Comincia oggi la visita di cinque giorni di Cheng Li-wun, leader del Kuomintang (KMT), nella Repubblica Popolare Cinese. La guida dell’opposizione parlamentare a Taiwan è in missione diplomatica nella Cina continentale, dove visiterà il Jiangsu e Shanghai, e potrebbe incontrare faccia a faccia anche il presidente cinese Xi Jinping, anche se ciò potrebbe essere visto come un’ingerenza eccessiva nella politica di Taipei.
Cheng Li-wun è stata invitata dal presidente cinese e ha risposto positivamente all’invito, che dalla leader del KMT viene visto come un’occasione per perorare la sua linea politica intorno ai rapporti col Dragone. Si tratta di una scelta significativa in un momento di acceso dibattito interno, con importanti riverberi sulle relazioni in tutta la regione dell’Indo-Pacifico.
È la prima volta in dieci anni che un presidente in carica del principale partito d’opposizione mette piede sul suolo cinese, e l’obiettivo dichiarato da Cheng Li-wun è chiaro: riaprire i canali di dialogo congelati dal 2016 per garantire rapporti stabili e amichevoli. All’interno di Taiwan si sta infatti consumando un duro scontro politico intorno alla spesa militare, e come questa debba essere intesa nella relazione con Pechino.
È innanzitutto Washington a spingere per l’approvazione di un piano di riarmo del valore di circa 39 miliardi di dollari, un po’ per motivi geostrategici, un po’ perché sa che le armi verranno acquistate dalle imprese stelle-e-strisce. Cheng Li-wun propone una spesa drasticamente minore, intorno agli 11 miliardi, sostenendo il dialogo basato sul “Consenso del 1992”.
Il “Consenso” è un’intesa non ufficiale, risalente al 1992, che vedrebbe accettata l’idea che esista “una sola Cina”, senza chiarire quale sia questa “Cina”. Bisogna ricordare che sono pochissimi i paesi che riconoscono Taiwan come stato autonomo. Per molti, il “Consenso” significa accettare la politica di “un paese, due sistemi” perorato dalla Repubblica Popolare, che significherebbe l’unità sotto Pechino, seppur mantenendo sistemi di governance specifici per specifiche regioni (come Hong Kong a Macao).
Per Cheng Li-wun, il “Consenso” è il percorso migliore per evitare l’esplosione delle tensioni e garantire benessere alla popolazioni con scambi equi tra le due economie, ma all’interno del suo stesso partito non tutti la pensano allo stesso modo. Lu Shiow-yen, sindaca della seconda città di Taiwan, Taichung, ha invocato un budget per la difesa di oltre 30 miliardi di dollari, mentre Eric Chu Li-luan, ex presidente del KMT sembra convergere su cifre simili, temendo che una linea troppo morbida possa alienare il supporto di Washington.
Inoltre, il governo di Taipei, guidato dal Partito Progressista Democratico (PPD), legge tra le righe dell’invito da parte di Xi Jinping una strategia ben più aggressiva da parte di Pechino. Il Mainland Affairs Council, agenzia dipendente dall’esecutivo dell’arcipelago, potrebbe essere il tentativo da parte della Cina di “internalizzare” la questione taiwanese, presentandola al mondo come un affare domestico cinese proprio a poche settimane dal cruciale summit tra i presidenti del Dragone e degli USA, previsto per metà maggio.
La questione di Taiwan, come ormai è evidente a tutti, è il perno intorno a cui gira la competizione nell’Indo-Pacifico, che sta assumendo sempre più i toni di uno scontro armato, non solo economico. Ad alimentare questa prospettiva è stato anche il Giappone di Sanae Takaichi, che ha più volte sostenuto che la questione di Taiwan viene considerata strategica dal punto di vista della sicurezza nazionale del Sol Levante.
Oltre alle critiche di reminiscenze dell’epoca coloniale, ciò si accompagna alla revisione della legge costituzionale che consente a Tokyo di avere solo forze di “autodifesa”, precludendo qualsiasi proiezione delle forze armate oltre i confini nazionali. Solo pochi giorni fa il PLA Daily, l’organo ufficiale dell’Esercito Popolare di Liberazione, ha accusato il Giappone di star sviluppando in maniera preoccupante la propria industria della difesa in rapporto stretto con il mondo civile.
Nel 2025, il Sol Levante ha stanziato circa 109,6 milioni di dollari per la ricerca sulla transizione tecnologica, una cifra 18 volte superiore a quella del 2022. Nel 2024 è stato istituito l’Istituto di Scienza e Tecnologia per l’Innovazione della Difesa, un ente modellato sulla statunitense DARPA, a coinvolgere aziende civili nello sviluppo di armamenti avanzati. Mitsubishi Heavy Industries ha visto quadruplicare il valore dei propri contratti con il Ministero della Difesa.
C’è un’ultima ombra allungata dall’esercito cinese: se il Giappone abbandonasse i “tre principi non nucleari” (non produrre, non possedere e non introdurre armi atomiche sul territorio), a partire dalla sua industria nucleare civile ha già oltre 44 tonnellate di plutonio pronte, e potrebbe accelerare sulla creazione della sua prima testata atomica.
Un’ipotesi piuttosto azzardata e non di così breve periodo come viene raccontato, ma che segnala il crescere delle tensioni nell’Indo-Pacifico. Per questo la visita di Chen Li-wun rappresenta uno spartiacque importante, in questa fase di guerra condotta in maniera sempre più generalizzata dagli imperialismi.
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28/07/2025
Taiwan - Il tentativo di rimuovere 24 deputati considerati ‘filo-cinesi’ è fallito
Sabato si è svolto un voto particolare a Taiwan, che segna una dura sconfitta per la linea dura verso Pechino. La tornata elettorale indetta per rimuovere 24 deputati appartenenti al partito del Kuomintang (KMT), che si trova su posizioni più concilianti nel rapporto con la Cina, non ha portato alla destituzione di alcun parlamentare.
Alle elezioni presidenziali svoltesi l’anno scorso nell’arcipelago, considerato dalla Cina come una provincia separatista e non riconosciuto come paese indipendente da quasi nessun governo al mondo, a risultare vincitore era stato Lai Ching-te, del DPP, il Partito Progressista Democratico. La maggioranza relativa del Parlamento era però andata al KMT.
Il DPP aveva dunque cominciato immediatamente una campagna per denunciare la volontà dell’opposizione di paralizzare la vita politica del paese. E anche quella di indebolire gli sforzi per assicurarsi una deterrenza adeguata alla spesso sbandierata ‘minaccia’ cinese, poiché il KMT, insieme ai deputati di un altro partito, il TPP, volevano congelare dei fondi destinati alla difesa.
Per mesi si è sviluppato un movimento di protesta contro queste due forze, che insieme detengono la maggioranza assoluta dell’Aula di Taipei. In questo contesto è stata lanciata una raccolta firme per indire il voto di revoca di 24 parlamentari. Principale promotore di questa iniziativa è stato Robert Tsao.
Tsao è un miliardario famoso per aver dato vita al colosso dei chip United Microelectronics Corporation (UMC). In passato c’era stata qualche tensione tra lui e il governo di Taiwan, poiché aveva deciso di portare alcune attività nella Cina continentale. Negli ultimi anni, invece, si è impegnato nettamente in iniziative finalizzate alla lotta contro Pechino e alla militarizzazione della società del paese.
La raccolta firme è stata un’altra mossa in questa direzione. Ovviamente, la rimozione dei parlamentari aveva trovato il sostegno del presidente Lai. In un recente discorso aveva affermato: “attraverso le elezioni e i voti di revoca, volta dopo volta, elimineremo le impurità come si fa con il ferro per ottenere l’acciaio, ed è così che difenderemo Taiwan”.
Una retorica dai tratti autoritari e bellicisti, che aveva suscitato reazioni di critica anche sui media statali cinesi. Il DPP ha giocato la carta di una serrata della dialettica politica interna, usando la questione dell’atteggiamento verso la Repubblica Popolare Cinese quale terreno su cui raccogliere forze.
In nessuno dei 24 casi, però, questa strategia ha funzionato, con qualche sorpresa anche per lo stesso KMT. Il 23 agosto ci sarà un’altra tornata elettorale contro altri 7 parlamentari, ma è evidente che la sconfitta di sabato potrebbe far desistere da questa iniziativa. Il voto ha mostrato una società polarizzata e, comunque, non una grande volontà a esacerbare i rapporti con Pechino.
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Alle elezioni presidenziali svoltesi l’anno scorso nell’arcipelago, considerato dalla Cina come una provincia separatista e non riconosciuto come paese indipendente da quasi nessun governo al mondo, a risultare vincitore era stato Lai Ching-te, del DPP, il Partito Progressista Democratico. La maggioranza relativa del Parlamento era però andata al KMT.
Il DPP aveva dunque cominciato immediatamente una campagna per denunciare la volontà dell’opposizione di paralizzare la vita politica del paese. E anche quella di indebolire gli sforzi per assicurarsi una deterrenza adeguata alla spesso sbandierata ‘minaccia’ cinese, poiché il KMT, insieme ai deputati di un altro partito, il TPP, volevano congelare dei fondi destinati alla difesa.
Per mesi si è sviluppato un movimento di protesta contro queste due forze, che insieme detengono la maggioranza assoluta dell’Aula di Taipei. In questo contesto è stata lanciata una raccolta firme per indire il voto di revoca di 24 parlamentari. Principale promotore di questa iniziativa è stato Robert Tsao.
Tsao è un miliardario famoso per aver dato vita al colosso dei chip United Microelectronics Corporation (UMC). In passato c’era stata qualche tensione tra lui e il governo di Taiwan, poiché aveva deciso di portare alcune attività nella Cina continentale. Negli ultimi anni, invece, si è impegnato nettamente in iniziative finalizzate alla lotta contro Pechino e alla militarizzazione della società del paese.
La raccolta firme è stata un’altra mossa in questa direzione. Ovviamente, la rimozione dei parlamentari aveva trovato il sostegno del presidente Lai. In un recente discorso aveva affermato: “attraverso le elezioni e i voti di revoca, volta dopo volta, elimineremo le impurità come si fa con il ferro per ottenere l’acciaio, ed è così che difenderemo Taiwan”.
Una retorica dai tratti autoritari e bellicisti, che aveva suscitato reazioni di critica anche sui media statali cinesi. Il DPP ha giocato la carta di una serrata della dialettica politica interna, usando la questione dell’atteggiamento verso la Repubblica Popolare Cinese quale terreno su cui raccogliere forze.
In nessuno dei 24 casi, però, questa strategia ha funzionato, con qualche sorpresa anche per lo stesso KMT. Il 23 agosto ci sarà un’altra tornata elettorale contro altri 7 parlamentari, ma è evidente che la sconfitta di sabato potrebbe far desistere da questa iniziativa. Il voto ha mostrato una società polarizzata e, comunque, non una grande volontà a esacerbare i rapporti con Pechino.
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