Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/03/2024

Attraversando il PNRR. Parte I: piani Ue e classe dirigente italiana (II)

III. I termini e le condizioni del prestito. Per un approccio pragmatico ma conflittuale

La questione da agitare a livello politico non è quella delle condizioni del prestito: non si tratta di somme di denaro prestate «a strozzinaggio» e, per di più, una discreta parte di queste non andrà restituita (le stesse commissioni sul finanziamento richieste dall’Ue sono praticamente nulle).

Non ci sembrano efficaci nemmeno le critiche sul livello di indebitamento del Paese, cioè sulla quantità di debito che svilupperemmo a causa dei fondi PNRR, che dovremo restituire: concretamente il tutto andrebbe a risolversi con 6.000.000.000 euro e più all'anno in aggiunta sul debito pubblico, da corrispondere nell’arco del ventennio che va dal 2033 al 2052. Ora, aggiungere questa cifra a un debito che matura interessi annui di 7-9.000.000.000 euro non ci sembra un ostacolo insormontabile per il bilancio di un'economia avanzata, per quanto non si tratti di spiccioli.

La questione da trattare dovrebbe essere un’altra: l’attuale ripartizione degli investimenti fra capitale e lavoro e la futura ripartizione delle spese per la restituzione del prestito, sempre fra capitale e lavoro. Forse si potrebbe lavorare a una rivendicazione per la quale la restituzione dei fondi PNRR vada richiesta ai soggetti che li hanno utilizzati, attraverso aliquote, tasse, riduzione degli sgravi fiscali per fascia di utile netto, ecc. Tutto ciò considerando, magari, solamente imprese con determinate fasce di fatturato (non troppo basse) e considerandole assieme al relativo indotto di servizi alle imprese e finanziari, per poter ascrivere così a bilancio pubblico soltanto le quote di finanziamento PNRR destinate (sulla carta) al potenziamento dei servizi pubblici. Se vogliamo interagire col dibattito mainstream, forse sarebbe ipotizzabile un discorso del genere. Del resto i sindacati e «l’opposizione» parlamentare avrebbero potuto tranquillamente chiedere ai destinatari dei fondi PNRR di contribuire alle spese sostenute con un contributo a un fondo appositamente costituito. Presupposto irrinunciabile di qualsiasi rivendicazione di questo tenore, però, sarebbe stata una critica politica ai meccanismi europei di funzionamento. Ma proseguiamo.

Per una parte questi fondi sono sovvenzioni a fondo perduto[1] e, per l’altra, prestiti. La loro erogazione è subordinata ad alcuni adempimenti da parte dei governi nazionali, per cui non è scontata e non avviene in un’unica tranche. Gli unici paesi che finora[2] hanno ricevuto soldi in prestito sono: Italia, Grecia, Romania, Slovenia, Portogallo, Cipro. L’Italia è sia la nazione ad aver ricevuto la percentuale maggiore dei fondi previsti (44%), che l’unica ad aver ricevuto più soldi in prestito che sotto forma di sovvenzioni.

I fondi spettanti a ciascun paese, così come la destinazione d’uso e le condizioni di prestito degli stessi, sono stati stabiliti contrattualmente fra la Commissione Europea e il governo nazionale: stiamo parlando del cosiddetto Loan Agreement («contratto di prestito»). Questo documento, di norma accessibile dai siti governativi degli altri paesi europei, curiosamente in Italia non sembra essere stato reso pubblico[3].

In caso di utilizzo non corretto dei fondi comunitari è prevista la restituzione degli stessi[4], e la norma non è puramente simbolica: per l’Italia, nel 2019 «l’ammontare totale di irregolarità e frodi tra Fonti Strutturali e Politica agricola equivale a 63.441.868 euro di cui 51.774.935 ancora da recuperare»[5].

Il totale dei fondi messi a disposizione dalla Commissione Europea per tutti gli Stati è di quasi 750.000.000.000 euro divisi circa a metà fra prestiti e sovvenzioni. Per dare un’idea della mole di denaro in gioco forniamo alcuni dati: nel 2022 il PIL italiano è stato di circa 1.930.000.000 euro, quello della Germania 3.877.000.000 e quello del Portogallo 224.000.000. L’Italia, da questo punto di vista, è la quarta economia europea[6]. Il dispositivo del PNRR, perciò, rappresenta un investimento ingente, potenzialmente in grado di andare a influenzare le strategie e i risultati delle economie dell’Unione. Tra l’altro il PNRR fa parte del programma Ngeu, che «comprende due strumenti di sostegno agli Stati membri. Il REACT-EU [47,5 miliardi in totale] è stato concepito in un’ottica di più breve termine (2021-2022) per aiutarli nella fase iniziale di rilancio delle loro economie. IL RRF ha invece una durata di sei anni, dal 2021 al 2026»[7].

Per quanto riguarda le condizioni dei prestiti vi è la questione della restituzione degli interessi sul prestito e quella della restituzione del prestito vero e proprio.

Gli interessi li stiamo già ripagando e, per ora, sono convenienti, in quanto i tassi sui prestiti concessi all’Ue risultano inferiori a quelli italiani. Questa, infatti, prende a sua volta in prestito il denaro (la maggior parte, anche quello da erogare come sovvenzioni) man mano che provvede a erogare le rate ai vari Stati nazionali. In che modo? Emettendo titoli obbligazionari. Come funzionano? L’investitore privato li compra e, alla loro scadenza, riceverà indietro la somma iniziale maggiorata dagli interessi. Questi ultimi vengono stabiliti al momento della transazione e tendenzialmente sono più bassi quando l’istituzione dalla quale si comprano i titoli è solida e ha un rischio di insolvibilità del debito (alla scadenza dell’obbligazione) basso. Ora, se fondamentalmente è questo il motivo per cui l’Ue prende soldi a prestito a costo inferiore rispetto all’Italia, bisogna considerare che: qualora le condizioni di mercato peggiorassero, i tassi salirebbero e le previsioni economiche di spesa andrebbero riviste al rialzo; i tassi d’interesse concessi all’Ue sono circa la metà di quelli italiani, ma stanno lentamente salendo; generalmente le obbligazioni a lungo termine comportano a priori tassi d’interesse più alti e possono finire per catalizzare (più delle obbligazioni a breve scadenza) gli eventuali incrementi dei tassi che dovessero occorrere nel corso degli anni, favorendo una sorta di «effetto amplificatore».

Una scommessa sulla stabilità dell’Unione, dunque, e un cappio al collo delle classi popolari, pronto a stringersi in caso di necessità. Al momento però simili problematiche sono prefigurabili soltanto per via puramente ipotetica. A quanto ci risulta, infatti, dato che il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha previsto ad hoc due nuovi capitoli di spesa in bilancio[8], sulla scorta dell’aggiornamento contenuto nella nuova Legge di Bilancio è possibile affermare che non si tratta di somme elevate: 278.000.000 euro nel 2023, 504 nel 2024 e 714 nel 2025[9]. In questi anni i costi dei soli interessi sull’intero debito pubblico saranno di 75.000.000.000 e 718.000.000 euro per il 2023, 84.829.000.000 euro l’anno seguente, 91.517.000.000 euro nel 2025[10].

Il debito vero e proprio (che per l’Italia dovrebbe essere di 194.300.000.000 euro, di cui però solo 126 da restituire, essendo i rimanenti finanziamenti a fondo perduto) andrà ripagato a partire da 10 anni dopo la ricezione dei soldi e nell’arco di ulteriori 20 anni. Facciamo presente che complessivamente (comprendendo quindi anche le sovvenzioni a fondo perduto) «l’ammontare dei prestiti RRF all’Italia è stato stimato in base al limite massimo del 6,8% del reddito nazionale lordo in accordo con la task force della Commissione»[11].

IV. PNRR italiano: obiettivi generali e predisposizione del quadro amministrativo

Pensiamo che possa essere utile esaminare brevemente le riforme collegate al Piano, ossia quelle norme in carico al governo nazionale che è necessario promulgare per poter utilizzare correttamente ed efficacemente i fondi PNRR. Alcune di queste servono a garantire l’attuazione del piano (riforme abilitanti) e a preparare il contesto (riforme orizzontali o di contesto)[12], mentre altre sono molto più specifiche (riforme settoriali).

Le riforme abilitanti puntano alla semplificazione burocratica e alla digitalizzazione dell’amministrazione pubblica, nonché a stimolare la concorrenza nei mercati.

Fra queste troviamo la legge annuale per il mercato e la concorrenza[13], attraverso cui i governi hanno tentato (e tenteranno ancora) di semplificare le procedure per gli investimenti e lo sviluppo delle infrastrutture, rilasciando più facilmente le concessioni e riducendo gli oneri amministrativi, nonché di liberalizzare completamente i settori dell’energia elettrica, idroelettrica e da gas naturale, e le autostrade. Importante poi sottolineare come uno degli obiettivi di riforma dichiarati nel PNRR sia stabilire che il pubblico, per ricorrere a risorse interne anziché al mercato (appalti ed esternalizzazioni, consulenze...), debba fornire adeguate giustificazioni, anche di carattere economico: «andranno introdotte specifiche norme finalizzate a imporre all’amministrazione una motivazione anticipata e rafforzata che dia conto delle ragioni del mancato ricorso al mercato, dei benefici della forma dell’in house dal punto di vista finanziario e della qualità dei servizi e dei risultati conseguiti nelle pregresse gestioni in auto-produzione, o comunque a garantire una esaustiva motivazione dell’aumento della partecipazione pubblica»[14]. Fra i settori che probabilmente verranno più colpiti da questo approccio troviamo quello della raccolta e dello smistamento rifiuti.

Un’altra riforma abilitante punta a dotare l’amministrazione di un unico sistema di contabilità, di piattaforme informatiche compatibili e capaci di operare congiuntamente, di personale specializzato ed esperto negli strumenti di vendita e di misurazione delle performance.

Questo vorrebbe dire aumentare l’efficienza e la produttività dello Stato (stimolando ritmi di lavoro più alti e passando dalla misurazione collettiva della produttività a quella individuale, relativa al singolo dipendente). Ma vuol dire anche stimolare la compra-vendita di prodotti digitali hi-tech creando un mercato ad hoc che veda lo Stato come primo cliente, nel tentativo (che immaginiamo sarà solo parzialmente efficace) dichiarato di spingere il tessuto imprenditoriale italiano all’innovazione produttiva e a investire nei settori più remunerativi dell’economia. Vuol dire, infine, aumentare il controllo politico sui cittadini lavoratori: questi saranno suddivisi per categorie di rischio (ad esempio in riferimento all’evasione fiscale), in maniera tale da rendere il controllo «mirato» e scovare i colpevoli; la stima del rischio verrebbe fatta con l’ausilio di strumenti informatici come i big data analysis[15], che consentono l’analisi e la «clusterizzazione» (categorizzazione) di mole di dati anche molto grandi e il cui uso, non a caso, si sta diffondendo largamente nei settori produttivi dell’economia. A tal fine, l’organico dell’Agenzia delle Entrate è già stato rafforzato con 4113 unità in più, deputate all’utilizzo di strumenti informatici avanzati a fini di controllo. Unico argine democratico è la «pseudonomizzazione» delle informazioni, che protegge la privacy del cittadino informalmente indagato dai lavoratori dipendenti dell’Agenzia.

Le riforme orizzontali servono a intervenire nella Pubblica Amministrazione e nella Giustizia, al fine di stimolare gli investimenti: quelli pubblici, nel caso della PA, o quelli delle imprese private sul territorio nazionale, nel caso della riforma della Giustizia. E se per la PA fondamentalmente tornano le solite parole d’ordine (semplificazione burocratica, digitalizzazione, nuove assunzioni e investimenti sulle competenze della forza-lavoro), per la Giustizia il problema è inquadrato nella lentezza dei processi, vista come il principale fattore di disturbo per gli investimenti.

Insomma, l’intento celato dietro queste (e altre) riforme sembra chiaro: attrarre gli investimenti e farli fruttare, eliminando lentezze e storture procedurali di tipo amministrativo e giudiziario. Gli investimenti, difatti, sono la base di un piano capitalistico di sviluppo come il PNRR. Tuttavia, bisogna essere più specifici e cercare di capire a cosa, in concreto, la classe dirigente stia mirando.

Una sintesi dei tre obiettivi centrali nel PNRR Italiano

Potremmo riassumere in tre punti gli obiettivi generali del Piano italiano: produttività, efficienza e posizionamento. La produttività indica la riduzione delle tempistiche di produzione e circolazione delle merci (approvvigionamento di materiali, manifattura e manifattura informatica, logistica, vendita); per «efficienza» intendiamo l’efficienza degli investimenti (la capacità di sviluppare il massimo potenziale economico con investimenti mirati) e allo stesso tempo la loro redditività (il guadagno che garantiscono al capitalista); il posizionamento è riferito al risultato di questi processi di implementazione economica sul mercato mondiale, ovvero alla possibilità di conquistare o mantenere le posizioni più remunerative nell’ambito delle filiere produttive di alcune tipologie di merci, considerate strategiche[16].

V. PNRR italiano: ritardi nell’utilizzo dei fondi

I paesi europei non sono tutti uguali. L’Italia, come forse in molti si sarebbero aspettati, sembra essere ben poco capace e disciplinata nel portare a termine il percorso di attuazione degli investimenti. Certo, sarebbe stato utopico porsi come sfida quella di sviluppare tecnologie in grado di monitorare il processo di implementazione tecnologica in itinere, utilizzando gli stessi fondi del PNRR: questo è, in maniera esemplificativa, il livello tedesco[17]. Anche volendo però fare un raffronto con un paese per alcuni versi più simile al nostro, quale ad esempio la Spagna, non emergerebbe un quadro edificante. Da un lato, l’Italia ha presentato quattro richieste di finanziamento (erogazione delle rate PNRR), mentre la Spagna tre, ma al nostro paese ne sono state accettate due, mentre per la Spagna sono state accolte tutte: «l’intervallo di tempo che intercorre tra la richiesta di pagamento e l’effettiva erogazione della rata (...) si allunga quando compaiono difformità tra gli obiettivi originariamente fissati dal Piano in corrispondenza della rata in questione e quelli effettivamente realizzati, discrepanze che devono essere valutate e validate dalle istituzioni europee. Ebbene, nel caso della prima rata, la Spagna ha ricevuto l’erogazione dei fondi dopo appena 45 giorni dalla richiesta, l’Italia dopo 104; per la seconda rata Madrid ha riscosso il pagamento dopo 90 giorni, Roma dopo 132; per la liquidazione della terza rata alla Spagna ci sono voluti 140 giorni, mentre l’Italia la sta ancora aspettando e sono passati 272 giorni dalla richiesta, inviata a Bruxelles il 30 dicembre dello scorso anno [la rata è infine stata versata il 09/10/2023][18]».

Dimostrando puntualità ed efficienza, inoltre, la Spagna è riuscita a sostenere con successo la richiesta di un notevole incremento dei fondi concessi (84.000.000.000 euro di prestiti in più, a cui vanno aggiunti altri finanziamenti e trasferimenti di denaro). Nel caso italiano, invece, «alla data del 26 novembre risultano spesi complessivamente 28.100.000.000 euro, pari a circa il 14,7% del totale delle risorse europee del PNRR: 1.300.000.000 euro nel 2020 (tutto il programmato per l’anno), 6.200.000.000 euro nel 2021 (leggermente più di quanto programmato), 18.100.000.000 nel 2022 (leggermente più di quanto programmato) e 2.500.000.000 euro nel 2023 (il 7,4%del programmato)»[19]. Non esattamente un risultato brillante, per il governo a guida Meloni: ad oggi il PNRR italiano ha dovuto essere ridotto di circa 17.000.000.000, al fine di ottenere l’erogazione delle rate. Vedremo se nel 2025-2026 si potranno recuperare quei soldi[20]... Per ora, concentrandoci sul presente, proviamo concretamente a vedere quali siano i problemi.

Ritardi nell’affidamento degli appalti

L’affidamento degli appalti risulta frequentemente in ritardo e spesse volte viene sospeso dopo l’assegnazione. Queste inefficienze non si verificano tanto nella fase della progettazione degli investimenti («cosa fare»), quanto in quella della messa a gara e dell’assegnazione dei progetti («chi deve farlo»). Da questo punto di vista sono evidenti le disparità territoriali fra nord e sud:
«la quota dei progetti conclusi è bassa dappertutto, ma al centro e al mezzogiorno è poco più della metà di quella del nord. I ritardi nella messa a gara e nell’assegnazione dei lavori, invece, si concentrano soprattutto nel mezzogiorno. (…) A fine novembre [2023] nel mezzogiorno risulta aggiudicato il 9,4% dei progetti finanziati, contro il 14,1% del nord e il 15,2% del centro[21]».
Le cause dei ritardi sono molte, ma incidono soprattutto la carenza di personale all'interno della PA e la conseguente, eccessiva mole di lavoro. A ciò si lega una diffusa difficoltà, sia da parte degli impiegati che dei dirigenti, a portare a termine gli adempimenti burocratici relativi ai progetti e ad assumersi la responsabilità di procedure che o non si conoscono, o non sono facili da gestire. In tale contesto, diventa ancor più difficile accertare la trasparenza dei processi di affidamento.

La soluzione del governo, allora, è stata quella di diminuire i controlli e le sanzioni e di escludere la Corte dei Conti dal controllo delle operazioni del PNRR e del Piano Nazionale Complementare; prorogare fino al 30 giugno 2024 lo scudo per i dirigenti al fine di scongiurarne la contestazione del danno erariale per colpa grave[22]; limitare l’ammontare economico delle condanne (riducendo i poteri di controllo della magistratura contabile sugli appalti); obbligare i dirigenti pubblici a sottoscrivere un’assicurazione; un maggior uso dei crediti d’imposta, più rapidi rispetto alla realizzazione diretta di opere pubbliche, per l’assegnazione dei finanziamenti. Tutto ciò mentre si tamponano le inefficienze con assunzioni ad hoc per il PNRR nel pubblico, principalmente a tempo determinato, e con riorganizzazioni interne degli uffici, finalizzate alla gestione e alla realizzazione dei piani e quindi foriere più che altro di un aumento del carico di lavoro degli impiegati.

A parer nostro, per tutelare i lavoratori sarebbe stato meglio intervenire istituendo clausole sociali di salvaguardia e stipulando contratti più favorevoli. Evidentemente però il PNRR è anche il banco di prova di soluzioni forti, che andranno a cadere negativamente sulle condizioni salariali e di contrattazione.

D’altro canto l’idea di garantire ad amministratori e dirigenti pubblici uno scudo quasi totale, che eviterebbe loro ogni accusa e contestazione di colpa grave per danno erariale in caso di un controllo preventivo, fa rabbrividire, perché elimina tutti i controlli successivi della Corte dei Conti, anche su appalti da milioni di euro. Eppure sarà così: il governo ha scelto di rendere più complicati i controlli sugli atti firmati da dirigenti pubblici che abbiano precedentemente richiesto un «controllo preventivo» sugli stessi. Fino a oggi questa procedura era limitata per legge a pochi atti di grande rilevanza, mentre ora verrebbe consentita – per quel che riguarda gli appalti del PNRR (e non solo) – a tutte le amministrazioni pubbliche, anche quelle locali, e a tutti i «soggetti attuatori», comprese le aziende. Tutti avranno facoltà di chiedere un controllo preventivo sull’atto e, in caso di via libera, non potranno più subire contestazioni per danno erariale per averlo adottato. I tempi concessi ai giudici per rispondere, fra l’altro, vengono dimezzati e se non arriva la risposta vale il silenzio assenso e scatta lo scudo erariale (salvo che per dolo). È facile capire cosa potrebbe succedere: gli uffici della Corte verrebbero subissati di una tale mole di atti, difficile da esaminare puntualmente, e il rischio è quello di dare il «liberi tutti». Per quegli atti che continuano a non poter essere sottoposti al controllo preventivo viene invece estesa a dismisura la cosiddetta «attività consultiva»[23].

Insomma, l’esclusione di responsabilità amministrativa per condotte gravemente colpose e l’eliminazione dei controlli in itinere sull’andamento dei progetti definiscono l’approccio di un governo che, forte di una certa quota di sostegno fra la piccola e media imprenditoria, cerca una sponda politica sicura per poter coprire alcune mancanze e difetti del proprio mandato. Peccato che, così facendo, si spalanchino le porte alle mafie...

Infiltrazioni della criminalità organizzata: l’appetito vien mangiando

Secondo Vincenzo Musacchio, criminologo forense, giurista e saggista di chiara fama, «i controlli in itinere sul PNRR servono perché così si monitorano i processi di spesa pubblica senza i quali si rischia davvero che il sistema cada nell’illegalità, nella corruzione e nelle mani della criminalità organizzata»[24]. Purtroppo vari decreti dei governi precedenti (Conte e Draghi) hanno gradualmente elevato la soglia di investimento (sino ai 5.000.000 euro) oltre cui non sono necessarie gare d’appalto ed è concesso l’affidamento diretto dei finanziamenti[25]. Il rischio allora «è di rivolgersi, anche inconsapevolmente, alle imprese colluse con la mafia o a quelle che accettino la corruzione facendo aumentare i prezzi, favorendo il lavoro nero e non garantendo né qualità, tantomeno risparmi di tempo»[26]. Secondo Maria Di Mauro, Procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Napoli Nord, quello dell’infiltrazione della singola impresa mafiosa non è, però, l’unico rischio: «sodalizi delinquenziali, fortemente radicati nel tessuto economico e sociale, [potrebbero essere in grado] di “gestire” direttamente tutte le procedure di aggiudicazione ed esecuzione delle opere realizzate con fondi pubblici»[27].

Ora, è vero che gli investimenti risultano meno efficaci senza un coerente adeguamento amministrativo e normativo, ma tale adeguamento può essere fatto in varie maniere. In questo senso giova presentare ancora una volta l’esempio del capitalismo spagnolo, meno interessato a sfruttare la deregolamentazione dell’attività d’impresa in alcuni settori (alias «mafia») per incrementare i profitti e rendere efficaci gli investimenti.

Un confronto tra Italia e Spagna sul sistema di controllo

Anzitutto, in Spagna il piano di gestione dei fondi è separato dal piano di controllo, in un’ottica di interazione reciproca tra due ambiti mantenuti differenti. Il piano di controllo è basato sull’implementazione (almeno sulla carta) dei meccanismi già in uso presso la PA, piuttosto che su un loro superamento o «aggiramento». L’indipendenza del potere giudiziario dall’assegnazione e dalla successiva gestione degli investimenti (legislativo ed esecutivo) permette una maggior correttezza (minor spreco di soldi, lavori condotti «a regola d’arte») e linearità nell’applicazione del PNRR. Ciò in virtù di quattro meccanismi di base:

- monitoraggio dei doppi finanziamenti: l'identificazione, la caratterizzazione e l'assegnazione di progetti o azioni da parte degli enti attuatori e le loro fonti di finanziamento faciliteranno il monitoraggio per evitare il doppio finanziamento;

- analisi dei conflitti di interesse: l'identificazione dei beneficiari delle sovvenzioni negli inviti a presentare proposte e degli aggiudicatari dei contratti faciliterà l'analisi dei conflitti di interesse;

- indagine sulla corruzione: l’identificazione dei beneficiari delle sovvenzioni negli inviti a presentare proposte e degli aggiudicatari dei contratti fornirà la base per le indagini sulla corruzione;

- controllo delle frodi: la natura completa del sistema, che include informazioni sulla gestione e sui risultati dei progetti e delle azioni, il controllo contabile delle spese sostenute e le informazioni sui bandi e sui contratti attuati, faciliterà l'analisi di potenziali frodi.

Sarà ormai chiaro al lettore quanto detto anche sopra: per un’efficace attuazione degli investimenti serve un piano di assunzioni straordinario a tempo indeterminato nella PA e il miglioramento delle condizioni contrattuali, a partire dagli enti locali, subissati di lavoro per il PNRR e con la forza lavoro meno pagata di tutto il pubblico impiego. Potrebbe essere la soluzione per arrivare almeno a un servizio completo di informazioni pubbliche sull’avanzamento dei progetti finanziati.

Per completezza citiamo infine un altro fattore – stavolta forse più «tecnico», per così dire – che potrebbe causare ritardi considerevoli: la bassa dimensionalità (e poca esperienza) di molti dei soggetti attuatori, ossia di chi si è aggiudicato l’appalto o se lo è visto affidare, nel caso del pubblico, come piccole imprese, scuole, associazioni, Partite IVA individuali, ecc. Questo è vero nonostante sia comunque forte il ruolo svolto da alcuni grandi soggetti, in primis gli ex-monopoli pubblici (Rfi, Infratel, Anas, ecc.): «i primi cinque soggetti attuatori[28] arrivano a contare per il 18,6%, mentre i primi dieci per il 22,5%»[29].

In conclusione: la borghesia italiana non sembra essere in grado di portare il paese a quella capacità e organicità dell’intervento economico che sarebbero necessarie per ottenere realmente qualcosa dai fondi PNRR; per far sì, cioè, che non finisca tutto in un po’ di «doping economico», in grado soltanto di attrarre investimenti per qualche tempo e dare così un sollievo momentaneo ai capitalisti nostrani. La consolidata italica strategia di deregolamentazione normativa e di riduzione del costo del lavoro, così necessaria in un paese ad alto tasso di piccole e medie imprese, è la stessa che ha portato alla scomparsa dei piani industriali e all’indebolimento della Pubblica Amministrazione: le competenze per trattare il PNRR come un piano industriale, anziché come una iniezione di ossigeno, non ci sono e non possono essere formate subitaneamente. In questo contesto, i grandi progetti imprenditoriali italiani tendenzialmente sono o naufragati, oppure hanno campato sui finanziamenti statali, rapinando la popolazione per arraffare quanti più denari possibile (specie se provenienti dalla finanza speculativa). Non esattamente quel che si possa dire essere un’iniziativa coordinata ed efficiente. Purtroppo in Italia abbiamo una classe dirigente arraffona, spregiudicata e arrogante, e il modo in cui verranno usati i fondi PNRR lo testimonierà.

VI. Note conclusive

La strategia europea descritta dai Flagship programs ruota attorno ad alcune priorità ben definite: il contenimento dei consumi energetici e lo sviluppo di una certa indipendenza dalle fonti estere; l’integrazione economica e l’interconnessione digitale delle varie economie nazionali; l’aumento e il miglioramento (specializzazione) della capacità produttiva.

Gli Ipcei indicano i settori ritenuti basilari per lo sviluppo economico o perlomeno, tra questi, quelli su cui è possibile adottare piani di sviluppo coordinati a livello comunitario: batterie, idrogeno come fonte energetica, microelettronica e connettività (tecnologie per la comunicazione, Cloud computing)[30].

L’Italia, dal canto proprio, si trova a interagire con questa strategia da una posizione di relativa difficoltà, dovuta soprattutto alle problematiche storiche che la nostra economia si trascina appresso da decenni: rispetto ai desiderata dei capitalisti, da noi si produce poco, si investe poco e gli investimenti non rendono bene. Il lavoro è poco specializzato e questo anche per via di un tessuto imprenditoriale fatto di moltissime piccole e medie imprese, poco capaci di innovare[31].

Vedremo nella prossima parte dell’articolo come l’Italia intenda utilizzare i fondi del PNRR per «dimostrarsi utile» e acquisire un ruolo importante nel processo di ristrutturazione economica continentale. Per ora possiamo soltanto affermare che tali fondi non dovrebbero comportare un livello di indebitamento eccessivo e che ci sono stati concessi secondo modalità tutto sommato convenienti, per quanto non esenti da rischi o aspetti potenzialmente problematici[32].

Preoccupano di più, semmai, le modalità scelte dalla nostra classe dirigente per stimolare gli investimenti privati, che hanno un ruolo necessario e complementare a quelli pubblici del PNRR. Eliminare le lentezze burocratiche e uniformare le procedure amministrative per la gestione degli investimenti, in Italia, vuol dire diminuire i controlli e facilitare la concessione dei permessi per evitare di rafforzare il sistema amministrativo. Quest’atteggiamento sta portando a ritardi e sospensioni nell’affidamento degli appalti, anche per via delle numerose infiltrazioni della criminalità mafiosa. Un aspetto, quest’ultimo, che ci offre già un indizio sulle difficoltà italiane nello «stare al passo» con gli altri paesi[33].

Note

[1] Soldi pubblici che non vanno restituiti, non sono soggetti a interessi e non vanno garantiti da adeguate coperture finanziarie o di Enti.

[2] Europarlamento, dati del 20/12/2023.

[3] C. Canepa, M. Taddei, Quanto costano davvero i prestiti del Pnrr, «pagella politica», 03/05/2023, https://pagellapolitica.it/articoli/costo-prestiti-pnrr. Ciò testimonia per l’ennesima volta un atteggiamento ingiustificabile da parte del Governo (e di quello precedente), a prescindere da quali siano le cause della mancata pubblicazione. Un Governo che definire «scarsamente consapevole» dei propri oneri e responsabilità nei confronti del rafforzamento dell’ordine democratico-costituzionale equivarrebbe, già oggi, a una colpevole piaggeria.

[4] Regolamento UE 2021/241, art. 22.

[5] Redazione Fiscal Focus, La clausola che rischia di far saltare (e restituire) i fondi del PNRR, in «fiscal focus», 01/07/2021 .

[6] «Quarta economia», a livello di PIL. Sulla base del PIL pro-capite il nostro Paese si trova nella metà inferiore degli Stati dell’UE. Dati 2019, Ragioneria Generale dello Stato.

[7] PNRR #NextGenerationItalia, p. 10.

[8] Ministero dell’Economia e delle Finanze, Decreto 8 giugno 2022, art. 4. I capitoli in questione sono il numero 2226, per la spesa per gli interessi dei prestiti del Pnrr, e il 2246, per i costi amministrativi e di gestione, comunque in capo al Paese destinatario dei fondi.

[9] Ministero dell’Economia e delle Finanze, Decreto di ripartizione in capitoli, pp. 152 e 153.

[10] Ministero dell’Economia e delle Finanze, Nota integrativa al Disegno di Legge di Bilancio per l’anno 2023 e per il triennio 2023 – 2025, 2022.

[11] PNRR #NextGenerationItalia, p. 22.

[12] Esistono infine le riforme d’accompagnamento al Piano, interventi necessari a evitare che, in seguito all’utilizzo dei fondi PNRR, possano sorgere contraddizioni di vario tipo. Interventi di questo genere potrebbero riguardare il regime fiscale, oppure gli ammortizzatori sociali.

[13] «Prevista nell’ordinamento nazionale dal 2009 (con legge n. 99/2009), la legge annuale per il mercato e la concorrenza è stata in concreto adottata solo nel 2017 (legge n. 124/2017)». Tratto da «PNRR #NextGenerationItalia, p. 79».

[14] PNRR #NextGenerationItalia, pp. 80-81.

[15] Ma anche l’intelligenza artificiale, il machine learning, il text mining o l’analisi delle relazioni.

[16] L’Italia, per esempio, è un importante produttore di tecnologie belliche e controlla segmenti importanti di quelle filiere produttive, mentre al contrario nel settore aeronautico non riesce a esprimere appieno le proprie «potenzialità», trovandosi divisa fra poche grandi imprese di punta e una miriade di aziende minori poco dinamiche.

[17] «La strategia dei dati viene monitorata anche durante la sua attuazione, ciò significa che lo stato di avanzamento della realizzazione dei progetti viene registrato quantitativamente». Darp (Deutscher aufbau und resilienzplan), p. 339 (traduzione effettuata tramite applicazione informatica).

[18] L. Rizzo, R. Secomandi, A. Zanardi, Spagna batte Italia «a Pnrr», «lavoce.info», 03/10/2023.

[19] Ufficio Parlamentare di Bilancio, Memoria della Presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, 05/12/2023, p. 10.

[20] Esiste anche la possibilità che il Governo si trovi a praticare comunque alcuni degli investimenti rinviati, finanziandoli però, a questo punto, coi titoli di Stato anziché con i fondi comunitari.

[21] Ibidem, p. 6.

[22] Stando alle dichiarazioni degli esponenti di maggioranza, infine, le intenzioni sono di estendere la riforma fino a ridefinire il concetto di «colpa grave» e rendere il più possibile permanenti le attuali, nuove misure, che ad oggi sarebbero transitorie.

[23] Oggi riservata ad atti o pareri forniti a regioni e comuni e inerenti alle materie di contabilità pubblica, di bilancio o di ordine generale.

[24] V. Musacchio, Scudo erariale su Pnrr? Rischio aumento corruzione e maggiori infiltrazioni mafiose, «antimafiaduemila», 23/12/2023.

[25] V. Musacchio, Appalti Pnrr, quasi il 90% è affidato senza gara. Le mafie banchettano, «huffpost», 23/10/2023.

[26] Ibidem.

[27] R. Patscot e V. Ricchezza, I fondi del PNRR e le possibili infiltrazioni della criminalità organizzata. Intervista a Maria di Mauro, «unicost», 12/11/2022.

[28] «Primi soggetti attuatori» per valore dei progetti aggiudicati. Agli attuatori spetta poi il compito di selezionare le imprese esecutrici (compreso, nel caso sia un’impresa, il soggetto attuatore stesso).

[29] Ufficio Parlamentare di Bilancio, op. cit., p. 12.

[30] V. Par. II, La strategia della Commissione Europea.

[31] V. Par. I, La situazione dell’economia produttiva italiana.

[32] V. Par. III, I termini e le condizioni del prestito.

[33] V. Parr. IV, Pnrr italiano: obiettivi generali e predisposizione del quadro amministrativo, e V, Pnrr italiano: ritardi nell’utilizzo dei fondi.

Fonte

16/04/2023

Italia - Politica economica sbagliata. Non va a rotoli solo il PNRR

Pare ormai evidente che l’Italia sia nettamente in ritardo sul PNRR. L’attuale governo scarica sul precedente esecutivo le responsabilità. Emiliano Brancaccio, professore di Politica economica presso il dipartimento Demm dell’Università degli studi del Sannio, che ne pensa?

“Il primo problema è che tutti e tre i governi coinvolti – Conte, Draghi, Meloni – abbiano assecondato una retorica che è stata quella di sovrastimare l’importanza del PNRR. In realtà la dimensione complessiva del Piano non è poi così rilevante come un po’ tutti vorrebbero farci intendere. Per quanto riguarda la parte prestiti c’è soltanto un vantaggio in termini di differenziale sui tassi di interesse, che non ammonta a più di 4 miliardi circa l’anno per sei anni. E per quanto riguarda i finanziamenti a fondo perduto, se consideriamo il contributo netto che l’Italia deve dare al bilancio europeo, anche lì non andiamo molto oltre i 4-5 miliardi l’anno.

In sostanza i famigerati 209 miliardi sono meno di 10 miliardi l’anno per sei anni. Il fatto che l’attuale premier, che è stata una sfegatata anti-euro fino all’altro ieri, sostenga che si debba utilizzare fino all’ultimo euro del Piano mi sembra che rientri nello schema retorico che ha imperversato in questi anni. In realtà se non fosse stato per l’enorme aumento del deficit pubblico italiano, verificatosi tra il 2020 e il 2022, finanziato dalla Bce noi non saremmo mai usciti dalla crisi. Altro che PNRR. E mi faccia dire anche un’altra cosa”.

Prego

“I governi coinvolti nel Piano non hanno mai affrontato una questione cruciale. Anche qualora arrivino fondi dall’Europa – e non sono molti – quei pochi fondi che arrivano incontrano un ostacolo burocratico e amministrativo nel fatto che noi non abbiamo le competenze per poter organizzare piani che l’Europa possa approvare. Questo è un deficit in termini di conoscenza e competenza burocratica e amministrativa che abbiamo ereditato da una politica che, nei decenni, ha progressivamente smantellato l’apparato dello Stato e svuotato le intelligenze che lavorano per conto della pubblica amministrazione. Il governo Draghi, quello dei tecnocrati da cui chissà cosa ci si aspettava, non ha fatto niente su questo punto. E anche questo esecutivo pare ancora di più orientato a svuotare l’apparato dello Stato e a smantellare le competenze e le intelligenze che dovrebbero contraddistinguere un PA moderna”.

Come valuta la postura del governo in Europa?

“La forza politica che sostiene questo governo è stata una forza sedicente anti-euro fino all’altro ieri. Poi è diventata una forza che doveva garantire gli interessi europei in Italia. Una posizione ondivaga che ispira poca credibilità. Sebbene l’Europa avanzi proposte in alcuni casi sbagliate. Penso al Mes che è un meccanismo di instabilità, in realtà, che dovrebbe spaventare più gli europeisti che non gli anti. Di contro la difesa degli interessi dei balneari da parte del governo è l’ennesima dimostrazione che questo esecutivo tende a proteggere un capitalismo delle rendite, parassitario. Sembra che abbia voglia di scatenare la competizione ai massimi livelli soltanto tra i lavoratori, quando nega il Reddito di cittadinanza e il salario minimo. Laddove si tratta di capitalismo delle rendite (vedi il caso dei balneari) tende invece a proteggere quegli interessi dalla competizione capitalistica”.

Stiamo perdendo il treno della transizione ecologica?

“La verità sta a metà. Da una parte è sbagliato come fa questo governo contrapporsi alla transizione ecologica, dall’altra le risorse che vengono messe a disposizione dall’Ue ai fini della stessa transizione sono modeste. E la transizione costa. Il PNRR offre un volume di risorse insufficiente rispetto a questi costi. Qui vedo da un lato un governo retrivo che non esprime una sensibilità ecologica adeguata alla crisi climatica, dall’altro lato un’Unione europea che pretende la transizione green ma non mette sufficienti risorse a questo scopo”.

Codice degli appalti

“Mi pare che la politica del governo di favorire appalti, subappalti e sub-subappalti o micro imprese, non assecondi affatto un meccanismo competitivo interno al settore edilizio. È la dimostrazione del fatto che questo governo ha una concezione retriva del capitalismo, tende a proteggere un settore edilizio frammentato invece di stimolare la competizione al suo interno per poter favorire processi di concentrazione e di maggiore tutela della legalità e anche della sicurezza sul lavoro. Ovvero una concezione antiquata del capitalismo che è quella di favorire una proprietà frammentata, imprese piccole e piccolissime che operano spesso in grigio o in nero”.

Cosa ne pensa dello scudo per alcuni reati fiscali?

“Questo è un Paese che, nonostante i piccoli miglioramenti dal punto di vista del recupero dell’imponibile, fa record europei nel campo dell’evasione fiscale. Interventi e misure finalizzate a favorire i comportamenti degli evasori non sono certo adeguate a esigenze di modernizzazione del Paese. Certo si possono distinguere situazioni in cui l’evasione avviene in situazioni marginali dal punto di vista economico rispetto alle grandi evasioni. Ma in generale la cultura dell’evasione andrebbe sradicata. Ai fini proprio della modernizzazione capitalistica. Pagare le tasse è anche un modo per selezionare le imprese più efficienti. Se creiamo continuamente questi varchi per gli evasori noi impediamo il funzionamento della competizione capitalistica. Questo governo parla tanto di favorire le imprese. Sì, ma quali? Quelle parassitarie, della rendita o quelle che si aprono alla competizione, che pagano le tasse, salari giusti e rispettano le norme?”

L’Italia della Meloni sembra trovarsi a suo agio in Europa solo sull’invio di armi a gogò

“Sul Financial Times, su Le Monde e sul Sole 24 Ore abbiamo pubblicato un appello, sottoscritto da numerosi esponenti della comunità accademica mondiale, in cui spieghiamo che si possono inviare armi all’infinito ma se non si delineano le cosiddette condizioni economiche per aprire una trattativa di pace il rischio che le tensioni diplomatiche a livello mondiale si inaspriscano è altissimo. Una di queste condizioni è che gli Usa e l’Ue rivedano il protezionismo unilaterale che hanno assunto verso la Cina e altri paesi vicini. È un aspetto che né l’Italia né l’Europa osano mettere in questione, e questo è grave”.

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08/02/2023

Mario Draghi: un protagonista del declino del paese

La settimana scorsa scrissi un post a proposito del fatto che vi erano fortissimi ritardi sul rilascio dei passaporti, dovuti sia ad una forte richiesta sia a mancanza di personale nelle Questure (negli uffici, non nella Celere...), come affermò lo stesso Ministro della PA.

Ora ilSole24Ore snocciola i dati: spesa reale nella Pubblica Amministrazione in Italia -14.9, media Ue +12, con Francia +9, Germania +13,4, Spagna +27.

Ci sono enormi problemi all’attivazione del PNRR sia per carenza di personale sia perché, con il governo Draghi – non nomino il ministro della PA per carità di patria – si decise di assumere professionisti, ingegneri e architetti a tempo determinato, non avendo appeal presso queste categorie, anche a causa dei salari bassi.

Quel ministro che non nomino nel 2009 attuò il blocco del turn over e il blocco degli stipendi nella PA. Andando avanti, fino al 2018, si tagliarono i buoni pasto da 10 a 7 euro, gli indicatori di performance furono ancora più rigidi, avendo come effetto, assieme a carenza di personale, un’intensificazione dei ritmi di lavoro, la rincorsa agli obiettivi senza considerare la qualità dell’azione amministrativa e, in definitiva, il collasso della PA.

Le conseguenze per il Sistema Paese erano e sono enormi, con Sanità e Istruzione, in primis, che non offrono più i servizi di pochi decenni fa.

Furono l’Unione Europea e la Bce, nel 2011, con la famosa lettera a firma di Draghi e Trichet, a dire che bisognava attaccare, assieme alla deflazione salariale e alle pensioni, la PA, per renderla “più efficiente”.

Si è visto...

La PA non può e non deve essere misurata in termini di “produttività”, tra l’altro in un contesto di plusvalore assoluto e non relativo, ma in termini di offerta di servizi alla collettività, la quale, nel riceverli sia sotto forma di servizi “sociali” – legati cioè al salario sociale globale di classe – sia sotto forma di servizi agli operatori economici, sono protagonisti della produttività totale dei fattori produttivi.

I paesi più moderni hanno un’altissima incidenza di lavoratori pubblici. Nella stessa Cina è così.

Trichet e Draghi disconoscevano questi fattori e i media li incensarono. Vennero “ministri” che seguirono le loro direttive. Ora siamo al disastro. Complimenti a tutti.

Se tu formi le giovani generazioni, in tutti i campi del sapere, in maniera eccellente, incidi sulla produttività totale dei fattori produttivi futura.

Se tu assumi 10 mila ispettori del lavoro, tu incidi nel passaggio dei settori industriali dal plusvalore assoluto al plusvalore relativo, aumentandone rapidamente la produttività per addetto.

Se tu garantisci prestazioni sanitarie all’altezza, tu incidi sulla salute pubblica e dunque sulla produttività totale dei fattori produttivi (meno giorni di malattia, meno malattie croniche, ecc.).

Nel far questo hai bisogno di tanta gente, remunerata bene, ben formata, preparata e ciò è un “costo”. Ma è un costo che ha benefici enormi sulla produttività totale dei fattori produttivi. Spendi 100 per avere un multiplo di 100... È un investimento, insomma.

Draghi ha lavorato sin dal 1992, con la distruzione dell’industria pubblica, a favorire il passaggio dal plusvalore relativo – che era presente nella Prima Repubblica – al plusvalore assoluto. Un processo imitato, negli anni successivi, dalla stessa Germania.

Draghi è stato insomma protagonista – forse senza volerlo, forse per ignoranza, o chissà – del declino del Paese.

Complimenti...

Fonte

06/01/2022

“Una piccola imposta sulla ricchezza finanziaria per assumere 1 milione di giovani”

Pubblichiamo l’appello al governo di un gruppo di accademici dell’università di Torino che propone di finanziare con una patrimoniale sulla sola ricchezza finanziaria l’assunzione di giovani laureati in tutti i comparti nella pubblica amministrazione. Un piano neokeynesiano che mira a ridurre la disoccupazione giovanile e allargare al tempo stesso la base imponibile.

*****

Sette miliardi sono tanti o pochi?

Si sta discutendo molto sull’uso di sette miliardi stanziati per la riduzione delle tasse. Sette miliardi sono una cifra enorme: un miliardo sarebbe sufficiente per pagare uno stipendio di 3.000 euro lordi al mese per un anno a più di 25.000 lavoratori, o se preferite a pagare quello stipendio per l’intera vita lavorativa a più di 600 lavoratori. Basta moltiplicare queste cifre per sette per capire cosa significano sette miliardi.

Al tempo stesso, sette miliardi sono ben poca cosa se paragonati alla ricchezza finanziaria (quindi senza considerare gli immobili e gli oggetti di valore) delle famiglie italiane: sono infatti solo l’1,5 per mille di tale ricchezza.

Se il governo decidesse di ottenere quei sette miliardi mediante un’imposta su tale ricchezza, il danno per il contribuente sarebbe impercettibile persino se l’imposta fosse proporzionale (sarebbe ovviamente meglio che le aliquote fossero progressive): chi avesse sul conto in banca una giacenza media di 10.000 euro pagherebbe in un anno un’imposta di 15 euro.

Secondo i nostri calcoli, un’imposta sulla ricchezza finanziaria dell’1% con una quota esente di 100.000 euro fornirebbe le risorse necessarie ad assumere stabilmente un milione di giovani. Con un’imposta di poco superiore all’1% la quota esente potrebbe raggiungere i 300.000 euro.

Di fronte a cifre simili viene spontaneo domandarsi: esistono obiezioni valide all’introduzione di una piccola imposta sulla ricchezza finanziaria?

Ci occupiamo di questo problema da alcuni anni, e possiamo rispondere fondatamente di no. Esistono invece moltissimi argomenti a favore, che qui è inutile ricordare perché ce ne è uno che di per sé è risolutivo: gli enormi benefici che la società può ottenere a fronte di un costo minuscolo per i contribuenti.

La risposta alla domanda del titolo è allora: sono tanti e anche pochi. Sette miliardi sono una cifra cospicua dal lato della spesa; sono una cifra piccolissima rispetto alla disponibilità finanziaria esistente in Italia.

Perché il governo rifiuta di prendere in considerazione l’imposta qui suggerita?

Non lo sappiamo. Può essere per una scelta politica, e può essere per un altro motivo che non conosciamo. Ci permettiamo di chiederlo al governo mediante questo intervento.

Filippo Barbera, Università di Torino

Maria Luisa Bianco, Università del Piemonte Orientale

Giancarlo Cerruti, Università di Torino

Bruno Contini, Università di Torino

Federico Dolce, direttore del Centro Studi Argo di Torino

Antonio Graziosi, già all’Organizzazione Internazionale del Lavoro, Ginevra

Guido Ortona, Università del Piemonte Orientale

Francesco Pallante, Università di Torino

Francesco Scacciati, Università di Torino

Andrea Surbone, scrittore

Pietro Terna, Università di Torino

Dario Togati, Università di Torino

Willem Tousijn, Università di Torino


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31/12/2021

Aria di privatizzazione: salta il tetto ai superstipendi degli alti burocrati

“Burocrazia. Il mezzo più razionale che si conosca per esercitare un controllo imperativo sugli esseri umani.” Max Weber.
Max Weber. Economia e società (Wirtschaft und Gesellschaft), 1922 (postumo)

A marzo, l’accordo tra il ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta (il demolition man della P.A.) e CGIL, CISL e UIL sulla Pubblica Amministrazione che punta dritto all’aziendalizzazione del servizio pubblico ed alla mera colpevolizzazione del dipendenti pubblici italiani, i meno pagati d’Europa.

Ad ottobre, il flop del “Concorso Coesione per l’assunzione di 2.800 tecnici specializzati nelle amministrazioni del Mezzogiorno” (precari), il primo a seguire la formula demenziale del ministro della Pubblica Amministrazione.

A novembre l’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri del “disegno di legge sulla concorrenza e il mercato”, all’interno del quale viene prevista un’ulteriore spinta verso la privatizzazione dei servizi pubblici locali, stabilendo che esternalizzazione e/o affidamento ai privati siano l’ordinarietà (mentre la gestione diretta dei servizi da parte dei Comuni deve essere “adeguatamente motivata“).

Nello stesso disegno di legge si alleggeriscono i controlli sulle imprese “per favorire la ripresa“, ovvero, si dispone la trasformazione delle ispezioni a sorpresa, temute dalle aziende, in vere e proprie visite di cortesia.

Una vergogna assoluta, nel paese dei record per lavoro nero, morti e infortuni sul lavoro, evasione contributiva e fiscale.

A dicembre la pre-intesa sul nuovo contratto dei dipendenti delle funzioni centrali firmata da governo e dai soliti CGIL, CISL e UIL, che prevede “rientri massivi in presenza” dei lavoratori (la variante omicron era stata segnalata all’OMS dal Sudafrica già nel novembre 2021) ed aumenti irrisori (50 euro netti mensili medi a regime), a fronte di un poderoso balzo in avanti del costo della vita per nucleo familiare previsto nel 2022 fino 1.200 euro a famiglia (dati Nomisma).

Ed ecco il provvedimento che chiarisce, definitivamente, il disegno autoritario del governo di Mario Draghi che mira a realizzare l’asservimento totale agli interessi dei privati della Pubblica Amministrazione italiana: in arrivo aumenti dei già mostruosamente alti stipendi per i massimi dirigenti della Pubblica Amministrazione (quelli di nomina politica che prendono ordini direttamente dai ministri), con lo sblocco del “tetto” di 240mila euro.

Lo stabilisce una norma inserita in extremis dal governo nella legge di bilancio, votata al Senato, che nelle prossime ore verrà approvata in maniera definitiva alla Camera.

Con sentenza n. 124 del 26 maggio 2017, la Corte Costituzionale aveva riconosciuto la legittimità del limite imposto dalla “legge di stabilità” per il 2014, secondo il quale non poteva essere superato il tetto dei 240.000 euro (anche con il cumulo della pensione derivante da gestioni pubbliche) affermando che ”non è precluso al Legislatore dettare un limite massimo alle retribuzioni e al cumulo tra retribuzioni e pensioni nel settore pubblico, a condizione che la scelta, volta a bilanciare i diversi valori coinvolti, non sia manifestamente irragionevole”.

Ma quando si tratta di multinazionali, ricchi e grandi burocrati, non contano più né le sentenze della Corte Costituzionale, né i principi cardini della UE.

Si dà il caso, infatti, che il tetto alle retribuzioni dei manager di Stato e direttori generali salti proprio mentre al livello dell’Unione Europea vengono reintrodotte le condizionalità proprie del MES, che vanno, così, a sommarsi a quelle del PNRR ed ai vincoli ferrei del Fiscal Compact.

Ovvero, fine della “ricreazione” pandemica e ritorno ai dettami draconiani della più feroce austherity. Si, ma solo su lavoratori e pensionati.

D’altronde si sa, l’Unione Europea è una enorme orwelliana fattoria degli animali: tutti sono uguali, ma c’è chi è più uguale degli altri.

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Se 240.000 euro vi sembran pochi

Nelle pieghe della legge di bilancio, sotto le quali scopriremo un poco alla volta regali e favori sfacciati assieme ad altre ingiustizie, il governo Draghi ha inserito una norma a favore degli alti dirigenti delle amministrazioni e delle aziende pubbliche.

I loro emolumenti erano stati bloccati a 240.000 euro all’anno e i manager pubblici soffrivano di questa discriminazione rispetto a quelli privati, che più licenziano più guadagnano. Di fronte al grido di dolore di questa categoria oppressa di fronte al carovita, Draghi non è stato insensibile e ha tolto il tetto alla retribuzione.

Ora i manager pubblici potranno guadagnare più di 20.000 euro al mese. Nello stesso tempo coloro che 20.000 euro, o anche meno, li prendono in un anno vedranno i loro salari sprofondare.

È la spirito di classe di Mario Draghi, lo stesso in base al quale egli, andato in pensione a 59 anni, ci manda gli operai a 67. Ed è la politica reale, oltre le chiacchiere, del #governodeipeggiori.

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20/07/2021

Concorsi pubblici, non c’è nessuna Next Generation

Il “governo dei migliori” guidato da Mario Draghi è un curioso mix di pretese “super-competenze” e riciclo di avanzi di establishment ormai relegati a fare da comprimari nei talk show. Notizia di queste ore, persino Elsa Fornero viene richiamata in servizio come “consulente” del governo, probabilmente per portare “nuove idee” su come tagliare le pensioni.

È curioso perché è abbastanza noto in ambiente giornalistico, che di solito personaggi come questo, una volta diventati ministro, per essere sicuri di non sbagliare sono soliti richiedere a loro volta una “consulenza” – o “un consiglio” – ai vertici delle istituzioni continentali. A gente come Mario Draghi, insomma. Ma una premio di collaborazione non si nega a nessuno, a quanto pare...

Un altro personaggio della stessa levatura è sicuramente Renato Brunetta, rimesso in sella dopo i disastri combinati nei governi Berlusconi (non proprio il paradiso delle “competenze”), e partito a razzo con una serie di “riforme della pubblica amministrazione” fondate su pregiudizi, odio di classe (attribuire punteggi abnormi soltanto ai master post-laurea significa tagliare tutti i laureati che non se li sono potuti permettere), idee bislacche travestite da “efficientismo”.

Già noi e i sindacati di base avevamo, a occhio, giudicato queste “riforme” della autentiche idiozie mal congegnate. Inutili dal punto di vista dell’ammodernamento della macchina statale e oscene sul piano salariale, oltre che socialmente offensive. Ma noi, si sa, siamo “prevenuti” e “ideologici”...

E allora consentiteci di riproporre l’analisi fatta per l’Agenzia TeleBorsa – non proprio il tempio dei bolscevichi – da Guido Salerno Aletta. Il quale, da ex vicesegretario generale di Palazzo Chigi, di sicuro sa qualcosina sulla pubblica amministrazione...

Buona lettura.

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Concorsi pubblici, non c’è nessuna Next Generation

Guido Salerno Aletta – Agenzia Teleborsa

Diciamola tutta, il flop se lo sono proprio cercato: non può che fallire, anche al Sud, un concorso pubblico per il reclutamento di personale con profili tecnici elevati, che prevede una preselezione dei candidati effettuata sulla base di titoli e di esperienza professionale, offrendo in cambio un contratto a tempo determinato ed uno stipendio medio-basso.

La PA ha cercato di assumere sul mercato del lavoro del personale già formato professionalmente e dunque pienamente operativo, non tanto per colmare i vuoti di organico quanto per dare una accelerazione ai progetti collegati al PNRR. Insomma, non cercavano neolaureati da istruire un po’ alla volta, con il consueto training-on-the-job, né con corsi di formazione interna.

La valutazione dei titoli prendeva in considerazione requisiti assai stringenti:

- titolo di studio universitario e formazione post laurea (master di 1° o 2° livello, diploma di specializzazione, dottorato di ricerca);

- le sole esperienze professionali maturate nella gestione e/o nell’assistenza tecnica di programmi o progetti finanziati da fondi europei e nazionali afferenti la politica di coesione, dimostrabili con contratti di lavoro o incarichi professionali stipulati con pubbliche amministrazioni o con enti privati. È quindi valutabile anche l’esperienza con un ente privato purché il destinatario delle attività sia una pubblica amministrazione;

- l’abilitazione all’esercizio delle professioni per le quali è richiesta la laurea.

Le tante riforme della Scuola Superiore della PA che si sono susseguite nel corso di decenni si sono dimostrate un fiasco: lo Stato, dopo tanti anni di piante organiche lasciate sguarnite per risparmiare, ora va di corsa, con procedure di selezione “fast track”.

Lo Stato ha rinunciato da decenni alla formazione specialistica dei ruoli tecnici ed ora i professionisti li cerca sul mercato, nel mondo di chi già lavora e guadagna: in pratica, ha cercato di assumere chi un lavoro ce lo aveva già, o come dipendente privato o come libero professionista.

Si è trattato di assunzioni in aree territoriali caratterizzate da un alto livello di disoccupazione: 2800 tecnici negli gli enti pubblici di Abruzzo (243 posti), Basilicata (119), Calabria (365), Campania (642), Molise (78), Puglia (481), Sardegna (318) e Sicilia (497).

Gli idonei vincitori sono stati appena 1.483, coprendo dunque il 53% dei posti complessivamente messi a concorso. Le percentuali sono state assai diverse a seconda dei profili professionali:

- nel concorso per funzionari tecnici (FT/COE), architetti e ingegneri, a fronte di 1412 posti banditi, sono risultati idonei solo 167 candidati, con una copertura del 11.8%;

- per il profilo di esperto in gestione, rendicontazione e controllo (FG/COE), su 918 posti banditi, gli idonei sono stati 196 (21,4%);

- per il profilo di funzionario esperto analista informatico (FI/COE), a fronte dei 124 posti a bando, sono risultati idonei 112 candidati, con una copertura del 90,3%. La crisi del settore ICT/TLC, che dura da anni, ha consentito un travaso dal settore privato a quello pubblico;

- per il profilo di funzionario esperto in progettazione e animazione territoriale (FP/COE), su 177 posti a bando ci sono stati 243 idonei, con una copertura del 137,3%. La crisi del settore urbanistico-immobiliare-edilizio va avanti da oltre un decennio ed anche in questo caso c’è stato un passaggio di professionalità;

- tutto all’opposto si è verificato nel concorso per funzionari esperti in campo amministrativo – giuridico (FA/COE), in cui su 169 posti banditi sono risultati idonei ben 766 candidati, con una copertura del 453%: gli idonei sono stati quattro volte più numerosi dei posti messi a concorso. Si è confermata la ben nota tendenza formativa, che privilegia nelle Università le lauree in giurisprudenza.

Il dato peggiore, dal punto di vista della significatività, è stato soprattutto un altro: sui 102.155 candidati che avevano superato la fase di preselezione, e che quindi sono stati convocati per svolgere le prove di concorso, se ne sono presentati appena 37.009, con un’affluenza media del 36,2%.

Il tasso più elevato di affluenza è stato registrato in Calabria (41,2%), Sicilia (41,0%), Sardegna (40,9%), il più basso nel Lazio (24,4%): qui il dato dimostra il peso del tasso di disoccupazione e le difficoltà di avere alternative nelle prospettive lavorative.

In molti, comunque, dopo aver presentato la domanda d’impulso per non vedersi preclusa un’opportunità lavorativa, al dunque si sono resi conto che la proposta non era convincente. Tra l’altro, l’89% dei candidati che ha superato la prova proviene dalle regioni del Sud e dalle Isole: il 28,5% dalla Sicilia, il 24,7% dalla Campania.

È stato ufficialmente assicurato che il concorso verrà ripetuto, per coprire i 1.347 posti ancora vacanti, e concludere le procedure tra ottobre e novembre.

Ci sono diverse osservazioni da fare.

La prima è quasi ovvia: lo Stato è andato a cercare il suo personale rastrellando nella parte bassa del mercato del lavoro, tra coloro che hanno optato per il “meno peggio”. Sono persone di media età, con responsabilità familiari e prospettive grigie: non sono un investimento per il futuro della PA, ma una scorciatoia.

Infatti, guardando alle fasce di età dei vincitori, risulta che solo il 20,4% dei candidati risultati idonei ha meno di 30 anni, il 50,9% ha tra i 30 e i 40 anni, mentre il 22,6% tra i 40 e i 50 anni.

I candidati complessivamente idonei sono stati per il 51,1% uomini e per il 48,9% donne, ma la percentuale di donne scende in maniera considerevole per i profili di analista informatico (13,4%) e di esperto tecnico (25,1%).

Operazione marginale, emergenziale, senza respiro.

Fonte

16/07/2021

Assunzioni nel pubblico. Brunetta si è già “incartato”

Rispondendo al question time alla Camera, il ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta auspica un rapido cambio di passo sui concorsi pubblici che, per il momento, stanno tutti scontando una bassa affluenza di partecipanti e una bassa percentuale di idonei.

Insomma l’ultima trovata del picconatore dell’amministrazione pubblica è fallita come era ampiamente prevedibile. È l’ulteriore conferma che Brunetta non sa su cosa sta mettendo le mani e soprattutto di come le sue pruderìe competitive e liberiste siano del tutto sballate.

Le persone non si presentano ai concorsi per le assunzioni a tempo determinato nella pubblica amministrazione (contratti di tre anni) e molti di quelli che si presentano risultano non idonei ai profili richiesti da chi pensa che il lavoro pubblico sia una sorta di Accademia dei Lincei.

Nella astrusa logica di Brunetta – e del governo Draghi che non lo ha riportato con i piedi per terra – il lavoro pubblico avrebbe dovuto attrarre i “rampolli” della borghesia, che oltre alla laurea hanno avuto occasione (e soldi) per procurarsi master ed altri titoli extra curriculari.

In questo modo sono stati tagliati fuori migliaia e migliaia di laureati senza i titoli di “eccellenza” richiesti. Non solo.

I rampolli “masterizzati”, con il piffero che si sentono attratti dalla prospettiva di un lavoro pubblico dove le retribuzioni sono le più basse d’Europa e dove le prestazioni richieste spesso hanno carattere quantitativo più che qualitativo. Il motivo? In troppe amministrazioni pubbliche in questi anni di sbornia liberista ha prevalso la logica competitiva dei numeri e degli algoritmi piuttosto che una visione del servizio pubblico come tale.

L’efficacia dell’amministrazione infatti va trovata nella risposta alla domanda di servizi (in questo caso pratiche, documenti, autorizzazioni, pagamenti etc.) che viene dall’utenza e non dalla quadratura dei conti dei dirigenti per consentirgli di prendere i superincentivi a fine anno. In realtà è avvenuto l’esatto contrario. È diventato prioritario fare numeri – anche con criteri poco razionali – piuttosto che rispondere al meglio alle esigenze dell’utenza.

Intervenendo alla Camera e dovendo giustificare il suo fallimento, Brunetta ha fatto la scoperta dell’acqua calda: “Era corretto prevedere l’assunzione di tecnici con esperienza e poi offrire loro un posto a termine con retribuzione medio-bassa?”, si è chiesto il ministro. Non solo: “La scopertura maggiore è avvenuta proprio sui profili tecnici, sugli ingegneri, sulle specializzazioni”, ha ammesso Brunetta che poi è andato decisamente in pappa: “Molto probabilmente dovremo cambiare modo di offrire occasioni di lavoro, tipologie e specializzazioni, anche alla luce del PNRR, proprio per incontrare una domanda che attualmente non c’è”, ha riconosciuto il peggior ministro della Funzione Pubblico dell’ultimo ventennio.

Ed a questo bilancio mancano ancora i disastri annunciati dalle misure di Brunetta nella sanità.

Brunetta, come noto, ha un pessimo carattere e riteniamo non sia disponibile ad accettare suggerimenti, ma ci sentiamo di avanzarglieli comunque.

Caro ministro, faccia dei concorsi normali, con test adeguati ai profili richiesti dalle esigenze reali di una pubblica amministrazione approcciata con la visione della propria funzione pubblica; butti nel cestino la folle idea che solo i “rampolli masterizzati” possano accedere ai concorsi; utilizzi il capitale umano rappresentato da migliaia di giovani laureati per rinnovare gli organici di amministrazioni a cui proprio lei ha tolto l’ossigeno per anni con la sua riforma; adegui le retribuzioni ai profili richiesti e necessari. Vedrà che nel paese troverà tutte le risorse di cui si ha necessità e sulle quali sarà possibile pensare alle innovazioni indispensabili nel lavoro pubblico.

Fonte

09/07/2021

Concorso Coesione per il Sud: fallisce la riforma classista della PA

Il 6 Aprile 2021 veniva pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il bando per il Concorso Coesione per il Sud. Richieste 2800 unità di personale non dirigenziale nella Pubblica Amministrazione di otto regioni: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia.

Le risorse erano state stanziate dal precedente governo nell’ultima finanziaria e rientravano nell’ambito del Pon Governance 2014-2020, con i fondi europei della coesione destinati alle regioni meno sviluppate.

I profili richiesti erano cinque (funzionario esperto tecnico, funzionario esperto in gestione, rendicontazione e controllo, funzionario esperto in progettazione e animazione territoriale, funzionario esperto amministrativo giuridico, funzionario esperto analista informatico) ed era possibile presentare domanda anche per più profili.

L’unico prerequisito per potersi iscrivere era avere una laurea: qualunque tipo andava bene per iscriversi a qualunque delle cinque categorie. Pertanto, alla chiusura del bando le candidature presentate sono state 99.357 da parte di 81.150 persone. I posti disponibili erano 2800, cioè meno del 3,5% di quanti avevo presentato domanda avrebbe vinto il concorso.

II bando era stato presentato come al solito in pompa magna dal Ministro per la Pubblica Amministrazione Brunetta che, dopo aver appreso i dati dei candidati, aveva annunciato con entusiasmo che tutto questo era testimonianza «della voglia di futuro dopo più di un anno di pandemia» e «della bontà della decisione di sbloccare i concorsi, digitalizzandoli e semplificandoli».

Il concorso coesione per il Sud sarebbe dovuto infatti essere il primo svolto con la formula “fast track”, ovvero con preselezione per titoli ed esperienze professionali, tutto in digitale e con un percorso che in cento giorni avrebbe dovuto portare dalla pubblicazione del bando all’assunzione (a tempo determinato, ça va sans dire).

Il tutto accompagnato dalla solita odiosa retorica del merito con i «nostri giovani e i nostri migliori talenti» che «potranno vedere nella PA un datore di lavoro attrattivo e diventare protagonisti di un ambizioso programma di cambiamento del Paese».

Vediamo come hanno resistito alla prova dei fatti queste parole.

Cinquanta giorni dopo la pubblicazione del bando erano disponibili gli elenchi degli ammessi che due settimane dopo avrebbero dovuto sostenere la prova. La preselezione per titoli, atta a selezionare «i migliori talenti», aveva escluso buona parte dei candidati, riducendoli a circa 11mila.

La bassissima partecipazione alle prove, in media inferiore al 65% e in alcune regioni addirittura inferiore al 50%, costringeva il ministero a correre ai ripari pubblicando un provvedimento di modifica del bando che «considerata la necessità di garantire i principi di efficienza ed economicità dell’azione amministrativa, tenuto conto dei tempi e dei costi necessari per lo svolgimento dei concorsi pubblici e dell’urgenza di attuazione degli interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza» riapriva il concorso e faceva accedere a sostenere la prova tutti gli esclusi in precedenza, ferme restando le prove già svolte dai selezionati del primo scaglione.

Per sicurezza, questa volta FormezPA si premurava di inviare una mail di convocazione a tutti i candidati, nel cui corpo chiedeva di confermare o meno (senza alcun vincolo) la propria partecipazione, temendo evidentemente una nuova diserzione di massa da parte chi, dopo aver sentito per mesi la storia dell’infallibile “governo dei migliori”, forse non si aspettava di essere richiamato in una così confusa e miserevole prima uscita.

Ma anche a questo giro le cose sono andate molto peggio del previsto. I candidati idonei sono risultati essere solo 821, meno di un terzo dei 2800 posti disponibili. Essendo stata fissata una soglia di punteggio minimo di idoneità ex ante, senza quindi tenere conto dell’andamento medio della prova, non sono previsti scorrimenti di graduatoria e perciò buona parte dei posti rimarrà vuota.

I proclami urlati di riforma e rilancio della PA vengono ricacciati in gola e al ministro Brunetta non resta che scaricare tutte le colpe sul precedente governo.

Contrariamente alla retorica degli ultimi mesi, i numeri degli iscritti testimoniano la voglia e la necessità diffusa di trovare un impiego, soprattutto da parte dei giovani (il 30% dei candidati aveva meno di trent’anni).

Non solo i concorsi vengono ancora banditi col contagocce, ma i criteri selettivi, tra la super-valutazione dei costosi master a scapito degli altri titoli di studio, il peso che viene dato all’esperienza lavorativa pregressa e le soglie di punteggio, rendono impossibile reclutare le unità di personale richieste che, è bene ribadirlo ancora, sarebbero comunque assunte con contratti a tempo determinato.

C’è poco da girarci intorno: questa riforma della PA, con il classismo di cui è intrisa, alla prima prova dei fatti si è rivelata subito fallimentare sotto tutti i punti di vista e difficilmente potrà migliorare.

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17/05/2021

PNRR: soldi pochi e selezione verso l’alto

Scritto ed integralmente concordato dal premier Draghi con l’Unione Europea, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, rappresentato come il piano economico più imponente dal dopo guerra ad oggi, è stato inviato il 29 aprile a Bruxelles.

Totalmente bypassato il Parlamento (che comunque lo ha approvato a scatola chiusa e praticamente all’unanimità) e con tutto il quadro politico istituzionale impegnato nel frattempo ad accapigliarsi sullo spostamento dell’orario del coprifuoco dalle 22 alle 23…

Il piano si compone di sei missioni espressamente indicate da Bruxelles (digitalizzazione, transizione verde, mobilità sostenibile, istruzione e ricerca, inclusione e coesione, salute), all’interno delle quali si sviluppano 16 componenti, ed è accompagnato da 4 riforme di contesto (giustizia, PA, semplificazioni e concorrenza) a cui si aggiunge la riforma fiscale (certamente non in chiave redistributiva) della quale si comincerà a discutere a giugno.

Le cifre e la logica del Piano

Senza troppo soffermarci sulle cifre, ma giusto per avere la dimensione reale e non propagandistica della “potenza di fuoco” messa in campo: si tratta di circa 200 miliardi (dei quali circa 70 in sovvenzioni e circa 122 in prestiti da restituire) stanziati per il nostro paese e da spalmare in 6 anni, a cui vanno aggiunti circa 13,5 miliardi di fondi europei nell’ambito del programma React-Eu.

Complessivamente queste risorse per 6 anni costituiscono una cifra inferiore rispetto agli scostamenti di bilancio già previsti dal governo dallo scoppio della pandemia ad oggi e, tra l’altro, rivelatisi assolutamente insufficienti.

Per avere poi una dimensione più generale, è bene ricordare che i 750 miliardi previsti su scala europea (dei quali 390 in trasferimenti e 360 in prestiti) costituiscono una cifra sensibilmente inferiore rispetto ai 4.000 miliardi stanziati dagli USA (dei quali 2000 miliardi in infrastrutture e 1900 come forme di sostegno ai redditi in crisi per il Covid) che, comunque, contano una popolazione minore (320 milioni) rispetto all’intera popolazione dell’Unione Europea (450 milioni).

Ma è sul piano della logica che l’operazione contenuta nel PNRR mostra il suo vero volto: si tratta di soldi (decisamente pochi rispetto alla dimensione della crisi e la maggior parte da restituire) che, come al solito verranno elargiti alle imprese, in un’ottica selettiva, ovvero prevalentemente a un certo tipo di imprese (agganciate alla filiera industriale europea) riproponendo ed esasperando, quindi, quel medesimo modello che in questi mesi di emergenza sanitaria, economica e sociale ha mostrato tutta la sua fragilità.

A tal proposito, l’ultimo rapporto del Gruppo dei 30 (G30), un think tank fondato nel 1978 dalla Rockfeller Foundation costituito dai 30 banchieri più potenti del mondo, e del cui comitato direttivo all’epoca della pubblicazione (2020) faceva parte Draghi, dal titolo “Rivitalizzare e ristrutturare le aziende dopo il Covid. Progettare l’intervento delle politiche pubbliche”, è decisamente illuminante per la comprensione del progetto riorganizzativo: limitare il sostegno pubblico alle imprese sostenibili nell’economia post Covid utilizzando la strategia della “distruzione creatrice” senza disperdere risorse nei confronti di settori condannati all’espulsione dal mercato (le cosiddette “aziende zombie”).

Quindi, l’interventismo dello Stato non è diretto a creare occupazione buona e di qualità, investendo seriamente nella sanità e nella scuola, ma è finalizzato a favorire quei processi di concentrazione e centralizzazione dei capitali che consentirebbero solo alle imprese capaci di competere sui mercati internazionali di restare a galla.

Il tutto condito dalla retorica sulla digitalizzazione e la transizione ecologica.

Le cosiddette riforme di contesto e abilitanti

Chiariamo subito che mentre alcune delle riforme strutturali sono espressamente menzionate altre, se pur non citate, sono contenute in qualche sibillina espressione in perfetto stile tecnocratese. Decriptando quel linguaggio e tramutandolo in realtà, si tratta delle Raccomandazioni paese inviate ad ogni Stato membro dall’Ue, tra le quali in prima linea c’è la riforma delle pensioni non a caso tornata al centro del dibattito politico.

Insomma, quelle condizionalità alla cui osservanza è subordinata l’erogazione delle risorse.

Invece, le riforme espressamente menzionate (PA, Giustizia, Semplificazioni, Promozione della concorrenza) costituiscono il cuore del progetto, in quanto dovranno determinare l’ambiente normativo ed economico idoneo per attuare il Piano e quindi ci suggeriscono la chiave di lettura per comprendere appieno l’operazione che si sta mettendo in campo: in nome della competitività, liberare la burocrazia affinché la libertà di impresa sia in grado di dispiegarsi senza più alcuna resistenza e ridisegnare in tale ottica la funzione dello Stato.

Senza voler trascurare l’irrisorietà delle risorse destinate per esempio al potenziamento degli organici e alla riqualificazione delle strutture scolastiche o, addirittura, la mancanza di una voce specifica per il potenziamento del personale sanitario, sono quindi i piani di riforma, più dell’allocazione delle singole poste, a restituirci la visione complessiva della riorganizzazione produttiva che si vuole attuare.

Ne è dimostrazione il fatto che le riforme cosiddette orizzontali o di contesto (Pa e sistema giudiziario) nella stesura del testo “sono dirette a migliorare l’equità, l’efficienza e la competitività”, mentre le cosiddette riforme abilitanti (semplificazioni e promozione della concorrenza) sono “funzionali a garantire l’attuazione del piano e in generale a rimuovere gli ostacoli amministrativi, regolatori e procedurali che condizionano le attività economiche e la qualità dei servizi erogati”.

La Pubblica Amministrazione al servizio del mercato

In questo quadro assume pertanto valenza strategica la riforma della PA, la quale, in un’ottica sinergica, interagisce con la riforma sulle semplificazioni (ed anche con quella relativa alla promozione della concorrenza) e disegna una PA orientata non certo ad erogare welfare universale e garantire diritti a tutta la cittadinanza, ma a modellare lo Stato in funzione del riassetto produttivo, schierando definitivamente il lavoro pubblico e i lavoratori a disposizione del modello impresa.

Il programma di riforma della PA indicato nel PNRR si muove su 4 assi strategici: accesso, buona amministrazione, competenza e digitalizzazione.

Tralasciando la digitalizzazione, gli altri strumenti individuati da un lato confermano ed esasperano il ruolo ancillare dello Stato rispetto al mercato, dall’altro elevano il modello impresa a forma di organizzazione delle PA: con il malcelato retropensiero secondo il quale la mancata efficienza del settore pubblico non sarebbe imputabile a decenni di inesorabile disinvestimento nella macchina pubblica, ma ai singoli lavoratori rei di non avere competenze all’altezza delle sfide che la competizione pone (o meglio impone).

E così per quanto riguarda l’asse strategico relativo alle forme di reclutamento (accesso), il sacrosanto ricambio generazionale è declinato in chiave elitaria e classista puntando a “valorizzare le competenze”. Tradotto: semplificare i concorsi attraverso la sostituzione delle prove preselettive con la valutazione dei titoli ai fini dell’accesso alle altre prove concorsuali (sembrerebbe con riferimento ai profili più qualificati, ma dovremo attendere il completamento dell’iter normativo in materia di riforma dei concorsi pubblici).

Questa logica di rialzo delle competenze favorirà la formazione post laurea e precluderà l’accesso ai posti di lavoro pubblici da parte di chi non ha avuto il tempo di accumulare titoli, o non dispone dei mezzi economici per conseguirli.

A completare il quadro, nel PNRR si fa riferimento a modalità di reclutamento che superino l’ordinaria forma concorsuale e prevedano percorsi ad hoc rivolti ad alti profili ed ai profili specialistici, attingendo direttamente dall’università, da centri di alta formazione, o da ordini professionali.

Di contro, è allo studio del Governo nel settore pubblico una ipotesi di pensionamenti anticipati (con inevitabili penalizzazioni) rivolto a dipendenti non più in linea con il nuovo modello di amministrazione che si vuole costruire. Insomma la declinazione in ambito pubblico del trattamento che si vorrebbe riservare alla cd aziende zombie.

Per quanto concerne il secondo asse strategico, (la buona amministrazione) il ritornello sulla sburocratizzazione approda alla semplificazione e alla riduzione dei tempi per la gestione delle procedure, intrecciandosi, quindi, con le riforme in materia di semplificazione e promozione della concorrenza.

E qui i riferimenti contenuti nel PNRR lasciano pochi margini a dubbi ed interpretazioni in merito alla direzione che si vorrebbe imprimere all’attività delle Pubbliche Amministrazioni.

In materia di semplificazione si punta ad intervenire sulla disciplina degli appalti pubblici, semplificando le verifiche antimafia, i protocolli di legalità e limitando la responsabilità per danno erariale ai soli comportamenti dolosi; in materia ambientale semplificando le disposizioni relative alla valutazione di impatto ambientale e sottoponendo le opere previste dal PNRR ad una specifica VIA statale al fine di assicurare la velocizzazione della tempistica (alla faccia della transizione green!).

Sempre nell’ottica della semplificazione, particolarmente illuminante è un paragrafo dal titolo “Abrogazione e revisione delle norme che alimentano la corruzione”, il cui contenuto va nella direzione esattamente opposta a quanto indicato nel titolo: le ispezioni e i controlli pubblici vengono additati come occasioni di corruzione, gli obblighi di trasparenza divengono oneri ed adempimenti troppo pesanti e si punta ad intervenire persino su quelle norme che stabiliscono incompatibilità tra incarichi nelle PA che comportano poteri di vigilanza su attività svolte da enti di diritto privato e il mantenimento di incarichi presso i medesimi enti oggetti del controllo.

Infine, per quanto riguarda la riforma in materia di concorrenza si punta a rimuovere alcuni ostacoli al libero svolgimento delle attività economiche in materia di concessioni (persino quelle autostradali, perché nemmeno le stragi conducono a più miti consigli) e di servizi pubblici locali con particolare riferimento alle società in house alle quali ricorrere come extrema ratio e in presenza di una specifica motivazione delle PA che dia conto del mancato ricorso al mercato.

La buona amministrazione e la sburocratizzazione, quindi, si risolvono in una furia semplificatoria diretta a deregolamentare e ad eliminare ogni tipo di condizionamento nei confronti dello svolgimento delle attività economiche.

Infine, per quanto concerne il terzo asse strategico (le competenze) i percorsi di carriera immaginati nel PNRR per il settore pubblico si collocano perfettamente nel solco di quello strumento falso, divisivo ed arbitrario (la “meritocrazia”), che trasforma il diritto soggettivo ad avanzamenti economici e professionali in una competizione tra lavoratori.

In particolare, per quanto riguarda i percorsi manageriali si fa espressamente riferimento a modelli di mobilità innovativi con accesso nelle strutture pubbliche di personale che lavora nel privato più qualificato o proveniente da organizzazioni internazionali o soggetti pubblici e privati all’estero.

Se il PNRR darà la scossa auspicata dal governo in termini di crescita è più che lecito dubitarne.

Ma nel frattempo occorrerà lavorare per costruire quel livello di reazione sociale necessario per non subordinare ulteriormente gli interessi del mondo del lavoro alle élite nazionali e trans nazionali.

L’USB è al lavoro già da tempo ed un primo appuntamento nazionale, preceduto dallo sciopero della sanità del 21 maggio, sarà rappresentato dalla manifestazione nazionale del 22 maggio in occasione del G20 sulla sanità, durante la quale grideremo tutta la nostra rabbia per la gestione della pandemia e in generale per gli effetti economici e sociali che le politiche del governo Draghi stanno amplificando.

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23/03/2021

Prime fregature del “patto per l’innovazione” nel pubblico impiego

I primi effetti deleteri della cena tra il ministro Brunetta e i rappresentanti di Cgil Cisl Uil non hanno tardato a farsi sentire. A farne le spese saranno in prima battuta i lavoratori e le lavoratrici assunti in data successiva al 1° gennaio 2019 in tutti i comparti della Pubblica Amministrazione tranne la Scuola (che ha il fondo Espero), che si vedranno iscritti d’ufficio con la formula del silenzio-assenso al Fondo di Previdenza Complementare Perseo-Sirio, governato da Cgil Cisl Uil.

Formula che, in mancanza di un esplicito rifiuto da parte dell’interessato, comporterà il trasferimento automatico del suo TFR nelle casse di Perseo-Sirio.

È bene chiarire che dietro la decisione di Cgil Cisl Uil di forzare le procedure di adesione, c’è il fallimento della previdenza complementare sancito, a gennaio 2021 in ARAN, con l’ennesima proroga dei termini di scadenza per la partecipazione ai Fondi Espero e Perseo-Sirio, vista la deludente raccolta di iscrizioni.

I dati delle adesioni, definiti impietosi dal rappresentante della Cisl durante l’incontro in sede ARAN, sono chiari: solo poco più di 174.000 adesioni su una platea di oltre 2.300.000 aventi diritto.

Numeri che raccontano meglio di qualsiasi discorso il rifiuto della previdenza complementare, ovvero il rifiuto della privatizzazione del sistema previdenziale pubblico da parte dei lavoratori e delle lavoratrici del Pubblico Impiego e la conseguente decisione di Cgil Cisl Uil di procedere, con l’acqua alla gola, all’imposizione del silenzio-assenso.

La modalità del silenzio-assenso discende dall’art. 1 comma 157 della L. 205/2017 che demanda “alle parti istitutive dei fondi di previdenza complementare la regolamentazione inerente alle modalità di espressione della volontà di adesione agli stessi, anche mediante forme di silenzio-assenso, e la relativa disciplina di recesso del lavoratore.”

La legge quindi non prescrive come unica possibilità questa formula, ma rinvia la scelta alle parti istitutive dei fondi pensione, ovvero sempre a Cgil Cisl Uil che, in seguito alla firma del “Patto per l’innovazione del lavoro pubblico”, hanno ottenuto il sostegno del ministro della PA e hanno trasformato quell’“anche” fissato nella legge in un obbligo per i dipendenti pubblici assunti successivamente all’1/1/2019.

Non vogliamo entrare nel merito delle scelte del singolo lavoratore o lavoratrice, ma riteniamo che queste non possano essere imposte in modo surrettizio, favorendo interessi che nulla hanno a che vedere con la garanzia di una futura pensione pubblica e dignitosa.

Il sistema pensionistico deve essere pubblico, così come il TFS o TFR dei lavoratori pubblici, che non può essere scippato grazie ad accordi raggiunti durante una cena a casa di un ministro.

Il fallimento della previdenza complementare è sotto gli occhi di tutti ed è necessario combattere per garantire pensioni dignitose a tutti i lavoratori, dichiarando da subito una fortissima opposizione a chi, di fronte al fallimento, non sa fare altro che agire con protervia ed arroganza.

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14/03/2021

Con il governo Draghi ritorna il neocorporativismo

Probabilmente questo sarà uno dei tratti caratteristici del nuovo esecutivo segnando così una forte discontinuità rispetto a quanto avvenuto negli ultimi 10 anni.

L’intesa sulla PA siglata con Cgil, Cisl e Uil, infatti, potrebbe rappresentare l’avvio di una nuova “era” nel campo delle relazioni industriali. Non è un caso che molti giornalisti nel riportare la notizia abbiano ricordato quanto avvenne nel 1993 con l’inizio della cosiddetta “Concertazione”. Concertazione che nella storia del nostro paese ha segnato una vero e proprio punto di svolta dando il via alla stagione delle controriforme con cui sono state smantellate le conquiste dei decenni precedenti.

Nel testo dell’intesa ovviamente non si scende ancora nei dettagli che saranno negoziati nelle prossime settimane ma i contenuti del “Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale” sono estremamente chiari.

Tra questi spiccano:

1) “promuovere la contrattazione decentrata”.

2) “saranno adeguati i sistemi di partecipazione sindacale, valorizzando gli strumenti di partecipazione organizzativa e il ruolo della contrattazione integrativa”.

3) “implementare gli welfare contrattuale” ed “estensione al pubblico impiego di agevolazioni fiscali già riconosciute al settore privato, relative alla previdenza complementare e ai sistemi di premialità”.

Come è facile notare, l’idea è quella di procedere ad una ulteriore e probabilmente definitiva “aziendalizzazione” della Pubblica Amministrazione.

Lo schema è sempre lo stesso.

Lavoratrici e lavoratori più divisi e deboli per mezzo della contrattazione decentrata, retribuzioni sempre più legate al raggiungimento di fantomatici “obiettivi” (una pratica che spesso non migliora i servizi ma comporta una distorsione nella loro erogazione).

Il tutto in cambio di un po’ più di riconoscimento e coinvolgimento per le burocrazie di quelle organizzazioni sindacali disposte a sottoscrivere qualsiasi schifezza.

L’estensione poi del welfare aziendale al pubblico, in particolare riguardo l’assistenza sanitaria, è veramente una perla.

Normalmente sarebbe un controsenso ma in questo momento storico è una vera e propria oscenità.

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10/03/2021

Riparte la concertazione per costruire la P.A. delle banche e delle imprese

Cgil Cisl e Uil incontreranno mercoledì 10 a Palazzo Chigi il presidente Draghi e il ministro Brunetta per siglare, anticipano i giornali, il “Patto per l’innovazione del lavoro pubblico”. Ovviamente in solitaria, solo loro, le organizzazioni sindacali della nefasta stagione della concertazione, i cui danni i lavoratori e i cittadini li hanno subiti sulla propria pelle. Una nuova concertazione è avviata.

Le modalità quasi segrete, il principio dell’esclusione che riporta in auge il monopolio sindacale di CgilCislUil, i protagonisti oltre al Super Mario nazionale, il ministro Brunetta che ha fatto della PA il cumulo di macerie che è oggi e i sindacati che da anni svendono i diritti dei lavoratori, non fanno presagire niente di buono, nonostante i titoli siano assolutamente accattivanti.

La PA che si apprestano a costruire “per il rilancio del Paese” non è quella che combatte le diseguaglianze, ma quella che serve alle imprese e quella che “ci chiede l’Europa”. Il rischio, dietro ai titoli che brillano come specchietti per allodole, è che i lavoratori pubblici finiscano dentro al tritacarne della meritocrazia brunettiana e della crescita esponenziale dei carichi di lavoro, senza gli investimenti sulle assunzioni straordinarie non più rinviabili.

Cancellazione del pareggio di bilancio e dei relativi patti di stabilità e piano assunzionale straordinario, da qui si deve ripartire per far ripartire la PA.

Il contratto, la riforma dei sistemi di classificazione, la regolamentazione del lavoro agile attraverso un accordo quadro, un piano straordinario di assunzioni, sono le battaglie di USB, sono le battaglie di chi non ha mai smesso di combattere la riforma Brunetta, a partire dalla tassa sulla malattia, e tutto ciò che ne è derivato! Non lasceremo che chi è stato il protagonista dello smantellamento della PA e chi ne è stato complice tradiscano ancora una volta i lavoratori pubblici.

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31/12/2020

Giovani precari e pubblica amministrazione in affanno. Come se ne esce?

Il docente autore della missiva certamente coglie nel segno per quanto riguarda il rilievo del problema. Il punto critico sta nelle soluzioni prospettate, che non troviamo solo "generiche o insufficienti" ma in potenza anche sbagliate. In breve, una nuova classe dirigente un po' (molto) più preparata (che nel mondo accademico di questi decenni equivale a "tecnica") e un po' (molto) meno burocratica, senza il cane da guardia di un poderoso movimento di classe alle calcagna, finirebbe per fare ne più ne meno quello che i più sfegatati liberisti sognano, perché in quel brodo di coltura è cresciuto e nel medesimo brodo ha esercitato la propria ricerca quasi completamente finalizzata alla competizione piuttosto che alla collaborazione.

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Un paese di fronte alla rovina che possiede molte risorse, in primo luogo intellettuali. Le quali cercano disperatamente la via per mettere in moto ciò che una classe dirigente indecente inchioda per incompetenza, assenza di visione, interessi circoscritti al business immediato e senza rischi.

Sempre più spesso ci arrivano contributi di vario spessore, prodotti quasi sempre in solitudine. Grida disperate con dietro competenze di alto livello e autentica passione civile. Una solitudine che li rende inevitabilmente poco realistici in molti passaggi, perché la conoscenza approfondita dell’immensa macchina che si vorrebbe modificare per uscire dal pantano richiede necessariamente molte teste, molte competenze, moltissime informazioni dettagliate e strutturate (big data, insomma).

Pubblichiamo però questo, del Prof. Marcello Arici, ex docente di ingegneria all’Università di Palermo che coglie con grande precisione l’incredibile spreco di intelligenza, vivacità passione prodotto dalla supina obbedienza di questa classe politica ai diktat interni di Confindustria e a quelli esterni dell’Unione Europea.

Le soluzioni proposte sono ovviamente perfettibili, qualcuno le potrà forse trovare generiche o insufficienti, ma la materia su cui esercitare l’attenzione critica è anche questa. Tema che “a sinistra” spesso viene bypassato con colpevole disinvoltura.

Al di là delle pur giuste ed ovvie istanze di “giustizia sociale” c’è infatti la questione cui non si può sfuggire: come si pensa di cambiare questo Paese per renderlo non solo più giusto ma anche in grado di organizzare al meglio le risorse di cui dispone?

Perché un Paese misero, deindustrializzato, dipendente, può anche scegliere momentaneamente di ridurre le mostruose diseguaglianze che lo caratterizzano, ma di certo questo non basterebbe a farne – sul medio periodo – un Paese capace di far funzionare l’organizzazione sociale complessiva.

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Carissimo,

Chiedo scusa per questo messaggio affrettato, ma i tempi si susseguono con ritmo convulso e quasi non c’è il tempo di mettere a punto un discorso approfondito e completo come l’argomento richiede. Invio poche righe sul Recovery Plan su un tema che pare sia sfuggito a chi ha messo a punto la preliminare lista delle idee.

Problema Giovani (verso i quali dovremmo mostrare la massima riconoscenza, avendo trasferito loro, in toto, le passività del debito pubblico):

E fra questi includo anche chi ha solo qualche anno meno di 50, in Italia sono stati negli ultimi 20 anni dimenticati o peggio impediti nel poter contribuire allo sviluppo del Paese con il loro impegno ed il loro entusiasmo, e costretti a emigrare all’estero o vivacchiare frustrati in posizioni di precariato subalterno.

Quanto perde l’Italia nel rinunciare al loro contributo di entusiasmo e di innovazione per il futuro sviluppo del Paese, dopo che tutti noi abbiamo speso una grande quantità di denaro per la loro crescita ed educazione?

Risposta: trovare il modo di recuperare queste energie e investirle nel nostro futuro.

Problema Pubblica Amministrazione.

Ne conosciamo tutti le gravi carenze. L’incapacità di gestire i fondi Europei assegnati all’Italia, le infinite difficoltà burocratiche che si oppongono al portare avanti qualunque iniziativa e qualunque progetto.

Risposta: necessità di iniziare il completo rinnovo della P.A., operando un trapianto di nuove energie che, imparando in corso d’opera, servano per la gestione, su basi più attuali e moderne, dei programmi dello sviluppo futuro.

Come farlo? Non c’è il tempo di far crescere una nuova generazione digitalizzata di burocrati, le scuole di P.A. sono troppo poche e non esiste una cultura napoleonica di Scuole Normali per l’Amministrazione come in Francia.

L’Italia possiede, però, un esercito di precari di alto livello creati in questi anni nei Dottorati di Ricerca nelle più svariate discipline, sottoutilizzati, frustrati, asserviti, emigrati, in attesa che arrivi il momento della loro stabilizzazione nelle Università.

Sono costati al Paese un mucchio di denaro, ma stanno umiliati in un angolo, in attesa di qualcosa che non arriverà mai. Hanno però, tra loro, qualcosa in comune. Hanno studiato con passione, si sono impegnati in ricerche in ogni campo del sapere, sono digitalizzati, hanno avuto esperienze all’estero, conoscono la lingua inglese ed altre ancora, hanno imparato un metodo scientifico di lavoro.

Naturalmente dovrebbero essere prima addestrati per un lavoro di gestione nella pubblica amministrazione.

I Dottori precari sono oltre 20.000, se ben remunerati e assorbiti nella P.A., con la prospettiva di contribuire al futuro sviluppo del Paese, potrebbero essere finalmente inseriti stabilmente in un lavoro profondamente utile, per gestire la realizzazione dei programmi del Recovery Fund e portarli a compimento, innervando di nuove energie la nostra burocrazia.

Come fare? Finanziare con i fondi europei lo straordinario reclutamento di queste energie sprecate nel momento in cui è necessario voltare pagina col passato.

Fare una Call dei giovani dottori anche espatriati, disposti a rientrare per dare una mano. Fare un reclutamento semplificato avendo i Dottori superato già numerosi esami e concorsi. Addestrarli solo per un breve periodo con gli attuali burocrati della pubblica amministrazione e con gli esperti reclutati per un breve periodo di indirizzo.

Individuate le direzioni strategiche, consentire loro di organizzarsi con il loro entusiasmo, la loro preparazione ad affrontare problemi, gestendo questi ultimi in modo completamente nuovo. L’esperienza nascerebbe sul campo con un grandissimo beneficio per il Paese.

In ultimo, aspetto non secondario, si darebbe un sostanziale e concreto contributo alla parità di genere: il maggior numero dei Dottori di Ricerca, soprattutto nel mezzogiorno, è donna.

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