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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/08/2026

Colombia - Il doppio standard di de De La Espriella sui gruppi armati

Venerdì 7 agosto, il nuovo presidente della Colombia, l’avvocato di estrema destra Abelardo de la Espriella, si è insediato a Casa de Nariño, il palazzo del governo a Bogotà, dopo una contestata vittoria al fotofinish sul candidato di sinistra del Pacto Histórico Iván Cepeda (0,96% di scarto, meno di 250.000 voti su un totale di 26 milioni).

Una campagna elettorale urlata, all’insegna della lotta senza quartiere alla guerriglia: “Basta con le trattative di pace!”. Un Vannacci colombiano insomma, pur non provenendo dall’esercito. Eppure, de la Espriella ha iniziato la sua carriera difendendo proprio i gruppi armati [di estrema destra, ndr].

Errori di gioventù?

Nel 2004, a soli 26 anni, Abelardo creò la Fundación Fipaz, una piattaforma che organizzava forum universitari per supportare i colloqui di pace a Santa Fe de Ralito nello stato di Córdoba, tra il governo di centrodestra di Álvaro Uribe e una delle formazioni paramilitari più sanguinare, la Auc (Autodefensas Unidas de Colombia).

Erano trascorsi 7 anni dalla strage di Aro, dove 67 contadini furono massacrati da Auc, e solo due dalla Operaración Orión nella Comuna 13 di Medellin (oggi l’attrazione turistica principale della città) perpetrata dalla milizia Convivir voluta da Uribe: 120.000 uomini dotati di armi ad alta tecnologia, che fecero sparire centinaia di ragazzi.

Lo scopo principale di questo connubio Auc/Convivir era appropriarsi delle terre dei campesinos, accusati di appoggiare le Farc, notoriamente di sinistra.

Il giovane avvocato de la Espriella, attraverso la fondazione che gestiva con il suo socio Daniel Peñarredonda, promosse un referendum per evitare l’estradizione negli Stati Uniti dei due boss Salvatore Mancuso ed Ernesto Baéz.

Oggi le Auc non esistono più, sono state rimpiazzate da due formazioni ugualmente feroci: il Clan del Golfo che opera a livello internazionale e le ACSN/Los Pachenca (Autodefensas Conquistadoras de la Sierra Nevada) che agiscono sulla costa, tra Santa Marta e la Sierra Nevada. Le Acsn sono focalizzate sull’estorsione e sulla speculazione edilizia attraverso abusi ambientali.

Secondo la testimonianze di un imprenditore italiano che ha denunciato per primo questo sistema, il pizzo colpisce tutti, alberghi, negozi e compagnie di trasporto, con la complicità dell’amministrazione di Santa Marta, il cui sindaco di centrodestra Carlos Pinedo Cuello è stato sanzionato di recente con 10 giorni di arresto per le costruzioni abusive a Playa Salguero.

Secondo la fonte, l’impunità di Acsn arriva fino a costringere i negozi ad acquistare solo dai fornitori legati all’organizzazione, con i pulmini delle imprese locali talvolta bloccati dalle gang, e costretti a trasferire i turisti sui loro mezzi.

Oggi Peñarredonda sarebbe il proprietario dell’hotel di lusso Tewimake a Santa Marta dove – secondo confidenze di un manager – alloggerebbe Fredy Castillo, alias “Pinocho”, il leader Acsn incaricato di un contatto con il governo attraverso l’ex socio di de la Espriella.

Criteri di valutazione criminale

La differenza tra il Clan del Golfo e le Acsn ai fini dei requisiti per accedere alla lista del FTO (Foreign Terrorist Organizations, le organizzazioni internazionali del terrorismo) secondo i criteri del Dipartimento di Stato statunitense, consiste in una serie di fattori: pericolosità oltre i confini del territorio colombiano, soprattutto nei confronti degli Stati Uniti, e priorità di intelligence attribuite da NSA (National Security Agency) e CIA (Central Intelligence Agency) che monitorano il volume e la portata globale delle bande dedite al narcotraffico e il loro raggio d’azione a livello terrorismo nei riguardi dei cittadini statunitensi.

In questa categoria rientra il Clan del Golfo, la struttura criminale più vasta e potente della Colombia: 9.000 membri individuati, che controllano la metà delle esportazioni di cocaina dalla Colombia verso gli Stati Uniti e l’Europa e hanno una dimensione internazionale, con reti collegate ai cartelli messicani e alle mafie dell’Est Europa, Spagna e Italia.

Il Clan del Golfo controlla anche il traffico dei migranti attraverso il “Tappo del Darién”, una selva al confine tra Colombia e Panama, facendo così dell’immigrazione clandestina verso il confine sud degli Stati Uniti un business supermilionario.

Questa dinamica lo posiziona nelle priorità di sicurezza nazionale di Washington, e quindi al top della classifica del narcotraffico colombiano e non solo.

Di recente gli ordigni esplosivi sganciati dai loro droni hanno ucciso una dozzina di militari a Bogotà.

Le Acsn, pur esercitando un controllo territoriale pressoché totale su Santa Marta e la Sierra Nevada, infiltrate come sono nel municipio e nelle élites locali, hanno un’impronta prevalentemente regionale. I loro “business” hanno un impatto geografico più circoscritto, a cui si sono aggiunti gli abusi ambientali e le costruzioni illecite su Playa de Los Cocos e Playa Salguero nella regione di Magdalena.

Per cui se Abelardo nelle sue purghe annunciate risparmierà le Acsn, potrebbe mantenere intatto il suo rapporto con Washington, poiché avrebbe applicato lo stesso metro di giudizio Usa sulla valutazione dei gruppi armati, assicurandosi magari anche la riconoscenza di un’organizzazione importante, avendo già aiutato i suoi predecessori in passato. E pazienza se dovesse chiudere un occhio sulle loro prossime malefatte.

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10/08/2026

In Colombia inizia l’era di De La Espriella

Il 7 agosto 1819, durante la Battaglia di Boyacá, il libertador Simón Bolivar sconfiggeva le truppe della monarchia spagnola. Per questo il 7 agosto è festa in Colombia: si celebra uno dei momenti decisivi dell’indipendenza dal dominio coloniale.

Il 7 agosto 2026, Filippo VI, re di Spagna è a Cali per assistere all’insediamento del nuovo presidente colombiano, l’avvocato di estrema destra Abelardo de la Espriella. Con lui, alcuni dei più fedeli esponenti della nuova destra latinoamericana: Javier Milei per l’Argentina, Daniel Noboa per l’Ecuador, José Antonio Kast per il Cile e altri leader conservatori della regione. Anche Álvaro Uribe Vélez, storico riferimento e padrino della destra colombiana, non può mancare.

Gli Stati Uniti hanno inviato una delegazione di alto livello mandando un messaggio chiaro sulle linee che dovrà seguire il nuovo governo colombiano: Todd Blanche, procuratore generale del Dipartimento di Giustizia; Sara Carter, direttrice dell’Ufficio Nazionale della Casa Bianca per il controllo delle droghe; Terrance Cole, direttore della Drug Enforcement Administration (DEA). Tra gli invitati c’è anche Giovanni Infantino, presidente della Fifa e sponsor globale dell’amministrazione Trump.

Il presidente uscente Gustavo Petro, il senatore Iván Cepeda e i rappresentanti del Pacto Histórico hanno disertato la cerimonia. Cepeda ha convocato a Barranquilla una mobilitazione pacifica contro il nuovo governo, mentre a Cali i movimenti sociali sono tornati a manifestare a Puerto Resistencia, luogo simbolo delle imponenti proteste sociali del 2021. Nonostante le tensioni e la preoccupazione, non si sono verificati disordini o violenze.

Per la prima volta nella storia colombiana, la cerimonia di insediamento presidenziale si è svolta in una sede diversa dalla capitale Bogotá. De la Espriella ha giustificato la sua scelta con la volontà di decentralizzare il potere, ma la sensazione è che sia stata più una mossa mediatica che di metodo.

Il nuovo presidente aveva inizialmente scelto come sede una guarnigione militare nel Cauca, con l’idea di mettere subito in chiaro il profilo militarista del suo governo. Ma il vulcano Puracé, con la sua attività ha deciso di far saltare i piani di De la Espriella e per questo si è virato sull’Universidad de Santiago de Cali, ubicata a pochi metri dall’importante base militare del Batallón Pichincha.

La scelta di Cali, «capitale della Resistenza», è stata letta dai movimenti sociali e dai partiti progressisti come una provocazione politica. La città oltre a essere l’epicentro delle proteste del 2021 è uno dei principali bastioni elettorali della sinistra. E anche alle ultime elezioni presidenziali la regione del Valle del Cauca ha confermato una netta preferenza per il candidato di sinistra Cepeda, che ha ottenuto il 60% dei voti contro il 37% di De La Espriella.

Da giorni il rumore degli elicotteri che sorvolano la città fa venire alla mente la repressione del 2021 che provocò 46 morti, centinaia di feriti e decine di desaparecidos. I droni ronzano senza sosta e perfino alcuni caccia militari volano a bassa quota sopra i quartieri del centro.

Strade transennate, scuole chiuse, camionetas dell’esercito e agenti di sicurezza privata, divieto di vendita e consumo di alcolici, stop alla circolazione stradale. Cali si presenta come una città militarizzata attraversata da una calma che spaventa.

Nel silenzio della città vuota si sentono cadere e infrangersi a terra le lettere della scritta “Centro Cultural de Cali”, scalpellate da un operaio. Quello che era un luogo pubblico di incontro – letteratura, cinema, arte e danza – con sale espositive, una biblioteca e un centro di studi audiovisuale, per decisione di De la Espriella, il 7 agosto, è diventato la Sede Alternativa della Presidenza della Repubblica.

Milei, accolto da un tappeto rosso, entra in quello che era un centro culturale, dove andavo ogni settimana e ora non potrò più entrare. La decentralizzazione del potere è solo un pretesto.

«Dio, patria e famiglia» sono le parole d’ordine del nuovo presidente. La cerimonia inizia con una forte impronta religiosa, nonostante la Colombia sia ufficialmente uno stato laico: intervengono il Gran Rabbino della Comunità Ebrea Sefardita (che conclude con un «Viva Israele!»), uno dei leader evangelici colombiani più rilevanti del Paese e il presidente della Conferenza Episcopale Colombiana.

«Sicurezza», «mano dura» e «guerra al narcoterrorismo» sono le espressioni che seguono il momento religioso. I pilastri su cui, sospinta da Trump, si fonderà la politica di De la Espriella. «È finito il tempo del dialogo», ha affermato il nuovo presidente, presagendo lo smantellamento delle politiche di pace promosse dal governo Petro e minacciando la chiusura delle istanze sorte dagli Accordi di Pace tra lo Stato e le Farc. Su tutte la Justicia Especial para la Paz (JEP).

La Colombia, dopo aver sperimentato per quattro anni e per la prima volta nella sua storia un governo progressista, torna all’incubo da cui sembrava essere riuscita a svegliarsi: un’estrema destra militarista, succube degli interessi statunitensi, interessata solo al benessere delle élite economiche.

La speranza sta nella crescita in questi anni dei movimenti sociali e nella loro capacità di organizzarsi e di fare politica, in strada e in parlamento.

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05/08/2026

Colombia è scontro politico a tutto campo. La normalizzazione a destra del paese non avrà vita facile

In una conferenza stampa il presidente della Colombia, Gustavo Petro, ha fornito maggiori dettagli sulle denunce presentate nelle scorse settimane sull’esistenza di una frode elettorale algoritmica e sistematica nelle recenti elezioni, un fattore che avrebbe alterato i risultati di circa sette milioni di voti con l’obiettivo di imporre come presidente il candidato della destra Abelardo de la Espriella.

Durante il suo intervento, Petro ha nuovamente disconosciuto la legittimità dell’elezione di De la Espriella ed ha affermato che il vero vincitore della competizione è stato Iván Cepeda.

Il capo dello Stato ha indicato che l’irregolarità principale risiede nell’eliminazione dei lucchetti di sicurezza (codici hash) nei moduli E-14 caricati nel sistema. Ha spiegato che i documenti PDF sono stati convertiti in file modificabili al termine della votazione, violando trattati internazionali e leggi nazionali.

“I 120.000 documenti elettorali non hanno il lucchetto hash di sicurezza che li renda non modificabili. Il Registratore ha mentito ai cittadini dicendo che c’era un lucchetto: è un semplice codice per identificare ogni modulo, non un meccanismo che ne impedisca la modifica”, ha sottolineato l’ex presidente colombiano.

Petro ha anche denunciato la disobbedienza alla sentenza emessa dal Consiglio di Stato nel 2018, che ordinava che il software elettorale dovesse essere di proprietà dello Stato e non manipolabile da attori esterni o privati. L’ex presidente colombiano ha comunicato la creazione di un comitato di vigilanza composto da 70.000 cittadini e un fronte digitale con 1.000 esperti informatici.

Questo team ha analizzato 1.350 seggi elettorali e ha applicato metodi statistici come il test delle sequenze (runs test) per valutare l’andamento dei voti. Le analisi dei flussi hanno mostrato un modello matematico predeterminato invece di un comportamento casuale tipico del voto umano. L’indagine ha rilevato comuni in cui il censimento elettorale superava il totale della popolazione residente e seggi atipici con alterazione diretta dei voti.

Petro ha concluso che l’alterazione della volontà popolare configura la perdita della sovranità nazionale e getta il paese in una grave crisi costituzionale, assicurando che tutti i dati raccolti dalla rete civica digitale saranno trasmessi alle competenti autorità giudiziarie.

In precedenza, attraverso il suo account X, Petro aveva indicato che la frode è stata eseguita dall’estero mediante la manipolazione del sistema informatico. “Le elezioni sono state rubate da israeliani facoltosi guidati da un genocida e lo hanno fatto dall’estero modificando il voto”.

In Colombia si assiste anche ad un pesante ritorno della violenza politica.

Edgar Fernandez su Resumen Latinoamericano così descrive la situazione: “La tensione politica ha continuato a crescere nel paese dopo le votazioni del 21 giugno scorso, contrariamente a quanto di solito accade quando si chiude il periodo elettorale e si abbassa la schiuma creata dalle infiammate dichiarazioni dei leader di partito nel loro intento di conquistare voti. Tale fatto è un indicatore del fatto che la composizione delle forze politiche si è modificata e che, per il momento, non si sono costituiti nuovi canali per regolare la conflittualità derivante dai cambiamenti. Per questo motivo, la lotta partitica continua a manifestarsi attraverso dichiarazioni politiche dai toni forti, il che è comprensibile nella misura in cui i partiti non hanno ancora terminato di consolidare la loro posizione direttiva all’interno della società”.

Sabato 1° agosto, uomini armati hanno attaccato Julián Mauricio Gutiérrez, leader della riserva indigena Kwesx Yu Kiwe, nel comune di Florida, dipartimento di Valle del Cauca. Nello stesso attacco sono rimasti uccisi Andrés Machín, agente di scorta dell’Unità Nazionale di Protezione (UNP), e il comunero indigeno Hamilton Daniel. Un altro agente di scorta, Jhon Lemus, versa ancora in condizioni critiche.

La leader indigena Aida Quilcué ha condannato il crimine e ha avvertito: “La persecuzione contro i popoli indigeni e i loro leader è già iniziata. Mettiamo in allarme l’Ufficio del Difensore Civico, l’ONU, la MAP/OEA e gli organismi per i diritti umani. Esigiamo protezione immediata e indagini efficaci affinché questi fatti non si ripetano”.

Secondo Leonardo González, direttore di Indepaz (un indicatore della violenza politica in Colombia, ndr) questo omicidio porta a 88 il numero di leader e difensori dei diritti umani uccisi dall’inizio dell’anno.

La rappresentante alla Camera per il dipartimento di Valle del Cauca, Ana Erazo, ha denunciato l’aggressione contro il deputato del Patto Storico (la coalizione di sinistra, ndr) Yesid Sandoval, rimasto illeso dopo essere stato aggredito all’interno della sua auto. Erazo ha esortato la governatrice e la Polizia a fare luce sull’accaduto e a garantire protezione ai membri del Patto Storico.

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09/07/2026

Colombia - Petro contesta i brogli elettorali della destra e chiama alla mobilitazione il 20 luglio di Rino Condemi

Il presidente colombiano uscente Gustavo Petro in un recente tweet sul social network X, ha affermato che il suo successore Abelardo De La Espriella è un presidente illegittimo. “Il presidente della Colombia non riconosce la legittimità del governo entrante. Abelardo non ha vinto le elezioni”, ha detto Petro, denunciando che la frode nelle elezioni del 21 giugno è stata falsificata a Los Angeles, Stati Uniti, tramite una società israeliana e con finanziamenti di un prestigioso avvocato dello Stato della Florida.

Il Presidente Petro ha denunciato su X che “Gli algoritmi che hanno falsato i risultati elettorali sono stati utilizzati con le liste elettorali di coloro che non votano mai, sostituendole con elettori che potevano votare più volte o con elettori assenti nei seggi con giurie omogenee”.

Egli ha spiegato che nei seggi elettorali all’estero, ove il candidato dell’estrema destra ha ottenuto 177.000 voti in più rispetto al candidato della sinistra, Ivan Cepeda, i voti provenivano invece dalla Colombia e non da residenti negli USA o in Spagna.

Petro ha invitato i colombiani a scendere pubblicamente in piazza il 20 luglio, giorno dell’indipendenza della Colombia dove, ha detto, “Dirò addio pubblicamente ma difenderemo le riforme sociali promosse dal mio governo”.

Intanto il candidato della destra e “presidente eletto” della Colombia, Abelardo De La Esprellia ha accusato Gustavo Petro di promuovere “un colpo di Stato” con il mancato riconoscimento della sua vittoria alle elezioni del 21 giugno scorso ed ha chiesto alle Forze armate di preservare l’ordine. De la Espriella aveva già ordinato di sospendere il processo di transizione con il Governo uscente.

“Ho appena dato istruzioni al signor vicepresidente eletto della Repubblica perché sospenda immediatamente il processo di transizione con il Governo corrotto che sta concludendo il suo mandato, un Governo che, con le sue decisioni e il suo comportamento, pretende di distruggere la Colombia”, ha dichiarato De la Espriella sul suo account X.

De la Espriella, “vincitore” contestato con l’1% in più dei voti, è andato sui social media a minacciare il suo competitore Iván Cepeda con il carcere per aver proposto una “disobbedienza civile pacifica” contro il suo governo.

“Alcuni pazzi (riferito a Cepeda, ndr) parlano di disobbedienza civile, che non è altro che fronti, blocchi e terrorismo urbano”, ha detto De La Esprellia aggiungendo che “tutto ciò che è fuori dalla legge, indipendentemente da dove provenga o da chi lo promuove, sarà affrontato con tutta la forza dello stato di diritto. Sia chiaro”.

Dal canto suo il presidente uscente Gustavo Petro ha assicurato che consegnerà il potere il 6 agosto a mezzanotte, pur non riconoscendo Abelardo de la Espriella come suo successore, affermando che rispetterà il mandato costituzionale.

Il candidato presidenziale della sinistra “sconfitto” lo scorso 21 giugno, Ivan Cepeda, ha insistito nel riconoscere formalmente l’elezione di De la Espriella, ma ha assicurato di considerarlo un presidente “illegittimo”.

“Il mio partito – Il Patto Storico – e i più di 12.700.000 voti continueranno a promuovere azioni pacifiche e a respingere qualsiasi forma di violenza”, ha ribadito Iván Cepeda.

Con questo spirito il presidente uscente della Colombia, Gustavo Petro, ha invitato domenica scorsa a una mobilitazione generale in difesa delle riforme sociali il 20 luglio, giorno dell’indipendenza del paese. “Il 20 luglio, un giorno di mobilitazione generale per gridare indipendenza e permanenza delle riforme sociali”.

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02/07/2026

Colombia - Cepeda invita alla disobbedienza civile

L’ex candidato presidenziale colombiano Iván Cepeda ha lanciato un forte avvertimento, chiedendo una disobbedienza civile pacifica in Colombia qualora Abelardo de la Espriella assumesse la Presidenza della Repubblica senza chiarire una serie di controversie che compromettono la sovranità nazionale del paese.

Il leader dell’opposizione ha illustrato quattro richieste fondamentali per garantire la legalità e la legittimità di un possibile mandato per De la Espriella: innanzitutto deve rinunciare pubblicamente alla sua nazionalità statunitense e chiarire esplicitamente se sia collaboratore o membro delle agenzie di sicurezza statunitensi.

In secondo luogo, ha invitato lo Stato a impegnarsi a rispettare pienamente la sicurezza nazionale della Colombia e la sua sovranità giudiziaria, riaffermando che l’integrità delle istituzioni colombiane non può essere compromessa da lealtà esterne.

In terzo luogo, ritiene imperativo che cessi ogni persecuzione contro l’attuale presidente Gustavo Petro e qualsiasi tentativo di estradizione, garantendo la stabilità politica e il rispetto dell’ordine costituzionale.

In quarto luogo, ha esortato De la Espriella a fermare anche la persecuzione degli avversari politici e a smettere di incoraggiare le persecuzioni da parte del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, garantendo un ambiente democratico plurale ed equo.

Infine, Cepeda ha affermato che, se queste condizioni di legalità e sovranità non fossero soddisfatte, in quanto leader dell’opposizione, non si presterà a una violazione della sovranità nazionale. Di conseguenza, intraprenderà la via della disobbedienza civile pacifica, il che implica il non riconoscimento dell’autorità di chi non difende la sovranità nazionale.

Il senatore ha invitato i milioni di elettori che hanno riposto fiducia in lui a fare lo stesso e a ignorare pacificamente qualsiasi ordine, disposizione o mandato di chiunque non risponda alla condizione di tutore e garante della Costituzione Politica della Colombia. La difesa della sovranità e dell’autodeterminazione sono pilastri inalienabili per la regione.

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26/06/2026

Colombia e Perù, la destra ha vinto. La crisi delle alternative sudamericane

Le urne di Colombia e Perù hanno decretato la sconfitta delle alternative progressiste, premiando una destra fortemente focalizzata sulla sicurezza e sull’ordine pubblico. In entrambi i paesi, i cittadini hanno votato in un clima di fortissima polarizzazione, consegnando ai vincitori scarti inferiori all’1% e aule parlamentari spaccate a metà.

A Bogotà il cambio di rotta è stato ufficializzato anche dal candidato del Pacto Histórico. Abelardo de la Espriella, l’avvocato milionario che è strettamente legato ai repubblicani statunitensi e che ha affermato di voler restaurare al più presto i rapporti con Israele, dopo la rottura decretata da Gustavo Petro, aveva vinto il ballottaggio presidenziale dello scorso 21 giugno tra le polemiche di brogli.

Alla fine, dopo quarantotto ore di forte tensione, con proteste e un morto in piazza, il candidato della  sinistra, Iván Cepeda, ha pronunciato un discorso di concessione e di riconoscimento di de la Espriella, promettendo però un’opposizione democratica, vigilante e costruttiva.

Il nuovo presidente entrerà ufficialmente in carica il prossimo 7 agosto, affiancato dal vice-presidente José Manuel Restrepo, con l’obiettivo dichiarato di tagliare drasticamente gli organici delle amministrazioni pubbliche, riaffermare l’allineamento con Washington e Tel Aviv, e promuovere un’ulteriore militarizzazione del paese con la scusa della tutela della sicurezza.

In Perù, Keiko Fujimori vede il traguardo della presidenza, tra le accuse di frode. L’Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali (ONPE) ha comunicato che la leader conservatrice ha ottenuto un vantaggio statisticamente insuperabile nel ballottaggio svoltosi lo scorso 7 giugno. Al completamento dello spoglio mancano circa 40 mila schede, e Roberto Sánchez, della sinistra di Juntos por el Perú, non ha più il margine di voti per recuperare l’avversario.

Per la figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori si tratta del quarto tentativo presidenziale, dopo tre storiche sconfitte consecutive ai ballottaggi del 2011, 2016 e 2021. Questa volta, strumentalizzando la paura intorno al nodo della sicurezza, Fujimori è riuscita a imporsi nelle aree urbane e nella capitale.

Ma la transizione non sarà comunque in discesa. Anche se il ricorso sui voti esteri presentato dal team di Sánchez è stato respinto, il candidato della sinistra continua a definire l’esito delle elezioni fraudolento. Egli ha fatto pubblicamente “appello alla lotta di resistenza patriottica e popolare”, il che promette settimane molto calde prima della proclamazione ufficiale di Fujimori, attesa per metà luglio.

La simultanea affermazione di De la Espriella e Fujimori non è un caso isolato, ma si inserisce in una più ampia ondata conservatrice che sta ridefinendo i governi dell’America Latina. Su questa ondata ha avuto un ruolo fondamentale l’ingerenza statunitense, con il supporto “locale” di Milei e anche quello di Israele.

L’obiettivo della Casa Bianca era quello di porre fine alle alternative progressiste che hanno resistito all’imperialismo statunitense negli ultimi anni, e riaffermare le Americhe come il “cortile di casa” dei padroni stelle-e-strisce. Dopo il rapimento di Maduro e l’assedio di Cuba, i recenti risultati elettorali sono il complemento elettorale delle aggressioni recenti.

Gli orizzonti progressisti dell’America Latina sono in grande difficoltà, e proprio per questo la resistenza di Cuba rappresenta la spina nel fianco che continua a rappresentare un’alternativa. La solidarietà e l’attenzione verso l’isola deve perciò essere ulteriormente implementata.

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22/06/2026

Colombia - Vince l’estrema destra, il Pacto Histórico contesta il risultato

La Colombia si ritrova spaccata esattamente in due. I dati del ballottaggio presidenziale svoltosi ieri, domenica 21 giugno, ha teoricamente sancito la vittoria dell’estrema destra guidata da Abelardo de la Espriella. Avvocato milionario, fortemente sostenuto dal presidente statunitense Donald Trump avrebbe conquistato la massima carica dello suo paese per una manciata di voti, superando l’avversario e senatore del Pacto Histórico, Iván Cepeda.

I risultati, giunti al termine di uno spoglio febbrile, mostrano un distacco minimo tra i due contendenti, confermando le previsioni della vigilia che descrivevano un elettorato profondamente polarizzato e lacerato da visioni del futuro antitetiche. Come già successo in passato, il numero dei votanti è aumentato rispetto al primo turno: oltre 26,3 milioni di colombiani si sono recati alle urne su 41,4 milioni di aventi diritto.

Secondo i dati ufficiali diffusi dall’Ufficio Elettorale Nazionale (Registraduría), con il 99,99% delle schede scrutinate, lo scarto tra i due candidati è inferiore al punto percentuale, solo qualche centinaio di migliaia di voti. Una distanza minima che non ha precedenti nella storia recente della repubblica colombiana, e che legittima la richiesta di verifiche approfondite e sistematiche.

Già dopo il primo turno il presidente uscente Gustavo Petro aveva denunciato anomalie macroscopiche nel censimento elettorale, oltre che una significativa ingerenza straniera – in particolare statunitense – e una pressante campagna di disinformazione. Altri eventi hanno acceso l’attenzione sul fatto che l’elezione colombiana era una “questione internazionale”.

Il 16 giugno Marco Rubio, segretario di Stato USA, ha deciso l’arresto e l’espulsione dell’attivista e giornalista colombiano Beto Coral. Prelevato dagli agenti ICE dalla sua abitazione a Phoenix, in Arizona, ha avuto la colpa di aver sporto denuncia contro de la Espriella per una telefonata registrata senza consenso.

Il carattere politico di questa persecuzione è stato fatto chiaro dal senatore di origini colombiane Bernie Moreno, che ha detto: “non si può venire negli Stati Uniti, chiedere asilo e poi agire come un agente straniero per lo stesso governo (quello di Petro, ndr) che erode la nostra politica estera“.

Il giorno successivo, 17 giugno, 11 deputati democratici hanno inviato una lettera proprio a Rubio, al Segretario al Tesoro Scott Bessent e al Procuratore Todd Blanche esprimendo “profonda preoccupazione per la palese interferenza di alti funzionari statunitensi, incluso il Presidente Trump, nelle elezioni presidenziali colombiane“.

De la Espriella è il candidato trumpiano che rappresenta benissimo quella strategia emersa con lo scandalo Hondurasgate, secondo il quale Washington ha guidato una campagna a tappeto per abbattere tutte le esperienze progressiste e non allineate dell’America Latina. In questa campagna avrebbe trovato spazio anche Israele.

Proprio Israele è stato accusato da Petro riguardo a possibili brogli nell’appena concluso ballottaggio. L’ex presidente, che ha ricordato che non c’è un presidente, ufficialmente, fino al completamento del processo di verifica, ha denunciato irregolarità nello spoglio preliminare, relative agli indirizzi IP dei server del registro nazionale che, secondo Petro, potrebbe segnalare la manomissione del software elettorale.

“L’unica entità al mondo in grado di effettuare la presunta interferenza informatica è lo Stato di Israele“, ha affermato. Nel frattempo, il team legale di Cepeda ha annunciato il deposito formale di ricorsi volti a impugnare i verbali di oltre 33 mila seggi elettorali (sui circa 122 mila totali distribuiti nel territorio nazionale).

Secondo gli esponenti del Pacto Histórico, in queste sezioni si sarebbero verificate gravi anomalie nei flussi, discrepanze tra i registri cartacei e la trasmissione digitale dei dati, e manovre di voto coercitivo orchestrate a livello locale. De la Espriella, dopo un iniziale appello alla calma, ha abbandonato la diplomazia per lanciare avvertimenti durissimi agli avversari politici. La minaccia di far precipitare il paese, già evidentemente diviso, in una spirale di violenza è esplicita.

Ora, il conteggio ufficiale dei voti procede in una condizione di pesante militarizzazione. A Bogotà, Cali e Medellín il dispiegamento delle forze di polizia e dell’esercito è stato raddoppiato nei punti nevralgici, a protezione dei palazzi del potere e delle sedi della Registraduría. Nel centro storico della capitale, numerose attività commerciali e istituti bancari hanno iniziato fin dalle prime ore del mattino a sbarrare le vetrine con pannelli di legno compensato, nel timore di disordini.

Il passaggio di consegne formale è previsto per il prossimo 7 agosto, ma la battaglia elettorale è tutto fuorché finita. L’incognita sul fatto che tale battaglia rimarrà sul piano attuale, rimane concreta.

Aggiornamento: in Colombia sono avvenute varie manifestazioni di protesta nella notte appena passata. Hanno riguardato in particolare la città di Cali, e si sono estese anche alla capitale Bogotà. Molti manifestanti hanno dato fuoco a bandiere statunitensi, denunciando l’ingerenza di Washington negli affari interni del paese. La polizia ha risposto con gas lacrimogeni e cariche. Secondo quando riporta l’ANSA, ci sarebbe anche un morto.

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11/06/2026

Allarme “false flag” in Colombia, mentre la disinformazione parla di sospensione di Petro

A meno di due settimane dal decisivo ballottaggio presidenziale del 21 giugno, lo scontro politico in Colombia è sempre più polarizzato, in un paese che potrebbe vivere anche momenti di pericolosa escalation interna. Lunedì il candidato del Pacto Histórico, Iván Cepeda, ha diffuso un comunicato nel quale mette in guardia da un presunto piano “false flag” pensato dal suo rivale, Abelardo de la Espriella, per influenzare i risultati delle urne.

Cepeda ha affermato che la destra starebbe preparando un falso attentato contro i suoi candidati, per manipolare l’opinione pubblica sul tema della sicurezza, che è stato al centro della campagna elettorale di de la Espriella. Il candidato della sinistra presenterà tutte le prove alla Procura Generale del paese, ma anche all’Unità Nazionale di Protezione (UNP), ribadendo che va garantita l’incolumità di tutti i partecipanti alla tornata elettorale.

Dall’altro lato della barricata, de la Espriella ha respinto sdegnosamente le accuse di Cepeda, denunciando a sua volta di essere bersaglio di costanti minacce di morte che lo costringono a tenere i propri comizi protetto da spessi pannelli blindati. Il leader dell’estrema destra ha anche commentato la fuga di notizie relativa alla sospensione che avrebbe riguardato il presidente uscente Gustavo Petro, rincarando le critiche rivolte a ques’ultimo.

Infatti, era stato fatto trapelare un documento della Commissione per le accuse della Camera dei deputati, che nella seduta di ieri avrebbe disposto la sospensione di Petro dal suo incarico presidenziale, con la motivazione che avrebbe violato i divieti costituzionali sull’attività dei funzionari pubblici, ai quali è impedito di “intervenire a favore o contro candidati durante il periodo elettorale”, si legge sull’Ansa.

La decisione avrebbe però aperto, a sua volta, un nodo di legittimità costituzionale. La misura sarebbe stata presa con un documento su cui c’era solo la firma della presidente della Commissione, Gloria Arizabaleta, mentre servirebbe un voto del Senato, dopo che l’intera Camera si è pronunciata in merito, per sospendere un presidente. Per molte voci vicine a Petro, questo sarebbe stato un vero e proprio golpe istituzionale.

Il ministro dell’Interno, Armando Benedetti, ha immediatamente contestato il provvedimento, definendolo privo di base legale, dato che la Commissione della Camera è solo un organo investigativo, senza alcuno dei poteri che si sarebbe arrogata. Subito dopo, il deputato Jorge Alejandro Ocampo Giraldo, membro della Commissione d’accusa, ha negato la presunta sospensione.

Il documento sembra esistere, ma non è mai stato depositato alla segreteria della Commissione e non c’era intenzione di discuterlo. La fuga di notizie appare più come una macchinazione attenta a dare in pasto ai media un testo che non ha superato nemmeno le fasi iniziali della procedura amministrativa che avrebbe dovuto affrontare, così da attirare di nuovo l’attenzione sulle accuse mosse a Petro dopo varie e dure dichiarazioni delle ultime settimane.

Un’opera di disinformazione pensata per mettere in cattiva luce il Pacto Histórico, che sembra seguire gli schemi già denunciati con la scoperta dell’Hondurasgate, e che quindi rimanda alle ingerenze di Washington in America Latina, nel tentativo di abbattere tutte le esperienze progressiste della regione.

Petro ha condannato l’endorsement del presidente statunitense Donald Trump a favore di de la Espriella, e in un’intervista ha accusato la Casa Bianca di essersi alleata con i narcotrafficanti per destabilizzare il paese e per dargli, in sostanza, una rappresentanza politica a Bogotà. Petro ha inoltre rivelato che Trump avrebbe violato un patto di non ingerenza negli affari colombiani, stipulato durante la visita negli States dello scorso febbraio.

Insomma, il ballottaggio del 21 giugno è diventato un vero e proprio campo di battaglia tutt’altro che secondario rispetto alle sorti di Nuestra América, soprattutto dopo che nemmeno una settimana fa la Colombia ha inviato una nave con 100 tonnellate di aiuti umanitari a Cuba.

Mentre aumenta la tensione, sembra che le sorti del voto si giocheranno sul filo di pochissime preferenze, dopo che dal Pacto Histórico sono già arrivate denunce di brogli. In questo scenario, possibili contestazioni dei risultati potrebbero risolversi verso precipitazioni imprevedibili.

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01/06/2026

Colombia al ballottaggio tra estrema destra e Pacto Historico, che denuncia brogli

La polarizzazione della politica colombiana è stata sancita anche nelle urne, nel primo turno delle elezioni presidenziali svoltesi ieri. I risultati sono ancora preliminari, ma ormai piuttosto precisi, con la corsa alla successione di Gustavo Petro che si deciderà al ballottaggio del prossimo 21 giugno, e che vedrà sfidarsi l’estrema destra e il Pacto Historico, la formazione del presidente uscente.

Nessun candidato ha raggiunto la metà dei voti necessari per evitare il secondo turno, ma le preferenze si sono suddivise in maniera molto netta tra l’avvocato penalista Abelardo de la Espriella (Defensores de la Patria), che ha ottenuto il 43,7% dei consensi (circa 10,3 milioni di voti) e il senatore Iván Cepeda Castro (Pacto Histórico), che ha raggiunto il 41,1% (9,6 milioni di voti).

L’affluenza complessiva è stata di quasi 24 milioni di elettori (su 40 milioni di aventi diritto), con un aumento di quasi due milioni e mezzo di votanti rispetto al 2022. La destra conservatrice neoliberale uribista (dall’ex presidente Álvaro Uribe Vélez) viene subito dopo, ma senza raggiungere il 7% dei voti: la partita è stata a due già al primo turno.

Abelardo de la Espriella, soprannominato “El Tigre” dai suoi sostenitori, nei sondaggi delle ultime tre settimane è passato dal giocarsi un posto al ballottaggio con l’uribista Paloma Valencia ad essere il favorito della competizione elettorale. Outsider della politica, con una retorica ultra-nazionalista e militarista ha fatto campagna soprattutto su temi di sicurezza nazionale.

I punti chiave del suo programma ricalcano i metodi della (fallimentare, è bene ricordarlo) presidenza di estrema destra di Nayib Bukele, in El Salvador: arresti di massa e sospensione temporanea di alcuni diritti civili per imporre l’ordine nei territori piagati da organizzazioni del narcotraffico, il tutto affiancato, ovviamente, dalla costruzione di carceri di massima sicurezza a gestione privata. Dal punto di vista economico, l’idea è quella di tagliare le spese pubbliche cancellando circa 700 mila impieghi pubblici.

Dall’altro lato della barricata c’è Iván Cepeda, figlio di un leader comunista assassinato anni fa da gruppi paramilitari. Cepeda incarna la continuità con l’agenda sociale di Gustavo Petro e difende il progetto della “Paz Total”, basato sulla negoziazione e la riconciliazione con tutte le formazioni armate attive nel paese. Cepeda insiste sulla necessità di preservare la sovranità nazionale e i diritti civili, opponendosi fermamente ai piani di militarizzazione totale e alle influenze statunitensi.

Proprio questi due sono stati elementi centrali nella campagna elettorale. Trump si è messo a capo di una “alleanza internazionale” di estrema destra attraverso cui porre un’ipoteca sulle esperienze progressiste delle Americhe. E de la Espriella è ben conosciuto tra i repubblicani stelle-e-strisce, dato che dal 2018 ha donato loro ben 95 milioni di dollari, mentre oggi si dice disposto ad offrire agli USA le ricchezze dell’Amazzonia colombiana.

Dall’argentino Milei all’ecuadoriano Noboa, passando anche per ingerenze sioniste, sono stati mossi soldi e forze armate per creare un clima di emergenza e insicurezza continua in Colombia, a cui è stata aggiunta una vergognosa campagna di disinformazione contro la figura di Cepeda. Il terreno adatto per far crescere i consensi intorno a de la Espriella.

Ma a quanto denuncia il Pacto Historico, l’attività destabilizzante dell’estrema destra colombiana e dei suoi legami internazionali non si sarebbe fermata fuori dalle urne. Sia Petro che lo stesso Cepeda hanno congelato il riconoscimento dei risultati, denunciando anomalie macroscopiche nel censimento elettorale gestito dalla società privata incaricata dei servizi tecnici, attendendo i dati ufficiali delle Corti di Giustizia.

“Il cosiddetto conteggio trasmesso non ha forza vincolante”, ha detto Petro. “Come presidente, non accetto i risultati del pre-conteggio della ditta privata dei fratelli Bautista (l’azienda che si occupa di stampare le carte di identità -ndR), perché gli algoritmi del software di conteggio nell’ultima settimana sono stati modificati in tre occasioni, aggiungendo 800.000 schede di persone che non si sono presentate nel censimento ufficiale”.

La risposta di de la Espriella non si è fatta attendere, facendo addirittura “un appello formale all’esercito affinché attivi i meccanismi costituzionali se il governo tenterà di ignorare il voto”. Un avvertimento verso il ballottaggio, che ora rappresenta il vero traguardo della vicenda elettorale colombiana.

Sebbene Paloma Valencia abbia immediatamente garantito l’appoggio a de la Espriella, bisogna ricordare che alla scorsa tornata elettorale ci furono addirittura più votanti che al primo turno, e ciò favorì il Pacto Historico che superò largamente gli 11 milioni di voti. La partita è aperta, ma la polarizzazione politica del paese assume sempre più toni guerreschi: c’è da mantenere alta l’attenzione.

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31/05/2026

L’Hondurasgate portato in tribunale, e oggi si vota in Colombia

Il giurista colombiano Luis Guillermo Pérez Casas, storico difensore dei diritti umani, e il collega Mario Serrato hanno annunciato la presentazione di una denuncia penale in Colombia e in Honduras contro Juan Orlando Hernández, l’ex presidente del paese centroamericano. Hernández, condannato nel 2024 a 45 anni di carcere per narcotraffico da un tribunale federale di New York, è stato clamorosamente graziato nel 2025 dal presidente statunitense Donald Trump.

L’azione legale mira a smantellare quella che è una fitta rete transnazionale di corruzione, destabilizzazione politica e manipolazione mediatica orchestrata per colpire i governi progressisti delle Americhe, di cui si è già parlato in questo articolo ripreso da Pagine Esteri. Si tratta del cosiddetto “Hondurasgate”, basato su 37 audio forensi di cui l’autenticità è stata confermata da perizie forensi indipendenti.

Nelle registrazioni si sente l’ex presidente honduregno negoziare con alleati interni e internazionali – sono coinvolti, ovviamente, Trump e Milei, ma tra gli interessi in campo ci sono anche quelli israeliani – una strategia coordinata per destabilizzare i governi di sinistra di quello che Washington considera il proprio “cortile di casa”.

La denuncia presentata in Colombia è dunque il primo atto di una più vasta strategia legale internazionale che si sta muovendo contemporaneamente in diversi paesi e organi di giustizia, e che sul piano politico ha il merito di ribadire l’autodeterminazione dei popoli latinoamericani contro le ingerenze dell’imperialismo stelle-e-strisce.

L’azione penale assume una rilevanza cruciale proprio in relazione alla Colombia, dove oggi si stanno svolgendo le elezioni presidenziali per scegliere il successore di Gustavo Petro. I documenti presentati dai legali dimostrano l’esistenza del “Proyecto Júpiter”, una macchina di propaganda e disinformazione finanziata con fondi esteri per diffondere notizie false e generare paura e incertezza tra la popolazione colombiana, attaccando direttamente la campagna del candidato del Pacto Historico, Iván Cepeda Castro.

La denuncia è stata depositata anche presso la Procura generale di Tegucigalpa in Honduras. I due avvocati colombiani hanno denunciato di aver subito un trattamento ostile al loro arrivo nel paese, dove le autorità locali li hanno costretti a firmare una dichiarazione in cui si accettava il rischio di un anno di reclusione qualora la denuncia contro Hernández fosse stata giudicata infondata.

Non è mancata la dura reazione dell’ex presidente honduregno, che ha affidato a un post sul suo profilo X la sua difesa: “È inconcepibile vedere presunti difensori dei diritti umani viaggiare dalla Colombia per presentare una denuncia fabbricata contro di me. Coloro che hanno orchestrato questa farsa saranno quelli che finiranno per renderne conto penalmente”.

Anche il presidente colombiano uscente ha già annunciato su X una denuncia formale a proprio nome, mentre gli avvocati hanno annunciato di aver inviato copie della denuncia anche all’Ufficio del Procuratore della Corte penale internazionale. A più stretto giro, ad ogni modo, gli occhi del continente sono puntati sulle urne: il voto colombiano stabilirà se la strategia del Proyecto Júpiter avrà successo o se Cepeda riuscirà a vincere, in un’America Latina che sta vivendo una preoccupante ondata reazionaria.

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22/03/2026

Trump mira a Petro: “indagine” per narcotraffico nelle procure USA

A poco più di due mesi dalle cruciali elezioni presidenziali in Colombia, Washington tenta un assalto, per ora solo giudiziario, a uno dei governi che rappresentano ancora una spina nel fianco all’imperialismo stelle-e-strisce in America Latina. Secondo un’esclusiva del New York Times, il presidente Gustavo Petro è finito nel mirino di almeno due procure federali degli Stati Uniti con l’ipotesi di presunti legami con il narcotraffico internazionale.

Le indagini – condotte da magistrati specializzati, agenti della DEA e della Homeland Security – si starebbero concentrando sulla campagna elettorale del 2022. Gli inquirenti starebbero verificando se Petro abbia avuto incontri diretti con esponenti dei cartelli della droga e se la sua ascesa al potere sia stata sostenuta da donazioni provenienti da ambienti criminali. Insomma, negli Stati Uniti a processo viene portato chiunque, tranne gli “amici” di Epstein.

Non si sa se le indagini sfoceranno in capi d’accusa formali, ma è palese l’adozione dello stesso metodo usato per il rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro, in attesa del processo-farsa il prossimo 26 marzo. Petro ha reagito con veemenza attraverso i suoi canali social, consapevole che le accuse fanno il paio con un tentativo di destabilizzazione che, sugli stessi temi, la Casa Bianca sta operando di concerto con l’Ecuador.

Il presidente colombiano ha rivendicato la sua storia politica di denuncia contro la collusione tra criminalità e istituzioni, definendo le mosse della giustizia americana come uno strumento che, paradossalmente, lo aiuterà a “smantellare le calunnie dell’estrema destra colombiana, che è effettivamente strettamente legata ai narcotrafficanti”.

La sfida risulta assai importante, in vista delle presidenziali del 31 maggio. Sebbene Petro non possa ricandidarsi, la sua formazione, quella del Pacto Histórico, con candidato Ivan Cepeda, è attualmente in testa ai sondaggi con il 35%, seguita a grande distanza dal candidato dell’estrema destra, Abelardo de la Espriella, al 21%.

Per Sergio Guzman, direttore di Colombia Risk Analysis (think tank con sede a Bogotà), la rivelazione di queste indagini a ridosso del voto sa apertamente di minaccia. Ha infatti dichiarato ad Al Jazeera: “questo sembra essere più che altro un avvertimento che mostra come gli Stati Uniti potrebbero influenzare l’esito delle elezioni”.

Sul ribaltamento della linea di Petro, così come sulla tenuta della Rivoluzione Bolivariana e sullo strozzamento del Socialismo cubano, Trump si gioca un pezzo del proprio mandato, fondato innanzitutto sulla volontà di riaffermare il dominio statunitense su quello che considera il proprio “cortile di casa”. Soprattutto ora che, al fianco di Israele, Washington ha deciso di impantanarsi nel conflitto contro l'Iran.

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19/03/2026

Corpi carbonizzati al confine tra Colombia ed Ecuador, Petro accusa: “Quito bombarda”

Il presidente colombiano, Gustavo Petro, ha annunciato il ritrovamento di 27 corpi carbonizzati lungo la frontiera condivisa con l’Ecuador, suggerendo apertamente che la responsabilità sia in un’azione militare del paese vicino in territorio colombiano. Un ordigno è esploso a poca distanza da una famiglia di contadini, che hanno confermato l’accaduto ai giornalisti di Agence France Presse.

“Sono arrivati circa tre aerei, più o meno, dal lato ecuadoriano, e hanno sganciato quegli ordigni e alcuni sono effettivamente esplosi, ma sul lato ecuadoriano”, ha detto l’agricoltore Julián Imbacuán. Un ordigno inesploso sarebbe arrivato in territorio colombiano, ed è stato poi disinnescato dagli artificieri del paese lo scorso giovedì.

Gli esperti colombiani, osservandone i resti, hanno parlato di una bomba a caduta libera di tipo MK, prodotta negli Stati Uniti e in Brasile. Già martedì sera, Petro scriveva su X che “è stato dimostrato che la bomba in territorio colombiano appartiene all’esercito ecuadoriano”, e il presidente di Bogotà ha poi annunciato che il suo governo avrebbe inviato una “nota diplomatica di protesta”.

Da Quito, Daniel Noboa ha respinto categoricamente le accuse. Sempre su X, il presidente ecuadoriano ha scritto che stanno “bombardando i luoghi che fungevano da nascondigli” per gruppi criminali legati al narcotraffico. Rivolgendosi direttamente a Petro, ha affermato che questi gruppi sono “in gran parte colombiani, che il suo stesso governo ha permesso di infiltrarsi nel nostro Paese a causa della negligenza al confine”.

L’Ecuador ha infatti lanciato da qualche settimana una massiccia operazione militare, di cui l’obiettivo è stato definito il narcotraffico. A sostenerla c’è il Comando Sud delle forze armate degli Stati Uniti (SOUTHCOM), ed è evidente come l’azione di Noboa sia concertata con Washington: l’obiettivo è scaricare all’esterno le difficoltà dell’attuale governo, e allo stesso tempo offrire alla narrazione di Trump una sponda.

La Casa Bianca ha già usato il tema del narcotraffico per sequestrare il presidente venezuelano Maduro, e sembra che la giustizia stelle-e-strisce stia preparando simili accuse anche nei confronti de L’Avana. Petro e il Pacto Historico sono gli altri obiettivi di questa offensiva contro ogni resistenza antimperialista in America Latina, in vista delle presidenziali che si terranno il prossimo 31 maggio.

Delegazioni dei due paesi si incontreranno il prossimo 24 e 25 marzo a Quito, con la mediazione della Comunità Andina. Intanto, però, il ministro della Difesa colombiano, Pedro Sánchez, ha annunciato il dispiegamento di truppe nella zona di confine dove è stato ritrovato l’ordigno inesploso.

La situazione rischia di scaldarsi ulteriormente, e questo potrebbe essere uno degli obiettivi della coalizione tra Ecuador e USA: esercitare una larga pressione sul controllo dei confini da parte di Petro, in modo tale da indebolire la sua posizione in vista del voto.

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09/03/2026

Colombia - La sinistra prima forza politica, si consolida il Pacto Historico

Il risultato delle elezioni legislative svoltesi in Colombia mandano un chiaro messaggio al mondo con oltre 4,5 milioni di voti in sostegno al progetto progressista, rendendo il Pacto Historico la prima forza politica nel Congresso colombiano, con un distacco di oltre un milione e mezzo di voti rispetto i rappresentanti della destra uribista del “Cambio Radicale”.

Per anni le élite politiche e mediatiche hanno descritto la vittoria del presidente Petro come un incidente della storia, una parentesi destinata a chiudersi rapidamente. Il voto di oggi dimostra esattamente il contrario.

Le richieste di riforma sociale, redistribuzione della ricchezza, riforma agraria, transizione energetica, consolidamento della pace, non sono slogan momentanei. Sono la risposta politica a problemi strutturali che la Colombia si porta dietro da decenni.

Dopo quattro anni di governo segnati da tensioni istituzionali, resistenze parlamentari e una forte polarizzazione politica, molti osservatori avevano previsto, o sperato, un arretramento della sinistra. Questo non è avvenuto. Il progressismo non è più una forza marginale o di protesta, ma è diventato uno dei pilastri del sistema politico colombiano.

Nonostante l’alto numero di voti ricevuti, la distribuzione dei seggi nel Congresso renderà comunque obbligatorie delle alleanze per portare avanti l’agenda di governo, così come avvenuto durante tutto l’arco del governo Petro. Limitando quindi in molti aspetti l’impatto dell’agenda progressista o rallentandone l’applicazione.

Resta indubbio il segnale di voler avanzare nelle riforme progressiste da una parte consistente e in crescita dell’elettorato colombiano, volontà che dovrà trovare una seconda conferma nelle elezioni presidenziali del prossimo 31 maggio, in cui dovrà emergere il candidato del Pacto Historico, Ivan Cepeda.

Sul fronte opposto, il Centro Democrático, il partito fondato dall’ex presidente Álvaro Uribe, riesce ancora a mantenere una presenza parlamentare significativa. Ma il dato politico centrale è un altro: l’epoca dell’egemonia uribista è finita.

Per quasi vent’anni la politica colombiana è stata organizzata attorno alla leadership di Uribe e alla sua agenda “securitaria”. Esecutore tra il 2002 e 2010 del tristemente famoso Plan Colombia, guidò il governo durante il periodo più violento della storia recente del Paese durante il quale lo Stato, con l’aiuto degli Stati Uniti, si appoggiò a gruppi paramilitari per sconfiggere la guerriglia colombiana, generando nel contempo anche la repressione di movimenti sociali e sindacali. Strategia contro-insorgente che portò la Colombia a tristi primati con oltre il 10% della popolazione vittima del conflitto, 7 milioni di sfollati interni e oltre 6 mila casi di “falsi positivi”.

Oggi quella stagione sembrerebbe lontana, tanto che Uribe si ritrova addirittura a perdere il proprio seggio in Senato.

In questo vuoto del campo conservatore si inserisce la figura di Abelardo de la Espriella, che tenta di capitalizzare il malcontento con una retorica aggressiva e polarizzante. Il suo discorso politico ricorda quello dell’estrema destra che prova a crescere nel continente: ordine, mano dura, demonizzazione della sinistra.

Ammiratore di Trump, Netanyahu e Bukele è stato avvocato difensore di paramilitari e narcotrafficanti, accumulando ampie ricchezze sulle quali pende il dubbio della provenienza dal riciclaggio di denaro.

Nonostante la sua marginalità politica ha ottenuto ampio spazio nei media nazionali, presentandosi come l’“outsider antisistema” che con il pugno di ferro può risolvere i problemi del Paese. Nonostante l’ampio spazio mediatico e i forti investimenti nella campagna elettorale nelle legislative ha ottenuto meno del 4% dei voti, ma resta una figura che cercherà di capitalizzare i voti della destra nelle presidenziali di maggio.

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L’articolo dedicato da Vijay Prashad a Griselda Lobo Silva, guerrigliera Farc candidata al Senato

Bisogna immaginare cosa deve aver significato per Griselda Lobo Silva, nata e cresciuta in una fattoria a La Paz (Colombia), vedere quei giovani attraversare la sua terra quando era una ragazzina. Sua madre si era ammalata e Griselda fu quella che dovette lasciare la scuola per prendersi cura dei suoi diciassette fratelli e sorelle. La fattoria era modesta e la loro vita era dura.

Ma ecco arrivare questa banda di ribelli, armati e disciplinati, con un leader che era una donna. Griselda li osservava affascinata. Trattavano i suoi fratelli con cura e non rubavano nella fattoria nonostante fossero armati. Il suo fascino per quegli uomini e quelle donne non fece che crescere. Griselda Lobo Silva oggi e quando era al fianco di Manuel Marulanda Vélez, il leggendario “Tirofijo”, fondatore e capo delle Farc

All’età di sedici anni, quando altri fratelli poterono subentrare nel suo lavoro a casa, Griselda si unì a quei combattenti che facevano parte delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC). Prese il nome di Sandra Ramírez e trascorse i successivi trentacinque anni in combattimento per rendere il suo paese un luogo più equo, un posto migliore.

Nel 2018, Sandra – la ragazza di campagna, ora ex combattente – prese il suo posto come una dei dieci senatori e membri del Congresso nominati in base all’accordo di pace del 2016. Al Senato, Sandra ha lottato per le stesse cose per cui aveva speso la vita combattendo nelle foreste.

L’accordo ora giunge al termine, e così Sandra – ora membro di Comunes, un partito politico di sinistra nato dal movimento di guerriglia – sta lottando per riconquistare il suo seggio al Senato colombiano. Abbiamo parlato con Sandra mentre era in campagna elettorale in vista delle elezioni che si terranno domenica 8 marzo.

Quando l’accordo di pace veniva negoziato all’Avana (Cuba) a partire dal 2012, Sandra fu inviata dalle FARC come loro rappresentante. Dall’accordo di pace del 2016, Sandra ha detto, “abbiamo portato la voce della riconciliazione e della verità”. Grazie all’accordo e con il seggio nella legislatura che ne è derivato, Sandra afferma di essere riuscita “ad essere più attiva in tutto il paese, a conoscere i problemi che varie comunità affrontano quotidianamente e a cercare di trovare soluzioni, insieme alle istituzioni statali, a questi immensi problemi, specialmente in relazione alla terra”.

Tuttavia, Sandra sottolinea con tristezza che, dall’accordo, oltre cinquecento dei suoi compagni che avevano firmato l’accordo di pace sono stati assassinati e altri compagni sono stati sfrattati dai territori a causa della mancanza di sicurezza per loro e le loro famiglie. I media, che sono stati ostili alla sua campagna, hanno continuato a stigmatizzare gli ex combattenti che “in buona fede” hanno firmato l’accordo di pace.

Una volta entrati gli ex combattenti in Congresso, si sono trovati circondati dalla destra. Questa configurazione del Congresso, ci ha detto Sandra, non ha presentato “alcuna legislazione nell’interesse della società colombiana”. Ciononostante, Sandra e i suoi compagni “sono riusciti a fare progressi”, ad esempio lottando per far sì che il ceto contadino fosse riconosciuto come soggetto con diritti costituzionali.

La lotta per il ceto contadino, ci ha detto, riguardava la necessità di tribunali agrari nella Colombia rurale per risolvere il problema della terra. Lo scopo di questa lotta era risolvere i problemi di proprietà e accesso all’acqua. “La terra è stata brutalmente sottratta ai contadini, e oggi ha altri proprietari, e questo deve essere risolto in un tribunale agrario”.

La sinistra, nella legislatura, ha fatto progressi molto lenti, sebbene su altri temi – come i diritti del lavoro e la riforma delle pensioni – i progressi siano stati più rapidi. Ci sono stati progressi nell’istruzione e nella sanità, ma pochissimi nelle infrastrutture. Le strade, ha detto, “sono i vasi sanguigni che si collegano alle arterie”, ma poiché “non abbiamo vasi sanguigni, esiste un grande deficit nel paese”.

Non basta distribuire la terra e chiamarla riforma agraria. Ciò di cui c’è bisogno in Colombia, ha detto Sandra, è “una riforma rurale integrale, il che significa che la terra non è nuda ma è collegata a strade, istruzione, salute, alloggi e credito”.

Le abbiamo chiesto della sostituzione delle colture, dalla coltivazione di piante come la coca ad altre materie prime. L’Accordo dell’Avana, che ha contribuito a formulare, aveva come primo punto la riforma rurale integrale con sedici piani che includevano il non permettere che la terra fosse nuda. Senza riforma rurale non ci può essere sostituzione delle colture.

La sinistra si è data da fare nelle terre che sono state cedute per costruire cooperative e unioni di solidarietà – tutto per creare un’economia popolare e solidale. Non dovrebbe esserci sostituzione forzata ma solo volontaria, in altre parole, gli agricoltori devono riunirsi in assemblee e concordare la via da seguire, senza essere bombardati per smettere di coltivare coca.

Tutto ciò è giusto, ma ha sottolineato, “la comunità internazionale deve assumersi una certa responsabilità riguardo alla domanda di consumo”. Gli Stati Uniti e l’Europa hanno decine di milioni di consumatori di droga che guidano la domanda economica per queste colture. “C’è bisogno di una conferenza internazionale sulla politica delle droghe che prenda in considerazione tutti questi aspetti”, ha detto.

Sotto questi temi ci sono state le violazioni dei diritti umani durante la lunga guerra per la terra e per la dignità. Lo stato e le sue istituzioni, ha detto Sandra, “non sono stati chiamati a risponderne. Non è stato chiesto loro di riconoscere la propria responsabilità nel conflitto colombiano“. Poiché il governo del presidente Gustavo Petro ha ritardato l’attuazione dell’accordo dell’Avana, ha detto Sandra, è stato difficile “ottenere statistiche sui progressi dell’accordo”.

Le elezioni in Colombia sono fondamentalmente importanti non solo a livello locale ma anche a livello presidenziale. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha cercato di interferire in Colombia, ma ha incontrato la resistenza di Petro. Un presidente di destra accoglierebbe con favore l’interferenza di Trump.

Sandra ci ha detto che il suo partito difende l’autodeterminazione e l’autonomia delle persone. “Qui in Colombia, abbiamo deciso di avere un presidente con le qualità umane di Gustavo Petro, e lo riconosciamo in ogni momento. Non possiamo tollerare un presidente che ceda il nostro destino”.

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13/02/2026

Petro scampato a un tentato omicidio. È il segno della “campagna elettorale” colombiana

Il 10 febbraio, durante una conferenza stampa, il presidente della Colombia Gustavo Petro ha denunciato il clima terroristico che vive nel suo paese, e un possibile tentativo di omicidio cui è scampato il giorno precedente. Nella notte di lunedì 9 febbraio, infatti, Petro si stava recando nel dipartimento di Cordoba, sulla costa caraibica, a bordo dell’elicottero presidenziale insieme ai suoi figli.

Secondo il racconto del capo di Stato, il velivolo non ha potuto atterrare alla destinazione prevista perché le luci della pista sono rimaste inspiegabilmente spente. La scorta, temendo un attacco armato da terra, ha ordinato una deviazione verso il mare aperto. Il presidente e la sua famiglia hanno volato per quattro ore sull’oceano prima di poter raggiungere in sicurezza una meta alternativa.

Non è la prima volta che Petro è messo nel mirino di attentati di questo tipo, e il dito è puntato contro le organizzazioni del narcotraffico. La conferenza stampa in questione si è tenuta dopo la scomparsa di una senatrice indigena, Aida Quilcué, poi ritrovata, che secondo le informazioni disponibili era stata sequestrata da gruppi armati locali legati al traffico di cocaina.

Minacce a Petro e conseguenti misure di sicurezza (oggi il presidente dovrebbe essere trasferito in una località alternativa rispetto alla sua abituale residenza) risalgono già alla campagna elettorale del 2022, e si sono susseguite anche negli scorsi anni. Giusto per rendere l’idea della falsità delle accuse trumpiane riguardo alla presunta “connivenza” del governo colombiano con il commercio di stupefacenti.

Il clima di violenza politica si fa sempre più incandescente mentre la Colombia si avvicina a tappe elettorali cruciali: le parlamentari di marzo e le presidenziali di maggio. Questi sono passaggi fondamentali per il mantenimento della traiettoria politica impressa al paese da Petro negli ultimi anni.

Non si tratta solo di questioni sociali interne e della lotta al narcotraffico, ma anche e soprattutto del posizionamento internazionale. Petro è stato uno dei più coerenti capi di Stato che si è adoperato per la denuncia e la rottura dei rapporti con Israele; alla Conferenza delle Parti sui temi ambientali ha proposto la creazione di una rete elettrica panamericana, quale strumento di emancipazione dei popoli latinoamericani; e ha annunciato il ritiro della Colombia dal partenariato che il paese aveva firmato con la NATO negli anni della destra al potere.

Il suo sostegno alle esperienze di alternativa in America Latina, a partire dal Venezuela, fa capire perché è diventato uno dei bersagli privilegiati di Washington. E getta dubbi anche su quali interessi facciano davvero riferimento i tentativi di eliminare fisicamente Petro. Le prossime elezioni si confermano come un passaggio centrale per il futuro non solo della Colombia, ma anche di chiunque non voglia sottostare al dominio statunitense nelle Americhe.

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20/01/2026

Colombia - Scontri tra due fazioni dissidenti delle FARC, decine di morti

Un durissimo scontro tra due diverse fazioni dissidenti delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia avrebbero provocato la morte di 27 guerriglieri nella parte centrale del paese.

La vera e propria battaglia si sarebbe verificata ieri nella zona rurale del comune di El Retorno, nella regione amazzonica di Guaviare, 300 km a sud-est della capitale Bogotà.

A scontrarsi sarebbero state una fazione delle FARC guidata dall’uomo più ricercato del paese, Nestor Gregorio Vera, noto con il nome di guerra Ivan Mordisco, e un’altra guidata da Alexander Diaz Mendoza, alias Calarca Cordoba.


Entrambi i gruppi facevano parte del cosiddetto “Stato Maggiore Centrale”, che ha rifiutato di aderire ad un accordo tra la guerriglia e il governo che nel 2016 ha portato alla smobilitazione del più forte e antico movimento armato marxista di tutto il continente e alla reintegrazione nella società colombiana di quasi 13 mila combattenti.

I due gruppi però si sono separati nell’aprile 2024 a causa di controversie interne.
Secondo una fonte dell’esercito di Bogotà e una del gruppo di Diaz, le vittime appartenevano tutte alla fazione guidata da Vera.

La fazione guidata da Diaz è attualmente impegnata in colloqui di pace con il presidente di sinistra del paese Gustavo Petro, mentre il gruppo di Vera continua a lanciare attacchi contro civili e forze di sicurezza dopo che il governo ha sospeso un cessate il fuoco bilaterale.

A quattro mesi dalle elezioni e con l’opposizione di destra che lo accusa di essere debole, recentemente Petro ha aumentato la pressione militare sui gruppi ribelli rafforzando il dispiegamento dell’esercito nelle zone di frontiera con il Venezuela.

A novembre, le forze governative hanno organizzato un attacco in cui sono morti 19 membri del gruppo guidato da Mordisco (nella foto), che Petro ha paragonato al defunto narcotrafficante Pablo Escobar.


Nei giorni scorsi, inoltre, in concomitanza con il blitz a Caracas che ha condotto al rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro, la tensione è fortemente aumentata tra Bogotà e Washington e Donald Trump ha confessato di aver rinunciato in extremis ad un’azione militare contro la Colombia, accusata di sostenere il narcotraffico. La scorsa settimana però i due leader hanno avuto una lunga conversazione telefonica durante la quale avrebbero concordato di rafforzare la cooperazione nella lotta la narcotraffico e per ora la tensione sembra essere diminuita.

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08/01/2026

La Colombia si è mobilitata contro le minacce statunitensi

Migliaia di cittadini si sono mobilitati ieri in Colombia in difesa della sovranità nazionale e della democrazia, in risposta all’appello lanciato dal presidente Gustavo Petro di fronte alle recenti minacce del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

La mobilitazione si è concentrata principalmente nella Plaza de Bolívar a Bogotá, ma si è svolta anche in città come Cali, Medellín e Cúcuta, dove i manifestanti hanno espresso il rifiuto dell’ingerenza straniera e sostegno al governo nazionale.

Fin dalle prime ore del mattino, Plaza de Bolívar si è riempita di bandiere colombiane, striscioni e slogan patriottici.

Alla mobilitazione hanno partecipato sindacati, movimenti sociali e organizzazioni della società civile, a testimonianza del sostegno all’appello presidenziale. Tra gli slogan più visibili vi erano messaggi come “Rispetto per la Colombia”, “Petro non è un trafficante di droga” e “Grazie Petro”.

Significativamente a Cúcuta, una città al confine con il Venezuela, la giornata ha assunto un valore altamente simbolico. I manifestanti colombiani hanno marciato verso il Ponte Internazionale Simón Bolívar, dove hanno incontrato quelli venezuelani.

In un atto di fratellanza, entrambi i gruppi hanno cucito insieme le bandiere di Colombia e Venezuela e cantato i rispettivi inni nazionali, in un gesto di unità latinoamericana.

“Siamo una sola bandiera, siamo colombiani, siamo venezuelani, siamo latinoamericani. Chiediamo sovranità e libertà. Non possiamo permettere pressioni da parte del governo degli Stati Uniti”, hanno detto i manifestanti.

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06/01/2026

Gustavo Petro e l’autodeterminazione dell’America Latina

È arrivata la risposta del Presidente della Colombia Gustavo Petro alle minacce di invasione Usa e alle accuse deliranti di essere un “narcotrafficante” da parte di Donald Trump e del suo governo. Importante anche le parole spese il giorno prima in difesa di Maduro e del Venezuela bolivariano.

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“Smetta di calunniarmi, signor Trump. Non è così che si minaccia un presidente latinoamericano salito al potere attraverso la lotta armata e, in seguito, grazie alla lotta per la pace del popolo colombiano.

Mi accusate falsamente di essere un narcotrafficante e di possedere fabbriche di cocaina. Ma io non possiedo un’auto, né proprietà all’estero; continuo a pagare il mutuo con il mio stipendio.

È ingiusto, e io combatto contro l’ingiustizia.

Il Presidente della Colombia è il comandante supremo delle forze militari e di polizia colombiane per ordine costituzionale, una Costituzione di 34 anni fa che il mio movimento ha elaborato dopo aver deposto le armi durante l’insurrezione.

Nel rispetto del pluralismo e della diversità, abbiamo forgiato un patto: la nuova Costituzione della Colombia, che mirava a costruire uno Stato sociale governato dallo Stato di diritto, cercando di garantire i diritti fondamentali e universali del popolo.

Ebbene, in qualità di Comandante Supremo delle Forze Armate, e sempre sotto la protezione della Costituzione, ho ordinato il più grande sequestro di cocaina nella storia del mondo. Ho avviato un importante programma di sostituzione volontaria delle colture da parte dei coltivatori di coca. Il processo ha interessato 30.000 ettari di coca ed è la mia massima priorità come politica pubblica.

Tutto il popolo venezuelano, colombiano e latinoamericano deve scendere in piazza.

Se bombardano i contadini, migliaia di guerriglieri si solleveranno sulle montagne.

E se arrestassero il presidente che gran parte del mio popolo ama e rispetta, scatenerebbero la rabbia del popolo.

Da questo momento in poi, ogni soldato in Colombia ha ricevuto un ordine: qualsiasi comandante delle forze armate che preferisca la bandiera statunitense a quella colombiana verrà immediatamente rimosso dall’istituzione per ordine della truppa e mio.

La Costituzione impone alle forze armate di difendere la sovranità popolare.

Sebbene non sia mai stato un soldato, conosco la guerra e le operazioni clandestine. Ho giurato di non toccare mai più un’arma dopo l’accordo di pace del 1989, ma per il bene del mio Paese riprenderò le armi, armi che non voglio.

Non sono un figlio illegittimo, né un trafficante di droga.

Ho una fiducia enorme nel mio popolo, ed è per questo che gli ho chiesto di difendere il Presidente da qualsiasi atto di violenza illegittimo.

Mi fido del popolo e della storia della Colombia, che il signor Rubio non ha letto. Mi fido del soldato che sa di essere figlio di Bolívar e della sua bandiera tricolore.

Quindi sappia che ha di fronte un comandante del popolo. Libera la Colombia per sempre.

Invece di andare a catturare un presidente latinoamericano con riserve petrolifere limitate, perché avete bloccato l’approvvigionamento di petrolio, condannato la gente alla fame e innescato l’esodo che ha raggiunto il vostro Paese, vi avrei accompagnato a catturare Netanyahu, il leader genocida”.

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Non so se Maduro sia buono o cattivo, o addirittura se sia un narcotrafficante; negli archivi della giustizia colombiana, dopo mezzo secolo di rapporti con i più grandi cartelli della cocaina, i nomi di Nicolás Maduro e Cilia Flores non compaiono. Coloro che si sono fatti avanti con le accuse sono dirigenti dell’opposizione venezuelana, niente di più, che cercano di indebolire il voto popolare.

Il potere giudiziario in Colombia non mi appartiene; è indipendente da me ed è in gran parte controllato dalla mia opposizione.

Per saperne di più sulla mafia e sul traffico di cocaina, basta consultare i registri giudiziari colombiani.

Ecco perché respingo fermamente le dichiarazioni di ignoranza di Trump; il mio nome non compare in nessun verbale di tribunale per narcotraffico, passato o presente, da 50 anni. Smetta di calunniarmi, signor Trump. Non è così che si minaccia un presidente latinoamericano salito al potere attraverso la lotta armata e, in seguito, grazie alla lotta per la pace del popolo colombiano.

Appartenevo all’organizzazione clandestina che lottava per la democrazia in Colombia contro la dittatura civile dello “Stato d’Assedio”, l’organizzazione che nel 1974, molto prima di Chávez, realizzò l’operazione per sollevare di nuovo la spada di Bolívar, la spada che aveva detto che non avrebbe mai rinfoderato finché non fosse finita l’ingiustizia nella Gran Colombia. Appartenevo all’M-19, che firmò la prima pace nell’America Latina contemporanea.

Non conosce la storia colombiana, ed è per questo che fallisce quando ci critica. Dovrebbe semplicemente incontrare i suoi esperti investigatori antidroga in Colombia, che ho assistito nelle mie ricerche come senatore della sinistra colombiana e del suo popolo, che ha subito un genocidio per mano dei narcotrafficanti e dei loro alleati politici, che sono anche alleati dell’estrema destra americana.

Abbiamo perso decine di migliaia di compagni nella lotta armata e popolare per la democrazia e non vi abbiamo chiesto invasioni; abbiamo resistito e vinto attraverso la pace.

Non ho mai bruciato una bandiera americana perché ho letto la storia della classe operaia americana e delle lotte popolari attraverso i libri di Zinn in spagnolo. Ed è per questo che onoro la classe operaia americana, i neri e gli indigeni e i giovani soldati che, con i sovietici, sconfissero Hitler.

Ed è per questo che ho osato parlare in una strada di New York, di fronte al palazzo delle Nazioni Unite, sotto la protezione della legge statunitense, che garantisce la libertà di parola ai partecipanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Ho parlato contro il genocidio a Gaza. Quanto mi sarebbe piaciuto accompagnarvi a fare la pace a Gaza! I palestinesi lì mi amano, e forse invece di andare a catturare un presidente latinoamericano con riserve petrolifere limitate – perché avete bloccato l’approvvigionamento di petrolio, condannato la gente alla fame e innescato l’esodo che ha raggiunto il vostro Paese – vi avrei accompagnato a catturare Netanyahu, il leader genocida.

Per quello che ho detto, avete avuto l’audacia di punire la mia opinione, le mie parole contro il genocidio palestinese. La vostra punizione è quella di accusarmi falsamente di essere un narcotrafficante e di possedere fabbriche di cocaina. Non possiedo un’auto, né proprietà all’estero; continuo a pagare il mutuo con il mio stipendio. È ingiusto, e io combatto contro l’ingiustizia.

Sono amico di molte persone negli Stati Uniti che mi fermano per strada e mi abbracciano.

Ecco perché rispetto la storia nata dalla collaborazione tra Washington e Bolívar: si facevano regali a vicenda, erano più liberatori che schiavisti.

Ho imparato a non essere uno schiavo e rifiuto le vostre dichiarazioni che ci assegnano unilateralmente al vostro dominio. Noi latinoamericani siamo repubblicani e indipendenti, e molti di noi sono rivoluzionari. Non pensate che l’America Latina sia solo un covo di criminali che avvelenano il suo popolo. Rispettateci e leggete la nostra storia, che risale a 30.000 anni fa in tutte le Americhe. Leggo la vostra storia per capirvi. Non vedete narcotrafficanti dove ci sono solo autentici guerrieri per la Democrazia e la Libertà.

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01/12/2025

Il potere pretende la libertà di mentire

Allora. Come protocollo vuole, il proprietario – Alain Elkann, nipote dell’Avvocato Gianni Agnelli e distruttore della Fiat – ha fatto visita ai suoi dipendent della sezione informazione, sottomarchio La Stampa, per mostrare il proprio volto umano di imprenditore sensibile.

“L’attacco che questa redazione ha subito due giorni fa è stato brutale e vile. Un tentativo evidente di intimidire chi ogni giorno lavora per raccontare la realtà con rigore, serietà e indipendenza”

“Raccontare la realtà con rigore, serietà e indipendenza”... Una spataffiata di chiacchiere di cui si può dimostrare in poche righe la falsità. Si potrebbe dire che quello stesso giornale, il giorno dopo (30 settembre), ha ovviamente dedicato svariate pagine pro domo sua piene di dichiarazioni indignate, proclami di solidarietà, ecc. Ci sta, è nella logica delle cose.

Lo è un po’ meno la scelta di non parlare affatto dello sciopero generale del 28 e della manifestazione nazionale del 29, che pure hanno registrato una partecipazione considerevole. Mancanza di spazio? Strabismo politico? Non gli è arrivata la notizia?

No. Una scelta brutale, padronale e consapevole. “Quello che ci viene contro – a noi padroni che abbiamo spostato la sede legale all’estero per pagare meno tasse – semplicemente non esiste. E se esiste è criminale, anche quando è non violento” (spassosissima, in questo senso, la citazione di Gandhi in cima all’editoriale del direttore, tutto finalizzato a chiedere una repressione durissima a Torino).

Che la manifestazioni pacifiche e di massa ci siano state, a La Stampa, se ne sono accorti sicuramente, ma hanno deciso di parlarne solo con il trafiletto “terroristico” qui di fianco.

Si potrebbe dire che sono “scelte editoriali libere”, e di certo sono talmente libere da ignorare i fatti, “la realtà” evocata incautamente da Elkann, o restituirla come messaggi “d’ordine” anche quando non c’è materia.

Ma non vogliamo lamentarci per questa disattenzione, sappiamo con chi abbiamo a che fare... Stiamo mettendo a fuoco un modo di falsificare l’informazione in generale, come funzione sociale prima che business (i giornali cartacei sono tutti da decenni in perdita economica; continuano ad uscire solo perché svolgono una funzione di deformazione dell’opinione pubblica corrispondente ai diversi interessi dei differenti “editori”).

La prova la forniamo con un articolo dell’altro grande quotidiano di proprietà della “casa Agnelli in Elkann”, ovvero con Repubblica.

Stesso giorno, stesse ore, l’ex giornale fondato da Scalfari ha sfornato un’intervista di Laura Lucchini al ministro degli esteri della Colombia per parlare del minacciato attacco statunitense al vicino Venezuela.

Titolo: “La ministra colombiana “Il narcotraffico è una scusa ma il caudillo se ne vada”.

Si sa che la maggior parte degli articoli di un giornale non viene letta (servirebbero ore che nessun lettore ha a disposizione) e quindi il titolo deve concentrare in una battuta il cuore del contenuto e attirare l’attenzione in modo tale da invitare a leggere anche quello che c’è sotto.

Un lettore distratto, insomma, recepisce da questo titolo che la Colombia, pure avendo un governo politicamente affine a quello venezuelano (Gustavo Petro, ex guerrigliero dichiaratamente socialista), non ne può più di Maduro e gli consiglia amichevolmente di farsi da parte.

Fosse vero, sarebbe uno scoop…

Il problema è che in nessuna riga dell’intervista c’è una pur velatissima critica al governo bolivariano del Venezuela. Nulla. Anzi, c’è un profluvio di accuse agli Stati Uniti, concentrate sull’unica motivazione vera della progettata aggressione (che ha già fatto oltre 60 morti che nessuno sa se fossero narcotrafficanti, pescatori, commercianti della costa, ecc.) è l’immensa disponibilità di riserve petrolifere nel Paese. Le più grandi del mondo.

Sappiamo che nei “grandi giornali” i titoli non vengono decisi dal giornalista che scrive l’articolo, ma da uno “specialista”, in genere il caporedattore del settore (“esteri”, in questo caso). Però questo dimostra che “la fattura” del giornale segue un criterio di intenzionale falsificazione della realtà. Talmente macroscopico da restituirne una virtuale che ha il solo difetto di non esistere.

Questa non è “libertà di stampa”, questo è spaccio di droga per i cervelli.

Ci si accorge della gravità del problema quando, a forza di falsificare, si finisce per credere alle cazzate che si raccontano per scopi di breve momento (l’esempio della guerra in Ucraina sta lì, ed ora che dovranno “cambiare narrazione” ne vedremo delle bellissime...). Alla fine crolla tutto.

Qui di seguito vi proponiamo tutta l’intervista, in modo che possiate verificare di persona.

P.S. Gira sempre più insistentemente la voce che Repubblica e La Stampa stiano per essere venduti ad una cordata guidata da un imprenditore greco più altri, tra cui forse anche bin Salman, principe saudita entrato nei Brics+ e dai metodi piuttosto sbrigativi nei confronti dei giornalisti. Chissà che ne pensano nelle due redazioni…

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La ministra colombiana “Il narcotraffico è una scusa ma il caudillo se ne vada”

Rosa Yolanda Villavicencio è un’economista di 63 anni ed è stata nominata ministra degli Esteri della Colombia quest’estate, nel mezzo dell’epoca più buia che si ricordi delle relazioni tra Bogotà e gli Stati Uniti: «Quello che Trump vuole – dice – è il petrolio. Il resto sono scuse».

L’escalation tra Stati Uniti e Venezuela è arrivata a livelli senza precedenti: come si vive la situazione da Bogotà?

«Siamo molto preoccupati perché qualsiasi tipo di intervento militare in Venezuela avrebbe un impatto molto negativo per la Colombia. Noi continuiamo a tenere alta la bandiera della necessità del dialogo politico, della soluzione negoziata per risolvere la situazione prima di arrivare a un risvolto irreversibile».

Cosa vuole Trump?

«La ragione dell’escalation ha a che vedere con il fatto che le riserve petrolifere del Venezuela sono molto appetibili per un’economia fossile come quella statunitense: gli Usa cercano riserve nella regione, e queste si trovano in Venezuela. Di qui la narrativa secondo cui il Venezuela sarebbe un Paese che non combatte abbastanza il narcotraffico. L’intervento di forza è preceduto da una serie di narrazioni costruite ad arte, come quella secondo cui esisterebbe un “Cartel de los Soles”, che in realtà non risulta rilevante ai servizi di intelligence dei diversi Paesi».

Nonostante tutto nemmeno la Colombia ha riconosciuto il risultato delle elezioni in Venezuela...

«Noi non abbiamo riconosciuto il risultato delle elezioni perché i verbali non sono comparsi e non c’erano prove, ma manteniamo una relazione con lo Stato venezuelano e soprattutto con la popolazione: abbiamo quasi 3 milioni di colombiani in Venezuela, abbiamo 2.700.000 venezuelani che vivono nel nostro Paese. Poi c’è la questione delle detenzioni illegali, su questo manteniamo un dialogo con loro affinché rilascino i detenuti».

Quanti sono i detenuti politici colombiani? Conosce il caso di Trentini?

«Ci hanno riconsegnato 18 persone, ma al momento ne abbiamo ancora 20, e sì, sono in contatto con l’ambasciatore italiano a Bogotá riguardo al cittadino italiano. Ci sono anche cittadini francesi e olandesi. È complesso».

Un attacco sembra ora inevitabile.

«È un’escalation da manuale. Prima non esisteva il cosiddetto “Cartel de los Soles”, ora esiste. Pensiamo di essere molto vicini alla possibilità di un’aggressione, e per questo continuiamo a richiamare l’attenzione della comunità internazionale. Credo che non sia come in altre occasioni: qui ci sarà una risposta militare da parte di tutta la popolazione, che la vede e la sente come un’aggressione nel proprio territorio, e ciò provocherebbe spargimenti di sangue. Inoltre genererebbe una frammentazione, un esodo massiccio della popolazione che naturalmente si riverserebbe in Colombia».

Trump è arrivato a minacciare direttamente anche la Colombia di interventi militari mirati... 

«Le dichiarazioni si riferiscono alla presenza di gruppi illegali nel Catatumbo, e questa potrebbe essere una zona in cui vorrebbe intervenire, perché lì c’è presenza dell’Eln (Esercito di liberazione nazionale, gruppo paramilitare, ndr). Loro hanno detto che ciò che vogliono è rimuovere Maduro, ma logicamente una situazione del genere in Venezuela causerebbe anche in Colombia un impatto molto grande in termini economici, sociali e di instabilità politica».

A quanto pare Trump e Maduro si sono parlati, è possibile che si faccia da parte?

«Credo che sia un’ipotesi possibile e forse sarebbe auspicabile che gli Stati Uniti e il Venezuela – cioè Trump e Maduro – negoziassero una via d’uscita. E poi che da lì stabilissero condizioni che fossero accettabili per entrambe le parti. Si eviterebbe uno spargimento di sangue».

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16/11/2025

USA, l’Operazione “Southern Spear” infiamma i Caraibi. Caracas in allerta massima

L’esercito venezuelano è in stato di massima allerta. Martedì, il presidente Nicolas Maduro ha ordinato la “piena operatività” di tutti i reparti delle forze armate, dalla Milicia Nacional Bolivariana all’esercito regolare. Non si tratta di un’esercitazione, ma della risposta diretta a quello che Caracas, e non solo, percepisce come un’aperta provocazione.

La causa è stata un annuncio diramato il 13 novembre da Washington: il Segretario alla Guerra statunitense, Pete Hegseth, ha confermato via X il lancio della Operation Southern Spear. L’iniziativa, guidata dalla Joint Task Force Southern Spear e dallo United States Southern Command (SOUTHCOM), è ufficialmente un tassello ulteriore della “guerra alla droga” che, da decenni, rappresenta una copertura – tra l’altro totalmente inefficace rispetto agli obiettivi che dichiara – di repressione interna e destabilizzazione estera.

Questa “guerra” è tornata tra i temi centrali della politica statunitense col presidente Donald Trump. La campagna di bombardamento di navi, dalla sua amministrazione indicate come vettori del “narcotraffico internazionale” – ovviamente senza portare alcuna prova – ha sollevato molti dubbi e condanne, anche dall’Alto commissario ONU per i diritti umani, Volker Turk, che ha denunciato “vere e proprie esecuzioni extragiudiziali”.

Il breve post su X di Hegseth aumenta il livello di allerta, perché la retorica è quella che siamo purtroppo abituati a sentire da tempo: l’America Latina come “cortile di casa” dell’imperialismo statunitense. Il politico stelle-e-strisce parla infatti di una missione indirizzata a liberare dai narcotrafficanti l’intero Emisfero Occidentale, indicato come “il vicinato dell’America” di cui Washington si auto-intesta la difesa.

Secondo quanto riportato dalla CNN, un’operazione Southern Spear era già stata menzionata a gennaio, con un focus sull’impiego di navi e droni robotizzati. Ma ora che anche la portaerei più grande del mondo, la USS Gerald Ford, è arrivata nei Caraibi, e gli USA annunciano la riapertura della base di Roosvelt Roads, a Porto Rico, le minacce di escalation si fanno ancora più concrete.

Sull’Air Force One, Trump ha detto ai giornalisti di aver più o meno preso una decisione sul Venezuela, anche se non può rivelare quale sia. L’emittente statunitense CBS ha raccontato che Hegseth e il capo di Stato Maggiore Dan Caine hanno già discusso col tycoon sulle opzioni possibili nei confronti del paese sudamericano, e che tra di esse non è stata scartata l’invasione terrestre.

Intanto, il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha affermato in un discorso trasmesso dalla televisione di stato: “vogliamo un’altra Gaza ora in Sud America? Cosa dice il popolo americano? (...) Lasciatemelo dire, no. La pace trionferà”. Il politico venezuelano si è rivolto anche ai cittadini statunitensi, chiedendo loro di fermare la mano armata di Trump.

Caracas non è la sola protagonista di questa storia. Anche la Colombia di Gustavo Petro è sotto la minaccia USA. Il presidente di Bogotà ha detto di voler cancellare gli accordi che il suo paese ha con la NATO, pochi giorni fa ha ordinato di fermare la condivisione di dati di intelligence con gli Stati Uniti, mantenendo comunque la collaborazione con le agenzie internazionali che combattono il traffico di droga.

C’è poi anche la Russia, che ha da poco stretto un partenariato strategico col Venezuela. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha affermato: “la Russia ha dimostrato una solidarietà incrollabile nei confronti del Venezuela e siamo pronti a rispondere in modo appropriato alle richieste di Caracas”.

Il pericolo è che nei Caraibi si apra un altro fronte di questa “guerra mondiale a pezzi” che un po’ ovunque l’Occidente e i suoi alleati stanno alimentando per cercare una risposta alla propria crisi di egemonia.

Fonte

09/11/2025

Domani inizia la Cop30, da molti definita la “Cop della verità”

Dal 10 al 21 novembre si terrà la Conferenza delle Parti a Belém, in Brasile. Non si può prevedere il futuro, e dunque quali saranno le conclusioni di questo summit internazionale, ma le linee di tendenza sono chiarissime da anni, e sono quelle dell’incompatibilità dello ‘sviluppo’ (si fa per dire) capitalistico con la tutela dell’ambiente.

È possibile, però, raccogliere le premesse dei dibattiti a cui assisteremo nei prossimi giorni. Cartina tornasole è il vertice dei leader svoltosi il 6 e 7 novembre, una due giorni dedicata a foreste, protezione degli oceani e lotta globale contro la fame il 6, energie rinnovabili, transizione verde, e piani nazionali di riduzione delle emissioni il 7.

In queste prime due giornate di confronto, dedicate ai politici e non ancora alle squadre tecniche (su numeri e clausole potremo tornare più avanti), erano presenti 143 delegazioni, tra cui 57 capi di stato e 39 ministri da vari paesi del mondo. In molti hanno sottolineato l’assenza dei leader di USA, Cina e India, che insieme nel 2024 erano responsabili del 50% delle emissioni globali.

È bene, però, ricordare alcune differenze. Cina e India rappresentano insieme oltre un terzo della popolazione mondiale, gli Stati Uniti hanno una popolazione che è circa un quarto – forse un po’ meno – di ciascuno degli altri due paesi. Inoltre, l’anno scorso il sito scientifico Carbon Brief riportava che le emissioni pro-capite di ogni cinese erano intorno alle 227 tonnellate di CO2 ogni anno, quelle dei cittadini UE 682 e quelle di ogni statunitense addirittura 1.570.

A Belém, era comunque presente il vice primo ministro Ding Xuexiang, che ha ribadito la necessità di “rafforzare la collaborazione internazionale nel campo delle tecnologie e dell’industria verdi” e di “rimuovere le barriere commerciali e garantire la libera circolazione di prodotti verdi di qualità”. Certo, il Dragone ne ha un interesse concreto, essendo l’attore più all’avanguardia nel settore, ma non è certo colpa sua se il capitale ha ignorato la crisi climatica per decenni.

La UE si presenta all’appuntamento con un accordo raggiunto con difficoltà rispetto alla riduzione del 90%, entro il 2040, delle emissioni rispetto ai livelli del 1990. Un accordo già bersagliato da un vertice tra le organizzazioni imprenditoriali di Italia, Francia e Germania (Confindustria, Medef e Bdi). Gli Stati Uniti usciranno formalmente dagli Accordi di Parigi nel 2026 e Trump gira per il mondo cercando di vendere il suo GNL.

Arrivando, dunque, ai più interessanti interventi del 6-7 novembre, partiamo da quello del Segretario Generale dell’ONU, Guterres, il quale ha chiesto un piano chiaro sulla limitazione del riscaldamento globale a 1,5 gradi rispetto all’epoca pre-industriale. “Niente più greenwashing – ha detto – niente scappatoie. Dobbiamo trasformare quell’impegno in azione”.

Guterres ha anche sottolineato la necessità di azioni concrete sugli aiuti climatici per i paesi in via di sviluppo. Questo gruppo di paesi è al centro del dibattito, perché l’Occidente non vuole pagare i danni fatti con decenni di sfruttamento senza regole sul lato ambientale, e da altrettanti decenni di colonialismo e neocolonialismo sul lato economico e sociale. Il legame tra crisi climatica e disuguaglianze è stato esplicitato ancora una volta in un recente rapporto di Oxfam.

Lula, facendo gli onori di casa del Brasile, ha evidenziato con forza questo tema, mentre ha ricordato che la Cop che si sta per svolgere in Amazzonia, il polmone verde del mondo, è la “Cop della verità” rispetto agli impegni concreti da prendere, facendo eco a molte associazioni e organizzazioni non governative.

Il presidente brasiliano ha detto: “il cambiamento climatico è il risultato della stessa dinamica che per secoli ha diviso le nostre società tra ricchi e poveri e diviso il mondo tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo. Sarà impossibile contenere il cambiamento climatico senza superare le disuguaglianze dentro le nazioni e tra le nazioni”.

Ma Lula si è spinto anche oltre, mettendo in mostra l’ipocrisia di un mondo che trova i soldi per la guerra ma non per l’ambiente. Il politico brasiliano ha stigmatizzato il fatto che nel mondo si spenderà in armi “il doppio di quanto spendiamo” nella conversione ecologica. La corsa al riarmo, in sostanza, “spiana la strada a un’apocalisse climatica”: la tendenza alla guerra e la lotta al cambiamento climatico sono alternative, o l’una o l’altra.

Anche il discorso del presidente colombiano Gustavo Petro ha esposto elementi che vanno ben oltre le dichiarazioni di facciata, tornando sui temi già accennati da Lula. Se per quest’ultimo il conflitto in Ucraina ha fatto perdere anni di sforzi ecologici, il politico colombiano è intervenuto sul rapporto tra Bruxelles e Mosca: “l’Europa non può continuare a vedere la Russia come un nemico. Il suo vero nemico è la morte dei suoi nipoti a causa del collasso climatico”.

“Molti dei paesi emettitori di CO2 – ha aggiunto – dedicano i loro soldi alla produzione di più armi”, ha detto, criticando l’assenza statunitense al summit e attaccando le politiche trumpiane nei confronti dei migranti e delle illegali aggressioni alle imbarcazioni nei Caraibi e nel pacifico, dirette contro il Venezuela e la Colombia stessa.

Il presidente colombiano, invitando i presenti al vertice tra la CELAC (la comunità degli stati latinoamericani e dei Caraibi) e la UE, oggi in apertura ma boicottato attivamente da Washington che ha costretto ad ampie defezioni, ha lanciato anche l’idea di creare una rete elettrica panamericana di energia pulita (solare, eolico, geotermico e idroelettrico).

Si tratta di un investimento globale da 500 miliardi di dollari per produrre 1.400 gigawatt di energia pulita all’anno. Un significativo impegno nella conversione ecologica, a cui Petro ha chiamato a partecipare l’Africa, la Cina, l’Europa, chiunque sia interessato a investire in nuovi legami fondati su di uno sviluppo verde.

Ma è uno sforzo rivoluzionario anche rispetto alle necessità energetiche del continente. Questa potrebbe essere una misura concreta per legare insieme, sulla base di interessi comuni, un gruppo di paesi che hanno tutto da guadagnare nel difendere reciprocamente la propria indipendenza dalle ingerenze statunitensi.

Insomma, la Cop30 si preannuncia un incontro che, da una parte, mostra quanto ormai il multilateralismo sia stato abbandonato come vettore per la definizione delle dispute internazionali da parte delle potenze occidentali, in particolare dagli Stati Uniti. Dall’altra come, in un mondo multipolare, l’ambiente diventi, al pari di altre questioni, terreno per lo sviluppo di alleanze alternative. La Cop30 non parlerà solo di clima, ma degli orizzonti entro cui diversi pezzi di mondo vedono la possibilità di un futuro.

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