Cade l’ultima fragile barriera «europea ed europeista» che impediva alla destra neofascista di determinare le politiche di un Paese. Ed è accaduto in Germania, il più importante e grande dei paesi europei.
Era anche rimasto l’unico a tener fuori dalle maggioranze parlamentari, magari solo per approvare una singola legge, gli eredi del nazismo. E non a caso l’hanno fatto sull’immigrazione, diventata dappertutto l’unico o principale «tema politico» su cui viene indirizzata una insicurezza sociale crescente che origina, però, da tutt’altre condizioni concrete: salari bloccati da anni (quasi venti, in Germania), potere d’acquisto in calo, precarietà occupazionale, crisi industriale colossale (l’automotive a pezzi), riduzione del welfare (anche se, certo, non nella misura in cui è stato tagliato in Italia), disuguaglianze crescenti e sfacciate, sottosviluppo dell’Est rispetto al resto del paese.
Il tutto per opera della «democrazia cristiana», ovvero la Cdu ora guidata da Friedrich Merz, che ha presentato e farà approvare – non appena avrà vinto le elezioni, da qui ad un mese – provvedimenti di drastica restrizione sia per nuovi ingressi di migranti che per la cacciata di colore che vengono considerati “indesiderabili” o semplicemente in esubero.
“Sì, potrebbe essere che l’AfD, per la prima volta, renda possibile l’approvazione di una legge necessaria”, ha detto Merz mercoledì in un acceso dibattito parlamentare. “Ma signore e signori, siamo di fronte alla scelta di continuare a guardare impotenti mentre le persone nel nostro paese vengono minacciate, ferite e uccise”, ha proseguito, “o di alzarci e fare ciò che è indiscutibilmente necessario in questa materia”.
AfD non è solo un partito chiaramente neonazista, ma ha anche recentemente ottenuto l’apprezzamento esplicito di Elon Musk, nuovo boss dei tecnomiliardari (“superare il complesso di colpa per il passato”), a sancire che il nuovo capitalismo occidentale spalanca di nuovo le porte alla dittatura genocida pur di provare a mantenere l’egemonia sul mondo.
Le giustificazioni per la scelta democristiana sono ridicole, perfettamente uguali a quelle che – in Italia o altrove – sono state sempre sollevate per operazioni simili. Il cambio di rotta di Merz per accettare tale sostegno fa infatti parte di un presunto sforzo pre-elettorale per “riconquistare gli elettori che sono passati all’estrema destra a causa della questione migratoria”.
Jürgen Hardt, un alto parlamentare della CDU, ha detto alla stampa che la mossa aiuterà a garantire che i partiti mainstream smettano di perdere voti a favore dell’AfD e potenzialmente ne riconquistino alcuni. “Ci stiamo assicurando che nessun altro si avvicini all’AfD, perché possono trovare una risposta politica alle loro preoccupazioni urgenti all’interno dei partiti democratici”.
Un po’ come Walter Veltroni che ogni tre per due sentenzia che “la sinistra si deve occupare della sicurezza”, no? Ed in effetti anche il cancelliere uscente Scholz, “socialdemocratico”, ha fatto qualcosa di simile negli ultimi giorni del suo mandato e nella prima parte della campagna elettorale in corso. Salvo indignarsi, ieri, dalla tribuna parlamentare quando questo modo di “cedere terreno” alla destra arriva contro il muro degli atti concreti.
Non ci vogliono geni della politica per capire che se ti adatti a seguire l’agenda politica fissata dall’ultradestra farai una politica di ultradestra (a prescindere da chi ci mette la faccia in un primo momento), diffonderai ulteriormente il virus autoritario, suprematista, razzista, “coccolandolo” come comprensibile, giustificato, ecc.
È interessante far notare che lo schema ideologico del vecchio nazismo tedesco si vada così riproponendo ora quasi integralmente. Semplicemente ha sostituito l’antisemitismo storico con l’odio razziale contro i migranti. Trovato il nuovo “nemico”, il resto può tornare (o forse non se n’era mai andato davvero)...
La Germania, ricordiamo, è in questo momento il paese europeo – insieme forse alla Francia – in cui la sedicente lotta all’“antisemitismo” si manifesta come divieto legale di qualsiasi critica allo Stato di Israele (dunque, in realtà, all’“antisionismo”; ad una linea politica, insomma, non condivisa peraltro neanche da tutti gli ebrei nel mondo).
Dopo aver pasticciato con le ideologie – prima dichiarandone la “fine” in nome del “pensiero unico” neoliberista (il famoso “non c’è alternativa” della Thatcher), poi equiparando tutte le ideologie non liberali come “dittatoriali” – ora l’establishment europeo e tedesco in particolare si ritrova esattamente al punto di partenza: imbarcare il neonazismo nella gestione del paese.
Tutte le contorsioni ideologiche possibili sono infatti rintracciabili nella “giustificazione” che lo stesso Merz ha voluto dare alla sua scelta: “Sì, potrebbe essere che l’AfD, per la prima volta, renda possibile l’approvazione di una legge necessaria”, ha detto Merz. “Ma signore e signori, siamo di fronte alla scelta di continuare a guardare impotenti mentre le persone nel nostro paese vengono minacciate, ferite e uccise, o di alzarci e fare ciò che è indiscutibilmente necessario in questa materia”.
Sfruttamento cinico di qualche episodio di cronaca nera (sulle cui cause concrete sarebbe magari il caso di interrogarsi), disinvoltura altrettanto cinica nell’accettazione dei “complici di strada” e solita teoria del “non si può fare diversamente”.
La crisi economica dell’Occidente neoliberista è lentamente scivolata verso la crisi di egemonia globale. Ma ora sta rapidamente degenerando in devastazione morale. Sotto la volontà di dominare il mondo, insomma, non c’è più niente. Né “democrazia”, né “valori”, né speranze di miglioramento.
Non c’è futuro, su questa strada...
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/01/2025
16/06/2023
Cile - L’ipocrisia e il cinismo di Boric
Durante la riunione dei presidenti sudamericani a Brasilia, il presidente cileno Gabriel Boric, che si atteggia a ‘progressista’, ha criticato la situazione dei diritti umani in Venezuela.
Dal suo insediamento alla presidenza del Brasile nel gennaio 2023, Luiz Inácio Lula da Silva ha fatto grandi sforzi per rilanciare il processo di cooperazione regionale in un continente frammentato e diviso [1].
In questa prospettiva, ha organizzato il Vertice del Sudamerica che ha riunito i presidenti della zona il 29 e 30 maggio 2023 per rafforzare l’integrazione e il dialogo tra i diversi vicini, tra cui spicca il Venezuela.
Questo Paese subisce da anni sanzioni economiche estremamente severe imposte dagli Stati Uniti, che violano gravemente i diritti fondamentali dei venezuelani [2].
Il presidente Lula ha denunciato l’ostracismo e la guerra politica, economica, diplomatica e mediatica di cui è vittima il Venezuela, sottolineando “la narrativa che è stata costruita contro il Venezuela di antidemocrazia e autoritarismo“, in particolare per ragioni ideologiche.
Ha anche criticato il doppio standard praticato da alcuni paesi: è “molto strano [che] le richieste che il mondo democratico fa al Venezuela non vengano fatte all’Arabia Saudita” [3].
Il presidente ultraconservatore dell’Uruguay, Luis Lacalle Pou, e il suo omologo cileno, Gabriel Boric, hanno criticato le parole di Lula sul Venezuela. Se la posizione del dignitario neoliberista uruguaiano non stupisce, quella del presidente cileno, presumibilmente di ‘centrosinistra’, ha suscitato maggiori incomprensioni.
Boric ha insistito sul “dolore di centinaia di migliaia di venezuelani che oggi sono nella nostra patria”, senza dire una parola sulle sanzioni economiche statunitensi che stanno strangolando il Paese di Simón Bolívar e che sono la causa principale di questo esodo. “I diritti umani (DDHH) devono essere rispettati sempre e ovunque”, ha concluso [4].
Boric, durante il suo anno e tre mesi di gestione del Cile, ha dimostrato di essere un diligente “collaboratore” di Washington.
Due realtà mettono in dubbio la sincerità delle preoccupazioni del Presidente cileno. In primo luogo, l’ultimo rapporto di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani in America Latina è imbarazzante per molti paesi.
Se ci si basa sulla realtà fattuale dello studio, non è possibile additare specificamente il Venezuela su questa questione. Le violazioni dei diritti umani sono numerose e gravissime in tutto il continente [5].
In secondo luogo, per ergersi a giudice, è imprescindibile avere l’autorità morale necessaria. Ora, l’ultimo rapporto di Amnesty International del 2022/23 sul Cile avrebbe dovuto indurre Gabriel Boric a mostrare più umiltà. Tale organizzazione ha infatti denunciato l’impunità di cui beneficiano gli agenti dello Stato responsabili di “violazioni dei diritti umani”.
Amnesty International ha anche sottolineato che le forze dell’ordine si sono rese colpevoli di “crimini contro l’umanità“, “di torture e altri maltrattamenti” durante la crisi sociale del 2019. Allo stesso modo, il rapporto ha riferito di “arresti arbitrari: molte persone sono state assolte per mancanza di prove dopo aver trascorso lunghi periodi in carcere preventivo”.
Il rapporto di questa organizzazione ha anche rilevato casi di “torture e altri maltrattamenti” nei confronti di pazienti in un ospedale psichiatrico e ha sottolineato che, lungi dal perseguire i responsabili di questi crimini, “la Procura di Valparaíso ha chiesto la sospensione definitiva del caso” [ 6].
Di fronte alle telecamere, Gabriel Boric ha espresso la sua compassione per i migranti e i rifugiati venezuelani. Si trattava in realtà solo di una presa di posizione di facciata destinata alla stampa e priva di sincerità. Amnesty International ha infatti denunciato le violazioni “dei diritti dei rifugiati o dei migranti” in Cile.
“Le autorità hanno ripreso le espulsioni immediate delle persone straniere senza valutare la loro necessità di protezione internazionale” [7]. Amnesty International ha persino pubblicato una lettera aperta a Gabriel Boric esprimendo la sua “grave preoccupazione per la situazione in cui si trovano le persone bisognose di protezione internazionale al confine tra Cile e Perù“, denunciando il “dispiegamento delle Forze Armate e l’instaurazione dello stato di eccezione”, misure contrarie “agli obblighi internazionali del Cile” [8].
Alla luce di questi elementi, Boric non dispone dell’autorità morale per dissertare sulla situazione dei diritti umani in Venezuela. Le sue dichiarazioni sono motivate più da considerazioni politiche e volontà di compiacere alcuni settori che da una sincera preoccupazione per la sorte del Venezuela.
Se il Presidente cileno fosse allarmato per il benessere del popolo venezuelano e non facesse un discorso ipocrita, dovrebbe condannare le sanzioni economiche statunitensi contro Caracas e chiederne l’immediata revoca.
Note
[1] Voz of America, «Presidentes sudamericanos buscan mayor integracion en Brasil», 29 de mayo de 2023. https://www.vozdeamerica.com/a/presidentes-sudamericanos-buscan-mayor-integracion-en-brasilia/7113727.html (sitio consultado el 1 de junio de 2023).
[2] Ministério das Relaçãos Exteriores, «Consenso de Brasília», 30 de mayo de 2023. https://www.gov.br/mre/pt-br/canais_atendimento/imprensa/notas-a-imprensa/consenso-de-brasilia-2013-30-de-maio-de-2023 (sitio consultado el 1 de junio de 2023).
[3] BBC News Mundo, «‘No es una construcción narrativa, es la realidad’: las críticas de los presidentes de Chile y Uruguay a Lula por sus palabras sobre Venezuela», 31 de mayo de 2023. https://www.bbc.com/mundo/noticias-america-latina-65762357 (sitio consultado el 1 de junio de 2023).
[4] Ibid.
[5] Amnesty International, «Rapport annuel 2022/23. La situation des droits humains dans le monde», 27 de marzo de 2023. https://www.amnesty.org/fr/documents/pol10/5670/2023/fr/ (sitio consultado el 1 de junio de 2023).
[6] Amnesty International, «Rapport annuel. Chili 2022», 27 de marzo de 2023. https://www.amnesty.org/fr/location/americas/south-america/chile/report-chile/ (sitio consultado el 1 de junio de 2023).
[7] Ibid.
[8] Amnesty International, «Chili et Pérou. Lettre ouverte à la présidente Dina Boluarte et au président Gabriel Boric», 4 de mayo de 2023. https://www.amnesty.org/fr/latest/news/2023/05/chile-y-peru-carta-abierta-a-la-presidenta-dina-boluarte-y-el-presidente-gabriel-boric/ (sitio consultado el 1 de junio de 2023).
Fonte
Dal suo insediamento alla presidenza del Brasile nel gennaio 2023, Luiz Inácio Lula da Silva ha fatto grandi sforzi per rilanciare il processo di cooperazione regionale in un continente frammentato e diviso [1].
In questa prospettiva, ha organizzato il Vertice del Sudamerica che ha riunito i presidenti della zona il 29 e 30 maggio 2023 per rafforzare l’integrazione e il dialogo tra i diversi vicini, tra cui spicca il Venezuela.
Questo Paese subisce da anni sanzioni economiche estremamente severe imposte dagli Stati Uniti, che violano gravemente i diritti fondamentali dei venezuelani [2].
Il presidente Lula ha denunciato l’ostracismo e la guerra politica, economica, diplomatica e mediatica di cui è vittima il Venezuela, sottolineando “la narrativa che è stata costruita contro il Venezuela di antidemocrazia e autoritarismo“, in particolare per ragioni ideologiche.
Ha anche criticato il doppio standard praticato da alcuni paesi: è “molto strano [che] le richieste che il mondo democratico fa al Venezuela non vengano fatte all’Arabia Saudita” [3].
Il presidente ultraconservatore dell’Uruguay, Luis Lacalle Pou, e il suo omologo cileno, Gabriel Boric, hanno criticato le parole di Lula sul Venezuela. Se la posizione del dignitario neoliberista uruguaiano non stupisce, quella del presidente cileno, presumibilmente di ‘centrosinistra’, ha suscitato maggiori incomprensioni.
Boric ha insistito sul “dolore di centinaia di migliaia di venezuelani che oggi sono nella nostra patria”, senza dire una parola sulle sanzioni economiche statunitensi che stanno strangolando il Paese di Simón Bolívar e che sono la causa principale di questo esodo. “I diritti umani (DDHH) devono essere rispettati sempre e ovunque”, ha concluso [4].
Boric, durante il suo anno e tre mesi di gestione del Cile, ha dimostrato di essere un diligente “collaboratore” di Washington.
Due realtà mettono in dubbio la sincerità delle preoccupazioni del Presidente cileno. In primo luogo, l’ultimo rapporto di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani in America Latina è imbarazzante per molti paesi.
Se ci si basa sulla realtà fattuale dello studio, non è possibile additare specificamente il Venezuela su questa questione. Le violazioni dei diritti umani sono numerose e gravissime in tutto il continente [5].
In secondo luogo, per ergersi a giudice, è imprescindibile avere l’autorità morale necessaria. Ora, l’ultimo rapporto di Amnesty International del 2022/23 sul Cile avrebbe dovuto indurre Gabriel Boric a mostrare più umiltà. Tale organizzazione ha infatti denunciato l’impunità di cui beneficiano gli agenti dello Stato responsabili di “violazioni dei diritti umani”.
Amnesty International ha anche sottolineato che le forze dell’ordine si sono rese colpevoli di “crimini contro l’umanità“, “di torture e altri maltrattamenti” durante la crisi sociale del 2019. Allo stesso modo, il rapporto ha riferito di “arresti arbitrari: molte persone sono state assolte per mancanza di prove dopo aver trascorso lunghi periodi in carcere preventivo”.
Il rapporto di questa organizzazione ha anche rilevato casi di “torture e altri maltrattamenti” nei confronti di pazienti in un ospedale psichiatrico e ha sottolineato che, lungi dal perseguire i responsabili di questi crimini, “la Procura di Valparaíso ha chiesto la sospensione definitiva del caso” [ 6].
Di fronte alle telecamere, Gabriel Boric ha espresso la sua compassione per i migranti e i rifugiati venezuelani. Si trattava in realtà solo di una presa di posizione di facciata destinata alla stampa e priva di sincerità. Amnesty International ha infatti denunciato le violazioni “dei diritti dei rifugiati o dei migranti” in Cile.
“Le autorità hanno ripreso le espulsioni immediate delle persone straniere senza valutare la loro necessità di protezione internazionale” [7]. Amnesty International ha persino pubblicato una lettera aperta a Gabriel Boric esprimendo la sua “grave preoccupazione per la situazione in cui si trovano le persone bisognose di protezione internazionale al confine tra Cile e Perù“, denunciando il “dispiegamento delle Forze Armate e l’instaurazione dello stato di eccezione”, misure contrarie “agli obblighi internazionali del Cile” [8].
Alla luce di questi elementi, Boric non dispone dell’autorità morale per dissertare sulla situazione dei diritti umani in Venezuela. Le sue dichiarazioni sono motivate più da considerazioni politiche e volontà di compiacere alcuni settori che da una sincera preoccupazione per la sorte del Venezuela.
Se il Presidente cileno fosse allarmato per il benessere del popolo venezuelano e non facesse un discorso ipocrita, dovrebbe condannare le sanzioni economiche statunitensi contro Caracas e chiederne l’immediata revoca.
Note
[1] Voz of America, «Presidentes sudamericanos buscan mayor integracion en Brasil», 29 de mayo de 2023. https://www.vozdeamerica.com/a/presidentes-sudamericanos-buscan-mayor-integracion-en-brasilia/7113727.html (sitio consultado el 1 de junio de 2023).
[2] Ministério das Relaçãos Exteriores, «Consenso de Brasília», 30 de mayo de 2023. https://www.gov.br/mre/pt-br/canais_atendimento/imprensa/notas-a-imprensa/consenso-de-brasilia-2013-30-de-maio-de-2023 (sitio consultado el 1 de junio de 2023).
[3] BBC News Mundo, «‘No es una construcción narrativa, es la realidad’: las críticas de los presidentes de Chile y Uruguay a Lula por sus palabras sobre Venezuela», 31 de mayo de 2023. https://www.bbc.com/mundo/noticias-america-latina-65762357 (sitio consultado el 1 de junio de 2023).
[4] Ibid.
[5] Amnesty International, «Rapport annuel 2022/23. La situation des droits humains dans le monde», 27 de marzo de 2023. https://www.amnesty.org/fr/documents/pol10/5670/2023/fr/ (sitio consultado el 1 de junio de 2023).
[6] Amnesty International, «Rapport annuel. Chili 2022», 27 de marzo de 2023. https://www.amnesty.org/fr/location/americas/south-america/chile/report-chile/ (sitio consultado el 1 de junio de 2023).
[7] Ibid.
[8] Amnesty International, «Chili et Pérou. Lettre ouverte à la présidente Dina Boluarte et au président Gabriel Boric», 4 de mayo de 2023. https://www.amnesty.org/fr/latest/news/2023/05/chile-y-peru-carta-abierta-a-la-presidenta-dina-boluarte-y-el-presidente-gabriel-boric/ (sitio consultado el 1 de junio de 2023).
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24/05/2023
L’ambivalenza di tre sentimenti del disincanto
Nell'ambito del lavoro sui «decenni smarriti» che stiamo portando avanti, pubblichiamo questo significativo articolo di Paolo Virno, originariamente pubblicato il 3 marzo 1988 su «il Manifesto» e che oggi è possibile leggere in Negli anni del nostro scontento. Diario della controrivoluzione (DeriveApprodi, 2023), che poi sarà sviluppato nel testo «Ambivalenza del disincanto» contenuto in Sentimenti dell'aldiqua. Opportunismo paura cinismo nell'età del disincanto, di cui uscirà a breve una nuova edizione per DeriveApprodi. Intorno a questo libro si articolerà il Festival di DeriveApprodi, che si terrà a Bologna il 9-10-11 giugno.
Lo pubblichiamo su «Transuenze» perché è un testo capace di riassumere bene le trasformazioni nella produzione, nel lavoro e nelle soggettività che si sono determinate negli anni Ottanta.
Per Virno la formazione di soggettività si compie ormai per l'essenziale fuori dal lavoro. Dunque, nell'analizzare la situazione emotiva e il suo rapporto sempre più stretto con le nuove forme di vita, del lavoro e della produzione individua tre sentimenti prevalenti in quegli anni (l'opportunismo, la paura e il cinismo) che combaciano con la versatilità e la flessibilità delle moderne tecnologie elettroniche e che dunque, entrano in produzione.
Inoltre, se è vero che in questa costellazione sentimentale non c'è nulla di buono, essa rappresenta il dato di fatto irreversibile da cui pensare le nuove istanze di trasformazione.
Lo pubblichiamo su «Transuenze» perché è un testo capace di riassumere bene le trasformazioni nella produzione, nel lavoro e nelle soggettività che si sono determinate negli anni Ottanta.
Per Virno la formazione di soggettività si compie ormai per l'essenziale fuori dal lavoro. Dunque, nell'analizzare la situazione emotiva e il suo rapporto sempre più stretto con le nuove forme di vita, del lavoro e della produzione individua tre sentimenti prevalenti in quegli anni (l'opportunismo, la paura e il cinismo) che combaciano con la versatilità e la flessibilità delle moderne tecnologie elettroniche e che dunque, entrano in produzione.
Inoltre, se è vero che in questa costellazione sentimentale non c'è nulla di buono, essa rappresenta il dato di fatto irreversibile da cui pensare le nuove istanze di trasformazione.
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Una disamina della situazione emotiva degli anni Ottanta non è svagata peripezia letteraria, né pausa ricreativa posta a mezzo di ricerche ben altrimenti rigorose. Tutt’al contrario, questo approccio ha di mira questioni preminenti e concretissime: rapporti di produzione e forme di vita, acquiescenza e conflitto. È un «prologo in terra» sordo a ogni stormire angelico, inteso a regolare i conti con il decennio in corso, con il senso comune e l’ethos che ne sono scaturiti, con le categorie prevalse nella sua autocomprensione.
Parlando di situazione emotiva si fa riferimento a quei modi di essere e di sentire così pervasivi, da risultare comuni tanto al tempo di lavoro che al tempo della vita. Oltre a mettere a fuoco l’ubiquità delle loro manifestazioni, di tali modi di essere e di sentire occorre poi cogliere anche l’ambivalenza, in essi scorgendo un «grado zero» o un nocciolo neutro, da cui possono scaturire sia l’ilare rassegnazione, l’abiura inesausta e l’integrazione sociale, sia inedite istanze di trasformazione radicale dell’esistente. Ma prima di risalire verso questo nucleo essenziale e ambivalente, conviene soffermarsi sulle espressioni effettive della situazione emotiva negli anni seguiti al collasso dei movimenti di lotta. Espressioni assai dure e sgradevoli, si sa.
Si tratta di afferrare l’immediata coincidenza tra produzione ed eticità, struttura e sovrastruttura, rivoluzionamento del processo lavorativo e sentimenti, tecnologie e tonalità emotive, sviluppo materiale e cultura. Tenendosi al di qua di tale fitta commistione, fatalmente si rinnova la scissione metafisica tra «sotto» e «sopra», animale e razionale, corpi e anime: e poco conta se, nel fare ciò, si mena vanto del proprio preteso materialismo storico. Ma soprattutto, tralasciando di rilevare i punti di identità tra prassi lavorativa e stili di vita, nulla si comprende dell’odierna produzione innovata, e molto si equivoca a proposito delle forme culturali correnti. È lo stesso processo produttivo post-taylorista che ostenta direttamente, sotto il segno di un dominio intensificato, la commessura tra i suoi moduli operativi e i sentimenti del disincanto.
Opportunismo, paura, cinismo, balenanti nel proclama postmoderno sulla fine della storia, entrano in produzione, ovvero ben combaciano con la versatilità e la flessibilità delle tecnologie elettroniche.
Quali sono i principali requisiti richiesti ai lavoratori dipendenti, oggi? Le ricognizioni empiriche concordano nella risposta: l’abitudine alla mobilità, la capacità di restare al passo con le più brusche riconversioni, prontezza nell’adattarsi sposata a qualche intraprendenza, la duttilità nel trascorrere dall’uno all’altro gruppo di regole, l’attitudine a una interazione linguistica tanto banalizzata quanto onnilaterale, la padronanza di flussi di informazione, la consuetudine a destreggiarsi tra possibilità alternative.
Ora, siffatti requisiti non sono il frutto del disciplinamento industriale, quanto piuttosto il risultato di una socializzazione che ha il suo baricentro fuori del lavoro, scandita da esperienze frammentarie, dalle mode, dalla ricezione dei media, dall’indecifrabile ars combinatoria che nelle metropoli intreccia sequenze di fuggevoli occasioni. Di recente è stato sobriamente ipotizzato (Aris Accornero e Fabrizio Carmignani, I paradossi della disoccupazione, Il Mulino) che la professionalità effettivamente richiesta e offerta consista infine nelle doti che si acquisiscono durante una prolungata permanenza in uno stadio pre-lavorativo o precario. La resistenza a piegarsi a un ruolo definito, tipica dei movimenti giovanili dei decenni trascorsi, diventa il contrassegno saliente della professionalità del lavoro vivo. Cercando lavoro, vengono sviluppati quei talenti genericamente sociali e quell’abitudine a non contrarre durevoli abitudini, che fungeranno poi, una volta trovato impiego, da veri e propri «ferri del mestiere».
Si ha qui un duplice passaggio. Per un verso, il processo di socializzazione, ossia l’intessersi della rete di relazioni mediante cui si fa esperienza del mondo e di sè, appare indipendente dalla produzione diretta, dai riti di iniziazione della fabbrica e dell’ufficio. Ma, per altro verso, l’innovazione continuativa dell’organizzazione del lavoro sussume l’insieme di propensioni, attitudini, sentimenti, vizi e virtù, maturati per l’appunto nella socializzazione extralavorativa. La permanente mutevolezza delle forme di vita fa il proprio ingresso nel «mansionario». L’assuefazione al cambiamento ininterrotto, i riflessi provati dalla catena di chocs percettivi, un forte senso della contingenza e dell’aleatorietà, una mentalità non deterministica, l’addestramento metropolitano a traversare quadrivi di differenti opportunità, tutto ciò assurge ad autentica forza produttiva. La ristrutturazione non lacera tradizioni consolidate e ripetitive (di Filemone e Bauci non c’è più traccia...), ma mette al lavoro gli stati d’animo e le inclinazioni generati dall’impossibilità di qualsivoglia verace tradizione. Le tecnologie dette avanzate non provocano uno spaesamento, tale da disperdere una pregressa familiarità, ma riducono a profilo professionale la stessa consuetudine con lo spaesamento più radicale.
Il mulinello dello sradicamento è stato variamente diagnosticato e descritto dalla grande filosofia di questo secolo. Ma, in essa, i tratti peculiari di una esperienza depauperata e ormai priva di solida struttura ossea si manifestano per lo più ai bordi della prassi produttiva, quasi intonando un controcanto scettico e corrosivo rispetto ai processi di razionalizzazione del processo lavorativo. Le tonalità emotive e le disposizioni etiche, che più rivelano la drastica mancanza di fondamento che affetta l’agire, fanno capolino dopo l’orario di lavoro, quando ci si riversa nelle strade. Compaiono come mero risvolto negativo, o segnale d’allarme. Si pensi al dandysmo e allo spleen di Baudelaire. O anche allo «spettatore distratto» di Benjamin, che affina, sì, la propria sensibilità per costruzioni spaziotemporali del tutto artificiali, ma, appunto, al cinema. Si ponga mente specialmente a due famose figure della «vita inautentica» secondo Heidegger: la chiacchiera e la curiosità.
La prima è un discorso infondato, incessantemente diffuso e ripetuto, che non trasmette più alcun contenuto reale, ma si impone come il vero evento degno di attenzione. La seconda, che rincorre il nuovo in quanto nuovo, è «puro e irrequieto vedere», incapacità di raccoglimento, agitazione senza fine e senza un fine. Bene, entrambe queste figure si affermano, secondo Heidegger, allorché si interrompe il serio e grave «prendersi cura» dello strumento e dell’oggetto di lavoro, quando viene meno un rapporto pragmatico e operativo con il mondo circostante. Ora, la novità cospicua di questi nostri anni sta nel fatto che i modi della «vita inautentica» e le stigmate dell’«esperienza povera» diventano autonomi e positivi modelli di produzione, mettendo le tende nel cuore medesimo della razionalizzazione. Il discorso infondato e la rincorsa del nuovo in quanto tale guadagnano la posizione in altorilievo di criteri operativi. Anziché manifestarsi dopo il lavoro, la chiacchiera e la curiosità si dotano di loro propri uffici.
La sussunzione nel processo produttivo del paesaggio culturale ed emotivo tipico di uno sradicamento senza rimedio si palesa in modo esemplare nell’opportunismo. Opportunista è colui che fronteggia un flusso di possibilità interscambiabili, tenendosi disponibile per il maggior numero di esse, piegandosi alla più prossima e poi deviando repentinamente dall’una all’altra. Questo stile di comportamento, che sigla la moralità degli intellettuali che scrivono su «la Repubblica», ha però anche un suo rilievo tecnico. Il possibile, con cui l’opportunista si misura, è quanto mai disincarnato: assume, sì, questa o quella veste particolare, ma per l’essenziale è una pura astrazione di occasioni. Non l’opportunità di qualcosa, bensì l’opportunità senza contenuto, simile a quella che si profila dinanzi a chi gioca d’azzardo.
Ma è proprio la sensibilità per le opportunità astratte a presentarsi come una qualità professionale in taluni modelli di attività post-taylorista, laddove il processo lavorativo non è regolato da un singolo scopo particolare, ma da una classe di possibilità equivalenti, da specificare volta per volta. La macchina informatica, anziché mezzo per un fine univoco, è premessa per successive e «opportunistiche» elaborazioni. L’opportunismo si fa valere come indispensabile risorsa ogni qual volta il concreto processo di lavoro è permeato da un diffuso «agire comunicativo», senza più identificarsi, dunque, con il solo «agire strumentale» muto. Mentre l’«astuzia» taciturna, con cui lo strumento meccanico profitta della causalità naturale, richiede uomini dal carattere lineare e sottomesso alla necessità, la «chiacchiera» informatica abbisogna di un «uomo di occasioni», prono a tutte le chances.
La fantasmagoria di astratte possibilità, in cui si aggira l’opportunista, è colorata dalla paura e secerne il cinismo. Infinite sono anche le chances negative e privative, le occasioni minacciose. La paura per pericoli determinati, sebbene soltanto virtuali, abita il tempo di lavoro come una tonalità ineliminabile. Anch’essa, peraltro, assurge a requisito operativo o speciale virtù di mestiere. Infatti, l’insicurezza circa la propria collocazione di fronte all’innovazione periodica, il timore di perdere prerogative appena conseguite, l’ansia di «non restare indietro», tutto ciò si traduce in flessibilità, duttilità, prontezza a riconvertirsi. A differenza di quanto avviene nella parabola hegeliana sulla relazione tra servo e signore, la paura non è più ciò che spinge alla sottomissione prima del lavoro, ma è componente attiva della stabile instabilità che contraddistingue tutte le interne articolazioni del processo produttivo.
Il cinismo, poi, è strettamente correlato a questa stabile instabilità.
Essa pone in piena vista, nel lavoro come nel tempo libero, le nude regole, che artificialmente strutturano gli ambiti di azione, così istituendo noveri di opportunità e sequenze di timori. Alla base del cinismo contemporaneo c’è che gli uomini e le donne fanno anzitutto esperienza di regole ben più che di stati di cose, ben prima che di eventi concreti. Ma fare diretta esperienza di regole significa anche riconoscere la loro convenzionalità e infondatezza.
Sicché non sì è più immersi in un «gioco» predefinito, partecipandovi con vera adesione, ma si intravede nei singoli «giochi», destituiti di ogni ovvietà e serietà, ormai solo il luogo dell’immediata affermazione di sé. Affermazione di sé tanto più brutale e arrogante, o insomma cinica, quanto più si serve, senza illusioni ma con perfetta aderenza momentanea, di quelle stesse regole di cui è stata percepita la convenzionalità e la mutevolezza.
L’attenzione qui prestata all’ethos di questi anni, agli stili di vita e ai sentimenti predominanti, vorrebbe cominciare a rendere conto di una socializzazione, e dunque di una formazione delle soggettività, che si compie per l’essenziale fuori del lavoro. Le sue modalità e inflessioni sono ciò che realmente unifica, oggi, l’insieme frastagliato del lavoro dipendente. Si è detto che i «vizi» e le «virtù» sviluppati in questa socializzazione extralavorativa sono poi anche messi al lavoro, cioè sussunti nel processo produttivo, ridotti a requisiti professionali: ma ciò vale, bisogna aggiungere ora, soltanto o principalmente nei punti in cui l’innovazione è andata fino in fondo. Altrove, tali «vizi» e «virtù» restano invece semplici connotati delle forme di vita e delle relazioni sociali in genere.
Diversamente dal taylorismo e dal fordismo, l’attuale riorganizzazione produttiva è di natura selettiva, si dispiega a macchie di leopardo, si affianca a moduli lavorativi tradizionali. L’impatto tecnologico, al suo acme, non è universalistico: più che determinare un univoco e trainante modo di produzione, esso mantiene in vita una miriade di modi di produzione differenziati, resuscitandone anzi di sorpassati e anacronistici. Il paradosso sta proprio qui: una innovazione particolarmente irruenta coinvolge soltanto alcuni segmenti della forza-lavoro sociale, costituendo una sorta di ombrello, sotto il quale si replica tutto il passato della storia del lavoro, da isole di operaio massa a enclaves di operaio professionale, da un rigonfiato lavoro autonomo fino a ripristinate forme di dominio personale.
I modi di produzione succedutisi nel lungo periodo si ripresentano sincronicamente, quasi alla stregua di una Esposizione Universale. Ma ciò esattamente a causa dell’innovazione informatico-telematica, che, se in proprio coinvolge solo una parte del lavoro vivo, rappresenta però lo sfondo e il presupposto di siffatta sincronia tra diversi modelli lavorativi. Allora, che cosa unisce il tecnico del software all’operaio di Arese e al lavoratore «sommerso»? Bisogna avere il coraggio di rispondere: più nulla, quanto ai modi e ai contenuti del processo produttivo. Ma anche: tutto, quanto ai modi e ai contenuti della socializzazione. Comuni sono, cioè, le tonalità emotive, i sentimenti, le inclinazioni. Solo che questo ethos omogeneo, mentre nei settori innovati è incluso in produzione e delinea profili professionali, per i lavoratori adibiti a settori tradizionali o arretrati innerva piuttosto il «mondo della vita». Per dirla con una battuta: il punto di sutura va ricercato fra l’opportunismo al lavoro e l’opportunismo universalmente sollecitato dall’esperienza metropolitana. Da tale angolo visuale, sottolineando cioè il tratto unitario della socializzazione sganciata dal processo produttivo, appare fuorviante la teoria della «società dei due terzi» (due terzi protetti e integrati, un terzo impoverito e marginale). Indulgendo a essa, il rischio è di limitarsi a ripetere con risentimento: «non tutto è rose e fiori». Oppure di condurre analisi segmentate e tra loro incomunicanti, ricalcando così quella topografia sociale a macchie di leopardo che invece bisogna spiegare.
A questo punto, occorre chiedersi: c’è qualcosa nella costellazione sentimentale del presente che manda segni di rifiuto e di conflitto? Insomma, c’è qualcosa di buono nell’opportunismo o nel cinismo? Ovviamente no, nessun equivoco deve sussistere al proposito. Tuttavia, queste figure incresciose e talvolta orride rendono testimonianza indiretta sulla fondamentale situazione emotiva da cui derivano, ma di cui non sono l’unica declinazione possibile.
Come si è detto in principio, occorre risalire a quei modi di essere e di sentire, che sottostanno all’opportunismo e al cinismo come un nocciolo neutro, passibile di espressioni tutt’affatto diverse.
In breve, questi modi di essere e di sentire consistono nell’abbandono senza riserve alla propria finitezza, nell’appartenenza spasmodica al determinato «qui e ora» in cui si è confitti. Al cospetto di tale abbandono e di tale appartenenza, la stessa laicità di un «progetto» appare un estremo tentativo di trascendimento.
Il «progetto», infatti, muove dalla lucida rappresentazione della finitezza, traendo da essa la decisione a un agire razionale di lunga lena. Ma lo sguardo consapevole sulla caducità, presupponendo pur sempre un margine di esternità, sublima o decurta la caducità come tale, ancora ne cerca un oltrepassamento. Viceversa, l’abbandono radicale alla finitezza vi si rimette come a un limite non contemplabile «da fuori», irrappresentabile e perciò davvero intrascendibile: un limite che non può venire messo a frutto come propellente di «decisioni» o nerbo d’identità definitive. Questo sentimento integrale della finitezza è suscitato, peraltro, dallo sradicamento senza requie che ritma la storia della modernizzazione. Proprio il carattere artificiale, convenzionale, astratto di tutti i contesti di esperienza restituisce appieno il tenore della propria contingenza e precarietà. La «formalizzazione del mondo» e la percezione non decurtata della caducità vanno di pari passo. Lo sradicamento rende strenua l’aderenza al «qui e ora» più labile.
L’opportunismo e il cinismo volgono questa situazione emotiva, segnata dal radicale abbandono alla finitezza, in rassegnazione, asservimento, sollecita acquiescenza. Ma così, e sia pure orribilmente, la mettono in luce come il dato irreversibile a partire dal quale pensare anche il conflitto e la rivolta. Bisogna domandarsi se e come si lasciano intravedere segni di opposizione e di lotta, rispecchianti la medesima situazione di appartenenza al fragile «qui e ora», da cui si dipanano opportunismo e cinismo. Se e come il rapporto con le opportunità cangianti può non essere «opportunista», e l’intimità immediata con le regole non essere «cinica».
Chi detesta la moralità corrente, proprio costui, deve sapere che le nuove istanze di trasformazione non potranno che ripercorrere con altro segno gli stessi sentieri lungo i quali si è consumata l’esperienza dell’opportunista e del cinico.
*****
Paolo Virno ha insegnato filosofia del linguaggio all’Università Roma Tre e fa parte del comitato scientifico della collana editoriale «Forme di vita» (DeriveApprodi). È autore di numerosi lavori, tra cui Grammatica della moltitudine (DeriveApprodi, 2003), Saggio sulla negazione. Per un’antropologia linguistica (Bollati Boringhieri, 2013), Dell’impotenza. La vita nell’epoca della sua paralisi frenetica (Bollati Boringhieri, 2021), Negli anni del nostro scontento. Diari della controrivoluzione (DeriveApprodi, 2022). I suoi libri sono tradotti in più di venti lingue.
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30/01/2023
Sorrentino, i genitori e la scuola. Al di là dell’entusiasmo...
Da alcuni giorni gira sui social un video di 3 minuti, preso dalla serie Call my agent, in cui Paolo Sorrentino parla con un certo Vittorio della sua esperienza, in veste di nonno, degli incontri scuola famiglia.
Il video mi è arrivato da colleghi, entusiasti per come Sorrentino bacchettava i genitori e ne criticava l’entusiasmo immotivato, definito da lui “il sentimento più orrendo dell’essere umano”.
In un clima di esaltazione collettiva, c’è tra i genitori chi si propone come insegnate di batteria, chi di macarena, chi come allenatore di ciclismo pur guardandolo solo in televisione e poi c’è lui, Sorrentino, su cui alla fine cade lo sguardo di tutti e che declina l’invito degli astanti a fare le riprese dei corsi pomeridiani e ne spiega il perché.
Dice che quando i suoi figli erano piccoli, il pomeriggio dopo la scuola o durante le vacanze, semplicemente giocavano per i fatti loro e tutto sommato ora gli sembrano felici.
Il suo intervento gela gli interlocutori, alcuni dei quali lo bollano come assassino e delinquente. La scena si conclude con Sorrentino che comunica a Vittorio di aver scritto una lettera a Dio per chiedergli di educare i genitori.
Appena ho visto il video mi è arrivato subito quel misto di sottile cinismo, arguzia e supponenza che per molte persone è ragione di vanto, oltre che segno di superiorità intellettuale.
Questa modalità narrativa veicola una visione della realtà: dei genitori, che hanno tempo da perdere, dal basso delle loro passioni amatoriali o anche velleità distorte, propongono dei progetti pomeridiani nella scuola dei loro figli, accolti dalla maestra, che dalle poche battute sta al loro stesso gioco, animata dallo stesso entusiasmo immotivato.
Dalle reazioni che l’algoritmo mi ha messo davanti agli occhi sui social, ho notato che i docenti accoglievano Sorrentino come un giustiziere, con lo stesso entusiasmo che lui criticava nei genitori.
E non ho potuto non pensare: “Certo i genitori sono un problema grosso nella scuola, ma perché lo sono diventati? E poi, in quanti docenti, presidi, impiegati, ministri, artisti c’è lo stesso tipo di esaltazione vuota? E ancora, perché la gestione del tempo libero degli studenti, ma anche degli adulti è cambiata negli ultimi 30 anni? E infine, a cosa dobbiamo questo fiorire di progetti formativi e ricreativi nelle scuole, sia per alunni che per docenti?”
Cominciando dall’inizio, gli argini sono crollati perché ‘il cliente ha sempre ragione’, e il cliente è il genitore, che decide di scegliere una scuola piuttosto che un’altra, allungandone l’esistenza, evitando la riduzione delle sezioni e la nomina dei docenti su più scuole, complicandone così il lavoro. Il ricorso da parte del genitore è l’arma che vince a prescindere, non la fermano nemmeno i colpi di pistola.
Ma chi è stato a indebolire gli argini, spesso minandoli di proposito, se non ministri, presidi, docenti e in più gli intellettuali e i giornalisti che sparano a zero sulla categoria, fomentando e reindirizzando a piacimento e convenienza la rabbia sociale?
Nessuno è al riparo dall’esaltazione immotivata, che spesso nasconde disagi inconsapevoli e vuoti esistenziali compensati alla meno peggio, come un abisso coperto dallo scotch.
Scegliere di raccontarne una manifestazione particolare, però, è una scelta politica, così come ogni nostra azione lo è e in più quelle artistiche ne intensificano ulteriormente la resa.
I progetti nella scuola, oltre che per rimpolpare l’offerta formativa dell’istituto, con una ricaduta positiva sulla sua immagine, possono assolvere a due funzioni: da un lato danno delle possibilità formative e ricreative ai ragazzi che non potrebbero permettersele al di fuori di essa per questioni familiari, sociali, economiche o organizzative; dall’altro sono un’opportunità per i genitori lavoratori, senza rete familiare e con scarse risorse, di sapere che i propri figli sono in un luogo con dei coetanei, che al di là della parrocchia, sembra l’unico posto aggregativo gratuito rimasto.
Ora giungiamo all’ultima questione del perché i figli di Sorrentino, pur non avendo preso parte a nessun progetto, sono così felici oggi. Senza scadere in un facile umorismo, vorrei semplicemente capovolgere l’immagine e la domanda: perché oggi sembra così difficile per i ragazzi interagire ed aggregarsi fuori da contesti controllati e pensati dagli adulti?
Anche prima del covid, dai sondaggi si riscontrava un aumento di forme ansiose e depressive tra ragazzi sempre più giovani, come mai? Perché i soldi del PNRR pensati per aumentare il benessere nella scuola saranno utilizzati per la sua digitalizzazione?
Perché la maggior parte dei docenti si presta a un gioco al massacro, pur se cosciente della ricaduta su se stessi e sulla società tutta? Perché continua a sottomettersi a regole e leggi sempre più ottuse, per poi sollazzare scodinzolando al primo che fa della sgangherata ironia sulla propria condizione?
Evitare queste domande oltre alla ricerca delle risposte va a gonfiare ulteriormente quell’entusiasmo che è l’altra faccia del cinismo. La stessa falsa moneta.
E certi interventi e certe reazioni hanno lo stesso effetto della saliva in aria, che si diffondeva, ai miei tempi, nell’aula dopo la lezione di musica, ad opera del compagno che con tutta disinvoltura roteava in aria il tubo della diamonica, provocando quella pioggia in caduta irregolare sugli astanti, dopo aver suonato le note di brani tristi e monchi, quanto ogni scuola.
Fonte
Il video mi è arrivato da colleghi, entusiasti per come Sorrentino bacchettava i genitori e ne criticava l’entusiasmo immotivato, definito da lui “il sentimento più orrendo dell’essere umano”.
In un clima di esaltazione collettiva, c’è tra i genitori chi si propone come insegnate di batteria, chi di macarena, chi come allenatore di ciclismo pur guardandolo solo in televisione e poi c’è lui, Sorrentino, su cui alla fine cade lo sguardo di tutti e che declina l’invito degli astanti a fare le riprese dei corsi pomeridiani e ne spiega il perché.
Dice che quando i suoi figli erano piccoli, il pomeriggio dopo la scuola o durante le vacanze, semplicemente giocavano per i fatti loro e tutto sommato ora gli sembrano felici.
Il suo intervento gela gli interlocutori, alcuni dei quali lo bollano come assassino e delinquente. La scena si conclude con Sorrentino che comunica a Vittorio di aver scritto una lettera a Dio per chiedergli di educare i genitori.
Appena ho visto il video mi è arrivato subito quel misto di sottile cinismo, arguzia e supponenza che per molte persone è ragione di vanto, oltre che segno di superiorità intellettuale.
Questa modalità narrativa veicola una visione della realtà: dei genitori, che hanno tempo da perdere, dal basso delle loro passioni amatoriali o anche velleità distorte, propongono dei progetti pomeridiani nella scuola dei loro figli, accolti dalla maestra, che dalle poche battute sta al loro stesso gioco, animata dallo stesso entusiasmo immotivato.
Dalle reazioni che l’algoritmo mi ha messo davanti agli occhi sui social, ho notato che i docenti accoglievano Sorrentino come un giustiziere, con lo stesso entusiasmo che lui criticava nei genitori.
E non ho potuto non pensare: “Certo i genitori sono un problema grosso nella scuola, ma perché lo sono diventati? E poi, in quanti docenti, presidi, impiegati, ministri, artisti c’è lo stesso tipo di esaltazione vuota? E ancora, perché la gestione del tempo libero degli studenti, ma anche degli adulti è cambiata negli ultimi 30 anni? E infine, a cosa dobbiamo questo fiorire di progetti formativi e ricreativi nelle scuole, sia per alunni che per docenti?”
Cominciando dall’inizio, gli argini sono crollati perché ‘il cliente ha sempre ragione’, e il cliente è il genitore, che decide di scegliere una scuola piuttosto che un’altra, allungandone l’esistenza, evitando la riduzione delle sezioni e la nomina dei docenti su più scuole, complicandone così il lavoro. Il ricorso da parte del genitore è l’arma che vince a prescindere, non la fermano nemmeno i colpi di pistola.
Ma chi è stato a indebolire gli argini, spesso minandoli di proposito, se non ministri, presidi, docenti e in più gli intellettuali e i giornalisti che sparano a zero sulla categoria, fomentando e reindirizzando a piacimento e convenienza la rabbia sociale?
Nessuno è al riparo dall’esaltazione immotivata, che spesso nasconde disagi inconsapevoli e vuoti esistenziali compensati alla meno peggio, come un abisso coperto dallo scotch.
Scegliere di raccontarne una manifestazione particolare, però, è una scelta politica, così come ogni nostra azione lo è e in più quelle artistiche ne intensificano ulteriormente la resa.
I progetti nella scuola, oltre che per rimpolpare l’offerta formativa dell’istituto, con una ricaduta positiva sulla sua immagine, possono assolvere a due funzioni: da un lato danno delle possibilità formative e ricreative ai ragazzi che non potrebbero permettersele al di fuori di essa per questioni familiari, sociali, economiche o organizzative; dall’altro sono un’opportunità per i genitori lavoratori, senza rete familiare e con scarse risorse, di sapere che i propri figli sono in un luogo con dei coetanei, che al di là della parrocchia, sembra l’unico posto aggregativo gratuito rimasto.
Ora giungiamo all’ultima questione del perché i figli di Sorrentino, pur non avendo preso parte a nessun progetto, sono così felici oggi. Senza scadere in un facile umorismo, vorrei semplicemente capovolgere l’immagine e la domanda: perché oggi sembra così difficile per i ragazzi interagire ed aggregarsi fuori da contesti controllati e pensati dagli adulti?
Anche prima del covid, dai sondaggi si riscontrava un aumento di forme ansiose e depressive tra ragazzi sempre più giovani, come mai? Perché i soldi del PNRR pensati per aumentare il benessere nella scuola saranno utilizzati per la sua digitalizzazione?
Perché la maggior parte dei docenti si presta a un gioco al massacro, pur se cosciente della ricaduta su se stessi e sulla società tutta? Perché continua a sottomettersi a regole e leggi sempre più ottuse, per poi sollazzare scodinzolando al primo che fa della sgangherata ironia sulla propria condizione?
Evitare queste domande oltre alla ricerca delle risposte va a gonfiare ulteriormente quell’entusiasmo che è l’altra faccia del cinismo. La stessa falsa moneta.
E certi interventi e certe reazioni hanno lo stesso effetto della saliva in aria, che si diffondeva, ai miei tempi, nell’aula dopo la lezione di musica, ad opera del compagno che con tutta disinvoltura roteava in aria il tubo della diamonica, provocando quella pioggia in caduta irregolare sugli astanti, dopo aver suonato le note di brani tristi e monchi, quanto ogni scuola.
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19/12/2020
Conte come Toti
Dopo aver confusamente illustrato il pasticcio dell’alternanza di semafori gialli, rossi, arancioni, con cui il governo gestisce le festività natalizie, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte si è trovato di fronte alla domanda che tutte le persone con un minimo di coscienza oggi si pongono. Perché in Italia abbiamo così tanti morti?, gli ha chiesto una giornalista.
Conte, nella precedente conferenza stampa, avvenuta proprio nel giorno in cui il paese aveva subito quasi mille vittime, non aveva pronunciato una sola parola sui morti, mentre era impegnato a spiegare che stava andando tutto il meglio possibile.
Ora, non potendo più sottrarsi a un tema per lui inesistente, il presidente del consiglio si è trasformato in sociologo da strapazzo.
Conte ha detto: in Italia ci sono tanti morti COVID perché ci sono tanti vecchi, che sono malati e vivono coi più giovani.
Prima di tutto Conte ha volutamente dimenticato la strage nelle RSA. Poi ha ignorato che la Germania ha tanti anziani come noi e rispetto alla popolazione un terzo dei nostri morti. E che il Giappone ha una popolazione ancora più anziana della nostra e rispetto ad essa un ventesimo dei nostri morti.
Infine, dopo aver propinato le superficiali sciocchezze che sentiamo da mesi, da parte di chiunque minimizzi o ignori la strage, alla fine il Presidente del Consiglio ha liquidato la faccenda come problema di scienziati e non di politici.
Dopo Toti che twittò che il virus colpisce solo “persone non indispensabili allo sforzo produttivo“, dopo il “pazienza se qualcuno muore” di Guzzini, ora il cinismo eugenetico giunge al vertice del governo della Repubblica.
Non sono i tagli alla sanità, la mancata organizzazione, i finti lockdown, i pasticci governo-regioni, la povertà dilagante, ad aver messo l’Italia in vetta all’Europa per morti Covid. No, è il numero eccessivo, la debolezza particolare e la “cattiva abitudine” di stare in famiglia degli anziani.
La strage non è una sconfitta del sistema Italia e della sua classe dirigente, ma una vittoria della selezione della specie.
Di tutte le autoassoluzioni che Conte poteva produrre, questa è la più miserabile.
Fonte
Conte, nella precedente conferenza stampa, avvenuta proprio nel giorno in cui il paese aveva subito quasi mille vittime, non aveva pronunciato una sola parola sui morti, mentre era impegnato a spiegare che stava andando tutto il meglio possibile.
Ora, non potendo più sottrarsi a un tema per lui inesistente, il presidente del consiglio si è trasformato in sociologo da strapazzo.
Conte ha detto: in Italia ci sono tanti morti COVID perché ci sono tanti vecchi, che sono malati e vivono coi più giovani.
Prima di tutto Conte ha volutamente dimenticato la strage nelle RSA. Poi ha ignorato che la Germania ha tanti anziani come noi e rispetto alla popolazione un terzo dei nostri morti. E che il Giappone ha una popolazione ancora più anziana della nostra e rispetto ad essa un ventesimo dei nostri morti.
Infine, dopo aver propinato le superficiali sciocchezze che sentiamo da mesi, da parte di chiunque minimizzi o ignori la strage, alla fine il Presidente del Consiglio ha liquidato la faccenda come problema di scienziati e non di politici.
Dopo Toti che twittò che il virus colpisce solo “persone non indispensabili allo sforzo produttivo“, dopo il “pazienza se qualcuno muore” di Guzzini, ora il cinismo eugenetico giunge al vertice del governo della Repubblica.
Non sono i tagli alla sanità, la mancata organizzazione, i finti lockdown, i pasticci governo-regioni, la povertà dilagante, ad aver messo l’Italia in vetta all’Europa per morti Covid. No, è il numero eccessivo, la debolezza particolare e la “cattiva abitudine” di stare in famiglia degli anziani.
La strage non è una sconfitta del sistema Italia e della sua classe dirigente, ma una vittoria della selezione della specie.
Di tutte le autoassoluzioni che Conte poteva produrre, questa è la più miserabile.
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