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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/03/2026

Accordo UE-Australia su difesa e commercio. I dazi USA accelerano nuovi legami

Dopo otto anni di trattative, iniziate nel 2018 e segnate da brusche interruzioni, l’Unione Europea e l’Australia hanno infine firmato un accordo strategico di grande importanza per entrambe le economie... e le forze armate.

È successo martedì 24 marzo, quando la presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, e il primo ministro australiano, Anthony Albanese, hanno annunciato la definizione di un vasto partenariato che spazia dal libero scambio alla cooperazione militare, fino alla ricerca tecnologica.

Il cuore economico dell’accordo prevede l’eliminazione di oltre il 99% dei dazi doganali sui beni esportati. Bruxelles stima che le esportazioni europee verso l’Australia potrebbero crescere del 33% nel prossimo decennio, raggiungendo un valore di 17,7 miliardi di euro l’anno.

A beneficiare della liberalizzazione saranno soprattutto i settori dell’automotive, della chimica e i prodotti di eccellenza dell’agroalimentare europeo: formaggi, vini, cioccolato e dolciumi entreranno nel mercato australiano senza barriere tariffarie.

Il settore agricolo è stato, come previsto, lo scoglio più duro, ma alla fine i paesi europei hanno ottenuto una certa tutela dei propri prodotti tipici, mentre l’Australia ottiene un accesso facilitato al mercato europeo per circa 30.600 tonnellate di carne bovina (circa nove volte le esportazioni attuali), di cui oltre la metà sarà esente da dazi.

L’accordo di Canberra va ben oltre le merci. Il nuovo partenariato su sicurezza e difesa prevede una cooperazione rafforzata sul piano del mare e su quello cyber. Inoltre, l’Australia avvierà i negoziati per l’associazione a Horizon Europe, il programma cardine della ricerca dell’Unione.

Infine, sul tavolo delle trattative c’è stato anche il tema dell’accesso privilegiato a litio, manganese e alluminio, fondamentali per la transizione energetica e nelle più moderne tecnologie. Von der Leyen ha spiegato come tale partnership sui minerali sia cruciale per svincolarsi dalla dipendenza da Pechino.

L’intesa non deve essere valutata solamente come una mossa commerciale, ma piuttosto come una mossa geopolitica che è figlia di un momento di estrema incertezza globale, segnato dalle tensioni derivanti dall’aggressione all’Iran e dal crescente protezionismo e della guerra dei dazi promossa dagli Stati Uniti.

“L’Unione Europea e l’Australia possono essere geograficamente distanti, ma non potremmo essere più vicini nella nostra visione del mondo”, ha dichiarato von der Leyen. Se ovviamente il nemico sistemico è Pechino (e vale tanto più sul piano militare dell’Indo-Pacifico, su cui insiste l’Australia), il problema immediato che, dopo anni, ha portato all’accordo Bruxelles e Canberra è la rottura dell’euroatlantismo – e delle sue propaggini – promossa da Washington.

L’Australia è lontana dalla First Island Chain su cui gli USA vogliono schiacciare le pressione bellica contro la Cina, la NATO è sempre più uno strumento usato da Trump contro la UE, piuttosto che un ombrello di sicurezza. E poi c’è la guerra dei dazi, che ha accelerato la frammentazione del mercato globale, e di conseguenza ha anche sbloccato le titubanze sullo sviluppo di aree commerciali alternative, sbocchi fondamentali per un’economia ancora export oriented come quella europea.

Proprio oggi il Parlamento Europeo dovrebbe approvare definitivamente l’accordo commerciale definito tra Bruxelles e Washington lo scorso luglio. Al Financial Times l’ambasciatore statunitense nell’UE, Andrew Puzder, ha minacciato la UE che potrebbe perdere l’accesso “favorevole” al GNL stelle-e-strisce se decidesse di modificare l’intesa già raggiunta.

Per quanto riguarda invece quella con l’Australia, ora l’accordo dovrà passare al vaglio del Consiglio e del Parlamento Europei per la ratifica definitiva, con l’obiettivo di rendere operative le prime agevolazioni entro i prossimi mesi.

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14/03/2026

Attivisti australiani arrestati per l’uso dello slogan “dal fiume fino al mare”

Due attivisti australiani, una giovane donna di 18 anni e un uomo identificato come Liam Parry, sono stati arrestati mercoledì 11 marzo per aver usato la frase “dal fiume fino al mare”, una delle formule tipiche di espressione della solidarietà con il popolo palestinese. Sono le prime vittime della nuova legislazione di “contrasto all’antisemitismo”, appena approvata nello stato del Queensland.

Secondo le nuove norme, le frasi “from the river to the sea” e “globalise the Intifada” fanno parte di un “discorso di odio” che è stato messo al bando. Mercoledì, vari manifestanti si sono riuniti sotto il parlamento del Queensland per denunciare il provvedimento liberticida, ma la protesta si è trasformata nella prima occasione per mettere in pratica la normativa.

Parry dovrà comparire in tribunale il prossimo 8 aprile, e rischia fino a 2 anni di carcere, mentre la donna messa in manetta indossava una maglietta con sopra scritto proprio “from the river to the sea”, e si attende di capire quali reati le verranno imputati. L’azione poliziesca non ha fatto che confermare le critiche dei manifestanti: la legge rappresenta un duro colpo per la libertà di espressione e uno strumento di repressione contro il movimento di solidarietà con la Palestina.

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12/02/2026

Il Congresso USA discute se rivedere gli impegni presi con l’Aukus

Che gli USA avessero dubbi sull’utilità dell’Aukus, l’alleanza militare tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia per il controllo dell’Indo-Pacifico, era stato fatto sapere sin dai primi mesi della seconda amministrazione Trump. Il Congresso statunitense ha ora messo nero su bianco quello che era stato paventato: l’Australia potrebbe non ricevere mai i sottomarini d’attacco a propulsione nucleare (SSN) di classe Virginia promessi.

Il cosiddetto Pilastro 1 dell’accordo, siglato in pompa magna nel 2021, non era solo una vendita di armamenti, ma un paradigma di gestione geopolitica. Prevedeva il dispiegamento a rotazione di sottomarini USA e britannici in Australia, oltre alla vendita prima di 3 e poi 5 sottomarini classe Virginia a Canberra. A ciò si sarebbe aggiunta, in prospettiva, la costruzione di una nuova classe di battelli britannico-australiani.

Tuttavia, nonostante le rassicurazioni di facciata fornite dall’amministrazione Trump alla fine del 2025, il dossier arrivato sui banchi del Congresso a fine gennaio racconta una storia diversa. La parola d’ordine è una sola, anche in questo caso: America First. Il nodo è, infatti, se in futuro i cantieri navali stelle-e-strisce riusciranno a garantire due SSN Virginia ogni anno alla flotta statunitense o meno.

La cantieristica statunitense sta attraversando una crisi cronica: mancanza di manodopera specializzata, costi fuori controllo e una flotta che invecchia più velocemente di quanto venga rinnovata. Se paragonata con le capacità di quella cinese (e non lo facciamo noi, lo fanno gli stessi documenti statunitensi) rischia di far perdere la supremazia nel Pacifico a Washington.

Stando al testo giunto al Congresso, il numero di SSN operativi raggiungerà il minimo storico di 47 sottomarini nel 2030, per poi tornare a salire fino a 64 o 66 unità entro il 2054. Queste stime non tengono conto della vendita di battelli all’Australia, come a dire che questa transazione non avverrà. Il documento accenna invece a un’alternativa di divisione dei compiti (e maggiore impegno australiano per la propria difesa).

Invece di vendere i sottomarini, il Congresso ragiona sulla possibilità di mantenere la proprietà e la gestione degli SSN, che sarebbero chiamati a svolgere missioni sia statunitensi sia australiane, mentre Canberra si occuperebbe di ampliare le capacità militari, navali e non, così da rafforzare la proiezione nel Pacifico (in parte, era già stata trovata un’intesa in questo senso a ottobre).

Rimane ancora come decisione da prendere quella della condivisione delle tecnologie necessarie a produrre gli SSN britannico-australiani che avrebbero poi dovuto subentrare ai mezzi statunitensi. Un’opzione potrebbe essere quella di continuare a garantire lo svolgimento di missioni per conto di Canberra da parte di mezzi che rimangono in saldo possesso di Washington. E in quest’ultimo caso la flotta di SSN Virginia verrebbe aumentata di ulteriori 8 sottomarini.

Al di là delle questioni tecniche, appare chiaro che questa rimodulazione dell’impegno nell’Aukus risponda perfettamente a quello che è stato scritto nella nuova National Defense Strategy (NDS). Gli “alleati” saranno chiamati a pagarsi da sé la loro difesa, e in questo caso risulta addirittura evidente come gli Stati Uniti stiano premendo sull’Australia affinché faccia gli investimenti necessari a garantire la proiezione del Pentagono nel Pacifico.

Tale proiezione, inoltre, non è più indirizzata alla difesa dei partner, ma a un complessivo mantenimento della supremazia bellica sui vari scenari, così da essere sicuri di garantirsi “una pace dignitosa, a condizioni favorevoli agli americani ma che la Cina possa anche accettare e a cui sottostare”, come si legge nel NDS. Insomma, una pace che cristallizzi un dominio imperialistico.

Il primo ministro australiano, Anthony Albanese, ha inoltre affermato di voler riportare il porto di Darwin, importante accesso al Pacifico, sotto il controllo del suo paese, dopo che è stato affidato in gestione per 99 anni a una compagnia controllata da un gruppo cinese. Il tema è stato presentato come appartenente alla sfera della sicurezza nazionale.

Ma rimane il fatto che l’attenzione statunitense si sposta, più che su singoli dossier, sulle capacità schierate lungo la First Island Chain, che va dalle coste giapponesi a quelle della Malesia. A fare le spese di questo nuovo atteggiamento strategico c’è anche Taiwan, nessuno escluso. L’Aukus, da alleanza per attori coinvolti nell’Indo-Pacifico, si trasforma in piattaforma delle scelte statunitensi. Canberra (ma anche Londra) non possono fare molto al riguardo.

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23/10/2025

Accordo USA-Australia sulle terre rare e sull’AUKUS

Lunedì 20 ottobre il presidente statunitense Donald Trump e il primo ministro australiano Anthony Albanese hanno chiuso un accordo di grande portata per ciò che riguarda l’approvvigionamento di terre rare. Una risposta al riaccendersi della guerra commerciale con la Cina, ma anche un’intesa che coinvolge la dimensione militare e le prospettive dell’AUKUS, il patto di sicurezza tra Washington, Canberra e Londra.

Quella annunciata lunedì è un’intesa che sarebbe stata negoziata negli 4-5 mesi, ha detto Trump, e che dovrebbe valere intorno agli 8,5 miliardi di dollari. Il primo impegno è quello da parte di entrambi i governi coinvolti a investire un totale di 3 miliardi nei prossimi sei mesi in progetti relativi sia all’estrazione sia alla lavorazione di questi minerali.

Altro elemento fondamentale dell’accordo è che vengono garantiti dei prezzi minimi per tali materiali, i cui costi di produzione non sono competitivi rispetto a quelli cinesi. Negli accordi e negli investimenti dovrebbero essere connessi anche dei diritti di acquisto anticipato. Canberra vuole creare una ‘riserva strategica nazionale’ del valore di 1,2 miliardi di dollari australiani, con l’obiettivo di renderla pienamente operativa nella seconda metà del 2026.

Trump ha detto che ci saranno “così tanti minerali critici e terre rare che non saprete cosa farne”. Tolta la propaganda, più realistiche sono state le affermazioni che Dan Morgan, della società di consulenza Barrenjoey, ha rilasciato a Reuters: “non credo che assisteremo a una crescita esponenziale dell’offerta, e di certo non nel giro di un anno. Potremmo vedere un aumento in 5-7 anni”.

Sul sito della Casa Bianca si può leggere che il valore delle risorse che potranno essere ottenute da questi impegni si aggira intorno ai 53 miliardi di dollari. Non sono tuttavia indicati nello specifico di quali materiali si stia parlando, né la loro ubicazione. Allo stesso tempo, la U.S. Export-Import Bank (EXIM), che funge da agenzia di credito all’esportazione del governo statunitense, ha dato indicazioni in merito.

Infatti, in contemporanea all’accordo è stata data notizia dell’emissione di sette lettere di manifestazione di interesse per finanziamenti a imprese del settore. L’ammontare di questi fondi è pari a 2,2 miliardi di dollari, che dovrebbero andare a sbloccare investimenti per un totale di 5 miliardi. Stando a quel che affermano da EXIM, i progetti riguardano minerali essenziali per i settori della difesa, l’aerospazio, le apparecchiature di comunicazione e le tecnologie industriali di prossima generazione.

A ciò si deve aggiungere l’annuncio che il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti investirà nella costruzione di una raffineria di gallio nell’Australia Occidentale. Appare dunque chiaro come l’intera operazione risponda a priorità strategiche e militari, e che sia stata pensata come strumento di ‘militarizzazione’ delle filiere delle terre rare nello scontro con la Cina. Un segnale ulteriore di quella frammentazione del mercato globale che caratterizza il panorama odierno.

Del resto, lo stesso primo ministro australiano ha reso sottolineato che l’accordo stretto con gli USA riguarda “tre gruppi di attività”, nelle quali sono compresi anche partner terzi come il Giappone. Il raggio d’azione di questo tipo d’accordo non è semplicemente quello delle relazioni economiche, ma è quello della linea di contenimento di Pechino che Washington vuole mantenere sull’Indo-Pacifico.

Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun, ha semplicemente affermato: “i paesi con risorse minerarie chiave dovrebbero svolgere un ruolo attivo nel garantire la sicurezza e la stabilità della catena industriale e di approvvigionamento, nonché assicurare una normale cooperazione economica e commerciale”. Non si è spinto oltre, anche se la natura bellicosa dell’accordo USA-Australia è resa evidente anche dal resto del suo contenuto.

Infatti, avevamo già fatto presente i dubbi espressi dall’amministrazione Trump intorno agli impegni presi nella cornice AUKUS. Come al solito, sono stati più che altro il preludio a trattative che servivano semmai ad aumentare il guadagno finanziario e industriale degli States nei piani militari riguardanti questa alleanza.

Il segretario della Marina John Phelan ha dichiarato, durante l’incontro tra Trump e Albanese, che i due paesi stanno lavorando a stretto contatto per migliorare il quadro AUKUS originale per tutte e tre le parti – anche quella britannica – “e chiarire alcune delle ambiguità presenti nell’accordo precedente”.

Già lo scorso mese erano stati annunciati investimenti sostanziosi, tra cui 2 miliardi già quest’anno per incrementare i tassi di produzione nei cantieri navali statunitensi. Centrale era stato anche l’impegno nell’ammodernamento del porto di Henderson vicino Perth, per renderlo un hub adeguato a spitare i sottomarini statunitensi di classe Virginia proiettati verso l’Oceano Indiano.

Ora, si legge nella nota della Casa Bianca già citata, l’Australia acquisterà 1,2 miliardi di dollari in veicoli sottomarini senza pilota Anduril e prenderà in consegna la prima tranche di elicotteri Apache in un accordo separato da 2,6 miliardi di dollari. Inoltre, Canberra investirà nelle sue capacità integrate di difesa aerea e missilistica, e in questa prospettiva altri 2 miliardi finiranno alle aziende statunitensi.

Infine, “l’alleanza tra Stati Uniti e Australia sta garantendo la resilienza della catena di approvvigionamento delle munizioni nell’ambito dell’iniziativa australiana Guided Weapons and Explosive Ordnance (GWEO) e sta sfruttando una cooperazione semplificata per l’esportazione, che supporterà direttamente oltre 200 fornitori di produzione in Texas, Florida, Arkansas e Alabama”.

Insomma, più che un accordo tra pari, sembra un altro servizio reso tra un vassallo e il suo signore. Tra minerali strategici e pagamenti per il complesso militare-industriale statunitense, l’unica cosa certa è che, ancora una volta, tutto viene fatto contro la Cina.

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28/08/2025

Colloqui sul nucleare iraniano a Ginevra, ma già si alzano i toni...

Due giorni fa si è tenuto a Ginevra il secondo round dei colloqui tra il formato E3 (Regno Unito, Francia, Germania) e l’Iran riguardo il programma nucleare civile di quest’ultimo. Il clima però è tutt’altro che disteso, e persino l’ipotesi di un rinfocolarsi della guerra contro la Repubblica Islamica è apparsa nel dibattito pubblico.

A diffondere la notizia è stato il Financial Times, che ha riportato come un diplomatico occidentale abbia affermato al giornale britannico che “potrebbe verificarsi un altro ciclo [di conflitto] perché le operazioni militari non hanno risolto nulla”. Ha anche aggiunto che “si discute sulla gravità dei danni subiti dagli impianti nucleari, ma non sono così gravi da compromettere il programma nucleare”.

Affermazioni di un certo peso, quando al di là dell’Atlantico il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti Pete Hegseth ha licenziato il capo dell’agenzia di intelligence del Pentagono Jeffrey Kruse e altri due alti comandanti militari proprio perché, almeno secondo Reuters, avrebbero firmato un rapporto che affermava che i danni dell’attacco statunitense ai siti iraniani ne avevano ritardato i lavori solo di qualche mese.

Tornando all’incontro di Ginevra, il dialogo sembra impantanato di fronte alle prese di posizione arbitrarie dei rappresentanti delle tre grandi potenze europee, mentre chiedono all’Iran di tornare a confrontarsi con gli USA. Cosa che è difficile pensare possa accadere dopo che è stata Washington a interrompere i contatti bombardando i siti di Teheran. E tuttavia, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha lasciato aperta la porta per possibili negoziati indiretti, purché gli USA si impegnino a non attaccare l’Iran nel mezzo della discussione.

Il fulcro dell’incontro in Svizzera era la riattivazione del meccanismo di snapback previsto dall’accordo sul nucleare del 2015, lo stesso che è stato disconosciuto, ancora una volta, dalla prima amministrazione Trump, non dall’Iran. Si tratta, in sostanza, della reimposizione automatica delle sanzioni sospese in funzione delle trattative nel caso in cui venisse accertata una violazione dell’accordo.

Già il 20 giugno c’era stato un primo faccia a faccia tra i ministri degli Esteri di Francia, Germania, Regno Unito, l’Alto rappresentante UE Kaja Kallas e l’Iran, con gli europei che continuano a sostenere che il programma iraniano è privo di uno scopo civile.

Era seguito un altro incontro il 25 luglio, senza raggiungere alcun avanzamento. Secondo alcuni funzionari occidentali, riferisce Axios, gli esponenti iraniani continuano a presentare proposte piuttosto vaghe.

A tutto ciò è seguita una chiamata telefonica tra Araqchi, i suoi omologhi europei e Kallas, poco prima del vertice a Ginevra. Araqchi ha criticato qualsiasi tentativo di attivare il meccanismo sanzionatorio dell’accordo del 2015: esso sarà valido fino al 18 ottobre, e le sanzioni possono essere attivate solo entro il 18 settembre. Secondo Reuters, l’E3 potrebbe avviare le procedure relative già oggi, giovedì 28 agosto.

Dal canto loro, le autorità iraniane sono di tutt’altro avviso. Nel frattempo, Rafael Grossi, a capo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) delle Nazioni Unite, ha reso noto che una squadra di ispettori è tornata in Iran per la prima volta dopo gli attacchi israeliani e statunitensi, mostrando la predisposizione dialogante della Repubblica Islamica.

È stato controllato il sito di Bushehr, di cui il cambio del materiale fissile esausto deve essere effettuato sotto la supervisione AIEA, dove comunque non avviene l’arricchimento dell’uranio. L’approvazione, arrivata dal Consiglio Nazionale Supremo di Sicurezza, guidato da Ali Larijani – considerato una figura diplomatica e di dialogo – ha comunque suscitato alcune critiche all’interno del Parlamento iraniano.

Va ricordato che, proprio sul fronte interno, lo scorso 17 agosto è stato lanciato un appello proveniente dalle file dei partiti che sostengono l’attuale presidente iraniano Pezeshkian. In 11 punti, si propone di offrire la sospensione dell’arricchimento dell’uranio in cambio della rimozione delle sanzioni, ma si chiede anche un’amnistia generale per i prigionieri politici e la separazione tra i militari e la politica. Le scelte fatte dal governo sembrano, dunque, finalizzate a ricomporre la frattura interna, per rafforzarsi verso l’esterno.

Allo stesso tempo, Teheran mette in guardia gli imperialisti occidentali dal continuare sulla via dell’escalation. Altre dichiarazioni hanno reso chiaro che non c’è alcuna disponibilità a restare in balia delle angherie occidentali. Il comandante delle Forze Armate, il generale di divisione Amir Hatami, ha affermato: “in un mondo del genere, non abbiamo altra scelta che diventare più forti”.

Il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha invece avvertito che se l’Iran verrà nuovamente attaccato, “nuove aree geografiche e nuovi obiettivi saranno aggiunti alla nostra risposta”. Ricordiamo anche che lunedì il Cremlino ha riferito di un colloquio telefonico tra Putin e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, in cui l’omologo russo ha sostenuto il “diritto all’arricchimento” di Teheran.

Il quotidiano russo Kommersant ha riportato la notizia che Mosca si oppone all’idea della riattivazione delle sanzioni: “Le minacce di Gran Bretagna, Germania e Francia di attivare il meccanismo per reintrodurre le sanzioni ONU precedentemente sospese contro l’Iran rappresentano un grave fattore di destabilizzazione”, ha citato il giornale da una dichiarazione del ministero degli Esteri russo.

Dall’Australia – membro dell’Aukus – è arrivata un’altra entrata a gamba tesa. Il governo ha accusato i Guardiani della rivoluzione iraniani di aver ordinato “due attacchi antisemiti” sul suo territorio (di cui non c’è praticamente traccia sui media) ed ha espulso l’ambasciatore di Teheran.

Si prospettano settimane cariche di tensione, che potrebbero far ricadere il Medio Oriente nella crisi del terrorismo sionista e statunitense.

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19/07/2025

Talisman Sabre: 40 mila militari a mostrare i muscoli contro la Cina

Sono cominciate il 14 luglio le attività dell’11esima edizione di Talisman Sabre, un’enorme esercitazione militare svolta ogni due anni in collaborazione tra Stati Uniti e Australia. Quest’anno sono stati però infranti alcuni record, che rendono questa Talisman Sabre un chiaro messaggio alla Cina, più di quanto non lo sia stato in passato.

Infatti, in questa occasione sono stati coinvolti ben 19 paesi, molti più del passato. Non mancano, ovviamente, unità di Giappone e India, che sono legati a Washington e Canberra nella cooperazione strategica di sicurezza chiamata QUAD. Ma ci sono anche militari europei provenienti da Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Regno Unito. Malesia e Vietnam sono invitati come osservatori.

Si parla di un totale di quasi 40 mila uomini, che per la prima volta svolgeranno la propria attività oltre i confini australiani, in Papua Nuova Guinea. Durante le esercitazioni, l’Australia ha effettuato il suo primo lancio di HIMARS, armamenti appena acquistati dagli Stati Uniti, e testerà anche elicotteri Black Hawk.

Un potenziamento delle capacità militari australiane che, insieme alla portata dell’esercitazione che assume un orizzonte di intervento proiettato su tutto l’Indo-Pacifico, rappresenta un evidente segnale di prontezza bellica nei confronti delle forze armate del Dragone.

In queste settimane, nel settore, la tensione è tornata ad aumentare.
Le forze militari statunitensi hanno confermato di star monitorando una nave che da circa una settimana si è posizionata al largo delle isole Hawaii, la quale viene considerata una imbarcazione spia dell’Esercito Popolare cinese. La nave sarebbe lì per monitorare le attività nel Pacifico mentre, oltre a Talisman Sabre, si svolge anche un’altra esercitazione area stelle-e-strisce, la REFORPAC.

Intanto, va concludendosi anche un’altra iniziativa militare che è di sicuro interesse per Pechino: la Han Kuang. Tale esercitazione viene condotta da Taiwan sin dal 1984, ed è pensata per prepararsi a un possibile attacco cinese. Anche in questo caso, quest’anno si sono battuti tutti i record delle precedenti edizioni.

Per il doppio del tempo rispetto allo scorso anno (una decina di giorni a partire dal 9 luglio) sono stati mobilitati due volte i riservisti del 2024 (22 mila soldati circa). Solitamente vengono simulati assalti anfibi e la difesa della costa. In questo 2025 sono stati testati nuovi sistemi di difesa, compresi dei droni, ed è stata introdotta anche un’esercitazione per la “resilienza urbana”.

In sostanza, è stato attivato il sistema di allarme pubblico con l’invio di alert sui telefoni cellulari, e sono state azionate anche le sirene antiaeree. Sono state schierate squadre specializzate per salvaguardare infrastrutture critiche (porti, depositi di carburante e reti elettriche), mentre per la prima volta le truppe hanno usato la metropolitana per trasportare materiale bellico.

Insomma, il quadrante Indo-Pacifico si mostra ancora una volta come il settore in cui, in futuro, verranno spese sempre più risorse in una corsa alla militarizzazione che non preannuncia nulla di buono.

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17/03/2025

Con Trump anche l’Aukus ci rimette, ma per avvicinare il “fronte” alla Cina

Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno sviluppato dei patti strategici e di difesa che sono andati oltre il perimetro dei tradizionali alleati del Patto Atlantico, guardando alla situazione dei propri interessi negli altri due oceani. L’area indo-pacifica è diventata il centro del confronto internazionale, e di conseguenza anche il centro dell’attenzione di Washington.

Il risultato è stata la creazione, rispettivamente nel 2017 e nel 2021, del QUAD (Australia, Giappone, India e USA) e dell’AUKUS (Australia, Regno Unito, USA). Si tratta di due patti per la sicurezza che vedono in maniera abbastanza esplicita Pechino come il nemico principale da combattere nei prossimi decenni.

Questa transizione verso l’indo-pacifico è dunque un processo che dura da anni, ma che con Trump ha fatto un balzo in avanti, tanto da mettere in discussione l’utilità e così anche l’esistenza stessa della NATO (appena una settimana fa Musk ha scritto su X che gli USA dovrebbero uscirne).

Ora non solo i paesi europei, ma anche un altro storico alleato di Washington nel Pacifico deve fare i conti con la velocizzazione delle dinamiche di crisi in cui si dimena l’imperialismo occidentale. Infatti, l’Australia – parte sia del QUAD che dell’AUKUS – potrebbe non ricevere più i sottomarini stelle-e-strisce che le erano stati promessi.

Gli accordi presi nella cornice dell’AUKUS prevedevano una maggiore presenza nelle acque australiane di ‘Sottomarini da attacco a propulsione nucleare’ (SSN), con l’obiettivo di inaugurare una nuova classe di vascelli che dovrebbe prendere proprio il nome di SSN-AUKUS. Il primo dovrebbe essere costruito in Australia dal Regno Unito all’inizio degli anni Trenta.

Nel frattempo, Washington aveva promesso a Canberra la vendita, nel prossimo decennio, di tre sottomarini classe Virginia, per rafforzare la Royal Australian Navy. Ora, però, questa parte dell’accordo sembra a rischio, stando alle parole del sottosegretario alla Difesa Elbridge Colby, di fresca nomina trumpiana.

Il politico statunitense ha detto di essere “scettico” sulla vendita dei tre sottomarini all’Australia, perché ciò potrebbe indebolire la marina stelle-e-strisce, con il rischio che quelle imbarcazioni non si trovino “nel posto giusto al momento giusto”. Quel posto è a ridosso della Cina, e il momento non è molto lontano, a suo avviso.

Infatti, in una testimonianza al Senato, Colby ha affermato che esiste “una minaccia molto reale di un conflitto nei prossimi anni” che potrebbe coinvolgere la Prima linea di isole. Con questa definizione si intende un concetto strategico elaborato in ambito statunitense riguardante il contenimento delle minacce che potrebbero arrivare dal Pacifico.

Si tratta di quell’arco insulare che va dal Borneo fino alle Isole Aleutine, da Singapore all’Alaska passando per le isole di Formosa e quelle giapponesi. Colby ha detto esplicitamente che i sottomarini Virginia “sono assolutamente essenziali per la difesa di Taiwan”, e non per zone meno prossime alle coste cinesi.

Washington sta insomma parlando di una sorta di razionalizzazione delle capacità militari che può mettere in campo, per dispiegarle lì dove risulta più utile. Gli Stati Uniti devono fare i conti con il proprio debito e questo riguarda anche la spesa militare. Tagli da cui però sembrano essere stati esentati proprio i vascelli Virginia.

Ma poiché la flotta di sottomarini statunitense risulta essere di un quarto al di sotto degli obiettivi prefissati, con i cantieri navali che non riescono a stare al passo delle richieste, sembra logico ai nuovi inquilini della Casa Bianca di evitare la vendita di mezzi così importanti verso zone di minor priorità strategica.

Poco più di un mese fa, l’Australia ha versato una prima rata di 500 milioni di dollari agli USA come parte di un accordo del valore totale di 3 miliardi, che dovrebbero andare a sostenere la cantieristica statunitense. Motivo per cui è difficile che Trump voglia far davvero saltare l’AUKUS, anche perché è ciò di cui ha bisogno nel confronto con la Cina.

Il messaggio inviato dalla nuova amministrazione di Washington è che le necessità strategiche verranno calcolate nella maniera più stringente possibile, con il mantra dell’America First. Nessuno si salverà dalla riorganizzazione avviata da Trump, e gli alleati devono mettersi in testa che è questo il nuovo scenario in cui dovranno muoversi.

Ma ciò che davvero preoccupa – ovviamente – non è tanto che l’Australia “dovrà pensare di più da sola alla propria difesa”, e non potrà contare sugli USA. Quanto che Colby abbia esposto candidamente la possibilità di un prossimo scenario di guerra aperta, che vedrebbe la questione Taiwan al centro.

La difesa dello stato insulare che Pechino considera parte integrante della Cina (e gli Usa lo avevano in qualche misura riconosciuto fino a qualche anno fa) sembra cozzare con il riconoscimento formale della politica di “Una sola Cina”. Le contraddizioni della competizione globale macinano terreno, ricordiamocelo la prossima volta che parleranno di una guerra “per difendere la democrazia”.

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25/07/2024

Eurofighter italiano precipita durante le esercitazioni Nato in Australia

Mercoledì mattina un Eurofigheter Typhoon in dotazione dell’Aeronautica militare italiana è precipitato al suolo nel corso di un volo addestrativo sui cieli del Northern Territory, a circa 18 chilometri a sud-ovest del fiume Daly, in Australia.

Ancora ignote le cause che hanno provocato l’incidente, salvo il pilota che si è prontamente eiettato dal velivolo, nessun danno ulteriore registrato dalla caduta del mezzo.

In Australia è in corso l’esercitazione internazionale Pitch Black 24, iniziata il 12 luglio a Darwin e in via di conclusione il prossimo 2 agosto. Per l’Italia, oltre all’Aeronautica alle manovre partecipa anche la Marina.

Proprio l’Aeronautica, presente per la prima volta alle esercitazioni, aveva dichiarato per bocca del Generale di brigata Nannelli che “non vede l’ora di poter collaborare e lavorare con così tanti partner internazionali in quest’area del mondo, lontano dalla nostra patria”.

La Difesa ha fornito 21 velivoli per queste esercitazioni, in un territorio considerato sempre più strategico nel contesto di guerra attuale in cui si muove la Nato, considerato che si trova in posizione vantaggiosa in caso di intervento rapido rispetto a potenziali “hot spot” come lo Stretto di Taiwan e il Mar Cinese Meridionale.

Organizzata dalla Royal Australian Air Force, alle esercitazioni partecipano 20 Paesi con oltre 140 aerei che si confrontano in una serie di scenari a carattere multidominio, carattere da cui deriva la presenza congiunta di diverse forze armate.

Non è il primo incidente che accade nell’area, considerato che nel luglio del 2023 quattro soldati australiani e nell’agosto dello stesso anno altri tre marines statunitensi erano deceduti in seguito a incidenti accaduti durante le esercitazioni.

Anziché continuare a servire supinamente gli interessi statunitensi e imperialistici che si annidano nella Nato, il governo italiano farebbe bene a ritirare gli oltre 10.000 soldati dispiegati nei vari angoli del mondo e a ridurre le spese per la guerra.

Un servilismo nei confronti del blocco euroatlantico, quello di Meloni, Crosetto & co., in perfetta linea di continuità con l’intera storia repubblicana del Paese, contro cui non può che porsi qualsiasi ipotesi di alternativa politica, economica e sociale che ambisce a migliorare le condizioni di chi vive, lavora e studia in Italia.

È su questo punto, insieme all’Unione europea e alla Palestina, che si giocheranno le vere prospettive politiche della prossima fase storica. Da una parte c’è la guerra, dall’altra la possibilità di un sistema alternativo alla barbarie causate dal capitalismo.

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16/03/2023

Pacifico - I sottomarini nucleari australiani fanno salire la tensione

A San Diego, presso la base navale di Point Loma, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, insieme al premier britannico Rishi Sunak e a quello australiano Anthony Albanese, hanno reso noti i primi dettagli dell’accordo di sicurezza tra i tre paesi. Al centro, la fornitura di nuovi sottomarini a propulsione nucleare all’Australia.

Canberra acquisterà tre mezzi statunitensi di classe Virginia, attualmente la più avanzata, con l’opzione di prenderne altri due, al costo di tre miliardi l’uno. Il primo dovrebbe arrivare nel 2032, ma l’accordo prevede però un orizzonte temporale di almeno due decenni.

Infatti, il patto prevede che nel frattempo il Regno Unito sviluppi una nuova classe di sommergibili, a cui dare il nome dell’alleanza stessa e con forte apporto della tecnologia a stelle e strisce, per poi condividerlo con l’Australia. L’ex colonia britannica, entro dieci anni, sarà il settimo paese al mondo ad essere dotato di sottomarini nucleari, ed entro il 2040 potrà produrli in proprio.

L’accordo prevede diversi aspetti tecnologici e militari, ma è proprio questo nodo dei mezzi navali ad esserne il fulcro, anche economico. Il costo totale del programma, tra armamenti e addestramento, è stato valutato aggirarsi intorno ai 125 miliardi di dollari australiani, una somma esorbitante per Canberra (un grande paese, ma con appena 25 milioni di abitanti).

Una scelta comunque in linea con il riarmo che sta perseguendo tutto il blocco euroatlantico, di cui l’Aukus rappresenta l’estremo del Pacifico meridionale. A inizio della settimana il primo ministro del Regno Unito aveva annunciato un aumento della spesa militare di 5 miliardi di sterline, quando il ministro della Difesa ne aveva chiesti persino il doppio.

Nello stesso giorno del viaggio di Sunak a San Diego, il suo gabinetto ha presentato al Parlamento l’Integrated Review, la dichiarazione sulla politica estera e di sicurezza. Al suo interno, quasi 3 miliardi di sterline sono dedicati alla costruzione di infrastrutture e programmi di qualificazione nucleari, oltre al miglioramento dei servizi di supporto ai sottomarini attivi.

Proprio il tema dell’uranio è stato al centro di alcune dure reazioni di Pechino. Anche se Biden ha tenuto a sottolineare che i sottomarini saranno a propulsione nucleare, ma saranno dotati di armi convenzionali, non si può infatti ignorare che i mezzi della classe Virginia, ad esempio, sono alimentati da materiale fissile arricchito al 93%, ovvero livelli da bomba atomica.

Per questo il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, ha affermato che Washington e Londra stanno violando lo scopo del trattato di non proliferazione delle armi nucleari, trasferendo queste tecnologie a un paese che ne è attualmente privo. Anche negli USA c’è chi è preoccupato di condividere questi segreti, ma se la fase è quella di scontro col Dragone, alcuni passi sono ritenuti obbligati.

Anche se l’Aukus non fa esplicito riferimento al paese guidato dal ‘più grande partito comunista del mondo’, l’obiettivo di questo accordo è presentato dal ministero della Difesa australiano come quello di “contribuire alla pace e alla stabilità nell’Indo-pacifico”, con evidente riferimento alla Cina. Sempre Wenbin ha infatti aggiunto che la mentalità di questo accordo è “da Guerra Fredda”.

Anche Lavrov, ministro degli Esteri russo, ha ribadito che l’asse anglo-sassone “sta costruendo strutture a blocchi” e “sta scommettendo su anni di scontri”. Biden ha invece detto che “stiamo mostrando ancora una volta come le democrazie possono garantire la propria sicurezza e prosperità, non solo per noi ma per il mondo intero”.

“Democrazie” che comunque sono entrate in contrasto quando, annunciando l’Aukus, l’Australia cancellò gli accordi già stipulati per sottomarini francesi. Senza bisogno di sottolineare come sia piuttosto particolare l’idea che l’Occidente tuteli sicurezza e prosperità per il mondo intero rilanciando armamenti nucleari.

Tutto questo mentre ieri, a un incontro internazionale tra diversi partiti promosso da Pechino, Xi Jinping ha lanciato la Global Civilization Initiative, affermando che “la tolleranza, la convivenza, gli scambi e l’apprendimento reciproco tra diverse civiltà svolgono un ruolo insostituibile nell’avanzamento del processo di modernizzazione dell’umanità e nel far fiorire il giardino della civiltà mondiale”.

Senza esaltazioni e incensamenti, che non ci appartengono, è ben altro che il “giardino e la giungla” di Borrell.

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31/05/2022

Cina, patto per il Pacifico

Il tour del Pacifico iniziato qualche giorno fa dal ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha assunto una valenza simbolica tutta particolare alla luce sia della questione caldissima delle isole Salomone sia del recentissimo vertice del “Quad” (USA, Giappone, Australia, India) a Tokyo alla presenza del presidente americano Biden. Il capo della diplomazia di Pechino intende consolidare la crescente espansione dell’influenza cinese – in ambito economico e non solo – in un’area considerata come una sorta di “cortile di casa” degli Stati Uniti e dei loro alleati in Oceania. Per quante preoccupazioni le iniziative cinesi stiano provocando a Washington e a Canberra, proprio la disponibilità dei paesi del Pacifico nei confronti della seconda potenza economica del pianeta testimonia ancora una volta del cambiamento inesorabile in atto negli equilibri globali usciti dal secondo conflitto mondiale.

Wang porta con sé una proposta di accordo di ampio respiro che dovrebbe coinvolgere una decina di paesi (Salomone, Kiribati, Samoa, Figi, Tonga, Vanuatu, Papua Nuova Guinea, Isole Cook, Niue e Stati Federati di Micronesia). La colonna portante del progetto cinese è un accordo di libero scambio in quest’area, ma particolare attenzione viene data, soprattutto da media e governi occidentali, anche alla questione della sicurezza. Secondo una bozza dell’intesa analizzata dalla Associated Press, Pechino vorrebbe creare tra l’altro un programma di addestramento delle forze di polizia dei vari paesi del pacifico ed espandere la cooperazione sempre sul tema della sicurezza interna.

Se confermata, questa intenzione dimostra anche come la Cina abbia appreso la lezione dei fatti del recente passato in vari paesi del Pacifico, dove disordini interni sono stati in più di un’occasione sfruttati dalle potenze regionali, a cominciare dall’Australia, per organizzare interventi diretti volti a destabilizzare governi e orientarne le rispettive scelte di politica estera. La collaborazione tra Pechino e questi paesi dovrebbe ad ogni modo toccare anche altri ambiti, come ad esempio la pesca, la costruzione delle nuove reti internet, la cultura, l’educazione e gli investimenti in genere.

La trasferta di dieci giorni del ministro degli Esteri cinese ha dunque moltiplicato i timori degli Stati Uniti e dell’Australia per una possibile ridefinizione delle priorità strategiche delle isole-nazioni del Pacifico. La già ricordata vicenda delle Salomone aveva spinto i leader americani e australiani a muoversi per adottare contromisure che, tuttavia, si sono limitate finora a poco più di minacce di invasione se questo paese dovesse concedere una base militare permanente alla Cina. Una feroce polemica era esplosa appunto nei mesi scorsi con la notizia della firma di un accordo sulla “sicurezza” tra Pechino e le isole Salomone, anche se entrambi i paesi continuano a smentire che esso preveda una presenza militare cinese fissa.

La complicazione numero uno per Washington, come ha spiegato l’ex ispettore ONU ed ex membro dell’intelligence USA Scott Ritter in un’analisi pubblicata dalla testata ufficiale cinese Global Times, è il tentativo cinese di “boicottare la strategia americana e australiana in fase di sviluppo per contenere l’espansione di Pechino nel Mar Cinese Meridionale”. Questa strategia, prosegue Ritter, “si basa su una maggiore presenza USA in Asia orientale grazie all’utilizzo di basi esistenti” nella regione, così appunto da rafforzare l’impronta militare in paesi come Australia, Papua Nuova Guinea e Micronesia.

La sola notizia di una possibile “intrusione” militare cinese nelle isole Salomone o altrove rischia di mettere a repentaglio questa strategia e gli ultimi sviluppi hanno così mandato in crisi l’amministrazione Biden e l’Australia, guidata da pochi giorni da un nuovo governo a maggioranza laburista. A parte le già ricordate minacce rivolte alla leadership delle Salomone, Washington e Canberra stanno cercando di avviare alcuni progetti di contrasto all’espansione cinese.

Il neo-premier australiano, Anthony Albanese, ha ipotizzato un progetto di addestramento militare in grado di coinvolgere i paesi dell’area del Pacifico meridionale con l’obiettivo di contrastare qualsiasi dispiegamento di forze cinesi. Lo stesso “Quad” è a sua volta un meccanismo diretto interamente contro Pechino e la presenza in esso dell’Australia fa in modo che possa essere impiegato nell’area oggetto del viaggio in corso del ministro Wang. Da ultimo e forse con le maggiori ambizioni, l’amministrazione Biden sta cercando di coinvolgere anche alcuni paesi del Pacifico nella proposta di accordo economico-commerciale appena lanciato durante il vertice di Tokyo.

Questo soggetto è chiamato IPEF (“Indo-Pacific Economic Framework”) e dovrebbe rimediare al danno fatto da Trump con il ritiro dall’accordo di libero scambio trans-pacifico (TTP) negoziato in precedenza da Obama. Non solo, l’IPEF avrebbe come obiettivo teorico di competere con un altro accordo di questo genere, il cosiddetto RCEP (“Regional Comprehensive Economic Partnership”), promosso dalla Cina. La nuova proposta di Biden risulta però decisamente meno attraente sia rispetto al TTP sia al RCEP, soprattutto perché non prevede l’abbattimento delle tariffe doganali americane per le merci dei paesi membri e risulta perciò poco più di uno strumento per la promozione degli interessi USA in Asia orientale.

Ciononostante, la contromossa americana potrebbe quanto meno limitare l’ingresso di alcuni paesi nell’orbita economica cinese e, almeno secondo la Casa Bianca, proprio nei giorni scorsi anche un paese dell’area Pacifico – le Figi – avrebbe aderito all’IPEF. Da parte del governo delle Figi non ci sono state finora comunicazioni ufficiali in proposito. Anzi, domenica il ministro degli Esteri cinese è stato protagonista di un vertice cordiale con le massime autorità delle Figi, dove ha anche preso parte al summit del Forum delle Isole del Pacifico, che proprio qui ha il suo quartier generale.

Prima dell’arrivo di Wang, comunque, nelle Figi si era recata in visita la nuova responsabile della politica estera del governo australiano, Penny Wong, impegnata in un chiaro tentativo di dissuadere i leader dell’arcipelago dal sottoscrivere i piani cinesi. Prima dell’incontro con la Wong, il premier delle Figi, Frank Bainimarama, aveva dichiarato fermamente che il suo paese “non è il cortile di casa di nessuno”, esprimendo, nelle parole di un altro recente articolo del Global Times, l’opposizione ai tentativi occidentali di fare dei paesi del Pacifico “un mezzo per la strategia [di USA e Australia] di contenimento della Cina”.

Come in altre parti del pianeta dove si intersecano gli interessi degli Stati Uniti e della Cina, è molto difficile che anche nel Pacifico meridionale gli sforzi di Washington vadano a buon fine. Non c’è dubbio che le manovre di destabilizzazione e le minacce di intervento militare possano rallentare l’espansione di Pechino, ma sul piano economico o, ancor più, su quello dell’interesse dei singoli paesi del Pacifico le armi a disposizione degli USA appaiono ormai spuntate.

L’allineamento alle direttive americane implica oltretutto una collaborazione fortemente improntata all’elemento militare che, in caso di guerra con la Cina, metterebbe questi paesi in prima linea con conseguenze evidentemente rovinose. Il successo cinese, per quanto non a senso unico né privo di contraddizioni, dipende al contrario da un’offerta sul fronte economico, commerciale e degli investimenti che risulta tutto sommato vincente, innestandosi tanto più su realtà spesso duramente colpite dalla crisi di questi ultimi due anni.

Anche la stampa “mainstream” in Occidente è talvolta costretta ad ammettere i vantaggi che la presenza cinese porta con sé per questi paesi. Un articolo di domenica della Associated Press già nel titolo cita ad esempio i “benefici” che “molti” nelle isole Figi vedono nell’accordo promosso da Pechino nel Pacifico. Nei paesi coinvolti non c’è peraltro uniformità di vedute e i negoziati proseguiranno probabilmente ancora per qualche tempo. Il presidente degli Stati Federati di Micronesia, David Panuelo, ha fatto sapere di essere contrario all’iniziativa cinese, poiché “aumenterebbe senza ragione le tensioni geopolitiche e minaccerebbe la stabilità della regione”. Nella migliore delle ipotesi, a suo dire, provocherebbe “una nuova Guerra Fredda” e nella peggiore “una guerra mondiale”.

I rischi sono evidentemente presenti, ma, al di là della inevitabile difesa degli interessi strategici e probabilmente anche militari insita nei progetti di Pechino, l’elemento destabilizzante è rappresentato non da questi ultimi quanto dalla risposta degli Stati Uniti e dai loro alleati. Non solo, le reazioni isteriche alle nuove circostanze nel Pacifico si scontrano con la presunta difesa del principio di sovranità e della libera scelta di ogni paese di aderire a organismi internazionali o di stipulare alleanze con chiunque. Ciò che vale insomma per l’Ucraina non vale per le Salomone, per le Figi o per altri paesi ritenuti cruciali per la difesa di ciò che resta dell’egemonia globale USA.

Che le regole, anche in questo caso, intendano farle solo gli Stati Uniti se ne è avuta un’altra prova alla vigilia della partenza del ministro cinese Wang per il sud del Pacifico. In una conferenza stampa tenuta giovedì scorso, il segretario di Stato Anthony Blinken è tornato a formulare il concetto-chiave della politica estera americana, cioè che la Cina rappresenta la principale “minaccia a lungo termine” per il suo paese, più ancora della Russia. La Cina, ha spiegato Blinken, “è l’unico paese con la volontà e, sempre più, la forza economica, diplomatica, militare e tecnologica per ridisegnare l’ordine internazionale”. Se dovesse prevalere nella competizione in atto, quindi, “la visione di Pechino ci allontanerebbe dai valori universali alla base dei progressi del pianeta negli ultimi 75 anni”.

Per “valori universali” si deve intendere gli interessi USA e del capitalismo americano, costantemente erosi dalle tendenze multipolari in atto da anni e principalmente sotto la spinta dei piani di sviluppi promossi dalla Cina. Al di là delle minacce e degli appelli a valori democratici ormai totalmente svuotati da decenni di crimini e soprusi commessi proprio dagli Stati Uniti, la nuova realtà indica che il modello americano non solo dispone sempre meno di risorse per contrastare la crescita di potenze rivali, ma che esso, come dimostra il caso del Pacifico meridionale, trova anche ormai uno scarso appeal tra gli stessi paesi finora considerati come alleati o partner indiscussi di Washington.

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25/05/2022

Australia, il ritorno dei laburisti

La prima vittoria alle urne del Partito Laburista australiano dopo oltre un decennio non esaurisce di per sé l’analisi di un voto che ha confermato in larga misura anche in questo paese la tendenza alla disgregazione del panorama politico tradizionale. L’affermazione del “Labor”, la cui misura effettiva non è peraltro ancora nota, sembra tutto fuorché un trionfo e il ritorno al governo, sotto la guida del premier di origine italiana già insediato Anthony Albanese, coincide con un numero record di consensi raccolti da partiti minori e candidati indipendenti. Sul fronte domestico, i laburisti si rimangeranno in fretta le promesse elettorali di un incremento della spesa pubblica, mentre sul piano internazionale non ci saranno sostanziali variazioni alla politica della sovranità limitata dell’Australia, dove praticamente tutta la classe dirigente ha da tempo scelto di allinearsi alle manovre strategiche anti-cinesi degli Stati Uniti.

L’imperativo della sottomissione alle direttive provenienti da Washington, che di per sé non è esattamente un elemento inedito per Canberra, è alla base dell’insolitamente precoce ammissione della sconfitta da parte del primo ministro uscente, il conservatore Scott Morrison, e del giuramento del suo successore laburista nella giornata di lunedì in assenza dei risultati definitivi del voto. Il capo del governo, chiunque fosse, doveva infatti recarsi immediatamente a Tokyo per partecipare a un summit del cosiddetto “Quad”, l’accordo di partnership sulla “sicurezza” che include, oltre all’Australia, gli USA, il Giappone e l’India.

Questo meccanismo non è altro che uno strumento promosso dagli Stati Uniti per accelerare e coordinare i piani militari diretti contro Pechino. La partenza per Tokyo del neo-premier laburista è stata dunque un segnale verso l’America che l’attitudine australiana non cambierà dopo le elezioni. Biden si è d’altra parte subito congratulato con Albanese ed entrambi i leader hanno assicurato pubblicamente che l’alleanza tra i loro paesi rimarrà solidissima.

La nomina del nuovo ministro degli Esteri, la 53enne Penny Wong, va evidentemente anch’essa in questa direzione. In un breve profilo pubblicato lunedì, l’agenzia di stampa Bloomberg ha citato l’impegno della neo-responsabile della politica estera australiana a non fare alcuna marcia indietro sulle questioni che recentemente hanno inasprito le relazioni tra Cina e Australia, come la decisione di escludere Huawei e altri operatori cinesi dalla costruzione della rete 5G, l’utilizzo strumentale dei diritti umani e le leggi anti-democratiche australiane contro le “interferenze” di governi stranieri, ovvero di quello cinese.

La Wong, ricorda ancora Bloomberg, aveva anche criticato il premier Morrison per avere dedicato risorse insufficienti ai progetti di “assistenza” per quei paesi del sud-est asiatico e dell’area Pacifico esposti all’influenza cinese. Il riferimento principale è alla vicenda delle Isole Salomone, considerate come una sorta di “cortile di casa” da Canberra e ritenute strategicamente cruciali per gli USA, oggetto di attacchi isterici e di minacce d’invasione da alcune settimane dopo la firma di un accordo di cooperazione militare con la Cina.

Per quanto riguarda i risultati del voto, il conteggio completo delle schede dovrebbe proseguire per un paio di settimane per via dei rallentamenti causati dal massiccio voto per posta. Il Partito Laburista non si è al momento assicurato i seggi necessari a governare in autonomia. Secondo i dati più aggiornati, la soglia per raggiungere la maggioranza assoluta (76 seggi) sarebbe molto vicina, anche se Albanese ha affermato che il suo partito è già certo di ricevere il sostegno alla Camera dei Rappresentanti di cinque neo-deputati indipendenti.

Ad appoggiare il governo nascente potrebbero essere anche i Verdi, passati da uno a tre seggi e intenzionati a capitalizzare il dibattito sul cambiamento climatico dopo i disastri causati dalle recenti inondazioni in alcune aree del paese. I Verdi avevano già garantito i loro voti al governo di minoranza laburista tra il 2010 e il 2013 e il loro leader, Adam Bandt, ha già detto di essere pronto a trattare con Albanese.

Le dimensioni della vittoria del Partito Laburista, come già accennato, devono essere in buona parte ridimensionate, soprattutto se si considera lo stato della “Coalizione” di centro-destra al governo fino a poche ore fa. Il governo Morrison era stato lacerato da gravissimi conflitti interni, spesso esplosi in feroci polemiche pubbliche. Il livello di gradimento tra gli elettori era inoltre crollato, principalmente per la disastrosa gestione di eventi naturali (incendi e inondazioni), per l’aumento più alto da trent’anni a questa parte dei livelli di inflazione e per un mercato immobiliare decisamente fuori controllo.

La perdita alle urne dei partiti Liberale e Nazionale potrebbe essere di circa il 6% e il primo andrebbe a occupare fino a 16 seggi in meno nel nuovo parlamento. Per i liberali australiani si tratta della peggiore prestazione dal 1983, ma questo disastro non è andato a beneficio dei laburisti, se non in parte. Già nelle precedenti elezioni del 2019, il “Labor” era stato clamorosamente sconfitto dopo avere guidato tutti i sondaggi precedenti il voto. Anche in quell’occasione, il governo della “Coalizione” era precipitato nei livelli di popolarità, riuscendo però a rimanere in carica grazie al risultato peggiore dei laburisti dal 1934.

Quella umiliazione patita dal “Labor” era dovuta in primo luogo a una dinamica che, in una certa misura, si è manifestata anche nel voto di sabato scorso, cioè la disaffezione crescente dell’elettorato riconducibile alla “working-class”. Il declino laburista in quei distretti elettorali considerati per decenni lo zoccolo duro della sinistra si è accompagnato a uno spostamento dei riferimenti di questo partito verso le aree urbane più benestanti, in conseguenza inevitabilmente dello spostamento a destra del proprio baricentro politico.

Si è in presenza evidentemente di un processo comune a praticamente tutte le socialdemocrazie dell’Occidente e, in un quadro più ampio, le frustrazioni degli elettori si manifestano sempre più nei confronti di tutti i partiti che hanno dominato la scena politica dal secondo dopoguerra. Il Partito Laburista, al termine dei conteggi in Australia, chiuderà infatti probabilmente anch’esso con una flessione o, tutt’al più, con un leggerissimo incremento in termini di voti.

La crisi del sistema è tuttavia più evidente da un altro dato, ovvero la quota totale di consensi andata ai partiti che si sono tradizionalmente spartiti il potere in Australia. In questa tornata elettorale sarà di circa il 68%; nelle precedenti elezioni del 2019 era stata del 74% e solo nel 2010 dell’81%. La tendenza non è stata invertita nemmeno da una serie di “riforme” elettorali profondamente anti-democratiche approvate precisamente per favorire i partiti più grandi. Con il consenso anche dei laburisti queste leggi hanno imposto, tra l’altro, condizioni gravose ai partiti più piccoli per poter apparire sulle liste elettorali. In questo modo, i candidati delle formazioni senza rappresentanti in parlamento o con un numero ristretto di iscritti hanno dovuto in pratica presentarsi agli elettori da indipendenti.

I partiti minori e gli indipendenti chiuderanno comunque con una quota complessiva superiore al 30%. Un altro dato significativo è il mancato sfondamento di partiti e movimenti populisti e di estrema destra nonostante l’emorragia di consensi dall’establishment. In altre parole, si conferma ancora una volta la richiesta di politiche sociali più incisive tra gli elettori e, a questo proposito, è forse proprio grazie alle proposte di stampo progressista lanciate in campagna elettorale che il Partito Laburista è riuscito a tornare al governo a Canberra.

Per il resto, la campagna elettorale ha avuto nel complesso un’impronta reazionaria. Se nei rari casi in cui le questioni del “welfare” o il sostegno alle retribuzioni sono state discusse più in profondità, i piani del “Labor” sono apparsi poco consistenti e hanno lasciato pensare a un rapido ritorno alle solite politiche ultra-liberiste. Particolarmente odiosa è stata poi la discussione sul tema dell’immigrazione, con tutti i principali partiti intenzionati a proseguire con le pratiche criminali dei respingimenti o delle detenzioni in centri di “accoglienza” per impedire il più possibile gli ingressi sul territorio australiano.

Come spiegato all’inizio, Anthony Albanese è stato insediato già lunedì senza che fosse noto se il Partito Laburista sia in grado di contare su una propria maggioranza o se invece dovrà guidare un governo di minoranza. In teoria, addirittura, il mancato raggiungimento dei 76 seggi da parte del “Labor” potrebbe dare l’opportunità al centro-destra di mettere assieme una maggioranza di governo.

Le esigenze di politica estera o, per meglio dire, i tempi dettati da Washington nella crociata anti-cinese in Asia orientale richiedevano una soluzione rapida delle pratiche “democratiche” australiane, così che anche il premier uscente Scott Morrison ha finito per adeguarsi in fretta. Sempre lunedì, Albanese ha nominato e insediato anche il vice primo ministro, Richard Marles, e altri tre fedelissimi in altrettanti ministeri-chiave: agli esteri la già ricordata Penny Wong, al Tesoro Jim Chalmers e alle Finanze Katy Gallagher. Il resto del gabinetto dovrà aspettare il ritorno del neo-premier dal vertice di Tokyo monopolizzato dagli interessi strategici americani.

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22/04/2022

Cina-Salomone, patto contro gli USA

La scelta di stipulare accordi o alleanze in piena libertà da parte di paesi sovrani viene nominalmente difesa dagli Stati Uniti e dai loro alleati soltanto quando non interferisce con gli interessi di questi ultimi. Secondo questa regola, ad esempio, l’Ucraina avrebbe il diritto di diventare un membro della NATO o dell’UE, ma non, come accadde alla vigilia del golpe neo-nazista del 2014, di entrare in un’organizzazione o area di libero scambio promossa dalla Russia. Gli stessi scrupoli selettivi di Washington si possono osservare in queste settimane anche nelle isole Salomone, situate nell’Oceano Pacifico meridionale, dove la possibile imminente stipula di un accordo sulla sicurezza tra il governo dell’arcipelago e la Cina ha scatenato la furiosa reazione di USA, Australia e Nuova Zelanda.

Le Salomone hanno un peso rilevante negli equilibri geo-strategici dell’Estremo Oriente, con implicazioni sul controllo delle vie marittime che attraversano l’Oceano Pacifico, come testimoniano tra l’altro le vicende del secondo conflitto mondiale. La loro posizione ne ha fatto perciò un oggetto di contesa tra le potenze regionali e globali che competono in quest’area del pianeta. L’ingresso della Cina nei giochi strategici del Pacifico è stato ovviamente l’elemento scatenate delle tensioni che questo paese sta attraversando da alcuni anni, soprattutto a partire dalla decisione presa nel 2019 dal primo ministro, Manasseh Sogavare, di cambiare il riconoscimento diplomatico da Taipei a Pechino.

L’iniziativa si inseriva evidentemente nel quadro di una partnership fatta in primo luogo di ingenti investimenti cinesi destinati allo sviluppo economico e infrastrutturale delle Salomone. Il 25 marzo scorso c’è stato poi un altro fatto che ha contribuito a infiammare gli animi, cioè appunto una rivelazione circolata sulla stampa dell’esistenza di una bozza d’intesa di cooperazione in ambito militare tra il governo delle Salomone e la Cina. La notizia, in seguito confermata da Sogavare, prospettava una realtà potenzialmente poco confortante per le mire americane, australiane e neozelandesi sul Pacifico. Questo accordo prevede, dietro richiesta, il possibile intervento cinese sul territorio delle Salomone per il “mantenimento dell’ordine sociale, la protezione di vite e proprietà, l’assistenza umanitaria, la risposta a disastri [ambientali] e per altri obiettivi”.

Ancora più delicato risulta un altro punto del memorandum d’intesa, quello che assegna la facoltà alle forze navali di Pechino di accedere ai porti delle isole Salomone. Nel testo si legge che “la Cina può, a seconda delle proprie necessità e con il consenso delle Salomone, effettuare visite [con le proprie imbarcazioni] per scali e rifornimenti logistici”. Inoltre, la flotta di Pechino può intervenire nelle Salomone “per proteggere la sicurezza di cittadini e progetti cinesi di rilievo”. Tanto è bastato, malgrado le smentite, per far circolare il sospetto che il governo di Sogavare fosse sul punto di concedere alla Cina una base militare sull’arcipelago. Qualunque siano le intenzioni delle due parti, l’accordo e le sue implicazioni militari sono percepite dagli USA e dai loro alleati come una serissima minaccia al principio strategico che dal secondo dopoguerra definisce l’approccio a questa regione, vale a dire l’esclusione di qualsiasi potenza rivale dall’area del Pacifico meridionale.

Anche se palesemente in violazione del principio della non interferenza nelle scelte di un paese sovrano, le diplomazie di questi tre paesi hanno intensificato in questi giorni le pressioni sul governo delle Salomone. Il ministro per gli Affari del Pacifico di Canberra, Zed Seselja, si è recato mercoledì in visita nella capitale, Honiara, per manifestare tutte le preoccupazioni del proprio governo. Al premier Sogavare avrebbe chiesto di considerare la possibilità di “non firmare l’accordo” e, con ogni probabilità, alla “richiesta” si sono accompagnati avvertimenti, se non aperte minacce, circa i pericoli a cui il suo governo andrà incontro se dovesse rafforzare la partnership con la Cina. A partire dal 2003, va ricordato, l’Australia aveva guidato una “missione umanitaria” in questo paese, che avrebbe in seguito finito per favorire una campagna di destabilizzazione sempre nei confronti di Sogavare, già alla guida del governo tra il 2006 e il 2007, conclusasi proprio con un voto di sfiducia nei suoi confronti in parlamento.

Prima della visita del ministro australiano, il vice-segretario di Stato USA, Wendy Sherman, aveva avuto a sua volta un colloquio telefonico con il ministro degli Esteri delle Salomone, Jeremiah Manele. Washington avrebbe informato la propria controparte dell’intenzione di aprire un’ambasciata a Honiara, mentre al momento sull’isola gli affari diplomatici sono sbrigati da un consolato. Il portavoce del dipartimento di Stato, in un comunicato ufficiale, ha aggiunto che i rappresentanti dei due paesi hanno discusso degli “sforzi congiunti” per “ampliare e approfondire l’impegno nel mantenere la regione indo-pacifica libera e aperta”.

In termini concreti, questa frase formale significa che Washington intende impedire a tutti i costi che la Cina metta in discussione gli equilibri favorevoli agli interessi americani nell’Oceano Pacifico. L’eventuale presenza di navi da guerra cinesi a circa duemila chilometri dalle coste australiane rappresenta insomma un rischio troppo elevato in funzione di un futuro conflitto armato con Pechino.

Il nervosismo americano, australiano e neozelandese dipende anche dal fatto che la Cina ha fatto progressi notevoli nell’area del Pacifico in questi anni. In tutte le occasioni in cui sono stati sottoscritti accordi economici o progetti infrastrutturali tra la Cina e i paesi della regione, gli alleati di Washington hanno scatenato campagne al limite dell’isteria per denunciare i metodi “aggressivi” di Pechino e i presunti rischi derivanti dall’espansione dell’influenza cinese. Così è stato ad esempio nel 2018 dopo che si era diffusa, peraltro senza fondamento, la notizia della costruzione di una base navale cinese a Vanuatu o, ancora, lo scorso anno a Kiribati, dove invece erano in programma lavori per rimettere in funzione una pista di atterraggio ad uso civile.

Non è però solo la propaganda con cui devono fare i conti governi come quello delle Salomone se decidono di approfondire i legami con la Cina. Sui media australiani si è discusso infatti più o meno apertamente di cambio di regime e di invasione militare se il premier Sogavare non dovesse fare marcia indietro sull’intesa con Pechino. Mentre il governo conservatore di Canberra continua a livello formale ad assicurare, per quanto può valere, che le Salomone hanno facoltà di agire in maniera indipendente, altre personalità senza incarichi ufficiali hanno dato vita a un dibatto decisamente più esplicito.

L’ex primo ministro laburista Kevin Rudd, qualche anno fa rimosso dal suo incarico dopo un golpe interno fomentato da Washington per avere invocato relazioni meno tese con Pechino, ha spiegato recentemente il contesto strategico su cui si basa la feroce opposizione a progetti come quello tra la Cina e le Salomone. “La dottrina a cui l’Australia aderisce a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale”, sostiene Rudd, prevede che “il nostro compito, secondo il trattato ANZUS [Australia-Nuova Zelanda-USA]”, è di garantire che le isole del Pacifico rimangano allineate agli “interessi della sicurezza nazionale americana e australiana”. Per Rudd, il pericolo concreto di una presenza militare cinese stabile nelle isole Salomone è che Pechino possa “bloccare le linee di comunicazione” tra USA e Australia in caso di crisi, riuscendo a salvaguardare in parallelo i propri interessi economici.

Le minacce dirette contro il governo delle Salomone non sono solo teoriche, come dimostrano gli eventi dei mesi scorsi. A fine novembre 2021 si era verificato quello che in molti avevano definito come un tentativo di golpe contro Sogavare. Per tre giorni, la capitale Honiara era stata invasa da oltre un migliaio di manifestati intenzionati a fare irruzione nel parlamento e impegnati a distruggere edifici civili e attività commerciali, soprattutto quelle appartenenti a cittadini cinesi. Negli scontri c’erano stati tre morti e per ristabilire l’ordine erano arrivati sull’isola uomini delle forze di sicurezza di vari paesi della regione, tra cui Australia e Nuova Zelanda.

Le proteste violente erano state alimentate dal primo ministro dell’isola/provincia di Malaita, Daniel Suidani, di fatto il punto di riferimento del governo americano nelle Salomone. Suidani è stato protagonista di varie iniziative per boicottare la partnership del suo paese con la Cina, quasi sempre in collaborazione con Washington. Gli USA hanno ad esempio finanziato direttamente e senza passare dalle autorità centrali il governo locale di Malaita, il quale a sua volta ha continuato a mantenere contatti diplomatici ed economici con Taiwan.

Le tensioni nelle isole Salomone rischiano ora di aggravarsi ulteriormente, proprio perché l’accordo in fase di negoziazione con la Cina si interseca con le vicende del conflitto russo-ucraino. L’escalation dello scontro in Europa orientale sta facendo emergere i veri obiettivi degli Stati Uniti che consistono, in ultima analisi, in una sfida frontale sia alla Russia sia alla Cina. In quest’ottica, tutti i teatri del confronto con le due potenze rivali di Washington diventano cruciali per non cedere terreno e, di conseguenza, agli alleati, ai partner o ai paesi semplicemente nelle mire strategiche americane, come quelli del Pacifico meridionale, viene “richiesto” di allinearsi senza ambiguità.

Proprio questa regione apparentemente remota, d’altronde, è da tempo al centro degli intrighi anti-cinesi degli USA e della NATO. Lo stesso segretario dell’Alleanza, Jens Stoltenberg, ne ha parlato apertamente qualche giorno fa al termine di un vertice dei paesi membri dedicato in larga misura all’Ucraina, annunciando il raggiungimento di un accordo per “rafforzare la cooperazione con i nostri partner in Asia e nel Pacifico”.

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21/01/2022

Serbia - Annullata la concessione alla multinazionale Rio Tinto

Adesso è ufficiale. Il governo della Serbia ha abrogato il decreto sul Piano territoriale per la realizzazione del progetto di sfruttamento e lavorazione della jadarite della multinazionale anglo-australiana Rio Tinto.

A riferirne è l’agenzia “Beta”, secondo cui la premier serba Ana Brnabic ha precisato che l’esecutivo ha annullato tutti gli atti amministrativi relativi al progetto portato avanti dal gruppo anglo-australiano Rio Tinto e dalla sua controllata Rio Sava Exploration.

“Tutti i permessi sono stati annullati e non abbiamo mai avuto contratti”, ha detto la premier al termine della seduta. Brnabic ha aggiunto che è stato abolito il gruppo di lavoro per l’attuazione del progetto Jadar. In questo modo, ha detto ancora Brnabic, sono state soddisfatte tutte le richieste delle proteste popolare dei mesi scorsi ed è stato “messo un punto a Rio Tinto in Serbia”.

Nei giorni scorsi la stessa premier Brnabic aveva detto che la Serbia “deve essere pronta a combattere” se la società Rio Tinto deciderà di citarla in giudizio. Brnabic aveva spiegato che l’attuale governo ha ereditato questa situazione dagli esecutivi precedenti, perché il gruppo è stato portato in Serbia nel 2003.

La Rio Tinto, secondo Brnabic, aveva ricevuto un permesso per effettuare delle esplorazioni nel 2004. Il permesso era stato prorogato nel 2006, quando era stata modificata la legge mineraria del 1995. La modifica aveva introdotto il principio di continuità, per cui chi aveva ricevuto il diritto di condurre esplorazioni aveva anche il diritto esclusivo allo sfruttamento.

La multinazionale mineraria anglo-australiana Rio Tinto nei giorni scorsi aveva fatto intanto sapere di star “valutando” un rinvio delle scadenze del progetto di sfruttamento dei ricchissimi giacimenti di litio nella valle di Jadar, nei pressi di Sabac.

Come motivazione ufficiale Rio Tinto indica i ritardi nell’approvazione della licenza di esplorazione, un prerequisito per ottenere la valutazione di impatto ambientale (Via) e per avviare il processo di consultazione necessario prima dell’avvio dei lavori effettivi.

Da novembre sono cresciute le proteste popolari in tutta la Serbia contro il possibile investimento della multinazionale Rio Tinto nell’area della valle di Jadar. Lo scorso 3 gennaio il presidente serbo aveva dichiarato che non sarà effettuata l’estrazione del litio, progettata da Rio Tinto, fino a quando non saranno fatti ulteriori studi.

Non è affatto impossibile escludere che la revoca della concessione alla multinazionale anglo-australiana sia in qualche modo anche una ritorsione contro il governo australiano che ha impedito al campione di tennis Djokovic di entrare nel paese per partecipare ad un prestigioso torneo internazionale.

Così come l’esclusione di Djokovic dal torneo può essere stata causata anche dalla controversia mineraria con la multinazionale.

La vicenda del campione era diventata un affaire politico a tutto tondo, soprattutto in Serbia dove l’opinione pubblica ha vissuto come una vendetta lo stop dell’Australia al tennista serbo, che sui social aveva appoggiato le manifestazioni popolari contro la Rio Tinto.

I giudici australiani hanno affermato che la decisione presa dal ministro dell’immigrazione Alex Hawke di espellere il campione serbo non è stata irrazionale, in quanto era legata al fatto che il campione serbo non vaccinato poteva rappresentare un rischio per la salute e l’ordine pubblico.

Nella stessa sentenza si afferma però che la presenza di Djokovic in Australia avrebbe potuto incoraggiare proteste anti-vax, ed anche influenzare le persone che avevano dei dubbi sul vaccino.

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15/01/2022

La vicenda Djokovic riporta a galla lo scontro con la “Rio Tinto” in Serbia

Il braccio di ferro tra il governo australiano e il campione del tennis, il serbo Djokovic, sta diventando un affaire internazionale che riporta a galla lo scontro sulla concessione – in Serbia – di miniere del preziosissimo litio alla multinazionale anglo-australiana Rio Tinto, presente in molti paesi del mondo.

Ad aprire il fuoco è stato il quotidiano serbo “Republika”, che chiama in causa il governo australiano di Scott Morrison, ma in modo più preciso il suo segretario John Kunkel.

Republika ricorda che Kunkel dal 2016 al 2018 ha lavorato per la Rio Tinto come capo del dipartimento per la cooperazione con il governo australiano per poi passare nel 2018 all’ufficio del primo ministro.

“Ecco perché ci sono sempre più commenti secondo cui Djokovic è solo un danno collaterale del conflitto di interessi di questi due personaggi”, prosegue il giornale serbo, fino a parlare di una “vendetta” trasversale nei confronti del governo serbo, che intenderebbe fermare il progetto di sfruttamento minerario della multinazionale.

Djokovic, sui propri canali social, aveva pubblicato le immagini delle proteste popolari e ambientaliste contro la Rio Tinto, verso la quale viene rilevato il marcia indietro della premier Ana Brnabic e del presidente della Repubblica, Aleksandar Vucic, nelle trattative con il gruppo minerario.

Il 7 gennaio la premier Brnabic aveva affermato che “il governo è vicino” alla decisione di annullare tutti gli accordi presi in precedenza con Rio Tinto.

“Bisogna vedere solo quale è lo scotto e quale il prezzo da pagare per la rescissione degli accordi”, ha detto la premier aggiungendo che di questo avrebbe discusso con il capo dello Stato. Lo stesso Vucic, pochi giorni dopo aveva affermato “di avere l’impressione” che il governo deciderà di fermare le trattative con la multinazionale dopo aver agito invece per agevolarle.

La proposta avanzata a fine novembre di una modifica alla legge sull’esproprio, che eliminava di fatto alcune barriere legislative a tutela dei proprietari di terreni, era stata vissuta dalla popolazione come una norma a favore di Rio Tinto, per consentire un più rapido avvio dello sfruttamento dei ricchissimi giacimenti di litio nella valle di Jadar, nei pressi della città di Sabac.

L’altra rogna è che le modifiche avanzate dal governo contemplavano anche l’abolizione del quorum per la validità del referendum contro la concessione mineraria e l’introduzione di una tassa da pagare per i cittadini che aderivano alla raccolta delle firme per le iniziative civiche.

In molti hanno collegato questa misura ai cedimenti verso la Rio Tinto, perché nei mesi precedenti era stata avanzata l’ipotesi di svolgere un referendum per l’approvazione dell’investimento anglo-australiano.

A novembre sono partite le proteste popolari e ambientaliste e ancora sono in corso. Le manifestazioni hanno trovato il sostegno del campione di tennis Novak Djokovic.

“Aria pulita, acqua e cibo sono la chiave della salute. Senza questo, ogni parola sulla ‘salute’ è superflua”, aveva scritto Djokovic postando sui social una foto delle proteste contro la Rio Tinto a Belgrado, e forse quei post non sono stati molto graditi dal consiglio d’amministrazione delle multinazionale anglo-australiana.

La Rio Tinto non gode di buona fama in materia di violazioni dei diritti umani e del lavoro e devastazioni ambientali perpetrate da Rio Tinto in tutto il mondo e nel corso di decenni.

“Dalla Papua Nuova Guinea alla Namibia, dalla penisola superiore del Michigan negli Stati Uniti al Madagascar, e dal Camerun all’Indonesia, Rio Tinto ha un lungo e vergognoso primato”, è scritto in un apposito dossier curato dal sindacato internazionale dei minatori.

Nel 2019 una manifestazione contro le violazione dei diritti dei lavoratori si tenne sotto la sede della Rio Tinto a Londra.

La legge sull’esproprio dei terreni a Sabac non è stata firmata dal capo dello Stato e alla fine è stata ritirata con grande “scorno” della Rio Tinto. Ma la mobilitazione non accenna a rientrare ed ha annunciato nuovi blocchi stradali in tutto il Paese, promettendo di non fermarsi fino a che non ci sarà la rinuncia ufficiale all’investimento Rio Tinto.

Tutto questo mentre il tennista serbo si apprestava a varcare il confine in un aeroporto australiano.

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03/12/2021

USA-Cina, sfida nel Pacifico

Il tentativo di rovesciare il governo centrale nelle isole Salomone e il durissimo scontro politico che continua ad attraversare il paese del Pacifico meridionale sono un riflesso della competizione sempre più accesa che sta mettendo di fronte la Cina agli Stati Uniti e ai loro alleati in questa remota area del globo. Per quanto periferica, la posizione dell’arcipelago a nord-est dell’Australia ricopre un’importanza strategica rilevante, come confermano anche gli eventi accaduti durante la Seconda Guerra mondiale, e le potenze coinvolte nelle vicende interne di questo e di altri paesi dell’Oceano Pacifico investono risorse tutt’altro che trascurabili per fare in modo che i propri interessi vengano garantiti dalle classi dirigenti indigene.

La crisi nelle Salomone affonda le radici almeno nella decisione, presa nell’autunno del 2019 dal primo ministro tuttora in carica Manasseh Sogavare, di cambiare il riconoscimento diplomatico da Taiwan alla Cina. Dietro a questa iniziativa c’erano in primo luogo fattori economici che, in linea con la legittima strategia di allargamento della propria influenza internazionale da parte di Pechino, hanno infatti successivamente portato investimenti importanti in questo paese/arcipelago del Pacifico, a cominciare da quello da oltre 800 milioni di dollari destinati alla riattivazione di un giacimento di oro.

La sostituzione di Taipei con Pechino aveva subito messo in allarme una parte della classe politica delle Salomone, quella cioè tradizionalmente legata all’Occidente e agli Stati Uniti in particolare. Il punto di riferimento di Washington era e resta il primo ministro dell’isola/provincia di Malaita, Daniel Suidani, il cui ruolo nell’incitamento alla rivolta della scorsa settimana è stato decisivo.

Alimentando le spinte separatiste che storicamente pervadono questa provincia, Suidani aveva lanciato una campagna anti-cinese dai toni nemmeno troppo velatamente razzisti e continuato a mantenere contatti di natura diplomatica ed economica con Taiwan. Ancora prima del riconoscimento di Pechino come governo legittimo della Cina, nell’estate del 2019 Suidani aveva incontrato una folta delegazione del governo americano, già presente a Malaita tramite organizzazioni come la famigerata USAID o l’Istituto Internazionale Repubblicano.

Dopo quel summit, Washington aveva staccato un assegno da 25 milioni di dollari per la costruzione di un porto sull’isola di Malaita, suscitando l’ira del governo centrale di Sogavare perché il finanziamento era finito direttamente nelle casse dell’amministrazione provinciale. In seguito, il primo ministro era stato accusato di avere ceduto alla corruzione cinese, mentre dal Congresso americano si erano alzate voci che chiedevano l’imposizione di sanzioni punitive nei confronti delle isole Salomone.

I tentativi di rovesciare il governo di Sogavare si sono da allora moltiplicati e la crisi è sembrata raggiungere il punto di rottura tra il 24 e il 26 novembre scorso, quando per tre giorni la capitale Honiara è stata messa a ferro e fuoco da gruppi di rivoltosi, guidati da un’organizzazione separatista della provincia di Malaita legata a Suidani. Più di mille contestatori avevano anche cercato di fare irruzione nella sede del Parlamento, prima di essere fermati dalle forze di sicurezza. Decine di edifici sono andati distrutti, compreso un comando di polizia e la residenza del premier. La rivolta ha preso di mira soprattutto negozi ed esercizi gestiti da cittadini cinesi e tra le macerie di un palazzo dato alle fiamme sono stati rinvenuti tre corpi carbonizzati. In totale, per le violenze e i saccheggi sono finite agli arresti un centinaio di persone.

In molti hanno sostenuto che le proteste dei giorni scorsi sono state in larga misura spontanee, fatte esplodere da fattori come povertà, disoccupazione diffusa, sfruttamento delle risorse a vantaggio dei grandi interessi domestici e internazionali. Questi elementi hanno avuto senza il minimo dubbio un peso sul caos che ha attraversato per alcuni giorni la capitale Honiara, ma la competizione politica tra i centri di potere che fanno capo a Sogavare e a Suidani e, soprattutto, tra le potenze internazionali ha dato l’impulso decisivo a quello che ha assunto tutti i contorni di un tentativo di colpo di stato.

Gli animi sull’isola di Malaita erano inoltre già surriscaldati dal mese di ottobre, dopo cioè che nell’assemblea provinciale le forze politiche vicine al primo ministro Sogavare avevano introdotto una mozione di sfiducia contro Suidani. La mossa era stata accolta dalle proteste di migliaia di sostenitori di quest’ultimo nelle strade della capitale della provincia, Auki, e alla fine la mozione era stata respinta. Suidani aveva poi continuato a ricevere aiuti da Taiwan, ad esempio di materiale medico per combattere la pandemia, e, dopo una trasferta medica a Taipei, si era lanciato in una delicata discussione sulla possibilità di organizzare un referendum indipendentista nella provincia di Malaita.

La crisi nelle isole Salomone ha avuto un altro risvolto apparentemente singolare durante le violenze nella capitale. Su richiesta di Sogavare, cioè, il governo australiano del premier Scott Morrison ha inviato più di cento soldati e agenti di polizia per aiutare le forze di sicurezza indigene a sedare la rivolta. Altre decine di uomini sono arrivati anche dalla Nuova Zelanda, dalla Nuova Guinea, dalle isole Samoa e dalle Figi. Il contributo di Canberra è stato condannato duramente da Suidani, il quale ha accusato l’Australia di voler “favorire la permanenza al potere di un primo ministro corrotto”.

A prima vista, l’iniziativa australiana sembrerebbe insolita, dal momento che Canberra è totalmente allineata alla linea strategica dettata da Washington e partecipa con ogni probabilità alle manovre in atto per favorire Suidani in funzione anti-cinese. L’invio di forze australiane nelle Salomone potrebbe perciò servire a stabilire una presenza prolungata che consenta di ottenere l’obiettivo di rimuovere dal suo incarico il premier Sogavare. L’Australia aveva già guidato una “missione umanitaria” in questo paese a partire dal 2003 e ciò aveva favorito una campagna di destabilizzazione sempre nei confronti di Sogavare, precedentemente alla guida del governo tra il 2006 e il 2007, conclusasi proprio con un voto di sfiducia nei suoi confronti in parlamento.

Le rassicurazioni di Canberra circa la durata limitata della presenza dei militari australiani nelle isole Salomone e la loro estraneità alle vicende politiche interne sono in ogni caso tutt’altro che credibili. L’Australia ha tradizionalmente enormi interessi nell’area del Pacifico, dove da decenni opera sia in maniera aperta sia dietro le quinte per influenzare le decisioni dei vari governi. A ciò va aggiunto il fatto che la classe dirigente australiana opera di concerto con gli Stati Uniti ed è ormai pienamente coinvolta nell’offensiva anti-cinese di Washington che, appunto, ha tra i propri campi di battaglia le isole dell’Oceano Pacifico.

C’è quindi da scommettere che l’Australia e gli USA continueranno a manovrare per ottenere la testa di Sogavare, malgrado la rivolta alimentata contro il suo governo sia stata per il momento repressa. Il prossimo appuntamento cruciale, anche se probabilmente non decisivo, sarà in questo quadro la mozione di sfiducia contro il premier che l’opposizione presenterà in parlamento nei prossimi giorni. Sogavare ha affermato di non avere dubbi sulla sua sopravvivenza politica, grazie alla maggioranza su cui può contare, ma gli equilibri potrebbero anche cambiare in seguito alle manovre che senza dubbio sono già in atto sotto la regia di Washington e Canberra.

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01/10/2021

Il suicidio dell’Australia nell’accordo Aukus

Una lezione di politica estera, di salvaguardia dell’interesse azionale, di serietà istituzionale. Tutto questo è rintracciabile nell’artico che Paul Keating ha voluto dedicare all’attuale presidente del consiglio australiano, Scott Morrison, protagonista assoluto del voltafaccia che ha portato l’Australia a firmare l’accordo Aukus, stracciando i contratti con i francesi per la fornitura di otto sommergibili e comprandone altrettanti dagli Stati Uniti.

Paul Keating, laburista, era stato a sua volta presidente del consiglio dal dicembre 1991 al marzo del 1996, e non può certamente essere dipinto come un “avversario” di Washington. Ma la capriola del giovane liberale Morrison è troppo avventata – e subordinata al potente “alleato” – da poter passare sotto silenzio.

Al di là del linguaggio usato, abituale per un altro tipo di lettori, certamente non è un articolo “nazionalista” nel senso reazionario e straccione che siamo abituati a ritrovare nel dibattito italiano.

Al contrario è una visione alta del ruolo che un premier dovrebbe svolgere in qualsiasi situazione, e in qualsiasi regime politico. Sei il rappresentante di tot milioni di abitanti, in una certa zona del mondo, ogni scelta che fai presenta dei pro e dei contro che sei obbligato a tener presenti, senza farti ubriacare dagli interlocutori.

Di fatto, l’attuale governo australiano non ha scelto tra due opzioni quasi equivalenti. Ha rotto un contratto con la Francia di circa 50 miliardi di euro per 12 sottomarini in piena fase di costruzione da circa tre anni. Il contratto era stato siglato con la Francia nel 2016 ed è entrato entrò nella fase operativa nel 2017.

Scegliendo la Francia, l’Australia la preferì al progetto concorrenziale presentato dal Giappone. E si trattava in entrambi i casi di sottomarini a propulsione diesel, per cui l’Australia dispone autonomamente delle “competenze” necessarie alla gestione-manutenzione.

L’opzione di sottomarini a propulsione nucleare non era mai esistita anche perché l’Australia non ha alcuna capacità di gestire roba del genere (ingegneri nucleari con esperienza sul campo, società pubbliche o private esperte nel ramo, tecnici per ogni singolo aspetto rilevante in una macchina complessa).

L’idea USA di proporre dei sottomarini nucleari è stato il classico coniglio che esce dal cappello del prestigiatore. E un danno diretto per l’Australia, anche sotto l’aspetto dell’”indotto”.

Il progetto francese si basava infatti sulla costruzione in situ presso Adelaide e già vi erano coinvolte 200 aziende dell’area, con 17.000 dipendenti. Inoltre il progetto francese comportava un trasferimento di tecnologia di intelligenza artificiale, il cui sistema era da creare proprio ad Adelaide facendo di questa città un polo hightech.

Il progetto americano non comporta nulla di simile. Fabbricazione e tecnologie saranno di esclusiva competenza Usa, così come – ovviamente – la manutenzione, perché ci sono in gioco pesanti segreti industriali e militari da proteggere.

Di fatto, insomma, l’Australia pagherà agli Stati Uniti la costruzione di sommergibili negli Usa, che resteranno nella disponibilità piena della flotta statunitense anche perché l’Australia non ha la capacità tecnica di utilizzarli autonomamente.

Qualcuno dirà: “per ora”. Ammettiamolo pure. Ma quanto ci vuole a tirar su una generazione di ingegneri nucleari e far loro fare l’esperienza minima necessaria? Quanto ci vuole a far sviluppare aziende tecnologiche in grado di occuparsi da sole della manutenzione?

Sempre scommettendo che gli americani siano poi disposti a condividere qualche piccolo segreto nucleare…

E sorvoliamo tranquillamente gli aspetti geostrategici, su cui Keating insiste con competenza certamente superiore.

Buona lettura.

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Una reliquia di un’epoca passata? Potrei esserlo, ma non sono un disfattista

Marise Payne, che ha fatto una forma d’arte nel nascondere la sua luce sotto il moggio, si è precipitata sul palcoscenico nazionale lunedì, completamente indifferente alle luci sfavillanti dei riflettori.

Lo scopo di questa audace apparizione era quello di attaccarmi per aver avuto la temerarietà di dire che l’accordo AUKUS del governo ci ricollega all’Anglosfera – il mondo dell’Atlantico – voltando stridentemente le spalle alla nostra geografia, l’Asia, con un solo goffo movimento.

Payne e il primo ministro sono stati abbagliati dalla grande accoglienza che hanno ricevuto a Washington – un’accoglienza che qualsiasi cliente strategico degli Stati Uniti avrebbe ricevuto, se avesse ceduto il controllo delle sue forze armate agli Stati Uniti. Ma, nel nostro caso, cedendo anche il controllo effettivo della nostra politica estera.

Qualsiasi primo ministro che negozi la cessione di prerogative e interessi dell’Australia a un’altra potenza sarà sempre osannato e celebrato da quella potenza. E questo è precisamente ciò che Scott Morrison e Marise Payne hanno sperimentato.

La decisione sui sottomarini statunitensi non riguardava solo la guerra sottomarina, ma la donazione di otto sottomarini pagati da noi al comando degli Stati Uniti, come parte integrante della loro flotta del Pacifico. Provate a pensare ad un altro paese che farebbe qualcosa di così sottomesso.

Ma ancora di più, nel farlo, affronta sgarbatamente l’unica potenza internazionale d’Europa, la Francia – l’unico stato europeo che possiede un esercito sofisticato, sottomarini nucleari e armi nucleari. E insieme a questo, un vero patrimonio nazionale nel Pacifico. Una vera potenza del Pacifico. Difficilmente si sarebbe potuto sognare un partner militare più adeguato o più appropriato della Francia.

Ma Morrison, che non ha passato che un attimo a pensare alle questioni strategiche e all’allineamento del potere internazionale, ha mollato i francesi, per consolarsi ideologicamente, preferendo invece la sicurezza dell’ascella sudata degli Stati Uniti.

Quando dovremmo smettere di applaudire?

Ma con Broadway che fa parte del DNA dell’America, la Casa Bianca ha ospitato il primo incontro faccia a faccia del cosiddetto Quad, con scrivanie decorate nella sua East Room.

Il Quad ha un solo obiettivo ed è quello di contenere la Cina. Ossia il fatto che, in qualche modo, l’ascesa del 20 per cento dell’umanità da una povertà avvilente a qualcosa che si avvicina a uno stato moderno, sarebbe illegittimo – ma più di questo, con la sua semplice presenza, un affronto agli Stati Uniti.

Non è che la Cina rappresenti una minaccia per gli Stati Uniti – qualcosa che la Cina non ha mai articolato nella pratica né manifestato – piuttosto, la sua semplice presenza rappresenta una sfida alla preminenza degli Stati Uniti.

Come osa uno stato, grande come gli Stati Uniti, rappresentarsi così. Ma non solo rappresentarsi, possedere i mezzi per diventare possibilmente due volte più grande. Una simile eventualità non si trova da nessuna parte nel playbook americano. Ma questo è ciò che è il Quad. E, ingenuamente, noi ci siamo dentro.

Nel momento in cui un colpo forte fosse sparato, gli indiani si chiuderebbero nella loro penisola e i giapponesi farebbero quello che fanno sempre, negoziare sotto il tavolo. Questo lascerebbe gli Stati Uniti e i babbei come noi a portare una battaglia militare ai cinesi da soli.

L’India ci sta prendendo tutti in giro. L’India gode del muro impenetrabile dell’Himalaya al suo nord e della protezione di due oceani intorno alla sua penisola allungata. E ha una popolazione più giovane e grande come quella della Cina. È in una posizione imbattibile. E nessuna potenza cercherebbe di sconfiggerla – certamente non i cinesi.

Henry Kissinger mi ha detto in diverse occasioni che lui ed io condividevamo un’importante visione strategica. E questa visione, nelle parole di Kissinger, era che l’India “non avrebbe mai fatto parte del sistema dell’Asia orientale“. Una visione che ho sempre sostenuto con fermezza.

È impossibile immaginare la marina indiana attaccare le risorse militari o civili cinesi nel Mar Cinese Meridionale – un’area completamente lontana dalla sicurezza e dalla comodità della penisola indiana chiusa dal mare – nonostante le piccole scaramucce che ogni decennio si verificano sul confine himalayano.

L’India è un membro dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai. Gli altri stati dell’accordo sono la Cina stessa, la Russia e il Pakistan. L’India si presenterà grande come la vita alla prossima riunione dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai, dopo essersi presentata, grande come la vita, per le follie Quad dell’America alla Casa Bianca.

L’India, uno dei fondatori del movimento dei non allineati, è stata storicamente allergica alle alleanze, non avendo alcun desiderio di mettere tutte le sue uova in un paniere – qualcosa che non farà mai.

Ma eccoci qui noi dell’Australia, al casinò strategico, a puntare tutto sul nero, pensando che gli indiani si presenteranno nel caso di una grande prova di forza con i cinesi. Mentre i giapponesi sanno che, in un tale scontro, la Cina li annienterà.

Ma il “profeta della Contea” (titolo ironico per Scott Morrison, primo ministro australiano, ndr) ha divagato rispetto a tutto questo, incapace di comprendere le forze vettoriali delle sottigliezze in gioco, quando la politica estera australiana aveva invece la completa capacità di gestire le relazioni tra Cina e Stati Uniti, come abbiamo fatto con successo per decenni prima.

Ho convinto da solo due presidenti americani a sedersi annualmente con il presidente della Cina, il primo ministro del Giappone e il presidente dell’Indonesia e, nel caso della Cina, a convincerli a sedersi accanto ai rappresentanti di Taiwan e Hong Kong. Questo è quello che ho fatto nello sviluppo della riunione dei leader dell’APEC.

Potreste immaginare Morrison o Payne o il ringhioso poliziotto del Queensland ottenere una cosa simile? Ma ora, secondo Payne, non sono aggiornato, sono troppo fuori dal mondo, “una reliquia di un’epoca passata”.

Beh, potrei anche esserlo, ma una cosa non sono: un disfattista australiano che, al primo segno di tensione, venderebbe il paese ad un’altra potenza.

Paul Keating, dal Sidney Morning Herald

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