Non la vittoria sul campo di battaglia in una conflitto aperto, bensì rendere qualsiasi operazione militare eccessivamente costosa, a livelli tali da renderla impensabile per Pechino. È questa la sintesi della strategia di Washington nei confronti di Taiwan illustrata da Palmer Luckey, fondatore della società americana di tecnologia militare Anduril Industries.
Secondo Luckey, l’obiettivo primario degli Stati Uniti non consiste nel pianificare la vittoria in un scontro diretto con la Repubblica Popolare Cinese, ma nel convincerla a cancellare dal tavolo questa ipotesi. Una dottrina di deterrenza che punta a disincentivare qualsiasi opzione militare trasformando Taiwan in un bastione inespugnabile, garantendo le sue forniture tecnologiche, non potendo sostituirle in tempi brevi con produzioni stelle-e-strisce.
Anduril Industries sta partecipando attivamente a questi piani, seguendo una tabella di marcia definita dalla linea guida strategica denominata “China-27”, che prevede un’ipotesi di lavoro secondo cui Pechino potrebbe sviluppare la capacità di intraprendere un’azione militare decisiva contro Taiwan entro il 2027, per il centenario della fondazione dell’Esercito Popolare di Liberazione.
Per tradurre questa filosofia in realtà operativa, Anduril sta fornendo a Taipei un sistema difensivo ad altissimo contenuto tecnologico. Il piano si articola su due pilastri principali. Da una parte, l’interdizione marittima e anfibia, con la fornitura di missili avanzati e munizioni guidate senza pilota, progettate specificamente per intercettare e infliggere perdite devastanti alle forze di sbarco navale.
Dall’altra, la protezione delle infrastrutture critiche attraverso lo sviluppo e l’integrazione di un sistema avanzato di difesa aerea guidato da algoritmi di intelligenza artificiale, destinato a proteggere i centri di comando, i nodi energetici e le reti di comunicazione dell’isola da attacchi missilistici e incursioni aeree dalla Cina continentale.
La cooperazione tra Anduril e il governo taiwanese ha compiuto un salto di qualità con la firma, nel giugno 2026, di un accordo strategico ad ampio raggio. L’intesa stabilisce lo sviluppo congiunto di sistemi senza pilota e intelligenza artificiale tarati sulle specifiche esigenze geografiche dello Stretto di Taiwan.
Nell’arcipelago secessionista avverrà anche la produzione di componenti chiave, attraverso un significativo trasferimento tecnologico. La creazione di una catena di approvvigionamento indipendente permetterà di garantire la continuità produttiva di droni e pezzi di ricambio anche nell’eventualità di un blocco navale o aereo prolungato.
Il Ministero della Difesa di Taiwan ha confermato il recente arrivo del primo lotto di droni da combattimento Altius-600M, velivoli autonomi in grado di operare in sciami coordinati per neutralizzare bersagli marittimi e terrestri a grande distanza. Inoltre, l‘impatto economico e industriale è già tangibile: più di dieci aziende taiwanesi hanno ricevuto contratti e commissioni dirette per la produzione di prototipi e componenti di serie destinati ai sistemi autonomi di Anduril.
Il ruolo di primo piano svolto da Luckey nell’armare Taipei ha portato Pechino a comminare sanzioni personali ed economiche contro il fondatore di Anduril. Il Ministero degli Affari Esteri cinese ha condannato ripetutamente l’operato dell’azienda statunitense e l’azione di Washington. Per il Dragone, Taiwan rimane una questione di sovranità e integrità territoriale, come del resto riconosciuta da quasi tutti i paesi del mondo.
Nel frattempo, Anduril sta approfittando di un dossier di sicurezza che riguarda un’intera regione per mettere in piedi un lucroso modello di business a beneficio del complesso militare-industriale statunitense. L’invio massiccio di droni e la militarizzazione dell’isola di fatto aumentano la destabilizzazione dell’intera regione Indo-Pacifica anziché favorire la pace.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
14/08/2026
Il fondatore di Anduril descrive la deterrenza pensata per Taiwan
03/06/2026
Un nuovo polo hi-tech contro la Cina
Gli Stati Uniti e le Filippine hanno annunciato un importante progetto industriale ed economico: la costruzione di quella che è stata definita una Zona per la Sicurezza Economica di circa 4.000 ettari a nord della capitale Manila. Il fulcro del piano sorgerà a New Clark City, un’area strategica dell’isola di Luzon che un tempo ospitava una delle più grandi basi aeree statunitensi nel Pacifico.
L’iniziativa, nata sotto l’egida della strategia statunitense denominata Pax Silica (la coalizione globale lanciata dall’amministrazione Trump per sfidare la Cina sulle catene tecnologiche più avanzate), punta a rafforzare le filiere legate all’approvvigionamento di semiconduttori e materie prime critiche, e anche allo sviluppo di strumenti elettronici e dell’intelligenza artificiale.
Va sottolineato che le Filippine sono il secondo produttore mondiale di nickel, elemento fondamentale nelle batterie a ioni di litio e per i dispositivi di accumulo di energia. Fino a oggi, una delle principali destinazioni di questo metallo era, non a caso, la Cina, e a un recente summit dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) è stato siglato un accordo strategico nel settore con l’Indonesia, altro attore globale del materiale.
Per Manila, l’intesa con gli USA rappresenta un’occasione di rafforzare un legame storico e anche di vedere un significativo afflusso di capitali per la costruzione di un enorme parco industriale nella Zona per la Sicurezza Economica. La quale, inoltre, si inserisce nel Luzon Economic Corridor (LEC), un più ampio quadro infrastrutturale lanciato inizialmente come progetto trilaterale dal presidente filippino Marcos Jr insieme all’ex premier giapponese Kishida e all’ex presidente USA Biden.
Il corridoio ha subito un’importante accelerazione nelle ultime settimane, con otto paesi – Australia, Canada, Danimarca, Francia, Corea del Sud, Svezia, Regno Unito e anche Italia – che hanno annunciato la propria adesione ufficiale al LEC attraverso le proprie industrie e istituti finanziari.
Appare chiaro che l’importanza dell’Indo-Pacifico è un dato di fatto nella proiezione internazionale dell’Occidente collettivo, al di là delle faglie apertesi tra le due sponde dell’Atlantico. E lo è sia dal punto di vista dei settori principali della competizione economica globale, sia sotto quello di contenimento militare della Cina. Il LEC è pensato per integrarsi in un circuito di relazioni che coinvolge anche Taiwan.
Ma in realtà, la postura esplicitamente predatoria assunta dall’imperialismo statunitense ha portato frizioni anche tra Washington e Manila nella firma di questo accordo. Nei giorni scorsi, indiscrezioni rilanciate dal Wall Street Journal hanno rivelato che il governo filippino avrebbe nei fatti ceduto l’intera area della Zona per la Sicurezza Economica agli Stati Uniti, garantendo immunità diplomatica e l’applicazione del common law stelle-e-strisce. In sostanza, l’area si sarebbe trasformata in una sorta di enclave USA.
Durante l’inaugurazione del progetto a New Clark City, alla presenza del sottosegretario di Stato americano Jacob Helberg, Joshua Bingcang, presidente e amministratore delegato della Bases Conversion and Development Authority (BCDA), organismo di proprietà pubblica che si occupa della conversione di basi statunitensi dismesse, ha smentito questa possibilità, ma non ha negato che fosse stata avanzata.
“È stata una loro richiesta ma non l’abbiamo accettata. Non verrà concesso alcun trattamento speciale agli Stati Uniti”. Il progetto, ha precisato Bingcang, rimarrà rigorosamente sotto le leggi e la giurisdizione filippina. Tuttavia, Helberg non sembrava così convinto, dato che, interpellato dai giornalisti, ha affermato di non voler anticipare tali discussioni, dato che Washington e Manila hanno due anni per definire i dettagli operativi del progetto.
“Avremo conversazioni più dettagliate sul modo tecnico migliore per garantire la tutela degli investitori a lungo termine, assicurandoci al contempo che il nostro approccio sia valido anche per le Filippine”, ha detto Helberg. Toni che sembrano quelli di un padrone, più che di un alleato, che è anche ben consapevole dell’interesse di importanti settori della classe dominante filippina – in particolare l’establishment militare – a cementificare ulteriormente i rapporti con la Casa Bianca.
Visto il passo importante e il dibattito mediatico alzatosi in merito, per ribadire i buoni rapporti tra Washington e Manila il Segretario di Stato USA Marco Rubio ha intrattenuto una lunga chiacchierata telefonica col presidente filippino Ferdinand Marcos Jr., il 31 maggio. Al centro della telefonata, oltre alla stabilità nel Mar Cinese Meridionale, vi è stato il pieno supporto americano allo sviluppo del LEC. Difficile non pensare che sia solo retorica, mentre gli Stati Uniti preparano l’ennesima trappola.
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08/04/2026
Inizia la visita in Cina della leader dell’opposizione di Taiwan
Cheng Li-wun è stata invitata dal presidente cinese e ha risposto positivamente all’invito, che dalla leader del KMT viene visto come un’occasione per perorare la sua linea politica intorno ai rapporti col Dragone. Si tratta di una scelta significativa in un momento di acceso dibattito interno, con importanti riverberi sulle relazioni in tutta la regione dell’Indo-Pacifico.
È la prima volta in dieci anni che un presidente in carica del principale partito d’opposizione mette piede sul suolo cinese, e l’obiettivo dichiarato da Cheng Li-wun è chiaro: riaprire i canali di dialogo congelati dal 2016 per garantire rapporti stabili e amichevoli. All’interno di Taiwan si sta infatti consumando un duro scontro politico intorno alla spesa militare, e come questa debba essere intesa nella relazione con Pechino.
È innanzitutto Washington a spingere per l’approvazione di un piano di riarmo del valore di circa 39 miliardi di dollari, un po’ per motivi geostrategici, un po’ perché sa che le armi verranno acquistate dalle imprese stelle-e-strisce. Cheng Li-wun propone una spesa drasticamente minore, intorno agli 11 miliardi, sostenendo il dialogo basato sul “Consenso del 1992”.
Il “Consenso” è un’intesa non ufficiale, risalente al 1992, che vedrebbe accettata l’idea che esista “una sola Cina”, senza chiarire quale sia questa “Cina”. Bisogna ricordare che sono pochissimi i paesi che riconoscono Taiwan come stato autonomo. Per molti, il “Consenso” significa accettare la politica di “un paese, due sistemi” perorato dalla Repubblica Popolare, che significherebbe l’unità sotto Pechino, seppur mantenendo sistemi di governance specifici per specifiche regioni (come Hong Kong a Macao).
Per Cheng Li-wun, il “Consenso” è il percorso migliore per evitare l’esplosione delle tensioni e garantire benessere alla popolazioni con scambi equi tra le due economie, ma all’interno del suo stesso partito non tutti la pensano allo stesso modo. Lu Shiow-yen, sindaca della seconda città di Taiwan, Taichung, ha invocato un budget per la difesa di oltre 30 miliardi di dollari, mentre Eric Chu Li-luan, ex presidente del KMT sembra convergere su cifre simili, temendo che una linea troppo morbida possa alienare il supporto di Washington.
Inoltre, il governo di Taipei, guidato dal Partito Progressista Democratico (PPD), legge tra le righe dell’invito da parte di Xi Jinping una strategia ben più aggressiva da parte di Pechino. Il Mainland Affairs Council, agenzia dipendente dall’esecutivo dell’arcipelago, potrebbe essere il tentativo da parte della Cina di “internalizzare” la questione taiwanese, presentandola al mondo come un affare domestico cinese proprio a poche settimane dal cruciale summit tra i presidenti del Dragone e degli USA, previsto per metà maggio.
La questione di Taiwan, come ormai è evidente a tutti, è il perno intorno a cui gira la competizione nell’Indo-Pacifico, che sta assumendo sempre più i toni di uno scontro armato, non solo economico. Ad alimentare questa prospettiva è stato anche il Giappone di Sanae Takaichi, che ha più volte sostenuto che la questione di Taiwan viene considerata strategica dal punto di vista della sicurezza nazionale del Sol Levante.
Oltre alle critiche di reminiscenze dell’epoca coloniale, ciò si accompagna alla revisione della legge costituzionale che consente a Tokyo di avere solo forze di “autodifesa”, precludendo qualsiasi proiezione delle forze armate oltre i confini nazionali. Solo pochi giorni fa il PLA Daily, l’organo ufficiale dell’Esercito Popolare di Liberazione, ha accusato il Giappone di star sviluppando in maniera preoccupante la propria industria della difesa in rapporto stretto con il mondo civile.
Nel 2025, il Sol Levante ha stanziato circa 109,6 milioni di dollari per la ricerca sulla transizione tecnologica, una cifra 18 volte superiore a quella del 2022. Nel 2024 è stato istituito l’Istituto di Scienza e Tecnologia per l’Innovazione della Difesa, un ente modellato sulla statunitense DARPA, a coinvolgere aziende civili nello sviluppo di armamenti avanzati. Mitsubishi Heavy Industries ha visto quadruplicare il valore dei propri contratti con il Ministero della Difesa.
C’è un’ultima ombra allungata dall’esercito cinese: se il Giappone abbandonasse i “tre principi non nucleari” (non produrre, non possedere e non introdurre armi atomiche sul territorio), a partire dalla sua industria nucleare civile ha già oltre 44 tonnellate di plutonio pronte, e potrebbe accelerare sulla creazione della sua prima testata atomica.
Un’ipotesi piuttosto azzardata e non di così breve periodo come viene raccontato, ma che segnala il crescere delle tensioni nell’Indo-Pacifico. Per questo la visita di Chen Li-wun rappresenta uno spartiacque importante, in questa fase di guerra condotta in maniera sempre più generalizzata dagli imperialismi.
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12/02/2026
Il Congresso USA discute se rivedere gli impegni presi con l’Aukus
Il cosiddetto Pilastro 1 dell’accordo, siglato in pompa magna nel 2021, non era solo una vendita di armamenti, ma un paradigma di gestione geopolitica. Prevedeva il dispiegamento a rotazione di sottomarini USA e britannici in Australia, oltre alla vendita prima di 3 e poi 5 sottomarini classe Virginia a Canberra. A ciò si sarebbe aggiunta, in prospettiva, la costruzione di una nuova classe di battelli britannico-australiani.
Tuttavia, nonostante le rassicurazioni di facciata fornite dall’amministrazione Trump alla fine del 2025, il dossier arrivato sui banchi del Congresso a fine gennaio racconta una storia diversa. La parola d’ordine è una sola, anche in questo caso: America First. Il nodo è, infatti, se in futuro i cantieri navali stelle-e-strisce riusciranno a garantire due SSN Virginia ogni anno alla flotta statunitense o meno.
La cantieristica statunitense sta attraversando una crisi cronica: mancanza di manodopera specializzata, costi fuori controllo e una flotta che invecchia più velocemente di quanto venga rinnovata. Se paragonata con le capacità di quella cinese (e non lo facciamo noi, lo fanno gli stessi documenti statunitensi) rischia di far perdere la supremazia nel Pacifico a Washington.
Stando al testo giunto al Congresso, il numero di SSN operativi raggiungerà il minimo storico di 47 sottomarini nel 2030, per poi tornare a salire fino a 64 o 66 unità entro il 2054. Queste stime non tengono conto della vendita di battelli all’Australia, come a dire che questa transazione non avverrà. Il documento accenna invece a un’alternativa di divisione dei compiti (e maggiore impegno australiano per la propria difesa).
Invece di vendere i sottomarini, il Congresso ragiona sulla possibilità di mantenere la proprietà e la gestione degli SSN, che sarebbero chiamati a svolgere missioni sia statunitensi sia australiane, mentre Canberra si occuperebbe di ampliare le capacità militari, navali e non, così da rafforzare la proiezione nel Pacifico (in parte, era già stata trovata un’intesa in questo senso a ottobre).
Rimane ancora come decisione da prendere quella della condivisione delle tecnologie necessarie a produrre gli SSN britannico-australiani che avrebbero poi dovuto subentrare ai mezzi statunitensi. Un’opzione potrebbe essere quella di continuare a garantire lo svolgimento di missioni per conto di Canberra da parte di mezzi che rimangono in saldo possesso di Washington. E in quest’ultimo caso la flotta di SSN Virginia verrebbe aumentata di ulteriori 8 sottomarini.
Al di là delle questioni tecniche, appare chiaro che questa rimodulazione dell’impegno nell’Aukus risponda perfettamente a quello che è stato scritto nella nuova National Defense Strategy (NDS). Gli “alleati” saranno chiamati a pagarsi da sé la loro difesa, e in questo caso risulta addirittura evidente come gli Stati Uniti stiano premendo sull’Australia affinché faccia gli investimenti necessari a garantire la proiezione del Pentagono nel Pacifico.
Tale proiezione, inoltre, non è più indirizzata alla difesa dei partner, ma a un complessivo mantenimento della supremazia bellica sui vari scenari, così da essere sicuri di garantirsi “una pace dignitosa, a condizioni favorevoli agli americani ma che la Cina possa anche accettare e a cui sottostare”, come si legge nel NDS. Insomma, una pace che cristallizzi un dominio imperialistico.
Il primo ministro australiano, Anthony Albanese, ha inoltre affermato di voler riportare il porto di Darwin, importante accesso al Pacifico, sotto il controllo del suo paese, dopo che è stato affidato in gestione per 99 anni a una compagnia controllata da un gruppo cinese. Il tema è stato presentato come appartenente alla sfera della sicurezza nazionale.
Ma rimane il fatto che l’attenzione statunitense si sposta, più che su singoli dossier, sulle capacità schierate lungo la First Island Chain, che va dalle coste giapponesi a quelle della Malesia. A fare le spese di questo nuovo atteggiamento strategico c’è anche Taiwan, nessuno escluso. L’Aukus, da alleanza per attori coinvolti nell’Indo-Pacifico, si trasforma in piattaforma delle scelte statunitensi. Canberra (ma anche Londra) non possono fare molto al riguardo.
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01/12/2025
Chi gioca alla guerra su Taiwan?
di Michelangelo Cocco
Una doverosa premessa. Quella dei taiwanesi di preservare l’indipendenza del proprio governo e la loro democrazia è un’aspirazione ammirevole. Tuttavia Pechino avanza rivendicazioni storiche su un territorio il cui status è indefinito secondo il diritto internazionale.
La contraddizione tra aspirazioni taiwanesi e rivendicazioni cinesi era stata risolta lasciandola irrisolta, con Pechino fautrice nei rapporti con Taipei del cosiddetto “consenso del 1992”, raggiunto tra rappresentanti cinesi e taiwanesi e, in quelli bilaterali, del principio “una Cina”, al riconoscimento del quale ha subordinato l’instaurazione delle relazioni diplomatiche con il resto del mondo.
Sia il “consenso del 1992” che “una Cina” (mai accettati dal Partito progressista democratico che governa Taiwan dal 2016), nella sostanza, riconoscono che esiste una sola Cina (seppur con opposte interpretazioni, a Pechino e Taipei, su chi ne sia il legittimo rappresentante).
I principali attori coinvolti avrebbero dovuto preservare questa ambiguità politica, invece il prepotente riemergere dei nazionalismi ha fatto sì che si sia intrapresa la strada opposta, quella di un pericoloso tira e molla sull’isola, trasformata in un terreno di scontro di interessi contrapposti. Alcuni in particolare hanno preso letteralmente a “picconare” in maniera irresponsabile quel prezioso compromesso.
Quelli del Partito progressista democratico (Dpp) di William Lai e del Partito liberal democratico (Ldp) di Sanae Takaichi sono due governi che hanno molto in comune: entrambi esecutivi di minoranza, stanno fomentando la paura della Cina per provare a rafforzarsi e hanno sposato senza riserve le politiche degli Stati Uniti nel Pacifico occidentale per contrastare quello che percepiscono come un minaccioso vicino, la Cina di Xi Jinping, che ha reso la “riunificazione” di Taiwan parte della sua strategia di “grandioso risveglio della nazione cinese”.
Da quando, il 21 ottobre scorso, la leader ultra-nazionalista è diventata la prima donna premier del Giappone, la strategica “prima catena di isole” (Taiwan, Giappone, Filippine) è interamente guidata da governi ostili a Pechino.
E quello nipponico si è presentato alla Cina con la dichiarazione in parlamento di Takaichi del 7 novembre scorso, secondo cui, nell’eventualità di uno scontro tra la Repubblica popolare cinese e Taiwan, «se ciò comporta l’impiego di navi da guerra e azioni militari, potrebbe a tutti gli effetti trasformarsi in una situazione minacciosa per la sua sopravvivenza, in cui il Giappone potrebbe ricorrere all’uso della forza per difendersi».
Pechino ha messo in campo una reazione a 360 gradi: convocazione dell’ambasciatore giapponese a cui ha presentato proteste, boicottaggio economico (turismo cinese in Giappone e pescato nipponico in Cina soprattutto) e una massiccia campagna di propaganda anti-giapponese in Cina.
Martedì scorso il governo di Tokyo ha adottato una risposta scritta a un’interrogazione parlamentare sulle osservazioni di Takaichi, sottolineando che esse «non cambiano la posizione coerente del governo».
Ma a Pechino questa parziale marcia indietro sembra non bastare: «è ben lontana dall’essere sufficiente», ha affermato il giorno successivo Mao Ning. Secondo la portavoce del ministero degli esteri cinese, «ciò che la Cina e la comunità internazionale vogliono chiarito è: qual è esattamente la cosiddetta posizione coerente del Giappone? Il Giappone aderisce ancora al principio di una sola Cina?».
La verità è che Takaichi ha fatto cadere un tabù e – nonostante il comunicato del suo esecutivo – non ha fatto dietrofront. La premier nipponica non riconosce Taiwan e la Cina continentale come un’unica entità e si è detta pronta a far intervenire il suo paese a difesa dell’isola. E lo scontro diplomatico che ha così scatenato con Pechino le sta giovando politicamente: in crescita nei sondaggi, secondo i media locali sarebbe tentata di sciogliere il parlamento per consolidare il proprio potere cercando di ottenere una maggioranza parlamentare con nuove elezioni.
La linea su Taiwan del governo giapponese si può intuire non solo dall’esternazione di Takaichi, ma anche, più concretamente, dai movimenti delle Forze di auto-difesa del Giappone (alleato che ospita 60.000 militari Usa).
Durante un’ispezione a Yonaguni, sabato scorso il ministro della difesa, Shinjiro Koizumi, ha annunciato che nell’isola giapponese a 110 chilometri da Taiwan saranno presto installate batterie di missili a medio raggio. Una mossa che, secondo Mao, «unita alle osservazioni errate della premier Sanae Takaichi su Taiwan, è estremamente pericolosa e dovrebbe destare seria preoccupazione tra i paesi vicini e la comunità internazionale».
Da Yonaguni è possibile colpire facilmente le navi della marina militare dell’Esercito popolare di liberazione (Epl) che, dalla visita a Taipei dell’ex speaker della Camera, Nancy Pelosi (2 agosto 2022), hanno aumentato frequenza e complessità delle esercitazioni per circondare Taiwan in vista di un possibile blocco navale o di un’invasione.
E attorno a Yonaguni è ruotato, nell’aprile scorso, un war game Giappone-Stati Uniti che ha simulato lo scenario di un attacco cinese alle basi Usa di Sasebo (Nagasaki) e Iwakuni (Yamaguchi) e uno sbarco dell’Epl proprio a Yonaguni.
Tokyo non ha classificato l’ipotetica offensiva cinese come “attacco diretto al Giappone”, che consentirebbe di esercitare il diritto all’autodifesa secondo la costituzione pacifista del dopoguerra (che impone tuttora rigidi limiti all’impiego delle forze armate), ma come una “situazione minacciosa per la sopravvivenza”, nella quale le Forze di Autodifesa del Giappone (SDF) sono autorizzate a usare la forza in virtù del diritto alla difesa collettiva.
Il concetto di “situazione minacciosa per la sopravvivenza” del Giappone – previsto dal diritto internazionale e che consente ad altri stati di intervenire in aiuto di uno stato attaccato – è lo stesso utilizzato da Takaichi a proposito della sua controversa uscita su Taiwan in parlamento.
A Taiwan intanto, martedì scorso, il premier Cho Jung-tai ha osservato che «dobbiamo sottolineare ancora una volta che la Repubblica di Cina (il nome ufficiale di Taiwan) è un Paese pienamente sovrano e indipendente». Pertanto, ha aggiunto Cho, «per i 23 milioni di abitanti della nostra nazione, la “riunificazione” non è un’opzione, questo è molto chiaro».
Il giorno successivo il presidente, William Lai Ching-te, ha fatto una “gaffe” in conferenza stampa, dichiarando che Pechino sta perseguendo l’obiettivo di «completare l’unificazione con Taiwan con la forza entro il 2027», un’affermazione senza alcun fondamento corretta in seguito sui suoi canali ufficiali per chiarire che si tratterebbe della preparazione a tale opzione e non di un attacco programmato entro il 2027.
Karen Kuo, portavoce dell’ufficio di Lai, ha dovuto chiarire che il 2027 non rappresenta una «data confermata di invasione», bensì di una previsione citata in valutazioni del Congresso e di think tank statunitensi.
La conferenza stampa in questione era quella in cui Lai ha presentato il budget per la difesa più massiccio della storia di Taiwan, 40 miliardi di dollari, anticipato con un editoriale sul Washington Post nel quale il presidente ha spiegato che la sua politica è ispirata alla reaganiana “Peace through strength”.
Le minacce della Cina a Taiwan e alla regione dell’Indo-Pacifico stanno aumentando. Di recente si sono verificate varie forme di intrusioni militari, oltre a campagne marittime nella gray zone e di disinformazione in Giappone, nelle Filippine e nello Stretto di Taiwan, causando profonda inquietudine e disagio a tutte le parti della regione. Taiwan, come parte più importante e cruciale della prima catena di isole, deve dimostrare la propria determinazione e assumersi una maggiore responsabilità nell’autodifesa. La sovranità nazionale e i valori fondamentali di libertà e democrazia sono le basi stesse della nostra nazione.
Lai ha annunciato un bilancio speciale per la difesa di 1.250 miliardi di dollari taiwanesi (39,9 miliardi di dollari statunitensi), che include finanziamenti per un sistema di difesa aerea “Taiwan dome” con capacità avanzate di rilevamento e intercettazione.
I fondi saranno distribuiti nell’arco di otto anni, a partire dal prossimo anno fino al 2033.
In precedenza, Lai aveva promesso di aumentare la spesa per la difesa fino al 5 per cento del Pil, rispondendo alla necessità degli Stati Uniti di scaricare in parte il peso della difesa dell’isola sull’isola stessa e proprio come il Giappone, che quest’anno, con due anni di anticipo, raggiungerà la soglia del 2 per cento, per puntare oltre.
Mentre gli Stati Uniti, il 30 ottobre scorso, hanno siglato con la Cina una tregua commerciale di un anno, iniziando un’evidente distensione nelle relazioni bilaterali, su Taiwan si è riaccesa la tensione per le mosse di Tokyo e Taipei, due tra i loro più importanti alleati nel Pacifico occidentale.
Si tratta, ovviamente, di mosse (come quella dell’installazione di missili a Yonaguni) che non possono essere state fatte all’insaputa di Washington.
Trump se l’è cavata con la doppia telefonata, lunedì a Xi e il giorno successivo a Takaichi, con la quale ha ufficialmente provato a gettare acqua sul fuoco dello scontro sino-nipponico.
A Xi Trump ha assicurato che «gli Usa comprendono quanto la questione di Taiwan sia importante per la Cina». Mentre a Takaichi, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, ha consigliato di abbassare i toni.
A Taiwan c’è un grande dibattito (ne abbiamo parlato nel podcast Taiwan alla prova di Trump) sulla politica di Trump, che le ha tolto lo “scudo di silicio” e che sostiene meno il Dpp rispetto alla precedente amministrazione.
Anche se è probabile – ma bisogna aspettare per tirare le somme – che Trump non sostenga Taiwan come il suo predecessore, seguendo una linea che punta anzitutto agli affari, non ideologica, è tuttavia chiaro che la strategia degli Stati Uniti è comunque quella di un contenimento della Cina.
E le mosse sul terreno, a partire dai preparativi militari di tutte le parti coinvolte, dicono che il pericolo di un conflitto su Taiwan non è affatto scongiurato.
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26/11/2025
Il Giappone provoca la Cina. Missili a medio raggio a poca distanza da Taiwan
La diatriba di inizio mese era arrivata persino all’ONU lo scorso venerdì, con il rappresentante permanente della Cina presso le Nazioni Unite, Fu Cong, che ha scritto una lettera al Segretario Generale, Antonio Guterres, affermando: “se il Giappone osasse tentare un intervento armato nella situazione delle due sponde dello Stretto, sarebbe un atto di aggressione”.
La nuova mossa del Sol Levante non è un’aggressione in senso stretto, ma di certo mira a infuocare la regione. È sull’isola di Yonaguni, infatti, che verranno posizionati missili “di Tipo 03, in grado di intercettare minacce balistiche”, riporta l’ANSA. Il ministro della Difesa giapponese, Shinjiro Koizumi, ha definito non corrette le opinioni secondo cui ciò aumenterà le tensioni regionali. Anche perché i sistemi missilistici possono colpire bersagli aerei solo fino a 48 km di distanza.
Ma non si capisce cosa dovrebbero difendere se non i cieli intorno all’isola di Formosa, dato che il Giappone non è di certo un obiettivo del Dragone. La portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha dichiarato che la Cina “non permetterà mai alle forze di estrema destra giapponesi di invertire il corso della storia, non permetterà mai l’interferenza di forze esterne negli affari taiwanesi, né la rinascita del militarismo giapponese”.
Takaichi è conosciuta per le sue posizioni nazionaliste, ma anche per il suo profilo che risponde perfettamente alla tendenza alla guerra che l’imperialismo occidentale e i suoi alleati hanno imboccato. Ed è chiaro che sta promuovendo un braccio di ferro con Pechino per mantenere con le promesse fatte nella corsa alla guida del suo schieramento (il Partito Liberaldemocratico).
Ma anche perché gli ultimi sviluppi sul conflitto in Ucraina mostrano che il baricentro della politica mondiale si sta spostando sempre più verso l’Indo-Pacifico. La UE è al momento un nano nello scenario globale, e Trump sta evidentemente spostando l’attenzione di Washington verso l’America Latina e la “West Coast”.
Takaichi ha ricevuto The Donald a fine ottobre, e si è accordata per investimenti e accordi sulle terre rare in cambio della stabilizzazione dei rapporti commerciali. Ora la politica nipponica vuole provare a riguadagnare per il proprio paese un ruolo di primo piano nello scenario del Pacifico.
Il tutto, ovviamente, pone pressione alla Cina, sul tema considerato imprescindibile della riunificazione dell’arcipelago considerato ribelle al paese. E appunto, Tokyo si comporta come se il Dragone stesse preparando la conquista del mondo, e non stesse rivendicando un territorio la cui indipendenza non è formalmente riconosciuta quasi da nessuno, nemmeno dal Giappone stesso.
Un dossier che Trump aveva sapientemente glissato durante l’incontro con Xi Jinping che, meno di un mese fa, ha permesso di ristabilire un quadro di competizione dura, ma comunque normata in maniera prevedibile.
La “linea rossa” tra i due presidenti si è concretizzata in una telefonata, alla fine della quale la parte cinese ha ribadito il ritorno di Taiwan alla Cina come parte dell’ordine post-bellico. Mentre la parte stelle-e-strisce ha evitato l’argomento: sul social Truth, Trump ha parlato di economia e sostegno cinese alla pace nel conflitto ucraino.
Non sembra dunque assurdo che, mentre la Casa Bianca stabilisce il terreno della competizione egemonica, lasci alla guerrafondaia giapponese il compito di premere l’acceleratore sulla dimensione militare.
Fonte
29/10/2025
Accordo USA-Giappone su investimenti e terre rare, in pressing su Pechino
Ma al di là dell’apparentamento ideologico tra i due leader, rimaneva il nodo di cosa Tokyo può fare per Washington. La seconda amministrazione Trump, prima ancora che i suoi nemici strategici, sta facendo pagare lo scotto della sua egemonia in crisi innanzitutto ai suoi ‘alleati’, a cui viene chiesto di ripagare decenni di protezione.
La prima prova di Takaichi di fronte al padrone oltreoceano è andata bene, perché la prima ministra giapponese aveva tre carte da mettere sul tavolo: la conferma degli investimenti promessi negli Stati Uniti, l’aumento delle spese militari, un accordo sulle terre rare. Quest’ultimo tema è uno strumento dirimente nel braccio di ferro con la Cina.
Domani Trump dovrebbe vedere Xi Jinping a Seoul. Sul terreno delle terre rare si è consumato lo scontro commerciale delle ultime settimane, e il tycoon sta mettendo in campo una serie di intese per garantirsi una maggiore indipendenza dalle filiere cinesi. I piani concordati recentemente con l’Australia vanno in questa direzione.
Il “Quadro di Tokyo” appena stipulato prevede nuovi investimenti pubblici e privati per “rafforzare la sicurezza e la resilienza delle catene di approvvigionamento di minerali critici e terre rare”, oltre alla creazione di un Gruppo di Risposta Rapida USA–Giappone per gestire eventuali situazioni emergenziali.
Questo “Quadro” assume particolare importanza in vista dello sfruttamento dell’enorme giacimento di terre rare scoperte al largo di Minamitorishimo, per il quale gli Stati Uniti contribuiranno, finanziariamente e con le proprie tecnologie, alle operazioni di estrazione che dovrebbero partire il prossimo anno.
Accanto a questo dossier, c’era quello degli investimenti giapponesi negli States, per finanziarne la reindustrializzazione. Il Segretario al Commercio USA Howard Lutnick ha confermato un pacchetto di 550 miliardi di investimenti giapponesi su vari settori. Significativo è il fatto che la casa automobilistica Toyota dovrebbe spendere fino a 10 miliardi di dollari per aprire nuovi stabilimenti negli Stati Uniti.
Di grande valore è anche l’investimento nipponico per la cooperazione nello sfruttamento dei giacimenti di gas naturale dell’Alaska, per la produzione di GNL. Tutto questo per il mantenimento dei dazi al 15%. L’intesa tra Tokyo e Washington, però, prevede anche che la prima smetta di acquistare GNL da Mosca: le pressioni statunitense non hanno solo risvolti economici, ma anche geopolitici e strategici.
Non a caso, dopo l’incontro al Palazzo di Akasaka, Trump ha deciso di incontrare le famiglie dei cittadini giapponesi rapiti decenni fa: un messaggio per Pyongyang. I due capi di governo si sono poi diretti verso la base navale di Yokosuka, dove Takaichi ha ribadito l’impegno a difendere “un Indo-Pacifico libero e aperto”.
Ancora una volta, il riferimento che rimane sullo sfondo è al ruolo della Cina. La prima ministra nipponica ha confermato che il Giappone aumenterà le spese militari al 2% del PIL. Trump, da parte sua, ha annunciato il via libera alla fornitura di missili per gli F-35 giapponesi, altro equipaggiamento militare che andrà a ingrassare il complesso militare-industriale stelle-e-strisce.
I punti su cui USA e Giappone si sono accordati confermano l’atteggiamento di Washington, e stabilizzano – almeno per il momento – il quadro dei dazi e degli investimenti richiesti a Tokyo, mentre rafforzano la tendenza alla guerra generale. L’attenzione alle terre rare va ad aggiungere un ulteriore tassello alla cornice di pressione che gli Stati Uniti stanno costruendo intorno alla Cina, attendendo di vedere su quali base domani si muoverà la ricomposizione (solo momentanea, è evidente) degli interessi divergenti delle due superpotenze.
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19/09/2025
Scintille intorno a Taiwan, la NATO schiera le sue navi e alza la tensione
Questa volta, in maniera più esplicita, è la NATO l’attore che si confronta con Pechino. Infatti, sia un cacciatorpediniere USA sia una fregata britannica hanno seguito il percorso della portaerei Fujian, vicino alle coste dell’arcipelago taiwanese, che pochi giorni fa ha attraversato lo Stretto di Formosa.
La Fujian è la terza portaerei varata dal Dragone, è stata presentata nel 2022 e dal 2024 sta portando avanti collaudi ed esercitazioni. Il passaggio per lo stretto che separa la Cina continentale da Taiwan era parte di queste attività, “coerenti con il diritto internazionale e prive di riferimenti a Paesi o obiettivi specifici”, ha specificato Jiang Bin, portavoce del ministero della Difesa.
L’azione è stata però intesa come una dimostrazione di potenza verso l’arcipelago considerato come provincia ribelle, e non riconosciuto come Stato indipendente da quasi nessuno paese al Mondo. Soprattutto, perché si è svolta mentre gli USA stanno portando avanti col Giappone delle esercitazioni con i sistemi missilistici Typhon nell’isola di Okinawa, che proseguiranno fino al 25 settembre.
Taiwan ha risposto annunciando, lo stesso giorno del passaggio della Fujian, che il ministero della Difesa sta lavorando a un bilancio straordinario settennale, separato da quello annuale, che dovrebbe impegnare ulteriori fondi per un totale che varia tra i 22 e i 28 miliardi di euro. L’obiettivo dichiarato è quello di rafforzare la propria deterrenza contro la Cina.
Nel frattempo, è stato annunciato un accordo per il quale l’azienda stelle-e-strisce Anduril – parte del nuovo blocco di aziende che ha acquistato peso nel complesso militare-industriale statunitense, in particolare con Trump – produrrà il missile da crociera Barracuda-500 e un drone sottomarino in collaborazione col National Chung-Shan Institute of Science and Technology (NCSIST) di Taiwan: è la prima volta che si raggiunge un’intesa simile.
Dopo aver tenuto un incontro online col segretario alla Difesa Pete Hegseth la scorsa settimana, il ministro della Difesa di Pechino ha ribadito ieri che il ritorno di Taiwan alla Cina “è parte integrante dell’ordine post-bellico”. Lo stesso ha ribadito, in sostanza, il portavoce dell’Ufficio per gli affari di Taiwan del Consiglio di Stato cinese.
Che la linea di faglia tra Washington e Pechino passi per Taiwan è risaputo, e tali eventi non fanno che confermarlo. Inoltre, alcune recenti dichiarazioni di Trump dimostrano che lo spostamento dell’attenzione verso l’America Latina non può prescindere dal mantenere una cintura di sicurezza intorno al Dragone.
In una conferenza stampa congiunta con Keir Starmer, durante la sua visita nel Regno Unito, The Donald ha rivelato l’intenzione di riportare in mano statunitense la base aerea di Bagram, in Afghanistan. Uno degli hub militari fondamentali degli USA, durante l’invasione ventennale del paese, viene nominato quasi dal nulla da parte del tycoon, con un nemico chiaro: la Cina.
Trump ha infatti ricordato che la base si trova “a circa un’ora di distanza da dove la Cina sta sviluppando le sue armi nucleari”. Parole che non possono passare inosservate, perché palesano lo sguardo vigile sull’arsenale nucleare del Dragone, e persino l’idea di puntarvi contro aerei e bombe. Una dichiarazione che, ancora una volta, stride con la figura di pacificatore che vuole affibbiarsi il presidente degli Stati Uniti.
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23/08/2025
Filippine - Gli USA pronti a schierare altri missili puntati verso la Cina
È stato lo stesso ambasciatore filippino a Washington, José Manuel Romualdez, a rendere conto dei colloqui in corso, come riporta l’australiana ABC News. Durante la primavera del 2024, gli Stati Uniti avevano già deciso di stazionare in maniera permanente nel nord dell’arcipelago il sistema a medio raggio Typhon, lì portato in seguito ad alcune esercitazioni militari.
Le proteste cinesi non hanno poi impedito, lo scorso aprile, l’arrivo anche di un lanciamissili antinave nella provincia filippina di Batanes, a breve distanza dal confine marittimo con Taiwan. Oggi, c’è in discussione l’ulteriore dispiegamento dei sistemi missilistici antinave NMESIS, da posizionare lungo le zone costiere che si affacciano sul Mar Cinese Meridionale.
Romualdez, durante una conferenza sugli investimenti statunitensi nell’arcipelago seguita con la ministra degli Esteri Theresa Lazaro, ha messo in chiaro che tale possibilità si inserisce nella cornice di una solida partnership di difesa tra il suo paese e gli Stati Uniti, riporta Associated Press.
Ma il deputato ha sottolineato anche che l’incremento della presenza missilistica a stelle-e-strisce è parte di un allineamento strategico che riguarda tutti i campi della competizione globale. “Quando le aziende statunitensi investono qui – ha detto Romuáldez – non si tratta solo di ritorno sul capitale, ma di ritorno sull’alleanza”.
Il politico filippino ha poi aggiunto: “in un momento in cui l’America sta diversificando le catene di approvvigionamento e ripensando la strategia globale, siamo una scelta naturale e una necessità strategica”. Infine, ha concluso con un messaggio molto chiaro per l’amministrazione Trump: “ogni dollaro USA investito nelle Filippine rafforza la posizione dell’America nell’Indo-Pacifico”.
Una dichiarazione di posizionamento netta, che candida le Filippine a rafforzare il proprio ruolo di baluardo degli interessi di Washington in un’area che presenta crescenti tensioni. Solo qualche settimana fa, in una delle zone contese tra Manila e Pechino, alcune navi dei due paesi si erano scontrate, e subito dopo gli Stati Uniti avevano portato nell’area due vascelli da guerra.
L’ingerenza statunitense nella regione si fa sempre più ingombrante, con i missili equipaggiabili dal sistema Typhon che possono arrivare a colpire direttamente il territorio della Repubblica Popolare. Tutti gli appelli della Cina ad evitare un’escalation stanno cadendo nel vuoto, con l’Indo-Pacifico che si candida velocemente a essere il teatro di un conflitto dai risvolti preoccupanti.
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19/07/2025
Talisman Sabre: 40 mila militari a mostrare i muscoli contro la Cina
Infatti, in questa occasione sono stati coinvolti ben 19 paesi, molti più del passato. Non mancano, ovviamente, unità di Giappone e India, che sono legati a Washington e Canberra nella cooperazione strategica di sicurezza chiamata QUAD. Ma ci sono anche militari europei provenienti da Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Regno Unito. Malesia e Vietnam sono invitati come osservatori.
Si parla di un totale di quasi 40 mila uomini, che per la prima volta svolgeranno la propria attività oltre i confini australiani, in Papua Nuova Guinea. Durante le esercitazioni, l’Australia ha effettuato il suo primo lancio di HIMARS, armamenti appena acquistati dagli Stati Uniti, e testerà anche elicotteri Black Hawk.
Un potenziamento delle capacità militari australiane che, insieme alla portata dell’esercitazione che assume un orizzonte di intervento proiettato su tutto l’Indo-Pacifico, rappresenta un evidente segnale di prontezza bellica nei confronti delle forze armate del Dragone.
In queste settimane, nel settore, la tensione è tornata ad aumentare.
Le forze militari statunitensi hanno confermato di star monitorando una nave che da circa una settimana si è posizionata al largo delle isole Hawaii, la quale viene considerata una imbarcazione spia dell’Esercito Popolare cinese. La nave sarebbe lì per monitorare le attività nel Pacifico mentre, oltre a Talisman Sabre, si svolge anche un’altra esercitazione area stelle-e-strisce, la REFORPAC.
Intanto, va concludendosi anche un’altra iniziativa militare che è di sicuro interesse per Pechino: la Han Kuang. Tale esercitazione viene condotta da Taiwan sin dal 1984, ed è pensata per prepararsi a un possibile attacco cinese. Anche in questo caso, quest’anno si sono battuti tutti i record delle precedenti edizioni.
Per il doppio del tempo rispetto allo scorso anno (una decina di giorni a partire dal 9 luglio) sono stati mobilitati due volte i riservisti del 2024 (22 mila soldati circa). Solitamente vengono simulati assalti anfibi e la difesa della costa. In questo 2025 sono stati testati nuovi sistemi di difesa, compresi dei droni, ed è stata introdotta anche un’esercitazione per la “resilienza urbana”.
In sostanza, è stato attivato il sistema di allarme pubblico con l’invio di alert sui telefoni cellulari, e sono state azionate anche le sirene antiaeree. Sono state schierate squadre specializzate per salvaguardare infrastrutture critiche (porti, depositi di carburante e reti elettriche), mentre per la prima volta le truppe hanno usato la metropolitana per trasportare materiale bellico.
Insomma, il quadrante Indo-Pacifico si mostra ancora una volta come il settore in cui, in futuro, verranno spese sempre più risorse in una corsa alla militarizzazione che non preannuncia nulla di buono.
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01/06/2025
Su Taiwan cresce la tensione tra Stati Uniti e Cina
Intervenendo alla Conferenza intergovernativa sulla sicurezza che si svolge ogni anno a Singapore, il segretario alla Difesa Usa, Pete Hegseth aveva dato voce alle indiscrezioni sulla imminente e concreta “minaccia” rappresentata dalla volontà della Cina di affermare con la forza il proprio dominio nella regione indopacifica. “Non c’è motivo di indorare la pillola. La minaccia rappresentata dalla Cine è reale, e potrebbe essere imminente”. “Pechino si sta preparando in modo credibile a usare potenzialmente la forza militare per alterare l’equilibrio di potere nell’Indo-Pacifico”, ha sottolineato il capo del Pentagono secondo cui le forze armate cinesi, rispondendo al comando del presidente Xi Jinping, “si stanno addestrando ogni giorno” per essere in grado di invadere Taiwan entro il 2027.
Uno scenario, secondo Hegseth, che deve convincere gli alleati regionali ad aumentare le spese militari. “Chiediamo, e anzi insistiamo, che i nostri alleati e partner facciano la loro parte”, ha detto Hegseth portando ad esempio l’aumento delle spese per la difesa “fino al 5 per cento del prodotto interno lordo” come stanno facendo i partner della Nato.
La risposta della Cina non si è fatta attendere. “Gli Stati Uniti farebbero bene a non scherzare col fuoco” ha detto il portavoce del ministero degli Esteri cinese rispondendo al segretario alla Difesa degli Stati Uniti. “Gli Stati Uniti non dovrebbero cercare di usare la questione di Taiwan come merce di scambio per contenere la Cina e non devono giocare col fuoco”, ha fatto sapere Pechino accusando gli Usa di essere “il principale fattore che mina la pace e la stabilità nella regione Asia-Pacifico”. Il governo cinese ha affermato di aver “presentato solenni rimostranze alla parte statunitense” in merito ai commenti di Hegseth, aggiungendo di “deplorare fermamente” le sue osservazioni.
Secondo il ministero degli Esteri cinese, gli Stati Uniti sono “la vera potenza egemonica mondiale e il principale fattore che mina la pace e la stabilità nella regione Asia-Pacifico”. Per mantenere la propria egemonia e promuovere la cosiddetta “Strategia indo-pacifica”, gli Stati Uniti hanno schierato armi offensive nel Mar Cinese Meridionale, alimentato le tensioni e creato instabilità, trasformando la regione in una “polveriera” e suscitando profonda preoccupazione tra i paesi della regione.
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11/05/2025
ASEAN, Cina, Giappone e Corea del Sud contro il protezionismo trumpiano
Presieduto da Cina e Malesia, quest’anno il summit si è concentrato sulla cooperazione regionale in contrapposizione alla guerra commerciale, promossa dagli Stati Uniti. Nella dichiarazione comune alla fine del vertice, si legge una presa di posizione netta contro “il montante protezionismo commerciale”, evidente riferimento alle misure dell’amministrazione Trump.
La priorità politica affermata a questo incontro è quella di mantenere una “resilienza a lungo termine”, attraverso un pieno “impegno per il multilateralismo e per un sistema commerciale multilaterale basato su regole, non discriminatorio, libero, giusto, aperto, inclusivo, equo e trasparente, con l’Organizzazione Mondiale del Commercio al suo centro”.
Nella dichiarazione congiunta si accenna anche al supporto per la definitiva implementazione del Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) Agreement. Si tratta del più grande accordo di libero scambio al mondo, e coinvolge oltre ai paesi presenti a Milano anche Australia e Nuova Zelanda, legando insieme i principali attori che si affacciano direttamente sul Pacifico.
Ovviamente, le discussioni sono state dedicate a promuovere l’intesa tra gli ASEAN Plus Three anche sul piano fiscale e finanziario. Molto significativo è di sicuro il richiamo al Chiang Mai Initiative Multilateralisation (CMIM), di cui sono stati approvati gli ultimi aggiornamenti affinché ne venga rafforzato il carattere di “rete di sicurezza finanziaria”.
Il CMIM è sostanzialmente un fondo in valuta straniera (dollari) la cui funzione è quella di garantire ai paesi collegati una riserva di liquidità in caso di problemi a breve termine nei pagamenti. È uno strumento pensato per rendere più indipendenti i paesi che gli sono associati da istituti finanziari come il Fondo Monetario Internazionale (FMI).
È chiaro che tra gli obiettivi c’è quello di assicurarsi una maggiore autonomia da enti considerati fortemente influenzati da Washington, e in generale dalle politiche neoliberiste occidentali. Anche altri programmi sono promossi per lo sviluppo dei mercati finanziari locali, e in tutti i casi continua il dialogo con FMI e Banca Mondiale.
Ma l’effetto delle guerre commerciali, come era già successo tra Cina, Giappone e Corea del Sud, sembra spingere a una maggiore integrazione economica tra paesi che, è bene comunque sottolinearlo, non condividono sempre le stesse posizioni sui principali punti di attrito geopolitico. Ma questa dinamica è certamente da tenere sott’occhio per capire gli sviluppi futuro nell’Indo-Pacifico.
Un’ultima nota. Dal 4 al 7 maggio Milano ha ospitato in contemporanea il 58esimo meeting dell’Asian Development Bank (ADB). Erano presenti i rappresentanti di 69 paesi, oltre ovviamente a quelli dell’Italia – il ministro dell’Economia Giorgetti e il governatore di Bankitalia Panetta – che ne è tra i membri fondatori.
Era dal 2016 che il summit non si svolgeva in Europa, e alcuni analisti hanno sottolineato come l’occasione esprima un maggiore interesse per la regione dell’Indo-Pacifico, ma anche un’ulteriore opportunità di riaprire i legami tra UE e Cina dopo i dazi imposti da Bruxelles. Proprio in questi giorni ci sono contatti tra von der Leyen e Xi Jinping in merito.
Lo scenario commerciale continua a essere velocemente ridefinito dalle tariffe volute da Trump.
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17/04/2025
Missioni militari italiane all’estero 2025
Per l’Italia e per il capo di Stato maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano: «il Mediterraneo, i Balcani, il Fianco Est della Nato, il Medio Oriente, il quadrante Sahel/Golfo di Guinea e il Corno d’Africa». Dettagli su Analisi Difesa, da Giovanni Martinelli. Aree influenzate dalla presenza di Russia e Cina «per aumentare la loro sfera di condizionamento, strappando l’influenza occidentale», che si estendono dal Mediterraneo Allargato verso i Balcani dove le due potenze «stanno rafforzando il loro peso alimentando le dispute tra Serbia e Kosovo». In Africa, con «riconfigurazione degli allineamenti e degli equilibri di potere, con una diversificazione delle partnership di Cina e Russia. Stabilità della Libia per noi rimane prioritaria».
Operazioni in corso
Operazione Aspides nel Mar Rosso, per la sicurezza del traffico marittimo attraverso Suez. «Si potrebbe pensare di integrarla con l’operazione anti pirateria Atalanta, in quanto complementari e quindi si potrebbe pensare ad unico comando». In Niger: «evitare un effetto contagio per la destabilizzazione dell’area trasformando la cintura saheliana in uno strumento ibrido puntato verso l’Italia e l’Ue». «Collaborazione con il Paese, che è crocevia di tutti i flussi migratori, facendo acquisire all’Italia un ruolo di interlocutore privilegiato». «La Russia genera in Africa le future posizioni per attività non solo in quel continente ma anche sul lato sud dell’Alleanza». Intervento a Gaza: «Operazione Levante è stata avviata per sostenere la popolazione civile palestinese a seguito dello scoppio del conflitto Israele-Hamas».
Unifil in Libano e ‘strade sicure’
«L’Italia ha svolto un ruolo fondamentale in Libano durante la crisi, in occasione della presenza [eufemismo di parte Ndr] israeliana nell’area sud. Il problema è che UNIFIL ha un mandato adeguato ma manca di strumenti, ovvero di regole di ingaggio, che devono essere cambiate». Rinnovo dell’Operazione Strade Sicure sul territorio nazionale. «Strade Sicure nacque in un momento di crisi, d’emergenza. Ora c’è da chiedersi se l’emergenza continua». 2025 anno giubilare e i campionati di tennis. In prospettiva però, si deve cambiare. Per esempio il ‘pattugliamento dinamico’, su più punti sensibili.
Missioni internazionali
«l’Italia in un mondo sempre più complesso, in cui con l’intensificarsi della competizione strategica porta a una situazione di tensione internazionale permanente». «In questo contesto, l’Italia resta concentrata sulla propria aerea di interesse geografico prioritario: il ‘Mediterraneo Allargato’», ma non solo. L’Indo-Pacifico dove la presenza militare italiana è sempre meno sporadica con la partecipazione alle missioni delle diverse organizzazioni internazionali di rifermento (NATO, UE e ONU), «con priorità alla sicurezza energetica, alla stabilità dell’Africa e alla centralità del Mediterraneo».
Nulla di nuovo per il 2025
Di fatto, il 2025 non registra nessuna nuova missione vera e propria, salvo utilizzo delle ‘Forze ad alta e altissima prontezza Operativa’, per intervento nei Paesi in cui operano personale e contingenti nazionali. Seguono molti dettagli sulla spartizione dei costi tra i diversi ministeri che continueranno a rendere praticamente illeggibile il totale dei costi dell’Italia. «Ricapitolando dunque le missioni militari per il 2025 avranno un costo complessivo di 1.480,2 milioni per quanto di pertinenza del Ministero della Difesa». Più i 32 milioni per il ‘Supporto info-operativo delle Forze Armate’ svolto dall’AISE (spionaggio estero). Ma la somma tra tutti i diversi ministeri resta un enigma.
Una difficile chiarezza
L’intreccio di diverse missioni per diverse forze militari. Sintesi proposta, 35, più le 12 civili UE ma che prevedono comunque la presenza di Personale Militare. 8 di queste NATO, 7 Unione Europea, 5 ONU e 3 in una coalizione. Le restanti 12 sono nazionali. Le missioni riferite all’Europa sono raggruppate in 2 sole schede. La prima fa riferimento all’impegno nei Balcani Occidentali, Kosovo e Bosnia Erzegovina in particolare. Nella stessa aerea ‘Joint Enterprise’, Nato, (Kosovo) più la EUFOR Althea in Bosnia Erzegovina (Ue). Il numero massimo dei militari autorizzati è di 1.848 unità, con 689 mezzi terrestri più 5 aerei per un costo di 150,5 milioni.
Ucraina
«Partecipazione nazionale alle iniziative NATO, UE, di coalizione e bilaterali di supporto all’Ucraina», missione di assistenza militare, sostegno e addestramento delle Forze Ucraine condotte dalla Unione Europea, ‘EUMAM Ucraina’, più la partecipazione alla simile iniziativa NATO denominata ‘NATO Assistance and Training for Ukraine’. Tutto con un massimo di 213 unità di personale, per un costo di 14,8 milioni a fronte degli 80 militari autorizzati lo scorso anno per la sola EUMAM Ucraina.
Missioni in casa europea
Destreggiandosi poi in una disposizione un po’ caotica, ecco il ‘teatro Europeo’. Elenco: ‘Mediterraneo Sicuro’ (su base nazionale), quella NATO ‘Sea Guardian’, quella UE nota EUNAVFORMED Irini, NATO per la sorveglianza aeronavale dell’area Sud dell’Alleanza e (oltre a tutte queste missioni incentrate sul Mediterraneo) anche la presenza navale nel Golfo di Guinea (e qui siamo negli spazi marittimi Atlantici, in Africa). Il totale dei militari autorizzati è di 2.039, con 11 mezzi navali e 18 aerei; il tutto per un costo di 234,7 milioni e un deciso aumento degli organici rispetto al 2024.
Fronte Russia
Sorveglianza dello spazio aereo dell’Alleanza stessa. 375 i militari impegnati, con 15 mezzi aerei a un costo di 105,2 milioni. Impegni assunti dal nostro Paese con la NATO, per il suo rafforzamento sul Fianco Est che si traduce nello schieramento in Slovacchia, Bulgaria, Romania, Ungheria, Lettonia, Estonia, Lituania, Polonia. Un totale di ben 2.323 militari, ai quali si aggiungono 1.046 mezzi terrestri e 9 aerei, per un costo complessivo di 188,2 milioni.
Controlettura degli stessi dati
L’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo. Osserva Maurizio Simoncelli, vicepresidente: «Le missioni italiane all’estero costano ai cittadini e chiedono grandi energie agli uomini e alle donne che le realizzano sul campo. Il tutto in un quadro internazionale nel quale la forza militare prevale drammaticamente sulla diplomazia. Le crisi contemporanee, spesso alimentate da complessi fattori politici ed economici, non possono essere risolte sulla base della forza delle armi che, al contrario, riesce soltanto ad aggravarle. L’Italia e l’Unione Europea devono rimanere fedeli ai propri valori costitutivi. Le missioni multilaterali di pace, che contribuiscono a percorsi di pace e di dialogo, conferiscono al nostro Paese un ruolo tanto più autorevole nell’ambito internazionale quanto più aderente alla tutela dei diritti umani».
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17/03/2025
Con Trump anche l’Aukus ci rimette, ma per avvicinare il “fronte” alla Cina
Il risultato è stata la creazione, rispettivamente nel 2017 e nel 2021, del QUAD (Australia, Giappone, India e USA) e dell’AUKUS (Australia, Regno Unito, USA). Si tratta di due patti per la sicurezza che vedono in maniera abbastanza esplicita Pechino come il nemico principale da combattere nei prossimi decenni.
Questa transizione verso l’indo-pacifico è dunque un processo che dura da anni, ma che con Trump ha fatto un balzo in avanti, tanto da mettere in discussione l’utilità e così anche l’esistenza stessa della NATO (appena una settimana fa Musk ha scritto su X che gli USA dovrebbero uscirne).
Ora non solo i paesi europei, ma anche un altro storico alleato di Washington nel Pacifico deve fare i conti con la velocizzazione delle dinamiche di crisi in cui si dimena l’imperialismo occidentale. Infatti, l’Australia – parte sia del QUAD che dell’AUKUS – potrebbe non ricevere più i sottomarini stelle-e-strisce che le erano stati promessi.
Gli accordi presi nella cornice dell’AUKUS prevedevano una maggiore presenza nelle acque australiane di ‘Sottomarini da attacco a propulsione nucleare’ (SSN), con l’obiettivo di inaugurare una nuova classe di vascelli che dovrebbe prendere proprio il nome di SSN-AUKUS. Il primo dovrebbe essere costruito in Australia dal Regno Unito all’inizio degli anni Trenta.
Nel frattempo, Washington aveva promesso a Canberra la vendita, nel prossimo decennio, di tre sottomarini classe Virginia, per rafforzare la Royal Australian Navy. Ora, però, questa parte dell’accordo sembra a rischio, stando alle parole del sottosegretario alla Difesa Elbridge Colby, di fresca nomina trumpiana.
Il politico statunitense ha detto di essere “scettico” sulla vendita dei tre sottomarini all’Australia, perché ciò potrebbe indebolire la marina stelle-e-strisce, con il rischio che quelle imbarcazioni non si trovino “nel posto giusto al momento giusto”. Quel posto è a ridosso della Cina, e il momento non è molto lontano, a suo avviso.
Infatti, in una testimonianza al Senato, Colby ha affermato che esiste “una minaccia molto reale di un conflitto nei prossimi anni” che potrebbe coinvolgere la Prima linea di isole. Con questa definizione si intende un concetto strategico elaborato in ambito statunitense riguardante il contenimento delle minacce che potrebbero arrivare dal Pacifico.
Si tratta di quell’arco insulare che va dal Borneo fino alle Isole Aleutine, da Singapore all’Alaska passando per le isole di Formosa e quelle giapponesi. Colby ha detto esplicitamente che i sottomarini Virginia “sono assolutamente essenziali per la difesa di Taiwan”, e non per zone meno prossime alle coste cinesi.
Washington sta insomma parlando di una sorta di razionalizzazione delle capacità militari che può mettere in campo, per dispiegarle lì dove risulta più utile. Gli Stati Uniti devono fare i conti con il proprio debito e questo riguarda anche la spesa militare. Tagli da cui però sembrano essere stati esentati proprio i vascelli Virginia.
Ma poiché la flotta di sottomarini statunitense risulta essere di un quarto al di sotto degli obiettivi prefissati, con i cantieri navali che non riescono a stare al passo delle richieste, sembra logico ai nuovi inquilini della Casa Bianca di evitare la vendita di mezzi così importanti verso zone di minor priorità strategica.
Poco più di un mese fa, l’Australia ha versato una prima rata di 500 milioni di dollari agli USA come parte di un accordo del valore totale di 3 miliardi, che dovrebbero andare a sostenere la cantieristica statunitense. Motivo per cui è difficile che Trump voglia far davvero saltare l’AUKUS, anche perché è ciò di cui ha bisogno nel confronto con la Cina.
Il messaggio inviato dalla nuova amministrazione di Washington è che le necessità strategiche verranno calcolate nella maniera più stringente possibile, con il mantra dell’America First. Nessuno si salverà dalla riorganizzazione avviata da Trump, e gli alleati devono mettersi in testa che è questo il nuovo scenario in cui dovranno muoversi.
Ma ciò che davvero preoccupa – ovviamente – non è tanto che l’Australia “dovrà pensare di più da sola alla propria difesa”, e non potrà contare sugli USA. Quanto che Colby abbia esposto candidamente la possibilità di un prossimo scenario di guerra aperta, che vedrebbe la questione Taiwan al centro.
La difesa dello stato insulare che Pechino considera parte integrante della Cina (e gli Usa lo avevano in qualche misura riconosciuto fino a qualche anno fa) sembra cozzare con il riconoscimento formale della politica di “Una sola Cina”. Le contraddizioni della competizione globale macinano terreno, ricordiamocelo la prossima volta che parleranno di una guerra “per difendere la democrazia”.
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03/11/2024
Firmato il partenariato nella difesa tra UE e Giappone
Assieme al suo omologo giapponese Takeshi Iwaya, Borrell ha saluto questo passo definendolo come “storico e tempestivo”: storico per il motivo appena accennato, tempestivo per l’evidente orizzonte di minacciare sempre più da vicino la Cina. Dopo i dazi, lo scontro col Dragone prende sempre più le forme della guerra guerreggiata.
Il patto entrerà in vigore col nuovo anno, ma non se ne conoscono ancora tutti gli aspetti. I media locali hanno riportato che il contenuto riguarda soprattutto un aumento delle esercitazioni militari congiunte, una maggiore cooperazione nel settore della difesa e l’instaurazione di un dialogo ad alto livello sui temi collegati.
Non si è fatta attendere, ovviamente, la risposta di Pechino. Lin Jian, portavoce del ministero degli Esteri cinese, ha sottolineato come questo tipo di accordi dovrebbero servire a “promuovere la pace e la stabilità regionali e non a prendere di mira terze parti o a danneggiare gli interessi di sicurezza di altri paesi”.
Ha poi espresso due moniti molto duri. A Tokyo ha detto di “imparare le lezioni dalla storia, a rispettare le preoccupazioni dei suoi vicini asiatici e ad agire con prudenza in materia militare”, con evidente riferimento alla Seconda guerra mondiale, mentre ha “invitato l’Ue a evitare di intervenire nelle controversie territoriali regionali”, pensando all’affare Taiwan.
Durante la visita, Borrell ha incontrato anche il ministro della Difesa del Giappone, il generale Nakatami. I due, condannando anche il recente test di lancio di un missile balistico da parte della Corea del Nord, hanno ribadito la volontà di migliorare la cooperazione anche per ciò che riguarda l’ambito marittimo, informatico e aerospazionale.
Per il futuro viene prevista anche la possibilità di condividere informazioni delle relative intelligence e quelle riguardanti l’industria della difesa. Bisogna ricordare che il Giappone, insieme a Regno Unito e Italia, sta sviluppando il caccia di sesta generazione Tempest, che rappresenta il primo impegno militare dell’arcipelago senza la partecipazione degli Stati Uniti.
Borrell farà tappa anche in Corea del Sud, altro teatro strategico nella rete di alleanze che la filiera euroatlantica sta rinnovando, in contrapposizione alla Cina. Iwaya, prima di incontrare l’Alto rappresentante europeo, aveva dichiarato che la sicurezza dell’Indo-Pacifico è “inseparabile da quella dell’Europa e dell’Atlantico”.
Tokyo stessa, che dal 2022 ha ridiscusso la propria strategia di difesa nazionale e sta aumentando le spese militari, evidenzia la creazione di un fronte occidentale bellicista e bellicoso. Il Giappone è parte del QUAD, un dialogo sulla sicurezza che comprende anche India, Australia e Stati Uniti.
A completare lo scenario del Pacifico c’è l’Aukus, che unisce in un altro patto di sicurezza di nuovo Australia e Stati Uniti col Regno Unito. Con l’accordo appena firmato dal paese del Sol Levante con la UE, le tensioni non possono che aumentare.
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15/09/2024
Gli USA vogliono schierare missili a medio raggio in Giappone
Il riferimento è al sistema Mid-Range Capability, noto anche semplicemente come Typhon. Esso dovrebbe essere fornito in dotazione a una Multi-Domain Task Force, di cui l’impegno in esercitazioni militari in zona è stato discusso in una visita della Wormuth nel paese del Sol Levante, lo scorso mese.
“Abbiamo chiarito il nostro interesse in merito con le Forze di autodifesa giapponesi”, ha dichiarato la segretaria statunitense, ribadendo anche che qualsiasi dispiegamento “avrebbe seguito i tempi decisi dal governo giapponese”.
Il MRC Typhon è il primo sistema missilistico a medio raggio sviluppato da Washington in pratica dalla fine della Guerra Fredda, e sarebbe stato messo a punto in appena un paio d’anni, tra il 2020 e il 2022. Si tratta di un rimorchio su cui sono installati quattro lanciatori verticali Mk-41.
Due sono i tipi di munizione che possono essere utilizzati: il missile standard supersonico SM-6 e il missile da crociera Tomahawk. Il raggio del primo è di 460 km, il secondo nelle varianti Blocco IV e V con testata non nucleare è invece di ben 1600 km.
400 Tomahawk sono stati acquistati dal Giappone all’inizio di questo anno, metà del primo tipo e metà del secondo. Proprio negli ultimi giorni la marina giapponese ha cominciato i lavori di modifica dei suoi cacciatorpedinieri per ospitare i missili in questione.
Tokyo aveva deciso di anticipare di un anno questo acquisto, del valore totale di 2,35 miliardi di dollari spalmato su tre anni fiscali, dal 2025 al 2027. La decisione è stata presa “in considerazione a un ambiente di sicurezza sempre più minaccioso”.
Tornando al sistema MRC Typhon, ora sono però direttamente gli Stati Uniti che vogliono dispiegare questo tipo di armi sulle isole del Pacifico, ad una distanza che permetterebbe ai missili di arrivare senza problemi in Cina così come in Russia.
Washington si è ritirata il 2 agosto del 2019 dal Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty), e non è perciò più vincolata in alcun modo alle regole mediate con Mosca riguardo i missili a medio raggio che possono ospitare testate nucleari.
Nell’autunno del 2018 il presidente Trump aveva sottolineato, infatti, come questo accordo non solo fosse stato violato più volte, secondo le autorità a-stelle-e-strisce, dalla Russia, ma svantaggiasse il paese anche nei confronti del Dragone. Biden non è poi tornato indietro rispetto ai passi del tycoon.
Proprio in questo 2024 gli USA hanno schierato un MRC Typhon nelle Filippine, durante un’esercitazione congiunta con Manila, iniziata lo scorso aprile che ha coinvolti anche i mari a nord del paese.
Le operazioni dovrebbero concludersi a breve, ma l’intenzione statunitense sembra quella di un posizionamento stabile, o almeno più continuativo, di questo sistema d’arma nell’Indo-Pacifico, lanciando una sfida diretta a Pechino. La Cina ha fatto sapere che si oppone a questo schieramento che “aumenterebbe il rischio di errori di valutazione e di calcolo”.
Le autorità giapponesi hanno smentito a lungo le ipotesi che volevano il posizionamento di armi del genere da parte statunitense sul suolo giapponese, e ancora oggi negano che questa possibilità sia nell’agenda della Difesa.
Ma il fatto che un alto rappresentante dell’esercito USA lo abbia detto in maniera esplicita rende ufficiale il fatto che al Pentagono ci stanno pensando. E anche che gli USA sono pronti ad alzare ulteriormente la tensione nell’Indo-Pacifico.
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30/07/2024
Riunione del Quad, aumenta l’impegno nell’Indo-Pacifico contro la Cina
La riunione arriva come culmine di una serie di altri importanti incontri, avvenuti nell’arco di un paio di giorni. Il 27 luglio anche Wang Yi, ministro degli Esteri cinese, ha avuto un faccia a faccia col segretario di Stato statunitense Blinken, sembrerebbe su richiesta di quest’ultimo.
Nel confronto avvenuto a Vientiane, in Laos, Wang ha ribadito molto chiaramente le linee rosse di Pechino. Taiwan “fa parte della Cina, non è mai stata e non sarà mai un paese” e ha rincarato la dose affermando che l’indipendenza dell’arcipelago e la pace attraverso lo Stretto di Formosa “sono inconciliabili come il fuoco e l’acqua”.
Come se non bastasse, in serata una nota diplomatica ha ripetuto che per la Cina continuerà a lavorare verso “l’obiettivo della completa riunificazione”. La risposta a tali dichiarazioni è arrivata il giorno successivo, domenica 28 luglio, in un bilaterale tra USA e Giappone che ha definito la Cina “la più grande sfida strategica” da affrontare.
Sempre nella capitale giapponese, con una formato 2+2 (ministri degli Esteri e della Difesa), i due paesi hanno deciso sostanziali passi avanti nella cooperazione sulla sicurezza. In molti hanno manifestato in opposizione all’approfondimento dei rapporti bellici, e non solo, tra Washington e Tokyo.
Nelle conclusioni dell’incontro si parla di una “più profonda interoperabilità e cooperazione” delle forze armate. In concreto, è stata trovata un’intesa per la riorganizzazione della presenza dei corpi militari statunitensi in Giappone (non è ancora chiaro se aumenteranno anche i numeri, attualmente a 54 mila effettivi).
Per essi è stato stabilito un nuovo quartier generale, che riferirà al Comando USA per l’Indo-Pacifico di base alle Hawaii, ed entro il 2025 verrà inaugurato anche un Comando congiunto delle operazioni del Giappone. L’obiettivo è anche rafforzare la produzione e la riparazione giapponese di armi su licenza statunitense.
Queste si aggiungono alle misure già adottate per far fronte a quello che Stati Uniti e Giappone hanno definito un “ambiente di sicurezza in evoluzione”. In relazione ad esso, non sono mancate le dichiarazioni di preoccupazione per lo sviluppo del programma missilistico della Corea del Nord e la sua crescente cooperazione con la Russia.
Tornando al Quad, Kamikawa, in quanto padrone di casa, ha inaugurato il vertice di ieri affermando che la sicurezza marittima dell’area è minata da una sempre più crescente instabilità. Per l’australiano Wong, la regione sta addirittura affrontando “le circostanze più difficili degli ultimi decenni”.
Sul tavolo non sono mancati accenni anche alla guerra tra Russia e NATO, per interposta Ucraina, e la situazione in Medio Oriente. Ma ad ogni modo, al centro della discussione è rimasto il nodo del mantenimento di quello che il Quad chiama un “ordine marittimo libero e aperto”, anche attraverso l’uso dei satelliti e l’istituzione di un nuovo dialogo sulle leggi da seguire in mare.
Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, ha affermato che il Quad sta “creando artificialmente tensione, incitando allo scontro e contenendo lo sviluppo di altri Paesi”, mentre Blinken e Austin si sono recati nelle Filippine. La lunga crociata statunitense contro la Cina non si ferma, e palesa la volontà di rafforzare la cintura di paesi armati dall’Occidente per contrastare Pechino.
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20/07/2024
Il Giappone si prepara a scenari di guerra nel Pacifico
Questo è quanto afferma il documento intitolato Defense of Japan 2024 del governo giapponese reso noto in questi giorni. Gli analisti ritengono che, senza menzionare espressamente la Cina, questo passaggio del Libro bianco sia chiaramente un riferimento ad una possibile guerra intorno alla questione di Taiwan.
La prima parte del documento descrive la situazione di sicurezza che circonda il Giappone, sempre più tesa a causa della prolungata offensiva russa in Ucraina, della crescente pressione militare della Cina sulla citata Taiwan e dell’impiego di armi nucleari tattiche da parte della Corea del Nord.
Il Libro Bianco Defense of Japan 2024 esprime anche “seria preoccupazione” per la posizione estera di Pechino e per le sue crescenti attività militari. La Cina, secondo i giapponesi, presenta “una sfida strategica senza precedenti e la più grande a cui il Giappone dovrebbe rispondere con il suo potere nazionale globale e in cooperazione e collaborazione con i suoi alleati, i paesi che la pensano allo stesso modo e altri”.
“Stabilizzare la situazione attorno a Taiwan è importante non solo per la sicurezza nazionale del Giappone, ma anche per la stabilità della comunità internazionale. Pertanto, è necessario che prestiamo molta attenzione alla situazione con un senso di crisi più che mai”, si legge ancora nel documento. E ancora: Tokyo ha espresso serie preoccupazioni circa l’ulteriore rafforzamento della cooperazione tra Pechino e la Russia, compreso l’intensificazione delle esercitazioni militari congiunte Cina-Russia attorno al Giappone.
Per quanto riguarda la Corea del Nord, il Libro bianco della Difesa giapponese afferma che le attività militari del paese del Nord-Est asiatico continuano a rappresentare “una minaccia ancora più grave e imminente per la sicurezza nazionale del Giappone che mai”, sottolineando i rapidi progressi di Pyongyang nello sviluppo nucleare e missilistico. In particolare, il documento di quest’anno ha sottolineato che Pyongyang si sta concentrando sul miglioramento della qualità delle sue capacità in materia di armi nucleari attraverso nuovi missili a combustibile solido e satelliti spia.
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15/07/2024
Isole Salomone e Vanuatu, il ruolo nell’Indo-Pacifico
Nella settimana passata, i primi ministri di Vanuatu e delle Isole Salomone si sono recati in Cina. Per quanto la notizia possa essere passata in sordina, almeno sui principali media generalisti, l’importanza di queste visite non è assolutamente da sottovalutare.
I due arcipelaghi che formano i due paesi non sono molto lontani dalla Nuova Caledonia, dove la ribellione al colonialismo francese continua da settimane. E soprattutto, si trovano in un settore fondamentale del Pacifico, con un’importante funzione strategica.
Le Isole Salomone erano già state al centro di una diatriba politica quando, nel 2022, Pechino firmò col paese un accordo di sicurezza e polizia. Questo venne visto come una vera e propria sfida alle due alleanze militari guidate dagli Stati Uniti nell’area, l’Aukus e il Quad.
La realtà, al solito, è più complessa, con il piccolo stato insulare che semplicemente cerca alleanze dove conviene, sapendo che un mondo multipolare offre molte più opportunità. Ma l’elezione a primo ministro, lo scorso maggio, di Jeremiah Manele, considerato di orientamento filo-cinese, ha rafforzato questa visione.
A dimostrazione che questa lettura è tarata dalla propaganda occidentale, il primo viaggio di Manele all’estero è stato a Canberra. Nuova Zelanda e Australia hanno appena concluso la costruzione di una pista lunga un chilometro all’aeroporto di Seghe, e Manele ha ottenuto anche degli accordi in materia di sicurezza e sviluppo economico, presto da definire.
Ad ogni modo, non mancano i punti di intesa col Dragone. Il 12 luglio Manele e Xi Jinping si sono incontrati, e hanno concordato di approfondire la cooperazione negli ambiti dello sviluppo rurale, della sanità, delle infrastrutture, dello sviluppo sostenibile e della lotta al cambiamento climatico.
Il presidente cinese ha inoltre sottolineato che le relazioni amichevoli tra la Cina e i paesi insulari del Pacifico, comprese le Isole Salomone, si inseriscono nel quadro della “Cooperazione Sud-Sud”. Manele ha ribadito che la Cina è un esempio per i paesi in via di sviluppo.
Anche Charlot Salwai, il primo ministro di Vanuatu, ha incontrato Xi Jinping lo stesso 12 luglio. Come per le Isole Salomone, anche questo paese è stato coinvolto nei programmi della Belt and Road Initiative, e Pechino è pronta ad altri investimenti in vari settori per lo sviluppo delle isole del Pacifico.
Il governo di Vanuatu, da parte sua, ha ribadito di aderire fermamente al principio di una sola Cina e di sostenere fermamente la posizione della Cina su questioni relative a Xinjiang, Hong Kong, Xizang, diritti umani e Mar Cinese Meridionale.
Soprattutto, Salwai ha chiesto alla Bank of China di aprire una propria succursale a Port Vila, capitale del paese. Questa potrebbe essere usata per finalizzare i pagamenti in yuan, andando a rappresentare un altro tassello del contrasto all’egemonia del dollaro.
Questa richiesta arriva dopo pochi giorni che funzionari statunitensi e australiani si sono incontrati al Pacific Banking Forum di Brisbane. Tra i temi trattati, c’è stata anche la necessità di migliorare l’accesso finanziario nella regione, per cui le grandi banche non mostrano attualmente grande interesse.
Ora sia Manele sia Salwai si stanno dirigendo a un incontro dei paesi insulari del Pacifico che si svolgerà in Giappone. Si può notare ancora una volta che le geometrie delle relazioni non sono così nette come ci si aspetterebbe da una ‘nuova Guerra Fredda‘ contro il mondo multipolare.
Ma Washington sta lavorando in questa direzione.
25/06/2024
Gli USA rafforzano la presenza militare a Guam
Quest’isola che si estende per circa a 550 km quadrati, fu “ceduta” agli Stati Uniti dalla Spagna, dopo la guerra ispano-americana del 1898, insieme a Puerto Rico e Filippine.
Riconquistata nell’agosto del ’44 dagli USA dopo che il Giappone l’aveva attaccata e invasa nel 1941, con l’Organic Act del 1950 divenne “territorio non incorporato” agli USA nel 1950, ma di fatto una colonia statunitense.
L’isola costituisce la principale base delle forze aeronavali statunitensi nel Pacifico, ed è interessata alle tensioni con la Corea del Nord e la Cina. Nell’ottica statunitense è centrale nella “difesa” di Taiwan e della Corea del Sud ed è un perno e avamposto della sua strategia nell’Indo-Pacifico.
Guam, è già sede di importanti installazioni militari, tra cui la Andersen Air Force Base e la Naval Base Guam, ed ha subito una significativa espansione militare negli ultimi anni.
Camp Blaz, la prima nuova installazione del Corpo dei Marines dal 1952, è stata attivata nel 2020 e dovrebbe ospitare 1.300 membri della III MEF e altri 3.700 Marines a rotazione.
Nel maggio 2023, l’Agenzia per la Difesa Missilistica degli USA ha proposto un sistema di difesa missilistica completo a 360 gradi, attualmente in fase di studio e di definizione.
Un nuovo reggimento dei Marines a Guam
I Marines statunitensi hanno in programma di dispiegare a Guam un reggimento in grado di dare una risposta flessibile e rapida nel giro di “pochi anni”, come hanno rivelato sabato scorso i media; secondo gli osservatori cinesi, questa iniziativa mira a prepararsi per una competizione tra grandi potenze nel quadrante “Indo-Pacifico”, rivelando in modo palese le intenzioni conflittuali degli Stati Uniti contro la Cina.
Sabato, il media giapponese Kyodo News ha riferito che il generale Eric Smith, comandante del Corpo dei Marines degli Stati Uniti, ha dichiarato in una conferenza stampa a Washington che il Reggimento Litorale dei Marines è “progettato per contrastare l’aggressione della RPC”, per proteggere Giappone, Corea del Sud e Filippine.
Smith ha detto che il reggimento, che avrà sede a Guam, “avrà la responsabilità di dispiegarsi rapidamente all’interno della prima catena di isole nelle Filippine, al fine di estendere lo spazio di battaglia e proteggere le linee di comunicazione strategiche che partono dal Giappone, tornano alle Filippine e alle Hawaii”.
La catena insulare si riferisce a un’area che comprende il Giappone, l’isola di Taiwan e il nord-ovest delle Filippine.
In caso di potenziali conflitti con la Cina, come l’avanzamento della causa della riunificazione nazionale o l’insorgere di conflitti tra Cina e Filippine o Giappone per dispute territoriali, gli Stati Uniti potrebbero utilizzare questi schieramenti per colpire la Cina, hanno osservato gli osservatori cinesi.
“Questo dimostra che gli Stati Uniti si preparano senza sosta a competere con la Cina, con una chiara mentalità da Guerra Fredda”, ha dichiarato domenica al Global Times Zhang Junshe, esperto militare cinese.
Il Kyodo Times ha riferito inoltre che il nuovo reggimento a Guam sarà il terzo del suo genere, in grado di rilevare e ingaggiare bersagli a lungo raggio utilizzando batterie missilistiche mobili, nonché di dispiegare piccoli gruppi di marines su isole remote. La prima unità è stata attivata nel marzo 2022 presso la Marine Corps Base Hawaii e la seconda è stata istituita a Okinawa nel novembre dello scorso anno.
Questo ha messo in luce il tentativo degli Stati Uniti di adottare una strategia di dispiegamento delle proprie forze militari, dato che il comandante del Corpo dei Marines degli Stati Uniti ha confermato che il trasferimento dei Marines americani da Okinawa a Guam inizierà a dicembre.
Secondo quanto riporta l’NHK Work Japan: “Smith ha parlato di un piano per muovere circa 4.000 Marines da Okinawa a Guam basato su un accordo con il Giappone”.
Secondo quanto riferisce l’agenzia Ansa: “Il costo del trasferimento a Guam, dove sono iniziati i lavori di costruzione di Camp Blaz, è stimato in 8,7 miliardi di dollari, di cui fino a 2,8 miliardi saranno a carico del governo di Tokyo. La prefettura di Okinawa ospita oltre il 70% delle strutture utilizzate esclusivamente dalle forze armate statunitensi, nonostante rappresenti solo lo 0,6% della superficie totale del Giappone”.
Alcuni osservatori ritengono che lo spostamento delle forze militari statunitensi da Okinawa a Guam sia una ritirata strategica, che indica una mancanza di sicurezza a Okinawa.
Ma Zhang Junshe la vede diversamente. “Strategicamente, le forze armate statunitensi non si stanno ritirando da Okinawa; potrebbero ritirare le loro forze, ma alcune armi e la potenza di fuoco rimarranno sul posto. Da un lato, gli Stati Uniti stanno istigando i conflitti, dall’altro non vogliono che le loro forze subiscano perdite. Per questo motivo, stanno spingendo Paesi come le Filippine e il Giappone a essere saldamente legati alle loro navi da guerra come carne da cannone”, ha osservato Zhang.
Trasformazioni tattiche e nuovo ruolo dei Marines nel Pacifico
Il Corpo dei Marines degli Stati Uniti si concentra principalmente sulle operazioni anfibie, ma ora è necessario che il corpo subisca una trasformazione tattica verso le operazioni litoranee, enfatizzando l’integrazione terra-mare. Ciò comporterà di per sé cambiamenti significativi nelle funzioni del Corpo dei Marines, il che rappresenta una sfida considerevole, ha dichiarato un altro esperto militare cinese al GT, che ha richiesto l’anonimato.
Secondo quanto riporta questo lunedì da Alex Wilson su Stars and Stripes: “L’annuncio arriva meno di un anno dopo che, a novembre, i Marines hanno convertito il 12° reggimento di Okinawa nel 12° reggimento litoraneo dei Marines. Il 3° Reggimento Marine Littoral, il primo nell’Indo-Pacifico, è stato istituito nel marzo 2022.
L’iniziativa di ristrutturazione dei Marines, annunciata per la prima volta nel 2020, ha previsto un terzo reggimento nella regione e almeno dal 2023 ha considerato Guam come probabile sede, secondo un rapporto del Congressional Research Service del giugno 2023. Secondo il rapporto, i Marines considerano i reggimenti litoranei una componente chiave del loro progetto di transizione della Forza che enfatizza la guerra insulare e la manovrabilità marittima. I reggimenti sono generalmente composti da circa 2.000 Marines e devono essere in grado di dispiegarsi rapidamente “su isole, coste e posti di osservazione lungo i punti nevralgici”, pur essendo facili da mantenere, secondo il rapporto”.
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