Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/06/2026

Alla ricerca delle galere perdute. Dopo la richiesta d’ergastolo per Curcio e Moretti

Esiste un tempo immoto, fermo come uno stagno; un tempo che non passa, che nella sua immobilità trascende tutto – i cambiamenti, la storia, le grandi vicende della geopolitica. Somiglia a certi angoli delle nostre soffitte in cui abbiamo ammucchiato roba che non viene toccata per decenni e si mantiene così, al buio, sepolta da strati e strati di polvere.

Le vicende della lotta armata in Italia hanno assunto questa dimensione a-storica; non le si considera come interne a una fase determinata della vicenda italiana; rappresentano, piuttosto, una specie di enclave metafisica, una sorta di allestimento o rappresentazione che congela quei giorni in un eterno presente; e in questa sua fissità diventa dispositivo operativo, pronto da attivare quando c’è da praticare esorcismi o operazioni ideologiche sulla memoria collettiva.

Quand’è che si tirano in ballo “quegli anni”? Di solito dopo i modesti tafferugli nei cortei dei tempi nostri; dopo le inchieste più disparate o strambe contro micro-gruppi; persino quando sui muri delle nostre città compare qualche scritta politicamente un po’ forte.

O quando c’è da pescare qualche vicenda “esemplare” dal passato, da assurgere a nuovo perenne monito circa l’infallibilità dello Stato e il triste destino degli sconfitti. Insomma, una memoria-deposito sempre disponibile per le azioni di quella “polizia della storia” tante volte evocata da Paolo Persichetti.

Il 18 giugno scorso un pubblico ministero di Alessandria ha chiesto l’ergastolo per Renato Curcio e Mario Moretti, nell’ambito della riapertura del processo per i fatti di Cascina Spiotta – 5 giugno 1975. Parliamo del rapimento dell’industriale Gancia e della morte, nel corso dell’irruzione dei carabinieri, dell’appuntato Giovanni D’Alfonso e della brigatista Mara Cagol.

La richiesta dell’ergastolo è una notizia surreale, che rimette sulle prime pagine dei giornali una serie di fatti accaduti in un’epoca arcaica – dai cui tempi è praticamente cambiata la storia e la geografia politica del mondo.

Lo stesso pm Emilio Gatti che ha promosso la richiesta – probabilmente con qualche imbarazzo – ha ricordato alla Corte che esistono misure alternative alla galera, per un editore di 84 anni che ha già finito di scontare la sua galera negli anni Novanta, e per un ex dirigente delle Br che, arrestato nel 1981, risulta ancora oggi incredibilmente detenuto – sia pure in semilibertà – e il cui nome sarà entrato di sicuro nel Guinnes dei primati delle pene detentive europee.

Probabilmente da parte dell’accusa non c’è la volontà reale di vedere Curcio e Moretti di nuovo in ceppi; c’è solo la necessità, ogni tanto, di rinverdire quella damnatio memoriae che è stata l’ideologia condivisa della fase terminale della prima repubblica. Sappiamo tutto di voi. Siete ancora tutti in ostaggio.

Ci basta aprire qualche dossier impolverato o sequestrare qualche pc e una specie di Stargate maligno vi riprecipiterà nello stagno fermo della memoria imprigionata. Un Lete al contrario, in cui chi si immerge non dimenticherà mai più nulla.

La pazzia repressiva attraversa e oltrepassa gli anni, i decenni, se ne infischia della reale portata dei fatti, degli scenari “delittuosi”, mette tutto nello stesso mucchio, come fa il vento con le foglie. Nadia Desdemona Lioce, esponente della cosiddetta terza generazione delle Brigate Rosse, è detenuta in regime di 41 bis praticamente dal momento del suo arresto nel 2003.

Il suo 41 bis è una specie di condizione esistenziale: se ventitré anni dopo lo scioglimento della sua organizzazione è ancora ritenuta pericolosamente in grado di tessere rapporti criminali (con chi?), vuol dire che quell’afflizione è destinata a durare in eterno.

Una pena metafisica, appunto, sganciata dalla storia, dal trascorrere del tempo, dal mutamento delle condizioni, persino dal diritto o dalle regole dell’ordinamento penitenziario. Un 41 bis dell’anima.

Nel 1987 Curcio e gli altri sostenitori della “soluzione politica” scrissero, a sostegno del loro posizionamento, che i prigionieri politici delle Br in quella fase coincidevano con la militanza complessiva delle Br. Probabilmente il gruppo della Lioce nacque anche in polemica e rottura con quella dichiarazione. Cambia poco: sempre a ostinati ergastoli finisce.

Intanto a Torino è cominciato il secondo grado del processo contro Askatasuna in cui l’accusa ripropone, caparbia, il teorema dell’associazione a delinquere che era stato respinto al termine del primo grado di giudizio.

Si era partiti nel 2021 con l’ipotesi di associazione sovversiva, derubricata poi a “semplice” associazione a delinquere; adesso si ricomincia, con lo scopo di rovesciare quanti più anni di galera possibili addosso a Giorgio Rossetto e agli altri militanti già massacrati, negli anni, da processi e provvedimenti restrittivi di ogni tipo.

Secondo l’accusa Aska – con i suoi addentellati sociali – non sarebbe un collettivo politico rappresentativo di un pezzo della metropoli (come pure i numeri dei cortei lascerebbero credere) bensì un agglomerato criminale che tiene in ostaggio la città di Torino.

Così la logica emergenziale attraversa con metodica continuità le epoche e le generazioni, senza razionalità, senza criterio, come un riflesso condizionato. Un filo di bava nera parte dagli anni Settanta, passa attraverso celle e obitori dei decenni trascorsi e giunge fino a noi, alle piazze Free Palestine, alla gioventù colorata e indignata che ha ripreso a scendere in strada.

Non so quanti di quei ragazzi abbiano sentito parlare di Renato Curcio o abbiano letto le recenti notizie giudiziarie che lo riguardano; hanno i loro problemi, le loro impellenze, la triste durezza delle battaglie politiche che anche loro, come le generazioni precedenti, si apprestano ad affrontare.

Anche loro dovranno imparare a schivare inchieste e manette; anche loro dovranno imparare a misurarsi col paese reale – livido, impoverito e gonfio d’odio xenofobo. Anche loro, prima o dopo, dovranno fare i conti con la memoria radioattiva di questa nazione, con i sepolti vivi nella tomba del 41 bis, con i morti senza pace e senza giustizia – come Margherita Cagol – con il processo infinito a quella lunga multiforme associazione a delinquere che da ottant’anni raggruppa la povera gente sotto le bandiere della giustizia sociale.

L’eredità che la Repubblica lascia a questa gioventù – la Repubblica dei fantasmi e degli ergastoli – è davvero un lascito miserabile.

Fonte

10/03/2026

Cosa non torna sul “video del martello” di Torino

«Non è una protesta, non sono scontri. Si chiama tentato omicidio». Con queste parole la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commentato il famoso “video del martello”, divenuto virale nelle ore successive al corteo del 31 gennaio a Torino e che ritrae la presunta aggressione all’agente di polizia Alessandro Calista.

A circa un mese dai fatti, una ricostruzione esclusiva realizzata per VD News, basata su foto, video, testimonianze dirette e atti giudiziari, mette in discussione alcuni passaggi centrali della versione fornita da Calista in merito alla dinamica dell’evento.

La convocazione in solidarietà al centro sociale Askatasuna, sgomberato a dicembre, ha portato nel capoluogo piemontese circa cinquantamila persone. Dopo ore di corteo nel centro cittadino, una parte dei manifestanti si è diretta verso l’edificio che ha ospitato lo spazio per trent’anni, sviando dal percorso autorizzato per raggiungere l’area, fortemente militarizzata sin dalle settimane precedenti.

Nel tardo pomeriggio, si sono verificati i primi scontri nelle strade limitrofe a corso Regina Margherita e, mentre la manifestazione era ancora in corso, sui social già circolavano numerosi video di cariche e interventi delle forze di polizia molto violenti.

Eppure, il “video del martello” ha rapidamente catalizzato l’attenzione pubblica e politica. Quelle immagini, catturate alle ore 19:04 del 31 gennaio da un cronista di Torinoggi.it e rilanciate per primo nel governo dal ministro della Difesa Guido Crosetto alle ore 20:15 su X, hanno spinto l’approvazione del nuovo decreto sicurezza, varato il 23 febbraio 2026, dopo giorni di interlocuzioni con il Quirinale.

Il provvedimento ha introdotto la possibilità per le forze di polizia di trattenere fino a 12 ore soggetti ritenuti potenzialmente “pericolosi per il pacifico svolgimento delle manifestazioni pubbliche”, consente al pubblico ministero di non iscrivere nel registro degli indagati agenti coinvolti nell’uso, ritenuto legittimo, delle armi e prevede un inasprimento delle sanzioni amministrative in caso di manifestazioni non preavvisate alle autorità (fino a dodicimila euro).

Nei giorni successivi agli scontri sono stati eseguiti tre arresti, ma l’unico collegato al video di Calista riguarda quello di A. S., 22 anni. Il giovane, facilmente riconoscibile per il vistoso giubbotto rosso indossato durante i disordini, è stato fermato il giorno successivo ai fatti e tradotto in carcere.

Lì è rimasto per qualche giorno per poi essere scarcerato e posto agli arresti domiciliari, misura tuttora in corso e recentemente confermata dal Tribunale del Riesame di Torino. Oggi, è indagato per concorso in lesioni aggravate a pubblico ufficiale (prognosticate in 20 giorni di malattia), mentre la prima contestazione di rapina aggravata – legata alla sottrazione di parte dell’equipaggiamento dell’agente – è stata già esclusa dal giudice per le indagini preliminari.

Nel corso del procedimento giudiziario a carico di A.S., Calista ha presentato formale querela, fornendo la sua ricostruzione dei fatti. «Insieme alla mia squadra del reparto mobile di Padova mi dirigevo nel controviale di corso Regina Margherita angolo Giardini Pozzo, ove effettuavamo alcune cariche di alleggerimento» ha dichiarato il 1° febbraio alla Digos di Torino.

Inoltre, sosteneva che, dopo il lancio di «pietre, bottiglie, artifici pirotecnici, tombini, martelli e altri oggetti» da parte di alcuni manifestanti, veniva «spinto e afferrato dalle braccia nonché preso a calci alle spalle» e «trascinato diversi metri più avanti la linea di squadra», dove «numerosi soggetti» gli sfilavano casco e scudo prima di colpirlo ripetutamente.

Questa sequenza – spinta, trascinamento oltre la linea del reparto e aggressione collettiva – è smentita da numerosi elementi.

Innanzitutto, nella tarda serata del 31 la giornalista freelance Rita Rapisardi ha diffuso, prima sui suoi canali social e poi in un articolo per il Manifesto, una versione alternativa dei fatti, fondata sulla sua testimonianza diretta. «Quella scena l’ho vista con i miei occhi, ero a cinque metri», ha scritto in un post. «Vedo arrivare una squadra di agenti in antisommossa che corre verso i manifestanti rimasti. A un certo punto uno esce dallo schieramento e si allontana di una quindicina di metri per inseguire un paio di persone».

Secondo la cronista è in quel momento che la situazione è cambiata: «Li manganella, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso, lo spingono e lui cade. Da lì partono i secondi del video virale».

Ulteriori elementi raccolti per VD News rafforzano questa ricostruzione. Un video realizzato dal manifestante G.V. mostra infatti gli attimi immediatamente precedenti alla sequenza diventata virale. Sono le 19:03 e G.V. si trova su corso Regina Margherita, all’altezza di via Giacinto Borelli, nei pressi di un semaforo.

Nelle immagini, una squadra di circa venti agenti in assetto antisommossa si compatta e parte alla carica dei manifestanti, dopo aver subito il lancio di alcuni oggetti. Tra loro – sebbene non sia possibile distinguerlo con certezza dagli altri agenti – ci sarebbe anche Calista.

La registrazione precede di circa un minuto il momento in cui viene documentata la caduta dell’agente e la comparsa del martello (19:04). Anche il luogo ripreso nel filmato, compatibile con quello indicato nelle testimonianze, suggerisce che si tratti proprio del momento in cui Calista si stacca dalla linea e parte all’inseguimento, come sostenuto da Rapisardi.

A rafforzare questa lettura ci sono anche le fotografie e la testimonianza del fotografo freelance Sebastiano Bacci, che ha assistito alla scena da pochi metri. «Mi trovavo sul viale principale di corso Regina Margherita quando ho visto la folla correre verso il parco. Mi giro e vedo persone scavalcare le recinzioni. Allora scavalco anche io la grata e mi posiziono dietro il guardrail».

Poco più avanti, fuori dall’inquadratura, una piccola squadra di agenti stava effettuando una carica per poi arrestarsi contro il muro di un palazzo accanto alla serranda della Regina Copisteria (la stessa del video di G.V.).

È in quel momento che Bacci ha notato un agente correre da solo. «All’inizio non sapevo chi fosse. L’ho visto inseguire due ragazzi, uno con una giacca rossa e uno vestito di nero. Correva brandendo il manganello e provando a colpirli». Per continuare a fotografare la scena il fotografo ha così raggiunto una posizione perpendicolare rispetto a una Ford bianca parcheggiata nel controviale, la stessa che fa capolino nello sfondo del celebre video del martello.

«A quel punto alcuni manifestanti si sono accorti dell’agente rimasto isolato e si sono diretti verso di lui», racconta. «Quando è arrivato all’altezza dell’auto era ormai molto avanti rispetto alla linea della sua squadra. Solo a quel punto è stato circondato».

Le fotografie di Bacci permettono anche di ricostruire con precisione la sequenza temporale: tra il primo scatto e l’ultimo passano circa venti secondi. «Per alcuni istanti nessun suo collega interviene», conclude il fotografo. «Solo dopo arriva un altro agente che lo protegge».

È in quell’arco di tempo che si consuma la scena del martello, poi diffusa ovunque: una manciata di secondi diventata un’immagine simbolo, rapidamente trasformata in materiale utile alla deriva securitaria ormai abbondantemente intrapresa dal Governo Meloni.

Fonte

04/02/2026

Intifada a Torino

di Sergio Fontegher Bologna

La manifestazione nazionale di Torino per Askatasuna, che poteva tradursi in un ulteriore momento di crescita e di graduale unificazione, ha segnato invece un punto di arresto e di contrasti interni. Non è la prima volta e non sarà l’ultima. In genere, dopo questi episodi, c’è il rischio di un avvitamento del dibattito, mentre la reazione impazza perché può permettersi ulteriori giri di vite. Per evitare la paralisi, bisogna alzare lo sguardo e guardarsi attorno.

Punto primo: Torino è un epicentro del disastro industriale italiano, disastro che oggi sta arrivando a un punto di svolta e nessuno pare accorgersene: quel formidabile strumento, l’ammortizzatore chiamato Cassa Integrazione, che ha consentito di far passare quasi inosservata la trasformazione dell’Italia da paese industriale a paese di grandi eventi e di schiavismo, non funziona più. Se una fabbrica, se un’azienda, sono in crisi, si tratta di solito sul monte ore di CIG, poi si riprende, lasciando per strada sempre qualcosa. Così si è andati avanti finora. Oggi si chiude, e basta. E la reazione operaia e sindacale non c’è e se anche ci fosse, avrebbe scarsa visibilità.

Ma non è questo il punto. Il problema è che una cultura, una civiltà del conflitto se ne sta andando, assieme all’Italia industriale. Il 31 gennaio questo è venuto alla luce.

Punto secondo: Torino è anche un epicentro del sistema informativo ed editoriale italiano. Che cosa ne resta? La vicenda de La Stampa è significativa, era una potenza, poi è scaduta ma restando ancora un pilastro del potere, poi è diventata un pilastrino e adesso fa quasi tenerezza vedere come se la rimpallano i padroni: “Dài prendila tu!”, “Grazie non m’interessa”. La Torino che invoca l’ordine, una Torino che non ha connotati di classe, socialmente simile a quella che negli USA sta con Trump, non sembra dolersene. Se muore l’industria, può anche andare in pensione La Stampa. La massa indistinta che chiede ordine è oltre il capitalismo, perché il capitalismo dice che se sarai bravo starai meglio. Questi sanno di non poter mai star meglio, a loro basta veder messi in galera quelli di Askatasuna.

Punto terzo. Qui è la procuratrice generale del Tribunale di Torino a parlare: “sempre più imprese ricorrono alle cosche mafiose per appaltare servizi di logistica, di security, di smaltimento rifiuti e di recupero crediti”. Finita la manfrina che i poveri imprenditori sono taglieggiati dalla mafia. Imprese, anche multinazionali, chiedono aiuto alla mafia per pagar meno la gente. E nessuno fa qualcosa perché ciò non accada, men che meno Confindustria.

In questo quadro di generale declino, così simile a tante altre città italiane – alcune messe molto peggio, come Milano – avviene un fatto nuovo, un qualcosa che squarcia l’atmosfera asfittica: il movimento trasversale per fermare lo sterminio del popolo palestinese. Sembra a prima vista un movimento capace di realizzare una saldatura con le generazioni dei centri sociali, generazioni al plurale, perché alcuni hanno ormai i capelli bianchi e altri hanno vent’anni. La spinta di questo movimento suscita una disponibilità all’opposizione che si manifesta proprio in difesa di Askatasuna, incrina la compattezza di chi invoca l’ordine, contagia chi si oppone alla censura di certi intellettuali, rilancia le occupazioni dell’Università, risveglia un certo interesse per la condizione operaia, per il precariato. Insomma, sembrano venire a galla tante cose in grado alla fine di cambiare le carte in tavola, di pulire l’aria che si respira, di rendere meno facile la logica Piantedosi. Sembra di assistere a quel fenomeno rarissimo della ricomposizione, ossia del convergere spontaneo di tante resistenze in un unico fronte, dove il comportamento pacifico è segno di forza, non di paura. Pacifico non significa inerme, se uno pensa ai siderurgici genovesi. Almeno, questo è il tipo di interpretazione proprio di quella cultura del conflitto, che affonda le sue radici nella tradizione socialista e comunista, nella soggettività operaia degli anni '70, cioè in tutte le visioni che hanno nel loro orizzonte una possibile riuscita, una vittoria, e sanno di non doverla sprecare con forzature.

Tutto questo s’infrange con gli scontri del 31 gennaio?

Meloni è già a Torino la mattina dopo. Chiede ai magistrati di procedere per tentato omicidio. La scena di un gruppo di persone che menano un poliziotto a terra, che cerca di ripararsi la testa dai colpi, ricorda le migliaia di volte che abbiamo visto immagini simili di gruppi di poliziotti accanirsi su manifestanti isolati. Forse non le conviene.

Nel campo di coloro che si erano decisi a scendere in piazza prima per la Palestina e poi anche per Askatasuna, e a maggior ragione nel campo cosiddetto “antagonista”, non sembra regnare chiarezza, perché ormai le due culture del conflitto, quella della ricomposizione e quella che ha come modello l’intifada non riescono a convivere. La forma del conflitto, la forma della protesta di piazza, corrispondono sempre a una determinata cultura e ci sembra di poter dire che l’intifada non prevede un processo di crescita né ha orizzonti di vittoria. È una testimonianza, un urlo di rabbia e di dolore. L’intifada importata poi, sradicata dal contesto palestinese, è ancora più spoglia di visione strategica, sia pure di brevissimo termine. Ma rientra in problematiche che i movimenti rivoluzionari conoscono da decenni, almeno dagli Anni Sessanta, si pensi alla “teoria dei fuochi” di un certo guevarismo rispetto a una lotta di popolo di lunga durata. Per questo l’intifada importata non si può liquidare con il termine di provocazione, anche se la provocazione fa parte del gioco. È qualcosa che le proteste di piazza si porteranno dietro ancora a lungo. Perché le proteste, malgrado l’aumento della pressione repressiva, continueranno. Per la semplice ragione che questo Paese slitta verso l’abisso come le case di Niscemi. E il governo Meloni non è in grado di fermare la crisi, anche volendo, perché le forze che ci stanno dietro sono sovrastanti, sono le forze dell’alta finanza. Loro son capaci soltanto di partorire decreti sicurezza.

Fonte

“Guerra ai civili”. Per farla bene ci vuole una Tv obbediente...

A quanto pare la Tv è sotto un controllo ferreo. Di regime (senza) quasi... 
Una denuncia dei giornalisti RAI.

*****

Sul racconto delle violenze a Torino la TGR Piemonte non valorizza il lavoro giornalistico.

Le immagini del poliziotto preso a calci e martellate da incappucciati a #Torino hanno colpito e indignato tutta l’Italia che crede nelle Istituzioni e nella democrazia.

Non ci può essere nessuna giustificazione o relativismo di fronte alla violenza.

Detto questo, il ruolo del servizio pubblico è quello di informare. Con equilibrio, imparzialità, obiettività e completezza, come previsto dal contratto di servizio.

Nel racconto della #TgrPiemonte, nonostante l’impegno e il lavoro profuso da colleghe e colleghi per la copertura di un evento così complesso, è mancata in parte la completezza.

Un collega aveva raccolto il giorno successivo alla manifestazione l’intervista a una componente del centro sociale Askatasuna.

Il collega aveva fatto domande: dure, dirette e senza fronzoli, mettendola di fronte alla violenza degli incappucciati contro un poliziotto.

Quell’intervista i telespettatori non l’hanno mai potuta vedere. Nemmeno in piccola parte.

La motivazione addotta dal direttore della Tgr al Comitato di Redazione di Torino è totalmente non condivisibile: la persona intervistata – che ha risposto alle domande guardando la telecamera – non ha fornito nome e cognome.

Decine di volte abbiamo mandato in onda portavoce di associazioni che, legittimamente, non hanno voluto il proprio nome nella grafica sottopancia.

Decine e decine di volte abbiamo trasmesso interviste di persone di spalle per tutelare l’anonimato loro o dei familiari.

È il lavoro del giornalista: valutare l’attendibilità dell’intervistato, verificare le fonti e fare domande.

Intermediazione giornalistica che, invece, non c’è stata nella pubblicazione del video arrivato preconfezionato con l’intervista al poliziotto ferito. In questo caso nessuno ha potuto porre domande.

Non parliamo né di par condicio, né di censura, ma di svilimento del lavoro giornalistico.

E questo fa male alla Tgr e a tutta la Rai servizio pubblico.

Usigrai Coordinamento Cdr Tgr

Cdr Tgr Piemonte


Fonte

02/02/2026

“Il martello” di Torino “aggiustato” da Crosetto

È chiaramente materiale per gli avvocati difensori degli arrestati, attuali e futuri, per i fatti di Torino. Oltre che per i magistrati chiamati ad occuparsene.

Però, anche come attivisti in qualche misura resi “esperti” da una vita di militanza, ci sembra che questa testimonianza di una giornalista de il manifesto getti una luce completamente diversa sull’episodio-chiave che sta orientando la “comunicazione” governativa, della destra post fascista, del cosiddetto “campo largo” e anche di qualche fesso sempre pronto a cadere nella distinzione tra “buoni” e “cattivi”, alimentando la retorica sugli “infiltrati” anche quando non ci sono (altre volte sì, e l’abbiamo anche denunciato spesso).

Partiamo dagli elementi certi: c’è un video, girato da un reporter – professionista o free lance non sappiamo, ma non importa – che mostra la sequenza completa del “pestaggio col martello”.

Quel video, che non vediamo l’ora di vedere per intero, secondo la giornalista mostra un poliziotto che si avventura in solitaria contro un gruppetto di manifestanti che si stanno ritirando per cominciare a manganellare due di loro che erano rimasti indietro, infierendo su uno caduto a terra.

A quel punto un gruppetto torna indietro per sottrarre i due compagni alla furia del manganellatore solitario, lo spinge via e solo a quel punto si comincia a veder quel che gira dappertutto – ma opportunamente tagliato – da ieri sera.

La paternità del video “aggiustato” viene rivendicata quasi contemporaneamente dall’ex senatore del Pd, Stefano Esposito (un anti-tav storico anche come autore di fake news, ora disperso in formazioni ignote) e dal ministro della difesa Guido Crosetto, che ne prende spunto per straparlare di “combatterli come le BR”. E dire che Crosetto passava per “quello serio” in una compagine un po’ risibile... 

Ce n’è abbastanza, ci sembra, per vedere la scena in modo un po’ diverso e più simile a quel che vediamo in questa settimane a Minneapolis. Un “agente” che si crede Rambo, ma che nel picchiare i manifestanti sbaglia pesantemente approccio (rimane solo, sconsigliato da tutti i manuali) e viene respinto – in modi altrettanto bruschi, inevitabilmente – da diversi “Alex Pretti” nostrani. Per fortuna di tutti, qui, l’uso delle armi in piazza non è una pratica comunemente ammessa.

Chissà se è a questo che Matteo Salvini pensava quando, straparlando a sua volta, ha detto che “per questa gentaglia il carcere non basta”. Oppure preferisce la tortura?

P.s. Nel frattempo, il poliziotto “ridotto quasi in fin di vita”, è stato dimesso a meno di 24 ore dalla “terribile aggressione”. Giusto il tempo di fare da sfondo per un servizio fotografico con la presidente del consiglio, evidentemente dotata di poteri terapeutici miracolosi (dev’essere per questo che ad un certo angioletto in una chiesa è stato imposta la sua effigie...).

*****

Ieri sera verso la chiusura del giornale, tarda, tanto lavoro, vedo esplodere la storia del “poliziotto martellato”, soprattutto da dopo che Crosetto twitta il video (rubato a un collega di Torino oggi, non citato, non pagato, il logo tagliato) che poi rimbalza ovunque.

La notizia in poco tempo diventa quella principale, oggi ci aprono i giornali, la premier in ospedale a stringere mani, dopo che a Niscemi si è fatta vedere dieci giorni dopo, ma non dalla popolazione per paura di contestazione.

Fortuna vuole che quella scena l’abbia vista con i miei occhi, ero a cinque metri, ancora più vicina del videomaker che si trovava alle mie spalle, in mezzo al corso, diviso dalle barriere del tram. A quel punto della serata gli scontri stavano andando verso la conclusione, i manifestanti si erano dileguati da corso Regina, quello di Askatasuna, dove si sono svolti per la maggior parte, per scappare verso il lungo Dora attraverso i giardinetti che portano al Campus Einaudi.

Migliaia di persone si sono riversate in quel poco spazio e pian piano sono riuscite ad arrivare dall’altra parte, sulla Dora appunto, anche perché le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli, motivo per cui alcuni hanno aperto un varco tra le grate. Il tutto per fortuna si è svolto abbastanza tranquillamente, in molti urlavano di fare piano, con calma e non agitarsi. Nel frattempo continuava incessante il lancio dei lacrimogeni.

In corso Regina ormai erano in pochi. Sono tornata indietro per controllare, si parla di 20-30 persone al massimo. Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata), una ragazza di fianco a me viene colpita, un altro batte sull’angolo del muro e mi sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul corso e mi nascondo tra le auto.

A questo punto vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Sono pronta ad urlare “stampa”, convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre di nero poi.

Uno di questi, esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone, mi pare una avesse un’asta in mano. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde il casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello).

Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, “basta, basta, lasciamolo stare”. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno.

Cosa capiamo quando vediamo un video? Dov’è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte? Ieri sera leggo “il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato”.

Ci sono numerosi video di persone a terra circondate e manganellate quando sono a terra (non finiranno in home page), ho visto teste aperte, labbra spaccate, persone intossicate dal lacrimogeni che hanno vomitato in strada. Almeno in trenta sono andati negli ospedali torinesi, allertati la sera prima, l’ultima volta l’emergenza era stata data nel periodo Covid, per capirci. Molti altri curati sul posto, non si avvicinano ai pronto soccorsi per paura di denunce.

Ora al di là di tutto, questo volevo raccontare, solo perché ero lì, di analisi sulle violenze e il loro significato ne trovate altrove, non aggiungerò altro, possiamo parlarne di persona. La giornata di ieri invece la trovate sul giornale, scritta insieme a Giansandro Merli.

Fonte

01/02/2026

Un’escalation di “sicurezza” per svuotare le piazze

Siamo abituati da decenni ai “due pesi e due misure” applicati dai governi occidentali – tutti, senza eccezione alcuna – quando si tratta di qualificare “atti di violenza”. E non solo quelli, ma ne riparleremo... 

Con un governo post-fascista ma fortemente nostalgico, le cose vanno assumendo contorni decisamente più netti. “Trumpiani”, si potrebbe dire, ossia senza il velo delle “regole democratiche”, dei “diritti umani” a targhe alterne ed altre giustificazioni un po’ fasulle... 

Ieri sera a Torino, dopo una grande e pacifica manifestazione di oltre 50.000 persone (dati ammessi persino da qualche televisione molto mainstream, ma non dalla questura, come al solito), uno sbarramento abnorme di polizia ha impedito al corteo di raggiungere l’oggetto della manifestazione, ovvero la sede sgomberata del centro sociale Askatasuna.

Non stiamo parlando di un “obiettivo sensibile”, di un “centro del potere” da proteggere, ecc., ma di un palazzo vuoto, parzialmente dichiarato inagibile, dal valore – si direbbe nel mondo immobiliarista – puramente “affettivo e simbolico”.

Affetto peraltro testimoniato dagli abitanti del quartiere che hanno scoperto – chi prima, chi solo dopo lo sgombero – che quel luogo era l’unico che fornisse qualche “servizio sociale e culturale” nella zona.

Bene. Sia lo sgombero “natalizio”, sia l’esercito schierato ieri “a protezione dell’immobile”, sono stati due atti di provocazione politica miranti a innescare una risposta già incasellata – secondo facili schemi consolidati – tra gli atti di “guerriglia” e via delirando (chi ha visto qualche guerriglia, in giro per il mondo o anche nell’Italia di qualche decennio fa, sa che non c’è paragone possibile con i fatti di ieri a Torino).

A gettare benzina sul fuoco è arrivato poi anche un video postato dall’ex parlamentare del cosiddetto “partito democratico”, Roberto Esposito, un tempo autodichiaratosi nemico assoluto dei NoTav e massimo amico dei costruttori impegnati a sventrare la Val Susa.

Il video mostra un gruppo di “antagonisti” prendere a calci un poliziotto rimasto isolato nelle cariche, paradossalmente ostacolato nei movimenti da tutte le protezioni che trasformano in robocop le “forze dell’ordine” e quindi finito a terra.

In un attimo tutta la politica e la stampa manistream cancellano manifestazione, ragioni, interessi e obiettivi di una protesta popolare ampiamente partecipata. Tutto quel che c’è da “discutere” è quella scena. Senza un prima, senza storia, senza “ragioni”, cause, azioni e ritorsioni... 

Eppure nella stessa strada, poco prima, era stata registrata una scena assolutamente uguale, ma a parti invertire. Un manifestante caduto a terra, circondato prima da alcuni poliziotti (o carabinieri, non si capisce bene) che lo manganellano ad libitum e poi da uno solo, apparentemente preso da un raptus irrefrenabile.

E, man mano che vengono pubblicati altri video, emergono altri episodi di “pestaggio di gruppo” da parte di agenti contro manifestanti palesemente disarmati. Per esempio questo... 

Persino un innocuo fotografo ha subito la stessa sorte. Forse i poliziotti hanno imparato dall’Idf a Gaza: “niente testimoni”... 

Il pestaggio dell’agente è stato qualificato dalla presidente del consiglio addirittura come “attacco allo Stato”, come supporto all’ennesimo “pacchetto sicurezza” da approvare in tempi rapidi (“un pacchetto sicurezza al giorno leva le proteste di torno”...). Quello dei manifestanti indifesi e senza “protezioni”, quindi sicuramente usciti peggio dal pestaggio, non viene neanche nominato. E nel caso sarebbe rivendicato come “legittimo” (lo hanno detto persino del rapimento di un presidente in carica come Nicolas Maduro).

La conclusione è semplice.

Non conta nulla “l’atto in sé”, ma solo chi lo agisce. Quelli del potere – che sia il governo italico o quello statunitense – sono sempre “giusti” e comunque giustificati. Quelli di chi resiste – la Resistenza è un comportamento vitale – sempre da condannare. Addirittura “terrorismo” (altra parola che si è dimostrata un semplice adesivo da appiccicare ai “nemici”).

È una logica alla “israeliana”. È un salto di qualità nelle pratiche di governo… Un’escalation di “sicurezza” per svuotare le piazze, sapendo bene che non si ha niente da offrire se non bassi salari, pensioni solo alla morte, sanità a pagamento, una scuola-caserma e, sullo sfondo, una bella guerra.

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31/01/2026

Migliaia in piazza con Torino partigiana


Decine di migliaia di persone hanno oggi attraversato Torino, per il corteo chiamato da Askatasuna dopo lo sgombero del 18 dicembre. Erano tre i concentramenti (da Palazzo Nuovo, l’università; da Porta Nuova, dove era presente soprattutto il movimento Notav; e da Porta Susa), una scommessa rischiosa che però è nettamente riuscita, vista la marea di persone presenti.

Già dalla mattina la città è stata militarizzata, come era successo al momento dello sgombero. Una militarizzazione a cui aveva risposto in massa la città nei giorni successivi, con intere famiglie, compresi i bambini, scesi in piazza a difendere il centro sociale. Eppure, Lucia Musti, Procuratrice generale del Piemonte, ha voluto ribaltare i fatti, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario svoltasi il 30 gennaio.

“I torinesi patiscono una limitazione della propria libertà di vita in una città blindata e sotto scacco di pochi e violenti facinorosi”, ha detto all’evento, aggiungendo inoltre che, a suo avviso, esisterebbe “un’area grigia di matrice colta e borghese che ha una benevola tolleranza verso queste manifestazioni”, attaccando in sostanza i “ceti medi” che nella socialità creata dal centro sociale vedono un fattore positivo.

Il dispiegamento repressivo e preventivo ha raggiunto livelli che palesano l’attacco profondo condotto contro il diritto a manifestare e a esprimere dissenso. Stando ai dati forniti dalla questura, sono state 747 le persone identificate a partire già da ieri, con 236 veicoli e persino 4 voli controllati. 24 persone sono state colpite da fogli di via con divieto di ritorno nel comune di Torino, per periodi che variano da 1 a 3 anni, mentre 7 sono i Daspo urbani.

Ad ogni modo, tornando alla manifestazione, i tre cortei si sono mossi in contemporanea verso Piazza Vittorio, dove si sono ricongiunti dietro lo striscione “Askatasuna vuol dire libertà. Torino è partigiana. Contro governo, guerra e attacchi agli spazi sociali”. Parole d’ordine chiare rispetto alle responsabilità politiche di uno sgombero, quello del centro sociale torinese, che è solo un tassello di una deriva più generale di guerra, esterna e interna.

I manifestanti si sono diretti verso Viale Regina Margherita, in Vanchiglia, come già avevano dichiarato di voler fare e dove si trova appunto lo stabile ora sgomberato, in un quartiere ancora militarizzato. Già da Corso San Maurizio un ingente dispositivo poliziesco ha provato a confinare il corteo, chiudendo anche gli accessi ai vicini parchi pubblici. Ma una parte di esso è riuscito ad arrivare deciso nel viale dove c’è lo stabile dell’Askatasuna.

Cercando di avanzare verso l’edificio, è partito il lancio di lacrimogeni e l’uso di idranti mentre dalle prime file del corteo venivano lanciati fuochi d’artificio. Sono seguite cariche della celere, mentre un lacrimogeno (alcuni lanciati anche ad altezza uomo) ha colpito una redattrice di Radio Onda d’Urto, si legge sul loro sito.

I manifestanti hanno resistito, con la polizia che si è mossa anche sulle vie laterali, procedendo con manganelli e fermi. Un corteo fatto da migliaia di persone si è infine ricompattato su Corso Regio Parco, portando a conclusione la manifestazione.

Si segnala una violenta attività delle forze dell’ordine.
Prevedibili e pesanti le dichiarazioni come quella dell’assessora regionale di Fratelli d’Italia, Elena Chiorino, che ha detto: “qui non c’è dissenso, non c’è protesta: ci sono solo odio organizzato e terrorismo politico”. Anche in questo caso, la categoria di “terrorismo” torna ad essere usata per demonizzare chi continua a mobilitarsi da mesi. Ma è merce ormai scaduta...

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25/12/2025

Viva Askatasuna!

di Sergio Fontegher Bologna

Una volta chiamavano Torino la città dell’automobile. Se la definizione era sbrigativa, è pur vero che il settore dell’automotive non solo ha rappresentato storicamente una componente importante dell’occupazione, ma è stato, come dire, un tratto del DNA della città quanto a Genova il know how marittimo-portuale. Dubito però che Genova, se le chiudessero il porto, se ne starebbe zitta e tranquilla. A Torino il buon Elkann e soci chiude il settore automotive e Torino non brucia, anzi si barcamena, s’attacca alle smentite di Stellantis, sembra non avere il coraggio di accettare la realtà. Non contento, il buon Elkann vende il quotidiano “La Stampa”, giornalisti inclusi nel pacchetto, come fossero carne di porco o fazzoletti Tempo. Dimostrando quanta stima avesse il padrone per i suoi servi ubbidienti che poche settimane prima erano stati esaltati come custodi della libertà di stampa, colonne della democrazia, dopo che un gruppo di studenti un po’ vivaci aveva osato buttare all’aria un po’ di carte posate sulle loro scrivanie. Hanno buttato all’aria delle carte, non hanno dato fuoco al palazzo.

A rivederla, questa sequenza, ha del grottesco. Elkann chiude il settore automotive. Non succede nulla. Ragazzi buttano all’aria delle carte nella redazione di un giornale. Apriti cielo! interviene anche Mattarella. Elkann pochi giorni dopo vende quel giornale, una testata che fa parte dell’identità di Torino. Non succede ancora nulla, sì i giornalisti fanno gli offesi (“Come, a noi colonne della democrazia, questa partaccia, sig. Elkann!”) in sostanza tutti zitti, perché è vero che si vende, ma a un amico della Meloni. Qualche giorno dopo dei ragazzi vengono trovati a dormire nel centro sociale Askatasuna. Dormivano, non stavano confezionando ordigni esplosivi. E succede il finimondo, il Ministro dell’Interno scatena le sue truppe, il sindaco con fare solenne indossa la fascia tricolore e dichiara che quei ragazzi non sono più cittadini rispettabili. E quando mai lo sono stati, quando mai lo hanno voluto essere!

Un ricordo personale. Il tema è la Torino-Lione e il movimento di rivolta nella Val di Susa. Una tema che fa parte dell’identità di Askatasuna. Siamo al volgere del secolo, da più di un anno mi hanno inserito in un comitato di esperti che deve tracciare al Ministero le linee guida del nuovo Piano dei Trasporti e della Logistica. Tutto il trasporto merci è di mia competenza, autostrade del mare, trasporto intermodale su rotaia, come si fa a ridurre l’impatto del traffico di camion sulle strade ecc.. Per questo la Torino-Lione non serve, i colleghi che sono responsabili dei problemi infrastrutturali, ambientali, regolativi, sono d’accordo. Diremo diplomaticamente che “non è una priorità”. Il nostro documento va al CIPE, in Parlamento passa con voto bipartisan, ma poco dopo ci sono le elezioni, Berlusconi rivince e il nostro bel Piano finisce nel cestino. Passo dal Ministero alle FS, consulente dell’AD di Trenitalia, e lì ho informazioni di prima mano su come stanno le cose nel traffico merci su ferrovia. Tra tutti i diversi (sono cinque) valichi alpini su rotaia il Fréjus sembra il meno importante rispetto al Gottardo, al Brennero, a Tarvisio e financo Opicina. Prima di lavorare per Trenitalia però mi capita di andare a Torino, per un evento di associazioni d’imprenditori. Ricordo che avevo Pininfarina (buonanima) in prima fila seduto accanto a Virano (buonanima), che è stato per decenni il principale promotore della Torino-Lione. Io faccio il mio ragionamento, la Torino-Lione non serve. E spiego perché. In economia dei trasporti – che io non ho mai studiato ma che mi è stata insegnata dai lavoratori – le caratteristiche del traffico dipendono dalla composizione merceologica dell’interscambio tra due paesi. Tra Francia e Italia c’era molta merce di massa (cereali per esempio), soprattutto in import. Le merci di massa si trasportano su carri particolari ma fanno parte ancora di un’epoca fordista, il trasporto merci del futuro sarà sempre più intermodale (container, casse mobili, semirimorchi) per portare componenti, semilavorati, beni di consumo. Un traffico che ha spedizioni molto più frequenti, dunque il carico sulla linea aumenta. Sul Gottardo, sul Brennero, stava già diventando l’unico traffico, dunque era sotto gli occhi di tutti la tendenza del mercato. È vero che la linea ferroviaria del Fréjus era quasi satura, ma la sua crescita era gestibile, non era necessario fare una nuova linea, con lunghe gallerie e tempi lunghissimi di realizzazione. Se il governo italiano avesse dovuto scegliere quali investimenti erano più urgenti, avrebbe dovuto investire sul Gottardo, sul Brennero, tanto più che Svizzera ed Austria, ben consapevoli dell’evoluzione del mercato, ci sollecitavano a farlo. Mentre ai francesi non importava gran che e nemmeno adesso, dopo vent’anni, hanno fretta di fare la Torno-Lione. Ero andato anche a Parigi, accompagnato da un alto funzionario del CNEL, per capire come la pensavano. Ci ricevettero al Senato nel Jardin du Luxembourg e li trovammo piuttosto freddi.

Dissi queste cose e vidi gli sguardi allibiti di Pininfarina e di Virano, ma ero pur sempre un consulente del Ministero, inghiottirono in silenzio, anzi, Pininfarina mi ringraziò per averli informati su come la pensavano a Roma (magari subito dopo avranno telefonato al Ministro, era Bersani se non sbaglio, “ma che razza di consulente si è preso”?). Passai poco dopo alle FS e lì mi convinsi ancor più di avere ragione. Divenni amico addirittura della funzionaria che aveva la responsabilità della circolazione sulla linea del Fréjus, coi suoi dati di prima mano sbaragliavo qualunque avversario. Come vicepresidente dell’Associazione Italiana di Logistica (per pochi mesi) avevo fatto amicizia coi colleghi tedeschi, erano allora i leader mondiali, mi nominarono socio onorario della loro Associazione. Potevo parlare con il direttore del traffico merci della Deutsche Bahn, coi manager dei più potenti spedizionieri europei, Schenker, Kühne&Nagel, DSV. A quei livelli si decide il mercato, chi li frequenta non ha bisogno di grandi studi. La forza del consulente vero – poi ci sono i faccendieri, ma è un altro discorso – sono le informazioni riservate. Così mi convinsi che la battaglia degli abitanti della Val di Susa era una battaglia sacrosanta, per impedire un’opera inutile o, nel migliore dei casi, non prioritaria. Invece le lobby del cemento, gli sventra-montagne, hanno vinto una volta ancora e il potenziamento del Gottardo e del Brennero lo hanno dovuto fare gli svizzeri e gli austriaci, con gli italiani assenti o a rimorchio.

In Val di Susa questo nostro paese ha rischiato la guerra civile per imporre un’opera inutile e oggi minaccia d’infliggere anni e anni di carcere a chi ha combattuto una battaglia giusta.

Per questo gridiamo “Viva Askatasuna”! Ci sono andato una volta sola a parlare di lotte nella logistica e mi dispiace. Era il tempo del Covid e ci passò davanti un corteo di No Vax, uscimmo per vederli passare, ci fischiarono, un esaltato mi venne quasi addosso, “traditori!”. Tanto per non farmi mancare nulla.

Quando penso alla storia della Torino-Lione mi coglie una tristezza infinita. Gli avversari di allora avevano un’altra statura rispetto alle mezze calzette di oggi. Penso alle merducole di Stellantis, che mettono sul lastrico migliaia di famiglie e si beccano i bonus. Al loro confronto Pininfarina sembra un gigante.

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24/12/2025

Torino, la violenza che non fa notizia

Di fronte a quanto accaduto, colpisce prima di tutto il silenzio. Un silenzio assordante, bipartisan, codardo. Non esiste oggi nessuno schieramento politico che abbia il coraggio di chiamare le cose con il loro nome e di criticare apertamente la violenza e gli abusi delle forze dell’ordine. Nessuno che osi puntare il dito contro il Questore e i dirigenti della Polizia per l’uso sproporzionato di lacrimogeni e idranti: sproporzionato nella quantità, sproporzionato nelle modalità, sparato ad altezza uomo contro una folla eterogenea, composta da migliaia di persone di ogni età.

Un corteo che era stato aperto da famiglie e bambini, trasformato in pochi minuti in una nube tossica di gas CS. Un corteo “affumicato” deliberatamente, a pochi metri da un ospedale, con i gas che sono entrati negli androni dei palazzi, raggiungendo pazienti, anziani, persone che nulla avevano a che fare con la manifestazione. Via Napione, via Vanchiglia, corso Farini: un intero isolato trattato come zona di guerra.

E poi c’è la narrazione tossica, puntuale come sempre. Il corteo che si autodifende per poter continuare a manifestare la propria rabbia e il proprio dissenso contro lo sgombero di un pezzo di quartiere con quasi trent’anni di storia viene raccontato come una minaccia all’ordine pubblico.

La sinistra istituzionale, in particolare, sembra impegnata in una gara grottesca: chi prende per primo le distanze dalla “violenza”, chi condanna più in fretta, chi strizza l’occhio ai titoli dei giornali. Una sinistra che contribuisce, insieme ai soliti media, a distorcere i fatti e a rovesciare la realtà.

La realtà è semplice e viene sistematicamente rimossa: un pezzo consistente di città è contro gli sgomberi dei centri sociali e le militarizzazioni dei quartiere. E l’unica violenza tangibile, quotidiana, strutturale, è quella dello Stato che sfratta, sgombera, arresta, manganella, affama, e approva manovre finanziarie di guerra contro ciò che resta dello stato sociale.

Sì, due cassonetti sono stati bruciati. Ma quei cassonetti hanno preso fuoco dopo l’ondata di lacrimogeni, come tentativo disperato di arginare le cariche contro persone inermi. E da lì, come sempre, si è levato rapido e compatto il coro “contro la violenza”. Un discorso solido, rassicurante, perfetto per i salotti televisivi.

Faceva un certo effetto leggerlo sui media nazionali mentre, in strada, ragazze e ragazzi correvano lungo il corteo distribuendo Malox, aiutando giovani e anziani con gli occhi bruciati, spaesati, terrorizzati. Faceva un certo effetto scoprirsi improvvisamente “delinquenti” o “anarchici” sulle pagine dei giornali, quando l’unica cosa che si stava facendo era prendersi cura gli uni degli altri.

Una parte del corteo è arrivata fino alla Gran Madre, occupandone le scalinate. Un gesto simbolico, potente, per ribadire l’esigenza di difendere spazi di cultura, di aggregazione sociale, di conflitto e di pensiero.

Intorno, una città militarizzata: ponti sul Po bloccati da camionette, blindati ovunque, agenti con gli scudi alti. Tutto questo per prevenire ciò che in una democrazia dovrebbe essere normale: una manifestazione di dissenso collettivo.

E allora la domanda è inevitabile: repressione di cosa? Di cosa si ha così tanta paura? Di una storia, di un’esperienza, di una realtà che ha sempre cercato il radicamento nel territorio, il confronto con i bisogni reali, la costruzione di visioni alternative di presente e di futuro. Visioni che non possono essere isolate, che si intrecciano con altre lotte – dalla Val di Susa alla Palestina – perché il futuro o è collettivo, o non è.

Chi usa idranti e manganelli, chi blocca le stazioni, chi perquisisce “a sensazione”, chi rende pericoloso persino criticare tutto questo, sa bene cosa sta facendo. E sa bene che di queste pratiche non si parla: non nei giornali di destra, ma neppure in quelli che si definiscono progressisti.

Nessuno spende una parola per la ragazza di Bologna che ha perso un occhio per un lacrimogeno sparato ad altezza persona. Nessuno per il giovane di Roma, anche lui ha perso un occhio perchè colpito dal violento getto d’acqua degli idranti. Vittime collaterali, cancellate.

Forse allora è il momento di rovesciare il tavolo e ragionare davvero su cosa sia la violenza. La società in cui ci costringete a vivere è violenza. Il riarmo, le guerre, i genocidi sono violenza. Le discriminazioni, le disuguaglianze sociali, il sistema economico che le produce sono violenza. Il lavoro precario e in nero è violenza. Il ricatto tra salute e lavoro è violenza. Costringere a migrare e lasciare morire è violenza.

Il controllo tecnologico, la devastazione ambientale, lo sgombero degli spazi, buttare persone per strada: tutto questo è violenza. La repressione che si abbatte su di noi è violenza. E anche la paura, la paura con cui ci tenete sottomessi, è violenza.

Per questo non venite a parlarci di violenza. Non quando resistiamo, in modo imperfetto e umano, a una minima parte della violenza su cui avete costruito queste società misere. Non quando difendiamo spazi, relazioni, possibilità di vita. Quella non è violenza: è sopravvivenza, è dignità, è lotta.

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21/12/2025

Manifestazione per Askatasuna. Un fiume di solidali non ha ceduto alla repressione

Ieri migliaia e migliaia di persone sono scese in piazza in solidarietà con il centro sociale Askatasuna, sgomberato giovedì 18 dicembre, dopo 30 anni di attività sul territorio, fianco a fianco delle fasce marginalizzate della popolazione, dimenticate dalle istituzioni. La città di Torino non se n’è dimenticata, e il sostegno del quartiere e della cittadinanza intera è stato massiccio.

Lo sgombero è avvenuto in maniera pretestuosa, e all’interno dell’edificio salvato dall’abbandono non è stato trovato nulla che potesse giustificare un dispiegamento militare come quello di giovedì scorso. Soprattutto, nulla che potesse far stracciare il patto che il Comune stava portando avanti con un comitato di garanti per la realizzazione di un progetto sui beni comuni che coinvolgeva lo stabile.

Il paradosso della guerra portata in casa, è stato rotto da una fiume di gente che si è invece esposta in solidarietà di Askatasuna. Un massa di persone che ha rotto la narrazione che quasi tutti i media hanno provato a raccontare, ovvero quello di un “centro di criminalità” che era un pericolo per la cittadinanza.

Davanti alle famiglie e ai bambini del quartiere in prima fila, il campo largo, schieratosi apertamente per la repressione poliziesca, è andato in panne. Il sindaco Lo Russo, che si era affrettato a dichiarare il patto col comitato dei garanti decaduto, si è trovato costretto a tornare frettolosamente e goffamente sui suoi passi, affermando: “crediamo ancora oggi nel percorso del patto per Askatasuna”.

Nel frattempo, però, ha lasciato campo libero alla trasformazione della sua città in un campo di battaglia contro la popolazione in protesta. Ormai Piantedosi e il ministero dell’Interno aveva deciso che Askatasuna doveva diventare un modello repressivo per ogni manifestazione di dissenso, e non poteva fare un passo indietro, a differenza del sindaco.

Le autorità hanno alzato la tensione quando hanno deciso di bloccare i manifestanti per impedire loro di avvicinarsi allo stabile sgomberato, e lo hanno fatto con cariche, idranti e alcuni lacrimogeni sparati ad altezza uomo, contro ogni indicazione dei manuali di gestione dell’ordine pubblico. La manifestazione ha reagito senza farsi intimidire, nonostante l’intento evidente della violenza poliziesca, contro ogni legge, fosse quello di ferire, cosa che la marea di gente non ha permesso accadesse.

La discrepanza tra il racconto del “pericolo” Askatasuna e la solidarietà di massa che ha ricevuto il centro sociale, la mancanza di misura e di proporzionalità tra il dispiegamento e l’azione poliziesca da una parte e il carattere popolare della protesta dall’altra esprimono una faglia che non è passata inosservata al sindaco, e potrebbe mettere in difficoltà anche la tranquillità con cui il governo sperava di far passare la guerra interna contro i lavoratori e ogni esperienza di socialità e politica non allineata con la deriva autoritaria e bellicista della UE.

Ora, la solidarietà ai manifestanti colpiti dalla repressione non può mancare, e la resistenza, così come lo sviluppo di un percorso di lotta e di opposizione che colga i segnali della piazza di ieri, devono essere rafforzati, a Torino come nell’intero paese.

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19/12/2025

Torino, laboratorio di un modello repressivo che il governo vorrebbe generalizzare

Alla fine dentro Askatasuna sgomberato ieri c’erano ben sei attivisti e due gatti. Tanto è bastato come pretesto alla polizia per sgomberare e murare lo storico centro sociale di Torino. Il ministro degli Interni Piantedosi e tutta la destra esultano per lo sgombero e lo rivendicano come modello da replicare in tutto il paese, mentre il Comune si è reso complice mettendo fine al percorso di regolarizzazione dello spazio sociale.

Il fatto che dentro Askatasuna dormissero sei persone in una parte definita inagibile del palazzo, è stato il pretesto che ha fatto saltare il patto del Comune con un comitato di garanti per un progetto sui beni comuni.

Proprio uno dei garanti, Giorgio Cremaschi, così ha commentato: “Lo sgombero del centro sociale, di cui sono orgoglioso di essere garante, è espressione della politica di guerra e di sostegno a Netanyahu del governo, della UE e della NATO. Il fascismo di Stato viene alimentato e rafforzato da queste politiche violente e reazionarie che si diffondono in tutto l’Occidente e che colpiscono prima di tutto il movimento per la Palestina e la lotta contro il riarmo e la guerra”

Cremaschi non risparmia critiche al Comune di Torino: “Ad agevolare l’operazione ci ha pensato la giunta comunale del sindaco Lo Russo (PD), il quale, appena è partita l’operazione, ha trovato un pretesto per ritirare il patto per il bene comune, un vero e proprio atto di viltà istituzionale”.

È lo stesso comunicato diffuso dalla Questura di Torino ad ammettere che la gigantesca operazione di polizia ha portato al ritrovamento di ben poca cosa dentro il centro sociale. “Le perquisizioni, finalizzate all’acquisizione di elementi utili all’accertamento delle responsabilità in ordine ai reati ipotizzati (violenza privata, lesioni personali aggravate, interruzione di pubblico servizio, danneggiamento aggravato, violenza e resistenza a p.u. aggravata, blocco stradale in concorso), eseguite nel rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento, hanno consentito di sequestrare dispositivi elettronici, capi d’abbigliamento utilizzati durante le azioni violente, fumogeni”.

Insomma hanno trovato qualche computer, qualche fumogeno e capi di abbigliamento, come noto tutti strumenti di “altissima pericolosità sociale”.

“È importantissimo difendere l’Askasatuna ma non è il centro di tutto, come spacciano i politicanti di destra. Ormai c’è un’articolazione anche nelle università, nelle scuole, nei territori e nel sociale, che spinge a livelli di mobilitazione che vanno ben oltre le quattro mura del centro sociale Askasatuna, che oggi viene messo sotto attacco” – ha commentato ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Giorgio Rossetto, storico compagno torinese dell’Askatasuna e del movimento No Tav – “Spero che la risposta sia adeguata e mi sembra che la scelta della questura di fare prima delle feste natalizie questa operazione sia un po’ avventata; c’è la possibilità di tenere il fiato sul collo, in modo che sia lo stesso fiato sul collo che si tiene sulle montagne della Val Susa, ai cantieri, e penso che ci siano i margini anche nella zona di Vanchiglia, la zona dell’Askasatuna, per poter lavorare ad un logoramento dello schieramento avversario”.

Nel pomeriggio di ieri migliaia di persone sono arrivate in corso Regina Margherita da tutta Torino per solidarizzare con il centro sociale Askatasuna e protestare contro lo sgombero. Così come nella mattinata la polizia è nuovamente intervenuta con due camion con gli idranti contro il corteo.

Per sabato pomeriggio alle 14:30 è stato convocato un corteo cittadino che partirà da Palazzo Nuovo in solidarietà con l’Askatasuna, si prevede anche qui la partecipazione di migliaia di persone.

Torino da tempo è diventata il laboratorio delle politiche repressive statali, un modello che potremmo definire più sabaudo-bonapartista che fascista. Perfettamente funzionale alla fase storica che stiamo attraversando.

A Torino si muovono di concerto una Procura che da sempre si accanisce con sistematicità – e con forzature giudiziarie ampiamente documentate – contro gli attivisti, un nuovo questore appena arrivato ma con indicazioni dall’alto ben precise, una convergenza politica bipartisan tra destra e Pd che non è mai venuta meno, una scorta mediatica a tutto questo – di cui La Stampa è sempre stata uno strumento decisivo – ma che si è scontrata negli anni con una conflittualità sociale diffusa e ripetuta che ha fatto di questa città una delle piazze più movimentate del paese.

Del resto anche l’Autunno Caldo operaio del ‘69 ebbe la sua anticipazione proprio a Torino, nel 1962 a Piazza Statuto. Forse sono proprio questi i fantasmi che gli apparati di potere intendono esorcizzare con la repressione più stupida e brutale.

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05/02/2024

Askatasuna, per gli attivisti arrivano le misure cautelari

A tre giorni dall’approvazione della delibera della giunta di Torino che avvia il percorso per riconoscere l’immobile di corso Regina Margherita 47, occupato da Askatasuna, come «bene comune», mentre monta un’accesa polemica politica, arriva la notifica di 12 misure cautelari per altrettanti attivisti dello «spezzone sociale» (per la maggior parte militanti del centro sociale), relativamente agli scontri con le forze dell’ordine avvenuti durante il corteo del primo maggio 2022.

La richiesta dei pm Davide Pretti ed Enzo Bucarelli risale al 13 febbraio di un anno fa, la firma della gip Roberta Cosentini è arrivata il 31 gennaio, un giorno dopo la delibera, riducendo però l’entità delle misure cautelari: per due degli indagati la Procura chiedeva il carcere, per tre i domiciliari, per altri 15 misure minori.

Ora, l’ordinanza dispone tre obblighi di dimora nel comune di domicilio, di cui per due con presentazione quotidiana alla polizia giudiziaria, quattro divieti di dimora a Torino, cinque obblighi di presentazione quotidiana in commissariato.

Askatasuna parla esplicitamente di «giustizia a orologeria»: «Ci sembrano quanto mai sospette le tempistiche di questa operazione, più mediatica che repressiva».

Il centro sociale mette in sequenza le date e aggiunge: «A parte il solito abuso dello strumento cautelare, sembra proprio strano che un’ordinanza, rimasta nel cassetto per un anno, venga firmata proprio il giorno dopo che viene deliberato l’inizio al percorso che vedrebbe Askatasuna diventare bene comune». Infine, il centro sociale coglie «l’occasione per ribadire che il primo maggio è di tutti e tutte».

L’inchiesta riguarda gli incidenti avvenuti in occasione del corteo della festa dei lavoratori di due anni fa, i reati contestati a vario titolo sono resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. L’indagine si sofferma in particolare sui momenti di tensione in via Roma quando le forze dell’ordine impedirono l’entrata dello «spezzone sociale» in piazza San Carlo, durante i comizi dei sindacati confederali.

Nell’ordinanza la gip si trova, però, in disaccordo con la procura rispetto alla posizione dei «leader del centro sociale», che – sostiene dopo aver esaminato le carte – non avrebbero partecipato agli scontri e avrebbero cercato il dialogo con la polizia.

Ieri, il centrodestra con consiglieri e parlamentari si è raccolto in presidio sotto Palazzo Civico per chiedere il ritiro della delibera: «È uno schiaffo ai cittadini».

Contro la decisione della giunta di centrosinistra anche i sindacati di polizia Sap, Siulp e Fnp: «Askatasuna invece di essere sgomberata sarà legalizzata. Vorrà dire che in futuro per ogni sassolino che ci sarà lanciato addosso, o per ogni vetrina frantumata, faremo partire azioni legali considerando il sindaco e il comune responsabili civilmente».

Fa eco il sottosegretario agli Interni Molteni (Lega): «Legittimare, legalizzare o peggio ancora premiare chi in questi anni si è macchiato di atti di violenza e aggressioni e intimidazioni nei confronti delle forze di polizia è inaccettabile».

L’assessore regionale Maurizio Marrone (FdI) attacca l’amministrazione comunale: «L’operazione di polizia odierna contro Askatasuna ha calato la maschera alla legalizzazione preparata dal sindaco Lo Russo».

Invita, invece, a slegare il percorso di coprogettazione relativo allo stabile di corso Regina 47 dalle azioni della magistratura il sindaco di Torino Stefano Lo Russo: «È mio costume non commentare le azioni condotte dalla magistratura o il tempismo di queste azioni, non ho gli elementi per potermi esprimere. Il nostro è un percorso che, come è scritto anche nelle carte che invito tutti a leggere prima di commentare soprattutto chi sta strumentalizzando un po’ questa questione per ragioni politiche, prescinde dalle azioni di contrasto messe in campo dalla magistratura. E ribadisco la ferma condanna di qualunque atto violento e l’esigenza di perseguire chi ha commesso reati».

Giovedì il sindaco aveva spiegato che «in questi mesi di preparazione la città ha informato passo passo il prefetto, il questore e la procura».

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27/12/2023

“Idea” della Cassazione: Askatasuna uguale lotta armata

La Cassazione interpreta, diciamo così, il pensiero dei militanti del centro sociale torinese Askatasuna e confermando le misure cautelari decise prima dal gip poi dal Riesame in un processo per associazione per delinquere e scontri con le forze dell’ordine dice che alcuni imputati “coltivano propositi di lotta armata”.

Nemmeno i pm erano arrivati a tanto, la Cassazione sì. I magistrati dell’accusa avevano parlato di iniziative violente, ma mai di azioni o attentati diretti contro singole personalità dello Stato o istituzioni.

Si trattava di decidere sul ricorso di due imputati contro la misura dell’obbligo cautelare di presentazione alla polizia giudiziaria.

La tesi della Suprema Corte è che un gruppo ristretto di attivisti stia portando avanti “un piano criminoso” con attacchi ai cantieri dell’alta velocità, lanci di petardi, artifici pirotecnici a mo’ di armi.

La Cassazione parla di lotta armata. “Secondo quanto emerso da intercettazioni e dalla di disamina degli atti letti in chiave cronologica detta finalità si identifica nello lotta armata mediante la preordinata provocazione di contrasti con le forze dell’ordine”.

Dice Claudio Novaro, uno degli avvocati difensori: “In tutto il processo non si parla di lotta armata, non si capisce come la Cassazione sia potuta arrivare a tale argomento. La Cassazione è giudice di legittimità e non di merito.

Io avevo proposto 130 pagine di motivazione criticando le scelta del Tribunale sulle misure cautelari. La Cassazione sul punto non dice niente e se ne viene fuori con una invenzione di sana pianta su un argomento non al centro del processo”.

Il processo che riprenderà a settembre riguarda 26 attivisti alcuni dei quali rispondono di associazione per delinquere. La motivazione della Cassazione sulle misure cautelari, nel caso due e nemmeno relative alla custodia in carcere, alzando il tiro in modo quantomeno spropositato tende chiaramente a influenzare i giudici del processo in corso a condizionarne quella che sarà la decisione finale.

A parlare di terrorismo in relazione alle lotte dei NoTav ricordiamo ci aveva già provato la procura di Torino (teorema Caselli) in relazione al compressore bruciacchiato del cantiere di Chiomonte, riportando brucianti sconfitte sia a livello di misure cautelari sia a livello di sentenza di merito soprattutto in Cassazione.

Adesso invece è la Cassazione a voler vedere a tutti i costi propositi di lotta armata senza fare alcun riferimento a pezze di appoggio per una accusa così pesante. Insomma pare siano proprio gli ermellini ad avere nostalgia degli anni ‘70 a cercare di creare un clima che rispetto alla realtà attuale dello scontro sociale sembra assurdo e irreale.

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31/10/2023

Askatasuna, sei misure cautelari

Un anno fa, alla vigilia dell’inizio processo per associazione a delinquere, una grande festa di strada si strinse attorno al centro sociale Askatasuna di corso Regina Margherita 47. Una voce scomoda e una presenza attiva in oltre 25 anni di lotte sociali sul territorio, da Torino alla Val Susa.

In questi mesi il dibattimento è proseguito e ieri, all’alba, gli agenti della Digos hanno notificato sei misure cautelari (obblighi di firma) ad altrettanti militanti del centro sociale. I provvedimenti arrivano dopo la pronuncia della Cassazione sul reato associativo a seguito di una serie di ricorsi.

Per la Cassazione, Askatasuna, avrebbe creato, soprattutto in Val di Susa, un vero e proprio «laboratorio di sperimentazione» per quanto riguarda le violenze, confermando così la sussistenza di «un’organizzazione stabile che ha dimostrato di essere operativa in più settori sociali».

Nel dossier dell’inchiesta coordinata dalla pm Manuela Pedrotta si evidenzierebbe il ruolo di regia che il centro sociale avrebbe e, per motivarlo, si fa cenno ai tentativi di egemonizzazione del movimento No Tav, degli ambientalisti di Fridays for Future e di altre mobilitazioni sociali.

Askatasuna rigetta l’accusa definendola «un castello di carta» e sui social scrive: «Una ricostruzione folle che ha il solo obiettivo di cancellare queste esperienze sociali e di lotta, facendo tabula rasa dell’esistente ponendo già le basi per renderle irriproducibili nel futuro».

Sempre ieri, in concomitanza con la notizia dell’applicazione delle misure cautelari, sono ripresi gli attacchi politici nei confronti del centro sociale torinese.

Il presidente del consiglio regionale, il leghista Stefano Allasia, ne chiede lo sgombero «senza tentennamenti» annunciando di stare preparando un ordine del giorno sul tema. La senatrice di Fratelli d’Italia Paola D’Ambrogio definisce Askatasuna «un vero e proprio laboratorio di criminalità».

Il centro sociale al proposito sottolinea: «Le pressioni politiche che vanno nella direzione dello sgombero, si inseriscono nella dinamica processuale, che non è ancora conclusa e non vi è ancora alcuna sentenza. Parlano dell’esito della Cassazione come se si trattasse della sentenza finale in primo grado. Non è così, il processo non è ancora finito e staremo a vedere come proseguirà».

È intervenuta anche la consigliera regionale di Unione Popolare, Francesca Frediani: «Le misure cautelari aggiungono – ha dichiarato – un’ulteriore pagina di repressione in questa lunga storia che la magistratura torinese sta scrivendo, la direzione è sempre la stessa: demonizzare il centro sociale e i suoi attivisti e contemporaneamente criminalizzare la lotta No Tav».

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16/05/2020

Né eroina né polizia. Solidali col centro sociale Askatasuna

Come collettivo GCS condividiamo una sede con Potere al Popolo in una piazza del centro storico accanto a vie dove lo spaccio di sostanze stupefacenti è la regola quotidiana. Facciamo attività politica e sociale in pezzo di quartiere dove abitano cittadini di tutte le provenienze, un pezzo di Genova proletaria e multietnica dove i cittadini hanno il diritto a vivere in un ambiente accogliente, pulito e dove far prosperare una socialità e un insieme di relazioni dignitoso.

Non è questa la sede per esprimere giudizi sull’uso delle droghe, nemmeno di quelle pesanti come l’eroina. Siamo militanti politici e ci occupiamo di questioni collettive e non personali sulle quali non entriamo.

È però curioso che una delle zone più controllate della nostra città con decine di telecamere e sbirri continuamente a passeggio per le strade sia uno dei più grandi supermarket dell’eroina in città. Evidentemente, le retate periodiche nelle quali si arrestano poveri cristi che spacciano per strada corrispondono a una scelta politica ben precisa, quella di far finta di combattere lo spaccio lasciando ben tranquilli i protagonisti del commercio che tanto, la manodopera per i lavori sporchi, la possono cambiare in pochi minuti. E confinare lo spaccio in recinti ben precisi creando veri e propri ghetti dove poi far giungere assessori con telecamere al seguito in modo da mettere in scena la caccia allo straniero di turno promettendo una lotta al degrado che non arriva mai.

Per quel che ci riguarda il problema non si risolve in questo modo. Pensiamo però che uno dei nostri ruoli sia quello di vivere insieme ai lavoratori e alle famiglie del quartiere, a contatto con problemi che sono loro e nostri e lavorare in modo da combatterli insieme.

Attraverso il controllo popolare e non attraverso repressioni inutili e dannose che non risolvono alcun problema e aggravano solo la situazione.

Per questo siamo solidali con chi lavora in questo modo proteggendo i propri spazi e i luoghi dove opera da comportamenti dannosi che colpiscono solo le fasce più deboli della società.

Che tutto questo venga trattato come aggressione immotivata e sia motivo per imbastire campagne propagandistiche contro attivisti sociali e politici non ci sorprende ma ci disgusta.

Solidarietà quindi ai compagni torinesi e al centro sociale Askatasuna.

Collettivo Comunista Genova City Strike

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13/07/2018

Solidarietà ai compagni dell’Askatasuna!


Questa mattina all’alba con un imponente spiegamento di forze la polizia ha fatto irruzione all’Askatasuna e nelle case di alcuni compagni, eseguendo 19 provvedimenti cautelari per i fatti del primo maggio 2017, quando la polizia caricò in modo preventivo e gratuito lo spezzone sociale del corteo.

Crediamo che l’operazione della questura di Torino rientri a pieno titolo nella stretta repressiva a cui assistiamo da oltre un anno a questa parte, promossa prima da Minniti e ora con convinzione portata avanti da Salvini e dal governo gialloverde. In presenza di una crisi sistemica e di un conseguente peggioramento delle condizioni di vita delle classi popolari che non può trovare soluzione, senza alcuna volontà di rompere con le politiche di austerità e i vincoli di bilancio dell’Unione Europea, i governi accentuano la repressione contro il disagio sociale (es. daspo urbano e analoghi provvedimenti) e contro chi pratica il conflitto sociale.

Stabilita la continuità di fondo della stretta repressiva, dobbiamo anche sottolineare che la portata dell’operazione ci sembra segnalare un salto di qualità della repressione, da ricondurre al peso di Salvini e della Lega all’interno del governo Conte. Quest’ultimo si è ampiamente messo in linea con i governi precedenti sui temi di politica economica, come testimoniato dai numerosi interventi del Ministro dell’Economia Tria in queste settimane, rassicurando l’Unione Europea e gli investitori internazionali; allo stesso tempo, Salvini e la Lega si stanno giocando la loro partita all’interno degli equilibri di governo puntando a tenere il consenso di parte dell’elettorato fomentando la guerra tra poveri, la caccia al migrante e al rom, la repressione dei militanti politici e sociali: tutte parti integranti di una stessa linea politica.

Tutto ciò deve mettere in guardia tutti coloro che si battono per una trasformazione sociale a beneficio delle classi popolari e lavoratrici, e deve spingere a rafforzare le mobilitazioni contro la repressione, senza mai dimenticare il collegamento tra questa e le politiche di austerità.

SOLIDARIETÀ ALLE COMPAGNE E I COMPAGNI COLPITI DALLA REPRESSIONE!

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