Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
19/02/2026
Per fermare i nazisti una poltrona non basta
Come noto, il Financial Times ha fatto sapere che l’attuale presidente, Christine Lagarde, potrebbe terminare l’incarico prima della scadenza naturale del mandato a ottobre 2027.
Lagarde è stata sicuramente la persona meno brillante, diciamo così, messa alla testa dell’unica istituzione europea ufficialmente indipendente (non totalmente) dal potere politico, in primo luogo franco-tedesco. Una sua lettera privata all’allora presidente francese Sarkozy evidenziava un servilismo fin troppo imbarazzante per una figura che già allora aveva occupato poltrone importanti.
Ma non è per questo che i vertici europei stanno pensando al quando e come sostituirla.
Il suo mandato scade infatti dopo che ci saranno state le elezioni presidenziali francesi – se pure Macron non sarà costretto a dimettersi anticipatamente – e stando ai sondaggi attuali sarà certamente un fascista a uscirne vincitore. L’incertezza riguarda soltanto il nome – Marine Le Pen o Bardella – perché dipende dal processo d’appello ancora in corso contro la prima, dove una condanna la confermerebbe come incandidabile.
Altrettanto barcollante è anche la coalizione che sostiene in cancelliere tedesco Friedrich Merz (democristiani, socialdemocratici e “verdi”). E l’idea che il prossimo presidente della Bce possa venire scelto da neofascisti dichiarati, sia a Parigi che a Berlino, è ovviamente una preoccupazione per i mercati finanziari. E non certo per motivi “ideologici”.
La Bce, infatti, oltre a determinare la politica monetaria ordinaria (tassi di interesse, acquisto o vendita di titoli di stato nazionali, ecc.), è in questo periodo di tensioni internazionali e di semi-rottura con gli Stati Uniti impegnata a varare l’euro digitale, una delle misure che renderebbe il capitale finanziario europeo meno dipendente dalle “mattane” di Washington, che controlla tramite il sistema di pagamenti Swift la totalità delle transazioni mediante carte di credito e bancomat nel mondo euro-atlantico e non solo.
Ma si tratterebbe anche di un un “riparo” dall’uso devastante delle stable coin che Trump & co. vorrebbero imporre, in modo da prolungare ed estendere il “privilegio esorbitante” del dollaro e quindi il dominio statunitense sui mercati e sui paesi.
Il mandato del presidente della Bce dura otto anni e poter decidere chi sarà il prossimo ora (o tra un anno al massimo) metterebbe al riparo almeno parziale un’istituzione senza cui la UE, al momento, è ben poca cosa a livello strategico.
Tutto normale e detto senza mezzi termini, anche se ovviamente da Francoforte sono stati obbligati a dire che “il presidente resta al suo posto e lavora come sempre”.
Evitare che una poltrona delicata sia determinata da gente che non sa dove mettere le mani, e quando pure lo sa agisce in modo scriteriato, sembra a prima vista un’idea ragionevole.
Ma bisogna pure far notare che una poltrona – sia da banchiere centrale che da presidente della Repubblica “guardiano della Costituzione” – non ha mai costituito un argine duraturo all’avanzata del neofascismo (o comunque si voglia definire l’ultradestra euro-americana attuale). Anzi.
Questo modo da azzeccagarbugli di tutelare poltrone anziché equilibri sociali è sempre stato un assist retorico per i reazionari di ogni epoca (la politica dell’establishment come “inciucio”), un modo per facilitare la loro presa su “opinioni pubbliche” nel frattempo decerebrate da un sistema mediatico dedicato a celebrare lo status quo.
La speranza dei liberal-liberisti europei – e del mondo degli affari che ne costituisce l’ossatura fisica e di interessi – è evidentemente quella di “prendere tempo” contando sul fatto che la stagione “Maga” possa tramontare prima che anche il nuovo presidente della Bce giunga a scadenza di mandato. O, in alternativa, di trovare anche tra i nazifascisti europei qualcuno che possa garantirne gli interessi e quindi “comportarsi responsabilmente” sulle poltrone che contano, a partire da quella della Bce.
Se dobbiamo guardare alla Storia, è sempre accaduto altro. I fascisti, una volta al potere, non si curano più tanto delle vecchie forme istituzionali ma ne stabiliscono di nuove. Sempre contro lavoratori, pensionati, giovani, ecc., sempre in favore del capitale, ma in modi e tempi che possono interferire con il business as usual del vecchio establishment.
I liberal-liberisti, insomma, non difendono “la democrazia” ma un grumo di interessi propri sui quali cercheranno un compromesso “ragionevole” con i nuovi padroncini della politica.
Entrambi i gruppi, infatti, temono le piazze e i popoli in lotta. Non quale culo sia seduto su una poltrona...
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23/11/2025
Guerra in Ucraina - Bloccare ogni trattativa di pace... E poi?
I “consiglieri per la sicurezza nazionale” dei Capi di Stato e di governo francese, tedesco e britannico incontrano i loro omologhi americano e ucraino stamattina a Ginevra per discutere il piano presentato dalla Casa Bianca.
Per gli Stati Uniti saranno presenti il Segretario di Stato americano Marco Rubio e l’inviato speciale della Casa Bianca, Steve Witkoff. Probabile anche la presenza del sottosegretario alla Difesa con delega all’esercito, Daniel Driscoll, che giovedì ha incontrato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky a Kiev e che era già arrivato ieri nella città svizzera.
Il problema è che i tre europei da barzelletta – “c’erano un francese, un tedesco e un inglese” – vedono questa come l’ultima possibilità di fermare nuovamente tutto, contando sull’ovvia contrarietà della junta di Kiev, che peraltro risulta stretta nella tripla tenaglia della situazione negativa sul campo di battaglia, lo scandalo corruzione e la fretta trumpiana di scaricare la “guerra di Biden”.
Il presidente francese Emmanuel Macron, non pago dell’essere costretto a cambiare più presidenti del consiglio che camerieri a tavola, per giustificare la propria ansia guerrafondaia ormai parla come un visionario invasato. Si è detto per esempio sicuro che, “se non ci saranno elementi di deterrenza”, la Russia “tradirà” comunque gli eventuali accordi e dunque “tornerà” ad attaccare l’Ucraina se questa fosse costretta a ridurre il suo esercito, come proposto dl un piano statunitense. Glielo ha detto Rasputin in sogno, si vede...
I colloqui a Ginevra, insomma, avranno come oggetto eventuali modifiche del “piano in 28 punti” così radicali da rovesciare la “resa ucraina” in “sconfitta russa”.
I punti considerati inaccettabili dagli europei sono peraltro il cuore del “piano”: cessione del Donbass, un esercito ridimensionato, lo sforzo economico per la ricostruzione sulle spalle degli europei, la pretesa “assenza di garanzie di sicurezza capaci di proteggere l’Ucraina”. Tra i non ingurgitabili c’è però anche il punto secondo cui i partner continentali – senza neanche essere stati consultati – dovranno contribuire con 100 miliardi alla ricostruzione dell’Ucraina; ma per ora si fa finta di nulla. Tolti questi, però, resta una cornice vuota...
Quanto sia realistico l’obbiettivo di riscrivere il piano da capo è presto detto. In un primo momento – ora, in pochi giorni, visto che l’“ultimatum” di Trump a Zelenskij scade ufficialmente il 27 novembre (ma non bisogna mai prendere alla lettera il tycoon...) – bisogna convincere almeno in parte gli interlocutori statunitensi.
Compito già complicato, perché se è vero che The Donald ha fatto una piccola apertura (“Non è la mia offerta definitiva”) ha anche circoscritto lo spazio di trattativa degli europei (e di Kiev): «se le cose vanno bene, le scadenze si possono sempre allungare. Ma la guerra deve finire, in un modo o nell’altro».
Tradotto: potete suggerire qualcosa, ma non pensate di presentare proposte irrealistiche, altrimenti ve la vedete da soli...
Ma anche se, con un “miracolo” di equilibrismo lessicale, si riuscisse ad inventare la formula che trova gli Stati Uniti consenzienti resta comunque il “problemino” che la trattativa vera si deve fare con la Russia. Che i suoi obiettivi irrinunciabili li ripete sempre uguali, con invidiabile costanza, da ben prima dell’inizio della guerra.
Anche Mosca, in altri termini, pretende “garanzie di sicurezza” che coincidono con l’arresto definitivo dell’espansione della Nato ad est e un’Ucraina sostanzialmente smilitarizzata.
Ma mentre gli Stati Uniti, fatti esperti dalla gestione della “guerra fredda” con l’URSS, sembrano in grado di capire che un qualsiasi “affare” con un avversario forte implica il riconoscimento almeno minimo dei suoi interessi, i “tres tenores” europei mostrano una logica degna dei colonialisti che sono stati ma non sono più: gli interessi altrui “non esistono”, come dicono i sionisti dei palestinesi.
Eppure non dovrebbe essere difficile vedere le differenze di potenza (economica, diplomatica, militare, ecc.) tra i nativi di secoli fa e la Russia odierna.. Specie per chi, come la Francia, ha dovuto fare i bagagli ed andarsene da quel poco che ancora controllava nel Sahel.
Al dunque, la situazione appare in pericoloso stallo.
L’amministrazione Usa, dopo aver cambiato le propri priorità strategiche in direzione dell’Asia, ha incartato un “piano” scritto con i piedi e pieno di ambiguità che andrebbero sciolte con una trattativa seria.
Ucraina ed “europei” (da notare che Londra sarebbe teoricamente fuori dalla UE, dopo la Brexit) ancora inseguono il sogno della “vittoria”, anche se gli ascari di Kiev hanno ormai problemi irrisolvibili di scarsità di uomini e sono incerti sul da farsi. Fare i conti con la realtà sembra precluso a certe menti...
La Russia, lungi dall’essere stata indebolita (qualcuno lo spieghi a Kaja Kallas o la sostituisca con qualcuno meno cieco) prevale sul campo di battaglia e ha irrobustito i propri rapporti con il resto del Mondo, specie dopo l’esibizione criminale di un Occidente che ha appoggiato-finanziato-armato il genocidio dei palestinesi. E dunque può permettersi di attendere che la controparte (UE e Usa) arrivi a sedersi sul serio al tavolo della trattativa, altrimenti procede sul piano militare.
Ogni mossa non attentamente soppesata rischia di innescare il disastro. E gli Stranamore, da sempre, sono un’esclusiva dell’Occidente imperialista...
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12/05/2025
L’Ue del riarmo che parla tedesco litiga con il suo parlamento
Il sofferto Cancelliere Friedrich Merz ed Ursula von der Leyen. Tre giorni dopo la sua elezione con brivido al Bundestag di Berlino, doppia visita a Parigi e Varsavia, e oggi sfida a Mosca con la visita ‘volenterosa’ a Kiev. Ricorrenze usate come strumenti di contrapposizione. Contro la ‘Sfilata della vittoria’ a Mosca per gli 80 anni dalla guerra mondiale – ‘vietata’ dall’Ue – si esaltano 75 anni della ‘Comunità del carbone e dell’acciaio’ promossa dal ministro francese Robert Schuman. Molte dichiarazioni di comuni intenti (più o meno condivisibili), rispetto ad una realtà molto più complessa, prima in Germania e poi nella stessa Unione, mai così lacerata come oggi. Con pochi temi largamente condivisi, e non i migliori. Esempio primo l’immigrazione che molte capitali invocano ma si scontra con la realtà dei fatti.
L’analisi appena pubblicata dalla Bce, documenta come i lavoratori stranieri, quindi anche i migranti, «contribuiscono in modo sostanziale» alla crescita economica dell’Eurozona. Fondamentale leva di sviluppo, dove l’Europa vede il fenomeno quasi esclusivamente come minaccia.
Il neo Cancelliere e il neo Papa
Il neo cancelliere ha parlato di pace con il presidente Usa Donald Trump: «Mi ha informato del suo piano per un cessate il fuoco di 30 giorni. Ho espresso il mio sostegno a questa idea». Molto lontani dal richiamo alla pace disarmata e disarmante di papa Leone, il leader cristiano-democratico tedesco è tornato a spingere sul riarmo. Tutti gli europei consapevoli che il maxi piano bellico fa felice soprattutto l’industria tedesca. Il colosso Rheinmetall ha da poco annunciato un aumento di fatturato del 46% nel primo trimestre dell’anno in corso.
Riarmo europeo e regole violate
Cresce intanto lo scontro su tempi e modi del piano di riarmo europeo proposto da von der Leyen. «Alti funzionari dell’Eurocamera, vicini alla presidente dell’Aula Roberta Metsola, hanno dato per certo il ricorso alla Corte di Giustizia UE contro la procedura d’urgenza per l’approvazione di Safe, lo strumento di prestiti per 150 miliardi volto ad incentivare l’industria bellica europea», avverte Andrea Valdambrini sul manifesto. «Porteremo il tema davanti alla Corte, ormai è una questione di principio», ha dichiarato una delle fonti.
La furberia della ‘procedura d’urgenza’
Tutto è cominciato a febbraio quando la presidente della Commissione ha chiesto una procedura d’urgenza per approvare il suo piano. Un percorso accelerato che di fatto elimina il passaggio nelle aule parlamentari, tagliando anche la dialettica politica. La forzatura evidente ha scatenato gli eurodeputati, soli eletti dai popoli europei. La commissione parlamentare Affari giuridici (Juri), guidata dal liberale bulgaro Ilhan Kyuchyuk, ha approvato all’unanimità il parere negativo sul ricorso all’urgenza espresso dal servizio legale della stessa Eurocamera. E martedì, la presidente dell’assemblea, la maltese Matsola, ha inviato una lettera a von der Leyen chiedendole un ripensamento. In caso contrario, si legge nella missiva, «il Parlamento esaminerà l’atto ai sensi dell’articolo 155 del suo regolamento, ricorrendo alla suprema corte di giustizia UE».
Cosa potrebbe accadere adesso
Per la presidente dell’Eurocamera esistono due modi per il ricorso alla Corte. O un’azione autonoma della presidenza o, in alternativa – dirompente – un passaggio attraverso l’Aula di Strasburgo, chiamata per la prima volta nella sua totalità ad esprimersi sul ricorso. In tutti e due i casi l’orizzonte temporale è quello di due mesi e certe proclamate urgenze politico-militari sfumano nella burocrazia interna. Ma il bersaglio è e resta la sempre più discussa presidente della Commissione. «L’urgenza di approvare il suo piano ha umiliato il Parlamento, che stavolta ha reagito».
E la controversia, oltre che legale, si è trasformata in occasione politica. Per questo i 5S (gruppo Left), fortemente contrari al riarmo, accolgono con soddisfazione la via giudiziaria. Anche se in tribunale si discuterà del metodo, non del merito, del piano von der Leyen.
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06/05/2025
Germania - Merz va sotto già al primo voto, il Reichstag gli porta male
Si votava infatti per dare la fiducia al nuovo governo presieduto dal democristiano Friedrich Merz, dopo lunghe e laboriose trattative con l’Spd per fissare il programma e distribuire le poltrone.
Merz si aspettava di ottenere la maggioranza dei 630 membri del Bundestag, ma ha ottenuto il sostegno di soli 310 deputati, con 307 voti contrari al primo turno.
La drammatica sconfitta di Friedrich Merz nel voto per diventare cancelliere al parlamento tedesco è un’ulteriore prova della fragilità della sua coalizione. Ma non è ancora una condanna e morte.
A termini di Costituzione, infatti, gli è concesso un secondo e forse persino un terzo tentativo. Ma è chiaro andare sotto già al primo voto è un’umiliazione unica (mai successo prima) che distrugge la sua credibilità internazionale come leader del più importante paese europeo.
Secondo quanto riportato dai media tedeschi, citando membri dei gruppi, è probabile che una seconda votazione avvenga questa settimana (magari evitando di farla cadere proprio il 9, con analogie storiche terrificanti).
Le elezioni sono ormai lontanissime: il 23 febbraio. Le sue promesse elettorali includevano il miglioramento delle relazioni con i paesi vicini della Germania e una posizione più proattiva a livello europeo. Ma i contrasti più forti – all’interno del suo stesso partito, non certo con i guerrafondai dell’Spd – si sono avuti sul piano di riarmo della Germania, anche indipendentemente dal programma europeo voluto da Ursula von der Leyen.
Il programma dei suoi primi incontri internazionali era già stato fissato, con un viaggio a Parigi e Varsavia mercoledì. Non il modo migliore di presentarsi al mondo, anche se Macron e Tusk faranno finta di niente pur di andare avanti con i loro folli programmi di guerra.
Merz, diventato eurodeputato conservatore nel 1989, è un veterano del partito senza esperienza di governo. Ha lasciato la politica nei primi anni 2000 dopo aver perso lo scontro con l’allora più centrista Angela Merkel.
Ha trascorso un decennio lavorando in innumerevoli consigli di amministrazione, tra cui Blackrock. Un vero rappresentante del capitale finanziario internazionale, pronto a passare da cariche private a cariche pubbliche senza neanche avere un soprassalto di «conflitto di interessi», o quanto di logica da applicare (sembra scontato che dirigere un paese sia totalmente diverso da dirigere un’azienda..).
Ma proprio questa «disinvoltura» si è rivelata una debolezza operativa...
Ultim’ora. Friedrich Merz è stato eletto cancelliere della Germania, ma solo al secondo tentativo: ha incassato 325 voti (il minimo era 316), meno comunque dei voti disponibili per la sua coalizione (329). Il futuro del nuovo esecutivo non si annuncia per nulla facile.
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20/03/2025
“La Germania è tornata!”... ma per andare dove?
Come dovrebbe esser noto, fin qui Berlino è stata il campione dell’“austerità”, del freno al debito pubblico (tanto da inserire in Costituzione il limite dell’1% al nuovo deficit), del mercantilismo e dei bassi salari.
Ora invece – con 513 sì e 207 no – sono state approvate dal Bundestag le riforme che modificano le regole costituzionali sul freno al debito. Numeri alla mano, sarà ancora più facile far approvare la riforma dal Bundesrat, che riunisce i rappresentanti regionali (i Land).
Non deve però sfuggire l'enorme forzatura antidemocratica compiuta da Merz, con il consenso di Spd e Verdi, che ha riunito il Parlamento scaduto pur di evitare di presentare lo stesso testo a quello uscito dalle elezioni di gennaio, dove lo scarto tra favorevoli e contrari – se non altro per mettere in difficoltà la rinata Grosse Koalition – era decisamente basso, se non negativo.
In pratica, una decisione di rilevanza strategica e storica è stata affidata ad un Parlamento defunto, che non rappresenta più il paese reale e le sue ansie.
La maggioranza necessaria ad una riforma costituzionale è infatti, come ovunque nelle “democrazie europee”, dei due terzi: 489 voti. Neanche nel Bundestag ormai sciolto l’alleanza Cdu/Csu-Spd aveva i seggi necessari, ma è arrivato il solito “aiutino” dei Verdi, che già qualche giorno fa avevano raggiunto un compromesso con Merz, in cambio dell’assicurazione che 50 dei miliardi di nuove spese sarebbe stati destinati a indeterminate “politiche ambientali”.
L’eliminazione del freno al debito pubblico è comunque mirata: tutta la spesa che eccede l’1% del Pil (appena 44 miliardi di euro) sarà sottratta al vincolo che limita allo 0,35% del Pil l’indebitamento strutturale consentito allo Stato federale solo se destinata al riarmo o a infrastrutture.
È addirittura rivendicato il fatto che questa svolta sia il “contributo” che la Germania vuol dare al riarmo europeo dopo che gli Stati Uniti, con Trump, hanno manifestato l’intenzione di ridurre fortemente la propria spesa militare, in primo luogo quella destinata alla difesa del Vecchio Continente.
«I nostri alleati nell’Unione europea e nella Nato oggi ci guardano, proprio come fanno i nostri avversari e i nemici del nostro ordine democratico e basato sulle regole», ha affermato Merz durante il dibattito. “Regole” aggirabili a piacimento, come si è appena visto...
E quindi 500 miliardi prenderanno la strada delle fabbriche di armi (un po’ statunitensi, per non irritare troppo gli Usa, un po’ europee, ma soprattutto tedesche), mentre altri 500 in 12 anni saranno destinati a nuovi investimenti in infrastrutture, egualmente fuori dal limite del “freno sul debito”.
Un’operazione di enormi dimensioni, che spingerà il debito pubblico tedesco verso l’80% del Pil (ora è poco sopra il 60%), ma da cui ci si attende una spinta sufficiente a portare l’economia fuori dalla stagnazione provocata proprio dalla fine del periodo in cui il modello mercantilista di Berlino (niente debito, salari bloccati, tutto a favore delle esportazioni) aveva funzionato.
Non sarà un passaggio indolore, comunque. L’esplosione del debito potrebbe avere presto effetti sui mercati finanziari, con l’aumento degli interessi da pagare sui bund, che fanno da parametro per la definizione dello spread con i titoli di stato degli altri paesi. E quindi anche sul livello dei risparmi dei cittadini investiti in obbligazione “sicure”. La stessa moneta unica – l’euro – potrebbe risentirne fino a mettere in difficoltà il vertice della Bce.
Come hanno già individuato gli analisti migliori, il pacchetto tedesco di spese straordinarie “deve prevedere un plafond garantito di importazioni di beni e servizi dagli altri Paesi dell’Eurozona, che altrimenti rischiano il collasso sotto l’urto dei più alti tassi di interesse innescati dalla manovra finanziaria tedesca e dello spiazzamento competitivo del loro debito, che già si è profilato sui mercati anche in relazione al piano di riarmo europeo di cui si sta discutendo in queste due ultime settimane”.
Di fatto, o la nuova spesa tedesca va a vantaggio delle industrie europee in generale, oppure il divario tra le varie economie (e i rispettivi debiti pubblici) va ad accentuarsi oltre il limite del consentito per una “comunità che rispetta le stesse regole”.
Il riequilibrio nelle relazioni commerciali tra Usa e Unione Europea, perentoriamente imposto da Trump con la minaccia dei dazi, tocca infatti soprattutto il paese che più si era avvantaggiato dal modello economico fin qui vigente: la Germania, non a caso. A rimetterci erano state soprattutto Francia, Italia e Spagna, strette tra “disciplina fiscale e stretta salariale” (che ha abbattuto la capacità di spesa dei lavoratori/consumatori e con ciò la “domanda interna”).
Ora tutti i paesi Ue sono in condizioni finanziarie tali da non poter aumentare ancora il deficit, neanche per gli investimenti militare decisi o suggeriti dal piano ReArm Europe. Dunque o la Germania fa da traino con le sue commesse, oppure bisogna ricorrere al “debito comune”, fin qui guardato con orrore a Berlino (e anche da Mario Draghi, che ora invece lo vede come “unica soluzione”).
L’alternativa è drammatica, ma soprattutto certa: un enorme fuga di capitali dai paesi europei verso la Germania (che ha alta capacità di spesa perché dotata di un basso debito pubblico, finora) e quindi una “desertificazione industriale” da far impallidire quella fin qui realizzata.
L’esempio è davanti agli occhi di tutti, e si chiama Germania Est, risucchiata con l’Anschluss del 1992, resa un territorio depresso come il nostro Mezzogiorno e ora campo di conquista per movimenti diversamente “anti-sistema”. E per fortuna che da quelle parti non c’è soltanto l’Afd...
“La Germania è tornata!”, ha affermato trionfante Fridrich Merz dopo l’accordo sulla riforma costituzionale. Per l’Unione Europea sembra più una minaccia che una speranza...
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16/03/2025
La Germania del grande riarmo gioca sporco con la costituzione
Parlamento uscente riesumato
Emendamento costituzionale con almeno due terzi di parlamentari, e due giorni ancora di incarico prima di dover lasciare il posto ai neo eletti che non avrebbero i numeri per autorizzare quei mille miliardi di debito per la nuova Germania armata. Ma ogni compromesso si paga, e per il voto dei Verdi cacciati fuori dal governo, il Cancelliere in pectore, Friedrich Merz, ha dovuto garantire una parte di quei mille miliardi di euro previsti per lo ‘stimolo poliennale’ all’economia, di cui una buona parte riservata alle nuove ‘panzerdivisionen’, a infrastrutture e per la transizione energetica. Scelta compiuta con il peggiore artificio politico possibile.
Il ‘patto del diavolo’
Quello che per alcuni è una sorta di ‘patto del diavolo’, nasce dalla necessità di cambiare la Costituzione... in un paio di giorni. Infatti, per rifare di tutto punto anche la Wehrmacht, Merz deve prima far togliere la clausola sulla famosa «Schuldenbremse», o ‘freno del debito’. Cioè, un argine messo per legge alla possibilità dello Stato di indebitarsi. E siccome da ora in poi saranno cambiali a profusione (diciamo Titoli di stato) e ‘pagherò’, come non si vedevano dall’epoca della Repubblica di Weimar, ecco che bisogna rimangiarsi gli impegni solennemente sottoscritti in precedenza. Per farlo ci vuole una maggioranza qualificata (dei due terzi) che Merz non ha, nel Parlamento appena eletto. E che problema c’è, dicono a Berlino, usiamo quello vecchio, che scade tra un paio di giorni. Il Bundestag nuovo è pieno di ‘populisti’ e di ‘sinistri’ (quelli veri, della Linke), brutti, cattivi e rompiballe. Che non farebbero mai passare un riarmo da mille miliardi (comprese le infrastrutture, per carità). Un riarmo necessario, è la logica non tanto stringente di Merz, se vorremo evitare di vedere i cosacchi abbeverare i loro cavalli sotto la Porta di Brandeburgo.
E la democrazia?
È chiaro, in questo caso forse esce con qualche ecchimosi, se si pensa che a cambiare la Costituzione è un Parlamento già scaduto e poi disinvoltamente riconvocato in via straordinaria. D’altronde, la Corte costituzionale ha bocciato i ricorsi delle opposizioni, dicendo che, in punta di diritto, quella che appare una solare forzatura si può fare. E comunque, dopo il Bundestag toccherà al Bundesrat, la Camera regionale. E là può succedere ancora di tutto. Il messaggio che si vuol far passare è che la guerra va considerata motore dello sviluppo. O, almeno, la paura (magari esagerata a tavolino) di assai ipotetiche ‘invasioni’, viene usata come scusa per spendere e spandere denaro pubblico. Dei contribuenti. E per restare abbarbicati alle poltrone del potere. A Berlino credono di aver trovato la formula magica, per uscire dalla crisi economica: fare debiti. A tanti zeri, facendoli pagare (quando sarà) alle giovani generazioni. Per questo, i ‘padroni del vapore’ stanno escogitando un vero trucco di prestidigitazione costituzionale, eliminando la clausola del ‘freno del debito’.
Everest di denaro per cannoni e bombarde
Vogliono spendere mille miliardi di euro ‘per difendere la Germania’ (da Putin), e per stimolare la loro economia. Un Everest di denaro destinato a cannoni e bombarde, per un riarmo da potenza imperiale che non si vedeva più dai tempi del Kaiser Guglielmo II. Tanto per non nominare personaggi assai più nefasti, nella memoria collettiva. «La corsa al riarmo – scrive il Financial Times – potrebbe rappresentare una spinta molto necessaria per la produzione manifatturiera tedesca, colpita dalla crisi dell’industria automobilistica, dalle imminenti guerre commerciali e dalla crescente concorrenza delle importazioni cinesi di acciaio e automobili a basso costo. A questo proposito – aggiunge il quotidiano finanziario britannico – va sottolineato che il produttore di armi tedesco Rheinmetall, le cui azioni sono quasi raddoppiate quest’anno, sta convertendo alcuni dei suoi stabilimenti nazionali di componenti per auto per produrre equipaggiamento militare. Il mese scorso il produttore di carri armati franco-tedesco KNDS ha accettato di rilevare e convertire una fabbrica di produzione di treni di Alstom nella città orientale di Görlitz per produrre parti per carri armati da combattimento e altri veicoli militari». Tutto molto chiaro.
Crisi geopolitiche come scusa
Esiste un progetto ‘multinazionale’, che sfrutta le crisi geopolitiche come valvola di sicurezza per i mercati e per cercare di tenere a galla il settore manifatturiero. La saldatura tra élites di governo, grande finanza e industria ad alta tecnologia chiude un cerchio, che usa la costante minaccia di un rovinoso conflitto come motore per una garanzia della domanda. Dunque, il modello tedesco offre un teorema interpretativo che può farci capire la logica più profonda del “ReArm Europe”. D’altro canto, alle recenti elezioni generali, chi governava (la coalizione di centro-sinistra) è uscito con le ossa rotte, mentre l’opposizione (si fa per dire) cristiano-democratica ha vinto, ma solo ‘per modo di dire’. Nel senso che ha una maggioranza relativa che, per poter governare, praticamente non le serve a niente. Ha bisogno, insomma, di mettere in piedi una Grosse koalition, appunto con l’SPD e, forse, con i Verdi. Attenzione, però: nel Paese hanno preso quota i partiti anti-sistema, spesso definiti un po’ genericamente ‘populisti’. Specie a Est, in Brandeburgo, Turingia e Sassonia, queste formazioni, di destra e di sinistra, hanno avuto un boom. Mettendo all’angolo, in primis, i socialdemocratici e arginando anche il possibile recupero dei centristi della CDU.
Ex Germania dell’est
Insomma, la Germania, specie l’ex DDR, sta diventando un caso-scuola da scienza politica. Anzi, da affidare ai raffinati interpreti della dinamica dei flussi elettorali e a coloro che studiano il processo di ‘fabbricazione del consenso’. Qui i problemi ‘di sistema’ (sociali ed economici) scatenati dai rivolgimenti geopolitici, non hanno trovato risposte adeguate da parte dei partiti tradizionali. Così è esplosa non solo l’estrema destra xenofoba di Alternative fur Deutschland, ma anche la formazione radicale di sinistra di BSW, ‘costola’ (ma sarebbe meglio dire ‘scheletro intero’) di Die Linke.
Quest’ultima ha avuto anch’essa una buona affermazione elettorale e si qualifica, comunque, per essere un partito che fa opposizione intransigente all’attuale blocco consociativo che governa la Germania. A Est, il blocco elettorale rappresentato da questi partiti anti-sistema supera in quasi tutte le aree il 50%. Ma questo non interessa Herr Merz il quale, infoiato da soldi e cannoni, è arrivato a dire trionfante: «La Germania è tornata!». Suona quasi come una sgradevole minaccia...
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24/02/2025
Germania in stallo, tra conservazione e reazione
Le urne sono state a loro modo spietate. Il finanziere Friedrich Merz, il volto di destra della Cdu, ha vinto ma è rimasto abbondantemente sotto il 30%. Anzi, addirittura sotto il 29 (28,5%), che si traducono in 208 seggi.
Il tracollo dell’Spd ha lasciato a Olaf Scholz e soci appena il 16,4% e 120 deputati. Insieme fanno 328 seggi, garantendo una maggioranza risicata di appena 12 deputati.
Per la formazione di un governo al sicuro da sempre possibili “incidenti parlamentari” – già annunciati per quando si dovranno votare provvedimenti sull’immigrazione, che la Cdu proporrà nell’illusione di “limitare” così l’ascesa dell’AfD – sarebbe necessario imbarcare anche i Grunen, scesi all’11,6%, ma d’altro canto questo complicherebbe le trattative (lo scambio politico tra i diversi programmi) e non assicurerebbe egualmente la “stabilità”.
L’attesa e temuta avanza neonazista dell’AfD è andata anche leggermente al di sopra delle aspettative (il 20,8% invece del 20 attribuito dai sondaggi), raddoppiando voti e seggi; segno che l’alta partecipazione al voto (quasi l’84%) non ha influito sulle proporzioni finali. E che questa presenza è ormai “strutturale” in tutta la Germania, non più solo nei depressi land orientali.
Riemerge dalle tenebre Die Linke, la “sinistra disponibile” che sembrava qualche mese fa destinata al dimenticatoio. Merito in parte dell’ennesima scelta da marketing politico, che ha portato ai vertici la giovane Heidi Reichinnek, anche lei una “ossie”, per intercettare almeno una parte dell’elettorato che vive nell’ex DDR.
Una resurrezione sicuramente facilitata dal suicidio politico commesso quasi un mese fa da una parte dei parlamentari del BSW (la lista di Sarah Wagenknecht), quando hanno votato insieme a Cdu e AfD un ordine del giorno per una futura “legge sulla limitazione dell’afflusso” degli immigrati. Un atto politicamente stupido ma devastante sul piano simbolico, che aveva aperto subito un problema serio con l’ancora vasto elettorato di sinistra radicale, indisponibile a commistioni contronatura. Si è fermata al 4,97%, a una manciata di voti dalla soglia di sbarramento, mentre i sondaggi pre-cazzata la davano sopra il 7%.
Infine spariscono dal Bundestag i liberali, fermi al 4%. Ma nessuno li rimpiangerà...
La formazione di un governo, come da prassi, non sarà né facile né rapida. Lo stesso Merz, mezzo trionfatore, pur spingendo per una soluzione veloce perché “il mondo non ci aspetta”, ha presentato come una vittoria l’eventualità di riuscirci prima di Pasqua (tra due mesi).
Al di là delle ipotesi fornite dall’ars combinatoria sui numeri, il centro della questione è se un governo di compromesso – il solito governo di compromesso, da oltre venti anni a questa parte – sarà in grado di affrontare e soprattutto risolvere problemi giganteschi derivanti dalla mutata situazione strategica in cui la Germania si trova ora.
Due anni di recessione sono un record negativo terribile per la principale economia del Vecchio Continente e dimostrano la crisi profonda in cui è precipitato il “modello mercantilista”, export oriented, basato su salari bassi o comunque “congelati” per un ventennio. Quello stesso modello imposto, per forza economica e azione politica, a tutta l’Unione Europea, che ora si dibatte nella stessa crisi.
Chiunque governi a Berlino, inoltre, non può fare molto contro il venir meno delle ragioni “strutturali” della prosperità tedesca: forniture energetiche a basso costo provenienti dalla Russia, esportazioni verso Mosca e Pechino (poi crollate in conseguenza delle “sanzioni” decise dagli Stati Uniti di Biden per la guerra in Ucraina), basse spese militari grazie all’“ombrello” Usa e all’appartenenza alla Nato. Tutti pilastri che sono venuti meno.
La prospettiva di dazi Usa sulle merci europee, fermo restando il blocco verso Est (logica conseguenza del persistente atteggiamento ultra-guerrafondaio europeo sull’Ucraina), non consente oltretutto di vedere un minimo di sereno all’orizzonte, mente tracolla anche il pilastro industriale principale, l’automotive.
Come si vede, il “successo” economico tedesco era fondato su condizioni strategiche che consentivano il perdurare di un modello “conservativo” sul piano industriale e conservatore su quello politico (l’Spd non è mai stata diversa dalla Cdu, dai tempi di Brandt e Schmidt).
Ed anche quando funzionava quell’assetto non ha consentito di risolvere la principale contraddizione interna alla Germania, ossia la diseguaglianza profonda tra i land dell’Ovest rispetto a quelli ex DDR, oltretutto spogliati del proprio apparato produttivo in seguito all’Anschluss post caduta del Muro.
L’approccio “conservativo” ha ridotto al minimo la capacità di innovazione – praticamente, nessuna impresa tedesca od europea, segnala persino Mario Draghi, è presente tra i protagonisti delle nuove tecnologie – anche perché nessuna “visione” lungimirante è stata prodotta o almeno cercata. Le imprese, del resto, avevano un ambiente confortevole in cui fare alti profitti con il minimo sforzo...
Ora questo mondo invecchiato nella “stabilità” fissata dalle politiche di “austerità” si ritrova a doversi districare tra il trumpismo aggressivo (ma finalizzato alla riduzione degli impegni e delle spese statunitensi) e una possibile “nuova Yalta” che cancellerebbe di colpo tutto il castello di politiche e menzogne messo su nell’ultimo trentennio. Tradotto: che ridurrebbe la portata delle relazioni commerciali con Washington mentre restano congelate quelle con Russia e Cina.
Un problema gigantesco che riguarda certo tutta l’Europa. Ma che ha nella Germania, per forza di cose e di “peso”, il fulcro che determinerà il futuro a medio termine. Un fulcro in stallo tra conservazione senza speranze e reazione senza cervello. Perché l’unica cosa chiara è che una Germania “neonazista” potrebbe solo dar fuoco alle polveri stivate nella crisi, non certo costruire una prospettiva credibile.
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31/01/2025
Liberalnazismo in Germania
All’inizio del 2025 il partito neonazista AfD di Alice Weidel, con i suoi voti ha fatto avere la maggioranza ad una mozione anti-migranti di Friedrich Merz, leader della CDU-CSU di oggi. Dopo 92 anni il favore viene restituito.
La CDU-CSU finora è destinata dai sondaggi ad essere il primo partito in Germania nelle prossime elezioni del 23 febbraio, mentre la AfD dovrebbe essere il secondo partito. Assieme queste due forze dovrebbero detenere la maggioranza nel Parlamento tedesco. Non è detto che riescano subito a governare, ma l’assenza di vere alternative spingerà in questa direzione e in ogni caso il programma dei democristiani tedeschi, oggi, è sempre più di estrema destra.
Merz, dopo aver minacciato di “guerra totale” la Russia, ha lanciato un programma di “rottura epocale” per la Germania fondato su tre punti fondamentali: ultraliberismo economico, grande riarmo e politica di potenza, espulsione dei migranti e stretta poliziesca sulla sicurezza. A questo si aggiunge poi la scelta dello schieramento totale con gli USA di Trump e con Israele dì Netanyahu.
Insomma per la prima volta in un grande paese europeo il partito destinato ad essere in testa nei sondaggi propone il programma liberalfascista e di suprematismo occidentale del presidente argentino Xavier Milei.
Del resto tutto il curriculum di Merz porta in questa direzione. Straricco e rappresentante in Germania della multinazionale della finanza BlackRock (la stessa con cui oggi dialoga di affari Giorgia Meloni), Merz è il figlio politico di Wolfgang Schaeuble.
Ricordate il ministro delle finanze della Germania che, con Mario Draghi presidente della BCE, impose alla Grecia i memorandum che distrussero il paese? Schaeuble è stato il teorico e la guida dell’austerità come modello economico e principio guida di tutte le decisioni politiche, in Germania ed in Europa. Per lui la democrazia veniva molto dopo le decisioni economiche e di mercato: i popoli possono votare come vogliono, poi l’economia decide, fu una sua brutale affermazione.
In questa scuola di disprezzo della democrazia e dell’eguaglianza, nel nome del rigore di bilancio e della crescita dei profitti, Merz è cresciuto e ha poi dato il suo contributo. Nel 2008 il candidato cancelliere per la CDU ha scritto un libello dal titolo esplicativo: Osare più capitalismo.
Le garanzie sociali, i diritti dei lavoratori, il sostegno ai disoccupati sono solo un peso per lo sviluppo e la Germania deve liberarsene, per tornare a crescere a ritmi adeguati alle esigenze delle imprese, che devono essere sostenute riducendo le tasse ai ricchi.
Merz copia sfacciatamente Milei ed Elon Musk.
Il miliardario ex sudafricano più ricco del mondo, fanatico della diseguaglianza come motore della crescita, ha anche dato un contributo fondamentale allo sdoganamento della leader neonazista tedesca. Musk non solo ha esaltato Weidel come la “sola salvezza” del suo paese, ma in una intervista le ha permesso di affermare senza pudore che Hitler fosse “comunista” ed antisemita.
Questo delirio revisionista ha una sua logica, perché in questo modo la candidata cancelliere della AfD ha potuto contemporaneamente compiere due professioni di fede legittimanti: il liberismo economico e il sostegno ad Israele.
E poi naturalmente ci sono la deportazione dei migranti e lo stato di polizia, sui quali Merz e Weidel, come abbiamo appena visto, votano assieme già oggi.
In una Germania in profonda crisi economica, dove la folle guerra contro la Russia e l’ostilità alla Cina hanno distrutto i tradizionali sbocchi del sistema industriale e dove la Volkswagen annuncia i più grandi tagli di personale dal dopoguerra, il programma economico di estrema destra ha bisogno di costruire consenso con il razzismo di stato contro i migranti.
È una ricetta antica: ai lavoratori e ai poveri che perdono lavoro e diritti, si spiega che il loro nemico non sono le banche, i ricchi, le multinazionali con i loro stratosferici profitti. Il nemico del popolo tedesco sono i migranti che rubano lavoro e diritti. La ricetta razzista di Trump e Musk è assunta totalmente da Merz.
E se Merz e Weidel sostengono le stesse posizioni e sono in piena sintonia con la nuova amministrazione USA, perché alla fine, magari dopo un poco di schermaglie tattiche, non dovrebbero governare assieme? Solo perché Scholz, la SPD e i Verdi tedeschi chiedono di mantenere l’esclusione dal governo di AfD perché neonazista?
Come sono credibili questi sedicenti “antifascisti” che hanno sostenuto in modo fanatico la guerra alla Russia, che stanno con Israele anche nel genocidio palestinese e anzi definiscono antisemita chi lo denuncia! E che ora, per seguire l’onda reazionaria si mettono anch’essi a lanciare proclami contro "l’immigrazione incontrollata".
Come sono alternativi alla destra SPD e Verdi che della destra finiscono per essere una fotocopia sbiadita e che in Europa stanno con la baronessa Ursula von der Leyen, collega di partito di Merz e alleata di Giorgia Meloni!
Quello che sta accadendo in Germania è quello che è accaduto in Italia, in gran parte d’Europa e negli Stati Uniti.
Quando le sinistre liberal-democratiche adottano politiche liberiste e di guerra, possono restare al governo solo se l’economia va molto bene. Altrimenti è l’estrema destra, comunque nominata o mascherata che vince. Certo, questo non vuol dire che tornino dittature come quelle del secolo scorso, in generale la forma esteriore della democrazia rimane, ma la sua sostanza di giustizia, eguaglianza, pace, viene distrutta passo dopo passo.
Fino a che non si costruiranno la rottura e l’alternativa a liberismo e guerra, la destra conservatrice e liberale si sposterà sempre più su posizioni reazionarie e fasciste. Liberali e fascisti si avvicinano sempre di più in Occidente; e se questo percorso può essere chiamato da noi e altrove liberalfascismo, per ovvie ragione storiche la convergenza tra Merz e Weidel diventa liberalnazismo.
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30/01/2025
Germania - Sdoganati i neonazisti, fine della recita “democratica”
Era anche rimasto l’unico a tener fuori dalle maggioranze parlamentari, magari solo per approvare una singola legge, gli eredi del nazismo. E non a caso l’hanno fatto sull’immigrazione, diventata dappertutto l’unico o principale «tema politico» su cui viene indirizzata una insicurezza sociale crescente che origina, però, da tutt’altre condizioni concrete: salari bloccati da anni (quasi venti, in Germania), potere d’acquisto in calo, precarietà occupazionale, crisi industriale colossale (l’automotive a pezzi), riduzione del welfare (anche se, certo, non nella misura in cui è stato tagliato in Italia), disuguaglianze crescenti e sfacciate, sottosviluppo dell’Est rispetto al resto del paese.
Il tutto per opera della «democrazia cristiana», ovvero la Cdu ora guidata da Friedrich Merz, che ha presentato e farà approvare – non appena avrà vinto le elezioni, da qui ad un mese – provvedimenti di drastica restrizione sia per nuovi ingressi di migranti che per la cacciata di colore che vengono considerati “indesiderabili” o semplicemente in esubero.
“Sì, potrebbe essere che l’AfD, per la prima volta, renda possibile l’approvazione di una legge necessaria”, ha detto Merz mercoledì in un acceso dibattito parlamentare. “Ma signore e signori, siamo di fronte alla scelta di continuare a guardare impotenti mentre le persone nel nostro paese vengono minacciate, ferite e uccise”, ha proseguito, “o di alzarci e fare ciò che è indiscutibilmente necessario in questa materia”.
AfD non è solo un partito chiaramente neonazista, ma ha anche recentemente ottenuto l’apprezzamento esplicito di Elon Musk, nuovo boss dei tecnomiliardari (“superare il complesso di colpa per il passato”), a sancire che il nuovo capitalismo occidentale spalanca di nuovo le porte alla dittatura genocida pur di provare a mantenere l’egemonia sul mondo.
Le giustificazioni per la scelta democristiana sono ridicole, perfettamente uguali a quelle che – in Italia o altrove – sono state sempre sollevate per operazioni simili. Il cambio di rotta di Merz per accettare tale sostegno fa infatti parte di un presunto sforzo pre-elettorale per “riconquistare gli elettori che sono passati all’estrema destra a causa della questione migratoria”.
Jürgen Hardt, un alto parlamentare della CDU, ha detto alla stampa che la mossa aiuterà a garantire che i partiti mainstream smettano di perdere voti a favore dell’AfD e potenzialmente ne riconquistino alcuni. “Ci stiamo assicurando che nessun altro si avvicini all’AfD, perché possono trovare una risposta politica alle loro preoccupazioni urgenti all’interno dei partiti democratici”.
Un po’ come Walter Veltroni che ogni tre per due sentenzia che “la sinistra si deve occupare della sicurezza”, no? Ed in effetti anche il cancelliere uscente Scholz, “socialdemocratico”, ha fatto qualcosa di simile negli ultimi giorni del suo mandato e nella prima parte della campagna elettorale in corso. Salvo indignarsi, ieri, dalla tribuna parlamentare quando questo modo di “cedere terreno” alla destra arriva contro il muro degli atti concreti.
Non ci vogliono geni della politica per capire che se ti adatti a seguire l’agenda politica fissata dall’ultradestra farai una politica di ultradestra (a prescindere da chi ci mette la faccia in un primo momento), diffonderai ulteriormente il virus autoritario, suprematista, razzista, “coccolandolo” come comprensibile, giustificato, ecc.
È interessante far notare che lo schema ideologico del vecchio nazismo tedesco si vada così riproponendo ora quasi integralmente. Semplicemente ha sostituito l’antisemitismo storico con l’odio razziale contro i migranti. Trovato il nuovo “nemico”, il resto può tornare (o forse non se n’era mai andato davvero)...
La Germania, ricordiamo, è in questo momento il paese europeo – insieme forse alla Francia – in cui la sedicente lotta all’“antisemitismo” si manifesta come divieto legale di qualsiasi critica allo Stato di Israele (dunque, in realtà, all’“antisionismo”; ad una linea politica, insomma, non condivisa peraltro neanche da tutti gli ebrei nel mondo).
Dopo aver pasticciato con le ideologie – prima dichiarandone la “fine” in nome del “pensiero unico” neoliberista (il famoso “non c’è alternativa” della Thatcher), poi equiparando tutte le ideologie non liberali come “dittatoriali” – ora l’establishment europeo e tedesco in particolare si ritrova esattamente al punto di partenza: imbarcare il neonazismo nella gestione del paese.
Tutte le contorsioni ideologiche possibili sono infatti rintracciabili nella “giustificazione” che lo stesso Merz ha voluto dare alla sua scelta: “Sì, potrebbe essere che l’AfD, per la prima volta, renda possibile l’approvazione di una legge necessaria”, ha detto Merz. “Ma signore e signori, siamo di fronte alla scelta di continuare a guardare impotenti mentre le persone nel nostro paese vengono minacciate, ferite e uccise, o di alzarci e fare ciò che è indiscutibilmente necessario in questa materia”.
Sfruttamento cinico di qualche episodio di cronaca nera (sulle cui cause concrete sarebbe magari il caso di interrogarsi), disinvoltura altrettanto cinica nell’accettazione dei “complici di strada” e solita teoria del “non si può fare diversamente”.
La crisi economica dell’Occidente neoliberista è lentamente scivolata verso la crisi di egemonia globale. Ma ora sta rapidamente degenerando in devastazione morale. Sotto la volontà di dominare il mondo, insomma, non c’è più niente. Né “democrazia”, né “valori”, né speranze di miglioramento.
Non c’è futuro, su questa strada...
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28/07/2024
La crisi della Germania
di Sergio Fontegher Bologna
La crisi politica, economica e sociale della Germania post-Merkel è diventata argomento di primo piano dei media italiani. Il numero di Limes uscito il 6 luglio è stato interamente dedicato a questo. I rapporti storici ed economici tra i nostri due paesi, Italia e Germania, sono stati così importanti che alcune riflessioni si rendono necessarie, magari aggiungendo qualche informazione in più a quelle che circolano negli organi di stampa.
Mi ricollego pertanto a quanto avevo scritto nel libro “Banche e crisi. Dal petrolio al container”, più di dieci anni fa (Derive&Approdi, Roma, 2013). Descrivevo il crollo del sistema finanziario tedesco che era leader mondiale nella finanza dello shipping, con il fallimento di centinaia di società specializzate nel cosiddetto KG-System, società in accomandita semplice che per decenni avevano consentito ai risparmiatori privati ottimi ritorni nel noleggio di navi container. Il crack coinvolse anche la banca pubblica HSH Nordbank, posseduta dal Land di Amburgo e dal Land dello Schleswig Holstein, che al tempo era la banca al mondo maggiormente presente nei finanziamenti allo shipping.
La Germania, nel giro di pochi mesi, perse una leadership mondiale in un settore chiave della globalizzazione, quello del container. Il suo primato sarà in seguito raccolto dalla finanza cinese e giapponese con l’adozione di particolari strumenti innovativi come il leasing. Ma, dopo quello del 2012, altri choc dovevano investire il mondo finanziario e bancario tedesco, con un susseguirsi di scandali che arrivano ai giorni nostri.
Ne cito soltanto tre: lo scandalo P&R nel 2018, una delle più colossali truffe del dopoguerra, sempre nel settore container; la società vendeva o noleggiava container a dei privati, si scoprì che un milione circa di questi container non esisteva affatto, più di 50 mila investitori persero i loro soldi; il caso Wirecard nel 2020, società di gestione digitale dei pagamenti, che ha praticato sistemi fraudolenti su vasta scala, e poi, il caso più sconvolgente, il cosiddetto “affare cum-ex”, che ha coinvolto più di 5 paesi europei, dove con la complicità di grandi banche, società finanziarie, intermediari, singoli professionisti, sono state rimborsate delle tasse a chi non ne aveva diritto per un valore di circa 62 miliardi di dollari, la metà dei quali nella sola Germania. E ogni volta è emersa la responsabilità dell’Autorità di vigilanza Bafin, che non faceva il suo mestiere.
Nel mettere a nudo questo complesso sistema di evasione fiscale è stata soprattutto una magistrata di Colonia, Anne Brorhilker, che ha fatto parte di una task force appositamente creata nel 2012 per venire a capo di questo sistema. Ebbene, ad aprile di quest’anno ha annunciato di volersi dimettere dalla magistratura in quanto il governo, il mondo politico e il sistema finanziario tedesco non farebbero nulla per contrastare seriamente il fenomeno truffaldino e per colpire i maggiori responsabili. Ha deciso di proseguire la sua battaglia all’interno di un’iniziativa, una NGO o Bürgerinitiative, dal nome Finanzwende, fondata nel 2018 da un ex deputato dei Grünen con l’intento di contrastare lo strapotere della lobby finanziaria e bancaria. Uno degli obbiettivi dell’azione della Brorhilker, che evidentemente non è riuscita a raggiungere con gli strumenti della legge, è quello di recuperare almeno una parte dei miliardi sottratti al fisco. Tra i principali responsabili politici della copertura offerta alla lobby finanziaria vengono considerati sia il cancelliere Olaf Scholz che il suo ministro delle finanze, il liberale Christian Lindner.
Che nel mondo dell’alta finanza tedesca ci fosse qualcosa che non andava lo si era visto già con la Deutsche Bank, la sua filiale americana e i rapporti con Donald Trump, ma fa molta più impressione pensare ad altri episodi dove il grande capitale tedesco sembra inseguire ancora sogni di grandezza e di leadership mondiale che poi si rivelano illusori. Il caso dell’acquisizione di Monsanto da parte della Bayer per esempio, è uno di questi, operazione contro la quale si erano schierate decine di associazioni ambientaliste e di organismi scientifici a Colonia nel 2017. La Bayer si è trovata coinvolta negli Stati Uniti in una serie di class action per risarcimenti dovuti a danni provocati nell’organismo di migliaia di persone da determinati prodotti Monsanto, come i pesticidi. Il titolo Bayer è crollato. E i sindacati non hanno fatto bella figura, visto che, malgrado la loro presenza negli organismi previsti dalla Mitbestimmung, non hanno avuto nulla da ridire. Casi come questi ricordano un po’ gli idoli che vanno in pezzi, certezze in determinate istituzioni (come la Mitbestimmung) che svaniscono e producono destabilizzazione di un sistema.
Di recente, dopo i risultati delle elezioni europee, il sociologo Klaus Dörre di Jena ha reso noti i risultati di una sua indagine nel corso della quale si era chiesto, tra l’altro, perché proprio gli operai dell’industria automobilistica sembrano orientati a votare l’estrema destra di AfD – non solo nelle regioni orientali – con percentuali del 30% in certe fabbriche Volkswagen. L’auto elettrica viene percepita come un rischio o come un lusso (in effetti le auto elettriche ora in commercio sono costose) mentre nei paesi, nelle periferie, dove questi operai vivono, mancano i servizi, i trasporti pubblici, certe volte anche i negozi. La contrarietà alla transizione energetica da parte degli operai in parte è determinata dalla radicalità con cui viene perseguita la transizione, cioè l’abbandono dei motori a combustione interna a favore dell’elettrico in un troppo breve lasso di tempo, con conseguenze occupazionali non quantificabili. Questo riguarda anche l’industria italiana fornitrice di componenti, che subisce i contraccolpi di una crisi che è anche di natura culturale, per non dire ideologica.
Un groviglio di contraddizioni, dove però mi sembra esagerato, come fa Limes, ricondurre tutto alla guerra in Ucraina e al taglio traumatico dei rifornimenti energetici dalla Russia (sabotaggio al North Stream 2). La lotta per un rovesciamento della politica “orientata a est” della Merkel era cominciata ben prima della guerra e aveva avuto un protagonista il cui nome appare di rado nei media italiani: Friedrich Merz, responsabile della filiale tedesca di Blackrock – la punta di diamante della finanza mondiale – che, inizialmente sconfitto dalla Merkel all’interno del partito, la CDU-CSU, se ne era allontanato per poi rientrare e assumerne la leadership. Un filo-atlantista di ferro, membro del think thank Atlantic Bridge, disposto a governare a livello locale coi Verdi, vedi il caso di Berlino, e a livello nazionale con la AfD, sebbene con molta prudenza.
Blackrock è al di sopra di Biden e di Trump, è un’espressione del capitale finanziario internazionale allo stato puro. Contro la sua ingerenza nell’economia tedesca è stato organizzato – sulla scia del vecchio Tribunale Russel – un Blackrock Tribunal, che ha già tenuto due sessioni. (Tra gli organizzatori è presente il prof. Werner Rügemer, il cui libro sulla finanza mondiale è stato tradotto in italiano, Capitalisti del XXI secolo. I nuovi operatori finanziari, Castelvecchi 2021).
Formalmente Blackrock è una società di gestione di capitali, di asset management, ma sempre più appare come un formidabile strumento di presidio dei poteri, la sua presenza in Italia non a caso si manifesta in quello “che conta” del nostro sistema d’impresa (Cassa Depositi e Prestiti, ENI, Enel, Intesa San Paolo, Unicredit...). Sono stati i campioni della sostenibilità, della necessità di rispettare i parametri ESG negli investimenti e nell’erogazione di prestiti, con accenti da moralismo puritano nei discorsi di Larry Fink, il fondatore, ma pronti a spostarsi subito sugli armamenti quando la guerra è diventata con l’Ucraina il business del secolo.
Quello che è certo è che il modello tedesco, di una “economia sociale di mercato” – per dirla con il ministro delle finanze di Adenauer – sempre più indebolita e screditata, lascia definitivamente il posto a un modello di società dove le diseguaglianze saranno destinate ad aumentare drammaticamente e le turbolenze sociali ad acuirsi, sempre più simile agli Stati Uniti e sempre più lontana dai valori della Zivilisation europea.
Con queste contraddizioni dovremo fare i conti, cercando di fare tesoro della nostra lunga familiarità con il mondo tedesco, per non cadere nella ripetizione di luoghi comuni e soprattutto in atteggiamenti difficilmente comprensibili, come quel malcelato senso di Schadenfreude che spesso aleggia nei resoconti della nostra stampa sulla crisi tedesca. Abbiamo solo che da perdere dalla crisi della Germania. Da qui in avanti dovremo essere molto più fini e accorti nel conviverci, non dare per scontato nulla.
Faccio un esempio. L’Associazione di Logistica Tedesca, la BVL, ha commentato nella sua newsletter Log.Mail del 5 luglio scorso lo studio di PwC Germania “Reinventing Supply Chains 2030”. Intervistando un migliaio di manager della logistica, è risultato che le soluzioni migliori per far fronte alle continue disruptions delle catene di fornitura sono quelle end-to-end, però i costi che debbono affrontare e il cambiamento del modo di lavorare che comportano le soluzioni end-to-end sono così impegnativi che solo un 5% degli intervistati dice di averlo fatto o di averlo avviato; la stragrande maggioranza, pur dicendo che cambiare le catene di fornitura è necessario e di averlo in programma, ci pensa due volte prima di realizzarlo veramente. Da qui risultano ridimensionati fenomeni come il re-shoring o il decoupling dalla Cina. (Secondo i dati di Xeneta, Container Trade Statistics, nei primi cinque mesi del 2024 l’export della Cina, in termini di merce in contenitori, è aumentato del 9,9% verso l’Europa rispetto allo stesso periodo del 2023, e del 15,4% verso il Nordamerica; si tenga presente che queste due rotte commerciali sono quelle che maggiormente risentono della crisi di Suez. Difficile parlare di decoupling con questi numeri.)
Questo non ci deve far dimenticare che le società di logistica tedesche continuano a investire cercando d’innovare, mentre il settore logistico italiano, anche se rappresentato da filiali di grandi multinazionali, sembra barcamenarsi tra evasione fiscale e contributiva e lavoro irregolare (v. le recenti misure prese dalla Procura di Milano, che, mettendo sotto inchiesta decine di aziende di logistica, tra cui filiali di grandi gruppi europei e americani, ha recuperato già 480 milioni di euro di evasione fiscale). Vedremo ora che succede dopo l’approvazione della Direttiva europea sulla Corporate Sustainability Due Diligence. Si metteranno in regola i nostri specialisti della distribuzione? Per non parlare del confronto che viene spontaneo fare tra due crisi, quella del settore automotive italiano e quella tedesca, profonda fin che si vuole, ma ben lontana dalla telenovela cui siamo costretti ad assistere con le giravolte di Stellantis.