Abolire lo scudo penale per le forze di polizia, abolire i decreti sicurezza, vogliamo le dimissioni di Piantedosi e Giustizia e Verità per Abderrahim Fakir.
L’uccisione di Abderrahim Fakir a Bologna impone una riflessione che va ben oltre i confini della città. Chiediamo verità e giustizia per Fakir, ma chiediamo anche che questa vicenda diventi il punto di partenza di una mobilitazione nazionale per l’abrogazione dello scudo penale introdotto dal cosiddetto Decreto Sicurezza DL 24 febbraio 2026, n. 23, convertito nella Legge n. 54 del 24 aprile 2026).
L’articolo 12 del decreto interviene sull’articolo 335 del codice di procedura penale mediante l’introduzione di un nuovo comma, stabilendo che il nominativo dell’autore di un fatto che risulti “manifestamente” commesso in presenza di una causa di giustificazione non venga più iscritto automaticamente nei registri previsti, bensì annotato in un apposito modello. In tale sede, il nominativo non è oggetto di un’iscrizione formale, ma di una mera “annotazione preliminare”.
Questa norma si affianca a quanto previsto dagli artt. 22 e 23 del precedente DL 48/2025 secondo cui lo Stato è tenuto ad anticipare fino a 10.000 euro, per ogni fase del procedimento, le spese legali degli appartenenti alle forze di polizia indagati o imputati per fatti commessi nell’esercizio del servizio. Una scelta politica gravissima, che altera il principio di responsabilità di chi esercita il monopolio della forza pubblica e trasmette un messaggio di sostanziale protezione preventiva nei confronti degli abusi commessi in divisa.
Il caso di Bologna rappresenta la prima e subito drammatica dimostrazione delle conseguenze di questo impianto. Mentre una famiglia chiede verità e giustizia per un proprio caro ucciso durante un intervento di polizia, gli agenti coinvolti possono beneficiare sin dall’inizio della copertura garantita dallo Stato. È questa la logica perversa dello scudo penale: rafforzare la tutela di chi esercita la forza, anziché quella dei cittadini che da eventuali abusi devono essere protetti.
Quanto accaduto a Bologna non nasce dal nulla. È il risultato di un modello di gestione della sicurezza fondato sulla militarizzazione dei quartieri popolari e sulla repressione del disagio sociale, in una spirale repressiva che negli ultimi anni ha visto le proposte del Governo venire subito riprodotte ed estese con grande zelo dalle amministrazioni locali apparentemente guidate da rappresentanti di altra appartenenza politica.
Negli ultimi anni Bologna è diventata un laboratorio nazionale di queste politiche: dall’introduzione delle zone rosse alla repressione delle mobilitazioni sociali, fino all’applicazione dei nuovi decreti sicurezza al Pilastro (prima durante la lotta dei comitati cittadini contro la cementificazione, ora in occasione della tragica uccisione di Fakir). In questo contesto si inserisce anche il Patto Lepore-Piantedosi, che ha consolidato una gestione dell’ordine pubblico sempre più orientata alla presenza repressiva anziché alla costruzione di coesione sociale.
Per questo chiediamo che siano accertate tutte le responsabilità sull’uccisione di Fakir e che nessuna forma di tutela speciale possa ostacolare il pieno accertamento della verità. Chiediamo alle istituzioni locali di essere coerenti con il riconoscimento della ferita subita e di schierarsi per l’abrogazione dello scudo penale e per il ripristino del principio secondo cui chi esercita funzioni pubbliche armate deve rispondere dei propri atti con le stesse garanzie e le stesse responsabilità previste per ogni cittadino.
La sicurezza non si costruisce aumentando la militarizzazione delle città né garantendo maggiori tutele a chi già ne gode in maniera sproporzionata dalla legge Reale in giù. Si costruisce riducendo le disuguaglianze, garantendo diritti e servizi, e assicurando che ogni abuso commesso da appartenenti alle forze dell’ordine sia accertato con piena trasparenza e senza privilegi.
Per questo rivolgiamo un appello ad associazioni, sindacati, comitati, giuristi, personalità del mondo della cultura, amministratori locali, organizzazioni politiche e a tutte le cittadine e i cittadini affinché sottoscrivano questo appello e mobilitarsi ovunque sia possibile per l’abrogazione dello scudo penale e per ottenere verità e giustizia per Fakir.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
25/07/2026
Abolire lo scudo penale, giustizia e verità per Fakir. Un appello
24/07/2026
È scattato lo scudo “parlamentare” ... per i politici della destra
Lo scudo penale nella sua versione parlamentare, a quanto pare è scattato per i politici della destra. Era dal 27 maggio che la Procura di Roma aveva chiesto alla Commissione per le autorizzazioni a procedere della Camera di acquisire la chat tra l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, non indagato, e l’ex socio Mauro Caroccia, che invece è indagato nell’inchiesta dei magistrati di piazzale Clodio sul caso del ristorante Bisteccheria d’Italia.
Caroccia è considerato dai magistrati un prestanome del clan Senese, una diramazione della Camorra con grossi interessi e influenza a Roma. Attualmente è detenuto in carcere dove sta scontando una pena definitiva a 4 anni nell’ambito di un’altra indagine del gennaio 2025, sempre sui Senese.
Di solito i tempi per la concessione o meno dell’autorizzazione da parte della commissione sono di una decina di giorni e invece sono passati due mesi.
Senza l’autorizzazione della Camera, il contenuto della chat di Del Mastro non è utilizzabile tra gli elementi d’indagine. Ma ieri, proprio alla Camera, è scattato una sorta di “scudo penale” per l’ex sottosegretario di Fratelli d’Italia, con la negazione dell’autorizzazione alla Procura di poter accedere alla chat in oggetto.
La Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera ha infatti detto no alla richiesta dei magistrati di acquisire le chat tra Andrea Delmastro e il ristoratore Mauro Caroccia. Dopo il voto della giunta, la pratica è passata all’Aula di Montecitorio dove il centrodestra ha votato a favore della proposta del relatore del testo, Pietro Pittalis di Forza Italia, negando l’autorizzazione al sequestro della corrispondenza. Il centrosinistra ha votato contro.
Ma al Senato è esplosa la protesta delle opposizioni che, avendo avuto sentore di come sarebbe andata, hanno preparato dei cartelli con su scritto “Fuori le chat” mentre alcuni parlamentari hanno occupato i banchi del governo. Tensioni e qualche spintonamento tra i deputati della destra e quelli dell’opposizione, in particolare quelli del M5S.
Il caso politico-giudiziario era scoppiato a marzo dopo le rivelazioni di una inchiesta de Il Fatto Quotidiano ed aveva portato alle dimissioni di Del Mastro. Ora la pratica passa all’Aula della Camera che il 30 luglio dovrà esprimersi in maniera definitiva e salvo colpi di scena nella maggioranza, confermerà il voto della giunta negando l’accesso alle chat da parte dei magistrati che stanno conducendo le indagini.
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23/07/2026
Bologna: chi semina vento, raccoglie tempesta
L’assassinio da parte di due agenti di Polizia di Abderrahim Fakir, avvenuto domenica 19 luglio, a Bologna, nel quartiere del Pilastro, dopo che era stato immobilizzato a terra e ammanettato, con la scena ripresa da un cellulare in un video divenuto subito virale, ha aperto l’ennesima ferita per la città che si sta stringendo attorno alla famiglia della vittima con un misto di comprensibile indignazione ed ancora più legittima rabbia, esplosa con forza nella notte tra il 20 ed il 21 luglio.
La reazione popolare ha suscitato l’immancabile codazzo di polemiche da parte della “Destra di governo”, che ha come sempre strumentalizzato gli episodi avvenuti durante e dopo il presidio in Prefettura.
Da Giorgia Meloni in giù, gli attuali attacchi di questa Destra servono prima di tutto a “sviare l’attenzione” sull’omicidio del 43enne di origine marocchina e subito dopo a cercare di impallinare il “campo largo” su un tema divenuto centrale nella sottospecie di “dibattito politico” ad un anno dalle elezioni parlamentari, nonché di quelle amministrative nelle principali città italiane, da Trieste a Palermo, Bologna compresa.
Rispetto a questo fuoco di fila il sindaco Matteo Lepore ha usato parole infamanti invece di condannare la blindatura della pizza sotto la Prefettura, l’uso massiccio di lacrimogeni ed idranti – oramai prassi consolidata e “normalizzata” di gestione della piazza dallo scorso autunno – dichiarando che “non rappresentano Bologna”.
Promuovendo così l’ennesima dicotomia tra “buoni” e “cattivi”, con notevole sprezzo del ridicolo, considerata la contrapposizione tra Piazza Nettuno, da dove è partito il corteo fino a piazza Roosevelt, dov’è giunto.
“Chi pensa di rispondere alla violenza con la violenza si chiama fuori dallo stato di diritto. E dunque si chiama fuori dalla nostra comunità democratica” ha continuato sul profilo della sua pagina Instagram, rincarando la dose contro la “violenza cieca, ingiustificata, stupida”, e lanciandosi in uno sperticato elogio del questore, quasi che le forze dell’ordine non siano direttamente parte in causa della faccenda, e spostando – anche lui, come la Destra – il centro dell’attenzione rispetto alla violenza strutturale delle forze di polizia che miete sempre più vittime.
La domanda principale è: come può una persona perdere la vita durante un intervento delle forze dell’ordine, in particolare in quelle circostanze?
Andando più in profondità: la questione di fondo resta se è possibile che la concezione della sicurezza sociale sia stata fagocitata da una declinazione che la considera ormai una questione di mero ordine pubblico, da gestire sempre con un approccio muscolare delle forze dell’ordine e giustificandone ex post il loro operato.
Le ragioni dell'“insicurezza sociale” restano così ignote e intoccabili.
Su questo è necessario ribadire una cosa: il centro-sinistra è subordinato in toto alla concezione che esprime l’attuale destra di governo e lo dimostra ad ogni piè sospinto proprio nelle città che amministra, siano essi territori metropolitani o città di provincia.
Il centro sinistra, specularmente alla destra di governo, pensa che l’attuale governance delle contraddizioni politico-sociali – prodotte dall’attuale crisi del modo di produzione capitalista – debba essere impostata con un mix di politiche in cui i tagli al welfare sono complementari ad un approccio stile “repressione è civiltà” (per parafrasare il commissario di polizia interpretato da un magistrale Volonté, nel film Un cittadino al di sopra di ogni sospetto).
In questo caso “la Politica” non previene più, perché è espressione dei soli ceti dominanti ed ha quindi perso il ruolo di cerniera con la società – o meglio le classi subalterne –; la polizia continua a reprimere perché è l’unica arma rimasta nelle mani del presunto “Stato”.
Bologna in questo è all’avanguardia, con la costituzione delle “zone rosse” da parte del sodalizio tra il sindaco Lepore ed il Ministro Piantedosi, che ha portato alla militarizzazione dei quartieri popolari, e si estende fino alla legittimazione di una gestione dell'ordine pubblico che ha avuto dei tratti di vera “follia” durante lo scorso autunno, in occasione delle mobilitazioni a sostegno della Palestina.
Sia a latere delle oceaniche manifestazioni in occasione degli scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre, che in altri vari episodi il 2 ed 7 ottobre, oltre alla sfida dell’Eurolega di basket tra la Virtus Segafredo e la squadra simbolo dell’oltranzismo israeliano, il Maccabi di Tel Aviv, il 21 novembre.
Più recentemente, proprio con la militarizzazione del quartiere del Pilastro a giustificazione della protezione dei lavori del contestato progetto del MUBA all’interno del Parco Militini-Moneta, dove la mano pesante è stata usata a più riprese e per reprimere una seconda volta la coraggiosa lotta ambientalista di quartiere, come era avvenuto nel caso di un altro costoso progetto inutile al parco Don Bosco, nel quartiere di San Donato, nel corso del 2024, poi definitivamente accantonato dall’amministrazione.
Naturalmente, la destra non perde occasione per utilizzare a fini politico-elettorali ogni episodio che può servire per scatenare il fuoco “ad alzo zero” contro questa amministrazione cittadina. A partire dai ruoli apicali dell’esecutivo e della maggioranza che la sostiene, peraltro accusata di essere collaterale agli episodi in cui la rottura della “pace sociale” ha implicato significativi momenti di conflitto di strada negli ultimi 30 anni.
Tornando all’episodio specifico, l ’attuale dibattito – se i due agenti abbiamo agito “secondo norma” o meno, di fronte alla morte di una persona disarmata ed in evidente stato di shock – è decisamente assurdo e fuorviante, soprattutto tenendo conto dell’attivazione dello “scudo penale” nei confronti dei poliziotti, introdotto recentemente.
Ci troviamo di fronte alla prima attivazione, ed è la prima e – per ora – principale, pietra d’inciampo rispetto alla richiesta di verità e giustizia da parte di coloro che si stanno stringendo realmente alla famiglia, che la chiede a gran voce.
Chi non si sta esprimendo per la rimozione di questa assurda protezione, come Lepore, di fatto legittima la conseguenza di questa misura – una delle tante – approvata nei diversi pacchetti sicurezza governativi.
Cosa fare quindi?
Occorre demolire il combinato disposto di una narrazione costruita contro i quartieri popolari, in particolare il rione Pilastro, che produce una pluridecennale stigmatizzazione negativa contro i suoi abitanti e la loro parte più attiva, giustificandone la militarizzazione e l’uso sconsiderato della forza.
Sia che si tratti di un conflitto legato ad un’opera contestata, oppure di un intervento “di routine” come domenica, e comunque contro qualsiasi legittima vertenza: dalla desertificazione dei servizi alla mancata mobilità urbana, dalla speculazione edilizia all’assenza di spazi di cultura/socialità.
Chi abita i quartieri popolari non può essere considerato alla stregua di “nemico interno”, con una logica quasi neo-coloniale di occupazione militare di un territorio considerato “alieno”, da conquistare per consegnarlo ai processi di valorizzazione capitalista che vanno investendo anche il quadrante nord della città, con l’espulsione dei ceti popolari e la criminalizzazione delle forme di socialità politica che ne hanno sempre caratterizzato la grande storia.
In questo processo, che potremmo definire “il sacco di Bologna”, la giunta Lepore-Clancy e le forze che la sostengono non è spettatrice passiva, ma vettore attivo, come dimostra la sponsorizzazione delle manovre speculative in vari punti della Città. Così come è corresponsabile dei processi di involuzione autoritaria legati alla gestione dell’ordine pubblico nel suo complesso, con paradigmi chiaramente mutuati dalla destra.
Allo stesso tempo, se si vuole essere conseguenti, bisogna chiedere verità e giustizia per tutti gli episodi che hanno aperto delle ferite e procurato cicatrici indelebili, dalla strage “fascista e di Stato” – come recita la sentenza – alla stazione il 2 agosto del 1980, fino all’ultima stagione della lunga strategia della tensione caratterizzata dalle azioni della Banda della Uno Bianca (1987-1994).
La gestione folle dell’ordine pubblico – sia in occasione di manifestazioni politiche che del cosiddetto “controllo del territorio” – di cui l’ultimo episodio è una tragica ma purtroppo logica conseguenza – deriva interamente dalle politiche sulla sicurezza promosse dalla Destra e fatte acriticamente proprie dal centro-sinistra.
A differenza di ciò che pensa Lepore e chi disgraziatamente lo segue, Bologna ha saputo e saprà sempre da che parte stare. Ieri in Piazza Roosevelt e quotidianamente con le lotte ambientaliste contro il continuo ecocidio, con i conflitti sociali che chiedono a gran voce un miglioramento delle condizioni insopportabili delle classi subalterne ed il ripristino di garanzie, a fianco dei popoli oppressi e delle persone razializzate e sessualizzate vittime del clima d’odio che le classi dirigenti gli stanno vomitando addosso con il concorso di mostruosi personaggi come l’ex generale di Futuro Nazionale.
“E poiché semineranno vento, raccoglieranno tempesta”, verrebbe da dire.
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26/02/2026
Mattarella firma il decreto Sicurezza. Modificato, ma non meno pericoloso
Le quasi tre settimane impiegate dal Presidente della Repubblica per dare l’ok al provvedimento (e Mattarella non è mai stato parco di firme) fanno ben capire la gravità delle misure introdotte nella – pur di facciata – “democrazia liberale”. Sicuramente, l’emersione della verità sui fatti dell’esecuzione di Abderrahim Mansour da parte di un poliziotto che lo taglieggiava ha reso più complicato far accettare le novità del decreto (e ha dato una spallata anche alla propaganda sul prossimo referendum sulla riforma della giustizia).
Ad ogni modo, il testo delle nuove disposizioni arriva in Senato per la discussione parlamentare. Al suo interno, rimangono le misure che rappresentano il “cuore politico” del provvedimento, come è stato chiamato in un servizio di SkyTg24, ovvero il fermo preventivo in caso di manifestazioni pubbliche e lo “scudo penale”, ripensato più come “filtro penale”, che però non attenua l’opportunità di impunità per gli agenti che calcano un po’ troppo la mano...
Partiamo dal fermo preventivo. Rimane, così come rimangono le 12 ore massime entro cui trattenere il “sospetto”. Quello che cambia sono le motivazioni: non più “circostanze di fatto” che arbitrariamente lasciavano in capo alle forze dell’ordine la decisione se procedere al fermo, ma un “attuale pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica”.
Ciò potrà essere desunto anche in relazione alla “rilevanza di precedenti penali o di segnalazioni di polizia per reati commessi con violenza alle persone o sulle cose in occasione di pubbliche manifestazioni nel corso degli ultimi cinque anni”. Insomma, certamente c’è stato un restringimento della casistica che legittima il fermo preventivo, ma la natura di fondo non è affatto cambiata.
Il “pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica”, se può essere associato a una sorta di “stigma penale” che ci si porta dietro per cinque anni, è una formulazione abbastanza larga da permettere una limitazione concreta del diritto a manifestare.
Rimane poi il nodo dei tempi: il fermo dovrà pur essere comunicato al magistrato, che può disporre il rilascio immediato se ne mancano i presupposti. Ma anche con la burocrazia più veloce del mondo, ci potrebbero volere ore per verificare tutti i documenti e decretare l’illegittimità del fermo. Al fermato, dunque, sarebbe comunque impedito di manifestare.
Lo “scudo” penale, si legge su molte ricostruzioni, diventa un “filtro”. Il pubblico ministero, in presenza di una “causa di giustificazione” (come può essere la legittima difesa o l’uso legittimo delle armi in servizio), effettuerà una “annotazione preliminare” per la persona coinvolta nel fatto, senza iscriverla direttamente nel registro degli indagati.
Le tutele rimangono le stesse (tutela legale, accesso agli atti, e così via), ma si evita l’avvio immediato di procedimenti disciplinari o sospensioni professionali. L’annotazione preliminare ha una durata massima di 150 giorni, dopodiché il pubblico ministero dovrà decidere se archiviare o procedere con l’iscrizione formale tra gli indagati.
Si allungano i tempi per gli accertamenti, ma il fatto che per le forze dell’ordine che usano violenza venga prevista una sorta di “riserva protetta”, alternativa ai percorsi che rispondono al principio che “la legge è uguale per tutti”, rimane. Inoltre, abbiamo sentito questi giorni di casi di “testimoni brutalizzati” e altre oscenità, che mostrano come, con tale “filtro”, sarà più complesso far emergere elementi che spingano verso delle vere e proprie indagini.
Come avevamo scritto tre settimane fa, inoltre, il problema “di modello” rimane: “si costruisce un’idea di legittimità preventiva dell’uso della forza, un’anticipazione di fiducia verso chi reagisce, verso chi “si difende”, verso chi afferma di aver agito in un contesto percepito come minaccioso”. Il rafforzamento delle tutele per gli agenti e misure preventive di detenzione dal sapore fascista blindano il potere e imprimono una svolta verso lo “stato di polizia”.
Nel decreto Sicurezza, poi, rimangono altre misure critiche. Zone rosse, multe esorbitanti per mancato preavviso o deviazione del percorso di una manifestazione. La strategia di colpire “l’indipendenza economica” dei manifestanti, delle organizzazioni e delle associazioni che promuovono mobilitazione è una scelta che mette a serio rischio l’agibilità politica nel paese.
C’è infine un’ultima modifica rispetto al testo originario, cioè il dietrofront sull’obbligo per i commercianti di registrare l’identità di chiunque acquistasse un coltello con lama superiore ai 15 centimetri. La norma avrebbe costretto coltellerie, ferramenta, supermercati e persino catene di arredamento a conservare i dati degli acquirenti (anche di semplici coltelli da cucina) per ben 25 anni.
Si trattava evidentemente della messa in capo a una serie di piccole e grandi attività di una schedatura di massa, con dati sensibili elargiti senza tanti contrappesi o motivazioni concrete di pericolo per la sicurezza. Era anche un impegno sostanzioso per le stesse attività commerciali, che si è preferito eliminare.
Per mantenere però tutto il valore simbolico di questa misura (perché questo era il suo senso fin dall’inizio), rimane il divieto di vendita ai minori con sanzioni amministrative per i genitori. Mettendo in capo a questi ultimi una responsabilità economica indiretta, si vuole percorrere la strada dell’allarmismo sul fenomeno delle “baby gang”. Resta inoltre il rischio di arresto in flagranza per chi viene sorpreso a portare fuori casa strumenti da taglio senza giustificato motivo.
Ovviamente, quello che è stato davvero “ridotto” nel testo arrivato in Senato è l’esborso economico. Vengono stanziati 19 milioni per la videosorveglianza comunale nel biennio 2025/2026, ma spariscono i fondi per gli anni successivi e anche il piano da 50 milioni per la sicurezza ferroviaria.
Non che ce ne sia da rammaricarsi: è evidente che la ragione del provvedimento è tutta beceramente securitaria, nel senso di spingere l’acceleratore sull’idea di un paese nel caos, per cui serva un controllo costante. L’Italia è già uno dei paesi più videosorvegliati in Europa, e di altre migliaia di telecamere non c’è bisogno.
Ma il tema è proprio che la “sicurezza”, per la classe dirigente, va intesa dentro la cornice dell’austerità di bilancio. In un paese segnato da profonde disuguaglianze, salari da fame, sanità e servizi sociali smantellati, crisi abitativa, la sicurezza reale, ovvero quella che si esprime nella piena garanzia di diritti sociali, viene trasformata in un problema di ordine pubblico, a cui rispondere con l’inasprimento di misure repressive. Ovviamente, quanto più a costo zero possibile.
Il vero obiettivo di questo tipo di provvedimenti, com’è chiaro, sono le varie forme di espressione del dissenso, e dunque qualsiasi tipo di opposizione reale agli indirizzi politici di guerra, interna ed esterna, che sono stati adottati dai governi europei per fare fronte alla propria crisi economica e strategica.
E nel frattempo, una sana democrazia, di cui la vera cartina tornasole è lo spazio effettivo di una dialettica politica che passi anche attraverso un inevitabile conflitto sociale, viene seppellita sotto i tratti di una “democratura” che si fonda sulla possibilità di mettere una X su una scheda ogni tanto, ma senza poter davvero poter intervenire sulle scelte politiche di fondo.
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06/02/2026
La “sicurezza” dei potenti, per sé e le polizie
Una conferma della «legge storica», già ampiamente verificata in corpore vili, per cui l’avanzata della reazione non può mai essere arrestata da un solitario «custode della Costituzione», ma solo da un popolo che si sveglia. Il «custode», infatti, vuoi per «dovere istituzionale», vuoi per temperamento individuale, si predispone sempre ad accompagnare la discesa agli inferi. Hindenburg, insomma, ha fissato un format...
Il testo è naturalmente scritto nel linguaggio legislativo che sembra inventato apposta per occultare, zeppo di riferimenti ad articoli e commi che andrebbero consultati uno per uno, rendendo l’opera di lettura un processo pressoché secolare. Ma il cuore del provvedimento, possiamo dire senza tema di smentita, è la parte dedicata a scoraggiare oltre ogni limite le manifestazioni. Tutte.
Il background «ideologico» era del resto stato esibito apertamente dal prefetto ora ministro dell’interno, all’indomani degli scontri di Torino, e ribadito da tutti gli esponenti del governo: in una manifestazione «non ci sono innocenti», tutti sono «complici» di chi resiste alle «forze dell’ordine».
Trasformare questa concezione in un decreto legge era un po’ complicato, se non si voleva apparire come una gestapo in sedicesimo, e quindi la formulazione «tecnica» è un tantino più asettica. Ma non migliore. E non diminuisce certo l’impressione che sia stata montata volontariamente una “campagna allarmistica” esasperando il fatto, ormai accertato, che molte delle immagini ormai famose sul “poliziotto martellato” siano state manipolate con l’intelligenza artificiale prima di essere pubblicate sui siti istituzionali (ministero dell’interno, ecc.)
Partiamo dai punti certi.
Divieto di partecipazione alle manifestazioni e di accesso alle «zone rosse»
Basta una singola denuncia ricevuta nel corso di una manifestazione degli ultimi cinque anni per vedersi vietare l’accesso alle zone che il prefetto deciderà di ritagliare come «vietate»; ossia per vedersi impedire la partecipazione ad una nuova mobilitazione.
Va sottolineato che il testo prevede espressamente che non serve una «condanna» per aver fatto qualcosa, basta la denuncia (che è un atto deciso da un qualsiasi funzionario di polizia o equivalente, quindi arbitrario o comunque soggetto ad errore, come ogni altra iniziativa umana) per essere condannato ad una «morte civile». Ossia all’impedimento di manifestare la tua idea o contrarietà a prescindere dall’aver effettivamente commesso reati in altre manifestazioni.
È fin troppo facile immaginare che un abnorme aumento delle denunce potrebbe essere l’escamotage «tecnico» per cominciare a svuotare le piazze, visto che ad ogni nuova mobilitazione farebbe seguito un nuovo «stock» di esclusi dal prossimo giro in città.
Il fermo preventivo
A rendere «cogente» il divieto arriva anche il «fermo preventivo», che era una misura già in uso durante il fascismo, circa un secolo fa, e prevedeva la convocazione in questura degli antifascisti schedati abitanti nell’area in cui sarebbe dovuto passare «il duce» o il re.
«Gli ufficiali e gli agenti di polizia possono accompagnare nei propri uffici persone rispetto alle quali, in relazione a specifiche e concrete circostanze di tempo e di luogo e sulla base di elementi di fatto, anche desunti dal possesso di taluno degli strumenti, degli oggetti e dei materiali indicati agli articoli 4 e 4-bis della legge 18 aprile 1975, n. 110, e agli articoli 5 e 5-bis della legge 22 maggio 1975, n. 152, o dalla rilevanza di precedenti penali o di segnalazioni di polizia per reati commessi con violenza alle persone o sulle cose in occasione di pubbliche manifestazioni nel corso degli ultimi cinque anni, sussista un fondato motivo di ritenere che pongano in essere condotte di concreto pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione, e ivi trattenerle per il tempo strettamente necessario ai fini del compimento dei conseguenti accertamenti di polizia e comunque non oltre le dodici ore.»
Nella formulazione odierna questo fermo durerà insomma il tempo necessario a saltare la manifestazione più «una notte in guardina», ossia una “privazione della libertà personale” in base ad una supposizione o un «sospetto» che ha come sottostante una denuncia di polizia.
Siccome in questo modo era troppo evidente l’arbitrio poliziesco – una lista crescente di «sospetti» stilata in base a «segnalazioni» anche prive di riscontri oggettivi (che non hanno insomma portato ad una condanna) – è stato inserito l’obbligo di avvisare il magistrato di turno. Il quale potrebbe teoricamente rispondere che il fermo è arbitrario e disporre quindi l’immediato rilascio del fermato.
Teoricamente, dicevamo. Immaginate voi un magistrato di turno, il sabato pomeriggio (per ovvie ragioni lavorative le manifestazioni importanti, per raggiungere il massimo della partecipazione possibile, vengono convocate di sabato), che riceve decine o centinaia di «avvisi di fermo» – un numero presumibilmente crescente nel tempo, con l’incedere di denunce che raggiungono sempre più persone – e che dovrebbe esaminare il caso, informarsi sui precedenti del fermato, scrivere eventualmente un atto formale che intima il rilascio...
Ben che vada, le risposte arriveranno qualche giorno dopo.
Lo scudo penale
«Per incrementare le tutele per i cittadini e per le forze di polizia, il pubblico ministero, quando appare evidente che un fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione, procede all’annotazione preliminare del nome della persona cui è attribuito il fatto».
Il pasticcio giuridico combinato elaborando questa formula non mancherà di produrre presto tragedie. Cos’è successo?
Il governo voleva «scudare penalmente» poliziotti, carabinieri, ecc, ossia garantire che non sarebbero stati processati e condannati per l’uso improprio delle armi sia nel corso del normale servizio che nelle manifestazioni pubbliche. Ma una norma in questa direzione sarebbe stata ovviamente incostituzionale – «la legge è uguale per tutti», e un omicidio o un ferimento resta tale anche se commesso da qualcuno in divisa – e quindi improponibile.
La toppa è però peggiore del buco. Per far apparire lo «scudo» come una cosa «normale», ossia uguale per tutti i cittadini, si è scelto di predisporre un «registro diverso» rispetto a quello degli «indagati» in cui inserire eventuali accertamenti sia per l’uso della armi fatto da un agente che da un «civile». L’unico caso che poteva accomunare le due figure era la «legittima difesa».
Ma chi decide che è «evidente» che un agente di polizia ha usato le armi solo per difendersi? Un suo superiore, non il magistrato. Questo semmai interverrà solo in seguito ad una segnalazione dubbiosa da parte di quel «superiore». Lo «scudo» insomma c’è, e garantisce la totale impunità... a meno che filmati, testimonianze e fotografie non determinino una «attenzione pubblica» su un caso impossibile da derubricare a «difesa».
L’allargamento ai «civili» crea però una situazione pericolosa. Qualsiasi cittadino armato potrebbe invocare la stessa norma dopo aver ferito o ucciso qualcuno che è «entrato nella sua proprietà», magari sbagliandosi tra un ladro e un vicino di casa. E in quel caso chi stabilisce che è «evidente»? Un magistrato, per forza di cose. Chi mai si prenderebbe la responsabilità di garantire per un omicida senza divisa?
Quindi in quel «registro riservato», lontano dallo sguardo di giornalisti indiscreti, finiranno soltanto uomini della forze dell’ordine. «Sicuri» dell’impunità...
La strategia politica del governo
L’intento è insomma chiarissimo, e la stessa Giorgia Meloni non ha fatto mistero, rivendicando il decreto come tassello fondamentale di una «strategia» che elimini «le piazzate» – come aveva incautamente definito le timide proteste della gente di Niscemi rimasta senza casa – e lasci il potere al riparo da qualsiasi protesta.
La ragione è altrettanto evidente. Se le proteste si sommano, si collegano, individuano la causa del malessere sociale nell’azione del governo e delle grandi imprese, il consenso anche elettorale ne soffrirà certamente. Dunque, l’unica soluzione immaginata è quella di impedire che il movimento cresca, maturi, acquisisca esperienza e piena consapevolezza politica. Con i fermi, i divieti, le multe stratosferiche, ecc..
È la solita illusione dei reazionari – irregimentare la società per garantirsi «stabilità». Non funziona negli Stati Uniti, dove anzi la protesta è diventata un fenomeno anche politicamente più «radicale», spezzando rapidamente la molto presunta egemonia dell’ideologia «Maga», non ha mai funzionato a lungo anche da altre parti. E non funzionerà neanche qui in Italia.
Certo, non sarà un percorso facile. Certo avrà dei costi. Bisognerà immaginare molte altre forme di mobilitazione, studiare i modi per aggirare gli ostacoli, segare il ramo su cui è seduto il potere attualmente dominante. Ma che una società possa essere immobilizzata solo perché il governo lo desidera è di fatto impossibile.
Questo decreto, insomma, che contiene diversi altri provvedimenti, che esamineremo presto, chiarisce forse involontariamente che la «sicurezza» che questo governo vorrebbe realizzare è in primo luogo la propria. Non della popolazione.
E per provare a a realizzare l’obbiettivo deve «tutelare» i corpi di polizia fino a garantirne l’impunità. Trasformandoli così in milizie di fatto «private», ossia «di parte», non più corpi di funzione pubblica.
P.S. Ma quanto vi hanno spaventato le mobilitazioni e gli scioperi generali contro il genocidio in Palestina?
Fonte
05/02/2026
Il decreto sicurezza a Palazzo Chigi. Osservazioni dal Quirinale, basso profilo dalle opposizioni
Su questi due aspetti nei giorni scorsi sono emerse le perplessità del Quirinale sulla loro costituzionalità, ma l’incontro di ieri tra il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Mantovano (il vero “uomo nero” di Palazzo Chigi) avrebbe sottolineato la necessità di apportare alcune modifiche al pacchetto sicurezza, in particolare per quanto riguarda il fermo di polizia e lo scudo penale.
Nel primo caso, dagli uffici giuridici del Quirinale si sarebbe fatto notare come non possa bastare un semplice atteggiamento sospetto per effettuarlo; nel secondo si sarebbe evidenziata l’esigenza di evitare una giurisprudenza separata per categorie.
Entrambe le misure sono comunque destinate a far parte di un decreto legge sulla sicurezza che approda oggi in Consiglio dei ministri assieme a un disegno di legge sullo stesso tema.
Per quanto riguarda il cosiddetto scudo penale, secondo indiscrezioni, vi sarebbe la previsione di un registro diverso – non solo esclusivo per le forze dell’ordine ma anche per i civili – così da evitare l’iscrizione automatica nel registro degli indagati di fronte a una causa di giustificazione, come legittima difesa o adempimento di un dovere.
È un tema piuttosto “rognoso” quello dello scudo penale, modificato in modo tecnicamente più prudente rispetto alle anticipazioni iniziali ma, proprio per questo, potenzialmente più pervasivo.
Infatti questo non riguarda soltanto le forze dell’ordine, come ci si sarebbe aspettati in un impianto classico di tutela degli agenti, ma viene esteso anche ai civili.
Il principio ispiratore è che chi commette un reato in presenza di una “evidente causa di giustificabilità” non venga automaticamente iscritto nel registro degli indagati ordinario, bensì in un registro separato, con garanzie formalmente analoghe ma con una corsia preferenziale che dovrebbe portare a una rapida archiviazione, entro trenta giorni, salvo diversa valutazione del pubblico ministero.
La decisione finale sulla giustificabilità resta affidata a un magistrato, e questa è la clausola che viene usata per rassicurare. Ma il punto politico è un altro: si costruisce un’idea di legittimità preventiva dell’uso della forza, un’anticipazione di fiducia verso chi reagisce, verso chi “si difende”, verso chi afferma di aver agito in un contesto percepito come minaccioso.
L’altro tema rognoso è quello del fermo preventivo di 12 ore prima delle manifestazioni contro i sospetti.
“Serve una norma – ha detto il ministro degli Interni Piantedosi nelle sue comunicazioni alla Camera e al Senato – che consenta un vero e proprio efficace intervento preventivo. Per fermare preventivamente ci vuole un fermo preventivo”.
Ma dalle osservazioni del Quirinale sarebbe ritenuto eccessivo il tempo di 12 ore per il fermo di polizia preventivo (Salvini, in una delle sue “sboronate” aveva tentato di portarlo a 24 o anche 48 ore) nei confronti di viene sospettato di costituire un pericolo per lo svolgimento pacifico dei cortei. E sarebbe stato evidenziato che bisogna regolare dettagliatamente i motivi del fermo.
Secondo le ultime indicazioni, l’intenzione dell’esecutivo sarebbe di mantenere il trattenimento per 12 ore per accompagnamento negli uffici di polizia, senza necessità di convalida da parte del magistrato (che comunque dovrebbe riceverne comunicazione) ma solo per chi ha precedenti specifici.
Fra le misure d’urgenza ci sarebbero anche quelle sulle zone rosse attorno alle stazioni. Nel disegno di legge, che poi dovrà affrontare l’iter parlamentare, dovrebbe essere invece essere inserito il cosiddetto ‘blocco navale, ossia la possibilità di interdire (da 30 giorni a 6 mesi) l’attraversamento del limite delle acque territoriali in casi di minacce terroristiche o di pressione migratoria eccezionale, due cose ben diverse ma poste praticamente sullo stesso piano.
“La scelta del governo di usare sia un decreto che un ddl non è neutra. Il decreto serve a rendere operative subito le misure più delicate e simboliche, quelle che incidono direttamente sulla libertà di manifestare, sulla gestione dell’ordine pubblico e sulla costruzione del ‘nemico interno’” – commenta l’Osservatorio Repressione – “Il disegno di legge, invece, ospita le norme che richiedono un lavoro di assestamento politico e mediatico, quelle più ideologiche o più esposte al rischio di rilievi istituzionali. È una strategia ormai riconoscibile: prima si cambia il clima, poi si consolidano le fondamenta”.
In questo inquietante scenario da stato di polizia incombente sul paese, colpisce la pochezza politica e di merito dei partiti dell’opposizione.
Se, per fortuna, hanno evitato la trappola della convergenza su un testo comune con la maggioranza, nella risoluzione unitaria presentata dalle opposizioni M5S-Pd-Iv-AVS per prendere le distanze dalle comunicazioni del ministro Piantedosi al Senato, non ci sono critiche sostanziali alla gestione governativa dell’ordine pubblico, c’è la “condanna delle violenze degli antagonisti a Torino” accanto all’annuncio del no al nuovo decreto sicurezza atteso per oggi in Consiglio dei ministri.
Il documento delle opposizioni insiste con la richiesta di ulteriori assunzioni nelle forze dell’ordine (richiesta che non ha riscontri fattuali), sulle modifiche normative per reintrodurre la procedibilità d’ufficio per “reati di particolare disvalore sociale” oltre all’abrogazione di “alcune recenti norme contenute nel c.d. decreto Nordio” (il riferimento è alla convocazione preventiva degli “arrestandi” per alcuni reati anche gravi), ma si limita a proporre di impegnare il Governo “a non fare ricorso in materia di ordine pubblico allo strumento della decretazione d’urgenza”.
Nel merito, c’è il no al fermo preventivo attraverso nuovi “provvedimenti amministrativi limitativi della libertà personale”, alla cauzione per le manifestazioni e all’immunità penale per i componenti delle forze dell’ordine.
Diciamo che la posta in gioco sul piano della democrazia in questo paese richiederebbe un po' più di coraggio politico che limitarsi a quanto già segnalato dal Quirinale.
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30/01/2026
Milano. Il colpo, le telecamere e lo scudo
Quella telecamera si trova dall’altra parte del muro che separa il vialetto sterrato dal deposito Atm. È ben visibile in un video consegnato dall’avvocata della famiglia, Debora Piazza, al sostituto procuratore Giovanni Tarzia, titolare dell’inchiesta. Eppure, a oggi, quelle immagini non risultano ancora acquisite né analizzate.
Un dettaglio tutt’altro che marginale, perché una parte decisiva della ricostruzione si gioca proprio su ciò che quelle riprese potrebbero mostrare: la distanza, la postura dei corpi, la dinamica reale del gesto che ha portato alla morte di Mansouri.
Sul fronte delle testimonianze, il quadro resta fragile. Il collega che accompagnava l’agente indagato nel boschetto ha confermato integralmente la sua versione: Mansouri avrebbe avuto un’arma in mano e non si sarebbe fermato all’alt. Ma c’è almeno un’altra presenza evocata dallo stesso agente durante l’interrogatorio: una “ombra”, una figura comparsa e poi scomparsa nella penombra del pomeriggio piovoso, mai identificata.
A questa si aggiunge la possibilità di altri testimoni tra i frequentatori abituali del boschetto, persone che potrebbero chiarire un elemento cruciale: il rapporto pregresso tra la vittima e chi ha sparato. Che i due si conoscessero, del resto, è già emerso.
Intanto la procura ha sequestrato gli smartphone di entrambi gli agenti coinvolti nel “servizio”. Un atto dovuto, che potrebbe restituire informazioni non solo sugli istanti precedenti allo sparo, ma anche sulle modalità operative di un poliziotto descritto come “di grande esperienza”, profondo conoscitore di Rogoredo, uno dei principali nodi dello spaccio nella periferia sud di Milano.
Un punto fermo, al momento, esiste: la distanza. Circa trenta metri. Da lì l’agente ha dichiarato di aver visto un’arma, poi risultata essere una Beretta 92 a salve, e di aver sparato per paura, centrando Mansouri alla tempia destra. Dopo il colpo si è avvicinato al corpo, ancora vivo, e ha spostato la pistola finta che si trovava a pochi centimetri dalla mano. I soccorsi sono arrivati dieci minuti dopo. Nel giubbotto della vittima sono state trovate modeste quantità di droga.
Resta da chiarire anche la genesi dell’intervento. L’agente non era previsto in via Impastato. Era appostato altrove, in piazzale Corvetto, a bordo della sua auto. Ha raccontato di essersi diretto sul posto dopo aver sentito via radio che era in corso un “servizio” dei colleghi. Una decisione autonoma, non pianificata, che apre interrogativi pesanti sulla catena di comando, sulle procedure e sulle responsabilità.
Le questioni aperte sono molte, ed è proprio per questo che suona surreale – se non pericolosa – la campagna politica e sindacale che chiede di evitare persino l’iscrizione dell’agente nel registro degli indagati. Senza quell’iscrizione, non ci sarebbe nemmeno il diritto alla difesa tecnica. Ma soprattutto, si impedirebbe un accertamento pieno dei fatti. È l’anticamera dello scudo penale, invocato a gran voce dalla destra: non uno strumento di tutela, ma un dispositivo di immunità preventiva.
Il contesto, poi, pesa come un macigno. L’agente che ha sparato appartiene allo stesso ufficio coinvolto in altri due casi di morte durante interventi di polizia: quello di Michele Ferulli nel 2011 e di Igor Squeo nel 2022. Tre storie diverse, tre morti, un commissariato che ritorna.
Nel caso Ferulli, la procura arrivò a chiedere condanne pesanti per omicidio preterintenzionale, finite poi in assoluzione. Nel caso Squeo, una perizia indipendente ha messo in discussione la versione ufficiale, attribuendo la morte non a un’overdose ma alla contenzione.
Non si tratta di stabilire colpe a priori, ma di riconoscere un pattern: interventi violenti, morti, versioni univoche, assoluzioni o archiviazioni, e una politica pronta a blindare tutto prima ancora che le indagini parlino.
Tutto questo avviene mentre, nel cuore delle cosiddette “democrazie occidentali”, il modello statunitense avanza senza più maschere: negli Stati Uniti l’ICE uccide persone per strada e gode di coperture politiche totali. È lo stesso Paese che Milano si prepara ad accogliere durante le Olimpiadi, con la presenza del vicepresidente Vance e del segretario di Stato Rubio. Non è una coincidenza, ma un clima.
Lo scudo penale non è una riforma tecnica. È una scelta politica. Non “prepara” lo Stato di polizia: ne segna l’inaugurazione. E Abderrahim Mansouri, oggi, non è solo una vittima da etichettare e archiviare. È il punto in cui questo passaggio diventa visibile, misurabile, irreversibile.
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16/01/2025
Stato di guerra, Stato di polizia
E mai c’è stata, all’opposto, una così continua determinazione delle forze di governo di inventare nuovi reati, aumentare ad libitum le pene, esentare le “forze dell’ordine” dal rispetto di qualsiasi legge che vale – come recita la scritta nei tribunali – “uguale per tutti”.
Mai come oggi, a chiudere questo cerchio, l’intero sistema mediatico è stato così compatto nell’utilizzare lo stesso linguaggio falsificante per descrivere le dinamiche di piazza. È diventato quasi impossibile trovare un articolo che non chiami “scontri” quelli che – anche ad uno sguardo superficiale sui video – appaiono sempre più spesso piogge di manganellate contro manifestanti privi di qualsiasi mezzo “atto ad offendere” o a proteggersi (scudi, caschi, ecc.).
Una parziale eccezione c’era stata per i “fatti di Pisa”, un anno fa, in cui il pestaggio immotivato era apparso così evidente da far imbestialire la popolazione tutta, e quindi far sorgere qualche dubbio persino in qualche redazione mainstream e nel Presidente più condiscendente che si ricordi. Poi, come sempre, è arrivata la magistratura a mettere sotto inchiesta gli studenti invece della polizia...
Ora siamo al “salto di qualità” nella legislazione. Non solo si sta portando ad approvazione un “ddl sicurezza” che contiene misure abnormi come il “reato di resistenza passiva” (sia in strada che in carcere!) o la legalizzazione di “gruppi terroristici organizzati dallo Stato”, ma già si prova a legiferare uno “scudo penale” per i reati commessi dalle “forze dell’ordine” nell’esercizio delle loro funzioni.
L’idea è chiara, la realizzazione un po’ più complicata perchè, per l’appunto, ogni legge è tale se è “uguale per tutti”. E dunque una violenza inutile o un abuso di potere non sono diminuiti dall’essere commessi da un “agente dello Stato”. Semmai sono aggravati...
Non si sa insomma ancora se questo “scudo” potrà essere “tombale” oppure più limitato, ma intanto si fa girare la voce – come un test o un sondaggio – sulla possibilità di impedire l’iscrizione automatica nel registro degli indagati di un agente o militare “quando è evidente che ha usato l’arma di ordinanza nell’esercizio delle sue funzioni”.
Ma chi decide quando “è evidente”? Se non è un magistrato, allora sarà un ufficiale superiore di quell’agente, con le ovvie riserve che si possono avanzare.
I dubbi però non frenano l’offensiva, diventata intensa a cavallo degli ennesimi scontri-pestaggi di Roma e Bologna, che – secondo i partiti di governo – “dimostrerebbero un disegno eversivo”.
Per somma sfortuna dei meloniani, però, la sortita è subito inciampata nell’episodio dei giovani attivisti di Extinction Rebellion che, a Brescia, non solo sono stati portati in questura nonostante fossero già stati identificati, ma le donne fermate sono state costrette a denudarsi, togliere gli slip ed eseguire squat.
È palese che chi ha avuto questa brillante idea avesse come unico scopo quello di umiliare le ragazze, così da scoraggiarne la partecipazione futura ad altre proteste.
Ma la “tecnica” usata dalla polizia ha una lunga storia nell’arsenale repressivo di questo paese. Denudare i prigionieri e costringerli a fare squat è infatti una prassi invalsa nelle carceri speciali già negli anni ‘70 contro i prigionieri politici della lotta armata e poi continuamente confermata fino al più “innovativo” 41bis. Una “tecnica” inventata per estendere la “perquisizione personale” fino agli ultimi orifizi, naturalmente per “assicurarsi che il detenuto non porti con sé materiale pericoloso”.
Una tecnica infame anche contro quei prigionieri, ma che in nessun modo può essere giustificata contro manifestanti pacifici con un cartello in mano. Per di più donne.
Ma anche questa estensione delle “tecniche antiguerriglia” ai semplici manifestanti non è una novità. Fu già praticata, e a livello di massa, a Genova nel 2001, “grazie” al contributo degli agenti penitenziari e a medici compiacenti, nella caserma di Bolzaneto. Allora, nella sala operativa della questura presenziava il “più democratico” Gianfranco Fini e l’attuale sottosegretario a Palazzo Chigi, Mantovano. Stessa origine e – allora – stesso partito di Giorgia Meloni.
È quindi fin troppo semplice rintracciare la “cultura politica” alla base di queste “strette” in assenza di conflitto. Non si tratta del solito, vecchio, ammuffito, “fascismo nostalgico” dei fan del Ventennio. È la prepotenza proprietaria dell’oggi, la disperazione di un Occidente neoliberista che sente cadere la sua presa sul mondo intero e sulle proprie stesse popolazioni (più della metà non va più a votare).
È la logica della guerra.
Ce n’è una contro i “nemici esterni” (Russia, Iran, Cina, altri che entrano ed escono dalla lista a seconda degli eventi). E ce n’è una contro il “nemico interno”, per quanto debole e incapace di offendere possa essere.
Una guerra preventiva, si può dire, per impedirgli di esistere, agire, radicarsi, organizzare e rappresentare interessi sociali negati e calpestati.
Non essendoci realisticamente “problemi di ordine pubblico” – se non quelli generati dalle politiche che creano “rifiuti sociali” – le molte polizie vengono ridisegnate come “guardia del corpo” a disposizione dei poteri economici e politici. Guardia personale, ovviamente da esentare rispetto alla “legge per il popolo”. Da lasciar libera di agire come meglio crede per assolvere alla sua funzione, perché tanto è certo che se la prenderà sempre con i deboli.
Stato di guerra e Stato di polizia necessitano l’uno dell’altro.
Sarà un caso, ma ad oltre un anno dalla “festa di Capodanno” a casa Delmastro, pur essendo presenti solo politici “legge e ordine” e poliziotti (in servizio e fuori servizio), ancora non sappiamo chi è stato a sparare – per sbaglio, certo – a uno dei pochi “civili” presenti.
Una situazione che anticipa “lo scudo”. Anzi, lo richiede...
P.S. Due parole vanno però spese e pesate anche per chi scende in piazza. Noi ci atteniamo al criterio fondamentale del movimento NoTav: “si parte e si torna insieme”. Il che significa difesa di ognuno che manifesta insieme a noi e rispetto totale di ognuno per le decisioni prese prima di manifestare.
In una situazione politica così chiara non c’è spazio per le mosse individuali o di piccolo gruppo. Chi non lo capisce e pensa di usare le iniziative come spazio di azione privato, di fatto, concorre alla criminalizzazione delle proteste.
Può farlo da “agente di influenza inconsapevole” o per decisione meditata da altri. Da quando esiste la lotta di classe si presentano al mondo anche cretini e provocatori. Non sempre sono distinguibili (spesso sì, comunque), ma alla lunga non è neanche necessario distinguerli. In ogni caso è bene che stiano lontani...
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09/06/2020
Piano Colao, al paradiso delle multinazionali
Non perchè tutte quelle misure diventeranno leggi o “riforme”, ma per capire il segno che la grande industria multinazionale intende imporre allo sviluppo futuro, “cogliendo l’occasione” della pandemia per ridisegnare questo Paese. La “logica” di una ricostruzione, al solito, chiarisce quali interessi vengono messi in primo piano e quali dovrebbero essere sacrificati, o lasciati all’eventualità che “tutto vada bene”...
Si entra subito nell’inferno, sappiatelo.
Scudo penale per i contagi sul lavoro
La prima misura che il gruppo Colao suggerisce è infatti “Escludere contagio COVID da responsabilità penale e ridurre temporaneamente il costo delle misure organizzative anti contagio”. Una delle richieste più gridate del nuovo presidente di Confindustria, Carlo Bonomi.
Di che si tratta? Le aziende sono responsabili delle malattie professionali contratte durante o a causa del lavoro dai loro dipendenti. Una responsabilità limitata, perché alla verifica e gli eventuali risarcimenti ci pensa l’Inail, ma in alcuni casi – quando venga accertata la negligenza o il dolo – anche diretta. Sia civile (risarcimenti) sia penale.
Quasi tutte le aziende hanno cercato di continuare a produrre in piena pandemia (in Lombardia, epicentro del terremoto Covid, non è mai stata dichiarata una sola “zona rossa”, dopo quelle iniziali e limitate di Codogno, Lodi, ecc.), con o senza adottare misure di protezione individuale per i dipendenti, né condizioni di lavoro commisurate alla necessità del “distanziamento sociale”.
E infatti un numero altissimo di lavoratori – dai dati Inail – risultano contagiati sul posto di lavoro; altrettanti, o di più, “in itinere” (su bus, metro e treni locali strapieni).
Confindustria pretende uno “scudo penale”, tale che nessuna azienda possa mai essere “disturbata” per una quisquilia come il contagio, la malattia o la morte di un dipendente. E il gruppo Colao suggerisce di accontentarla.
Anzi, per completare l’opera, suggerisce anche di “neutralizzare fiscalmente, in modo temporaneo, il costo di interventi organizzativi (ad es. turnazione, straordinari) conseguenti all’adozione dei protocolli di sicurezza e al recupero della produzione perduta per il fermo, per non penalizzare la competitività dell’impresa e i redditi dei lavoratori”.
L’ultima frase è la chiave retorica costante del “piano”, fin da titolo (“Un’Italia più forte, resiliente ed equa”): imprese e lavoratori sarebbero “nella stessa barca”, dunque si indicano misure che aiutano le prime perché possano prosperare e dunque, prima o poi, lasciar cadere qualche briciola verso chi lavora.
Smart working
Si riconosce che l’improvvisa accelerazione del “lavoro da casa”, per quelle attività possibili in questa forma, è avvenuta in un clima da far west, per cui ai lavoratori (e soprattutto alle donne) sono stati richiesti e imposti condizioni, orari, ecc. fuori da ogni norma. Qui, pudicamente si suggerisce di “osservare” le modalità in cui questo è avvenuto, in modo da poter aggiornare i contratti di lavoro e arrivare a un “codice etico”.
Naturalmente non ci sono indicazioni su parametri e criteri, che saranno affidati alla “contrattazione tra le parti” e dunque ai rapporti di forza vigenti.
Contratti a tempo determinato da rinnovare
L’ipocrisia regna sovrana. Si finge infatti di assumere il punto di vista dei lavoratori, molti dei quali “assunti con contratti a termine vedranno sopraggiungere la scadenza del termine e quindi la cessazione del contratto in questa fase di crisi”.
Altre aziende, invece, pur uscendo bene dal momento peggiore, eviteranno di trasformare i contratti brevi in assunzioni a tempo indeterminato (cosa obbligatoria per legge dopo 12 o 24 mesi), “nella attuale situazione di incertezza”. Licenziando quindi questi precari per assumerne altri o nessuno.
Dunque, suggerisce il gruppo Colao, “si tratta di allentare, in via temporanea, questi vincoli almeno per i contratti a termine in corso la cui scadenza sopraggiungerà entro il 2020”. Una piccola forzatura alla legge, e precarietà prolungata, che volete che sia...
Compensazioni fiscali, ecc.
Segue una lista di misure tecniche pro aziende, tutte orientate a sollevarle dagli obblighi fiscali immediati, fornire liquidità, garanzie Sace estese oltre i limiti attuali (si fa un gran uso dell’inglese e del latino per nascondere di che si tratta...).
E poi facilitazione dell’accesso alla liquidità per le imprese in crisi, rinegoziazione dei contratti di affitto (ma non per le abitazioni...), disincentivazione delle procedure concorsuali (ossia fallimentari, spesso “finte”, per ripulire le aziende stesse dai debiti), e via “semplificando”, derogando, incentivando...
Una vera cascata di misure univocamente orientate a favorire le imprese piccole e grandi, in alcuni casi persino apprezzabili, in altri niente affatto. Per esempio...
Emersione del lavoro nero e del contante da redditi non dichiarati
La piaga secolare dovrebbe essere ridotta, se non eliminata, condonando molto e istituendo “sanzioni innovative”. Il meccanismo immaginato ricalca quello per il rientro dei capitali nascosti all’estero, ossia una “voluntary disclosure” giocata “da un lato su un meccanismo di sanatoria, per il pregresso, sulla scorta di quanto previsto nel decreto rilancio per l’emersione del lavoro irregolare degli immigrati in alcuni settori; dall’altro, un periodo medio di riduzione contribuzione e cuneo fiscale su retribuzione”.
Immaginiamo frotte di caporali che corrono ad autodenunciarsi per timore della “revoca dei benefici non ancora concessi o pervenuti, obbligo di restituzione di quelli già percepiti”...
Comunque, lo “scudo fiscale” è una fissazione costante, visto che viene riproposto anche per “La regolarizzazione tramite Voluntary Disclosure del contante e di altri valori derivanti da redditi non dichiarati (anche connessa all’emersione del lavoro nero)”.
Altre misure pro-imprese
Seguono poi vecchi cavalli di battaglia come il “Passaggio a pagamenti elettronici”, ovviamente motivato con la necessità di “Ridurre significativamente l’economia sommersa per liberare risorse e garantire concorrenza equa” (equa concorrenza, non equità sociale, si chiaro!).
E non poteva mancare il capitolo su “Innovazione tecnologica e proprietà intellettuale”, nel solco di industria 4.0, con “Ripristino integrale e potenziamento di iper-ammortamento (incremento del 150%-200% del costo di acquisto) e superammortamento (incremento del 40%-60% del costo di acquisto)”.
E ovviamente il “Sostegno a Start-up innovative”, le “Competenze gestionali e assunzioni specialistiche”, per poi approdare alla sempreverde “Riqualificazione disoccupati/CIG”. Dove i soliti “corsi di formazione” dovrebbero essere affiancati da misure “incentivanti”, come il divieto di cumula tra Cig e retribuzione nel caso che la nuova assunzione avvenga grazie alla “riqualificazione” ottenuta. In pratica, uno sconto sul costo del lavoro per l’azienda che assume o “riqualifica”.
Prime osservazioni
Ci fermiamo qui, perché il testo è sconfinato e andremmo oltre i limiti di un articolo. Possiamo intanto individuare “la logica”: c’è moltissimo per le aziende, quasi esclusivamente per quelle di grandi dimensioni e orientate alle esportazioni; e nulla, letteralmente nulla, per i lavoratori. Tutto dipende dall’azienda, che se funziona e fa profitti pagherà ovviamente salari. Altrimenti licenzierà e delocalizzerà, come prima...
Tutto il mondo delle piccole e medie imprese sarà cointeressato solo marginalmente (misure fiscali e pagamenti più rapidi della pubblica amministrazione), ma in una prospettiva di sostanziale marginalità.
Del resto, se chiami a fare da “consigliori” l’amministratore delegato di una multinazionale – Vittorio Colao, per dieci anni alla guida di Vodafone, amministratore di Unilever, tra “gli eletti” ammessi alle riunioni del Gruppo Bilderberg (insieme a Mario Monti, Chicco Testa, Lilli Gruber...) – non è che puoi aspettarti un briciolo di attenzione verso lavoratori e artigiani, no?
Alla faccia degli equilibri sociali e dell’equità
Come sintetizza il nostro Kartana, questo piano è “Mercantilismo, deflazione, riduzione costo del lavoro, ricerca appannaggio delle imprese, tutto lo Stato appannaggio delle imprese private, distruzione piccoli operatori. Uno scenario da deflazione da debito. Mi ricorda Hartz IV”.
Al che, comincia a svanire qualunque differenze tra i “programmi” di Lega-Berlusconi-FdI e quelli del governo attuale.
Ci vediamo alla seconda puntata...
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