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25/05/2022

Australia, il ritorno dei laburisti

La prima vittoria alle urne del Partito Laburista australiano dopo oltre un decennio non esaurisce di per sé l’analisi di un voto che ha confermato in larga misura anche in questo paese la tendenza alla disgregazione del panorama politico tradizionale. L’affermazione del “Labor”, la cui misura effettiva non è peraltro ancora nota, sembra tutto fuorché un trionfo e il ritorno al governo, sotto la guida del premier di origine italiana già insediato Anthony Albanese, coincide con un numero record di consensi raccolti da partiti minori e candidati indipendenti. Sul fronte domestico, i laburisti si rimangeranno in fretta le promesse elettorali di un incremento della spesa pubblica, mentre sul piano internazionale non ci saranno sostanziali variazioni alla politica della sovranità limitata dell’Australia, dove praticamente tutta la classe dirigente ha da tempo scelto di allinearsi alle manovre strategiche anti-cinesi degli Stati Uniti.

L’imperativo della sottomissione alle direttive provenienti da Washington, che di per sé non è esattamente un elemento inedito per Canberra, è alla base dell’insolitamente precoce ammissione della sconfitta da parte del primo ministro uscente, il conservatore Scott Morrison, e del giuramento del suo successore laburista nella giornata di lunedì in assenza dei risultati definitivi del voto. Il capo del governo, chiunque fosse, doveva infatti recarsi immediatamente a Tokyo per partecipare a un summit del cosiddetto “Quad”, l’accordo di partnership sulla “sicurezza” che include, oltre all’Australia, gli USA, il Giappone e l’India.

Questo meccanismo non è altro che uno strumento promosso dagli Stati Uniti per accelerare e coordinare i piani militari diretti contro Pechino. La partenza per Tokyo del neo-premier laburista è stata dunque un segnale verso l’America che l’attitudine australiana non cambierà dopo le elezioni. Biden si è d’altra parte subito congratulato con Albanese ed entrambi i leader hanno assicurato pubblicamente che l’alleanza tra i loro paesi rimarrà solidissima.

La nomina del nuovo ministro degli Esteri, la 53enne Penny Wong, va evidentemente anch’essa in questa direzione. In un breve profilo pubblicato lunedì, l’agenzia di stampa Bloomberg ha citato l’impegno della neo-responsabile della politica estera australiana a non fare alcuna marcia indietro sulle questioni che recentemente hanno inasprito le relazioni tra Cina e Australia, come la decisione di escludere Huawei e altri operatori cinesi dalla costruzione della rete 5G, l’utilizzo strumentale dei diritti umani e le leggi anti-democratiche australiane contro le “interferenze” di governi stranieri, ovvero di quello cinese.

La Wong, ricorda ancora Bloomberg, aveva anche criticato il premier Morrison per avere dedicato risorse insufficienti ai progetti di “assistenza” per quei paesi del sud-est asiatico e dell’area Pacifico esposti all’influenza cinese. Il riferimento principale è alla vicenda delle Isole Salomone, considerate come una sorta di “cortile di casa” da Canberra e ritenute strategicamente cruciali per gli USA, oggetto di attacchi isterici e di minacce d’invasione da alcune settimane dopo la firma di un accordo di cooperazione militare con la Cina.

Per quanto riguarda i risultati del voto, il conteggio completo delle schede dovrebbe proseguire per un paio di settimane per via dei rallentamenti causati dal massiccio voto per posta. Il Partito Laburista non si è al momento assicurato i seggi necessari a governare in autonomia. Secondo i dati più aggiornati, la soglia per raggiungere la maggioranza assoluta (76 seggi) sarebbe molto vicina, anche se Albanese ha affermato che il suo partito è già certo di ricevere il sostegno alla Camera dei Rappresentanti di cinque neo-deputati indipendenti.

Ad appoggiare il governo nascente potrebbero essere anche i Verdi, passati da uno a tre seggi e intenzionati a capitalizzare il dibattito sul cambiamento climatico dopo i disastri causati dalle recenti inondazioni in alcune aree del paese. I Verdi avevano già garantito i loro voti al governo di minoranza laburista tra il 2010 e il 2013 e il loro leader, Adam Bandt, ha già detto di essere pronto a trattare con Albanese.

Le dimensioni della vittoria del Partito Laburista, come già accennato, devono essere in buona parte ridimensionate, soprattutto se si considera lo stato della “Coalizione” di centro-destra al governo fino a poche ore fa. Il governo Morrison era stato lacerato da gravissimi conflitti interni, spesso esplosi in feroci polemiche pubbliche. Il livello di gradimento tra gli elettori era inoltre crollato, principalmente per la disastrosa gestione di eventi naturali (incendi e inondazioni), per l’aumento più alto da trent’anni a questa parte dei livelli di inflazione e per un mercato immobiliare decisamente fuori controllo.

La perdita alle urne dei partiti Liberale e Nazionale potrebbe essere di circa il 6% e il primo andrebbe a occupare fino a 16 seggi in meno nel nuovo parlamento. Per i liberali australiani si tratta della peggiore prestazione dal 1983, ma questo disastro non è andato a beneficio dei laburisti, se non in parte. Già nelle precedenti elezioni del 2019, il “Labor” era stato clamorosamente sconfitto dopo avere guidato tutti i sondaggi precedenti il voto. Anche in quell’occasione, il governo della “Coalizione” era precipitato nei livelli di popolarità, riuscendo però a rimanere in carica grazie al risultato peggiore dei laburisti dal 1934.

Quella umiliazione patita dal “Labor” era dovuta in primo luogo a una dinamica che, in una certa misura, si è manifestata anche nel voto di sabato scorso, cioè la disaffezione crescente dell’elettorato riconducibile alla “working-class”. Il declino laburista in quei distretti elettorali considerati per decenni lo zoccolo duro della sinistra si è accompagnato a uno spostamento dei riferimenti di questo partito verso le aree urbane più benestanti, in conseguenza inevitabilmente dello spostamento a destra del proprio baricentro politico.

Si è in presenza evidentemente di un processo comune a praticamente tutte le socialdemocrazie dell’Occidente e, in un quadro più ampio, le frustrazioni degli elettori si manifestano sempre più nei confronti di tutti i partiti che hanno dominato la scena politica dal secondo dopoguerra. Il Partito Laburista, al termine dei conteggi in Australia, chiuderà infatti probabilmente anch’esso con una flessione o, tutt’al più, con un leggerissimo incremento in termini di voti.

La crisi del sistema è tuttavia più evidente da un altro dato, ovvero la quota totale di consensi andata ai partiti che si sono tradizionalmente spartiti il potere in Australia. In questa tornata elettorale sarà di circa il 68%; nelle precedenti elezioni del 2019 era stata del 74% e solo nel 2010 dell’81%. La tendenza non è stata invertita nemmeno da una serie di “riforme” elettorali profondamente anti-democratiche approvate precisamente per favorire i partiti più grandi. Con il consenso anche dei laburisti queste leggi hanno imposto, tra l’altro, condizioni gravose ai partiti più piccoli per poter apparire sulle liste elettorali. In questo modo, i candidati delle formazioni senza rappresentanti in parlamento o con un numero ristretto di iscritti hanno dovuto in pratica presentarsi agli elettori da indipendenti.

I partiti minori e gli indipendenti chiuderanno comunque con una quota complessiva superiore al 30%. Un altro dato significativo è il mancato sfondamento di partiti e movimenti populisti e di estrema destra nonostante l’emorragia di consensi dall’establishment. In altre parole, si conferma ancora una volta la richiesta di politiche sociali più incisive tra gli elettori e, a questo proposito, è forse proprio grazie alle proposte di stampo progressista lanciate in campagna elettorale che il Partito Laburista è riuscito a tornare al governo a Canberra.

Per il resto, la campagna elettorale ha avuto nel complesso un’impronta reazionaria. Se nei rari casi in cui le questioni del “welfare” o il sostegno alle retribuzioni sono state discusse più in profondità, i piani del “Labor” sono apparsi poco consistenti e hanno lasciato pensare a un rapido ritorno alle solite politiche ultra-liberiste. Particolarmente odiosa è stata poi la discussione sul tema dell’immigrazione, con tutti i principali partiti intenzionati a proseguire con le pratiche criminali dei respingimenti o delle detenzioni in centri di “accoglienza” per impedire il più possibile gli ingressi sul territorio australiano.

Come spiegato all’inizio, Anthony Albanese è stato insediato già lunedì senza che fosse noto se il Partito Laburista sia in grado di contare su una propria maggioranza o se invece dovrà guidare un governo di minoranza. In teoria, addirittura, il mancato raggiungimento dei 76 seggi da parte del “Labor” potrebbe dare l’opportunità al centro-destra di mettere assieme una maggioranza di governo.

Le esigenze di politica estera o, per meglio dire, i tempi dettati da Washington nella crociata anti-cinese in Asia orientale richiedevano una soluzione rapida delle pratiche “democratiche” australiane, così che anche il premier uscente Scott Morrison ha finito per adeguarsi in fretta. Sempre lunedì, Albanese ha nominato e insediato anche il vice primo ministro, Richard Marles, e altri tre fedelissimi in altrettanti ministeri-chiave: agli esteri la già ricordata Penny Wong, al Tesoro Jim Chalmers e alle Finanze Katy Gallagher. Il resto del gabinetto dovrà aspettare il ritorno del neo-premier dal vertice di Tokyo monopolizzato dagli interessi strategici americani.

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