Il processo di primo grado entra nelle battute finali. L’associazione Yairaiha ricostruisce la spedizione punitiva dell’aprile 2020: circa 300 agenti coinvolti, detenuti picchiati e umiliati, isolamento, minacce e tentativi di occultare quanto accaduto. In gioco non ci sono soltanto le responsabilità individuali, ma i limiti del potere dello Stato sulle persone private della libertà.
Il processo per le violenze avvenute nel carcere di Santa Maria Capua Vetere nell’aprile del 2020 arriva alle battute finali del primo grado. Nelle conclusioni depositate davanti alla Corte d’Assise dall’avvocata Caterina Calia viene ricostruito quanto accadde tra il 6 e il 14 aprile nei reparti Nilo e Danubio dell’istituto campano.
Una ricostruzione che, secondo l’Associazione Yairaiha Ets, impedisce di continuare a rappresentare quei fatti come una normale operazione di sicurezza degenerata in alcuni episodi di violenza.
La tesi sostenuta nelle conclusioni è molto più grave: le prove raccolte durante il dibattimento descriverebbero una vera e propria azione punitiva organizzata contro i detenuti che avevano manifestato la propria preoccupazione per il rischio di contagio da Covid-19.
È necessario tornare a quei giorni per comprendere fino in fondo il significato del processo. Nell’aprile del 2020 l’Italia era attraversata dalla fase più drammatica della pandemia. Dentro le carceri la paura del contagio era aggravata dal sovraffollamento, dalla difficoltà di mantenere qualsiasi forma di distanziamento e dall’interruzione dei colloqui con i familiari.
A Santa Maria Capua Vetere le proteste dei detenuti per il rischio sanitario furono seguite da un intervento che, secondo la ricostruzione presentata nel procedimento, coinvolse circa 300 operatori della polizia penitenziaria.
I detenuti sarebbero stati prelevati dalle celle e costretti ad attraversare corridoi presidiati da agenti in assetto antisommossa, subendo percosse, minacce e umiliazioni. Alcuni sarebbero stati obbligati a rimanere inginocchiati per lunghi periodi, altri sottoposti alla rasatura forzata di barba e capelli; sarebbero stati danneggiati effetti personali e, per alcuni dei feriti, l’assistenza sanitaria sarebbe stata negata o ritardata.
Non si tratta dunque, nella ricostruzione della parte civile, di una violenza improvvisa prodotta dalla concitazione di pochi minuti, ma di condotte inserite dentro un intervento massiccio e organizzato.
Ed è ciò che avvenne successivamente a rendere ancora più difficile la lettura dei fatti attraverso la rassicurante categoria degli “eccessi” individuali.
Secondo il comunicato di Yairaiha, alle violenze fisiche seguirono comportamenti diretti a mantenere un clima intimidatorio e a ostacolare l’emersione di quanto era accaduto: isolamento prolungato con modalità ritenute contrarie all’ordinamento penitenziario e agli standard del Comitato europeo per la prevenzione della tortura, limitazioni dei rapporti con i familiari, minacce ai detenuti e alterazioni della documentazione amministrativa e sanitaria.
Numerose persone recluse avrebbero riportato non soltanto lesioni fisiche, ma conseguenze psicologiche importanti, comprese manifestazioni riconducibili al disturbo post-traumatico da stress.
Non una semplice aggravante
C’è però un punto giuridico e politico destinato a pesare ben oltre il processo di Santa Maria Capua Vetere. Nelle memorie depositate, l’avvocata Calia richiama la questione recentemente rimessa alle Sezioni Unite della Cassazione in relazione ai fatti del carcere di San Gimignano: stabilire quale sia la natura della tortura commessa da pubblici ufficiali nell’esercizio delle proprie funzioni.
La questione riguarda l’articolo 613-bis del codice penale e non è affatto una disputa tecnica riservata ai giuristi. La tesi sostenuta dalla difesa di parte civile è che le condotte contestate, quando commesse da pubblici ufficiali nell’esercizio delle loro funzioni, debbano essere qualificate attraverso l’autonomo titolo di reato previsto dal secondo comma dell’articolo 613-bis e non considerando la qualifica pubblica dell’autore come una semplice aggravante della tortura comune.
La differenza investe direttamente il modo nel quale viene interpretata la tortura praticata da chi esercita il potere dello Stato. La tortura commessa da un pubblico ufficiale su una persona che si trova sotto la sua custodia presenta infatti un elemento specifico: l’enorme asimmetria di potere tra chi esercita la coercizione e chi non possiede alcuna possibilità di sottrarvisi.
Dentro una cella lo Stato controlla lo spazio, gli spostamenti, i contatti con l’esterno, l’accesso alle cure e una parte enorme delle condizioni materiali dell’esistenza quotidiana. È precisamente questa concentrazione di potere a rendere indispensabili limiti, controlli e responsabilità particolarmente rigorosi.
Il materiale raccolto durante il processo, secondo quanto riferisce Yairaiha, è imponente. Ci sono oltre settanta ore di videoregistrazioni interne al carcere, le testimonianze rese durante il dibattimento, le consulenze mediche e psicologiche e le conversazioni WhatsApp sequestrate agli imputati.
Un insieme di elementi che, secondo le conclusioni depositate, consentirebbe di ricostruire non soltanto la dinamica delle violenze ma anche le successive attività di occultamento. Tra i messaggi acquisiti compare una frase attribuita agli agenti durante l’organizzazione dell’intervento, diventata inevitabilmente uno dei simboli dell’intera vicenda: «li abbattiamo come vitelli».
Il problema della violenza istituzionale
Proprio la dimensione organizzata descritta nelle carte rende insufficiente ricondurre Santa Maria Capua Vetere alla teoria delle mele marce. Le responsabilità penali restano personali e sarà la Corte a stabilire quali condotte possano essere attribuite ai singoli imputati. Ma riconoscere questo principio fondamentale non significa rinunciare a interrogarsi sulle condizioni istituzionali che possono rendere possibile una violenza collettiva dentro un luogo totalmente controllato dallo Stato.
La domanda diventa ancora più urgente alla luce delle altre vicende che negli anni hanno attraversato il sistema penitenziario italiano. Il recente procedimento relativo alle presunte torture nel carcere di San Gimignano ha riportato la questione fino alla Cassazione, mentre le denunce provenienti da diversi istituti continuano a mostrare quanto sia fragile il sistema di prevenzione, controllo e accertamento degli abusi nei luoghi di privazione della libertà.
Non significa sostenere che ogni carcere sia un luogo di tortura o che ogni agente sia responsabile delle violenze commesse da altri. Significa riconoscere che nelle istituzioni caratterizzate da una radicale disparità di potere il controllo democratico non può dipendere esclusivamente dalla capacità della vittima di denunciare chi continua ad avere su di lei un enorme potere materiale.
Il processo di Santa Maria Capua Vetere riguarda anche questo. La tortura non è soltanto la violenza fisica inflitta a un corpo. Quando viene esercitata da chi rappresenta lo Stato contro una persona affidata alla sua custodia, investe direttamente la natura e i limiti del potere pubblico.
Per questo la sua repressione non può essere interpretata come un attacco alle istituzioni o alle forze dell’ordine: è esattamente il contrario. Stabilire che esistono condotte che nessun rappresentante dello Stato può compiere, neppure in nome della sicurezza, significa affermare che il monopolio pubblico della coercizione non equivale a un potere senza limiti.
È anche per questa ragione che la discussione sull’articolo 613-bis rimane decisiva. L’Italia ha introdotto il reato di tortura nel proprio codice penale soltanto nel 2017, dopo un ritardo durato quasi trent’anni dalla ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura.
La sua applicazione nei casi che riguardano appartenenti alle forze dell’ordine e alla polizia penitenziaria rappresenta quindi un banco di prova fondamentale: stabilire se la tortura praticata nell’esercizio della funzione pubblica debba essere riconosciuta nella sua specificità significa decidere quanto effettivi siano i limiti imposti all’esercizio della forza statale.
Un processo che riguarda tutti
Santa Maria Capua Vetere assume allora un significato che supera necessariamente il destino giudiziario dei singoli imputati. Non perché le responsabilità individuali possano essere sostituite da una generica responsabilità collettiva, ma perché ciò che viene sottoposto al giudizio della Corte riguarda fatti avvenuti dentro un’istituzione dello Stato, nei confronti di persone che quello stesso Stato aveva il dovere di custodire garantendone l’incolumità e la dignità.
L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Il divieto di tortura pone un limite ancora più radicale, perché non conosce eccezioni determinate dall’emergenza, dall’ordine pubblico o dalla condotta precedente della persona sottoposta alla custodia statale.
Proprio il carcere rappresenta uno dei luoghi nei quali questo limite deve essere più rigorosamente difeso, perché chi vi è rinchiuso non dispone della possibilità di allontanarsi da chi esercita su di lui la forza.
Per Yairaiha, quello di Santa Maria Capua Vetere è quindi un processo che va oltre le singole responsabilità che saranno accertate dalla Corte. È «uno dei principali banchi di prova della giustizia italiana» sul terreno dei diritti umani, del controllo dell’esercizio del potere pubblico e della tutela della dignità delle persone private della libertà.
È probabilmente questo il punto politico più importante dell’intera vicenda. Un sistema democratico non si misura dalla quantità di forza che riesce a esercitare sulle persone che ha rinchiuso, ma dalla capacità di porre limiti effettivi a quella forza e di chiamare a risponderne chi eventualmente li oltrepassa.
Se le violenze ricostruite nel processo saranno riconosciute dalla Corte nei termini sostenuti dalle parti civili, Santa Maria Capua Vetere non potrà essere archiviata come una pagina eccezionale e irripetibile della storia penitenziaria italiana.
Imporrà di interrogarsi sulle condizioni che hanno consentito a un’azione punitiva di quelle dimensioni di svolgersi dentro un carcere e sulle garanzie necessarie perché nessuna persona affidata alla custodia dello Stato possa essere nuovamente esposta a un simile esercizio del potere.
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13/09/2026
Santa Maria Capua Vetere, la tortura di Stato arriva al giudizio
25/05/2026
Bilbao scende in piazza contro gli abusi della polizia. E’ “il fronte interno”
Le immagini degli agenti della polizia autona basca Ertzaintza che pestano e poi arrestano al loro arrivo all’aeroporto di Loiu gli attivisti della Global Sumud Flotilla, hanno fatto il giro del mondo e hanno suscitato un’ondata di rabbia e indignazione popolare che ieri si è manifestata per le strade di Bilbao con manifestazioni di massa.
Anche perché nulla di simile è avvenuto agli aeroporti di Madrid e Barcellona dove sono rientrati altri attivisti della Flotilla in mezzo ad abbracci e festeggiamenti.
La stupida brutalità dei gendarmi della Ertzaintza, polizia autonoma che risponde al governo locale del Paese Basco in mano al PNV (partito di centro destra) ha suscitato polemiche e interrogativi sia in Euskadi che nello stato spagnolo, il cui governo – quello di Sanchez – è paradossalmente il più impegnato contro i crimini israeliani. Che quel trattamento brutale fosse riservato agli attivisti della Flotilla al loro rientro dopo aver subito le brutalità degli apparati israeliani, indubbiamente è stato uno shock per molti.
In primo luogo, come già indicato, occorre rammentare che la polizia autonoma basca risponde al governo del PNV e non a quello di Madrid.
Fino alla metà degli anni Ottanta, l’Ertzaintza era una polizia locale. Ma con il processo di militarizzazione per la repressione dell’indipendentismo in Euskadi è stata ristrutturata e la sua funzione in ordine pubblico è diventata via via sempre più pesante.
Fu uno shock vedere i caschi rossi degli agenti della polizia autonoma partecipare alle cariche contro le manifestazioni o gli atti di kale borroka (i blocchi stradali e le lotte di strade portate avanti dalla sinistra abertzale) insieme o per conto della Polizia Nazionale afferente al governo centrale.
Su quanto avvenuto all’aeroporto di Bilbao circolano informazioni che rilevano la penetrazione delle dottrine e degli apparati repressivi israeliani nella strumentazione e nelle regole di ingaggio degli agenti della polizia autonoma basca.
Non a caso, i giornali israeliani e della destra spagnola hanno ironizzato su questo grave episodio di violenza: “Si sono riconosciuti nei manganelli alzati e piombati sui corpi degli attivisti, in una sorta di fratellanza d’odio contro i movimenti pacifisti” scrive C.L. Dias. Con grande dimostrazione di cinismo e ipocrisia, il ministero degli Esteri israeliano ha convocato l’incaricato d’affari dell’ambasciata spagnola “per chiedere ragione al governo spagnolo dei maltrattamenti degli attivisti della Flottiglia di cui la Spagna aveva denunciato gli abusi da parte degli apparati repressivi israeliani”.
Il consigliere per la Sicurezza del governo dei Paesi Baschi, Bingen Zupiria, ha “lamentato” gli incidenti avvenuti sabato.
“Si trattava di permettere alle persone in arrivo di ricevere il saluto di chi le aspettava, e si trattava anche di permettere a chi stava lasciando l’aeroporto di farlo normalmente. Viste le immagini, è evidente che non siamo riusciti né nell’uno né nell’altro”, ha dichiarato Zupiria in un conferenza stampa.
“Lamento quello che è successo ieri, e lo lamento doppiamente. Lamento gli eventi, le cariche e le situazioni che si sono prodotte, e lo lamento in modo particolare perché era già concordato come avrebbe dovuto svolgersi tutto”, ha aggiunto il consigliere, concludendo che “non avrebbe dovuto succedere quello che è successo”. Domani, martedì, il “ministro” della sicurezza del governo autonomo basco riferirà nel parlamento locale su quanto avvenuto all’aeroporto.
Il giornalista Ahmed Shihab Eldin una sua tesi in proposito ce l’ha denunciando come l’Ertzaintza non sia solo una forza di polizia e soprattutto le sue connessioni con gli apparati israeliani.
La polizia autonoma, come moltissime in tutta Europa, ha acquistato infatti il suo sistema di intercettazioni dalla società israeliana Verint Systems, che ha legami con l’intelligence militare israeliana. Ha affidato la sicurezza di alcune strutture alla società israeliana ICTS. Ha ricevuto addestramento da Guardian Defense & Homeland Security, una società gestita da un ex agente del Mossad.
Ha acquistato giubbotti antiproiettile, telecamere di sorveglianza e dispositivi di ascolto israeliani. Nel 2021 ha firmato un contratto da 3.569,50 euro esclusivamente per la fornitura di lanciagranate stordenti e distraenti da fornitori israeliani. I suoi contratti totali con aziende israeliane superano 1,66 milioni di euro.
E, soprattutto, dietro a tutto questo si cela un sistema più ampio: la Scuola Tattica Israeliana, i Servizi di Protezione Internazionale e l’Accademia di Sicurezza dell’ISA addestrano le forze di sicurezza in tutta Europa. I loro istruttori provengono dallo Shin Bet. La dottrina che insegnano considera il dissenso una minaccia alla sicurezza.
“È necessario e urgente spiegare queste cose alla gente; altrimenti, ancora una volta, ci accontenteremo di un interesse fugace, alimentato da un’ondata di emozioni, e la questione finirà lì”, denuncia un attivista.
Ma la violenza dei metodi dell’Ertzaintza non una novità di queste ore. Il giornale Il Salto elenca una lunga serie di precedenti.
L’intervento brutale all’aeroporto di Loiu, scrive il giornale, si aggiunge a una lista di azioni della polizia che negli ultimi due anni hanno posto il modello di sicurezza del Governo basco al centro del dibattito pubblico.
Dalla morte di Eneko Valdés ad Astigarraga nel 2024, a seguito di un intervento della brigata Bizzor, l’Ertzaintza ha accumulato episodi gravi: Amaia Zabarte, ricoverata in terapia intensiva per un’emorragia cerebrale dovuta a un impatto di schiuma accanto allo stadio di Anoeta nel marzo 2024; Iker Arana, che ha perso un testicolo nell’aprile 2025 a causa di un colpo di arma da fuoco durante lo sfratto della gaztetxe de Errekalde; Aritz Ibarra, con la mascella fratturata da una schiuma sparata a distanza ravvicinata il 12 ottobre 2025 a Gasteiz, durante una carica della polizia che ha protetto un evento della Falange; o Karen Daniela Agredo, con gravi conseguenze dopo un arresto a Donostia che lo stesso consigliere Bingen Zupiria riconobbe avrebbe dovuto essere gestito diversamente.
A questo elenco si aggiungono le denunce sindacali per le accuse del 3 marzo 2024 a Gasteiz, una condanna per abusi sessuali su una vittima di violenza sessista e la conferma, nel febbraio 2026, della pena detentiva per un’ertzaina per la morte di Iñigo Cabacas nel 2012.
La Global Sumud Flotilla esprime “la sua profonda indignazione e condanna in seguito alla violenta aggressione perpetrata dalle Ertzaintza, la polizia basca, contro i partecipanti alla Flotilla appena rientrati all’aeroporto di Bilbao” e “chiede un’indagine internazionale immediata e indipendente sulla violenza coordinata scatenata all’aeroporto di Bilbao, che esamini esplicitamente come le forze di polizia regionali abbiano dato inizio a questi brutali pestaggi e come la polizia statale abbia facilitato gli arresti arbitrari dei sopravvissuti traumatizzati”.
Il problema che viene emergendo in tutti i paesi europei, ispirato sicuramente dai modelli repressivi israeliano e statunitense, è che i corpi di polizia vanno assumendo il carattere di una vera e propria forza armata concepita per la guerra sul “fronte interno”, in cui il nemico sono le proprie comunità.
La potente risposta popolare con le manifestazioni che ieri hanno attraversato le strade di Bilbao e di altre città basche, sono state una reazione che fa ben sperare.
Fonte
Anche perché nulla di simile è avvenuto agli aeroporti di Madrid e Barcellona dove sono rientrati altri attivisti della Flotilla in mezzo ad abbracci e festeggiamenti.
La stupida brutalità dei gendarmi della Ertzaintza, polizia autonoma che risponde al governo locale del Paese Basco in mano al PNV (partito di centro destra) ha suscitato polemiche e interrogativi sia in Euskadi che nello stato spagnolo, il cui governo – quello di Sanchez – è paradossalmente il più impegnato contro i crimini israeliani. Che quel trattamento brutale fosse riservato agli attivisti della Flotilla al loro rientro dopo aver subito le brutalità degli apparati israeliani, indubbiamente è stato uno shock per molti.
In primo luogo, come già indicato, occorre rammentare che la polizia autonoma basca risponde al governo del PNV e non a quello di Madrid.
Fino alla metà degli anni Ottanta, l’Ertzaintza era una polizia locale. Ma con il processo di militarizzazione per la repressione dell’indipendentismo in Euskadi è stata ristrutturata e la sua funzione in ordine pubblico è diventata via via sempre più pesante.
Fu uno shock vedere i caschi rossi degli agenti della polizia autonoma partecipare alle cariche contro le manifestazioni o gli atti di kale borroka (i blocchi stradali e le lotte di strade portate avanti dalla sinistra abertzale) insieme o per conto della Polizia Nazionale afferente al governo centrale.
Su quanto avvenuto all’aeroporto di Bilbao circolano informazioni che rilevano la penetrazione delle dottrine e degli apparati repressivi israeliani nella strumentazione e nelle regole di ingaggio degli agenti della polizia autonoma basca.
Non a caso, i giornali israeliani e della destra spagnola hanno ironizzato su questo grave episodio di violenza: “Si sono riconosciuti nei manganelli alzati e piombati sui corpi degli attivisti, in una sorta di fratellanza d’odio contro i movimenti pacifisti” scrive C.L. Dias. Con grande dimostrazione di cinismo e ipocrisia, il ministero degli Esteri israeliano ha convocato l’incaricato d’affari dell’ambasciata spagnola “per chiedere ragione al governo spagnolo dei maltrattamenti degli attivisti della Flottiglia di cui la Spagna aveva denunciato gli abusi da parte degli apparati repressivi israeliani”.
Il consigliere per la Sicurezza del governo dei Paesi Baschi, Bingen Zupiria, ha “lamentato” gli incidenti avvenuti sabato.
“Si trattava di permettere alle persone in arrivo di ricevere il saluto di chi le aspettava, e si trattava anche di permettere a chi stava lasciando l’aeroporto di farlo normalmente. Viste le immagini, è evidente che non siamo riusciti né nell’uno né nell’altro”, ha dichiarato Zupiria in un conferenza stampa.
“Lamento quello che è successo ieri, e lo lamento doppiamente. Lamento gli eventi, le cariche e le situazioni che si sono prodotte, e lo lamento in modo particolare perché era già concordato come avrebbe dovuto svolgersi tutto”, ha aggiunto il consigliere, concludendo che “non avrebbe dovuto succedere quello che è successo”. Domani, martedì, il “ministro” della sicurezza del governo autonomo basco riferirà nel parlamento locale su quanto avvenuto all’aeroporto.
Il giornalista Ahmed Shihab Eldin una sua tesi in proposito ce l’ha denunciando come l’Ertzaintza non sia solo una forza di polizia e soprattutto le sue connessioni con gli apparati israeliani.
La polizia autonoma, come moltissime in tutta Europa, ha acquistato infatti il suo sistema di intercettazioni dalla società israeliana Verint Systems, che ha legami con l’intelligence militare israeliana. Ha affidato la sicurezza di alcune strutture alla società israeliana ICTS. Ha ricevuto addestramento da Guardian Defense & Homeland Security, una società gestita da un ex agente del Mossad.
Ha acquistato giubbotti antiproiettile, telecamere di sorveglianza e dispositivi di ascolto israeliani. Nel 2021 ha firmato un contratto da 3.569,50 euro esclusivamente per la fornitura di lanciagranate stordenti e distraenti da fornitori israeliani. I suoi contratti totali con aziende israeliane superano 1,66 milioni di euro.
E, soprattutto, dietro a tutto questo si cela un sistema più ampio: la Scuola Tattica Israeliana, i Servizi di Protezione Internazionale e l’Accademia di Sicurezza dell’ISA addestrano le forze di sicurezza in tutta Europa. I loro istruttori provengono dallo Shin Bet. La dottrina che insegnano considera il dissenso una minaccia alla sicurezza.
“È necessario e urgente spiegare queste cose alla gente; altrimenti, ancora una volta, ci accontenteremo di un interesse fugace, alimentato da un’ondata di emozioni, e la questione finirà lì”, denuncia un attivista.
Ma la violenza dei metodi dell’Ertzaintza non una novità di queste ore. Il giornale Il Salto elenca una lunga serie di precedenti.
L’intervento brutale all’aeroporto di Loiu, scrive il giornale, si aggiunge a una lista di azioni della polizia che negli ultimi due anni hanno posto il modello di sicurezza del Governo basco al centro del dibattito pubblico.
Dalla morte di Eneko Valdés ad Astigarraga nel 2024, a seguito di un intervento della brigata Bizzor, l’Ertzaintza ha accumulato episodi gravi: Amaia Zabarte, ricoverata in terapia intensiva per un’emorragia cerebrale dovuta a un impatto di schiuma accanto allo stadio di Anoeta nel marzo 2024; Iker Arana, che ha perso un testicolo nell’aprile 2025 a causa di un colpo di arma da fuoco durante lo sfratto della gaztetxe de Errekalde; Aritz Ibarra, con la mascella fratturata da una schiuma sparata a distanza ravvicinata il 12 ottobre 2025 a Gasteiz, durante una carica della polizia che ha protetto un evento della Falange; o Karen Daniela Agredo, con gravi conseguenze dopo un arresto a Donostia che lo stesso consigliere Bingen Zupiria riconobbe avrebbe dovuto essere gestito diversamente.
A questo elenco si aggiungono le denunce sindacali per le accuse del 3 marzo 2024 a Gasteiz, una condanna per abusi sessuali su una vittima di violenza sessista e la conferma, nel febbraio 2026, della pena detentiva per un’ertzaina per la morte di Iñigo Cabacas nel 2012.
La Global Sumud Flotilla esprime “la sua profonda indignazione e condanna in seguito alla violenta aggressione perpetrata dalle Ertzaintza, la polizia basca, contro i partecipanti alla Flotilla appena rientrati all’aeroporto di Bilbao” e “chiede un’indagine internazionale immediata e indipendente sulla violenza coordinata scatenata all’aeroporto di Bilbao, che esamini esplicitamente come le forze di polizia regionali abbiano dato inizio a questi brutali pestaggi e come la polizia statale abbia facilitato gli arresti arbitrari dei sopravvissuti traumatizzati”.
Il problema che viene emergendo in tutti i paesi europei, ispirato sicuramente dai modelli repressivi israeliano e statunitense, è che i corpi di polizia vanno assumendo il carattere di una vera e propria forza armata concepita per la guerra sul “fronte interno”, in cui il nemico sono le proprie comunità.
La potente risposta popolare con le manifestazioni che ieri hanno attraversato le strade di Bilbao e di altre città basche, sono state una reazione che fa ben sperare.
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19/03/2026
Argentina - Pensionati alla fame protestano sotto il Parlamento, pestati dalla polizia
Come ogni mercoledi, ormai da mesi, i pensionati argentini sono tornati a manifestare sotto al Parlamento. E come spesso è già accaduto, contro di loro e i giornalisti presenti è stata scatenata una repressione brutale da parte della polizia federale e della gendarmeria.
La coreografia di mercoledì, quel rituale di resistenza sociale e umana che i pensionati materializzano settimanalmente davanti al Palazzo Legislativo, è stata nuovamente interrotta da un’operazione che ha trasformato la domanda di beni dignitosi in uno scenario di arresti e percosse.
Quello che era iniziato come il consueto presidio al Congresso si è concluso con un cordone di polizia che si è abbattuto sui corpi che chiedevano solo di smettere di perdere potere d’acquisto contro l’inflazione.
Il resto della giornata è uno scenario di braccia ferite, manifestanti arrestati e un’ambulanza che trasporta di corsa un uomo con un picco di pressione all’ospedale Ramos Mejía.
Tra i feriti vi sono Carlos Alberto “Chaca” Dawlowski e Delia Luján Montiel. “Chaca”, 76 anni, è stato rilasciato con la pelle segnata dalle botte della polizia, ma con la sua parola è intatta davanti alle telecamere: “Non possiamo più nemmeno marciare sul marciapiede, ma non ci arrenderemo. Lasceremo le nostre vite, ma loro non ci schiacceranno”.
Le loro ferite, mostrate come prova di una democrazia che sta diventando sorda e violenta, riassumono lo spirito di una resistenza che, nonostante il bastone e lo spray al peperoncino, giura di non cedere fino all’ultima goccia di sangue.
“L’abuso di forza contro gli anziani, che non rappresentano alcun pericolo, ci rende ogni giorno più vulnerabili e attacca direttamente la nostra salute”, hanno sottolineato le organizzazioni dei pensionati.
Queste ultime denunciano come la direzione economica e sociale del governo configuri “una politica di sterminio” che non colpisce solo i pensionati, ma anche altri settori vulnerabili come le persone con disabilità e l’infanzia. Con l’ultimo dato sull’inflazione di dicembre diffuso dall’Indec, si può già confermare l’aumento previsto di pensioni, assegni e sussidi dell’Anses che entrerà in vigore a febbraio: appena il 2,8%. Tradotto in cifre più chiare, per l’assegno minimo si tratta di un incremento di soli 9.780,38 pesos, una cifra che non basta nemmeno per comprare un chilo di spalla di maiale.
Con il sistema indicizzato all’indice dei prezzi al consumo, è l’inflazione a determinare gli aumenti mensili dei pensionati. Con il raffreddamento dell’economia ancorato alla depressione dei salari, gli aumenti pagati dall’Anses sono sempre più bassi e non valgono nemmeno per comprare 2 bottiglie di shampoo. Letteralmente.
Secondo un rapporto dell’Osservatorio Mate, ogni pensionato ha perso, in media, quasi 5 milioni di pesos dall’insediamento di Javier Milei. In questo periodo, le pensioni e gli assegni si sono consolidati come uno dei principali assi della stretta fiscale del governo, al punto da concentrare un taglio equivalente a 16,5 trilioni di pesos, mentre l’importo medio è rimasto del 23% al di sotto del livello del 2023. Di conseguenza, la pensione minima oggi basta a malapena a coprire un terzo del costo reale di un paniere di base per gli anziani.
Fonte
La coreografia di mercoledì, quel rituale di resistenza sociale e umana che i pensionati materializzano settimanalmente davanti al Palazzo Legislativo, è stata nuovamente interrotta da un’operazione che ha trasformato la domanda di beni dignitosi in uno scenario di arresti e percosse.
Quello che era iniziato come il consueto presidio al Congresso si è concluso con un cordone di polizia che si è abbattuto sui corpi che chiedevano solo di smettere di perdere potere d’acquisto contro l’inflazione.
Il resto della giornata è uno scenario di braccia ferite, manifestanti arrestati e un’ambulanza che trasporta di corsa un uomo con un picco di pressione all’ospedale Ramos Mejía.
Tra i feriti vi sono Carlos Alberto “Chaca” Dawlowski e Delia Luján Montiel. “Chaca”, 76 anni, è stato rilasciato con la pelle segnata dalle botte della polizia, ma con la sua parola è intatta davanti alle telecamere: “Non possiamo più nemmeno marciare sul marciapiede, ma non ci arrenderemo. Lasceremo le nostre vite, ma loro non ci schiacceranno”.
Le loro ferite, mostrate come prova di una democrazia che sta diventando sorda e violenta, riassumono lo spirito di una resistenza che, nonostante il bastone e lo spray al peperoncino, giura di non cedere fino all’ultima goccia di sangue.
“L’abuso di forza contro gli anziani, che non rappresentano alcun pericolo, ci rende ogni giorno più vulnerabili e attacca direttamente la nostra salute”, hanno sottolineato le organizzazioni dei pensionati.
Queste ultime denunciano come la direzione economica e sociale del governo configuri “una politica di sterminio” che non colpisce solo i pensionati, ma anche altri settori vulnerabili come le persone con disabilità e l’infanzia. Con l’ultimo dato sull’inflazione di dicembre diffuso dall’Indec, si può già confermare l’aumento previsto di pensioni, assegni e sussidi dell’Anses che entrerà in vigore a febbraio: appena il 2,8%. Tradotto in cifre più chiare, per l’assegno minimo si tratta di un incremento di soli 9.780,38 pesos, una cifra che non basta nemmeno per comprare un chilo di spalla di maiale.
Con il sistema indicizzato all’indice dei prezzi al consumo, è l’inflazione a determinare gli aumenti mensili dei pensionati. Con il raffreddamento dell’economia ancorato alla depressione dei salari, gli aumenti pagati dall’Anses sono sempre più bassi e non valgono nemmeno per comprare 2 bottiglie di shampoo. Letteralmente.
Secondo un rapporto dell’Osservatorio Mate, ogni pensionato ha perso, in media, quasi 5 milioni di pesos dall’insediamento di Javier Milei. In questo periodo, le pensioni e gli assegni si sono consolidati come uno dei principali assi della stretta fiscale del governo, al punto da concentrare un taglio equivalente a 16,5 trilioni di pesos, mentre l’importo medio è rimasto del 23% al di sotto del livello del 2023. Di conseguenza, la pensione minima oggi basta a malapena a coprire un terzo del costo reale di un paniere di base per gli anziani.
Fonte
03/02/2026
Guerra ai civili. Meloni toglie la maschera
Chiamiamo le cose con il loro nome: il governo Meloni ha creato in modo premeditato l’“emergenza Torino” per imporre un metodo ben noto: la guerra ai civili.
Lo sgombero di Askatasuna, annunciato da anni, da tutti i governi, è stato messo in atto con un pretesto risibile (sei persone che dormivano in un’ala dichiarata inagibile) e durante le feste natalizie, in modo da non avere “resistenze” adeguate nel momento scelto.
Era ovvio e previsto che ci sarebbero state proteste, ma di certo non era stata immaginata la portata: oltre 50.000 manifestanti, in una città non facilmente raggiungibile a livello nazionale, per dare solidarietà ad un centro sociale classificato da sempre tra i “cattivi”. E tantissimi, come sempre più spesso accade, erano stati fermati sulle autostrade bloccando pullman, fermando macchine, controllando le stazioni...
Quella massa di gente inconsueta per Torino è l’eredità diretta dell’ondata di piena che si è vista in autunno, con oltre un milione di persone in due scioperi generali ravvicinatissimi, e poi nell’immensa manifestazione del 4 ottobre a Roma, a sostegno del popolo palestinese sottoposto a genocidio da Israele con la complicità diretta di tutta l’area euro-atlantica.
Un’ondata che ha preoccupato la classe dirigente italiota – tutta, dal centrodestra parafascista a chi ha provato goffamente a metterci un cappello sopra – al punto da far immediatamente progettare nuovi “decreti sicurezza”, nuovi reati e vecchissime soluzioni (il “fermo anticipato” applicato dal fascismo verso chiunque fosse sospettato di poter contestare il passaggio del “duce” nei paraggi).
Per imporre una simile svolta era indispensabile un episodio, uno scontro vero (quelli registrati come tali negli ultimi anni erano stati pestaggi di polizia contro manifestanti inermi), qualcosa che potesse far scattare la retorica “chiagn’e fotte” tipica dei fascisti in ogni variante, a cominciare ovviamente dai nazi-sionisti.
Bisognava provocarla con qualsiasi mezzo e per questo – come si desume da tutte le testimonianze anche giornalistiche – era stato dato un evidente ordine ai reparti schierati in piazza: manganellate chiunque non porti una divisa.
L’ordine è stato eseguito, come direbbe uno storico famoso. Fotografi, passanti, turisti (come si vede nell’articolo riproposto qui sotto), manifestanti e no, erano destinati a cadere sotto i candelotti sparati ad altezza d’uomo e i manganelli. Nel caos della violenza poliziesca era prevedibile che qualche forma di resistenza si sarebbe resa evidente. È nella logica del conflitto politico, spiega lucidamente anche Piergiorgio Odifreddi.
E se non si fosse manifestata, o non fosse stato possibile “certificarla” in immagini o video, erano pronti anche i soliti agenti camuffati da “black bloc” attivi fin dai tempi di Cossiga. Che, a quanto pare, stavolta sono riusciti soltanto a supportare la caccia al manifestante, visto che di caos ne era stato seminato parecchio già dai loro colleghi in divisa.
Un video incompleto è diventato “il braccio violento” della retorica governativa, mentre la testimonianza che lo contestualizzava in ben altro scenario è stata silenziata nel circuito mainstream, nonostante venisse da una professionista dell’informazione.
Guerra ai civili, tutti. Come a Genova 2001, dicono tutti quelli che hanno potuto vedere i due momenti ad un quarto di secolo di distanza. La “caccia ai rossi” è arrivata fin nelle corsie dei pronto soccorso, alla ricerca di chi era rimasto ferito e aveva bisogno di cure.
Abolita dal governo stesso la distinzione tra “buoni” e “cattivi” che qualche stolido “tardo-democratico” ha rispolverato anche questa volta come uno straccio ammuffito.
È addirittura il facente funzione di ministro dell’interno, Piantedosi, a spiegare che quella distinzione non serve più. Persino “la velocità” con cui si è mosso il corteo diventa per lui “la prova” che tutto era stato preparato per arrivare sul luogo prescelto “all’ora giusta” (senza neanche accorgersi dell’assurdità che dice: se serviva il buio, si poteva arrivare a qualsiasi ora...). Il post con cui accusa chiunque fosse in piazza di aver agito consapevolmente per coprire “i violenti” è una dichiarazione programmatica di guerra alle mobilitazioni future. Come il “fermo preventivo” o la “cauzione” da versare per poter scendere in piazza...
Non è una conclusione difficile da trarre. Un governo che non ha nulla da offrire alla popolazione, ma anzi le sfila ogni giorno qualcosa per garantire i profitti di un numero sempre minore di “benestanti”, comincia a sentire che nel fondo della società qualcosa si sta muovendo.
Per ora si è manifestato in due modi diversi: un’astensione elettorale che supera ormai stabilmente il 50%, sollevando chiari dubbi di legittimità democratica per qualsiasi maggioranza di governo, e una partecipazione alle mobilitazioni magari un po’ a singhiozzo, ma con dimensioni che non si vedevano da anni, specie tra i giovani.
E quando sente il fiato della popolazione sul collo, un governo reazionario – che sia in Italia o negli Stati Uniti – reagisce sempre allo stesso modo. Violento. Sul piano legislativo e costituzionale, ma soprattutto con i corpi armati.
Il volto insanguinato di Claudio Francavilla è diventato, suo malgrado, uno dei simboli della guerriglia durante la manifestazione in sostegno ad Askatasuna di sabato scorso. Francavilla ha raccontato a La Stampa di essere finito in mezzo a una carica pure essendo sceso in piazza pacificamente. Soccorso da due fotografi che chiedevano un’ambulanza alla forze dell’ordine, è rimasto sul ciglio della strada abbandonato per molto tempo.
Sono decine i manifestanti rimasti feriti sabato, diversi video si trovano sul web, uno di questi ritrae il fotografo Federico Guarino buttato a terra e manganellato da diversi agenti mentre, nonostante la maschera antigas, gridava «stampa!». «Ero lì a fare le foto, è partita una carica e l’ho fatta sfilare finendo dietro le forze dell’ordine, poi si sono girati e altri agenti sono arrivati dalla direzione opposta».
Si accorge che hanno preso una persona. Erano andati tutti via mentre il fotografo continuava a scattare: «All’improvviso mi hanno buttato a terra e si sono accaniti. Urlavo, ma penso che con la maschera non si sentisse. Ho dato per scontato che con la macchina fotografica capissero, avevo anche fatto una foto con il flash poco prima».
Guarino dice di essere stato trattato come un delinquente violento. Mentre lo portano via viene colpito con scappellotti sulla testa, manate sul volto e schernito, mentre ripete di essere un fotografo.
«L’atteggiamento era provocatorio», racconta, fino a quando non hanno capito che effettivamente fosse lì solo per lavoro: perquisizione, foto identificative e controlli. È rimasto in mano alla polizia per un’ora.
Il giorno dopo è andato in ospedale avendo ricevuto diversi colpi in testa: cinque giorni di prognosi, ghiaccio e antidolorifico a esigenza. «Zoppico e sono ammaccato ma sto bene, ho chiesto i nomi degli agenti, ma mi hanno detto che non ne danno».
In piazza è arrivata una pioggia di lacrimogeni sparati spesso ad altezza uomo. Francesco Anselmi fotografo dell’agenzia Contrasto racconta: «Ho ricevuto un lacrimogeno dritto all’inguine, per fortuna ho solo un livido sulla gamba perché avevo tre strati che mi coprivano. Tutti lanci ad altezza uomo, una pratica sdoganata con i No Tav».
Per questo ha deciso di rimanere dietro la linea delle cariche, spiega, nascondendosi dietro un’auto. Anche nelle vie limitrofe, dove le persone si raggruppavano per sfuggire ai fumi densi, schizzavano lacrimogeni. Uno, su largo Montebello, ha colpito un passeggino.
Sempre sulla piazza all’improvviso sono arrivate due camionette a tutta velocità: «Una con un agente con il portellone aperto che brandiva un manganello – racconta un testimone –. Poi si è bloccata e tornata indietro, credevo sarebbero scesi in venti a massacrarci».
A fine manifestazione molti lacrimogeni sono stati lanciati sui palazzi e sono finiti contro le finestre dei residenti e sui balconi. «La sensazione è che stessero cercando lo scontro, l’incidente. Ho assistito ad alcune manovre azzardate, non pareva che lo scopo delle forze di polizia fosse ridurre il danno», racconta un altro fotografo che vuole rimanere anonimo, che ha partecipato anche al G8 di Genova.
«Ad esempio sono avanzati in una carica con la camionetta e sono venuti in contatto con una barricata con le fiamme, hanno abbandonato la camionetta lì che poi ha preso fuoco. Sicuramente una di quelle foto che poi resta».
In molti rievocano quella che è stata Genova 2001 per il movimento e per la gestione dell’ordine pubblico. In tanti video e testimonianze si vedono manifestanti colpiti mentre scappano via, alcuni inciampano, cadono a terra e vengono trascinati dalle forze di polizia.
In sei sono finiti in questura fino alle due di notte, ne sono poi usciti con un’accusa di resistenza a pubblico ufficiale aggravata, raccontano di essere stati presi a caso tra la folla. Una turista francese con un braccio rotto è stata mandata via velocemente, forse così non sporgerà denuncia.
Un video in particolare, ripreso da un palazzo di corso Regina, dove c’è Askatasuna, vede protagonisti più di dieci agenti intorno a due persone disarmate che cercano una via di fuga dai lacrimogeni: vengono circondati e manganellati. In un altro filmato un manifestante che scappa riceve diversi colpi alle spalle mentre è a terra.
Una quarantina di persone sono ricorse alle cure mediche. Ma molti evitano i pronto soccorso per il rischio di essere denunciati. Arianna, studentessa di 19 anni, è finita in ospedale perché svenuta per i troppi lacrimogeni: «Una mia amica ha notato che non respiravo più, per fortuna c’erano le squadre mediche volontarie che mi hanno soccorsa, non riuscivo a muovere la gamba sinistra e la mano destra. Sono svenuta, poi ho avuto le convulsioni, hanno dovuto chiamare l’ambulanza».
Al Giovanni Bosco, con la flebo al braccio, si ritrova due poliziotti in divisa che le chiedono i documenti. È lenta, i poliziotti le dicono di muoversi: foto ai documenti a lei e all’amico, minorenne, che viene cacciato fuori. Di fianco a lei un ragazzo insanguinato con la testa aperta: «Sono andati anche da lui per i documenti, nonostante le condizioni».
Anche all’ospedale Gradenigo gli agenti sono entrati, questa volta in borghese: «I pazienti avevano fatto il triage e si trovavano in un’area sanitaria, non andrebbe fatto. I medici purtroppo non hanno detto nulla», racconta l’avvocato Gianluca Vitale.
«Hanno preso il cellulare di un ferito su una barella e l’hanno messo in una busta intimandogli che non avrebbe potuto più usarlo. Ma non glielo hanno sequestrato». Poi hanno detto al personale medico: «Aspettate a dimetterlo che dobbiamo tornare. Una pratica largamente usata a Genova durante il G8», conclude Vitale.
Fonte
Lo sgombero di Askatasuna, annunciato da anni, da tutti i governi, è stato messo in atto con un pretesto risibile (sei persone che dormivano in un’ala dichiarata inagibile) e durante le feste natalizie, in modo da non avere “resistenze” adeguate nel momento scelto.
Era ovvio e previsto che ci sarebbero state proteste, ma di certo non era stata immaginata la portata: oltre 50.000 manifestanti, in una città non facilmente raggiungibile a livello nazionale, per dare solidarietà ad un centro sociale classificato da sempre tra i “cattivi”. E tantissimi, come sempre più spesso accade, erano stati fermati sulle autostrade bloccando pullman, fermando macchine, controllando le stazioni...
Quella massa di gente inconsueta per Torino è l’eredità diretta dell’ondata di piena che si è vista in autunno, con oltre un milione di persone in due scioperi generali ravvicinatissimi, e poi nell’immensa manifestazione del 4 ottobre a Roma, a sostegno del popolo palestinese sottoposto a genocidio da Israele con la complicità diretta di tutta l’area euro-atlantica.
Un’ondata che ha preoccupato la classe dirigente italiota – tutta, dal centrodestra parafascista a chi ha provato goffamente a metterci un cappello sopra – al punto da far immediatamente progettare nuovi “decreti sicurezza”, nuovi reati e vecchissime soluzioni (il “fermo anticipato” applicato dal fascismo verso chiunque fosse sospettato di poter contestare il passaggio del “duce” nei paraggi).
Per imporre una simile svolta era indispensabile un episodio, uno scontro vero (quelli registrati come tali negli ultimi anni erano stati pestaggi di polizia contro manifestanti inermi), qualcosa che potesse far scattare la retorica “chiagn’e fotte” tipica dei fascisti in ogni variante, a cominciare ovviamente dai nazi-sionisti.
Bisognava provocarla con qualsiasi mezzo e per questo – come si desume da tutte le testimonianze anche giornalistiche – era stato dato un evidente ordine ai reparti schierati in piazza: manganellate chiunque non porti una divisa.
L’ordine è stato eseguito, come direbbe uno storico famoso. Fotografi, passanti, turisti (come si vede nell’articolo riproposto qui sotto), manifestanti e no, erano destinati a cadere sotto i candelotti sparati ad altezza d’uomo e i manganelli. Nel caos della violenza poliziesca era prevedibile che qualche forma di resistenza si sarebbe resa evidente. È nella logica del conflitto politico, spiega lucidamente anche Piergiorgio Odifreddi.
E se non si fosse manifestata, o non fosse stato possibile “certificarla” in immagini o video, erano pronti anche i soliti agenti camuffati da “black bloc” attivi fin dai tempi di Cossiga. Che, a quanto pare, stavolta sono riusciti soltanto a supportare la caccia al manifestante, visto che di caos ne era stato seminato parecchio già dai loro colleghi in divisa.
Un video incompleto è diventato “il braccio violento” della retorica governativa, mentre la testimonianza che lo contestualizzava in ben altro scenario è stata silenziata nel circuito mainstream, nonostante venisse da una professionista dell’informazione.
Guerra ai civili, tutti. Come a Genova 2001, dicono tutti quelli che hanno potuto vedere i due momenti ad un quarto di secolo di distanza. La “caccia ai rossi” è arrivata fin nelle corsie dei pronto soccorso, alla ricerca di chi era rimasto ferito e aveva bisogno di cure.
Abolita dal governo stesso la distinzione tra “buoni” e “cattivi” che qualche stolido “tardo-democratico” ha rispolverato anche questa volta come uno straccio ammuffito.
È addirittura il facente funzione di ministro dell’interno, Piantedosi, a spiegare che quella distinzione non serve più. Persino “la velocità” con cui si è mosso il corteo diventa per lui “la prova” che tutto era stato preparato per arrivare sul luogo prescelto “all’ora giusta” (senza neanche accorgersi dell’assurdità che dice: se serviva il buio, si poteva arrivare a qualsiasi ora...). Il post con cui accusa chiunque fosse in piazza di aver agito consapevolmente per coprire “i violenti” è una dichiarazione programmatica di guerra alle mobilitazioni future. Come il “fermo preventivo” o la “cauzione” da versare per poter scendere in piazza...
Non è una conclusione difficile da trarre. Un governo che non ha nulla da offrire alla popolazione, ma anzi le sfila ogni giorno qualcosa per garantire i profitti di un numero sempre minore di “benestanti”, comincia a sentire che nel fondo della società qualcosa si sta muovendo.
Per ora si è manifestato in due modi diversi: un’astensione elettorale che supera ormai stabilmente il 50%, sollevando chiari dubbi di legittimità democratica per qualsiasi maggioranza di governo, e una partecipazione alle mobilitazioni magari un po’ a singhiozzo, ma con dimensioni che non si vedevano da anni, specie tra i giovani.
E quando sente il fiato della popolazione sul collo, un governo reazionario – che sia in Italia o negli Stati Uniti – reagisce sempre allo stesso modo. Violento. Sul piano legislativo e costituzionale, ma soprattutto con i corpi armati.
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«Picchiati e scherniti». Torino, i racconti di chi era in piazza
Il volto insanguinato di Claudio Francavilla è diventato, suo malgrado, uno dei simboli della guerriglia durante la manifestazione in sostegno ad Askatasuna di sabato scorso. Francavilla ha raccontato a La Stampa di essere finito in mezzo a una carica pure essendo sceso in piazza pacificamente. Soccorso da due fotografi che chiedevano un’ambulanza alla forze dell’ordine, è rimasto sul ciglio della strada abbandonato per molto tempo.
Sono decine i manifestanti rimasti feriti sabato, diversi video si trovano sul web, uno di questi ritrae il fotografo Federico Guarino buttato a terra e manganellato da diversi agenti mentre, nonostante la maschera antigas, gridava «stampa!». «Ero lì a fare le foto, è partita una carica e l’ho fatta sfilare finendo dietro le forze dell’ordine, poi si sono girati e altri agenti sono arrivati dalla direzione opposta».
Si accorge che hanno preso una persona. Erano andati tutti via mentre il fotografo continuava a scattare: «All’improvviso mi hanno buttato a terra e si sono accaniti. Urlavo, ma penso che con la maschera non si sentisse. Ho dato per scontato che con la macchina fotografica capissero, avevo anche fatto una foto con il flash poco prima».
Guarino dice di essere stato trattato come un delinquente violento. Mentre lo portano via viene colpito con scappellotti sulla testa, manate sul volto e schernito, mentre ripete di essere un fotografo.
«L’atteggiamento era provocatorio», racconta, fino a quando non hanno capito che effettivamente fosse lì solo per lavoro: perquisizione, foto identificative e controlli. È rimasto in mano alla polizia per un’ora.
Il giorno dopo è andato in ospedale avendo ricevuto diversi colpi in testa: cinque giorni di prognosi, ghiaccio e antidolorifico a esigenza. «Zoppico e sono ammaccato ma sto bene, ho chiesto i nomi degli agenti, ma mi hanno detto che non ne danno».
In piazza è arrivata una pioggia di lacrimogeni sparati spesso ad altezza uomo. Francesco Anselmi fotografo dell’agenzia Contrasto racconta: «Ho ricevuto un lacrimogeno dritto all’inguine, per fortuna ho solo un livido sulla gamba perché avevo tre strati che mi coprivano. Tutti lanci ad altezza uomo, una pratica sdoganata con i No Tav».
Per questo ha deciso di rimanere dietro la linea delle cariche, spiega, nascondendosi dietro un’auto. Anche nelle vie limitrofe, dove le persone si raggruppavano per sfuggire ai fumi densi, schizzavano lacrimogeni. Uno, su largo Montebello, ha colpito un passeggino.
Sempre sulla piazza all’improvviso sono arrivate due camionette a tutta velocità: «Una con un agente con il portellone aperto che brandiva un manganello – racconta un testimone –. Poi si è bloccata e tornata indietro, credevo sarebbero scesi in venti a massacrarci».
A fine manifestazione molti lacrimogeni sono stati lanciati sui palazzi e sono finiti contro le finestre dei residenti e sui balconi. «La sensazione è che stessero cercando lo scontro, l’incidente. Ho assistito ad alcune manovre azzardate, non pareva che lo scopo delle forze di polizia fosse ridurre il danno», racconta un altro fotografo che vuole rimanere anonimo, che ha partecipato anche al G8 di Genova.
«Ad esempio sono avanzati in una carica con la camionetta e sono venuti in contatto con una barricata con le fiamme, hanno abbandonato la camionetta lì che poi ha preso fuoco. Sicuramente una di quelle foto che poi resta».
In molti rievocano quella che è stata Genova 2001 per il movimento e per la gestione dell’ordine pubblico. In tanti video e testimonianze si vedono manifestanti colpiti mentre scappano via, alcuni inciampano, cadono a terra e vengono trascinati dalle forze di polizia.
In sei sono finiti in questura fino alle due di notte, ne sono poi usciti con un’accusa di resistenza a pubblico ufficiale aggravata, raccontano di essere stati presi a caso tra la folla. Una turista francese con un braccio rotto è stata mandata via velocemente, forse così non sporgerà denuncia.
Un video in particolare, ripreso da un palazzo di corso Regina, dove c’è Askatasuna, vede protagonisti più di dieci agenti intorno a due persone disarmate che cercano una via di fuga dai lacrimogeni: vengono circondati e manganellati. In un altro filmato un manifestante che scappa riceve diversi colpi alle spalle mentre è a terra.
Una quarantina di persone sono ricorse alle cure mediche. Ma molti evitano i pronto soccorso per il rischio di essere denunciati. Arianna, studentessa di 19 anni, è finita in ospedale perché svenuta per i troppi lacrimogeni: «Una mia amica ha notato che non respiravo più, per fortuna c’erano le squadre mediche volontarie che mi hanno soccorsa, non riuscivo a muovere la gamba sinistra e la mano destra. Sono svenuta, poi ho avuto le convulsioni, hanno dovuto chiamare l’ambulanza».
Al Giovanni Bosco, con la flebo al braccio, si ritrova due poliziotti in divisa che le chiedono i documenti. È lenta, i poliziotti le dicono di muoversi: foto ai documenti a lei e all’amico, minorenne, che viene cacciato fuori. Di fianco a lei un ragazzo insanguinato con la testa aperta: «Sono andati anche da lui per i documenti, nonostante le condizioni».
Anche all’ospedale Gradenigo gli agenti sono entrati, questa volta in borghese: «I pazienti avevano fatto il triage e si trovavano in un’area sanitaria, non andrebbe fatto. I medici purtroppo non hanno detto nulla», racconta l’avvocato Gianluca Vitale.
«Hanno preso il cellulare di un ferito su una barella e l’hanno messo in una busta intimandogli che non avrebbe potuto più usarlo. Ma non glielo hanno sequestrato». Poi hanno detto al personale medico: «Aspettate a dimetterlo che dobbiamo tornare. Una pratica largamente usata a Genova durante il G8», conclude Vitale.
Fonte
02/02/2026
“Il martello” di Torino “aggiustato” da Crosetto
È chiaramente materiale per gli avvocati difensori degli arrestati, attuali e futuri, per i fatti di Torino. Oltre che per i magistrati chiamati ad occuparsene.
Però, anche come attivisti in qualche misura resi “esperti” da una vita di militanza, ci sembra che questa testimonianza di una giornalista de il manifesto getti una luce completamente diversa sull’episodio-chiave che sta orientando la “comunicazione” governativa, della destra post fascista, del cosiddetto “campo largo” e anche di qualche fesso sempre pronto a cadere nella distinzione tra “buoni” e “cattivi”, alimentando la retorica sugli “infiltrati” anche quando non ci sono (altre volte sì, e l’abbiamo anche denunciato spesso).
Partiamo dagli elementi certi: c’è un video, girato da un reporter – professionista o free lance non sappiamo, ma non importa – che mostra la sequenza completa del “pestaggio col martello”.
Quel video, che non vediamo l’ora di vedere per intero, secondo la giornalista mostra un poliziotto che si avventura in solitaria contro un gruppetto di manifestanti che si stanno ritirando per cominciare a manganellare due di loro che erano rimasti indietro, infierendo su uno caduto a terra.
A quel punto un gruppetto torna indietro per sottrarre i due compagni alla furia del manganellatore solitario, lo spinge via e solo a quel punto si comincia a veder quel che gira dappertutto – ma opportunamente tagliato – da ieri sera.
La paternità del video “aggiustato” viene rivendicata quasi contemporaneamente dall’ex senatore del Pd, Stefano Esposito (un anti-tav storico anche come autore di fake news, ora disperso in formazioni ignote) e dal ministro della difesa Guido Crosetto, che ne prende spunto per straparlare di “combatterli come le BR”. E dire che Crosetto passava per “quello serio” in una compagine un po’ risibile...
Ce n’è abbastanza, ci sembra, per vedere la scena in modo un po’ diverso e più simile a quel che vediamo in questa settimane a Minneapolis. Un “agente” che si crede Rambo, ma che nel picchiare i manifestanti sbaglia pesantemente approccio (rimane solo, sconsigliato da tutti i manuali) e viene respinto – in modi altrettanto bruschi, inevitabilmente – da diversi “Alex Pretti” nostrani. Per fortuna di tutti, qui, l’uso delle armi in piazza non è una pratica comunemente ammessa.
Chissà se è a questo che Matteo Salvini pensava quando, straparlando a sua volta, ha detto che “per questa gentaglia il carcere non basta”. Oppure preferisce la tortura?
P.s. Nel frattempo, il poliziotto “ridotto quasi in fin di vita”, è stato dimesso a meno di 24 ore dalla “terribile aggressione”. Giusto il tempo di fare da sfondo per un servizio fotografico con la presidente del consiglio, evidentemente dotata di poteri terapeutici miracolosi (dev’essere per questo che ad un certo angioletto in una chiesa è stato imposta la sua effigie...).
Però, anche come attivisti in qualche misura resi “esperti” da una vita di militanza, ci sembra che questa testimonianza di una giornalista de il manifesto getti una luce completamente diversa sull’episodio-chiave che sta orientando la “comunicazione” governativa, della destra post fascista, del cosiddetto “campo largo” e anche di qualche fesso sempre pronto a cadere nella distinzione tra “buoni” e “cattivi”, alimentando la retorica sugli “infiltrati” anche quando non ci sono (altre volte sì, e l’abbiamo anche denunciato spesso).
Partiamo dagli elementi certi: c’è un video, girato da un reporter – professionista o free lance non sappiamo, ma non importa – che mostra la sequenza completa del “pestaggio col martello”.
Quel video, che non vediamo l’ora di vedere per intero, secondo la giornalista mostra un poliziotto che si avventura in solitaria contro un gruppetto di manifestanti che si stanno ritirando per cominciare a manganellare due di loro che erano rimasti indietro, infierendo su uno caduto a terra.
A quel punto un gruppetto torna indietro per sottrarre i due compagni alla furia del manganellatore solitario, lo spinge via e solo a quel punto si comincia a veder quel che gira dappertutto – ma opportunamente tagliato – da ieri sera.
La paternità del video “aggiustato” viene rivendicata quasi contemporaneamente dall’ex senatore del Pd, Stefano Esposito (un anti-tav storico anche come autore di fake news, ora disperso in formazioni ignote) e dal ministro della difesa Guido Crosetto, che ne prende spunto per straparlare di “combatterli come le BR”. E dire che Crosetto passava per “quello serio” in una compagine un po’ risibile...
Ce n’è abbastanza, ci sembra, per vedere la scena in modo un po’ diverso e più simile a quel che vediamo in questa settimane a Minneapolis. Un “agente” che si crede Rambo, ma che nel picchiare i manifestanti sbaglia pesantemente approccio (rimane solo, sconsigliato da tutti i manuali) e viene respinto – in modi altrettanto bruschi, inevitabilmente – da diversi “Alex Pretti” nostrani. Per fortuna di tutti, qui, l’uso delle armi in piazza non è una pratica comunemente ammessa.
Chissà se è a questo che Matteo Salvini pensava quando, straparlando a sua volta, ha detto che “per questa gentaglia il carcere non basta”. Oppure preferisce la tortura?
P.s. Nel frattempo, il poliziotto “ridotto quasi in fin di vita”, è stato dimesso a meno di 24 ore dalla “terribile aggressione”. Giusto il tempo di fare da sfondo per un servizio fotografico con la presidente del consiglio, evidentemente dotata di poteri terapeutici miracolosi (dev’essere per questo che ad un certo angioletto in una chiesa è stato imposta la sua effigie...).
*****
Ieri sera verso la chiusura del giornale, tarda, tanto lavoro, vedo esplodere la storia del “poliziotto martellato”, soprattutto da dopo che Crosetto twitta il video (rubato a un collega di Torino oggi, non citato, non pagato, il logo tagliato) che poi rimbalza ovunque.
La notizia in poco tempo diventa quella principale, oggi ci aprono i giornali, la premier in ospedale a stringere mani, dopo che a Niscemi si è fatta vedere dieci giorni dopo, ma non dalla popolazione per paura di contestazione.
Fortuna vuole che quella scena l’abbia vista con i miei occhi, ero a cinque metri, ancora più vicina del videomaker che si trovava alle mie spalle, in mezzo al corso, diviso dalle barriere del tram. A quel punto della serata gli scontri stavano andando verso la conclusione, i manifestanti si erano dileguati da corso Regina, quello di Askatasuna, dove si sono svolti per la maggior parte, per scappare verso il lungo Dora attraverso i giardinetti che portano al Campus Einaudi.
Migliaia di persone si sono riversate in quel poco spazio e pian piano sono riuscite ad arrivare dall’altra parte, sulla Dora appunto, anche perché le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli, motivo per cui alcuni hanno aperto un varco tra le grate. Il tutto per fortuna si è svolto abbastanza tranquillamente, in molti urlavano di fare piano, con calma e non agitarsi. Nel frattempo continuava incessante il lancio dei lacrimogeni.
In corso Regina ormai erano in pochi. Sono tornata indietro per controllare, si parla di 20-30 persone al massimo. Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata), una ragazza di fianco a me viene colpita, un altro batte sull’angolo del muro e mi sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul corso e mi nascondo tra le auto.
A questo punto vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Sono pronta ad urlare “stampa”, convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre di nero poi.
Uno di questi, esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone, mi pare una avesse un’asta in mano. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde il casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello).
Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, “basta, basta, lasciamolo stare”. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno.
Cosa capiamo quando vediamo un video? Dov’è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte? Ieri sera leggo “il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato”.
Ci sono numerosi video di persone a terra circondate e manganellate quando sono a terra (non finiranno in home page), ho visto teste aperte, labbra spaccate, persone intossicate dal lacrimogeni che hanno vomitato in strada. Almeno in trenta sono andati negli ospedali torinesi, allertati la sera prima, l’ultima volta l’emergenza era stata data nel periodo Covid, per capirci. Molti altri curati sul posto, non si avvicinano ai pronto soccorsi per paura di denunce.
Ora al di là di tutto, questo volevo raccontare, solo perché ero lì, di analisi sulle violenze e il loro significato ne trovate altrove, non aggiungerò altro, possiamo parlarne di persona. La giornata di ieri invece la trovate sul giornale, scritta insieme a Giansandro Merli.
Fonte
01/02/2026
Un’escalation di “sicurezza” per svuotare le piazze
Siamo abituati da decenni ai “due pesi e due misure” applicati dai governi occidentali – tutti, senza eccezione alcuna – quando si tratta di qualificare “atti di violenza”. E non solo quelli, ma ne riparleremo...
Con un governo post-fascista ma fortemente nostalgico, le cose vanno assumendo contorni decisamente più netti. “Trumpiani”, si potrebbe dire, ossia senza il velo delle “regole democratiche”, dei “diritti umani” a targhe alterne ed altre giustificazioni un po’ fasulle...
Ieri sera a Torino, dopo una grande e pacifica manifestazione di oltre 50.000 persone (dati ammessi persino da qualche televisione molto mainstream, ma non dalla questura, come al solito), uno sbarramento abnorme di polizia ha impedito al corteo di raggiungere l’oggetto della manifestazione, ovvero la sede sgomberata del centro sociale Askatasuna.
Non stiamo parlando di un “obiettivo sensibile”, di un “centro del potere” da proteggere, ecc., ma di un palazzo vuoto, parzialmente dichiarato inagibile, dal valore – si direbbe nel mondo immobiliarista – puramente “affettivo e simbolico”.
Affetto peraltro testimoniato dagli abitanti del quartiere che hanno scoperto – chi prima, chi solo dopo lo sgombero – che quel luogo era l’unico che fornisse qualche “servizio sociale e culturale” nella zona.
Bene. Sia lo sgombero “natalizio”, sia l’esercito schierato ieri “a protezione dell’immobile”, sono stati due atti di provocazione politica miranti a innescare una risposta già incasellata – secondo facili schemi consolidati – tra gli atti di “guerriglia” e via delirando (chi ha visto qualche guerriglia, in giro per il mondo o anche nell’Italia di qualche decennio fa, sa che non c’è paragone possibile con i fatti di ieri a Torino).
A gettare benzina sul fuoco è arrivato poi anche un video postato dall’ex parlamentare del cosiddetto “partito democratico”, Roberto Esposito, un tempo autodichiaratosi nemico assoluto dei NoTav e massimo amico dei costruttori impegnati a sventrare la Val Susa.
Il video mostra un gruppo di “antagonisti” prendere a calci un poliziotto rimasto isolato nelle cariche, paradossalmente ostacolato nei movimenti da tutte le protezioni che trasformano in robocop le “forze dell’ordine” e quindi finito a terra.
In un attimo tutta la politica e la stampa manistream cancellano manifestazione, ragioni, interessi e obiettivi di una protesta popolare ampiamente partecipata. Tutto quel che c’è da “discutere” è quella scena. Senza un prima, senza storia, senza “ragioni”, cause, azioni e ritorsioni...
Eppure nella stessa strada, poco prima, era stata registrata una scena assolutamente uguale, ma a parti invertire. Un manifestante caduto a terra, circondato prima da alcuni poliziotti (o carabinieri, non si capisce bene) che lo manganellano ad libitum e poi da uno solo, apparentemente preso da un raptus irrefrenabile.
E, man mano che vengono pubblicati altri video, emergono altri episodi di “pestaggio di gruppo” da parte di agenti contro manifestanti palesemente disarmati. Per esempio questo...
Persino un innocuo fotografo ha subito la stessa sorte. Forse i poliziotti hanno imparato dall’Idf a Gaza: “niente testimoni”...
Il pestaggio dell’agente è stato qualificato dalla presidente del consiglio addirittura come “attacco allo Stato”, come supporto all’ennesimo “pacchetto sicurezza” da approvare in tempi rapidi (“un pacchetto sicurezza al giorno leva le proteste di torno”...). Quello dei manifestanti indifesi e senza “protezioni”, quindi sicuramente usciti peggio dal pestaggio, non viene neanche nominato. E nel caso sarebbe rivendicato come “legittimo” (lo hanno detto persino del rapimento di un presidente in carica come Nicolas Maduro).
La conclusione è semplice.
Non conta nulla “l’atto in sé”, ma solo chi lo agisce. Quelli del potere – che sia il governo italico o quello statunitense – sono sempre “giusti” e comunque giustificati. Quelli di chi resiste – la Resistenza è un comportamento vitale – sempre da condannare. Addirittura “terrorismo” (altra parola che si è dimostrata un semplice adesivo da appiccicare ai “nemici”).
È una logica alla “israeliana”. È un salto di qualità nelle pratiche di governo… Un’escalation di “sicurezza” per svuotare le piazze, sapendo bene che non si ha niente da offrire se non bassi salari, pensioni solo alla morte, sanità a pagamento, una scuola-caserma e, sullo sfondo, una bella guerra.
Fonte
Con un governo post-fascista ma fortemente nostalgico, le cose vanno assumendo contorni decisamente più netti. “Trumpiani”, si potrebbe dire, ossia senza il velo delle “regole democratiche”, dei “diritti umani” a targhe alterne ed altre giustificazioni un po’ fasulle...
Ieri sera a Torino, dopo una grande e pacifica manifestazione di oltre 50.000 persone (dati ammessi persino da qualche televisione molto mainstream, ma non dalla questura, come al solito), uno sbarramento abnorme di polizia ha impedito al corteo di raggiungere l’oggetto della manifestazione, ovvero la sede sgomberata del centro sociale Askatasuna.
Non stiamo parlando di un “obiettivo sensibile”, di un “centro del potere” da proteggere, ecc., ma di un palazzo vuoto, parzialmente dichiarato inagibile, dal valore – si direbbe nel mondo immobiliarista – puramente “affettivo e simbolico”.
Affetto peraltro testimoniato dagli abitanti del quartiere che hanno scoperto – chi prima, chi solo dopo lo sgombero – che quel luogo era l’unico che fornisse qualche “servizio sociale e culturale” nella zona.
Bene. Sia lo sgombero “natalizio”, sia l’esercito schierato ieri “a protezione dell’immobile”, sono stati due atti di provocazione politica miranti a innescare una risposta già incasellata – secondo facili schemi consolidati – tra gli atti di “guerriglia” e via delirando (chi ha visto qualche guerriglia, in giro per il mondo o anche nell’Italia di qualche decennio fa, sa che non c’è paragone possibile con i fatti di ieri a Torino).
A gettare benzina sul fuoco è arrivato poi anche un video postato dall’ex parlamentare del cosiddetto “partito democratico”, Roberto Esposito, un tempo autodichiaratosi nemico assoluto dei NoTav e massimo amico dei costruttori impegnati a sventrare la Val Susa.
Il video mostra un gruppo di “antagonisti” prendere a calci un poliziotto rimasto isolato nelle cariche, paradossalmente ostacolato nei movimenti da tutte le protezioni che trasformano in robocop le “forze dell’ordine” e quindi finito a terra.
In un attimo tutta la politica e la stampa manistream cancellano manifestazione, ragioni, interessi e obiettivi di una protesta popolare ampiamente partecipata. Tutto quel che c’è da “discutere” è quella scena. Senza un prima, senza storia, senza “ragioni”, cause, azioni e ritorsioni...
Eppure nella stessa strada, poco prima, era stata registrata una scena assolutamente uguale, ma a parti invertire. Un manifestante caduto a terra, circondato prima da alcuni poliziotti (o carabinieri, non si capisce bene) che lo manganellano ad libitum e poi da uno solo, apparentemente preso da un raptus irrefrenabile.
E, man mano che vengono pubblicati altri video, emergono altri episodi di “pestaggio di gruppo” da parte di agenti contro manifestanti palesemente disarmati. Per esempio questo...
Persino un innocuo fotografo ha subito la stessa sorte. Forse i poliziotti hanno imparato dall’Idf a Gaza: “niente testimoni”...
Il pestaggio dell’agente è stato qualificato dalla presidente del consiglio addirittura come “attacco allo Stato”, come supporto all’ennesimo “pacchetto sicurezza” da approvare in tempi rapidi (“un pacchetto sicurezza al giorno leva le proteste di torno”...). Quello dei manifestanti indifesi e senza “protezioni”, quindi sicuramente usciti peggio dal pestaggio, non viene neanche nominato. E nel caso sarebbe rivendicato come “legittimo” (lo hanno detto persino del rapimento di un presidente in carica come Nicolas Maduro).
La conclusione è semplice.
Non conta nulla “l’atto in sé”, ma solo chi lo agisce. Quelli del potere – che sia il governo italico o quello statunitense – sono sempre “giusti” e comunque giustificati. Quelli di chi resiste – la Resistenza è un comportamento vitale – sempre da condannare. Addirittura “terrorismo” (altra parola che si è dimostrata un semplice adesivo da appiccicare ai “nemici”).
È una logica alla “israeliana”. È un salto di qualità nelle pratiche di governo… Un’escalation di “sicurezza” per svuotare le piazze, sapendo bene che non si ha niente da offrire se non bassi salari, pensioni solo alla morte, sanità a pagamento, una scuola-caserma e, sullo sfondo, una bella guerra.
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05/09/2024
Argentina - Brutali cariche della polizia contro pensionati e invalidi. Il 12 settembre sciopero generale
Nella capitale argentina Buneos Aires la polizia ha represso duramente i pensionati – di cui molti invalidi – con gas lacrimogeni e pestaggi, durante la nuova manifestazione di ieri dal Congresso a Plaza de Mayo per manifestare contro il veto di Milei alla legge che aumenta la pensioni minime.
Ci sono stati un totale di 27 feriti e due persone sono dovuto essere trasferite in ospedale, secondo l’equipe medica che ha assistito alla scena.
Il traffico era stato bloccato intorno al Congresso, dove ci sono diversi isolati con un doppio cordone di polizia e agenti di prefettura e gendarmeria, che sono avanzati sui manifestanti i quali si sono allontanati dalla zona e hanno liberato la circolazione delle strade.
Gli incidenti sono iniziati quando i pensionati hanno cercato di marciare lungo Rivadavia Avenue e hanno iniziato ad essere repressi con spinte, colpi, bastonate e gas lacrimogeni dalle forze di sicurezza. La grande operazione di polizia è dovuta al fatto che il governo aveva annunciato che avrebbe applicato il protocollo anti-picchetto, se necessario.
Diversi deputati nazionali erano presenti e si sono uniti alla protesta dei pensionati, tra cui Eduardo Valdez, Juan Marino e Hugo Yasky. Alla manifestazione ha partecipato anche Eduardo Belliboni, capo dell’Unità Piquetera.
Tra le organizzazioni che hanno aderito alla manifestazione c’erano la CTA Autonoma, il Sindacato dei Lavoratori Pensionati in Lotta (UTJL), il Sindacato dei Lavoratori dell’Economia Popolare (UTEP), i Territori in Lotta, il Movimento Evita, il Coordinatore per il Cambiamento Sociale, il Movimento dei Lavoratori Esclusi (MTE), i Barrios de Pie, il Polo Obrero, il Movimento Socialista dei Lavoratori (MST) e il MST-Teresa Vive.
Intanto i sindacati CGT, i due CTA e l’UTEP hanno annunciato che sì mobiliteranno giovedì 12 settembre davanti al Congresso per “respingere” le politiche economiche del presidente Javier Milei e contro il veto posto dal governo all’aumento delle pensioni minime.
Lo sciopero è stato annunciato attraverso una conferenza stampa congiunta in cui erano presenti i leader sindacali Hugo “Cachorro” Godoy, della CTA autonoma; Hugo Yasky, CTA dei lavoratori; Pablo Moyano, co-segretario generale della CGT in rappresentanza del Fronte Sindacale e Sergio Palazzo, segretario generale de La Bancaria.
“Di fronte alla nuova disposizione dittatoriale del presidente Milei, che si scaglia contro il Congresso, le organizzazioni convocanti hanno concordato di respingere all’unisono, non solo la validità del decreto 70/23, ma anche il veto a un miglioramento salariale per i pensionati”, ha detto Godoy. In questo senso, il leader sindacale ha affermato che “i pensionati, insieme ai bambini, sono i settori più colpiti da questa politica spietata del governo Milei”.
Fonte
Ci sono stati un totale di 27 feriti e due persone sono dovuto essere trasferite in ospedale, secondo l’equipe medica che ha assistito alla scena.
Il traffico era stato bloccato intorno al Congresso, dove ci sono diversi isolati con un doppio cordone di polizia e agenti di prefettura e gendarmeria, che sono avanzati sui manifestanti i quali si sono allontanati dalla zona e hanno liberato la circolazione delle strade.
Gli incidenti sono iniziati quando i pensionati hanno cercato di marciare lungo Rivadavia Avenue e hanno iniziato ad essere repressi con spinte, colpi, bastonate e gas lacrimogeni dalle forze di sicurezza. La grande operazione di polizia è dovuta al fatto che il governo aveva annunciato che avrebbe applicato il protocollo anti-picchetto, se necessario.
Diversi deputati nazionali erano presenti e si sono uniti alla protesta dei pensionati, tra cui Eduardo Valdez, Juan Marino e Hugo Yasky. Alla manifestazione ha partecipato anche Eduardo Belliboni, capo dell’Unità Piquetera.
Tra le organizzazioni che hanno aderito alla manifestazione c’erano la CTA Autonoma, il Sindacato dei Lavoratori Pensionati in Lotta (UTJL), il Sindacato dei Lavoratori dell’Economia Popolare (UTEP), i Territori in Lotta, il Movimento Evita, il Coordinatore per il Cambiamento Sociale, il Movimento dei Lavoratori Esclusi (MTE), i Barrios de Pie, il Polo Obrero, il Movimento Socialista dei Lavoratori (MST) e il MST-Teresa Vive.
Intanto i sindacati CGT, i due CTA e l’UTEP hanno annunciato che sì mobiliteranno giovedì 12 settembre davanti al Congresso per “respingere” le politiche economiche del presidente Javier Milei e contro il veto posto dal governo all’aumento delle pensioni minime.
Lo sciopero è stato annunciato attraverso una conferenza stampa congiunta in cui erano presenti i leader sindacali Hugo “Cachorro” Godoy, della CTA autonoma; Hugo Yasky, CTA dei lavoratori; Pablo Moyano, co-segretario generale della CGT in rappresentanza del Fronte Sindacale e Sergio Palazzo, segretario generale de La Bancaria.
“Di fronte alla nuova disposizione dittatoriale del presidente Milei, che si scaglia contro il Congresso, le organizzazioni convocanti hanno concordato di respingere all’unisono, non solo la validità del decreto 70/23, ma anche il veto a un miglioramento salariale per i pensionati”, ha detto Godoy. In questo senso, il leader sindacale ha affermato che “i pensionati, insieme ai bambini, sono i settori più colpiti da questa politica spietata del governo Milei”.
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13/06/2024
Autonomia differenziata, una legge a forza di pugni
In Parlamento il dibattito sulla legge sull’autonomia differenziata delle regioni prosegue con la maggioranza di governo che intende procedere come un bulldozer per chiudere la partita e pagare la cambiale alla Lega.
Emblematica l’aggressione collettiva di ieri dei deputati della destra (neofascisti e leghisti) contro il parlamentare M5S Donno colpito a calci e pugni dopo che aveva cercato di consegnare una bandiera tricolore al ministro Calderoli ideatore della legge.
Una aggressione per certi versi inquietante vista la concomitanza con il centenario dell’omicidio di Matteotti ma anche indicativa del nervosismo che regna nella maggioranza di governo che invece ostenta sicurezza. Se hai i numeri per imporre le leggi non avresti bisogno di pestare i parlamentari dell’opposizione.
L’arroganza può essere un segnale di forza ma anche di debolezza, questo dipende anche dalla schiena dritta delle opposizioni che fino a oggi hanno agito come se si fosse in normale amministrazione.
In questo senso l’altra opposizione che ha manifestato in piazza il 1 giugno scorso ha mandato un segnale diverso e più radicale di contrapposizione al governo a partire dai settori sociali e non da una visione meramente istituzionale che concede troppo su alcuni terreni.
In un paese già a forte asimmetria e di grande disuguaglianze sociali e territoriali, la legge sull’autonomia differenziata mira a decentralizzare il potere decisionale dello Stato dando alle Regioni a statuto ordinario, forme di autonomia su 23 materie di cui molte strategiche come Salute, Istruzione, Ambiente, Energia. In pratica è una destrutturazione totale dell’universalità dei diritti sociali e una picconata definitiva alla coesione sociale del paese.
Oggi pomeriggio il movimento contro l’autonomia differenziata ha deciso di manifestare in Piazza Montecitorio per “suonare la sveglia” di fronte ad una controriforma costituzionale destabilizzante per le condizioni economiche e sociali e non solo per il Meridione. L’appuntamento è alla ore 17.
Fonte
Emblematica l’aggressione collettiva di ieri dei deputati della destra (neofascisti e leghisti) contro il parlamentare M5S Donno colpito a calci e pugni dopo che aveva cercato di consegnare una bandiera tricolore al ministro Calderoli ideatore della legge.
Una aggressione per certi versi inquietante vista la concomitanza con il centenario dell’omicidio di Matteotti ma anche indicativa del nervosismo che regna nella maggioranza di governo che invece ostenta sicurezza. Se hai i numeri per imporre le leggi non avresti bisogno di pestare i parlamentari dell’opposizione.
L’arroganza può essere un segnale di forza ma anche di debolezza, questo dipende anche dalla schiena dritta delle opposizioni che fino a oggi hanno agito come se si fosse in normale amministrazione.
In questo senso l’altra opposizione che ha manifestato in piazza il 1 giugno scorso ha mandato un segnale diverso e più radicale di contrapposizione al governo a partire dai settori sociali e non da una visione meramente istituzionale che concede troppo su alcuni terreni.
In un paese già a forte asimmetria e di grande disuguaglianze sociali e territoriali, la legge sull’autonomia differenziata mira a decentralizzare il potere decisionale dello Stato dando alle Regioni a statuto ordinario, forme di autonomia su 23 materie di cui molte strategiche come Salute, Istruzione, Ambiente, Energia. In pratica è una destrutturazione totale dell’universalità dei diritti sociali e una picconata definitiva alla coesione sociale del paese.
Oggi pomeriggio il movimento contro l’autonomia differenziata ha deciso di manifestare in Piazza Montecitorio per “suonare la sveglia” di fronte ad una controriforma costituzionale destabilizzante per le condizioni economiche e sociali e non solo per il Meridione. L’appuntamento è alla ore 17.
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17/05/2024
L’agguato sionista a Chef Rubio, un “salto di qualità” in una storia immonda
Ad ottobre era toccato all’attivista italo-palestinese Karem Rohana, aggredito al suo ritorno all’aeroporto di Fiumicino.
Poi c’era stata la “parata in piazza” a Porta San Paolo alla manifestazione del 25 aprile con lanci di petardi e oggetti contro i manifestanti, intimidazioni ai giornalisti, minacce verbali contro le donne che manifestavano per la Palestina.
Poi c’era stato il raid di un commando all’università La Sapienza, a volto coperto, che ha vandalizzato in pieno pomeriggio la targa dedicata al professore Tayeh alla facoltà di Fisica e imbrattato con scritte “Israel” e stelle di Davide il muro all’entrata.
Giovedì mattina ad uno studente di un liceo romano attivo sulla causa palestinese è stata fatta trovare una banconota israeliana davanti la porta dell’abitazione.
Adesso il pestaggio a sangue di Chef Rubio, sotto casa e dopo aver sabotato il cancello d’ingresso per avere la certezza di trovarlo fermo. Una tecnica da terrorismo urbano...
Difficile non prendere in considerazione la creazione di squadre d’azione, appositamente selezionate in base al tasso di fanatismo sionista, tra le comunità ebraiche della diaspora. Proprio quelle pianificate dal ministro della Sicurezza israeliano, Itamar BenGvir, contro gli attivisti palestinesi e filopalestinesi nei paesi dove sono in corso le mobilitazioni.
Le conseguenze le abbiamo cominciate a vedere all’università di Los Angeles, a Science Po di Parigi e in quella di Amsterdam.
Difficile dimenticare quel “vi veniamo a prendere”, facendo nomi e cognomi (lo stesso Chef Rubio – indicato come “cuochi che pubblicano post antisemiti” – e i professori D’Orsi e Orsini) pronunciato da Riccardo Pacifici, esponente di spicco della Comunità ebraica di Roma, e vice-presidente della European Jewish Association, alla manifestazione pro-Israele all’Arco di Tito del 10 ottobre 2023.
Guarda, ascolta e verifica nel video dal minuto 1:20.
Difficile “equivocare”, “estrapolare”, “fraintendere”. Se alle parole di Pacifici seguono atti concreti, proprio contro quelle persone indicate per nome e cognome, in uno Stato normale sarebbe già, quantomeno, tra gli indagati per questa aggressione e delle altre sicuramente in preparazione.
Già negli anni scorsi la Questura aveva ricevuto un – purtroppo – ampio dossier sulle numerose e ripetute aggressioni dei gruppi sionisti a Roma contro palestinesi e attivisti solidali con la Palestina, fino a quella del 25 Aprile 2014, alla partenza dal Colosseo della manifestazione, dopo la quale il movimento per la solidarietà con il popolo palestinesi decise che non avrebbe più permesso intimidazioni in piazza il 25 Aprile senza tenere testa ai sionisti.
Se il ministero degli Interni volesse indagare sulle “fonti della violenza” intorno alle manifestazioni pro e contro la Palestina saprebbe dove cercare, lo ha sempre saputo.
Ma non lo ha mai fatto, praticando anche sul piano interno quella logica dell’impunità di cui Israele ha goduto fino ad oggi sul piano internazionale. Non si vedono peraltro grandi differenze nello schieramento sedicente “democratico” che sta osservando, anche su questa aggressione, il più assoluto silenzio.
E dire che questo agguato – per la tecnica usata, per la notorietà della vittima, per l’entità delle ferite causate – è certamente il più grave atto di “violenza politica” da diversi anni a questa parte.
Per l’establishment l’unico problema sono gli studenti che si mobilitano contro il genocidio dei palestinesi e per bloccare le complicità con lo Stato di Israele. I complici del genocidio si vedono anche da queste “priorità”.
Fonte
Poi c’era stata la “parata in piazza” a Porta San Paolo alla manifestazione del 25 aprile con lanci di petardi e oggetti contro i manifestanti, intimidazioni ai giornalisti, minacce verbali contro le donne che manifestavano per la Palestina.
Poi c’era stato il raid di un commando all’università La Sapienza, a volto coperto, che ha vandalizzato in pieno pomeriggio la targa dedicata al professore Tayeh alla facoltà di Fisica e imbrattato con scritte “Israel” e stelle di Davide il muro all’entrata.
Giovedì mattina ad uno studente di un liceo romano attivo sulla causa palestinese è stata fatta trovare una banconota israeliana davanti la porta dell’abitazione.
Adesso il pestaggio a sangue di Chef Rubio, sotto casa e dopo aver sabotato il cancello d’ingresso per avere la certezza di trovarlo fermo. Una tecnica da terrorismo urbano...
Difficile non prendere in considerazione la creazione di squadre d’azione, appositamente selezionate in base al tasso di fanatismo sionista, tra le comunità ebraiche della diaspora. Proprio quelle pianificate dal ministro della Sicurezza israeliano, Itamar BenGvir, contro gli attivisti palestinesi e filopalestinesi nei paesi dove sono in corso le mobilitazioni.
Le conseguenze le abbiamo cominciate a vedere all’università di Los Angeles, a Science Po di Parigi e in quella di Amsterdam.
Difficile dimenticare quel “vi veniamo a prendere”, facendo nomi e cognomi (lo stesso Chef Rubio – indicato come “cuochi che pubblicano post antisemiti” – e i professori D’Orsi e Orsini) pronunciato da Riccardo Pacifici, esponente di spicco della Comunità ebraica di Roma, e vice-presidente della European Jewish Association, alla manifestazione pro-Israele all’Arco di Tito del 10 ottobre 2023.
Guarda, ascolta e verifica nel video dal minuto 1:20.
Difficile “equivocare”, “estrapolare”, “fraintendere”. Se alle parole di Pacifici seguono atti concreti, proprio contro quelle persone indicate per nome e cognome, in uno Stato normale sarebbe già, quantomeno, tra gli indagati per questa aggressione e delle altre sicuramente in preparazione.
Già negli anni scorsi la Questura aveva ricevuto un – purtroppo – ampio dossier sulle numerose e ripetute aggressioni dei gruppi sionisti a Roma contro palestinesi e attivisti solidali con la Palestina, fino a quella del 25 Aprile 2014, alla partenza dal Colosseo della manifestazione, dopo la quale il movimento per la solidarietà con il popolo palestinesi decise che non avrebbe più permesso intimidazioni in piazza il 25 Aprile senza tenere testa ai sionisti.
Se il ministero degli Interni volesse indagare sulle “fonti della violenza” intorno alle manifestazioni pro e contro la Palestina saprebbe dove cercare, lo ha sempre saputo.
Ma non lo ha mai fatto, praticando anche sul piano interno quella logica dell’impunità di cui Israele ha goduto fino ad oggi sul piano internazionale. Non si vedono peraltro grandi differenze nello schieramento sedicente “democratico” che sta osservando, anche su questa aggressione, il più assoluto silenzio.
E dire che questo agguato – per la tecnica usata, per la notorietà della vittima, per l’entità delle ferite causate – è certamente il più grave atto di “violenza politica” da diversi anni a questa parte.
Per l’establishment l’unico problema sono gli studenti che si mobilitano contro il genocidio dei palestinesi e per bloccare le complicità con lo Stato di Israele. I complici del genocidio si vedono anche da queste “priorità”.
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16/05/2024
Agguato fascio-sionista a Chef Rubio
Lo hanno aspettato fuori casa in 5-6 e, una volta superato il cancello, hanno bloccato l’uscita e lo hanno massacrato di botte.
L’accusa arriva direttamente da un video su X pubblicato da Chef Rubio, che accusa i sionisti del duro pestaggio, come si vede nelle immagini del video che trovate in fondo a queste righe.
La squadraccia sionista fa probabilmente parte di quel gruppo di picchiatori radunati, il 25 aprile, sotto gli striscioni della Brigata ebraica, agli ordini di un tale che si esibiva, tra l’altro, in un’aggressione all’inviata di Rete4.
Quel giorno quel gruppo evidentemente organizzato militarmente – tutti in divisa, tutti chiaramente “iper-allenati” – non riuscendo a praticare l’aggressione per cui si erano evidentemente preparati, si esibirono in un vasto campionario di classiche minacce fascistoidi, fino ad augurare stupri alle donne presenti in piazza in sostegno della Palestina, oltre che gettando petardi e oggetti contundenti agli antifascisti presenti.
La scelta di Rubio come primo soggetto della vendetta sionista, uscita politicamente malissimo dalla figuraccia del 25 aprile, non è casuale, data l’alta visibilità del personaggio che non si è mai sottratto dal sostegno alla causa palestinese. Rubio che peraltro aveva già pagato in prima persona, in termini lavorativi, la sua presa di parola.
Poche settimane fa, dalle più alte cariche dello Stato d’Israele era stata lanciata l’idea di gruppi paramilitari di “autodifesa” (leggasi, repressione si ogni sentimento antisionista) in ogni Stato occidentale, di fatto rendendo pubblica una prassi che già da anni attraversa le città di mezza Europa.
A noi non resta che esprimere tutta la nostra solidarietà a Chef Rubio, vittima di un vile attacco sionista che ricorda in pieno le modalità tipiche del buio ventennio fascista.
Il 25 aprile, da Milano a Roma, ha sottolineato come oggi antisionismo significhi antifascismo.
Per chi avesse ancora dei dubbi, gli accadimenti di questa sera crediamo debbano sciogliere ogni perplessità residuale. Stabilita la realtà di questa aggressione, ci resta una domanda da fare: al ministro dell’interno.
Quando parla di “manifestazioni violente” intende per caso indicare questa organizzazione paramilitare agli ordini di uno stato straniero che ha come unico programma quello di attaccare una precisa parte della popolazione italiana?
Le dichiarazioni di Ben Gvir e altri ministri sionisti erano già inequivocabili. Ora siamo ai fatti. Ed è chiaro che la scelta di fare un agguato ad una persona nota, anche mediaticamente, per il suo lavoro e le sue posizioni è stata fatta con cinica freddezza. A questa ne seguiranno probabilmente altre.
Per le modalità e l’appartenenza ad una “organizzazione internazionale”, questa aggressione ha tutte le caratteristiche di un “terrorismo emergente”. Di chiara matrice sionista e di ultradestra. Contro cittadini italiani.
Lei ha intenzione di tollerare queste squadracce (e il governo straniero), signor ministro? Ha un modo molto semplice di dimostrare il contrario: arrestandoli.
Fonte
L’accusa arriva direttamente da un video su X pubblicato da Chef Rubio, che accusa i sionisti del duro pestaggio, come si vede nelle immagini del video che trovate in fondo a queste righe.
La squadraccia sionista fa probabilmente parte di quel gruppo di picchiatori radunati, il 25 aprile, sotto gli striscioni della Brigata ebraica, agli ordini di un tale che si esibiva, tra l’altro, in un’aggressione all’inviata di Rete4.
Quel giorno quel gruppo evidentemente organizzato militarmente – tutti in divisa, tutti chiaramente “iper-allenati” – non riuscendo a praticare l’aggressione per cui si erano evidentemente preparati, si esibirono in un vasto campionario di classiche minacce fascistoidi, fino ad augurare stupri alle donne presenti in piazza in sostegno della Palestina, oltre che gettando petardi e oggetti contundenti agli antifascisti presenti.
La scelta di Rubio come primo soggetto della vendetta sionista, uscita politicamente malissimo dalla figuraccia del 25 aprile, non è casuale, data l’alta visibilità del personaggio che non si è mai sottratto dal sostegno alla causa palestinese. Rubio che peraltro aveva già pagato in prima persona, in termini lavorativi, la sua presa di parola.
Poche settimane fa, dalle più alte cariche dello Stato d’Israele era stata lanciata l’idea di gruppi paramilitari di “autodifesa” (leggasi, repressione si ogni sentimento antisionista) in ogni Stato occidentale, di fatto rendendo pubblica una prassi che già da anni attraversa le città di mezza Europa.
A noi non resta che esprimere tutta la nostra solidarietà a Chef Rubio, vittima di un vile attacco sionista che ricorda in pieno le modalità tipiche del buio ventennio fascista.
Il 25 aprile, da Milano a Roma, ha sottolineato come oggi antisionismo significhi antifascismo.
Per chi avesse ancora dei dubbi, gli accadimenti di questa sera crediamo debbano sciogliere ogni perplessità residuale. Stabilita la realtà di questa aggressione, ci resta una domanda da fare: al ministro dell’interno.
Quando parla di “manifestazioni violente” intende per caso indicare questa organizzazione paramilitare agli ordini di uno stato straniero che ha come unico programma quello di attaccare una precisa parte della popolazione italiana?
Le dichiarazioni di Ben Gvir e altri ministri sionisti erano già inequivocabili. Ora siamo ai fatti. Ed è chiaro che la scelta di fare un agguato ad una persona nota, anche mediaticamente, per il suo lavoro e le sue posizioni è stata fatta con cinica freddezza. A questa ne seguiranno probabilmente altre.
Per le modalità e l’appartenenza ad una “organizzazione internazionale”, questa aggressione ha tutte le caratteristiche di un “terrorismo emergente”. Di chiara matrice sionista e di ultradestra. Contro cittadini italiani.
Lei ha intenzione di tollerare queste squadracce (e il governo straniero), signor ministro? Ha un modo molto semplice di dimostrare il contrario: arrestandoli.
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23/04/2024
Il carcere “liberal-fascista” tortura e uccide. Anche i minorenni
Ci siamo presi un attimo di tempo in modo da smaltire l’indignazione e riflettere freddamente.
Ieri, 22 aprile, sono stati arrestati tredici agenti della polizia penitenziaria accusati di “maltrattamenti, lesioni e falso ideologico” nei confronti di almeno una decina di detenuti dell’istituto penitenziario minorile Cesare Beccaria.
L’elenco delle prove raccolte dai magistrati è lunghissimo e costituisce un’enciclopedia dell’orrore. Ve ne daremo anche noi un piccolo compendio per consentire a tutti di misurare la distanza siderale tra la realtà delle carceri italiane e le indicazioni scritte sia nella Costituzione che nelle leggi ordinarie.
Un di più di orrore viene dal fatto che le vittime sono minorenni, ossia persone in formazione – non “delinquenti professionali” – che sarebbe compito dell’istituzione (anche di quella repressiva) provare a recuperare alla vita civile.
Sembra scontato concluderne che, se quella che segue è l’identità dell’istituzione, quei ragazzi e tutti coloro che condividono la loro vita saranno convinti per sempre che lo Stato è solo una macchina da tortura fondata su un suprematismo straccione.
Nell’ordinanza si legge: “Dopo che un gruppo di circa dieci agenti raggiungeva la cella” un poliziotto “apriva la finestrella del blindo” (la porta blindata della cella, ndr), chiedeva al detenuto di avvicinarsi “e gli spruzzava negli occhi uno spray al peperoncino”.
Sei poliziotti subito dopo “entravano nella cella e aggredivano” il ragazzo con “calci e pugni su tutto il corpo e lo facevano cadere a terra, mentre lo insultavano dicendogli “Sei un figlio di p*****, tua madre è una tr***, sei un clandestino, ti faccio vedere io come fare il figlio di put****”, una volta steso a terra, lo ammanettavano, continuando a colpirlo e gli strappavano la maglietta, mentre il ragazzo tentava di difendersi con un pezzo di piastrella”.
Dopo averlo portato in una cella in isolamento un agente lo ha spogliato “lasciandolo completamente nudo e ammanettato; a questo punto” un altro poliziotto “toglieva la cintura” a un collega “e lo colpiva con più cinghiate anche sulle parti genitali fino a provocarne il sanguinamento, mentre” un altro agente “continuava a colpirlo con numerosi calci”.
Il mattino successivo due agenti “lo svegliavano per spostarlo dalla sua cella e lo colpivano nuovamente in faccia con schiaffi e pugni insultandolo con termini quali ‘sei un bastardo, sei un arabo zingaro, noi siamo napoletani, voi siete arabi di merda, sei venuto ieri’; lo trasportavano in una cella singola ove lo colpivano nuovamente in faccia e sul naso”.
Più o meno le frasi che 60 anni fa delle guardie lumbard o piemontesi rivolgevano ai detenuti meridionali, napoletani in testa... Suprematismo straccione, appunto, da penultimi della fila...
«Sono arrivati sette agenti, mi hanno messo le manette e hanno cominciato a colpirmi», racconta ai pm S.
«Ho un problema con la spalla sinistra e mettendomi le manette me l’hanno fatta uscire». Poi uno schiaffo, un pugno, infine calci nelle parti intime: «Vedevo tutto nero. L’ultima cosa che mi ricordo è che mi sputavano addosso. Dopo mi hanno sollevato così, da dietro, dalle manette».
Come ulteriore premio ha ricevuto 10 giorni in cella d’isolamento, i primi tre senza materasso e cuscino.
«È normale essere picchiati al Beccaria» racconta A.
Una violenza sistemica, scrive la gip Stefania Donadeo nell’ordinanza d’arresto: «Le violenze perpetrate all’interno del carcere Beccaria corrispondono esattamente a una pratica reiterata e sistematica che connota la condotta ordinaria degli agenti che vogliono stabilire le regole di civile convivenza e imporle picchiando, aggredendo e offendendo i minorenni detenuti».
Oltre a lesioni, maltrattamenti, tortura c’è anche una tentata violenza sessuale. Novembre 2022, mentre il detenuto minorenne dorme, un agente si avvicina al suo letto e gli pone la mano sul sedere, accarezzandolo. Al risveglio improvviso del recluso che gli chiede: “Cosa vuoi?”, l’agente risponde: “Stai tranquillo, voglio solo fare l’amore con te”. Questo episodio non si è poi concretizzato in violenza sessuale solo grazie alla reazione del ragazzo (e probabilmente al fatto che, in casi come questo, l’agente non poteva chiedere la complicità dei colleghi).
Gli agenti sono accusati anche di aver falsificato le relazioni di servizio per nascondere quello che accadeva.
«La diffusione sistematica della violenza ha determinato anche negli stessi detenuti la maturazione di un’idea di normalità della stessa».
Talmente “normale” che in previsione del prossimo pestaggio i ragazzi mettevano in atto le solite “misure preventive”. «Ci eravamo coperti con tanti vestiti a strati perché così avremmo sentito meno le botte».
Il sistema di tortura era talmente “normale” da aver destinato alcune celle ai pestaggi più violenti; erano senza telecamere interne, di modo che non potesse restarne traccia video (avevano capito, dopo Santa Maria Capua Vetere, che quelle fornivano “prove”).
Una notte «mi hanno svegliato e mi hanno picchiato mentre ero in cella con un altro, mi hanno portato giù in una stanza singola e lì mi hanno ancora picchiato in faccia, sul naso, che mi faceva tanto male. Mentre mi picchiavano dicevano ‘sei venuto ieri... e fai così, sei un bastardo, sei un arabo zingaro’».
Un concentrato di sadismo e razzismo, che sintetizza un fondo “ideologico” comune a molti corpi militari o assimilati. E pure a diversi partiti politici, immaginate quali...
Gli agenti usavano «sacchetti tipo di sabbia per picchiarli, per non lasciare tracce», in questo caso lividi evidenti e refertabili da un medico.
I difensori istituzionali dei presunti “tutori dell’ordine” hanno immediatamente imbracciato il mitra retorico che riduce scandali del genere a responsabilità individuale o di gruppo di “poche mele marce”.
Noi ci limitiamo a constatare che solo negli ultimi due anni abbiamo avuto episodi come quello di Santa Maria Capua Vetere, dove i video delle telecamere mostrano che tutto il personale del carcere partecipava ai pestaggi, distinguendosi individualmente solo per il dosaggio di violenza o entusiasmo partecipativo.
Molto più grave quello che è avvenuto a Modena, in piena pandemia, quando ben nove detenuti sono morti in circostanze mai chiarite e anzi frettolosamente derubricate a “overdose di farmaci”. In quel caso le telecamere interne erano state tutte spente e gli agenti hanno avuto piena libertà di azione. Niente prove, se non le testimonianze dei detenuti sopravvissuti, praticamente identiche a quelle dei ragazzi del Beccaria, ma considerate in quel caso dai magistrati come “poco credibili”.
Il rapporto dell’associazione Antigone ricorda che nel 2023 sono state almeno 70 le persone che si sono tolte la vita all’interno di un istituto di pena. Nei primi mesi del 2024, almeno 30. “Almeno” – sottolinea l’associazione – perché numerosi sono i decessi con cause ancora da accertare, tra i quali potrebbero quindi celarsi altri casi di suicidio. Seppur in calo rispetto all’anno precedente, i 70 suicidi del 2023 rappresentano un numero elevato rispetto al passato. Il più elevato dopo quello del 2022. Guardando agli ultimi trent’anni, solo una volta si è andati vicini a questa cifra con 69 suicidi nel 2001”.
Tra le cause dei tanti suicidi si fa spesso riferimento al sovraffollamento, ma poche volte si menziona il clima di terrore e violenza con cui vengono gestite tutte le carceri di questo paese. E sembra davvero incredibile che gli “spazi ristretti” siano giustamente considerati come una causa di depressione, mentre la frequenza dei pestaggi e la sensazione di essere in balia di torturatori sarebbero praticamente ininfluenti.
Eppure anche l’induzione al suicidio è un reato, no?
Lo “sfondo ideologico”, come si può notare, è quello ben noto di un “liberismo” che colpevolizza la povertà e l’emarginazione sociale, massimamente sugli immigrati. Un liberismo che affida poi la “gestione concreta” della presunta “devianza” alla disinvolta capacità di un personale “fascista nell’anima” di praticare la violenza ad libitum. Al riparo da sguardi indiscreti.
Tortura, omicidio, violenza sessuale. Nulla viene escluso. È il tenore della “guerra interna”, che riflette il clima di quella esterna, che è “nell’aria”. Dal Beccaria a Gaza.
Fonte
Ieri, 22 aprile, sono stati arrestati tredici agenti della polizia penitenziaria accusati di “maltrattamenti, lesioni e falso ideologico” nei confronti di almeno una decina di detenuti dell’istituto penitenziario minorile Cesare Beccaria.
L’elenco delle prove raccolte dai magistrati è lunghissimo e costituisce un’enciclopedia dell’orrore. Ve ne daremo anche noi un piccolo compendio per consentire a tutti di misurare la distanza siderale tra la realtà delle carceri italiane e le indicazioni scritte sia nella Costituzione che nelle leggi ordinarie.
Un di più di orrore viene dal fatto che le vittime sono minorenni, ossia persone in formazione – non “delinquenti professionali” – che sarebbe compito dell’istituzione (anche di quella repressiva) provare a recuperare alla vita civile.
Sembra scontato concluderne che, se quella che segue è l’identità dell’istituzione, quei ragazzi e tutti coloro che condividono la loro vita saranno convinti per sempre che lo Stato è solo una macchina da tortura fondata su un suprematismo straccione.
Nell’ordinanza si legge: “Dopo che un gruppo di circa dieci agenti raggiungeva la cella” un poliziotto “apriva la finestrella del blindo” (la porta blindata della cella, ndr), chiedeva al detenuto di avvicinarsi “e gli spruzzava negli occhi uno spray al peperoncino”.
Sei poliziotti subito dopo “entravano nella cella e aggredivano” il ragazzo con “calci e pugni su tutto il corpo e lo facevano cadere a terra, mentre lo insultavano dicendogli “Sei un figlio di p*****, tua madre è una tr***, sei un clandestino, ti faccio vedere io come fare il figlio di put****”, una volta steso a terra, lo ammanettavano, continuando a colpirlo e gli strappavano la maglietta, mentre il ragazzo tentava di difendersi con un pezzo di piastrella”.
Dopo averlo portato in una cella in isolamento un agente lo ha spogliato “lasciandolo completamente nudo e ammanettato; a questo punto” un altro poliziotto “toglieva la cintura” a un collega “e lo colpiva con più cinghiate anche sulle parti genitali fino a provocarne il sanguinamento, mentre” un altro agente “continuava a colpirlo con numerosi calci”.
Il mattino successivo due agenti “lo svegliavano per spostarlo dalla sua cella e lo colpivano nuovamente in faccia con schiaffi e pugni insultandolo con termini quali ‘sei un bastardo, sei un arabo zingaro, noi siamo napoletani, voi siete arabi di merda, sei venuto ieri’; lo trasportavano in una cella singola ove lo colpivano nuovamente in faccia e sul naso”.
Più o meno le frasi che 60 anni fa delle guardie lumbard o piemontesi rivolgevano ai detenuti meridionali, napoletani in testa... Suprematismo straccione, appunto, da penultimi della fila...
«Sono arrivati sette agenti, mi hanno messo le manette e hanno cominciato a colpirmi», racconta ai pm S.
«Ho un problema con la spalla sinistra e mettendomi le manette me l’hanno fatta uscire». Poi uno schiaffo, un pugno, infine calci nelle parti intime: «Vedevo tutto nero. L’ultima cosa che mi ricordo è che mi sputavano addosso. Dopo mi hanno sollevato così, da dietro, dalle manette».
Come ulteriore premio ha ricevuto 10 giorni in cella d’isolamento, i primi tre senza materasso e cuscino.
«È normale essere picchiati al Beccaria» racconta A.
Una violenza sistemica, scrive la gip Stefania Donadeo nell’ordinanza d’arresto: «Le violenze perpetrate all’interno del carcere Beccaria corrispondono esattamente a una pratica reiterata e sistematica che connota la condotta ordinaria degli agenti che vogliono stabilire le regole di civile convivenza e imporle picchiando, aggredendo e offendendo i minorenni detenuti».
Oltre a lesioni, maltrattamenti, tortura c’è anche una tentata violenza sessuale. Novembre 2022, mentre il detenuto minorenne dorme, un agente si avvicina al suo letto e gli pone la mano sul sedere, accarezzandolo. Al risveglio improvviso del recluso che gli chiede: “Cosa vuoi?”, l’agente risponde: “Stai tranquillo, voglio solo fare l’amore con te”. Questo episodio non si è poi concretizzato in violenza sessuale solo grazie alla reazione del ragazzo (e probabilmente al fatto che, in casi come questo, l’agente non poteva chiedere la complicità dei colleghi).
Gli agenti sono accusati anche di aver falsificato le relazioni di servizio per nascondere quello che accadeva.
«La diffusione sistematica della violenza ha determinato anche negli stessi detenuti la maturazione di un’idea di normalità della stessa».
Talmente “normale” che in previsione del prossimo pestaggio i ragazzi mettevano in atto le solite “misure preventive”. «Ci eravamo coperti con tanti vestiti a strati perché così avremmo sentito meno le botte».
Il sistema di tortura era talmente “normale” da aver destinato alcune celle ai pestaggi più violenti; erano senza telecamere interne, di modo che non potesse restarne traccia video (avevano capito, dopo Santa Maria Capua Vetere, che quelle fornivano “prove”).
Una notte «mi hanno svegliato e mi hanno picchiato mentre ero in cella con un altro, mi hanno portato giù in una stanza singola e lì mi hanno ancora picchiato in faccia, sul naso, che mi faceva tanto male. Mentre mi picchiavano dicevano ‘sei venuto ieri... e fai così, sei un bastardo, sei un arabo zingaro’».
Un concentrato di sadismo e razzismo, che sintetizza un fondo “ideologico” comune a molti corpi militari o assimilati. E pure a diversi partiti politici, immaginate quali...
Gli agenti usavano «sacchetti tipo di sabbia per picchiarli, per non lasciare tracce», in questo caso lividi evidenti e refertabili da un medico.
I difensori istituzionali dei presunti “tutori dell’ordine” hanno immediatamente imbracciato il mitra retorico che riduce scandali del genere a responsabilità individuale o di gruppo di “poche mele marce”.
Noi ci limitiamo a constatare che solo negli ultimi due anni abbiamo avuto episodi come quello di Santa Maria Capua Vetere, dove i video delle telecamere mostrano che tutto il personale del carcere partecipava ai pestaggi, distinguendosi individualmente solo per il dosaggio di violenza o entusiasmo partecipativo.
Molto più grave quello che è avvenuto a Modena, in piena pandemia, quando ben nove detenuti sono morti in circostanze mai chiarite e anzi frettolosamente derubricate a “overdose di farmaci”. In quel caso le telecamere interne erano state tutte spente e gli agenti hanno avuto piena libertà di azione. Niente prove, se non le testimonianze dei detenuti sopravvissuti, praticamente identiche a quelle dei ragazzi del Beccaria, ma considerate in quel caso dai magistrati come “poco credibili”.
Il rapporto dell’associazione Antigone ricorda che nel 2023 sono state almeno 70 le persone che si sono tolte la vita all’interno di un istituto di pena. Nei primi mesi del 2024, almeno 30. “Almeno” – sottolinea l’associazione – perché numerosi sono i decessi con cause ancora da accertare, tra i quali potrebbero quindi celarsi altri casi di suicidio. Seppur in calo rispetto all’anno precedente, i 70 suicidi del 2023 rappresentano un numero elevato rispetto al passato. Il più elevato dopo quello del 2022. Guardando agli ultimi trent’anni, solo una volta si è andati vicini a questa cifra con 69 suicidi nel 2001”.
Tra le cause dei tanti suicidi si fa spesso riferimento al sovraffollamento, ma poche volte si menziona il clima di terrore e violenza con cui vengono gestite tutte le carceri di questo paese. E sembra davvero incredibile che gli “spazi ristretti” siano giustamente considerati come una causa di depressione, mentre la frequenza dei pestaggi e la sensazione di essere in balia di torturatori sarebbero praticamente ininfluenti.
Eppure anche l’induzione al suicidio è un reato, no?
Lo “sfondo ideologico”, come si può notare, è quello ben noto di un “liberismo” che colpevolizza la povertà e l’emarginazione sociale, massimamente sugli immigrati. Un liberismo che affida poi la “gestione concreta” della presunta “devianza” alla disinvolta capacità di un personale “fascista nell’anima” di praticare la violenza ad libitum. Al riparo da sguardi indiscreti.
Tortura, omicidio, violenza sessuale. Nulla viene escluso. È il tenore della “guerra interna”, che riflette il clima di quella esterna, che è “nell’aria”. Dal Beccaria a Gaza.
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14/03/2024
Modena, i carabinieri prendono a calci e pugni un uomo appena fermato: il pestaggio finisce in un video
Nella giornata di ieri, in pieno centro a Modena, due carabinieri hanno colpito con pugni al volto, sulla schiena e diversi spintoni un uomo che avevano fermato per costringere a entrare nella gazzella un sospettato che resisteva all’arresto.
Due carabinieri stavano procedendo al fermo di un uomo, un immigrato africano dalla Guinea che lavora in un ristorante, il quale, secondo il giornale Il Resto del Carlino, stava opponendo resistenza ai militari.
Uno dei due carabinieri lo trattiene mentre l’altro colpisce il sospettato una prima volta con forza, sferrandogli un pugno al volto. Seguono diversi altri pugni ai reni, e poi di nuovo in faccia.
L’uomo si dimena. Parla, sembra rivolgersi a qualcuno nei dintorni e chiede aiuto. I carabinieri lo spingono per farlo sedere sul retro della volante, ma lui afferra uno dei militari per il bavero e questi, lo stesso che lo ha picchiato in precedenza, riprende a colpirlo nuovamente alla testa e sulla schiena. A un certo punto i carabinieri rivolgono lo sguardo verso chi sta riprendendo la scena col cellulare ed è possibile che si siano accorti di essere filmati. Un passante ha infatti ripreso la scena ed ha consegnato le immagini alla Procura ma il video è stato diffuso sui social dal profilo Welcome To Favelas.
Al momento, non c’è notizia di un fascicolo d’indagine sull’episodio, che probabilmente però sarà aperto nelle prossime ore. Idriss, questo il nome dell’immigrato che stava aspettando l’autobus per andare a lavorare, ha annunciato di voler denunciare i due carabinieri.
Fonte
Due carabinieri stavano procedendo al fermo di un uomo, un immigrato africano dalla Guinea che lavora in un ristorante, il quale, secondo il giornale Il Resto del Carlino, stava opponendo resistenza ai militari.
Uno dei due carabinieri lo trattiene mentre l’altro colpisce il sospettato una prima volta con forza, sferrandogli un pugno al volto. Seguono diversi altri pugni ai reni, e poi di nuovo in faccia.
L’uomo si dimena. Parla, sembra rivolgersi a qualcuno nei dintorni e chiede aiuto. I carabinieri lo spingono per farlo sedere sul retro della volante, ma lui afferra uno dei militari per il bavero e questi, lo stesso che lo ha picchiato in precedenza, riprende a colpirlo nuovamente alla testa e sulla schiena. A un certo punto i carabinieri rivolgono lo sguardo verso chi sta riprendendo la scena col cellulare ed è possibile che si siano accorti di essere filmati. Un passante ha infatti ripreso la scena ed ha consegnato le immagini alla Procura ma il video è stato diffuso sui social dal profilo Welcome To Favelas.
Al momento, non c’è notizia di un fascicolo d’indagine sull’episodio, che probabilmente però sarà aperto nelle prossime ore. Idriss, questo il nome dell’immigrato che stava aspettando l’autobus per andare a lavorare, ha annunciato di voler denunciare i due carabinieri.
Fonte
09/03/2024
Parigi: provocazione sionista alla marcia femminista
Le scene della marcia per i diritti delle donne a Parigi, venerdì 8 marzo, sono state sconvolgenti. Un gruppo di uomini incappucciati e armati ha colpito e gassato le ed i manifestanti. La provocazione è stata organizzata dall’estrema destra sionista.
Dietro questa operazione c’era il collettivo “Nous vivrons”, amichevolmente presentato qualche giorno fa dal quotidiano Libération come “portatore della voce delle vittime israeliane di Hamas e denunciatore del silenzio delle associazioni femministe“.
Questo collettivo era stato accettato dalla piattaforma che organizza la manifestazione dell’8 marzo. Se non fosse che “Nous vivrons” (Noi vivremo) si è presentato con uomini armati venuti a scontrarsi con il resto della marcia. Membri del gruppo di estrema destra LDJ – Ligue de Défense Juive.
Questo blocco sionista ha cantato “siamo tutti israeliani” da dietro i cordoni di squadristi che hanno poi picchiato i manifestanti.
La milizia si è poi ritirata dietro una linea di agenti di polizia BRAV, alcuni dei quali indossavano una fascia arancione. Si è trattato di una situazione senza precedenti: uomini che erano venuti equipaggiati con guanti da combattimento, manganelli e bombole di gas e che avevano aggredito la gente, sono stati poi in grado di accostare con calma la polizia, che di solito carica e arresta il minimo manifestante ritenuto sospetto.
Polizia ed estrema destra sionista mano nella mano.
La LDJ è stata fondata nel 2001 da un ex membro di Betar, un altro gruppo sionista di estrema destra legato al partito Likud di Netanyahu. La LDJ francese è modellata sulla Lega di Difesa Ebraica, che è considerata un gruppo terroristico dall’FBI.
Questo gruppo violento, apertamente razzista e minaccioso, aveva già manifestato con la polizia durante la marcia del 12 novembre, scandendo “tutti amano la polizia“. Aveva anche picchiato impunemente dei passanti filopalestinesi, davanti alla polizia. La LDJ funge anche da forza di sicurezza per il Rassemblement National.
L’8 marzo, l’alleanza tra la polizia e i fanatici filo-israeliani uniti per violare una marcia femminista ha portato le cose a un nuovo livello.
Qui il video dell’assalto sionista.
Fonte
Dietro questa operazione c’era il collettivo “Nous vivrons”, amichevolmente presentato qualche giorno fa dal quotidiano Libération come “portatore della voce delle vittime israeliane di Hamas e denunciatore del silenzio delle associazioni femministe“.
Questo collettivo era stato accettato dalla piattaforma che organizza la manifestazione dell’8 marzo. Se non fosse che “Nous vivrons” (Noi vivremo) si è presentato con uomini armati venuti a scontrarsi con il resto della marcia. Membri del gruppo di estrema destra LDJ – Ligue de Défense Juive.
Questo blocco sionista ha cantato “siamo tutti israeliani” da dietro i cordoni di squadristi che hanno poi picchiato i manifestanti.
La milizia si è poi ritirata dietro una linea di agenti di polizia BRAV, alcuni dei quali indossavano una fascia arancione. Si è trattato di una situazione senza precedenti: uomini che erano venuti equipaggiati con guanti da combattimento, manganelli e bombole di gas e che avevano aggredito la gente, sono stati poi in grado di accostare con calma la polizia, che di solito carica e arresta il minimo manifestante ritenuto sospetto.
Polizia ed estrema destra sionista mano nella mano.
La LDJ è stata fondata nel 2001 da un ex membro di Betar, un altro gruppo sionista di estrema destra legato al partito Likud di Netanyahu. La LDJ francese è modellata sulla Lega di Difesa Ebraica, che è considerata un gruppo terroristico dall’FBI.
Questo gruppo violento, apertamente razzista e minaccioso, aveva già manifestato con la polizia durante la marcia del 12 novembre, scandendo “tutti amano la polizia“. Aveva anche picchiato impunemente dei passanti filopalestinesi, davanti alla polizia. La LDJ funge anche da forza di sicurezza per il Rassemblement National.
L’8 marzo, l’alleanza tra la polizia e i fanatici filo-israeliani uniti per violare una marcia femminista ha portato le cose a un nuovo livello.
Qui il video dell’assalto sionista.
Fonte
29/02/2024
Anche i manganelli mandano in crisi Meloni
Il muro del governo Meloni mostra sempre più crepe. Dopo quasi un anno e mezzo i limiti diventano molto evidenti. E se prima riguardavano questo o quello degli uomini che Meloni aveva scelto in base al grado di fedeltà nei suoi confronti, ora la coinvolgono in prima persona.
Due sono stati gli eventi che hanno messo in luce questa quasi inattesa debolezza. Le manganellate agli studenti (a Pisa, ma non solo...) e ovviamente le elezioni in Sardegna. Su queste ultime in particolare, pesa il fatto che proprio non si può imporre una “narrazione” che in qualche modo attenui le sue responsabilità. I numeri stanno lì...
Ma anche sul fronte prediletto, quello dell’“ordine pubblico”, il brutale pestaggio di Pisa – la sua evidente sproporzione rispetto al “pericolo” rappresentato da un centinaio di ragazzi forse al loro primo corteo, per di più immortalato da diversi video ripresi dalle più diverse angolazioni – si comincia a sgretolare “il fronte della fermezza”.
La dirigente del reparto mobile della polizia responsabile del pestaggio, Silvia Conti, è stata trasferita ad altro incarico. E naturalmente si deve indorare la pillola amara assicurando che lo spostamento “non sarebbe legato alla gestione dell’ordine pubblico nell’occasione e sarebbe stato chiesto in precedenza dalla stessa dirigente”.
Ma naturalmente non ci crede nessuno. Tanto meno i peggiori sponsor del “manganello libero”, ossia i dirigenti dei vari sindacatini di polizia. Che provano – sì – a rovesciare l’accusa di “violenza” citando dati chiaramente taroccati, ma fanno solo figure ridicole.
Tipo “Nel corso delle migliaia di manifestazioni di piazza che si sono svolte negli ultimi sedici mesi ci sono stati quasi 200 feriti tra le Forze dell’Ordine; meno della metà tra i manifestanti, che non erano certo lì a rappresentare pacificamente le proprie idee.”
Per chi conosce le pratiche di caserma non è un mistero che dopo ogni “bravata” di piazza, comunque sia andata, un congruo numero di agenti si faccia refertare dai medici di polizia “contusioni e traumi” a volontà, scroccando così qualche giorno supplementare di licenza per malattia.
Ma tolti i piccoli Torquemada da caserma, appunto, o gli immancabili corvi dei giornalacci di estrema destra, quasi nessuno difende l’operato dei poliziotti in piazze che non sono mai state così “tranquille” come in questi ultimi anni.
Ma la Procura di Pisa, ravvisando nelle immagini comportamenti non in linea con le normali “regole di ingaggio”, ha aperto un’inchiesta per appurare chi ha preso le decisioni e chi ha dato l’ordine di caricare.
Da qui, secondo logica, sarebbe derivata la decisione di rispedire la dirigente Conti a Pescara, piazza decisamente meno impegnativa.
E comunque l’attenzione della Procura si rivolge a ben quindici poliziotti, evidentemente selezionati come i più esagitati. Troppe cose per far finta di nulla. E dunque dai palazzi ministeriali è partito un deciso – ma negato – scaricabarile.
Giorgia Meloni, dopo un lungo e imbarazzato silenzio, ha preso la parola sui fatti ma solo per dire che “Io penso che sia molto pericoloso togliere il sostegno delle istituzioni a chi ogni giorno rischia la sua incolumità per garantire la nostra. È un gioco che può diventare molto pericoloso”.
Ha provato a strumentalizzare i fatti di Torino – un gruppo di “anarchici” ha bloccato un’auto della polizia che aveva fermato un immigrato senza documenti – come a dire “vedete cosa può accadere se criticate troppo la polizia”. Ma è abbastanza chiaro che episodi come quelli di Pisa, Firenze e Catania possono solo aumentare – non certo diminuire – la critica popolare alle presunte “forze dell’ordine”.
“Gioggia” è stata insomma costretta a non indossare la faccia feroce per non aggravare la situazione e proporsi – a là Salvini – come la mandante delle bastonate agli studenti.
Una classica situazione lose-lose. Non puoi benedire quei manganelli, ma non puoi neanche criticarli. Qualsiasi cosa fai è sbagliata. Ed è questo il segnale più chiaro dei limiti che questo governo ormai incontra.
Un segnale di crisi, che ogni conflitto sociale può e deve accentuare.
Fonte
Due sono stati gli eventi che hanno messo in luce questa quasi inattesa debolezza. Le manganellate agli studenti (a Pisa, ma non solo...) e ovviamente le elezioni in Sardegna. Su queste ultime in particolare, pesa il fatto che proprio non si può imporre una “narrazione” che in qualche modo attenui le sue responsabilità. I numeri stanno lì...
Ma anche sul fronte prediletto, quello dell’“ordine pubblico”, il brutale pestaggio di Pisa – la sua evidente sproporzione rispetto al “pericolo” rappresentato da un centinaio di ragazzi forse al loro primo corteo, per di più immortalato da diversi video ripresi dalle più diverse angolazioni – si comincia a sgretolare “il fronte della fermezza”.
La dirigente del reparto mobile della polizia responsabile del pestaggio, Silvia Conti, è stata trasferita ad altro incarico. E naturalmente si deve indorare la pillola amara assicurando che lo spostamento “non sarebbe legato alla gestione dell’ordine pubblico nell’occasione e sarebbe stato chiesto in precedenza dalla stessa dirigente”.
Ma naturalmente non ci crede nessuno. Tanto meno i peggiori sponsor del “manganello libero”, ossia i dirigenti dei vari sindacatini di polizia. Che provano – sì – a rovesciare l’accusa di “violenza” citando dati chiaramente taroccati, ma fanno solo figure ridicole.
Tipo “Nel corso delle migliaia di manifestazioni di piazza che si sono svolte negli ultimi sedici mesi ci sono stati quasi 200 feriti tra le Forze dell’Ordine; meno della metà tra i manifestanti, che non erano certo lì a rappresentare pacificamente le proprie idee.”
Per chi conosce le pratiche di caserma non è un mistero che dopo ogni “bravata” di piazza, comunque sia andata, un congruo numero di agenti si faccia refertare dai medici di polizia “contusioni e traumi” a volontà, scroccando così qualche giorno supplementare di licenza per malattia.
Ma tolti i piccoli Torquemada da caserma, appunto, o gli immancabili corvi dei giornalacci di estrema destra, quasi nessuno difende l’operato dei poliziotti in piazze che non sono mai state così “tranquille” come in questi ultimi anni.
Ma la Procura di Pisa, ravvisando nelle immagini comportamenti non in linea con le normali “regole di ingaggio”, ha aperto un’inchiesta per appurare chi ha preso le decisioni e chi ha dato l’ordine di caricare.
Da qui, secondo logica, sarebbe derivata la decisione di rispedire la dirigente Conti a Pescara, piazza decisamente meno impegnativa.
E comunque l’attenzione della Procura si rivolge a ben quindici poliziotti, evidentemente selezionati come i più esagitati. Troppe cose per far finta di nulla. E dunque dai palazzi ministeriali è partito un deciso – ma negato – scaricabarile.
Giorgia Meloni, dopo un lungo e imbarazzato silenzio, ha preso la parola sui fatti ma solo per dire che “Io penso che sia molto pericoloso togliere il sostegno delle istituzioni a chi ogni giorno rischia la sua incolumità per garantire la nostra. È un gioco che può diventare molto pericoloso”.
Ha provato a strumentalizzare i fatti di Torino – un gruppo di “anarchici” ha bloccato un’auto della polizia che aveva fermato un immigrato senza documenti – come a dire “vedete cosa può accadere se criticate troppo la polizia”. Ma è abbastanza chiaro che episodi come quelli di Pisa, Firenze e Catania possono solo aumentare – non certo diminuire – la critica popolare alle presunte “forze dell’ordine”.
“Gioggia” è stata insomma costretta a non indossare la faccia feroce per non aggravare la situazione e proporsi – a là Salvini – come la mandante delle bastonate agli studenti.
Una classica situazione lose-lose. Non puoi benedire quei manganelli, ma non puoi neanche criticarli. Qualsiasi cosa fai è sbagliata. Ed è questo il segnale più chiaro dei limiti che questo governo ormai incontra.
Un segnale di crisi, che ogni conflitto sociale può e deve accentuare.
Fonte
Tra le elezioni sarde e i manganelli, è iniziata la parabola discendente della destra
Gli indecenti pestaggi di studenti adolescenti che si sono svolti negli ultimi tempi in varie piazze italiane non sono affatto casuali. Chiunque conosce un minimo gli ingranaggi dello Stato, e specie di quella sua parte addetta a difendere il cosiddetto "ordine pubblico", sa infatti perfettamente come le condotte degli agenti rispondano a precisi input di carattere politico di cui sono responsabili, oltre ai questori e prefetti interessati, il ministro degli Interni e il presidente del Consiglio dei ministri.
Quali dunque le cause politiche di questi indegni comportamenti che, come rilevato in certa misura dallo stesso presidente della Repubblica Sergio Mattarella, indicano un chiaro fallimento della politica e, come denunciato da Magistratura democratica, si pongono in flagrante violazione della Costituzione repubblicana e segnatamente del suo art. 17 relativo al diritto di riunione?
A mio parere le cause sono varie. Innanzitutto pare evidente, e risulta confermato dall’andamento delle recenti elezioni sarde, che è iniziata la parabola discendente della destra. La luna di miele tra Giorgia Meloni e il popolo italiano potrebbe essere destinata a rapida e sgradevole (per lei, il suo partito e tutta la destra) conclusione. Si tratta del resto di un esito inevitabile.
Per quanto pazienti e abbastanza autolesionisti, gli italiani e le italiane si stanno accorgendo sulla propria pelle del carattere fallimentare di politiche attente solo al profitto di pochi industriali e finanzieri in media scarsamente capaci, oltre che degli interessi personali di lorsignori (solo Sgarbi si è dimesso finora, ma la lista di corrotti e profittatori è molto lunga) e che alimentano povertà, disoccupazione e smantellamento dei servizi pubblici fondamentali.
Meloni, che è animale politico esperto e accorto, mette quindi le mani al manganello, sia in senso metaforico (si vedano le varie controriforme autoritarie relative a premierato, autonomia differenziata, evirazione della magistratura, limitazione dei diritti di manifestazione e altro ancora) che in senso letterale, spingendo le sue truppe a picchiare anche quando non ce ne sarebbe bisogno.
La stretta autoritaria è del resto necessaria per continuare un progetto politico che non è solo di Meloni e del suo fragile partito, affollato da personaggi di sconfortante mediocrità e ideologia chiaramente imbevuta di nostalgie del fascismo. Si tratta dello stesso progetto, mutatis mutandis, portato avanti da Draghi e altri in precedenza, basato sullo snaturamento del dettato costituzionale per dare piena soddisfazione alla svolta autoritaria e guerrafondaia dell’Occidente che si trova in crisi rovinosa e irrecuperabile.
L’obiettivo irrinunciabile di lorsignori è dare comunque piena soddisfazione ai bisogni delle lobby dominanti (soprattutto finanza, armamenti, energia, medicinali), anche se questo significa guerra, mutamento climatico e altri disastri ambientali, fine dello Stato sociale, chiusura degli spazi pubblici e miseria crescente per settori crescenti della popolazione.
Non è certamente casuale che i pestaggi si siano verificati in occasione di manifestazioni di solidarietà colla Palestina, oggi colpita dal primo genocidio in diretta televisiva della storia.
L’appoggio del governo Meloni a questo genocidio, che mi propongo insieme ad altri avvocati di dimostrare in sede giudiziaria con un ricorso che sarà presentato quanto prima, costituisce la punta più indifendibile e oscena della sua strategia di aperto sostegno alle scelte, criminali quanto fallimentari, degli Stati Uniti che continuano a sponsorizzare un personaggio impresentabile come Netanyahu, che ha le mani lorde del sangue di oltre 30mila Palestinesi, in gran parte bambini, e che manganella allegramente anche gli israeliani che si oppongono (ancora troppo pochi) al suo regime antidemocratico.
In questi giorni del resto Giorgia Meloni ha dato prova ulteriore di sudditanza estrema nei confronti di Biden, che continuerà ancora ad occupare per pochi mesi la Casa Bianca, stipulando un patto decennale con Zelensky che ben prima della scadenza di tale patto dovrà con ogni probabilità abbandonare il governo dell’Ucraina, a meno di convincere l’Occidente, come prova a fare del resto da tempo, a scatenare la guerra nucleare contro la Russia, che sta vincendo in modo chiaro quella convenzionale.
È peraltro altresì evidente che solo una sinistra depurata definitivamente da guerra e neoliberismo potrà costituire un’alternativa a questa destra oscena, violenta e autoritaria. Ma per eliminare questi flagelli occorre dire no alla Nato e no al capitalismo, dandosi un orizzonte strategico indispensabile per ricostruire quell’unità programmatica che costituisce la base dell’alternativa necessaria e possibile, che fra l’altro costituisce l’unico rimedio efficace all’attuale frammentazione che affligge quanto rimane della sinistra.
Su questo però siamo ancora molto indietro ed è a ben vedere questa, insieme ai e forse ancora più dei manganelli, l’unica speranza della signora Meloni.
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Quali dunque le cause politiche di questi indegni comportamenti che, come rilevato in certa misura dallo stesso presidente della Repubblica Sergio Mattarella, indicano un chiaro fallimento della politica e, come denunciato da Magistratura democratica, si pongono in flagrante violazione della Costituzione repubblicana e segnatamente del suo art. 17 relativo al diritto di riunione?
A mio parere le cause sono varie. Innanzitutto pare evidente, e risulta confermato dall’andamento delle recenti elezioni sarde, che è iniziata la parabola discendente della destra. La luna di miele tra Giorgia Meloni e il popolo italiano potrebbe essere destinata a rapida e sgradevole (per lei, il suo partito e tutta la destra) conclusione. Si tratta del resto di un esito inevitabile.
Per quanto pazienti e abbastanza autolesionisti, gli italiani e le italiane si stanno accorgendo sulla propria pelle del carattere fallimentare di politiche attente solo al profitto di pochi industriali e finanzieri in media scarsamente capaci, oltre che degli interessi personali di lorsignori (solo Sgarbi si è dimesso finora, ma la lista di corrotti e profittatori è molto lunga) e che alimentano povertà, disoccupazione e smantellamento dei servizi pubblici fondamentali.
Meloni, che è animale politico esperto e accorto, mette quindi le mani al manganello, sia in senso metaforico (si vedano le varie controriforme autoritarie relative a premierato, autonomia differenziata, evirazione della magistratura, limitazione dei diritti di manifestazione e altro ancora) che in senso letterale, spingendo le sue truppe a picchiare anche quando non ce ne sarebbe bisogno.
La stretta autoritaria è del resto necessaria per continuare un progetto politico che non è solo di Meloni e del suo fragile partito, affollato da personaggi di sconfortante mediocrità e ideologia chiaramente imbevuta di nostalgie del fascismo. Si tratta dello stesso progetto, mutatis mutandis, portato avanti da Draghi e altri in precedenza, basato sullo snaturamento del dettato costituzionale per dare piena soddisfazione alla svolta autoritaria e guerrafondaia dell’Occidente che si trova in crisi rovinosa e irrecuperabile.
L’obiettivo irrinunciabile di lorsignori è dare comunque piena soddisfazione ai bisogni delle lobby dominanti (soprattutto finanza, armamenti, energia, medicinali), anche se questo significa guerra, mutamento climatico e altri disastri ambientali, fine dello Stato sociale, chiusura degli spazi pubblici e miseria crescente per settori crescenti della popolazione.
Non è certamente casuale che i pestaggi si siano verificati in occasione di manifestazioni di solidarietà colla Palestina, oggi colpita dal primo genocidio in diretta televisiva della storia.
L’appoggio del governo Meloni a questo genocidio, che mi propongo insieme ad altri avvocati di dimostrare in sede giudiziaria con un ricorso che sarà presentato quanto prima, costituisce la punta più indifendibile e oscena della sua strategia di aperto sostegno alle scelte, criminali quanto fallimentari, degli Stati Uniti che continuano a sponsorizzare un personaggio impresentabile come Netanyahu, che ha le mani lorde del sangue di oltre 30mila Palestinesi, in gran parte bambini, e che manganella allegramente anche gli israeliani che si oppongono (ancora troppo pochi) al suo regime antidemocratico.
In questi giorni del resto Giorgia Meloni ha dato prova ulteriore di sudditanza estrema nei confronti di Biden, che continuerà ancora ad occupare per pochi mesi la Casa Bianca, stipulando un patto decennale con Zelensky che ben prima della scadenza di tale patto dovrà con ogni probabilità abbandonare il governo dell’Ucraina, a meno di convincere l’Occidente, come prova a fare del resto da tempo, a scatenare la guerra nucleare contro la Russia, che sta vincendo in modo chiaro quella convenzionale.
È peraltro altresì evidente che solo una sinistra depurata definitivamente da guerra e neoliberismo potrà costituire un’alternativa a questa destra oscena, violenta e autoritaria. Ma per eliminare questi flagelli occorre dire no alla Nato e no al capitalismo, dandosi un orizzonte strategico indispensabile per ricostruire quell’unità programmatica che costituisce la base dell’alternativa necessaria e possibile, che fra l’altro costituisce l’unico rimedio efficace all’attuale frammentazione che affligge quanto rimane della sinistra.
Su questo però siamo ancora molto indietro ed è a ben vedere questa, insieme ai e forse ancora più dei manganelli, l’unica speranza della signora Meloni.
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27/02/2024
Regole di ingaggio e manganellate contro le manifestazioni. Vento di democratura
“Non esistono regole di ingaggio codificate per l’ordine pubblico”, spiega in una intervista a Libero Franco Zucchelli un caposquadra del reparto mobile della polizia di Roma, secondo il quale è il funzionario responsabile della piazza – quello con la fascia tricolore – che decide, a sua volta in collegamento con la questura, come agire “a seconda di come evolve la manifestazione”.
Secondo Zucchelli, attualmente sindacalista del Mosip, l’ennesimo sindacato di polizia, il caso più frequente, è quello della vigilanza a tutela di una sede istituzionale in presenza di manifestanti che protestano. “Gridano slogan, fischiano, mostrano manifesti, striscioni, suonano i tamburi e poi se ne vanno”. Ma non sempre è così. “Può accadere che tentino di forzare il blocco per entrare, ad esempio, in un ministero. In quel caso si fa un intervento di alleggerimento”. In questo caso secondo Zucchelli: “La squadra, schierata con gli scudi, fa un passo avanti. In genere, con manifestanti tranquilli, basta questo per riportare l’ordine”.
Le cose cambiano se di fronte al reparto mobile “c’è un’opposizione violenta, che attacca per prima la squadra. E allora l’alleggerimento diventa carica”. Ma anche la carica ha le sue regole. “Secondo il Testo unico delle leggi della pubblica sicurezza, il funzionario deve intimare per tre volte lo scioglimento della manifestazione. Una volta c’era il trombettiere, che suonava tre volte”.
Ma di squilli di tromba nelle piazze ormai si è persa traccia. In rari casi c’è una comunicazione del funzionario tramite un megafono.
“Se compaiono i primi segni che la manifestazione sta cambiando natura, iniziano le cariche”. Il celerino-sindacalista spiega che alcuni segnali per capire che il clima sta mutando sono inequivocabili: i manifestanti iniziano a coprirsi il volto, a indossare i caschi, e poi spuntano le mazze. A quel punto, disatteso l’ordine di disperdersi, parte la carica. Ecco il problema è la lunghezza e l’intensità della carica. “Che deve durare poco, il tempo di allontanare i facinorosi. Raggiunto l’obiettivo, bisogna ricompattare il reparto e tornare in posizione”, dice Zucchelli. E i lacrimogeni? “Vanno sparati solo quando la folla non si disperde”.
“Le manifestazioni devono essere sempre autorizzate. E se chi non è autorizzato a essere in strada tenta anche di passare laddove non dovrebbe, ad esempio verso una sede diplomatica da proteggere, be’, io non vedo alternative alla carica” chiosa il celerino-sindacalista.
Se mettiamo in controluce la descrizione delle regole di ingaggio descritte dall’ispettore di polizia Zucchelli con quanto successo a Pisa – ma anche in situazioni simili come già accaduto – si capisce bene come manchino spesso tutti i segnali e i presupposti per dare vita a cariche violente come quelle abbiamo visto contro gli studenti.
Visto che non c’erano “segnali di cambiamento di natura della manifestazione” come quelli descritti né sedi diplomatiche o obiettivi sensibili da “difendere”, il muro di scudi (non quello dei Vichinghi, ndr) se volevano bloccare gli studenti sarebbe stato più che sufficiente. E invece sono partite subito manganellate ripetute e una carica lunga e cattiva. Come se ci fosse molto di più da infliggere come punizione rispetto alle necessità. Abbiamo visto un accanimento e una “inimicizia” dichiarata che contiene politicamente, psicologicamente e socialmente molto di più di una funzione di ordine pubblico. Una lontana eco dello “spirito di Genova” – in sedicesimi per brutalità – che ha mostrato al mondo i prodromi delle democrature in Europa che si vanno realizzando sotto i nostri occhi.
Tanto che se ne è accorto anche il Presidente della Repubblica Mattarella, forse memore che tra alcuni tutori dell’ordine pubblico lui viene ritenuto un presidente non riconosciuto come tale né votato (sic!). E allora tutto si tiene e deve far suonare allarmi rossi, sia sulle “regole d’ingaggio” che sull’introduzione dei codici identificativi per gli agenti, come già avviene in tutta Europa. Il problema è che la torsione autoritaria e il vento delle democrature ormai spira proprio dall’Europa.
Fonte
Secondo Zucchelli, attualmente sindacalista del Mosip, l’ennesimo sindacato di polizia, il caso più frequente, è quello della vigilanza a tutela di una sede istituzionale in presenza di manifestanti che protestano. “Gridano slogan, fischiano, mostrano manifesti, striscioni, suonano i tamburi e poi se ne vanno”. Ma non sempre è così. “Può accadere che tentino di forzare il blocco per entrare, ad esempio, in un ministero. In quel caso si fa un intervento di alleggerimento”. In questo caso secondo Zucchelli: “La squadra, schierata con gli scudi, fa un passo avanti. In genere, con manifestanti tranquilli, basta questo per riportare l’ordine”.
Le cose cambiano se di fronte al reparto mobile “c’è un’opposizione violenta, che attacca per prima la squadra. E allora l’alleggerimento diventa carica”. Ma anche la carica ha le sue regole. “Secondo il Testo unico delle leggi della pubblica sicurezza, il funzionario deve intimare per tre volte lo scioglimento della manifestazione. Una volta c’era il trombettiere, che suonava tre volte”.
Ma di squilli di tromba nelle piazze ormai si è persa traccia. In rari casi c’è una comunicazione del funzionario tramite un megafono.
“Se compaiono i primi segni che la manifestazione sta cambiando natura, iniziano le cariche”. Il celerino-sindacalista spiega che alcuni segnali per capire che il clima sta mutando sono inequivocabili: i manifestanti iniziano a coprirsi il volto, a indossare i caschi, e poi spuntano le mazze. A quel punto, disatteso l’ordine di disperdersi, parte la carica. Ecco il problema è la lunghezza e l’intensità della carica. “Che deve durare poco, il tempo di allontanare i facinorosi. Raggiunto l’obiettivo, bisogna ricompattare il reparto e tornare in posizione”, dice Zucchelli. E i lacrimogeni? “Vanno sparati solo quando la folla non si disperde”.
“Le manifestazioni devono essere sempre autorizzate. E se chi non è autorizzato a essere in strada tenta anche di passare laddove non dovrebbe, ad esempio verso una sede diplomatica da proteggere, be’, io non vedo alternative alla carica” chiosa il celerino-sindacalista.
Se mettiamo in controluce la descrizione delle regole di ingaggio descritte dall’ispettore di polizia Zucchelli con quanto successo a Pisa – ma anche in situazioni simili come già accaduto – si capisce bene come manchino spesso tutti i segnali e i presupposti per dare vita a cariche violente come quelle abbiamo visto contro gli studenti.
Visto che non c’erano “segnali di cambiamento di natura della manifestazione” come quelli descritti né sedi diplomatiche o obiettivi sensibili da “difendere”, il muro di scudi (non quello dei Vichinghi, ndr) se volevano bloccare gli studenti sarebbe stato più che sufficiente. E invece sono partite subito manganellate ripetute e una carica lunga e cattiva. Come se ci fosse molto di più da infliggere come punizione rispetto alle necessità. Abbiamo visto un accanimento e una “inimicizia” dichiarata che contiene politicamente, psicologicamente e socialmente molto di più di una funzione di ordine pubblico. Una lontana eco dello “spirito di Genova” – in sedicesimi per brutalità – che ha mostrato al mondo i prodromi delle democrature in Europa che si vanno realizzando sotto i nostri occhi.
Tanto che se ne è accorto anche il Presidente della Repubblica Mattarella, forse memore che tra alcuni tutori dell’ordine pubblico lui viene ritenuto un presidente non riconosciuto come tale né votato (sic!). E allora tutto si tiene e deve far suonare allarmi rossi, sia sulle “regole d’ingaggio” che sull’introduzione dei codici identificativi per gli agenti, come già avviene in tutta Europa. Il problema è che la torsione autoritaria e il vento delle democrature ormai spira proprio dall’Europa.
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Il manganello diventa un boomerang
S‘è rotto qualcosa. Ancora pochissimo, per carità. Appena una rima di frattura quasi invisibile nel muro bestiale delle repressione. Ma guai a sottovalutare i segni di una crisi nella narrazione dominante, specie se si manifestano sul più consolidato dei mantra neofascisti: “l’ordine pubblico”.
Le manganellate sugli studenti di Pisa e Firenze sono state un primo suicidio politico del governo Meloni davanti al “popolo” che diceva di voler difendere. Naturalmente da qualcun altro (migranti, “estremisti”, “nemici esterni” e interni).
Naturalmente, un grande ruolo l’hanno avuto le immagini e i video. Quei ragazzi a mani alzate, a volto scoperto, senza altro in mano che la propria dignità di esseri umani pensanti e sensibili, in alcun modo potevano essere fatti passare per “violenti”.
Qualche imbecille dei partiti di governo ci ha provato lo stesso, ma le loro stupidaggini sono state accolte dal gelo generale.
Persino i fedeli dog sitter dei media mainstream hanno dovuto sollevare il sopracciglio, preoccupati che nelle prossime piazze – come a Gaza e altrove – possa toccare loro la stessa sorte, visto che queste “forze dell’ordine” proprio non va giù che ci siano testimoni.
Non aiuta il partito dei manganellatori il fatto che il questore di Pisa – Sebastiano Salvo – fosse un vicequestore già a Genova nel 2001. Rimase fuori dalle inchieste della Procura per le torture sui manifestanti (provate e condannate in tribunale), ma indubbiamente è figlio di quel modo di gestire la piazza.
Persino i sonnambuli della cosiddetta “democrazia” – i Mattarella, le Schlein, i Conte, ecc. – si sono dovuto risvegliare dal sonno profondo e bisbigliare qualche “non si fa così”, dopo aver convissuto per decenni con le stesse pratiche.
Va bene anche questo, senza sopravvalutare questi momentanei distinguo.
E ne traiamo una prima indicazione pratica: ogni manifestazione deve avere i suoi “cineasti militanti”, che filmano ogni momento critico. Quel materiale sarà sempre una “prova”, sia sul piano semplicemente politico che in tribunale. Quando comunque la polizia produrrà un nulla taroccato per discolparsi e rovesciare le accuse.
Non è soltanto un consiglio per restare in salute: è un compito politico rilevante. Che può risultare decisivo per sbrogliare narrazioni infami del potere. La verità ha bisogno di ogni supporto, quando dominano i nipotini di Goebbels...
Dobbiamo dare tutti atto ai giovani studenti di “Cambiare Rotta” e delle altre organizzazioni studentesche per aver prodotto questo momento di conflitto, il quale ha fatto emergere davanti agli occhi di tutto il paese una prassi repressiva da dittature che la classe politica dominante indicava come caratteristiche tipiche della “giungla”, ma impensabili qui, nel “giardino” della civiltà liberista e liberale.
I poliziotti di Pisa sono effettivamente indistinguibili da quelli russi che arrestano i tifosi di Navalny o di qualche altro “campione” del liberismo occidentale. Ma in Italia a questi ragazzi, com’è noto, non li paga nessuno, nè governi nè Ong di governo.
Non c’è differenza. E questo incrina la narrazione, la sua credibilità. Il muro...
Qualcosa si è rotto. La diga repressiva non tiene. Le rime di frattura nel muro vanno dunque allargate. Con intelligenza, determinazione, lungimiranza, esperienza. Perché questa classe politica, come si vede dalle reazioni alla grande manifestazione di Milano, non ha un’opzione di riserva. E dunque non riesce a tollerare nessuna critica di massa.
Il conflitto richiede una scienza, se si vuole vincere. Si può fare.
Fonte
Le manganellate sugli studenti di Pisa e Firenze sono state un primo suicidio politico del governo Meloni davanti al “popolo” che diceva di voler difendere. Naturalmente da qualcun altro (migranti, “estremisti”, “nemici esterni” e interni).
Naturalmente, un grande ruolo l’hanno avuto le immagini e i video. Quei ragazzi a mani alzate, a volto scoperto, senza altro in mano che la propria dignità di esseri umani pensanti e sensibili, in alcun modo potevano essere fatti passare per “violenti”.
Qualche imbecille dei partiti di governo ci ha provato lo stesso, ma le loro stupidaggini sono state accolte dal gelo generale.
Persino i fedeli dog sitter dei media mainstream hanno dovuto sollevare il sopracciglio, preoccupati che nelle prossime piazze – come a Gaza e altrove – possa toccare loro la stessa sorte, visto che queste “forze dell’ordine” proprio non va giù che ci siano testimoni.
Non aiuta il partito dei manganellatori il fatto che il questore di Pisa – Sebastiano Salvo – fosse un vicequestore già a Genova nel 2001. Rimase fuori dalle inchieste della Procura per le torture sui manifestanti (provate e condannate in tribunale), ma indubbiamente è figlio di quel modo di gestire la piazza.
Persino i sonnambuli della cosiddetta “democrazia” – i Mattarella, le Schlein, i Conte, ecc. – si sono dovuto risvegliare dal sonno profondo e bisbigliare qualche “non si fa così”, dopo aver convissuto per decenni con le stesse pratiche.
Va bene anche questo, senza sopravvalutare questi momentanei distinguo.
E ne traiamo una prima indicazione pratica: ogni manifestazione deve avere i suoi “cineasti militanti”, che filmano ogni momento critico. Quel materiale sarà sempre una “prova”, sia sul piano semplicemente politico che in tribunale. Quando comunque la polizia produrrà un nulla taroccato per discolparsi e rovesciare le accuse.
Non è soltanto un consiglio per restare in salute: è un compito politico rilevante. Che può risultare decisivo per sbrogliare narrazioni infami del potere. La verità ha bisogno di ogni supporto, quando dominano i nipotini di Goebbels...
Dobbiamo dare tutti atto ai giovani studenti di “Cambiare Rotta” e delle altre organizzazioni studentesche per aver prodotto questo momento di conflitto, il quale ha fatto emergere davanti agli occhi di tutto il paese una prassi repressiva da dittature che la classe politica dominante indicava come caratteristiche tipiche della “giungla”, ma impensabili qui, nel “giardino” della civiltà liberista e liberale.
I poliziotti di Pisa sono effettivamente indistinguibili da quelli russi che arrestano i tifosi di Navalny o di qualche altro “campione” del liberismo occidentale. Ma in Italia a questi ragazzi, com’è noto, non li paga nessuno, nè governi nè Ong di governo.
Non c’è differenza. E questo incrina la narrazione, la sua credibilità. Il muro...
Qualcosa si è rotto. La diga repressiva non tiene. Le rime di frattura nel muro vanno dunque allargate. Con intelligenza, determinazione, lungimiranza, esperienza. Perché questa classe politica, come si vede dalle reazioni alla grande manifestazione di Milano, non ha un’opzione di riserva. E dunque non riesce a tollerare nessuna critica di massa.
Il conflitto richiede una scienza, se si vuole vincere. Si può fare.
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30/11/2023
Storia di Israel Frey, di sionisti e di una preghiera di troppo
Israel Frey è un giornalista di Tel Aviv, ebreo ortodosso, pacifista e fortemente critico nei confronti dei sionisti, in particolare con quelli al governo che definisce “estremisti e razzisti“.
Da anni si occupa con coraggio delle violazioni dei diritti umani e civili dei palestinesi della Cisgiordania.
Parla di terre rubate, di case occupate, di violenze dei coloni e dell’esercito israeliano “che occupa illegalmente il territorio dei palestinesi“.
Israel ha l’invidiabile capacità di convivere serenamente da lungo tempo con le minacce e gli insulti dei sionisti ai quali, sui social, risponde persino con gentilezza, argomentando il suo pensiero e ricevendo puntualmente altri insulti.
A dicembre la polizia lo convoca per interrogarlo riguardo a un post (!) su X Twitter, Israel ha paura e non si presenta. Arrestato con l’accusa classica di “incitamento al terrorismo” viene rilasciato con l’avviso di stare molto attento a ciò che dice o scrive.
In questo mese di novembre, la vita di Israel Frey diventa un incubo.
I sionisti più estremisti, notoriamente democratici e aperti al dialogo (a detta dei media nostrani), vogliono, in sostanza, fargli la pelle.
Alcuni giorni fa, Israel twitta la foto di un bambino palestinese e scrive: “Vi presento Moetaz, 16 anni, studente. È il n° 99 della lista dei bambini che abbiamo ucciso dall’inizio dell’anno in Cisgiordania. Qui non c’è una guerra da giustificare“.
Riceve una miriade di insulti
Israel è un ebreo ortodosso in continua preghiera. Prega per le vittime di ogni guerra, comprese quelle israeliane.
Con pochi amici pacifisti, organizza una preghiera per i defunti bambini di Gaza.
Per i sionisti è un affronto. Lasciano le tastiere e passano ai fatti.
Una folla di sionisti di estrema destra circonda l’abitazione di Israel, lanciano petardi urlando minacce di morte per il giornalista.
Alcuni riescono ad entrare in casa e lo picchiano selvaggiamente davanti alla moglie e ai bambini.
Israel aveva chiesto aiuto alla polizia che, con calma, arriverà solo dopo due ore.
Gli agenti sgomberano la piazza e accompagnano il giornalista all’ospedale.
Durante il tragitto uno dei poliziotti gli sputa addosso. “Amico di Hamas“, si sente dire.
Non è finita. Arrivato in ospedale riesce a evitare una seconda aggressione da parte di sionisti che lo riconoscono. Grazie al provvidenziale aiuto di un infermiere amico d’infanzia viene condotto giusto in tempo in un luogo sicuro dell’ospedale.
Secondo Haaretz e Middle East Eye, Israel Frey e la sua famiglia, temendo ulteriori aggressioni, sono fuggiti da Tel Aviv e sono nascosti in un’altra città all’oscuro persino dalla polizia.
In un video postato su X, Israel dice: “Vi prego, siate prudenti nel sostenere il governo israeliano perché state incoraggiando la pulizia etnica dei nativi palestinesi e le persecuzioni dell’opposizione interna“.
Due note.
1. La polizia ha identificato uno degli aggressori di Israel. Trattasi di Meir Kahane, è un rabbino.
2. A parte sparute eccezioni, nessun giornale italiano ha ritenuto di pubblicare la notizia o di esprimere solidarietà al collega Israel Frey.
Fine.
Fonte
Da anni si occupa con coraggio delle violazioni dei diritti umani e civili dei palestinesi della Cisgiordania.
Parla di terre rubate, di case occupate, di violenze dei coloni e dell’esercito israeliano “che occupa illegalmente il territorio dei palestinesi“.
Israel ha l’invidiabile capacità di convivere serenamente da lungo tempo con le minacce e gli insulti dei sionisti ai quali, sui social, risponde persino con gentilezza, argomentando il suo pensiero e ricevendo puntualmente altri insulti.
A dicembre la polizia lo convoca per interrogarlo riguardo a un post (!) su X Twitter, Israel ha paura e non si presenta. Arrestato con l’accusa classica di “incitamento al terrorismo” viene rilasciato con l’avviso di stare molto attento a ciò che dice o scrive.
In questo mese di novembre, la vita di Israel Frey diventa un incubo.
I sionisti più estremisti, notoriamente democratici e aperti al dialogo (a detta dei media nostrani), vogliono, in sostanza, fargli la pelle.
Alcuni giorni fa, Israel twitta la foto di un bambino palestinese e scrive: “Vi presento Moetaz, 16 anni, studente. È il n° 99 della lista dei bambini che abbiamo ucciso dall’inizio dell’anno in Cisgiordania. Qui non c’è una guerra da giustificare“.
Riceve una miriade di insulti
Israel è un ebreo ortodosso in continua preghiera. Prega per le vittime di ogni guerra, comprese quelle israeliane.
Con pochi amici pacifisti, organizza una preghiera per i defunti bambini di Gaza.
Per i sionisti è un affronto. Lasciano le tastiere e passano ai fatti.
Una folla di sionisti di estrema destra circonda l’abitazione di Israel, lanciano petardi urlando minacce di morte per il giornalista.
Alcuni riescono ad entrare in casa e lo picchiano selvaggiamente davanti alla moglie e ai bambini.
Israel aveva chiesto aiuto alla polizia che, con calma, arriverà solo dopo due ore.
Gli agenti sgomberano la piazza e accompagnano il giornalista all’ospedale.
Durante il tragitto uno dei poliziotti gli sputa addosso. “Amico di Hamas“, si sente dire.
Non è finita. Arrivato in ospedale riesce a evitare una seconda aggressione da parte di sionisti che lo riconoscono. Grazie al provvidenziale aiuto di un infermiere amico d’infanzia viene condotto giusto in tempo in un luogo sicuro dell’ospedale.
Secondo Haaretz e Middle East Eye, Israel Frey e la sua famiglia, temendo ulteriori aggressioni, sono fuggiti da Tel Aviv e sono nascosti in un’altra città all’oscuro persino dalla polizia.
In un video postato su X, Israel dice: “Vi prego, siate prudenti nel sostenere il governo israeliano perché state incoraggiando la pulizia etnica dei nativi palestinesi e le persecuzioni dell’opposizione interna“.
Due note.
1. La polizia ha identificato uno degli aggressori di Israel. Trattasi di Meir Kahane, è un rabbino.
2. A parte sparute eccezioni, nessun giornale italiano ha ritenuto di pubblicare la notizia o di esprimere solidarietà al collega Israel Frey.
Fine.
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03/10/2023
Torino - Studenti contestano la Meloni, volano manganellate
A Torino questa mattina sono volate manganellate durante il corteo di protesta organizzato dagli studenti contro la presenza di Giorgia Meloni venuta per il Festival delle Regioni. Gli studenti sono partiti in corteo da Palazzo Nuovo nel tentativo di raggiungere piazza Carignano.
L’intenzione dei manifestanti era quella di raggiungere il Teatro Carignano dove alle 12 è previsto l’intervento della premier. La polizia ha bloccato il corteo ma poi gli studenti in piazza hanno cominciato a correre per aggirare il percorso bloccato dalle forze dell’ordine. Il centro di Torino, questa mattina è blindato con una sorta di zona rossa che protegge il palazzo dove si tiene l’incontro istituzionale.
In via Principe Amedeo gli studenti si sono spintonati contro il cordone della polizia e sono volate le manganellate. In via Lagrange c’è stato un lancio di uova verso la polizia che li aveva bloccati vicino a Via Po e il corteo ha dovuto cambiare percorso.
Ieri, sempre a Torino, gli studenti universitari che per protesta si erano incatenati alla Mole Antonelliana erano stati sgomberati duramente dalla polizia.
Fonte
L’intenzione dei manifestanti era quella di raggiungere il Teatro Carignano dove alle 12 è previsto l’intervento della premier. La polizia ha bloccato il corteo ma poi gli studenti in piazza hanno cominciato a correre per aggirare il percorso bloccato dalle forze dell’ordine. Il centro di Torino, questa mattina è blindato con una sorta di zona rossa che protegge il palazzo dove si tiene l’incontro istituzionale.
In via Principe Amedeo gli studenti si sono spintonati contro il cordone della polizia e sono volate le manganellate. In via Lagrange c’è stato un lancio di uova verso la polizia che li aveva bloccati vicino a Via Po e il corteo ha dovuto cambiare percorso.
Ieri, sempre a Torino, gli studenti universitari che per protesta si erano incatenati alla Mole Antonelliana erano stati sgomberati duramente dalla polizia.
Fonte
21/08/2023
Ventidue aguzzini reintegrati. È la democrazia bellezza!
di Vincenzo Morvillo
È di tre giorni fa la notizia del reintegro in servizio di ventidue agenti della polizia penitenziaria che erano stati sospesi per i pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere – immortalati per sempre nelle registrazioni delle telecamere di sorveglianza – e che sono attualmente ancora imputati nel processo in corso.
Esulta l’Uspp (Unione Sindacati Polizia Penitenziaria). Gli agenti reintegrati, ovviamente, torneranno nella stessa casa circondariale samaritana.
Ora, immaginate voi i detenuti picchiati, ma anche gli altri, con che serenità potranno relazionarsi e avere a che fare con questi aguzzini!
Con chi è stato punito e si è visto decurtare per due anni lo stipendio e chiaramente ne attribuisce la colpa ai detenuti stessi.
Intanto, il sindacato chiede al Ministero di Grazia e Giustizia e al Dap il reintegro anche degli altri agenti sospesi.
Non dubitiamo che tra assoluzioni, pene lievi, brevi sospensioni pro tempore e altre amenità prima o poi torneranno quasi tutti al loro posto. Ancor più liberi di picchiare e tiranneggiare chi è nelle loro mani. Protetti da uno Stato che sempre più si conferma quale simbolo dell’oppressione di classe.
Quello Stato sedicente “democratico e liberale“, retto dalle ragioni dell’impresa e del profitto, in cui non è consentito essere ai margini della produzione.
Non è igienico essere poveri. Non è salutare essere immigrati. Non è sano essere psichicamente fragili. Non è contestuale essere tossici.
Per queste figure a/sociali, cui va necessariamente premessa l’alfa privativa che sottrae dignità di cittadinanza, la democrazia liberale prevede la discarica detentiva.
La galera. L’igiene mentale. Restrizioni, angherie, manganello e vessazioni.
È questa la democrazia borghese benestante, bianca e cattolica. È questo il mondo che ci piace perché ci fa sentire “sicuri”.
Sicuri nella nostra mediocrità casalinga di una vita spesa a comprare l’ultimo benessere esposto in vetrina.
E per cortesia non venite a menarcela col ‘fascismo’. Perché queste inqualificabili figure in divisa sarebbero state reintegrate anche se al Governo ci fossero stati il PD e i Cinquestelle.
D’altra parte Bonafede – il guardasigilli forse più incapace, incompetente e subalterno alla logica repressiva che la storia repubblicana abbia annoverato – è tra i massimi responsabili delle brutalità e delle morti che si verificarono nelle carceri durante l’emergenza pandemica.
I cosiddetti suicidati per metadone li abbiamo dimenticati? Ancora gridano vendetta.
E lo Stato difende i suoi sgherri. La sua polizia. I suoi aguzzini, anche quando “esagerano”. È da sempre così.
Ma a sinistra, anche di questo scempio carcerario e legalitario, dobbiamo ringraziare per esempio il PCI.
Che si fece garante della “pace sociale” avallando tutte le porcate securitarie, emergenziali e giustizialiste – fino alla tortura sistematica – che gli organi della repressione di Stato hanno implementato nel corso dei decenni.
Il PCI e la sinistra istituzionale italiana, anche quella sedicente radicale -tranne qualche rarissima eccezione- sono sempre stati dalla parte della Polizia.
Ad Oliviero Diliberto, Ministro della Giustizia del Pdci durante il Governo D’Alema, dobbiamo la creazione dei Gom. Reparti speciali della penitenziaria con esplicito mandato di tortura.
Dunque nulla di nuovo col Governo fascioleghista. I ventidue figuri di Santa Maria sono stati reintegrati e altri seguiranno.
Come furono rimessi al loro posto senza punizione, quando non addirittura promossi, i torturatori di Genova.
È la “democrazia”, bellezza. Di vera destra o di falsa sinistra. Ma è pur sempre la “democrazia”.
Fonte
È di tre giorni fa la notizia del reintegro in servizio di ventidue agenti della polizia penitenziaria che erano stati sospesi per i pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere – immortalati per sempre nelle registrazioni delle telecamere di sorveglianza – e che sono attualmente ancora imputati nel processo in corso.
Esulta l’Uspp (Unione Sindacati Polizia Penitenziaria). Gli agenti reintegrati, ovviamente, torneranno nella stessa casa circondariale samaritana.
Ora, immaginate voi i detenuti picchiati, ma anche gli altri, con che serenità potranno relazionarsi e avere a che fare con questi aguzzini!
Con chi è stato punito e si è visto decurtare per due anni lo stipendio e chiaramente ne attribuisce la colpa ai detenuti stessi.
Intanto, il sindacato chiede al Ministero di Grazia e Giustizia e al Dap il reintegro anche degli altri agenti sospesi.
Non dubitiamo che tra assoluzioni, pene lievi, brevi sospensioni pro tempore e altre amenità prima o poi torneranno quasi tutti al loro posto. Ancor più liberi di picchiare e tiranneggiare chi è nelle loro mani. Protetti da uno Stato che sempre più si conferma quale simbolo dell’oppressione di classe.
Quello Stato sedicente “democratico e liberale“, retto dalle ragioni dell’impresa e del profitto, in cui non è consentito essere ai margini della produzione.
Non è igienico essere poveri. Non è salutare essere immigrati. Non è sano essere psichicamente fragili. Non è contestuale essere tossici.
Per queste figure a/sociali, cui va necessariamente premessa l’alfa privativa che sottrae dignità di cittadinanza, la democrazia liberale prevede la discarica detentiva.
La galera. L’igiene mentale. Restrizioni, angherie, manganello e vessazioni.
È questa la democrazia borghese benestante, bianca e cattolica. È questo il mondo che ci piace perché ci fa sentire “sicuri”.
Sicuri nella nostra mediocrità casalinga di una vita spesa a comprare l’ultimo benessere esposto in vetrina.
E per cortesia non venite a menarcela col ‘fascismo’. Perché queste inqualificabili figure in divisa sarebbero state reintegrate anche se al Governo ci fossero stati il PD e i Cinquestelle.
D’altra parte Bonafede – il guardasigilli forse più incapace, incompetente e subalterno alla logica repressiva che la storia repubblicana abbia annoverato – è tra i massimi responsabili delle brutalità e delle morti che si verificarono nelle carceri durante l’emergenza pandemica.
I cosiddetti suicidati per metadone li abbiamo dimenticati? Ancora gridano vendetta.
E lo Stato difende i suoi sgherri. La sua polizia. I suoi aguzzini, anche quando “esagerano”. È da sempre così.
Ma a sinistra, anche di questo scempio carcerario e legalitario, dobbiamo ringraziare per esempio il PCI.
Che si fece garante della “pace sociale” avallando tutte le porcate securitarie, emergenziali e giustizialiste – fino alla tortura sistematica – che gli organi della repressione di Stato hanno implementato nel corso dei decenni.
Il PCI e la sinistra istituzionale italiana, anche quella sedicente radicale -tranne qualche rarissima eccezione- sono sempre stati dalla parte della Polizia.
Ad Oliviero Diliberto, Ministro della Giustizia del Pdci durante il Governo D’Alema, dobbiamo la creazione dei Gom. Reparti speciali della penitenziaria con esplicito mandato di tortura.
Dunque nulla di nuovo col Governo fascioleghista. I ventidue figuri di Santa Maria sono stati reintegrati e altri seguiranno.
Come furono rimessi al loro posto senza punizione, quando non addirittura promossi, i torturatori di Genova.
È la “democrazia”, bellezza. Di vera destra o di falsa sinistra. Ma è pur sempre la “democrazia”.
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