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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/02/2026

La Cina minacciata: città e postazioni militari a tiro di missile da Taiwan

La tensione nel Mar Cinese Meridionale raggiunge nuovi picchi dopo le indiscrezioni arrivate da ambito politico e militare al giornale di Taipei Liberty Times: le forze armate di Taiwan starebbero valutando di dispiegare missili statunitensi fino a poche decine di chilometri di distanza dalla costa cinese.

Il quotidiano ha riportato che c’è la volontà di portare il sistema HIMARS sulle isole di Penghu e Dongyin e, mettendolo in combinazione con i missili ATACMS, minacciare direttamente l’entroterra della Repubblica Popolare. Con una gittata che si aggirerebbe intorno ai 300 chilometri, Taipei potrebbe colpire porti, aeroporti e postazioni dell’esercito del Dragone nelle regioni del Fujian e dello Zhejiang.

La notizia è arrivata poco dopo le esercitazioni taiwanesi svoltesi alla fine di gennaio. Dopo un lungo e strano silenzio, alla fine lo scorso 10 febbraio il Ministero della Difesa di Pechino ha lanciato un monito molto duro. Il portavoce del dicastero, Jiang Bin, ha dichiarato che questo tipo di iniziative sono pericolose e provocatorie, e possono portare a un “disastro devastante”.

La scorsa estate Taipei ha usato il sistema HIMARS in esercitazioni militari, mentre lo scorso dicembre Washington ha dato il via libera alla vendita di ulteriori 420 ATACMS all’arcipelago secessionista. Si tratta di armamenti facenti parte di quello che dovrebbe essere il più grande pacchetto militare fornito dagli USA a Taiwan, di cui l’approvazione è ancora in corso in tutti i suoi dettagli.

Vi sono elementi che preoccupano la sicurezza cinese. Gli ATACMS sono missili che superano di tre volte la velocità del suono, e il cui il profilo di volo raggiunge altitudini che permettono di eludere la maggior parte dei sistemi convenzionali di difesa aerea.

Nell’accordo appena citato, inoltre, è previsto anche il possibile acquisto di 82 HIMARS, piattaforme mobili che segnalano la volontà taiwanese di privilegiare lanciatori spostabili in maniera relativamente veloce rispetto a grandi piattaforme statiche, più vulnerabili a possibili attacchi.

Il giorno successivo alla conferenza stampa di Jiang Bin, il presidente di Taiwan, Lai Ching-te, ne ha tenuta una a sua volta per sostenere il significativo aumento delle spese militari, fino a oggi bloccato dalle opposizioni. “Anche i vicini dell’Indo-Pacifico – ha detto Lai – hanno aumentato la spesa per la difesa in risposta alla crescente aggressione militare della Cina”.

Ma il Dragone non sta minacciando nessuno: l’arcipelago guidato da Taipei è riconosciuto come paese indipendente da una manciata di capitali, mentre gli stessi Stati Uniti seguono la dottrina del riconoscimento internazionale di “una sola Cina”. Inoltre, il dispiegamento di tali armamenti da parte di Taiwan sembra in contrasto anche con il Taiwan Relations Act del 1979, che regola i rapporti tra il paese e Washington.

Secondo il trattato, gli Stati Uniti si impegnano a fornire esclusivamente “armi di carattere difensivo”. La natura degli ATACMS e il loro posizionamento rappresentano un evidente superamento dei termini dell’accordo. L’asse imperialismo guidato dalla Casa Bianca sta accentuando le tensioni lungo tutta la First Island Chain, rischiando di rendere l’Indo-Pacifico un settore ipermilitarizzato, più di quello che è già ora.

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28/07/2025

Taiwan - Il tentativo di rimuovere 24 deputati considerati ‘filo-cinesi’ è fallito

Sabato si è svolto un voto particolare a Taiwan, che segna una dura sconfitta per la linea dura verso Pechino. La tornata elettorale indetta per rimuovere 24 deputati appartenenti al partito del Kuomintang (KMT), che si trova su posizioni più concilianti nel rapporto con la Cina, non ha portato alla destituzione di alcun parlamentare.

Alle elezioni presidenziali svoltesi l’anno scorso nell’arcipelago, considerato dalla Cina come una provincia separatista e non riconosciuto come paese indipendente da quasi nessun governo al mondo, a risultare vincitore era stato Lai Ching-te, del DPP, il Partito Progressista Democratico. La maggioranza relativa del Parlamento era però andata al KMT.

Il DPP aveva dunque cominciato immediatamente una campagna per denunciare la volontà dell’opposizione di paralizzare la vita politica del paese. E anche quella di indebolire gli sforzi per assicurarsi una deterrenza adeguata alla spesso sbandierata ‘minaccia’ cinese, poiché il KMT, insieme ai deputati di un altro partito, il TPP, volevano congelare dei fondi destinati alla difesa.

Per mesi si è sviluppato un movimento di protesta contro queste due forze, che insieme detengono la maggioranza assoluta dell’Aula di Taipei. In questo contesto è stata lanciata una raccolta firme per indire il voto di revoca di 24 parlamentari. Principale promotore di questa iniziativa è stato Robert Tsao.

Tsao è un miliardario famoso per aver dato vita al colosso dei chip United Microelectronics Corporation (UMC). In passato c’era stata qualche tensione tra lui e il governo di Taiwan, poiché aveva deciso di portare alcune attività nella Cina continentale. Negli ultimi anni, invece, si è impegnato nettamente in iniziative finalizzate alla lotta contro Pechino e alla militarizzazione della società del paese.

La raccolta firme è stata un’altra mossa in questa direzione. Ovviamente, la rimozione dei parlamentari aveva trovato il sostegno del presidente Lai. In un recente discorso aveva affermato: “attraverso le elezioni e i voti di revoca, volta dopo volta, elimineremo le impurità come si fa con il ferro per ottenere l’acciaio, ed è così che difenderemo Taiwan”.

Una retorica dai tratti autoritari e bellicisti, che aveva suscitato reazioni di critica anche sui media statali cinesi. Il DPP ha giocato la carta di una serrata della dialettica politica interna, usando la questione dell’atteggiamento verso la Repubblica Popolare Cinese quale terreno su cui raccogliere forze.

In nessuno dei 24 casi, però, questa strategia ha funzionato, con qualche sorpresa anche per lo stesso KMT. Il 23 agosto ci sarà un’altra tornata elettorale contro altri 7 parlamentari, ma è evidente che la sconfitta di sabato potrebbe far desistere da questa iniziativa. Il voto ha mostrato una società polarizzata e, comunque, non una grande volontà a esacerbare i rapporti con Pechino.

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11/04/2025

L'esercito Usa puntato sulla Cina

Un rapporto segreto del Pentagono, pubblicato dal Washington Post, spiega come sono state rivoluzionare le strategie militari degli Stati Uniti. «L’esercito statunitense riorientato per dare priorità alla prevenzione dell’occupazione di Taiwan da parte della Cina. Assumendosi rischi in Europa e in altre parti del mondo».

Linee della ‘Heritage Foundation’

Un promemoria interno segreto che porta l’impronta della conservatrice Heritage Foundation. Compresi alcuni passaggi che sono quasi duplicazioni, parola per parola, del testo pubblicato dal think tank l’anno scorso (Progetto 2025 n.d.r.). Certo, gli analisti internazionali si erano già orientati, interpretando in questa chiave i vistosi cambiamenti della ‘foreign policy’ americana. Ora, il rilancio del nuovo modello di difesa (tutto da verificare) fatto dal WP, conferma lo spostamento dell’interesse statunitense verso l’Asia e la perdita di interesse per il Vecchio Continente.

L’invasione di Taiwan

«La guida di Hegseth – aggiunge il Postè straordinaria nella sua descrizione della potenziale invasione di Taiwan, come scenario animatore esclusivo, che deve essere prioritario rispetto ad altri potenziali pericoli, riorientando la vasta architettura militare statunitense verso la regione indo-pacifica oltre la sua missione di difesa della patria». E così, quasi come una reazione pavloviana, nello Stretto di Taiwan, a soli 24 miglia dall’isola, è ricomparsa minacciosa la sagoma imponente della portaerei cinese Shandong. È la prima volta che la formidabile nave d’assalto s’avvicina, così tanto, alle coste della ‘provincia autonoma’ rivendicata da Pechino. Allarme rosso? Anche se nella complessità dello scenario geopolitico contemporaneo, non puoi mai dare niente per scontato, a prima vista, si tratta di imponenti ‘esercitazioni dimostrative’.

New York Times

O, almeno, così le interpreta il New York Times, attribuendo il loro svolgimento alla volontà del governo di Pechino di mandare un preciso segnale, a Washington e a Taipei, e cioè un avvertimento al Presidente taiwanese, Lai Ching-te, che aveva bollato la Cina come «forza straniera ostile». «A volte – scrive il Timesl’esercito cinese non spiega perché tiene esercitazioni. In questo caso, però, i funzionari e i resoconti dei media statali sono stati chiari: “Questa è una punizione severa per le dilaganti provocazioni pro-indipendenza dell’Amministrazione Lai Ching-te”», ha affermato il portavoce dell’Ufficio del governo cinese per gli affari di Taiwan. E scava scava, ci si accorge che lo spettacolare show militare di Pechino, attuato in questa fase nello Stretto di Taiwan, ha sicuramente calcoli geopolitici molto più ampi alle spalle.

Niente si muove per caso

Il colosso asiatico offre una dimostrazione di potenza, e lancia quasi un guanto di sfida, proprio mentre Trump è impegnato con tutte le sue forze in altri scacchieri. Nel muro contro muro di Taiwan c’entra di tutto, dal controllo dell’Indo-Pacifico alla competizione strategica, fino alla più prosaica concorrenza commerciale. Dazi doganali compresi. Fa tutto parte di un unico pacchetto diplomatico e Pechino gioca le sue carte in modo spregiudicato. Così, secondo il South China Morning Post di Hong Kong, non è un caso se il dispiegamento della potenza di fuoco cinese, questa volta, raggiunga livelli quasi record. Vuole essere una risposta, precisa e ‘parallela’, alle mosse della Casa Bianca, che sta accelerando la dottrina del ‘containment’. Il vecchio principio del ‘cordone sanitario’, una sorta di cortina geopolitica di Stati-cuscinetto, piazzati tutti intorno all’avversario per isolarlo e tenerlo a bada.

Risposta in proporzione alla sfida

La reazione cinese è stata amplificata a conclusione della prima visita ufficiale del Segretario alla Difesa statunitense, Pete Hegseth, nelle Filippine e in Giappone, sostiene il Morning Post. Durante il viaggio, conclusosi domenica, Hegseth ha chiesto un’alleanza più forte «per contrastare l’aggressione della Cina nella regione». Ora, sembra di capire, a Pechino temono che la forte caratterizzazione anti-cinese dell’Amministrazione Trump, di cui parlavamo all’inizio, possa sostenere le velleità indipendentiste del nuovo Presidente taiwanese Lai. Lo ribadisce anche l’analisi del Financial Times, che spiega come, negli ultimi mesi, Lai abbia adottato misure «per rafforzare la posizione difensiva di Taiwan, organizzando le esercitazioni di mobilitazione per la difesa civile più impegnative degli ultimi decenni. Inoltre, ha annunciato piani per ripristinare i processi militari in tempo di pace e per contrastare le operazioni di infiltrazione e influenza cinesi».

‘Pechino agitatore internazionale’

«Il Ministero della Difesa di Taiwan – prosegue il giornale londinese – ha affermato che l’escalation delle attività militari della Cina nella regione sta sfidando l’ordine internazionale e la stabilità regionale, aggiungendo che Pechino sta diventando il più grande ‘agitatore’ agli occhi della comunità internazionale». Addirittura, quasi a spiegare la complessità delle motivazioni che stanno dietro il contenzioso per l’isola, gli analisti del Financial Times ricordano che il governo di Taiwan accusa i produttori di chip cinesi, di «bracconaggio illegale di ingegneri».

Resta il fatto che il quasi contemporaneo arrivo al potere di Lai e Trump ha cambiato molti equilibri, nel Mar Cinese meridionale. E che l’effetto domino di questo processo si scaricherà, a cascata, su tutte le crisi internazionali, dall’Ucraina al Medio Oriente.

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30/05/2024

Taiwan nel caos. Pechino ribadisce la linea di “una sola Cina”

Taiwan è reduce da giorni di tensione e caos. Già prima dell’insediamento del nuovo presidente del Partito Democratico Progressista Lai Ching-te, si è acceso lo scontro istituzionale con il Parlamento, dove l’opposizione, costituita dal Koumintang e dal Partito Popolare di Taiwan, è in maggioranza. È stato, infatti, presentato un disegno di legge che intende obbligare il Presidente e altri funzionari a riferire in parlamento rispetto ad alcuni temi caldi quali gli accordi diplomatici e acquisti di armi, fino ad ora rimasti segreti, pena sanzioni fino a 3 anni di carcere. Tale disegno di legge ha provocato le proteste all’esterno dell’aula parlamentare da parte degli indipendentisti e sostenitori del Partito Democratico Progressista.

Ad incendiare la situazione ci ha pensato, poi, il discorso d’insediamento del nuovo Presidente, che, si ricorda, è il primo della storia del paese ad essere stato eletto con meno del 50% dei voti, grazie alla divisione delle opposizioni.

“Abbiamo una nazione nella misura in cui abbiamo la sovranità. Proprio nel primo capitolo della nostra Costituzione si legge che la sovranità della Repubblica cinese risiede nell’insieme dei cittadini e che le persone che possiedono la nazionalità della Repubblica di Cina sono cittadini della Repubblica di Cina. Questi due articoli dicono chiaramente la Repubblica di Cina e la Repubblica Popolare Cinese non sono subordinate l’una all’altra. Tutto il popolo di Taiwan deve unirsi per salvaguardare la nostra nazione, tutti i nostri partiti politici dovrebbero opporsi all’annessione e proteggere la sovranità. Nessuno dovrebbe prendere in considerazione l’idea di rinunciare alla nostra sovranità nazionale in cambio del potere politico. Finché ci identifichiamo con Taiwan, Taiwan appartiene a tutti noi, a tutti i popoli di Taiwan indipendentemente dall’etnia. Alcuni chiamano questa terra la Repubblica di Cina altri la chiamano Repubblica di Cina Taiwan e altri ancora Taiwan”.

Si tratta chiaramente dell’esposizione di una teoria dei due stati separati, con tanto di sottolineatura sulla denominazione che, per altro, non coincide affatto nemmeno con la Costituzione di Taiwan.

Successivamente, Lai rincara la dose, affrontando il tema dei rapporti con la Repubblica Popolare: “Di fronte alle numerose minacce e tentativi di infiltrazione da parte della Cina, dobbiamo dimostrare la nostra determinazione nel difendere la nostra nazione e dobbiamo anche aumentare la nostra consapevolezza in materia di difesa e rafforzare il nostro quadro giuridico per la sicurezza nazionale. Ciò significa promuovere attivamente il piano d’azione dei quattro pilastri della pace: rafforzamento della difesa nazionale, maggiore sicurezza economica, leadership stabile basata sulla relazione tra le due sponde dello stretto e la diplomazia basata sui valori. Stando fianco a fianco con altri paesi democratici possiamo formare una comunità globale pacifica, in grado di dimostrare la forza della deterrenza e prevenire la guerra, in modo tale da raggiungere il nostro obiettivo di pace attraverso la forza”.

Pertanto, il neopresidente taiwanese conferma di voler continuare la collaborazione militare con gli USA e s’inserisce anche nella narrativa ideologica bellicista delle democrazie che devono collaborare contro le autocrazie. Rispetto ai suoi predecessori, anche appartenenti al Partito Democratico Progressista, inoltre, non fa alcun cenno, nemmeno formale, al “consenso del ‘92”, un trattato politico semi-ufficiale che regola il rapporto fra le due sponde dello Stretto di Taiwan, secondo cui entrambe le parti si riconoscono nel principio di “Una sola Cina”, pur non concordando su quale essa sia. Formalmente, infatti, sia la Repubblica Popolare Cinese, sia la Repubblica di Cina rivendicano la sovranità sia sulla Cina continentale che sull’Arcipelago di Taiwan.

Il discorso di Lai, come si può ben capire, rompe totalmente con questo schema, scatenando una reazione furiosa da parte di Pechino. Il Ministro degli esteri Wang Yi, che si trovava ad Astana per il vertice della SCO, ha affermato: “I cambiamenti della situazione sull’isola di Taiwan non modificheranno i fatti storici e giuridici secondo cui l’isola fa parte della Cina, o la tendenza storica alla riunificazione nazionale, che è inevitabile. Le attività separatiste delle forze a favore dell’indipendenza di Taiwan rappresentano la sfida più seria all’ordine internazionale, oltre che la più grande minaccia alla pace e alla stabilità nello Stretto”. Tuttavia, esse “non saranno in grado di impedire alla Cina di realizzare la completa riunificazione e Taiwan tornerà sicuramente nelle braccia della madrepatria. Tutti i separatisti dell’indipendenza di Taiwan saranno inchiodati al pilastro della vergogna della storia”.

Successivamente sono iniziate delle esercitazioni militari da parte dell’Esercito Popolare di Liberazione che hanno simulato un blocco navale totale su tutto l’arcipelago: navi da guerra e aerei militari hanno circondato sia l’isola principale che quelle più piccole, simulando attacchi aerei e trasferimenti di truppe fra varie imbarcazioni. La linea mediana dello stretto di Taiwan, che fa da confine informale fra i due paesi, è stata abbondantemente violata. Le esercitazioni sono terminate nella notte del 24 maggio e hanno coinvolto più uomini e mezzi di quelle che seguirono la provocatoria visita a Taiwan di Nancy Pelosi ad agosto del 2022.

Successivamente, Lai Ching-te ha provato a smorzare i toni: “La pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan sono un elemento necessario per la sicurezza e la prosperità globale. Ho anche invitato la Cina ad assumersi insieme a Taiwan l’importante responsabilità della stabilità regionale. Non vedo l’ora di rafforzare la comprensione reciproca e la riconciliazione attraverso gli scambi e la cooperazione con la Cina... e di muoverci verso una posizione di pace e prosperità comune”.

Da parte sua, l’Amministrazione USA non si è espressa con figure di rilievo, né sul discorso d’insediamento di Lai, né sulle esercitazioni militari della Cina. Si è limitata a diffondere una dichiarazione del Dipartimento di Stato nella quale si è detta “molto preoccupata” dell’esercitazione militare e invitando alla moderazione.

Tuttavia, è già in atto un’altra provocazione: una delegazione bipartisan di membri del Congresso USA è già in visita sull’isola, dove rimarranno fino al 30 maggio. Ovviamente incontreranno Lai e probabilmente parleranno di questioni militari e di invio di armi. Si ricorda che Taiwan è inclusa fra i destinatari del maxi pacchetto di 95 miliardi di aiuti miliari approvati dal Congresso lo scorso aprile e che le sua forze armate sono sempre più integrate nel comando USA dell’Indo-Pacifico

La tensione, dunque, non accenna a diminuire. Sono molteplici i legami politico-militari stabiliti nel tempo con gli USA che la Repubblica Popolare Cinese dovrà spezzare per procedere alla riunificazione con Taiwan. Allo stato attuale, appare molto complicato pensare ad un percorso simile a quello che ha portato ad ottenere la decolonizzazione di Hong Kong e Macao negli anni ’90. Lo scontro militare pare nel novero delle opzioni possibili, nonostante Pechino sembri intenzionata a fare di tutto per evitarlo.

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