Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/07/2026

Abolire lo scudo penale, giustizia e verità per Fakir. Un appello

Abolire lo scudo penale per le forze di polizia, abolire i decreti sicurezza, vogliamo le dimissioni di Piantedosi e Giustizia e Verità per Abderrahim Fakir.

L’uccisione di Abderrahim Fakir a Bologna impone una riflessione che va ben oltre i confini della città. Chiediamo verità e giustizia per Fakir, ma chiediamo anche che questa vicenda diventi il punto di partenza di una mobilitazione nazionale per l’abrogazione dello scudo penale introdotto dal cosiddetto Decreto Sicurezza DL 24 febbraio 2026, n. 23, convertito nella Legge n. 54 del 24 aprile 2026).

L’articolo 12 del decreto interviene sull’articolo 335 del codice di procedura penale mediante l’introduzione di un nuovo comma, stabilendo che il nominativo dell’autore di un fatto che risulti “manifestamente” commesso in presenza di una causa di giustificazione non venga più iscritto automaticamente nei registri previsti, bensì annotato in un apposito modello. In tale sede, il nominativo non è oggetto di un’iscrizione formale, ma di una mera “annotazione preliminare”.

Questa norma si affianca a quanto previsto dagli artt. 22 e 23 del precedente DL 48/2025 secondo cui lo Stato è tenuto ad anticipare fino a 10.000 euro, per ogni fase del procedimento, le spese legali degli appartenenti alle forze di polizia indagati o imputati per fatti commessi nell’esercizio del servizio. Una scelta politica gravissima, che altera il principio di responsabilità di chi esercita il monopolio della forza pubblica e trasmette un messaggio di sostanziale protezione preventiva nei confronti degli abusi commessi in divisa.

Il caso di Bologna rappresenta la prima e subito drammatica dimostrazione delle conseguenze di questo impianto. Mentre una famiglia chiede verità e giustizia per un proprio caro ucciso durante un intervento di polizia, gli agenti coinvolti possono beneficiare sin dall’inizio della copertura garantita dallo Stato. È questa la logica perversa dello scudo penale: rafforzare la tutela di chi esercita la forza, anziché quella dei cittadini che da eventuali abusi devono essere protetti.

Quanto accaduto a Bologna non nasce dal nulla. È il risultato di un modello di gestione della sicurezza fondato sulla militarizzazione dei quartieri popolari e sulla repressione del disagio sociale, in una spirale repressiva che negli ultimi anni ha visto le proposte del Governo venire subito riprodotte ed estese con grande zelo dalle amministrazioni locali apparentemente guidate da rappresentanti di altra appartenenza politica.

Negli ultimi anni Bologna è diventata un laboratorio nazionale di queste politiche: dall’introduzione delle zone rosse alla repressione delle mobilitazioni sociali, fino all’applicazione dei nuovi decreti sicurezza al Pilastro (prima durante la lotta dei comitati cittadini contro la cementificazione, ora in occasione della tragica uccisione di Fakir). In questo contesto si inserisce anche il Patto Lepore-Piantedosi, che ha consolidato una gestione dell’ordine pubblico sempre più orientata alla presenza repressiva anziché alla costruzione di coesione sociale.

Per questo chiediamo che siano accertate tutte le responsabilità sull’uccisione di Fakir e che nessuna forma di tutela speciale possa ostacolare il pieno accertamento della verità. Chiediamo alle istituzioni locali di essere coerenti con il riconoscimento della ferita subita e di schierarsi per l’abrogazione dello scudo penale e per il ripristino del principio secondo cui chi esercita funzioni pubbliche armate deve rispondere dei propri atti con le stesse garanzie e le stesse responsabilità previste per ogni cittadino.

La sicurezza non si costruisce aumentando la militarizzazione delle città né garantendo maggiori tutele a chi già ne gode in maniera sproporzionata dalla legge Reale in giù. Si costruisce riducendo le disuguaglianze, garantendo diritti e servizi, e assicurando che ogni abuso commesso da appartenenti alle forze dell’ordine sia accertato con piena trasparenza e senza privilegi.

Per questo rivolgiamo un appello ad associazioni, sindacati, comitati, giuristi, personalità del mondo della cultura, amministratori locali, organizzazioni politiche e a tutte le cittadine e i cittadini affinché sottoscrivano questo appello e mobilitarsi ovunque sia possibile per l’abrogazione dello scudo penale e per ottenere verità e giustizia per Fakir.

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23/07/2026

Bologna: chi semina vento, raccoglie tempesta

L’assassinio da parte di due agenti di Polizia di Abderrahim Fakir, avvenuto domenica 19 luglio, a Bologna, nel quartiere del Pilastro, dopo che era stato immobilizzato a terra e ammanettato, con la scena ripresa da un cellulare in un video divenuto subito virale, ha aperto l’ennesima ferita per la città che si sta stringendo attorno alla famiglia della vittima con un misto di comprensibile indignazione ed ancora più legittima rabbia, esplosa con forza nella notte tra il 20 ed il 21 luglio.

La reazione popolare ha suscitato l’immancabile codazzo di polemiche da parte della “Destra di governo”, che ha come sempre strumentalizzato gli episodi avvenuti durante e dopo il presidio in Prefettura.

Da Giorgia Meloni in giù, gli attuali attacchi di questa Destra servono prima di tutto a “sviare l’attenzione” sull’omicidio del 43enne di origine marocchina e subito dopo a cercare di impallinare il “campo largo” su un tema divenuto centrale nella sottospecie di “dibattito politico” ad un anno dalle elezioni parlamentari, nonché di quelle amministrative nelle principali città italiane, da Trieste a Palermo, Bologna compresa.

Rispetto a questo fuoco di fila il sindaco Matteo Lepore ha usato parole infamanti invece di condannare la blindatura della pizza sotto la Prefettura, l’uso massiccio di lacrimogeni ed idranti – oramai prassi consolidata e “normalizzata” di gestione della piazza dallo scorso autunno – dichiarando che “non rappresentano Bologna”.

Promuovendo così l’ennesima dicotomia tra “buoni” e “cattivi”, con notevole sprezzo del ridicolo, considerata la contrapposizione tra Piazza Nettuno, da dove è partito il corteo fino a piazza Roosevelt, dov’è giunto.

“Chi pensa di rispondere alla violenza con la violenza si chiama fuori dallo stato di diritto. E dunque si chiama fuori dalla nostra comunità democratica” ha continuato sul profilo della sua pagina Instagram, rincarando la dose contro la “violenza cieca, ingiustificata, stupida”, e lanciandosi in uno sperticato elogio del questore, quasi che le forze dell’ordine non siano direttamente parte in causa della faccenda, e spostando – anche lui, come la Destra – il centro dell’attenzione rispetto alla violenza strutturale delle forze di polizia che miete sempre più vittime.

La domanda principale è: come può una persona perdere la vita durante un intervento delle forze dell’ordine, in particolare in quelle circostanze?

Andando più in profondità: la questione di fondo resta se è possibile che la concezione della sicurezza sociale sia stata fagocitata da una declinazione che la considera ormai una questione di mero ordine pubblico, da gestire sempre con un approccio muscolare delle forze dell’ordine e giustificandone ex post il loro operato.

Le ragioni dell'“insicurezza sociale” restano così ignote e intoccabili. 

Su questo è necessario ribadire una cosa: il centro-sinistra è subordinato in toto alla concezione che esprime l’attuale destra di governo e lo dimostra ad ogni piè sospinto proprio nelle città che amministra, siano essi territori metropolitani o città di provincia.

Il centro sinistra, specularmente alla destra di governo, pensa che l’attuale governance delle contraddizioni politico-sociali – prodotte dall’attuale crisi del modo di produzione capitalista – debba essere impostata con un mix di politiche in cui i tagli al welfare sono complementari ad un approccio stile “repressione è civiltà” (per parafrasare il commissario di polizia interpretato da un magistrale Volonté, nel film Un cittadino al di sopra di ogni sospetto).

In questo caso “la Politica” non previene più, perché è espressione dei soli ceti dominanti ed ha quindi perso il ruolo di cerniera con la società – o meglio le classi subalterne –; la polizia continua a reprimere perché è l’unica arma rimasta nelle mani del presunto “Stato”.

Bologna in questo è all’avanguardia, con la costituzione delle “zone rosse” da parte del sodalizio tra il sindaco Lepore ed il Ministro Piantedosi, che ha portato alla militarizzazione dei quartieri popolari, e si estende fino alla legittimazione di una gestione dell'ordine pubblico che ha avuto dei tratti di vera “follia” durante lo scorso autunno, in occasione delle mobilitazioni a sostegno della Palestina.

Sia a latere delle oceaniche manifestazioni in occasione degli scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre, che in altri vari episodi il 2 ed 7 ottobre, oltre alla sfida dell’Eurolega di basket tra la Virtus Segafredo e la squadra simbolo dell’oltranzismo israeliano, il Maccabi di Tel Aviv, il 21 novembre.

Più recentemente, proprio con la militarizzazione del quartiere del Pilastro a giustificazione della protezione dei lavori del contestato progetto del MUBA all’interno del Parco Militini-Moneta, dove la mano pesante è stata usata a più riprese e per reprimere una seconda volta la coraggiosa lotta ambientalista di quartiere, come era avvenuto nel caso di un altro costoso progetto inutile al parco Don Bosco, nel quartiere di San Donato, nel corso del 2024, poi definitivamente accantonato dall’amministrazione.

Naturalmente, la destra non perde occasione per utilizzare a fini politico-elettorali ogni episodio che può servire per scatenare il fuoco “ad alzo zero” contro questa amministrazione cittadina. A partire dai ruoli apicali dell’esecutivo e della maggioranza che la sostiene, peraltro accusata di essere collaterale agli episodi in cui la rottura della “pace sociale” ha implicato significativi momenti di conflitto di strada negli ultimi 30 anni.

Tornando all’episodio specifico, l ’attuale dibattito – se i due agenti abbiamo agito “secondo norma” o meno, di fronte alla morte di una persona disarmata ed in evidente stato di shock – è decisamente assurdo e fuorviante, soprattutto tenendo conto dell’attivazione dello “scudo penale” nei confronti dei poliziotti, introdotto recentemente.

Ci troviamo di fronte alla prima attivazione, ed è la prima e – per ora – principale, pietra d’inciampo rispetto alla richiesta di verità e giustizia da parte di coloro che si stanno stringendo realmente alla famiglia, che la chiede a gran voce.

Chi non si sta esprimendo per la rimozione di questa assurda protezione, come Lepore, di fatto legittima la conseguenza di questa misura – una delle tante – approvata nei diversi pacchetti sicurezza governativi.

Cosa fare quindi?

Occorre demolire il combinato disposto di una narrazione costruita contro i quartieri popolari, in particolare il rione Pilastro, che produce una pluridecennale stigmatizzazione negativa contro i suoi abitanti e la loro parte più attiva, giustificandone la militarizzazione e l’uso sconsiderato della forza.

Sia che si tratti di un conflitto legato ad un’opera contestata, oppure di un intervento “di routine” come domenica, e comunque contro qualsiasi legittima vertenza: dalla desertificazione dei servizi alla mancata mobilità urbana, dalla speculazione edilizia all’assenza di spazi di cultura/socialità.

Chi abita i quartieri popolari non può essere considerato alla stregua di “nemico interno”, con una logica quasi neo-coloniale di occupazione militare di un territorio considerato “alieno”, da conquistare per consegnarlo ai processi di valorizzazione capitalista che vanno investendo anche il quadrante nord della città, con l’espulsione dei ceti popolari e la criminalizzazione delle forme di socialità politica che ne hanno sempre caratterizzato la grande storia.

In questo processo, che potremmo definire “il sacco di Bologna”, la giunta Lepore-Clancy e le forze che la sostengono non è spettatrice passiva, ma vettore attivo, come dimostra la sponsorizzazione delle manovre speculative in vari punti della Città. Così come è corresponsabile dei processi di involuzione autoritaria legati alla gestione dell’ordine pubblico nel suo complesso, con paradigmi chiaramente mutuati dalla destra.

Allo stesso tempo, se si vuole essere conseguenti, bisogna chiedere verità e giustizia per tutti gli episodi che hanno aperto delle ferite e procurato cicatrici indelebili, dalla strage “fascista e di Stato” – come recita la sentenza – alla stazione il 2 agosto del 1980, fino all’ultima stagione della lunga strategia della tensione caratterizzata dalle azioni della Banda della Uno Bianca (1987-1994).

La gestione folle dell’ordine pubblico – sia in occasione di manifestazioni politiche che del cosiddetto “controllo del territorio” – di cui l’ultimo episodio è una tragica ma purtroppo logica conseguenza – deriva interamente dalle politiche sulla sicurezza promosse dalla Destra e fatte acriticamente proprie dal centro-sinistra.

A differenza di ciò che pensa Lepore e chi disgraziatamente lo segue, Bologna ha saputo e saprà sempre da che parte stare. Ieri in Piazza Roosevelt e quotidianamente con le lotte ambientaliste contro il continuo ecocidio, con i conflitti sociali che chiedono a gran voce un miglioramento delle condizioni insopportabili delle classi subalterne ed il ripristino di garanzie, a fianco dei popoli oppressi e delle persone razializzate e sessualizzate vittime del clima d’odio che le classi dirigenti gli stanno vomitando addosso con il concorso di mostruosi personaggi come l’ex generale di Futuro Nazionale.

“E poiché semineranno vento, raccoglieranno tempesta”, verrebbe da dire.

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Il poliziotto del Pilastro è “recidivo”

L’agente di polizia coinvolto nella morte di Fakir al Pilastro, sarebbe stato protagonista di un altro episodio che ha provocato lesioni ad una persona fermata lo scorso 10 luglio. Coincidenza vuole che anche in questo caso il “placcato a terra” fosse un cittadino straniero. Insomma, l’ipotesi di una profilazione razziale nelle scelte e nelle modalità di intervento potrebbe riaffacciarsi con una certa insistenza.

Il Fatto Quotidiano e Bologna Today hanno infatti raccolto la testimonianza-denuncia di Enrico Abhumere, 29 anni, di origini nigeriane e conosciuto nel mondo rapper con il nome d’arte “Bubu Doc”. Abhumere ha una protesi alla gamba amputata a causa di un cancro. La sua testimonianza – diventata anche una contro-denuncia penale verso i poliziotti che lo hanno accusato di resistenza – diventa emblematica di un contesto e “del” contesto in cui collocare l’intervento mortale al Pilastro contro Fakir.

Veniamo alla testimonianza di Enrico Abhumere.

“Stavamo andando a prendere un cornetto, era poco prima dell’una. Vengo fermato da due poliziotti”. E poi aggiunge: “Uno di loro due è quello coinvolto nel fermo di Fakir al Pilastro. L’ho visto, mi era molto vicino e nel video del Pilastro l’ho riconosciuto. Sono sicuro”, dice il Abhumere.

Sia Il Fatto Quotidiano che BolognaToday hanno ricostruito che si tratta effettivamente dello stesso agente su cui, insieme al collega e a quattro volontari della Croce Rossa, la Procura di Bologna sta svolgendo accertamenti con l’ipotesi del reato di omicidio colposo nel caso di Fakir.

Ad Abhumere viene contestato il fatto che il monopattino non ha la targa e che lui non sta indossando il casco. Insieme a lui sul monopattino c’è anche la fidanzata.

Dopo qualche minuto e il riconoscimento di rito, uno dei due agenti gli dice che può andarsene. Ma quando lui fa per andarsene viene fermato dal poliziotto che poi avrebbe riconosciuto nel video della morte del 42enne al rione Pilastro.

“Durante il riconoscimento è emerso anche che io avevo un richiamo orale, cosa di cui non sapevo nulla. E lui in tutta risposta mi ha detto ‘Lo vedi allora che sei ignorante, sei stupido’. Io mi sono subito accorto che non era un semplice controllo, era come se volessero qualcos’altro”.

“A quel punto io ho cominciato a fare dei video con il cellulare, ma era solo per tutelarmi – dice ancora –. Uno dei due agenti mi dice che potevo andare via, ma mentre inizio ad andarmene l’altro poliziotto mi dice ‘Non far finta di zoppicare, non c’è bisogno’. E mi mette una gamba sul monopattino per fermarmi – continua Enrico Abhumere –. Io gli ho spiegato che non fingevo di camminare male e che ho una protesi. Lui è stato molto arrogante nei modi, molto. Mi ha detto: ‘Se io voglio tu dormi qua’. Io mi sono arrabbiato perché lui non poteva sapere dei miei problemi, visto che ho una gamba amputata a causa di un tumore che ho avuto in passato”.

Da lì la situazione è degenerata: “Mi è venuto incontro cercando di mettermi le mani addosso. Io ho cercato di scansarlo, ma senza colpirlo e senza fargli del male, solo per togliergli le mani. A quel punto mi si avventano contro nove poliziotti, anche se dal video che ho messo sui social sembra che siano tre o quattro. Mi hanno atterrato con forza: mi sono fatto male alla spalla, al polso, e mi hanno rotto la protesi della gamba. Ho sentito un dolore fortissimo. Ora sto portando anche il gesso al braccio”.

Enrico Abhumere viene quindi portato in Questura, e qui rivela il giovane “arriva un bravo poliziotto, che mi dice di denunciare l’agente che mi ha fermato perché anche secondo lui quello era stato un abuso di potere e io non avevo fatto nulla. E così ho fatto: ho denunciato quello che mi è successo dopo che ho ricevuto la loro denuncia per minacce e resistenza a pubblico ufficiale”.

Emblematico è il format adottato dall’avvocato difensore dell’agente di polizia anche in questo caso. Il soggetto fermato “dava in escandescenze” (come al Pilastro, come Magherini, Aldrovandi e altri casi, ndr). E poi sulla pratica di sdraiare brutalmente a terra i fermati l’avvocato afferma che: “Dal momento in cui un poliziotto ti mette a terra, per quanto io possa essere il più esperto poliziotto al mondo, è chiaro che tu puoi battere un ginocchio, o puoi sbucciarti un gomito. È normale che ciò accada, soprattutto d’estate quando gli indumenti sono corti”. Ma in questo caso c’è anche una protesi rotta ad un soggetto con una gamba amputata.

Quali lezioni trarre da questa vicenda emblematica ma niente affatto eccezionale, anzi divenuta quasi normale soprattutto durante i fermi di cittadini “non bianchi”?

La prima è che riprendere quanto accade è decisivo e necessario. Può fare la differenza. La seconda, è che in caso di abusi e alle accuse di resistenza e oltraggio, non bisogna subire in silenzio ma fare subito una controdenuncia. La terza, è che lo scudo penale introdotto dal governo rende impuniti e impunibili episodi come quelli visti al Pilastro o contenuti nella denuncia di cui si parla in questo articolo. La quarta è che le istituzioni devono prendere sul serio, indagare, prevenire, reprimere, l’allarme sulla profilazione razziale nella gestione dell’ordine pubblico. Garantire sul serio la sicurezza significa anche questo.

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22/07/2026

Prima di processare il morto. Dieci risposte sul caso di Abderrahim Fakir

Da ieri, sotto le immagini della morte di Abderrahim Fakir, è cominciato un interrogatorio rivolto all’unica persona che ormai non può rispondere. Si esamina la sua biografia, si cercano vecchie denunce e si trasforma il suo stato di agitazione nella spiegazione retroattiva di qualunque cosa gli sia stata fatta.

Le domande sembrano prudenti. Quasi tutte spostano l’attenzione dalla condotta di chi esercitava la forza alla presunta indegnità di chi l’ha subita.

Proviamo a rispondere con ordine.
 
1. I precedenti di Fakir non autorizzano nulla

Alcune testate hanno scritto che Fakir aveva «precedenti di polizia», senza precisare per quali fatti e con quali esiti. Questa formula può comprendere denunce e segnalazioni alle quali non sia seguita una condanna; definirlo «pregiudicato» sarebbe al momento scorretto.
Il lungo elenco di rapine, spaccio, ricettazione e lesioni che viene copiato nei commenti non compare, per quanto ho potuto verificare, in alcuna fonte giornalistica identificabile. Le cronache disponibili si limitano alla stessa indicazione generica. (Sky TG24, Corriere di Bologna)
Anche qualora tutte quelle accuse risultassero vere, il punto rimarrebbe intatto. La pena per lo spaccio o per la resistenza a pubblico ufficiale viene stabilita da un tribunale. Nessuna sentenza italiana prevede il soffocamento sull’asfalto. Fakir era a terra e chiedeva aiuto.
Il suo casellario giudiziale, qualunque contenuto avesse, non poteva respirare al posto suo.

2. La chiamata dei residenti spiega l’arrivo della polizia, non la morte

Alcuni abitanti di via Svevo erano spaventati e hanno fatto ciò che ritenevano necessario. Fakir appariva fortemente agitato e, secondo la ricostruzione della Questura, avrebbe colpito un’automobile. La telefonata al 113 può dunque essere stata perfettamente legittima.
Da quel momento comincia la responsabilità dello Stato. La polizia viene chiamata affinché controlli una situazione pericolosa, riducendo il danno e consegnando la persona viva all’autorità giudiziaria o ai sanitari. Chi ha telefonato chiedeva un intervento. Nessuno ha conferito agli agenti il potere di arrivare a qualunque esito.

3. L’agitazione di Fakir aumentava il rischio medico

Si ripete che l’uomo fosse «fuori controllo», quasi che questa espressione potesse assolvere in anticipo qualsiasi tecnica di contenimento. Dal punto di vista clinico vale il ragionamento opposto. Una persona che ha lottato, respira affannosamente ed è stata esposta allo spray urticante presenta un rischio maggiore durante l’immobilizzazione prona.
Lo sforzo aumenta la produzione di anidride carbonica e può provocare acidosi. Se la posizione a faccia in giù e la pressione esercitata sul tronco impediscono una ventilazione adeguata, la funzione cardiaca può deteriorarsi rapidamente.
La letteratura forense descrive questo possibile decorso come prone restraint cardiac arrest. Sarà l’autopsia a stabilire se sia avvenuto nel caso di Fakir; il pericolo della tecnica era già conosciuto prima del suo fermo. (Journal of Forensic Sciences)

4. Danneggiare un’automobile non sospende il principio di proporzione

Fakir avrebbe sferrato alcuni calci alla volante. Il condizionale resta necessario, dato che stiamo riportando la versione della polizia. Se il danneggiamento verrà confermato, si trattava di un reato da contestare nelle forme previste dalla legge.
Un’automobile può essere riparata. Una morte resta irreversibile. Ricordarlo non significa giustificare il comportamento dell’uomo, bensì mantenere una proporzione elementare tra il fatto contestato e l’esito dell’intervento. La forza pubblica possiede strumenti più estesi di quelli concessi al cittadino proprio perché il suo uso è sottoposto a limiti più severi.

5. «Chiedono tutti aiuto quando vengono arrestati» è una risposta clinicamente irresponsabile

Può accadere che una persona immobilizzata invochi aiuto pur continuando a respirare normalmente. Per questo esistono professionisti addestrati a valutare il respiro, la coscienza e i cambiamenti improvvisi del comportamento. Non si stabilisce lo stato clinico di un fermato attraverso il fastidio provato nell’ascoltarlo.
Nel video Fakir ripete «aiuto» e «basta». Poi diventa immobile. Il passaggio dalla resistenza al silenzio deve essere considerato un allarme, perché la perdita di reattività può precedere un arresto cardiaco.
Le indicazioni operative sulla contenzione raccomandano di ridurre il tempo trascorso a terra, evitare pressioni sulla schiena e controllare continuamente la respirazione. Il sollievo dell’agente perché la persona ha cessato di divincolarsi non può sostituire una valutazione medica.

6. La presenza del 118 non certifica la correttezza dell’intervento

Nel filmato si vedono due operatori sanitari. La loro presenza viene adoperata come una sorta di assoluzione indiretta: se fossero esistiti pericoli, si dice, sarebbero intervenuti. È precisamente ciò che l’indagine interna dell’Ausl dovrà accertare.
Secondo la cronologia comunicata dal 118, l’ambulanza arrivò alle 12:30. Sei minuti dopo vennero richiesti il consulto medico e l’automedica, che giunse alle 12:53 e constatò il decesso. Il filmato diffuso non mostra una rianimazione immediata, anche se può non contenere l’intera sequenza.
Occorre stabilire quando Fakir abbia perso coscienza, chi abbia controllato il respiro e quali manovre siano state eseguite. (DIRE)
La presenza dei sanitari amplia le domande. Non le cancella.

7. «Ha avuto un malore» non è una spiegazione

Malore indica che una persona si è sentita male. Non chiarisce il processo fisiologico che ha condotto alla morte, né permette di separarlo dalle condizioni in cui il decesso è avvenuto.
L’autopsia potrebbe rilevare una patologia cardiaca o la presenza di sostanze. Dovrà comunque accertare se lo sforzo, la posizione prona e la pressione esterna abbiano contribuito all’esito. Una condizione preesistente rende la persona più fragile e accresce la cautela necessaria.
Lo Stato custodisce esseri umani reali, con cuori imperfetti e corpi che possono cedere. Il diritto alla vita non è riservato agli organismi clinicamente impeccabili.

8. Aspettare l’autopsia vale anche per chi ha già assolto gli agenti

L’attribuzione delle responsabilità penali richiede l’autopsia, l’esame delle bodycam e le testimonianze. Nessuna persona seria dovrebbe inventare un nesso causale definitivo prima di questi accertamenti. Le immagini già disponibili consentono però di porre domande fondate sulla tecnica impiegata e sulla rapidità dei soccorsi.
Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, ha dichiarato che l’intervento risulterebbe condotto «con professionalità e modalità consone». La sua assoluzione è arrivata prima degli esami medico-legali. (ANSA)
La prudenza reclamata alla famiglia e a chi guarda il video sparisce quando deve essere applicata al partito di governo. L’autopsia viene invocata per sospendere le critiche, mentre la difesa della polizia può procedere senza attendere nulla.

9. Le bodycam accese non dimostrano l’innocenza

Qualcuno sostiene che gli agenti non avrebbero causato una morte sapendo di essere ripresi. Questo argomento confonde l’intenzione omicida con tutte le altre possibili responsabilità. Una condotta può produrre un esito letale attraverso imperizia, imprudenza o violazione delle procedure. Nessuna di queste ipotesi richiede che una persona cominci il proprio turno con il progetto di uccidere.
Le bodycam servono a documentare. La loro esistenza non rende automaticamente corretta l’azione registrata. Sarà necessario esaminare l’intervento nella sua interezza e comprendere quanto sia durata la contenzione, quale pressione sia stata esercitata e quando gli agenti abbiano riconosciuto la perdita di coscienza.

10. Pretendere una polizia democratica non significa odiare la polizia

Gli agenti svolgono un lavoro difficile e possono trovarsi davanti a persone violente. Proprio questa difficoltà rende indispensabili una formazione adeguata e un controllo indipendente. Consegnare a qualcuno armi e autorità, sottraendolo poi all’esame pubblico, significa abbandonare anche gli agenti alla cattiva formazione e alla protezione politica interessata.
Nel gennaio 2026 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la morte di Riccardo Magherini, mantenuto prono per circa venti minuti anche dopo essere diventato inerte. La Corte ha rilevato carenze nella preparazione delle forze dell’ordine e nell’indagine successiva. (ANSA)
Parlare di fascistizzazione significa osservare il ‘privilegio morale’ concesso alla divisa, considerata innocente prima ancora che i fatti siano conosciuti, mentre il morto viene processato attraverso voci incontrollate. Una polizia sottoposta alla legge rafforza la democrazia. Una forza pubblica difesa a prescindere protegge anzitutto il potere politico che se ne serve.
Fakir era vivo quando lo Stato ha assunto il controllo del suo corpo. Ne è uscito morto. Questo basta a pretendere che lo Stato risponda.

Fonte

20/07/2026

Bologna. Muore durante l’intervento dei poliziotti al Pilastro

Si chiamava Abderrahim Fakir, era un uomo di 43 anni di origine marocchina ed è morto mentre gli agenti di polizia lo tenevano bloccato a terra dopo avergli spruzzato dello spray al peperoncino.

Questo è quanto avvenuto in via Italo Svevo nel periferico quartiere del Pilastro a Bologna. Alcuni abitanti avevano chiamato la polizia dopo che l’uomo gridava in mezzo alla strada ma senza minacciare nessuno.

Secondo gli agenti l’uomo avrebbe dato dei colpi alla volante della polizia. Gli agenti in presenza anche di alcuni operatori sanitari, avrebbero spruzzato all’uomo spray urticante e schiacciato terra per immobilizzarlo – con una pratica che sta procurando decessi in Italia come negli Stati Uniti e che andrebbe finalmente vietata – e gli hanno messe le fascette ai polsi. A quel punto l’uomo avrebbe accusato un malore ed è deceduto.

Tra i residenti del Pilastro è circolato un video degli ultimi istanti di vita del 43enne. L’uomo griderebbe: “Aiuto, basta, basta” e implora la polizia di non infierire. Nelle immagini si vedrebbero due agenti che lo bloccano a faccia in giù, portandogli le mani dietro la schiena nel tentativo di ammanettarlo. Un terzo uomo, probabilmente un abitante del quartiere, aiuta gli agenti tenendogli le caviglie mentre gli operatori sanitari non sono intervenuti e sono rimasti a guardare. Dopo qualche minuto l’uomo ha smesso di dimenarsi.

L’uomo avrebbe dato in escandescenze all’interno dell’area dei garage di via Svevo creando una situazione di agitazione ma non di pericolo, affermano gli abitanti del quartiere.

“Lui sempre chiedeva aiuto. Non ha fatto niente chiedeva solo aiuto. Era un po’ agitato, chiedeva aiuto, aiuto, aiuto”. A riferirlo ai giornalisti è un abitante dei palazzi di via Svevo.

Dell’episodio circolerebbe anche un video di cinque minuti, filmato dai residenti della zona. Adesso saranno le indagini e gli esami medico-legali a stabilire le cause del decesso e a verificare nel dettaglio tutte le fasi dell’intervento, compreso l’eventuale ruolo avuto dalle tecniche di contenimento adottate dagli agenti.

La deputata Ilaria Cucchi ha annunciato la presentazione di una interrogazione parlamentare su quanto accaduto.

In serata al Pilastro si è tenuta una assemblea popolare (vedi il video) spontanea che ha denunciato quanto accaduto ed ha invocato giustizia per Fakir.

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Verità e giusizia per Fakir!

Come Comitato Popolare Pilastro rilanciamo l’appuntamento per il presidio di questa sera chiamato dalla famiglia, alle ore 20:30 via Panzini all’angolo Italo Svevo.

Oggi al Pilastro si è verificata l’ennesima tragedia che vede coinvolte le delle forze dell’ordine mentre agiscono un fermo spropositato su un uomo cardiopatico, asmatico e in evidente stato di difficoltà la cui unica “colpa” è stata quella di chiedere aiuto sotto un condominio: Fakir purtroppo è stato raggiunto dalla polizia, invece che da un’ambulanza.

Chiediamo immediatamente che vengano accertate le responsabilità sulla morte di Fakir, riguardanti l’operato delle FF.OO, del civile che ha agito tenendolo fermo e degli operatori sanitari che, giunti sul posto, sono rimasti fermi a guardare. Fatti di questo tipo non sono più tollerabili in alcun modo.

Ci stringiamo alla famiglia, e ribadiamo la richiesta di verità e giustizia immediata.

Come ormai vediamo sempre più di frequente nelle nostre città e nei nostri quartieri, fatti gravi di questo tipo non sono isolati: la militarizzazione dei nostri quartieri, il razzismo che imperversa nel paese e anche nelle forze dell’ordine porta poi a questo.

Con rabbia e con dolore, ci vediamo stasera per ricordare Fakir e chiedere verità e giustizia

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Fakir come George Floyd: a Bologna è assassinio di stato

Verità e giustizia per Abderrahim Fakir,

Invitiamo tutte e tutti a partecipare all’appuntamento chiamato dalla famiglia alle 20:30 in via Panzini, all’angolo con via Svevo

Oggi è morto a 43 anni durante un intervento di polizia al Pilastro Abderrahim Fakir, fermato e ammanettato dalla polizia mentre chiedeva aiuto durante un malore. Ci stringiamo alla famiglia e alle persone care di Abdrrahim Fakir e a tutto il Pilastro ed esprimiamo tutta la nostra vicinanza alla famiglia in questo momento atroce che sconvolge il rione e tutta la città.

Il video che circola in rete e le testimonianze immortalano la dinamica del fermo e ci riportano alla scena agghiacciate dell’omicidio di George Floyd e di “I can’t breth” e alla morte Ramy all’età di soli 19 anni a Milano Corvetto, con metodi non diversi dalla polizia fascista dell’ICE americana.

Il fatto gravissimo di oggi non è infatti isolato, ma si inserisce in una scia di omicidi da parte delle forze dell’ordine nei quartieri del paese, da Milano a Bologna: questo è anche il frutto dell’attacco ai quartieri popolari che si sta portando avanti, a colpi di tagli ai servizi, militarizzazione con le forze dell’ordine e guerra ai più poveri.

In tutta Europa stiamo assistendo ad un ritorno di politiche e discorsi xenofobi, che danno ulteriore adito a violenze di questo tipo. Si parla di sicurezza, di maggiore presenza di forze dell’ordine e non si interviene minimamente sui problemi che riguardano i quartieri popolari. Sentiamo invece invocare alla remigrazione, alla difesa senza se e senza ma della violenza poliziesca, all’attacco continuo verso le comunità immigrate presenti nei nostri quartieri. Il nostro Governo ha attuato queste politiche a partire dagli ultimi decreti sicurezza inaugurati proprio al Pilastro.

A Bologna, come in tutta Italia, le politiche non sono diverse. Se il governo Meloni spinge sulla repressione e sul controllo poliziesco delle periferie, attaccando i giovani e gli immigrati, il centrosinistra non è diverso da tutto questo. Non solo l’assassinio di oggi, ma poche settimane fa veniva inaugurato l’ennesimo presidio di polizia in Bolognina proprio da Lepore e Piantedosi. La stessa Bologna è stata la prima città ad applicare le zone rosse. Anche qui si diffonde sempre di più la propaganda che vede la forza pubblica (quando non direttamente la violenza sommaria privata) come unico modo di gestire qualunque questione. Lo dimostra una lunga sequenza dall’introduzione del taser fino alle notti cilene del Pilastro.

Al di là di quelle che saranno le “verità giudiziarie”, c’è una verità politica evidente: la canea della deportazione, la distruzione di ogni tessuto preventivo, l’abbandono dei quartieri, producono quotidianamente situazioni che possono finire come oggi al Pilastro.

Saremo a fianco della famiglia e del Pilastro, tra chi lotta per un mondo più giusto in cui non si debba più piangere e urlare per la morte di persone nelle mani dello stato. L’unica sicurezza per i nostri quartieri è quella sociale.

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19/02/2026

Prove di ICE a Milano. No alla stato di polizia e giustizia per Ramy e Mansour

di Marta Collot - Potere al Popolo

Per mesi abbiamo atteso le evoluzioni del caso di Ramy Elgalm, ucciso al termine di un inseguimento a Milano nel novembre del 2024. All’epoca, io stessa ero finita in un linciaggio mediatico alimentato sapientemente dai media, per perorare la causa di un aumento dei sistemi di controllo e repressione verso ogni forma di dissenso. Chiedevamo semplicemente una cosa: giustizia per Ramy, in un caso che aveva troppe somiglianze con altri di malapolizia a cui ci siamo dovuti purtroppo abituare in Italia.

Ora, mentre le ipotesi di reato contestate a cinque carabinieri vanno dall’omicidio stradale con eccesso colposo fino al favoreggiamento, al depistaggio, al falso ideologico nel verbale d’arresto, nascondendo sia l’urto tra l’auto dei militari e lo scooter su cui si trovava Ramy sia i video di body e dashcam, arriva la voce stessa dei carabinieri a dirci quale giustizia va pretesa. Gli audio, diffusi dal giornale Domani e che sono agli atti del processo, rivelano che i carabinieri speravano nella morte dell’amico di Ramy, anche lui sullo scooter, facevano dichiarazioni razziste e violente contro chi manifestava per la verità.

E poi, c’è un carabiniere che lo dice chiaro e tondo: il testimone che aveva ripreso delle scene dell’accaduto è stato “brutalizzato” (parole sue) per costringerlo a cancellare prove. Il militare si chiede poi da dove sia uscito fuori un nuovo testimone, che lui e i suoi colleghi non hanno visto. Come a dire che l’opera di depistaggio era sistematica, ragionata.

Questi messaggi venivano scambiati in chat con molti altri carabinieri. Perché non sono “mele marce”, ma rappresentano un modo di intendere le “forze dell’ordine” strutturato, profondo, difeso dalle classi dominanti perché gli è utile nello zittire dissenso e manifestazioni. E vale per tutti i loro rappresentanti, dal governo nazionale a quello di centrosinistra di Sala. Il sindaco di Milano, alla fine del 2025, ha consegnato al Nucleo Radiomobile del Comando Provinciale Carabinieri di Milano, quello coinvolto nell’omicidio di Ramy, l’Ambrogino d’Oro, ovvero il massimo riconoscimento civico concesso dal comune di Milano. Un modo per dirgli: “ottimo lavoro”.

Questi carabinieri hanno provato a prendersi da soli uno “scudo penale”, “brutalizzando” un testimone. Scudo che ora, insieme a varie altre misure dal sapore fascista, il governo sta implementando col nuovo decreto Sicurezza. E questo mentre, a Rogoredo, alla periferia di Milano, comincia a emergere la verità anche sul caso di Abderrahim Mansour, ucciso a fine gennaio in un controllo antidroga.

Anche in questo caso, 5 poliziotti sono ora indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, oltre che per omicidio volontario del giovane. Quello che sta emergendo dagli accertamenti è un’azione che ha la stessa logica dei fatti riguardanti Ramy: l’arma (finta) che viene attribuita a Mansour sarebbe stata piazzata dopo accanto al cadavere. Non ci sono, infatti, le sue impronte, e il ritardo nel chiamare i soccorsi, che l’ha condotto alla morte, sarebbe esattamente il tempo che i poliziotti hanno usato per recuperare la pistola giocattolo.

Quando scendevamo in piazza per Ramy e per Mansour, o chiedevamo verità e giustizia in televisione, lo facevamo per combattere questa tendenza all’impunità, all’autoritarismo, alla repressione, che era già forte e che oggi sta facendo un salto di qualità, di fronte all’incancrenirsi della crisi. L’unica “soluzione” pensata, da Roma a Bruxelles, è la guerra, interna ed esterna, con il peggioramento ulteriore delle condizioni di vita delle classi popolari. Delle nostre condizioni di vita e di tutti i fratelli e sorelle come Ramy e Mansour.

Ovviamente, attendiamo la prosecuzione del processo, ma il nodo è politico. Giustizia per Ramy, e lotta per far sì che i diritti di chi vive in questo paese non possano essere “brutalizzati” da guerrafondai che sono nemici nostri e di un futuro di pace e sviluppo.

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30/01/2026

Milano. Il colpo, le telecamere e lo scudo

Ci sono almeno tre, forse quattro telecamere che potrebbero aver ripreso il momento in cui Abderrahim Mansouri è stato ucciso, lunedì pomeriggio, in via Impastato a Milano. Una in particolare è puntata esattamente sul punto in cui il 28enne è caduto a terra dopo essere stato colpito da un proiettile esploso da un agente del commissariato Mecenate, oggi indagato per omicidio volontario e tuttora in servizio.

Quella telecamera si trova dall’altra parte del muro che separa il vialetto sterrato dal deposito Atm. È ben visibile in un video consegnato dall’avvocata della famiglia, Debora Piazza, al sostituto procuratore Giovanni Tarzia, titolare dell’inchiesta. Eppure, a oggi, quelle immagini non risultano ancora acquisite né analizzate.

Un dettaglio tutt’altro che marginale, perché una parte decisiva della ricostruzione si gioca proprio su ciò che quelle riprese potrebbero mostrare: la distanza, la postura dei corpi, la dinamica reale del gesto che ha portato alla morte di Mansouri.

Sul fronte delle testimonianze, il quadro resta fragile. Il collega che accompagnava l’agente indagato nel boschetto ha confermato integralmente la sua versione: Mansouri avrebbe avuto un’arma in mano e non si sarebbe fermato all’alt. Ma c’è almeno un’altra presenza evocata dallo stesso agente durante l’interrogatorio: una “ombra”, una figura comparsa e poi scomparsa nella penombra del pomeriggio piovoso, mai identificata.

A questa si aggiunge la possibilità di altri testimoni tra i frequentatori abituali del boschetto, persone che potrebbero chiarire un elemento cruciale: il rapporto pregresso tra la vittima e chi ha sparato. Che i due si conoscessero, del resto, è già emerso.

Intanto la procura ha sequestrato gli smartphone di entrambi gli agenti coinvolti nel “servizio”. Un atto dovuto, che potrebbe restituire informazioni non solo sugli istanti precedenti allo sparo, ma anche sulle modalità operative di un poliziotto descritto come “di grande esperienza”, profondo conoscitore di Rogoredo, uno dei principali nodi dello spaccio nella periferia sud di Milano.

Un punto fermo, al momento, esiste: la distanza. Circa trenta metri. Da lì l’agente ha dichiarato di aver visto un’arma, poi risultata essere una Beretta 92 a salve, e di aver sparato per paura, centrando Mansouri alla tempia destra. Dopo il colpo si è avvicinato al corpo, ancora vivo, e ha spostato la pistola finta che si trovava a pochi centimetri dalla mano. I soccorsi sono arrivati dieci minuti dopo. Nel giubbotto della vittima sono state trovate modeste quantità di droga.

Resta da chiarire anche la genesi dell’intervento. L’agente non era previsto in via Impastato. Era appostato altrove, in piazzale Corvetto, a bordo della sua auto. Ha raccontato di essersi diretto sul posto dopo aver sentito via radio che era in corso un “servizio” dei colleghi. Una decisione autonoma, non pianificata, che apre interrogativi pesanti sulla catena di comando, sulle procedure e sulle responsabilità.

Le questioni aperte sono molte, ed è proprio per questo che suona surreale – se non pericolosa – la campagna politica e sindacale che chiede di evitare persino l’iscrizione dell’agente nel registro degli indagati. Senza quell’iscrizione, non ci sarebbe nemmeno il diritto alla difesa tecnica. Ma soprattutto, si impedirebbe un accertamento pieno dei fatti. È l’anticamera dello scudo penale, invocato a gran voce dalla destra: non uno strumento di tutela, ma un dispositivo di immunità preventiva.

Il contesto, poi, pesa come un macigno. L’agente che ha sparato appartiene allo stesso ufficio coinvolto in altri due casi di morte durante interventi di polizia: quello di Michele Ferulli nel 2011 e di Igor Squeo nel 2022. Tre storie diverse, tre morti, un commissariato che ritorna.

Nel caso Ferulli, la procura arrivò a chiedere condanne pesanti per omicidio preterintenzionale, finite poi in assoluzione. Nel caso Squeo, una perizia indipendente ha messo in discussione la versione ufficiale, attribuendo la morte non a un’overdose ma alla contenzione.

Non si tratta di stabilire colpe a priori, ma di riconoscere un pattern: interventi violenti, morti, versioni univoche, assoluzioni o archiviazioni, e una politica pronta a blindare tutto prima ancora che le indagini parlino.

Tutto questo avviene mentre, nel cuore delle cosiddette “democrazie occidentali”, il modello statunitense avanza senza più maschere: negli Stati Uniti l’ICE uccide persone per strada e gode di coperture politiche totali. È lo stesso Paese che Milano si prepara ad accogliere durante le Olimpiadi, con la presenza del vicepresidente Vance e del segretario di Stato Rubio. Non è una coincidenza, ma un clima.

Lo scudo penale non è una riforma tecnica. È una scelta politica. Non “prepara” lo Stato di polizia: ne segna l’inaugurazione. E Abderrahim Mansouri, oggi, non è solo una vittima da etichettare e archiviare. È il punto in cui questo passaggio diventa visibile, misurabile, irreversibile.

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27/01/2026

Minneapolis. Trump corre ai ripari. Salta Bovino, a rischio la segretaria alla Sicurezza

Il capo dell’operazione dell’ICE a Minneapolis, Gregory Bovino, è in procinto di lasciare la città e con lui anche altri agenti della agenzia federale che sta seminando morte e terrore nelle città statunitensi. Pare che Bovino si ritirerà nella sua California e verrà messo in pensione.

Al suo posto Trump ha annunciato l’invio a Minneapolis di Tom Homan, anche lui con la fama di essere “un duro” ma figura di spicco dell’amministrazione contro l’immigrazione illegale. Secondo alcune fonti già oggi le forze speciali dell’ICE potrebbero cominciare il ritiro dalla capitale del Minnesota attraversata ormai ogni giorno – e con ogni temperatura – da manifestazioni di protesta con migliaia di persone.

Ma a rischio c’è anche la poltrona della segretaria per la Sicurezza interna Kristi Noem, la quale ha sempre difeso per principio l’operato dell’ICE, definendo i due cittadini uccisi come “terroristi interni”. L’opposizione del Partito Democratico al Congresso si prepara ad aprire un’indagine su di lei spianando così la strada ad un suo possibile impeachment.

La senatrice democratica Elizabeth Warren ha affermato che il Congresso dovrebbe procedere all’impeachment del Segretario alla Sicurezza Nazionale Kristi Noem se lei non si dimette dall’incarico.

“Kristi Noem dovrebbe dimettersi, e se non lo fa, il Congresso dovrebbe metterla in stato d’accusa e rimuoverla dall’incarico. In America crediamo ancora nella responsabilità, non nelle bugie”, ha dichiarato Warren in un messaggio diffuso sui media. La senatrice ha accusato il Segretario alla Sicurezza interna di aver mentito al popolo americano sui dettagli dell’uccisione per colpi d’arma da fuoco di Alex Pretti.

Sul caso Minneapolis la svolta è arrivata nelle ultime ore, quando Donald Trump per cercare di limitare i danni ha parlato con il governatore del Minnesota e il sindaco di Minneapolis.

Nelle ultime 24 ore Trump ha parlato al telefono sia con il sindaco di Minneapolis Jacob Frey e con il governatore del Minnesota Tim Walz. “Ho apprezzato la conversazione col presidente, mi ha detto che l’operazione metro surge deve finire” ha annunciato Jacob Frey. Per la Casa Bianca è un primo dietrofront completo dalla linea di scontro frontale con le autorità della città e dello Stato cominciata il 7 gennaio dopo le uccisioni a freddo di Renee Good e Alex Pretti da parte degli agenti dell’ICE.

Donald Trump si vede costretto ad affrontare non solo le crescenti e diffuse proteste dei cittadini a Minneapolis e in altre città, ma anche i sondaggi secondo i quali la maggioranza degli americani ritiene che quella di Pretti è stata una esecuzione e che i brutali metodi dell’Ice non vanno bene. Posizioni critiche cominciano ad affiorare anche tra i Repubbicani. Il candidato conservatore alla carica di governatore del Minnesota Chris Madel, fiutando la brutta aria che tira, si è ritirato dalla corsa, definendo le operazioni dell’Ice un “disastro totale”. Mentre i democratici minacciano un nuovo ostruzionismo al Congresso per non votare il super-finanziamento dell’Ice.

L’immigrazione in generale, ha detto a Politico un senatore repubblicano veterano in condizione di anonimato, è per i Repubblicani ciò che la sanità è per i Democratici – cioè un “gioco di casa”. Eppure, con immagini virali di americani feriti in pieno giorno che sostituiscono quelle dei migranti che attraversano il confine del paese, questo vantaggio sta rapidamente svanendo.

Lo stesso Politico, riferendosi ai mal di pancia degli esponenti repubblicani, sottolinea che devi sapere come decifrare il loro linguaggio. Innanzitutto, c’è il metodo di affermare che: “Il presidente non può fallire”. Il che significa che i repubblicani incolpano i consiglieri di Trump invece di rischiare di far arrabbiare il presidente.

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26/01/2026

Minneapolis, la buccia di banana di Trump?

Il bello delle “politiche muscolari”, se chi le pratica è militarmente forte, è poter usare la forza come meglio si crede, sveltire le procedure, evitare i lunghi confronti, le mediazioni, l’inevitabile gradualismo dei cambiamenti che riguardano un sistema di vita. E apparire uno che “sa cosa fare”... 

C’è anche il brutto però. E sta nel fatto che una volta iniziato a praticare la sola forza bruta non puoi permetterti di fermarti, mostrarti indeciso, tornare indietro. Anche perché non hai un “piano B” altrettanto “attraente” e “persuasivo”, rischi di apparire incerto come quelli che hai sbeffeggiato fino a ieri...

La stoica resistenza della popolazione di Minneapolis davanti ai killer prezzolati dell’ICE sta producendola prima vera voragine davanti all’incedere della “ruspa” trumpiana, costringendo il guidatore e la sua corte a farsi le domande che avevano fin qui evitato come la peste.

Contraddicendo dopo due giorni l’insultante e falsaria sicumera dei suoi sottoposti (la “ministra dell’interno” Kristi Noem, il capo-killer Greg Bovino, la “ministra della giustizia” Pam Bondi), che hanno continuato a sostenere l’insostenibile tesi di un “si è avvicinato agli ufficiali della Border Patrol con una pistola semiautomatica calibro 9mm”, Donald Trump ha detto al Wall Street Journal che la Casa Bianca «ha riesaminato tutto» sulla sparatoria di Minneapolis e che l’amministrazione «prenderà una decisione» sull’operato dell’agente federale che ha ucciso Alex Pretti.

Non è una marcia indietro, tanto meno un’ammissione di colpevolezza per tutto l’apparato che da lui dipende. Ma è un momento critico. Che come tutti i momenti di questo tipo può evolvere in due direzioni diametralmente opposte: cambiare strada o accelerare nella stessa direzione.

In questi primi dodici mesi del suo secondo mandato, Trump ha inanellato una lunghissima serie di atti di forza sia sul piano interno che internazionale, contando sulla temporanea “luna di miele” sempre concessa ai nuovi presidenti (“lasciamolo lavorare, poi giudichiamo”), sull’arrendevolezza schifosa della sedicente “opposizione democratica” (complice diretta del genocidio palestinese per oltre un anno) e l’effetto sorpresa.

Dazi, definanziamento delle agenzie federali, revisione della strategia di sicurezza, bombardamenti spot qua e là nel mondo fino al rapimento di Maduro (la prima volta al mondo, per un presidente in carica), l’incursione anti-europea sulla Groenlandia, la preparazione dell’attacco all’Iran insieme a Israele... È un metodo, uno stile, non “colpi da matto” privi di coerenza. Parzialmente imprevedibili per chi ne verrà investito, ma sul cui verificarsi a breve termine si può scommettere. Anche se sulle conseguenze “siamo nelle mani del signore”... 

Internazionalmente, “fin qui, tutto bene” (per chi ricorda il fulminante incipit di La heine di Kassovitz). I paesi non europei attaccati erano troppo deboli per replicare, il supporto fetido dell’Unione Europea non è mai mancato fino a quando le “attenzioni imperiali” non l’hanno colpita direttamente, le altre superpotenze (Russia, Cina) erano prese in altri problemi o presentano strategie parecchio differenti che non prevedono la contrapposizione frontale.

Come ci era capitato di ipotizzare, i problemi veri sarebbero stati quelli interni, e non certo perché confidavamo nell’“opposizione democratica”. La campagna di “remigrazione” militare ha acceso le micce. Sia dell’indignazione umanitaria – le scene di bambini deportati o usati come “scudi umani” per costringere i genitori a consegnarsi, gli innumerevoli “arresti” violenti in strada, i morti e i feriti, ecc. – sia della necessaria resistenza.

Le centinaia di migliaia di cittadini che si sono attivati contro l’ICE non sono però solo “attivisti politicizzati”, ma spesso semplici “vicini di casa” che avevano stabilito rapporti di amicizia con immigrati magari irregolari ma “con la testa a posto”. Lavoratori, insomma, che pagano le tasse e l’affitto, portano i bambini a scuola, rispettano le leggi e non rompono le scatole. Persone in carne e ossa, non “categorie” della politica o dell’ideologia.

Non si può spiegare altrimenti l’immenso rischio che queste centinaia di migliaia di civili disarmati stanno correndo da mesi per rallentare, ostacolare, disorientare i killer dell’ICE quando arrivano in una città o un quartiere.

Un rischio terribilmente concreto, come dimostrano le morti di Renèe Goode e Alex Pretti, le centinaia di arresti, feriti, pestaggi.

Eventi ripetuti, quotidiani, che pesano inevitabilmente anche sull’orientamento del voto che – per Costituzione – si dovrebbe tenere a novembre, perché anche molti “indifferenti” sono stati coinvolti direttamente o colpiti da quanto accade.

Oltretutto, questa volta i morti in strada sono due “bianchi per bene” – una madre e poetessa, un infermiere per militari rimasti invalidi – non dei “negri dei bassifondi” cui può essere imputato arbitrariamente di tutto. Ogni cittadino “wasp”, insomma, ci si può identificare immediatamente: “poteva accadere a me”. La frettolosa definizione di “terroristi” gettata loro addosso è un altro boomerang che sta tornando indietro. 

Peggio di tutto, per i trumpiani, queste morti sono diventate il banco di prova di una “battaglia per la verità”. Decine di video e testimonianze altrettanto “per bene” hanno smontato in un attimo le menzogne dell’amministrazione e del capo-killer con simpatie naziste. In un paese dove il criterio per presentare un candidato resta ancora la domanda “compreresti da costui un’automobile usata?” essere inquadrati come falsari può diventare fatale.

Questo e non altro gira per la testa della banda trumpiana, al punto che il tycoon è stato costretto a dire che «A un certo punto ce ne andremo» dal Minnesota, senza però indicare tempi, aggiungendo pure che resterà «un gruppo diverso» per occuparsi di frodi finanziarie e presunti scandali sui fondi pubblici.

La sua altra “kriminal Barbie”, Pam Bondi, era stata un po’ più volgare scrivendo una lettera al governatore di quello stato – Tim Walz – in cui garantiva minacciosamente che “ce ne andremo quando il Minnesota non voterà più per i democratici”. Un curioso caso di “esportazione della democrazia”... 

Riassumendo. Ancora una volta è la resistenza popolare – persino nel cuore dell’imperialismo dominante! – ad avere l’opportunità di rompere i giochi di un potere assolutamente irresponsabile.

Se – ed è un “se” grosso come il pianeta – avrà la forza di arrestare la marcia autoritaria sul piano interno innescherà a cascata conseguenze molto interessanti su tutti i piani. Dalla strutturazione o meno di un’“interazionale nera” di cui sono già chiari tempi e protagonisti, alla riduzione drastica della “capacità di pressione” degli Usa nei confronti di chiunque nel mondo.

È il brutto delle “politiche muscolari”. Quando sei costretto a fermarti cominci anche a prenderle. Se invece vai avanti, pure... Una strategia “lose lose”, pericolosa perché cieca. E anche quando scivola sulla buccia di banana rischia di far danni grossi...

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25/01/2026

La Casa Bianca dichiara guerra al popolo americano

Si chiamava Alex Jeffrey Pretti, 37 anni, un infermiere di terapia intensiva presso il dipartimento governativo per i veterani di guerra, ecologista e attivista “politico-umanitario”. Di chiare origini italiane, così come il “fuhrer” dei suoi assassini, Greg Bovino, messo da Trump alla guida dell’ICE, una milizia anti-immigrazione diventata la sua personale “falange armata”.

Alex è diventato ieri a Minneapolis, dopo Renee Good, la seconda vittima in pochi giorni delle bestie che compongono quella falange. Una terza persona, nei giorni scorsi, era stata raggiunta da proiettili sparati dall’ICE ed è attualmente in gravi condizioni all’ospedale.

La scena dell’omicidio è stata ripresa in video e non consente giustificazioni, anche se i “maiali” – sarebbe bene tornare alle definizioni degli anni ‘60, per una volta – hanno provato a dire che aveva con sé una pistola e sarebbe rimasto ucciso nel tentativo di disarmarlo.

Le riprese mostrano invece Pretti che si frappone tra una donna e un agente che le sta spruzzando spray al peperoncino, cerca di aiutare la donna a rialzarsi e viene a sua volta aggredito da altri agenti che spruzzano lo spray anche contro di lui, “armato” di un telefono in una mano e nulla nell’altra.

Come mostrano i video, la pistola è stata “ritrovata” solo dopo che era ormai morto. Ma non si vede da dove sia venuta fuori ed è prassi comune di molta sbirraglia “aggiungere prove” alla scena del delitto per “pararsi il culo” da eventuali indagini su quel che hanno fatto.

Un video trasmesso da diverse tv mostra da altra angolazione i robocop mascherati, con giubbotti tattici, che bloccano un uomo a terra, su una strada coperta di neve. L’uomo cade e si sentono i colpi di arma da fuoco, almeno cinque. Cinque, per essere sicuri di uccidere, non per “fermare un soggetto pericoloso”, armato di un telefono...

Che un infermiere possa diventare “un soggetto pericoloso” accade però solo nelle società impazzite, dove ogni valore o concetto o definizione è stato rivoltato così tante volte da diventare privo di senso.

Basti pensare che lo stesso Trump, rispondendo all’indignazione universale per il sequestro – da parte dell’ICE – di una bambina di due anni (poi rilasciata, se non altro), ha benedetto “il lavoro di questi patrioti”. “Patrioti” superpagati e con un premio di 50.000 dollari già al momento dell’arruolamento. Di fatto mercenari che inseguono anche un “premio di produzione” (più immigrati acchiappano, non importa se bambini, e più guadagnano).

Basta riascoltare la conferenza stampa in cui la segretaria alla sicurezza interna Kristi Noem – una delle tante “kriminal barbie” di cui Trump ama essere circondato – si inventa la storia di “un individuo si è avvicinato agli agenti della U.S. Border Patrol con una pistola semiautomatica 9 mm. Gli agenti hanno tentato di disarmare questa persona, ma il sospetto armato ha reagito violentemente. Temendo per la propria vita e per quella dei suoi colleghi, un agente ha sparato colpi difensivi”. Tutti letali, ma per caso...

Noem ha anche detto che Pretti “aveva due caricatori con munizioni che contenevano decine di proiettili” e non aveva documenti di identità con sé (negli Usa non è neanche obbligatorio...). In definitiva, secondo lei, “sembra una situazione in cui un individuo è arrivato sulla scena per infliggere il massimo danno alle persone e uccidere le forze dell’ordine”. Un pazzo, insomma, qualcuno che avrebbe potuto tranquillamente essere reclutato nell’ICE...

La sfrontatezza con cui l’amministrazione Trump mente su questi episodi come su tutta la “politica della sicurezza interna” non è però soltanto la “normale” abitudine del potere, ma rivela come su questo si stia giocando una durissima partita all’interno degli Stati Uniti, in cui la posta in gioco è la trasformazione dell’assetto istituzionale da “esteriormente democratico” a “dichiaratamente autoritario”.

Una partita che ha già distrutto il tradizionale “centrismo” costruito nei decenni dall’establihment industrial-finanziario, sia tra i “repubblicani” che tra i “democratici”, facendo balzare in primo piano quelle che una volta erano “ali estreme” fuori dai giochi: i nuovi “nazisti dell’Illinois” (cit.) oppure i “socialisti” – all’americana, sia chiaro – in grado di vincere in due città-simbolo come New York e Seattle.

Una partita che, quasi per necessità “geometrica”, ha trovato il suo teatro più violento a Minneapolis, capoluogo di uno stato “di mezzo”, al confine con il Canada.

Qui ieri c’è stato, prima di questo nuovo omicidio, uno dei rarissimi scioperi generali contro il governo federale, ossia contro Trump e la presenza dell’ICE. Uno sciopero iper-politico (con buona pace dei Salvini del mondo), con manifestazione oceanica nonostante le temperature polari, in quella che è stata chiamata la “Giornata della Verità e della Libertà”. Due valori che, evidentemente, non esistono in questa America...


A margine della manifestazione l’ICE ha condotto una serie di aggressioni individuali, una della quali si è chiusa con l’omicidio di Pretti, “colpevole” di aver difeso una donna dalle “attenzioni” dei “maiali” in divisa.

La situazione è ormai talmente tesa che il sindaco di Minneapolis, un tranquillo “democratico senza grilli per la testa” come Jacob Frey, ha annunciato di aver formalmente richiesto assistenza alla Guardia Nazionale per supportare gli agenti del dipartimento di polizia della citàà.

Se la richiesta verrà accolta potremmo quindi avere un confronto diretto tra paramilitari dell’ICE (che dipendono dallo Stato federale, ossia da Trump) e polizia-esercito agli ordini delle autorità locali. Impossibile anche da sognare, fino a qualche mese fa.

Ma quando una crisi ha certe dimensioni, e cause non rimovibili con le sole chiacchiere, può succedere di tutto. Sia sul piano internazionale – chi avrebbe mai ipotizzato una “guerra” tra alleati della Nato per il controllo della Groenlandia? – che su quello interno.

A conferma che la “guerra di Minneapolis” non sia un “caso locale”, ma una manifestazione estrema di una politica nazionale, una vera e propria guerra contro il popolo dell’intero paese, giunge questa segnalazione riportata da Lorenzo Forlani. 

*****

Mi hanno segnalato – ho controllato, tutto vero – che Wayne Ivey, sceriffo della Florida, si è rivolto ai manifestanti americani dicendo le seguenti cosette: “Se opponete resistenza alla legge, andrete in prigione; se bloccate un incrocio o un sentiero o sputate sui nostri agenti, prima andrete in ospedale e poi in prigione.
Se lanciate pietre o molotov o puntate una pistola contro uno dei nostri agenti, informeremo la vostra famiglia su dove raccogliere il vostro cadavere, perché vi uccideremo sul posto”
.

Pensate se lo avesse detto il capo dei pasdaran in Iran, le tonnellate di retorica spicciola e irricevibile che mi sarei dovuto sorbire da questa parte di sciagurato mondo, i quintali di stronzate inventate, le porcherie ipocrite che avrei dovuto ingoiare.

Ma lasciamo perdere, io vi chiedo solamente e definitivamente di tenere a mente tutto questo: non tanto perché segnala un volta di più che lo stato di diritto dell’Occidente volge alla sua fine, trascinato dalla morte di tutta un’altra serie di garanzie minime, che abbiamo deciso di calpestare o lasciar calpestare; vi chiedo di tenere tutto questo a mente perché questo sceriffo, oltre a ricalcare i personaggetti infimi e vigliacchi dei peggiori film americani di quarta lega, è espressione di una cultura “politica”, e nella fattispecie di una cultura strettamente statunitense, cioè del paese che attualmente guida incontestato la ciurma di cialtroni internazionali privi di alcuna credibilità – tra cui noi – che si prodiga nello stabilire quali proteste in giro per il mondo siano o non siano definibili “civili” (di solito quelle che fomentano e finanziano) e quali repressioni da parte delle forze di sicurezza siano definibili brutali, o meglio, inaccettabili a tal punto di esser meritevoli di un intervento esterno volto al ripristino delle ideali condizioni di vassallaggio.

Credo sia arrivato il momento di non accettare più queste buffonate. L’America e di riflesso anche l’intero Occidente hanno perso integralmente il diritto non solo di insegnare al prossimo come si campa ma proprio la facoltà anche solo di parlare di Stato di diritto, di diritti umani, di diritti civili, e ça va sans dire, del diritto internazionale che come sappiamo, se va bene, conta fino a un certo punto, e se va male, va calpestato con tutte le scarpe perché espressione di posture bizzarramente antisemite o antioccidentali.

È tutto finito, tracciamo una linea, vi prego, e iniziamo a parlare di realtà. Non delle proiezioni oniriche del mondo che pensiamo di aver plasmato.

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18/01/2026

USA - 30 le persone morte nelle mani dell’ICE. Cresce lo scontro interno

Secondo quanto riportano alcune agenzie, nel 2025 l’Ice ha battuto un sanguinoso record di morti tra le persone finite nei suoi centri di detenzione: 30 decessi, secondo i dati pubblicati dall’agenzia Afp.

Il Washington Post ha riferito che la morte di Lunas Campos, un immigrato cubano di 55 anni, avvenuta in stato di detenzione, sarà probabilmente dichiarata omicidio, con “causa preliminare del decesso: asfissia dovuta a compressione del collo e del torace”. Secondo il quotidiano americano un altro detenuto racconterebbe di aver visto Geraldo Lunas Campos strangolato a morte dalle guardie di un centro di detenzione dell’Ice in Texas il 3 gennaio scorso.

L’Immigration and Customs Enforcement (ICE) è un’agenzia federale statunitense che si occupa di immigrazione irregolare e deportazioni. Negli ultimi anni è stata al centro di forti critiche, soprattutto durante la presidenza di Donald Trump, per le sue pratiche operative brutali, gli omicidi a sangue freddo e per l’espansione dei poteri di arresto e detenzione. Gli agenti dell’ICE, come è ormai rilevabile in tutti i video e le foto, agiscono mascherati per non farsi identificare e si comportano come un vero e proprio esercito di occupazione ma nelle proprie comunità.

Sulla scia della brutale uccisione di Renee Nicole Good, un informatore del Dipartimento della Sicurezza Nazionale ha rivelato che sono stati svelati i dati personali di circa 4.500 agenti e funzionari dell’ICE e della Border Patrol in quella che è stata descritta come la più grande violazione di dati della Sicurezza Interna personale di sempre.

Ma adesso i nomi, le email di lavoro, i loro numeri di telefono, i loro ruoli lavorativi e curriculum non sono più anonimi o riservati. Quasi 2.000 agenti di polizia in prima linea, proprio quelli che conducono raid, arresti e deportazioni, sono ora presumibilmente esposti.

I dati sarebbero stati consegnati a ICE List, un sito con dominio islandese che si definisce come una “iniziativa di responsabilità” gestita da volontari che traccia gli agenti e gli abusi. Il suo fondatore afferma che l’uccisione di Good è stata “l’ultima goccia” anche per molti all’interno dell’agenzia, e a giudicare dalla portata della fuga di notizie, il dissenso all’interno della stessa sta aumentando.

A Minneapolis intanto resta altissima la tensione, con nuovi scontri nelle strade, dopo che un agente dell’Ice ha sparato ad un immigrato venezuelano, ferendolo a una gamba, una settimana dopo che un altro agente ha ucciso la giovane donna Renée Good durante un’operazione per la deportazione di immigrati.

Il governatore del Minnesota, Tim Walz, ha annunciato che potrebbe schierare la Guardia Nazionale per opporla alle brutalità e agli abusi dell’ICE contro la popolazione, mentre nei giorni scorsi aveva invitato i cittadini a girare con il telefonino sempre pronto per documentarle con i video.

Venerdì, un giudice federale ha vietato agli agenti federali di Minneapolis di arrestare manifestanti pacifici o di utilizzare munizioni non letali e strumenti di controllo delle folle contro di loro.

Il giornale statunitense Politico riferisce che la sentenza di 80 pagine della giudice distrettuale statunitense Kate Menendez, si colloca in un clima sempre più conflittuale tra l’amministrazione Trump e i funzionari del Minnesota, che hanno accusato gli agenti dell’ICE di alimentare paura e violenza nelle strade locali.

L’ordine della giudice Menendez vieta ai funzionari della Sicurezza Interna e dell’ICE coinvolti nell’Operazione Metro Surge di “usare spray al peperoncino o munizioni non letali simili e strumenti di dispersione della folla contro persone che stanno svolgendo attività di protesta pacifiche e senza ostacoli”. Il giudice ha inoltre proibito agli agenti federali di fermare i veicoli che li seguivano, purché questi mantengano una distanza sicura e “adeguata”.

La decisione è arrivata in risposta a una richiesta d’emergenza da parte dei manifestanti che hanno citato in giudizio l’ICE a dicembre, sostenendo che le loro azioni sono avvenute con arresti incostituzionali e violenza.

Dura la reazione della Casa Bianca, la cui portavoce Abigail Jackson ha dichiarato: “Questa assurda sentenza abbraccia una narrazione disonesta e di sinistra. Ecco la verità: gli agenti federali hanno agito legalmente per proteggersi e garantire l’integrità delle loro operazioni quando individui tentano di intervenire. L’amministrazione Trump farà sempre rispettare la legge”. 

Non solo. Il Dipartimento di Giustizia ha anche iniziato a mettere nel mirino due dei critici più severi di Trump in Minnesota – il governatore Tim Walz e il sindaco di Minneapolis Jacob Frey – per aver potenzialmente ostruito gli agenti dell’immigrazione.

Questa escalation ha visto Donald Trump minacciare per l’ennesima volta l’uso dell’Insurrection Act, una legge del 1807 che in condizioni di emergenza conferisce al presidente il potere di schierare a livello nazionale le forze militari contro i cittadini americani e di federalizzare le unità della Guardia Nazionale dei singoli Stati.

L’Insurrection Act fu invocato l‘ultima volta nel 1992 dall’allora presidente George Bush senior, su richiesta del governatore repubblicano della California, alle prese con una rivolte senza precedenti a Los Angeles dopo l’assoluzione dei poliziotti che avevano picchiato a morte Rodney King, un automobilista nero.

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17/01/2026

USA - Le Pantere Nere riappaiono a Filadelfia dopo l’uccisione di Renee Good

La riapparizione del movimento si collega alla memoria storica della lotta contro il razzismo e la violenza statale negli USA, manifestatesi oggi nella repressione degli immigrati attuata dall’amministrazione Trump.

La morte di Renee Nicole Good, una donna di Minneapolis uccisa da un agente del Servizio per il Controllo dell’Immigrazione e delle Dogane (ICE) lo scorso 7 gennaio, ha scatenato un’ondata di proteste in tutti gli Stati Uniti e riattivato la presenza di gruppi di resistenza comunitaria. A Filadelfia, un collettivo che si identifica come Black Panther Party for Self-Defense si è reso visibile nelle mobilitazioni, portando armi e rivendicando la tradizione di lotta contro la violenza statale.

Il gruppo, che afferma di essere una rinascita del movimento fondato negli anni Sessanta da Bobby Seale e Huey Newton, ha partecipato a una protesta davanti al Municipio di Filadelfia l’8 gennaio, marciando con fucili e striscioni contro l’uccisione di Good. «Questo non sarebbe successo se fossimo stati lì. Nemmeno una sola persona sarebbe stata toccata», ha dichiarato Paul Birdsong, presidente nazionale del collettivo, che coordina anche programmi sociali nei quartieri popolari della città.

L’organizzazione porta avanti da anni programmi settimanali di distribuzione gratuita di cibo nel nord di Filadelfia, ispirati alle iniziative comunitarie delle Pantere originali. Il 9 gennaio hanno allestito un pop-up pantry davanti alla Church of the Advocate, distribuendo frutta, verdura, vestiti e articoli per l’igiene a famiglie a basso reddito.

Birdsong ha spiegato che le risorse provengono dagli stipendi degli stessi membri e da donazioni della comunità. «I fratelli aiutano la gente, sono qui per il popolo», ha affermato una residente sessantenne che ha ricevuto del cibo.

La presenza armata del gruppo ha suscitato dibattito. Mentre i difensori dei diritti civili insistono sul fatto che la non violenza sia essenziale per i movimenti sociali, le Pantere sostengono che il porto d’armi faccia parte della loro storica tattica di autodifesa contro la repressione poliziesca e statale.

Durante la protesta dell’8 gennaio, alcuni membri portavano fucili AK-47 e mitragliette MP5, mentre altri servivano zuppa calda a bambini e famiglie. «Ci sentiamo al sicuro. Qui non ci sono poliziotti né narcotrafficanti che infastidiscono qualcuno», ha detto Birdsong.

Il gruppo afferma di avere meno di 100 membri attivi a Filadelfia, diversi dei quali addestrati da sopravvissuti del movimento originale. La loro attuale sede, in N. Gratz Street, negli anni Settanta era un centro operativo delle Pantere in città.

L’amministrazione Trump ha difeso apertamente l’agente dell’ICE che ha sparato contro Good. Il vicepresidente J.D. Vance ha affermato che godeva di «immunità assoluta», mentre il presidente Donald Trump e la segretaria alla Sicurezza Nazionale Kristi Noem hanno accusato la donna uccisa di un comportamento violento e sostenuto che l’agente abbia agito per legittima difesa.

Tuttavia, leader del Minnesota hanno rinnovato le richieste affinché lo Stato indaghi il caso come una violazione dei diritti civili.

La riapparizione delle Pantere a Filadelfia si collega alla memoria storica della lotta contro il razzismo e la violenza statale negli Stati Uniti, ricordando che l’FBI di J. Edgar Hoover tentò di «distruggere e screditare» il movimento negli anni Settanta, quando leader come Fred Hampton e Mark Clark furono uccisi in retate di polizia coordinate.

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14/01/2026

Un assassino a piede libero

Al momento, nessuna fonte attendibile conferma l’arresto di Jonathan Ross, l’agente dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) identificato dai media come l’autore dello sparo che ha ucciso Renee Nicole Good a Minneapolis.

Sebbene il Dipartimento della Sicurezza Nazionale (DHS) non abbia ufficialmente rilasciato il nome dell’agente, testate come il Minnesota Star Tribune, The Guardian e Associated Press lo hanno identificato come Jonathan E. Ross, un veterano con 10 anni di servizio nell’ICE e precedente esperienza militare.

Il caso è sotto la giurisdizione dell’FBI. Il DHS e l’amministrazione federale hanno difeso l’operato dell’agente, parlando di “legittima difesa” e sostenendo che l’agente temesse per la propria vita.

Esiste una forte tensione tra le autorità federali e lo stato del Minnesota. Il governatore Tim Walz e le autorità locali hanno espresso frustrazione per il fatto che l’FBI abbia limitato l’accesso ai documenti dell’indagine alla polizia statale (BCA), rendendo difficile per i procuratori locali valutare eventuali incriminazioni.

Jonathan Ross è il volto di un sistema che si autoprotegge dietro l’acronimo dell’ICE e le mura del Dipartimento della Sicurezza Nazionale. Sappiamo chi è grazie alla perizia dei cronisti, non per la trasparenza dello Stato. Dieci anni di servizio, un passato militare: le credenziali perfette per chi, in una mattina di gennaio, decide che la “paura per la propria vita” vale più della vita di una donna.

Ross, attualmente, non è un sospettato nei registri federali; è un “agente in missione” protetto da una dottrina che trasforma l’aggressione in difesa e la vittima in un tragico incidente di percorso. O addirittura “terrorismo interno”. Come spergiurato da quei due sociopatici di Kristi Noem e J.D. Vance.

Assistiamo a un paradosso grottesco. Da una parte, lo Stato del Minnesota che chiede risposte; dall’altra, l’FBI che chiude i faldoni. È una guerra di giurisdizione che serve solo a una cosa: far passare il tempo. Perché il tempo è l’alleato dell’oblio.

La storia ci insegna che il silenzio delle istituzioni è il rumore più assordante. E finché non ci sarà un’incriminazione, finché la trasparenza non vincerà sulla segretezza del DHS, Renee Nicole Good non sarà stata uccisa una sola volta, ma ogni giorno in cui il suo assassino camminerà libero nel sole gelido del Minnesota.

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12/01/2026

Gli USA attraversati dalle proteste contro l'ICE

Una nazione in fiamme, travolta da un’ondata di indignazione che dalle strade innevate del Midwest ha raggiunto le principali metropoli delle coste est e ovest. Gli Stati Uniti sono teatro di una mobilitazione massiccia dopo l’omicidio di Renee Nicole Good, la donna di 37 anni colpita a morte mercoledì scorso da un agente dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), a Minneapolis.

Nonostante il freddo e la neve, il fine settimana del 10-11 gennaio ha visto centinaia di migliaia di persone scendere in piazza in oltre mille eventi sparsi in tutto il paese, tra presidi, cortei e fiaccolate. “ICE, Out for Good!” – via l’ICE per sempre – è lo slogan che anima le proteste, con un gioco di parole tra il cognome di Renee e l’auspicio di una fine definitiva delle operazioni dell’agenzia federale “personale” di Trump, salita alla ribalta per le violenze e i rastrellamenti degli ultimi mesi, che hanno già causato varie rivolte.

La dinamica dell’incidente avvenuto mercoledì è al centro di un aspro scontro istituzionale. Secondo la versione dell’amministrazione Trump, l’agente, veterano dell’Iraq, avrebbe sparato per legittima difesa mentre la donna tentava di investirlo.

Tuttavia, testimonianze oculari e diversi video smentiscono categoricamente questa ricostruzione, mostrando semmai la donna fuggire dal tentativo di un agente di aprire la portiera, senza intenzione di colpire l’uomo.

Renee e sua moglie erano lì come parte del “movimento dei fischietti”, nato lo scorso anno per avvertire in maniera immediata e pacifica i migranti della presenza di agenti dell’ICE. Anche l’evidente azione di resistenza non violenta che stavano portando avanti dimostra come non ci sia alcuna proporzione tra l’intervento dei poliziotti e il millantato “pericolo”.

L’FBI ha assunto la guida delle indagini e la polizia statale ha denunciato di essere stata ostacolata e di fatto estromessa dai rilievi. Nel frattempo, a gettare benzina sul fuoco si è aggiunto un altro caso a Portland, in Oregon. Due persone di origine venezuelana sono state ferite dall’ICE. Anche in questo caso, le autorità federali hanno invocato la legittima difesa, collegando arbitrariamente i colpiti alla gang Tren de Aragua.

Il procuratore generale dell’Oregon, Dan Rayfield, ha già annunciato un’inchiesta indipendente, separata da quella federale. Le politiche anti-immigrazione dell’amministrazione Trump, caratterizzate da rastrellamenti urbani e metodi a dir poco brutali sono già sotto la lente di organizzazioni umanitarie e dell’opinione pubblica mondiale.

Ma ciò che più di tutto le proteste di queste ore raccontano, in particolare con gli eventi di Portland, è quello di una società sempre più spaccata e sclerotizzata, educata a suon di armi come strumento legittimo di risoluzione dei conflitti. Se questo modello di società, dalle fondamenta totalmente anti-sociali, perde l’elemento che la teneva unita, cioè la propria capacità egemonica legata all’idea di essere i gendarmi del mondo, tra fallimenti militari e deindustrializzazione, il risultato può diventare l’implosione interna.

Alcuni pezzi del capitalismo stelle-e-strisce hanno puntato su Trump e su una nuova e aggiornata “Dottrina Monroe” come via d’uscita dalla crisi, militarizzando ulteriormente la vita interna del paese. È un gioco pericoloso, che unisce la “guerra esterna” a quella interna, non solo sul piano “culturale” e ideologico. Appunto, la giustificazione per i colpi sparati a Portland è quella del coinvolgimento dei colpiti in uno dei gruppi criminali che sono stati arbitrariamente citati da The Donald per giustificare l’aggressione imperialista al Venezuela (venendo poi smentito dal suo stesso “Dipartimento della giustizia”).

Le linee di faglia interne alla società statunitense sono sempre più profonde e, soprattutto, le azioni intraprese dall’attuale establishment non puntano a creare nuovo consenso, quanto a una militarizzazione e “fascistizzazione” della vita di tutti i giorni. Nel frattempo, le proteste continuano, anche con barricate e scontri violenti.

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10/01/2026

USA - La Casa Bianca impone la militarizzazione di Minneapolis

A Minneapolis, dove continuano le manifestazioni contro l’omicidio di una donna da parte degli agenti federali, sono state chiuse alcune scuole pubbliche perché i gendarmi dell’ICE e del Border Patrol sono entrati in un campus scolastico, arrestando alcuni membri del personale e terrorizzando gli studenti. Poche ore dopo che un agente dell’ICE degli Stati Uniti ha sparato e ucciso Renee Nicole Good, gli agenti federali si sono presentati vicino al Roosevelt High, a tre miglia dal luogo della sparatoria. Quell’omicidio ha scatenato l’indignazione in tutta la città, con i leader locali che hanno rifiutato la rivendicazione federale di “autodifesa” e denunciano la responsabilità degli agenti coinvolti.

Secondo i sindacati e i testimoni oculari, gli agenti dell’ICE sono arrivati alla Roosevelt High School proprio mentre gli studenti se ne stavano andando.

Non hanno isolato una strada né fornito copertura: hanno placcato persone, usato spray al peperoncino o irritanti su spettatori, inclusi gli studenti, e hanno trattenuto almeno un membro del personale scolastico davanti ai bambini.

Un assistente all’istruzione speciale è stato portato in un edificio federale e rilasciato solo nella notte.

Genitori, insegnanti e studenti hanno descritto una scena in cui agenti mascherati trascinavano e ammanettavano personale e spruzzavano sostanze chimiche sulla folla. Le famiglie sono state costrette a prendere i figli in anticipo.

Tutto questo è avvenuto nel contesto di una sorta di invasione della città da parte della polizia federale che ha portato circa 2.000 agenti a Minneapolis, aumentando la tensione e rendendo ogni angolo della strada un potenziale punto di tensione.

I gendarmi dell’ICE si sentono spalleggiati e incentivati dalla Casa Bianca che la concepisce come una sorta di propria milizia da scatenare nelle città con operazioni e raid brutali contro la popolazione, in particolare gli immigrati. I vertici presidenziali hanno assicurato l’impunità sia all’agente dell’ICE che ha sparato sia agli altri agenti. Inoltre nessuno dimentica che proprio Minneapolis è la città dove nel 2020 la polizia uccise George Floyd scatenando un’ondata di indignazione e proteste in tutto il paese.

Quello che sta accadendo a Minneapolis appare però deliberato dall’alto. È una sorta di occupazione militare del proprio territorio che trasforma il Minnesota in un terreno di prova da parte della Casa Bianca per l’applicazione di politiche aggressive sull’immigrazione ma anche nei rapporti all’interno delle comunità.

Le manifestazioni contro l’uccisione di Renee Nicole Good proseguono intanto anche in altre città statunitensi. Più di 1.000 manifestanti si sono riuniti ieri sera nel centro di Providence contro le forze di polizia federali.

Il raduno è iniziato alle 17:30 fuori dal municipio di Providence, poi i manifestanti hanno marciato attraverso le strade del centro verso l’edificio del governo federale. A New York il concentramento era a Foley Square. Da lì i manifestanti newyorkesi hanno marciato verso il One World Trade Center, dove la segretaria alla Sicurezza Kristi Noem stava tenendo una conferenza stampa. Manifestazioni si sono svolte anche a Rhode Island e San Diego.

Per oggi pomeriggio è stata convocata una manifestazione a Milwaukee nel centrale Cathedral Square Park.

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09/01/2026

USA - A Minneapolis i gendarmi dell’ICE uccidono una donna. Si apre uno scontro istituzionale

Si chiamava Renee Nicole Good, la cittadina statunitense di 37 anni uccisa a Minneapolis da un agente dell’ICE. Non si tratta di una immigrata ma di una madre di tre figli, laureata all’università della Virginia.

Un video diventato virale sui social media mostra il momento in cui l’agente dell’ICE spara contro la sua auto mentre tenta di allontanarsi. Le immagini smentiscono la versione della legittima difesa fornite dalla polizia.

L’ex marito ha detto che Macklin Good aveva appena accompagnato il figlio di 6 anni a scuola mercoledì e stava tornando a casa con l’attuale compagno quando hanno incontrato un gruppo di agenti ICE in una strada di Minneapolis, dove si erano trasferiti l’anno scorso da Kansas City, Missouri.

Un video girato da passanti e pubblicato sui social media mostra un agente che si avvicina alla sua auto, ordinandole di aprire la portiera afferrando la maniglia. Quando lei inizia ad avanzare, un altro agente ICE davanti al veicolo estrae la sua arma e spara immediatamente almeno due colpi a distanza ravvicinata.

Il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, dopo aver visionato il filmato, ha respinto senza mezzi termini la tesi dell’autodifesa, definendola “una puttanata” e parlando di un uso sconsiderato della forza. Il capo della polizia Brian O’Hara ha chiarito che Renee Nicole Good non era oggetto di alcuna attività di controllo da parte delle forze dell’ordine.

Tim Walz, il governatore democratico del Minnesota, con una decisione senza precedenti, ha ordinato di preparare la Guardia Nazionale del Minnesota per contenere e arginare le operazioni degli agenti federali dell’ICE sul territorio dello Stato.

L’ICE è la polizia di una agenzia federale dipendente dal Dipartimento della Sicurezza interna degli Stati Uniti.

Negli ultimi mesi, sotto l'amministrazione Trump, l’ICE è stata trasformata di fatto in milizia paramilitare con raid nei quartieri, abusi di ogni genere, uso della forza contro civili, totale impunità politica pur di colpire le persone migranti.

I funzionari dell’amministrazione Trump hanno dipinto Macklin Good come autrice di un atto di “terrorismo interno” che aveva tentato di speronare agenti federali con la sua auto. Il suo ex marito ha detto che non era un’attivista e che non l’aveva mai vista partecipare a nessun tipo di protesta.

Walz ha rotto pubblicamente con Washington ed ha dichiarato che: “Non abbiamo bisogno di ulteriore aiuto dal governo federale. Donald Trump e Kristi Noem, avete fatto abbastanza”.

Infine ha emesso un ordine di preavviso per preparare la Guardia Nazionale del Minnesota: “queste truppe sono le nostre truppe. Il Minnesota non permetterà che la nostra comunità venga usata come pedina in una lotta politica nazionale” dando vita ad uno scontro istituzionale durissimo.

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31/10/2025

L’assassinio di Shireen Abu Akleh coperto dal Dipartimento di Stato USA

Stando alle dichiarazioni rilasciate al New York Times da Steve Gabavics, un esperto membro della polizia militare USA, la giornalista statunitense-palestinese Shireen Abu Akleh è stata uccisa deliberatamente dalle forze armate israeliane, e il Dipartimento di Stato stelle-e-strisce avrebbe attivamente coperto l’omicidio.

Ricordiamo brevemente i fatti. Nel maggio 2022 Shireen è stata colpita alla testa da un cecchino israeliano, mentre riportava le notizie su scontri tra l’IDF e forze della resistenza palestinese per l’emittente Al Jazeera. Il suo omicidio è avvenuto a Jenin: in Cisgiordania, non a Gaza, e ben prima del 7 ottobre, a ricordarci come l’eliminazione sistematica dei giornalisti è una pratica di lunga data per Tel Aviv.

Ad ogni modo, inizialmente le autorità israeliane avevano incolpato i resistenti palestinesi, mentre la polizia sionista aveva persino preso d’assalto il funerale della donna. Salvo poi dover ammettere che erano state le forze israeliane a uccidere Shireen, presentando scuse in ritardo di un anno per un crimine che, era evidente a tutti, era stato commesso volontariamente.

Oggi Gabavics, ex militare in pensione dall’inizio del 2025, non solo lo conferma, ma rivela anche l’insabbiamento coperto dai vertici degli USA. Il soldato statunitense era stato incaricato di indagare sulla morte della giornalista mentre prestava servizio presso l’Office of the United States Security Coordinator, il quale facilita la cooperazione tra i servizi di sicurezza israeliani e palestinesi dell’ANP.

Gabavics e il suo team di investigatori raccolsero abbastanza indicazioni per affermare il fatto che il soldato israeliano che aveva sparato a Shireen sapeva che stava colpendo una giornalista. La precisione del proiettile indirizzato alla testa, il traffico radio israeliano che aveva indicato la presenza dei media in quella zona, la visuale chiara che i cecchini avevano della posizione di Abu Akleh, l’assenza di spari provenienti dalla sua direzione, non lasciavano dubbi (oltre a non dare motivo di aprire il fuoco contro di lei).

Tuttavia, l’allora capo di Gabavics, il tenente generale Michael R. Fenzel, lo escluse dalla revisione dell’indagine, minacciò di licenziarlo e pubblicò un rapporto finale per il Dipartimento di Stato sostenendo che l’omicidio era stato involontario. Gabavics e i suoi collaboratori rimasero sbalorditi dal testo finale.

Al New York Times, quattro funzionari statunitensi rimasti anonimi hanno dichiarato di credere che il testo sia stato modificato da Fenzel per “preservare il rapporto di lavoro del suo ufficio con l’esercito israeliano, che in precedenza aveva smesso di collaborare quando era rimasto scontento”.

Il 2 novembre è la Giornata Mondiale per mettere fine all’impunità per i crimini contro i giornalisti, stabilita dall’ONU nel 2013, e queste notizie non fanno che sollevare ulteriore sdegno per l’assassinio sistematico di giornalisti operato da Israele. Tali crimini dovranno prima o poi trovare giustizia.

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30/10/2025

Massacro a Rio, il nuovo standard

Oltre 20 anni fa un film – Tropa de elite – aveva messo sotto gli occhi del mondo la realtà della “guerra al narcotraffico” a Rio de Janeiro. Un miscuglio inestricabile di emarginazione, violenza (bipartisan), corruzione, scorciatoie autoritarie, memorie golpiste.

Oggi vediamo video che non sono frutto di recitazione, ma di regia sicuramente sì.

2.500 poliziotti pesantemente armati hanno fatto irruzione nelle baraccopoli di Rio per un’operazione antidroga senza precedenti durante la quale si calcola che siano stati sparati 200 proiettili al minuto. Il bilancio è per ora di almeno 132 morti. Si tratta certamente del più sanguinoso raid della polizia contro le gang della droga nella storia della città brasiliana.

I residenti in lutto hanno deposto decine di cadaveri per strada, perché il mondo vedesse. Una donna ascoltata dalla tv Afp ha riassunto il tutto in modo lapidario: “Lo Stato è intervenuto per massacrare, non è stata un’operazione di polizia. Sono intervenuti direttamente per uccidere, per togliere vite”.

L’operazione è stata in effetti di stampo strettamente militare, utilizzando anche 32 mezzi blindati e 12 veicoli da demolizione per distruggere le barricate, ufficialmente contro il Comando Vermelho, o Comando Rosso (naturalmente il colore, in questo caso, non segnala alcun contenuto politico) nel Complesso Penha, uno dei due quartieri operai densamente popolati nella parte settentrionale di Rio, e nel Complexo do Alemao, vicino all’aeroporto internazionale.

La responsabilità dell’operazione, stante la struttura federale del Brasile, è per intero del governatore dello Stato di Rio, Claudio Castro, un fedelissimo di Bolsonaro, con un passato in carcere per corruzione e peculato, che sembra aver colto l’occasione della flotta statunitense schierata davanti al Venezuela per segnalarsi a Trump come plausibile sostituto dell’ex presidente ormai agli arresti per tentato golpe. Del resto, già otto mesi fa aveva spedito un rapporto all’amministrazione Trump per sollecitare la classificazione del Comando Vermelho come “organizzazione terrorista”, ventilando una presunta espansione delle sue attività in Nord America.

E per trascinare anche il presidente Lula in una trincea che non è la sua. Il governatore Cláudio Castro, infatti, si è difeso denunciando di «essere stato lasciato solo» a combattere il crimine organizzato e di essersi visto respingere la richiesta di utilizzo di mezzi blindati da parte dell’esercito.

Le modalità dell’azione sono state non solo particolarmente violente, ma registrate dagli operatori della stessa polizia, per nulla preoccupati – anzi: orgogliosi – di farsi vedere come killer spietati al pari dei più disorganizzati gangster delle favelas. Bombe lanciate con i droni, corpi smembrati a colpi di machete, cadaveri di giustiziati con un colpo alla nuca.

Il leader del Comando Vermelho, Edgar Alves Andrade, noto come Doca, è comunque riuscito a fuggire, protetto da una settantina di uomini, il che suggerisce che quell’intreccio criminalità/corruzione di poliziotti non sia per nulla stato sciolto.

L’Alto commissariato ONU per i diritti umani si è detto «inorridito» per quanto accaduto: «Questa operazione mortale rivela fino a che punto le operazioni di polizia in comunità emarginate del Brasile tendano a produrre conseguenze letali estreme. Ricordiamo alle autorità i loro obblighi in materia di rispetto dei diritti umani e chiediamo indagini rapide ed efficaci».

Al di là delle molte considerazioni che si possono fare, ci sembra evidente che il genocidio a Gaza abbia fissato un nuovo standard di presunta “tollerabilità” sagomato sull’appartenenza delle vittime. Se sono membri fedeli dell’Occidente imperialista, anche solo uno schiaffo dato loro merita una risposta “sproporzionata”. Al contrario, qualsiasi strage, di qualunque dimensione e comunque realizzata, nei confronti degli untermenschen dichiarati “nemico” è pienamente “rispettabile”.

Rio, come Gaza, non è un incidente della storia. È l’orizzonte verso cui stiamo venendo trascinati a forza.

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