin Di Caro: Stai attraversando una sorta di conversione? È una definizione corretta?
Robert Kagan: Non credo, perché non ho mai negato che il blowback, cioè il contraccolpo, fosse una realtà. Anzi, dai miei scritti emerge che, quando gli Stati Uniti agiscono nel mondo, gli americani tendono a non essere nemmeno consapevoli dell’effetto che il potere americano esercita sugli altri Paesi. E quindi rimangono costantemente scioccati ogni volta che l’uso del potere americano provoca una reazione.
Il miglior esempio è il Giappone e Pearl Harbor. Molti americani reagirono come se l’attacco giapponese fosse arrivato dal nulla, quando in realtà gli Stati Uniti avevano perseguito politiche che con ogni probabilità avrebbero portato a un attacco giapponese. Lo stesso vale per l’11 settembre, nel senso che fu almeno in parte una risposta alla presenza americana in Medio Oriente.
La domanda è: bisogna agire anche sapendo che ci sarà un contraccolpo, perché la posta in gioco lo giustifica? Io non ne ho mai dubitato e, come ho detto, riconoscere l’effetto del potere americano sulle altre nazioni è una parte importante della mia storia.
Eppure per decenni hai sostenuto l’interventismo statunitense e, nel caso dell’invasione dell’Iraq del 2003, una guerra preventiva...
Aspetta un momento. Possiamo fermarci qui? Quando dici che ho sostenuto l’interventismo per decenni, a cosa ti riferisci esattamente? Ho certamente sostenuto gli interventi in Bosnia e Kosovo, ma non è che chiedessi un intervento ovunque e in ogni momento. È una semplificazione che usi tu, ma è quello che la gente pensa, sai?
Non hai mai chiesto un’invasione dell’Iran, ma hai sostenuto i Contras quando eri membro del Dipartimento di Stato di Reagan, risalendo agli anni Ottanta.
Assolutamente. Esatto.
È a questo che mi riferisco.
Credo decisamente nell’esercizio del potere statunitense nel mondo. A volte questo significa intervenire, ma molto spesso non significa necessariamente intervenire.
Rifiuti l’etichetta di neoconservatore?
Sì, la rifiuto, non solo perché ha assunto connotazioni che considero francamente antisemite, ma perché è semplicemente una cattiva descrizione di ciò che sono.
Io sono un liberale. Lib-e-ra-le. La mia politica estera è liberale. Se guardi alla storia della politica estera americana, le persone che hanno perseguito le politiche che sostengo sono sempre state tendenzialmente progressiste e liberali. E la politica estera conservatrice in America è sempre stata orientata verso la moderazione.
Ho lavorato per i neoconservatori. Ho lavorato per Irving Kristol. Erano chiamati neoconservatori perché erano stati di sinistra e poi erano passati da poco a destra. Io non ho mai accettato che questa fosse una definizione ragionevole [delle mie posizioni].
Possiamo mettere da parte le questioni di definizione, perché potrebbe essere più importante parlare delle conseguenze delle politiche che hai sostenuto, indipendentemente dall’etichetta che ti si attribuisce. Non sei semplicemente un blogger: sei stato una voce influente nella politica estera. Alla luce dei tuoi recenti commenti sull’Iran, hai riconsiderato il tuo precedente sostegno alle guerre statunitensi, in particolare all’invasione dell’Iraq nel 2003?
Ho riflettuto sul mio sostegno alla guerra in Iraq molto prima che emergesse questa questione iraniana. Il punto fondamentale è che le circostanze dell’Iraq allora e quelle dell’Iran oggi sono completamente diverse da quelle del 2003.
Questo non significa che, col senno di poi, la guerra in Iraq non si sia rivelata un errore, ma gli argomenti strategici erano completamente diversi da quelli attuali e anche l’obiettivo generale della politica estera americana allora era del tutto diverso dall’obiettivo generale della politica estera di oggi.
Il contesto strategico era importante. Nel 2003 non eravamo preoccupati dalle crescenti sfide delle grandi potenze. La Russia era sostanzialmente ancora in difficoltà. I cinesi erano nella loro fase Hu Jintao-Wen Jiabao. Non c’era una particolare minaccia all’ordine mondiale quando gli Stati Uniti entrarono in guerra in Iraq.
Per rispondere alla tua domanda, non ho realmente cambiato idea in modo fondamentale. Le circostanze sono diverse. Dovresti presumere che io avessi una sorta di dottrina secondo cui bisogna sempre invadere il Medio Oriente ogni volta che se ne presenta l’occasione. Ma questa non è mai stata la mia dottrina.
Nel 2003 pensavo che invadere l’Iraq fosse giustificato. Mi vergogno di aver avuto un giudizio così scarso. La guerra in Iraq era inutile.
Dici che era inutile perché non prendi sul serio la natura della minaccia che si presentava.
Quale minaccia rappresentava Saddam Hussein? Era un dittatore da quattro soldi con un esercito ridotto all’osso.
Non sono d’accordo con te. Non era semplicemente un dittatore da quattro soldi. Era effettivamente un caso particolare. Aveva già compiuto due importanti atti di aggressione contro i suoi vicini. A proposito, è qualcosa che l’Iran non ha mai fatto. Saddam aveva invaso l’Iran [su “consiglio” statunitense, ndr]. Aveva invaso il Kuwait. Voleva chiaramente essere il Saladino del Medio Oriente. Puoi pensarla come vuoi, ma non ero certo l’unico ad aver sostenuto la guerra in Iraq.
È bizzarro guardare indietro e pensare che fosse in qualche modo un giudizio stravagante ritenere Saddam una minaccia, quando quasi tutti, compresa l’amministrazione Clinton, pensavano che Saddam fosse una minaccia. Era praticamente una posizione consensuale.
Quando la guerra andò male, molte persone vollero fingere di non averla mai sostenuta e decisero che fosse stata una cosa incredibilmente stupida da fare. Semplicemente non penso sia corretto tornare indietro e dire che si trattava di un’azione assurda quando una maggioranza così significativa degli americani, compresi membri del Congresso, pensava che fosse una cosa importante da fare.
Ma possiamo vedere quanto siano state disastrose le conseguenze. Secondo il Costs of War Project della Brown University, ci furono almeno 180.000 vittime civili dovute direttamente alla violenza della guerra, e fu l’invasione statunitense a innescare tutto il caos e la guerra civile che seguirono. Morirono 4.500 militari statunitensi e 3.600 contractor americani...
In dieci anni! Nell’arco di dieci anni.
...milioni di persone furono sfollate in tutto il Medio Oriente durante le guerre successive all’11 settembre. E trilioni di dollari per il Tesoro statunitense, se consideriamo decenni di assistenza a lungo termine per i nostri veterani. Faccio fatica a capire perché tu non possa ammettere che sia stato un errore.
Beh, non ho detto di non poter ammettere che sia stato un errore. Non sono sicuro di quale utilità abbia ammettere che sia stato un errore. Non riporterà in vita nessuno. Ma, sai, ci sono stati ovviamente elementi della guerra in Iraq che sono stati un errore.
Ne parlai molto chiaramente all’epoca, quando divenne evidente che l’amministrazione non solo non aveva inizialmente inviato abbastanza truppe, ma non aveva nemmeno capito quale ruolo quelle truppe dovessero svolgere, perché Donald Rumsfeld, dal momento stesso dell’invasione, voleva andarsene.
E quindi non ci assumemmo la responsabilità che, come disse Colin Powell, deriva dal principio: quando rompi qualcosa, ne diventi responsabile.
L’effetto più grande che rimpiango è il modo in cui la guerra ha influenzato l’atteggiamento degli americani verso la politica estera in generale... Col senno di poi è chiaro che gli americani erano diventati sempre meno entusiasti del ruolo che gli Stati Uniti stavano svolgendo nel mondo.
C’erano buone ragioni per cui gli americani si sono disillusi da quelle che io chiamo ‘avventure militari’. C’è il danno arrecato agli altri popoli, ma anche i risultati per gli Stati Uniti sono stati modesti.
Questo è ciò che dici tu, ma tutta la tua linea argomentativa dà per scontati tutti i modi in cui l’approccio complessivo americano al mondo ha prodotto enormi benefici sia per gran parte del mondo sia per gli Stati Uniti. Dai per scontato l’ordine mondiale che esisteva.
E ti dirò una cosa: non potremo più darlo per scontato, perché ora stiamo sperimentando il mondo che, immagino, tu pensi sarebbe stato migliore: un mondo nel quale gli Stati Uniti sostanzialmente restano a casa e si fanno gli affari propri.
Non è vero. La mia posizione è che gli Stati Uniti dispongono di altri strumenti oltre all’applicazione quasi esclusiva della forza e della coercizione.
Pensi che non abbiamo usato anche gli altri strumenti? Io penso che alla fine abbiamo usato la forza militare perché gli altri strumenti non stavano funzionando.
Il soft power. È qualcosa di cui ha parlato il politologo Robert Keohane...
Adesso vuoi insegnarmi cos’è il soft power?
No, ma non sei d’accordo sul fatto che recentemente gli Stati Uniti abbiano trascurato il soft power?
No. No. E c’è un intero mito riguardo alla guerra in Iraq, secondo cui avrebbe in qualche modo provocato il disincanto del resto del mondo nei confronti degli Stati Uniti e, di conseguenza, avremmo subito un disastro reputazionale.
In realtà, le alleanze degli Stati Uniti, compresi i Paesi che si erano opposti alla guerra in Iraq, non erano soltanto solide, ma si rafforzarono effettivamente nella seconda metà della presidenza di George W. Bush.
Se la tua posizione è che gli Stati Uniti abbiano indebolito la propria posizione nel mondo, allora perché tutti gli alleati continuano a fare affidamento sugli Stati Uniti per la loro protezione, nonostante siano presumibilmente questo orco? Non c’è alcuna logica.
Mentre l’amministrazione Trump distrugge la posizione degli Stati Uniti, il resto del mondo è sostanzialmente in lutto per la perdita degli Stati Uniti che erano una volta.
Pensi che gli Stati del GCC vogliano ancora basi americane all’interno dei loro territori?
Non ora, ma non a causa della guerra in Iraq. È perché gli Stati Uniti hanno dimostrato [sotto Trump] di essere un alleato terribilmente inaffidabile. Non perché pensino che gli Stati Uniti siano immorali. Pensi che siano preoccupati della moralità americana? Ciò che li irrita è che gli Stati Uniti si siano dimostrati un protettore inadeguato.
Se l’Iran non fosse stato in grado di colpirli con tutti quei droni e quei missili, non credo che si sarebbero rivoltati contro gli Stati Uniti. Erano in gran parte favorevoli all’eliminazione del regime iraniano. Il problema è che gli Stati Uniti non sono riusciti né a farlo né a proteggerli.
Un’altra ragione per cui pensavo che fosse una cattiva idea, e che non riguarda un cambiamento di dottrina, è che l’unica cosa che abbiamo imparato negli anni Novanta è che non si può ottenere il successo in situazioni del genere semplicemente bombardando.
Quando attaccammo Slobodan Milošević [in Jugoslavia], ricordo di aver ricevuto un briefing dal [generale] Wesley Clark, il quale disse che dopo quattro giorni di bombardamenti Milošević avrebbe ceduto. E 90 giorni dopo fu necessaria la minaccia di una forza di terra americana per convincerlo a ritirarsi.
Quindi penso che sapessimo che non si poteva eliminare il programma nucleare [dell’Iran] e certamente non si poteva ottenere un cambio di regime semplicemente bombardando le persone.
Il mio problema con alcuni critici della politica americana è che non si interessano di ciò che accade quando l’America non è coinvolta. Si interessano solo quando l’America è coinvolta.
Quando Saddam Hussein, per esempio, stava uccidendo 200.000 curdi e altre minoranze in Iraq usando armi chimiche, nessuno si interessava di quei 200.000. Si interessano solo alle vite perse come conseguenza dell’azione americana. C’è un evidente doppio standard nel giudicare il comportamento americano...
Hai menzionato Saddam e i curdi. Questo doppio standard vale anche per il governo statunitense.
Sì, lo so. Abbiamo anche abbandonato i curdi.
Gli Stati Uniti chiusero un occhio negli anni Ottanta quando Saddam gasò i curdi e, fino alla vigilia dell’invasione del Kuwait nell’agosto del 1990, George H.W. Bush inviava a Saddam Hussein lettere cordiali dicendogli quanto desiderasse coltivare le loro relazioni. Fu solo dopo l’invasione del Kuwait che Saddam Hussein divenne Adolf Hitler.
Sono d’accordo. Vuoi sostenere che gli Stati Uniti siano un Paese profondamente imperfetto che a volte fa la cosa sbagliata? Perché, se è questo che vuoi dire, sono perfettamente d’accordo.
Il mio punto è che la Guerra del Golfo fu una vittoria di Pirro. Gli Stati Uniti non sono mai riusciti a tirarsi fuori dal Medio Oriente. Alcuni sostengono che Israele sia una delle ragioni per cui gli Stati Uniti non sembrano riuscire a tirarsi fuori, almeno dal conflitto con l’Iran.
Beh, questo è certamente vero.
Perché le recenti amministrazioni statunitensi non sono riuscite assolutamente a frenare Israele, nonostante gli Stati Uniti dispongano di una notevole capacità di pressione?
Ci sono molteplici elementi nella risposta. Uno è ovviamente il ruolo degli ebrei nell’influenzare la politica americana, che è una realtà, proprio come irlandesi, italiani o greci hanno influenzato la politica americana.
L’altra cosa è che l’America è in generale islamofoba e quindi, per molti americani, qualsiasi nemico dell’Islam è un nostro amico. Penso che l’islamofobia sia una realtà negli Stati Uniti e che Israele sia considerato il baluardo contro l’Islam.
È un fatto spiacevole. La mia opinione è che non dovremmo avere una politica estera basata sull’islamofobia. Dovremmo poter avere rapporti perfettamente buoni con i Paesi islamici e con l’Islam stesso.
Qual è la tua opinione sulla condotta di Israele a Gaza? Come possiamo parlare di un “ordine basato sulle regole” dopo che il mondo ha permesso che accadesse? La condotta di Israele è stata resa possibile dagli Stati Uniti.
Io non parlo quasi mai di un ordine basato sulle regole, perché gli Stati Uniti hanno certamente applicato un doppio standard riguardo all’ordine basato sulle regole. Si potrebbe dire che abbiamo sostenuto l’ordine basato sulle regole tanto quando lo abbiamo violato quanto quando lo abbiamo rispettato.
Sembri un sostenitore della moderazione, adesso.
Beh, questo è di nuovo il punto. È come se riconoscere che l’America fa cose negative nel mondo ti trasformasse automaticamente in un “sostenitore della moderazione”. Secondo me significa semplicemente essere onesti dal punto di vista analitico.
Sapere che gli Stati Uniti fanno cose sbagliate non risponde alla domanda se gli Stati Uniti debbano essere coinvolti nel mondo.
La questione è come gli Stati Uniti dovrebbero essere coinvolti nel mondo.
Le critiche all’ordine americano sono legittime. La domanda è: quale alternativa sarebbe migliore? Se vuoi dirmi di non coinvolgerci mai più in Medio Oriente, direi: certo. Sono felicissimo di non essere mai più coinvolto in Medio Oriente.
Ma questo non è ciò di cui parlano fondamentalmente i sostenitori della moderazione. Parlano dell’uscita dall’intero sistema delle alleanze e della fine della natura della leadership americana dal 1945.
L’assunto alla base di questa posizione deve essere che il mondo sarà almeno altrettanto calmo, o più calmo, e che ci sarà meno conflittualità. E io respingo assolutamente questa idea. Penso che ci sarà più conflittualità.
E penso che ci siano molte cose che i sostenitori della moderazione non stanno prendendo in considerazione e che, dal mio punto di vista, la loro convinzione che un mondo multipolare possa esistere in una sorta di armonia pacifica sia quasi un po’ utopistica, quando penso che la storia suggerisca il contrario.
Fonte
11/08/2026
L’Iran ha cambiato la domanda. Washington non ha risposta
La prova immediata è nello Stretto di Hormuz. Iran e Oman stanno negoziando un accordo in base al quale Teheran potrebbe sovrintendere alle navi in entrata nel Golfo, mentre Mascate gestirebbe il traffico in uscita.
La proposta rimane ancora indefinita, ma rappresenta qualcosa di più grande di un semplice accordo marittimo: l’Iran sta tentando di spostare l’agenda diplomatica dalla ristretta questione della sua conformità nucleare verso l’architettura più ampia della sicurezza del Golfo.
Dalla fine della Guerra Fredda, la diplomazia statunitense in Medio Oriente è spesso partita da una conclusione: Washington definisce la crisi, identifica le parti accettabili e stabilisce i confini dell’accordo finale.
La negoziazione, quindi, è meno una discussione sull’ordine politico e più un processo attraverso il quale si chiede agli stati più deboli di accettarlo. Gli accordi prodotti sotto questo sistema non erano letteralmente documenti di resa.
Eppure, spesso portavano con sé la logica politica della resa: una parte manteneva il potere di decidere cosa costituisse conformità, mentre l’altra era tenuta a dimostrare la propria idoneità per ottenere sollievo economico, riconoscimento politico o un’autonomia limitata.
Iraq e Palestina
L’Iraq è stato l’esempio più lampante. Dopo la Guerra del Golfo del 1991, sanzioni estese devastarono una società già provata. Il programma “Oil-for-Food” delle Nazioni Unite, istituito con la Risoluzione 986 del Consiglio di Sicurezza nel 1995, consentiva all’Iraq di vendere quantità limitate di petrolio, mentre i proventi passavano attraverso un sistema di deposito controllato dall’ONU per pagare beni umanitari.
Fu presentato come un sollievo, ma il suo messaggio più profondo era inequivocabile: l’Iraq poteva accedere alla propria risorsa principale solo all’interno di una struttura progettata e supervisionata dall’esterno.
La sovranità era diventata condizionata e la punizione – inclusi i bombardamenti puntuali da parte degli Stati Uniti – divenne comune.
Il processo di Oslo operò diversamente, ma rifletteva uno squilibrio simile. La Dichiarazione di Principi del 1993 fu negoziata direttamente da israeliani e palestinesi attraverso un canale norvegese e firmata a Washington. Portò al riconoscimento reciproco e creò istituzioni palestinesi provvisorie, ma l’accordo rimandò le questioni decisive (statalità, confini, Gerusalemme, rifugiati e insediamenti) lasciando la potenza occupante a controllo del territorio e dei fatti sul terreno.
Washington sponsorizzò un “processo di pace” senza correggere l’asimmetria che rendeva una pace giusta così sfuggente. L’occupazione israeliana di Gerusalemme Est, Gaza e della Cisgiordania divenne strutturalmente permanente.
In entrambi i casi, gli Stati Uniti e le istituzioni che dominavano esercitarono un potente privilegio: determinavano la domanda a cui tutti gli altri erano tenuti a rispondere.
Iran
Con l’Iran, quella domanda è stata per più di due decenni il fascicolo sulle armi nucleari. La preoccupazione non iniziò nel 2005 (la cronologia dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica fa risalire l’impegno intensivo al 2002 e 2003), ma il confronto si inasprì dopo il 2005, quando l’Iran riprese l’attività di conversione dell’uranio per l’energia nucleare e la disputa si spostò verso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
La leadership iraniana dichiarò di non essere interessata alle armi nucleari, ma fu ignorata. Da allora, quasi ogni discussione sull’Iran è stata organizzata attorno a livelli di arricchimento, centrifughe, ispezioni, tempo di “breakout” e alleggerimento delle sanzioni.
L’inquadramento del programma nucleare iraniano come questione di proliferazione nucleare fu politicamente conveniente per Washington. Ridusse un’ampia contesa sul programma di armi nucleari di Israele, le basi militari statunitensi, le sanzioni e il controllo marittimo a un test di conformità iraniana.
Gli Stati Uniti potevano mantenere un’enorme impronta militare in tutto il Golfo, presentando le capacità iraniane come l’unica fonte di instabilità.
L’Iran sta ora tentando di invertire questo dibattito. Attraverso la diplomazia che coinvolge Oman, Pakistan e altri stati regionali, la posizione di Teheran è che la questione nucleare non può essere separata dall’architettura della sicurezza regionale.
La domanda non è più semplicemente quali limiti l’Iran accetterà, ma anche quali limiti dovrebbero applicarsi alla presenza militare e al potere coercitivo degli Stati Uniti e dei loro alleati.
Questo è il motivo per cui la questione delle basi statunitensi nel Golfo è importante. Per Washington, quelle installazioni sono infrastrutture che proteggono alleati, forniture energetiche e navigazione. Dal punto di vista di Teheran, sono le posizioni avanzate di una potenza capace di attaccare l’Iran rimanendo al riparo da ritorsioni sul proprio territorio.
L’argomento iraniano è che nessun accordo duraturo può esigere un contenimento permanente di Teheran, trattando nel contempo la postura militare degli Stati Uniti in Asia Occidentale come qualcosa di non negoziabile.
La discussione emergente sullo Stretto di Hormuz rende concreta questa inversione. Iran e Oman hanno riferito di progressi su un nuovo accordo per il traffico marittimo attraverso il corso d’acqua. Secondo resoconti della proposta, l’Iran sovrintenderebbe al traffico in entrata nel Golfo e l’Oman alla corsia in uscita, con una qualche forma di pagamento per servizi di sicurezza o ambientali ancora in discussione.
Il piano non è definitivo e Washington si oppone a qualsiasi accordo che comprometta il libero passaggio o dia a Teheran il controllo sulle proprie acque territoriali. Ciononostante, il significato politico di questo accordo in discussione è considerevole.
Per decenni, gli Stati Uniti si sono presentati come il garante ultimo della navigazione nel Golfo. I colloqui Iran-Oman suggeriscono un principio alternativo: gli stati che confinano con un corso d’acqua strategico possono costruire da soli il proprio ordine operativo.
Questa possibilità espone anche una contraddizione nella politica delle sanzioni. Se le navi commerciali devono entrare nel Golfo attraverso un corridoio amministrato dall’Iran, gli armatori, gli assicuratori e le banche dovranno sapere se i servizi iraniani richiesti, i sistemi dati o le tariffe attivano le restrizioni statunitensi.
Il semplice attraversamento delle acque territoriali iraniane non violerebbe automaticamente ogni sanzione statunitense. Il problema legale non nascerebbe solo dal transito, ma dai pagamenti a entità iraniane, dall’uso di fornitori di servizi sanzionati, dall’esposizione assicurativa e dall’elaborazione dei dati delle navi attraverso un meccanismo amministrato dall’Iran.
Ma un sistema funzionante amministrato dall’Iran potrebbe costringere Washington a concedere licenze, tollerare transazioni strettamente definite o rischiare di ostacolare il commercio che dice di proteggere. Le sanzioni non sarebbero più uno strumento applicato in un vuoto politico; si scontrerebbero con i requisiti pratici del passaggio marittimo.
Cosa significhi questo per la più ampia politica delle sanzioni statunitensi diventerà più chiaro solo in seguito per assicuratori e compagnie di navigazione.
Il quadro regionale più ampio rafforza l’argomentazione iraniana. La riconciliazione del 2023 tra Iran e Arabia Saudita, mediata dalla Cina dopo colloqui preliminari ospitati da Iraq e Oman, ha ripristinato le relazioni diplomatiche tra i due principali rivali del Golfo.
Non ha risolto la loro competizione né cancellato i loro conflitti. Ma ha dimostrato che la de-escalation poteva essere prodotta da trattative regionali e mediazione non occidentale (in questo caso, in modo sostanziale, dalla Cina) piuttosto che da una campagna di bombardamenti statunitensi.
La mediazione del Pakistan e il crescente dialogo sulla sicurezza tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan puntano nella stessa direzione, anche se non devono essere scambiati per un blocco guidato dall’Iran. Questi stati hanno i loro interessi e, a volte, profondi sospetti nei confronti di Teheran.
Il loro significato sta altrove: i governi regionali stanno sperimentando accordi sovrapposti in cui Washington non è più l’unico convocatore, garante o autore. L’azione militare statunitense ha ripetutamente promesso deterrenza, producendo invece escalation, spostamenti di popolazione e nuovi risentimenti.
I bombardamenti possono distruggere impianti e uccidere comandanti, ma non possono creare un ordine regionale legittimo. Né un sistema può essere stabile quando uno stato (Israele) possiede armi nucleari non dichiarate, continua a occupare la terra di un popolo e a condurre un genocidio contro di esso (i palestinesi), e si sente incoraggiato ad attaccare i suoi vicini (Libano, Iran, Siria) quando vuole.
Le vere domande
La vera sfida che l’Iran ha posto a Washington è quindi concettuale. Chi definisce l’agenda? Chi decide quali armi, basi e alleanze sono destabilizzanti? Chi controlla le vie d’acqua attraverso cui passa la ricchezza della regione? E ogni accordo deve essere garantito dall’esterno, oppure le potenze regionali (con tutte le loro rivalità) possono costruire accordi applicabili tra di loro?
Il prossimo accordo mediorientale non sarà duraturo se assomiglierà a un documento di resa. Dovrà affrontare il contenimento nucleare, gli schieramenti militari stranieri, l’accesso marittimo, le sanzioni, i missili e la non aggressione reciproca come parti di un unico problema di sicurezza.
Il risultato dell’Iran non è quello di aver risolto il problema. È che, dopo decenni in cui è stato costretto a rispondere alla domanda di Washington, ha costretto la regione a considerare una domanda diversa.
La questione non è più solo ciò che l’Iran deve cedere. È ciò che ogni potenza (inclusi gli Stati Uniti) deve essere pronta a negoziare.
Fonte
04/08/2026
L’imbroglio con cui l’Italia sta entrando in guerra contro l’Iran
Si tratta nel dettaglio della missione Task Force Air – Arabia, composta da centinaia di militari dell’Aeronautica Militare schierati tra Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein. La Task Force “concorre alla sorveglianza e alla difesa dello spazio aereo, nonché alla protezione delle forze e degli interessi nazionali presenti nell’area”.
Secondo il poco che c’è di leggibile sul sito del Ministero della Difesa, il dispositivo integra capacità di “allarme precoce, comando e controllo, difesa aerea, trasporto tattico, sorveglianza radar e contrasto ai sistemi aerei senza equipaggio”.
Stando a quanto riporta la pubblicazione specializzata Rivista Italiana Difesa, la missione militare in Arabia Saudita è stata resa possibile dalla facoltà che, con la nuova normativa, il Governo ha di spostare forze e assetti nella stessa aerea geografica dove esistono già una o più missioni autorizzate dal Parlamento.
Il riferimento a questo cavillo è relativo alla possibilità di “dispiegare un dispositivo multidominio nazionale in Medio Oriente al fine di contribuire alla realizzazione di un ambiente sicuro e alla stabilità regionale”.
La cornice è quella della missione in Iraq e Medio Oriente già approvata quasi in automatico dal Parlamento, dove sono elencati tanti Stati (Kuwait, Giordania, Siria, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrain). Nell’area geografica di intervento di questa missione non compare l’Arabia Saudita: c’è però un’altra dicitura molto generica, quella di “Golfo Arabico”.
In pratica è bastata una piccola deroga su quanto già approvato dal Parlamento – piuttosto distrattamente in un caso, in modo complice nell’altro – per ritrovarci di nuovo coinvolti con armi e bagagli in una guerra di cui il paese non sa nulla, e magari neanche è d’accordo.
Il ministro Crosetto su questo è stato sferzante: “Sostenere che il Parlamento fosse all’oscuro non è una critica al Governo ma o la confessione di non aver seguito le audizioni e non aver letto gli atti o non aver compreso ciò che si è votato”.
Formalmente non avrebbe neanche tutti i torti, ma certamente è stato praticato per l’ennesima volta il “vizietto” di inserire dettagli importanti nascosti come “passaggi incidentali” nei provvedimenti che il governo presenta al Parlamento.
Così come abbiamo denunciato qualche giorno fa, dunque, anche il Fatto Quotidiano rileva che in questi mesi – da marzo a oggi, ndr – nessuno dei parlamentari (di maggioranza o opposizione) ha chiesto delucidazioni e dettagli sulle forze italiane schierate nell’area.
E c’era chi pensava che le menzogne del governo si limitassero ai voli USA partiti dalle basi di Aviano e Sigonella, o ai convogli da Camp Darby per andare a fare la guerra contro l’Iran.
Dunque proprio nel momento in cui l’Arabia Saudita ha scelto una strada per così dire “assertiva” (contro gli Houthi yemeniti e le milizie irachene), andando a bombardare forze alleate dell’Iran, i contingenti militari italiani si trovano sul campo con una esplicita funzione anti-iraniana, difensiva sulla carta ma pienamente operativa nei fatti. Visto dall’Iran, e anche dal defunto diritto internazionale, è un posizionamento dell’Italia come soggetto apertamente belligerante.
Del resto nella storia degli imbrogli di guerra con cui i governi italiani hanno ingannato i propri cittadini sul coinvolgimento dell’Italia nei conflitti, ricordiamo anche la definizione dalemiana di “difesa preventiva” in base alla quale gli aerei militari italiani sono andati a bombardare in Serbia e Kosovo nel 1999; dunque in proiezione offensiva e niente affatto difensiva.
L’avventurismo delle classi dirigenti in Italia e l’indolenza – o complicità – politica delle cosiddette opposizioni in materia di coinvolgimento del paese in guerra, appaiono estremamente pericolosi per il presente e il futuro. Costoro mentono, occultano, confondono e alla fine ci troviamo dentro al baratro.
Fonte
Dal Golfo Persico al Mar Caspio: il fronte marittimo della guerra imperialista
Un filo rosso unico collega ormai le acque del Mar Caspio, le rotte del Mar Rosso e lo Stretto di Hormuz. Gli sviluppi militari hanno definitivamente infranto la separazione tra il conflitto russo-ucraino e l’aggressione all’Iran. Nella notte tra il 25 e il 26 luglio, il Servizio di Sicurezza Ucraino (SBU) ha condotto un attacco con droni a lungo raggio nel Mar Caspio, colpendo una nave commerciale iraniana.
L’accusa era quella di trasportare equipaggiamenti e componenti destinati a Mosca che sarebbero proibiti secondo le sanzioni imposte alla Russia. Imposte in maniera unilaterale dai paesi occidentali, ovviamente. L’attacco è avvenuto in una più ampia operazione che ha portato a colpire anche una motovedetta e un impianto petrolifero russi.
L’Ucraina è da tempo che porta avanti una convergenza strategica e tecnologica con Israele (riguardante in particolare i droni e l’intelligence). Ma il colpo inflitto qualche giorno fa segna un salto di qualità significativo, in quanto svoltosi su di un piano direttamente militare. L’Iran ha denunciato la morte di un marinaio e ha convocato i diplomatici di Kiev, definendo l’azione un atto di aggressione.
Colpendo la Repubblica islamica, l’Ucraina vuole attirare i favori di Trump, mostrandosi come elemento capace e determinante nell’indebolimento di Teheran. Allo stesso tempo, però, è un messaggio chiaro sul fatto che il conflitto in Ucraina non riguarda le “mire” russe sul paese, ma ha una dimensione tutta internazionale.
Zelensky e compagnia hanno dimostrato come ci sia un’internazionale imperialista che unisce Washington, Kiev e Tel Aviv. Alla faccia di chi accusa chi lotta contro il piano inclinato della guerra imperialista di essere “campista”: la presenza di un “campo”, imperialista però, l’ha resa plasticamente – con le bombe – la giunta di Kiev.
Il problema è che un’azione del genere non solo salda due fronti che, più o meno, erano rimasti separati fino a oggi nella “guerra mondiale a pezzi” scatenata dall’imperialismo occidentale contro il multipolarismo. L’attacco ucraino provoca un sostanziale ampliamento dell’area del conflitto, incancrenendolo e amplificando i pericoli per i civili e, in generale, che la situazione sfugga di mano.
Basti prendere ad esempio la pesante campagna ucraina di attacchi ai mercantili e alle petroliere russe. Mosca, alla fine, ha deciso di rispondere con droni e missili sui porti nemici, in particolare quello di Odessa. Gli operatori portuali hanno dunque deciso di sospendere le rotte verso l’Ucraina, facendo naufragare il cosiddetto “corridoio del grano” per un’escalation bellica senza nessun fine strategico. Un grave danno alla sicurezza alimentare globale.
Anche in Asia Occidentale, le tensioni accumulatesi in virtù dell’aggressione israelo-statunitense sono esplose persino nel rapporto tra Arabia Saudita e Houthi. Il 13 luglio la capitale dello Yemen è stata bombardata da Riad. L’obiettivo era un aereo che trasportava funzionari di Ansar Allah, ma secondo quel che riporta Reuters a bordo c’erano anche consiglieri militari iraniani, componenti per missili e droni, e fondi per l’organizzazione yemenita.
Ancora una volta, i sauditi tentano di decidere il corso politico dello Yemen, dopo aver devastato il paese con una guerra durata anni, tra denunce di crimini terribili. Gli Houthi hanno risposto colpendo installazioni, porti e petroliere dell’Arabia lungo la costa del Mar Rosso, per poi minacciare direttamente il traffico attraverso lo Stretto di Bab El Mandeb. Il traffico marittimo è crollato, mentre la raffineria ARAMCO di Jizan è stata devastata da incendi che potrebbero metterla fuori uso per anni.
L’avventurismo bellico dell’Occidente e dei suoi alleati si è naturalmente trasformato in un nuovo allarme per i mercati, con impatti significativi sui prezzi delle materie prime e sui costi di trasporto, oltre che, ovviamente, sui beni energetici. Non solo, il petrolio Brent aveva nuovamente superato i 100 dollari al barile, per poi scendere all’inizio di questa settimana solo perché gli attacchi si sono fermati causa penuria di munizione nei magazzini statunitensi, ma si registrano rincari anche per il gas naturale. Prezzi che pagheremo tutti noi, nella spesa di tutti i giorni. Un altro salasso che va inserito tra quelli determinati dalla deriva bellicista delle nostre classi dirigenti.
Non c’è giustificazione della logica “occhio per occhio” da parte nostra, ci mancherebbe, ma pretendere di fare la guerra a paesi in posizioni strategiche colpendone il commercio, per poi lamentarsi di come le reazioni abbiano ripercussioni sulle rotte mercantili è la logica di chi pretendere di essere padrone del mondo, per sclerotismo suprematista.
Fonte
02/08/2026
Contrordine! Per oggi non si spara...
Il clown famoso per i capelli arancione, purtroppo alla guida di una superpotenza nucleare, ci ha fatto la grazia.
“Ho accettato, per il futuro beneficio del MONDO e, allo stesso modo, per la sopravvivenza di un Iran prospero e di successo, di annullare l’attacco, subordinatamente alla possibilità di raggiungere rapidamente un ACCORDO”, ha scritto sul suo account Truth Social (le parole in maiuscolo sono farina del suo sacco).
Secondo lui sia l’Iran (molto improbabile) che “altri Paesi del Medio Oriente” avevano chiesto agli Stati Uniti di sospendere l’attacco “dato che erano state concordate le basi di un accordo. Ciò includerebbe l’immediata, completa e totale APERTURA DELLO STRETTO DI HORMUZ, e la fine della minaccia nucleare iraniana”.
Il primo annuncio è stato dato come al solito dal sito Axios, che però stavolta non l’ha affidato a Barak Ravid – ex ufficiale dell’Unità 8200 dei servizi segreti israeliani – ma ad altri due redattori. Si vede che il “titolare” aveva digerito male e ha marcato visita...
Di sicuro tutti i Paesi del Golfo hanno tempestato di telefonate la Casa Bianca, a partire da Mohammed Bin Salman, principe saudita. Dopo ripetuti contatti con Teheran, infatti, tutti erano arrivati alla stessa conclusione: il minacciato “attacco durissimo”, condotto in tandem tra Stati Uniti e Israele, che avrebbero questa volta preso di mira anche gli impianti di estrazione petrolifera dell’Iran per comprometterne a lungo la capacità produttiva, avrebbe avuto come immediata conseguenza una risposta “simmetrica” su tutti gli impianti del Golfo. E ovviamente anche su Israele.
Dopo cinque mesi di guerra “a rate”, del resto, la realtà ha stabilito che Teheran ha ancora grandi capacità di risposta missilistica e che la presenza di basi militari Usa nell’area è un pericolo per chi le ospita, non una “protezione”. Tanto meno una protezione efficace.
La prospettiva di un attacco “risolutivo”, dunque, che avrebbe fatto felice Netanyahu (questa la ragione del suo viaggio a Washington nei giorni scorsi), coincideva con il disastro per economie già pesantemente rallentate dal blocco dello Stretto di Hormuz e dalle prime avvisaglie di “problemi” anche nel passaggio di Bal-el Mandeb, porta del Mar Rosso.
Di lì a far esplodere una crisi globale per scarsità di forniture energetiche, il passo era infinitesimale.
Non è un segreto che fin qui i danni economici sono stati in varia misura tamponati con misure eccezionali e, in quanto tali, di breve durata. Come il rilascio di buona parte delle “riserve strategiche” di greggio da parte di quasi tutti i paesi (a partire proprio dagli Usa). Ma una riserva va poi ricostituita, e se c’è scarsità di forniture, resta semi-vuota. Con i prezzi che, come sperimentiamo quotidianamente, volano in cielo.
Anche perché quasi nessuno ha una capacità di diversificazione delle fonti di energia del livello della Cina (-40% di import petrolifero dal Golfo, compensato da rinnovabili e carbone).
Gli analisti militari ci aggiungono però i calcoli fatti dal Pentagono, alle prese con un consumo ormai accertato di missili intercettori (Patriot ed altri) tale da svuotare i depositi, mentre la produzione – per quanto incentivata dalla Casa Bianca – resta infinitamente più lenta.
Tra la fase iniziale dell’“Operazione Epic Fury” e l’ultima campagna offensiva gli Stati Uniti hanno lanciato circa 1.500 missili intercettori Patriot, più della metà delle scorte dichiarate prima della guerra, ovvero 2.300.
La linea di produzione della Lockheed, anche dopo i contratti di emergenza, procede a rilento: 620 missili l’anno, da condividere peraltro con ogni “alleato” disperato, dall’Ucraina al Golfo e soprattutto Israele.
In questi cinque mesi sono stati effettivamente consegnati solo 172 esemplari di ricambio, poco più del 10% rispetto al “consumo”. L’aumento promesso non si concretizzerà prima della fine del decennio; il ripristino dei depositi di munizioni prebellici è previsto per la metà del 2029, ma naturalmente solo se si smette di usarli nelle varie guerre in corso.
Preoccupazioni simili ci sono però anche per i missili “offensivi” come i Tomahawk (uno dei quali ha provocato la strage di Minab, 162 bambine uccise nella loro scuola). L’unica alternativa, come già detto, restano le vecchie bombe “prive di intelligenza”, che vanno però portate sugli obbiettivi da aerei, con il forte rischio che vengano abbattuti (un F-15 e un F-35 hanno subito questa sorte e da allora gli attacchi sono quasi solo missilistici, così come le risposte iraniane).
Insomma Donal “Taco” Trump ci fa la grazia di sospendere un nuovo attacco perché non se lo può permettere, sia per calcolo economico (e politico, visto che tra 90 giorni si vota per rinnovare metà Congresso), sia per brutale matematica militare.
Questo non vuol dire però che la strada per un “accordo” – possibilmente meno ambiguo del Memorandum firmato in Svizzera tempo fa – sia in discesa. Anzi...
Ross Harrison, del Middle East Institute, ha spiegato ad Al Jazeera che “Abbiamo altri file che sono ora confusi con il file iraniano: il file del Libano, il file Israele-Palestina, il file saudita-houthi, il file in Iraq. Ad un certo punto nel tempo, i responsabili delle decisioni perdono il controllo della dinamica [perché] anche se vogliono una de-escalation, altri attori possono intensificare il quadro, e potrebbe rendere molto, molto difficile per gli Stati Uniti e l’Iran districarsi dalla situazione”.
Le verifiche ci sono già state: ogni volta che “la trattativa” tra Usa e Iran sembrava prendere la direzione giusta, Israele è intervenuta – con azioni dirette o false-flag – per riportare tutto sul piano puramente militare. Altri soggetti “bisognosi” della guerra perenne, nell’area, non ce ne sono...
La situazione, quindi, per ora non cambia. Questo continuo stop & go appare destinato a durare ancora a lungo. Molti scommettono, augurandosi ovviamente di sbagliare, che si potrebbe arrivare fino a metà 2027.
Con la benzina a 4 euro al litro non si va lontano...
Fonte
01/08/2026
L’Italia coinvolta nella guerra del Golfo. Militari e armamenti italiani già sul terreno
La notizia in realtà era stata comunicata piuttosto in sordina dal capo di Stato maggiore Portolano in un’audizione in Parlamento poco più di un mese fa (il 16 giugno) ed era stata inserita nelle pieghe del decreto sulle missioni militari all’estero ma senza essere esplicitata. Probabile che anche in quel caso i parlamentari durante l’audizione fossero troppo impegnati a giocare sul cellulare per prestare la dovuta attenzione a quanto veniva detto da Portolano.
Dunque anche in questo caso – e come avviene troppo spesso – il Parlamento è stato messo davanti al fatto compiuto, così come era avvenuto per l’invio di armi all’Ucraina nel 2022 o per l’aggressione Nato alla Jugoslavia nel 1999.
Infatti è dalla metà di marzo che centinaia di militari italiani sono già presenti in Arabia Saudita e altri Paesi del Golfo impegnati contro gli attacchi iraniani, e per “proteggere gli interessi nazionali” nella regione.
Secondo quanto riportato, nei paesi del Golfo risultano già schierate batterie missilistiche antiaeree Samp-T, cannoni antidrone Skynex, caccia Eurofighter e l’aereo radar Gulfstream Caew. Il compito di renderli operativi spetta a 400 militari in Arabia Saudita e ad altri 300 distribuiti tra Kuwait e Bahrein.
La missione ha un nome “Task Force Air Arabia”, è operativa già dalla seconda metà di marzo ed è presentata con pochissime stringate righe sul sito del Ministero della Difesa. Proprio ai primi di marzo, i ministri della Difesa Crosetto e degli Esteri Tajani avevano comunicato al Parlamento che c’erano state richieste di aiuto all’Italia da parte delle petromonarchie del Golfo bersagliate dall’Iran in ritorsione agli attacchi di Usa e Israele, ma non avevano detto nulla sull’invio di militari e armamenti italiani sul campo.
Ma il coinvolgimento militare italiano nella guerra in Medio Oriente potrebbe non esaurirsi qui.
Di fronte al rischio che oltre Hormuz venga bloccato anche lo Stretto di Bab el Mandeb sul Mar Rosso, l’Arabia Saudita ha organizzato un vertice con 43 Paesi – presente anche una delegazione dell’Unione europea – con l’obiettivo di costruire una coalizione internazionale per la “libertà di navigazione” dello Stretto di Hormuz e di Bab el Mandeb. L’iniziativa saudita si viene a sovrapporre alla missione europea Aspides (in cui è presente l’Italia) e a quella annunciata da alcuni Stati europei, tra cui Regno Unito, Germania, Italia e Francia, ma potrebbe essere la “cornice” tanto attesa per avviare l’operazione militare contro l’Iran e gli Houthi yemeniti.
Fonte
15/07/2026
Niente “tassa sullo Stretto” e un ordine a Israele
“Emiri e Paesi del Golfo mi hanno chiamato chiedendomi di investire negli Stati Uniti al posto di pagare l’imposta del 20%” sui beni che transitano per lo stretto di Hormuz. “Investiranno un incredibile somma di denaro negli Usa”.
Probabilmente non è vero neanche questo – al massimo, come da oltre 50 anni, investiranno a Wall Street, nell’immobiliare di lusso e in titoli di stato Usa – ma tutto va bene per far passare una bufala come un grande successo.
Proprio quello che non gli riesce con l’Iran, dove l’alternanza tra colloqui diplomatici e bombardamenti prosegue senza che si possa individuare un punto di svolta in tempi non biblici.
È comprovato, ormai, che la serie di “attacchi devastanti” effettuati a giorni alterni non hanno raggiunto nessuno degli obiettivi dichiarati. Certo, fanno danni e qualche vittima, ma non cambiano l’equazione strategica che regola questo conflitto.
L’attacco israelo-americano del 28 febbraio, infatti, ha avuto come conseguenza imprevista (solo dall’amministrazione Usa) il blocco dello Stretto di Hormuz, da cui passa il 20% delle forniture di idrocarburi per l’economia mondiale.
Tenere chiuso lo Stretto non richiede grandi sforzi – missili, droni aerei e marittimi nascosti in gallerie sotto alte montagne rocciose difficilmente vengono distrutti in numero significativo; e ne bastano un paio ogni qual volta una nave che non ha contrattato con Teheran il passaggio prova a forzare il blocco credendo nella “protezione” statunitense – e il risultato geostrategico è al contrario molto rilevante.
Incrementare la portata dei bombardamenti sull’Iran comporta il già verificato rischio di un allargamento serio del conflitto, tale da mettere il resto del mondo davanti ad una crisi energetica di proporzioni incalcolabili (la produzione e commercializzazione del petrolio o del gas è assai “rigida”, visto che i paesi produttori da sempre estraggono al limite delle possibilità fisiche).
Ergo, metter fine a questa guerra è interesse del mondo, ma anche degli Stati Uniti – il prezzo dei carburanti si alza per tutti, e da quelle parti è un problema politico serio – e di tutti i paesi del Golfo, che fin qui avevano fatto affidamento sulla presenza militare Usa per sentirsi al sicuro.
Hanno verificato, invece, che quelle basi attirano missili e droni, bloccando le loro esportazioni e danneggiando anche qualche impianto.
Sappiamo che Israele è l’unico soggetto al mondo e in Medio Oriente che ha bisogno di proseguire all’infinito la guerra contro tutti i suoi vicini, per realizzare quella “Grande Israele” di una mitologia da pecorai di 3.000 anni fa.
Ma questo interesse non è palesemente quello statunitense, se non altro. E infatti se ne lamenta il sito Axios – che ha affidato il tema “guerra all’Iran” a Ravid Barak, ex ufficiale dell’Unità 8200 dell’esercito israeliano – secondo cui “giovedì, durante una telefonata, il presidente Trump ha detto al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che Israele dovrebbe iniziare a ritirare le sue forze dalla Siria e lo ha esortato a fare lo stesso in Libano”.
Per Netanyahu e il suo governo di suprematisti sarebbe una tragedia, in pratica l’ennesima sconfitta politica che segue una non trionfale offensiva militare condotta con metodi genocidi. È noto, infatti, che nel sud del Libano, proprio come a Gaza, l’Idf abbia proceduto a demolire tutte le infrastrutture civili e le abitazioni per rendere impossibile il ritorno dei profughi fuggiti durante l’offensiva. Qualcosa del genere sta avvenendo anche in Siria.
L’intento, come sempre dal 1948, è quello di rendere eterna l’occupazione di quei territori per trasformarli in tempi rapidi i “territorio dello Stato ebraico”, utilizzando la scusa di “cuscinetti di sicurezza” che si spostano verso nord ad ogni crisi. Alcuni giornali locali ironizzano spesso sul fatto che prima o poi quel “cuscinetto” arriverà fino ad Oslo...
Ma questa volontà coloniale impedisce di fatto qualsiasi composizione, anche provvisoria, del conflitto. Ci arriva persino Trump che, sempre secondo Axios, nella telefonata a Netanyahu avrebbe detto “Non ti vogliono lì. Dovresti trasferirti altrove”.
Il problema dei territori siriani occupati è infatti una bomba messa sotto l’Alleanza Atlantica. L’attuale “presidente” Al Sharaa – vero nome di Al Jolani, ex dirigente dell’Isis e di Al Qaeda – è stato fin qui più che condiscendente con l’aggressivo vicino sionista. Ma certo non può restare a lungo silente davanti a un’erosione continua della parte più abitata e abitabile del suo paese.
Ancor meno può tollerarlo la Turchia, vero “protettore” degli ex jihadisti che hanno alla fine cacciato Assad, che si propone come leader dei musulmani sunniti in alternativa-coabitazione con l’Arabia Saudita.
Ecco quindi che i mille fili della rete che “contengono” l’irascibile Hulk di Washingon diventano automaticamente anche lacci e lacciuoli per i killer di Tel Aviv.
Per ora questi ultimi provano a praticare il loro più antico gioco: far finta di accettare un “ritiro parziale”, in “zone pilota”, che diventeranno ben presto occasioni di provocazioni e scontro, da cui verrà fuori l’ennesima “offensiva difensiva” per “costruire un cuscinetto di sicurezza” ancora più ampio.
Spezzare questa spirale infernale è possibile – senza provocare una catastrofe globale – solo se il “bandito più grande” (ossia Washington) riesce ad obbligare il “cane pazzo” di Tel Aviv a moderare i suoi appetiti.
Non sarà facile, anche perché questa sarebbe comunque una confitta strategica per entrambi.
Fonte
12/06/2026
La Ue gioca con il fuoco nel Mediterraneo e l’Ucraina danneggia i propri alleati
Non sarà senza conseguenze l’ultima decisione con cui l’Unione Europea intende aumentare la pressione economica contro la Russia.
L’Unione ha infatti autorizzato le proprie navi da guerra impegnate nel Mediterraneo nell’ambito dell’operazione IRINI a fermare e ispezionare petroliere straniere sospettate di trasportare greggio russo appartenente alla cosiddetta “flotta ombra”. L’annuncio è arrivato dalla solita Kaja Kallas, una degli esponenti europei più guerrafondai in qualità di Alta rappresentante dell’UE per la politica estera. L’obiettivo, secondo la Kallas, è ridurre le entrate con cui Mosca finanzia le proprie operazioni militari in Ucraina.
È bene ricordare che l’operazione IRINI era stata lanciata dalla Ue nel Mediterraneo nel 2020 ma con il compito di monitorare il rispetto dell’embargo sulle armi dirette alla Libia. Con questa decisione il mandato dell’operazione europea viene ampliato, ciò consentirà alle unità navali europee di abbordare e controllare anche le navi sospettate di aggirare le sanzioni energetiche imposte alla Russia. Sempre che quest’ultima accetti di farsi abbordare le proprie navi senza reagire.
La decisione fa il paio con la proposta di estensione del mandato dell’altra missione navale militare europea – Aspides – la quale, dopo il Mar Rosso, vorrebbe intervenire anche nello Stretto di Hormuz, nonostante l’Iran abbia fatto sapere chiaramente che non gradirà la presenza di navi militari straniere.
Insomma nel Mediterraneo come nel Golfo Persico la UE continua a giocare con il fuoco. E “l’incidente” è sempre più a portata di mano, quanto cercato con ossessiva determinazione.
Contestualmente, l’Unione Europea continua a mostrare totale complicità verso le operazioni – e i danni – che l’Ucraina continua a infliggere ai propri alleati europei.
È il caso del sabotaggio al gasdotto North Stream in Germania nel 2022 e del danneggiamento nel Mediterraneo della nave metaniera russa Arctic Metagaz – colpita dai droni marini ucraini e mandata alla deriva lo scorso marzo, per poi approdare in Libia. Adesso sono i droni ucraini che continuano a provocare problemi alla “alleata” Romania (membro della Ue e della Nato).
Dopo la manipolazione smascherata sul caso del drone russo intercettato dagli ucraini e poi caduto in Romania qualche settimana fa, un nuovo caso sta esacerbando la pazienza degli alleati con l’Ucraina.
L’ultimo episodio, di sei giorni fa, è quello del drone marino esploso nel porto rumeno di Costanza che – in questo caso – non era russo, ma ucraino. Anche in questa occasione ad affermarlo è stato il presidente della Romania Nicușor Dan, che non è certo un amico del Cremlino.
Il Ministero della Difesa rumeno il 5 giugno ha riferito che quattro droni sono sfuggiti al controllo delle Forze Armate ucraine. Uno di essi è esploso nel porto di Costanza, il secondo in mare aperto vicino al porto, altri due – a circa 145 km a est della città della Romania.
Pare che l’obiettivo dei droni marini ucraini fosse la petroliera Safeen Elona diretta da Costanza al porto russo di Novorossik dove doveva imbarcare petrolio.
Fonte
16/03/2026
Gli Stati Uniti potrebbero perdere il Golfo
Sarebbe una non piccola ironia se il Medio Oriente americano raggiungesse la sua apoteosi proprio mentre l’intera regione sprofonda nell’abisso. Ma quel giorno potrebbe arrivare. Gli stati del Golfo non possono più credere che gli Stati Uniti possano o vogliano proteggerli da minacce esistenziali. E anche se sono costretti a cooperare apertamente con Israele nella sua guerra, lo considereranno sempre più una minaccia piuttosto che un potenziale alleato.
L’attacco dell’Iran agli stati del Golfo in ritorsione all’attacco USA-Israele ha infranto il riavvicinamento regionale duramente conquistato negli ultimi tre anni. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti erano da tempo allineati con Israele sulla necessità di una strategia di contenimento dell’Iran.
Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, all’inizio del suo regno de facto, si era scagliato contro la Repubblica Islamica e aveva manifestato la sua disponibilità all’azione militare. I leader del Golfo erano voci affidabili a favore di politiche più aggressive nei confronti dell’Iran e scettici accesi della diplomazia nucleare, mentre i loro alleati e delegati combattevano con l’Iran in un’ampia fascia del Levante, dell’Iraq e dello Yemen.
Ma quei giorni sono ormai lontani. I leader del Golfo sono rimasti sbalorditi dalla capacità dell’Iran e dei suoi alleati di prendere di mira le raffinerie di petrolio saudite nel 2019, senza alcuna efficace capacità difensiva o una significativa risposta statunitense. Una successiva tornata di droni su Abu Dhabi ha rafforzato la lezione di una reale vulnerabilità che l’alleanza con gli Stati Uniti non poteva o non voleva compensare.
Nel 2023, l’Arabia Saudita e l’Iran hanno ripristinato le relazioni diplomatiche e stabilito una distensione più ampia sotto apparenti auspici cinesi, un elemento chiave della più ampia tendenza regionale verso la de-escalation delle guerre per procura e dei conflitti interni. La distensione ha resistito durante la guerra dei 12 giorni della scorsa estate, poiché gli stati del Golfo sono rimasti ai margini e l’Iran si è astenuto dal prenderli di mira.
Ma questa volta si applicava una logica strategica diversa. Con Israele e Stati Uniti chiaramente pronti a lanciare una massiccia e coordinata guerra per un cambio di regime, l’Iran ha capito che non si poteva tornare allo status quo. I vantaggi offerti dal riavvicinamento con l’Arabia Saudita erano già svaniti.
Gli stati del Golfo, per la maggior parte, preferivano evitare la guerra, ma ne riconoscevano l’inevitabilità, poiché l’armata statunitense si stava radunando e i mediatori omaniti vedevano che l’amministrazione Trump non si preoccupava neanche di fingere di negoziare in buona fede.
Con la guerra inevitabile, gli stati del Golfo speravano almeno di modellare la geografia e la strategia del conflitto in modo da ridurre al minimo la loro esposizione alle sue conseguenze. Speravano in una guerra breve che avrebbe sostituito i principali leader iraniani con autocrati più pragmatici, presumibilmente provenienti dall’esercito, senza frantumare lo stato in modi che avrebbero diffuso instabilità, rifugiati e incertezza. E speravano che il conflitto rimanesse confinato a Israele e Iran, lasciando gli stati del Golfo e il trasporto del petrolio relativamente indenni.
L’Iran ha respinto questo copione, rispondendo all’attacco israelo-americano con un bombardamento massiccio e crescente di tutti i paesi vicini del Golfo. Mentre i droni e i missili iraniani si sono concentrati in particolare sugli Emirati Arabi Uniti e sul Bahrein, successivamente Teheran ha attaccato anche il Kuwait, l’Arabia Saudita e persino gli alleati Qatar e Oman.
I suoi schemi di attacco suggeriscono una strategia chiara, ben lontana dagli spasmi casuali di violenza atavica descritti da gran parte dei media. L’Iran ha preso di mira centri civili nel cuore degli stati del Golfo, segnalando la loro vulnerabilità senza precedenti alla popolazione e ai leader. Le visite ampiamente pubblicizzate dei leader del Golfo ai centri commerciali e ai luoghi pubblici locali dimostrano quanto seriamente prendano lo shock e la paura del pubblico.
I benefici di un attacco attraverso il Golfo hanno superato qualsiasi beneficio residuo di moderazione, soprattutto perché l’Iran non ha ritenuto di aver ottenuto alcun vantaggio dall’aver resistito l’ultima volta. L’Iran si è proposto di causare rapidamente un danno economico globale per aumentare la pressione per un cessate il fuoco. Ha chiuso lo Stretto di Hormuz senza troppi sforzi, semplicemente lanciando minacce che le petroliere non hanno voluto testare.
Le raffinerie di petrolio saudite e la produzione di gas naturale liquefatto del Qatar sono state chiuse anche senza attacchi iraniani diretti. I prezzi del petrolio e del gas stanno aumentando rapidamente e gli Stati Uniti sembrano impreparati a rispondere. A tutto questo si aggiunge il fatto che gli Houthi – che hanno di fatto bloccato la navigazione nel Mar Rosso sfidando gli attacchi statunitensi e israeliani durante la guerra di Gaza – non si sono ancora uniti alla lotta.
L’Iran sta già imponendo costi globali significativi, pur chiarendo di mantenere la capacità di intensificare l’escalation (dopo che un drone intercettato ha danneggiato una raffineria di petrolio saudita, l’Iran si è assicurato di spiegare di non aver preso di mira la raffineria, ma che avrebbe potuto farlo). E infine, come fa con Israele, l’Iran cerca di esaurire i sistemi di difesa missilistica del Golfo e degli Stati Uniti con ondate successive di droni economici e facilmente producibili e missili Shahed, prendendo di mira sistematicamente i sistemi radar e di comunicazione che consentono tali difese.
Nessuno dovrebbe lasciarsi ingannare dagli alti tassi di successo della difesa missilistica nelle fasi iniziali di un conflitto come questo, poiché i costosi sistemi di difesa respingono attacchi poco costosi. La vera prova del fuoco arriva quando gli intercettori si esauriscono e iniziano a essere lanciati missili di qualità superiore.
Nonostante gli elevatissimi livelli di bombardamenti aerei subiti dall’Iran e la decapitazione dei suoi vertici, tutti e tre i livelli della strategia iraniana nei confronti del Golfo sembrano funzionare come previsto. Questi attacchi potrebbero benissimo coinvolgere le risorse militari del Golfo nella mischia (sebbene l’Arabia Saudita sembri intenzionata a non abboccare), ma non è scontato che aggiungerebbero molto militarmente a ciò che l’Iran già deve affrontare.
Molti israeliani e americani celebrano le mosse degli stati del Golfo verso una cooperazione militare aperta, ma dal punto di vista dell’Iran, spingere i suoi avversari regionali a un’alleanza aperta con un Israele profondamente impopolare invece di una tacita cooperazione velata ha significativi benefici regionali e politici. Ciò che americani e israeliani considerano un costo elevato per l’Iran non è necessariamente valutato negli stessi termini da Teheran.
Ancora più preoccupante per i leader del Golfo, tuttavia, è che Washington ne abbia respinto il copione. L’intero ordine del Golfo si è a lungo basato sulle garanzie di sicurezza statunitensi contro l’Iran. I leader del Golfo ritenevano di godere di migliori relazioni con Trump rispetto a qualsiasi precedente amministrazione statunitense. Apprezzavano il suo smisurato interesse per le opportunità finanziarie del Golfo, la sua preferenza per l’autocrazia rispetto alla democrazia e il suo stile personalista che rispecchiava il loro. Hanno anche notato il suo apparente allineamento con le loro posizioni contro Israele sul cessate il fuoco di Gaza e sul sostegno al nuovo regime siriano.
Ciò rende il loro senso di tradimento ancora più acuto in questo momento. I leader del Golfo hanno buone ragioni per credere che Stati Uniti e Israele abbiano lanciato una guerra, che ha un impatto diretto non solo sui loro interessi ma anche sulla loro sopravvivenza, senza una seria consultazione. Sono profondamente a disagio con la strategia israeliana di cambio di regime, che prevede la distruzione delle istituzioni statali iraniane, poiché capiscono che (a differenza di Israele) non possono essere immuni dalle conseguenze catastrofiche.
Riescono a stento a credere all’impotenza degli Stati Uniti nel proteggere le installazioni petrolifere e le spedizioni, e all’incapacità o alla riluttanza degli Stati Uniti a rinnovare rapidamente le loro scorte di intercettori in diminuzione. C’è la profonda sensazione che le basi militari statunitensi siano diventate una fonte di minaccia piuttosto che di sicurezza.
Questa insicurezza è una sconvolgente consapevolezza per una regione che è stata un’oasi di stabilità e prosperità in un Medio Oriente altrimenti al collasso. L’Iran ha, per la prima volta, infranto le illusioni dei cittadini del Golfo sulla loro immunità dalla politica regionale.
I ricchi stati del Golfo e i loro cittadini avevano buone ragioni per ritenere di essersi staccati dai problemi della regione, di avere più in comune con i ricchi stati asiatici che con il Medio Oriente in frantumi. Il prezzo umano delle politiche di potenza regionali avrebbe dovuto essere pagato da siriani, sudanesi, libanesi e yemeniti, non da loro.
Fonte
15/03/2026
Kharg, la “perla orfana”
Sotto il sole cocente del Golfo, il ronzio ritmico di milioni di barili di petrolio greggio che scorrono in oleodotti sottomarini vibra contro l’antica roccia corallina.
Qui, una volta sostò il celebre scrittore iraniano Jalal Al-e-Ahmad, che contemplando le coste isolate, definì in un modo che rimase celebre questa massa terrestre: la “perla orfana del Golfo Persico”.
Oggi, questa propaggine corallina di 22 chilometri quadrati (8,5 miglia quadrate) nella provincia di Bushehr è ampiamente conosciuta tra gli iraniani come l'“Isola Proibita”.
Avvolta in un fitto riserbo e sorvegliata dalle elitè del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), è un luogo in cui l’ingresso è rigorosamente limitato a coloro che possiedono autorizzazioni di sicurezza ufficiali.
Eppure, al di là delle imponenti recinzioni d’acciaio e delle torri di guardia militari, si trova un paesaggio incontaminato dove millenni di diversa storia umana coesistono silenziosamente con il cuore pulsante del moderno impero energetico iraniano.
Nelle prime ore di sabato 14 marzo, l’isola di Kharg è diventata l’ultimo epicentro della guerra USA-Israele contro l’Iran, dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato che l’aeronautica del suo paese aveva bombardato installazioni militari sull’isola iraniana.
“Per ragioni di decenza, ho scelto di NON distruggere le infrastrutture petrolifere sull’Isola. Tuttavia, se l’Iran, o chiunque altro, facesse qualsiasi cosa per interferire con il Libero e Sicuro Passaggio delle Navi attraverso lo Stretto di Hormuz, riconsidererò immediatamente questa decisione”, ha scritto Trump su Truth Social.
Il centro nevralgico del petrolio
Situata a 55 km (34 miglia) a nord-ovest del porto di Bushehr e a 15 miglia nautiche (equivalenti a circa 28 km) dalla terraferma iraniana, l’isola di Kharg è l’indiscusso pilastro economico dell’Iran.
L’isola gestisce il 90 per cento delle esportazioni totali di petrolio della nazione, movimentando circa 950 milioni di barili ogni anno.
Con una lunghezza di appena 8 km (5 miglia) e una larghezza di 4-5 km (2,5-3 miglia), le sue profonde acque circostanti forniscono un vantaggio geografico naturale. Questa profondità consente a colossali superpetroliere di attraccare in sicurezza e caricare greggio destinato principalmente ai mercati asiatici, con la Cina che si pone come il principale importatore.
Secondo il Ministero del Petrolio iraniano, le strutture dell’isola fungono da centro nevralgico vitale per il settore. Il terminal riceve greggio da tre grandi giacimenti offshore – Aboozar, Forouzan e Dorood – che viene poi trasportato attraverso una complessa rete di oleodotti sottomarini agli impianti di lavorazione sulla terraferma prima di essere stoccato o spedito ai mercati globali.
Nonostante anni di sanzioni internazionali che periodicamente hanno soffocato la produzione, l’Iran ha espanso notevolmente le infrastrutture dell’isola.
Nel maggio 2025, S&P Global Commodity Insights ha riportato che Teheran ha aggiunto due milioni di barili alla capacità di stoccaggio del terminal riabilitando i serbatoi 25 e 26, ciascuno in grado di contenere un milione di barili.
Storicamente, la capacità di carico di questi terminal continuamente potenziati ha raggiunto l’enorme cifra massima di sette milioni di barili al giorno, sebbene le attuali esportazioni nazionali si aggirino intorno a 1,6 milioni di barili al giorno, in aggiunta alla gestione della produzione per il mercato interno.
Imperi ed esili
Il valore marittimo strategico dell’isola ne fece un ambito bottino per i conquistatori molto prima della scoperta degli idrocarburi. Sebbene alcuni colleghino erroneamente il nome “Kharg” all’antica città interna di Charax Spasinou – fondata da Alessandro Magno vicino all’odierna Bassora alla confluenza dei fiumi Tigri e Karkheh – i reperti archeologici confermano che non sono correlati.
Attraverso i secoli, il nome dell’isola si è evoluto nei dialetti locali e nelle mappe europee, registrato variamente come Kharg, Khark, Kharaj e Kharej. Le sue sorgenti d’acqua dolce naturali e la posizione privilegiata ne fecero un crocevia marittimo essenziale, facilitando l’esportazione di prodotti agricoli e minerali.
Durante l’era coloniale europea, i portoghesi furono i primi a impadronirsi di Kharg insieme ad altre isole del Golfo. Entro la metà del XVIII secolo, presero piede le ambizioni olandesi.
Nel 1752, il barone olandese Kniphausen raggiunse un accordo con Mir Naser al-Zaabi, sovrano di Bandar Rig, per stabilire una stazione commerciale. L’anno successivo, la Compagnia Olandese delle Indie Orientali costruì un forte pesantemente presidiato per proteggere i propri interessi.
Tuttavia, questa enclave coloniale ebbe vita breve; dopo anni di crescenti tensioni, Mir Muhanna, governatore di Bandar Rig, attaccò con successo la fortezza ed espulse definitivamente le forze olandesi nel gennaio 1766.
Nel XX secolo, la narrativa dell’isola prese una piega oscura quando Reza Shah Pahlavi, che fu Scià dell’Iran dal 1925 al 1941, la trasformò in un remoto luogo di esilio per prigionieri politici, lasciando il suo più ampio potenziale completamente inesplorato. L’era petrolifera moderna iniziò veramente a prendere forma dopo il 1958.
Abbandonato il suo tetro passato penale, Kharg fu selezionata per diventare un enorme hub di esportazione di greggio, con il suo nuovo terminale in acque profonde ufficialmente commissionato e il primo importante carico spedito nell’agosto del 1960. Con la scoperta di giacimenti offshore negli anni ’60, Kharg eclissò il porto di Abadan, attirando enormi petroliere ai suoi ormeggi in acque profonde.
Echi di un passato diversificato
La moderna facciata industriale dell’isola cela una profonda ricchezza archeologica. Le prove di insediamenti umani risalgono alla fine del secondo millennio a.C., abbracciando le ere elamita, achemenide e sasanide.
Tra i suoi siti più venerati c’è il Santuario di Mir Mohammad, costruito nel VII secolo del calendario islamico Hijri (fine del XIII secolo), caratterizzato da due cupole coniche realizzate in roccia e fango.
Nelle vicinanze sorge il Santuario di Mir Aram, che ospita una pietra di 12 metri (39 piedi) con iscrizioni islamiche e due torce che si ritiene risalgano al periodo achemenide. La gente del luogo associa questo sito a Mir Aram, un discendente del profeta Noè, menzionato sia nel Corano che nella Bibbia.
L’isola è una testimonianza di pluralità religiosa e culturale. Un antico cimitero storico contiene un notevole mosaico di fedi, con siti di sepoltura zoroastriani, tombe cristiane e sepolcri di epoca sasanide.
Altri monumenti storici che punteggiano l’isola includono i resti del Forte Olandese del 1747, il Giardino Olandese, il Frutteto di Kharg, un’antica linea ferroviaria, cimiteri islamici e un’iscrizione achemenide di profondo significato. Questa incisione su roccia corallina, di dimensioni 85 per 116 cm (33 per 46 pollici), è celebrata come una delle più antiche testimonianze archeologiche che menzioni esplicitamente il “Golfo Persico”.
L’isola di Kharg porta le pesanti cicatrici della sua importanza geopolitica, avendo sopportato bombardamenti incessanti e devastanti durante la guerra Iran-Iraq negli anni ’80, prima di essere meticolosamente ricostruita dalle autorità iraniane.
Oggi, mentre le tensioni geopolitiche minacciano ripetutamente le vie d’acqua della regione, l’isola rimane pesantemente militarizzata, tenendo lontani i turisti e preservando inavvertitamente il suo carattere ecologico incontaminato.
Mentre le superpetroliere si allontanano silenziosamente nelle acque profonde del Golfo, trasportando la linfa vitale economica di una nazione pesantemente sanzionata, le antiche tombe zoroastriane e cristiane vegliano silenziose dalle rive coralline – un monito inquietante che, mentre imperi e guerre per l’energia vanno e vengono, la “perla orfana” rimane per sempre legata alle turbolente maree della storia.
Fonte
23/07/2023
Guerra in Ucraina - Gli USA armano il "secondo tempo" della confroffensiva ucraina
Dopo un paio di settimane in cui la stampa inglese e statunitense pareva piuttosto scoraggiata e ipotizzava scenari foschi per il futuro, nuovo cambio di registro: Zelensky prima e Blinken poi hanno assicurato che la seconda fase dell'offensiva ucraina è sul punto di partire e che stavolta i risultati ci saranno. Particolarmente chiacchierone Blinken, che ha parlato ancora dei reparti addestrati in Occidente e degli equipaggiamenti forniti loro da "noi e circa 50 stati" che quando si metteranno in movimento faranno la differenza e "porteranno a cambiamenti", immagino della linea del fronte. Staremo a vedere, considerando che le esigenze ucraine di ottenere qualcosa sono sempre più forti, dopo ormai 50 giorni di controffensiva (la prima fase, evidentemente) e il mezzo fiasco del vertice di Vilnius.
Per ora l'Ucraina deve accontentarsi di successi d'immagine, come sempre: stamattina due Storm Shadow hanno colpito un deposito di munizioni e un deposito di carburante a Oktobrysky, in Crimea. I danni ovviamente ci sono e meglio sarebbe per i russi che non ci fossero, ma paragonati al trattamento riservato a Odessa nelle ultime notti si tratta di poca cosa.
La questione è sempre la stessa: le possibilità di escalation sono sempre a favore della Russia. Ora si discute se mandare gli MGM-140 ATACMS, missili balistici tattici con una gittata di 300 km che possono essere lanciati dagli HIMARS e dagli MLRS e sono disponibili sia con munizionamento a grappolo che con testata a frammentazione. Ne hanno parlato Biden e Zelensky e la Casa Bianca, tramite Sullivan, ha fatto sapere che la decisione spetta a Biden e che gli USA "sono disposti a correre dei rischi" per ciò che riguarda i futuri invii di materiale bellico in Ucraina, ma che terranno anche conto delle reazioni russe.
Se sulla stampa è riportato che se ne discute, significa molto probabilmente che la spedizione è già stata approvata: basteranno gli ATACMS per cambiare il corso del conflitto? Domanda retorica, risposta scontata.
Riguardo Odessa, visto che ne abbiamo accennato. Le quattro notti di attacchi missilistici al porto (alle quali dobbiamo aggiungere anche questa notte, visto che proprio mentre scrivo si segnalano lanci di missili ed esplosioni - almeno 12 finora) e alle infrastrutture non sono la rappresaglia per l'attacco ucraino al ponte di Crimea. Lo ha detto in televisione Evgeny Bužinsky, generale in pensione e tecnico piuttosto competente, ma non c'era bisogno del suo parere, per quanto autorevole.
Una campagna missilistica di quattro notti su una trentina di bersagli non si improvvisa in poche ore ed è chiaro che era stata preparata in anticipo e programmata per il giorno successivo alla scadenza degli accordi sul grano, così come l'attacco ucraino al ponte di Crimea era stato anch'esso programmato per quella data. Se la Russia si deciderà a una rappresaglia non è questa.
Al momento la minaccia di considerare ogni nave che entri nel Mar Nero diretta verso un porto ucraino come un potenziale bersaglio sta dando i suoi frutti: i siti che seguono la navigazione in tempo reale mostrano come, in quel quadrante, non si muova nulla e le poche navi presenti nei porti siano ferme - allego una schermata da marinetraffic presa proprio adesso.
C'è invece il solito traffico nel resto del Mar Nero, con in più una concentrazione di navi nella zona del delta del Danubio, davanti al porto romeno di Sulina. Alcune delle navi sono dirette in Ucraina, ma risultano ferme da giorni (per la cronaca: i puntini rosa che si vedono vicino alle coste ucraine non sono navi, sono segnalazioni di ostacoli, scogli, secche, boe eccetera). In risposta, anche l'Ucraina ha dichiarato che considererà tutte le navi che si muovono verso i porti russi come potenziali bersagli, ma è piuttosto improbabile che darà seguito alla minaccia e per ora non si segnala nessun problema.
Sulla questione del grano: secondo Erdoğan la Russia sarebbe disposta a rinnovare gli accordi se l'Occidente prendesse in considerazione le sue richieste, che sono sempre le stesse e sono state ripetute il 21 alle Nazioni Unite dal rappresentante permanente russo Dmitry Polyansky: rimozione delle sanzioni sui prodotti agricoli e sui fertilizzanti russi, ritorno di alcune banche russe nello SWIFT, possibilità di acquistare pezzi di ricambio e componenti meccanici per le macchine agricole e l'industria dei fertilizzanti, risoluzione dei problemi assicurativi per le navi russe, rimessa in funzione della condotta che trasporta nitrato d'ammonio. Rispettate queste condizioni, dice Polyansky, la Russia estenderà immediatamente gli accordi sul grano, ma stavolta non si accontenterà di promesse come un anno fa e vuole vedere passi concreti prima di impegnarsi.
Sempre a proposito di navi: esercitazioni navali congiunte tra Cina e Russia, con la partecipazione di 10 navi e 30 aerei. Lo scopo delle esercitazioni è principalmente quello di testare il sistema di comando congiunto tra le due flotte. Intanto, gli USA inviano nello stretto di Hormuz due nuovi gruppi navali, quello della USS Bataan e della USS Carter Hall, entrambe navi da assalto anfibio. Secondo il Telegraph, "La marina USA si prepara per la guerra nel Golfo persico". La colpa, ovviamente, è degli iraniani "che proprio non imparano mai". Un tempo almeno gli inglesi mandavano le loro cannoniere in giro per il mondo, ora si accontentano di tifare per quelle statunitensi.
Fonte
24/04/2023
La Ue vuole nominare Di Maio inviato speciale nel Golfo. Non è uno scherzo
Nella lettera inviata ai Ventisette stati membri della Ue, l’Alto rappresentante sottolinea che “gli ampi contatti” di Di Maio “con i Paesi del Golfo gli permetteranno di impegnarsi con gli attori rilevanti al livello appropriato“. Borrell, propone la nomina dell’ex ministro degli Esteri come rappresentante speciale “per un periodo iniziale di 21 mesi, dal primo giugno 2023 fino al 28 febbraio del 2025“.
La lettera di Borrell ha dato inizio alla fase di selezione dei candidati successiva a quella meramente tecnica, e questa ha visto l’ex ministro degli Esteri Di Maio superare i candidati concorrenti.
E qui delle due l’una: o gli altri candidati erano delle schiappe inguardabili oppure la Ue ha deciso che le relazioni con i paesi del Golfo, in fase di “sganciamento” dall’egemonia Usa, vanno verso il disastro e quindi è inutile impegnare personale di alto livello per cercare di raddrizzare la situazione.
La ratifica della nomina di Di Maio va vidimata dai 27 Stati membri. Le stesse fonti rimarcano che la decisione di nominare l’inviato Ue in regioni extra-Ue spetta in via esclusiva all’Alto rappresentante della politica estera e di sicurezza europea Borrell.
L’indicazione di Di Maio è la conferma che le classi dirigenti dei governi occidentali ormai non dispongono più di personale politico adeguato, ma solo di mezze figure e yes men. Quando nei mesi scorsi era circolato il nome di Di Maio molti avevano pensato ad una scherzo o ad una notizia di Lercio.it.
A quanto pare contro la nomina di Di Maio a inviato speciale della Ue per il Golfo ha protestato, purtroppo, solo la Lega. Più diplomaticamente il ministro degli Esteri Tajani ha affermato che “È una scelta legittima di Borrell, nelle sue facoltà di alto rappresentante Ue. Di Maio fu indicato da Draghi e non è il candidato del governo italiano“.
Le prestazioni di Di Maio come ministro degli Esteri vanno decisamente inserite nel registro dei disastri. Voci interne dalla Farnesina lo ricordano come assolutamente privo di idee proprie, ma almeno attento lettore dei “riassunti” preparati dagli staff prima di ogni incontro internazionale. Il che non impedì, comunque, alcuna clamorose gaffe come il chiamare col nome proprio (Jinping) il presidente cinese Xi.
La sua nomina a inviato speciale della Ue pare essere solo un premio per il servilismo aggressivo verso la Nato prima e durante la guerra in Ucraina.
Fonte
09/02/2022
Gli Stati Uniti “cercano rogna” anche nel Golfo Persico
Gli Usa stanno anche spingendo il Qatar a sostenere l’Iraq nel suo fabbisogno di gas, limitando la dipendenza di Baghdad dalle forniture iraniane. La “prova muscolare” degli Stati Uniti nella regione avviene mentre a Vienna riprendono i colloqui sul nucleare iraniano. L’obiettivo è quello di alzare la tensione che sta caratterizzando la regione del Golfo per spingere l’Iran a fare ulteriori concessioni.
In un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa emiratina Wam e ripresa in Italia dall’agenzia Nova, il generale Kenneth F. McKenzie, comandante del Comando centrale Usa (Centcom) ha confermato l’impegno di Washington al fianco di Abu Dhabi.
La USS Cole “pattuglierà le acque degli Emirati Arabi Uniti, lavorando a stretto contatto con le difese aeree degli EAU per proteggere il Paese”, ha affermato McKenzie, ricordando come la USS Cole è specializzata nell’intercettazione di missili balistici.
Non sappiamo se il generale McKenzie sia consapevole che la scelta di schierare la nave USS Cole possa apparire di cattivo auspicio.
Il Cole, infatti, il 12 ottobre del 2000 venne duramente colpito ad Aden da Al Qaeda, con un attentato al cacciatorpediniere statunitense in cui morirono 17 marinai statunitensi, più i due attentatori suicidi. Inoltre vi furono ben 39 marinai feriti. Fu uno dei colpi più duri subìti dagli Stati Uniti in Medio Oriente.
Nel luglio 2019, dopo l’abbattimento da parte dell’Iraq di un drone da ricognizione della Marina militare Usa, Washington aveva dispiegato gli aerei da guerra F-22 (di stanza presso la Joint Base Langley-Eustis, in Virginia) nella base sede del Centcom di Al Udeid in Qatar, segnando il primo dispiegamento di aerei da combattimento di quinta generazione nell’aeroporto qatariota.
Gli Stati Uniti stanno anche fornendo agli Emirati Arabi Uniti informazioni di allerta precoce per identificare i siti di lancio dei ribelli yemeniti Houthi, rivelatisi particolarmente efficaci nel colpire gli impianti delle petromonarchie del Golfo, ed agevolare il funzionamento dei sistemi di difesa missilistica Patriot.
Fonte


