Si complica maledettamente la vicenda legale sull’imbarcazione al largo del Venezuela che è stata affondata dagli Stati Uniti il 2 settembre scorso.
Non si tratta dell’unica imbarcazione attaccata – attualmente ci sono già quasi 100 morti accertati – ma in quel caso c’è stato un “doppio colpo”, ossia un secondo attacco per uccidere due uomini che erano sopravvissuti ed erano rimasti aggrappati ai rottami. Per tutti i trattati internazionali esistenti, voluti e firmati anche dagli Usa, questo è un crimine di guerra. Quegli uomini avrebbero dovuto insomma essere salvati e poi, semmai, processati.
La prima complicazione legale è creata dalla scelta trumpiana di attaccare il Venezuela con la falsa accusa di essere un “narcostato” e di ospitare uno sconosciuto “cartello de los soles” a capo del quale sarebbe addirittura il presidente Maduro. Prove esibite: zero. Colin Powell, per giustificare l’attacco all’Iraq, aveva se non altro agitato una boccetta con polvere bianca giurando fosse antrace, in una seduta dell’Onu. Trump neanche questo...
Le imbarcazioni affondate da allora sono insomma “esecuzioni extragiudiziali” fuori da ogni cornice legale, anche soltanto inventata. Ma l’uccisione di naufraghi – anche se fossero stati davvero narcos – è comunque un crimine di guerra.
La seconda complicazione è creata dal fatto che “l’indagine” è condotta da una commissione del Congresso Usa che sta cercando di capire se Pete Hegseth – lo squilibrato ex conduttore televisivo di Fox News, ora nominato “ministro della guerra” – abbia o no dato personalmente l’ordine di portare il “secondo colpo”. Nel qual caso andrebbe messo in stato di impeachment...
Lui ha scaricato la responsabilità della decisione sull’ammiraglio Frank Bradley, che conduce la flotta al largo del Venezuela. Ciò che dice è riportato all’esterno dai deputati presenti, con versioni contrapposte tra “dem” e repubblicani (terza complicazione).
La versione finora più accreditata era che – sì – c’è stato un “secondo colpo” contro uomini in acqua e senza armi, ma “avrebbero potuto avere ancora una radio con cui chiamare ‘rinforzi’, essere quindi salvati e tornare in seguito a commerciare droga destinata all’America”. Una follia giuridica, ma ritenuta “accettabile” dai repubblicani...
Ora invece c’è l’ennesimo cambio di versione: la barca affondata – avrebbe detto Bradley – non era diretta verso gli Stati Uniti, ma verso una nave più grande diretta verso il Suriname, ex Guyana olandese, piccolo paese sudamericano ad est del Venezuela.
Questo renderebbe già il primo attacco ingiustificabile persino secondo la “dottrina Trump” sulla “guerra al narcotraffico” (se un carico, peraltro dubbio, non è diretto verso gli Usa, non dovrebbe rientrare nel suo campo di interesse); a maggior ragione il “secondo colpo” è un vero e proprio crimine di guerra (che neanche è stata dichiarata, cosa che avrebbe richiesto un voto del Congresso).
Bel pasticcio, vero?
Peggio ancora. Gli ufficiali antidroga statunitensi ascoltati dalla commissione hanno spiegato che le rotte del traffico via Suriname sono principalmente destinate ai mercati europei. Le rotte del traffico di droga dirette negli USA si sono invece concentrate sull’Oceano Pacifico negli ultimi anni. Ma il Venezuela non ha una costa sul Pacifico, dunque neanche una nave-fantasma potrebbe fare quel percorso provenendo da quel Paese...
Soprattutto viene a cadere completamente anche la giustificazione “nazionalistica”: quella barca, diretta verso una nave che andava in Suriname, da cui a volte partono carichi di droga verso l’Europa... non poteva essere una “minaccia imminente per l’America”.
Ha moltiplicato la confusione anche il Segretario di Stato Marco Rubio, esponente degli anti-castristi di Miami e capofila dell’attacco al Venezuela, che aveva dichiarato alla stampa, poco dopo l’attacco, che il presunto natante dei trafficanti preso di mira era “probabilmente diretto a Trinidad o in qualche altro paese dei Caraibi”. Checcefrega, intanto affondiamolo...
Ma, tuttavia, il Presidente Donald Trump aveva scritto in un post che appoggiava l’attacco, il 2 settembre: “L’attacco è avvenuto mentre i terroristi erano in mare in acque internazionali trasportando narcotici illegali, diretti verso gli Stati Uniti”. Al vertice Usa c’è il caos, pare. Oppure si sentono tanto forti da fregarsene di giustificare seriamene quel che fanno.
Secondo le fonti presenti in commissione, oltretutto, l’ammiraglio Bradley – a capo delle Operazioni Speciali Congiunte (JSOC) – ha anche ammesso che la barca aveva invertito la rotta prima di essere colpita, perché le persone a bordo sembravano aver avvistato l’aereo americano in cielo. Tornavano a casa, insomma, e quindi non andavano né in America, né in Suriname, né in Europa (ammesso e non concesso che avessero droga a bordo, che nessuno s’è curato di recuperare come “prova”).
Altro dettaglio. Gli attacchi sono stati addirittura quattro, non due. Uno spreco di fuoco giustificabile forse contro un assalto militare diretto, non certo contro una barca dall’identità incerta e sicuramente priva di armi pesanti.
Una versione dei fatti abborracciata, però, richiede sempre delle giustificazioni “ad minchiam” che la rendono sempre meno credibile. Ogni nuovo dettaglio diventa una martellata sulle proprie dita.
Bradley avrebbe pure aggiunto che i sopravvissuti stavano anche agitando le braccia verso qualcosa in cielo, anche se non è chiaro se stessero cercando di arrendersi o di chiedere aiuto all’aereo americano che avevano avvistato. Alla faccia del “pericolo imminente”...
A questo punto Hegseth, che giurava di essere uscito di scena dopo aver visto in video il primo attacco, rientra sotto inchiesta.
Nella sua seduta davanti alla commissione aveva infatti detto ai deputati di aver dato ordine che gli attacchi dovevano essere “letali”, ma che non era stato informato dei sopravvissuti fino a dopo che erano stati uccisi.
Bradley avrebbe insomma capito che l’obiettivo della missione era uccidere tutti gli 11 individui a bordo e affondare la barca, anche se l’ordine non era esattamente quello di “uccidere tutti”, compreso chi si arrende, cosa che è ovviamente “illegale”.
Le udienze vanno avanti. Ma già così è chiaro che tutta l’“operazione Venezuela” è un’immane montagna di merda imperialista senza alcuna giustificazione che possa reggere anche ad una sola domanda.
P.S. Ciò nonostante, i media mainstream italiani sembrano felici di ospitare altre bufale immonde provenienti dagli States. Stamattina, per esempio, persino il solitamente austero Sole24Ore si abbassa a pubblicare un evidente “tweet” della Casa Bianca secondo cui, nella telefonata tra The Donald e il presidente Maduro quest’ultimo avrebbe chiesto 200 milioni di dollari per lasciare il potere e rifugiarsi a Cuba (che non è nota per essere un “paradiso per i ricchi”, peraltro).
Si vede che qualsiasi favola di corruzione è credibile per giornalisti abituati a vendersi per cifre molto minori...
Ma soprattutto: se davvero bastava così poco per “risolvere il problema Venezuela” perché muovere una flotta con due portaerei e 15.000 soldati, ammazzando gente a casaccio e spendendo cento volte di più?
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/12/2025
Enigma venezuelano per Trump
Passano i mesi e l’attacco statunitense al Venezuela bolivariano non avviene. Una flotta potente e 15.000 militari sono stanziati al largo delle coste, ma fin qui hanno bombardato soltanto piccole barche a bordo delle quali non si sa bene chi ci fosse. L’amministrazione Trump garantisce che si trattava di “narcotrafficanti”, ma non ha prodotto neanche uno straccio di prova. Si vede che non c’erano...
Tutti gli organismi internazionali – neutrali – che si occupano istituzionalmente di narcotraffico garantiscono che il Venezuela, tra i paesi latino-americani, è quello che meglio collabora nella lotta. Al contrario, l’ex “presidente autoproclamato e riconosciuto dall’Occidente” – Juan Guaidò, ricordate? – è sparito dalla circolazione ancor prima di esser stato beccato in compagnia di narcotrafficanti colombiani.
Non è un mistero che là dove gli Stati Uniti riescono ad imporsi la produzione e il traffico di stupefacenti esplodono. È accaduto in Afghanistan, dove sotto occupazione la produzione dell’oppio era cresciuta del 95%. Avviene quotidianamente nei paesi latino-americani sotto il pieno controllo di Washington. È notizia di ieri, riportata da Axios, che l’ex presidente dell’Honduras, Juan Orlando Hernandez, estradato e incarcerato negli Usa, sta per essere graziato proprio da Donald Trump. Curioso modo di combattere il narcotraffico, non trovate?
Ma torniamo al Venezuela sotto attacco.
I problemi per l’amministrazione Usa si vanno moltiplicando. La CNN spiega che l’iniziativa “rischia di degenerare in un pantano strategico, politico e legale”. Per un’errata valutazione della situazione interna al paese e sulla tenuta delle istituzioni bolivariane.
In pratica, l’opzione principale era stata quella di “esercitare pressione militare” – la flotta al largo, con tanto di portaerei Ford – al punto da facilitare una mezza insurrezione dell’“opposizione” (retoricamente guidata dal più paradossale dei premi Nobel per la pace, Corina Machado). Oppure per “persuadere” una parte dei vertici dell’esercito a non rischiare e quindi a convincere lo stesso Maduro a farsi da parte “con le buone”.
La scelta di questa strategia era del resto avvenuta prendendo atto della impraticabilità dell’invasione di terra, sia per ragioni militari che politiche (l’opinione pubblica statunitense è contraria ad un’altra guerra, con una maggioranza impressionante). Si contava insomma sul potere “deterrente” di una minaccia tipicamente trumpiana – come sui dazi o l’annessione di Canada e Groenlandia – per ottenere un atto di sottomissione tutto sommato pacifico.
Anche la CNN ha dovuto però spiegare ai suoi lettori – compresi i “Maga” e lo stesso Trump – che Maduro e tutto il vertice del Psuv si sono mostrati molto più resilienti (come si dice ora) del previsto. Anzi, “il presidente Nicolás Maduro ha ballato sfidante davanti a un’enorme folla di sostenitori a Caracas in un raduno all’aperto in stile Trump, sfatando le voci precedenti secondo cui avrebbe ceduto alle richieste statunitensi di lasciare il paese. ‘Noi non vogliamo la pace degli schiavi, né vogliamo la pace delle colonie’”.
La resistenza bolivariana ha costretto quindi Trump a convocare d’urgenza “i massimi funzionari e collaboratori della sicurezza nazionale in una riunione nello Studio Ovale lunedì sera, cercando di definire i prossimi passi in uno scontro che ora gli sfugge di mano”.
“Che fare?”, insomma. Di certo può bombardare impianti e infrastrutture, puntando a provocare un crollo dell’economia venezuelana che lo scorso anno è cresciuta più dell’8% ed ha raggiunto l’autosufficienza alimentare (al contrario di quanto avveniva al tempo dei dittatori fedeli a Washington). Ma questo non garantirebbe poi un presa di controllo del Paese, in modo da poterne sfruttare senza problemi le enormi riserve petrolifere.
Anche una “marcia indietro” – un classico per Trump – è in questo caso difficile. Dopo aver “mostrato il bastone” e aver provocato già un discreto numero di morti sarebbe la dimostrazione che l’impero Usa ormai non è più in grado di “far rispettare la propria volontà”, neanche nel “cortile di casa”.
Ai problemi di strategia si vanno sommando quelli creati dall’incompetenza del “ministro della guerra”, Pete Hegseth, ex conduttore televisivo di Fox News fin qui fattosi notare soprattutto per i modi bruschi (anche nei confronti dei suoi generali) e il rifiuto di alcune salvaguardie etiche e legali dell’esercito.
Proprio il bombardamento di una barca al largo del Venezuela è in questi giorni al centro della “polemica politica” a Washington. Si tratta di un “doppio attacco” – prima una bomba sulla barca, poi il mitragliamento di due sopravvissuti, in acqua – guidato personalmente dall’esaltato ex conduttore, che in un audio registrato lo si sente ordinare: “ammazzateli tutti”.
Per la Convenzione di Ginevra e tutta la legislazione internazionale questo è un “crimine di guerra”, ovvero un’azione ingiustificabile col risibile argomento secondo cui due uomini in acqua, in pieno oceano Atlantico, “rappresentavano un pericolo per l’America”.
Anche parecchi repubblicani si sono mostrati “colpiti ed indignati” – è retorica ipocrita, certo, ma del resto se ti vuoi presentare come “il migliore” anche sul piano etico devi stare più attento a quel che fai – e si sono anche fatte ipotesi di impeachment mirato per Hegseth.
A quel punto l’ammiraglio Frank M. “Mitch” Bradley, comandante del Comando per le Operazioni Speciali, si è preso la responsabilità di aver dato quell’ordine. Subito dopo Hegseth lo ha difeso pubblicamente: “Chiariamo una cosa: l’Ammiraglio Bradley è un eroe americano, un vero professionista, e ha il mio 100% di supporto. Sto con lui e le decisioni di combattimento che ha preso – nella missione del 2 settembre e in tutte le altre da allora”.
Traduciamo. L’ammiraglio ha accettato di prendersi la responsabilità per un crimine di guerra, ma ha preteso la copertura politica. I vertici militari, insomma, non sono disponibili a subire gratis lo scaricabarile di politici incapaci, pronti ad attribuire ad altri le proprie colpe (suona familiare, vero?).
Come si vede, il “nodo Venezuela” si è complicato parecchio per l’amministrazione Trump. Che ora si trova a sua volta in una situazione senza una comoda via d’uscita.
Ogni tipo di opzione infatti presenta costi politici elevati. Impegnarsi in una lunga “operazione militare speciale” è altamente impopolare, anche perché difficilmente potrebbero essere evitare perdite tra i soldati Usa. Un attacco pesante a infrastrutture ed altri obiettivi strategici non darebbe comunque garanzie per un “cambio di regime” a Caracas, ma complicherebbe parecchio i rapporti con la Russia (con cui invece Trump ha bisogno di arrivare ad un accordo di pace per l’Ucraina) e con la Cina (già preoccupata per le manovre sul Canale di Panama, le pressioni per Taiwan, ecc.).
Ma anche lasciar perdere sarebbe una sconfitta, tanto più umiliante quanto più si è “agitato il bastone”.
È sempre la situazione peggiore in cui ci si possa trovare. Quella in cui “bisogna fare qualcosa”, ma ogni scelta è sbagliata o controproducente.
È la situazione in cui l’azzardo supera il calcolo. La più densa di rischi, per tutti...
Fonte
Tutti gli organismi internazionali – neutrali – che si occupano istituzionalmente di narcotraffico garantiscono che il Venezuela, tra i paesi latino-americani, è quello che meglio collabora nella lotta. Al contrario, l’ex “presidente autoproclamato e riconosciuto dall’Occidente” – Juan Guaidò, ricordate? – è sparito dalla circolazione ancor prima di esser stato beccato in compagnia di narcotrafficanti colombiani.
Non è un mistero che là dove gli Stati Uniti riescono ad imporsi la produzione e il traffico di stupefacenti esplodono. È accaduto in Afghanistan, dove sotto occupazione la produzione dell’oppio era cresciuta del 95%. Avviene quotidianamente nei paesi latino-americani sotto il pieno controllo di Washington. È notizia di ieri, riportata da Axios, che l’ex presidente dell’Honduras, Juan Orlando Hernandez, estradato e incarcerato negli Usa, sta per essere graziato proprio da Donald Trump. Curioso modo di combattere il narcotraffico, non trovate?
Ma torniamo al Venezuela sotto attacco.
I problemi per l’amministrazione Usa si vanno moltiplicando. La CNN spiega che l’iniziativa “rischia di degenerare in un pantano strategico, politico e legale”. Per un’errata valutazione della situazione interna al paese e sulla tenuta delle istituzioni bolivariane.
In pratica, l’opzione principale era stata quella di “esercitare pressione militare” – la flotta al largo, con tanto di portaerei Ford – al punto da facilitare una mezza insurrezione dell’“opposizione” (retoricamente guidata dal più paradossale dei premi Nobel per la pace, Corina Machado). Oppure per “persuadere” una parte dei vertici dell’esercito a non rischiare e quindi a convincere lo stesso Maduro a farsi da parte “con le buone”.
La scelta di questa strategia era del resto avvenuta prendendo atto della impraticabilità dell’invasione di terra, sia per ragioni militari che politiche (l’opinione pubblica statunitense è contraria ad un’altra guerra, con una maggioranza impressionante). Si contava insomma sul potere “deterrente” di una minaccia tipicamente trumpiana – come sui dazi o l’annessione di Canada e Groenlandia – per ottenere un atto di sottomissione tutto sommato pacifico.
Anche la CNN ha dovuto però spiegare ai suoi lettori – compresi i “Maga” e lo stesso Trump – che Maduro e tutto il vertice del Psuv si sono mostrati molto più resilienti (come si dice ora) del previsto. Anzi, “il presidente Nicolás Maduro ha ballato sfidante davanti a un’enorme folla di sostenitori a Caracas in un raduno all’aperto in stile Trump, sfatando le voci precedenti secondo cui avrebbe ceduto alle richieste statunitensi di lasciare il paese. ‘Noi non vogliamo la pace degli schiavi, né vogliamo la pace delle colonie’”.
La resistenza bolivariana ha costretto quindi Trump a convocare d’urgenza “i massimi funzionari e collaboratori della sicurezza nazionale in una riunione nello Studio Ovale lunedì sera, cercando di definire i prossimi passi in uno scontro che ora gli sfugge di mano”.
“Che fare?”, insomma. Di certo può bombardare impianti e infrastrutture, puntando a provocare un crollo dell’economia venezuelana che lo scorso anno è cresciuta più dell’8% ed ha raggiunto l’autosufficienza alimentare (al contrario di quanto avveniva al tempo dei dittatori fedeli a Washington). Ma questo non garantirebbe poi un presa di controllo del Paese, in modo da poterne sfruttare senza problemi le enormi riserve petrolifere.
Anche una “marcia indietro” – un classico per Trump – è in questo caso difficile. Dopo aver “mostrato il bastone” e aver provocato già un discreto numero di morti sarebbe la dimostrazione che l’impero Usa ormai non è più in grado di “far rispettare la propria volontà”, neanche nel “cortile di casa”.
Ai problemi di strategia si vanno sommando quelli creati dall’incompetenza del “ministro della guerra”, Pete Hegseth, ex conduttore televisivo di Fox News fin qui fattosi notare soprattutto per i modi bruschi (anche nei confronti dei suoi generali) e il rifiuto di alcune salvaguardie etiche e legali dell’esercito.
Proprio il bombardamento di una barca al largo del Venezuela è in questi giorni al centro della “polemica politica” a Washington. Si tratta di un “doppio attacco” – prima una bomba sulla barca, poi il mitragliamento di due sopravvissuti, in acqua – guidato personalmente dall’esaltato ex conduttore, che in un audio registrato lo si sente ordinare: “ammazzateli tutti”.
Per la Convenzione di Ginevra e tutta la legislazione internazionale questo è un “crimine di guerra”, ovvero un’azione ingiustificabile col risibile argomento secondo cui due uomini in acqua, in pieno oceano Atlantico, “rappresentavano un pericolo per l’America”.
Anche parecchi repubblicani si sono mostrati “colpiti ed indignati” – è retorica ipocrita, certo, ma del resto se ti vuoi presentare come “il migliore” anche sul piano etico devi stare più attento a quel che fai – e si sono anche fatte ipotesi di impeachment mirato per Hegseth.
A quel punto l’ammiraglio Frank M. “Mitch” Bradley, comandante del Comando per le Operazioni Speciali, si è preso la responsabilità di aver dato quell’ordine. Subito dopo Hegseth lo ha difeso pubblicamente: “Chiariamo una cosa: l’Ammiraglio Bradley è un eroe americano, un vero professionista, e ha il mio 100% di supporto. Sto con lui e le decisioni di combattimento che ha preso – nella missione del 2 settembre e in tutte le altre da allora”.
Traduciamo. L’ammiraglio ha accettato di prendersi la responsabilità per un crimine di guerra, ma ha preteso la copertura politica. I vertici militari, insomma, non sono disponibili a subire gratis lo scaricabarile di politici incapaci, pronti ad attribuire ad altri le proprie colpe (suona familiare, vero?).
Come si vede, il “nodo Venezuela” si è complicato parecchio per l’amministrazione Trump. Che ora si trova a sua volta in una situazione senza una comoda via d’uscita.
Ogni tipo di opzione infatti presenta costi politici elevati. Impegnarsi in una lunga “operazione militare speciale” è altamente impopolare, anche perché difficilmente potrebbero essere evitare perdite tra i soldati Usa. Un attacco pesante a infrastrutture ed altri obiettivi strategici non darebbe comunque garanzie per un “cambio di regime” a Caracas, ma complicherebbe parecchio i rapporti con la Russia (con cui invece Trump ha bisogno di arrivare ad un accordo di pace per l’Ucraina) e con la Cina (già preoccupata per le manovre sul Canale di Panama, le pressioni per Taiwan, ecc.).
Ma anche lasciar perdere sarebbe una sconfitta, tanto più umiliante quanto più si è “agitato il bastone”.
È sempre la situazione peggiore in cui ci si possa trovare. Quella in cui “bisogna fare qualcosa”, ma ogni scelta è sbagliata o controproducente.
È la situazione in cui l’azzardo supera il calcolo. La più densa di rischi, per tutti...
Fonte
16/11/2025
USA, l’Operazione “Southern Spear” infiamma i Caraibi. Caracas in allerta massima
L’esercito venezuelano è in stato di massima allerta. Martedì, il presidente Nicolas Maduro ha ordinato la “piena operatività” di tutti i reparti delle forze armate, dalla Milicia Nacional Bolivariana all’esercito regolare. Non si tratta di un’esercitazione, ma della risposta diretta a quello che Caracas, e non solo, percepisce come un’aperta provocazione.
La causa è stata un annuncio diramato il 13 novembre da Washington: il Segretario alla Guerra statunitense, Pete Hegseth, ha confermato via X il lancio della Operation Southern Spear. L’iniziativa, guidata dalla Joint Task Force Southern Spear e dallo United States Southern Command (SOUTHCOM), è ufficialmente un tassello ulteriore della “guerra alla droga” che, da decenni, rappresenta una copertura – tra l’altro totalmente inefficace rispetto agli obiettivi che dichiara – di repressione interna e destabilizzazione estera.
Questa “guerra” è tornata tra i temi centrali della politica statunitense col presidente Donald Trump. La campagna di bombardamento di navi, dalla sua amministrazione indicate come vettori del “narcotraffico internazionale” – ovviamente senza portare alcuna prova – ha sollevato molti dubbi e condanne, anche dall’Alto commissario ONU per i diritti umani, Volker Turk, che ha denunciato “vere e proprie esecuzioni extragiudiziali”.
Il breve post su X di Hegseth aumenta il livello di allerta, perché la retorica è quella che siamo purtroppo abituati a sentire da tempo: l’America Latina come “cortile di casa” dell’imperialismo statunitense. Il politico stelle-e-strisce parla infatti di una missione indirizzata a liberare dai narcotrafficanti l’intero Emisfero Occidentale, indicato come “il vicinato dell’America” di cui Washington si auto-intesta la difesa.
Secondo quanto riportato dalla CNN, un’operazione Southern Spear era già stata menzionata a gennaio, con un focus sull’impiego di navi e droni robotizzati. Ma ora che anche la portaerei più grande del mondo, la USS Gerald Ford, è arrivata nei Caraibi, e gli USA annunciano la riapertura della base di Roosvelt Roads, a Porto Rico, le minacce di escalation si fanno ancora più concrete.
Sull’Air Force One, Trump ha detto ai giornalisti di aver più o meno preso una decisione sul Venezuela, anche se non può rivelare quale sia. L’emittente statunitense CBS ha raccontato che Hegseth e il capo di Stato Maggiore Dan Caine hanno già discusso col tycoon sulle opzioni possibili nei confronti del paese sudamericano, e che tra di esse non è stata scartata l’invasione terrestre.
Intanto, il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha affermato in un discorso trasmesso dalla televisione di stato: “vogliamo un’altra Gaza ora in Sud America? Cosa dice il popolo americano? (...) Lasciatemelo dire, no. La pace trionferà”. Il politico venezuelano si è rivolto anche ai cittadini statunitensi, chiedendo loro di fermare la mano armata di Trump.
Caracas non è la sola protagonista di questa storia. Anche la Colombia di Gustavo Petro è sotto la minaccia USA. Il presidente di Bogotà ha detto di voler cancellare gli accordi che il suo paese ha con la NATO, pochi giorni fa ha ordinato di fermare la condivisione di dati di intelligence con gli Stati Uniti, mantenendo comunque la collaborazione con le agenzie internazionali che combattono il traffico di droga.
C’è poi anche la Russia, che ha da poco stretto un partenariato strategico col Venezuela. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha affermato: “la Russia ha dimostrato una solidarietà incrollabile nei confronti del Venezuela e siamo pronti a rispondere in modo appropriato alle richieste di Caracas”.
Il pericolo è che nei Caraibi si apra un altro fronte di questa “guerra mondiale a pezzi” che un po’ ovunque l’Occidente e i suoi alleati stanno alimentando per cercare una risposta alla propria crisi di egemonia.
Fonte
La causa è stata un annuncio diramato il 13 novembre da Washington: il Segretario alla Guerra statunitense, Pete Hegseth, ha confermato via X il lancio della Operation Southern Spear. L’iniziativa, guidata dalla Joint Task Force Southern Spear e dallo United States Southern Command (SOUTHCOM), è ufficialmente un tassello ulteriore della “guerra alla droga” che, da decenni, rappresenta una copertura – tra l’altro totalmente inefficace rispetto agli obiettivi che dichiara – di repressione interna e destabilizzazione estera.
Questa “guerra” è tornata tra i temi centrali della politica statunitense col presidente Donald Trump. La campagna di bombardamento di navi, dalla sua amministrazione indicate come vettori del “narcotraffico internazionale” – ovviamente senza portare alcuna prova – ha sollevato molti dubbi e condanne, anche dall’Alto commissario ONU per i diritti umani, Volker Turk, che ha denunciato “vere e proprie esecuzioni extragiudiziali”.
Il breve post su X di Hegseth aumenta il livello di allerta, perché la retorica è quella che siamo purtroppo abituati a sentire da tempo: l’America Latina come “cortile di casa” dell’imperialismo statunitense. Il politico stelle-e-strisce parla infatti di una missione indirizzata a liberare dai narcotrafficanti l’intero Emisfero Occidentale, indicato come “il vicinato dell’America” di cui Washington si auto-intesta la difesa.
Secondo quanto riportato dalla CNN, un’operazione Southern Spear era già stata menzionata a gennaio, con un focus sull’impiego di navi e droni robotizzati. Ma ora che anche la portaerei più grande del mondo, la USS Gerald Ford, è arrivata nei Caraibi, e gli USA annunciano la riapertura della base di Roosvelt Roads, a Porto Rico, le minacce di escalation si fanno ancora più concrete.
Sull’Air Force One, Trump ha detto ai giornalisti di aver più o meno preso una decisione sul Venezuela, anche se non può rivelare quale sia. L’emittente statunitense CBS ha raccontato che Hegseth e il capo di Stato Maggiore Dan Caine hanno già discusso col tycoon sulle opzioni possibili nei confronti del paese sudamericano, e che tra di esse non è stata scartata l’invasione terrestre.
Intanto, il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha affermato in un discorso trasmesso dalla televisione di stato: “vogliamo un’altra Gaza ora in Sud America? Cosa dice il popolo americano? (...) Lasciatemelo dire, no. La pace trionferà”. Il politico venezuelano si è rivolto anche ai cittadini statunitensi, chiedendo loro di fermare la mano armata di Trump.
Caracas non è la sola protagonista di questa storia. Anche la Colombia di Gustavo Petro è sotto la minaccia USA. Il presidente di Bogotà ha detto di voler cancellare gli accordi che il suo paese ha con la NATO, pochi giorni fa ha ordinato di fermare la condivisione di dati di intelligence con gli Stati Uniti, mantenendo comunque la collaborazione con le agenzie internazionali che combattono il traffico di droga.
C’è poi anche la Russia, che ha da poco stretto un partenariato strategico col Venezuela. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha affermato: “la Russia ha dimostrato una solidarietà incrollabile nei confronti del Venezuela e siamo pronti a rispondere in modo appropriato alle richieste di Caracas”.
Il pericolo è che nei Caraibi si apra un altro fronte di questa “guerra mondiale a pezzi” che un po’ ovunque l’Occidente e i suoi alleati stanno alimentando per cercare una risposta alla propria crisi di egemonia.
Fonte
19/10/2025
Il giorno in cui i giornalisti lasciarono il Pentagono
Mentre in Italia tutti allineati e coperti...
Washington, 16 ottobre 2025. Ala ovest del Pentagono. I passi dei cronisti risuonano lunghi, nel corridoio del palazzo delle guerre. Trascinano borse, cartelline, microfoni smontati, videocamere. Hanno appena riconsegnato il pass, il badge di accesso. La tessera che per anni è stata la chiave di un privilegio e di un diritto: raccontare ciò che l’esercito più potente del mondo fa, dice e nasconde.
Da oggi, per entrare al Pentagono, un giornalista avrebbe dovuto firmare un documento che suona come un giuramento: non pubblicare nulla che non sia “autorizzato”. Una parola sola: authorized.
Pete Hegseth, il ministro della Guerra ha parlato di “ordine” e “responsabilità nazionale”. Ma dietro quelle parole i reporter hanno visto profilarsi l’ombra di un bavaglio. Così hanno scelto la via più limpida: lasciare.
La decisione di andarsene è maturata in poche ore. Un comunicato delle principali testate – New York Times, Reuters, CNN, NBC, Fox News – annuncia che non firmeranno. “Non possiamo accettare condizioni che rendono impossibile il giornalismo libero”, scrivono. Poi, il silenzio operativo: le redazioni smontano i computer, spengono i monitor, staccano i badge dalle giacche.
L’immagine di decine di giornalisti che escono ordinatamente dal Pentagono, tra ritratti di generali e bandiere, è già storia. È una fotografia simbolica della crisi della cosiddetta democrazia americana: la stampa, un tempo considerata il “quarto potere”, oggi costretta a scegliere se obbedire o disobbedire.
Hegseth ha promesso che le misure sono “temporanee”, ma i cronisti sanno che la temporaneità è la forma contemporanea della censura. Si comincia così: con un modulo da firmare. E mentre a Washington i giornalisti lasciano il Pentagono, in Italia nulla di simile potrebbe accadere.
Qui la stampa non sfida il potere: lo serve, lo blandisce, lo accompagna. È una stampa educata a chiedere il permesso, a ripetere le veline, a misurare la distanza tra la notizia e la convenienza. Un giornalismo che si è inginocchiato davanti a ogni guerra americana, a ogni NATO story, a ogni narrativa israeliana, fino a cancellare la parola genocidio dal vocabolario collettivo.
Durante lo sterminio a Gaza, quando le immagini dei corpi dei bambini riempivano i canali indipendenti, i telegiornali italiani parlavano di “operazione militare”, di “autodifesa”, di “lotta al terrorismo”. Nessun anchorman ha lasciato lo studio. Nessun inviato ha restituito il tesserino. Nessuna grande testata ha detto: non ci stiamo. La stampa italiana ha scelto il silenzio, la complicità, la moderazione come alibi.
E allora, sì, in Italia non sarebbe mai potuto accadere ciò che è accaduto al Pentagono. Perché il giornalismo italiano è un ramo d’azienda del sistema politico, un apparato addestrato a non disturbare i manovratori.
L’atto dei reporter americani, illumina il buio di chi in Italia tace, di chi nega, di chi si adegua, di chi traduce le stragi in linguaggio burocratico. La libertà di stampa non si proclama, si esercita, anche a costo di perderla.
Fonte
Washington, 16 ottobre 2025. Ala ovest del Pentagono. I passi dei cronisti risuonano lunghi, nel corridoio del palazzo delle guerre. Trascinano borse, cartelline, microfoni smontati, videocamere. Hanno appena riconsegnato il pass, il badge di accesso. La tessera che per anni è stata la chiave di un privilegio e di un diritto: raccontare ciò che l’esercito più potente del mondo fa, dice e nasconde.
Da oggi, per entrare al Pentagono, un giornalista avrebbe dovuto firmare un documento che suona come un giuramento: non pubblicare nulla che non sia “autorizzato”. Una parola sola: authorized.
Pete Hegseth, il ministro della Guerra ha parlato di “ordine” e “responsabilità nazionale”. Ma dietro quelle parole i reporter hanno visto profilarsi l’ombra di un bavaglio. Così hanno scelto la via più limpida: lasciare.
La decisione di andarsene è maturata in poche ore. Un comunicato delle principali testate – New York Times, Reuters, CNN, NBC, Fox News – annuncia che non firmeranno. “Non possiamo accettare condizioni che rendono impossibile il giornalismo libero”, scrivono. Poi, il silenzio operativo: le redazioni smontano i computer, spengono i monitor, staccano i badge dalle giacche.
L’immagine di decine di giornalisti che escono ordinatamente dal Pentagono, tra ritratti di generali e bandiere, è già storia. È una fotografia simbolica della crisi della cosiddetta democrazia americana: la stampa, un tempo considerata il “quarto potere”, oggi costretta a scegliere se obbedire o disobbedire.
Hegseth ha promesso che le misure sono “temporanee”, ma i cronisti sanno che la temporaneità è la forma contemporanea della censura. Si comincia così: con un modulo da firmare. E mentre a Washington i giornalisti lasciano il Pentagono, in Italia nulla di simile potrebbe accadere.
Qui la stampa non sfida il potere: lo serve, lo blandisce, lo accompagna. È una stampa educata a chiedere il permesso, a ripetere le veline, a misurare la distanza tra la notizia e la convenienza. Un giornalismo che si è inginocchiato davanti a ogni guerra americana, a ogni NATO story, a ogni narrativa israeliana, fino a cancellare la parola genocidio dal vocabolario collettivo.
Durante lo sterminio a Gaza, quando le immagini dei corpi dei bambini riempivano i canali indipendenti, i telegiornali italiani parlavano di “operazione militare”, di “autodifesa”, di “lotta al terrorismo”. Nessun anchorman ha lasciato lo studio. Nessun inviato ha restituito il tesserino. Nessuna grande testata ha detto: non ci stiamo. La stampa italiana ha scelto il silenzio, la complicità, la moderazione come alibi.
E allora, sì, in Italia non sarebbe mai potuto accadere ciò che è accaduto al Pentagono. Perché il giornalismo italiano è un ramo d’azienda del sistema politico, un apparato addestrato a non disturbare i manovratori.
L’atto dei reporter americani, illumina il buio di chi in Italia tace, di chi nega, di chi si adegua, di chi traduce le stragi in linguaggio burocratico. La libertà di stampa non si proclama, si esercita, anche a costo di perderla.
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13/04/2025
Truppe statunitensi a Panama, Trump alza la tensione nel ‘cortile di casa’
La questione sul Canale di Panama si è fatta velocemente più calda. Dopo che la vendita dei due porti alle estremità del canale controllati dalla CK Hutchinson a una cordata guidata da BlackRock è stata fermata dall’Antitrust cinese, gli Stati Uniti annunciano l’accordo per l’accesso di truppe stelle-e-strisce (e di compagnie militari private) ad alcune basi del paese.
Il segretario alla Difesa di Washington, Pete Hegseth, si è recato nel paese centroamericano dove ha incontrato il ministro della Difesa panamense, Frank Abrego. Alla presenza anche del presidente Mulino, è stato firmato un accordo di cooperazione militare e per la lotta di minacce non ben definite.
Il testo dell’accordo è stato visionato dall’agenzia di stampa francese AFP, che ha poi rilanciato i contenuti fondamentali aventi per obiettivo lo svolgere “addestramento, attività umanitarie ed esercitazioni”. Quelle attività umanitarie sono una formula che sappiamo può essere usata per coprire le più svariate malefatte.
È previsto, dunque, l’aumento della presenza militare USA con la rotazione e l’insediamento a lungo termine di unità a Fort Sherman (dove viene portato avanti l’addestramento per il combattimento nella giungla), nella stazione navale Rodman e nella base aerea di Howard. Siti consegnati dagli USA al governo panamense insieme al canale, nel 1999.
Sembra che una precedente bozza dell’accordo prevedesse anche la costruzione di nuove basi, ma l’opzione è stata poi scartata per la netta opposizione dell’opinione pubblica nel paese. Il presidente Mulino ha confermato che di fronte alla richiesta di “cedere territori” ha risposto chiedendo se Washington volesse “che il disordine […] dia fuoco al paese?”
In una dichiarazione congiunta con le autorità panamensi, fatta mercoledì scorso da Hegseth, era stata cancellata dalla versione inglese la formula della “sovranità inalienabile di Panama sul Canale”, non senza proteste. Del resto, la retorica trumpiana parla espressamente di riprendersi quel che gli USA hanno perso e di occupare territori.
“Abbiamo dislocato molte truppe a Panama e occupato alcune aree che prima non avevamo”, ha detto il tycoon, confermando che alcune truppe sono già state inviate verso il Canale. Hegseth ha detto senza mezzi termini: “stiamo procedendo alla riconquista del Canale. La Cina ha avuto troppa influenza”.
Nostalgia dei tempi dell’invasione di Bush padre. Ad ogni modo, le esercitazioni militari congiunte tra USA e Panama non sono una novità, mentre lo è un altro accordo parallelo, stretto sempre da Hegseth col ministro del Canale, José Ramón Icazama. Infatti, sono stati determinati dei meccanismi di compensazione per i pedaggi delle navi militari e ausiliarie in cambio di servizi di sicurezza.
Navi da guerra e ausiliarie statunitensi avranno accesso illimitato e prioritario al Canale, ma secondo uno schema di compensazione e non di transito gratuito: i pedaggi non verranno addebitati, ma il pagamento verrà fatto attraverso la gestione della sicurezza nelle aree strategiche del corridoio commerciale.
Formule diplomatiche, che però nascondono la realtà per cui, sostanzialmente, gli Stati Uniti hanno ottenuto di avere soldati a Panama e il diritto di controllare militarmente i traffici sul Canale. Sicuramente una forte accelerazione, sull’onda della guerra commerciale, delle tensioni direttamente militari riguardanti quello che gli USA considerano il proprio ‘cortile di casa’.
Sperando non sia occasione di incidenti...
Fonte
Il segretario alla Difesa di Washington, Pete Hegseth, si è recato nel paese centroamericano dove ha incontrato il ministro della Difesa panamense, Frank Abrego. Alla presenza anche del presidente Mulino, è stato firmato un accordo di cooperazione militare e per la lotta di minacce non ben definite.
Il testo dell’accordo è stato visionato dall’agenzia di stampa francese AFP, che ha poi rilanciato i contenuti fondamentali aventi per obiettivo lo svolgere “addestramento, attività umanitarie ed esercitazioni”. Quelle attività umanitarie sono una formula che sappiamo può essere usata per coprire le più svariate malefatte.
È previsto, dunque, l’aumento della presenza militare USA con la rotazione e l’insediamento a lungo termine di unità a Fort Sherman (dove viene portato avanti l’addestramento per il combattimento nella giungla), nella stazione navale Rodman e nella base aerea di Howard. Siti consegnati dagli USA al governo panamense insieme al canale, nel 1999.
Sembra che una precedente bozza dell’accordo prevedesse anche la costruzione di nuove basi, ma l’opzione è stata poi scartata per la netta opposizione dell’opinione pubblica nel paese. Il presidente Mulino ha confermato che di fronte alla richiesta di “cedere territori” ha risposto chiedendo se Washington volesse “che il disordine […] dia fuoco al paese?”
In una dichiarazione congiunta con le autorità panamensi, fatta mercoledì scorso da Hegseth, era stata cancellata dalla versione inglese la formula della “sovranità inalienabile di Panama sul Canale”, non senza proteste. Del resto, la retorica trumpiana parla espressamente di riprendersi quel che gli USA hanno perso e di occupare territori.
“Abbiamo dislocato molte truppe a Panama e occupato alcune aree che prima non avevamo”, ha detto il tycoon, confermando che alcune truppe sono già state inviate verso il Canale. Hegseth ha detto senza mezzi termini: “stiamo procedendo alla riconquista del Canale. La Cina ha avuto troppa influenza”.
Nostalgia dei tempi dell’invasione di Bush padre. Ad ogni modo, le esercitazioni militari congiunte tra USA e Panama non sono una novità, mentre lo è un altro accordo parallelo, stretto sempre da Hegseth col ministro del Canale, José Ramón Icazama. Infatti, sono stati determinati dei meccanismi di compensazione per i pedaggi delle navi militari e ausiliarie in cambio di servizi di sicurezza.
Navi da guerra e ausiliarie statunitensi avranno accesso illimitato e prioritario al Canale, ma secondo uno schema di compensazione e non di transito gratuito: i pedaggi non verranno addebitati, ma il pagamento verrà fatto attraverso la gestione della sicurezza nelle aree strategiche del corridoio commerciale.
Formule diplomatiche, che però nascondono la realtà per cui, sostanzialmente, gli Stati Uniti hanno ottenuto di avere soldati a Panama e il diritto di controllare militarmente i traffici sul Canale. Sicuramente una forte accelerazione, sull’onda della guerra commerciale, delle tensioni direttamente militari riguardanti quello che gli USA considerano il proprio ‘cortile di casa’.
Sperando non sia occasione di incidenti...
Fonte
11/04/2025
L'esercito Usa puntato sulla Cina
Un rapporto segreto del Pentagono, pubblicato dal Washington Post, spiega come sono state rivoluzionare le strategie militari degli Stati Uniti. «L’esercito statunitense riorientato per dare priorità alla prevenzione dell’occupazione di Taiwan da parte della Cina. Assumendosi rischi in Europa e in altre parti del mondo».
Linee della ‘Heritage Foundation’
Un promemoria interno segreto che porta l’impronta della conservatrice Heritage Foundation. Compresi alcuni passaggi che sono quasi duplicazioni, parola per parola, del testo pubblicato dal think tank l’anno scorso (Progetto 2025 n.d.r.). Certo, gli analisti internazionali si erano già orientati, interpretando in questa chiave i vistosi cambiamenti della ‘foreign policy’ americana. Ora, il rilancio del nuovo modello di difesa (tutto da verificare) fatto dal WP, conferma lo spostamento dell’interesse statunitense verso l’Asia e la perdita di interesse per il Vecchio Continente.
L’invasione di Taiwan
«La guida di Hegseth – aggiunge il Post – è straordinaria nella sua descrizione della potenziale invasione di Taiwan, come scenario animatore esclusivo, che deve essere prioritario rispetto ad altri potenziali pericoli, riorientando la vasta architettura militare statunitense verso la regione indo-pacifica oltre la sua missione di difesa della patria». E così, quasi come una reazione pavloviana, nello Stretto di Taiwan, a soli 24 miglia dall’isola, è ricomparsa minacciosa la sagoma imponente della portaerei cinese Shandong. È la prima volta che la formidabile nave d’assalto s’avvicina, così tanto, alle coste della ‘provincia autonoma’ rivendicata da Pechino. Allarme rosso? Anche se nella complessità dello scenario geopolitico contemporaneo, non puoi mai dare niente per scontato, a prima vista, si tratta di imponenti ‘esercitazioni dimostrative’.
New York Times
O, almeno, così le interpreta il New York Times, attribuendo il loro svolgimento alla volontà del governo di Pechino di mandare un preciso segnale, a Washington e a Taipei, e cioè un avvertimento al Presidente taiwanese, Lai Ching-te, che aveva bollato la Cina come «forza straniera ostile». «A volte – scrive il Times – l’esercito cinese non spiega perché tiene esercitazioni. In questo caso, però, i funzionari e i resoconti dei media statali sono stati chiari: “Questa è una punizione severa per le dilaganti provocazioni pro-indipendenza dell’Amministrazione Lai Ching-te”», ha affermato il portavoce dell’Ufficio del governo cinese per gli affari di Taiwan. E scava scava, ci si accorge che lo spettacolare show militare di Pechino, attuato in questa fase nello Stretto di Taiwan, ha sicuramente calcoli geopolitici molto più ampi alle spalle.
Niente si muove per caso
Il colosso asiatico offre una dimostrazione di potenza, e lancia quasi un guanto di sfida, proprio mentre Trump è impegnato con tutte le sue forze in altri scacchieri. Nel muro contro muro di Taiwan c’entra di tutto, dal controllo dell’Indo-Pacifico alla competizione strategica, fino alla più prosaica concorrenza commerciale. Dazi doganali compresi. Fa tutto parte di un unico pacchetto diplomatico e Pechino gioca le sue carte in modo spregiudicato. Così, secondo il South China Morning Post di Hong Kong, non è un caso se il dispiegamento della potenza di fuoco cinese, questa volta, raggiunga livelli quasi record. Vuole essere una risposta, precisa e ‘parallela’, alle mosse della Casa Bianca, che sta accelerando la dottrina del ‘containment’. Il vecchio principio del ‘cordone sanitario’, una sorta di cortina geopolitica di Stati-cuscinetto, piazzati tutti intorno all’avversario per isolarlo e tenerlo a bada.
Risposta in proporzione alla sfida
La reazione cinese è stata amplificata a conclusione della prima visita ufficiale del Segretario alla Difesa statunitense, Pete Hegseth, nelle Filippine e in Giappone, sostiene il Morning Post. Durante il viaggio, conclusosi domenica, Hegseth ha chiesto un’alleanza più forte «per contrastare l’aggressione della Cina nella regione». Ora, sembra di capire, a Pechino temono che la forte caratterizzazione anti-cinese dell’Amministrazione Trump, di cui parlavamo all’inizio, possa sostenere le velleità indipendentiste del nuovo Presidente taiwanese Lai. Lo ribadisce anche l’analisi del Financial Times, che spiega come, negli ultimi mesi, Lai abbia adottato misure «per rafforzare la posizione difensiva di Taiwan, organizzando le esercitazioni di mobilitazione per la difesa civile più impegnative degli ultimi decenni. Inoltre, ha annunciato piani per ripristinare i processi militari in tempo di pace e per contrastare le operazioni di infiltrazione e influenza cinesi».
‘Pechino agitatore internazionale’
«Il Ministero della Difesa di Taiwan – prosegue il giornale londinese – ha affermato che l’escalation delle attività militari della Cina nella regione sta sfidando l’ordine internazionale e la stabilità regionale, aggiungendo che Pechino sta diventando il più grande ‘agitatore’ agli occhi della comunità internazionale». Addirittura, quasi a spiegare la complessità delle motivazioni che stanno dietro il contenzioso per l’isola, gli analisti del Financial Times ricordano che il governo di Taiwan accusa i produttori di chip cinesi, di «bracconaggio illegale di ingegneri».
Resta il fatto che il quasi contemporaneo arrivo al potere di Lai e Trump ha cambiato molti equilibri, nel Mar Cinese meridionale. E che l’effetto domino di questo processo si scaricherà, a cascata, su tutte le crisi internazionali, dall’Ucraina al Medio Oriente.
Fonte
Linee della ‘Heritage Foundation’
Un promemoria interno segreto che porta l’impronta della conservatrice Heritage Foundation. Compresi alcuni passaggi che sono quasi duplicazioni, parola per parola, del testo pubblicato dal think tank l’anno scorso (Progetto 2025 n.d.r.). Certo, gli analisti internazionali si erano già orientati, interpretando in questa chiave i vistosi cambiamenti della ‘foreign policy’ americana. Ora, il rilancio del nuovo modello di difesa (tutto da verificare) fatto dal WP, conferma lo spostamento dell’interesse statunitense verso l’Asia e la perdita di interesse per il Vecchio Continente.
L’invasione di Taiwan
«La guida di Hegseth – aggiunge il Post – è straordinaria nella sua descrizione della potenziale invasione di Taiwan, come scenario animatore esclusivo, che deve essere prioritario rispetto ad altri potenziali pericoli, riorientando la vasta architettura militare statunitense verso la regione indo-pacifica oltre la sua missione di difesa della patria». E così, quasi come una reazione pavloviana, nello Stretto di Taiwan, a soli 24 miglia dall’isola, è ricomparsa minacciosa la sagoma imponente della portaerei cinese Shandong. È la prima volta che la formidabile nave d’assalto s’avvicina, così tanto, alle coste della ‘provincia autonoma’ rivendicata da Pechino. Allarme rosso? Anche se nella complessità dello scenario geopolitico contemporaneo, non puoi mai dare niente per scontato, a prima vista, si tratta di imponenti ‘esercitazioni dimostrative’.
New York Times
O, almeno, così le interpreta il New York Times, attribuendo il loro svolgimento alla volontà del governo di Pechino di mandare un preciso segnale, a Washington e a Taipei, e cioè un avvertimento al Presidente taiwanese, Lai Ching-te, che aveva bollato la Cina come «forza straniera ostile». «A volte – scrive il Times – l’esercito cinese non spiega perché tiene esercitazioni. In questo caso, però, i funzionari e i resoconti dei media statali sono stati chiari: “Questa è una punizione severa per le dilaganti provocazioni pro-indipendenza dell’Amministrazione Lai Ching-te”», ha affermato il portavoce dell’Ufficio del governo cinese per gli affari di Taiwan. E scava scava, ci si accorge che lo spettacolare show militare di Pechino, attuato in questa fase nello Stretto di Taiwan, ha sicuramente calcoli geopolitici molto più ampi alle spalle.
Niente si muove per caso
Il colosso asiatico offre una dimostrazione di potenza, e lancia quasi un guanto di sfida, proprio mentre Trump è impegnato con tutte le sue forze in altri scacchieri. Nel muro contro muro di Taiwan c’entra di tutto, dal controllo dell’Indo-Pacifico alla competizione strategica, fino alla più prosaica concorrenza commerciale. Dazi doganali compresi. Fa tutto parte di un unico pacchetto diplomatico e Pechino gioca le sue carte in modo spregiudicato. Così, secondo il South China Morning Post di Hong Kong, non è un caso se il dispiegamento della potenza di fuoco cinese, questa volta, raggiunga livelli quasi record. Vuole essere una risposta, precisa e ‘parallela’, alle mosse della Casa Bianca, che sta accelerando la dottrina del ‘containment’. Il vecchio principio del ‘cordone sanitario’, una sorta di cortina geopolitica di Stati-cuscinetto, piazzati tutti intorno all’avversario per isolarlo e tenerlo a bada.
Risposta in proporzione alla sfida
La reazione cinese è stata amplificata a conclusione della prima visita ufficiale del Segretario alla Difesa statunitense, Pete Hegseth, nelle Filippine e in Giappone, sostiene il Morning Post. Durante il viaggio, conclusosi domenica, Hegseth ha chiesto un’alleanza più forte «per contrastare l’aggressione della Cina nella regione». Ora, sembra di capire, a Pechino temono che la forte caratterizzazione anti-cinese dell’Amministrazione Trump, di cui parlavamo all’inizio, possa sostenere le velleità indipendentiste del nuovo Presidente taiwanese Lai. Lo ribadisce anche l’analisi del Financial Times, che spiega come, negli ultimi mesi, Lai abbia adottato misure «per rafforzare la posizione difensiva di Taiwan, organizzando le esercitazioni di mobilitazione per la difesa civile più impegnative degli ultimi decenni. Inoltre, ha annunciato piani per ripristinare i processi militari in tempo di pace e per contrastare le operazioni di infiltrazione e influenza cinesi».
‘Pechino agitatore internazionale’
«Il Ministero della Difesa di Taiwan – prosegue il giornale londinese – ha affermato che l’escalation delle attività militari della Cina nella regione sta sfidando l’ordine internazionale e la stabilità regionale, aggiungendo che Pechino sta diventando il più grande ‘agitatore’ agli occhi della comunità internazionale». Addirittura, quasi a spiegare la complessità delle motivazioni che stanno dietro il contenzioso per l’isola, gli analisti del Financial Times ricordano che il governo di Taiwan accusa i produttori di chip cinesi, di «bracconaggio illegale di ingegneri».
Resta il fatto che il quasi contemporaneo arrivo al potere di Lai e Trump ha cambiato molti equilibri, nel Mar Cinese meridionale. E che l’effetto domino di questo processo si scaricherà, a cascata, su tutte le crisi internazionali, dall’Ucraina al Medio Oriente.
Fonte
04/04/2025
Il Pacifico dei guerrieri americani
Dalle voci su un prossimo incontro tra Donald Trump e Xi Jinping, al gelo tra Cina e Stati Uniti. Il segretario alla difesa Usa Hegseth: “fermeremo l’aggressione dei comunisti cinesi”.
A convincere Pechino che non c’è da fidarsi dell’amministrazione repubblicana sono stati non soltanto i dazi sulle merci importate dalla Cina, che Trump ha aumentato del 20 per cento (e oggi potrebbero esserne annunciati altri, durante il “Liberation Day”), ma anche i primi passi del nuovo governo Usa nel Pacifico.
La settimana scorsa, durante il suo viaggio in Asia, Pete Hegseth ha esposto con questo discorso la visione strategica del Pentagono per quanto riguarda l’Indo-Pacifico. Il succo è che gli Usa intendono mantenere l’egemonia nella regione, le parole di Hegseth sono state a tal proposito molto chiare, e il tono da Guerra fredda:
Il ministro di Trump (che ha partecipato alle guerre in Iraq e Afghanistan) non ha fatto alcun riferimento diretto a Taiwan. Del resto nei contatti delle scorse settimane Pechino aveva sempre ribadito a Washington che quella di Taiwan (ovvero l’inviolabilità del principio “una sola Cina”) rappresenta una linea rossa, da non valicare.
Tuttavia nelle scorse settimane il dipartimento di stato ha cancellato dal suo sito internet la frase «non sosteniamo l’indipendenza di Taiwan», facendo aumentare a Pechino i sospetti che anche Trump, così come il suo predecessore, Joe Biden, voglia rafforzare il sostegno militare all’isola e all’“indipendentista” del Partito progressista democratico (Dpp) al governo.
Il discorso di Hegseth a Honolulu era stato preceduto dall’iniziativa del presidente di Taiwan, di William Lai Ching-te (leader del Dpp, autodefinitosi un “lavoratore pragmatico per l’indipendenza di Taiwan”), che, il 13 marzo scorso, ha definito la Repubblica popolare cinese una “forza straniera ostile” e ha proposto un pacchetto di 17 provvedimenti, tra i quali la reintroduzione della corte marziale in tempo di pace, per combattere «i tentativi di infiltrazione e di spionaggio della Cina nell’esercito»; un “obbligo di dichiarazione” per i funzionari taiwanesi che intendano visitare la Repubblica popolare cinese; e requisiti più stringenti per ottenere la residenza a Taiwan per chi arriva dalla Cina continentale, Hong Kong e Macao.
Un programma per realizzare il quale servirebbe una maggioranza che probabilmente Lai non otterrà in parlamento. Per Pechino si tratta comunque di un inaccettabile tentativo di separare i “compatrioti di Taiwan” dalla madrepatria.
Pechino ha risposto con una esercitazione militare intorno all’isola iniziata martedì 2 aprile, alla quale hanno preso parte una ventina di navi da guerra guidate dalla portaerei “Shandong”, bombardieri strategici armati con vettori ipersonici, caccia invisibili, la forza missilistica dell’Esercito popolare (Epl) di liberazione e la guardia costiera (implementando la strategia di fusione civile-militare).
Il portavoce militare, Shi Yi, ha dichiarato che il war game è stato un «severo avvertimento e un forte deterrente per le forze separatiste dell’indipendenza di Taiwan, un’azione legittima e necessaria per difendere la sovranità e salvaguardare l’unità nazionale».
Le continue esercitazioni segnalano che Pechino si sta preparando a uno scenario di guerra nello Stretto: l’Epl ammodernato nell’ultimo decennio possiede ormai i mezzi necessari per un blocco navale o un’invasione di Taiwan.
Tuttavia non è ancora chiaro come Trump – al momento concentrato sui dazi e sull’Ucraina, mentre Gaza è stata abbandonata all’arbitrio di Israele – intenda giocarsi la “carta” Taiwan, se per innervosire la leadership di Pechino o, al contrario, come pedina di scambio nell’ambito di un accordo più ampio (commerciale anzitutto) con la Cina, che non si può ancora escludere.
Fonte
A convincere Pechino che non c’è da fidarsi dell’amministrazione repubblicana sono stati non soltanto i dazi sulle merci importate dalla Cina, che Trump ha aumentato del 20 per cento (e oggi potrebbero esserne annunciati altri, durante il “Liberation Day”), ma anche i primi passi del nuovo governo Usa nel Pacifico.
La settimana scorsa, durante il suo viaggio in Asia, Pete Hegseth ha esposto con questo discorso la visione strategica del Pentagono per quanto riguarda l’Indo-Pacifico. Il succo è che gli Usa intendono mantenere l’egemonia nella regione, le parole di Hegseth sono state a tal proposito molto chiare, e il tono da Guerra fredda:
Ripristinando l’ethos guerriero, le forze statunitensi assegnate all’Indo-Pacifico saranno le forze meglio addestrate e meglio equipaggiate al mondo. […] Lavoreremo con i nostri alleati e partner per fermare i comunisti cinesi e la loro aggressione nell’Indo-Pacifico.[…] La nostra missione è evitare la guerra, ma se sarà necessario, assieme sconfiggeremo e distruggeremo i nostri nemici. […] Nessuno deve mettere in dubbio la determinazione degli Stati Uniti d’America nel difendere i nostri interessi nell’Indo-Pacifico e oltre.Hegseth ha ribadito l’attualità della strategia reaganiana “Pace attraverso la fermezza” (Peace through strength), che implica il potenziamento degli eserciti e il riarmo, degli Stati Uniti e dei loro alleati in Asia, invocato esplicitamente dal segretario alla difesa.
Il ministro di Trump (che ha partecipato alle guerre in Iraq e Afghanistan) non ha fatto alcun riferimento diretto a Taiwan. Del resto nei contatti delle scorse settimane Pechino aveva sempre ribadito a Washington che quella di Taiwan (ovvero l’inviolabilità del principio “una sola Cina”) rappresenta una linea rossa, da non valicare.
Tuttavia nelle scorse settimane il dipartimento di stato ha cancellato dal suo sito internet la frase «non sosteniamo l’indipendenza di Taiwan», facendo aumentare a Pechino i sospetti che anche Trump, così come il suo predecessore, Joe Biden, voglia rafforzare il sostegno militare all’isola e all’“indipendentista” del Partito progressista democratico (Dpp) al governo.
Il discorso di Hegseth a Honolulu era stato preceduto dall’iniziativa del presidente di Taiwan, di William Lai Ching-te (leader del Dpp, autodefinitosi un “lavoratore pragmatico per l’indipendenza di Taiwan”), che, il 13 marzo scorso, ha definito la Repubblica popolare cinese una “forza straniera ostile” e ha proposto un pacchetto di 17 provvedimenti, tra i quali la reintroduzione della corte marziale in tempo di pace, per combattere «i tentativi di infiltrazione e di spionaggio della Cina nell’esercito»; un “obbligo di dichiarazione” per i funzionari taiwanesi che intendano visitare la Repubblica popolare cinese; e requisiti più stringenti per ottenere la residenza a Taiwan per chi arriva dalla Cina continentale, Hong Kong e Macao.
Un programma per realizzare il quale servirebbe una maggioranza che probabilmente Lai non otterrà in parlamento. Per Pechino si tratta comunque di un inaccettabile tentativo di separare i “compatrioti di Taiwan” dalla madrepatria.
Pechino ha risposto con una esercitazione militare intorno all’isola iniziata martedì 2 aprile, alla quale hanno preso parte una ventina di navi da guerra guidate dalla portaerei “Shandong”, bombardieri strategici armati con vettori ipersonici, caccia invisibili, la forza missilistica dell’Esercito popolare (Epl) di liberazione e la guardia costiera (implementando la strategia di fusione civile-militare).
Il portavoce militare, Shi Yi, ha dichiarato che il war game è stato un «severo avvertimento e un forte deterrente per le forze separatiste dell’indipendenza di Taiwan, un’azione legittima e necessaria per difendere la sovranità e salvaguardare l’unità nazionale».
Le continue esercitazioni segnalano che Pechino si sta preparando a uno scenario di guerra nello Stretto: l’Epl ammodernato nell’ultimo decennio possiede ormai i mezzi necessari per un blocco navale o un’invasione di Taiwan.
Tuttavia non è ancora chiaro come Trump – al momento concentrato sui dazi e sull’Ucraina, mentre Gaza è stata abbandonata all’arbitrio di Israele – intenda giocarsi la “carta” Taiwan, se per innervosire la leadership di Pechino o, al contrario, come pedina di scambio nell’ambito di un accordo più ampio (commerciale anzitutto) con la Cina, che non si può ancora escludere.
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