Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/02/2026

Intifada a Torino

di Sergio Fontegher Bologna

La manifestazione nazionale di Torino per Askatasuna, che poteva tradursi in un ulteriore momento di crescita e di graduale unificazione, ha segnato invece un punto di arresto e di contrasti interni. Non è la prima volta e non sarà l’ultima. In genere, dopo questi episodi, c’è il rischio di un avvitamento del dibattito, mentre la reazione impazza perché può permettersi ulteriori giri di vite. Per evitare la paralisi, bisogna alzare lo sguardo e guardarsi attorno.

Punto primo: Torino è un epicentro del disastro industriale italiano, disastro che oggi sta arrivando a un punto di svolta e nessuno pare accorgersene: quel formidabile strumento, l’ammortizzatore chiamato Cassa Integrazione, che ha consentito di far passare quasi inosservata la trasformazione dell’Italia da paese industriale a paese di grandi eventi e di schiavismo, non funziona più. Se una fabbrica, se un’azienda, sono in crisi, si tratta di solito sul monte ore di CIG, poi si riprende, lasciando per strada sempre qualcosa. Così si è andati avanti finora. Oggi si chiude, e basta. E la reazione operaia e sindacale non c’è e se anche ci fosse, avrebbe scarsa visibilità.

Ma non è questo il punto. Il problema è che una cultura, una civiltà del conflitto se ne sta andando, assieme all’Italia industriale. Il 31 gennaio questo è venuto alla luce.

Punto secondo: Torino è anche un epicentro del sistema informativo ed editoriale italiano. Che cosa ne resta? La vicenda de La Stampa è significativa, era una potenza, poi è scaduta ma restando ancora un pilastro del potere, poi è diventata un pilastrino e adesso fa quasi tenerezza vedere come se la rimpallano i padroni: “Dài prendila tu!”, “Grazie non m’interessa”. La Torino che invoca l’ordine, una Torino che non ha connotati di classe, socialmente simile a quella che negli USA sta con Trump, non sembra dolersene. Se muore l’industria, può anche andare in pensione La Stampa. La massa indistinta che chiede ordine è oltre il capitalismo, perché il capitalismo dice che se sarai bravo starai meglio. Questi sanno di non poter mai star meglio, a loro basta veder messi in galera quelli di Askatasuna.

Punto terzo. Qui è la procuratrice generale del Tribunale di Torino a parlare: “sempre più imprese ricorrono alle cosche mafiose per appaltare servizi di logistica, di security, di smaltimento rifiuti e di recupero crediti”. Finita la manfrina che i poveri imprenditori sono taglieggiati dalla mafia. Imprese, anche multinazionali, chiedono aiuto alla mafia per pagar meno la gente. E nessuno fa qualcosa perché ciò non accada, men che meno Confindustria.

In questo quadro di generale declino, così simile a tante altre città italiane – alcune messe molto peggio, come Milano – avviene un fatto nuovo, un qualcosa che squarcia l’atmosfera asfittica: il movimento trasversale per fermare lo sterminio del popolo palestinese. Sembra a prima vista un movimento capace di realizzare una saldatura con le generazioni dei centri sociali, generazioni al plurale, perché alcuni hanno ormai i capelli bianchi e altri hanno vent’anni. La spinta di questo movimento suscita una disponibilità all’opposizione che si manifesta proprio in difesa di Askatasuna, incrina la compattezza di chi invoca l’ordine, contagia chi si oppone alla censura di certi intellettuali, rilancia le occupazioni dell’Università, risveglia un certo interesse per la condizione operaia, per il precariato. Insomma, sembrano venire a galla tante cose in grado alla fine di cambiare le carte in tavola, di pulire l’aria che si respira, di rendere meno facile la logica Piantedosi. Sembra di assistere a quel fenomeno rarissimo della ricomposizione, ossia del convergere spontaneo di tante resistenze in un unico fronte, dove il comportamento pacifico è segno di forza, non di paura. Pacifico non significa inerme, se uno pensa ai siderurgici genovesi. Almeno, questo è il tipo di interpretazione proprio di quella cultura del conflitto, che affonda le sue radici nella tradizione socialista e comunista, nella soggettività operaia degli anni '70, cioè in tutte le visioni che hanno nel loro orizzonte una possibile riuscita, una vittoria, e sanno di non doverla sprecare con forzature.

Tutto questo s’infrange con gli scontri del 31 gennaio?

Meloni è già a Torino la mattina dopo. Chiede ai magistrati di procedere per tentato omicidio. La scena di un gruppo di persone che menano un poliziotto a terra, che cerca di ripararsi la testa dai colpi, ricorda le migliaia di volte che abbiamo visto immagini simili di gruppi di poliziotti accanirsi su manifestanti isolati. Forse non le conviene.

Nel campo di coloro che si erano decisi a scendere in piazza prima per la Palestina e poi anche per Askatasuna, e a maggior ragione nel campo cosiddetto “antagonista”, non sembra regnare chiarezza, perché ormai le due culture del conflitto, quella della ricomposizione e quella che ha come modello l’intifada non riescono a convivere. La forma del conflitto, la forma della protesta di piazza, corrispondono sempre a una determinata cultura e ci sembra di poter dire che l’intifada non prevede un processo di crescita né ha orizzonti di vittoria. È una testimonianza, un urlo di rabbia e di dolore. L’intifada importata poi, sradicata dal contesto palestinese, è ancora più spoglia di visione strategica, sia pure di brevissimo termine. Ma rientra in problematiche che i movimenti rivoluzionari conoscono da decenni, almeno dagli Anni Sessanta, si pensi alla “teoria dei fuochi” di un certo guevarismo rispetto a una lotta di popolo di lunga durata. Per questo l’intifada importata non si può liquidare con il termine di provocazione, anche se la provocazione fa parte del gioco. È qualcosa che le proteste di piazza si porteranno dietro ancora a lungo. Perché le proteste, malgrado l’aumento della pressione repressiva, continueranno. Per la semplice ragione che questo Paese slitta verso l’abisso come le case di Niscemi. E il governo Meloni non è in grado di fermare la crisi, anche volendo, perché le forze che ci stanno dietro sono sovrastanti, sono le forze dell’alta finanza. Loro son capaci soltanto di partorire decreti sicurezza.

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25/12/2025

Viva Askatasuna!

di Sergio Fontegher Bologna

Una volta chiamavano Torino la città dell’automobile. Se la definizione era sbrigativa, è pur vero che il settore dell’automotive non solo ha rappresentato storicamente una componente importante dell’occupazione, ma è stato, come dire, un tratto del DNA della città quanto a Genova il know how marittimo-portuale. Dubito però che Genova, se le chiudessero il porto, se ne starebbe zitta e tranquilla. A Torino il buon Elkann e soci chiude il settore automotive e Torino non brucia, anzi si barcamena, s’attacca alle smentite di Stellantis, sembra non avere il coraggio di accettare la realtà. Non contento, il buon Elkann vende il quotidiano “La Stampa”, giornalisti inclusi nel pacchetto, come fossero carne di porco o fazzoletti Tempo. Dimostrando quanta stima avesse il padrone per i suoi servi ubbidienti che poche settimane prima erano stati esaltati come custodi della libertà di stampa, colonne della democrazia, dopo che un gruppo di studenti un po’ vivaci aveva osato buttare all’aria un po’ di carte posate sulle loro scrivanie. Hanno buttato all’aria delle carte, non hanno dato fuoco al palazzo.

A rivederla, questa sequenza, ha del grottesco. Elkann chiude il settore automotive. Non succede nulla. Ragazzi buttano all’aria delle carte nella redazione di un giornale. Apriti cielo! interviene anche Mattarella. Elkann pochi giorni dopo vende quel giornale, una testata che fa parte dell’identità di Torino. Non succede ancora nulla, sì i giornalisti fanno gli offesi (“Come, a noi colonne della democrazia, questa partaccia, sig. Elkann!”) in sostanza tutti zitti, perché è vero che si vende, ma a un amico della Meloni. Qualche giorno dopo dei ragazzi vengono trovati a dormire nel centro sociale Askatasuna. Dormivano, non stavano confezionando ordigni esplosivi. E succede il finimondo, il Ministro dell’Interno scatena le sue truppe, il sindaco con fare solenne indossa la fascia tricolore e dichiara che quei ragazzi non sono più cittadini rispettabili. E quando mai lo sono stati, quando mai lo hanno voluto essere!

Un ricordo personale. Il tema è la Torino-Lione e il movimento di rivolta nella Val di Susa. Una tema che fa parte dell’identità di Askatasuna. Siamo al volgere del secolo, da più di un anno mi hanno inserito in un comitato di esperti che deve tracciare al Ministero le linee guida del nuovo Piano dei Trasporti e della Logistica. Tutto il trasporto merci è di mia competenza, autostrade del mare, trasporto intermodale su rotaia, come si fa a ridurre l’impatto del traffico di camion sulle strade ecc.. Per questo la Torino-Lione non serve, i colleghi che sono responsabili dei problemi infrastrutturali, ambientali, regolativi, sono d’accordo. Diremo diplomaticamente che “non è una priorità”. Il nostro documento va al CIPE, in Parlamento passa con voto bipartisan, ma poco dopo ci sono le elezioni, Berlusconi rivince e il nostro bel Piano finisce nel cestino. Passo dal Ministero alle FS, consulente dell’AD di Trenitalia, e lì ho informazioni di prima mano su come stanno le cose nel traffico merci su ferrovia. Tra tutti i diversi (sono cinque) valichi alpini su rotaia il Fréjus sembra il meno importante rispetto al Gottardo, al Brennero, a Tarvisio e financo Opicina. Prima di lavorare per Trenitalia però mi capita di andare a Torino, per un evento di associazioni d’imprenditori. Ricordo che avevo Pininfarina (buonanima) in prima fila seduto accanto a Virano (buonanima), che è stato per decenni il principale promotore della Torino-Lione. Io faccio il mio ragionamento, la Torino-Lione non serve. E spiego perché. In economia dei trasporti – che io non ho mai studiato ma che mi è stata insegnata dai lavoratori – le caratteristiche del traffico dipendono dalla composizione merceologica dell’interscambio tra due paesi. Tra Francia e Italia c’era molta merce di massa (cereali per esempio), soprattutto in import. Le merci di massa si trasportano su carri particolari ma fanno parte ancora di un’epoca fordista, il trasporto merci del futuro sarà sempre più intermodale (container, casse mobili, semirimorchi) per portare componenti, semilavorati, beni di consumo. Un traffico che ha spedizioni molto più frequenti, dunque il carico sulla linea aumenta. Sul Gottardo, sul Brennero, stava già diventando l’unico traffico, dunque era sotto gli occhi di tutti la tendenza del mercato. È vero che la linea ferroviaria del Fréjus era quasi satura, ma la sua crescita era gestibile, non era necessario fare una nuova linea, con lunghe gallerie e tempi lunghissimi di realizzazione. Se il governo italiano avesse dovuto scegliere quali investimenti erano più urgenti, avrebbe dovuto investire sul Gottardo, sul Brennero, tanto più che Svizzera ed Austria, ben consapevoli dell’evoluzione del mercato, ci sollecitavano a farlo. Mentre ai francesi non importava gran che e nemmeno adesso, dopo vent’anni, hanno fretta di fare la Torno-Lione. Ero andato anche a Parigi, accompagnato da un alto funzionario del CNEL, per capire come la pensavano. Ci ricevettero al Senato nel Jardin du Luxembourg e li trovammo piuttosto freddi.

Dissi queste cose e vidi gli sguardi allibiti di Pininfarina e di Virano, ma ero pur sempre un consulente del Ministero, inghiottirono in silenzio, anzi, Pininfarina mi ringraziò per averli informati su come la pensavano a Roma (magari subito dopo avranno telefonato al Ministro, era Bersani se non sbaglio, “ma che razza di consulente si è preso”?). Passai poco dopo alle FS e lì mi convinsi ancor più di avere ragione. Divenni amico addirittura della funzionaria che aveva la responsabilità della circolazione sulla linea del Fréjus, coi suoi dati di prima mano sbaragliavo qualunque avversario. Come vicepresidente dell’Associazione Italiana di Logistica (per pochi mesi) avevo fatto amicizia coi colleghi tedeschi, erano allora i leader mondiali, mi nominarono socio onorario della loro Associazione. Potevo parlare con il direttore del traffico merci della Deutsche Bahn, coi manager dei più potenti spedizionieri europei, Schenker, Kühne&Nagel, DSV. A quei livelli si decide il mercato, chi li frequenta non ha bisogno di grandi studi. La forza del consulente vero – poi ci sono i faccendieri, ma è un altro discorso – sono le informazioni riservate. Così mi convinsi che la battaglia degli abitanti della Val di Susa era una battaglia sacrosanta, per impedire un’opera inutile o, nel migliore dei casi, non prioritaria. Invece le lobby del cemento, gli sventra-montagne, hanno vinto una volta ancora e il potenziamento del Gottardo e del Brennero lo hanno dovuto fare gli svizzeri e gli austriaci, con gli italiani assenti o a rimorchio.

In Val di Susa questo nostro paese ha rischiato la guerra civile per imporre un’opera inutile e oggi minaccia d’infliggere anni e anni di carcere a chi ha combattuto una battaglia giusta.

Per questo gridiamo “Viva Askatasuna”! Ci sono andato una volta sola a parlare di lotte nella logistica e mi dispiace. Era il tempo del Covid e ci passò davanti un corteo di No Vax, uscimmo per vederli passare, ci fischiarono, un esaltato mi venne quasi addosso, “traditori!”. Tanto per non farmi mancare nulla.

Quando penso alla storia della Torino-Lione mi coglie una tristezza infinita. Gli avversari di allora avevano un’altra statura rispetto alle mezze calzette di oggi. Penso alle merducole di Stellantis, che mettono sul lastrico migliaia di famiglie e si beccano i bonus. Al loro confronto Pininfarina sembra un gigante.

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30/08/2025

Sullo sgombero del Leoncavallo

di Sergio Fontegher Bologna

Com’era prevedibile, alla proditoria azione di sgombero attuata dal Ministero per giocare d’anticipo e bloccare a) una programmata azione di mediazione del Comune di Milano con la ricerca di una nuova sede, b) un ricompattarsi di quel che resta del “movimento” al rientro dalle ferie, è seguito un dibattito sulla stampa e sui social dove se ne leggono di tutti i colori e s’aggiunge confusione a quella che già ammorba da tempo lo spazio pubblico.

Nella speranza di diradare un po’ di questa nebbia fitta mi permetto di fare qualche osservazione. Tanto per cominciare: un minimo di memoria storica non fa mai male.

I “centri sociali” sono nati negli anni Settanta come contenitori di una conflittualità e di un antagonismo sociale che non trovava spazi adeguati nemmeno nei gruppi extraparlamentari, erano già espressione di una generazione successiva al ’68. Non a caso prenderanno slancio dopo il ’77 e in particolare negli anni della grande repressione e della sconfitta operaia, quindi nei decenni Ottanta e Novanta.

Ci cresceranno i nostri figli, che oggi hanno più di 50 anni, troveranno un luogo dove mantenere certi valori, dove difendersi da certi pericoli (la droga pesante), dove cominciare a produrre e consumare una nuova cultura, che fu chiamata cultura underground, dove trovare situazioni affini quando andavano all’estero, in Germania, negli Stati Uniti, cioè nei paesi a capitalismo avanzato, dove trovare chi li rendeva famigliari con le nuove tecnologie, con quell’universo chiamato web, con il movimento dei cyberpunk, degli hacker. Dai “centri sociali” sono venuti fuori fior di informatici, di ex “smanettoni”, sono venuti fuori tecnici del suono ed esperti di trattamento immagini. A Milano quanti lavoratori del cinema, del mondo dello spettacolo, della musica, dell’editoria digitale, sono usciti dai “centri sociali”!

Sentir parlare oggi dei “centri sociali” come posti dove la birra costava 1,50 euro, come luoghi di sfogo della street art, come sedi di concerti a tutto volume fino alle 2 di notte, sentirne parlare con la nostalgia pelosa di quelli che ne rappresentano l’opposto, leggere che li apprezzava pure Vittorio Sgarbi, mi fa venire il voltastomaco. E ancora di più quando leggo che l’opposizione parlamentare esplode in un: “allora per par condicio chiudiamo anche lo stabile occupato da Casa Pound a Roma, per ristabilire la legalità”. Lo dicono in un paese dove dilaga la simil-schiavitù nelle campagne, nella logistica, nella ristorazione, nel food delivery ecc..

Certo, anche i “centri sociali” hanno avuto il loro declino, in parallelo con tutta la società italiana. Primo Moroni, che ne è stato il “tutor” più illustre con la sua Libreria Calusca di Milano, li definiva “luoghi d’aggregazione del disagio giovanile” già alla fine degli Anni Novanta. La cosiddetta cultura underground ha perso tutto il suo slancio, anzi, ha fornito modelli per la più becera cultura del consumismo, dal prêt-à-porter alla musica rap molti ambiti del consumismo moderno hanno attinto a piene mani ai modelli lanciati dalla cultura underground. Oggi tanti segni identitari dei radical chic sono identici a quelli diffusi nei “centri sociali” anni Novanta, quando il figlio del brigatista condannato all’ergastolo si alzava nelle assemblee dichiarando con orgoglio, “sono figlio di un combattente comunista”. Ma mentre sul carro della cultura underground, della street art, saltavano tanti paraculi, dai “centri sociali” all’inizio del nuovo millennio partiva lo spunto della lotta al precariato. San Precario non l’hanno mica inventato CGIL CISL e UIL. A Milano alle May Day Parade c’erano duecentomila giovani in corteo con gli impianti hi fi a pieno volume caricati su semirimorchi il pomeriggio del Primo maggio, alla mattina, alla manifestazione ufficiale con sindacati, autorità e compagnia cantante se c’erano 5 mila presenti era tanto.

E allora qui bisogna tornare, da qui occorre riprendere il discorso. Urgente è ricostituire un movimento antagonista, conflittuale, radicale, che ponga al centro il dramma numero 1 oggi in Italia (ma in realtà presente nel mondo capitalista tutto): lo squilibrio spaventoso tra capitale e lavoro. Il problema che aveva il figlio del brigatista negli anni Novanta ce l’ha oggi il laureato a pieni voti alla Statale, ce l’ha il guardiasala della Fondazione Prada, laurea in storia dell’arte e conoscenza di due lingue straniere a 5 euro l’ora, e ce l’ha l’autista dell’ATM a 1600 euro al mese, che non si può permettere un affitto a Milano e al mattino si fa 1 ora e mezza di viaggio per venire a lavorare. Ce l’hanno le migliaia di donne e uomini a partita Iva, che lavorano in prestigiosi studi professionali o nei servizi di cura in appalto presso enti ospedalieri, case per anziani e altro, per non parlare delle cameriere e dei camerieri che lavorano in nero nei bar, nei ristoranti, negli alberghi, nelle pizzerie. Ridare un minimo di dignità al lavoro, un minimo di prestigio alle competenze, questi sono i temi che mi piacerebbe entrassero con forza nella manifestazione del 6 settembre. I “centri sociali” sono luoghi dove persone giovani e meno giovani si riprendono il senso dell’esistenza, si riprendono i loro desideri, non sono (o non dovrebbero essere) ambiti in cui una generazione ripiegata su se stessa cerca consolazione alle proprie sfighe.

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15/08/2025

Milano dall’elettronica alle aragoste

di Sergio Fontegher Bologna

Adesso che ho cominciato a dire la mia come faccio a tirarmi indietro?

L’altro giorno il “Corriere” ha intervistato mons. Delpini. Tra le tante cose sacrosante che ha detto, una mi è piaciuta particolarmente. Tanti dicono che Milano avrà la forza di risollevarsi dopo questa batosta. “Se queste persone ci sono, si facciano avanti!” dice Delpini.

Ma all’orizzonte non si vede anima viva, non si fa avanti nessuno. Qui l’aria che tira è: “ha da passà ‘a nuttata!”

I giornali poi sull’intervista di Delpini hanno chiesto il parere di Elena Buscemi, Presidente del Consiglio Comunale. Quando si occupava di città metropolitana ha dato una mano a noi di ACTA, perché potessimo avere più spazio nella tutela delle Partite Iva. La ricordo quindi con gratitudine. Oggi si trova in un’altra posizione e immagino che la poltrona che occupa non sia il massimo della comodità. Ovviamente non fa una difesa d’ufficio della Giunta, però dice una cosa che mi lascia perplesso: la bella Milano che tanti rimpiangono contrapponendola a quella di oggi, che tanti non sopportano, in realtà non è mai esistita, è il prodotto della fantasia di chi oggi critica la politica urbanistica.

Boh, sarà. Posso anche essere d’accordo: nella sequenza Mediobanca-Ligresti-Berlusconi- Catella-Sala-Tancredi c’è effettivamente una certa continuità, anzi mettiamoci dentro anche la “Milano da bere”, e abbiamo una storia che dura da quarant’anni (1985-2025). Elena ne ha 43 e capisco che non ha visto altro nella vita, quindi ha ragione a dire che “l’altra Milano” sta solo nella testa di anime belle.

Io ho il doppio degli anni di Elena Buscemi e ricordo che la Milano che ho vissuto dal 1957 in poi, cioè dai vent’anni in su, aveva tante cose diverse da quella di oggi – ci mancherebbe – però una, grande come una casa, salta agli occhi di chiunque conservi un po’ di senno. Cos’è?

La differenza di qualità dei ricchi. La dignità dei padroni di ieri e la cafonaggine dei padroni di oggi. Non è una battuta, è storia d’Italia. Un certo Enrico Mattei certo che stava a Roma ma Metanopoli l’ha messa qui e quando ha fondato un quotidiano la redazione era qui. Ed è morto poco lontano da qui, perché dava fastidio ai potenti del petrolio. E un certo Adriano Olivetti è vero che la sua azienda aveva il centro a Ivrea, ma quando ha avuto la lungimiranza di capire che un giorno il mondo sarebbe stato dominato dall’informatica, i suoi laboratori di ricerca li ha messi da queste parti, a Borgolombardo, a Pregnana Milanese. Da quei laboratori è uscito il primo personal computer della storia. E la Direzione Pubblicità coi grafici che hanno stupito tutto il mondo, Pintori, Bonfanti, e copywriter che rispondevano ai nomi di Franco Fortini e Giovanni Giudici, stava in via Clerici o in via Baracchini, non stava a Torino o a Chivasso. E la Direzione Commerciale Elettronica stava a due passi dal Pirellone. E i Sottsass, i Bellini, i Maldonado, grandi designer, stavano da queste parti, e non risulta che avessero traffici col Comune per vincere dei bandi. E Leopoldo Pirelli che quando diventa Presidente di Confindustria cerca di dare una svolta e di convincere gli industriali che le maestranze non sono solo delle braccia ma hanno anche un cervello, è uno che non ha paura di essere controcorrente.

Mettete a paragone questa gente con i vari Armani, che si fanno cucire le borsette da disperati a 4 euro l’ora, coi Farinetti, i Briatore, i Benetton, i Della Valle...

Insomma, sarò anche un vecchio brontolone, ma nessuno mi toglie dalla testa che il confronto tra i padroni di ieri e quelli di oggi è davvero impietoso. E questo ha delle conseguenze sull’aria che tira in una città, soprattutto se è sempre stata una città in mano ai padroni. Quelli di ieri stavano dentro le alte tecnologie, quelli di oggi che sanno fare? Scarpe, magliette, pizzerie. Prendiamo della gente come i Benetton. Ai tempi dei distretti erano bravi nella logistica, facendo magliette conquistano i mercati. Poi si sono stufati, troppa fatica pensare agli operai, meglio farsi dare dallo Stato le utilities, aeroporti, autostrade, quella roba costruita coi soldi dei contribuenti, che ti fa lavorare di meno e guadagnare un fracco di soldi: tu stai in poltrona e incassi i pedaggi. È il momento buono, tanto al governo c’è un certo Prodi, amico dei privati, l’uomo che ha smantellato l’IRI (di cui era Presidente). Certo, sulle autostrade bisogna fare un po’ di manutenzione, ma attenti a non spendere troppo eh... Così crolla il ponte Morandi, 43 morti. I Benetton vanno in galera? Ma manco per sogno. Però lo Stato li “punisce” e toglie loro la concessione. Il tutto dovrebbe avvenire senza indennizzi, il minimo, per il danno che hanno provocato. Macché, lo Stato si ricompra l’autostrada. La ricompra coi soldi nostri, ovviamente. Due miliardi e 400 milioni. Tanto al governo chi c’è? Una faccia nuova, un certo Conte, il cui partito sta oggi a Strasburgo all’estrema sinistra... e a Milano chiede le dimissioni di Sala. Ma allora stava con Salvini ed era culo e camicia con Trump primo.

Che bei padroni! Pensate a Farinetti. Cosa fa lui per te? Ti sceglie i formaggi migliori, ti risparmia una bella fatica. E li sceglie anche per la middle class di Manhattan.

E Briatore? Beh, qui rimando a Crozza.

Questa è tutta gente che apprezza il “modello Milano”, che la trova come Londra, come New York.

Chiudo con un consiglio turistico. Volete godervi “il modello Milano” nella sua pura essenza? Andate a cena alla “Langosteria”, in una traversa di Coni Zugna. Dicono i tassisti che si spende anche 900 euro a cena, mangi l’aragosta. Ma non è questo il bello, davanti all’ingresso, sempre, anche fuori dall’orario dei pasti, c’è un negro vestito elegante. Una volta, all’inizio, aveva anche il cilindro. Ed è lui che apre la porta, non si deve neanche far fatica, e una volta dentro si respira l’aria che dovevano respirare i padroni delle piantagioni, sì i sudisti, che avrete visto tante volte nei film, quelli convinti che i negri devono essere schiavi, quelli che ce l’avevano con Abramo Lincoln. Geniale il proprietario. Sempre pieno, tanto che ha dovuto aprire un locale gemello a due passi, in via Savona. Crozza dovrebbe imitare lui, altro che quel suonato di Briatore!

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09/08/2025

Milano: al nocciolo della questione

di Sergio Fontegher Bologna

Sono nato a Trieste ma vivo a Milano da una vita (da 65 anni, per la precisione). Mi riesce difficile far finta di nulla davanti alle inchieste della magistratura, che stanno scuotendo la città. E soprattutto tacere di fronte all’urlìo assordante di coloro che esaltano “il modello Milano” e tacciano i magistrati come sabotatori di un futuro radioso e denigratori di un passato strabiliante. Con “Il Foglio” di Giuliano Ferrara a guidare il baccanale dell’osceno.

Non mi sono mai occupato di urbanistica ma mi chiedo se non sia sufficiente la condizione di “abitante” per avere il diritto a parlarne.

Negli anni Settanta era il gruppo di Alberto Magnaghi alla Facoltà di Architettura del Politecnico a darmi i parametri interpretativi della questione dell’abitare e della trasformazione urbana. Come autore/ricercatore, e con mia figlia Sabina alla macchina da presa, nel 2006/2007 abbiamo realizzato un documentario intitolato “Oltre il ponte” sulla trasformazione del quartiere dove abito, Porta Genova, passato da zona di altissima concentrazione operaia (circa 14 fabbriche medio-grandi) a zona della moda e del design. E tutto sommato avevamo dato un giudizio positivo. Oggi quegli stessi luoghi che abbiamo filmato sono completamente cambiati. In peggio. Al posto di fondazioni d’arte o laboratori artigiani i soliti squallidi show room del prêt-à-porter, con interminabili file di attaccapanni pieni di stracci. Ci sono rimasti gli Armani, però, coi loro “silos”, le aiuole ben curate, quelli che fanno cucire le borse a sub-sub-appalti di poveri cinesi pagati 3-4 euro l’ora.

Nel 2015 ai tempi dell’Expo, quando Sala non era ancora sindaco, ho lanciato un appello per invitare a sabotare una sua iniziativa: quella di far lavorare gratis ad accogliere i visitatori dell’Expo migliaia di ragazze/i, chiamandoli “volontari”. È ancora su youtube il mio appello, se qualcuno lo vuol sentire. Ha avuto oltre 12 mila visualizzazioni. In ACTA, l’Associazione dei freelance, di cui faccio parte da anni, può capitare d’incontrare giovani che hanno lavorato a Partita Iva in certi studi di architetti milanesi, con orari d’ufficio pesanti e paghe miserabili, finte Partite Iva, mai regolarizzate.

Questo è “il modello Milano”, una città che prima ancora di essere terra di nessuno per speculatori immobiliari e riciclatori di denaro sporco, è capitale di umiliazione del lavoro.

Il pubblico e il privato

Nel quartiere che sta dietro Porta Genova, in viale Troja, di fronte a un centro Media World, ci stava una discarica pubblica. Ogni giorno file di macchine private ci depositavano vecchi televisori, lavatrici, computer, rifiuti ingombranti che, se lasciati fuori dai portoni sui marciapiedi, sarebbero rimasti lì per settimane. Una cosa pratica e utile, un self service civile. Un bel giorno chiude. E dopo un po’ di tempo appaiono sui muri, che circondano un giardino vicino, dei murales che riproducono i disegni di Crepax sul personaggio di Valentina. Oggi al posto della discarica c’è questa imponente costruzione, non so quanti appartamenti. Costruita in tutta regola, magari, non dico di no, ma esemplificativa del concetto di “rigenerazione urbana” dominante. Tanto che mi viene il dubbio che tra questa costruzione e i murales ci sia qualche rapporto, come di “compensazione” per la porcata immobiliare.

Ho parlato, a proposito del “Foglio” di Giuliano F., di baccanale dell’osceno. Ma si legge anche di peggio, come quando si scrive che la decisione di non aumentare gli asili nido in proporzione ai nuovi immobili, è stata una scelta razionale, anzi, scientifica, perché tiene conto dell’”inverno demografico”. Perché buttar via soldi a costruire asili nido se le donne non fanno più figli?

E anche questo, in ultima istanza, ci riporta al problema del lavoro. Quante giovani donne al colloquio d’assunzione si sono sentite chiedere se hanno intenzione di far figli? E se rispondevano, “Sì” le rimandavano indietro.

Dietro all’ignobile appropriazione dello spazio urbano c’è sempre il degrado della condizione lavorativa. O si riparte da lì, dalla ribellione alle condizioni lavorative umilianti, oppure le inchieste giudiziarie, pur benvenute, non cambieranno le cose.

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26/09/2024

Elezioni nel Brandeburgo, cosa c’è da capire

La prima cosa su cui mi sentirei di attirare l’attenzione è l’alta percentuale di votanti, sopra il 70%. La seconda cosa è la vittoria di Pirro della SPD, che non riesce a formare una maggioranza, una volta che i Verdi sono stati estromessi dal parlamento regionale.

È la seconda volta, dopo la Turingia, che i Verdi non raggiungono la soglia del 5%. E ben gli sta, perché un partito nato sulla protezione dell’ambiente, e quindi sulla pace, si era trasformato in un partito di bellicisti sostenitori di Zelensky. Però è anche una triste constatazione, in quanto il patrimonio costituito dall’ambientalismo tedesco aveva reso l’aria più respirabile nell’Europa neoliberale. Oggi quel patrimonio è stato disperso.

AfD, si dice, ha perso col suo 29,9%. Sì, è arrivata seconda però i numeri in Parlamento regionale sono tali che AfD ha conquistato la «Sperrminorität», ossia può bloccare tutte le decisioni che richiedono la maggioranza di due terzi, per esempio quelle per l’elezione dei giudici costituzionali. Non solo, la AfD è primo partito tra i giovani dai 18 ai 24 anni. Non solo, il candidato di punta della AfD ha ottenuto nel suo collegio il cosiddetto «Direktmandat» con il 39,9% dei voti (!).

La vittoria della SPD viene spiegata con la grande popolarità del Presidente del Land, Dietmar Woidke, che governa da 11 anni, ma stavolta è la prima volta che non riesce ad ottenere il «Direktmandat» (per soli sette voti). È considerato un critico di Scholz ma non ha un profilo da porlo sul piano della politica nazionale, è considerato un’icona regionale. Quindi Scholz ha potuto tirare un sospiro di sollievo ma fino a un certo punto, la SPD va bene se non segue la sua politica (debbo ancora analizzare meglio su quali aspetti i due sono in contrasto).

Stupisce la magra figura della CDU che si fa superare anche dalla new entry BSW (Sahra Wagenknecht). Il suo capo Friedrich Merz, l’ultraatlantista che ha fatto fuori la Merkel, si era comportato bene, addirittura era stato l’unico leader nazionale a tenere un comizio l’ultimo giorno utile per dire che loro con la AfD non volevano avere a che fare e che bisognava isolarla (coerente in questo con la posizione del suo partito in Europa).

Resta da capire cosa succede adesso con il partito BSW. Innanzitutto come collocarlo politicamente. Definito ormai dai media, anzi bollato, come rossobruno (mezzo comunista mezzo fascista), questo partito ha avuto il merito, secondo me, di guardare in faccia la AfD, invece di cancellarla con l’epiteto neonazista e risolvere così la questione (teoria del cordone sanitario ovvero della politica dello struzzo).

Ha cominciato a dire: “vi siete chiesti perché i giovani votano AfD? Noi diciamo perché soffrono il precariato, la disoccupazione, la mancanza di valori, cioè tutto quello che hanno prodotto le politiche neoliberali, ergo bisogna combattere quelle politiche”.

Ha cominciato a dire: “Ma perché tutto quello che dice la AfD deve essere sbagliato? E se per caso dicesse qualche cosa di giusto, non sarebbe il caso di starla ad ascoltare e di intervenire sulle cause della sua protesta?”. Addirittura ha detto che sarebbe disposta a votare delle mozioni di AfD se fossero ragionevoli.

Insomma ha, a mio avviso, messo il dito sulla piaga, denunciando il fatto che spesso l’”antifascismo” [del potere, ndr] è solo immobilismo, se non il modo con il quale si giustifica il persistere di politiche neoliberali.

Ma c’è un altro motivo per cui BSW va forte: per la sua campagna contro la criminalità finanziaria, contro l’evasione fiscale organizzata dalle grandi banche, quella che aveva fatto diventare famosa la procuratrice Anne Brorhilker, che aveva scoperto le colossali truffe fiscali organizzate dalle banche e le aveva portate in giudizio.

Bene, questa donna ha dato in aprile le dimissioni dalla magistratura dicendo che l’apparato statale non ha nessuna intenzione di perseguire fino in fondo l’evasione fiscale ed ha lasciato intendere che il cancelliere Scholz è uno dei primi a voler proteggere la criminalità finanziaria.

BSW ha tra i suoi uomini di punta Fabio De Masi, un oriundo italiano che ha combattuto con grande energia e competenza la criminalità finanziaria. Ma non basta, BSW ha denunciato il modo in cui il Cancelliere ha gestito l’affare dell’attentato al North Stream.

E allora tiriamo le somme: la SPD e la CDU insieme non hanno la maggioranza nel Brandeburgo, hanno bisogno di una stampella, sarebbero stati i Verdi o i Liberali, quelli che formano l’attuale governo federale, ma nessuno dei due ha superato la soglia del 5%, quindi sono fuori.

Che cosa rimane? La BSW, che ha già detto che è disposta a dare una mano ma a certe condizioni, lo ha detto la sua portavoce in Brandeburgo che si chiama Amira Mohamed Ali. Quindi in Brandeburgo si formerebbe una coalizione, comunque traballante, formata da un leader SPD avversario di Scholz e da un partito che considera Scholz un protettore degli evasori fiscali.

Si capisce la Schadenfreude di AfD, che esulta per la sedicente sconfitta pensando alla vittoria nelle prossime elezioni federali (2025) e irride alla possibile coalizione di carta che si potrebbe formare nel Land. I Verdi, invece di fare autocritica, sclerano con dichiarazioni da gente che ha perso il cervello.

Per dire l’aria che tira da quelle parti. Tra i candidati AfD c’era un commerciante di auto che aveva certe cariche riservate ai laici nella chiesa evangelica. La Chiesa gli ha tolto tutte le cariche e l’uomo non è stato eletto.

Una delle cose più interessanti da sapere è a chi sono andati i voti degli ex astensionisti. Insomma, quelli che si sono astenuti nelle elezioni precedenti per chi hanno votato adesso?

Questa, a mio avviso, è la questione politica più scottante oggi in Europa, o si capisce la dinamica dell’astensionismo o si va avanti così tra neoliberalismo, populismi e neofascismo. Fermo restando ovviamente che la questione n. 1 in assoluto è la lotta contro le politiche neoliberali e belliciste.

I conflitti sul terreno del lavoro sono l’unica via d’uscita e l’esperienza del WFP (Working Families Party) negli Stati Uniti mi conforta in questo senso.

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28/07/2024

La crisi della Germania

di Sergio Fontegher Bologna

La crisi politica, economica e sociale della Germania post-Merkel è diventata argomento di primo piano dei media italiani. Il numero di Limes uscito il 6 luglio è stato interamente dedicato a questo. I rapporti storici ed economici tra i nostri due paesi, Italia e Germania, sono stati così importanti che alcune riflessioni si rendono necessarie, magari aggiungendo qualche informazione in più a quelle che circolano negli organi di stampa.

Mi ricollego pertanto a quanto avevo scritto nel libro “Banche e crisi. Dal petrolio al container”, più di dieci anni fa (Derive&Approdi, Roma, 2013). Descrivevo il crollo del sistema finanziario tedesco che era leader mondiale nella finanza dello shipping, con il fallimento di centinaia di società specializzate nel cosiddetto KG-System, società in accomandita semplice che per decenni avevano consentito ai risparmiatori privati ottimi ritorni nel noleggio di navi container. Il crack coinvolse anche la banca pubblica HSH Nordbank, posseduta dal Land di Amburgo e dal Land dello Schleswig Holstein, che al tempo era la banca al mondo maggiormente presente nei finanziamenti allo shipping.

La Germania, nel giro di pochi mesi, perse una leadership mondiale in un settore chiave della globalizzazione, quello del container. Il suo primato sarà in seguito raccolto dalla finanza cinese e giapponese con l’adozione di particolari strumenti innovativi come il leasing. Ma, dopo quello del 2012, altri choc dovevano investire il mondo finanziario e bancario tedesco, con un susseguirsi di scandali che arrivano ai giorni nostri.

Ne cito soltanto tre: lo scandalo P&R nel 2018, una delle più colossali truffe del dopoguerra, sempre nel settore container; la società vendeva o noleggiava container a dei privati, si scoprì che un milione circa di questi container non esisteva affatto, più di 50 mila investitori persero i loro soldi; il caso Wirecard nel 2020, società di gestione digitale dei pagamenti, che ha praticato sistemi fraudolenti su vasta scala, e poi, il caso più sconvolgente, il cosiddetto “affare cum-ex”, che ha coinvolto più di 5 paesi europei, dove con la complicità di grandi banche, società finanziarie, intermediari, singoli professionisti, sono state rimborsate delle tasse a chi non ne aveva diritto per un valore di circa 62 miliardi di dollari, la metà dei quali nella sola Germania. E ogni volta è emersa la responsabilità dell’Autorità di vigilanza Bafin, che non faceva il suo mestiere.

Nel mettere a nudo questo complesso sistema di evasione fiscale è stata soprattutto una magistrata di Colonia, Anne Brorhilker, che ha fatto parte di una task force appositamente creata nel 2012 per venire a capo di questo sistema. Ebbene, ad aprile di quest’anno ha annunciato di volersi dimettere dalla magistratura in quanto il governo, il mondo politico e il sistema finanziario tedesco non farebbero nulla per contrastare seriamente il fenomeno truffaldino e per colpire i maggiori responsabili. Ha deciso di proseguire la sua battaglia all’interno di un’iniziativa, una NGO o Bürgerinitiative, dal nome Finanzwende, fondata nel 2018 da un ex deputato dei Grünen con l’intento di contrastare lo strapotere della lobby finanziaria e bancaria. Uno degli obbiettivi dell’azione della Brorhilker, che evidentemente non è riuscita a raggiungere con gli strumenti della legge, è quello di recuperare almeno una parte dei miliardi sottratti al fisco. Tra i principali responsabili politici della copertura offerta alla lobby finanziaria vengono considerati sia il cancelliere Olaf Scholz che il suo ministro delle finanze, il liberale Christian Lindner.

Che nel mondo dell’alta finanza tedesca ci fosse qualcosa che non andava lo si era visto già con la Deutsche Bank, la sua filiale americana e i rapporti con Donald Trump, ma fa molta più impressione pensare ad altri episodi dove il grande capitale tedesco sembra inseguire ancora sogni di grandezza e di leadership mondiale che poi si rivelano illusori. Il caso dell’acquisizione di Monsanto da parte della Bayer per esempio, è uno di questi, operazione contro la quale si erano schierate decine di associazioni ambientaliste e di organismi scientifici a Colonia nel 2017. La Bayer si è trovata coinvolta negli Stati Uniti in una serie di class action per risarcimenti dovuti a danni provocati nell’organismo di migliaia di persone da determinati prodotti Monsanto, come i pesticidi. Il titolo Bayer è crollato. E i sindacati non hanno fatto bella figura, visto che, malgrado la loro presenza negli organismi previsti dalla Mitbestimmung, non hanno avuto nulla da ridire. Casi come questi ricordano un po’ gli idoli che vanno in pezzi, certezze in determinate istituzioni (come la Mitbestimmung) che svaniscono e producono destabilizzazione di un sistema.

Di recente, dopo i risultati delle elezioni europee, il sociologo Klaus Dörre di Jena ha reso noti i risultati di una sua indagine nel corso della quale si era chiesto, tra l’altro, perché proprio gli operai dell’industria automobilistica sembrano orientati a votare l’estrema destra di AfD – non solo nelle regioni orientali – con percentuali del 30% in certe fabbriche Volkswagen. L’auto elettrica viene percepita come un rischio o come un lusso (in effetti le auto elettriche ora in commercio sono costose) mentre nei paesi, nelle periferie, dove questi operai vivono, mancano i servizi, i trasporti pubblici, certe volte anche i negozi. La contrarietà alla transizione energetica da parte degli operai in parte è determinata dalla radicalità con cui viene perseguita la transizione, cioè l’abbandono dei motori a combustione interna a favore dell’elettrico in un troppo breve lasso di tempo, con conseguenze occupazionali non quantificabili. Questo riguarda anche l’industria italiana fornitrice di componenti, che subisce i contraccolpi di una crisi che è anche di natura culturale, per non dire ideologica.

Un groviglio di contraddizioni, dove però mi sembra esagerato, come fa Limes, ricondurre tutto alla guerra in Ucraina e al taglio traumatico dei rifornimenti energetici dalla Russia (sabotaggio al North Stream 2). La lotta per un rovesciamento della politica “orientata a est” della Merkel era cominciata ben prima della guerra e aveva avuto un protagonista il cui nome appare di rado nei media italiani: Friedrich Merz, responsabile della filiale tedesca di Blackrock – la punta di diamante della finanza mondiale – che, inizialmente sconfitto dalla Merkel all’interno del partito, la CDU-CSU, se ne era allontanato per poi rientrare e assumerne la leadership. Un filo-atlantista di ferro, membro del think thank Atlantic Bridge, disposto a governare a livello locale coi Verdi, vedi il caso di Berlino, e a livello nazionale con la AfD, sebbene con molta prudenza. 

Blackrock è al di sopra di Biden e di Trump, è un’espressione del capitale finanziario internazionale allo stato puro. Contro la sua ingerenza nell’economia tedesca è stato organizzato – sulla scia del vecchio Tribunale Russel – un Blackrock Tribunal, che ha già tenuto due sessioni. (Tra gli organizzatori è presente il prof. Werner Rügemer, il cui libro sulla finanza mondiale è stato tradotto in italiano, Capitalisti del XXI secolo. I nuovi operatori finanziari, Castelvecchi 2021).

Formalmente Blackrock è una società di gestione di capitali, di asset management, ma sempre più appare come un formidabile strumento di presidio dei poteri, la sua presenza in Italia non a caso si manifesta in quello “che conta” del nostro sistema d’impresa (Cassa Depositi e Prestiti, ENI, Enel, Intesa San Paolo, Unicredit...). Sono stati i campioni della sostenibilità, della necessità di rispettare i parametri ESG negli investimenti e nell’erogazione di prestiti, con accenti da moralismo puritano nei discorsi di Larry Fink, il fondatore, ma pronti a spostarsi subito sugli armamenti quando la guerra è diventata con l’Ucraina il business del secolo.

Quello che è certo è che il modello tedesco, di una “economia sociale di mercato” – per dirla con il ministro delle finanze di Adenauer – sempre più indebolita e screditata, lascia definitivamente il posto a un modello di società dove le diseguaglianze saranno destinate ad aumentare drammaticamente e le turbolenze sociali ad acuirsi, sempre più simile agli Stati Uniti e sempre più lontana dai valori della Zivilisation europea.

Con queste contraddizioni dovremo fare i conti, cercando di fare tesoro della nostra lunga familiarità con il mondo tedesco, per non cadere nella ripetizione di luoghi comuni e soprattutto in atteggiamenti difficilmente comprensibili, come quel malcelato senso di Schadenfreude che spesso aleggia nei resoconti della nostra stampa sulla crisi tedesca. Abbiamo solo che da perdere dalla crisi della Germania. Da qui in avanti dovremo essere molto più fini e accorti nel conviverci, non dare per scontato nulla.

Faccio un esempio. L’Associazione di Logistica Tedesca, la BVL, ha commentato nella sua newsletter Log.Mail del 5 luglio scorso lo studio di PwC Germania “Reinventing Supply Chains 2030”. Intervistando un migliaio di manager della logistica, è risultato che le soluzioni migliori per far fronte alle continue disruptions delle catene di fornitura sono quelle end-to-end, però i costi che debbono affrontare e il cambiamento del modo di lavorare che comportano le soluzioni end-to-end sono così impegnativi che solo un 5% degli intervistati dice di averlo fatto o di averlo avviato; la stragrande maggioranza, pur dicendo che cambiare le catene di fornitura è necessario e di averlo in programma, ci pensa due volte prima di realizzarlo veramente. Da qui risultano ridimensionati fenomeni come il re-shoring o il decoupling dalla Cina. (Secondo i dati di Xeneta, Container Trade Statistics, nei primi cinque mesi del 2024 l’export della Cina, in termini di merce in contenitori, è aumentato del 9,9% verso l’Europa rispetto allo stesso periodo del 2023, e del 15,4% verso il Nordamerica; si tenga presente che queste due rotte commerciali sono quelle che maggiormente risentono della crisi di Suez. Difficile parlare di decoupling con questi numeri.)

Questo non ci deve far dimenticare che le società di logistica tedesche continuano a investire cercando d’innovare, mentre il settore logistico italiano, anche se rappresentato da filiali di grandi multinazionali, sembra barcamenarsi tra evasione fiscale e contributiva e lavoro irregolare (v. le recenti misure prese dalla Procura di Milano, che, mettendo sotto inchiesta decine di aziende di logistica, tra cui filiali di grandi gruppi europei e americani, ha recuperato già 480 milioni di euro di evasione fiscale). Vedremo ora che succede dopo l’approvazione della Direttiva europea sulla Corporate Sustainability Due Diligence. Si metteranno in regola i nostri specialisti della distribuzione? Per non parlare del confronto che viene spontaneo fare tra due crisi, quella del settore automotive italiano e quella tedesca, profonda fin che si vuole, ma ben lontana dalla telenovela cui siamo costretti ad assistere con le giravolte di Stellantis.

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01/11/2022

La trappola dell’opposizione

Dopo la sconfitta umiliante del centro-sinistra (preferisco definirlo così l’esito delle elezioni piuttosto che “la vittoria clamorosa della destra”) si sprecano le chiamate alle armi: facciamo opposizione! Lo si può capire, il ceto politico superstite deve pensare a come sopravvivere. Ma questo è il modo più efficace per evitare di affrontare il vero problema.

Il vero problema è: come ricostruire una prospettiva politica che contenga una parte almeno dei valori per cui è nata “la sinistra”. Il vero problema non è il governo Meloni, perché questo governo non è che il risultato di una lunga marcia di arretramento, iniziata forse già negli anni ’70, da parte delle forze politiche che si richiamavano ai valori della giustizia sociale e della pace.

Valori che avevano come punto di riferimento la condizione della parte più debole della società, più sottomessa, le “classi subalterne” la chiamavano allora. Quella che più aveva da perdere da una guerra.

Tutto il resto, il problema dei diritti civili, il problema della giustizia, il problema della politica estera, della politica economica, della scuola, della sanità, del fisco, la politica della cultura – tutto veniva da quella scelta di campo, di stare dalla parte dei più deboli.

Chiaro come il sole, semplice, non c’è bisogno di scomodare né Marx né Lenin, né l’antifascismo né la Resistenza.

Problematiche d’altri tempi – mi si obbietta – la classe operaia, il proletariato, non ci sono più. Ma scherziamo? Oggi non solo quella classe operaia si è moltiplicata frantumandosi in mille rivoli di precariato ma l’area delle “classi subalterne” è diventata assai più ampia perché là dentro ci è scivolata una bella quota di middle class.

Questa è una parte della società molto più debole, molto meno tutelata, molto più insicura della classe operaia di 40 anni fa, perché i poteri economico-finanziari di oggi sono molto più forti, più invasivi, le tecnologie con cui controllano e condizionano la mente e le scelte della gente molto più incontrollabili.

Oggi c’è un livello d’istruzione molto più elevato, certo, ma i nostri laureati stanno peggio del metalmeccanico Fiat anni ’70 e a 35 anni sono ancora in famiglia. Possibile che nessuno dei partiti dell’”agenda Draghi” avesse un’idea su come farli uscire da questa situazione? Non certo con il PNRR, la Next Generation EU destina ai giovani l’1,12% del suo bilancio, come ci dice il Censis.

Le forze politiche che avrebbero dovuto rappresentare l’alternativa alla destra hanno cancellato dalla loro prospettiva la “questione sociale”, pensando di potersi guadagnare la medaglia di progressismo con un po’ di ecologismo di maniera, un po’ di pidocchiosa “inclusione” e un po’ di aperture transessuali.

Quindi la chiamata alle armi con cui si gonfiano il petto non è che il miserabile trucco per non dover rispondere del loro tradimento dei valori della vera democrazia. Per non dover rispondere di averci portato in guerra.

Come si fa a ricostruire questa immensa rovina? Come si fa a riportare in primo piano la moderna “questione sociale”, quella determinata dalla globalizzazione e dalla gig economy, dalla digitalizzazione e dal metaverso?

La via istituzionale è definitivamente bloccata, non c’è forma della politica di partito che possa essere utilizzata, non solo perché non c’è più presenza sul territorio ma perché il personale politico non sente più “un mandato”, non sente più la responsabilità di rispondere a degli elettori, pensa solo a riprodurre se stesso, pensa solo “alla poltrona”.

Non è qualunquismo, è la constatazione di ogni giorno ed è la ragione prima della irriformabilità di questi partiti. Solo le forme “sindacali” hanno conservato ancora un certo potere di venire incontro al disagio sempre crescente di quell’immensa zona grigia, maggioritaria nella società, che soffre della propria subalternità e impotenza, individuata così bene dai movimenti populisti.

Come si fa a sottrarla al giogo populista, sotto il quale sta ormai in Italia da almeno un ventennio? Con un lavoro duro, costante, oscuro, ingrato, di ascolto, di empatia, di prossimità, con una presenza. Non c’è bisogno di avere grandi idee, non c’è bisogno di promettere soli dell’avvenire. Basta la vicinanza. Perché siamo noi quella zona grigia. Chi non ha un figlio che trova difficoltà a fare la propria vita indipendente? Chi ha un lavoro che non sia vincolato ai poteri di un committente? Che non sia condizionato dal burocrate messo a quel posto da un partito? Che non sia soggetto alle scelte volatili di un fondo d’investimento? Parlando con la gente vengono fuori mille idee sulle cose da fare, il programma nasce da quel dialogo.

La pandemia forse ha avuto un merito, ha fatto capire a una parte almeno d’Italiani quale patrimonio sia ancora, malgrado tutto, la sanità pubblica. Ma chi l’ha costruita? Chi aveva ancora a cuore la giustizia sociale. Gira e rigira, se vogliamo trovare ancora residui di democrazia, di civiltà, di cultura, sempre lì dobbiamo tornare.

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