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29/05/2022

“A Jenin i soldati israeliani sparavano sui giornalisti”

Diversi spari risuonano in successione, fendendo attraverso una chiara, azzurra mattina di primavera a Jenin, in Cisgiordania. Bam, bam, bam, bam, bam, bam, bam. Il cameraman che riprende la scena arretra di corsa per ripararsi dietro un basso muretto di cemento. Quindi un uomo urla in arabo: «Un ferito! Shireen, Shireen, oddio Shireen! Un’ambulanza!»

Quando il cineoperatore gira l’angolo, si può vedere la giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akle riversa senza emozioni, la faccia volta al terreno mentre un’altra reporter palestinese Shatha Hanaysha, si accovaccia in basso accanto a lei, usando un tronco d’albero per ripararsi. Hanaysha la raggiunge e prova a scuoterla mentre la sparatoria continua. Non ha risposta. Entrambe le donne indossano elmetti e le vesti protettive blu con la scritta “Press.”

Negli istanti che seguono, un’uomo con una maglietta bianca tenta diverse volte di spostare Abu Akleh, ma è ricacciato più volte indietro dai colpi di pistola. Alla fine, dopo diversi lunghi minuti, riesce a trascinare il suo corpo via dalla strada.

Il video sconvolgente, filmato dal cameraman di Al Jazeera Majdi Banura, immortala l’istante in cui Abu Akleh, una palestinese americana di 51 anni, è stata uccisa con un proiettile in testa intorno alle 6 e mezzo dell’11 mattina. Stava con un gruppo di altri giornalisti vicino l’entrata del campo profughi di Jenin, dove si erano radunati per documentare un raid israeliano. Mentre il filmato non mostra Abu Akleh mentre viene colpita, testimoni oculari hanno riferito alla CNN che credono che le forze armate israeliane nella stessa strada abbiano sparato deliberatamente contro i reporter in un attacco mirato. Tutti i giornalisti stavano indossando i giubbotti protettivi che li identificavano come appartenenti alla stampa. «Stavamo di fronte ai veicoli militari israeliani per circa 5 o 10 minuti prima di muoverci per assicurarci che ci avessero visti. E questa è un’abitudine da giornalisti, ci muoviamo in gruppo e stiamo di fronte a loro così che essi riconoscano che siamo della stampa, e quindi iniziamo a muoverci» ha detto alla CNN descrivendo il loro cauto approccio verso il convoglio dell’esercito israeliano, prima che la sparatoria iniziasse.

Quando Abu Akleh è stata colpita, Hanaysha ha detto di essere rimasta sotto shock. Non poteva capire cosa stesse accadendo. Dopo che Abu Akleh è caduta a terra, Hanaysha ha pensato che potesse essere inciampata. Ma quando ha guardato in basso verso la reporter che aveva idolatrato fin dall’infanzia, era chiaro che non stava respirando. Il sangue colava sotto la sua testa formando una pozza. «Non appena Shireen è caduta, non ho onestamente capito che lei... ascoltavo il suono dei proiettili, ma non capivo che stavano sparando contro di noi. Davvero, non stavo capendo per tutto il tempo – racconta – ho pensato che sparassero perché stessimo indietro, non ho pensato che stessero cercando di ucciderci».

Il giorno dell’attacco il portavoce dell’esercito israeliano Ran Kochav ha riferito alla radio dell’esercito che Abu Akleh aveva “filmato e lavorato per un’impresa media in mezzo ai palestinesi armati. Erano armati di telecamera, se mi consentite di dirlo” questo quanto riportato dal The Times of Israel. L’esercito israeliano sostiene che non sia chiaro chi ha sparato il colpo fatale. In un’inchiesta preliminare, l’esercito ha affermate che Abu Akleh potrebbe essere stata colpita da fuoco palestinese indiscriminato, o da un cecchino israeliano posizionato a circa 200 metri in uno scontro a fuoco con un palestinese armato – sebbene né Israele né altri abbiano portato alcuna prova che mostri un palestinese armato con una chiara linea di fuoco da Abu Akleh.

Le Forzi di Difesa israeliane (IDF) il 19 maggio hanno precisato che non è ancora deciso se ci sarà un’indagine penale riguardo la morte di Abu Akleh. Lunedì, il leader del team legale dell’esercito israeliano, il generale maggiore Yifat Tomer-Yerushalmi, ha detto in una conferenza stampa che sotto il controllo militare, un’indagine penale non è avviata in automatico se la persona è stata uccisa “nel mezzo di una zona attiva di combattimento”, a meno che non ci sia un credibile e immediato sospetto di dolo. I legislatori statunitensi, le Nazioni Unite e la comunità internazionale hanno tutti richiesto un’indagine indipendente.

Ma un’indagine della CNN offre nuove prove – inclusi due video della scena della sparatoria – da cui emerge che non c’era combattimento attivo, né alcun militante palestinese, vicino a Abu Akleh nei momenti precedenti la sua morte. I video ottenuti dalla CNN, corroborati da testimonianze di otto testimoni oculari, un analista audio forense e un esperto di armi a esplosione, suggerisce che Abu Akleh sia stata colpita a morte in un attacco premeditato dalle forze israeliane. Il filmato mostra una scena tranquilla prima che i reporter si trovassero sotto il fuoco nella periferia del campo profughi di Jenin, vicino la rotatoria principale Awdeh. Hanaysha, altri quattro giornalisti e tre residenti della zona dicono che era una mattinata normale a Jenin, dove vivono circa 345 mila persone – 11 mila e 400 delle quali nel campo. Molti erano sulla via per il lavoro o la scuola, e la strada era relativamente silenziosa.

C’è stato un brivido di eccitazione quando la giornalista veterana, un nome conosciuto in ogni casa del mondo arabo per la sua copertura di Israele e dei Territori Occupati, è arrivata per documentare l’irruzione. Circa una dozzina o più di uomini, alcuni in canottiera e infradito, si sono affollati per guardare Abu Akleh e le sue colleghe al lavoro. Si accalcavano chiacchierando, alcuni fumando una sigaretta, altri riprendendo la scena coi telefonini.

In un video registrato con smartphone di 16 minuti e condiviso con la CNN, l’uomo che filma cammina verso il punto dove i giornalisti si erano radunati, zoomando a mostrare i veicoli corazzati israeliani parcheggiati a distanza; nel mentre lo si sente dire: «Guarda i cecchini». Quindi, quando un ragazzo si sforza di sbirciare in fondo alla strada, urla : «Smettila di giocherellare... pensi che sia uno scherzo? Non vogliamo morire. Vogliamo vivere».

Le irruzioni degli israeliani nel quartiere di rifugiati di Jenin sono diventate un evento ricorrente dall’inizio di Aprile, a seguito di una serie di attacchi di palestinesi che hanno lasciato vittime israeliane e straniere sul campo. Alcuni dei sospetti attentatori di questi attacchi erano di Jenin, secondo l’esercito di Israele. I residenti sostengono invece che i raid lasciano spesso dietro di sé feriti e morti. Sabato, un diciassettenne palestinese è stato assassinato e un diciottenne gravemente ferito dagli spari durante un’incursione israeliana, ha riferito il ministero della Salute palestinese.

Salim Awad, il ventisettenne che ha filmato il video di sedici minuti, ha raccontato alla CNN che non c’erano palestinesi armati o scontri nella zona, e che non si sarebbe aspettato di rimanere coinvolto nella sparatoria, data la presenza di giornalisti nelle vicinanze. “Non c’erano assolutamente scontri o attriti. Saremmo stati dieci ragazzi, uno in più uno in meno, che passeggiavano intorno, ridendo e scherzando con i giornalisti – ha detto – non avevamo paura di niente. Non ci aspettavamo nulla di quello che è successo, perché quando vediamo giornalisti nei paraggi, pensiamo che sarà un posto sicuro». Ma la situazione è cambiata rapidamente. Awad racconta che i colpi sono partiti circa sette minuti dopo che era arrivato sul posto. Il suo video immortala il momento in cui gli spari venivano diretti ai quattro giornalisti – Abu Akleh, Hanaysha, un altro giornalista palestinese, Mujahid al-Saadi, e il produtore di Al Jazeera Ali al-Samoudi, ferito nello scontro a fuoco – mentre questi camminavano verso i veicoli israeliani. Nel filmato Abu Akleh può essere vista allontanarsi dalla barricata. Il video mostra una visuale sgombra verso il convoglio israeliano.

«Abbiamo visto circa quattro o cinque blindati su quella strada con i fucili spianati e uno di loro ha sparato a Shireen. Stavamo proprio lì, lo abbiamo visto. Quando abbiamo tentato di avvicinarci a lei, ci hanno sparato. Ho provato ad attraversare la strada per dare una mano, ma non potevo» riporta Awad, aggiungendo che ha visto un proiettile conficcato nella testa di Abu Akleh nello spazio tra l’elmetto e il giubbotto antiproiettile, appena accanto all’orecchio.

Un sedicenne, che era nel gruppo di uomini e ragazzi sulla strada, ha riferito alla CNN che non c’era “nessuno sparo, nessun lancio di pietre, niente” prima che Abu Akleh fosse colpita. Ha detto che i giornalisti avevano detto loro di non seguirli mentre si avvicinavano alle forze armate israeliane, quindi era rimasto indietro. Quando la sparatoria è scoppiata, si è accucciato dietro un’auto parcheggiata, tre metri più in là, da dove ha visto l’istante in cui è stata uccisa. Il giovane ha condiviso un video con la CNN, filmato alle 6:36, appena prima che i giornalisti lasciassero il luogo verso l’ospedale, che mostra i cinque blindati israeliani guidare lentamente oltre il punto in cui Abu Akleh è morta. Il convoglio quindi gira a sinistra prima di lasciare il campo passando per la rotonda.

La CNN ha riguardato un totale di 11 video che mostrano la scena e il convoglio israeliano da diverse angolazioni – prima, durante e dopo l’assassinio di Abu Akleh. Testimoni oculari che stavano filmando quando i giornalisti sono stati raggiunti dai colpi erano anche loro nella linea di fuoco e sono stati ricacciati indietro quando la sparatoria è iniziata, per cui non hanno ripreso il momenti in cui è stata colpita dal proiettile. Le prove visive revisionate dalla CNN includono il filmato di una body cam rilasciato dall’esercito israeliano, che riprende i soldati correre attraverso una stradina secondaria, con fucili da assalto M16 in mano e altre varianti, mentre sbucano sulla strada dove i veicoli corazzati sono parcheggiati. Una fonte israeliana militare ha riferito alla CNN che entrambe le parti stavano sparando con fucili d’assalto M16 e M4 quel giorno.

Nei video, cinque veicoli israeliani possono essere visti mettersi in riga sulla stessa strada dove Abu Akleh è stata assassinata, ma a Sud. Il blindato più vicino ai giornalisti, targato con un numero 1 bianco, e il veicolo più lontano, marcato con il numero 5, erano entrambi posizionati perpendicolarmente lungo la strada. Verso l’estremità dei veicoli, esattamente sopra i numeri, c’è una stretta apertura rettangolare che dà sull’esterno del veicolo.

L’esercito israeliano ha fatto riferimento a un’apertura del genere in una nota sull’inchiesta iniziale riguardo l’uccisione di Abu Akleh, dicendo che la giornalista poteva essere stata colpita da un soldato israeliano che sparava da “uno spazio progettato nei veicoli dell’IDF usando un mirino telescopico” durante uno scontro a fuoco. Diversi testimoni hanno raccontato alla CNN che hanno visto il fucile di un cecchino spuntare fuori dalla feritoia prima che i colpi iniziassero, ma che non era stato preceduto da nessun altro scambio a fuoco.

Jamal Huwail, professore dell’Università araboamericana di Jenin, che ha aiutato a trascinare il corpo senza vita di Abu Akleh fuori dalla strada, sostiene che i colpi stessero arrivando da uno dei veicoli israeliani, che ha descritto come un “nuovo modello che ha una feritoia per cecchini”, per via dell’elevazione e direzione dei proiettili. «Stavano sparando direttamente ai giornalisti», dice Huwail. Huwail, un parlamentare e membro del partito palestinese Fatah a Jenin, ha incontrato Abu Akleh per la prima volta venti anni fa, quando Israele ha lanciato una massiccia operazione militare nel campo, distruggendo più di 400 case e lasciando senza dimora un quarto dei residenti del luogo. Quando ha parlato con la giornalista per qualche attimo quella mattina dell’11, alla rotonda di Awdeh, lei gli aveva mostrato un video di una delle loro prime interviste nel 2002. La volta dopo che l’ha vista da vicino, lei era morta.

Nei video dell’irruzione all’alba a Jenin, poco prima in mattinata, i soldati israeliani e i militanti palestinesi sono visti scontrarsi tra di loro con fucili d’assalto M16 e altre varianti, secondo Chris Cobb-Smith, un esperto di armi da fuoco. Questo significa che entrambe le parti dovevano aver sparato proiettili calibro 5.56. Per rintracciare il proiettile che ha ucciso Abu Akleh dalla canna di un fucile specifica richiederebbe uno sforzo congiunto israelo-palestinese, dal momento che i palestinesi hanno il proiettile che ha ucciso Abu Akleh, mentre l’inchiesta di CNN suggerisce che Israele abbia il fucile. Nessuno si sta facendo prontamente avanti. Mentre Israele tentenna per aprire un’inchiesta penale, l’Autorità Palestinese ha escluso di collaborare con Israele in qualsiasi indagine.

Un ufficiale di sicurezza senior israeliano ha piattamente negato alla CNN, il 18 maggio, che le truppe israeliane abbiano ucciso Abu Akleh intenzionalmente. L’ufficiale ha parlato sotto anonimato per riferire dettagli dell’indagine che rimane formalmente aperta. «Non esiste che l’IDF prenda a bersaglio un civile, specialmente un membro della stampa – ha detto l’ufficiale alla CNN – un soldato dell’IDF non sparerebbe mai senza ragione con un M16. Rispondono colpo su colpo» sostiene il milite, in contrasto con l’affermazione di Israele che i militanti palestinesi stessero sparando “in modo incontrollato e senza discriminazione” mentre i soldati portavano a termine l’incursione a Jenin.

In una nota via mail alla CNN, l’IDF afferma di star svolgendo un’indagine sulla morte di Abu Akleh. Chiedono “all’Autorità Palestinese di cooperare in un’analisi forense congiunta con rappresentanti americani che determini infine le responsabilità della tragica morte”. E aggiunge “asserzioni riguardo i responsabili del fuoco che ha ucciso la signorina Abu Akleh devono essere fatte con attenzione e supportate da prove schiaccianti. Questo è ciò che l’IDF sta cercando di ottenere».

Eppure, anche senza avere accesso al proiettile che ha colpito Abu Akleh, ci sono diversi modi per determinare chi l’ha uccisa analizzando il tipo di fucile, il suono degli spari e i segni lasciati dai proiettili sulla scena. Cobb-Smith, consulente per la sicurezza e veterano dell’esercito britannico, ha spiegato alla CNN che crede che Abu Akleh sia stata uccisa da un colpo mirato – non una raffica di arma automatica. Per arrivare a questa conclusione, ha guardato un’immagine ottenuta dalla CNN, che mostra tracce di proiettile lasciate sull’albero sotto cui Abu Akleh è caduta e dietro cui Hanaysha ha cercato riparo.

«Il numero di tracce di colpo sull’albero dove Shireen stava provano che non era un colpo vagante, è stata presa di mira – riporta Cobb-Smith alla CNN, aggiungendo che – in uno scontro serrato, la maggior parte dei colpi partiti dai palestinesi catturati da una videocamera quel giorno erano “spari a casaccio”».

A dimostrazione, ha indicato due video che mostrano un uomo armato palestinese sparare a casaccio lungo i vicoli in diverse parti di Jenin. I video sono stati fatti circolare dall’ufficio del primo ministro israeliano, Naftali Bennett, e dal ministero degli Affari Esteri, con un voice over in Arabo che dice: «Ne hanno colpito uno. Hanno colpito un saldato. È steso a terra». Poiché non è stata riportata la morte di alcun soldato israeliano l’11 maggio, l’ufficio di Bennet ha detto che il video suggeriva che “sono stati i terroristi palestinesi a uccidere la giornalista”. La CNN ha geolocalizzato il video diffuso dall’entourage di Bennett nel sud del campo, 300 metri oltre dove si trovava Abu Akleh. Le coordinate dei due luoghi, che sono state verificate utilizzando Mapillary – una piattaforma condivisa per la rappresentazione della viabilità – e girati dell’area filmati dal gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem, dimostrano che la sparatoria nel video non può essere la stessa raffica di spari che ha colpito Abu Akleh e il suo produttore, Ali al-Samoudi. CNN non è stata inoltre in grado di verificare in modo indipendente dove sia stato girato il video.

Secondo la prima ricostruzione dell’esercito israeliano, nel momento della morte di Abu Akleh, un cecchino israeliano era a 200 metri da lei. La CNN ha chiesto a Robert Maher, professore di ingegneria elettronica e computeristica del Montana State Institute specializzato in analisi forense dell’audio, di esaminare il video in cui Abu Akleh viene colpita e stimare la distanza tra chi ha sparato e il cameraman, tenendo in considerazione il tipo di fucile usato dai corpi israeliani.

Il video che Maher ha analizzato cattura due raffiche di spari; i testimoni oculari dicono che Abu Akleh sia stata colpita alla seconda transenna, una serie di sette distinti “crack”. Il primo suono di grilletto, l’onda balistica generata dal proiettile, è seguita approssimativamente 309 millisecondi dopo da un relativamente pacato “bam” generato dalla detonazione all’impatto, secondo Maher: «Questo corrisponderebbe a una distanza di qualcosa tra i 177 e i 197 metri» ha dichiarato in una mail alla CNN; che corrisponde quasi esattamente alla posizione del cecchino israeliano.

A 200 metri, Cobb-Smith ha detto che non c’era “nessuna possibilità” che colpi indiscriminati potessero lasciare tre o quattro tracce colpendo il tronco in uno schema così ravvicinato. «Dalle striature di sparo sull’albero, sembra che i colpi, uno dei quali ha centrato Shireen, venissero dalla parte bassa della strada, cioè da dove si trovavano le truppe dell’IDF. Il raggruppamento abbastanza compatto delle tracce indicano che Shireen è stata intenzionalmente resa bersaglio di colpi mirati, e non è la vittima di un colpo casuale o sregolato» ha spiegato l’esperto di armi da fuoco alla CNN.

A Jenin ora si parla di quell’albero come “l’albero della giornalista” ed è diventato un altare spontaneo ad Abu Akleh, con fotografie dell’amata reporter attaccate alla corteccia e Kaffiyeh, le sciarpe palestinesi, drappeggiate intorno ai suoi rami. Awad, uno dei residenti di Jenin che ha accidentalmente ripreso la morte di Abu Akleh con la videocamera, ha detto che la prima volta che in cui ha vista di persona era il 2002, quando stava seguendo l’Intifada, o sollevazione, di Jenin: «Ovvio che sia amata da così tante persone, aveva un ricordo speciale nel nostro campo per via del lavoro che aveva fatto qui. Le persone sono davvero affrante per la sua perdita» ha detto.

Lo scorso mese, Abu Akleh ha festeggiato il suo compleanno a Jenin, quando si trovava qui per coprire un raid dell’esercito israeliano, ricorda ora il cameraman e suo collega di vecchia data Majdi Banura. Banura e Abu Akleh hanno iniziato il loro percorso ad al Jazeera lo stesso giorno di 25 anni fa, e trascorso molto delle loro carriere sul campo insieme. Banura è ancora sbigottito per aver visto Akleh, che aveva ripreso innumerevoli volte in precedenza, morire di fronte ai suoi stessi occhi. Ma quando la sparatoria è scoppiata, sapeva che doveva continuare a riprendere, dicendo che era importante avere una “ripresa continua” della sua uccisione. «A dire la verità – dice Banura – mentre filmavo, ho sperato che si sarebbe salvata, ma ho capito vedendola inerte che era stata assassinata. La sua immagine non lascia la mia vita, né il mio ricordo; qualsiasi cosa io dica o faccia o tocchi, la vedo».

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