Come ogni mercoledi, ormai da mesi, i pensionati argentini sono tornati a manifestare sotto al Parlamento. E come spesso è già accaduto, contro di loro e i giornalisti presenti è stata scatenata una repressione brutale da parte della polizia federale e della gendarmeria.
La coreografia di mercoledì, quel rituale di resistenza sociale e umana che i pensionati materializzano settimanalmente davanti al Palazzo Legislativo, è stata nuovamente interrotta da un’operazione che ha trasformato la domanda di beni dignitosi in uno scenario di arresti e percosse.
Quello che era iniziato come il consueto presidio al Congresso si è concluso con un cordone di polizia che si è abbattuto sui corpi che chiedevano solo di smettere di perdere potere d’acquisto contro l’inflazione.
Il resto della giornata è uno scenario di braccia ferite, manifestanti arrestati e un’ambulanza che trasporta di corsa un uomo con un picco di pressione all’ospedale Ramos Mejía.
Tra i feriti vi sono Carlos Alberto “Chaca” Dawlowski e Delia Luján Montiel. “Chaca”, 76 anni, è stato rilasciato con la pelle segnata dalle botte della polizia, ma con la sua parola è intatta davanti alle telecamere: “Non possiamo più nemmeno marciare sul marciapiede, ma non ci arrenderemo. Lasceremo le nostre vite, ma loro non ci schiacceranno”.
Le loro ferite, mostrate come prova di una democrazia che sta diventando sorda e violenta, riassumono lo spirito di una resistenza che, nonostante il bastone e lo spray al peperoncino, giura di non cedere fino all’ultima goccia di sangue.
“L’abuso di forza contro gli anziani, che non rappresentano alcun pericolo, ci rende ogni giorno più vulnerabili e attacca direttamente la nostra salute”, hanno sottolineato le organizzazioni dei pensionati.
Queste ultime denunciano come la direzione economica e sociale del governo configuri “una politica di sterminio” che non colpisce solo i pensionati, ma anche altri settori vulnerabili come le persone con disabilità e l’infanzia. Con l’ultimo dato sull’inflazione di dicembre diffuso dall’Indec, si può già confermare l’aumento previsto di pensioni, assegni e sussidi dell’Anses che entrerà in vigore a febbraio: appena il 2,8%. Tradotto in cifre più chiare, per l’assegno minimo si tratta di un incremento di soli 9.780,38 pesos, una cifra che non basta nemmeno per comprare un chilo di spalla di maiale.
Con il sistema indicizzato all’indice dei prezzi al consumo, è l’inflazione a determinare gli aumenti mensili dei pensionati. Con il raffreddamento dell’economia ancorato alla depressione dei salari, gli aumenti pagati dall’Anses sono sempre più bassi e non valgono nemmeno per comprare 2 bottiglie di shampoo. Letteralmente.
Secondo un rapporto dell’Osservatorio Mate, ogni pensionato ha perso, in media, quasi 5 milioni di pesos dall’insediamento di Javier Milei. In questo periodo, le pensioni e gli assegni si sono consolidati come uno dei principali assi della stretta fiscale del governo, al punto da concentrare un taglio equivalente a 16,5 trilioni di pesos, mentre l’importo medio è rimasto del 23% al di sotto del livello del 2023. Di conseguenza, la pensione minima oggi basta a malapena a coprire un terzo del costo reale di un paniere di base per gli anziani.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Pensionati. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pensionati. Mostra tutti i post
01/08/2025
Argentina - Un altro mercoledi di repressione contro i pensionati, che resistono
L’unità perversa del ministro Bullrich con Jorge Macri, ha generato centinaia di poliziotti armati come se stessero andando in guerra, attaccando indiscriminatamente nonni e nonne che chiedono un aumento dei loro salari da miseria. E per inciso, hanno anche preso di mira la stampa.
L’idea dell’apparato repressivo del governo fascista di Milei e del ministro dell’Economia, Caputo, è quella di instillare il terrore nella popolazione. Per dimostrare in un macabro spettacolo di pallottole contro il corpo e spray al peperoncino a volontà, che “la stessa cosa accadrà a coloro che escono a protestare come ai pensionati”.
Ma si sbagliavano di nuovo, questi vecchi e donne coraggiosi non si tirano indietro, per la vergogna delle migliaia e migliaia che dovrebbero accompagnarli, o per indicare quei politici che un giorno vanno, scattano una foto e non si presentano più.
Loro, i nonni e le nonne, non perdono un mercoledì, sanno che stanno andando verso una guerra impari, come quella dei palestinesi con i sionisti, ma non mollano.
Coloro che fanno e passano oltre le lotte sono coloro che “si uccidono” per apparire in questa o quella posizione sulla lista elettorale. Vivono in un altro paese, non sanno nulla della fame o della repressione.
Il vero paese è nelle strade, nei quartieri, dove i compagni non hanno nulla da mangiare se non un piatto al giorno, o nei lavori dove si accumulano i licenziati.
Nel paese di Milei e Caputo, di Pettovello e Bullrich, proprio come il genocida Netanyahu, l’unica cosa a cui pensano i nemici del popolo è sorvegliare la società, disciplinare con i bastoni, calpestare la stampa che cerca di far sì che questi atti brutali non passino inosservati.
Questa è l’Argentina di oggi, saccheggiata, venduta, colonizzata dagli Stati Uniti. Stati Uniti e Israele. Ma ogni mercoledì davanti a quell’edificio dove abbondano gnocchi e camaleonti, che si fa chiamare “Parlamento”, un gruppo di reduci fa capire che ci sono ancora riserve morali e il coraggio di avere speranza.
Fonte
L’idea dell’apparato repressivo del governo fascista di Milei e del ministro dell’Economia, Caputo, è quella di instillare il terrore nella popolazione. Per dimostrare in un macabro spettacolo di pallottole contro il corpo e spray al peperoncino a volontà, che “la stessa cosa accadrà a coloro che escono a protestare come ai pensionati”.
Ma si sbagliavano di nuovo, questi vecchi e donne coraggiosi non si tirano indietro, per la vergogna delle migliaia e migliaia che dovrebbero accompagnarli, o per indicare quei politici che un giorno vanno, scattano una foto e non si presentano più.
Loro, i nonni e le nonne, non perdono un mercoledì, sanno che stanno andando verso una guerra impari, come quella dei palestinesi con i sionisti, ma non mollano.
Coloro che fanno e passano oltre le lotte sono coloro che “si uccidono” per apparire in questa o quella posizione sulla lista elettorale. Vivono in un altro paese, non sanno nulla della fame o della repressione.
Il vero paese è nelle strade, nei quartieri, dove i compagni non hanno nulla da mangiare se non un piatto al giorno, o nei lavori dove si accumulano i licenziati.
Nel paese di Milei e Caputo, di Pettovello e Bullrich, proprio come il genocida Netanyahu, l’unica cosa a cui pensano i nemici del popolo è sorvegliare la società, disciplinare con i bastoni, calpestare la stampa che cerca di far sì che questi atti brutali non passino inosservati.
Questa è l’Argentina di oggi, saccheggiata, venduta, colonizzata dagli Stati Uniti. Stati Uniti e Israele. Ma ogni mercoledì davanti a quell’edificio dove abbondano gnocchi e camaleonti, che si fa chiamare “Parlamento”, un gruppo di reduci fa capire che ci sono ancora riserve morali e il coraggio di avere speranza.
Fonte
07/04/2025
Argentina - Ai pensionati alla fame solo botte dalla polizia
Scontri davanti al Congresso argentino, dove la Gendarmeria ha caricato le organizzazioni di pensionati che ogni mercoledì protestano contro i tagli del governo di Javier Milei. Le «marchas de los miércoles» proseguono dal 2020 contro lo sgretolamento del potere d’acquisto delle pensioni, ridotte a un settimo del loro valore in cinque anni, tra effetti dell’inflazione e i tagli imposti dai governi. Oggi, un pensionato su quattro vive al di sotto della soglia di povertà, un aumento del 500% rispetto al 2017.
L’inizio con la Pandemia Covid
L’Inizio durante la pandemia, quando il governo di Alberto Fernandez congelò le pensioni. La stragrande maggioranza dei pensionati argentini è costretta a cercare un lavoro per riuscire a sopravvivere. Attualmente, le pensioni rappresentano solo un quarto del paniere ufficiale per la terza età. «Ad aprile riceveremo 355mila pesos, mentre il minimo necessario per sopravvivere è stato stimato in 1,2 milioni». La catastrofe con l’arrivo di Javier Milei alla Presidenza. Il 25% dei tagli imposti dall’esecutivo per raggiungere il pareggio di bilancio, fiore all’occhiello del ‘piano motosega’ in atto, ha colpito i pensionati, principali vittime dell’austerità.
Deprevato sarà Lei
A settembre, il presidente ha imposto il veto alla legge che prevedeva un lieve aumento delle pensioni minime, definendo i parlamentari «depravati fiscali». Da allora è scontro aperto. «Chiediamo il ripristino dei sussidi per i farmaci». Da agosto, il governo fa pagare il prezzo intero, «un costo insostenibile». Ma con l’accordo col Fondo monetario internazionale si parla addirittura di un aumento dell’età pensionabile, la trasformazione delle minime in un sussidio e la privatizzazione del sistema previdenziale. E il governo ha usato le proteste come test per il ‘protocollo anti-manifestazioni’ della ministra Patricia Bullrich. Negli ultimi due mesi, le immagini di pensionati sgomberati con la forza dalla Piazza del Congresso sono abituali.
Maglietta del ‘Chacarita e Maradona
A marzo, la foto di un anziano bastonato da un poliziotto ha scosso il paese. Indossava la maglietta del Chacarita, la cui tifoseria ha deciso di unirsi alla protesta il mercoledì successivo. L’iniziativa si è estesa e il 12 marzo tutte le curve hanno dato vita a un corteo nazionale per i pensionati, represso con ferocia. Gli ultras dell’Estudiantes de La Plata. «I pensionati ricevono assegni miseri e il governo ha tolto loro persino i farmaci. Abbiamo subito la repressione, ma siamo rimasti al loro fianco. Il mercoledì successivo siamo tornati in piazza. Perché un giorno anche noi saremo pensionati, e perché, come diceva Diego Armando Maradona, ‘bisogna essere veramente un cagasotto per non appoggiare i pensionati’».
Fallimento Milei record
Con i nuovi ‘aiuti’ dal Fmi il debito vola a 65 miliardi. L’economista Hernán Lechter citato da Federico Larsen sul manifesto spiega che sarà l’ennesimo fallimento. 70 anni di prestiti, 24 programmi, zero successi e una costante: la fuga dei capitali. L’Argentina, è il paese più indebitato della storia col Fondo monetario internazionale, ha ottenuto un nuovo pacchetto di aiuti da 20 miliardi di dollari. Sommato ai precedenti il debito con l’organismo internazionale sfiora i 65 miliardi, cifra record che il presidente Javier Milei ha celebrato come un successo. Ma una legge del 2019 obbliga il governo a far approvare in Parlamento ogni nuovo indebitamento internazionale, dunque l’opposizione non considera legale il nuovo debito.
Fondo monetario molto sospetto
Il rapporto tra Argentina e Fmi è antico. Nel 1948 il paese rifiutò di entrarne a far parte, ma dal 1956 – dopo il golpe che destituì Perón riallineando l’Argentina agli Usa – ha fatto ricorso al Fondo più di qualsiasi altro Stato. Da allora l’Argentina ha vissuto sotto i programmi dell’ente per 45 anni, e nessuno dei 24 programmi approvati in questi 70 anni ha raggiunto gli obiettivi previsti. «Di fatto, l’Argentina ha avuto risultati migliori nei periodi senza il Fondo», afferma Hernán Lechter, prestigioso economista e presidente del Centro de Economía Política Argentina (Cepa). Nel tempo, la situazione è peggiorata e il debito, che nel 1975 era di 5 miliardi di dollari, è schizzato a 70 miliardi nel 1989 e da allora non ha fatto che crescere.
Fuga di capitali
Ancora Lechter. «Ogni volta che il Fondo elargiva una tranche di aiuti, il denaro scompariva appena arrivato a Buenos Aires. Si potrebbe dire che il Fondo abbia facilitato l’uscita dal paese di grandi fondi di investimento, come BlackRock, che volevano ritirarsi dall’Argentina ma non trovavano abbastanza dollari per farlo. L’interesse primario è stato consentire l’uscita dei grandi capitali, impedendo l’uso di quei dollari per lo sviluppo». Secondo dati ufficiali, gli argentini detengono 452 miliardi di dollari, circa il 60% del Pil annuo, all’estero. «L’economia argentina funziona da sempre con il freno a mano tirato e deve compiere sforzi doppi per avanzare».
Inizio con la dittatura del 1976-1983
Le crisi ricorrenti hanno imposto un modello imprenditoriale basato sulla logica della rendita: massimizzare i profitti nel presente senza pensare al futuro. «È una mentalità che riflette il disinteresse della classe dirigente argentina per un progetto di sviluppo che includa l’intera popolazione». E l’arrivo al potere di governi come quello di Milei, acuisce l’interesse di certi settori per garantire i propri guadagni, con l’Fmi con un ruolo fondamentale.
«Durante il dibattito sull’approvazione del decreto, un deputato mi ha detto testualmente di aver ricevuto telefonate per convincerlo a non votare contro. Alla fine si è astenuto. Ma questa frase – conclude Lechter – è indicativa delle pressioni esercitate dai grandi imprenditori sulla politica per mantenere l’attuale corso economico».
Fonte
L’inizio con la Pandemia Covid
L’Inizio durante la pandemia, quando il governo di Alberto Fernandez congelò le pensioni. La stragrande maggioranza dei pensionati argentini è costretta a cercare un lavoro per riuscire a sopravvivere. Attualmente, le pensioni rappresentano solo un quarto del paniere ufficiale per la terza età. «Ad aprile riceveremo 355mila pesos, mentre il minimo necessario per sopravvivere è stato stimato in 1,2 milioni». La catastrofe con l’arrivo di Javier Milei alla Presidenza. Il 25% dei tagli imposti dall’esecutivo per raggiungere il pareggio di bilancio, fiore all’occhiello del ‘piano motosega’ in atto, ha colpito i pensionati, principali vittime dell’austerità.
Deprevato sarà Lei
A settembre, il presidente ha imposto il veto alla legge che prevedeva un lieve aumento delle pensioni minime, definendo i parlamentari «depravati fiscali». Da allora è scontro aperto. «Chiediamo il ripristino dei sussidi per i farmaci». Da agosto, il governo fa pagare il prezzo intero, «un costo insostenibile». Ma con l’accordo col Fondo monetario internazionale si parla addirittura di un aumento dell’età pensionabile, la trasformazione delle minime in un sussidio e la privatizzazione del sistema previdenziale. E il governo ha usato le proteste come test per il ‘protocollo anti-manifestazioni’ della ministra Patricia Bullrich. Negli ultimi due mesi, le immagini di pensionati sgomberati con la forza dalla Piazza del Congresso sono abituali.
Maglietta del ‘Chacarita e Maradona
A marzo, la foto di un anziano bastonato da un poliziotto ha scosso il paese. Indossava la maglietta del Chacarita, la cui tifoseria ha deciso di unirsi alla protesta il mercoledì successivo. L’iniziativa si è estesa e il 12 marzo tutte le curve hanno dato vita a un corteo nazionale per i pensionati, represso con ferocia. Gli ultras dell’Estudiantes de La Plata. «I pensionati ricevono assegni miseri e il governo ha tolto loro persino i farmaci. Abbiamo subito la repressione, ma siamo rimasti al loro fianco. Il mercoledì successivo siamo tornati in piazza. Perché un giorno anche noi saremo pensionati, e perché, come diceva Diego Armando Maradona, ‘bisogna essere veramente un cagasotto per non appoggiare i pensionati’».
Fallimento Milei record
Con i nuovi ‘aiuti’ dal Fmi il debito vola a 65 miliardi. L’economista Hernán Lechter citato da Federico Larsen sul manifesto spiega che sarà l’ennesimo fallimento. 70 anni di prestiti, 24 programmi, zero successi e una costante: la fuga dei capitali. L’Argentina, è il paese più indebitato della storia col Fondo monetario internazionale, ha ottenuto un nuovo pacchetto di aiuti da 20 miliardi di dollari. Sommato ai precedenti il debito con l’organismo internazionale sfiora i 65 miliardi, cifra record che il presidente Javier Milei ha celebrato come un successo. Ma una legge del 2019 obbliga il governo a far approvare in Parlamento ogni nuovo indebitamento internazionale, dunque l’opposizione non considera legale il nuovo debito.
Fondo monetario molto sospetto
Il rapporto tra Argentina e Fmi è antico. Nel 1948 il paese rifiutò di entrarne a far parte, ma dal 1956 – dopo il golpe che destituì Perón riallineando l’Argentina agli Usa – ha fatto ricorso al Fondo più di qualsiasi altro Stato. Da allora l’Argentina ha vissuto sotto i programmi dell’ente per 45 anni, e nessuno dei 24 programmi approvati in questi 70 anni ha raggiunto gli obiettivi previsti. «Di fatto, l’Argentina ha avuto risultati migliori nei periodi senza il Fondo», afferma Hernán Lechter, prestigioso economista e presidente del Centro de Economía Política Argentina (Cepa). Nel tempo, la situazione è peggiorata e il debito, che nel 1975 era di 5 miliardi di dollari, è schizzato a 70 miliardi nel 1989 e da allora non ha fatto che crescere.
Fuga di capitali
Ancora Lechter. «Ogni volta che il Fondo elargiva una tranche di aiuti, il denaro scompariva appena arrivato a Buenos Aires. Si potrebbe dire che il Fondo abbia facilitato l’uscita dal paese di grandi fondi di investimento, come BlackRock, che volevano ritirarsi dall’Argentina ma non trovavano abbastanza dollari per farlo. L’interesse primario è stato consentire l’uscita dei grandi capitali, impedendo l’uso di quei dollari per lo sviluppo». Secondo dati ufficiali, gli argentini detengono 452 miliardi di dollari, circa il 60% del Pil annuo, all’estero. «L’economia argentina funziona da sempre con il freno a mano tirato e deve compiere sforzi doppi per avanzare».
Inizio con la dittatura del 1976-1983
Le crisi ricorrenti hanno imposto un modello imprenditoriale basato sulla logica della rendita: massimizzare i profitti nel presente senza pensare al futuro. «È una mentalità che riflette il disinteresse della classe dirigente argentina per un progetto di sviluppo che includa l’intera popolazione». E l’arrivo al potere di governi come quello di Milei, acuisce l’interesse di certi settori per garantire i propri guadagni, con l’Fmi con un ruolo fondamentale.
«Durante il dibattito sull’approvazione del decreto, un deputato mi ha detto testualmente di aver ricevuto telefonate per convincerlo a non votare contro. Alla fine si è astenuto. Ma questa frase – conclude Lechter – è indicativa delle pressioni esercitate dai grandi imprenditori sulla politica per mantenere l’attuale corso economico».
Fonte
14/03/2025
Argentina - Repressa brutalmente manifestazione dei pensionati contro la povertà
I pensionati argentini hanno marciato ancora una volta verso il Parlamento ma questa volta erano accompagnati anche dai tifosi delle squadre di calcio, che hanno deciso di dare il loro sostegno nella denuncia alla costante repressione che subiscono ogni mercoledì quando chiedono il miglioramento delle loro condizioni di vita di fronte alla crescente miseria.
A Callao e Bartolomé Mitre, le forze di sicurezza hanno represso gli anziani, i lavoratori della stampa, i sindacati e i tifosi delle squadre di calcio con gas e proiettili di gomma.
Gli scontri hanno provocato almeno 70 arrestati, tra cui il segretario generale del sindacato ATE-CABA, Daniel Catalano, e 7 feriti, uno dei quali, il fotografo Pablo Grillo, ricoverato in ospedale in gravi condizioni, dopo che un poliziotto gli ha sparato un candelotto lacrimogeno in testa. I manifestanti hanno dato fuoco a un’auto della polizia e a più di 70 contenitori della spazzatura.
“Chiediamo l’immediato rilascio di tutti coloro che sono stati arrestati durante la manifestazione dei pensionati al Congresso, tra cui il segretario generale di ATE Capital, Daniel Catalano. Questo governo criminale viola tutte le leggi. È finito il detto “tutto all’interno della legge e nulla al di fuori della legge”. La repressione violenta di oggi supera ogni limite, danneggia la Democrazia del nostro Paese. Pensano che ci fermeranno con la polizia. Devono sapere che saranno in grado di usare bastoni, gas e proiettili, ma non saranno in grado di reprimere le crescenti e giuste richieste dei pensionati e dei lavoratori”, ha scritto leader dell’ATE su X
D’altra parte, ci sono numerosi feriti e arrestati. Il fotografo Pablo Grillo è in condizioni molto gravi, dopo essere stato colpito da un lacrimogeno. Un altro uomo ricoverato all’ospedale Ramos Mejía, ha una gamba fratturata e un braccio nelle stesse condizioni, dopo essere stato aggredito dalla polizia.
Da un camion con idranti, la polizia ha gridato all’altoparlante: “Vieni mancino (persona di sinistra, ndr), ti daremo la caccia”, seguendo la linea dettata delle parole del presidente Milei.
La principale colpevole di questa brutale repressione, il ministro Patricia Bullrich, ha sottolineato che “i manifestanti sono venuti per uccidere”, quando era esattamente il contrario, con gli apparati di polizia determinati a fare più male possibile, lanciando proiettili di gomma e bombe lacrimogene contro il corpo e la testa dei manifestanti.
Fonte
A Callao e Bartolomé Mitre, le forze di sicurezza hanno represso gli anziani, i lavoratori della stampa, i sindacati e i tifosi delle squadre di calcio con gas e proiettili di gomma.
Gli scontri hanno provocato almeno 70 arrestati, tra cui il segretario generale del sindacato ATE-CABA, Daniel Catalano, e 7 feriti, uno dei quali, il fotografo Pablo Grillo, ricoverato in ospedale in gravi condizioni, dopo che un poliziotto gli ha sparato un candelotto lacrimogeno in testa. I manifestanti hanno dato fuoco a un’auto della polizia e a più di 70 contenitori della spazzatura.
“Chiediamo l’immediato rilascio di tutti coloro che sono stati arrestati durante la manifestazione dei pensionati al Congresso, tra cui il segretario generale di ATE Capital, Daniel Catalano. Questo governo criminale viola tutte le leggi. È finito il detto “tutto all’interno della legge e nulla al di fuori della legge”. La repressione violenta di oggi supera ogni limite, danneggia la Democrazia del nostro Paese. Pensano che ci fermeranno con la polizia. Devono sapere che saranno in grado di usare bastoni, gas e proiettili, ma non saranno in grado di reprimere le crescenti e giuste richieste dei pensionati e dei lavoratori”, ha scritto leader dell’ATE su X
D’altra parte, ci sono numerosi feriti e arrestati. Il fotografo Pablo Grillo è in condizioni molto gravi, dopo essere stato colpito da un lacrimogeno. Un altro uomo ricoverato all’ospedale Ramos Mejía, ha una gamba fratturata e un braccio nelle stesse condizioni, dopo essere stato aggredito dalla polizia.
Da un camion con idranti, la polizia ha gridato all’altoparlante: “Vieni mancino (persona di sinistra, ndr), ti daremo la caccia”, seguendo la linea dettata delle parole del presidente Milei.
La principale colpevole di questa brutale repressione, il ministro Patricia Bullrich, ha sottolineato che “i manifestanti sono venuti per uccidere”, quando era esattamente il contrario, con gli apparati di polizia determinati a fare più male possibile, lanciando proiettili di gomma e bombe lacrimogene contro il corpo e la testa dei manifestanti.
Fonte
05/09/2024
Argentina - Brutali cariche della polizia contro pensionati e invalidi. Il 12 settembre sciopero generale
Nella capitale argentina Buneos Aires la polizia ha represso duramente i pensionati – di cui molti invalidi – con gas lacrimogeni e pestaggi, durante la nuova manifestazione di ieri dal Congresso a Plaza de Mayo per manifestare contro il veto di Milei alla legge che aumenta la pensioni minime.
Ci sono stati un totale di 27 feriti e due persone sono dovuto essere trasferite in ospedale, secondo l’equipe medica che ha assistito alla scena.
Il traffico era stato bloccato intorno al Congresso, dove ci sono diversi isolati con un doppio cordone di polizia e agenti di prefettura e gendarmeria, che sono avanzati sui manifestanti i quali si sono allontanati dalla zona e hanno liberato la circolazione delle strade.
Gli incidenti sono iniziati quando i pensionati hanno cercato di marciare lungo Rivadavia Avenue e hanno iniziato ad essere repressi con spinte, colpi, bastonate e gas lacrimogeni dalle forze di sicurezza. La grande operazione di polizia è dovuta al fatto che il governo aveva annunciato che avrebbe applicato il protocollo anti-picchetto, se necessario.
Diversi deputati nazionali erano presenti e si sono uniti alla protesta dei pensionati, tra cui Eduardo Valdez, Juan Marino e Hugo Yasky. Alla manifestazione ha partecipato anche Eduardo Belliboni, capo dell’Unità Piquetera.
Tra le organizzazioni che hanno aderito alla manifestazione c’erano la CTA Autonoma, il Sindacato dei Lavoratori Pensionati in Lotta (UTJL), il Sindacato dei Lavoratori dell’Economia Popolare (UTEP), i Territori in Lotta, il Movimento Evita, il Coordinatore per il Cambiamento Sociale, il Movimento dei Lavoratori Esclusi (MTE), i Barrios de Pie, il Polo Obrero, il Movimento Socialista dei Lavoratori (MST) e il MST-Teresa Vive.
Intanto i sindacati CGT, i due CTA e l’UTEP hanno annunciato che sì mobiliteranno giovedì 12 settembre davanti al Congresso per “respingere” le politiche economiche del presidente Javier Milei e contro il veto posto dal governo all’aumento delle pensioni minime.
Lo sciopero è stato annunciato attraverso una conferenza stampa congiunta in cui erano presenti i leader sindacali Hugo “Cachorro” Godoy, della CTA autonoma; Hugo Yasky, CTA dei lavoratori; Pablo Moyano, co-segretario generale della CGT in rappresentanza del Fronte Sindacale e Sergio Palazzo, segretario generale de La Bancaria.
“Di fronte alla nuova disposizione dittatoriale del presidente Milei, che si scaglia contro il Congresso, le organizzazioni convocanti hanno concordato di respingere all’unisono, non solo la validità del decreto 70/23, ma anche il veto a un miglioramento salariale per i pensionati”, ha detto Godoy. In questo senso, il leader sindacale ha affermato che “i pensionati, insieme ai bambini, sono i settori più colpiti da questa politica spietata del governo Milei”.
Fonte
Ci sono stati un totale di 27 feriti e due persone sono dovuto essere trasferite in ospedale, secondo l’equipe medica che ha assistito alla scena.
Il traffico era stato bloccato intorno al Congresso, dove ci sono diversi isolati con un doppio cordone di polizia e agenti di prefettura e gendarmeria, che sono avanzati sui manifestanti i quali si sono allontanati dalla zona e hanno liberato la circolazione delle strade.
Gli incidenti sono iniziati quando i pensionati hanno cercato di marciare lungo Rivadavia Avenue e hanno iniziato ad essere repressi con spinte, colpi, bastonate e gas lacrimogeni dalle forze di sicurezza. La grande operazione di polizia è dovuta al fatto che il governo aveva annunciato che avrebbe applicato il protocollo anti-picchetto, se necessario.
Diversi deputati nazionali erano presenti e si sono uniti alla protesta dei pensionati, tra cui Eduardo Valdez, Juan Marino e Hugo Yasky. Alla manifestazione ha partecipato anche Eduardo Belliboni, capo dell’Unità Piquetera.
Tra le organizzazioni che hanno aderito alla manifestazione c’erano la CTA Autonoma, il Sindacato dei Lavoratori Pensionati in Lotta (UTJL), il Sindacato dei Lavoratori dell’Economia Popolare (UTEP), i Territori in Lotta, il Movimento Evita, il Coordinatore per il Cambiamento Sociale, il Movimento dei Lavoratori Esclusi (MTE), i Barrios de Pie, il Polo Obrero, il Movimento Socialista dei Lavoratori (MST) e il MST-Teresa Vive.
Intanto i sindacati CGT, i due CTA e l’UTEP hanno annunciato che sì mobiliteranno giovedì 12 settembre davanti al Congresso per “respingere” le politiche economiche del presidente Javier Milei e contro il veto posto dal governo all’aumento delle pensioni minime.
Lo sciopero è stato annunciato attraverso una conferenza stampa congiunta in cui erano presenti i leader sindacali Hugo “Cachorro” Godoy, della CTA autonoma; Hugo Yasky, CTA dei lavoratori; Pablo Moyano, co-segretario generale della CGT in rappresentanza del Fronte Sindacale e Sergio Palazzo, segretario generale de La Bancaria.
“Di fronte alla nuova disposizione dittatoriale del presidente Milei, che si scaglia contro il Congresso, le organizzazioni convocanti hanno concordato di respingere all’unisono, non solo la validità del decreto 70/23, ma anche il veto a un miglioramento salariale per i pensionati”, ha detto Godoy. In questo senso, il leader sindacale ha affermato che “i pensionati, insieme ai bambini, sono i settori più colpiti da questa politica spietata del governo Milei”.
Fonte
19/12/2022
L’inflazione va distruggendo salari e pensioni
Mentre il governo Meloni è tutto intento a chiudere la manovra per il 2023, tagliando allegramente l’obbligo di recupero dell’inflazione per le pensioni (solo il +7,3, ma solo fino ai 2.000 euro lordi), i prezzi nella realtà rimangono sempre molto più alti.
Secondo l’Istat – dai ufficiali – nel mese di novembre 2022 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC) registra un aumento dello 0,5% su base mensile e dell’11,8% su base annua (come nel mese precedente e confermando la stima preliminare).
La perdita di reddito ammonta dunque al 4,5% per i pensionati più poveri, mentre è totalmente a carico dei lavoratori per quanto riguarda i salari contrattuali (i 150 euro di “bonus” coprono a malapena un mese su dodici). Incalcolabili le perdite dei salari “in nero”, che i piccoli padroni o le finte cooperative “elargiscono” a mo’ di elemosina per chi non è neanche contrattualizzato.
Per tutti questi padroni, oltretutto, l’attuale governo rispolvera la truffa dei “voucher” – un tagliando che i padroncini possono esibire davanti ai (rari) controlli, facendo apparire i lavoratori in nero magari da mesi o anni come se fossero al primo giorno di lavoro, e dunque “regolari”.
L’inflazione, dice l’Istat, rimane stabile su base tendenziale a causa, principalmente, degli andamenti contrapposti di alcuni aggregati di spesa: da un lato rallentano – di un’inezia – i prezzi dei Beni energetici non regolamentati (da +79,4% a +69,9%), degli Alimentari non lavorati (da +12,9% a +11,4%) e dei Servizi relativi ai trasporti (da +7,2% a +6,8%); dall’altro accelerano i prezzi degli Energetici regolamentati (da +51,6% a +57,9%), dei Beni alimentari lavorati (da +13,3% a +14,3%), degli Altri beni (da +4,6% a +5,0%) e dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +5,2% a +5,5%).
Il risultato è che a novembre l’inflazione resta sui livelli altissimi raggiunti già in ottobre (+11,9%) e promette di restarci ancora a lungo.
L’“inflazione di fondo”, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, accelera infatti da +5,3% a +5,6%; quella al netto dei soli beni energetici sale da +5,9% a +6,1%.
I prezzi dei Beni alimentari, per la cura della casa e della persona registrano una modesta accelerazione su base tendenziale (da +12,6% a +12,7%); rallentano, al contrario, anch’essi di poco, quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (il cosiddetto “carrello della spesa”, da +8,9% a +8,8%).
L’inflazione acquisita per il 2022 è così pari a +8,1% per l’indice generale.
Ogni lettore può facilmente farsi i conti in tasca anche da solo. Tenete presente che IlSole24Ore – organo di Confindustria, ossia delle imprese – calcola che la perdita di reddito media viaggia ormai sopra i 2.000 euro l’anno.
Inutile aggiungere parole. Si può solo pensare a riempire le piazze...
Fonte
Secondo l’Istat – dai ufficiali – nel mese di novembre 2022 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC) registra un aumento dello 0,5% su base mensile e dell’11,8% su base annua (come nel mese precedente e confermando la stima preliminare).
La perdita di reddito ammonta dunque al 4,5% per i pensionati più poveri, mentre è totalmente a carico dei lavoratori per quanto riguarda i salari contrattuali (i 150 euro di “bonus” coprono a malapena un mese su dodici). Incalcolabili le perdite dei salari “in nero”, che i piccoli padroni o le finte cooperative “elargiscono” a mo’ di elemosina per chi non è neanche contrattualizzato.
Per tutti questi padroni, oltretutto, l’attuale governo rispolvera la truffa dei “voucher” – un tagliando che i padroncini possono esibire davanti ai (rari) controlli, facendo apparire i lavoratori in nero magari da mesi o anni come se fossero al primo giorno di lavoro, e dunque “regolari”.
L’inflazione, dice l’Istat, rimane stabile su base tendenziale a causa, principalmente, degli andamenti contrapposti di alcuni aggregati di spesa: da un lato rallentano – di un’inezia – i prezzi dei Beni energetici non regolamentati (da +79,4% a +69,9%), degli Alimentari non lavorati (da +12,9% a +11,4%) e dei Servizi relativi ai trasporti (da +7,2% a +6,8%); dall’altro accelerano i prezzi degli Energetici regolamentati (da +51,6% a +57,9%), dei Beni alimentari lavorati (da +13,3% a +14,3%), degli Altri beni (da +4,6% a +5,0%) e dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +5,2% a +5,5%).
Il risultato è che a novembre l’inflazione resta sui livelli altissimi raggiunti già in ottobre (+11,9%) e promette di restarci ancora a lungo.
L’“inflazione di fondo”, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, accelera infatti da +5,3% a +5,6%; quella al netto dei soli beni energetici sale da +5,9% a +6,1%.
I prezzi dei Beni alimentari, per la cura della casa e della persona registrano una modesta accelerazione su base tendenziale (da +12,6% a +12,7%); rallentano, al contrario, anch’essi di poco, quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (il cosiddetto “carrello della spesa”, da +8,9% a +8,8%).
L’inflazione acquisita per il 2022 è così pari a +8,1% per l’indice generale.
Ogni lettore può facilmente farsi i conti in tasca anche da solo. Tenete presente che IlSole24Ore – organo di Confindustria, ossia delle imprese – calcola che la perdita di reddito media viaggia ormai sopra i 2.000 euro l’anno.
Inutile aggiungere parole. Si può solo pensare a riempire le piazze...
Fonte
28/05/2021
Il peso delle tasse? Su lavoratori e pensionati, ma chi strilla sono solo i ricchi
Mentre si deposita la polvere sull’ultima starnazzata dei ricchi contro l’aumento della tassa di successione sui grandi patrimoni, si conferma con assai meno clamore del dovuto che il peso fiscale è sbilanciato sui redditi medi e concentrato sul lavoro dipendente e sulle pensioni.
A ribadire una verità ormai acclarata e consolidata questa volta è la Corte dei Conti che ha invitato a spostare il prelievo dall’Irpef all’Iva, a sfoltire e semplificare la giungla di agevolazioni fiscali che sottraggono 53 miliardi alle casse dello Stato e a rivedere profondamente il sistema della riscossione.
Il prelievo fiscale, sottolinea la Corte nel Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica 2021, “è concentrato sui redditi da lavoro dipendente e pensione, piuttosto sbilanciato sui redditi medi e con andamenti irregolari e distorsivi delle aliquote marginali effettive”. Per la magistratura contabile, “il declino del peso dei redditi da lavoro sul Pil, la persistente e significativa evasione e il proliferare di trattamenti tributari differenziati contribuiscono a mettere in dubbio che si possa ancora parlare di prelievo ‘generale’ sui redditi”.
“I prossimi anni richiederanno un considerevole sforzo fiscale per far fronte ai costi della pandemia – osserva la Corte – sarà dunque necessario guardare all’efficienza e all’equità del sistema tributario nel suo complesso, ipotizzando varie forme di ricomposizione del contributo dei prelievi diretti e indiretti alla copertura del bilancio, tra le quali adeguata attenzione potrebbe essere riservata ad un parziale spostamento del prelievo dall’Irpef all’Iva”.
Certo, un ragionamento anche sulla tassazione indiretta – in questo caso l’Iva – andrebbe circostanziato, perchè questa è decisamente una imposta uguale per tutti indipendentemente dalle possibilità di reddito e quindi aliena al principio della progressività. Ma finora è stato un argomento tabù.
Nel mirino dei magistrati contabili finiscono anche le tax expenditures, ovvero la giungla degli sconti e delle agevolazioni fiscali, che “ha significativamente contribuito a rendere complesso il prelievo” poiché “nonostante siano stati assunti nel tempo continui impegni a limitarne l’uso, il loro numero ha continuato ad aumentare sensibilmente”.
Anche su questo il sistema fiscale ha prodotto un ginepraio, che però ha sempre limitato fortemente il ricorso ad agevolazioni per i redditi da lavoro e da pensione creando quindi una asimmetria crescente.
Per la Corte dei Conti, “si tratta di eccezioni alla regola generale riconducibili a circa 250 agevolazioni, che causano una significativa perdita di gettito (circa 53 miliardi nel 2021). Difficile, tuttavia, valutarne l’impatto complessivo, vista l’eterogeneità dei provvedimenti, per natura, scopo e quota dei contribuenti interessati”.
La Corte sottolinea inoltre “la necessità di una profonda revisione” del sistema della riscossione dei tributi segnalando che “particolare rilievo dovrebbe assumere la questione dello smaltimento dei carichi pregressi, in gran parte ritenuti non riscuotibili”.
Anche la Corte dei Conti però paga la cambiale della fedeltà al manovratore, decantando come il Recovery Plan rappresenti “un’opportunità unica per effettuare investimenti che aumentino il potenziale di crescita del Paese, ma – osservano i magistrati contabili – per raggiungere tale obiettivo sarà necessario che vengano attuate con rapidità quelle riforme da tempo sollecitate da tutti gli osservatori internazionali e che ne rappresentano una parte fondamentale. Solo creando un contesto più trasparente ed efficiente con le riforme su giustizia, pubblica amministrazione, ammortizzatori sociali e fisco sarà possibile rimettere in moto il Paese, attrarre imprese e capitali esteri, offrire occasioni ai giovani, sia a quelli che pur formati ad alto livello nelle nostre Università non riescono a trovare opportunità in Italia, che a quelli sempre in maggior numero che si allontanano dalla scuola senza riuscire ad inserirsi nel mondo del lavoro”.
Insomma in tre giorni la Corte dei Conti ha messo sulla graticola il carattere di classe dell’università e le disuguaglianze nel sistema fiscale. O i magistrati contabili si sono iscritti in segreto a Potere al Popolo piuttosto che in quella o questa loggia, oppure registrano i processi per come si presentano e li indicano come tali nelle loro relazioni.
Il problema è che in questi anni abbiamo verificato come alcune risoluzioni della Corte dei Conti vengono fatte applicare alla lettera dagli apparati di governo sia nazionale che locali – spesso con risultati più che discutibili – altre hanno invece meno potere vigente. Una conferma in più che le leggi – anche quelle contabili – sono oggetto di lotta politica e sociale e che la loro attuazione o meno dipende molto dai rapporti di forza tra interessi materiali divergenti dentro una società. È al rovesciamento di questi che occorre dedicare tutte le energie disponibili e potenziali.
Fonte
A ribadire una verità ormai acclarata e consolidata questa volta è la Corte dei Conti che ha invitato a spostare il prelievo dall’Irpef all’Iva, a sfoltire e semplificare la giungla di agevolazioni fiscali che sottraggono 53 miliardi alle casse dello Stato e a rivedere profondamente il sistema della riscossione.
Il prelievo fiscale, sottolinea la Corte nel Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica 2021, “è concentrato sui redditi da lavoro dipendente e pensione, piuttosto sbilanciato sui redditi medi e con andamenti irregolari e distorsivi delle aliquote marginali effettive”. Per la magistratura contabile, “il declino del peso dei redditi da lavoro sul Pil, la persistente e significativa evasione e il proliferare di trattamenti tributari differenziati contribuiscono a mettere in dubbio che si possa ancora parlare di prelievo ‘generale’ sui redditi”.
“I prossimi anni richiederanno un considerevole sforzo fiscale per far fronte ai costi della pandemia – osserva la Corte – sarà dunque necessario guardare all’efficienza e all’equità del sistema tributario nel suo complesso, ipotizzando varie forme di ricomposizione del contributo dei prelievi diretti e indiretti alla copertura del bilancio, tra le quali adeguata attenzione potrebbe essere riservata ad un parziale spostamento del prelievo dall’Irpef all’Iva”.
Certo, un ragionamento anche sulla tassazione indiretta – in questo caso l’Iva – andrebbe circostanziato, perchè questa è decisamente una imposta uguale per tutti indipendentemente dalle possibilità di reddito e quindi aliena al principio della progressività. Ma finora è stato un argomento tabù.
Nel mirino dei magistrati contabili finiscono anche le tax expenditures, ovvero la giungla degli sconti e delle agevolazioni fiscali, che “ha significativamente contribuito a rendere complesso il prelievo” poiché “nonostante siano stati assunti nel tempo continui impegni a limitarne l’uso, il loro numero ha continuato ad aumentare sensibilmente”.
Anche su questo il sistema fiscale ha prodotto un ginepraio, che però ha sempre limitato fortemente il ricorso ad agevolazioni per i redditi da lavoro e da pensione creando quindi una asimmetria crescente.
Per la Corte dei Conti, “si tratta di eccezioni alla regola generale riconducibili a circa 250 agevolazioni, che causano una significativa perdita di gettito (circa 53 miliardi nel 2021). Difficile, tuttavia, valutarne l’impatto complessivo, vista l’eterogeneità dei provvedimenti, per natura, scopo e quota dei contribuenti interessati”.
La Corte sottolinea inoltre “la necessità di una profonda revisione” del sistema della riscossione dei tributi segnalando che “particolare rilievo dovrebbe assumere la questione dello smaltimento dei carichi pregressi, in gran parte ritenuti non riscuotibili”.
Anche la Corte dei Conti però paga la cambiale della fedeltà al manovratore, decantando come il Recovery Plan rappresenti “un’opportunità unica per effettuare investimenti che aumentino il potenziale di crescita del Paese, ma – osservano i magistrati contabili – per raggiungere tale obiettivo sarà necessario che vengano attuate con rapidità quelle riforme da tempo sollecitate da tutti gli osservatori internazionali e che ne rappresentano una parte fondamentale. Solo creando un contesto più trasparente ed efficiente con le riforme su giustizia, pubblica amministrazione, ammortizzatori sociali e fisco sarà possibile rimettere in moto il Paese, attrarre imprese e capitali esteri, offrire occasioni ai giovani, sia a quelli che pur formati ad alto livello nelle nostre Università non riescono a trovare opportunità in Italia, che a quelli sempre in maggior numero che si allontanano dalla scuola senza riuscire ad inserirsi nel mondo del lavoro”.
Insomma in tre giorni la Corte dei Conti ha messo sulla graticola il carattere di classe dell’università e le disuguaglianze nel sistema fiscale. O i magistrati contabili si sono iscritti in segreto a Potere al Popolo piuttosto che in quella o questa loggia, oppure registrano i processi per come si presentano e li indicano come tali nelle loro relazioni.
Il problema è che in questi anni abbiamo verificato come alcune risoluzioni della Corte dei Conti vengono fatte applicare alla lettera dagli apparati di governo sia nazionale che locali – spesso con risultati più che discutibili – altre hanno invece meno potere vigente. Una conferma in più che le leggi – anche quelle contabili – sono oggetto di lotta politica e sociale e che la loro attuazione o meno dipende molto dai rapporti di forza tra interessi materiali divergenti dentro una società. È al rovesciamento di questi che occorre dedicare tutte le energie disponibili e potenziali.
Fonte
14/01/2021
Baristi, parrucchieri, pensionati, operai: occhi aperti, vi stanno fregando ancora
Lunedì 11 gennaio il Direttore dell’Agenzia delle entrate Ernesto Maria Ruffini, in audizione alle commissioni Finanze e tesoro di Camera e Senato, ha parlato di IRPEF, l’Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche, regina della struttura fiscale dello Stato, sin dal 1973.
Questo primato ha fatto dire (giustamente) a lavoratori e pensionati – come noto tassati alla fonte, appunto con ritenuta IRPEF – che lo Stato era poggiato interamente sulle loro spalle, e che loro, a differenza degli autonomi e (soprattutto) dei commercianti, pagavano le tasse, e che i politici non dovevano scassare, perché se percepivano ancora uno stipendio era proprio per merito loro.
Nel 2018 i contribuenti IRPEF sono stati 41,4 milioni: 21,2 milioni hanno presentato il modello 730, 9,9 milioni hanno optato per il Modello reddito persone fisiche (ex modello Unico) e 10,6 milioni non hanno compilato una dichiarazione dei redditi e il dato reddituale è stato acquisito tramite CU (ex CUD, ex Modello 101).
Il dato che risulta da queste dichiarazioni, ha detto Ernesto Maria Ruffini, è che, sempre con riferimento al periodo d’imposta 2018, «la distribuzione dell’IRPEF è schiacciata verso il basso, con un reddito dichiarato dalla metà dei contribuenti italiani non superiore a 16.795 euro».
Nel 2018 la metà dei contribuenti ha percepito meno di 17 mila euro. In particolare 8 milioni 330 mila lavoratori dipendenti (quasi tutti del settore privato) hanno percepito un reddito inferiore a 15 mila euro lordi annui, idem 6 milioni di pensionati.
Ciò vuol dire che 21 milioni di contribuenti sono stati (considerando un ammontare minimo di deduzioni e detrazioni) quasi sulla soglia della no-tax area – non hanno pagato tasse, non hanno pagato IRPEF.
Questo cambiamento della struttura fiscale è confermato da un altro dato che si ricava dal bilancio dello Stato 2018: l’IRPEF complessiva pagata dai dipendenti pubblici (3 milioni circa) è stata pressoché pari all’IRPEF pagata dai dipendenti del settore privato (15 milioni circa).
Inoltre, bisogna considerare che tra i lavoratori a tempo indeterminato ci sono stati circa 2 milioni di lavoratori con 2 sostituti (due datori di lavoro o sostituti diversi) e 460 mila con 3 sostituti; che trai i lavoratori a tempo determinato ci sono stati 2 milioni e 800 mila con 2 sostituti, 1 milione con 3 sostituti e 250 mila con 4 sostituti. Sono segni di frammentazione e povertà del lavoro.
Per quanto riguarda il dato IRPEF, si tratta di un cambiamento epocale; si tratta della fine della tassazione alla fonte, della fine della “superiorità morale” di dipendenti e pensionati, della fine del racconto che opponeva operi e bottegai, della fine di quel periodo in cui dare del bottegaio era un insulto.
Se nel bilancio dello Stato l’IRPEF diventa sempre più marginale, su cosa si reggono le finanze pubbliche?
Si reggono su una flat tax mascherata.
Falt tax vuol dire un’aliquota uguale per tutti. Che tu sia povero o ricco, che tu sia dottore o spazzino, che tu sia accattone o brokers, scienziato o caprone, milionario o straccione, su ogni euro che spendi per comprare il pane e il latte, il vestito e la benzina, il caffè e la varechina, paghi sempre il 22% di iva, paghi sempre una stessa accisa.
Ci smeni sempre lo stesso ammontare assoluto di denaro, sia che tu abbia un reddito di 100, sia che tu abbia un reddito di 1.000 o di un milione di euro.
La Flat tax è già tra noi. Il direttore dell’Agenzia delle entrate non può urlarlo in Parlamento. È pur sempre un dipendente dello Stato – anche se di alto livello. Lo dice in silenzio, tra le righe; dice che la tassazione è schiacciata, eccetera.
Poi attacca con la musica che fa sciogliere in lacrime il parlamentare e il contribuente medio – il contribuente modello delle logomachie da propaganda televisiva; attacca e dice che (virgolette) il sistema tributario italiano è oscuro, che (virgolette) quest’oscurità è un freno per gli investimenti, anche esteri; che (virgolette) le normative sono eccessivamente lunghe, di difficile lettura sia dal punto di vista lessicale che sintattico, soggette a continue variazioni nel tempo; che ci vuole semplificazione; che (virgolette) occorre una riduzione del cuneo fiscale sul lavoro; che anche se (questo lo aggiungo io) il cuneo non c’è più, bisogna rosicchiare, bisogna portare tutti i lavoratori a pagare zero IRPEF; bisogna eliminare l’IRPEF e sostituirla con una bella tassa sulla strisciata, una bella tassa piatta sul consumo: se consumi paghi, se non consumi non paghi. Cosa c’è di più democratico!
Bisogna solo capire come meccanizzare il processo di riscossione, bisogna costruire due-tre App intelligenti, un sistema di BigData, introdurre un paio di algoritmi, una moneta virtuale, e altre misure extra-parlamentari che il Direttore accenna e che vi illustrerò nella prossima puntata.
Fonte
Questo primato ha fatto dire (giustamente) a lavoratori e pensionati – come noto tassati alla fonte, appunto con ritenuta IRPEF – che lo Stato era poggiato interamente sulle loro spalle, e che loro, a differenza degli autonomi e (soprattutto) dei commercianti, pagavano le tasse, e che i politici non dovevano scassare, perché se percepivano ancora uno stipendio era proprio per merito loro.
Nel 2018 i contribuenti IRPEF sono stati 41,4 milioni: 21,2 milioni hanno presentato il modello 730, 9,9 milioni hanno optato per il Modello reddito persone fisiche (ex modello Unico) e 10,6 milioni non hanno compilato una dichiarazione dei redditi e il dato reddituale è stato acquisito tramite CU (ex CUD, ex Modello 101).
Il dato che risulta da queste dichiarazioni, ha detto Ernesto Maria Ruffini, è che, sempre con riferimento al periodo d’imposta 2018, «la distribuzione dell’IRPEF è schiacciata verso il basso, con un reddito dichiarato dalla metà dei contribuenti italiani non superiore a 16.795 euro».
Nel 2018 la metà dei contribuenti ha percepito meno di 17 mila euro. In particolare 8 milioni 330 mila lavoratori dipendenti (quasi tutti del settore privato) hanno percepito un reddito inferiore a 15 mila euro lordi annui, idem 6 milioni di pensionati.
Ciò vuol dire che 21 milioni di contribuenti sono stati (considerando un ammontare minimo di deduzioni e detrazioni) quasi sulla soglia della no-tax area – non hanno pagato tasse, non hanno pagato IRPEF.
Questo cambiamento della struttura fiscale è confermato da un altro dato che si ricava dal bilancio dello Stato 2018: l’IRPEF complessiva pagata dai dipendenti pubblici (3 milioni circa) è stata pressoché pari all’IRPEF pagata dai dipendenti del settore privato (15 milioni circa).
Inoltre, bisogna considerare che tra i lavoratori a tempo indeterminato ci sono stati circa 2 milioni di lavoratori con 2 sostituti (due datori di lavoro o sostituti diversi) e 460 mila con 3 sostituti; che trai i lavoratori a tempo determinato ci sono stati 2 milioni e 800 mila con 2 sostituti, 1 milione con 3 sostituti e 250 mila con 4 sostituti. Sono segni di frammentazione e povertà del lavoro.
Per quanto riguarda il dato IRPEF, si tratta di un cambiamento epocale; si tratta della fine della tassazione alla fonte, della fine della “superiorità morale” di dipendenti e pensionati, della fine del racconto che opponeva operi e bottegai, della fine di quel periodo in cui dare del bottegaio era un insulto.
Se nel bilancio dello Stato l’IRPEF diventa sempre più marginale, su cosa si reggono le finanze pubbliche?
Si reggono su una flat tax mascherata.
Falt tax vuol dire un’aliquota uguale per tutti. Che tu sia povero o ricco, che tu sia dottore o spazzino, che tu sia accattone o brokers, scienziato o caprone, milionario o straccione, su ogni euro che spendi per comprare il pane e il latte, il vestito e la benzina, il caffè e la varechina, paghi sempre il 22% di iva, paghi sempre una stessa accisa.
Ci smeni sempre lo stesso ammontare assoluto di denaro, sia che tu abbia un reddito di 100, sia che tu abbia un reddito di 1.000 o di un milione di euro.
La Flat tax è già tra noi. Il direttore dell’Agenzia delle entrate non può urlarlo in Parlamento. È pur sempre un dipendente dello Stato – anche se di alto livello. Lo dice in silenzio, tra le righe; dice che la tassazione è schiacciata, eccetera.
Poi attacca con la musica che fa sciogliere in lacrime il parlamentare e il contribuente medio – il contribuente modello delle logomachie da propaganda televisiva; attacca e dice che (virgolette) il sistema tributario italiano è oscuro, che (virgolette) quest’oscurità è un freno per gli investimenti, anche esteri; che (virgolette) le normative sono eccessivamente lunghe, di difficile lettura sia dal punto di vista lessicale che sintattico, soggette a continue variazioni nel tempo; che ci vuole semplificazione; che (virgolette) occorre una riduzione del cuneo fiscale sul lavoro; che anche se (questo lo aggiungo io) il cuneo non c’è più, bisogna rosicchiare, bisogna portare tutti i lavoratori a pagare zero IRPEF; bisogna eliminare l’IRPEF e sostituirla con una bella tassa sulla strisciata, una bella tassa piatta sul consumo: se consumi paghi, se non consumi non paghi. Cosa c’è di più democratico!
Bisogna solo capire come meccanizzare il processo di riscossione, bisogna costruire due-tre App intelligenti, un sistema di BigData, introdurre un paio di algoritmi, una moneta virtuale, e altre misure extra-parlamentari che il Direttore accenna e che vi illustrerò nella prossima puntata.
Fonte
26/04/2020
Lavoratori e pensionati pagano l’82% dell’Irpef. Ne vogliamo parlare?
Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha pubblicato i dati sull'imposta dei redditi delle persone fisiche (Irpef) e sulle dichiarazioni IVA per l’anno di imposta 2018.
I contribuenti risultano essere circa 41,4 milioni avendo presentato i modelli di dichiarazione “Redditi Persone Fisiche e “730”, oppure attraverso la Certificazione Unica (CU), in crescita nel 2018 di circa 162.000 soggetti (+0,4%) rispetto all’anno precedente.
Il reddito complessivo totale dichiarato ammonta a circa 880 miliardi di euro (+42 miliardi rispetto all’anno precedente, +5%) per un valore medio di 21.660 euro, anch’esso in crescita del 4,8% rispetto al reddito complessivo medio dichiarato l’anno precedente.
Questo incremento del reddito complessivo – dice il Mef – è dovuto all’aumento dei redditi da pensione, lavoro dipendente e lavoro autonomo. Ed anche le imposte pagate su lavoro e pensioni nel 2018 sono aumentate di 5,537 milioni di euro. Ne sono invece entrate meno dalle imprese. Il gettito dell’imposta sul reddito delle società (Ires) evidenzia una flessione del 7,2% determinata dagli effetti finanziari derivanti dalla riduzione dell’aliquota Ires dal 27,5% al 24% e degli effetti dell’applicazione del c.d. superammortamento e iperammortamento.
Si conferma come la stragrande maggioranza delle imposte dirette siano rappresentate dai redditi da lavoro dipendente e da pensione, che rappresentano circa l’82% del reddito complessivo dichiarato. Di questo i redditi da pensione sono il 29% del totale del reddito complessivo.
Come abbiamo visto, il reddito complessivo dichiarato è di circa 880 miliardi di euro ma con molte disuguaglianze al proprio interno.
L’analisi territoriale mostra che la regione con reddito medio complessivo più elevato è la Lombardia (25.670 euro), seguita dalla provincia di Bolzano (24.760 euro), mentre la Calabria ha il reddito medio più basso (15.430 euro). Rimane notevole la distanza tra il reddito medio delle regioni centro-settentrionali e quello delle regioni meridionali.
Viene confermato come i redditi da lavoro dipendente e da pensione rappresentino l’82% del reddito dichiarato. Il reddito medio più elevato è quello del lavoratore autonomo con 46.240 euro, mentre il reddito medio dichiarato dagli imprenditori titolari di ditte individuali è di 20.940. Circa 120 euro in più del reddito medio dichiarato al Fisco dai lavoratori dipendenti. A 17.870 euro si ferma, invece, il reddito dichiarato dai pensionati. Il tipo di reddito più dichiarato in termini di frequenza e di importo, è quello da lavoro dipendente (52,6% del reddito complessivo) seguito da quello dei pensionati (29,3% del reddito complessivo).
I soggetti con un reddito complessivo maggiore di 300mila euro dichiarano il 6,0% dell’imposta totale. Dalla distribuzione dell’imposta per classi di reddito complessivo emerge che i contribuenti con imposta netta e redditi fino a 35mila (83% del totale) dichiarano il 43% dell’imposta netta totale, mentre il 57% è dichiarata dai contribuenti con redditi superiori a 35mila euro (17% del totale contribuenti). I lavoratori dipendenti dichiarano oltre 462 miliardi di euro che ricomprendono anche collaborazioni coordinate e continuative, collaboratori a progetto (823mila soggetti), pari al 4,3% dell’ammontare complessivo del reddito da lavoro dipendente.
Dai dati infine risulta che l’imposta netta Irpef è pari in media a 5.270 euro e viene dichiarata da circa 31,2 milioni di soggetti, pari a circa il 75% del totale dei contribuenti. Ma a questa vanno aggiunte le addizionali Irpef locali introdotte da Regioni e Comuni, si tratta di 17,3 miliardi di imposte in più pagate direttamente sulle buste paga.
L’addizionale regionale Irpef nel 2018 è ammontata a circa 12,3 miliardi di euro (+3,1% rispetto al 2017) con una imposta media pari a 420 euro. L’imposta più alta si registra nel Lazio (620 euro), mentre quella più bassa si rileva in Basilicata e in Sardegna (280 euro).
L’addizionale Irpef comunale è stata pari invece a 5 miliardi di euro, in aumento del 3,6% rispetto al 2017, con un importo medio pari a 190 euro.
Insomma lavoratori e pensionati si accollano la maggior parte delle imposte dirette ma ricevono in cambio sempre meno servizi e aumentano le disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza. Ne vogliamo parlare?
Fonte
I contribuenti risultano essere circa 41,4 milioni avendo presentato i modelli di dichiarazione “Redditi Persone Fisiche e “730”, oppure attraverso la Certificazione Unica (CU), in crescita nel 2018 di circa 162.000 soggetti (+0,4%) rispetto all’anno precedente.
Il reddito complessivo totale dichiarato ammonta a circa 880 miliardi di euro (+42 miliardi rispetto all’anno precedente, +5%) per un valore medio di 21.660 euro, anch’esso in crescita del 4,8% rispetto al reddito complessivo medio dichiarato l’anno precedente.
Questo incremento del reddito complessivo – dice il Mef – è dovuto all’aumento dei redditi da pensione, lavoro dipendente e lavoro autonomo. Ed anche le imposte pagate su lavoro e pensioni nel 2018 sono aumentate di 5,537 milioni di euro. Ne sono invece entrate meno dalle imprese. Il gettito dell’imposta sul reddito delle società (Ires) evidenzia una flessione del 7,2% determinata dagli effetti finanziari derivanti dalla riduzione dell’aliquota Ires dal 27,5% al 24% e degli effetti dell’applicazione del c.d. superammortamento e iperammortamento.
Si conferma come la stragrande maggioranza delle imposte dirette siano rappresentate dai redditi da lavoro dipendente e da pensione, che rappresentano circa l’82% del reddito complessivo dichiarato. Di questo i redditi da pensione sono il 29% del totale del reddito complessivo.
Come abbiamo visto, il reddito complessivo dichiarato è di circa 880 miliardi di euro ma con molte disuguaglianze al proprio interno.
L’analisi territoriale mostra che la regione con reddito medio complessivo più elevato è la Lombardia (25.670 euro), seguita dalla provincia di Bolzano (24.760 euro), mentre la Calabria ha il reddito medio più basso (15.430 euro). Rimane notevole la distanza tra il reddito medio delle regioni centro-settentrionali e quello delle regioni meridionali.
Viene confermato come i redditi da lavoro dipendente e da pensione rappresentino l’82% del reddito dichiarato. Il reddito medio più elevato è quello del lavoratore autonomo con 46.240 euro, mentre il reddito medio dichiarato dagli imprenditori titolari di ditte individuali è di 20.940. Circa 120 euro in più del reddito medio dichiarato al Fisco dai lavoratori dipendenti. A 17.870 euro si ferma, invece, il reddito dichiarato dai pensionati. Il tipo di reddito più dichiarato in termini di frequenza e di importo, è quello da lavoro dipendente (52,6% del reddito complessivo) seguito da quello dei pensionati (29,3% del reddito complessivo).
I soggetti con un reddito complessivo maggiore di 300mila euro dichiarano il 6,0% dell’imposta totale. Dalla distribuzione dell’imposta per classi di reddito complessivo emerge che i contribuenti con imposta netta e redditi fino a 35mila (83% del totale) dichiarano il 43% dell’imposta netta totale, mentre il 57% è dichiarata dai contribuenti con redditi superiori a 35mila euro (17% del totale contribuenti). I lavoratori dipendenti dichiarano oltre 462 miliardi di euro che ricomprendono anche collaborazioni coordinate e continuative, collaboratori a progetto (823mila soggetti), pari al 4,3% dell’ammontare complessivo del reddito da lavoro dipendente.
Dai dati infine risulta che l’imposta netta Irpef è pari in media a 5.270 euro e viene dichiarata da circa 31,2 milioni di soggetti, pari a circa il 75% del totale dei contribuenti. Ma a questa vanno aggiunte le addizionali Irpef locali introdotte da Regioni e Comuni, si tratta di 17,3 miliardi di imposte in più pagate direttamente sulle buste paga.
L’addizionale regionale Irpef nel 2018 è ammontata a circa 12,3 miliardi di euro (+3,1% rispetto al 2017) con una imposta media pari a 420 euro. L’imposta più alta si registra nel Lazio (620 euro), mentre quella più bassa si rileva in Basilicata e in Sardegna (280 euro).
L’addizionale Irpef comunale è stata pari invece a 5 miliardi di euro, in aumento del 3,6% rispetto al 2017, con un importo medio pari a 190 euro.
Insomma lavoratori e pensionati si accollano la maggior parte delle imposte dirette ma ricevono in cambio sempre meno servizi e aumentano le disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza. Ne vogliamo parlare?
Fonte
27/03/2020
Il mito del conflitto generazionale e la realtà del conflitto di classe
L’emergenza sanitaria di queste
settimane, come avviene in tutti gli stati emergenziali, sta mostrando
in tutta la sua crudezza alcuni tratti tipici della nostra
organizzazione economica e sociale. Gli effetti devastanti dell’austerità sul sistema sanitario rivelano in modo brutale cosa significhi davvero la logica della scarsità delle risorse
imposta dalle politiche economiche degli ultimi decenni. A fronte di
una disponibilità limitata di posti di terapia intensiva occorre, come
in un’economia di guerra, effettuare delle scelte e sacrificare il più vecchio
o il già malato, colui che avrà meno possibilità di sopravvivenza a
favore del più giovane e sano. La scarsità delle risorse, non certo
naturale o da deficit tecnologico, ma imposta da anni di politiche di austerità, impone una logica di sapore darwinista di selezione del soggetto da salvare, contrapponendo giovani e vecchi, sani e malati.
Questa apparente contrapposizione non è limitata, però, al campo della salute. Da molti anni il dibattito pubblico è permeato di una retorica che è divenuta quasi costitutiva del nostro modo di pensare: quella di un inevitabile conflitto economico intergenerazionale tra giovani e anziani, per la spartizione di risorse economiche scarse, nel tempo della crisi demografica irreversibile dell’occidente.
Il presupposto oggettivo di questa idea è l’esistenza di un’indubbia crisi demografica che nei paesi europei, e più in generale nel mondo industrializzato, ha avuto inizio negli anni ’70-’80 del secolo scorso e si manifesta come crescente squilibrio anagrafico tra giovani e vecchi, con la crescita degli ultimi e la diminuzione dei primi.
La simultanea riduzione dei tassi di natalità e mortalità, e addirittura in Italia il superamento del numero di morti rispetto al numero di nati già a partire dalla fine degli anni ’80, hanno portato non solo ad un evidente invecchiamento, favorito quest’ultimo anche dal progresso tecnologico in campo sanitario, ma anche ad un graduale declino della popolazione, compensato in molti paesi europei soltanto dal saldo netto positivo dei flussi migratori (immigrati meno emigrati). Del resto, per dare un’idea della situazione anagrafica del nostro paese basta osservare che nel 2018 l’età mediana (quella che ripartisce la popolazione ordinata secondo l’età in due gruppi ugualmente numerosi) in Italia era pari a 46,8 anni, a fronte dei 31 anni nel periodo dell’immediato dopoguerra, e che nel 2017 il tasso di natalità (definito come il rapporto tra il numero dei nati vivi dell’anno e l’ammontare medio della popolazione residente) era pari a 7,5/1000 e quello di mortalità (definito come il rapporto tra il numero dei decessi nell’anno e l’ammontare medio della popolazione residente) attorno al 10/1000.
Declino e invecchiamento sono una realtà evidente della demografia contemporanea occidentale e in particolare del nostro e di altri paesi, che affonda le sue radici in un complesso di cause che sono insieme materiali e culturali.
A partire da questo stato di cose, occorre allora porsi alcune domande che richiedono uno sforzo di riflessione ampio. La prima e più immediata è questa: ammesso e non concesso che il declino demografico sia un dato esogeno rispetto al funzionamento e allo stato di salute del sistema economico (e non lo è affatto), l’attuale rapporto numerico tra giovani e vecchi rende davvero inevitabile l’esplosione di un conflitto distributivo generazionale, da risolversi con politiche di restrizione della quota di reddito devoluta agli anziani (obiettivo perseguito dalle riforme pensionistiche varate dal 1992 ad oggi)?
Più in breve: gli interessi oggettivi dei lavoratori giovani e degli anziani pensionati sono davvero inevitabilmente contrapposti?
Rispondere a questa prima domanda ci permette di fissare il primo tassello del puzzle della decostruzione della nefasta teoria del conflitto tra generazioni.
Al principio del 2019 il Fondo Monetario Internazionale pubblicava un rapporto sulla sostenibilità dei sistemi pensionistici, in cui veniva messo sotto accusa il sistema previdenziale italiano, considerato ad alto rischio di collasso e insostenibile nel lungo periodo. Vi si affermava: “Abbassare l’età pensionabile” – con chiaro riferimento alla riforma nota come quota 100 – “abbasserà il tasso di partecipazione alla forza lavoro e la crescita potenziale, aggiungendosi ad un già alto conto pensionistico”. Seguivano raccomandazioni sulla necessità di aumentare l’età pensionabile, per evitare che un domani i giovani non abbiano più modo di accedere alla pensione e siano costretti a finanziarla con proprie risorse una volta raggiunta l’anzianità.
Il report del FMI esemplifica plasticamente una visione egemone ormai da trent’anni, che continuamente viene riproposta con altisonante allarmismo e che ritorna oggi con clamore nel dibattito corrente sul superamento di quota 100: “non ci sono risorse per finanziare i sistemi pensionistici” si afferma. “L’unica soluzione è un aumento dell’età pensionabile o una riduzione drastica dell’assegno pensionistico”. “Se queste misure non venissero attuate i giovani sarebbero condannati ad un presente e ad un futuro di privazioni a causa degli iniqui privilegi garantiti agli anziani. E se mai proprio dovessimo garantire flessibilità in uscita ai pensionati occorrerebbe farlo a parità di risorse, ovvero con una penalizzazione dell’assegno previdenziale”, etc. etc.
Ma quali sono i presupposti di questa impostazione? Per rispondere, bisogna partire dalle radici di teoria economica e di prospettiva politica e culturale che si celano dietro al mito del conflitto economico tra le generazioni. Vi sono molti pilastri su cui si sostiene questo mito. Il primo discende direttamente dalla logica intrinseca alla teoria economica neoclassica, oggi dominante, secondo cui un sistema economico dispone di risorse date, scarse. Quest’idea si basa sull’assunzione che i sistemi economici di mercato tendano – magicamente – sempre a raggiungere il pieno impiego delle risorse disponibili, ovvero la piena occupazione dei lavoratori e il pieno utilizzo del capitale fisico a disposizione. Una visione armonica e idilliaca del capitalismo come sistema destinato a generare piena occupazione, una semplice fandonia in malafede che è stato dimostrato essere logicamente fallace e fondata su presupposti teorici del tutto inconsistenti. Ma qui la scienza non c’entra nulla, nella misura in cui la teoria neoclassica fornice una patina di legittimità agli interessi delle classi dominanti. Tornando al nostro ragionamento, è evidente che, se si ritiene il capitalismo un sistema che porta necessariamente alla piena occupazione, non si potrà che ragionare sempre in un’ottica di risorse scarse. Se tutti i lavoratori sono impiegati e tutto il capitale è pienamente utilizzato, infatti, il sistema sta già producendo il massimo producibile date le condizioni demografiche e tecnologiche esistenti. In questa dimensione è evidente che una crescita della popolazione anziana, a sistemi pensionistici dati, non potrà che comportare un drenaggio di risorse dai più giovani occupati.
Se le cose stessero davvero così è evidente che, in condizioni di declino demografico, mantenere un sistema pensionistico nelle condizioni attuali implicherebbe spostare risorse date dai giovani occupati agli anziani pensionati, con pregiudizio inevitabile della generazione lavoratrice. Proprio da qui nasce la retorica dell’inevitabilità di riforme pensionistiche restrittive come àncora di salvataggio per i giovani i quali, già colpiti dalla precarietà del lavoro, sarebbero, poveri diavoli, anche costretti a finanziare insostenibili assegni pensionistici per anziani benestanti.
La ricetta conseguente a questa impostazione in campo previdenziale è, da ormai trent’anni, sempre la stessa: riduzione dei diritti pensionistici e ridimensionamento della spesa previdenziale. La leva attraverso cui questa riduzione è stata attuata in Italia è stata la trasformazione del sistema retributivo in contributivo e, a seguire, la progressiva riduzione dei coefficienti di trasformazione, sulla base dell’idea che più anni di vita debbano implicare una rendita pensionistica mensile minore. A ciò si è unito l’aumento continuo dell’età pensionabile.
Se però capovolgessimo le premesse alla base di questo programma di austerità previdenziale, anche queste apparenti conseguenze logiche perderebbero ogni consistenza e coerenza. Se la disoccupazione, il precariato, la discontinuità delle carriere e il lavoro nero non fossero dati immutabili del sistema economico, come invece la teoria economica dominante ci vorrebbe far credere, ma caratteristiche strettamente legate alle politiche economiche e al modello di sviluppo capitalistico adottato, allora si aprirebbe un pozzo di risorse sterminato, attraverso cui coniugare un maggior benessere dei giovani con la possibilità di finanziare agevolmente le pensioni degli anziani, anche in presenza di un aumento dell’aspettativa media di vita e di un innegabile declino demografico. Più occupazione e carriere più sicure e continue significa infatti una crescita enorme del montante contributivo che finanzia un sistema pensionistico.
A tutto questo si aggiunge poi un altro tassello molto rilevante. Nel discorso corrente in tema previdenziale si fa sempre esclusivo riferimento alle risorse reperibili dai contributi dei lavoratori e dei datori di lavoro. È noto infatti che la stragrande maggioranza dei sistemi previdenziali viene finanziata tramite la raccolta dei contributi pagati dai lavoratori dipendenti e autonomi e, in quota parte, dalle imprese a favore dei loro dipendenti. Si tratta di una voce che va ad incrementare il cosiddetto costo del lavoro. A differenza di tanti altri trasferimenti o servizi sociali, sanitari, d’istruzione, di trasporto pubblico etc., la previdenza viene infatti finanziata in massima parte tramite la leva contributiva. In termini macroeconomici, questo significa che il costo del mantenimento della popolazione non più attiva ricade praticamente in toto su lavoratori e imprese, mentre i percettori di altre tipologie di reddito sono totalmente esenti da questo sforzo di finanziamento. Nel corso degli ultimi decenni il sistema industriale nel mondo occidentale ha conosciuto una progressiva crisi e fette consistenti di profitti sono state assorbite dalla finanza: plusvalenze azionarie, rendite da interessi, rendite e plusvalenze da speculazioni immobiliari. Flussi enormi di ricchezza che non contribuiscono in alcun modo al sostentamento del sistema previdenziale, il quale invece potrebbe attingere anche alla fiscalità generale, ovvero le imposte. Una fiscalità che, naturalmente, andrebbe ripensata su base molto più progressiva e universale, per colpire con più incisività i redditi da capitale e in generale i redditi più elevati.
Infine, in piena coerenza logica con quanto spiegato in merito alla visione dominante del funzionamento dell’economia, nel dibattito corrente mai si pone l’accento sulla possibilità di finanziare la spesa sociale in deficit. E se lo si fa, lo si concepisce come un intervento emergenziale, un’eccezione alla regola del pareggio di bilancio imposta e poi cristallizzata dai trattati europei (Maastricht, Fiscal Compact). In ossequio al paradigma teorico dominante, se il sistema tende al pieno impiego qualunque intervento in deficit non potrebbe che portare a spinte inflazionistiche e a spiazzamento degli investimenti privati da parte della spesa pubblica, senza alcun risultato in termini occupazionali e di crescita.
Se invece, ancora una volta, si ritiene che il sistema capitalistico tenda ad un costante sottoimpiego delle risorse per via di una cronica carenza di domanda aggregata, qualsiasi spesa in deficit, anche per spesa corrente, ad esempio per le pensioni, non può che accrescere, tramite un aumento della domanda aggregata, la produzione e l’occupazione. Un meccanismo virtuoso che si dispiegherebbe fino al raggiungimento del pieno impiego. Del resto, un raggiungimento di una piena e buona occupazione sarebbe a sua volta quel tassello mancante, già discusso in precedenza, che contribuirebbe alla piena sostenibilità dei sistemi pensionistici tramite le entrate contributive. Che si finanzino direttamente le pensioni in deficit, creando un meccanismo di crescita dei consumi e quindi della produzione e dell’occupazione; oppure che si pratichino, tramite altre voci di spesa pubblica, politiche di espansione della domanda orientate alla piena occupazione, il risultato finale, in relazione agli equilibri occupazionali e previdenziali, sarebbe lo stesso: un forte aumento delle entrate contributive generato da un aumento dell’occupazione, che permetterebbe, a regime, un adeguato finanziamento delle prestazioni pensionistiche nel lungo periodo.
Ed ecco che, rovesciando il paradigma economico dominante, si scioglie come neve al sole ogni presupposto teorico alla base del mito del conflitto tra generazioni. Maggiore occupazione, più alti salari, stabilità lavorativa per i giovani, fanno rima con pensioni più alte e sicure e con maggior flessibilità in uscita.
Il benessere delle generazioni è così legato da un unico filo indissolubile. Un filo che le classi dominanti cercano in tutti i modi di spezzare nella loro lotta senza quartiere contro il lavoro in tutte le sue forme e fasi, dove salario e pensione rappresentano evidentemente due fasi temporali del reddito da lavoro. Ogni attacco al salario è indirettamente un attacco alle pensioni del presente e del futuro, ed ogni attacco alle pensioni è un attacco a quella particolare fase del reddito da lavoro inquadrabile come salario differito.
La guerra ideologica che vorrebbe giovani e vecchi in conflitto su due barche diverse è dunque parte della lotta di classe finalizzata a spezzare l’unità, anche anagrafica, della classe lavoratrice nel suo insieme. La guerra allo stato sociale, dalla sanità alle pensioni, dall’istruzione ad ogni altro genere di servizio di base è una guerra contro i lavoratori di tutte le età e, a vari livelli, è parte di quel gigantesco programma di redistribuzione del reddito dai poveri ai ricchi che si perpetua da molti anni.
Non esiste alcun conflitto generazionale! L’unico vero conflitto economico è quello di classe tra i pochissimi che detengono la stragrande maggioranza della ricchezza sociale prodotta e i moltissimi che si dividono quello che resta.
Fonte
Questa apparente contrapposizione non è limitata, però, al campo della salute. Da molti anni il dibattito pubblico è permeato di una retorica che è divenuta quasi costitutiva del nostro modo di pensare: quella di un inevitabile conflitto economico intergenerazionale tra giovani e anziani, per la spartizione di risorse economiche scarse, nel tempo della crisi demografica irreversibile dell’occidente.
Il presupposto oggettivo di questa idea è l’esistenza di un’indubbia crisi demografica che nei paesi europei, e più in generale nel mondo industrializzato, ha avuto inizio negli anni ’70-’80 del secolo scorso e si manifesta come crescente squilibrio anagrafico tra giovani e vecchi, con la crescita degli ultimi e la diminuzione dei primi.
La simultanea riduzione dei tassi di natalità e mortalità, e addirittura in Italia il superamento del numero di morti rispetto al numero di nati già a partire dalla fine degli anni ’80, hanno portato non solo ad un evidente invecchiamento, favorito quest’ultimo anche dal progresso tecnologico in campo sanitario, ma anche ad un graduale declino della popolazione, compensato in molti paesi europei soltanto dal saldo netto positivo dei flussi migratori (immigrati meno emigrati). Del resto, per dare un’idea della situazione anagrafica del nostro paese basta osservare che nel 2018 l’età mediana (quella che ripartisce la popolazione ordinata secondo l’età in due gruppi ugualmente numerosi) in Italia era pari a 46,8 anni, a fronte dei 31 anni nel periodo dell’immediato dopoguerra, e che nel 2017 il tasso di natalità (definito come il rapporto tra il numero dei nati vivi dell’anno e l’ammontare medio della popolazione residente) era pari a 7,5/1000 e quello di mortalità (definito come il rapporto tra il numero dei decessi nell’anno e l’ammontare medio della popolazione residente) attorno al 10/1000.
Declino e invecchiamento sono una realtà evidente della demografia contemporanea occidentale e in particolare del nostro e di altri paesi, che affonda le sue radici in un complesso di cause che sono insieme materiali e culturali.
A partire da questo stato di cose, occorre allora porsi alcune domande che richiedono uno sforzo di riflessione ampio. La prima e più immediata è questa: ammesso e non concesso che il declino demografico sia un dato esogeno rispetto al funzionamento e allo stato di salute del sistema economico (e non lo è affatto), l’attuale rapporto numerico tra giovani e vecchi rende davvero inevitabile l’esplosione di un conflitto distributivo generazionale, da risolversi con politiche di restrizione della quota di reddito devoluta agli anziani (obiettivo perseguito dalle riforme pensionistiche varate dal 1992 ad oggi)?
Più in breve: gli interessi oggettivi dei lavoratori giovani e degli anziani pensionati sono davvero inevitabilmente contrapposti?
Rispondere a questa prima domanda ci permette di fissare il primo tassello del puzzle della decostruzione della nefasta teoria del conflitto tra generazioni.
Al principio del 2019 il Fondo Monetario Internazionale pubblicava un rapporto sulla sostenibilità dei sistemi pensionistici, in cui veniva messo sotto accusa il sistema previdenziale italiano, considerato ad alto rischio di collasso e insostenibile nel lungo periodo. Vi si affermava: “Abbassare l’età pensionabile” – con chiaro riferimento alla riforma nota come quota 100 – “abbasserà il tasso di partecipazione alla forza lavoro e la crescita potenziale, aggiungendosi ad un già alto conto pensionistico”. Seguivano raccomandazioni sulla necessità di aumentare l’età pensionabile, per evitare che un domani i giovani non abbiano più modo di accedere alla pensione e siano costretti a finanziarla con proprie risorse una volta raggiunta l’anzianità.
Il report del FMI esemplifica plasticamente una visione egemone ormai da trent’anni, che continuamente viene riproposta con altisonante allarmismo e che ritorna oggi con clamore nel dibattito corrente sul superamento di quota 100: “non ci sono risorse per finanziare i sistemi pensionistici” si afferma. “L’unica soluzione è un aumento dell’età pensionabile o una riduzione drastica dell’assegno pensionistico”. “Se queste misure non venissero attuate i giovani sarebbero condannati ad un presente e ad un futuro di privazioni a causa degli iniqui privilegi garantiti agli anziani. E se mai proprio dovessimo garantire flessibilità in uscita ai pensionati occorrerebbe farlo a parità di risorse, ovvero con una penalizzazione dell’assegno previdenziale”, etc. etc.
Ma quali sono i presupposti di questa impostazione? Per rispondere, bisogna partire dalle radici di teoria economica e di prospettiva politica e culturale che si celano dietro al mito del conflitto economico tra le generazioni. Vi sono molti pilastri su cui si sostiene questo mito. Il primo discende direttamente dalla logica intrinseca alla teoria economica neoclassica, oggi dominante, secondo cui un sistema economico dispone di risorse date, scarse. Quest’idea si basa sull’assunzione che i sistemi economici di mercato tendano – magicamente – sempre a raggiungere il pieno impiego delle risorse disponibili, ovvero la piena occupazione dei lavoratori e il pieno utilizzo del capitale fisico a disposizione. Una visione armonica e idilliaca del capitalismo come sistema destinato a generare piena occupazione, una semplice fandonia in malafede che è stato dimostrato essere logicamente fallace e fondata su presupposti teorici del tutto inconsistenti. Ma qui la scienza non c’entra nulla, nella misura in cui la teoria neoclassica fornice una patina di legittimità agli interessi delle classi dominanti. Tornando al nostro ragionamento, è evidente che, se si ritiene il capitalismo un sistema che porta necessariamente alla piena occupazione, non si potrà che ragionare sempre in un’ottica di risorse scarse. Se tutti i lavoratori sono impiegati e tutto il capitale è pienamente utilizzato, infatti, il sistema sta già producendo il massimo producibile date le condizioni demografiche e tecnologiche esistenti. In questa dimensione è evidente che una crescita della popolazione anziana, a sistemi pensionistici dati, non potrà che comportare un drenaggio di risorse dai più giovani occupati.
Se le cose stessero davvero così è evidente che, in condizioni di declino demografico, mantenere un sistema pensionistico nelle condizioni attuali implicherebbe spostare risorse date dai giovani occupati agli anziani pensionati, con pregiudizio inevitabile della generazione lavoratrice. Proprio da qui nasce la retorica dell’inevitabilità di riforme pensionistiche restrittive come àncora di salvataggio per i giovani i quali, già colpiti dalla precarietà del lavoro, sarebbero, poveri diavoli, anche costretti a finanziare insostenibili assegni pensionistici per anziani benestanti.
La ricetta conseguente a questa impostazione in campo previdenziale è, da ormai trent’anni, sempre la stessa: riduzione dei diritti pensionistici e ridimensionamento della spesa previdenziale. La leva attraverso cui questa riduzione è stata attuata in Italia è stata la trasformazione del sistema retributivo in contributivo e, a seguire, la progressiva riduzione dei coefficienti di trasformazione, sulla base dell’idea che più anni di vita debbano implicare una rendita pensionistica mensile minore. A ciò si è unito l’aumento continuo dell’età pensionabile.
Se però capovolgessimo le premesse alla base di questo programma di austerità previdenziale, anche queste apparenti conseguenze logiche perderebbero ogni consistenza e coerenza. Se la disoccupazione, il precariato, la discontinuità delle carriere e il lavoro nero non fossero dati immutabili del sistema economico, come invece la teoria economica dominante ci vorrebbe far credere, ma caratteristiche strettamente legate alle politiche economiche e al modello di sviluppo capitalistico adottato, allora si aprirebbe un pozzo di risorse sterminato, attraverso cui coniugare un maggior benessere dei giovani con la possibilità di finanziare agevolmente le pensioni degli anziani, anche in presenza di un aumento dell’aspettativa media di vita e di un innegabile declino demografico. Più occupazione e carriere più sicure e continue significa infatti una crescita enorme del montante contributivo che finanzia un sistema pensionistico.
A tutto questo si aggiunge poi un altro tassello molto rilevante. Nel discorso corrente in tema previdenziale si fa sempre esclusivo riferimento alle risorse reperibili dai contributi dei lavoratori e dei datori di lavoro. È noto infatti che la stragrande maggioranza dei sistemi previdenziali viene finanziata tramite la raccolta dei contributi pagati dai lavoratori dipendenti e autonomi e, in quota parte, dalle imprese a favore dei loro dipendenti. Si tratta di una voce che va ad incrementare il cosiddetto costo del lavoro. A differenza di tanti altri trasferimenti o servizi sociali, sanitari, d’istruzione, di trasporto pubblico etc., la previdenza viene infatti finanziata in massima parte tramite la leva contributiva. In termini macroeconomici, questo significa che il costo del mantenimento della popolazione non più attiva ricade praticamente in toto su lavoratori e imprese, mentre i percettori di altre tipologie di reddito sono totalmente esenti da questo sforzo di finanziamento. Nel corso degli ultimi decenni il sistema industriale nel mondo occidentale ha conosciuto una progressiva crisi e fette consistenti di profitti sono state assorbite dalla finanza: plusvalenze azionarie, rendite da interessi, rendite e plusvalenze da speculazioni immobiliari. Flussi enormi di ricchezza che non contribuiscono in alcun modo al sostentamento del sistema previdenziale, il quale invece potrebbe attingere anche alla fiscalità generale, ovvero le imposte. Una fiscalità che, naturalmente, andrebbe ripensata su base molto più progressiva e universale, per colpire con più incisività i redditi da capitale e in generale i redditi più elevati.
Infine, in piena coerenza logica con quanto spiegato in merito alla visione dominante del funzionamento dell’economia, nel dibattito corrente mai si pone l’accento sulla possibilità di finanziare la spesa sociale in deficit. E se lo si fa, lo si concepisce come un intervento emergenziale, un’eccezione alla regola del pareggio di bilancio imposta e poi cristallizzata dai trattati europei (Maastricht, Fiscal Compact). In ossequio al paradigma teorico dominante, se il sistema tende al pieno impiego qualunque intervento in deficit non potrebbe che portare a spinte inflazionistiche e a spiazzamento degli investimenti privati da parte della spesa pubblica, senza alcun risultato in termini occupazionali e di crescita.
Se invece, ancora una volta, si ritiene che il sistema capitalistico tenda ad un costante sottoimpiego delle risorse per via di una cronica carenza di domanda aggregata, qualsiasi spesa in deficit, anche per spesa corrente, ad esempio per le pensioni, non può che accrescere, tramite un aumento della domanda aggregata, la produzione e l’occupazione. Un meccanismo virtuoso che si dispiegherebbe fino al raggiungimento del pieno impiego. Del resto, un raggiungimento di una piena e buona occupazione sarebbe a sua volta quel tassello mancante, già discusso in precedenza, che contribuirebbe alla piena sostenibilità dei sistemi pensionistici tramite le entrate contributive. Che si finanzino direttamente le pensioni in deficit, creando un meccanismo di crescita dei consumi e quindi della produzione e dell’occupazione; oppure che si pratichino, tramite altre voci di spesa pubblica, politiche di espansione della domanda orientate alla piena occupazione, il risultato finale, in relazione agli equilibri occupazionali e previdenziali, sarebbe lo stesso: un forte aumento delle entrate contributive generato da un aumento dell’occupazione, che permetterebbe, a regime, un adeguato finanziamento delle prestazioni pensionistiche nel lungo periodo.
Ed ecco che, rovesciando il paradigma economico dominante, si scioglie come neve al sole ogni presupposto teorico alla base del mito del conflitto tra generazioni. Maggiore occupazione, più alti salari, stabilità lavorativa per i giovani, fanno rima con pensioni più alte e sicure e con maggior flessibilità in uscita.
Il benessere delle generazioni è così legato da un unico filo indissolubile. Un filo che le classi dominanti cercano in tutti i modi di spezzare nella loro lotta senza quartiere contro il lavoro in tutte le sue forme e fasi, dove salario e pensione rappresentano evidentemente due fasi temporali del reddito da lavoro. Ogni attacco al salario è indirettamente un attacco alle pensioni del presente e del futuro, ed ogni attacco alle pensioni è un attacco a quella particolare fase del reddito da lavoro inquadrabile come salario differito.
La guerra ideologica che vorrebbe giovani e vecchi in conflitto su due barche diverse è dunque parte della lotta di classe finalizzata a spezzare l’unità, anche anagrafica, della classe lavoratrice nel suo insieme. La guerra allo stato sociale, dalla sanità alle pensioni, dall’istruzione ad ogni altro genere di servizio di base è una guerra contro i lavoratori di tutte le età e, a vari livelli, è parte di quel gigantesco programma di redistribuzione del reddito dai poveri ai ricchi che si perpetua da molti anni.
Non esiste alcun conflitto generazionale! L’unico vero conflitto economico è quello di classe tra i pochissimi che detengono la stragrande maggioranza della ricchezza sociale prodotta e i moltissimi che si dividono quello che resta.
Fonte
19/01/2020
Le pensioni di nonni e genitori rendono sostenibile il precariato di figli e nipoti
Il Welfare più arretrato, disfunzionale e ingiusto d’Europa si regge grazie ai pensionati. La crisi sociale acutissima prodotta dal precariato strutturale di massa nell’ultimo trentennio è sostenibile solo grazie all’integrazione al reddito garantita dai genitori e dai nonni che mettono a disposizione l’assegno mensile e le varie forme di rendita accumulate nel corso di una vita di lavoro di una o più generazioni per sostenere figli e nipoti che vivono nell’economia dei «lavoretti».
Nel rapporto sulle condizioni di vita dei pensionati pubblicato ieri dall’Istat emerge un aspetto drammatico. Per quasi 7 milioni e 400 mila famiglie, circa una su tre, le pensioni rappresentano il primo reddito.
La crisi del reddito e del salario, la vera questione politica oggi, è arrivata a questo punto: davanti alla casualità assoluta dei guadagni delle generazioni nate dopo il 1970, quelle precedenti suppliscono in maniera quasi totale alla vita di una popolazione composta da poveri e da lavoratori poveri, giovani e meno giovani.
Questo dato rivela che la solidarietà familiare ha sostituito il patto intergenerazionale sulla quale è fondata la previdenza. La famiglia è stata trasformata in una rete di ultima istanza. È una supplenza alla mancanza di un Welfare universale che tutela il diritto di esistenza, un principio che dovrebbe essere fondativo di uno stato costituzionale di diritto. Non lo è in nessun modo.
Al contrario, si dà ormai per scontato l’esistenza di tale disponibilità finanziaria per evitare di riconoscere il diritto al lavoro, al reddito, alla casa, a una vita dignitosa nel e soprattutto fuori da un lavoro sempre più miserabile.
Il rapporto Istat fornisce un’altra informazione che permette di comprendere l’insostenibilità e l’ingiustizia di questo sistema. Non solo l’anziano permette al più giovane di sostenersi, ma un pensionato su tre è anche povero. Il 36,3%, riceve ogni mese meno di mille euro lordi, il 12,2% non supera i 500. Un pensionato su quattro percepisce un reddito lordo sopra i 2 mila euro.
Tra i pensionati esiste una disuguaglianza di reddito molto significativa che si riflette sul territorio: il Nord assorbe metà della spesa. Le più penalizzate sono le donne, le più precarie nel lavoro, nella famiglia e anche quando arrivano all’età della pensione. Tutte le famiglie che dipendono dai redditi poveri dei pensionati sono, a loro volta, a rischio povertà: il 15,9% ha calcolato l’Istat.
Inoltre, i redditi precari, sommati alle pensioni povere, permettono anche agli anziani di sopravvivere. Il cumulo di pensioni e redditi da attività lavorativa abbassa il rischio di povertà al 5,7% rispetto al 17,9% di quelle costituite da soli pensionati.
Un altro dato è significativo. Si dice che la «silver economy», l’«economia d’argento» che sfrutta il potere di acquisto dei pensionati in termini di consumi, sia il futuro. Con l’allungamento dell’età pensionabile, e il cumulo del reddito da pensione e da lavoro, i pensionati che possono permetterselo lavoreranno per sostenere figli e nipoti.
Uno scenario da ricordare quando scatterà la prossima geremiade contro l’«apartheid» dei precari. Non sono i «vecchi» ad avercela con i «giovani». Sono entrambi sfruttati in una guerra che mantiene tutti in povertà. Non è una guerra tra generazioni. È il saccheggio di tutte le generazioni operato dal capitalismo in regime neoliberale.
Fonte
Nel rapporto sulle condizioni di vita dei pensionati pubblicato ieri dall’Istat emerge un aspetto drammatico. Per quasi 7 milioni e 400 mila famiglie, circa una su tre, le pensioni rappresentano il primo reddito.
La crisi del reddito e del salario, la vera questione politica oggi, è arrivata a questo punto: davanti alla casualità assoluta dei guadagni delle generazioni nate dopo il 1970, quelle precedenti suppliscono in maniera quasi totale alla vita di una popolazione composta da poveri e da lavoratori poveri, giovani e meno giovani.
Questo dato rivela che la solidarietà familiare ha sostituito il patto intergenerazionale sulla quale è fondata la previdenza. La famiglia è stata trasformata in una rete di ultima istanza. È una supplenza alla mancanza di un Welfare universale che tutela il diritto di esistenza, un principio che dovrebbe essere fondativo di uno stato costituzionale di diritto. Non lo è in nessun modo.
Al contrario, si dà ormai per scontato l’esistenza di tale disponibilità finanziaria per evitare di riconoscere il diritto al lavoro, al reddito, alla casa, a una vita dignitosa nel e soprattutto fuori da un lavoro sempre più miserabile.
Il rapporto Istat fornisce un’altra informazione che permette di comprendere l’insostenibilità e l’ingiustizia di questo sistema. Non solo l’anziano permette al più giovane di sostenersi, ma un pensionato su tre è anche povero. Il 36,3%, riceve ogni mese meno di mille euro lordi, il 12,2% non supera i 500. Un pensionato su quattro percepisce un reddito lordo sopra i 2 mila euro.
Tra i pensionati esiste una disuguaglianza di reddito molto significativa che si riflette sul territorio: il Nord assorbe metà della spesa. Le più penalizzate sono le donne, le più precarie nel lavoro, nella famiglia e anche quando arrivano all’età della pensione. Tutte le famiglie che dipendono dai redditi poveri dei pensionati sono, a loro volta, a rischio povertà: il 15,9% ha calcolato l’Istat.
Inoltre, i redditi precari, sommati alle pensioni povere, permettono anche agli anziani di sopravvivere. Il cumulo di pensioni e redditi da attività lavorativa abbassa il rischio di povertà al 5,7% rispetto al 17,9% di quelle costituite da soli pensionati.
Un altro dato è significativo. Si dice che la «silver economy», l’«economia d’argento» che sfrutta il potere di acquisto dei pensionati in termini di consumi, sia il futuro. Con l’allungamento dell’età pensionabile, e il cumulo del reddito da pensione e da lavoro, i pensionati che possono permetterselo lavoreranno per sostenere figli e nipoti.
Uno scenario da ricordare quando scatterà la prossima geremiade contro l’«apartheid» dei precari. Non sono i «vecchi» ad avercela con i «giovani». Sono entrambi sfruttati in una guerra che mantiene tutti in povertà. Non è una guerra tra generazioni. È il saccheggio di tutte le generazioni operato dal capitalismo in regime neoliberale.
Fonte
07/04/2017
Hier trägst du mit
Su questo blog si è spesso documentato come la comunicazione politica dei nostri tempi radichi le sue retoriche nell'odio sociale. Chi sta (ancora) un po' meglio vive sulle spalle di chi sta peggio. In una «economia sociale di mercato fortemente competitiva» il vantaggio dell'uno è la rovina dell'altro. E anche il debole è un nemico: nell'eterna rincorsa di un equilibrio economico che non torna mai, i suoi bisogni non sono sostenibili né giustificati dal contributo produttivo che apporta. Sicché è colpevole: sia perché non coglie le opportunità di un sistema che premia chi si impegna, sia perché intralcia quel sistema rivendicando diritti che non merita.
Un sistema radicato nell'odio produce odio. Molti amici si sono indignati nel leggere i contenuti della pagina Facebook «Vecchi di merda» dove si insultano gli anziani che percepiscono una pensione maturata con il metodo retributivo. Alla notizia (vera) di un centro anziani il cui personale percuoteva i degenti, gli amministratori della pagina commentavano che «picchiare un retributivo non è reato».
Non sappiamo quanto siano veri o fake gli autori di questa iniziativa, ma il punto è un altro: che ciò che scrivono è perfettamente in linea con il sentire politico dominante e con chi se ne fa latore nell'accademia e sui giornali. Ingiurie a parte, le rivendicazioni di VdM sviluppano il senso economico di tanti titoli degli ultimi anni:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/10/28/i-vecchi-stanno-vincendo-la-lotta-di-classe/3128949/
http://www.lavoce.info/archives/27219/la-generazione-che-paga-per-tutti/
http://www.linkiesta.it/it/article/2015/05/21/pensioni-parla-elsa-fornero-ora-basta-far-pagare-il-conto-ai-giovani/25994/
http://espresso.repubblica.it/inchieste/2015/06/09/news/generazione-locuste-gli-anziani-sono-piu-ricchi-e-i-giovani-devono-spartirsi-solo-le-briciole-1.216098
Da tempo ci ripetono che i vecchi rubano il futuro ai giovani. Che «hanno fatto il debito pubblico». E che se i figli vogliono stare meglio i padri devono stare peggio. Senza scomodare la psicopatologia edipica, sono tutti corollari del teorema della scarsità: «Scannatevi, perché non ce n'è per tutti». O di quello del potere: se i poveri si accapigliano nelle fogne, è meno probabile che azzannino le caviglie dei ricchi. Se l'invidia sociale è vecchia quanto la società, la prevalenza del giovane sul vecchio, cioè del forte sul debole, va ancora più indietro: al mondo delle bestie da cui ci siamo evoluti. Sicché sarebbe uno spreco non fare di questo patrimonio ancestrale uno strumento di dominio politico e di controllo del malcontento popolare:
In queste retoriche cova spesso la fregola di mandare al macero la democrazia e di sopprimere i diritti degli avversari e dei diversi (pardon, dei competitors) escludendoli dalle decisioni comuni. Così accadeva all'indomani del voto inglese sull'uscita dall'Unione, con un rito rabbioso e «paidocratico» celebrato a stampa unita. In un precedente articolo dedicato a quella vicenda osservammo che:
In questa dialettica, anziani e giovani non sono altro che dramatis personae per indicare il vecchio e il nuovo, e quest'ultimo non è altro che l'agenda governativa in corso. Agli anziani tutti metaforici di questa mitografia si attribuisce la «paura del cambiamento» e l'attaccamento «antistorico» alle certezze del passato, «dall'alto delle loro pensioni, dei loro ricordi di gioventù e dai cuscini di un divano al di fuori del mondo e del futuro» (Federica Bianchi, L'Espresso). [...] il vecchiume a cui si allude è [...] il retaggio di sicurezze lavorative, sociali e patrimoniali che hanno effettivamente caratterizzato le gioventù degli elettori più stagionati e il periodo economicamente più florido del nostro continente. Non contenti di averle ampiamente smantellate nei fatti, i governi [...] puntano oggi a squalificarle anche nell'immaginario associandole ai volti bavosi e sdentati degli orchi e delle streghe che, come nelle fiabe, divorano i bimbi rubando loro il futuro.Con l'ovvio epilogo:
La vicenda, già in sé squallida, potrebbe chiudersi qui [...] Se non fosse che la fantasiosa crociata contro il voto degli anziani si è subito trasformata in un attacco reale al diritto di voto degli anziani, e quindi al suffragio universale, aprendo scorci inquietanti sugli umori antidemocratici che covano nell'establishment.La gerontofobia è sdoganata, è normale come il caffè dopo i pasti. Ecco la risposta di Facebook a un lettore che segnalava la pagina VdM come contenuto che incita all'odio:
E in effetti gli standard della comunità
Facebook non includono la discriminante dell'età. Che sarà mai, in
fondo. Non sono mica donne, ebrei, migranti, maomettani o
transomosessuali. Sono solo vecchi. E quella è solo un'opinione, anzi un'opinione in voga. A conferma che la lotta all'hate speech non serve a proteggere le persone ma le idee di chi lo condanna.
Personalmente amo intrattenermi con gli anziani e amo anche le loro debolezze (qui
una bella poesia di Claudio Baglioni), sicché non mi costa fatica
considerarli una ricchezza. Ma se mi turo il naso potrei persino
ringraziare i ragazzi (?) di VdM, perché in poche battute hanno denudato
la ferocia di chi pensa e scrive le stesse cose ammantandole di
sproloqui contabili e appiccicandosi l'etichetta di moderato. Di chi semina odio in giacca e cravatta nella certezza che saranno altri a raccoglierlo, ma soprattutto a subirlo.
***
Ma fingiamo che ci si creda davvero.
Incominciano col dire che il match contributivo-retributivo è una dialettica per criceti.
Un sistema di assistenza pubblica deve assistere i cittadini secondo i
bisogni di ognuno. Una volta fissato lo standard, gli strumenti
sottostanti sono dettati dal fine. Se si accettano le premesse tecniche
come finali ci si lascia condurre come le cavie nel labirinto di un
laboratorio, fino all'esito stabilito da chi ha imposto quelle premesse.
I cervelli adulti ragionano sul sistema, non nel sistema.
È
vero che le pensioni di anzianità assorbono una buona parte della spesa
dello Stato (circa un quarto). Ma prima di chiederci che cosa si
potrebbe fare con quei soldi dovremmo chiederci che cosa ci si stia facendo.
I pensionati sono la categoria con più bisogni e più tempo libero. Le
loro pensioni le spendono in farmaci e cure mediche, case di riposo (che
di solito costano più della pensione, quindi devono dare fondo anche ai
risparmi), circoli ricreativi, ristoranti e balere, teatri e alberghi
(anche in inverno, anche quando non si va in ferie e i gestori
dovrebbero altrimenti chiudere), viaggi, capricci e regali ai nipoti,
oltre il resto. A chi danno questi soldi? Ad altri vecchi bavosi? No. A
chi lavora, cioè ai giovani: animatori, infermieri, medici,
psicologi, fisioterapisti, farmaceutici, camerieri, ristoratori,
accompagnatori, commercianti, imprenditori ecc. La spesa pensionistica
è, se non l'unico, il principale pilastro su cui ancora insiste lo
stimolo pubblico della domanda privata.
Ora
facciamo contenti i paidocrati: riduciamo tutte le pensioni. Sì, certo,
tra i suddetti lavoratori molti finirebbero licenziati o in rovina per
mancanza di clienti, però vuoi mettere? Si liberebbero «risorse» per i
giovani. Come? Ad esempio con la riduzione dei contributi assistenziali
versati da chi avrà ancora un lavoro. Ma sarà vero? Non ne ha mai parlato nessuno e non è mai successo. Tanto che la riforma Fornero, quella fatta per salvare i conti pubblici e rendere sostenibile il sistema, prevedeva di aumentare l'aliquota
delle partite IVA fino al 33%. Senza dire che con l'ulteriore aumento
della disoccupazione calerebbe il gettito rendendo ancora più remota
l'eventualità di una riduzione fiscale.
È tutta da piangere, insomma. Comunque la si metta, un sistema pensionistico e una spesa pubblica che non possono – cioè non vogliono – fare deficit quando occorre sono un carnaio dove tanti polli si contendono poco becchime
e dove, non potendo vincere, ci si impegna affinché perda anche il
vicino. È la pena di un'economia ridotta al soldo e non alle cose e ai
bisogni, dove per non infliggere qualche zerovirgola di inflazione ai
patrimoni di chi non ha proprio bisogno di pensione, è lecita la miseria
e la sofferenza di chi ci vive, fossero anche i propri genitori.
È la subciviltà del «quanto ci costa», la stessa ritratta nell'immagine
che apre la nostra pedanteria: «Anche tu porti il fardello! Un malato
alla nascita costa in media 50.000 marchi fino ai 60 anni di età».
Era la Germania del 1940.
Fonte
06/09/2016
Elemosina, truffa e regali alle banche
La logica dell'elemosina per riconquistare qualche consenso. Non si può dire che ci sia molto altro dietro le chiacchiere di Matteo Renzi sulla lotta alla povertà, ovvero sul programma chiamato «Sostegno per l’inclusione attiva».
Lo “sforzo” è infilare qualche misura nella legge di stabilità, sperando che passi l'esame dei cerberi di Bruxelles; o anche semplicemente farne parlare i giornali mainstream ora e poi magari giustificarsi incolpandone i tecnoburocrati.
Di cosa stiamo parlando? Di briciole, nel migliore dei casi, di truffa nel peggiore. I due temi più gettonati sono l'estensione della platea di pensionati che prendono la “quattordicesima” percependo la “minima” (501,89 euro al mese) e le misure di “contrasto alla povertà”, delegando ai Comuni il compito di selezionare i “meritevoli” tra quanti presenteranno la domanda per il “bonus”.
Sul primo punto si sa molto poco. I pensionati poveri sono moltissimi, quindi anche un aumento di pochi euro si moltplica all'istante diventando una spesa di miliardi. Attualmente la “somma aggiuntiva” erogata a luglio riguarda soltanto i pensionati al di sotto dei 750 euro mensili; che sono 2,2 milioni. L'ipotesi fatta filtrare e mai confermata ufficialmente (alzare la soglia due volte la “minima”, ossia 1.000 euro) riguarderebbe un altro 1,15 milioni di pensionati, con una spesa tutto sommato esigua (meno di 300 milioni).
Sulla lotta alla povertà, invece, qualche numero c'è. Il “target” prioritario sarebbero le famiglie povere con figli minorenni, per un totale di un milione di persone di cui 500.000 bambini. La dotazione accantonabile è di circa 600 milioni per il prossimo anno. Dunque si fanno presto i conti: 600 euro a testa, 50 euro al mese, poco più di 1,6 al giorno. Un caffè ci scappa, ma il cornetto no...
Un “segno”, insomma, non un qualcosa di concreto. Qualcosa di utile per arricchire lo storytelling governativo, non certo per migliorare le condizioni di vita dei diretti interessati (lavoro, servizi, welfare, che intanto vengono sforbiciati alla grandissima).
Nel conto vengono compresi anche i costi dell'Ape (anticipo dell'andata volontaria in pensione a partire dai 63 anni). Tecnicamente, per l'Inps e quindi per lo Stato sarebbe un'operazione a costo zero, visto che l'Ape prevede l'accensione di un mutuo ventennale che il lavoratore pensionando dovrebbe ripagare con una trattenuta sull'assegno mensile aggiuntiva rispetto alla penalizzazione prevista – un 3% l'anno per ogni anno di anticipo rispetto a quanto previsto dalla Fornero.
Avevamo fatto qualche esempio, alcuni mesi fa, quando se n'è cominciato a parlare: un lavoratore che andrebbe in pensione con 1.000 al mese, se scegliesse di uscire tre anni prima di ritroverebbe con un assegno mensile di circa 730 euro (vedi http://contropiano.org/news/politica-news/2016/08/09/nuova-truffa-sulle-pensioni-ramazzare-un-po-consenso-082436). E questa è la truffa di cui parlavamo all'inizio.
Riassumendo: 300 milioni circa per le “quattordicesime”, 600 per un caffè al giorno ai “poveri” e 1 miliardo, o poco più, per l'Ape. Che finirebbe per intero alle banche che dovranno erogare “l'anticipo pensionistico”, visto che gli interessi sul “mutuo” verrebbero pagati con soldi pubblici.
Alla fine della fiera, la povertà resta, anzi aumenta (quei neo pensionati a 730 euro, mica saranno “ceto medio”, no?). Ma le banche ci guadagnano...
Fonte
Lo “sforzo” è infilare qualche misura nella legge di stabilità, sperando che passi l'esame dei cerberi di Bruxelles; o anche semplicemente farne parlare i giornali mainstream ora e poi magari giustificarsi incolpandone i tecnoburocrati.
Di cosa stiamo parlando? Di briciole, nel migliore dei casi, di truffa nel peggiore. I due temi più gettonati sono l'estensione della platea di pensionati che prendono la “quattordicesima” percependo la “minima” (501,89 euro al mese) e le misure di “contrasto alla povertà”, delegando ai Comuni il compito di selezionare i “meritevoli” tra quanti presenteranno la domanda per il “bonus”.
Sul primo punto si sa molto poco. I pensionati poveri sono moltissimi, quindi anche un aumento di pochi euro si moltplica all'istante diventando una spesa di miliardi. Attualmente la “somma aggiuntiva” erogata a luglio riguarda soltanto i pensionati al di sotto dei 750 euro mensili; che sono 2,2 milioni. L'ipotesi fatta filtrare e mai confermata ufficialmente (alzare la soglia due volte la “minima”, ossia 1.000 euro) riguarderebbe un altro 1,15 milioni di pensionati, con una spesa tutto sommato esigua (meno di 300 milioni).
Sulla lotta alla povertà, invece, qualche numero c'è. Il “target” prioritario sarebbero le famiglie povere con figli minorenni, per un totale di un milione di persone di cui 500.000 bambini. La dotazione accantonabile è di circa 600 milioni per il prossimo anno. Dunque si fanno presto i conti: 600 euro a testa, 50 euro al mese, poco più di 1,6 al giorno. Un caffè ci scappa, ma il cornetto no...
Un “segno”, insomma, non un qualcosa di concreto. Qualcosa di utile per arricchire lo storytelling governativo, non certo per migliorare le condizioni di vita dei diretti interessati (lavoro, servizi, welfare, che intanto vengono sforbiciati alla grandissima).
Nel conto vengono compresi anche i costi dell'Ape (anticipo dell'andata volontaria in pensione a partire dai 63 anni). Tecnicamente, per l'Inps e quindi per lo Stato sarebbe un'operazione a costo zero, visto che l'Ape prevede l'accensione di un mutuo ventennale che il lavoratore pensionando dovrebbe ripagare con una trattenuta sull'assegno mensile aggiuntiva rispetto alla penalizzazione prevista – un 3% l'anno per ogni anno di anticipo rispetto a quanto previsto dalla Fornero.
Avevamo fatto qualche esempio, alcuni mesi fa, quando se n'è cominciato a parlare: un lavoratore che andrebbe in pensione con 1.000 al mese, se scegliesse di uscire tre anni prima di ritroverebbe con un assegno mensile di circa 730 euro (vedi http://contropiano.org/news/politica-news/2016/08/09/nuova-truffa-sulle-pensioni-ramazzare-un-po-consenso-082436). E questa è la truffa di cui parlavamo all'inizio.
Riassumendo: 300 milioni circa per le “quattordicesime”, 600 per un caffè al giorno ai “poveri” e 1 miliardo, o poco più, per l'Ape. Che finirebbe per intero alle banche che dovranno erogare “l'anticipo pensionistico”, visto che gli interessi sul “mutuo” verrebbero pagati con soldi pubblici.
Alla fine della fiera, la povertà resta, anzi aumenta (quei neo pensionati a 730 euro, mica saranno “ceto medio”, no?). Ma le banche ci guadagnano...
Fonte
25/01/2016
Pensionati in fuga
di Tania Careddu
“Una nuova partenza”. “Colora il tuo futuro”. Lo suggerisce ai pensionati italiani una delle nuove agenzie nate per orientarli e supportarli – occupandosi delle pratiche burocratiche per il trasferimento di residenza, della pensione e del conto bancario, oltre che dell’individuazione dell’immobile più consono alle esigenze dei clienti – nella fuga dal Belpaese. Perché non vivere meglio? Perché si, ammoniscono dalle pagine del loro sito.
“Basta vivere in mezzo a tristi palazzi di cemento al freddo e umido”, pagando “affitti molto cari, bollette astronomiche, tasse sempre maggiori”. Tutte buone ragioni che, insieme al “costo della vita elevato, clima freddo e piovoso, criminalità crescente”, stanno rendendo sempre più massiccio l’esodo dei capelli grigi italiani.
Facendo due conti, in effetti, dal 2008 a oggi un pensionato italiano ha perso mille e quattrocento euro di potere d’acquisto, corrispondente a centodiciotto euro al mese, essendo soggetti a un prelievo doppio rispetto a quello spagnolo, triplo rispetto a quello francese e si va dagli oltre quattromila euro sopportati dal pensionato italiano ai trentanove a carico di quello tedesco. Tanto vale trasferirsi a Tenerife, Lanzarote, Bulgaria e Portogallo.
Perché sono “uno spettacolo della natura” o perché è “l’isola dove è sempre primavera”, oppure perché si respira “cultura, sole e mare a tasso zero”, e così “raddoppia la pensione e la serenità”. Soprattutto se si considera che in alcuni Stati si può chiedere all’INPS di ricevere la pensione lorda, cioè comprensiva delle tasse che non si pagheranno più in Italia, che un appartamento in buono stato, in affitto per una coppia, si trova a centocinquanta euro al mese e che la bolletta dell’energia elettrica, utilizzata anche per il riscaldamento (è il caso della Bulgaria), non supera i sessanta euro mensili.
Insomma, “non è mai troppo tardi per realizzare i propri sogni”, si legge nella home page di un’altra agenzia che fornisce assistenza per servizi amministrativi e tecnici, dalla consulenza fiscale o immobiliare all’organizzazione di eventi e corsi per chi già si è trasferito. In un Paese dove il regime fiscale è agevolato sia per il lavoro autonomo e dipendente sia per gli investimenti, dove l’IVA non esiste ed è sostituita da un’aliquota unica, corrispondente al 7 per cento e in cui il costo della vita è molto basso, dicono.
Dove la benzina costa poco più di un euro al litro, un pacchetto di sigarette due euro e sessantatre centesimi, il noleggio di una macchina per un mese, con un chilometraggio illimitato, trecentocinquanta euro. Dulcis in fundo, il sistema sanitario (in questo caso, delle Canarie) è eccellente.
Perché
no, dunque? I numeri, dati INPS del 2014, parlano chiaro: in Europa si
riscontra un incremento del 5,7 per cento rispetto all’anno precedente,
passando da circa duemila e trecento pensionati, soprattutto fra i
sessanta e i sessantaquattro anni, fuggiti nel 2010 a oltre cinquemila
solo nel 2015. Per loro, l’importo medio mensile è più elevato, a
rappresentare che emigrano titolari di pensioni medio-alte, tipo
pensionati cessati al pubblico impiego che si trasferiscono all’estero
per sfruttare la propria esperienza professionale Oltralpe.
Principalmente in Svizzera, Germania, Francia, Spagna, Belgio, Romania, Slovenia, Gran Bretagna e Polonia. Novità degli ultimi anni, l’esodo dei pensionati militari, i quali, dopo essere diventati titolari di pensione, sono ‘fuggiti’ dal Belpaese: rappresentano il 23,5 per cento del totale delle pensioni pubbliche pagate oltre i confini nazionali. Coraggiosi i pensionati dello Stivale, disposti a imparare una nuova lingua per vivere una nuova vita.
Fonte
Il grassetto a dimostrare che la desertificazione in atto in questo paese, lo renderà un carcere a cielo aperto per poveri.
“Una nuova partenza”. “Colora il tuo futuro”. Lo suggerisce ai pensionati italiani una delle nuove agenzie nate per orientarli e supportarli – occupandosi delle pratiche burocratiche per il trasferimento di residenza, della pensione e del conto bancario, oltre che dell’individuazione dell’immobile più consono alle esigenze dei clienti – nella fuga dal Belpaese. Perché non vivere meglio? Perché si, ammoniscono dalle pagine del loro sito.
“Basta vivere in mezzo a tristi palazzi di cemento al freddo e umido”, pagando “affitti molto cari, bollette astronomiche, tasse sempre maggiori”. Tutte buone ragioni che, insieme al “costo della vita elevato, clima freddo e piovoso, criminalità crescente”, stanno rendendo sempre più massiccio l’esodo dei capelli grigi italiani.
Facendo due conti, in effetti, dal 2008 a oggi un pensionato italiano ha perso mille e quattrocento euro di potere d’acquisto, corrispondente a centodiciotto euro al mese, essendo soggetti a un prelievo doppio rispetto a quello spagnolo, triplo rispetto a quello francese e si va dagli oltre quattromila euro sopportati dal pensionato italiano ai trentanove a carico di quello tedesco. Tanto vale trasferirsi a Tenerife, Lanzarote, Bulgaria e Portogallo.
Perché sono “uno spettacolo della natura” o perché è “l’isola dove è sempre primavera”, oppure perché si respira “cultura, sole e mare a tasso zero”, e così “raddoppia la pensione e la serenità”. Soprattutto se si considera che in alcuni Stati si può chiedere all’INPS di ricevere la pensione lorda, cioè comprensiva delle tasse che non si pagheranno più in Italia, che un appartamento in buono stato, in affitto per una coppia, si trova a centocinquanta euro al mese e che la bolletta dell’energia elettrica, utilizzata anche per il riscaldamento (è il caso della Bulgaria), non supera i sessanta euro mensili.
Insomma, “non è mai troppo tardi per realizzare i propri sogni”, si legge nella home page di un’altra agenzia che fornisce assistenza per servizi amministrativi e tecnici, dalla consulenza fiscale o immobiliare all’organizzazione di eventi e corsi per chi già si è trasferito. In un Paese dove il regime fiscale è agevolato sia per il lavoro autonomo e dipendente sia per gli investimenti, dove l’IVA non esiste ed è sostituita da un’aliquota unica, corrispondente al 7 per cento e in cui il costo della vita è molto basso, dicono.
Dove la benzina costa poco più di un euro al litro, un pacchetto di sigarette due euro e sessantatre centesimi, il noleggio di una macchina per un mese, con un chilometraggio illimitato, trecentocinquanta euro. Dulcis in fundo, il sistema sanitario (in questo caso, delle Canarie) è eccellente.
Principalmente in Svizzera, Germania, Francia, Spagna, Belgio, Romania, Slovenia, Gran Bretagna e Polonia. Novità degli ultimi anni, l’esodo dei pensionati militari, i quali, dopo essere diventati titolari di pensione, sono ‘fuggiti’ dal Belpaese: rappresentano il 23,5 per cento del totale delle pensioni pubbliche pagate oltre i confini nazionali. Coraggiosi i pensionati dello Stivale, disposti a imparare una nuova lingua per vivere una nuova vita.
Fonte
Il grassetto a dimostrare che la desertificazione in atto in questo paese, lo renderà un carcere a cielo aperto per poveri.
18/05/2015
Sulle pensioni si gioca lurido. Tutti i giorni
E' forse l'argomento su cui la menzogna viene spesa con più disinvoltura. Sia dall'impagabile pseudo-premier di Pontassieve, che da parte della "stampa specializzata" in questioni economico-finanziarie. E' un gioco facile, perché la materia è davvero complessa, e ben pochi riescono a districarsi nella gran molte di dati e leggi.
Renzi ha voluto provare, sul tema, a sfidare il buon senso di tutti gli italiani, a cominciare dai giornalisti. In una dei diecimila comizietti volanti con cui occupa tutti i media tutti i giorni (il mistero è dove trovi il tempo di governare, ossia leggere dossier e farsi un'idea informata di quel che il governo decide; probabilmente non lo fa, e il governo vero è esercitato da altri) è riuscito a infilare una perla davvero notevole: "Nessun pensionato perderà un centesimo. Ma ora scriveremo una nuova norma che metterà in tasca il primo agosto 500 euro a 4 milioni di pensionati".
Il riferimento è l'ormai nota sentenza della Corte Costituzionale che ha cancellato il blocco dell'indicizzazione alle pensioni superiori a tre volte il minimo (1.486 euro lordi, circa 1.200 euro netti al mese). Sulla stampa nazionale, e anche su questo giornale, si era provato a fare due conti, arrivando a quantificare in cifre piuttosto consistenti il rimborso dovuto - dovuto - relativamente agli anni 2012, 2013 e 2014, con un effetto "trascinamento" sulla consistenza attuale degli assegni pensionistici. Come minimo, da 2.000 euro in su. Ora, anche un asino in aritmetica elementare dovrebbe capire che se il governo restituisce 500 euro una tantum - invece di (almeno) 2.000, e senza neanche contare l'aumento derivante dal recupero dell'indicizzazione, tu stai togliendo (almeno) 1.500 euro a ognuno di quei quattro milioni di pensionati. Molto più di un centesimo, no?
Ci fosse stato un giornalista mainstream che l'abbia fatto notare... Tutti a ripetere a pappagallo stupido la frasetta di Renzi come se fosse un grande regalo ai pensionati, invece che - come è - un furto che disattende una sentenza della Consulta.
Al contrario, IlSole24Ore di oggi ricomincia con la solita storia del bilancio Inps in passivo, per il quarto anno consecutivo, dandone la colpa alle pensioni pubbliche e, pudicamente, alle "gestioni speciali". Un modo di non nominare le pensioni d'oro dei dirigenti d'azienda (i "manager", insomma), la cui cassa previdenziale privata è andata molti anni fa in fallimento (straordinari questi "manager"; non sanno gestire nemmeno se stessi); da allora i ricchi assegni mensili vengono pagati dall'Inps, naturalmente senza che ci siano versamenti contributivi adeguati a coprire questa spesa.
Sulle pensioni dei dipendenti pubblici il gioco è ancora più lurido, nel solco del nuovo ordine di scuderia. L'Inps, prima di assorbire l'Inpdap (con decreto del governo Monti-Fornero) e le "gestioni speciali", era assolutamente in attivo. Perché si è venuto a creare un buco? Per una banale questione di convenzione contabile. Gli accantonamenti per il Tfs (l'equivalente del Tfr dei lavoratori dipendenti del settore privato) non venivano effettuati, anno dopo anno, perché - era il ragionamento - "tanto è sempre lo Stato che paga la liquidazione finale, quindi è inutile accantonare qualcosa che resta comunque nel bilancio pubblico". Insomma, una partita di giro di cui non valeva la pena di occuparsi.
Al momento della fusione tra i due istituti di previdenza, però, quel vuoto che nessuno aveva ritenuto necessario riempire anno dopo anno si è "materializzato" nei conti Inps come un ammanco grandioso.
Invece di presentarlo per quel che è - l'effetto perverso di una privatizzazione strisciante del sistema previdenziale pubblico - la stampa mainstream preferisce suonare la grancassa delle "pensioni pubbliche" che causerebbero "buchi".
Un gioco lurido, quasi quanto quello del premier che "hanno messo lì".
Ultim'ora. Non era vero neanche quello annunciato soltanto ieri ("daremo 500 euro di rimborso ai pensionati" interessati dalla sentenza della Consulta).
La "promessa" (peraltro incostituzionale anch'essa) è stata rimodulata in questo altro modo: «Il tesoretto, ebbene, c’era - ha detto il premier - e lo utilizziamo per le pensioni. Sono 2.180 milioni di euro. Andranno a 3,7 milioni di pensionati che riceveranno il primo di agosto un simpatico bonus, il bonus Poletti». Per esempio: «Se prendi 1700 lordi di pensioni, avrai 750 euro. Se prendi 2000 avrai 450 euro, se prendi 2700 lordi avrai 278 euro, una tantum». «650mila pensionati, quelli sopra i 3200 euro lordi. Non riceveranno alcunché».
Forse, bisognerà vedere, se non cambiano idea ancora. Ma di rispettare una sentenza, non se ne parla...
Fonte
Renzi ha voluto provare, sul tema, a sfidare il buon senso di tutti gli italiani, a cominciare dai giornalisti. In una dei diecimila comizietti volanti con cui occupa tutti i media tutti i giorni (il mistero è dove trovi il tempo di governare, ossia leggere dossier e farsi un'idea informata di quel che il governo decide; probabilmente non lo fa, e il governo vero è esercitato da altri) è riuscito a infilare una perla davvero notevole: "Nessun pensionato perderà un centesimo. Ma ora scriveremo una nuova norma che metterà in tasca il primo agosto 500 euro a 4 milioni di pensionati".
Il riferimento è l'ormai nota sentenza della Corte Costituzionale che ha cancellato il blocco dell'indicizzazione alle pensioni superiori a tre volte il minimo (1.486 euro lordi, circa 1.200 euro netti al mese). Sulla stampa nazionale, e anche su questo giornale, si era provato a fare due conti, arrivando a quantificare in cifre piuttosto consistenti il rimborso dovuto - dovuto - relativamente agli anni 2012, 2013 e 2014, con un effetto "trascinamento" sulla consistenza attuale degli assegni pensionistici. Come minimo, da 2.000 euro in su. Ora, anche un asino in aritmetica elementare dovrebbe capire che se il governo restituisce 500 euro una tantum - invece di (almeno) 2.000, e senza neanche contare l'aumento derivante dal recupero dell'indicizzazione, tu stai togliendo (almeno) 1.500 euro a ognuno di quei quattro milioni di pensionati. Molto più di un centesimo, no?
Ci fosse stato un giornalista mainstream che l'abbia fatto notare... Tutti a ripetere a pappagallo stupido la frasetta di Renzi come se fosse un grande regalo ai pensionati, invece che - come è - un furto che disattende una sentenza della Consulta.
Al contrario, IlSole24Ore di oggi ricomincia con la solita storia del bilancio Inps in passivo, per il quarto anno consecutivo, dandone la colpa alle pensioni pubbliche e, pudicamente, alle "gestioni speciali". Un modo di non nominare le pensioni d'oro dei dirigenti d'azienda (i "manager", insomma), la cui cassa previdenziale privata è andata molti anni fa in fallimento (straordinari questi "manager"; non sanno gestire nemmeno se stessi); da allora i ricchi assegni mensili vengono pagati dall'Inps, naturalmente senza che ci siano versamenti contributivi adeguati a coprire questa spesa.
Sulle pensioni dei dipendenti pubblici il gioco è ancora più lurido, nel solco del nuovo ordine di scuderia. L'Inps, prima di assorbire l'Inpdap (con decreto del governo Monti-Fornero) e le "gestioni speciali", era assolutamente in attivo. Perché si è venuto a creare un buco? Per una banale questione di convenzione contabile. Gli accantonamenti per il Tfs (l'equivalente del Tfr dei lavoratori dipendenti del settore privato) non venivano effettuati, anno dopo anno, perché - era il ragionamento - "tanto è sempre lo Stato che paga la liquidazione finale, quindi è inutile accantonare qualcosa che resta comunque nel bilancio pubblico". Insomma, una partita di giro di cui non valeva la pena di occuparsi.
Al momento della fusione tra i due istituti di previdenza, però, quel vuoto che nessuno aveva ritenuto necessario riempire anno dopo anno si è "materializzato" nei conti Inps come un ammanco grandioso.
Invece di presentarlo per quel che è - l'effetto perverso di una privatizzazione strisciante del sistema previdenziale pubblico - la stampa mainstream preferisce suonare la grancassa delle "pensioni pubbliche" che causerebbero "buchi".
Un gioco lurido, quasi quanto quello del premier che "hanno messo lì".
Ultim'ora. Non era vero neanche quello annunciato soltanto ieri ("daremo 500 euro di rimborso ai pensionati" interessati dalla sentenza della Consulta).
La "promessa" (peraltro incostituzionale anch'essa) è stata rimodulata in questo altro modo: «Il tesoretto, ebbene, c’era - ha detto il premier - e lo utilizziamo per le pensioni. Sono 2.180 milioni di euro. Andranno a 3,7 milioni di pensionati che riceveranno il primo di agosto un simpatico bonus, il bonus Poletti». Per esempio: «Se prendi 1700 lordi di pensioni, avrai 750 euro. Se prendi 2000 avrai 450 euro, se prendi 2700 lordi avrai 278 euro, una tantum». «650mila pensionati, quelli sopra i 3200 euro lordi. Non riceveranno alcunché».
Forse, bisognerà vedere, se non cambiano idea ancora. Ma di rispettare una sentenza, non se ne parla...
Fonte
28/12/2014
La formula Usa per eliminare le pensioni
Più di un milione di camionisti, lavoratori edili e gli altri
lavoratori dotati di un sindacato – pensionati o ancora in attività –
potrebbero vedere le loro prestazioni pensionistiche
drasticamente ridotte, ora che il Congresso ha approvato una proposta
volta a salvare alcuni dei più grandi fondi pensioni del paese. Con un
semplice emendamento al disegno di legge che stabilisce in 1100 miliardi
di dollari la spesa pubblica del prossimo anno, la proposta è stata
approvata dal Senato statunitense pochi giorni fa.
I fondi (e quindi le categorie di lavoratori interessati) sono conosciuti come Piani pensionistici Multiemployer e coprono più di 10 milioni di lavoratori e pensionati. Ma molti di questi fondi si sono trovati alle prese, negli ultimi dieci anni, con un problema comune a tutto l'Occidente sviluppato: forza lavoro che invecchia e perdite finanziarie importanti a causa della recessione. Per non farsi mancare nulla, le imprese più grandi dei settori in questione ha da tempo ritirato la propria partecipazione ai fondi, facendo così mancare un percentuale importante delle entrate dei fondi stessi.
Una serie di fattori che si è ripercosso in modo pesante sulla Pension Benefit Guaranty Corporation, l'agenzia governativa di garanzia per i piani pensionistici; in novembre ha annunciato che le proprie riserve erano pericolosamente basse.
La proposta approvata dal Congresso consentirebbe piani pensionistici ridotti, pagati sia ai pensionati attuali sia a quelli futuri. Verrebbero salvaguardati soltanto i pensionati disabili e gli ultra 80enni, mentre i tagli colpirebbero quelli tra i 75 e gli 80 anni. Si calcola che oltre il 10% dei circa 1.400 piani pensionistici multiemployer sarebbero coinvolti in questa “revisione”.
Persino negli Usa esiste la regola della non retroattività delle leggi, e dunque il taglio degli assegni a coloro che sono già in pensione è vietato. Ciò nonostante, i fondi pensione privati multiemployer in difficoltà finanziarie, vengono ora autorizzati a prendere misure “innovative”, come la riduzione degli assegni erogati e l'aumento dei contributi versati da dipendenti e datori di lavoro. Chiaro? Pagare di più per avere di meno, sia ora sia in futuro.
Si potrà dire: va beh, bisogna tagliare un po', ma quanto vuoi che sia... Diamo atto ai giornali Usa di preferire i dettagli e le storie individuali, mentre difettano alla grande nelle analisi generali (i nostrani preferiscono l'ideologia governativo-confindustriale), e ringraziamo la Cnn per aver fatto parlare alcuni degli interessati. Il camionista in pensione Glenn Nicodemus, per esempio, 64enne, prende attualmente la pensione dal Central States Southeast and Southwest Areas Pension Fund, uno dei fondi “da salvare”, insieme ad altri 300.000 colleghi o ex, vedove comprese. Secondo la proposta del Congresso, Nicodemus può vedere il suo reddito annuale precipitare dai circa 40.000 dollari l'anno attuali fino a 15.000. Per fare i conti in euro basta dividere per 1,24, al cambio attuale... Dal relativo benessere alla fame nera.
Il buon Nicodemus ha trovato anche spazio per un commento sconsolato: "Sono deluso dal fatto che una questione così importante è stata decisa in modo così subdolo, con poca o nessuna discussione sulle conseguenze per milioni di persone".
Data la struttura privastico-finanziaria dei fondi pensione Usa non esiste una sola soluzione. L'entità del taglio sarà dunque proporzionale al deficit finanziario del singolo fondo, senza alcuna regola generale se non quella fondamentale: a pagare devono essere sempre e solo i lavoratori dipendenti.
Sarà per questo che Tito Boeri è satato messo alla guida dell'Inps?
Fonte
I fondi (e quindi le categorie di lavoratori interessati) sono conosciuti come Piani pensionistici Multiemployer e coprono più di 10 milioni di lavoratori e pensionati. Ma molti di questi fondi si sono trovati alle prese, negli ultimi dieci anni, con un problema comune a tutto l'Occidente sviluppato: forza lavoro che invecchia e perdite finanziarie importanti a causa della recessione. Per non farsi mancare nulla, le imprese più grandi dei settori in questione ha da tempo ritirato la propria partecipazione ai fondi, facendo così mancare un percentuale importante delle entrate dei fondi stessi.
Una serie di fattori che si è ripercosso in modo pesante sulla Pension Benefit Guaranty Corporation, l'agenzia governativa di garanzia per i piani pensionistici; in novembre ha annunciato che le proprie riserve erano pericolosamente basse.
La proposta approvata dal Congresso consentirebbe piani pensionistici ridotti, pagati sia ai pensionati attuali sia a quelli futuri. Verrebbero salvaguardati soltanto i pensionati disabili e gli ultra 80enni, mentre i tagli colpirebbero quelli tra i 75 e gli 80 anni. Si calcola che oltre il 10% dei circa 1.400 piani pensionistici multiemployer sarebbero coinvolti in questa “revisione”.
Persino negli Usa esiste la regola della non retroattività delle leggi, e dunque il taglio degli assegni a coloro che sono già in pensione è vietato. Ciò nonostante, i fondi pensione privati multiemployer in difficoltà finanziarie, vengono ora autorizzati a prendere misure “innovative”, come la riduzione degli assegni erogati e l'aumento dei contributi versati da dipendenti e datori di lavoro. Chiaro? Pagare di più per avere di meno, sia ora sia in futuro.
Si potrà dire: va beh, bisogna tagliare un po', ma quanto vuoi che sia... Diamo atto ai giornali Usa di preferire i dettagli e le storie individuali, mentre difettano alla grande nelle analisi generali (i nostrani preferiscono l'ideologia governativo-confindustriale), e ringraziamo la Cnn per aver fatto parlare alcuni degli interessati. Il camionista in pensione Glenn Nicodemus, per esempio, 64enne, prende attualmente la pensione dal Central States Southeast and Southwest Areas Pension Fund, uno dei fondi “da salvare”, insieme ad altri 300.000 colleghi o ex, vedove comprese. Secondo la proposta del Congresso, Nicodemus può vedere il suo reddito annuale precipitare dai circa 40.000 dollari l'anno attuali fino a 15.000. Per fare i conti in euro basta dividere per 1,24, al cambio attuale... Dal relativo benessere alla fame nera.
Il buon Nicodemus ha trovato anche spazio per un commento sconsolato: "Sono deluso dal fatto che una questione così importante è stata decisa in modo così subdolo, con poca o nessuna discussione sulle conseguenze per milioni di persone".
Data la struttura privastico-finanziaria dei fondi pensione Usa non esiste una sola soluzione. L'entità del taglio sarà dunque proporzionale al deficit finanziario del singolo fondo, senza alcuna regola generale se non quella fondamentale: a pagare devono essere sempre e solo i lavoratori dipendenti.
Sarà per questo che Tito Boeri è satato messo alla guida dell'Inps?
Fonte
27/10/2014
Serbia: cala la scure dell'Ue su salari e pensioni
Il Parlamento di Belgrado, al termine di un lungo dibattito in aula protrattosi per oltre 12 ore, ha approvato nella tarda serata di ieri la revisione del bilancio 2014, che comprende le dure misure di tagli e cosiddetta austerità adottate nelle scorse settimane dal governo per "risanare le finanze", "incentivare il settore privato" e "modernizzare il Paese". Misure esplicitamente imposte al paese dall'Unione Europea in vista dell'avvicinamento della Serbia ai 28.
A favore del piano lacrime e sangue hanno votato 188 deputati (sul totale dei 250 del parlamento unicamerale), mentre i contrari sono stati solo 10.
Dal primo novembre scatteranno le riduzioni dei salari nel pubblico impiego e delle pensioni superiori ai 25 mila dinari (circa 210 euro). I salari dei dipendenti pubblici, già largamente insufficienti rispetto all'elevato costo della vita, verranno tagliati di circa il 10 per cento, mentre non vi saranno riduzioni - almeno per ora - degli assegni per il 61% dei pensionati che percepiscono meno di 25 mila dinari. Per 1.510.000 pensionati con assegni al di sotto dei 40 mila dinari (336 euro) il taglio sarà pari al 10%, mentre la riduzione sarà superiore al 10% per chi ha una pensione di oltre 40 mila dinari.
Il premier Aleksandar Vucic, intervenendo in aula prima del voto, ha chiesto ai cittadini "un anno e mezzo di pazienza e risparmi", sostenendo che nel 2016 la Serbia uscirà dal tunnel registrando "il tasso di crescita più alto in Europa".
"Abbiamo deciso i tagli per ridurre la differenza fra ciò che abbiamo guadagnato e quello che spendiamo, per ridurre il nostro debito e incrementare la crescita. Non vi sono alternative", ha detto Vucic secondo il quale quest'anno il Pil registrerà un calo fra lo 0.3% e lo 0,4% sopratutto a causa delle catastrofiche inondazioni di maggio. Il prossimo anno, ha aggiunto, si prevede per la Serbia una crescita economica di circa l'1%.
Discorsi già sentiti, sacrifici già fatti, inutilmente, da altri popoli europei.
Fonte
UE peggio della morte cicca.
A favore del piano lacrime e sangue hanno votato 188 deputati (sul totale dei 250 del parlamento unicamerale), mentre i contrari sono stati solo 10.
Dal primo novembre scatteranno le riduzioni dei salari nel pubblico impiego e delle pensioni superiori ai 25 mila dinari (circa 210 euro). I salari dei dipendenti pubblici, già largamente insufficienti rispetto all'elevato costo della vita, verranno tagliati di circa il 10 per cento, mentre non vi saranno riduzioni - almeno per ora - degli assegni per il 61% dei pensionati che percepiscono meno di 25 mila dinari. Per 1.510.000 pensionati con assegni al di sotto dei 40 mila dinari (336 euro) il taglio sarà pari al 10%, mentre la riduzione sarà superiore al 10% per chi ha una pensione di oltre 40 mila dinari.
Il premier Aleksandar Vucic, intervenendo in aula prima del voto, ha chiesto ai cittadini "un anno e mezzo di pazienza e risparmi", sostenendo che nel 2016 la Serbia uscirà dal tunnel registrando "il tasso di crescita più alto in Europa".
"Abbiamo deciso i tagli per ridurre la differenza fra ciò che abbiamo guadagnato e quello che spendiamo, per ridurre il nostro debito e incrementare la crescita. Non vi sono alternative", ha detto Vucic secondo il quale quest'anno il Pil registrerà un calo fra lo 0.3% e lo 0,4% sopratutto a causa delle catastrofiche inondazioni di maggio. Il prossimo anno, ha aggiunto, si prevede per la Serbia una crescita economica di circa l'1%.
Discorsi già sentiti, sacrifici già fatti, inutilmente, da altri popoli europei.
Fonte
UE peggio della morte cicca.
01/03/2013
L'universo "cinque stelle" alla prova della verità
Grillini subito in fibrillazione. Il post del "garante" contro pensioni e
dipendenti pubblici - da noi riportato criticamente - scatena reazioni
non sempre in buona fede.
Al secondo giorno di successo, il Movimento Cinque Stelle è riportato dal cielo alla terra. Deve fare i conti, complicati ma neanche troppo, con il ruolo oggettivo e impensato che ha assunto con le elezioni. Ma deve anche fare i conti con – diciamo così – le distonie proprie di un movimento composto da culture politiche rigorosamente “individuali”, della più diversa provenienza. E con una struttura organizzativa dove, al di là della discussione orizzontale forsennata su tutto, c'è pur sempre un dominus, un “garante”, che può fare e dire ciò che vuole senza rischiare la sostituzione. Che in democrazia sembra essere semplicemente un obbligo statutario.
Ma andiamo al dunque. Ieri abbiamo letto sul blog di Grillo un intervento un tantinello allucinante in cui la proposta di “reddito di cittadinanza” (sostenuta anche da tante frange di movimento “radical”, dalla Fiom, dai centri sociali, da diversi sindacati tra cui l'Usb, dai partiti confluiti nella scombiccherata “lista Ingroia”, ecc) veniva considerata finanziabile solo attraverso una fortissima riduzione del “peso” finanziario rappresentato da 18 milioni di pensioni e 4 milioni di dipendenti pubblici. Letterale e verificabile qui.
Abbiamo quindi provveduto a segnalare la cosa anche a nostri lettori, premettendo un nostro breve “cappello” ed evidenziando nel testo – pubblicato integralmente – le frasi che più ci avevano colpito.
Da quel momento c'è stato un vero e proprio “assalto”, che ci ha restituito uno spaccato molto interessante dell'universo dei simpatizzanti grillini. E anche qualche irruzione più “militante”, al limite del “militonto”. Se una superpotenza internettiana come quella del Movimento 5 Stelle è scesa in guerra contro un piccolo giornale online dobbiamo aver toccato qualche nervo sensibile. Succede, nella vita politica reale...
Ovviamente ci sono i simpatizzanti “di sinistra”, che si sono fatti venire i primi dubbi. Altri si dicono sicuri che Grillo si riferisse solo alle “pensioni da 90.000 euro l'anno” e a quelle “sopra i 6.000 euro al mese. Beh, ci sembra difficile da sostenere. Se si dice che “18 milioni pensioni” sono “un peso insostenibile”, basta farsi due conti. Quante sono le pensioni da 6.000 euro al mese? Qualche migliaio forse, visto che l'assegno medio mensile dei pensionati italiani è di 780 euro. Solo il 2,6% dei 18 milioni di pensionati italiani (circa 470.000 persone) prende più di 2.500 euro. Mentre il 77% prende meno di 1.000. Non è complicato: le pensioni “di lusso” pagate dallo Stato attraverso l'Inps non sono moltissime. E non possiamo addebitare allo Stato le pensioni effettivamente d'oro erogate da casse previdenziali private (giornalisti, avvocati, architetti, ingegneri, commercialisti, ecc), che in ogni caso presentano un vasto repertorio di livelli. Insomma, ci sono gli ex giornalisti poveri e quelli ricchi (Sergio Zavoli prende sicuramente di più di un Mario Rossi a caso), così come gli ex professionisti altrimenti specializzati. Ma non sono a carico dello Stato.
Chiaro? Pensiamo di sì.
Quindi chi dice o pensa che “18 milioni di pensioni siano un peso intollerabile” si sta riferendo a tutta la platea dei pensionati italiani, non solo a quelle “d'oro”. Vuole ammazzare la vecchietta, non riparare a un'ingiustizia. "Togliere ai poveri per dare ad altri poveri" non è un'idea che dia fastidio alle "caste". Anzi. Lo sceriffo di Nottingham potrebbe saltare sulla sedia: "questo lo assumo io, come ho fatto a non pensarci prima? così li divido (generazionalmente) e li fotto entrambi".
Idem per i dipendenti pubblici. La polemica è antica. Così antica che nel frattempo i lavoratori pubblici non vengono più sostituiti con nuove assunzioni regolari (per concorso e giuramento finale), ma rimpiazzati con giovani precari, più ricattabili ("non ti rinnoviamo il contratto a fine periodo"). Così antica che nel frattempo molte “liberalità” concesse che pesavano sulla “produttività” individuale sono scomparse. C'è stata la “cura Brunetta” e quella “Patroni Griffi”, ora ci sono i licenziamenti annunciati e quelli in cantiere ma ancora non quantificati.
Che, nonostante questo, ci siano ancora dei “fancazzisti” è certo. Ma in genere si tratta dei “cocchi” dei capi del personale e dei capiufficio, autentici kapò che fanno carriera (e soldi) sulle spalle dei colleghi. Chi ha provato almeno qualche ora della sua vita a stare dietro uno “sportello per il pubblico” non può augurare nemmeno al peggior nemico di passare tutta la vita in quella postazione. Meglio la galera.
E poi. Son dipendenti pubblici anche i poliziotti, i carabinieri, i militari di ogni ordine e grado e funzione, i servizi segreti ufficiali e quelli ufficiosi, i magistrati inquirenti e quelli giudicanti... Che si fa con questi? Ne facciamo a meno? Potremmo anche essere d'accordo... Ma non crediamo che Grillo si riferisse a loro.
Ma oltre i simpatizzanti “di sinistra” ci sono i “credenti”, quelli che “con Grillo senza se e senza ma”. E qualsiasi critica lo colga è avanzata da un nemico che fa “disinformazione”, “manipola il linguaggio”, “estrapola frasi dal contesto”, ecc.
Il post di Grillo è ancora lì, sul suo blog. Impaginato un po' a “pen di segugio”, tanto che inizialmente lo si potrebbe scambiare per un articolo del giornalista “rosso-bruno” Massimo Fini, la cui intervista in video viene infilata tra il titolo e il testo; ma se la si ascolta, parla di tutt'altro. Quindi il testo non firmato è di Grillo. Del resto basta questa frase a identificarlo: “Il M5S non si allea con nessuno come ha sempre dichiarato, lo dirò a Napolitano quando farà il solito giro di consultazioni”. Basta leggere senza gli occhialini 3D, quelli che "santificano" a pescindere...
Ai “credenti”, a quelli che fanno oltretutto esibizioni “muscolari” in stile parabolano (guardatevi il film Agorà di Amenabar, vi illuminerà; è un consiglio della nostra Ipazia), non abbiamo invece molto da dire. È una differenza culturale incolmabile, quella che ci separa. A noi la verità piace e sappiamo che dobbiamo cercarla faticosamente, seguendo i fili della logica e delle cose. A loro è stata “rivelata”. Se la tengano.
Fonte
Al secondo giorno di successo, il Movimento Cinque Stelle è riportato dal cielo alla terra. Deve fare i conti, complicati ma neanche troppo, con il ruolo oggettivo e impensato che ha assunto con le elezioni. Ma deve anche fare i conti con – diciamo così – le distonie proprie di un movimento composto da culture politiche rigorosamente “individuali”, della più diversa provenienza. E con una struttura organizzativa dove, al di là della discussione orizzontale forsennata su tutto, c'è pur sempre un dominus, un “garante”, che può fare e dire ciò che vuole senza rischiare la sostituzione. Che in democrazia sembra essere semplicemente un obbligo statutario.
Ma andiamo al dunque. Ieri abbiamo letto sul blog di Grillo un intervento un tantinello allucinante in cui la proposta di “reddito di cittadinanza” (sostenuta anche da tante frange di movimento “radical”, dalla Fiom, dai centri sociali, da diversi sindacati tra cui l'Usb, dai partiti confluiti nella scombiccherata “lista Ingroia”, ecc) veniva considerata finanziabile solo attraverso una fortissima riduzione del “peso” finanziario rappresentato da 18 milioni di pensioni e 4 milioni di dipendenti pubblici. Letterale e verificabile qui.
Abbiamo quindi provveduto a segnalare la cosa anche a nostri lettori, premettendo un nostro breve “cappello” ed evidenziando nel testo – pubblicato integralmente – le frasi che più ci avevano colpito.
Da quel momento c'è stato un vero e proprio “assalto”, che ci ha restituito uno spaccato molto interessante dell'universo dei simpatizzanti grillini. E anche qualche irruzione più “militante”, al limite del “militonto”. Se una superpotenza internettiana come quella del Movimento 5 Stelle è scesa in guerra contro un piccolo giornale online dobbiamo aver toccato qualche nervo sensibile. Succede, nella vita politica reale...
Ovviamente ci sono i simpatizzanti “di sinistra”, che si sono fatti venire i primi dubbi. Altri si dicono sicuri che Grillo si riferisse solo alle “pensioni da 90.000 euro l'anno” e a quelle “sopra i 6.000 euro al mese. Beh, ci sembra difficile da sostenere. Se si dice che “18 milioni pensioni” sono “un peso insostenibile”, basta farsi due conti. Quante sono le pensioni da 6.000 euro al mese? Qualche migliaio forse, visto che l'assegno medio mensile dei pensionati italiani è di 780 euro. Solo il 2,6% dei 18 milioni di pensionati italiani (circa 470.000 persone) prende più di 2.500 euro. Mentre il 77% prende meno di 1.000. Non è complicato: le pensioni “di lusso” pagate dallo Stato attraverso l'Inps non sono moltissime. E non possiamo addebitare allo Stato le pensioni effettivamente d'oro erogate da casse previdenziali private (giornalisti, avvocati, architetti, ingegneri, commercialisti, ecc), che in ogni caso presentano un vasto repertorio di livelli. Insomma, ci sono gli ex giornalisti poveri e quelli ricchi (Sergio Zavoli prende sicuramente di più di un Mario Rossi a caso), così come gli ex professionisti altrimenti specializzati. Ma non sono a carico dello Stato.
Chiaro? Pensiamo di sì.
Quindi chi dice o pensa che “18 milioni di pensioni siano un peso intollerabile” si sta riferendo a tutta la platea dei pensionati italiani, non solo a quelle “d'oro”. Vuole ammazzare la vecchietta, non riparare a un'ingiustizia. "Togliere ai poveri per dare ad altri poveri" non è un'idea che dia fastidio alle "caste". Anzi. Lo sceriffo di Nottingham potrebbe saltare sulla sedia: "questo lo assumo io, come ho fatto a non pensarci prima? così li divido (generazionalmente) e li fotto entrambi".
Idem per i dipendenti pubblici. La polemica è antica. Così antica che nel frattempo i lavoratori pubblici non vengono più sostituiti con nuove assunzioni regolari (per concorso e giuramento finale), ma rimpiazzati con giovani precari, più ricattabili ("non ti rinnoviamo il contratto a fine periodo"). Così antica che nel frattempo molte “liberalità” concesse che pesavano sulla “produttività” individuale sono scomparse. C'è stata la “cura Brunetta” e quella “Patroni Griffi”, ora ci sono i licenziamenti annunciati e quelli in cantiere ma ancora non quantificati.
Che, nonostante questo, ci siano ancora dei “fancazzisti” è certo. Ma in genere si tratta dei “cocchi” dei capi del personale e dei capiufficio, autentici kapò che fanno carriera (e soldi) sulle spalle dei colleghi. Chi ha provato almeno qualche ora della sua vita a stare dietro uno “sportello per il pubblico” non può augurare nemmeno al peggior nemico di passare tutta la vita in quella postazione. Meglio la galera.
E poi. Son dipendenti pubblici anche i poliziotti, i carabinieri, i militari di ogni ordine e grado e funzione, i servizi segreti ufficiali e quelli ufficiosi, i magistrati inquirenti e quelli giudicanti... Che si fa con questi? Ne facciamo a meno? Potremmo anche essere d'accordo... Ma non crediamo che Grillo si riferisse a loro.
Ma oltre i simpatizzanti “di sinistra” ci sono i “credenti”, quelli che “con Grillo senza se e senza ma”. E qualsiasi critica lo colga è avanzata da un nemico che fa “disinformazione”, “manipola il linguaggio”, “estrapola frasi dal contesto”, ecc.
Il post di Grillo è ancora lì, sul suo blog. Impaginato un po' a “pen di segugio”, tanto che inizialmente lo si potrebbe scambiare per un articolo del giornalista “rosso-bruno” Massimo Fini, la cui intervista in video viene infilata tra il titolo e il testo; ma se la si ascolta, parla di tutt'altro. Quindi il testo non firmato è di Grillo. Del resto basta questa frase a identificarlo: “Il M5S non si allea con nessuno come ha sempre dichiarato, lo dirò a Napolitano quando farà il solito giro di consultazioni”. Basta leggere senza gli occhialini 3D, quelli che "santificano" a pescindere...
Ai “credenti”, a quelli che fanno oltretutto esibizioni “muscolari” in stile parabolano (guardatevi il film Agorà di Amenabar, vi illuminerà; è un consiglio della nostra Ipazia), non abbiamo invece molto da dire. È una differenza culturale incolmabile, quella che ci separa. A noi la verità piace e sappiamo che dobbiamo cercarla faticosamente, seguendo i fili della logica e delle cose. A loro è stata “rivelata”. Se la tengano.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)

