Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/11/2021

Cingolani e le guerre puniche

Si vede era destino: mentre un secolo fa la cultura italiana istituzionale si dibatteva, via Croce e Gentile, sulla scienza come pseudoconcetto producendo quel pregiudizio che voleva i concetti “pratici” come qualcosa di stupido, oggi la cultura manageriale che occupa posti di governo ribalta completamente le convinzioni di allora. Per cui il sapere delle scienze umane è accettabile, e ha cittadinanza nei desideri di riforma, nel momento in cui accetta il predominio dei concetti “pratici” tra i quali il digitale che, a dar retta a ministri come Cingolani e Colao, è giusto questione di saper calcolare o avere competenze organizzative. Viene da dire: come rendere stupidi i concetti anche quando proprio non lo sono, quando oramai da decenni le teorie della complessità ci hanno fatto capire che nei tremendi livelli di caos e di ordine del sapere tanto più si alzano barriere disciplinari tanto meno si comprende e si governa l’oggetto della propria indagine o il proprio progetto educativo.

Cingolani, secondo dopo Colao (che in una conferenza stampa è uscito con una sorta di riforma del sapere specialistico non si sa bene concordata con chi), si è quindi avventurato in una idea di riforma della scuola, mettiamola sul generico, nella quale il principale accusato è ovviamente il sapere storiografico con il suo presunto indifendibile racconto sulle guerre puniche ripetuto in quattro fasi del processo educativo. Ora, a parte il fatto che nei programmi ministeriali attuali le guerre puniche si affrontano due volte, nel percorso che va dalla primaria al diploma, viene da chiedersi a cosa, e a chi, servano le dichiarazioni di un ministro che, oltre a gestire una parte importante del budget del PNRR, va avanti a colpi di spot.

Dal punto di vista di un governo balcanizzato come quello Draghi le dichiarazioni di Cingolani ovviamente non servono a nulla vista l’assenza di discussione pubblica con il ministero dell’educazione e con quello dell’università su questi temi. Ma, come sappiamo, le riforme politiche, di quelle fatte tra ministeri che si confrontano, sono arnesi del passato. Oggi ogni progetto di riforma è un terreno di scontro tra cordate parlamentari, trasversali e confuse, legate a lobby rissose tra loro e al loro interno. Il peggio del passato, quello che inquinava i progetti di riforma, e del presente assieme. Queste dichiarazioni servono, probabilmente, allo stesso Cingolani per dire quello che Confindustria vuol sentir dire: togliere ulteriore spazio, e in prospettiva risorse, all’insegnamento delle scienze umane nel nostro paese. Per produrre, come da logica fine anni ’90 della riforma Berlinguer, pacchetti di specializzati che possono anche vedere evaporate le proprie competenze in pochi anni. Tanto le specializzazioni, e i ruoli, durevoli appartengono a un circuito del sapere premium, tra circuiti di relazione di alto livello e specializzazioni di ottimo profilo, impermeabili a questo genere di rischi. Insomma, Cingolani dà il proprio personale contributo al lungo processo di svuotamento del sapere pubblico prodotto in Italia proprio attaccando quello che pensa essere l’aspetto più indifendibile: il nozionismo storiografico.

Ora, non si pretende che Cingolani, pagata meteora della politica istituzionale, reciti a memoria la lezione che vuole che anche al MIT, come ripetuto in questi giorni, si insegni filosofia. Si pretende molto di più: ovvero che si comprenda che senza la percezione della profondità temporale e spaziale, senza quella della complessità e dei rovesci degli eventi la costruzione del sapere digitale, a livello di programmi educativi, sia tecnicamente difettosa e socialmente dannosa. Certo non è questione che riguarda un ministero o un governo che ripetono sempre i soliti mantra da convention aziendale di una volta oltretutto totalmente sorpassati dalle modalità di evoluzione delle convention oltreoceano.

In realtà sia Cingolani sia chi ce l’ha messo (Grillo) provengono, al contrario dei proclami fatti, da una idea d’innovazione oramai decotta, formatasi negli anni ’50 e arrivata fino a noi, nella quale innovazione tecnologica e sogno si sposano entro un progressivo evolvere della società. È roba vecchia di cui questo paese non ha bisogno. Avremmo bisogno di un sistema dell’educazione formato alla complessità, capace d’invertire lo svuotamento di sapere reale presente nei percorsi formativi, in grado d’intrecciare differenti piani di conoscenza, capace di affrontare i tremendi livelli di caos e di ordine presenti nel sapere contemporaneo. Avremmo bisogno di rovesciare l’attuale assetto del sapere proprio come nelle guerre puniche: passare dal dominio di uno schieramento per poi arrivare a spargere il sale sulle rovine proprio della capitale di questo schieramento prima dominante. Giusto per parlare di guerre puniche, naturalmente.

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22/11/2021

Il futuro del lavoro di McKinsey e il governo italiano

L’agenzia di consulenza McKinsey ha una consolidata tradizione di collaborazione con il governo italiano. Basti ricordare che, durante gli anni ’10, McKinsey ha “accompagnato”, come società di consulenza, diversi progetti di riforma di differenti governi italiani tra cui quello, poi arenatosi, della portualità. Stiamo parlando di una notissima agenzia di consulenza, che sostanzialmente vende strategie per il futuro, il cui operato in Italia non è mai stato messo in discussione. Eppure proprio nel mondo angloamericano da cui proviene, quello dell’intreccio tra borse di Londra e di New York, McKinsey è conosciuta, a partire da un libro di due giornalisti dell’Economist, anche per i suoi fallimenti storici. Come, uno tra tutti, il giudizio, dei primi anni ’90, dell’industria della telefonia cellulare come nicchia di mercato non adatta per i grandi numeri del business globale.

All’inizio di quest’anno è emerso come McKinsey, con il governo Draghi, avesse un contratto di consulenza legato alla stesura del Recovery Plan italiano, legato alla richiesta di fondi dell’Italia per il PNRR dedicato alla ricostruzione post-covid. Naturalmente, quando si tratta di Draghi, i media italiani prendono semplicemente atto delle sue decisioni senza fare analisi o inchiesta. In caso contrario avrebbero scoperto che, nello stesso periodo, erano riemersi una serie di scandali legati all’agenzia di consulenza tra i quali il fallimento delle aziende consigliate e la corruzione. In questo scenario, fatto di chiaroscuri nel migliore dei casi, McKinsey propone da tempo la sua visione del mondo del lavoro postcovid ed è su questa che dobbiamo concentrarci chiedendoci se, quando il governo Draghi si confronta con le parti sociali, questo scenario strategico sta nella testa dell’esecutivo. Non dimentichiamo poi che un famoso consulente McKinsey è ministro del governo Draghi: si tratta del ministro dell’innovazione tecnologica Vittorio Colao che, abitando a Londra, è fisicamente più vicino al mondo in cui si elaborano queste strategie che al paese che è chiamato a governare.

Va considerato che McKinsey suggerisce ai propri partner, tra i quali il governo italiano, che a partire dall’accelerazione tecnologica dovuta all’emergenza Covid, almeno un quarto dei lavoratori in più, rispetto a quelli stimati precedentemente, saranno costretti alla mobilità lavorativa. Già, ma di quale tipo di lavoratori stiamo parlando? Ecco la mappa di McKinsey dedicata ai lavori con alto impiego di manodopera sul luogo di lavoro.


Come si vede i settori medici e dell’assistenza alla persona sono in testa a questo genere di valutazione. Per tutti questi settori, a partire dai prossimi anni, sono previste, per McKinsey, una mobilità e una ristrutturazione tecnologica, portato della rivoluzione industriale 4.0, che porteranno a una forte mobilità del lavoro intesa, non c’è da dubitarne, come anticamera della riduzione complessiva della platea dei lavoratori (come da trend storico dei paesi economicamente maturi tra l’altro).

Qualche domanda viene spontanea. L’esecutivo, il governo Draghi, che esprime un ministro McKinsey, condivide questa visione di ineluttabile ristrutturazione del lavoro, mobilità e riduzione complessiva degli organici? La fa sua quando tratta con i sindacati?

In caso positivo siamo al governo di un banchiere che si muove secondo la direzione strategica di una agenzia di consulting. In caso negativo siamo nella situazione di un governo che non sa cosa sta facendo e con chi. È chiaro che una risposta a questa situazione, comunque alla vigilia di nuovi cambiamenti del lavoro, non deve arrivare dall’esecutivo ma dalle forze sociali e sindacali.

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21/02/2021

I giovani nel mirino del governo Draghi e dell’Unione Europea

Adesso ognuno scelga da che parte stare. La nostra è quella della lotta. L’appena nato governo Draghi ha già messo in chiaro che una delle priorità saranno i giovani. Addirittura, una delle parole più ripetute da Draghi nel famoso discorso del meeting di Comunione e Liberazione a Rimini è stato proprio “giovani”[1], così come nel discorso al Senato per chiedere la fiducia[2].

Ma non illudiamoci, questo interesse non è legato alla necessità di pensare un futuro migliore per una generazione nata e vissuta nelle crisi, ma piuttosto alla necessità di ristrutturare tutto il comparto formazione e ricerca per tentare di rilanciare il settore privato in funzione europea, nonché per spostare i costi della ristrutturazione su noi giovani.

Se analizziamo chi sono i ministri dell’istruzione e della ricerca, questo obiettivo diventa evidente. Come Ministro dell’istruzione troviamo Patrizio Bianchi, economista allievo di Romano Prodi (colui che ha svenduto il patrimonio economico italiano come presidente dell’IRI e protagonista della nascita dell’Unione Europea); collega di Draghi nel comitato di privatizzazione dell’IRI; rettore dell’Università di Ferrara; presidente della Fondazione CRUI (braccio operativo della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane); assessore alla Scuola, Formazione professionale, Università, Ricerca e Lavoro per 10 anni in Emilia-Romagna con i presidenti Errani e Bonaccini; coordinatore della task-force dell’ex ministro Azzolina.

L’idea di Bianchi sull’istruzione è chiara e l’ha anche esposta in un suo recente libro, Nello specchio della scuola[3]: rilancio della autonomia delle istituzioni scolastiche con ruolo sempre più preminente dei presidi-manager, incremento della funzione di valutazione del sistema utilizzando soprattutto i test Invalsi, aumento dell’investimento nelle scuole tecniche e professionali con conseguente polarizzazione dell’offerta formativa, istruzione piegata alle necessità delle aziende private e che deve fornire competenze flessibili e trasversali (che lui chiama collaborative problem solving skills) anche attraverso il superamento dell’alternanza scuola-lavoro (ora ridenominata PCTO, Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento) verso una stretta e continua integrazione tra scuola e lavoro.

Un progetto che non ha solo teorizzato ma che ha anche praticato per anni in Emilia-Romagna, avanguardia di questo tipo di politiche educative, e all’Università di Ferrara, dove ha lanciato i Programmi di inserimento lavorativo, ossia percorsi di transizione istruzione – lavoro a livello universitario.

Come Ministra dell’Università e della ricerca è stata invece nominata Maria Cristina Messa, medico e professoressa universitaria alla Bicocca di Milano, dove è stata anche rettrice; legata a Comunione e Liberazione; membro del Comitato di Coordinamento di Human Technopole (centro di ricerca voluto da Matteo Renzi che benché sia interamente finanziato dallo Stato con più di 800 milioni di euro ha natura giuridica di fondazione privata); delegata italiana MIUR nel programma Horizon 2020; membro della squadra che ha affiancato Roberto Maroni nella trattativa con il governo per l’autonomia della Lombardia; ex membro della Giunta della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane.

Anche la sua visione su Università e ricerca è chiara[4]: l’università deve diventare una “fabbrica della conoscenza”, in cui anche qui sono centrali le competenze trasversali e personali (le cosiddette soft skills), le lezioni di imprenditorialità, lo “stile da campus americano”, il legame con le aziende private alle cui esigenze piegare la didattica e la ricerca, il rafforzamento delle differenze tra università di Serie A e università di Serie B, nonché il rafforzamento di poli di eccellenza pubblico/privati nella ricerca.

Possiamo dire quindi che si tratta di due Ministri tutt’altro che tecnici, come i giornali cercano di rappresentarli in questi giorni, ma fortemente politici, con legami accademici e politici forti, con visioni precise e con interessi chiari. Due Ministri che non avranno alcuna opposizione in Parlamento, visto che il governo Draghi si appresta ad incassare una maggioranza ampissima, forse tra le più ampie mai avute in Italia, e che non avranno nessuna opposizione neanche dentro il Consiglio dei ministri, dove ci sono altri soggetti chiave allineati sulle stesse posizioni di Bianchi e Messa.

Tra questi troviamo Maria Stella Gelmini e Renato Brunetta, autori nel 2008-2011 di tagli lineari all’istruzione e di riforme che hanno distrutto la scuola e le università pubbliche (tra cui ricordiamo tagli per 10 miliardi di euro, riduzione dell’organico per 100 mila unità tra insegnanti e personale ATA, premi di produttività ai docenti, disprezzo per i dipendenti pubblici considerati “fannulloni”, rafforzamento della valutazione tramite Invalsi e ANVUR, ridimensionamento scolastico e dei corsi di laurea con diverse migliaia di istituti fusi tra loro o cancellati, esternalizzazione dei servizi, innalzamento del numero di alunni per classe, blocco del turn-over, riforma della governance universitaria con ingresso dei privati nei Consigli di amministrazione delle Università, ecc.). Riforme contro le quali si sono mobilitati migliaia di giovani con manifestazioni di massa ed occupazioni di scuole ed università.

Nel Consiglio dei ministri troviamo anche Vittorio Colao, altro finto tecnico che ha ricoperto numerosi incarichi come amministratore delegato (tra gli ultimi quello di Vodafone), designato dal governo Conte per guidare la task force necessaria a delineare i modi attraverso cui “sfruttare l’opportunità della crisi” e accelerare su processi che avrebbero richiesto molto più tempo. Il Piano Colao su Scuola, università e ricerca aveva come obiettivo preciso quello di passare dal garantire il diritto allo studio a garantire il “diritto alle competenze”, aumentare l’ingresso di privati sia nel finanziamento delle scuole che nella formazione dei docenti, nonché piegare la didattica e la ricerca alle necessità delle aziende a partire dal differenziare le funzioni delle università (tra serie A e B), al potenziare l’istruzione terziaria professionalizzante, ai dottorati industriali fino ad arrivare a rafforzare i poli di eccellenza della ricerca.

Una visione sposata anche da Roberto Cingolani, fondatore ed ex-direttore dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di Genova, ossia del centro di ricerca voluto da Tremonti e finanziato con 100 milioni di euro ogni anno, cioè più dei 92 milioni di euro dei Progetti PRIN 2015 la cui durata è però triennale (meno di 31 milioni all’anno) e che devono far fronte ai progetti di ricerca di tutte le aree scientifiche. Una dimostrazione palese di cosa significano i centri di eccellenza della ricerca: accentramento in pochi poli della maggior parte dei finanziamenti pubblici (con una gestione anche opaca[5]) e trasferimento ai privati dei risultati.

Ma Roberto Cingolani è anche responsabile dell’innovazione tecnologica in Leonardo (ex Finmeccanica, la società pubblica specializzata in armamenti), ha partecipato alla Leopolda di Renzi, ai meeting di Comunione e Liberazione e agli incontri pubblici con Casaleggio, nonché è stato membro della task-force di Colao nella quale si è occupato proprio di ambiente.

Dal documento finale del lavoro della task-force possiamo vedere qual è la visione che ha sulla transizione ecologica: un “volano del rilancio” dell’economia, che punti quasi esclusivamente su innovazioni tecnologiche e semplificazione delle procedure amministrative per velocizzare ancor di più proprio quel modello di sviluppo che è all’origine dell’attuale crisi, scaricando i costi di questa ristrutturazione sul pubblico ed “escludendo opponibilità locale”. Insomma, un progetto che sfrutti i movimenti giovanili ambientalisti per costruire consenso attorno al green washing dell’Unione Europea ma che in realtà serve per rilanciare i profitti, anche a costo di guerre (interne ed esterne) e distruzione ambientale.

A lavorare nella task-force di Colao troviamo anche il ministro Enrico Giovannini, ex capo statistico dell’Ocse, ministro del lavoro e delle politiche sociali del governo Letta, ideatore del progetto Garanzia giovani, voluto dalla Commissione europea e realizzato dal suo successore Giuliano Poletti sotto il governo Renzi.

Un progetto che si è rivelato essere un totale fallimento per i giovani e un successo per le aziende che hanno potuto beneficiare di importanti sgravi fiscali. L’ultima proposta di Giovannini sui giovani è quella di formare una nuova generazione di imprenditori che si devono reinventare sfruttando l’occasione della crisi[6].

Una visione che non avrà problemi a portare avanti Andrea Orlando, nuovo ministro del lavoro, che era ministro nei governi che hanno varato il Jobs act, la Buona Scuola, Garanzia giovani, nonché è stato protagonista del decreto Minniti-Orlando[7].

A questi personaggi si affiancano Daniele Franco, ministro dell’economia, uomo di Draghi e “manina” che scrisse la famosa lettera Trichet-Draghi del 2011 che commissariava di fatto il governo Berlusconi[8]; Giancarlo Giorgetti, ministro dello sviluppo economico, primo firmatario della legge che ha introdotto il pareggio di bilancio in Costituzione, l’inventore dell’autonomia differenziata, che farà di tutto per salvare le aziende del Nord Italia, a cui non opporrà resistenze la ministra del Sud, Mara Carfagna, che tra le altre cose propone di sostituire il Reddito di cittadinanza con più fondi alle forze dell’ordine, ma neanche Erika Stefani che si era battuta per far approvare l’autonomia differenziata come ministro durante il governo Conte I, oltre ad essersi schierata contro lo ius soli; anche Marta Cartabia, ciellina, è nemica dei diritti civili (contraria ad aborto, matrimoni gay, testamento biologico); Luciana Lamorgese, è espressione sostanzialmente immutata della linea Orlando-Minniti-Salvini sia sulla questione immigrazione che su quella della repressione; Roberto Speranza, la cui gestione della pandemia ha già causato 100 mila morti e ci ha reso ricattabili dalle multinazionali farmaceutiche; Dario Franceschini (al quarto governo), che continuerà nel processo di messa a profitto della cultura.

Infine, per comprendere quali sono gli interessi rappresentati dal nuovo governo, dobbiamo considerare che: 3 ministri su 4 vengono dal Nord (in particolare 9 vengono dalla Lombardia e 4 dal Veneto); 7 ministri sono vicini a Comunione e Liberazione (Cartabia, Giorgetti, Giovannini, Brunetta, Gelmini, Carfagna, Messa); 5 ministri sono collegati alla Bocconi (Cartabia, Colao, Cingolani, Garavaglia, Giorgetti).

Tutto ciò ci fa comprendere che la designazione di Fabiana Dadone a Ministra senza portafoglio alle politiche giovanili è solo uno specchietto per le allodole e che la poca presenza delle donne nel governo è l’ultimo dei nostri problemi.

La composizione del governo Draghi rende chiaro il progetto su scuola, università e ricerca, così come è chiaro il progetto sul lavoro, sullo sviluppo economico e sulla transizione ambientale. Un progetto condiviso dall’intero arco parlamentare che va da LeU alla Lega, con la totale normalizzazione del Movimento 5 Stelle e la finta contrapposizione in pura visione elettoralistica di Fratelli d’Italia e alcuni componenti di Sinistra Italiana.

Nella famosa intervista al Financial Times[9] è Draghi stesso ad esporre il programma: bisogna salvare il settore privato cancellandone il debito o scaricandolo sui bilanci pubblici attraverso il “debito buono” (che prima o poi dovrà essere ripagato dalla collettività). Un concetto che ribadisce nel rapporto del G30 sulle politiche post-Covid[10] in cui sottolinea che nel fare ciò vanno abbandonate le imprese zombie (piccole e medie imprese che non potrebbero reggere lo scontro interimperialista) e bisogna puntare sui campioni europei (come ad esempio Stellantis, fusione di FCA e Peugeot).

Questo significa scaricare nuovamente la crisi sui lavoratori autonomi e dipendenti, sui giovani e sulle donne, acuendo la polarizzazione del mercato del lavoro, le differenze tra aree geografiche e la disoccupazione. Il nuovo mantra è “più Stato per il mercato”, ossia socializzazione dei costi e privatizzazioni dei profitti, e l’obiettivo finale è quello di accelerare il processo di costruzione del Polo imperialista europeo[11], in cui il mondo della formazione e della ricerca sono elementi strategici.

Lo stesso Recovery Plan, per quanto possa essere modificato, conferma questa necessità. Il ruolo dello Stato, quindi, rimane centrale nel senso di indirizzo e supporto dell’attività privata per permettere il rilancio dei profitti e il rafforzamento dell’impero europeo. Un ruolo che si conferma nella crisi in corso, la quale sta venendo sfruttata dalla classe dominante per rafforzare il processo di integrazione europeo consolidando le gerarchie interne e soprattutto le sottostanti catene del valore economico-produttivo.

In Italia, questo significa promuovere la competitività delle aree già più forti del paese e valorizzare maggiormente il capitale privato del Nord-Est che fa parte, in posizione secondaria, della filiera produttiva europea a guida tedesca. Lo scontro nel mondo della formazione assume quindi un carattere centrale anche nella necessità di utilizzare la formazione e la ricerca come strumento strategico per predominare nella competizione globale. Per questo motivo il mondo della formazione e della ricerca deve sempre più essere piegato alle esigenze del privato locale rafforzando una cornice istituzionale che favorisce scuole/atenei di serie A rispetto a quelli di serie B (differenziati a seconda della collocazione del territorio nelle catene del valore) e i cui contenuti e obiettivi devono essere sempre più piegati all’obiettivo finale del rilancio del profitto privato.

Un rafforzamento quindi di un sistema contraddistinto da una centralizzazione del capitale, caratterizzata dalla progressiva scomparsa di medie e piccole imprese a favore di sempre più forti concentrazioni monopolistiche, e una polarizzazione del mercato del lavoro in cui pochissime persone accedono a lavori altamente qualificati e remunerati (principalmente nel Nord-Est), mentre la maggioranza si deve accontentare di lavori non qualificati, poco tutelati e poco remunerati, con una fascia sempre più ampia della popolazione che viene espulsa dal processo produttivo.

Davanti a questo tragico presente che stanno disegnando per noi, non si può tentennare nell’opporsi fermamente al nuovo governo. Le strategie di entrismo – qualora abbiano mai sortito qualche effetto nella storia – rivelano la totale incapacità di chi le pratica in buona fede e, al tempo stesso, palesano la subalternità complice delle strutture politiche che hanno assunto la funzione di foglia di fico abdicando al conflitto, agendo come pacificatore sociale e portando avanti rivendicazioni al ribasso (spesso per tornaconto personale dei dirigenti locali e nazionali, in cambio di lavoro in partiti e sindacati o prestigio da social o in libreria).

Riteniamo oggettivamente esauriti i margini di manovra di chi si rifugia in letture arcaiche “di base” rimuovendo completamente la complessità della realtà circostante arrivando quasi a negare il ruolo dell’Unione Europea e il suo progetto imperialista o, peggio ancora, fantasticando su inesistenti “altre europe” i cui risultati in Grecia sono sotto gli occhi di tutti.

Ci troviamo davanti un passaggio storico centrale in cui sta venendo definito il nostro futuro e sul quale stanno mettendo una pesantissima ipoteca per le giovani generazioni. Organizziamo l’opposizione, il tempo di agire è ora.

Note:

[1] https://forbes.it/2020/08/19/cosa-ha-detto-mario-draghi-al-meeting-di-rimini/

[2] https://www.ilsole24ore.com/art/draghi-discorso-integrale-senato-presidente-consiglio-ADb2MUKB

[3] https://www.mulino.it/isbn/9788815291196

[4] https://www.ilfoglio.it/politica/2021/02/12/news/chi-e-cristina-messa-nuovo-ministro-per-l-universita–1858190/

[5] https://www.roars.it/online/domande-sullistituto-italiano-di-tecnologia/

[6] https://ilbolive.unipd.it/it/news/giovannini-asvis-crisi-economica

[7] http://noirestiamo.org/2017/09/26/breve-guida-pacchetto-minniti/

[8]https://contropiano.org/news/politica-news/2021/02/15/il-neoministro-franco-la-manina-che-scrisse-la-lettera-per-la-bce-nel-2011-0136351

[9]https://www.corriere.it/economia/finanza/20_marzo_26/mario-draghi-siamo-guerra-contro-coronavirus-dobbiamo-agire-a0cd397a-6f87-11ea-b81d-2856ba22fce7.shtml

[10]https://group30.org/images/uploads/publications/G30_Reviving_and_Restructuring_the_Corporate_Sector_Post_Covid.pdf

[11] https://contropiano.org/news/politica-news/2021/02/12/lalbero-e-la-foresta-draghi-e-lunione-europea-0136317

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10/06/2020

Scuola e Università secondo Colao: tutto al servizio delle imprese

Uno dei capitoli del rapporto che il Comitato di esperti in materia economica e sociale presieduto da Vittorio Colao ha consegnato al Presidente del Consiglio riguarda “Istruzione, Ricerca e Competenze, fattori chiave per lo sviluppo”.

È evidente che, per un’uscita dalla crisi provocata dalla pandemia, scuola e università sono fondamentali. Nel comitato, però, di esperti di tali settori non ce n’era nemmeno uno.

Ciò non stupisce più di tanto. Infatti è evidente che da molti anni le decisioni in materia di scuola e università le prendono le grandi centrali economiche, le associazioni imprenditoriali, istituzioni come l’OCSE, la Tavola Rotonda Europea degli industriali, il FMI. Una situazione a cui hanno contribuito anche la politica e le raccomandazioni dell’Unione Europea a cui tali organismi fanno riferimento.

Il Comitato nominato dalla Presidenza del Consiglio era quindi una rappresentazione in sedicesimo di tale scenario, dove sul tema del sistema formativo si sono esercitati economisti, manager d’impresa, grandi operatori della finanza come lo stesso Colao, per giungere a una conclusione scontata: la formazione deve essere al servizio delle imprese e della competitività economica.

Per la verità, il rapporto del Comitato parla poco di scuola e molto più di università, probabilmente più attrattiva per le imprese. Per quanto riguarda la scuola, ci si limita a rilevare che i risultati dei test PISA collocano la nostra scuola al di sotto della media europea. Un dato che, citato in modo generico e senza un’analisi approfondita, non ha significato e può distorcere la realtà.

Tre sono gli assi su cui si orienta il rapporto della Commissione: la compartecipazione, anche economica, tra pubblico e privato, la sottomissione dei programmi di studio e della ricerca alle esigenze delle imprese, la valutazione della ricerca e la competizione.

Nel lamentare gli scarsi fondi a disposizione della ricerca, la Commissione lamenta infatti la scarsa compartecipazione tra pubblico e privato. È chiaro che il timore che una ricerca finanziata dai privati possa essere orientata solo verso i loro interessi non tocca la Commissione, perché anzi è ciò che essa desidera.

L’università infatti, secondo gli orientamenti del documento deve ricercare e formare per le aziende e superare il mismatch (lo scostamento, il disallineamento) “tra l’offerta di competenze prodotte dal sistema formativo e la domanda del tessuto socio-economico”. In altre parole, ciò che si vuole è che l’Università lavori per le imprese e che dunque i profili di formazione siano quelli che servono loro.

Non è un caso che il documento, a proposito dei dottorati di ricerca riprenda una proposta già presente in diversi documenti della Confindustria in cui si parla di “dottorati d’impresa”. Nel caso della Commissione Colao si parla di dottorati che mirino a “profili più specialistici e coerenti con le esigenze del mercato del lavoro (applied PhD)”.

Basta, dunque, con gli inutili dottorati su Dante Alighieri o sulle opere di Salieri, si formino invece menti manageriali che abbiano studiato quanto serve alla produzione.

Collegato a questa impostazione è il discorso sulle competenze e il “diritto alle competenze”. Sì badi, la Commissione non parla di diritto allo studio, come possibilità per tutti di apprendere e di emanciparsi ma, appunto, di diritto alle competenze, con un taglio quindi decisamente orientato all’acquisizione di quanto serve per un inserimento diretto nel mondo produttivo con un “orientamento alle scelte precoce e multidisciplinare” e con la creazione di una piattaforma Education-to-employment attraverso la quale, testualmente, “le aziende possano sviluppare corsi di formazione sulla base delle competenze di cui hanno bisogno, sia gratuiti sia a pagamento”.

In pratica, avete diritto a essere quello che noi vogliamo. La sconcertante brutalità liberista del documento ha il vantaggio di essere chiaramente comprensibile.

Naturalmente, a chiudere il cerchio è la valutazione della qualità della ricerca, che dovrebbe differenziare tra loro (in modo smart, ma che significa?) le università. In pratica, si lamenta che le università italiane siano troppo poco gerarchizzate e i ricercatori migliori troppo dispersi nelle varie sedi.

Ciò sarebbe la causa, secondo la Commissione, dell’assenza delle università italiane dalle classifiche internazionali dei migliori atenei, che le renderebbe poco appetibili per i finanziamenti dei privati (venture capital).

Per risolvere questo problema, si dovrebbe promuovere la creazione di poli d’eccellenza capaci d’attrarre i migliori ricercatori e, naturalmente, una buona quantità di capitali privati. Poco importa alla Commissione se questo porterà alla creazione di poche università privilegiate e di molte altre con scarsi mezzi e poca ricerca, alle aziende alla fine serve che ci siano dei poli efficienti al loro servizio. Di sicuro, tutto ciò porterà a una competitività accentuata tra gli atenei, coerente con la logica del capitalismo liberista.

Esiste una straordinaria analogia tra quanto la commissione Colao propone per l’università e ciò che, progressivamente, è stato fatto nella sanità. Questi due settori vanno quasi sempre di pari passo: il concetto di aziendalizzazione di attività che sono servizi pubblici fondamentali e non aziende, la compenetrazione di pubblico e privato, la creazione di eccellenze e la competitività.

Tutti questi sono i progetti che hanno portato allo sfascio la sanità pubblica in Italia e che stanno conducendovi anche il sistema formativo.

Non è, al momento, credibile l’ipotesi che le proposte del Comitato di esperti possano essere tramutate direttamente in leggi. Tra l’altro, è evidente che il governo e il parlamento possono nominare dei consulenti, ma sarebbe inusitato e incostituzionale che l’organizzazione e la gestione delle attività economiche e sociali fosse affidata a un comitato di esperti.

Tuttavia, è interessante analizzare le proposte contenute nel documento per decifrare alcune linee progettuali sulle quali governo e Confindustria si orientano per il prossimo futuro. In effetti, è difficile distinguere le linee guida del documento del Comitato da quelle che leggiamo nei testi confindustriali.

Per quanto attiene alla scuola e non all’Università, si sa ancora poco di quel che accadrà domani. Per quel settore, è competente un ennesimo comitato di esperti, presieduto da Patrizio Bianchi, già assessore all’Istruzione dell’Emilia. Di cosa stia facendo questo comitato si sa poco, poiché il documento di sessanta pagine che ha consegnato alla ministra Azzolina non è stato reso pubblico.

Tuttavia, in una intervista a Radio Tre, Patrizio Bianchi ha dichiarato che il perno del lavoro di tale Comitato è il rilancio dell’autonomia scolastica, introdotta dalla legge Bassanini del 1997, poiché ciò significherebbe legare le scuole alle realtà territoriali ed eliminare delle “rigidità” che rendono difficile la vita delle scuola.

Purtroppo, il prof. Bianchi non vuole ammettere che l’autonomia scolastica ha fornito il grimaldello per le riforme della ministra Gelmini, per l’aziendalizzazione delle scuole e per la loro messa in competizione e infine per i diversi ingressi del privato, soprattutto nella secondaria superiore.

Quanto alle “rigidità”, vedremo e valuteremo perché non vorremmo che ciò possa significare ulteriori implicazioni con il privato, esternalizzazioni di servizi a cooperative del terzo settore e attacco ai diritti sindacali.

Fonte

09/06/2020

Piano Colao, al paradiso delle multinazionali

Analizzare, anche sommariamente, il “Piano Colao” – le proposte individuate da un gruppo di manager per far “ripartire l’Italia” – è indispensabile.

Non perchè tutte quelle misure diventeranno leggi o “riforme”, ma per capire il segno che la grande industria multinazionale intende imporre allo sviluppo futuro, “cogliendo l’occasione” della pandemia per ridisegnare questo Paese. La “logica” di una ricostruzione, al solito, chiarisce quali interessi vengono messi in primo piano e quali dovrebbero essere sacrificati, o lasciati all’eventualità che “tutto vada bene”...

Si entra subito nell’inferno, sappiatelo.

Scudo penale per i contagi sul lavoro

La prima misura che il gruppo Colao suggerisce è infatti “Escludere contagio COVID da responsabilità penale e ridurre temporaneamente il costo delle misure organizzative anti contagio”. Una delle richieste più gridate del nuovo presidente di Confindustria, Carlo Bonomi.

Di che si tratta? Le aziende sono responsabili delle malattie professionali contratte durante o a causa del lavoro dai loro dipendenti. Una responsabilità limitata, perché alla verifica e gli eventuali risarcimenti ci pensa l’Inail, ma in alcuni casi – quando venga accertata la negligenza o il dolo – anche diretta. Sia civile (risarcimenti) sia penale.

Quasi tutte le aziende hanno cercato di continuare a produrre in piena pandemia (in Lombardia, epicentro del terremoto Covid, non è mai stata dichiarata una sola “zona rossa”, dopo quelle iniziali e limitate di Codogno, Lodi, ecc.), con o senza adottare misure di protezione individuale per i dipendenti, né condizioni di lavoro commisurate alla necessità del “distanziamento sociale”.

E infatti un numero altissimo di lavoratori – dai dati Inail – risultano contagiati sul posto di lavoro; altrettanti, o di più, “in itinere” (su bus, metro e treni locali strapieni).

Confindustria pretende uno “scudo penale”, tale che nessuna azienda possa mai essere “disturbata” per una quisquilia come il contagio, la malattia o la morte di un dipendente. E il gruppo Colao suggerisce di accontentarla.

Anzi, per completare l’opera, suggerisce anche di “neutralizzare fiscalmente, in modo temporaneo, il costo di interventi organizzativi (ad es. turnazione, straordinari) conseguenti all’adozione dei protocolli di sicurezza e al recupero della produzione perduta per il fermo, per non penalizzare la competitività dell’impresa e i redditi dei lavoratori”.

L’ultima frase è la chiave retorica costante del “piano”, fin da titolo (“Un’Italia più forte, resiliente ed equa”): imprese e lavoratori sarebbero “nella stessa barca”, dunque si indicano misure che aiutano le prime perché possano prosperare e dunque, prima o poi, lasciar cadere qualche briciola verso chi lavora.

Smart working

Si riconosce che l’improvvisa accelerazione del “lavoro da casa”, per quelle attività possibili in questa forma, è avvenuta in un clima da far west, per cui ai lavoratori (e soprattutto alle donne) sono stati richiesti e imposti condizioni, orari, ecc. fuori da ogni norma. Qui, pudicamente si suggerisce di “osservare” le modalità in cui questo è avvenuto, in modo da poter aggiornare i contratti di lavoro e arrivare a un “codice etico”.

Naturalmente non ci sono indicazioni su parametri e criteri, che saranno affidati alla “contrattazione tra le parti” e dunque ai rapporti di forza vigenti.

Contratti a tempo determinato da rinnovare

L’ipocrisia regna sovrana. Si finge infatti di assumere il punto di vista dei lavoratori, molti dei quali “assunti con contratti a termine vedranno sopraggiungere la scadenza del termine e quindi la cessazione del contratto in questa fase di crisi”.

Altre aziende, invece, pur uscendo bene dal momento peggiore, eviteranno di trasformare i contratti brevi in assunzioni a tempo indeterminato (cosa obbligatoria per legge dopo 12 o 24 mesi), “nella attuale situazione di incertezza”. Licenziando quindi questi precari per assumerne altri o nessuno.

Dunque, suggerisce il gruppo Colao, “si tratta di allentare, in via temporanea, questi vincoli almeno per i contratti a termine in corso la cui scadenza sopraggiungerà entro il 2020”. Una piccola forzatura alla legge, e precarietà prolungata, che volete che sia...

Compensazioni fiscali, ecc.

Segue una lista di misure tecniche pro aziende, tutte orientate a sollevarle dagli obblighi fiscali immediati, fornire liquidità, garanzie Sace estese oltre i limiti attuali (si fa un gran uso dell’inglese e del latino per nascondere di che si tratta...).

E poi facilitazione dell’accesso alla liquidità per le imprese in crisi, rinegoziazione dei contratti di affitto (ma non per le abitazioni...), disincentivazione delle procedure concorsuali (ossia fallimentari, spesso “finte”, per ripulire le aziende stesse dai debiti), e via “semplificando”, derogando, incentivando...

Una vera cascata di misure univocamente orientate a favorire le imprese piccole e grandi, in alcuni casi persino apprezzabili, in altri niente affatto. Per esempio...

Emersione del lavoro nero e del contante da redditi non dichiarati

La piaga secolare dovrebbe essere ridotta, se non eliminata, condonando molto e istituendo “sanzioni innovative”. Il meccanismo immaginato ricalca quello per il rientro dei capitali nascosti all’estero, ossia una “voluntary disclosure” giocata “da un lato su un meccanismo di sanatoria, per il pregresso, sulla scorta di quanto previsto nel decreto rilancio per l’emersione del lavoro irregolare degli immigrati in alcuni settori; dall’altro, un periodo medio di riduzione contribuzione e cuneo fiscale su retribuzione”.

Immaginiamo frotte di caporali che corrono ad autodenunciarsi per timore della “revoca dei benefici non ancora concessi o pervenuti, obbligo di restituzione di quelli già percepiti”...

Comunque, lo “scudo fiscale” è una fissazione costante, visto che viene riproposto anche per “La regolarizzazione tramite Voluntary Disclosure del contante e di altri valori derivanti da redditi non dichiarati (anche connessa all’emersione del lavoro nero)”.

Altre misure pro-imprese

Seguono poi vecchi cavalli di battaglia come il “Passaggio a pagamenti elettronici”, ovviamente motivato con la necessità di “Ridurre significativamente l’economia sommersa per liberare risorse e garantire concorrenza equa” (equa concorrenza, non equità sociale, si chiaro!).

E non poteva mancare il capitolo su “Innovazione tecnologica e proprietà intellettuale”, nel solco di industria 4.0, con “Ripristino integrale e potenziamento di iper-ammortamento (incremento del 150%-200% del costo di acquisto) e superammortamento (incremento del 40%-60% del costo di acquisto)”.

E ovviamente il “Sostegno a Start-up innovative”, le “Competenze gestionali e assunzioni specialistiche”, per poi approdare alla sempreverde “Riqualificazione disoccupati/CIG”. Dove i soliti “corsi di formazione” dovrebbero essere affiancati da misure “incentivanti”, come il divieto di cumula tra Cig e retribuzione nel caso che la nuova assunzione avvenga grazie alla “riqualificazione” ottenuta. In pratica, uno sconto sul costo del lavoro per l’azienda che assume o “riqualifica”.

Prime osservazioni

Ci fermiamo qui, perché il testo è sconfinato e andremmo oltre i limiti di un articolo. Possiamo intanto individuare “la logica”: c’è moltissimo per le aziende, quasi esclusivamente per quelle di grandi dimensioni e orientate alle esportazioni; e nulla, letteralmente nulla, per i lavoratori. Tutto dipende dall’azienda, che se funziona e fa profitti pagherà ovviamente salari. Altrimenti licenzierà e delocalizzerà, come prima...

Tutto il mondo delle piccole e medie imprese sarà cointeressato solo marginalmente (misure fiscali e pagamenti più rapidi della pubblica amministrazione), ma in una prospettiva di sostanziale marginalità.

Del resto, se chiami a fare da “consigliori” l’amministratore delegato di una multinazionale – Vittorio Colao, per dieci anni alla guida di Vodafone, amministratore di Unilever, tra “gli eletti” ammessi alle riunioni del Gruppo Bilderberg (insieme a Mario Monti, Chicco Testa, Lilli Gruber...) – non è che puoi aspettarti un briciolo di attenzione verso lavoratori e artigiani, no?

Alla faccia degli equilibri sociali e dell’equità

Come sintetizza il nostro Kartana, questo piano è “Mercantilismo, deflazione, riduzione costo del lavoro, ricerca appannaggio delle imprese, tutto lo Stato appannaggio delle imprese private, distruzione piccoli operatori. Uno scenario da deflazione da debito. Mi ricorda Hartz IV”.

Al che, comincia a svanire qualunque differenze tra i “programmi” di Lega-Berlusconi-FdI e quelli del governo attuale.

Ci vediamo alla seconda puntata...

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Brancaccio - Solo Confindustria ha le idee chiare, ma sono sbagliate

RAI News 24 – Studio 24 – 9 giugno 2020 – I tecnici intorno al governo elaborano “piani” inadeguati alla gravità della crisi. L’unica istituzione con le idee chiare è Confindustria che invoca la solita ricetta della “deregulation”, del lavoro e non solo. È una linea che trova seguaci all’opposizione e anche al governo. Ma come ormai dimostrano trent’anni di ricerca scientifica avvalorata persino dalle ammissioni di WB, FMI e OCSE, questa politica non stimola l’occupazione e accentua solo le disuguaglianze. I commenti di Riccardo Di Stefano (vicepresidente giovani Confindustria) ed Emiliano Brancaccio (Università del Sannio).


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29/04/2020

Colao al Corriere della Sera: “Mai lasciarsi sfuggire una crisi”

L’edizione odierna del ‘Corriere della Sera’ esce con un’intervista realizzata dal giornalista Aldo Cazzullo a Vittorio Colao. Il super manager chiamato dal governo per dirigere la famigerata task force a cui è stato assegnato il compito di risollevare le sorti del nostro paese nella fase post-pandemica.

Il giornalista Alberto Negri ha giustamente definito l’intervista «Fumo da Londra». Infatti il capo della task force ha confermato di lavorare direttamente dalla capitale inglese «via video» per una questione di tempo: «Se fossi tornato avrei dovuto fare due settimane di quarantena, avrei perso tempo. Dobbiamo tutti imparare a lavorare in modo diverso».

C’è però un punto che ha colpito la nostra attenzione perché foriero di cattive notizie per il popolo italiano. Colao a fine intervista afferma che «Abbiamo l’opportunità di fare in ognuno di questi campi cose che avrebbero richiesto molto più tempo. Mai lasciarsi sfuggire una crisi». Un concetto che rimanda direttamente alle famose riforme per la prima volta evocate anche dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

In regime neoliberista la parola riforma assume connotati inquietanti. Per usare il termine adatto si dovrebbe parlare di contro-riforma. Una misura che cancella diritti acquisiti, peggiora le condizioni di vita e di lavoro della popolazione.

Le parole di Vittorio Colao rimandano la mente, in maniera inevitabile, al governo Monti. L’ex presidente del Consiglio in occasione di un discorso tenuto alla Luiss ebbe a dichiarare: «Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi, e di gravi crisi, per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario. È chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale, possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto, visibile, conclamata».

Non c’è bisogno di ricordare i guasti prodotti dal governo Monti all’Italia. Una ‘cura’ in stile Troika. Per affrontare la crisi post-pandemica di cui già vediamo nitidamente delinearsi i contorni l’Italia avrebbe bisogno dell’esatto contrario.

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20/04/2020

15 task force con 450 commissari. Lo Stato ha abdicato

di Alberto Negri – post Facebook del 19/04/2020 pubblicato su gentile concessione dell'autore

Sul Corsera Ferruccio De Bortoli ci informa che per il virus ci sono 15 task force con 450 persone. Un caos.

Un medico di mestiere dell'Iss, Brusaferro, è diventato il nuovo capo del Paese e ci dice cosa fare e non fare. Tirando un calcio negli stinchi a tale Arcuri, altro capo di task force, e ai suoi kit diagnostici: il lasciapassare per l’immunità non esiste, tuona il Brusaferro.

Colao Meravigliao traccia con una app gli italiani ma continua a lavorare per un fondo di investimento americano senza che nessuno dica niente. Ogni regione fa come gli pare. Non ci sono un premier, un ministro della Sanità, dei prefetti: lo stato si manifesta al popolo solo con le multe dei carabinieri.

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13/04/2020

Oro Colao

È necessario ritornare sull’argomento riguardante la “task force” messa su dal Presidente del Consiglio per la “ricostruzione” nel dopo epidemia.

Bisogna farlo lanciando prima di tutto e ancora una volta l’allarme democratico per come è stata portata avanti questa fase drammatica e inedita della nostra vita pubblica da settori del governo e in particolare dal Presidente del Consiglio.

In particolare è da esaminare attentamente il comportamento del presidente del Consiglio.

Un comportamento che ha assunto via via toni di esasperazione personalistica compiendo anche, nel corso delle sue frenetiche esortazioni televisive, errori di esposizione e di interpretazione che hanno portato a pericolosi momenti di fraintendimenti di massa.

Per fortuna questa mattina alcuni giornali dimostrano di aver compreso, almeno parzialmente, il pericolo: si veda il fondo di Repubblica, firmato da Stefano Folli, dal titolo “Superministero o Ufficio Studi?”.

Riservo questa mia riflessione al solo tema della task force non affrontando l’altro punto delicato dell’attualità riguardante lo scontro in atto in Europa.

Dunque è necessario rivolgere pubblicamente e in una dimensione molto forte alcuni interrogativi:

- Quale atto formale istituisce questa Commissione e attribuendole quali poteri?

- Quale organo istituzionale ha deciso che la Commissione stessa sia dipendente direttamente dalla Presidenza del Consiglio?

- Esiste una durata temporale per un organismo che non è previsto da alcuna legge vigente e tanto meno dalla Costituzione?

- Attraverso quali criteri sono stati scelti i componenti con l’incarico della massima responsabilità affidato a un esponente delle multinazionali, che ha lavorato anche con grandi banche d’affari, le quali probabilmente dispongono di intere fette del nostro debito pubblico?

A queste domande deve essere urgentemente fornita una risposta chiara: se si tratta di un “ufficio studi” è evidente che non possono essergli assegnati compiti operativi.

Il valore del parere di questa commissione non può equivalere altro che alla risposta a un “come va?”, rivolto per telefono a un vecchio compagno di scuola.

Come scrive Folli, il Presidente del Consiglio sta giocando una partita pericolosa che sa molto di avventura sul piano politico e istituzionale.

Tutta la gestione della crisi è stata fin qui condotta al limite della correttezza costituzionale e istituzionale, e qualche volta oltre.

Non servono giustificazioni per questo modo di agire riguardanti la gravità del momento: tutti ne siamo pienamente consapevoli.

La già fragile democrazia italiana non può però uscirne ulteriormente piegata verso visioni personalistico–autoritarie con la creazione di organismi anomali, non previsti dalla legge e non controllati dal Parlamento, che assumano proditoriamente livelli decisionali rispondendo a una sola persona.

Questo modo di procedere deve essere fermato con l’opposizione delle forze più consapevoli, non certo attraverso l’omologa propaganda sovranista e populista dell’estrema destra.

Se non ci sarà un chiaro intervento di fermo richiamo all’esercizio democratico il rischio che stiamo correndo sarà quello che alla fine ci troveremo di fronte a due tentativi opposti ma omologhi nel loro obiettivo tra il populismo trasformista figlio dell’autoritarismo del M5S, portato avanti all’insegna della “democrazia diretta”, e il populismo sovranista della chiusura e della rottura a destra con l’Europa in alleanza con le cosiddette “democrazie illiberali”.

Un carico di incognite e pericoli che non ci possiamo permettere perché in gioco ci sono la nostra Costituzione e la democrazia repubblicana che da essa ha tratto origine e che trova nella centralità del Parlamento e nella dialettica tra le forze politiche e non tra le persone il proprio fondamento istituzionale.

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12/04/2020

Il governo dei padroni

Il governo Conte ha affidato ad un manager multinazionale, Vittorio Colao, la task force pubblica che dovrebbe definire la ripresa delle attività e una non ben definita ricostruzione.

È la delega totale di una classe politica indecente verso quella imprenditoriale, la dichiarazione di servitù di tutti i governanti verso il mercato e gli affari.

Penso che in una democrazia che si rispetti dovrebbero essere il governo e il Parlamento a guidare la ripresa. E siccome questa dovrebbe partire dalla salute e la sicurezza di chi lavora, i primi esperti da chiamare dovrebbero essere medici e igienisti del lavoro.

Invece si appalta la task force pubblica ad un bocconiano che avrà come primo compito quello di soddisfare Confindustria.

Il cui spirito “sociale solidale” in questi giorni ha illuminato il paese.

È proprio il governo dei padroni, anche tecnicamente.

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La criticità denunciata nel testo ne nasconde un'altra: quella per cui il pubblico non ha più a disposizione alcuna classe dirigente definibile come "propria" perchè ha scelto di non selezionarla più.