Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Isole Salomone. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Isole Salomone. Mostra tutti i post

15/07/2024

Isole Salomone e Vanuatu, il ruolo nell’Indo-Pacifico

Nella settimana passata, i primi ministri di Vanuatu e delle Isole Salomone si sono recati in Cina. Per quanto la notizia possa essere passata in sordina, almeno sui principali media generalisti, l’importanza di queste visite non è assolutamente da sottovalutare.

I due arcipelaghi che formano i due paesi non sono molto lontani dalla Nuova Caledonia, dove la ribellione al colonialismo francese continua da settimane. E soprattutto, si trovano in un settore fondamentale del Pacifico, con un’importante funzione strategica.

Le Isole Salomone erano già state al centro di una diatriba politica quando, nel 2022, Pechino firmò col paese un accordo di sicurezza e polizia. Questo venne visto come una vera e propria sfida alle due alleanze militari guidate dagli Stati Uniti nell’area, l’Aukus e il Quad.

La realtà, al solito, è più complessa, con il piccolo stato insulare che semplicemente cerca alleanze dove conviene, sapendo che un mondo multipolare offre molte più opportunità. Ma l’elezione a primo ministro, lo scorso maggio, di Jeremiah Manele, considerato di orientamento filo-cinese, ha rafforzato questa visione.

A dimostrazione che questa lettura è tarata dalla propaganda occidentale, il primo viaggio di Manele all’estero è stato a Canberra. Nuova Zelanda e Australia hanno appena concluso la costruzione di una pista lunga un chilometro all’aeroporto di Seghe, e Manele ha ottenuto anche degli accordi in materia di sicurezza e sviluppo economico, presto da definire.

Ad ogni modo, non mancano i punti di intesa col Dragone. Il 12 luglio Manele e Xi Jinping si sono incontrati, e hanno concordato di approfondire la cooperazione negli ambiti dello sviluppo rurale, della sanità, delle infrastrutture, dello sviluppo sostenibile e della lotta al cambiamento climatico.

Il presidente cinese ha inoltre sottolineato che le relazioni amichevoli tra la Cina e i paesi insulari del Pacifico, comprese le Isole Salomone, si inseriscono nel quadro della “Cooperazione Sud-Sud”. Manele ha ribadito che la Cina è un esempio per i paesi in via di sviluppo.

Anche Charlot Salwai, il primo ministro di Vanuatu, ha incontrato Xi Jinping lo stesso 12 luglio. Come per le Isole Salomone, anche questo paese è stato coinvolto nei programmi della Belt and Road Initiative, e Pechino è pronta ad altri investimenti in vari settori per lo sviluppo delle isole del Pacifico.

Il governo di Vanuatu, da parte sua, ha ribadito di aderire fermamente al principio di una sola Cina e di sostenere fermamente la posizione della Cina su questioni relative a Xinjiang, Hong Kong, Xizang, diritti umani e Mar Cinese Meridionale.

Soprattutto, Salwai ha chiesto alla Bank of China di aprire una propria succursale a Port Vila, capitale del paese. Questa potrebbe essere usata per finalizzare i pagamenti in yuan, andando a rappresentare un altro tassello del contrasto all’egemonia del dollaro.

Questa richiesta arriva dopo pochi giorni che funzionari statunitensi e australiani si sono incontrati al Pacific Banking Forum di Brisbane. Tra i temi trattati, c’è stata anche la necessità di migliorare l’accesso finanziario nella regione, per cui le grandi banche non mostrano attualmente grande interesse.

Ora sia Manele sia Salwai si stanno dirigendo a un incontro dei paesi insulari del Pacifico che si svolgerà in Giappone. Si può notare ancora una volta che le geometrie delle relazioni non sono così nette come ci si aspetterebbe da una nuova Guerra Fredda contro il mondo multipolare.

Ma Washington sta lavorando in questa direzione.

Fonte

27/08/2022

Divieto di attracco per una nave-spia Usa alle Isole Salomone

Che il clima nel Pacifico stia cambiando lo si capisce anche da piccoli episodi. Una nave formalmente della Guardia costiera degli Stati Uniti. La “Oliver Henry”, non ha potuto effettuare una sosta per il rifornimento nel porto di Honiara, capitale delle Isole Salomone, dopo che le autorità hanno ignorato le sue richieste di autorizzazione all’attracco. Il rapporto tra Stati Uniti e Isole Salomone si è complicato negli ultimi mesi, dopo che Honiara ha siglato un accordo di cooperazione nel campo della sicurezza con la Cina.

La nave della marina statunitense Oliver Henry, dopo il diniego nelle Isole Salomone, ha dovuto fare rotta verso Papua Nuova Guinea. Ufficialmente la nave è impegnato in “attività di pattugliamento contro la pesca illegale nel Pacifico meridionale” mentre in realtà è una missione di sorveglianza marittima.

Un sito specializzato descrive come l’equipaggio di Oliver Henry preveda di impegnarsi con le forze di difesa della Papua Nuova Guinea e con i funzionari locali.

“Il gentile benvenuto di Oliver Henry in Papua Nuova Guinea riflette la forte e apprezzata collaborazione tra la Guardia Costiera degli Stati Uniti e la Forza di Difesa della Papua Nuova Guinea”, ha affermato il tenente Freddy Hofschneider, comandante di Oliver Henry. “Non vediamo l’ora di avere maggiori opportunità di lavorare insieme e migliorare la sicurezza e la sicurezza marittima, in particolare con i nostri alleati e partner qui in Oceania”.

La Oliver Henry rientra nel progetto Usa avviato nel 2020 che prevede pattugliamenti più frequenti e più lunghi in un’area in cui la Guardia Costiera degli Stati Uniti ha aumentato la sua presenza negli ultimi 18 mesi. L’allora segretario di Stato americano Mike Pompeo ha dichiarato che “gli Stati Uniti sostengono un Indo-Pacifico libero e aperto”. In un discorso dello scorso anno, il comandante della guardia costiera degli Stati Uniti, l’ammiraglio Karl Schultz, ha sottolineato l’importanza strategica della presenza del servizio nella regione dicendo: “Siamo su una traiettoria in cui l’importanza geostrategica della regione dell’Oceania, è oggi più alta che negli ultimi decenni”.

Alla base del diniego dell’attracco della nave-spia nelle Isole Salomone, c’è il recente incontro tra la vice segretaria di Stato Usa Wendy Sherman con il leader dell’opposizione delle Isole Salomone Matthew Wale e il parlamentare Peter Kenilorea Jr. nella capitale Honiara.

L’Agenzia Nova riferisce che le parti hanno discusso le opportunità per rafforzare il rapporto tra Stati Uniti e Isole Salomone. Peter Kenilorea Jr., figlio dell’ex primo ministro Peter Kenilorea, critica duramente i rapporti del governo dell’attuale premier Sogavare con la Cina e ha criticato aspramente la decisione del governo in carica di rompere i rapporti con Taiwan. Anche Wale è molto critico nei confronti delle relazioni dell’arcipelago con Pechino e ha accusato la Cina di finanziare Sogavare e i deputati che lo sostengono. Durante la visita la Sherman ha anche incontrato il primo ministro Manasseh Sogavare.

L’arcipelago del Pacifico è divenuto negli ultimi mesi uno dei fronti della competizione globale tra Usa e Cina. Il governo ha infatti firmato di recente un patto di sicurezza con Pechino che ha suscitato l’irritazione di Washington, Giappone e Australia.

A causa dell’importanza strategica delle Salomone per il controllo delle rotte marittime nel Pacifico, gli Stati Uniti cercano con ogni mezzo di far pressione sul governo locale perché limiti le conseguenze del patto di sicurezza già firmato con la Cina.

Fonte

31/05/2022

Cina, patto per il Pacifico

Il tour del Pacifico iniziato qualche giorno fa dal ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha assunto una valenza simbolica tutta particolare alla luce sia della questione caldissima delle isole Salomone sia del recentissimo vertice del “Quad” (USA, Giappone, Australia, India) a Tokyo alla presenza del presidente americano Biden. Il capo della diplomazia di Pechino intende consolidare la crescente espansione dell’influenza cinese – in ambito economico e non solo – in un’area considerata come una sorta di “cortile di casa” degli Stati Uniti e dei loro alleati in Oceania. Per quante preoccupazioni le iniziative cinesi stiano provocando a Washington e a Canberra, proprio la disponibilità dei paesi del Pacifico nei confronti della seconda potenza economica del pianeta testimonia ancora una volta del cambiamento inesorabile in atto negli equilibri globali usciti dal secondo conflitto mondiale.

Wang porta con sé una proposta di accordo di ampio respiro che dovrebbe coinvolgere una decina di paesi (Salomone, Kiribati, Samoa, Figi, Tonga, Vanuatu, Papua Nuova Guinea, Isole Cook, Niue e Stati Federati di Micronesia). La colonna portante del progetto cinese è un accordo di libero scambio in quest’area, ma particolare attenzione viene data, soprattutto da media e governi occidentali, anche alla questione della sicurezza. Secondo una bozza dell’intesa analizzata dalla Associated Press, Pechino vorrebbe creare tra l’altro un programma di addestramento delle forze di polizia dei vari paesi del pacifico ed espandere la cooperazione sempre sul tema della sicurezza interna.

Se confermata, questa intenzione dimostra anche come la Cina abbia appreso la lezione dei fatti del recente passato in vari paesi del Pacifico, dove disordini interni sono stati in più di un’occasione sfruttati dalle potenze regionali, a cominciare dall’Australia, per organizzare interventi diretti volti a destabilizzare governi e orientarne le rispettive scelte di politica estera. La collaborazione tra Pechino e questi paesi dovrebbe ad ogni modo toccare anche altri ambiti, come ad esempio la pesca, la costruzione delle nuove reti internet, la cultura, l’educazione e gli investimenti in genere.

La trasferta di dieci giorni del ministro degli Esteri cinese ha dunque moltiplicato i timori degli Stati Uniti e dell’Australia per una possibile ridefinizione delle priorità strategiche delle isole-nazioni del Pacifico. La già ricordata vicenda delle Salomone aveva spinto i leader americani e australiani a muoversi per adottare contromisure che, tuttavia, si sono limitate finora a poco più di minacce di invasione se questo paese dovesse concedere una base militare permanente alla Cina. Una feroce polemica era esplosa appunto nei mesi scorsi con la notizia della firma di un accordo sulla “sicurezza” tra Pechino e le isole Salomone, anche se entrambi i paesi continuano a smentire che esso preveda una presenza militare cinese fissa.

La complicazione numero uno per Washington, come ha spiegato l’ex ispettore ONU ed ex membro dell’intelligence USA Scott Ritter in un’analisi pubblicata dalla testata ufficiale cinese Global Times, è il tentativo cinese di “boicottare la strategia americana e australiana in fase di sviluppo per contenere l’espansione di Pechino nel Mar Cinese Meridionale”. Questa strategia, prosegue Ritter, “si basa su una maggiore presenza USA in Asia orientale grazie all’utilizzo di basi esistenti” nella regione, così appunto da rafforzare l’impronta militare in paesi come Australia, Papua Nuova Guinea e Micronesia.

La sola notizia di una possibile “intrusione” militare cinese nelle isole Salomone o altrove rischia di mettere a repentaglio questa strategia e gli ultimi sviluppi hanno così mandato in crisi l’amministrazione Biden e l’Australia, guidata da pochi giorni da un nuovo governo a maggioranza laburista. A parte le già ricordate minacce rivolte alla leadership delle Salomone, Washington e Canberra stanno cercando di avviare alcuni progetti di contrasto all’espansione cinese.

Il neo-premier australiano, Anthony Albanese, ha ipotizzato un progetto di addestramento militare in grado di coinvolgere i paesi dell’area del Pacifico meridionale con l’obiettivo di contrastare qualsiasi dispiegamento di forze cinesi. Lo stesso “Quad” è a sua volta un meccanismo diretto interamente contro Pechino e la presenza in esso dell’Australia fa in modo che possa essere impiegato nell’area oggetto del viaggio in corso del ministro Wang. Da ultimo e forse con le maggiori ambizioni, l’amministrazione Biden sta cercando di coinvolgere anche alcuni paesi del Pacifico nella proposta di accordo economico-commerciale appena lanciato durante il vertice di Tokyo.

Questo soggetto è chiamato IPEF (“Indo-Pacific Economic Framework”) e dovrebbe rimediare al danno fatto da Trump con il ritiro dall’accordo di libero scambio trans-pacifico (TTP) negoziato in precedenza da Obama. Non solo, l’IPEF avrebbe come obiettivo teorico di competere con un altro accordo di questo genere, il cosiddetto RCEP (“Regional Comprehensive Economic Partnership”), promosso dalla Cina. La nuova proposta di Biden risulta però decisamente meno attraente sia rispetto al TTP sia al RCEP, soprattutto perché non prevede l’abbattimento delle tariffe doganali americane per le merci dei paesi membri e risulta perciò poco più di uno strumento per la promozione degli interessi USA in Asia orientale.

Ciononostante, la contromossa americana potrebbe quanto meno limitare l’ingresso di alcuni paesi nell’orbita economica cinese e, almeno secondo la Casa Bianca, proprio nei giorni scorsi anche un paese dell’area Pacifico – le Figi – avrebbe aderito all’IPEF. Da parte del governo delle Figi non ci sono state finora comunicazioni ufficiali in proposito. Anzi, domenica il ministro degli Esteri cinese è stato protagonista di un vertice cordiale con le massime autorità delle Figi, dove ha anche preso parte al summit del Forum delle Isole del Pacifico, che proprio qui ha il suo quartier generale.

Prima dell’arrivo di Wang, comunque, nelle Figi si era recata in visita la nuova responsabile della politica estera del governo australiano, Penny Wong, impegnata in un chiaro tentativo di dissuadere i leader dell’arcipelago dal sottoscrivere i piani cinesi. Prima dell’incontro con la Wong, il premier delle Figi, Frank Bainimarama, aveva dichiarato fermamente che il suo paese “non è il cortile di casa di nessuno”, esprimendo, nelle parole di un altro recente articolo del Global Times, l’opposizione ai tentativi occidentali di fare dei paesi del Pacifico “un mezzo per la strategia [di USA e Australia] di contenimento della Cina”.

Come in altre parti del pianeta dove si intersecano gli interessi degli Stati Uniti e della Cina, è molto difficile che anche nel Pacifico meridionale gli sforzi di Washington vadano a buon fine. Non c’è dubbio che le manovre di destabilizzazione e le minacce di intervento militare possano rallentare l’espansione di Pechino, ma sul piano economico o, ancor più, su quello dell’interesse dei singoli paesi del Pacifico le armi a disposizione degli USA appaiono ormai spuntate.

L’allineamento alle direttive americane implica oltretutto una collaborazione fortemente improntata all’elemento militare che, in caso di guerra con la Cina, metterebbe questi paesi in prima linea con conseguenze evidentemente rovinose. Il successo cinese, per quanto non a senso unico né privo di contraddizioni, dipende al contrario da un’offerta sul fronte economico, commerciale e degli investimenti che risulta tutto sommato vincente, innestandosi tanto più su realtà spesso duramente colpite dalla crisi di questi ultimi due anni.

Anche la stampa “mainstream” in Occidente è talvolta costretta ad ammettere i vantaggi che la presenza cinese porta con sé per questi paesi. Un articolo di domenica della Associated Press già nel titolo cita ad esempio i “benefici” che “molti” nelle isole Figi vedono nell’accordo promosso da Pechino nel Pacifico. Nei paesi coinvolti non c’è peraltro uniformità di vedute e i negoziati proseguiranno probabilmente ancora per qualche tempo. Il presidente degli Stati Federati di Micronesia, David Panuelo, ha fatto sapere di essere contrario all’iniziativa cinese, poiché “aumenterebbe senza ragione le tensioni geopolitiche e minaccerebbe la stabilità della regione”. Nella migliore delle ipotesi, a suo dire, provocherebbe “una nuova Guerra Fredda” e nella peggiore “una guerra mondiale”.

I rischi sono evidentemente presenti, ma, al di là della inevitabile difesa degli interessi strategici e probabilmente anche militari insita nei progetti di Pechino, l’elemento destabilizzante è rappresentato non da questi ultimi quanto dalla risposta degli Stati Uniti e dai loro alleati. Non solo, le reazioni isteriche alle nuove circostanze nel Pacifico si scontrano con la presunta difesa del principio di sovranità e della libera scelta di ogni paese di aderire a organismi internazionali o di stipulare alleanze con chiunque. Ciò che vale insomma per l’Ucraina non vale per le Salomone, per le Figi o per altri paesi ritenuti cruciali per la difesa di ciò che resta dell’egemonia globale USA.

Che le regole, anche in questo caso, intendano farle solo gli Stati Uniti se ne è avuta un’altra prova alla vigilia della partenza del ministro cinese Wang per il sud del Pacifico. In una conferenza stampa tenuta giovedì scorso, il segretario di Stato Anthony Blinken è tornato a formulare il concetto-chiave della politica estera americana, cioè che la Cina rappresenta la principale “minaccia a lungo termine” per il suo paese, più ancora della Russia. La Cina, ha spiegato Blinken, “è l’unico paese con la volontà e, sempre più, la forza economica, diplomatica, militare e tecnologica per ridisegnare l’ordine internazionale”. Se dovesse prevalere nella competizione in atto, quindi, “la visione di Pechino ci allontanerebbe dai valori universali alla base dei progressi del pianeta negli ultimi 75 anni”.

Per “valori universali” si deve intendere gli interessi USA e del capitalismo americano, costantemente erosi dalle tendenze multipolari in atto da anni e principalmente sotto la spinta dei piani di sviluppi promossi dalla Cina. Al di là delle minacce e degli appelli a valori democratici ormai totalmente svuotati da decenni di crimini e soprusi commessi proprio dagli Stati Uniti, la nuova realtà indica che il modello americano non solo dispone sempre meno di risorse per contrastare la crescita di potenze rivali, ma che esso, come dimostra il caso del Pacifico meridionale, trova anche ormai uno scarso appeal tra gli stessi paesi finora considerati come alleati o partner indiscussi di Washington.

Fonte

22/04/2022

Cina-Salomone, patto contro gli USA

La scelta di stipulare accordi o alleanze in piena libertà da parte di paesi sovrani viene nominalmente difesa dagli Stati Uniti e dai loro alleati soltanto quando non interferisce con gli interessi di questi ultimi. Secondo questa regola, ad esempio, l’Ucraina avrebbe il diritto di diventare un membro della NATO o dell’UE, ma non, come accadde alla vigilia del golpe neo-nazista del 2014, di entrare in un’organizzazione o area di libero scambio promossa dalla Russia. Gli stessi scrupoli selettivi di Washington si possono osservare in queste settimane anche nelle isole Salomone, situate nell’Oceano Pacifico meridionale, dove la possibile imminente stipula di un accordo sulla sicurezza tra il governo dell’arcipelago e la Cina ha scatenato la furiosa reazione di USA, Australia e Nuova Zelanda.

Le Salomone hanno un peso rilevante negli equilibri geo-strategici dell’Estremo Oriente, con implicazioni sul controllo delle vie marittime che attraversano l’Oceano Pacifico, come testimoniano tra l’altro le vicende del secondo conflitto mondiale. La loro posizione ne ha fatto perciò un oggetto di contesa tra le potenze regionali e globali che competono in quest’area del pianeta. L’ingresso della Cina nei giochi strategici del Pacifico è stato ovviamente l’elemento scatenate delle tensioni che questo paese sta attraversando da alcuni anni, soprattutto a partire dalla decisione presa nel 2019 dal primo ministro, Manasseh Sogavare, di cambiare il riconoscimento diplomatico da Taipei a Pechino.

L’iniziativa si inseriva evidentemente nel quadro di una partnership fatta in primo luogo di ingenti investimenti cinesi destinati allo sviluppo economico e infrastrutturale delle Salomone. Il 25 marzo scorso c’è stato poi un altro fatto che ha contribuito a infiammare gli animi, cioè appunto una rivelazione circolata sulla stampa dell’esistenza di una bozza d’intesa di cooperazione in ambito militare tra il governo delle Salomone e la Cina. La notizia, in seguito confermata da Sogavare, prospettava una realtà potenzialmente poco confortante per le mire americane, australiane e neozelandesi sul Pacifico. Questo accordo prevede, dietro richiesta, il possibile intervento cinese sul territorio delle Salomone per il “mantenimento dell’ordine sociale, la protezione di vite e proprietà, l’assistenza umanitaria, la risposta a disastri [ambientali] e per altri obiettivi”.

Ancora più delicato risulta un altro punto del memorandum d’intesa, quello che assegna la facoltà alle forze navali di Pechino di accedere ai porti delle isole Salomone. Nel testo si legge che “la Cina può, a seconda delle proprie necessità e con il consenso delle Salomone, effettuare visite [con le proprie imbarcazioni] per scali e rifornimenti logistici”. Inoltre, la flotta di Pechino può intervenire nelle Salomone “per proteggere la sicurezza di cittadini e progetti cinesi di rilievo”. Tanto è bastato, malgrado le smentite, per far circolare il sospetto che il governo di Sogavare fosse sul punto di concedere alla Cina una base militare sull’arcipelago. Qualunque siano le intenzioni delle due parti, l’accordo e le sue implicazioni militari sono percepite dagli USA e dai loro alleati come una serissima minaccia al principio strategico che dal secondo dopoguerra definisce l’approccio a questa regione, vale a dire l’esclusione di qualsiasi potenza rivale dall’area del Pacifico meridionale.

Anche se palesemente in violazione del principio della non interferenza nelle scelte di un paese sovrano, le diplomazie di questi tre paesi hanno intensificato in questi giorni le pressioni sul governo delle Salomone. Il ministro per gli Affari del Pacifico di Canberra, Zed Seselja, si è recato mercoledì in visita nella capitale, Honiara, per manifestare tutte le preoccupazioni del proprio governo. Al premier Sogavare avrebbe chiesto di considerare la possibilità di “non firmare l’accordo” e, con ogni probabilità, alla “richiesta” si sono accompagnati avvertimenti, se non aperte minacce, circa i pericoli a cui il suo governo andrà incontro se dovesse rafforzare la partnership con la Cina. A partire dal 2003, va ricordato, l’Australia aveva guidato una “missione umanitaria” in questo paese, che avrebbe in seguito finito per favorire una campagna di destabilizzazione sempre nei confronti di Sogavare, già alla guida del governo tra il 2006 e il 2007, conclusasi proprio con un voto di sfiducia nei suoi confronti in parlamento.

Prima della visita del ministro australiano, il vice-segretario di Stato USA, Wendy Sherman, aveva avuto a sua volta un colloquio telefonico con il ministro degli Esteri delle Salomone, Jeremiah Manele. Washington avrebbe informato la propria controparte dell’intenzione di aprire un’ambasciata a Honiara, mentre al momento sull’isola gli affari diplomatici sono sbrigati da un consolato. Il portavoce del dipartimento di Stato, in un comunicato ufficiale, ha aggiunto che i rappresentanti dei due paesi hanno discusso degli “sforzi congiunti” per “ampliare e approfondire l’impegno nel mantenere la regione indo-pacifica libera e aperta”.

In termini concreti, questa frase formale significa che Washington intende impedire a tutti i costi che la Cina metta in discussione gli equilibri favorevoli agli interessi americani nell’Oceano Pacifico. L’eventuale presenza di navi da guerra cinesi a circa duemila chilometri dalle coste australiane rappresenta insomma un rischio troppo elevato in funzione di un futuro conflitto armato con Pechino.

Il nervosismo americano, australiano e neozelandese dipende anche dal fatto che la Cina ha fatto progressi notevoli nell’area del Pacifico in questi anni. In tutte le occasioni in cui sono stati sottoscritti accordi economici o progetti infrastrutturali tra la Cina e i paesi della regione, gli alleati di Washington hanno scatenato campagne al limite dell’isteria per denunciare i metodi “aggressivi” di Pechino e i presunti rischi derivanti dall’espansione dell’influenza cinese. Così è stato ad esempio nel 2018 dopo che si era diffusa, peraltro senza fondamento, la notizia della costruzione di una base navale cinese a Vanuatu o, ancora, lo scorso anno a Kiribati, dove invece erano in programma lavori per rimettere in funzione una pista di atterraggio ad uso civile.

Non è però solo la propaganda con cui devono fare i conti governi come quello delle Salomone se decidono di approfondire i legami con la Cina. Sui media australiani si è discusso infatti più o meno apertamente di cambio di regime e di invasione militare se il premier Sogavare non dovesse fare marcia indietro sull’intesa con Pechino. Mentre il governo conservatore di Canberra continua a livello formale ad assicurare, per quanto può valere, che le Salomone hanno facoltà di agire in maniera indipendente, altre personalità senza incarichi ufficiali hanno dato vita a un dibatto decisamente più esplicito.

L’ex primo ministro laburista Kevin Rudd, qualche anno fa rimosso dal suo incarico dopo un golpe interno fomentato da Washington per avere invocato relazioni meno tese con Pechino, ha spiegato recentemente il contesto strategico su cui si basa la feroce opposizione a progetti come quello tra la Cina e le Salomone. “La dottrina a cui l’Australia aderisce a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale”, sostiene Rudd, prevede che “il nostro compito, secondo il trattato ANZUS [Australia-Nuova Zelanda-USA]”, è di garantire che le isole del Pacifico rimangano allineate agli “interessi della sicurezza nazionale americana e australiana”. Per Rudd, il pericolo concreto di una presenza militare cinese stabile nelle isole Salomone è che Pechino possa “bloccare le linee di comunicazione” tra USA e Australia in caso di crisi, riuscendo a salvaguardare in parallelo i propri interessi economici.

Le minacce dirette contro il governo delle Salomone non sono solo teoriche, come dimostrano gli eventi dei mesi scorsi. A fine novembre 2021 si era verificato quello che in molti avevano definito come un tentativo di golpe contro Sogavare. Per tre giorni, la capitale Honiara era stata invasa da oltre un migliaio di manifestati intenzionati a fare irruzione nel parlamento e impegnati a distruggere edifici civili e attività commerciali, soprattutto quelle appartenenti a cittadini cinesi. Negli scontri c’erano stati tre morti e per ristabilire l’ordine erano arrivati sull’isola uomini delle forze di sicurezza di vari paesi della regione, tra cui Australia e Nuova Zelanda.

Le proteste violente erano state alimentate dal primo ministro dell’isola/provincia di Malaita, Daniel Suidani, di fatto il punto di riferimento del governo americano nelle Salomone. Suidani è stato protagonista di varie iniziative per boicottare la partnership del suo paese con la Cina, quasi sempre in collaborazione con Washington. Gli USA hanno ad esempio finanziato direttamente e senza passare dalle autorità centrali il governo locale di Malaita, il quale a sua volta ha continuato a mantenere contatti diplomatici ed economici con Taiwan.

Le tensioni nelle isole Salomone rischiano ora di aggravarsi ulteriormente, proprio perché l’accordo in fase di negoziazione con la Cina si interseca con le vicende del conflitto russo-ucraino. L’escalation dello scontro in Europa orientale sta facendo emergere i veri obiettivi degli Stati Uniti che consistono, in ultima analisi, in una sfida frontale sia alla Russia sia alla Cina. In quest’ottica, tutti i teatri del confronto con le due potenze rivali di Washington diventano cruciali per non cedere terreno e, di conseguenza, agli alleati, ai partner o ai paesi semplicemente nelle mire strategiche americane, come quelli del Pacifico meridionale, viene “richiesto” di allinearsi senza ambiguità.

Proprio questa regione apparentemente remota, d’altronde, è da tempo al centro degli intrighi anti-cinesi degli USA e della NATO. Lo stesso segretario dell’Alleanza, Jens Stoltenberg, ne ha parlato apertamente qualche giorno fa al termine di un vertice dei paesi membri dedicato in larga misura all’Ucraina, annunciando il raggiungimento di un accordo per “rafforzare la cooperazione con i nostri partner in Asia e nel Pacifico”.

Fonte

03/12/2021

USA-Cina, sfida nel Pacifico

Il tentativo di rovesciare il governo centrale nelle isole Salomone e il durissimo scontro politico che continua ad attraversare il paese del Pacifico meridionale sono un riflesso della competizione sempre più accesa che sta mettendo di fronte la Cina agli Stati Uniti e ai loro alleati in questa remota area del globo. Per quanto periferica, la posizione dell’arcipelago a nord-est dell’Australia ricopre un’importanza strategica rilevante, come confermano anche gli eventi accaduti durante la Seconda Guerra mondiale, e le potenze coinvolte nelle vicende interne di questo e di altri paesi dell’Oceano Pacifico investono risorse tutt’altro che trascurabili per fare in modo che i propri interessi vengano garantiti dalle classi dirigenti indigene.

La crisi nelle Salomone affonda le radici almeno nella decisione, presa nell’autunno del 2019 dal primo ministro tuttora in carica Manasseh Sogavare, di cambiare il riconoscimento diplomatico da Taiwan alla Cina. Dietro a questa iniziativa c’erano in primo luogo fattori economici che, in linea con la legittima strategia di allargamento della propria influenza internazionale da parte di Pechino, hanno infatti successivamente portato investimenti importanti in questo paese/arcipelago del Pacifico, a cominciare da quello da oltre 800 milioni di dollari destinati alla riattivazione di un giacimento di oro.

La sostituzione di Taipei con Pechino aveva subito messo in allarme una parte della classe politica delle Salomone, quella cioè tradizionalmente legata all’Occidente e agli Stati Uniti in particolare. Il punto di riferimento di Washington era e resta il primo ministro dell’isola/provincia di Malaita, Daniel Suidani, il cui ruolo nell’incitamento alla rivolta della scorsa settimana è stato decisivo.

Alimentando le spinte separatiste che storicamente pervadono questa provincia, Suidani aveva lanciato una campagna anti-cinese dai toni nemmeno troppo velatamente razzisti e continuato a mantenere contatti di natura diplomatica ed economica con Taiwan. Ancora prima del riconoscimento di Pechino come governo legittimo della Cina, nell’estate del 2019 Suidani aveva incontrato una folta delegazione del governo americano, già presente a Malaita tramite organizzazioni come la famigerata USAID o l’Istituto Internazionale Repubblicano.

Dopo quel summit, Washington aveva staccato un assegno da 25 milioni di dollari per la costruzione di un porto sull’isola di Malaita, suscitando l’ira del governo centrale di Sogavare perché il finanziamento era finito direttamente nelle casse dell’amministrazione provinciale. In seguito, il primo ministro era stato accusato di avere ceduto alla corruzione cinese, mentre dal Congresso americano si erano alzate voci che chiedevano l’imposizione di sanzioni punitive nei confronti delle isole Salomone.

I tentativi di rovesciare il governo di Sogavare si sono da allora moltiplicati e la crisi è sembrata raggiungere il punto di rottura tra il 24 e il 26 novembre scorso, quando per tre giorni la capitale Honiara è stata messa a ferro e fuoco da gruppi di rivoltosi, guidati da un’organizzazione separatista della provincia di Malaita legata a Suidani. Più di mille contestatori avevano anche cercato di fare irruzione nella sede del Parlamento, prima di essere fermati dalle forze di sicurezza. Decine di edifici sono andati distrutti, compreso un comando di polizia e la residenza del premier. La rivolta ha preso di mira soprattutto negozi ed esercizi gestiti da cittadini cinesi e tra le macerie di un palazzo dato alle fiamme sono stati rinvenuti tre corpi carbonizzati. In totale, per le violenze e i saccheggi sono finite agli arresti un centinaio di persone.

In molti hanno sostenuto che le proteste dei giorni scorsi sono state in larga misura spontanee, fatte esplodere da fattori come povertà, disoccupazione diffusa, sfruttamento delle risorse a vantaggio dei grandi interessi domestici e internazionali. Questi elementi hanno avuto senza il minimo dubbio un peso sul caos che ha attraversato per alcuni giorni la capitale Honiara, ma la competizione politica tra i centri di potere che fanno capo a Sogavare e a Suidani e, soprattutto, tra le potenze internazionali ha dato l’impulso decisivo a quello che ha assunto tutti i contorni di un tentativo di colpo di stato.

Gli animi sull’isola di Malaita erano inoltre già surriscaldati dal mese di ottobre, dopo cioè che nell’assemblea provinciale le forze politiche vicine al primo ministro Sogavare avevano introdotto una mozione di sfiducia contro Suidani. La mossa era stata accolta dalle proteste di migliaia di sostenitori di quest’ultimo nelle strade della capitale della provincia, Auki, e alla fine la mozione era stata respinta. Suidani aveva poi continuato a ricevere aiuti da Taiwan, ad esempio di materiale medico per combattere la pandemia, e, dopo una trasferta medica a Taipei, si era lanciato in una delicata discussione sulla possibilità di organizzare un referendum indipendentista nella provincia di Malaita.

La crisi nelle isole Salomone ha avuto un altro risvolto apparentemente singolare durante le violenze nella capitale. Su richiesta di Sogavare, cioè, il governo australiano del premier Scott Morrison ha inviato più di cento soldati e agenti di polizia per aiutare le forze di sicurezza indigene a sedare la rivolta. Altre decine di uomini sono arrivati anche dalla Nuova Zelanda, dalla Nuova Guinea, dalle isole Samoa e dalle Figi. Il contributo di Canberra è stato condannato duramente da Suidani, il quale ha accusato l’Australia di voler “favorire la permanenza al potere di un primo ministro corrotto”.

A prima vista, l’iniziativa australiana sembrerebbe insolita, dal momento che Canberra è totalmente allineata alla linea strategica dettata da Washington e partecipa con ogni probabilità alle manovre in atto per favorire Suidani in funzione anti-cinese. L’invio di forze australiane nelle Salomone potrebbe perciò servire a stabilire una presenza prolungata che consenta di ottenere l’obiettivo di rimuovere dal suo incarico il premier Sogavare. L’Australia aveva già guidato una “missione umanitaria” in questo paese a partire dal 2003 e ciò aveva favorito una campagna di destabilizzazione sempre nei confronti di Sogavare, precedentemente alla guida del governo tra il 2006 e il 2007, conclusasi proprio con un voto di sfiducia nei suoi confronti in parlamento.

Le rassicurazioni di Canberra circa la durata limitata della presenza dei militari australiani nelle isole Salomone e la loro estraneità alle vicende politiche interne sono in ogni caso tutt’altro che credibili. L’Australia ha tradizionalmente enormi interessi nell’area del Pacifico, dove da decenni opera sia in maniera aperta sia dietro le quinte per influenzare le decisioni dei vari governi. A ciò va aggiunto il fatto che la classe dirigente australiana opera di concerto con gli Stati Uniti ed è ormai pienamente coinvolta nell’offensiva anti-cinese di Washington che, appunto, ha tra i propri campi di battaglia le isole dell’Oceano Pacifico.

C’è quindi da scommettere che l’Australia e gli USA continueranno a manovrare per ottenere la testa di Sogavare, malgrado la rivolta alimentata contro il suo governo sia stata per il momento repressa. Il prossimo appuntamento cruciale, anche se probabilmente non decisivo, sarà in questo quadro la mozione di sfiducia contro il premier che l’opposizione presenterà in parlamento nei prossimi giorni. Sogavare ha affermato di non avere dubbi sulla sua sopravvivenza politica, grazie alla maggioranza su cui può contare, ma gli equilibri potrebbero anche cambiare in seguito alle manovre che senza dubbio sono già in atto sotto la regia di Washington e Canberra.

Fonte