Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/12/2025

Cile, il dado è tratto

Ormai il Cile avrà ufficialmente alla presidenza un discendente dei nazisti tedeschi: Juan Antonio Kast.

Nel suo programma elettorale e nel suo percorso politico ha mostrato chiaramente di essere degno erede dei suoi antenati. Limitazioni al diritto di sciopero, togliere le tasse ai super ricchi, porre deroghe al matrimonio ugualitario e all’aborto, aumentare l’età pensionabile delle donne, frenare l’aumento delle pensioni – che già sono da fame – indulto ai criminali che durante la dittatura hanno compiuto atti di tortura assassinio e scomparsa di persone, ridurre le regole ambientaliste, ridurre le spese statali tagliando il welfare, eliminare le imposte sui profitti del capitale, e tanto altro sono già cose dichiarate e previste.

La candidata concorrente, Jannette Jara, ha dovuto accettare il verdetto delle urne (58,3% per “il tedesco” e 41,7% per lei) che promuove Kast come il presidente più votato dai cileni. A questo proposito però è da tenere presente il fatto che, per la prima volta, il voto in Cile è diventato obbligatorio.

A seguito dei risultati, Jara dichiara che sarà necessario fare “una profonda riflessione per capire le cause che hanno portato a questo risultato”. In realtà, pur senza voler tagliare i problemi con l’accetta, non ci sarebbe bisogno di grandi riflessioni sull’argomento, bensì di decidere profondi cambiamenti nelle politiche delle cosiddette “sinistre” concertazioniste e progressiste che sono state al potere nel dopo Pinochet.

La responsabilità maggiore dell’esito di questa ultima elezione è facilmente ascrivibile a Gabriel Boric, che era stato designato presidente nel novembre del 2021 con l’esplicito mandato delle folle cilene – esplose nell’ottobre del 2019 – di mettere fine al sistema neoliberista.

Lui ha invece profondamente deluso tutte le aspettative di coloro che lo avevano votato sperando in una nuova rinascita del Cile popolare di Allende. Ma quella fiducia era molto mal riposta, perché, malgrado la scintillante traiettoria politica dello “studente Boric”, che prometteva fuoco e fiamme nel 2011, già il 15 novembre del 2019, il “Boric rappresentante del Fronte Amplio”, creò scompiglio nelle sue stesse file firmando l’“Accordo per la Pace Sociale e la Nuova Costituzione”.

Questo accordo ha avuto infatti il potere di sgonfiare in gran parte la giusta rabbia spontanea della popolazione, che, sbagliando, immaginava che una nuova Costituzione potesse essere elemento sufficiente a risolvere tutti i problemi socio-economici del Paese.

Purtroppo il percorso previsto dall’infame Accordo era stato strutturato dai politici in maniera tale da non lasciare alla popolazione lo spazio che aveva creduto di poter avere: cioè esercitare una vera sovranità riscrivendo totalmente la Magna Carta, dando così alle istanze popolari possibilità vere e concrete per gestire le risorse del paese, dare spazio alle organizzazioni territoriali, ecc. Insomma cambiare totalmente il modello socio-economico neoliberista.

Tutto questo, unito al fatto che quella manovra ha avuto anche lo scopo di salvare la testa dell’allora odiatissimo presidente Piñera, che era ormai sul punto di cadere, ha fatto sì che la mobilitazione popolare rientrasse. Cosa favorita anche dalla catastrofe sanitaria che è stata il Covid nel 2020/2021.

Nel novembre del 2021 arriva il momento delle elezioni presidenziali. Si risvegliano le speranze di gran parte delle masse popolari, che ricominciano a credere di poter uscire dalla difficile situazione socio economica col semplice voto per un candidato come Boric, un “progressista” che faceva grandi promesse di cambiamento radicale in tutti i campi più sentiti dalla popolazione.

Diceva di voler eliminare le politiche neoliberiste, causa di tutti i problemi nei vari campi, di volere giustizia per le vittime e i prigionieri della rivolta sociale, di non volere ulteriore repressione nel Wallmapu e di volere trattative eque con la popolazione mapuche, ecc ecc. Promesse, promesse, promesse... che man mano ha diluito addirittura nel corso stesso della campagna elettorale – non tutti hanno voluto vedere da subito questo scivolamento – e, infine, tutte totalmente disattese negli atti di governo una volta eletto.

In realtà il neoliberismo, nato con Pinochet e implementato alla grande dai governi di quella che doveva essere la “transizione” – che non è mai finita... – dalla dittatura alla democrazia, ha avuto nel governo Boric un interprete appassionato e convinto che ha confermato tutte le istanze neoliberiste che erano rimaste in sospeso nei governi precedenti (dalla firma del TPP11, alle concessioni ai signori delle AFP, alla cessione del litio al genero di Pinochet ecc. Tutti elementi strutturali che confermano e rafforzano il potere delle oligarchie nazionali e delle multinazionali).

Con queste premesse, il passaggio dalla democrazia “ristretta, tutelata e a bassa intensità” instaurata nel 1990 all’attuale nazifascismo dichiarato non è affatto un fulmine a ciel sereno. Così come non lo è il fatto che qua in Italia abbiamo al governo i nipoti di Mussolini... 

Sembra ormai statisticamente consolidato il fatto che quando le “sinistre” fanno le medesime politiche socio economiche delle destre – anche se con qualche maquillage colorato in più – le destre, soprattutto quelle estreme, se ne avvantaggiano e addirittura prendono i posti del comando politico.

Un altro elemento importante che ha determinato gli esiti della votazione cilena è sicuramente molto ben espresso in un articolo che abbiamo proposto alcuni giorni fa e che dedica una interessante analisi psico-sociale delle motivazioni per cui i poveri votano personaggi che sono assolutamente agli antipodi dei loro interessi.

Il dado è tratto. Ormai Kast a marzo assumerà la carica di presidente. Grande e comprensibile è lo sconforto dei compagni che da tempo vedevano arrivare questo evento che avevano paventato e previsto, dati gli elementi sopra accennati.

Meno comprensibile, e ancor meno accettabile, lo sconcerto e la sorpresa con cui le “sinistre progressiste” accolgono il fatto. Purtroppo dalla dichiarazioni fatte, sembra che Jara, come gli altri del governo, pensi ancora che con una “aggiustatina” qua e là a qualche proposta di legge, con ulteriori concessioni sulla “sicurezza”, mettendo insieme un’accozzaglia ancora più ampia di partiti che vada dalla Democrazia Cristiana al Frente Amplio o addossando esclusivamente alla persona di Boric tutte le responsabilità dell’attuale esito elettorale, nelle prossime elezioni presidenziali la destra sarà sconfitta.

Una visione totalmente miope ed elettoralistica che non coglie la profonda necessità ed esigenza di cambio totale del modello neoliberista nato e sperimentato in dittatura e poi esportato ahimè con grandi successi/danni – a seconda dei punti di vista, o meglio degli interessi materiali... – nel resto del Mondo.

Ma Kast sa che non può permettersi proprio tutto tutto quello che ha in mente e, nel discorso di circostanza tenuto dopo l’uscita dei risultati elettorali, ha un po’ moderato il suo programma estremista ed escludente dichiarando che comunque lui sarà “il presidente di tutti i cileni”.

Infatti, malgrado i tempi difficili che intende somministrare alle masse popolari e a chi rientra nei progetti di repressione tout court, sa bene che comunque dovrà fare i conti con un movimento operaio e studentesco che, pur nelle difficoltà organizzative, non è morto e sepolto, e che gli renderà la vita meno facile di quanto possa sperare, se si riusciranno a creare i giusti collegamenti con i tanti movimenti sociali, che pure ancora vivono nei territori, e richiamandosi anche alle pratiche dello sciopero generale portate avanti qui in Italia e in Portogallo, da cui pare che intendano trarre esempio con entusiasmo per creare le condizioni per un vero cambiamento strutturale di governo e sistema.

Fonte

03/09/2024

Cile - Da un Gabriel a un altro Gabriel, il tradimento come modello politico

Nel 1946, il Congresso cileno elesse Gabriel González Videla presidente della repubblica. La sua vittoria è stata sostenuta da un’alleanza composta da radicali, comunisti e democratici, dopo aver ottenuto il maggior numero di voti alle elezioni del 4 settembre.

Durante il suo primo anno di governo, González Videla inserì i comunisti nella sua amministrazione, concedendo loro tre posti nel gabinetto, ma nell’aprile 1947 i ministri comunisti decisero di lasciare il governo dopo divergenze inconciliabili con il presidente. Ben presto, l’allontanamento si trasformò in una rottura e, poche settimane dopo, in un’insaziabile persecuzione ordinata da Washington nel momento in cui iniziava la Guerra Fredda, ponendo fine alla politica del “Buon Vicino” come strumento per affrontare la guerra.

Cedette il passo alla dottrina dell’“autodifesa collettiva” che portò alla creazione del Trattato Interamericano di Assistenza Reciproca (TIAR) nel 1947 e all’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) nel 1948. Pertanto, il controllo di Washington sull’America latina e i Caraibi ha acquisito status giuridico con il beneplacito delle oligarchie locali. I comunisti non erano più necessari. Hitler e il fascismo erano stati sconfitti e ora il nemico era l’Unione Sovietica.

Sentendosi appoggiato dalla più grande potenza mondiale, González Videla fece approvare la “Legge sulla Difesa della Democrazia”, uno strumento giuridico che lo autorizzava a reprimere i comunisti. La cosiddetta “Legge Maledetta” bandì il Partito Comunista del Cile (PC) e venne utilizzata per la repressione contro il movimento popolare, in particolare quello dei lavoratori.

A livello internazionale, González Videla, che nella storia cilena è conosciuto come “il traditore”, ruppe i rapporti con l’Unione Sovietica e il campo socialista, cosa che nemmeno gli Stati Uniti fecero.

Nell’ambito di questa politica, furono aperti nel paese, soprattutto nel nord, campi di concentramento dove i comunisti e altri leader politici e sociali furono detenuti nelle difficili condizioni del deserto cileno. In uno di essi, Pisagua, compì le sue prime azioni come ufficiale dell’esercito il giovane tenente Augusto Pinochet Ugarte.

Il poeta Pablo Neruda, allora senatore del partito comunista, accusò pubblicamente il presidente di essere filonazista sin dalla fine degli anni ’30, quando era ambasciatore del Cile in Francia. In quel paese, invaso dai nazisti, l’attuale presidente cullava un viscerale anticomunismo che gli permetteva di confrontarsi con la parte più rancida della società del paese occupato.

Dopo l’approvazione della Legge Maledetta, González Videla ha cambiato l’orientamento originario del suo governo, dando spazio ai partiti di destra, sia conservatori che liberali. Già a quel tempo riuscì a mettere un settore del partito socialista come furgone di coda di un gabinetto volto alla repressione e persecuzione del movimento sociale. Consegnando alla destra la guida dell’economia, González Videla ha permesso che si applicassero misure forti contro i lavoratori, favorendo il grande capitale.

L’allora senatore Salvador Allende respinse e denunciò con forza la Legge Maledetta e la repressione.

Il suo carattere opportunista e traditore ha portato González Videla ad essere riconosciuto come l’unico presidente cileno che ha governato con tutti i partiti dello spettro politico del paese, da destra a sinistra, adattandosi in ogni momento alle condizioni che gli hanno permesso di rimanere al potere. Lealtà, dignità e principi non erano parole esistenti nel suo dizionario.

Settantacinque anni dopo, un altro Gabriel, seguendo le orme del suo omonimo, ha vinto le elezioni presidenziali in Cile, adottando, come lui, il tradimento come metodo. Allo stesso modo in cui González Videla ha vinto con una coalizione di partiti e poi, in brevissimo tempo, in pratica, ha governato con un altra, Boric ha vinto con un programma e sta governando con un altro.

Copiando la sua pratica, ha incorporato nel suo governo una vasta gamma di personaggi, compresi alcuni che, non essendo ufficialmente di destra, sono diventati i grandi sostenitori del modello economico repressivo neoliberista subordinato agli Stati Uniti e ai suoi alleati nella NATO dell’Unione Europea, a beneficio dei grandi gruppi economici e delle multinazionali.

Dove Boric ha preso le distanze da González Videla, agendo in modo più “intelligente”, è nell’applicazione di un’impronta politica “brillante” che lo ha portato a dividere di fatto il partito comunista, perseguitando e imprigionando – proprio come González Videla – Daniel Jadue, il suo leader più importante, mentre allo stesso tempo incarica i suoi ministri e altri collaboratori comunisti dell’esecuzione del tradimento.

Approfittando dell’accentuata e generalizzata “sindrome di Stoccolma” che Pinochet ha iniettato in larghi settori della sinistra cilena, Boric si avvale dell’appoggio di Bachelet e dell’incorporazione di Tohá, Allende, Letelier e altri pezzi di quella vasta fauna di figli e nipoti del leader della Unidad Popular che ora servono i loro padroni imperiali.

Il colmo di tanto spregevole attuazione è toccato alla ministra portavoce del governo Boric, che si chiama Camila Vallejo, che dalla sua posizione alla guida del PC ha spinto affinché Daniel Jadue, il leader più riconosciuto del movimento popolare cileno, affrontasse Boric alle primarie presidenziali, che non erano necessarie, affinché Boric potesse essere eletto candidato presidenziale della “sinistra unita” con il voto della destra.

In una macabra operazione, Vallejo, che era al comando della campagna elettorale di Jadue, lo condusse a quelle primarie, sapendo che la destra si sarebbe rivolta a votare per Boric. Vale la pena dire che in Cile le primarie sono aperte e qualsiasi cittadino indipendente può parteciparvi, indipendentemente dal fatto che sia iscritto o meno ai partiti che sostengono i candidati.

Persone legate al sindaco hanno affermato che non è passata nemmeno una settimana prima che Vallejo, ora incorporata nel comando della campagna presidenziale di Boric, non abbia mai più risposto al telefono a Jadue, escludendolo da qualsiasi partecipazione al processo di formazione del governo, consumando uno dei tradimenti più orrendi della vasta pratica cilena, iniziata nel 1818 quando Bernardo O’Higgins, il “padre della patria” ordinò l’assassinio di Manuel Rodríguez, il più brillante, illustre e altruista combattente per l’indipendenza.

Una volta arrivata al governo, la coppia Boric-Vallejo ha iniziato la persecuzione del movimento popolare: militarizzazione dell’Araucanía, persecuzione e carcere per i leader mapuche, repressione dei combattenti sociali e dei difensori dei diritti umani, sostegno attivo ed entusiasta al governo nazista dell’Ucraina, piena subordinazione a Washington in quasi tutti gli eccessi da essa commessi nel mondo e il mantenimento del modello di accumulazione capitalista che ha il suo principale appoggio nell’AFP, il tutto culminato nell’arresto senza prove di Daniel Jadue, (comunista), e nella sua successiva destituzione da sindaco per impedimento alla libertà, celebrato con un silenzio complice da Boric e Vallejo (“comunista”).

Cosa ne penserebbero Luis Emilio Recabarren, Elías Lafertte e Ricardo Fonseca? Come si sarebbero comportati Víctor Díaz, Marta Ugarte e Víctor Jara? Cosa avrebbe fatto Gladys Marín?

È compito dei sociologi e dei politologi, forse anche degli psicologi, indagare queste vicissitudini della storia cilena. Sarebbe bello sapere perché questi personaggi che sono stati scelti dai comunisti, ora al governo, li perseguitano. Certo, c’è una differenza, nel 20° secolo il PC faceva parte del governo e se ne andò perché cominciò ad essere perseguitato. Adesso fa parte del governo e non ne è ancora uscito, trasformandosi in un persecutore. Con González Videla il PC è stato tradito, ora è intrappolato nel campo dei traditori.

Va detto che in passato l’etica del PC ha superato la sua militanza, diventando un manto che ha ricoperto positivamente la politica cilena, segnalando con la sua impronta un modello da seguire e un modo di fare politica che è stato motivo di orgoglio per i suoi militanti e degno di ammirazione da parte dei loro alleati e persino della destra.

Non potevano comprare il PC con niente. Ha combattuto e resistito con dignità e integrità alle dittature di González Videla e Pinochet. Ha superato difficoltà, il carcere, le persecuzioni, le torture, la morte e le sparizioni forzate. Ed è andato avanti.

Ora, il PC sembra avere un prezzo: lo hanno pagato con alcuni incarichi nell’amministrazione affinché insieme a quelli colpiti di ieri e di oggi dalla sindrome di Stoccolma, facciano il lavoro sporco a favore di Washington e dei gruppi imprenditoriali. Ecco perché il loro odio e la loro crudeltà contro Cuba, Venezuela e Nicaragua.

Sembra strano, ma nel caso di Boric è un odio personale, nel caso di Vallejo sembra telecomandato da Washington. In ogni caso, come ha detto Silvio, entrambi cercano di salvarsi “entre únicos e impares” mentre cercano un posto nel parnaso imperiale per avere “un angolino sui loro altari”.

Non mi sono mai aspettato nulla da Boric, l’ho detto prima che fosse eletto. Figlio di un democristiano e discendente di fascisti ustascia croati, porta nel sangue la miseria umana, e quando Camila tradì Jadue, ancora una volta, con il mio sfrenato ottimismo della ragione ho ricordato il presidente Allende nelle sue ultime parole: “...Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento cerca di prevalere”.

Non ho dubbi che ancora una volta sarà così, compagno presidente.

Ultim’ora.

Il Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia (CRED) ritiene che la concessione, deliberata oggi lunedì 2 settembre 2024, degli arresti domiciliari al leader comunista cileno di origine palestinese Daniel Jadue costituisca un primo passo importante.

Occorre ora continuare la mobilitazione per smantellare completamente la montatura giudiziaria contro Daniel che costituisce un evidente caso di lawfare, uso politico della magistratura per consolidare il potere delle classi dominanti.

Libertà per il leader comunista cileno Daniel Jadue!

Fonte

26/08/2024

Venezuela - Jorge Arreaza risponde a Gabriel Boric

Il segretario esecutivo dell’ALBA-TCP, Jorge Arreaza, ha inviato al presidente cileno Gabriel Boric un messaggio chiaro e forte sulle sue dichiarazioni interventiste contro il Venezuela bolivariano.

*****

Signorino Gabriel Boric:

La sua mancanza di rispetto verso le istituzioni venezuelane è da antologia. Lei è l’incarnazione della sinistra sicaria: una falsa sinistra che arriva al potere per distruggere qualsiasi alternativa veramente popolare.

Nel classico stile della quinta colonna, lei ha ingannato il suo popolo con un falso discorso da dirigente giovanile ribelle della piccola borghesia, che una volta al potere tradisce lo spirito delle proteste del 2019 e delle lotte popolari del popolo di Salvador Allende, per dare una netta continuità ai governi affini a Pinochet, alla concertazione e all’UDI di Sebastián Piñera.

Lei abbraccia i leader del fascismo venezuelano e del neonazismo ucraino. Manca di rispetto alla Carta delle Nazioni Unite, alla Costituzione Venezuelana e si nasconde dietro i Diritti Umani, mentre viola i diritti più elementari del suo popolo e dei popoli originari del suo Paese.

La sua popolarità è caduta così tanto in così poco tempo da raggiungere quasi il centro del pianeta Terra, motivo per cui sceglie di attaccare e interferire negli affari interni del Venezuela ogni volta che ha bisogno di distogliere l’attenzione dal suo malgoverno e dalla sua immaturità politica: cioè, tutti i giorni.

Deve comprendere che i popoli di Nuestra America e del Sud Globale ammirano e difendono la Rivoluzione Bolivariana con la loro più luminosa speranza e convinzione. Mentre respingono i falsi progetti progressisti come il suo, che non fanno altro che sottomettersi alla volontà di Washington e delle sue corporazioni governanti.

Deve anche sapere che, prima o poi, al Palazzo della Moneda arriverà un governo popolare veramente di sinistra, che riaprirà las grandes alamedas [n.d.t.: le grandi strade. Citazione dall’ultimo discorso di Allende l’11 settembre 1973] attraverso le quali passerà il popolo cileno libero, per costruire una società migliore.

Fonte

17/02/2024

Cile - Diritti Umani e sciopero della fame dei PPM CAM: il gattopardismo del PC

Questa domenica, 11 gennaio 2024, trascorsi 90 giorni di sciopero della fame di 4 weichafe della CAM e di altri 11 Prigionieri Politici Mapuche da più di 60 giorni con la stessa misura drastica, è nostro dovere denunciare la dichiarazione della Commissione Nazionale per i Diritti Umani del Partito Comunista del Cile, che, a nostro avviso, opportunisticamente, “solidarizza con gli scioperanti Mapuche e manifesta preoccupazione per il futuro politico dell’Araucanía“.

Il gattopardismo del PC è aumentato negli ultimi anni. Dopo essere stata una delle organizzazioni storicamente più colpite dal potere, è diventata complice ed esecutrice delle politiche repressive dello Stato cileno contro il movimento di resistenza Mapuche.

Perché è in merito agli ultimi avvenimenti e in onore del rispetto per questa degna lotta che noi scioperanti portiamo avanti, e che riteniamo strettamente legata e concatenata con le rivendicazioni territoriali e politiche del movimento autonomista Mapuche, che esprimiamo la nostra opinione e disagio per le dichiarazioni di rappresentanti del PC.

Considerando e ricordando, anzitutto, che i tre mesi di sciopero della fame hanno comportato il ricovero di 3 dei nostri weichafe in condizioni di vita gravi e critiche, come affermato dallo stesso Collegio Medico e dal servizio sanitario, le richieste di questo movimento sono state chiare: come punto centrale, chiedere la nullità del processo che ha condannato a più di 15 anni Ernesto Llaitul, Ricardo Delgado Reinao, Esteban Henríquez e Nicolás Alcaman e, come seconda richiesta, abilitare un modulo per i comuneros [membri della comunità Mapuche] che abbia condizioni carcerarie adeguate alla cultura dei membri di un popolo originario.

Ora, 48 ore dopo che la Sesta Sezione della Corte d’Appello di Concepción ha sentenziato in forma chiara e decisa l’annullamento del processo e della sentenza per la totale mancanza di garanzie di giusto processo, esemplificata dall’inesistenza di prove scientifiche di colpevolezza e dall’assenza di idoneità accreditata dei presunti “esperti”, presentati dalla Procura e dal Governo, dobbiamo venire a conoscere il pronunciamento della Commissione Nazionale per i Diritti Umani del Partito Comunista, composta, tra gli altri, dalle deputate Lorena Pizarro e Carmen Hertz, donato alla stampa come decorazione pubblica.

Perché non dimentichiamo che il 9 luglio 2021, quando già si sapeva della crudele esecuzione del Weichafe Pablo Marchant, el Toño, mentre era detenuto dalla polizia, l’allora deputato e candidato alla presidenza Gabriel Boric, ha twittato: “Il caso è grave. Le imprese forestali sono parte del problema“, e la sua responsabile della campagna per La Moneda, la militante comunista Camila Vallejo, ha scritto: “Giustizia per Pablo!!“.

Due mesi dopo, Boric, insieme alla sua coalizione Frente Amplio e con la complice astensione del Partito Comunista, ha approvato la proroga fino al 2030 dei sussidi statali milionari concessi alle imprese forestali e ai proprietari terrieri per continuare a saccheggiare e a depredare il Wallmapu, mentre il nostro popolo, le comunità , registrano i più alti tassi di povertà ed emarginazione dovuti principalmente alla mancanza di terre.

Non dimentichiamo che queste stesse deputate della Commissione per i Diritti Umani del PC, con l’insieme del loro gruppo aggiunto a quello del Frente Amplio, hanno votato a favore della militarizzazione di Wallmapu, che in senso stretto implica occupare con un vasto contingente poliziesco e militare dotato di mezzi blindati e armamento da guerra con il chiaro obiettivo di assediare e reprimere le comunità in resistenza e in movimento.

In effetti, la repressione più mirata e selettiva ha portato, come diretta conseguenza, all’incarcerazione e al perseguimento di dirigenti tramite la Legge di Sicurezza dello Stato, così come a falsi processi di weichafe di primo piano.

Il tutto incorniciato da forti campagne mediatiche orchestrate dal potere imprenditoriale e governativo, esacerbando così ulteriormente la criminalizzazione e la persecuzione della difesa del nostro territorio ancestrale, che in definitiva è la difesa della vita nel suo insieme, perché si tratta di una lotta contro il capitalismo, contro l’estrattivismo e per la difesa dell’itrofilmongen e la sovranità delle comunità.

Non abbiamo dubbi nell’affermare che il PC ha dato il suo appoggio alla continuità colonizzatrice rappresentata dalla “Commissione per la Pace” imposta da Boric, un processo fallito fin dall’origine, come altri precedenti, che non tiene conto della discussione sul territorio e sull’autonomia, che è la base della nostra richiesta politica.

Certamente si osserva una “presunta” contraddizione tra quanto fatto dalla Corte di Giustizia di Concepción e la volontà di non dare seguito alla richiesta di miglioramenti carcerari, che spetterebbe al sottosegretario alla Giustizia, il comunista Jaime Gajardo, per adeguarsi agli impegni firmati dallo Stato cileno nei confronti dei popoli indigeni.

Persiste la logica della persecuzione e della punizione da parte di questo Governo nei confronti dei weichafe detenuti, una questione che dipinge l’attuale governo neoliberista con la definizione di essere dalla parte dell’oligarchia e contro la resistenza mapuche.

In breve, l’azione dello Stato con la militarizzazione, la repressione e la persecuzione politica dimostra la volontà della classe dirigente, di questo Governo e dei partiti in generale, compreso il PC, di non portare avanti un dialogo né di creare le condizioni per un reale processo di ricerca della pace e della giustizia per l’eroico popolo della Nazione Mapuche.​

Fonte

15/09/2023

Cile - A 50 anni dal golpe, il cinismo di Boric e la finta sinistra

L’articolo che proponiamo qui di seguito spiega che quanto è successo alla marcia/manifestazione del 10 settembre 2023 – organizzata in commemorazione del 50° anno dalla fine dell’esperienza della Unidad Popular nel sangue della dittatura civico militare – come l’inevitabile conseguenza di una serie di scelte politiche portate avanti dall’attuale presidente del Cile e, purtroppo, anche da quei partiti che, pur di entrare nell’entourage governante, hanno abdicato alla loro funzione storica.

La violenta repressione fisica della manifestazione, già preconizzata dalle modalità organizzative degli eventi decise dal governo, e denunciate già nei giorni precedenti da molte organizzazioni sociali e di diritti umani è stata puntualmente messa in atto per realizzare un copione studiato a tavolino e ben congegnato.

Nessuno dei governi post Pinochet, neanche quelli più rappresentativi delle destre, come i due di Piñera, avevano mai osato mettere bocca nell’organizzazione delle marce/manifestazioni per l’11 settembre e meno che mai le avevano represse così furiosamente come quella di quest’anno.

Un altro passo verso la totale consegna del Paese nelle mani delle destre nazionali e delle imprese multinazionali: criminalizzare e schiacciare l’opposizione popolare anticapitalista in tutte le sue forme è un passaggio indispensabile per arrivare alla meta...

*****

Ironia della storia. Ieri, 10 settembre, a Santiago, il Partito Comunista e il Partito Socialista, basi di quella che era la UP e il governo di Salvador Allende, facendo appello alla repressione diretta della polizia, hanno imposto un transennamento che ha diviso la popolazione.

Ieri [10 settembre, ndr], a 50 anni di distanza, in un momento storico per la memoria delle lotte popolari, si è verificato un attacco all’unità tra le organizzazioni dei diritti umani e le frange popolari che ogni anno marciano insieme in massa per commemorare il colpo di stato del 1973.

Secondo questi burocrati dovevamo dividerci. Alcuni, quelli buoni, i democratici, potevano essere autorizzati a marciare e muoversi nello spazio pubblico attorno a La Moneda; e altri, i restanti, quelli “cattivi”, “i violenti”, dovevano essere repressi con la violenza degli apparati polizieschi.

All’incrocio tra la Alameda e Amunategui, la massiccia fanteria della polizia con i suoi mezzi motorizzati, con gas, acqua e attacchi corpo a corpo, sono riusciti a disperdere la marcia.

Tutto è successo rapidamente. Poco prima delle 10:15 del mattino, la divisione della marcia, in questa zona, era irrecuperabile. È stata la dimostrazione concreta delle denunce che diverse organizzazioni popolari avevano espresso nei giorni precedenti riguardo alla preparazione di un assedio repressivo da parte del Governo con la complicità di alcune organizzazioni per i diritti umani.

E oggi, lunedì 11 settembre, i saltimbanchi guidati dalla mazza da parata, nascosti negli eventi ufficiali della Moneda, hanno messo in scena un altro montaggio, il montaggio di una commemorazione vuota.

Boric ha cercato di incarnare una figura ben al di sopra di lui e la burocrazia ministeriale ha finto di commuoversi con slogan e versi solenni e canti a loro estranei.

Gli spettacoli orchestrati dalle dirigenze della finta sinistra e del progressismo non sono altro che un fatuo gioco di luci, una brutta rappresentazione senza pudore, che manca di rispetto sia al dolore autentico degli uomini e delle donne presenti nei cortili interni, sia a quello di un popolo che continua a stare ancora là fuori, nelle strade. Una memoria imposta è strumento dei cinici, una memoria autentica è esperienza, ed è il seme dei progetti di emancipazione.

Nessun comunista o socialista può prestarsi a manovre repressive contro il popolo, né può avallare tali imposture; il suo cammino è quello di coloro che, armandosi di coraggio, si sono preparati a sfidare e disobbedire alla politica di resa delle loro dirigenze.

Anche noi da fuori commemoriamo il cinquantesimo anniversario del golpe, ma non lo facciamo lamentandoci per la perdita della democrazia o la rottura costituzionale.

Questa è la trappola ideologica sulla quale faceva affidamento la sinistra, il progressismo e la borghesia “democratica” sono riusciti a gestire e dissipare gli impulsi combattivi del popolo. La democrazia di allora, come quella di oggi, è stata una democrazia di classe, una democrazia del capitale.

Di fatto, il golpe è stato avviato dalla borghesia creola e dall’imperialismo che, con l’aiuto delle Forze Armate, hanno applicato senza pensarci su due volte tutta la loro macchina di violenza sui lavoratori e sul popolo.

È stato il capitale – la comunità imprenditoriale creola e straniera – che non ha esitato a difendere, con la repressione, la tortura e la morte, i propri interessi di classe superando la sua stessa legalità, la legalità borghese, che ormai non serviva più a contenere le forze popolari.

Il golpe non è stato solo contro Salvador Allende e i suoi partiti, ma contro quelli che dal basso si stavano rapidamente costituendo come soggetto politico indipendente e autonomo, andando anche oltre lo stesso Governo, creando organismi di partecipazione come il JAP, i cordoni industriali, i comandi comunali e altre istanze di potere popolare specifiche e indipendenti dallo Stato borghese, [...].

La paura del capitale e dell’imperialismo era proprio per il fatto che il movimento dei lavoratori e il popolo, approfittando dello slancio dato dal trionfo di Allende, andassero oltre la legalità borghese e mettessero in discussione il potere reale e non solo il governo.

Le classi dominanti e l’imperialismo hanno risposto con la cospirazione golpista, l’assassinio di Schneider, il boicottaggio dell’economia e costringendo l’UP a firmare impegni costituzionali – legacci – molto prima che entrasse in carica come Governo.

Poi l’hanno messo alle strette spingendo per la sua capitolazione, almeno a partire dallo sciopero dell’ottobre 1972.

Hanno creato la carenza negli approvvigionamenti, il blocco del commercio e dei trasporti, hanno applaudito all’incorporazione dei militari nel governo e al tentativo di restituire le fabbriche espropriate. E nel mezzo della virtuale capitolazione del governo, l’incarcerazione e la tortura dei marinai anti-golpisti e l’approvazione della legge sul controllo delle armi sono state misure che hanno confuso le forze popolari e hanno contribuito al loro disarmo.

Ma volevano di più. Miravano alla sconfitta strategica dei lavoratori e del popolo. Questa era la vera finalità del colpo di Stato, per questo lo hanno anticipato sapendo che Allende avrebbe indetto un Plebiscito nei giorni successivi a martedì 11.

La loro mano non tremò allora, né è tremata oggi, per assassinare bambine, bambini e giovani cileni e mapuche, per approvare la legge del grilletto facile, la legge anti-occupazioni o militarizzare il Wallmapu.

Da Aylwin a Boric, le ricchezze naturali continuano ad essere consegnate alle multinazionali, rafforzando il capitalismo e applicando la repressione e l’inganno per mantenere controllate e intossicate le grandi masse popolari.

La lezione di questi 50 anni di lotta e di sconfitte subite, è che non bisogna mai e poi mai fidarsi delle borghesie locali o dell’imperialismo. Anche se si vestono da democratici, difensori dei diritti umani o progressisti, nel loro DNA sono codificati i geni del profitto, dello sfruttamento, del patriarcato, del colonialismo e del dominio sui popoli.

Un’altra lezione: dobbiamo combattere coloro che si arrendono e denunciare gli esitanti perché, con buone o cattive intenzioni, non fanno altro che indebolire e confondere le forze popolari.

Questo è stato il significato dell’Accordo per la Pace e la Nuova Costituzione del novembre 2019: la frammentazione delle organizzazioni popolari emerse nella Rivolta, trascinate dalla farsa costituente del 2021-2022; il sostegno a Boric nel ballottaggio del 2022 con la scusa di fermare il fascismo; la partecipazione al plebiscito del 4 settembre che (anche se avesse vinto l’“approvo”) avrebbe dovuto sottoporre il mandato a un parlamento controllato dalla destra, e così pure, con il nuovo processo costituzionale che oggi tiene il popolo – e anche lo stesso progressismo e la sinistra che si fida – bloccato in una trappola mortale. È il disarmo popolare e loro ne sono i responsabili.

Bisogna convincersene: solo il popolo aiuta il popolo, solo il popolo può costruire la forza emancipatrice del Popolo.

Di fronte alla barbarie che il capitale promuove ovunque e alla crisi che colpisce l’intera umanità, non resta altro che prepararci a costruire le nostre proprie forze, l’autodifesa della vita e la solidarietà, avere fiducia in noi stessi e a promuovere l’unità politica e sociale dei popoli.

E se vinceremo, lo faremo con l’eredità delle combattenti e dei combattenti di ieri che sono sempre presenti nelle nostre memorie e con la volontà generosa e incrollabile che si solleva contro il capitale e lotta per un mondo migliore. Non ci sono altre strade.

Rafael Agacino, Santiago, 11 settembre 2023

Note

Rafael Agacino: docente universitario in varie università del Cile, economista, analista politico e sociale. Attivo nei movimenti sociali.

JAP: Juntas de Abastecimiento y Control de Precios (note con la sigla JAP) erano unità amministrative locali create nell’aprile del 1972, durante il Governo di Allende. Le JAP essenzialmente erano comitati di controllo popolare di prezzi e distribuzione di alimenti, implementati per evitare la speculazione e l’accaparramento da parte dei settori oppositori del Governo.

Accordo per la Pace e la Nuova Costituzione del 15 novembre 2019: proposto dalle destre governative agli altri partiti nel tentativo di spegnere le fortissime spinte della piazza e salvare la presidenza Piñera in evidente difficoltà. Gabriel Boric lo firmò a livello personale perché la coalizione che rappresentava non era d’accordo a offrire questa via d’uscita a un presidente che li stava facendo massacrare nelle strade, oltre al fatto che il percorso deciso nell’Accordo per arrivare a una nuova Costituzione era una vera e propria truffa. Utile la lettura di questo articolo del 19/11/2019.

“Solo il popolo aiuta il popolo”: questo è stato uno degli slogan più diffusi durante il periodo della Rivolta oltre a quello sulla richiesta di una vera Assemblea Costituente in cui il popolo sovrano scrivesse le regole dell’Assemblea stessa e quindi la propria Costituzione.

Fonte

25/06/2023

Cile - 29 giugno 1973-2023. Il re è nudo...

In questi ultimi giorni, a poca distanza dal 29 giugno, giorno del “Tanquetazo”, primo tentativo di golpe armato tentato e fallito nel 1973 contro Salvador Allende Gossenz, Presidente democraticamente eletto, e a un paio di mesi dal 50° anniversario del sanguinoso colpo di Stato portato a termine l’11 settembre dello stesso anno, il Presidente cileno Gabriel Boric esterna davanti alle telecamere il suo neopensiero sulla Unidad Popular: “Si parla molto della Unidad Popular e penso che sia un periodo da rivedere. E da sinistra dobbiamo essere in grado di analizzarlo in modo molto più dettagliato e non solo da una prospettiva mitica”.


Questo giornale ha più volte segnalato l’ambiguità di Boric e del suo governo, che, dietro una verniciata di rosa e colori vari, sta portando avanti l’agenda delle destre nazionali e del neoliberismo transnazionale. Insomma ne ha fatte di cotte e di crude per garantire la continuità degli interessi del capitale multinazionale in tutti i campi.

Non ha neanche sfigurato davanti al suo predecessore in tema di repressione a studenti e popolazioni in lotta. È riuscito pure a insinuare la flessibilità selvaggia nell’orario di lavoro mascherandola furbescamente da “conquista delle 40 ore”. Ha garantito il suo appoggio alla guerra in Ucraina (ovviamente dalla parte di Zelensky) pur nel contesto del resto del Sudamerica che proclama la necessità di pace.

Ha criticato la gestione dei “diritti umani” in paesi come Cuba, Venezuela e Nicaragua, mentre in Cile, malgrado le promesse elettorali, ha mantenuto in carcere molti dei prigionieri della rivolta del 2019 e continua a celebrare processi farsa contro i Mapuche servendosi di “testimoni segreti”.

Ma comunque, finora, non era arrivato a rinnegare ufficialmente l’esperienza storica della Unidad Popular. A onor del vero, nei fatti già si era espresso abbondantemente in questo senso, visto che tutti gli atti del suo governo sono andati in direzione ostinata e contraria a tutti i proclami che aveva fatto in campagna elettorale quando si pavoneggiava assimilandosi al Presidente Allende.

In realtà già in campagna elettorale, pian pianino, aveva fatto progressive e prudenti marce indietro nel programma, per non risultare sgradito a chi conta...

Gli atti, i fatti concreti del suo governo sono andati sempre più lontano dalla direzione che ha segnato quell’esperienza memorabile ed epica che fu il governo di Allende. Non aveva però ancora avuto la sfacciataggine di prenderne le distanze formalmente, visto che dopotutto era stato votato (illusoriamente...), da molti di coloro che sono andati alle urne, per essere il secondo Allende.

Un’altra parte di coloro che lo avevano votato, invece, non si era proprio fatta illusioni sulla statura politica e/o rivoluzionaria di questa persona, ma l’ha votato solo per la paura di mettere la presidenza in mano a Kast, rappresentante del più becero pinochettismo di ritorno.

Tra coloro che si erano illusi e si erano persino fortemente impegnati per il successo elettorale di Boric c’era addirittura Miguel Lawner, architetto, ex Direttore Generale della Corporazione di Miglioramento Urbano (CORMU) del governo di Allende.

Lawner si è anche fattivamente impegnato per il governo di Boric sulle questioni abitative e urbane, ed è quindi con grande amarezza che prende atto dell’offesa alla realtà storica fatta dalle dichiarazioni di Boric, che vuole “smitizzare” gli enormi risultati ottenuti dalla Unidad Popular nelle condizioni allora date.

Vale la pena di riportare qui le parole di Lawner sulla Unidad Popular:
“Il prestigio di Allende è dovuto alla capacità di aver realizzato le grandi trasformazioni promesse nella sua campagna elettorale, nel pluralismo, nella democrazia e nella libertà, come lui stesso ha più volte affermato.

Il Parlamento cileno ha approvato all’unanimità la nazionalizzazione delle grandi compagnie nordamericane proprietarie dei giacimenti di Calama, Sewell ed El Salvador. È stata creata Codelco [ndt: compagnia nazionale del rame] e, nonostante le severe restrizioni imposte dagli Stati Uniti, si è riuscita ad incrementare la produzione mineraria.

Avevamo promesso di portare a termine la Riforma Agraria, ponendo fine al latifondo cileno che teneva inutilizzati i migliori terreni seminativi, e lo abbiamo fatto.

Avevamo promesso di costruire 100.000 case durante il primo anno di governo, destinate preferibilmente ai settori a basso reddito, e lo abbiamo fatto.

Abbiamo promesso di dare gratuitamente mezzo litro di latte al giorno a ogni bambino cileno, e l’abbiamo fatto.

Abbiamo promesso di aumentare le retribuzioni dei lavoratori e nel 1971 la partecipazione percentuale delle retribuzioni al lavoro era del 61,7% del reddito geografico, un tasso non noto in precedenza in Cile.

Avevamo promesso di rendere possibile il riposo a tutti i settori che prima non avevano mai potuto godersi una vacanza (che nelle nostre Prime 40 Misure chiamiamo turismo popolare), e lo abbiamo fatto. In un anno abbiamo completato 16 Stabilimenti Balneari Popolari situati nelle migliori spiagge del Cile.

Abbiamo promesso di facilitare la lettura per tutti i cileni e abbiamo creato l’Editoriale Quimantú, che ha iniziato a pubblicare le migliori opere di scrittori cileni e stranieri, in tirature fino a 60.000 copie, per il valore di due pacchetti di sigarette.

In 275 giorni, abbiamo costruito l’edificio più bello mai costruito in Cile: UNCTAD III, che ha stupito i 3.000 delegati stranieri presenti a tale incontro, per l’eccezionale integrazione tra Arte e Architettura.

Potrei continuare ad elencare numerosi altri successi, ma non rientrano in questa breve colonna. Ripeto: abbiamo fatto tutto nel pieno rispetto delle istituzioni pubbliche, cosa che naturalmente ha suscitato la feroce reazione dei settori oligarchici che hanno visto lesi i loro oscuri interessi e hanno cominciato, prima che Allende si insediasse, a cospirare per rovesciare il governo, in complicità con il Dipartimento di Stato nordamericano e il suo braccio esecutivo: la CIA.

L’esperienza di Allende si basava sulla tesi della costruzione di un modello di società socialista attraverso mezzi pacifici, a lungo elaborata dalle organizzazioni politiche della sinistra cilena.” (da qui)
La posizione ormai apertamente revisionista assunta da Gabriel Boric viene chiaramente denunciata anche da Marcos Roitman Rosenmann, cileno, accademico alla Complutense di Madrid che ha collaborato con l’avvocato Joan Garcés alla strategia che portò in tribunale Pinochet.

Qui di seguito un suo articolo che ripercorre gli eventi che dal 29 giugno 1973 arrivano, con la complicità della Democrazia Cristiana e il tradimento di alcuni generali, alla tragica conclusione dell’11 settembre.

Cile 1973-2023. Dal tradimento di Pinochet alla spudoratezza di Gabriel Boric

L’attuale presidente del Cile, Gabriel Boric, fa sua la posizione della destra intellettuale cilena che accusa la Unidad Popular per il colpo di Stato e di incapacità nel momento di costruire un ampio consenso. Si sente a suo agio in questa posizione. L’obiettivo è quello di mantenere il punto sul fatto che Allende e il suo governo non sono stati in grado di creare consenso.

Una post-verità installata nelle menti delle nuove generazioni politiche che oggi al governo prendono le distanze dal progetto politico che ha significato per il Cile il momento della confluenza del movimento popolare in una proposta capace di cambiare e torcere il braccio del capitalismo dipendente.

L’impudenza di Gabriel Boric si basa sul testo di Daniel Mansuy: Allende, la sinistra cilena e l’U.P. Non c’è voluto molto per trovare una risposta a quella bugia. È stato Miguel Lawner a sottolineare che: “Il presidente Gabriel Boric ci raccomanda di leggere il libro... di Mansuy, nipote dell’ex ammiraglio Ismael Huerta, uno dei principali istigatori del colpo di Stato. Sono profondamente addolorato, ma non posso tacere davanti all’offesa recata alla memoria storica. L’apprezzamento di Salvador Allende è universale ed è ben lontano, lontanissimo dal corrispondere a un mero mito, generato pagando con la propria vita la fedeltà alle istituzioni democratiche”.

Boric vuole riscrivere la storia, negare i fatti e fare sua la narrazione del fallimento e della sconfitta politica dell’U.P.

Ma facciamo un po’ di memoria: dopo mille giorni di assedio, la borghesia cilena, i partiti politici di destra e il governo Nixon-Kissinger, rompono la funzione non deliberativa delle forze armate. Tra il 29 giugno 1973, data del fallito putsch, e l’11 settembre non riposano. La Contraloría General de la República [ndt: preposta a salvaguardare il principio di legalità costituzionale degli atti delle istituzioni], in mano alla Democrazia Cristiana, dichiara parzialmente incostituzionale il decreto che formava i tre settori dell’economia, sociale, misto e privato.

L’8 luglio i presidenti del Senato, Eduardo Frei Montalva e della Camera dei Deputati, Luis Pareto, hanno redatto un comunicato in cui si legge: il governo “intende imporre uno schema ideologico e programmatico che la maggioranza del Paese rifiuta”.

Il 27 luglio l’estrema destra ha assassinato il Capitán de Navío [ndt: uno dei più alti gradi della Marina Militare cilena] e assistente personale del presidente, Arturo Araya Peeters, e il 22 agosto la Camera dei deputati, controllata dall’opposizione, ha puntualizzato: “è un fatto che l’attuale governo della repubblica, sin dal suo inizio, ha cercato di conquistare il potere con l’ovvio scopo di sottoporre tutte le persone al più stretto controllo economico e politico da parte dello Stato e ottenere così l’instaurazione di un sistema totalitario, assolutamente opposto al sistema rappresentativo che la Costituzione istituisce; che a tal fine il Governo non è incorso in isolate violazioni della Costituzione e della legge, ma ne ha fatto un sistema permanente di condotta, (...) violando abitualmente le garanzie che la Costituzione assicura a tutti gli abitanti del repubblica e permettendo e sostenendo la creazione di poteri paralleli, illegittimi, che costituiscono un gravissimo pericolo per la nazione, con tutto ciò ha distrutto elementi essenziali del quadro istituzionale e dello Stato di Diritto”. Invita quindi le forze armate a intervenire, “...al fine di... assicurare l’ordine costituzionale della nostra Patria...”.

Il giorno prima, il 21 agosto, donne di “Potere Femminile”, militanti della Democrazia Cristiana, del Partito Nazionale e di Patria y Libertad [ndt: formazione di estrema destra], hanno accompagnato le mogli dei generali a casa del comandante in capo dell’esercito Carlos Prats e l’hanno insultato, chiamandolo codardo, sollecitando l’intervento delle forze armate per rovesciare il governo costituzionale. Il giorno successivo, il generale Prats presenta le sue dimissioni. Nella lettera si legge: “Avendo constatato nei giorni scorsi che coloro che mi denigravano erano riusciti a turbare i criteri di un settore degli ufficiali dell’esercito, ho stimato... di non diventare un fattore di rottura della disciplina e di alterazione dello Stato di Diritto”.

Guillermo Pickering, comandante delle scuole militari e Mario Sepúlveda, comandante della seconda divisione (Santiago), generali con comando di truppa, si dimettono in solidarietà con Prats. Il direttore generale dei Carabineros, Jose María Sepúlveda Galindo, rimane fermo. Starà con il presidente a La Moneda l’11 settembre. Anche il vicedirettore Jorge Urrutia e i generali Rubén Álvarez e Orestes Salinas non cedettero al golpe, i ribelli ricorsero a un mediocre generale, sesto nella catena di comando, Cesar Mendoza. Nella Marina, il suo comandante, Raúl Montero, sarà trattenuto a casa sua.

Agli ammiragli Daniel Arellano, Hugo Poblete Mery, al capitano René Durandot e al tenente Horacio Larraín, costituzionalisti, viene tolto il comando, e Toribio Merino si autoproclama capo della Marina e sequestra il comandante in capo della Marina, Raúl Montero. Pinochet, un codardo che ha giurato fedeltà, si unisce al putsch. Brady, generale golpista al comando della guarnigione di Santiago, garantisce la mobilitazione delle truppe. Il colpo di stato è consumato l’11 settembre. L’esercito e l’aviazione bombardano La Moneda. Inizia l’arresto e l’assassinio di dirigenti e militanti della Unidad Popular.

Ciò che ha portato al colpo di Stato non è stato il fallimento delle politiche del governo di Salvador Allende, piuttosto sono stati i suoi successi. Perché fare un colpo di Stato se il progetto è un fallimento ed è già sconfitto? Ma questa verità comporta due virtù, che mancano a Gabriel Boric e al suo governo: l’onore e la dignità.

di Marcos Roitmann (Santiago del Cile 1955), professore di ruolo presso l’Università Complutense di Madrid. Ha collaborato con l’avvocato Joan Garcés alla strategia che portò in tribunale il dittatore Pinochet. È autore di diversi libri sull’America Latina: Con la ragione o con la forza, Storia e memoria dei Colpi di Stato, Dittature e Resistenze in America Latina, XXI Secolo. La sua firma compare su prestigiose testate internazionali come Le Monde Diplomatique.

Fonte

16/06/2023

Cile - L’ipocrisia e il cinismo di Boric

Durante la riunione dei presidenti sudamericani a Brasilia, il presidente cileno Gabriel Boric, che si atteggia a ‘progressista’, ha criticato la situazione dei diritti umani in Venezuela.

Dal suo insediamento alla presidenza del Brasile nel gennaio 2023, Luiz Inácio Lula da Silva ha fatto grandi sforzi per rilanciare il processo di cooperazione regionale in un continente frammentato e diviso [1].

In questa prospettiva, ha organizzato il Vertice del Sudamerica che ha riunito i presidenti della zona il 29 e 30 maggio 2023 per rafforzare l’integrazione e il dialogo tra i diversi vicini, tra cui spicca il Venezuela.

Questo Paese subisce da anni sanzioni economiche estremamente severe imposte dagli Stati Uniti, che violano gravemente i diritti fondamentali dei venezuelani [2].

Il presidente Lula ha denunciato l’ostracismo e la guerra politica, economica, diplomatica e mediatica di cui è vittima il Venezuela, sottolineando “la narrativa che è stata costruita contro il Venezuela di antidemocrazia e autoritarismo“, in particolare per ragioni ideologiche.

Ha anche criticato il doppio standard praticato da alcuni paesi: è “molto strano [che] le richieste che il mondo democratico fa al Venezuela non vengano fatte all’Arabia Saudita” [3].

Il presidente ultraconservatore dell’Uruguay, Luis Lacalle Pou, e il suo omologo cileno, Gabriel Boric, hanno criticato le parole di Lula sul Venezuela. Se la posizione del dignitario neoliberista uruguaiano non stupisce, quella del presidente cileno, presumibilmente di ‘centrosinistra’, ha suscitato maggiori incomprensioni.

Boric ha insistito sul “dolore di centinaia di migliaia di venezuelani che oggi sono nella nostra patria”, senza dire una parola sulle sanzioni economiche statunitensi che stanno strangolando il Paese di Simón Bolívar e che sono la causa principale di questo esodo. “I diritti umani (DDHH) devono essere rispettati sempre e ovunque”, ha concluso [4].

Boric, durante il suo anno e tre mesi di gestione del Cile, ha dimostrato di essere un diligente “collaboratore” di Washington.

Due realtà mettono in dubbio la sincerità delle preoccupazioni del Presidente cileno. In primo luogo, l’ultimo rapporto di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani in America Latina è imbarazzante per molti paesi.

Se ci si basa sulla realtà fattuale dello studio, non è possibile additare specificamente il Venezuela su questa questione. Le violazioni dei diritti umani sono numerose e gravissime in tutto il continente [5].

In secondo luogo, per ergersi a giudice, è imprescindibile avere l’autorità morale necessaria. Ora, l’ultimo rapporto di Amnesty International del 2022/23 sul Cile avrebbe dovuto indurre Gabriel Boric a mostrare più umiltà. Tale organizzazione ha infatti denunciato l’impunità di cui beneficiano gli agenti dello Stato responsabili di “violazioni dei diritti umani”.

Amnesty International ha anche sottolineato che le forze dell’ordine si sono rese colpevoli di “crimini contro l’umanità“, “di torture e altri maltrattamenti” durante la crisi sociale del 2019. Allo stesso modo, il rapporto ha riferito di “arresti arbitrari: molte persone sono state assolte per mancanza di prove dopo aver trascorso lunghi periodi in carcere preventivo”.

Il rapporto di questa organizzazione ha anche rilevato casi di “torture e altri maltrattamenti” nei confronti di pazienti in un ospedale psichiatrico e ha sottolineato che, lungi dal perseguire i responsabili di questi crimini, “la Procura di Valparaíso ha chiesto la sospensione definitiva del caso” [ 6].

Di fronte alle telecamere, Gabriel Boric ha espresso la sua compassione per i migranti e i rifugiati venezuelani. Si trattava in realtà solo di una presa di posizione di facciata destinata alla stampa e priva di sincerità. Amnesty International ha infatti denunciato le violazioni “dei diritti dei rifugiati o dei migranti” in Cile.

“Le autorità hanno ripreso le espulsioni immediate delle persone straniere senza valutare la loro necessità di protezione internazionale” [7]. Amnesty International ha persino pubblicato una lettera aperta a Gabriel Boric esprimendo la sua “grave preoccupazione per la situazione in cui si trovano le persone bisognose di protezione internazionale al confine tra Cile e Perù“, denunciando il “dispiegamento delle Forze Armate e l’instaurazione dello stato di eccezione”, misure contrarie “agli obblighi internazionali del Cile” [8].

Alla luce di questi elementi, Boric non dispone dell’autorità morale per dissertare sulla situazione dei diritti umani in Venezuela. Le sue dichiarazioni sono motivate più da considerazioni politiche e volontà di compiacere alcuni settori che da una sincera preoccupazione per la sorte del Venezuela.

Se il Presidente cileno fosse allarmato per il benessere del popolo venezuelano e non facesse un discorso ipocrita, dovrebbe condannare le sanzioni economiche statunitensi contro Caracas e chiederne l’immediata revoca.

Note

[1] Voz of America, «Presidentes sudamericanos buscan mayor integracion en Brasil», 29 de mayo de 2023. https://www.vozdeamerica.com/a/presidentes-sudamericanos-buscan-mayor-integracion-en-brasilia/7113727.html (sitio consultado el 1 de junio de 2023).

[2] Ministério das Relaçãos Exteriores, «Consenso de Brasília», 30 de mayo de 2023. https://www.gov.br/mre/pt-br/canais_atendimento/imprensa/notas-a-imprensa/consenso-de-brasilia-2013-30-de-maio-de-2023 (sitio consultado el 1 de junio de 2023).

[3] BBC News Mundo, «‘No es una construcción narrativa, es la realidad’: las críticas de los presidentes de Chile y Uruguay a Lula por sus palabras sobre Venezuela», 31 de mayo de 2023. https://www.bbc.com/mundo/noticias-america-latina-65762357 (sitio consultado el 1 de junio de 2023).

[4] Ibid.

[5] Amnesty International, «Rapport annuel 2022/23. La situation des droits humains dans le monde», 27 de marzo de 2023. https://www.amnesty.org/fr/documents/pol10/5670/2023/fr/ (sitio consultado el 1 de junio de 2023).

[6] Amnesty International, «Rapport annuel. Chili 2022», 27 de marzo de 2023. https://www.amnesty.org/fr/location/americas/south-america/chile/report-chile/ (sitio consultado el 1 de junio de 2023).

[7] Ibid.

[8] Amnesty International, «Chili et Pérou. Lettre ouverte à la présidente Dina Boluarte et au président Gabriel Boric», 4 de mayo de 2023. https://www.amnesty.org/fr/latest/news/2023/05/chile-y-peru-carta-abierta-a-la-presidenta-dina-boluarte-y-el-presidente-gabriel-boric/ (sitio consultado el 1 de junio de 2023).

Fonte

12/11/2022

Cile - Boric in Araucania

L’enorme spiegamento di forze che è stato messo in atto per la visita di due giorni del Presidente cilenoe Gabriel Boric in Araucania (altrimenti denominata, con termine militaresco, “Macrozona Sur” e “Wallmapu” invece dal popolo Mapuche che la abita e ne rivendica l’autonomia) è l’evidente dimostrazione di quanto lo Stato Cileno non si senta sufficientemente rassicurato neanche dall’altissima militarizzazione messa in atto in quel territorio già dai governi Bachelet e Piñera e che Boric, Presidente in carica da marzo, ha enormemente rafforzato dichiarando anche lo stato d’eccezione.

Boric, giovedì 10 novembre, è atterrato all’Aeroporto Araucanía nel comune di Freire e ha in programma di visitare Temuco, Angol, Villarrica e Lonquimay con una fitta agenda di lavori che dovrebbe durare due giorni.

Si è presentato accompagnato da diversi ministri, tra cui la neoministra degli Interni, la socialista Carolina Tohá, che ha recentemente sostituito la precedente Izkia Siches (che alcuni mesi fa era stata accolta a fucilate nella sua tentata visita, non concordata, in Wallmapu) e il Direttore Generale dei Carabineros, Ricardo Yáñez.

Un generale che Boric ha recentemente confermato nell’incarico, incurante del fatto che questo si sia reso responsabile della repressiva gestione dell’ordine pubblico durante l’”Esplosione sociale” che ha visto milioni di persone in Plaza de la Dignidad dal 18 ottobre 2019.

Gestione che ha lasciato, tra l’altro, un saldo di circa 40 morti, oltre 400 ciechi da un occhio e 2 ciechi totali, oltre a 2500 prigionieri, dei quali solo una parte è stata liberata, malgrado le promesse elettorali. Il tutto riconosciuto anche dalle organizzazioni dei Diritti Umani.

Boric era stato preavvisato che la sua visita non era gradita in Wallmapu. Una dichiarazione della Commissione Permanente Mapuche presso le Nazioni Unite, datato 7 novembre, aveva ben chiarito in quali condizioni e in che termini il Presidente del Cile avrebbe potuto presentarsi nei territori del Wallmapu.

Già in occasione dell’improvvido tentativo di visita della Siches, al governo cileno era stato fatto presente che il Popolo Mapuche va rispettato e trattato come Popolo che ha i suoi rappresentanti ufficiali ai quali non può essere imposta una visita non concordata.

Più volte il medesimo concetto era stato ribadito anche dalla CAM, Coordinadora Arauco Malleco, che è una delle prime organizzazioni mapuche che dagli anni ’90 rivendica l’autonomia del proprio territorio e l’espulsione delle imprese forestali che lo distruggono a scopo di lucro.

Nessuna meraviglia, quindi, che il suo arrivo in Araucania sia stato accolto da blocchi stradali ovunque nel territorio e da uno striscione sulla Strada 5 Sur sul quale si legge: “Gabriel Boric non sei benvenuto nel Wallmapu”. Sono state anche preannunciate varie manifestazioni a Temuco.

Qua di seguito la dichiarazione della Commissione Permanente Mapuche presso l’ONU.

*****

La Nazione Mapuche si trova a sud dei territori attualmente occupati dai governi di Cile e Argentina.

Wallmapu è il nome originale con cui noi Mapuche identifichiamo il nostro territorio, storicamente conosciuto nel mondo occidentale come Araucania e Patagonia.

In questo modo, esercitando i nostri diritti di nazione libera, le autorità che rappresentano la Nazione Mapuche sono incaricate di salvaguardare lo sviluppo dei nostri territori e una vita in armonia con la nostra natura di uomini, donne e bambini.

Alla luce della già citata visita del presidente e di altri rappresentanti del governo cileno al territorio della Nazione Mapuche WALLMAPU; informazioni ricevute attraverso i media. Noi donne e uomini Mapuche avvertiamo quanto segue:

Abbiamo sufficienti elementi per dubitare delle intenzioni degli agenti dello Stato cileno.

Qualsiasi visita al nostro territorio WALLMAPU deve essere preventivamente informata, secondo gli articoli 19 e 22 del Trattato del 1825 che dice: “Per rispettare i confini, avere l’autorizzazione delle autorità legittime della nostra Nazione Mapuche”, e non così, di yanaconas alleati, che in altri tempi erano chiamati ‘indiani amici’ che poi hanno tradito il loro stesso popolo macchiando così la nostra dignità.

Le relazioni diplomatiche con la Nazione Mapuche devono avvenire attraverso meccanismi che rispettino la nostra sovranità e autonomia, sulla base dei trattati stabiliti tra le due nazioni e nel quadro delle convenzioni internazionali vigenti.

Pertanto, l’annunciata visita al territorio di Wallmapu sarà possibile solo se le autorità cilene rispetteranno le seguenti condizioni:

– Libertà per tutti i prigionieri politici mapuche detenuti nelle diverse carceri che il Cile ha installato nel territorio della Nazione Mapuche.

– Fine immediata dello Stato di emergenza nel Wallmapu.

– Smilitarizzazione dei nostri territori

– Partenza delle imprese forestali che sfruttano, impoveriscono e continuano a espropriarci dei nostri territori.

Chiariamo che nessun Mapuche è autorizzato a fare parlamenti o trattati, a firmare nuove costituzioni a nome della Nazione Mapuche. Siamo stanchi di Yanaconas che non appartengono alla nazione Mapuche, che pretendono di negoziare e parlamentare con questo governo terrorista e genocida.

Il governo cileno ha un grande interesse a sequestrare illegalmente il territorio della nostra Nazione Mapuche per determinati scopi a favore del capitalismo e della distruzione del nostro territorio. In 140 anni i governi di Cile e Argentina hanno imposto pratiche terroristiche attraverso il genocidio, le morti, la distruzione di famiglie, l’impoverimento di comunità, l’imprigionamento di uomini, donne e bambini, il furto e l’invasione del nostro territorio, da cui cercano di legittimare le leggi del saccheggio nel nostro territorio.

Questi “amici indios” o yanaconas, che sono già stati identificati, stanno cercando di firmare accordi per permettere alle imprese estrattiviste transnazionali di entrare nel nostro territorio, violando così i diritti internazionali che ci riguardano come nazione preesistente alla formazione dei governi di Cile e Argentina.

Come la consultazione preventiva libera e informata, tra gli altri trattati che sono stati storicamente stipulati con i suddetti Stati con la Nazione Mapuche, sono complici e avallano la politica sporca dello Stato del Cile nei confronti della nostra Nazione Mapuche.

Autorità della Nazione Mapuche

La voce della Nazione Mapuche Wallmapu

Fonte

09/09/2022

Cile: il rimpasto di Boric, il fantasma della Concertacíon e la nuova ondata di proteste

Come avevamo previsto il presidente del Cile Gabriel Boric ha reagito al trionfo del Rechazo con un rapido rimpasto di governo, a meno di 48 ore dalla debacle del plebiscito costituzionale. Il giovanissimo leader cileno ha annunciato la mossa ieri parlando alla nazione, in quello che ha definito essere “uno dei momenti più difficili” della propria carriera politica, sottolineando che si tratta di “cambiamenti necessari”.

Le modifiche all’esecutivo riguardano 6 dicasteri di importanza politica e strategica: Segreteria Generale della Presidenza (SEGPRES), Interni, Sviluppo, Salute, Scienza ed Energia. Viene rafforzato il peso politico del PS con l’ingresso della socialista Ana Uriarte al posto del braccio destro di Boric, Giorgio Jackson, come ministro della SEGPRES.

Questa sostituzione è l’emblema di una svolta moderata del governo, che vede un’accentuazione della Concertacíon all’interno della compagine esecutiva a scapito della missione per cui Boric era stato eletto: la rottura con la vecchia politica, ovvero con i partiti della Nueva Mayoria (PS e DC) che hanno portato avanti assieme alle destre le riforme neoliberiste nei 30 anni di democrazia liberale.

Altrettanto simbolico è il licenziamento di Izchia Siches, la trentaseienne pasionaria ministra degli Interni, femminista, ex militante della Gioventù Comunista e dirigente studentesca, che nei sei mesi di governo aveva scatenato polemiche per la sua riluttanza ad imporre lo stato di eccezione nei territori Mapuche.

È stata sostituita con un volto noto della Concertacíon Carolina Tohá. Figlia José Tohá, vicepresidente e ministro di Salvador Allende, anche lui ucciso dai militari durante la dittatura, Carolina è stata deputata e (per un breve periodo) ministra della SEGPRES durante il primo governo di Michelle Bachelet, poi sindaco del comune di Santiago. Politicamente è vicina all’ex presidente socialista Ricardo Lagos, fautore della prima ed unica riforma costituzionale alla Carta di Pinochet e delle più radicali trasformazioni neoliberali del Cile.

Gli altri nomi in entrata nell’esecutivo sono:

- Giorgio Jackson al ministero dello Sviluppo al posto di Jeanette Vega;

- Ximena Aguilera alla Salute al posto di Begoña Yarza;

- Silvia Diaz alla Scienza al posto di Flavio Salazar;

- Diego Pardow all’Energia al posto di Claudio Huepe.

Altre due note rilevanti:

- il rimpasto è “rosa”, nel governo entra una donna in più;

- Boric tenta un riequilibrio delle forze con la nomina di Pardow, anche lui proveniente dal partito Convergenza sociale, coordinatore della sua campagna elettorale e quindi consigliere presidenziale.

Questo esecutivo rigenerato non solo dovrà riavviare un nuovo processo costituente, meno progressista e meno partecipativo di quello bocciato. Avrà lo scomodo compito di affrontare il dissenso, ovvero contenere le mobilitazioni di quello stesso movimento che lo ha portato al potere e che è di nuovo sceso in strada dopo il fallimento della promessa di un nuovo Cile, più equo, più inclusivo, più solidale, più giusto.

L’ondata di proteste è esplosa anche prima del previsto, tanto da far iniziare in ritardo il discorso del presidente alla nazione. Gli studenti hanno tentato di bloccare l’Alameda, il lungo viale alberato che attraversa Santiago fino alle Ande, su cui si affaccia La Moneda.

Chiedevano la liberazione dei prigionieri politici, tra cui tanti manifestanti detenuti durante l’estallido social, hanno trovato i lacrimogeni e gli idranti dei carabineros. È finita con sei detenuti, tra cui tre minorenni. Si trattava infatti di studenti delle superiori, che da mesi chiedono a Boric di mantenere le promesse sull’istruzione pubblica e gratuita, ma finora mai con questa intensità.

La protesta è continuata, nonostante gli scontri con la polizia, con un corteo verso Plaza Dignidad. Gli studenti hanno denunciato una vera e propria caccia ai manifestanti da parte delle forze dell’ordine, l’utilizzo di sostanze chimiche ustionanti nel liquido degli idranti, ma promettono: “con o senza costituzione continua la lotta del popolo dei lavoratori, organizzazione e l’insurrezione”.

Lo slogan fornisce una risposta decisiva a chiunque si stia chiedendo se le mobilitazioni di sinistra continueranno nonostante la sinistra al governo. Bisognerà passare alla domanda successiva: riuscirà Boric a trovare una risposta democratica o replicherà la repressione di Piñera? Restiamo in osservazione.

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05/09/2022

Cile - La nuova Costituzione non passa nel referendum

Nel referendum in Cile è stato bocciato il progetto di nuova Costituzione che avrebbe dovuto sostituire quella risalente al 1980 quando era al potere la dittatura militare di Pinochet.

Secondo i dati ufficiali del Servizio elettorale (Servel), con il 98,4% dei seggi scrutinati, il “Rifiuto” ha ottenuto oltre il 61% delle preferenze.

La tendenza si è ripetuta in tutte le regioni del Paese, dove, con una distanza maggiore o minore, il “Rechazo” ha prevalso sul “Apruebo”.

Tuttavia, ci sono stati comuni in cui “l’Apruebo” è riuscito a ottenere la maggioranza dei voti, anche se con un margine ridotto.

Secondo i dati pubblicati finora dal Servel, il “Rechazo” ha perso 6 dei 346 comuni che compongono il Paese:

A San Antonio (regione di Valparaíso) l'”Apruebo” ha raggiunto il 50,06% dei voti con l’89,1% delle schede del comune scrutinate.Un’altra località in cui “Apruebo” è vincente è Maipú (regione metropolitana). Con il 99% dei tavoli scrutinati, questa opzione ha ottenuto il 51,14% dei voti. Anche in Pedro Aguirre Cerda il “rifiuto” è perdente. Con il 96,4% dei tavoli scrutinati, l’opzione “Approva” ha ottenuto il 54,8% dei voti. A San Joaquín, con il 93% dei tavoli scrutinati, l'”Apruebo” raggiunge il 53,8% delle preferenze. A Ñuñoa, “Apruebo” è anche vincente. Con il 96,4% dei tavoli scrutinati, questa opzione ottiene il 50,4% dei voti. A Puente Alto, con il 98,3% dei tavoli scrutinati, “Apruebo” ha il 51% dei voti.

Secondo i dati ufficiali, circa 13 milioni di persone hanno partecipato al referendum.

Il 61,8% dei votanti (circa sette milioni di cileni) ha scelto il “Rechazo”, mentre il 38,1% (4,2 milioni) ha votato “L’Apruebo” a favore del testo dell’assemblea costituente insediata dopo le proteste di piazza del 2019.

L’esito del plebiscito sospende almeno per il momento il processo costituente nel Paese latinoamericano, avviato sull’onda della richiesta di maggiore giustizia sociale con un referendum che nel 2020 aveva ottenuto l’80% di voti favorevoli.

Il testo, composto da 388 articoli, era stato messo a punto dai 154 membri dell’Assemblea Costituente insediata nel 2021 che dichiarava il Cile “uno Stato sociale e democratico di diritto, plurinazionale, interculturale, regionale ed ecologico”, introduce nuovi diritti sociali e stabilisce che “la sua democrazia è “paritaria e inclusiva”.

Il presidente cileno Gabriel Boric, eletto nel dicembre 2021, ha convocato per oggi alla Moneda i leader dei partiti politici e ha già fatto sapere che farà un rimpasto per poi chiedere al Parlamento di eleggere una nuova Assemblea costituente e di lanciare un altro processo costituzionale ripartendo da zero.

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19/07/2022

L’America Latina si colora nuovamente di rosa?

Aldo Zanchetta dopo un periodo di silenzio è tornato a realizzare il Mini Notiziario America Latina dal basso che offre una panoramica generale della fase evolutiva che sta imboccando il sub-continente e analizza nello specifico la situazione di alcuni Paesi. Proposta editoriale fuori dagli schemi tradizionali della sinistra istituzionale che offre chiavi di lettura e di proposta politica “dal basso” che inoltriamo per una diffusione quanto più ampia possibile a beneficio di coloro che desiderano ricomporre un quadro oggettivo e ampio delle tendenze latinoamericane in corso.

Nel post scriptum l’amico Aldo offre ai lettori del mini notiziario la possibilità di acquistare la sua ultima pubblicazione realizzata in collaborazione con Roberto Bugliani sugli zapatisti del Chiapas a un prezzo scontato del 30%.

Il coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

L’America Latina si colora nuovamente di rosa?

Con la storica vittoria elettorale di Gustavo Petro e Francia Márquez in Colombia il 26 giugno sorso, e quella precedente di Gabriel Boric in Cile, l’America Latina torna a colorarsi di rosa, secondo la nota immagine con cui Hugo Chávez, col suo non dimenticato “rojo, rojito”, celebrò all’inizio del secolo l’ondata di governi “progressisti” che si erano andati affermando nella regione. Fatto veramente storico questa vittoria in Colombia, un paese che per molte decadi è stato insanguinato da governi autoritari [1] al cui esercito era stato tacitamente consentito di praticare ogni forma di violenza verso i “dissenzienti”, fino alla pratica orrenda dei “falsi positivi”, e dove da anni si procede a una sistematica uccisione di leader indigeni e popolari.[2]

La vittoria, (50,57% dei voti al ballottaggio contro il 47,16% del suo avversario, l’industriale Rodolfo Hernandez), rappresenta perciò veramente un risultato storico eccezionale, come detto, perché apre al paese la possibilità di cessare di essere una “confederazione di piantagioni e di raffinerie” e di diventare uno Stato, come ha acutamente annotato nel suo blog Rodrigo Andrea Rivas, al quale rimandiamo per una meno sintetica presentazione della situazione nel paese. [3] Questa possibilità di ricostruire il paese era stata evocata dallo stesso Petro nel Manifesto con cui il 9 marzo 2021 aveva annunciato il fatto nuovo, eccezionale, della costituzione del Pacto Historico che per la prima volta vedeva unite le opposizioni di sinistra [4] e in cui ricordava, dopo essersi riferito al filosofo Rousseau, che:
Il patto storico è il patto Nazionale fondamentale per la convivenza e della Pace.
Quando parliamo di una Nazione come contratto sociale, parliamo dell’inclusione di tutta la società nelle decisioni e nella distribuzione della ricchezza. Una nazione implica Democrazia. E quando parliamo di pace, non ci riferiamo soltanto agli accordi fra i corpi armati, che rispettiamo ed eseguiremo, ma alla Pace Grande, la pace di tutta la società, la Pace vista come un’era e non come l’inizio di una nuova violenza.
Questo è il compito enorme che attende il presidente Petro e la vicepresidente Márquez consapevoli della posta in gioco: fare della Colombia una “potenza per la vita” dopo tante orrende stragi. Per questo, per aprire una nuova prospettiva, la campagna elettorale è stata accompagnata dallo slogan vivir sabroso, vivere con piacere: una prospettiva stimolante dopo tanti lutti e tante sofferenze. Nello stesso Manifesto di lancio del Patto si legge, fra l’altro:
Il programma di governo sarà l’asse fondamentale del Patto Storico.
Poiché molte delle proposte di riforma richiedono per la loro realizzazione più di un periodo presidenziale, non saremmo onesti se promettessimo di cambiare la Colombia in soli quattro anni, abbiamo proposto, come è stato fatto in Cile che, sempre se i cittadini lo chiedono col loro voto, il Patto storico sia opera di vari governi. Non saremmo seri se non dicessimo che un cambio d’epoca, di storia, implica l’impiego di vari quinquenni di trasformazione. Vari governi diretti da persone diverse. Quello che proponiamo è un cambiamento reale verso una Colombia produttiva, democratica, giusta e in Pace.
Il Manifesto ricorda che quello proposto, che ha visto questo importante avvio, non sarà un percorso realizzabile in una sola legislatura, perché i problemi da risolvere sono molti e impegnativi, dalla storica presenza nel paese dei narcos e delle formazioni paramilitari illegali alla ingombrante presenza di sei basi militari statunitensi che considerano il paese come sua linea di difesa meridionale (la Colombia confina con il Venezuela, stato che Obama denunciò essere paese pericoloso per la sicurezza degli Stati Uniti), tanto che sotto la presidenza Santos (2010-2018) e precisamente nel 2018, come uno degli ultimi suoi atti, il paese è stato aggregato alla NATO [5] come "Partner Globale" (sic!). Mastico amaro ricordando che Santos fu premiato col premio Nobel per la pace per l’iniziato processo di pace con le FARC, la principale guerriglia antigovernativa del paese, portato avanti con scarsa determinazione e molta ipocrisia. Nei giorni scorsi è stato ucciso il 324esimo ex-guerrigliero tornato alla vita civile [6] e questo sottolinea ancora una volta come andare al governo non significa poter trasformare di colpo con una bacchetta magica la realtà. [7]

Uno dei primi impegni enunciati da Petro è stato quello di dichiarare la volontà di ripresa del dialogo di pace con l’ELN, l’Esercito di Liberazione Nazionale, formazione guerrigliera rimasto attiva dopo l’accordo con le FARC del 2016. A questa dichiarazione si è aggiunta quella di voler ristabilire i rapporti diplomatici col confinante Venezuela, interrotti da tempo.

La "nuova nuova" sinistra latinoamericana

Questo il titolo di un articolo di Josè Natanson, direttore dell’edizione argentina di Le Monde Diplomatique, pubblicato sul numero di giugno-luglio di Nueva Sociedad (NUSO) [8], in cui egli affronta il problema di definire le caratteristiche e di valutare le possibilità di successo di questa nuova “ondata rosa”. Parla di “nuova nuova” sinistra perché l’espressione “nuova sinistra” – con un solo “nuova” – era stata impiegata con dovizia per definire l’ondata rosa del primo decennio del secolo. Data la diversità dei caratteri specifici e dei diversi contesti in cui opera la sinistra odierna rispetto a quella di allora, sembra corretto distinguerla.

Un inciso. La lettura dell’articolo di Natanson, che condivido per alcuni aspetti ma non per altri, mi ha suscitato una domanda: perché continuare a usare la parola “sinistra” per alludere a tutte le forze “progressiste” (altra qualificazione problematica), che però ne lascia fuori una parte importante quali ad esempio i movimenti indigeni e afroamericani – presenti questi ultimi in forme differenziate sia nel sud come nel nord del continente americano? In realtà non ricordo di aver mai trovato da qualche parte la qualifica di “sinistra” applicata agli zapatisti messicani o ai mapuche cileni e argentini, per fare un esempio. [9] Per gli zapatisti l’inclusione nella sinistra, quella messicana, la fa Natanson, ma per dichiararne il loro fallimento politico. Da aggiungere che in questo panorama delle sinistre nel subcontinente dimentica del tutto i movimenti indigeni e afro. Certo, da un rigoroso punto di vista storico la sinistra è quella nata in Europa durante la rivoluzione francese ma alla parola sinistra è stato dato un significato più ampio, di “progressismo” che quindi dovrebbe includere anche queste forze. Sarà che la “sinistra” così denominata ha dei problemi con il mondo indigeno, anche in America Latina? Un problema che meriterà di essere ripreso, ma per ora, per non complicare le cose, limitiamoci a quanto scrive Natanson della “nuova nuova” sinistra.

Il non dimenticabile Giulio Girardi nel 1996 aveva intitolato un suo libro Gli esclusi costruiranno la nuova storia? Il movimento indigeno, negro e popolare, riferendosi ovviamente all’America Latina, terra che alimentava le sue speranze. La domanda sembrava troppo bizzarra perché il libro avesse allora successo, ma talora i tempi di leggibilità di certe idee seguono a distanza il momento in cui vengono elaborate.

Chiuso per ora l’inciso, torno a Natanson e alla “nuova nuova sinistra”, prima di parlare della quale egli rievoca il “giro verso sinistra” degli anni 2000 con le vittorie elettorali di Hugo Chávez nel 1999 e le successive di Luiz Inácio Lula da Silva, Néstor Kirchner, Evo Morales, Tabaré Vázquez, Rafael Correa e Fernando Lugo nei rispettivi paesi (Venezuela, Brasile, Argentina, Bolivia, Uruguay, Ecuador e Paraguay), alle quali aggiunge, con una certa generosità però con titubanza, i governi di centrosinistra in Cile succeduti a Pinochet. Questa “nuova sinistra” che, ricorda:
In alcuni casi pervenne al governo dopo anni di paziente costruzione partitica e territoriale (il Partito dei Lavoratori brasiliano, il Frente Amplio uruguayano, il socialismo cileno e il Movimiento al Socialismo boliviano; in altri, spiccò il volo diretto al governo come un lampo inatteso (Hugo Chávez, Rafael Correa e, in parte, Néstor Kirchner); e alcuni di questi movimenti e leader (in particolare Evo Morales) combinarono l’azione diretta nelle strade con la classica disputa elettorale.
E aggiunge:
In tutti i casi la “nuova sinistra”, che al suo zenith arrivò a governare tutti i paesi sudamericani salvo Colombia e Perù, priorizzò l’accesso al potere rispetto alle discussioni astratte. E da lì dispiegò una serie di politiche che le permisero, in un contesto certamente favorevole per i prezzi crescenti delle materie prime, di combinare tre cose: sostenibilità macroeconomica […], ampie politiche di trasferimento delle entrate che consentirono formidabili spinte di inclusione (soprattutto nelle zone più sfavorite, come l’altopiano boliviano e il Nordest brasiliano) e una continuità politico-istituzionale che consentì cicli lunghi di riforme. Il dibattito che divise le diverse componenti della famiglia di sinistra, più pratico che teorico, faceva riferimento al miglior cammino per progredire nelle trasformazioni proposte: promuovere una riforma costituzionale che resettasse il paese per iniziare da un "anno zero", come fecero Chávez, Morales e Correa, o garantire una maggior continuità secondo lo stile di Lula da Silva, Kirchner o Tabaré Vázquez?

A differenza del dibattito nella decade del 1960, questa discussione, riassunta nella dicotomia chavismo/lulismo, non alludeva alla profondità delle riforme (non c’è modo per argomentare che, nei fatti, Lula da Silva fosse meno riformista di Correa, o Kirchner di Evo Morales), ma al miglior modo di realizzarle.
Discordo in parte da questa visione di Natanson, come forse ricorderà qualche lettore dei mini dell’epoca, dove trovo un’eccessiva semplificazione e un po’ di smemoratezza, soprattutto per quanto riguarda le ragioni della fine dell’ondata rosa, "la più lunga e brillante della sinistra latinoamericana", che Natanson motiva così: "mutamento delle condizioni internazionali, l’usura naturale dopo più di un decennio di esercizio ininterrotto del potere, le difficoltà nell’elaborare la successione e il rafforzamento del blocco di destra". Alcune cose sarebbero da discutere comunque abbiamo riportato queste sue note perché ci hanno permesso di ricordare i governi e i personaggi della sinistra dell’epoca e del contesto in cui operarono e di parlare di filoni di pensiero tuttora ben presenti nella sinistra.

Qual è la sinistra che torna?

Natanson divide i nuovi governi rosa in tre gruppi:

1. Quello che rappresenta una sinistra autoritaria (Venezuela e Nicaragua).

2. Quello dove la sinistra è al governo per la prima volta (Messico, Honduras, Perù e Colombia).

3. Quello dove vi ritorna dopo un’alternanza con la destra (Argentina, Cile, Bolivia, includendo, con una previsione che allo stato delle cose sembra ragionevole, il Brasile).

Liquidare senza un’analisi, nel bene e nel male, il primo gruppo come "sinistra autoritaria", come in effetti è, senza indagare i contesti, è un po’ sbrigativo (e, per inciso, Cuba dove la mette? Non la cita neppure. Per lui non è sinistra?)

Sui quattro del secondo gruppo scrive:
Il secondo gruppo, il più nuovo e in certo senso il più interessante, è quello della sinistra che governa in paesi dove la sinistra non aveva governato: Messico, Honduras, Perù e Colombia [10]. Sebbene con enormi differenze fra loro, si tratta in tutti i casi di paesi vicini agli Stati Uniti, per ragioni di emigrazione (Messico e Honduras) [11], commerciali (tutti hanno vigenti trattati di libero commercio con Washington) o di sicurezza (Colombia e Perù sono i due principali produttori di cocaina del mondo e una fonte di preoccupazioni permanenti per gli Stati Uniti).
Resterebbe da parlare del terzo gruppo (Argentina, Cile, Bolivia, Brasile). Un po’ troppo per un mini che tale vuole essere anche nelle dimensioni. In questo il Brasile farà la parte del leone nei prossimi mesi e ci limitiamo al Cile, che invece occuperà lo maggior parte dello spazio del prossimo numero 3.

Sul Cile Natanson annota:
Nel caso di Boric, malgrado sia il candidato di una alleanza alla sinistra della Concertazione [12], il suo programma è lungi dall’essere radicale. È piuttosto l’espressione di un progetto di giustizia sociale di tipo socialdemocratico in un paese dove, malgrado l’avanzamento in termini di lotta contro la povertà, sopravvivono forme di disuguaglianza sociale – e gerarchie etniche e di classe – inaccettabili assieme alla mercantilizzazione della vita sociale.
Ci soffermiamo brevemente sul Cile che merita un mini a parte, il prossimo numero 3, e dove la situazione è ancora fluida in quanto è iniziata la fase preparatoria per il Referendum costituzionale – a partecipazione obbligatoria – che si terrà il prossimo 4 settembre, che approverà o respingerà la nuova Costituzione, il cui testo è giunto faticosamente in porto e negli scorsi giorni è stato consegnato dalla Convenzione Costituzionale, conformata da ben 7 gruppi di lavoro, alla Commissione di Armonizzazione incaricata di predisporre il referendum e le modalità dell’eventuale trapasso costituzionale. Possiamo solo dire che il capestro del vincolo dei due terzi di votanti favorevoli (apruebo, approvo) per la sua approvazione, accettato forse troppo incautamente per sancirne l’entrata in vigore, rende incerto l’esito, al momento in forse. E fra i molti grossi problemi che il governo Boric si è trovato di fronte, uno dei più scottanti è rappresentato dai rapporti con il popolo mapuche, nel sud del paese, dove il governo ha problematicamente dichiarato lo stato di emergenza.

Circa il Messico, problema affrontato più volte nei mini della precedente serie, il governo di centro sinistra di Lopéz Obrador (AMLO) è in carica ormai da due anni con risultati contrastanti. Si tratta in realtà di un governo della serie social-liberista, con alcune luci (la lotta alla corruzione, l’aiuto ai più sfavoriti) e varie ombre (il programma economico nettamente liberista e le sue ambigue politiche paternaliste verso il mondo indigeno, dove in particolare gli zapatisti – ma non solo loro fra gli indigeni – da tempo sono di nuovo sotto attacco). Nel mondo di “quelli in alto” è già iniziato, con due anni di anticipo, il conto alla rovescia per chi governerà dopo AMLO che, sembra certo, non si ricandiderà. Può stupire ma alcuni analisti qualificati indicano l’astensionismo come il rischio maggiore per le prossime elezioni. [13] A nostro giudizio includere il governo di AMLO fra i governi rosa indica qualche problema di daltonismo politico.

In Perù il governo del contadino e maestro di scuola Castillo, "del popolo e per il popolo", il prossimo 27 luglio dovrebbe celebrare il suo primo anniversario. Diciamo “dovrebbe” perché fino a ora la sua è stata una corsa a ostacoli per superare le continue richieste di impeachement e nel re-impastare il suo governo. Sul Perù però, come sull’Honduras, francamente non abbiamo al momento un quadro sufficientemente chiaro, né lo spazio, per approfondire.

Per concludere questo numero vogliamo ricordare la situazione esistente in Ecuador dove dal 13 al 30 di giugno si è avuta l’ennesima sollevazione indigena concretizzata col paro (sciopero nazionale) e con la inevitabile occupazione delle strade della capitale da parte delle popolazioni indigene, in particolare quelle della sierra, montagna. In Ecuador, ricordiamo, oggi è al potere il governo di un banchiere, Lasso, la cui elezione, per una serie di circostanze che sarebbe lungo narrare, venne sostenuta anche da parte di elettori indigeni, perché in contrasto con il candidato dello schieramento facente capo all’ex presidente Correa, che tante speranze aveva suscitato con l’entrata in vigore di una nuova Costituzione dalle grandi ambizioni (fu la prima Costituzione al mondo a prevedere i “diritti” della natura, mai però realmente attuata con una necessaria coerente legislazione).

Anche questi problemi sono stati da noi trattati nella precedente serie di mini e potrebbe essere utile rileggerne alcuni. Dopo 18 giorni di duri scontri è stato trovato un accordo provvisorio sulla realizzazione del cui contenuto si sta discutendo. Da notare che durante questi 18 giorni il parlamento è stato sul punto di poter dichiarare la destituzione di Lasso, obiettivo alla fine non raggiunto per il voltafaccia finale della frazione correista ma anche di alcuni deputati del Pachakutic, il braccio politico della CONAIE, la Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador.

Torneremo sull’argomento Ecuador quando saranno più chiari i contenuti di questo accordo in discussione ma ci azzardiamo a introdurre qualche considerazione su un argomento delicato: quanto i processi elettorali di stampo occidentale con la loro logica maggioranza/minoranza sono applicabili a un mondo, quello indigeno, in cui vige invece tutt’altra logica, quella del consenso. Per cui alleghiamo al mini un documento che affronta, anche se in termini abbastanza diluiti, l’argomento. La stessa osservazione vale probabilmente, e ancor più, per la tormentata presidenza peruviana.

Accenniamo infine alle vicende della convocazione “imperiale” dell’OEA (o Vertice delle Americhe, come comunemente denominato), l’Organizzazione degli Stati Americani, tenutasi nel mese scorso a Los Angeles, negli USA, che ha visto l’assenza non casuale di alcuni capi di Stato (ad es. del Messicano AMLO e dell’argentino Fernández), ma richiederebbe uno spazio che espanderebbe troppo il presente mini, cosa sconsigliabile in tempi in cui usa premettere ai documenti il tempo necessario per la loro lettura. Due sole osservazioni. La prima è che la guerra russo-ucraina e la costruzione in atto di due blocchi mondiali contrapposti, uno “occidentale” e uno “orientale”, o più precisamente di “tutto l’altro mondo”, potrebbe limitare l’ingerenza statunitense. La seconda è che in ogni caso non si deve confondere questa eventualità, che riguarda un conflitto fra interessi degli stati e delle loro gerarchie di potere, con le lotte e gli interessi di “quelli che stanno in basso” contro “quelli che stanno in alto”. Azzardato pensare ad esempio che AMLO e Fernández non rappresentino, seppur con un fazzoletto rosa nel taschino, gli interessi dei loro capitalismi interni. E per quanto riguarda Lula, se tornerà al potere, sarà bene ricordare che le banche e gli imprenditori brasiliani non hanno mai guadagnato tanto come in occasione dei suoi anni di governo. E questa volta avrebbe al suo fianco come vicepresidente quell’Alckmin che fu suo avversario elettorale come rappresentante delle destre. Certamente il “primitivo” Bolsonaro, che ha una buona sponda nei militari, deve essere spodestato. Ma poi, in caso di successo, cosa farà questa anomala coppia?

Aldo Zanchetta

PS: Al momento di spedire mi è sorto il pensiero che i commenti di Natanson sullo zapatismo rispecchiano un pensiero diffuso nella sinistra, specie di quella europea, e meritano perciò una riflessione che vada al di là del caso specifico. Poiché questo mini è già troppo poco mini, a breve seguirà il n.3 che non riguarderà il Cile, come scritto sopra, bensì lo zapatismo, fra l’altro da alcuni mesi di nuovo sotto duro attacco paramilitare nel silenzio del governo ‘rosa’ – evidentemente sbiadito – messicano. Colgo l’occasione per ricordare che da poco è stato pubblicato il libro Murales zapatisti. Progetto di un mondo nuovo, curato da chi scrive assieme all’amico e compagno di viaggi in Chiapas, Roberto Bugliani. Il libro è ordinabile all’editore cliccando qui al prezzo di copertina (€19,90) ma per i lettori di questo mini è ottenibile al prezzo di €14 però passando attraverso chi scrive (aldozancchetta@gmail.com).

Note

1. Nel corso della presidenza di Ivan Duque (agosto 2018-agosto 2022) sono stati ben 692 i leader sociali assassinati, 294 dei quali indigeni e 203 contadini (dati Indepaz – Istituto colombiano di studi per lo sviluppo e la pace).

2. Lo scandalo dei falsi positivi, emerso nel 2008, coinvolse numerosi militari anche di alto grado, responsabili di omicidi extragiudiziali di civili innocenti fatti passare per guerriglieri uccisi in combattimento. Questo per lucrare i premi offerti dal governo per i guerriglieri uccisi in combattimento. Migliaia di persone, attratte da annunci sui giornali che promettevano posti di lavoro, vennero così imprigionate e uccise e i loro corpi venivano rivestiti per apparire come guerriglieri uccisi. Il solo ricordarlo fa rabbrividire. La cifra esatta non si conosce ma si da per certo che supera le seimilacinquecento uccisioni.

3. Elezioni 2022 – “Il giorno in cui la Colombia potrebbe perdere lo status di confederazione di piantagioni e raffinerie per trasformarsi in un paese”. Consigliamo di visionare questo post dove si può leggere una panoramica più generale della situazione del paese.

4. Il “Pacto Histórico” è un fronte ampio di partiti e organizzazioni sociali e comunitarie, tra cui “Colombia Humana” (il partito di Petro), la “Unione Patriottica – Partito Comunista”, il “Polo Democratico Alternativo” (dell’attivista sociale, femminista ed ecologista afrodiscendente Francia Màrquez, che accompagna Petro come numero due), il “Movimento Alternativo Indigena e Sociale e il “Partito del Lavoro della Colombia”, ibidem 5. Petro in campagna elettorale aveva alcune volte accennato al fatto che questo nodo andrà sciolto ma prudentemente, nei discorsi dopo la sua elezione, non lo ha citato fra i problemi da affrontare.

6. Vado a memoria. Il numero probabilmente non è esatto ma l’ordine di grandezza è questo.

7. Alla vigilia dell’insediamento di Petro si è verificata l’esplosione del valore del dollaro statunitense ed è di ieri l’annuncio che nei prossimi giorni un esponente governativo statunitense di “alto rango” renderà visita a Petro.

8. static.nuso.org/media/articles/download/1.TC.Natanson299.pdf

9. Il non dimenticabile Giulio Girardi nel 1996 aveva intitolato un suo libro Gli esclusi costruiranno la nuova storia? Il movimento indigeno, negro e popolare, riferendosi ovviamente all’America Latina, terra delle sue speranze. Questi movimenti sono includibili nella “sinistra”? La domanda di Girardi sembrava troppo bizzarra perché il libro avesse allora successo, ma talora i tempi di leggibilità delle idee di certi pensatori seguono con ritardo il momento in cui sono elaborate.

10. La data in cui è stato scritto l’articolo di Natanson è precedente alle elezioni presidenziali in Colombia, per cui l’inclusione nel gruppo era contrassegnata da un punto interrogativo.

11. Il Messico, particolare non trascurabile, ha una frontiera con gli Stati Uniti lunga migliaia di km che giustifica il detto popolaro “il Messico è un paese troppo lontano da Dio e troppo vicino agli Stati Uniti.

12. Per chi non lo ricorda, la Concertazione era la coalizione di sinistra che dopo Pinochet, ha governato in Cile fra il 1990 e il 2010 e di nuovo dal 2014 al 2018.

13. www.jornada.com.mx/2022/06/07/opinion

Fonte