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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

09/10/2026

Quel vago sentore di camera a gas contro i pensionati

“Perché lavorare se a 67 anni lo Stato offre una rendita pari a quella che si matura con un reddito da 25 mila euro?” si chiede un certo Alberto Brambilla sul Corriere della Sera del 6 ottobre scorso su un articolo dal titolo “Pensioni perché è sbagliato aumentare le minime | così ci sarà sempre meno futuro per i giovani” che apre un nuovo ulteriore capitolo su un fronte tanto caro all’orda ultraliberista: quello della guerra fra poveri.

Accanirsi addirittura contro i pensionati al minimo italiani attribuendogli la colpa di “togliere il futuro ai giovani” non ha il vago sapore di una camera a gas?

Sia dal titolo che dalla domanda che apre l’articolo si coglie subito l’intento capzioso dell’autore: anziché chiedersi come sia stato possibile che un sistema pensionistico, che un tempo non molto lontano, si basava sul principio di solidarietà, sia stato ridotto a qualcosa di molto diverso al punto di elargire, a chi ha un reddito da 25.000 euro (reddito medio dei lavoratori italiani) un trattamento pensionistico con un importo equivalente a quello di una pensione minima (integrazione che l’INPS applica per calcolare l’assegno di chi ha maturato una pensione troppo bassa), il nostro rovescia la domanda nel suo contrario e si scaglia contro l’ipotesi di alzare le pensioni minime a 800/1000 euro proprio a partire dal fatto che in tal modo si allineerebbero le pensioni minime a quelle di chi ha lavorato una vita.

Ma così si oscura, surrettiziamente, il dato principale, ovvero, il fatto che una sciagurata riforma del 1995 ancora in vigore, voluta dall’allora governo tecnico guidato da Lamberto Dini (sostenuto anche dalla “sinistra”) ed avallata da CGIL, CISL e UIL, in cambio della partecipazione di questi sindacati complici ai CdA dei fondi pensione, ha cancellato il sistema di calcolo retributivo ed ha introdotto il famigerato sistema di calcolo contributivo in base al quale, un lavoratore italiano, anche dopo un vita di lavoro, andrà a percepire, grosso modo, una pensione con un importo equivalente a quello di una pensione minima, il che vuol dire che cadrà, per l’appunto, in una condizione di semi-povertà. È questo il vero scandalo!

L’Istat stima che quasi un milione di anziani (over 65) si trovino in condizione di povertà assoluta in Italia il che vuol dire che percepiscono da 500 a 650 euro mensili mentre ben 7,4 milioni di pensionati, il 44% del totale, vive in una condizione di semipovertà, con un assegno inferiore a 1.000 euro lordi mensili (ovvero 800 euro netti circa al mese).

Quante volte abbiamo visto degli anziani rovistare nei cassonetti dell’immondizia o aspettare che chiudano i mercati per raccattare ortaggi e frutta invenduta o, ancora, quanti anziani fanno ore di fila per un pasto caldo alle mense della Caritas? Purtroppo tantissimi e con il carovita che morde queste situazioni sono destinate ad aumentare sempre di più. Una larga parte di queste persone avrà sicuramente lavorato una vita intera per poi ritrovarsi a vivere una vecchiaia in miseria.

Ebbene, questa stampa “liberale”, negli ultimi decenni, a differenza di quella esplicitamente reazionaria, ha avallato, in modo subdolo, strisciante, una narrazione che attribuiva, di volta in volta, la responsabilità della crisi dello stato sociale e della “mancata tenuta dei conti pubblici”, agli immigrati, ai dipendenti pubblici, ai percettori del reddito di cittadinanza ed anche ai pensionati, si, pure a loro. Ma questi sedicenti “liberali” non conoscono limiti: arrivare a cercare di fomentare una contrapposizione tra giovani (precari, disoccupati o NEET) e quella parte di popolazione anziana costretta da una normativa ignobile e disumana (avallata, va detto, da tutti i governi succedutisi dal dopoguerra ad oggi) a sopravvivere con poche centinaia di euro in una situazione come quella attuale in cui pagarsi il riscaldamento in inverno è diventato proibitivo e in cui il costo della vita è sempre più caro, è qualcosa di talmente abbietto che rasenta una mentalità davvero nazistoide.

La verità è che il modello liberale ha sempre avuto un cuore nero e fascista, che ha nella strenua difesa di rendite e privilegi da un lato e nell’accanimento nei confronti dei settori più deboli della società dall’altro, la sua unica e granitica ragion d’essere. È questa una verità che trova ampie conferme tanto nella storia passata (il novecento) quanto in quella a noi contemporanea. E a tutti coloro che ancora sono prigionieri dell’illusione liberal-democratica consiglio vivamente la lettura di un recentissimo saggio di Giorgio Cremaschi, “Liberal Fascismo. Come i liberali distruggono la democrazia e ci portano in guerra”. Poi ne riparliamo...

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