Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/03/2024

Attraversando il PNRR. Parte I: piani Ue e classe dirigente italiana (II)

III. I termini e le condizioni del prestito. Per un approccio pragmatico ma conflittuale

La questione da agitare a livello politico non è quella delle condizioni del prestito: non si tratta di somme di denaro prestate «a strozzinaggio» e, per di più, una discreta parte di queste non andrà restituita (le stesse commissioni sul finanziamento richieste dall’Ue sono praticamente nulle).

Non ci sembrano efficaci nemmeno le critiche sul livello di indebitamento del Paese, cioè sulla quantità di debito che svilupperemmo a causa dei fondi PNRR, che dovremo restituire: concretamente il tutto andrebbe a risolversi con 6.000.000.000 euro e più all'anno in aggiunta sul debito pubblico, da corrispondere nell’arco del ventennio che va dal 2033 al 2052. Ora, aggiungere questa cifra a un debito che matura interessi annui di 7-9.000.000.000 euro non ci sembra un ostacolo insormontabile per il bilancio di un'economia avanzata, per quanto non si tratti di spiccioli.

La questione da trattare dovrebbe essere un’altra: l’attuale ripartizione degli investimenti fra capitale e lavoro e la futura ripartizione delle spese per la restituzione del prestito, sempre fra capitale e lavoro. Forse si potrebbe lavorare a una rivendicazione per la quale la restituzione dei fondi PNRR vada richiesta ai soggetti che li hanno utilizzati, attraverso aliquote, tasse, riduzione degli sgravi fiscali per fascia di utile netto, ecc. Tutto ciò considerando, magari, solamente imprese con determinate fasce di fatturato (non troppo basse) e considerandole assieme al relativo indotto di servizi alle imprese e finanziari, per poter ascrivere così a bilancio pubblico soltanto le quote di finanziamento PNRR destinate (sulla carta) al potenziamento dei servizi pubblici. Se vogliamo interagire col dibattito mainstream, forse sarebbe ipotizzabile un discorso del genere. Del resto i sindacati e «l’opposizione» parlamentare avrebbero potuto tranquillamente chiedere ai destinatari dei fondi PNRR di contribuire alle spese sostenute con un contributo a un fondo appositamente costituito. Presupposto irrinunciabile di qualsiasi rivendicazione di questo tenore, però, sarebbe stata una critica politica ai meccanismi europei di funzionamento. Ma proseguiamo.

Per una parte questi fondi sono sovvenzioni a fondo perduto[1] e, per l’altra, prestiti. La loro erogazione è subordinata ad alcuni adempimenti da parte dei governi nazionali, per cui non è scontata e non avviene in un’unica tranche. Gli unici paesi che finora[2] hanno ricevuto soldi in prestito sono: Italia, Grecia, Romania, Slovenia, Portogallo, Cipro. L’Italia è sia la nazione ad aver ricevuto la percentuale maggiore dei fondi previsti (44%), che l’unica ad aver ricevuto più soldi in prestito che sotto forma di sovvenzioni.

I fondi spettanti a ciascun paese, così come la destinazione d’uso e le condizioni di prestito degli stessi, sono stati stabiliti contrattualmente fra la Commissione Europea e il governo nazionale: stiamo parlando del cosiddetto Loan Agreement («contratto di prestito»). Questo documento, di norma accessibile dai siti governativi degli altri paesi europei, curiosamente in Italia non sembra essere stato reso pubblico[3].

In caso di utilizzo non corretto dei fondi comunitari è prevista la restituzione degli stessi[4], e la norma non è puramente simbolica: per l’Italia, nel 2019 «l’ammontare totale di irregolarità e frodi tra Fonti Strutturali e Politica agricola equivale a 63.441.868 euro di cui 51.774.935 ancora da recuperare»[5].

Il totale dei fondi messi a disposizione dalla Commissione Europea per tutti gli Stati è di quasi 750.000.000.000 euro divisi circa a metà fra prestiti e sovvenzioni. Per dare un’idea della mole di denaro in gioco forniamo alcuni dati: nel 2022 il PIL italiano è stato di circa 1.930.000.000 euro, quello della Germania 3.877.000.000 e quello del Portogallo 224.000.000. L’Italia, da questo punto di vista, è la quarta economia europea[6]. Il dispositivo del PNRR, perciò, rappresenta un investimento ingente, potenzialmente in grado di andare a influenzare le strategie e i risultati delle economie dell’Unione. Tra l’altro il PNRR fa parte del programma Ngeu, che «comprende due strumenti di sostegno agli Stati membri. Il REACT-EU [47,5 miliardi in totale] è stato concepito in un’ottica di più breve termine (2021-2022) per aiutarli nella fase iniziale di rilancio delle loro economie. IL RRF ha invece una durata di sei anni, dal 2021 al 2026»[7].

Per quanto riguarda le condizioni dei prestiti vi è la questione della restituzione degli interessi sul prestito e quella della restituzione del prestito vero e proprio.

Gli interessi li stiamo già ripagando e, per ora, sono convenienti, in quanto i tassi sui prestiti concessi all’Ue risultano inferiori a quelli italiani. Questa, infatti, prende a sua volta in prestito il denaro (la maggior parte, anche quello da erogare come sovvenzioni) man mano che provvede a erogare le rate ai vari Stati nazionali. In che modo? Emettendo titoli obbligazionari. Come funzionano? L’investitore privato li compra e, alla loro scadenza, riceverà indietro la somma iniziale maggiorata dagli interessi. Questi ultimi vengono stabiliti al momento della transazione e tendenzialmente sono più bassi quando l’istituzione dalla quale si comprano i titoli è solida e ha un rischio di insolvibilità del debito (alla scadenza dell’obbligazione) basso. Ora, se fondamentalmente è questo il motivo per cui l’Ue prende soldi a prestito a costo inferiore rispetto all’Italia, bisogna considerare che: qualora le condizioni di mercato peggiorassero, i tassi salirebbero e le previsioni economiche di spesa andrebbero riviste al rialzo; i tassi d’interesse concessi all’Ue sono circa la metà di quelli italiani, ma stanno lentamente salendo; generalmente le obbligazioni a lungo termine comportano a priori tassi d’interesse più alti e possono finire per catalizzare (più delle obbligazioni a breve scadenza) gli eventuali incrementi dei tassi che dovessero occorrere nel corso degli anni, favorendo una sorta di «effetto amplificatore».

Una scommessa sulla stabilità dell’Unione, dunque, e un cappio al collo delle classi popolari, pronto a stringersi in caso di necessità. Al momento però simili problematiche sono prefigurabili soltanto per via puramente ipotetica. A quanto ci risulta, infatti, dato che il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha previsto ad hoc due nuovi capitoli di spesa in bilancio[8], sulla scorta dell’aggiornamento contenuto nella nuova Legge di Bilancio è possibile affermare che non si tratta di somme elevate: 278.000.000 euro nel 2023, 504 nel 2024 e 714 nel 2025[9]. In questi anni i costi dei soli interessi sull’intero debito pubblico saranno di 75.000.000.000 e 718.000.000 euro per il 2023, 84.829.000.000 euro l’anno seguente, 91.517.000.000 euro nel 2025[10].

Il debito vero e proprio (che per l’Italia dovrebbe essere di 194.300.000.000 euro, di cui però solo 126 da restituire, essendo i rimanenti finanziamenti a fondo perduto) andrà ripagato a partire da 10 anni dopo la ricezione dei soldi e nell’arco di ulteriori 20 anni. Facciamo presente che complessivamente (comprendendo quindi anche le sovvenzioni a fondo perduto) «l’ammontare dei prestiti RRF all’Italia è stato stimato in base al limite massimo del 6,8% del reddito nazionale lordo in accordo con la task force della Commissione»[11].

IV. PNRR italiano: obiettivi generali e predisposizione del quadro amministrativo

Pensiamo che possa essere utile esaminare brevemente le riforme collegate al Piano, ossia quelle norme in carico al governo nazionale che è necessario promulgare per poter utilizzare correttamente ed efficacemente i fondi PNRR. Alcune di queste servono a garantire l’attuazione del piano (riforme abilitanti) e a preparare il contesto (riforme orizzontali o di contesto)[12], mentre altre sono molto più specifiche (riforme settoriali).

Le riforme abilitanti puntano alla semplificazione burocratica e alla digitalizzazione dell’amministrazione pubblica, nonché a stimolare la concorrenza nei mercati.

Fra queste troviamo la legge annuale per il mercato e la concorrenza[13], attraverso cui i governi hanno tentato (e tenteranno ancora) di semplificare le procedure per gli investimenti e lo sviluppo delle infrastrutture, rilasciando più facilmente le concessioni e riducendo gli oneri amministrativi, nonché di liberalizzare completamente i settori dell’energia elettrica, idroelettrica e da gas naturale, e le autostrade. Importante poi sottolineare come uno degli obiettivi di riforma dichiarati nel PNRR sia stabilire che il pubblico, per ricorrere a risorse interne anziché al mercato (appalti ed esternalizzazioni, consulenze...), debba fornire adeguate giustificazioni, anche di carattere economico: «andranno introdotte specifiche norme finalizzate a imporre all’amministrazione una motivazione anticipata e rafforzata che dia conto delle ragioni del mancato ricorso al mercato, dei benefici della forma dell’in house dal punto di vista finanziario e della qualità dei servizi e dei risultati conseguiti nelle pregresse gestioni in auto-produzione, o comunque a garantire una esaustiva motivazione dell’aumento della partecipazione pubblica»[14]. Fra i settori che probabilmente verranno più colpiti da questo approccio troviamo quello della raccolta e dello smistamento rifiuti.

Un’altra riforma abilitante punta a dotare l’amministrazione di un unico sistema di contabilità, di piattaforme informatiche compatibili e capaci di operare congiuntamente, di personale specializzato ed esperto negli strumenti di vendita e di misurazione delle performance.

Questo vorrebbe dire aumentare l’efficienza e la produttività dello Stato (stimolando ritmi di lavoro più alti e passando dalla misurazione collettiva della produttività a quella individuale, relativa al singolo dipendente). Ma vuol dire anche stimolare la compra-vendita di prodotti digitali hi-tech creando un mercato ad hoc che veda lo Stato come primo cliente, nel tentativo (che immaginiamo sarà solo parzialmente efficace) dichiarato di spingere il tessuto imprenditoriale italiano all’innovazione produttiva e a investire nei settori più remunerativi dell’economia. Vuol dire, infine, aumentare il controllo politico sui cittadini lavoratori: questi saranno suddivisi per categorie di rischio (ad esempio in riferimento all’evasione fiscale), in maniera tale da rendere il controllo «mirato» e scovare i colpevoli; la stima del rischio verrebbe fatta con l’ausilio di strumenti informatici come i big data analysis[15], che consentono l’analisi e la «clusterizzazione» (categorizzazione) di mole di dati anche molto grandi e il cui uso, non a caso, si sta diffondendo largamente nei settori produttivi dell’economia. A tal fine, l’organico dell’Agenzia delle Entrate è già stato rafforzato con 4113 unità in più, deputate all’utilizzo di strumenti informatici avanzati a fini di controllo. Unico argine democratico è la «pseudonomizzazione» delle informazioni, che protegge la privacy del cittadino informalmente indagato dai lavoratori dipendenti dell’Agenzia.

Le riforme orizzontali servono a intervenire nella Pubblica Amministrazione e nella Giustizia, al fine di stimolare gli investimenti: quelli pubblici, nel caso della PA, o quelli delle imprese private sul territorio nazionale, nel caso della riforma della Giustizia. E se per la PA fondamentalmente tornano le solite parole d’ordine (semplificazione burocratica, digitalizzazione, nuove assunzioni e investimenti sulle competenze della forza-lavoro), per la Giustizia il problema è inquadrato nella lentezza dei processi, vista come il principale fattore di disturbo per gli investimenti.

Insomma, l’intento celato dietro queste (e altre) riforme sembra chiaro: attrarre gli investimenti e farli fruttare, eliminando lentezze e storture procedurali di tipo amministrativo e giudiziario. Gli investimenti, difatti, sono la base di un piano capitalistico di sviluppo come il PNRR. Tuttavia, bisogna essere più specifici e cercare di capire a cosa, in concreto, la classe dirigente stia mirando.

Una sintesi dei tre obiettivi centrali nel PNRR Italiano

Potremmo riassumere in tre punti gli obiettivi generali del Piano italiano: produttività, efficienza e posizionamento. La produttività indica la riduzione delle tempistiche di produzione e circolazione delle merci (approvvigionamento di materiali, manifattura e manifattura informatica, logistica, vendita); per «efficienza» intendiamo l’efficienza degli investimenti (la capacità di sviluppare il massimo potenziale economico con investimenti mirati) e allo stesso tempo la loro redditività (il guadagno che garantiscono al capitalista); il posizionamento è riferito al risultato di questi processi di implementazione economica sul mercato mondiale, ovvero alla possibilità di conquistare o mantenere le posizioni più remunerative nell’ambito delle filiere produttive di alcune tipologie di merci, considerate strategiche[16].

V. PNRR italiano: ritardi nell’utilizzo dei fondi

I paesi europei non sono tutti uguali. L’Italia, come forse in molti si sarebbero aspettati, sembra essere ben poco capace e disciplinata nel portare a termine il percorso di attuazione degli investimenti. Certo, sarebbe stato utopico porsi come sfida quella di sviluppare tecnologie in grado di monitorare il processo di implementazione tecnologica in itinere, utilizzando gli stessi fondi del PNRR: questo è, in maniera esemplificativa, il livello tedesco[17]. Anche volendo però fare un raffronto con un paese per alcuni versi più simile al nostro, quale ad esempio la Spagna, non emergerebbe un quadro edificante. Da un lato, l’Italia ha presentato quattro richieste di finanziamento (erogazione delle rate PNRR), mentre la Spagna tre, ma al nostro paese ne sono state accettate due, mentre per la Spagna sono state accolte tutte: «l’intervallo di tempo che intercorre tra la richiesta di pagamento e l’effettiva erogazione della rata (...) si allunga quando compaiono difformità tra gli obiettivi originariamente fissati dal Piano in corrispondenza della rata in questione e quelli effettivamente realizzati, discrepanze che devono essere valutate e validate dalle istituzioni europee. Ebbene, nel caso della prima rata, la Spagna ha ricevuto l’erogazione dei fondi dopo appena 45 giorni dalla richiesta, l’Italia dopo 104; per la seconda rata Madrid ha riscosso il pagamento dopo 90 giorni, Roma dopo 132; per la liquidazione della terza rata alla Spagna ci sono voluti 140 giorni, mentre l’Italia la sta ancora aspettando e sono passati 272 giorni dalla richiesta, inviata a Bruxelles il 30 dicembre dello scorso anno [la rata è infine stata versata il 09/10/2023][18]».

Dimostrando puntualità ed efficienza, inoltre, la Spagna è riuscita a sostenere con successo la richiesta di un notevole incremento dei fondi concessi (84.000.000.000 euro di prestiti in più, a cui vanno aggiunti altri finanziamenti e trasferimenti di denaro). Nel caso italiano, invece, «alla data del 26 novembre risultano spesi complessivamente 28.100.000.000 euro, pari a circa il 14,7% del totale delle risorse europee del PNRR: 1.300.000.000 euro nel 2020 (tutto il programmato per l’anno), 6.200.000.000 euro nel 2021 (leggermente più di quanto programmato), 18.100.000.000 nel 2022 (leggermente più di quanto programmato) e 2.500.000.000 euro nel 2023 (il 7,4%del programmato)»[19]. Non esattamente un risultato brillante, per il governo a guida Meloni: ad oggi il PNRR italiano ha dovuto essere ridotto di circa 17.000.000.000, al fine di ottenere l’erogazione delle rate. Vedremo se nel 2025-2026 si potranno recuperare quei soldi[20]... Per ora, concentrandoci sul presente, proviamo concretamente a vedere quali siano i problemi.

Ritardi nell’affidamento degli appalti

L’affidamento degli appalti risulta frequentemente in ritardo e spesse volte viene sospeso dopo l’assegnazione. Queste inefficienze non si verificano tanto nella fase della progettazione degli investimenti («cosa fare»), quanto in quella della messa a gara e dell’assegnazione dei progetti («chi deve farlo»). Da questo punto di vista sono evidenti le disparità territoriali fra nord e sud:
«la quota dei progetti conclusi è bassa dappertutto, ma al centro e al mezzogiorno è poco più della metà di quella del nord. I ritardi nella messa a gara e nell’assegnazione dei lavori, invece, si concentrano soprattutto nel mezzogiorno. (…) A fine novembre [2023] nel mezzogiorno risulta aggiudicato il 9,4% dei progetti finanziati, contro il 14,1% del nord e il 15,2% del centro[21]».
Le cause dei ritardi sono molte, ma incidono soprattutto la carenza di personale all'interno della PA e la conseguente, eccessiva mole di lavoro. A ciò si lega una diffusa difficoltà, sia da parte degli impiegati che dei dirigenti, a portare a termine gli adempimenti burocratici relativi ai progetti e ad assumersi la responsabilità di procedure che o non si conoscono, o non sono facili da gestire. In tale contesto, diventa ancor più difficile accertare la trasparenza dei processi di affidamento.

La soluzione del governo, allora, è stata quella di diminuire i controlli e le sanzioni e di escludere la Corte dei Conti dal controllo delle operazioni del PNRR e del Piano Nazionale Complementare; prorogare fino al 30 giugno 2024 lo scudo per i dirigenti al fine di scongiurarne la contestazione del danno erariale per colpa grave[22]; limitare l’ammontare economico delle condanne (riducendo i poteri di controllo della magistratura contabile sugli appalti); obbligare i dirigenti pubblici a sottoscrivere un’assicurazione; un maggior uso dei crediti d’imposta, più rapidi rispetto alla realizzazione diretta di opere pubbliche, per l’assegnazione dei finanziamenti. Tutto ciò mentre si tamponano le inefficienze con assunzioni ad hoc per il PNRR nel pubblico, principalmente a tempo determinato, e con riorganizzazioni interne degli uffici, finalizzate alla gestione e alla realizzazione dei piani e quindi foriere più che altro di un aumento del carico di lavoro degli impiegati.

A parer nostro, per tutelare i lavoratori sarebbe stato meglio intervenire istituendo clausole sociali di salvaguardia e stipulando contratti più favorevoli. Evidentemente però il PNRR è anche il banco di prova di soluzioni forti, che andranno a cadere negativamente sulle condizioni salariali e di contrattazione.

D’altro canto l’idea di garantire ad amministratori e dirigenti pubblici uno scudo quasi totale, che eviterebbe loro ogni accusa e contestazione di colpa grave per danno erariale in caso di un controllo preventivo, fa rabbrividire, perché elimina tutti i controlli successivi della Corte dei Conti, anche su appalti da milioni di euro. Eppure sarà così: il governo ha scelto di rendere più complicati i controlli sugli atti firmati da dirigenti pubblici che abbiano precedentemente richiesto un «controllo preventivo» sugli stessi. Fino a oggi questa procedura era limitata per legge a pochi atti di grande rilevanza, mentre ora verrebbe consentita – per quel che riguarda gli appalti del PNRR (e non solo) – a tutte le amministrazioni pubbliche, anche quelle locali, e a tutti i «soggetti attuatori», comprese le aziende. Tutti avranno facoltà di chiedere un controllo preventivo sull’atto e, in caso di via libera, non potranno più subire contestazioni per danno erariale per averlo adottato. I tempi concessi ai giudici per rispondere, fra l’altro, vengono dimezzati e se non arriva la risposta vale il silenzio assenso e scatta lo scudo erariale (salvo che per dolo). È facile capire cosa potrebbe succedere: gli uffici della Corte verrebbero subissati di una tale mole di atti, difficile da esaminare puntualmente, e il rischio è quello di dare il «liberi tutti». Per quegli atti che continuano a non poter essere sottoposti al controllo preventivo viene invece estesa a dismisura la cosiddetta «attività consultiva»[23].

Insomma, l’esclusione di responsabilità amministrativa per condotte gravemente colpose e l’eliminazione dei controlli in itinere sull’andamento dei progetti definiscono l’approccio di un governo che, forte di una certa quota di sostegno fra la piccola e media imprenditoria, cerca una sponda politica sicura per poter coprire alcune mancanze e difetti del proprio mandato. Peccato che, così facendo, si spalanchino le porte alle mafie...

Infiltrazioni della criminalità organizzata: l’appetito vien mangiando

Secondo Vincenzo Musacchio, criminologo forense, giurista e saggista di chiara fama, «i controlli in itinere sul PNRR servono perché così si monitorano i processi di spesa pubblica senza i quali si rischia davvero che il sistema cada nell’illegalità, nella corruzione e nelle mani della criminalità organizzata»[24]. Purtroppo vari decreti dei governi precedenti (Conte e Draghi) hanno gradualmente elevato la soglia di investimento (sino ai 5.000.000 euro) oltre cui non sono necessarie gare d’appalto ed è concesso l’affidamento diretto dei finanziamenti[25]. Il rischio allora «è di rivolgersi, anche inconsapevolmente, alle imprese colluse con la mafia o a quelle che accettino la corruzione facendo aumentare i prezzi, favorendo il lavoro nero e non garantendo né qualità, tantomeno risparmi di tempo»[26]. Secondo Maria Di Mauro, Procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Napoli Nord, quello dell’infiltrazione della singola impresa mafiosa non è, però, l’unico rischio: «sodalizi delinquenziali, fortemente radicati nel tessuto economico e sociale, [potrebbero essere in grado] di “gestire” direttamente tutte le procedure di aggiudicazione ed esecuzione delle opere realizzate con fondi pubblici»[27].

Ora, è vero che gli investimenti risultano meno efficaci senza un coerente adeguamento amministrativo e normativo, ma tale adeguamento può essere fatto in varie maniere. In questo senso giova presentare ancora una volta l’esempio del capitalismo spagnolo, meno interessato a sfruttare la deregolamentazione dell’attività d’impresa in alcuni settori (alias «mafia») per incrementare i profitti e rendere efficaci gli investimenti.

Un confronto tra Italia e Spagna sul sistema di controllo

Anzitutto, in Spagna il piano di gestione dei fondi è separato dal piano di controllo, in un’ottica di interazione reciproca tra due ambiti mantenuti differenti. Il piano di controllo è basato sull’implementazione (almeno sulla carta) dei meccanismi già in uso presso la PA, piuttosto che su un loro superamento o «aggiramento». L’indipendenza del potere giudiziario dall’assegnazione e dalla successiva gestione degli investimenti (legislativo ed esecutivo) permette una maggior correttezza (minor spreco di soldi, lavori condotti «a regola d’arte») e linearità nell’applicazione del PNRR. Ciò in virtù di quattro meccanismi di base:

- monitoraggio dei doppi finanziamenti: l'identificazione, la caratterizzazione e l'assegnazione di progetti o azioni da parte degli enti attuatori e le loro fonti di finanziamento faciliteranno il monitoraggio per evitare il doppio finanziamento;

- analisi dei conflitti di interesse: l'identificazione dei beneficiari delle sovvenzioni negli inviti a presentare proposte e degli aggiudicatari dei contratti faciliterà l'analisi dei conflitti di interesse;

- indagine sulla corruzione: l’identificazione dei beneficiari delle sovvenzioni negli inviti a presentare proposte e degli aggiudicatari dei contratti fornirà la base per le indagini sulla corruzione;

- controllo delle frodi: la natura completa del sistema, che include informazioni sulla gestione e sui risultati dei progetti e delle azioni, il controllo contabile delle spese sostenute e le informazioni sui bandi e sui contratti attuati, faciliterà l'analisi di potenziali frodi.

Sarà ormai chiaro al lettore quanto detto anche sopra: per un’efficace attuazione degli investimenti serve un piano di assunzioni straordinario a tempo indeterminato nella PA e il miglioramento delle condizioni contrattuali, a partire dagli enti locali, subissati di lavoro per il PNRR e con la forza lavoro meno pagata di tutto il pubblico impiego. Potrebbe essere la soluzione per arrivare almeno a un servizio completo di informazioni pubbliche sull’avanzamento dei progetti finanziati.

Per completezza citiamo infine un altro fattore – stavolta forse più «tecnico», per così dire – che potrebbe causare ritardi considerevoli: la bassa dimensionalità (e poca esperienza) di molti dei soggetti attuatori, ossia di chi si è aggiudicato l’appalto o se lo è visto affidare, nel caso del pubblico, come piccole imprese, scuole, associazioni, Partite IVA individuali, ecc. Questo è vero nonostante sia comunque forte il ruolo svolto da alcuni grandi soggetti, in primis gli ex-monopoli pubblici (Rfi, Infratel, Anas, ecc.): «i primi cinque soggetti attuatori[28] arrivano a contare per il 18,6%, mentre i primi dieci per il 22,5%»[29].

In conclusione: la borghesia italiana non sembra essere in grado di portare il paese a quella capacità e organicità dell’intervento economico che sarebbero necessarie per ottenere realmente qualcosa dai fondi PNRR; per far sì, cioè, che non finisca tutto in un po’ di «doping economico», in grado soltanto di attrarre investimenti per qualche tempo e dare così un sollievo momentaneo ai capitalisti nostrani. La consolidata italica strategia di deregolamentazione normativa e di riduzione del costo del lavoro, così necessaria in un paese ad alto tasso di piccole e medie imprese, è la stessa che ha portato alla scomparsa dei piani industriali e all’indebolimento della Pubblica Amministrazione: le competenze per trattare il PNRR come un piano industriale, anziché come una iniezione di ossigeno, non ci sono e non possono essere formate subitaneamente. In questo contesto, i grandi progetti imprenditoriali italiani tendenzialmente sono o naufragati, oppure hanno campato sui finanziamenti statali, rapinando la popolazione per arraffare quanti più denari possibile (specie se provenienti dalla finanza speculativa). Non esattamente quel che si possa dire essere un’iniziativa coordinata ed efficiente. Purtroppo in Italia abbiamo una classe dirigente arraffona, spregiudicata e arrogante, e il modo in cui verranno usati i fondi PNRR lo testimonierà.

VI. Note conclusive

La strategia europea descritta dai Flagship programs ruota attorno ad alcune priorità ben definite: il contenimento dei consumi energetici e lo sviluppo di una certa indipendenza dalle fonti estere; l’integrazione economica e l’interconnessione digitale delle varie economie nazionali; l’aumento e il miglioramento (specializzazione) della capacità produttiva.

Gli Ipcei indicano i settori ritenuti basilari per lo sviluppo economico o perlomeno, tra questi, quelli su cui è possibile adottare piani di sviluppo coordinati a livello comunitario: batterie, idrogeno come fonte energetica, microelettronica e connettività (tecnologie per la comunicazione, Cloud computing)[30].

L’Italia, dal canto proprio, si trova a interagire con questa strategia da una posizione di relativa difficoltà, dovuta soprattutto alle problematiche storiche che la nostra economia si trascina appresso da decenni: rispetto ai desiderata dei capitalisti, da noi si produce poco, si investe poco e gli investimenti non rendono bene. Il lavoro è poco specializzato e questo anche per via di un tessuto imprenditoriale fatto di moltissime piccole e medie imprese, poco capaci di innovare[31].

Vedremo nella prossima parte dell’articolo come l’Italia intenda utilizzare i fondi del PNRR per «dimostrarsi utile» e acquisire un ruolo importante nel processo di ristrutturazione economica continentale. Per ora possiamo soltanto affermare che tali fondi non dovrebbero comportare un livello di indebitamento eccessivo e che ci sono stati concessi secondo modalità tutto sommato convenienti, per quanto non esenti da rischi o aspetti potenzialmente problematici[32].

Preoccupano di più, semmai, le modalità scelte dalla nostra classe dirigente per stimolare gli investimenti privati, che hanno un ruolo necessario e complementare a quelli pubblici del PNRR. Eliminare le lentezze burocratiche e uniformare le procedure amministrative per la gestione degli investimenti, in Italia, vuol dire diminuire i controlli e facilitare la concessione dei permessi per evitare di rafforzare il sistema amministrativo. Quest’atteggiamento sta portando a ritardi e sospensioni nell’affidamento degli appalti, anche per via delle numerose infiltrazioni della criminalità mafiosa. Un aspetto, quest’ultimo, che ci offre già un indizio sulle difficoltà italiane nello «stare al passo» con gli altri paesi[33].

Note

[1] Soldi pubblici che non vanno restituiti, non sono soggetti a interessi e non vanno garantiti da adeguate coperture finanziarie o di Enti.

[2] Europarlamento, dati del 20/12/2023.

[3] C. Canepa, M. Taddei, Quanto costano davvero i prestiti del Pnrr, «pagella politica», 03/05/2023, https://pagellapolitica.it/articoli/costo-prestiti-pnrr. Ciò testimonia per l’ennesima volta un atteggiamento ingiustificabile da parte del Governo (e di quello precedente), a prescindere da quali siano le cause della mancata pubblicazione. Un Governo che definire «scarsamente consapevole» dei propri oneri e responsabilità nei confronti del rafforzamento dell’ordine democratico-costituzionale equivarrebbe, già oggi, a una colpevole piaggeria.

[4] Regolamento UE 2021/241, art. 22.

[5] Redazione Fiscal Focus, La clausola che rischia di far saltare (e restituire) i fondi del PNRR, in «fiscal focus», 01/07/2021 .

[6] «Quarta economia», a livello di PIL. Sulla base del PIL pro-capite il nostro Paese si trova nella metà inferiore degli Stati dell’UE. Dati 2019, Ragioneria Generale dello Stato.

[7] PNRR #NextGenerationItalia, p. 10.

[8] Ministero dell’Economia e delle Finanze, Decreto 8 giugno 2022, art. 4. I capitoli in questione sono il numero 2226, per la spesa per gli interessi dei prestiti del Pnrr, e il 2246, per i costi amministrativi e di gestione, comunque in capo al Paese destinatario dei fondi.

[9] Ministero dell’Economia e delle Finanze, Decreto di ripartizione in capitoli, pp. 152 e 153.

[10] Ministero dell’Economia e delle Finanze, Nota integrativa al Disegno di Legge di Bilancio per l’anno 2023 e per il triennio 2023 – 2025, 2022.

[11] PNRR #NextGenerationItalia, p. 22.

[12] Esistono infine le riforme d’accompagnamento al Piano, interventi necessari a evitare che, in seguito all’utilizzo dei fondi PNRR, possano sorgere contraddizioni di vario tipo. Interventi di questo genere potrebbero riguardare il regime fiscale, oppure gli ammortizzatori sociali.

[13] «Prevista nell’ordinamento nazionale dal 2009 (con legge n. 99/2009), la legge annuale per il mercato e la concorrenza è stata in concreto adottata solo nel 2017 (legge n. 124/2017)». Tratto da «PNRR #NextGenerationItalia, p. 79».

[14] PNRR #NextGenerationItalia, pp. 80-81.

[15] Ma anche l’intelligenza artificiale, il machine learning, il text mining o l’analisi delle relazioni.

[16] L’Italia, per esempio, è un importante produttore di tecnologie belliche e controlla segmenti importanti di quelle filiere produttive, mentre al contrario nel settore aeronautico non riesce a esprimere appieno le proprie «potenzialità», trovandosi divisa fra poche grandi imprese di punta e una miriade di aziende minori poco dinamiche.

[17] «La strategia dei dati viene monitorata anche durante la sua attuazione, ciò significa che lo stato di avanzamento della realizzazione dei progetti viene registrato quantitativamente». Darp (Deutscher aufbau und resilienzplan), p. 339 (traduzione effettuata tramite applicazione informatica).

[18] L. Rizzo, R. Secomandi, A. Zanardi, Spagna batte Italia «a Pnrr», «lavoce.info», 03/10/2023.

[19] Ufficio Parlamentare di Bilancio, Memoria della Presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, 05/12/2023, p. 10.

[20] Esiste anche la possibilità che il Governo si trovi a praticare comunque alcuni degli investimenti rinviati, finanziandoli però, a questo punto, coi titoli di Stato anziché con i fondi comunitari.

[21] Ibidem, p. 6.

[22] Stando alle dichiarazioni degli esponenti di maggioranza, infine, le intenzioni sono di estendere la riforma fino a ridefinire il concetto di «colpa grave» e rendere il più possibile permanenti le attuali, nuove misure, che ad oggi sarebbero transitorie.

[23] Oggi riservata ad atti o pareri forniti a regioni e comuni e inerenti alle materie di contabilità pubblica, di bilancio o di ordine generale.

[24] V. Musacchio, Scudo erariale su Pnrr? Rischio aumento corruzione e maggiori infiltrazioni mafiose, «antimafiaduemila», 23/12/2023.

[25] V. Musacchio, Appalti Pnrr, quasi il 90% è affidato senza gara. Le mafie banchettano, «huffpost», 23/10/2023.

[26] Ibidem.

[27] R. Patscot e V. Ricchezza, I fondi del PNRR e le possibili infiltrazioni della criminalità organizzata. Intervista a Maria di Mauro, «unicost», 12/11/2022.

[28] «Primi soggetti attuatori» per valore dei progetti aggiudicati. Agli attuatori spetta poi il compito di selezionare le imprese esecutrici (compreso, nel caso sia un’impresa, il soggetto attuatore stesso).

[29] Ufficio Parlamentare di Bilancio, op. cit., p. 12.

[30] V. Par. II, La strategia della Commissione Europea.

[31] V. Par. I, La situazione dell’economia produttiva italiana.

[32] V. Par. III, I termini e le condizioni del prestito.

[33] V. Parr. IV, Pnrr italiano: obiettivi generali e predisposizione del quadro amministrativo, e V, Pnrr italiano: ritardi nell’utilizzo dei fondi.

Fonte

11/05/2023

Il virus nelle riforme costituzionali

Il governo della destra torna alla carica con la vecchia ambizione delle “riforme istituzionali”.

La cifra di questa ambizione è la stessa con cui la destra da decenni cerca di rimettere in discussione un assetto costituzionale che non ha mai digerito.

Questo obiettivo era ben esplicitato (e in gran parte realizzato) dentro il Piano di Rinascita Nazionale della rete di potere facente riferimento alla P2 di Licio Gelli.

I fatti si sono però incaricati di dimostrare che tale ambizione non era una esclusiva dei neofascisti o della destra. Gli interessi delle classi dominanti non hanno mai nascosto di ritenere le garanzie costituzionali dei “lacci e lacciuoli” che ostacolavano il dispiegare del loro pieno controllo sulla società.

Lo stesso PD, in modo particolarmente evidente durante la segreteria di Matteo Renzi, ha fatto storicamente di tutto per soddisfare questi interessi, verniciandoli con un po’ di “riformismo” sedicente “progressista”.

Hanno così tutti lavorato per un trentennio a svuotare la Costituzione dall’interno, depotenziandone tutte le garanzie sociali e democratiche e sostituendole con le leggi che venivano via via imposte dalla modifica dei rapporti di forza nella società.

Il diritto al lavoro, alla casa, all’istruzione è così diventato una subordinata rispetto alla competitività, al libero mercato, alla primazìa del diritto individuale di proprietà rispetto a quelli collettivi e costituzionali, all’attivismo militare all’estero in spregio all’art.11. La stessa distruzione della sanità pubblica e i grandi affari di quella privata sono forse l’esempio più evidente degli obiettivi sociali di questo procedere golpista.

Emblematicamente la banca d’affari JPMorgan nel 2013 aveva chiesto esplicitamente l’abolizione in Europa di Costituzioni ritenute troppo piene di garanzie sociali, definendole addirittura “socialiste”.

Un anno prima, nel 2012, era stato il governo Monti a picconare la Costituzione su diktat dell’Unione Europea, imponendo la modifica dell’art.81 e introducendo l’obbligo di pareggio nel bilancio. In pratica per impedire che qualsiasi futuro governo, indipendentemente dal “colore”, potesse agire diversamente da quanto stabilito a Bruxelles.

Ma prima ancora, nel 2001, a picconare la Costituzione era stato l’avventurismo dei governi di centrosinistra che, nel tentativo di inseguire-contenere la Lega sul terreno del federalismo, imposero la modifica del Titolo V relativo ai poteri delle Regioni.

Buon ultimo è stato l’avventurismo del M5S di Di Maio a imporre la riduzione della rappresentanza attraverso una inutile e demagogica riduzione del numero dei parlamentari.

Insomma non è stata solo la destra neofascista a voler rimettere mano all’assetto Costituzionale del paese. In questo si trova in ottima compagnia con i poteri forti finanziari, la gerarchizzazione di comando nell’Unione Europea e la complicità dei “liberali” del PD.

Tale premessa era necessaria per inquadrare la nuova incursione della destra al governo per mettere mano alle riforme istituzionali e costituzionali.

In questo caso il combinato disposto è tra l’introduzione del presidenzialismo (o in subordine del “premierato forte”, con maggiori poteri al Presidente del Consiglio) e l’Autonomia Differenziata che disloca consistenti poteri dal centro verso le regioni.

Dunque un rafforzamento del potere decisionale al centro e la decentralizzazione alle Regioni di funzioni relative al mantenimento della coesione sociale, prima competenti allo Stato.

Ma proprio la coesione sociale e l’uguaglianza delle norme in tutto il paese da tempo hanno cessato di essere dei fondamenti costituzionali. Anzi le disuguaglianze sociali e territoriali vengono incensate come “stimoli alla competitività”.

Il progetto della destra ha una sua perversa coerenza. Massima centralizzazione strategica e decentramento di poteri amministrativi ai governi regionali non sono affatto in contraddizione.

In tal senso il meccanismo decisionale dell’Unione Europea ne è la dimostrazione. Nel Trattato di Maastricht la competitività tra le economie degli stati membri è uno dei punti fondativi insieme alla moneta unica. L’esecutivo europeo (la Commissione) decide e i governi nazionali attuano localmente quelle direttive, cercando di salvaguardare i margini di autonomia necessari a non screditarli del tutto agli occhi delle proprie opinioni pubbliche.

Quindi il virus che la destra vorrebbe inoculare nel sistema è da decenni già ben presente. Limitare la discussione e le divergenze al solo presidenzialismo è una mistificazione o, nel migliore dei casi, un falso bersaglio.

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29/04/2020

Colao al Corriere della Sera: “Mai lasciarsi sfuggire una crisi”

L’edizione odierna del ‘Corriere della Sera’ esce con un’intervista realizzata dal giornalista Aldo Cazzullo a Vittorio Colao. Il super manager chiamato dal governo per dirigere la famigerata task force a cui è stato assegnato il compito di risollevare le sorti del nostro paese nella fase post-pandemica.

Il giornalista Alberto Negri ha giustamente definito l’intervista «Fumo da Londra». Infatti il capo della task force ha confermato di lavorare direttamente dalla capitale inglese «via video» per una questione di tempo: «Se fossi tornato avrei dovuto fare due settimane di quarantena, avrei perso tempo. Dobbiamo tutti imparare a lavorare in modo diverso».

C’è però un punto che ha colpito la nostra attenzione perché foriero di cattive notizie per il popolo italiano. Colao a fine intervista afferma che «Abbiamo l’opportunità di fare in ognuno di questi campi cose che avrebbero richiesto molto più tempo. Mai lasciarsi sfuggire una crisi». Un concetto che rimanda direttamente alle famose riforme per la prima volta evocate anche dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

In regime neoliberista la parola riforma assume connotati inquietanti. Per usare il termine adatto si dovrebbe parlare di contro-riforma. Una misura che cancella diritti acquisiti, peggiora le condizioni di vita e di lavoro della popolazione.

Le parole di Vittorio Colao rimandano la mente, in maniera inevitabile, al governo Monti. L’ex presidente del Consiglio in occasione di un discorso tenuto alla Luiss ebbe a dichiarare: «Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi, e di gravi crisi, per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario. È chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale, possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto, visibile, conclamata».

Non c’è bisogno di ricordare i guasti prodotti dal governo Monti all’Italia. Una ‘cura’ in stile Troika. Per affrontare la crisi post-pandemica di cui già vediamo nitidamente delinearsi i contorni l’Italia avrebbe bisogno dell’esatto contrario.

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18/06/2019

Mercato del lavoro: la frenesia riformista

Totalmente priva di una strategia industriale, di un’idea di intervento pubblico in economia, avendo perso pezzi fondamentali nei settori strategici della produzione l’Italia, governata nel corso di questi anni da una pluralità di schieramenti politici, continua a trovare grandissime difficoltà ad esprimere un mercato del lavoro all’altezza della competizione internazionale e della possibilità di favorire sbocchi occupazionali adeguati in particolare alle aspirazioni delle giovani generazioni.

L’Italia ha perso posizioni nei settori portanti dello sviluppo industriale: dalla siderurgia alla chimica, dall’elettromeccanico all’elettronico.

In questa sede si ricorda come negli ultimi vent’anni si sia verificata una vera e propria “frenesia riformista” che non ha praticamente dato esito concreto.

Abbiamo avuto:

- 12 riforme della giustizia per le imprese;

- 7 per l’ordinamento delle crisi di impresa;

- 7 del mercato del lavoro;

- 5 del sistema pensionistico;

- 9 della tassazione d’impresa;

- 8 della pubblica amministrazione.

Fonte: Corriere della Sera. 11 giugno scorso

Una ridda di provvedimenti, in gran parte complicatori e nel caso delle riforme del mercato del lavoro alla fine orientate a far crescere in dimensione sempre più preoccupante la precarietà.

Seguono senza commenti alcuni dati raccolti da varie fonti sull’andamento dell’occupazione nel nostro Paese dal 2010 al 2018, laddove si dimostra un andamento oscillatorio all’interno di una sostanziale stagnazione della crisi complessiva.

Mi scuso per la schematicità purtroppo necessaria in casi come questi.

2010

Tra il 2009 e il 2010 l’occupazione italiana cala di 336.000 unità, con un tasso di occupazione in discesa dal 56,9% al 56,3%. L’occupazione straniera aumenta di 183.000 unità, ma il tasso di occupazione scende dal 64,5% al 63,1% (dal 77,7% al 76,2% per gli uomini e dal 52,1% al 50,9 % per le donne).

Il tasso di occupazione complessivo si attesta al 56,9% (era pari al 57,5% nel 2009). A livello territoriale, alla riduzione dell’indicatore nel Nord e nel Centro si accompagna la nuova significativa flessione nel Mezzogiorno

2011

Tra il 2010 e il 2011 l’occupazione italiana diminuisce di 75.000 unità, a motivo del calo della sola componente maschile.

L’occupazione straniera aumenta di 170.000 unità, ma il tasso di occupazione scende dal 63,1% al 62,3% (dal 76,2% al 75,4% per gli uomini e dal 50,9% al 50,5 % per le donne).

Il tasso di occupazione complessivo si attesta al 56,9%, appena un decimo di punto al di sopra di quello del 2010. A livello territoriale, alla riduzione dell’indicatore nel Centro si accompagna il modesto incremento nel Nord e nel Mezzogiorno.

Nella media del 2011, il tasso di disoccupazione è pari all’8,4%, invariato rispetto a un anno prima. L’indicatore, rimasto stabile nel Centro, registra una lieve flessione nel Nord (dal 5,9% al 5,8%) e una contenuta crescita nel Mezzogiorno (dal 13,4% al 13,6%)

2012

Nella media del 2012 l’occupazione diminuisce dello 0,3% su base annua (-69.000 unità).

Come nel recente passato, il risultato sconta la differente dinamica delle componenti italiana e straniera. Tra il 2011 e il 2012 l’occupazione italiana cala di 151.000 unità, con il tasso di occupazione che si attesta al 56,4% (-0,1 punti percentuali).

La discesa del numero degli occupati italiani riguarda i 15-34enni e i 35-49enni, mentre prosegue la crescita degli occupati con almeno 50 anni, presumibilmente a motivo dell’inasprimento dei requisiti anagrafici e contributivi per l’accesso alla pensione.

L’occupazione straniera aumenta di 83.000 unità, ma il tasso di occupazione scende dal 62,3% al 60,6%. Nella media del 2012 il calo dell’indicatore interessa la sola componente maschile (dal 75,4% al 71,5%), a fronte del leggero incremento segnalato per le donne (dal 50,5% al 50,8%).

Il tasso di occupazione complessivo si attesta al 56,8%, due decimi di punto al di sotto del 2011. A livello territoriale, la riduzione dell’indicatore riguarda tutte le ripartizioni ed esclusivamente la componente maschile.

2013

Nella media del 2013 l’occupazione diminuisce di 478.000 unità (-2,1%). La riduzione rimane più forte nelle regioni meridionali (-4,6%, pari a -282.000 unità).

Prosegue il calo dell’occupazione maschile (-2,6%, pari a -350 mila) e torna a ridursi quella femminile (-1,4%, pari a -128 mila).

La discesa del numero degli occupati riguarda i 15-34enni e i 35-49enni (rispettivamente -482.000 unità e -235.000 unità), cui si contrappone la crescita degli occupati con almeno 50 anni (+239.000 unità).

Il tasso di occupazione si attesta al 55,6%, 1,1 punti percentuali al di sotto del 2012. La riduzione dell’indicatore riguarda entrambe le componenti di genere e tutte le ripartizioni, specie il Mezzogiorno.

Tra il 2012 e il 2013 l’occupazione italiana cala di 500.000 unità, con il tasso di occupazione che si attesta al 55,3% (-1,0 punti percentuali).

L’occupazione straniera aumenta in misura contenuta (+22.000 unità), ma il tasso di occupazione scende dal 60,6% del 2012 all’attuale 58,1%; la diminuzione interessa sia gli uomini (dal 71,5% al 67,9%) sia le donne (dal 50,8% al 49,3%).

Il calo dell’occupazione interessa tutti i segmenti del mercato del lavoro: i dipendenti a tempo indeterminato (-190.000 unità, pari a -1,3%), i dipendenti a termine (-146.000, pari a -6,1%) e gli indipendenti (-143.000 unità, pari a -2,5%).

Nella media del 2014, dopo due anni di calo, l’occupazione cresce (+0,4%, pari a 88.000 unità in confronto all’anno precedente), a sintesi di un aumento nel Nord (+0,4%) e nel Centro (+1,8%) e di un nuovo calo nel Mezzogiorno (-0,8%, pari a -45.000 unità).

La crescita degli occupati interessa sia gli uomini (+0,2%, pari a 31.000 unità) sia, soprattutto, le donne (+0,6%, pari a 57.000 unità).

Prosegue tuttavia il calo degli occupati 15-34enni e dei 35-49enni (rispettivamente -148.000 unità e -162.000 unità), a fronte dell’incremento degli occupati con almeno 50 anni (+398.000 unità).

Il tasso di occupazione si attesta al 55,7%, +0,2 punti percentuali rispetto al 2013. L’indicatore rimane invariato per gli uomini e sale di 0,3 punti per le donne. Alla crescita nel Centro e nel Nord si contrappone il calo nel Mezzogiorno (-0,2 punti percentuali).

2014

Nel 2014 l’occupazione della componente italiana cala di 23.000 unità, con il tasso di occupazione 15-64 anni che sale al 55,4% (+0,1 punti percentuali).

L’occupazione straniera aumenta di 111.000 unità, con il tasso di occupazione che torna a salire, dal 58,3% del 2013 al 58,5% del 2014. L’indicatore rimane invariato al 68,1% per gli uomini e cresce per le donne (dal 49,8% al 50,2% del 2014).

La crescita dell’occupazione interessa in misura contenuta i lavoratori a tempo indeterminato (+18.000 unità) e in modo più sostenuto i lavoratori a termine (+79.000 unità). Prosegue, invece, a ritmo meno sostenuto il calo degli indipendenti (-9.000 unità).

All’incremento dell’occupazione nell’industria in senso stretto (61.000 unità, pari a +1,4%) si contrappone il persistente calo nelle costruzioni (-69.000 unità, pari a -4,4%).

2015

Tra l’ottobre del 2014 e l’ottobre di quest’anno, il numero degli occupati è cresciuto dello 0,3 per cento, con 75mila occupati in più, ma il dato positivo non è strettamente legato alla creazione di nuovi posti di lavoro perché molto dipende anche dall’invecchiamento della popolazione. Infatti, il numero di occupati è aumentato soprattutto tra le persone con più di 50 anni, fascia di età che dall’inizio del 2013 è cresciuta del 4,7 per cento. L’Istat stima che almeno il 30 per cento della crescita occupazionale sia dovuto a questa dinamica demografica. Oltretutto le modifiche sulla previdenza introdotte dalla legge Fornero hanno diminuito il numero di pensionamenti nell’ultimo triennio, contribuendo così a loro volta all’aumento del numero di occupati con più di 50 anni.

2016

Nel 2016 l’occupazione è aumentata di 293.000 unità sul 2015 (+1.3%) con una crescita del lavoro alle dipendenze di 323.000 unità (+1,9%). Lo rileva l’Istat: la riduzione del tasso di disoccupazione è dall’11,9% all’11,7%. I disoccupati calano di 21.000 unità (-0,7%). L’aumento degli occupati,dice l’Istat, coinvolge oltre agli over 50 anche i giovani tra i 15 e i 34 anni. Il tasso di occupazione sale di 0,9 punti al 57,2%.

Nel 2016 la media degli occupati è stata di 22.758.000, al livello più alto dall’inizio della crisi economica. Lo rileva l’Istat spiegando che nel 2008 erano 23.090.000 mentre nel 2009 sono scesi a 2.699.000. Con l’aumento registrato nel 2016 di 293.000 unità il 2016 ha riportato l’occupazione sopra i livelli 2009. Il tasso di disoccupazione è all’11,7%, il livello più basso degli ultimi quattro anni (nel 2012 era al 10,7% mentre nel 2013 era balzato al 12,1%). Sono diminuiti in modo consistente gli inattivi (-410.000 unità).

2017

Vediamo ora nel particolare cosa ci dicono i dati raccolti sulla occupazione in Italia per il 2017.
I primi mesi hanno visto una situazione rallentata, con una lieve crescita di dipendenti a tempo determinato, e un calo di dipendenti a tempo indeterminato. Le persone in cerca di lavoro sono comunque diminuite (- 2,7%), anche grazie al tasso di disoccupazione che si è ristretto quotandosi all’11,5%. Un dato forse preoccupante è quello sugli inattivi (+0,4%), ad indicare una probabile sfiducia generale riguardo l’occupazione e il futuro. Gli inattivi vengono conteggiati fuori dalle forze di lavoro, e per l’Istat risultano non rientrano nella canonica classificazione tra persone occupate e/o in cerca di occupazione.

2018

Il nuovo anno è partito con la notizia relativa all’aumento del tasso di disoccupazione, che a fine dicembre ha registrato un rialzo dello 0,1% rispetto al dato registrato nel mese precedente, raggiungendo il 58,8%. Va per sottolineato che l’aumento del numero degli occupati è legato sopratutto all’incremento dei dipendenti a termine (47.000 in più) e degli autonomi (11.000 in più), mentre sono in netto calo gli occupati permanenti (35.000 in meno). Interessanti anche i dati dell’occupazione relativi alle fasce d’età: salgono gli occupati che hanno un’età compressa tra i 14 e i 24 anni (36.000 in più) e quelli con più di cinquanta anni (300.000 in più) e scendono quelli che hanno un’età tra i 25 e i 49 anni (ben 135.000 in meno). Scende di due decimi di punto il tasso di disoccupazione, che arriva al 10,3% anche se è in leggera crescita il tasso di disoccupazione giovanile (che sale dello 0,1% e si attesta al 31,9%). Rimane stabile invece il tasso di inattività, fermo al 34,3% (anche se si registra una riduzione di 16.000 unità tra gli inattivi di età compresa tra i 15 e i 64 anni).

Il risultato del 2018: aumento del tasso di disoccupazione, incremento dei dipendenti a termine; calo degli occupati permanenti ci indica anche, infine, l’illusorietà della spinta in avanti prodotta dai provvedimenti del periodo 2015 – 2016 (job act) assunti senza affrontare, come già si è descritto in precedenza, i nodi di fondo dello sviluppo industriale che resta il problema centrale dell’Italia e del suo sistema di relazioni economiche all’esterno, dentro e fuori l’Unione Europea.

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31/08/2018

“Cancelliamo la Fornero!”... Anzi, tagliamo le pensioni

Promettere è facile, mantenere no. Il governo grillin-leghista si prepara a stendere il testo della nuova legge di stabilità, e la “coperta corta” tra crescita che rallenta (ed entrate attese che quindi diminuiscono) e parametri europei da rispettare comunque, sta cancellando pressoché interamente il “programma” presentato per le elezioni dai due partiti della maggioranza.

La flat tax per i ricchi e le imprese è sparita da mesi, il “reddito di cittadinanza” torna a giorni alterni ma viene subito affossato dal ministro dell’economia, Tria, per evidenti problemi di copertura. Di Maio continua a ripetere che si può sfondare il tetto del 3% per il deficit, ma nessuno pare disposto ad andare oltre l’1,5%, visto che Bruxelles si aspettava addirittura lo 0,8; e ogni decimo di percentuale equivale a circa 1,8 miliardi di euro...

Resta il tema pensioni, ma anche qui le ipotesi in campo non sono esattamente quelle promesse. Anzi sono l’opposto.

I grillini appaiono fermi nella pretesa di tagliare le pensioni al di sopra dei 4.000 euro mensili netti, i leghisti resistono e parlano di applicare un “contributo di solidarietà” a quelle al di sopra dei 5.000.

I problemi di queste due proposte sono numerosi. Intanto, con una misura del genere si ramazza ben poco: 500 milioni nella versione grillina, 300 (forse...) in quella leghista. Robetta insignificante, sull’ammontare dei conti pubblici. In più c’è la quasi certezza che i ricorsi presentati alla Corte Costituzionale avrebbero vittoria facile.

Quel che sfugge ai grillini, infatti, è che qualsiasi sistema giuridico si fonda sulla non retroattività di qualsiasi legge. Che significa? Che non si può “ricalcolare” l’ammontare di una pensione – per quanto ingiusta e vergognosa sia – solo perché a un nuovo governo serve trovare soldi freschi. Così come non si può – se un nuovo governo volesse di nuovo proibire l’aborto – processare le donne che in questi decenni hanno usufruito di quella legge. Chiaro, no?

Questo però non significa che sia impossibile intervenire sulle pensioni in essere. Solo che l’intervento dovrebbe essere presentato come “temporaneo” e giustificato con problemi di “emergenza”. Si può per esempio – e già lo aveva fatto il governo Monti – applicare un “contributo di solidarietà”, ossia un prelievo che non tocca l’ammontare teorico dell’assegno pensionistico, pur erodendo la cifra netta consegnata ogni mese.

Trovato il trucco per diminuire gli assegni pensionistici, tra grillini e leghisti si è aperta una ignobile gara a chi vuol fare peggio. I primi insistono sulla loro proposta (economicamente inutile e giuridicamente aleatoria), i leghisti – più freddi e calcolatori – hanno invece presentato un’idea che si può definire soltanto infame: applicare il “contributo di solidarietà” a tutte le pensioni al di sopra dei 2.000 euro lordi.

Due conti rapidissimi: 2.000 euro lordi significano 1.400-1.500 euro netti. Sono gli assegni che ricevono ex insegnanti, operai qualificati (o che hanno preso salari più alti, negli anni ‘70), impiegati di medio livello, ecc. Vero è che il leghista Brambilla – l’ideatore della pensata – immagina un prelievo percentualmente crescente in base all’ammontare dell’assegno (es. lo 0,40% sui 2.000 euro, ossia 8 euro, e poi a salire), ma ciò non toglie che il progetto si quello di tagliare le pensioni già erogate e quelle future. Altro che “cancellare la Fornero”!!!

Non è finita, naturalmente. Quel miliardo e mezzo, forse 2, ramazzabile con questo metodo non verrebbe neppure usato per aumentare le pensioni minime, ma per “favorire l’occupazione giovanile”; probabilmente sotto forma di incentivi alle imprese!

Ovvio che nessuno di noi è contrario all’occupazione giovanile – anzi... – ma ci sono due menzogne che vanno subito smontate:
a) dare soldi alle imprese, storicamente, non comporta che l’obiettivo venga raggiunto;
b) togliere risorse a una voce di bilancio – il sistema pensionistico – e riversarle su un altro apre un’autostrada a rapine future, consegnando le pensioni ai progetti di qualunque governo si affaccerà in futuro.
Una cassaforte facile da scassinare, visto che le proteste saranno comunque meno vigorose (per motivi di età) e consegnate alla lotteria delle prossime elezioni.

Questo è “il cambiamento” che l’attuale esecutivo è in grado di elaborare. Come Monti e Fornero, e anche peggio di loro...

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27/10/2017

Che Cina è quella emersa dal congresso del Partito Comunista?


Nel mondo, assai meno in Italia, si analizzano e discutono le conclusioni e decisioni emerse nel congresso del Partito Comunista Cinese. Molte di esse rappresentano una discontinuità, altre la continuità, con il percorso avviato dai gruppi dirigenti cinesi dalla “svolta” del 1978. La prima sensazione è che con il congresso la politica sia tornata fortemente al posto di comando rispetto all’economia, una sorta di “terza fase” che intende sintonizzarsi con il cambiamento di fase storico in cui stiamo vivendo in questo secondo decennio del XXI Secolo. Qui di seguito troverete un articolo di Michelangelo Cocco (direttore del Centro Studi sulla Cina Contemporanea) e un articolo redazionale del sito Cinaforum.net che analizza i membri del gruppo dirigente emerso dal congresso del Partito Comunista Cinese.

*****

Xi Jinping più su di Mao, il suo pensiero guida la Cina

Di Michelangelo Cocco

Il Partito comunista cinese (Pcc) ha inserito nella sua costituzione il “Pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era”. Si tratta di un’attesa quanto clamorosa novità, perché con l’emendamento odierno alle norme del Partito-Stato, quest’ultimo attribuisce al segretario generale che lo governerà almeno fino al 2022 un prestigio pari a quello del padre della Repubblica popolare, Mao Zedong, le cui teorie e il cui nome entrarono in Costituzione nel 1975, un anno prima della morte del Grande timoniere.

In attesa di conoscere, domani, i nomi dei cinque nuovi membri che affiancheranno Xi e il premier Li Keqiang nel Comitato permanente del Politburo, l’elevazione a rango costituzionale delle teorie del Presidente rappresenta la novità più importante non solo del giorno in cui i 2.300 delegati hanno chiuso l’assise eleggendo il nuovo Comitato centrale, ma di tutto il 19° Congresso del Pcc, che entra nella storia come quello che traccia una terza fase della Repubblica popolare: dopo il maoismo e le riforme di mercato di Deng, ci troviamo di fronte a un Paese che punta a diventare rapidamente forte, ricco e moderno.

Xi affianca così Mao e “supera” Deng Xiaoping, le cui teorie furono inserite nella Costituzione soltanto post mortem, situandosi parecchi gradini più in alto rispetto ai suoi predecessori alla guida del maggior Partito politico del mondo (88 milioni di iscritti) Hu Jintao e Jiang Zemin, che non hanno avuto l’onore di vedere i loro nomi entrare nella costituzione ma solo le rispettive teorie dello “sviluppo scientifico” e delle “tre rappresentanze”.

Che cosa cambia da un punto di vista pratico? Potrebbe continuare a cambiare molto, anche perché quella di Xi non è un’usurpazione di potere. Come abbiamo già sottolineato infatti quella di attribuire maggiori poteri al vertice del Partito è una scelta collegiale operata dal 18° Congresso (2012), in conseguenza della quale, già negli ultimi cinque anni, a Xi sono stati date nuove e più incisive funzioni.

Se, fino ad ora, all’interno del Comitato permanente del Politburo (l’organismo di sette membri che, di fatto, governa la seconda economia e il paese più popoloso del Pianeta) il segretario generale è stato una sorta di primus inter pares, averne iscritto – già a metà mandato – il pensiero politico in Costituzione, lo pone parecchi gradini più su rispetto ai suoi colleghi.

Secondo la leadership cinese, c’è bisogno di un “nucleo” del partito più compatta e potente (rispetto alle province e allo stesso Consiglio di Stato, per affrontare una serie di concomitanti fattori di crisi:

– il rallentamento della crescita (per effetto del rallentamento della domanda dall’estero e delle trasformazioni del modello economico cinese);

– la corruzione che stava minando il Partito alle fondamenta;

– la catastrofe ambientale del Paese;

– un Partito sempre più lontano dai giovani.

Va inoltre tenuto in gran conto il nuovo ruolo che la Cina è chiamata a svolgere sul piano internazionale, in un mondo multipolare e multicentrico all’interno del quale si affermano leadership sempre più forti e nazionaliste: mentre l’influenza morale e politica degli Stati Uniti diminuisce, se la Russia è guidata dall’uomo forte per eccellenza Vladimir Vladimirovic, la Turchia dal sultano Erdogan e la Germania da mamma Angela Merkel, perché la Cina non avrebbe dovuto partorire un super Xi?

Nello stesso tempo, la collegialità rimarrà un aspetto importante (anche se meno importante) del Pcc, non fosse altro perché è inimmaginabile un Paese di 1,36 miliardi di persone con un solo uomo al comando. Basti pensare che, quando regnava Mao, la popolazione della Cina era la metà di quella attuale e l’ideologia era in grado di mobilitare le masse. E il Grande timoniere dovette a più riprese fronteggiare una violenta fronda interna al Partito.

Domani sapremo se i cinque nuovi membri del Comitato permanente del Politburo saranno fedelissimi di Xi.

Intanto nella Costituzione emendata è stato inserito anche un riferimento alla leadership “assoluta” del Partito sull’esercito; al ruolo “decisivo” del mercato nella distribuzione delle risorse; e alla Belt and Road Initiative, a dimostrazione di quanto venga considerata strategica la principale iniziativa di politica estera cinese.

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Qui di seguito invece il redazionale di Cinaforum.net

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Non solo uomini di Xi nel nuovo Politburo

Con la rituale, austera coreografia – tutti in piedi per qualche scatto accanto al segretario generale Xi Jinping e al premier Li Keqiang – il Partito comunista cinese ha svelato oggi a Pechino i nomi dei cinque nuovi componenti il Comitato permanente del Politburo, il potente organismo di sette membri che, di fatto, governa il Paese più popoloso del mondo.

Nel tentativo di sostenere la tesi di uno Xi tutto impegnato a prolungarsi il mandato oltre il 2022 (quando scadrà il doppio mandato quinquennale attribuito, per consuetudine, al segretario generale), in queste ore molti media sottolineano che – a differenza del 2007 con Xi e Li nel ruolo già di eredi designati – tra i cinque questa volta “non c’è nessun successore designato”.

Un’altra considerazione va fatta sulla presunta lotta tra fazioni, che Xi avrebbe azzerato negli ultimi anni colpendone esponenti di spicco attraverso la campagna anticorruzione. Almeno due dei cinque nuovi leader sono riconducibili a tali “fazioni” tanto che si parla di un Comitato permanente “di compromesso”, piuttosto plurale. Ciò sembra confermare che la mani pulite con caratteristiche cinesi abbia scopi che vanno ben al di là della lotta politica, che nel Pcc c’è sempre stata, ma riguarda soprattutto una differente interpretazione – trasversale alle fazioni – sulla definizione del rapporto tra Stato e mercato.

Vediamo i nomi dei cinque nuovi membri del Comitato permanente del Politburo che affiancheranno Xi e Li.

Li Zhanshu, 67 anni, è il capo del personale e braccio destro di Xi Jinping, col quale ha un’amicizia trentennale. Ha accompagnato il segretario generale in numerosi viaggi di Stato e dal 2013 è a capo dell’ufficio generale della Commissione per la sicurezza nazionale presieduta da Xi. Li è stato governatore della provincia dello Heilongjiang, segretario del Partito nel Guizhou e a Xian.

Wang Yang, 62 anni, considerato un riformista è ex segretario del Partito a Chongqing e, dal 2007 al 2012 nella provincia industriale del Guangdong, dove si è guadagnato la fama di “liberal” facilitando la migrazione di lavoratori verso le città e rendendo pubblico il bilancio della grande provincia meridionale. È un uomo chiave nei rapporti internazionali, tra i più abili a comunicare con gli americani.

Wang Huning, 62 anni, è il teorico del Partito, direttore dell’Ufficio centrale di ricerca politica e tra gli ideatori del concetto di “Sogno cinese”, lo slogan che caratterizza il mandato di Xi. Si occuperà di propaganda, ideologia e organizzazione. Molti non lo davano tra i papabili, per il suo profilo giudicato “troppo accademico”: a 30 anni diventò il più giovane professore associato della prestigiosa Università Fudan di Shanghai. Wang sostiene che un governo molto centralizzato è utile per mantenere la stabilità e favorire la crescita, ma che debba gradualmente espandere i suoi principi democratici.

Zhao Leji, 60 anni, sarà a capo dell’apparato anticorruzione con la Commissione centrale di vigilanza (CCDI) alla quale sarà affiancato, dal marzo 2018, un nuovo organismo ad hoc, che avrà giurisdizione non più soltanto sugli 88 milioni di iscritti al partito, ma su tutta l’amministrazione pubblica. Negli ultimi anni ha lavorato assieme a Wang Qishan, ex capo della CCDI e protagonista assoluto della campagna “contro mosche e tigri” lanciata da Xi nel 2013.

Han Zheng, 63 anni, ex capo del Partito a Shanghai, sarà vice premier esecutivo. L’estate scorsa, alla testa di una delegazione di politici e imprenditori della seconda metropoli cinese, Han ha visitato l’Italia, incontrando il presidente del Consiglio Gentiloni e siglando una serie di accordi economici e di cooperazione. È un profondo conoscitore dell’economia dell’area di Shanghai che sotto la sua guida ha favorito i processi di innovazione tecnologica promossi dal governo centrale.

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18/10/2017

Lo stato del Partito nella Cina globale. Il Congresso del Pcc

Il Partito comunista che autorevoli politologi hanno dato più volte per spacciato si appresta a celebrare il 19° congresso, a quasi cento anni dalla sua fondazione nel 1921 a Shanghai. E, contrariamente alle profezie di sventura, l’ascesa della Cina e i cambiamenti nell’assetto internazionale gli stanno restituendo un rinnovato protagonismo.

A tenere banco in queste ore sono soprattutto le previsioni sui nomi dei cinque nuovi membri del potentissimo Comitato permanente del Politburo che verranno scelti per affiancare il presidente Xi Jinping e il premier Li Keqiang. “Questo non è Game of Thrones!” ha sbottato il Quotidiano del popolo contro i media occidentali, tutti concentrati sul toto leader.

In effetti ciò che andrebbe analizzato con più attenzione, al di là dei pur rilevanti giochi della élite al comando, è la capacità del Pcc – nato avanguardia rivoluzionaria di intellettuali e militari e cresciuto fino a trasformarsi in una organizzazione di 90 milioni di iscritti che tiene assieme padroni e lavoratori – di gestire i processi di trasformazione in un paese di 1,4 miliardi di abitanti non ancora completamente uscito dalla povertà e segnato da profonde differenze regionali e diseguaglianze crescenti.

Ebbene negli ultimi cinque anni trascorsi tra il 18° congresso e quello che si apre dopo domani (oggi per chi legge, ndr) nella Grande sala del popolo di Pechino, il Partito si è auto inflitto una gigantesca mani pulite per combattere i tarli del malaffare; ha affrontato l’altrettanto perniciosa catastrofe ambientale; ha intrapreso un cambiamento di modello produttivo per portare l’economia cinese al livello di quelle più avanzate.

La Commissione centrale di vigilanza ha punito decine di migliaia di funzionari corrotti di ogni grado, stroncando la carriera anche ai principali avversari politici di Xi. Il governo centrale ha varato leggi e imposto direttive che hanno ridotto l’inquinamento atmosferico. I massicci investimenti in automazione e ricerca e sviluppo stanno trasformando l’ex fabbrica del mondo in un paese capace di sfornare brand innovativi, soprattutto nel settore hi-tech, e lanciarli sui mercati internazionali.

Sotto la guida di Xi il Pcc ha mostrato una straordinaria reattività nel circoscrivere e affrontare problemi potenzialmente esiziali per il Partito-Stato.

Il tutto è stato fatto con metodi autoritari che si iscrivono nella millenaria tradizione di governo del Paese e nella storia del Partito unico che lo governa ininterrottamente dal 1949.

D’ora in avanti sarà ancora più interessante seguire il vento che soffia a Pechino, in un mondo sempre più caratterizzato dal risorgere dei nazionalismi, nel quale si affermano leadership forti come quelle di Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan o longeve come quella di Angela Merkel, mentre Donald Trump mette a nudo le difficoltà strategiche degli Stati Uniti.

E Xi Jinping?

Nei suoi primi cinque anni da segretario generale ha attaccato la burocrazia, combattuto e ridotto al silenzio le fazioni all’interno del Pcc, ha creato e si è messo a capo di una serie d'influenti comitati direttivi e ha diffuso il suo pensiero politico utilizzando tutti i media a disposizione, ha ristretto ulteriormente gli spazi di libertà a disposizione della società civile.

Un accentramento indiretto del potere nelle mani del segretario generale, senza tuttavia un vero e proprio strappo alle regole non scritte del Partito riformato da Deng Xiaoping.

La leadership cinese affronta quotidianamente una realtà più instabile di quella che hanno davanti il presidente russo e suoi oligarchi, quello turco alfiere del neo-ottomanesimo e la cancelliera tedesca delle grandi e piccole coalizioni.

Chi guida la Cina di oggi è infatti costretto a fare i conti con la contraddizione tra un Partito-Stato che continua a garantire una parte rilevante di benessere e a rivendicare il controllo sull’economia, e un sistema produttivo al centro dei veloci e imprevedibili processi di globalizzazione.

Xi Jinping, la cui popolarità non accenna a diminuire, lo sta facendo con abilità, conciliando patriottismo, confucianesimo, maoismo e liberoscambismo, e alimentando l’aspirazione del popolo a far parte di una nazione finalmente “ricca e forte”, un traguardo rincorso da tutti i governi che si sono succeduti fin dal tentativo di riforma della dinastia Qing nel primo decennio del secolo scorso.

È questo il cosiddetto “sogno cinese” di Xi, che ha bisogno di un Partito più efficiente e verticistico.

Il 19° Congresso ci dirà se il Partito è disposto ad investire questo presidente di ulteriori poteri nel tentativo di realizzarlo.

di Michelangelo Cocco - Direttore del Centro Studi sulla Cina Contemporanea, articolo ripreso da Cinaforum.it del 16 ottobre

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19/08/2016

Democrazia costituzionale

Un importante contributo al dibattito in vista del referendum confermativo sulle deformazioni costituzionali ci è venuto, in questi giorni, da un intervento di Roberto Esposito pubblicato nelle pagine culturali di “Repubblica”.

Esposito prende le mosse da quello che lui definisce, all’interno dei sistemi politici occidentali, come l’emergere di un deficit di legittimazione nella frattura che si è aperta tra valori e norme.

Ci troviamo, in sostanza, in una non generica crisi di valori e si ricordano così i passaggi fondamentali dei tre maggiori teorici dello Stato: da Hobbes e la legittimazione del potere statale attraverso il patto tra gli individui che lo istituiscono, a Weber e le sue tre forme di legittimità: la tradizione dell’eterno ieri, il dono di grazia del capo carismatico e la fiducia razionale nelle leggi e, infine, lo Schmitt del principio di autorità che deve prevalere sulla “pura legalità”.

Su questi basi Esposito giudica il dibattito italiano sulle riforme costituzionali inadeguato alla profondità del problema così come questo si presenta nell’incerta “modernità” che stiamo vivendo.

Una “modernità” contesa tra definitività della secolarizzazione e ritorno agli integralismi d’ogni tipo.

Ci troviamo così ben oltre il tema del bilanciamento dei poteri e del cortocircuito tra assetto costituzionale e sistema elettorale (che pure rappresenta un rischio che si corre tra deformazione costituzionale e Italikum).

Secondo Esposito e su questo punto si può davvero concordare, non si può ridurre la legittimità alla governabilità.

A essere in gioco è la relazione tra potere costituente e potere costituito.

Un punto che, nel ventennio dell’infinita “transizione italiana”, è stato fatto passare come il contrasto tra costituzione formale e costituzione materiale, da risolversi a vantaggio della costituzione “materiale” così come questa appariva saldata al principio presidenzialista.

Esposito conclude con quello che, almeno a giudizio di chi scrive, potrebbe essere considerato come un punto di partenza: “Esaurite le sue fonti tradizionali, la legittimazione non è un dato, ma un processo. Essa non serve solo a giustificare i significati già costituiti, ma anche a integrarli con le nuove esigenze che salgono dalla società”.

Da sinistra, allora, il NO alle deformazioni costituzionali non può che ripartire da questa idea della rilegittimazione e del recupero di senso e direzione etica e politica nel rapporto tra norme e valori.

Crisi economiche, innalzamento dei muri, terrorismi non debbono farci dimenticare che la crisi democratica nasce dell’interno stesso del sistema (come sostiene del resto lo stesso Esposito) e che la risposta che ci viene fornita è quella di un pauroso arretramento verso il restringimento della stessa prospettiva di costituzionalità della democrazia.

Non a caso, inizialmente, si era tentata la strada – addirittura – del plebiscito in funzione della legittimazione del regime.

La risposta della sinistra del “NO” deve essere quella proprio della democrazia costituzionale repubblicana, quella della “Repubblica che riconosce”, della centralità dei consessi elettivi e del parlamento in particolare.

Non possiamo però fermarci lì : avremo una campagna elettorale piena di “ingerenze umanitarie” che instilleranno dalle pagine dei giornali della City, della BCE, di Wall Street la paura della “instabilità”.

Bisogna saper affermare che l’instabilità sta dentro a questo sistema e non c’entra nulla con l’esito referendario.

Quella della democrazia “occidentale” è una crisi endemica che trova il suo costante alimento sul piano generale nell’arresto di un processo di globalizzazione fondato sulla crescita delle disuguaglianze e sulla guerra come espressione dell’allargamento dei confini di una presunta democrazia, mai come in questo caso maledettamente sottintesa.

Sul piano interno la crisi della democrazia nasce e si sviluppa nel collocarsi delle forze maggioritarie del sistema fuori dalla Costituzione come sta avvenendo da troppo tempo.

Soprattutto il recupero del rapporto tra norme e valori attraverso difesa e applicazione della Costituzione non può che essere un passaggio di avanzamento di un progetto di ripresa democratica.

Al momento dell’Assemblea Costituente l’idea – forza della sinistra era quella della democrazia progressiva.

“L’idea di uno Stato democratico avanzato basato sul riconoscimento non solo delle libertà e dei diritti politici, ma anche dei diritti sociali, della proprietà pubblica e cooperativa accanto alla proprietà privata, e della programmazione economica. Una democrazia liberale molto diversa da quella prefascista, aperta a trasformazioni di contenuto socialista (le "riforme di struttura") e alla possibilità che la classe operaia, mostratasi la più aderente all'interesse nazionale nella lotta al fascismo e nella guerra di liberazione, si affermasse come classe dirigente del paese.”

Il punto d’approdo della democrazia progressiva sul piano teorico stava però all’interno del concetto di egemonia . “Nel sistema egemonico, esiste democrazia tra il gruppo dirigente e i gruppi diretti, nella misura in cui lo sviluppo dell'economia e quindi la legislazione, che esprime tale sviluppo, favorisce il passaggio (molecolare) dai gruppi diretti al gruppo dirigente.» (Note sul Machiavelli – Gramsci)”.

Naturalmente sono questi esempi di riflessione “storica” e non certo proposizioni immediate, ma indicano il terreno politico – culturale sul quale muoverci per fornire un’identità al “NO” che non sia semplicemente collocata sull’immediatezza del politicismo di basso profilo così come questo viene avanti da parte dei proponenti delle deformazioni costituzionali in questione.

E’ necessario fornire una prospettiva di avanzamento della democrazia: serve anche distinguerci dal basso profilo di chi intende usare il referendum come semplice clava per i propri scopi di potere.

Una sinistra che dica NO proponendo un’aggregazione basata sul recupero della capacità indispensabile per riflettere sulla frattura tra norme e valori e quindi sulla crisi complessiva della democrazia liberale potrebbe rappresentare davvero un passo avanti rispetto alla palude nella quale ci stiamo trovando.

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28/07/2016

Il referendum costituzionale è “popolo contro banche”

Pochi giorni fa George Soros sul Corriere della Sera dispensava buoni consigli a Renzi su come vincere il referendum costituzionale. In questo modo il più famoso di quei moderni pirati che sono gli speculatori finanziari internazionali confermava ciò che in molti sappiamo. Che la finanza e le banche, quell’1% di super ricchi che oggi ha in mano il potere, abbiano diretto interesse nella vittoria della controriforma della nostra Costituzione. E che per vincere questi signori siano disposti a fare carte false e anche per questo, dopo mesi di campagna per il SI a reti unificate, ancora non sappiamo quando si andrà a votare.

Il pronunciamento di Soros, che segue quello di Confindustria, top manager di multinazionali, banchieri italiani ed europei, ci porta direttamente alla dimensione sociale dello scontro sulla controriforma costituzionale. Cioè al fatto che, contrariamente a quanto affermato dai suoi estensori, la controriforma di Renzi abbia proprio il fine ultimo di affossare la prima parte della Costituzione del 1948.

La legge Boschi sistematizza processi di riduzione dei poteri e dei diritti popolari e del lavoro, di centralizzazione del potere, iniziati negli anni '80 del secolo scorso con i governi di Bettino Craxi. Non a caso è in quegli anni che si comincia a parlare di governabilità e decisionismo. Allora si lanciò il progetto di una “grande riforma” che superasse il sistema costituzionale uscito dalla sconfitta del fascismo e rafforzasse il potere di decidere del governo e del suo capo. Craxi accompagnò questo suo disegno con il taglio per decreto legge del salario determinato dalla scala mobile. Questo per chiarire quale fosse il segno sociale ed economico del decisionismo rivendicato. Nel mondo della globalizzazione dei mercati e della speculazione finanziaria dominante sarebbe stato necessario un nuovo tipo di governo, più simile all’amministrazione di una grande impresa che al governo democratico della società.

Contemporaneamente allo smantellamento di quei lacci e lacciuoli, per usare la definizione di Guido Carli, che limitavano mercato e potere d’impresa, negli anni '80 si diede il via alla piena affermazione del potere della finanza sul bilancio pubblico. Nel 1982 venne decisa la separazione del Tesoro dalla Banca d’Italia, per cui da quel momento l’amministrazione pubblica per i suoi bisogni avrebbe dovuto indebitarsi con le banche e la finanza internazionale a prezzi di mercato, invece che ricorrere alla Banca d’Italia come nei decenni di crescita precedenti. Insomma negli anni '80 si misero in campo tutte le basi delle politiche liberiste contro il lavoro e i diritti sociali, poi sviluppatesi nei trenta anni successivi.

Ora Renzi riprende e porta a conclusione tutti i progetti di riforma autoritaria della democrazia nati oltre trenta anni fa, contemporaneamente ed assieme all’affermazione delle politiche economiche e sociali liberiste. Il suo quindi non è un cambiamento, ma il compimento sul piano istituzionale delle politiche che da trenta anni colpiscono il lavoro.

Roberto Benigni e altri sostengono però che la legge Boschi possa essere accettata proprio perché inerisce all'organizzazione del potere e non ai suoi fini, che resterebbero ancora quelli definiti nella prima parte, che non viene toccata. La Costituzione più bella del mondo resterà, dicono costoro, sarà solo più efficiente.

Ma come si può sostenere che la completa riscrittura di 47 articoli della Costituzione in una volta sola lasci inalterata la nostra Carta? Se in una automobile conservo un po’ della carrozzeria esterna e cambio motore e parti meccaniche io ho un’altra vettura e anche la carrozzeria ne risentirà, sempre che non si vada a sbattere.

La prima parte della Costituzione, cioè i principi sul lavoro, sulla salute, sul rapporto pubblico privato, sull’ambiente, da tempo viene devastata dalle normali leggi dei governi. Forse che acquistare un operaio come un pacchetto di sigarette dal tabaccaio, con i voucher, ha qualcosa a che vedere con il concetto costituzionale di lavoro? E la distruzione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e tutte le forme di precarietà previste per legge, non espellono forse i diritti costituzionali dai luoghi di lavoro? Di Vittorio chiedeva di far entrare la Costituzione nelle fabbriche per realizzarla davvero, oggi la si estromette dal rapporto di lavoro ridotto a merce, per poi renderla vuota e inutile ovunque. E lo Sblocca Italia, la Buona Scuola, i tagli alla sanità che costringono milioni di poveri a non curarsi, quelli alle pensioni, le privatizzazioni non devastano ogni principio della prima parte della Costituzione? E la guerra in violazione plateale dell’articolo 11?

Da tempo la politica quotidiana dei governi vìola i principi della prima parte della Carta, la controriforma della sua seconda parte istituzionalizza e rende permanente il pratico smantellamento della prima.

La nostra non è una costituzione liberale che stabilisca semplicemente le regole del gioco per l’accesso al potere politico. Quello era lo Statuto Albertino, che permise venti anni di dittatura fascista nel rispetto delle sue regole. La nostra è una costituzione democratica a forte caratterizzazione sociale, è una costituzione sociale.

Voglio ricordare quello che secondo me è l’articolo che meglio caratterizza il senso e lo scopo della nostra Carta, l’articolo 3.

All’inizio quell’articolo afferma semplicemente il principio dell’eguaglianza formale: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, fin qui siamo nel solco delle costituzioni liberali e borghesi. Ma poi nel secondo comma cambia tutto, leggiamolo:
“E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
Ecco, qui la nostra Costituzione afferma che senza eguaglianza sociale non c’è davvero neppure quella formale. Marchionne che guadagna 50 milioni di euro all’anno ed un operaio Fiat che ne prende 25.000 non sono eguali. L’uno ha infinitamente più potere dell’altro.

Per questo il diritto del lavoro non è eguale a quello commerciale, perché la compravendita della prestazione di lavoro non avviene tra contraenti con pari forza contrattuale. Il diritto del lavoro parte dal presupposto che i rapporti di forza tra impresa e lavoratore vadano riequilibrati a favore di quest’ultimo; ed è proprio per questo che le riforme liberiste degli ultimi trenta anni smantellano il diritto del lavoro e lo sostituiscono con il diritto commerciale. Secondo la controriforma liberista il lavoro va trattato come qualsiasi altra merce e non deve essere sostenuto da leggi e tutele speciali, altrimenti verrebbero violate le sacre leggi del mercato.

L’articolo 3 riconosce la disparità sociale delle classi come limite assoluto della democrazia e affida alla Repubblica il compito di “rimuovere”, apprezziamo bene la forza di questa parola, gli ostacoli economici all’eguaglianza. Chi sono i soggetti a cui la Repubblica deve offrire la sua tutela particolare, i cittadini svantaggiati genericamente intesi? No, sono proprio i lavoratori perché evidentemente per la nostra Costituzione il grado di libertà reale del paese si misura innanzitutto con quello del lavoro. Una costituzione classista? No democratica nel senso ampio assunto da questa parola dopo la sconfitta del fascismo.

Si noti bene poi che il compito di rimuovere gli ostacoli all’eguaglianza non è affidato al governo o al suo capo, ma alla Repubblica. Cioè al governo, al parlamento, alla magistratura, agli enti locali, a tutte le istituzioni politiche che compongono la Repubblica, comprese le organizzazioni che la Costituzione riconosce come fondamentali, sindacati, partiti, libere associazioni. Tutto questo è la Repubblica, che si dà il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono la reale eguaglianza. La repubblica prefigurata ed organizzata dalla controriforma di Renzi è invece tutta un’altra cosa.

Prima di tutto nella costituzione renziana c’è un uomo solo al comando. Il parlamento è composto di nominati, direttamente il Senato, indirettamente ma egualmente la Camera. Che viene eletta con una legge elettorale che concede il potere assoluto alla migliore minoranza, che potrà decidere quello che vuole, o meglio quello che vuole il suo capo, contro la maggioranza del paese che non l’ha scelta per governare. Un colpo di stato permanente, frutto del golpe bianco che ha prodotto la stessa legge di riforma. Non dimentichiamo infatti che un parlamento dichiarato incostituzionale dalla Corte Costituzionale, con una maggioranza che rappresenta poco più del 20% del paese reale, ha smontato un Costituzione votata nel 1947 da oltre il 90% di una Assemblea eletta dal 90% dei cittadini.

Il potere autoritario che scaturisce dai 47 nuovi articoli della costituzione renziana distrugge l’autonomia di tutte le istituzioni della Repubblica, dal parlamento, alla magistratura, agli enti locali. I sindaci diventano impiegati del governo, visti i vincoli nazionali ed europei cui sono sottoposti secondo il nuovo articolo 119. I sindacati, anche per le complicità di CGILCISLUIL, vengono anch’essi soggiogati al sistema di potere. Che a sua volta deve obbedire a vincoli e ordini superiori, quelli dettati dal vincolo europeo.

In sintesi la controriforma della Costituzione è un tavolo a tre gambe. Quella centrale, su cui siamo chiamati ad esprimerci con il referendum, organizza il sistema di potere attorno al capo. Un’altra gamba è l’Italicum, la legge elettorale truffa che determina chi sarà il capo.

La terza gamba è il nuovo articolo 81, che impone anche al capo un vincolo superiore: quello del fiscal compact europeo, il pareggio di bilancio obbligatorio costituzionalmente. Una repubblica autoritaria a sovranità limitata, questo è ciò che sta sul tavolo della controriforma costituzionale.

Altro che rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e la partecipazione dei lavoratori, la nuova repubblica si dà un altro mandato, quello di rimuovere gli ostacoli alla libertà d’impresa. Nel nome del mercato e della austerità europea, il capo supremo deve fare sì che la repubblica sia sempre più appetibile per gli investimenti della finanza e delle multinazionali, che devono essere attirati come dice la propaganda liberista dominante. È la repubblica del TTIP, il trattato internazionale che vorrebbe concedere il diritto alla extraterritorialità giudiziaria alle multinazionali, prima di tutto sui diritti del lavoro e sulla tutela della salute e dell’ambiente.

Le fonti ispiratrici di questa costituzione di mercato sono chiaramente rintracciabili nei centri del potere finanziario europeo e multinazionale. Basta rileggersi la lettera del 5 agosto 2011, indirizzata al governo italiano da Draghi e Trichet, cioè dalla Banca Centrale Europea. Quel testo definiva un preciso programma di governo e di riforma costituzionale, realizzati poi in gran parte dagli esecutivi che si sono succeduti da allora alla guida del Paese.

E poi bisogna ricordare il documento del 28 maggio 2013 stilato dalla Banca Jp Morgan, una delle grandi istituzioni della finanza speculativa mondiale. Quella banca allora scrisse in un suo documento che le riforme liberiste nei paesi europei periferici, Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, non si erano potute realizzare pienamente a causa degli ostacoli frapposti dalle relative costituzioni nazionali. Quelle costituzioni, ricordava sempre la banca, figlie della sconfitta del fascismo e della parte rilevante avuta in essa dalle forze di sinistra socialiste e comuniste. Per questa ragione storica le costituzioni antifasciste tutelano troppo il lavoro, danno troppo potere alle opposizioni così come alle regioni e ai comuni, garantiscono i sindacati e in definitiva danno potere di veto a chiunque scenda in piazza per difendere i propri interessi. Le riforme liberiste della economia e della società non avrebbero mai potuto dispiegarsi con tutta la loro efficacia senza cambiare quelle costituzioni, concludeva infine la banca.

Non può esservi dubbio che la legge Boschi corrisponda meticolosamente agli indirizzi di riforma costituzionale rivendicati dalla Banca Morgan e che la sua messa in opera cancellerebbe la sostanza della Costituzione antifascista.

Bisogna votare No alla controriforma, affinché l’Italia sia ancora una repubblica democratica fondata sul lavoro e non sulle banche.

p.a. Il documento Jp Morgan contro le “costituzioni socialiste” da abbattere: Jp Morgan-28-maggio-2013

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07/04/2016

Fmi e Troika: solo se li capisci, li puoi combattere

Quei pazzi scatenati del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), visti i disastri che hanno combinato nel mondo, dovrebbero aver imparato quantomeno a stare zitti. E invece no. Continuano a produrre “ricette” che o vengono ignorate oppure vengono applicate. Nel secondo caso, per lo sventurato paese che le adotta, si aprono le porte dell’inferno. Chiedete alla Grecia, per conferma.

Come dei tossicodipendenti all’ultimo stadio, gli economisti del Fmi reagiscono al fallimento delle proprie indicazioni economiche raccomandando una maggiore dose delle stesse indicazioni. Non hanno funzionato le liberalizzazioni? Fatene di più, tutto andrà apposto. L’azzeramento delle tutele per i lavoratori – pudicamente inscritte alla voce “riforme del mercato del lavoro” – hanno prodotto riduzione dei consumi e deflazione? Insistete, date alle imprese un potere dittatoriale, e vedrete che ricomincerà “la crescita”. Le “politiche attive” relative al mercato del lavoro – incentivi alle imprese, sanzioni per i disoccupati che non riescono a trovare un nuovo lavoro, agenzie private per la riqualificazione e ricollocamento, ecc – hanno fatto flop? Spendete di più, voi Stati costretti da noi a tagliare tutte le altre spese sociali, e vedrete…

L’ennesimo studio del Fmi, che farà da base per i lavori del prossimo G20, ripete ossessivamente le stesse cose di sempre, incapace di variare la prospettiva in base ai risultati. Dal loro punto di vista, come sempre, l’insuccesso dipende dalla moderazione o lentezza con cui le proprie indicazioni sono state realizzate, mai sfiorati dal dubbio che si possa trattare di idiozie conclamate.

Fin qui siamo nell’ovvio e non varrebbe neanche la pena di criticare ancora una volta questo modo di ragionare (che in realtà è piuttosto un modo per imporre interessi finanziari e multinazionali molto precisi). Ma c’è un dettaglio politico, in questo rapporto, che merita di essere evidenziato, perché di grande rilievo per quanti si oppongono, in qualsiasi paese del pianeta, alle politiche di austerità.

Non c’è occasione migliore di una crisi per sbloccare lo stallo politico sulle riforme, osserva l’Fmi, chiarendo il metodo usato da sempre per imporre svolte altrimenti difficili. Il punto vero è la forza dell’opposizione alle “riforme” neoliberiste, vero rovello dei governanti di ogni paese. Dal loro punto di vista, insomma, i quasi mille progetti di riforme fissati nell’agenda del G20 due anni fa non hanno visto tutti concretamente la luce per la naturale paura dei governanti eletti di perdere le elezioni successive alle “riforme”. Ne abbiamo una prova quasi fisica in Italia, dove da quasi cinque anni sono in carica governi non eletti, che quindi soffrono un po’ meno questa sindrome senza peraltro esserne immuni (ogni volta che c’è una tornata elettorale anche minima Renzi tira fuori l’idea di regalare 80 euro a qualcuno; ora li promette ai pensionati poveri...).

L’unico modo che il Fmi vede per “sbloccare” il ridisegno del modello sociale globale è dunque quello di sfruttare proprio le incertezze e le paure generate dalla crisi, moltiplicate dal “terrorismo” e dagli evidenti preparativi di guerra, per imporre autoritariamente quel che altrimenti non si riuscirebbe mai a far passare nella forma “ottimale”.

Da questo schema escono fuori due considerazioni strategiche: a) l’importanza di una opposizione sociale e politica di massa, che deve proseguire e svilupparsi; b) la necessità che questa opposizione alzi gli occhi dal proprio orticello particolare e comprenda la cornice globale entro cui si muove.

Perché è vero, come si diceva qualche anno fa, che occorre “pensare globalmente, agire localmente”. Ma è ancora più vero, tragicamente, che “le pratiche locali” sono state subito privilegiate a scapito del “pensare globale”. Con il pessimo risultato concreto di non saper più bene entro quale ring si stava dando battaglia e, soprattutto, con quali compagni di strada e per quali obiettivi.

Come si può vedere dall’articolo apparso su IlSole24Ore, invece, questa consapevolezza – dall’altro lato della barricata – è preliminare a qualsiasi azione. Sono evidenziati i passaggi più rilevanti.

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Le tre ricette del Fondo monetario per ridare slancio alla crescita

Alessandro Merli

FRANCOFORTE – Liberalizzazioni, riduzione del cuneo fiscale, aumento della spesa in politiche attive del mercato del lavoro sono le tre ricette di effetto più immediato del Fondo monetario per rafforzare la crescita «troppo lenta e troppo fragile» su cui ha sollevato l’allerta martedì a Francoforte il suo direttore, Christine Lagarde.

L’Fmi parla da tanto tempo della necessità di riforme strutturali che un altro studio su questo tema dall’istituzione di Washington può apparire un déjà vu. Ma nei Paesi avanzati, dove la politica monetaria sembra aver raggiunto i propri limiti di efficacia, e soprattutto nell’eurozona, dove anche la politica fiscale è ingessata dalle regole europee, possono essere una carta decisiva per far fronte ai rischi crescenti per la ripresa.

Le riforme strutturali non si fanno perché spesso sono impopolari e vanno a colpire gruppi di pressione bene organizzati. E questo spaventa i politici. Nella celebre frase dell’attuale presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker: «Sappiamo quali riforme dobbiamo fare. Non sappiamo come essere rieletti dopo averle fatte». Il G-20 ha varato un paio d’anno fa un piano che inizialmente prevedeva quasi mille progetti di riforme, con l’obiettivo di alzare la crescita mondiale di un 2% entro il 2018, ma i ritardi sono tali che è pressoché impossibile che l’obiettivo venga raggiunto.

Eppure, non c’è occasione migliore di una crisi per sbloccare lo stallo politico sulle riforme, osserva l’Fmi, in uno studio appena pubblicato in vista degli incontri della prossima settimana a Washington, dove il problema del rilancio della crescita sarà al centro delle riunioni di ministri finanziari e governatori del G-20 e del Fondo monetario stesso. «Le riforme del mercato del lavoro e dei prodotti hanno in comune anzi tutto una cosa: tipicamente vengono introdotte in periodi di crescita economica debole, di alta disoccupazione, o entrambi». È certamente il caso dell’Europa in questo momento. Nel G-20, gli Stati Uniti sono più inclini a pensare che il momento richieda soprattutto un rilancio della domanda, mentre il paladino delle riforme strutturali è la Germania, che peraltro ha fatto le sue ormai un decennio fa e da allora vive sugli allori, come l’ha ammonita l’Ocse questa settimana.

Data la difficoltà di introdurre queste riforme, la scelta delle priorità e la sequenza dell’applicazione conta. Le riforme del mercato dei prodotti, per esempio le liberalizzazioni nelle reti, nel commercio al dettaglio, nelle professioni, che favoriscano l’ingresso di nuovi partecipanti sul mercato, hanno un impatto anche nel breve termine. Spingono l’investimento privato e favoriscono l’occupazione. Inoltre, hanno il vantaggio, in molti casi, di non presentare costi per le finanze pubbliche. Sono le cosiddette riforme a costo zero. L’Fmi cita le liberalizzazioni del trasporto aereo e delle telecomunicazioni degli anni '90 come due esempi di riforme che hanno portato forti aumenti di produzione, produttività e qualità dei servizi. I risultati in termini di aumento del prodotto interno lordo sono visibili già nel secondo anno dopo la loro introduzione.

Le riforme del mercato del lavoro sono spesso un tabù, soprattutto se ci sono elezioni in vista. Alcune però sono di maggiore effetto quando le condizioni macroeconomiche sono deboli, come è il caso attuale: per esempio, la riduzione del cuneo fiscale e l’aumento della spesa in politica attive del mercato del lavoro, che mirano cioè a riportare in attività i disoccupati. La loro efficacia dipende in parte dal fatto che comportano normalmente una qualche misura di stimolo fiscale. In tempi difficili, invece, è più problematico realizzare riforme della protezione dell’occupazione e dei sussidi di disoccupazione, perché queste possono indebolire ulteriormente la domanda e la crescita.

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