Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/07/2024

Il Veneto chiede l’autonomia su 9 materie non Lep: quelle che fanno comodo anche alla UE

Ieri Zaia ha dichiarato che la regione Veneto si è mossa per chiedere la ripresa delle trattative col governo su 9 delle 23 materie toccate dall’autonomia differenziata. Per capire a pieno il senso di questa richiesta, e non ridurla semplicemente al particolarismo veneto, bisogna fare un giro un po’ più lungo.

In un articolo uscito il 29 giugno su Contropiano, veniva riportato che, dati della Fondazione Gimbe, la migrazione sanitaria, ovvero lo spostarsi per accedere alle cure, presenta per il Nord un saldo positivo di 4,25 miliardi di euro. Quasi tutta questa somma finisce in Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia.

Stimola subito l’attenzione di chi segue un poco le vicende economiche del nostro paese il fatto che le tre regioni citate sono anche quelle che si sono integrate più strettamente nelle filiere continentali, seppur in posizione subordinata.

Sorge spontaneo dunque interrogarsi su quali prospettive apra la riforma da poco approvata nell’avanzamento della costruzione imperialistica europea. E poiché un suo elemento quasi costitutivo è stato il modello export oriented tedesco, ormai fallito ma tenuto in vita a forza, può essere utile partire da un dato su cui si è da poco soffermato anche Renato Brunetta.

In un articolo uscito il 22 giugno su Il Riformista, il presidente del CNEL ricorda che il 70% delle esportazioni italiane è prodotto nel Nord (dati ISTAT 2022 e 2023). A suo avviso, il Sud consuma le risorse accumulate dal commercio internazionale, che gli arrivano attraverso trasferimenti interni.

Uno schema che proviene direttamente dal miracolo economico, e dimentica tutte le complessità che anche semplicemente si sono accumulate in 60 anni di storia. Come se l’Italia fosse la stessa di quando avevamo l’IRI e la Cassa per il Mezzogiorno.

Uno schema direi da mercantilismo seicentesco, in cui la ricchezza è scritta nelle partite correnti dello stato e ignora i benefici di una equa redistribuzione del reddito. E ignora anche quei 4,25 miliardi di prestazioni sanitarie.

Non possono dunque che suscitare rabbia le parole di Brunetta, il quale afferma che “in generale le aree più produttive del Paese hanno contribuito a finanziare i territori più svantaggiati, ma il divario non è certo diminuito“. Di nuovo, Brunetta dimentica che in parte il divario era stato recuperato, finché c’è stata un po’ di pianificazione industriale pubblica.

Non c’è perciò una parola di critica verso l’evidente fallimento della classe dirigente dell’ultimo trentennio, cosa che dovrebbe seguire logicamente le sue parole.

Classe dirigente di cui ha fatto parte, prima come eurodeputato dal 1999 al 2008, e poi come deputato della Repubblica dal 2008 fino al 2022, ricoprendo per tre anni anche l’incarico di ministro.

Secondo Brunetta, “di fronte ad un Paese spaccato come una mela, non ha senso diagnosticare ricette uniformi sull’intero territorio nazionale“.

Peccato che l’autonomia differenziata non sia un indirizzo di sviluppo ponderato sulla base delle specificità locali, ma sia proprio la rinuncia a implementare una programmazione nazionale per lo sviluppo e la riduzione delle disuguaglianze.

Asimmetrie e distanze che verranno invece allargate dall’autonomia differenziata, nonostante i tanto discussi Livelli Essenziali delle Prestazioni. Tanto più se per definirli verrà usato il criterio della “spesa storica“, che cristallizza le distorsioni attuali.

I LEP, per essere concretamente determinati e garantiti su tutto il territorio nazionale, richiederebbero secondo alcuni parlamentari d’opposizione tra i 50 e i 100 miliardi di spesa aggiuntiva, quasi una ventina secondo le stime più caute.

Qui sorge allora un’altra questione. L’autonomia differenziata è quasi un punto di arrivo di un percorso che ormai ha già largamente devastato le strutture dello Stato per favorire la privato del pubblico in ogni suo servizio.

E allora a cosa serve questa riforma a questa classe dirigente europeista? Ed è davvero attuabile, visti i costi, a meno che non si vogliano creare dei LEP solo di facciata – cosa di certo non escludibile –?

Lo chiede chiaro e tondo Luca Bianco in un articolo su Huffington Post: “come si fa a finanziarli ora che l’Italia deve rispettare il nuovo Patto di Stabilità?” I vincoli di bilancio hanno causato lo smantellamento del pubblico, e ora però impediscono anche l’autonomia differenziata?

Ovviamente no, essendo una riforma completamente inserita nella logica di Bruxelles. Infatti, le materie di “legislazione concorrente” su cui le regioni potranno chiedere autonomia sono 23, ma il Comitato tecnico per l’individuazione dei LEP ha fatto una distinzione tra queste.

14 hanno implicazioni dirette coi LEP (tra cui la tutela della salute), 9 invece no. Queste ultime sono: i rapporti internazionali; il commercio con l’estero; le professioni; la protezione civile; la previdenza complementare; il coordinamento della finanza pubblica; le casse di risparmio regionali; gli enti di credito regionale; l’amministrazione della giustizia di pace.

Le prime due permetteranno accordi ad hoc delle regioni con Bruxelles. Previdenza complementare, coordinamento della finanza pubblica, casse di risparmio ed enti di credito regionali hanno un importante ruolo nella determinazione del quadro in cui si svolge l’attività imprenditoriale.

Che questa possibilità, di spacchettare le 23 materie, sia legalmente ammissibile, è ancora oggetto di dibattito. Persino dentro la maggioranza le opinioni non sono omogenee, ma Zaia ha deciso di forzare la mano, un po’ per rispondere al proprio elettorato, un po’ perché era sin dall’inizio il senso di fondo di questo progetto.

Il tema è che, al più, l’autonomia differenziata porta a compimento un percorso di smantellamento del ruolo dello stato e dei servizi essenziali cominciato con Maastricht e poi accelerato dalla riforma del Titolo V della Costituzione, fatta dal centrosinistra.

Quello che interessa davvero è accelerare sulla costruzione di filiere UE capaci di competere con altri grandi attori globali. Come andrà la mediazione col governo, vista anche la competizione interna tra le varie formazioni, non possiamo ancora saperlo, ma il percorso è quello e, come da sempre nella UE, è vincolato.

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05/02/2022

Sfiduciamo il ministro Brunetta! Usb lancia la petizione

Le ultime dichiarazioni sullo smart working nel Pubblico Impiego, nelle quali si legge con estrema chiarezza l’odio, mai sopito, contro i dipendenti pubblici e l’incapacità di concepire forme di organizzazione del lavoro diverse da quelle classiche, rendono evidente a tutti l’inadeguatezza del Ministro Brunetta a ricoprire il ruolo di Ministro della funzione pubblica nel quale lo ha fortemente voluto Draghi.

D’altra parte la tardiva “indignazione” di Cgil Cisl e Uil che a casa di Brunetta ci sono persino andati a cena in pieno lockdown, per poi firmare il patto sull’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale, subito seguiti dal codazzo del sindacalismo autonomo, suona oggi come una beffa.

USB in splendida solitudine gridava alla provocazione immediatamente dopo la notizia della nomina a Ministro di Brunetta, denunciando che quei modi apparentemente mansueti, finanche melliflui, in realtà fossero solo una facciata dietro la quale c’era esattamente lo stesso personaggio della campagna denigratoria contro i dipendenti pubblici.

Oggi i nodi vengono al pettine e non solo per le dichiarazioni troppo “sincere” del Ministro, ma soprattutto per quanto non è stato fatto in più di un anno di Governo.

Nessun reale investimento nel settore pubblico, poche assunzioni, tutte a tempo determinato e super specializzate, nessun miglioramento dei servizi ai cittadini, ma tutta l’attenzione sulla crescita del PIL incuranti dell’acuirsi delle disuguaglianze e a discapito della messa in sicurezza dei luoghi di lavoro.

Allora la domanda sorge spontanea, visto che accusa i dipendenti pubblici di far finta di lavorare, non sarà che sia lui a fingere di essere il Ministro della Pubblica Amministrazione?

Noi pensiamo di si! Riteniamo che tutta l’azione del Ministro Brunetta sia stata indirizzata a favorire il profitto delle imprese private e nulla per garantire e migliorare la qualità dei servizi pubblici a cittadini e lavoratori.

Per questo USB PI lancia una petizione per chiedere le dimissioni di Brunetta, per restituire dignità e rafforzare la qualità dei servizi pubblici e del welfare di questo Paese.

Clicca qui per firmare

Brunetta inadeguato: in poche ore, parecchie migliaia di lavoratori pubblici ne chiedono le dimissioni sottoscrivendo la petizione dell’USB

Tantissim* lavoratrici e lavoratori pubblici hanno già sottoscritto la petizione lanciata dall’Unione Sindacale di Base per chiedere le dimissioni di Brunetta, dopo l’ennesima uscita infelice contro il personale della Pubblica Amministrazione accusato di far finta di lavorare durante lo smart working “davanti al telefonino appoggiato sulla bottiglia di latte”.

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09/01/2022

Smart working, USB: da Brunetta nessuna apertura, la lotta si sposta nei luoghi di lavoro

Nonostante i numeri attuali della diffusione dei contagi fossero stati ampiamente previsti, il governo, in un susseguirsi di decreti, provvedimenti e circolari quanto mai incomprensibili, tardivi, insufficienti, quando non dannosi, come nel caso della soppressione della quarantena in caso di contatto stretto, continua ad avere come unico orizzonte il mantenimento della produzione invece che la tutela della salute dei cittadini.

Un atteggiamento al limite dell’autolesionismo, dato che la produzione rallenterà comunque, sia a causa della diffusione del virus sia per l’aumento dei costi di gas ed energia, e a crescere saranno solo contagi e morti.

Un governo in pieno stato confusionale che si affida alla sorte più che fidarsi della scienza, come nel caso dell’obbligo vaccinale per gli over 50.

In questo quadro desolante spiccano il ministro Brunetta e la sua battaglia contro lo smart working che, allo stato attuale, risulterebbe una delle poche misure organizzative in grado di contrastare il diffondersi dell’epidemia all’interno della Pubblica Amministrazione, oltre ai benefici indiretti su trasporto pubblico e scuola.

Pur di mantenere il punto, come un bambino capriccioso qualunque, e non smentire i suoi decreti e linee guida – da noi ampiamente contrastati, in solitudine, sui tavoli di confronto sindacale – affida con una circolare l’utilizzo flessibile e intelligente dello smart working alle 32mila amministrazioni pubbliche che, in tempi compatibili con il diffondersi della pandemia (si spera!), dovrebbero riorganizzare gli uffici, garantendo al tempo stesso la tutela della salute e della sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori e, aggiungiamo noi, degli utenti.

L’artificio infantile consiste nello spalmare la programmazione dello smart working su più mesi purché alla fine la presenza in ufficio risulti prevalente sulle giornate di lavoro in remoto. Fino a giugno, poi si vedrà.

Tutto ciò rivela l’assoluta mancanza di serietà e credibilità di un ministro che continua a condurre una crociata personale contro i dipendenti pubblici colpevoli, a prescindere, di essere “fannulloni” nonostante abbiano garantito servizi pubblici essenziali e welfare durante tutte le fasi della pandemia.

Il confronto ora si sposta in un corpo a corpo con le amministrazioni dove, con determinazione, dovremo far valere le ragioni della tutela della salute e sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori ricontrattando le giornate di presenza negli uffici, pretendendo l’applicazione rigorosa dei protocolli sulla sicurezza, richiedendo smart working di default a seguito di contatto stretto, screening periodici e mascherine FFP2 per tutti i lavoratori per contrastare con ogni mezzo l’aumento dei contagi che si sta verificando nei nostri luoghi di lavoro.

E, perché no, batterci per il superamento definitivo del 49% quale limite per l’utilizzo dello smart working.

I dipendenti pubblici e i cittadini di questo Paese non meritano un ministro colpevolmente responsabile della mancanza di sicurezza dei servizi pubblici!

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06/11/2021

Brunetta. “Niente più ispezioni a sorpresa nelle aziende”. Solo visite di cortesia

Al massimo entro i prossimi 18 mesi il governo dovrà mettere in campo uno o più decreti legislativi sulla semplificazione dei controlli alle imprese rendendoli “meno vessatori e ossessivi”.

L’annuncio viene dal ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, in un convegno promosso da Anitec-Assinform (l’associazione italiana delle tecnologie dell’informazione legata a Confindustria) e dedicato al “Procurement pubblico del digitale per la trasformazione del Paese”. A riferirne è il quotidiano economico Italia Oggi.

Dunque niente più ispezioni o controlli inaspettati sulle imprese. Le modalità e la frequenza delle verifiche sulle aziende saranno programmate secondo princìpi di “efficacia, efficienza e proporzionalità, tenendo conto delle informazioni in possesso delle amministrazioni competenti” e dell’esito delle ispezioni pregresse.

Secondo il ministro Brunetta “Prima di ogni controllo ci sarà una telefonata per programmarlo, specificarne la natura, individuarne i contenuti e i documenti necessari, i giorni in cui arriverà, le risorse umane di cui avrà bisogno. Non ci saranno divise o mitragliette in vista. I controlli avverranno nel rispetto reciproco. Poche parole: civiltà, gentilezza e cortesia”, ha sottolineato soddisfatto il ministro.

È sfuggito a molti ma proprio nelle pieghe del disegno di legge sulla concorrenza approvato giovedì dal Consiglio dei Ministri si parla anche dell’alleggerimento dei controlli sulle attività economiche e le imprese per favorire la ripresa.

Quindi via le ispezioni a sorpresa, temute dalle aziende. Saranno quasi visite di cortesia.

Mentre si chiede di aumentare i controlli sul reddito di cittadinanza o sui lavoratori, il governo prevede di allentarli sulle imprese e le loro congruissime irregolarità.

Una vera e propria vergogna a tutto tondo. Lavoro nero, morti e infortuni sul lavoro, evasione contributiva e fiscale, è qui la festa?!

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20/07/2021

Concorsi pubblici, non c’è nessuna Next Generation

Il “governo dei migliori” guidato da Mario Draghi è un curioso mix di pretese “super-competenze” e riciclo di avanzi di establishment ormai relegati a fare da comprimari nei talk show. Notizia di queste ore, persino Elsa Fornero viene richiamata in servizio come “consulente” del governo, probabilmente per portare “nuove idee” su come tagliare le pensioni.

È curioso perché è abbastanza noto in ambiente giornalistico, che di solito personaggi come questo, una volta diventati ministro, per essere sicuri di non sbagliare sono soliti richiedere a loro volta una “consulenza” – o “un consiglio” – ai vertici delle istituzioni continentali. A gente come Mario Draghi, insomma. Ma una premio di collaborazione non si nega a nessuno, a quanto pare...

Un altro personaggio della stessa levatura è sicuramente Renato Brunetta, rimesso in sella dopo i disastri combinati nei governi Berlusconi (non proprio il paradiso delle “competenze”), e partito a razzo con una serie di “riforme della pubblica amministrazione” fondate su pregiudizi, odio di classe (attribuire punteggi abnormi soltanto ai master post-laurea significa tagliare tutti i laureati che non se li sono potuti permettere), idee bislacche travestite da “efficientismo”.

Già noi e i sindacati di base avevamo, a occhio, giudicato queste “riforme” della autentiche idiozie mal congegnate. Inutili dal punto di vista dell’ammodernamento della macchina statale e oscene sul piano salariale, oltre che socialmente offensive. Ma noi, si sa, siamo “prevenuti” e “ideologici”...

E allora consentiteci di riproporre l’analisi fatta per l’Agenzia TeleBorsa – non proprio il tempio dei bolscevichi – da Guido Salerno Aletta. Il quale, da ex vicesegretario generale di Palazzo Chigi, di sicuro sa qualcosina sulla pubblica amministrazione...

Buona lettura.

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Concorsi pubblici, non c’è nessuna Next Generation

Guido Salerno Aletta – Agenzia Teleborsa

Diciamola tutta, il flop se lo sono proprio cercato: non può che fallire, anche al Sud, un concorso pubblico per il reclutamento di personale con profili tecnici elevati, che prevede una preselezione dei candidati effettuata sulla base di titoli e di esperienza professionale, offrendo in cambio un contratto a tempo determinato ed uno stipendio medio-basso.

La PA ha cercato di assumere sul mercato del lavoro del personale già formato professionalmente e dunque pienamente operativo, non tanto per colmare i vuoti di organico quanto per dare una accelerazione ai progetti collegati al PNRR. Insomma, non cercavano neolaureati da istruire un po’ alla volta, con il consueto training-on-the-job, né con corsi di formazione interna.

La valutazione dei titoli prendeva in considerazione requisiti assai stringenti:

- titolo di studio universitario e formazione post laurea (master di 1° o 2° livello, diploma di specializzazione, dottorato di ricerca);

- le sole esperienze professionali maturate nella gestione e/o nell’assistenza tecnica di programmi o progetti finanziati da fondi europei e nazionali afferenti la politica di coesione, dimostrabili con contratti di lavoro o incarichi professionali stipulati con pubbliche amministrazioni o con enti privati. È quindi valutabile anche l’esperienza con un ente privato purché il destinatario delle attività sia una pubblica amministrazione;

- l’abilitazione all’esercizio delle professioni per le quali è richiesta la laurea.

Le tante riforme della Scuola Superiore della PA che si sono susseguite nel corso di decenni si sono dimostrate un fiasco: lo Stato, dopo tanti anni di piante organiche lasciate sguarnite per risparmiare, ora va di corsa, con procedure di selezione “fast track”.

Lo Stato ha rinunciato da decenni alla formazione specialistica dei ruoli tecnici ed ora i professionisti li cerca sul mercato, nel mondo di chi già lavora e guadagna: in pratica, ha cercato di assumere chi un lavoro ce lo aveva già, o come dipendente privato o come libero professionista.

Si è trattato di assunzioni in aree territoriali caratterizzate da un alto livello di disoccupazione: 2800 tecnici negli gli enti pubblici di Abruzzo (243 posti), Basilicata (119), Calabria (365), Campania (642), Molise (78), Puglia (481), Sardegna (318) e Sicilia (497).

Gli idonei vincitori sono stati appena 1.483, coprendo dunque il 53% dei posti complessivamente messi a concorso. Le percentuali sono state assai diverse a seconda dei profili professionali:

- nel concorso per funzionari tecnici (FT/COE), architetti e ingegneri, a fronte di 1412 posti banditi, sono risultati idonei solo 167 candidati, con una copertura del 11.8%;

- per il profilo di esperto in gestione, rendicontazione e controllo (FG/COE), su 918 posti banditi, gli idonei sono stati 196 (21,4%);

- per il profilo di funzionario esperto analista informatico (FI/COE), a fronte dei 124 posti a bando, sono risultati idonei 112 candidati, con una copertura del 90,3%. La crisi del settore ICT/TLC, che dura da anni, ha consentito un travaso dal settore privato a quello pubblico;

- per il profilo di funzionario esperto in progettazione e animazione territoriale (FP/COE), su 177 posti a bando ci sono stati 243 idonei, con una copertura del 137,3%. La crisi del settore urbanistico-immobiliare-edilizio va avanti da oltre un decennio ed anche in questo caso c’è stato un passaggio di professionalità;

- tutto all’opposto si è verificato nel concorso per funzionari esperti in campo amministrativo – giuridico (FA/COE), in cui su 169 posti banditi sono risultati idonei ben 766 candidati, con una copertura del 453%: gli idonei sono stati quattro volte più numerosi dei posti messi a concorso. Si è confermata la ben nota tendenza formativa, che privilegia nelle Università le lauree in giurisprudenza.

Il dato peggiore, dal punto di vista della significatività, è stato soprattutto un altro: sui 102.155 candidati che avevano superato la fase di preselezione, e che quindi sono stati convocati per svolgere le prove di concorso, se ne sono presentati appena 37.009, con un’affluenza media del 36,2%.

Il tasso più elevato di affluenza è stato registrato in Calabria (41,2%), Sicilia (41,0%), Sardegna (40,9%), il più basso nel Lazio (24,4%): qui il dato dimostra il peso del tasso di disoccupazione e le difficoltà di avere alternative nelle prospettive lavorative.

In molti, comunque, dopo aver presentato la domanda d’impulso per non vedersi preclusa un’opportunità lavorativa, al dunque si sono resi conto che la proposta non era convincente. Tra l’altro, l’89% dei candidati che ha superato la prova proviene dalle regioni del Sud e dalle Isole: il 28,5% dalla Sicilia, il 24,7% dalla Campania.

È stato ufficialmente assicurato che il concorso verrà ripetuto, per coprire i 1.347 posti ancora vacanti, e concludere le procedure tra ottobre e novembre.

Ci sono diverse osservazioni da fare.

La prima è quasi ovvia: lo Stato è andato a cercare il suo personale rastrellando nella parte bassa del mercato del lavoro, tra coloro che hanno optato per il “meno peggio”. Sono persone di media età, con responsabilità familiari e prospettive grigie: non sono un investimento per il futuro della PA, ma una scorciatoia.

Infatti, guardando alle fasce di età dei vincitori, risulta che solo il 20,4% dei candidati risultati idonei ha meno di 30 anni, il 50,9% ha tra i 30 e i 40 anni, mentre il 22,6% tra i 40 e i 50 anni.

I candidati complessivamente idonei sono stati per il 51,1% uomini e per il 48,9% donne, ma la percentuale di donne scende in maniera considerevole per i profili di analista informatico (13,4%) e di esperto tecnico (25,1%).

Operazione marginale, emergenziale, senza respiro.

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16/07/2021

Assunzioni nel pubblico. Brunetta si è già “incartato”

Rispondendo al question time alla Camera, il ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta auspica un rapido cambio di passo sui concorsi pubblici che, per il momento, stanno tutti scontando una bassa affluenza di partecipanti e una bassa percentuale di idonei.

Insomma l’ultima trovata del picconatore dell’amministrazione pubblica è fallita come era ampiamente prevedibile. È l’ulteriore conferma che Brunetta non sa su cosa sta mettendo le mani e soprattutto di come le sue pruderìe competitive e liberiste siano del tutto sballate.

Le persone non si presentano ai concorsi per le assunzioni a tempo determinato nella pubblica amministrazione (contratti di tre anni) e molti di quelli che si presentano risultano non idonei ai profili richiesti da chi pensa che il lavoro pubblico sia una sorta di Accademia dei Lincei.

Nella astrusa logica di Brunetta – e del governo Draghi che non lo ha riportato con i piedi per terra – il lavoro pubblico avrebbe dovuto attrarre i “rampolli” della borghesia, che oltre alla laurea hanno avuto occasione (e soldi) per procurarsi master ed altri titoli extra curriculari.

In questo modo sono stati tagliati fuori migliaia e migliaia di laureati senza i titoli di “eccellenza” richiesti. Non solo.

I rampolli “masterizzati”, con il piffero che si sentono attratti dalla prospettiva di un lavoro pubblico dove le retribuzioni sono le più basse d’Europa e dove le prestazioni richieste spesso hanno carattere quantitativo più che qualitativo. Il motivo? In troppe amministrazioni pubbliche in questi anni di sbornia liberista ha prevalso la logica competitiva dei numeri e degli algoritmi piuttosto che una visione del servizio pubblico come tale.

L’efficacia dell’amministrazione infatti va trovata nella risposta alla domanda di servizi (in questo caso pratiche, documenti, autorizzazioni, pagamenti etc.) che viene dall’utenza e non dalla quadratura dei conti dei dirigenti per consentirgli di prendere i superincentivi a fine anno. In realtà è avvenuto l’esatto contrario. È diventato prioritario fare numeri – anche con criteri poco razionali – piuttosto che rispondere al meglio alle esigenze dell’utenza.

Intervenendo alla Camera e dovendo giustificare il suo fallimento, Brunetta ha fatto la scoperta dell’acqua calda: “Era corretto prevedere l’assunzione di tecnici con esperienza e poi offrire loro un posto a termine con retribuzione medio-bassa?”, si è chiesto il ministro. Non solo: “La scopertura maggiore è avvenuta proprio sui profili tecnici, sugli ingegneri, sulle specializzazioni”, ha ammesso Brunetta che poi è andato decisamente in pappa: “Molto probabilmente dovremo cambiare modo di offrire occasioni di lavoro, tipologie e specializzazioni, anche alla luce del PNRR, proprio per incontrare una domanda che attualmente non c’è”, ha riconosciuto il peggior ministro della Funzione Pubblico dell’ultimo ventennio.

Ed a questo bilancio mancano ancora i disastri annunciati dalle misure di Brunetta nella sanità.

Brunetta, come noto, ha un pessimo carattere e riteniamo non sia disponibile ad accettare suggerimenti, ma ci sentiamo di avanzarglieli comunque.

Caro ministro, faccia dei concorsi normali, con test adeguati ai profili richiesti dalle esigenze reali di una pubblica amministrazione approcciata con la visione della propria funzione pubblica; butti nel cestino la folle idea che solo i “rampolli masterizzati” possano accedere ai concorsi; utilizzi il capitale umano rappresentato da migliaia di giovani laureati per rinnovare gli organici di amministrazioni a cui proprio lei ha tolto l’ossigeno per anni con la sua riforma; adegui le retribuzioni ai profili richiesti e necessari. Vedrà che nel paese troverà tutte le risorse di cui si ha necessità e sulle quali sarà possibile pensare alle innovazioni indispensabili nel lavoro pubblico.

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11/07/2021

Addio a concorsi e contratti stabili. La sanità polverizzata da Brunetta

La notizia è stata scoperta da un sito specializzato (AssoCareNews), perché ormai l’informazione ufficiale (quella che pretende di essere l’unica “attendibile e certificata”) preferisce lasciare nell’ombra la tempesta sociale preparata dal governo Draghi.

In sintesi il Ministro Brunetta ha presentato nei giorni scorsi davanti al Senato il DL 80/2021, con cui si appresta a fare una “piccola grande rivoluzione” nel mondo del lavoro pubblico.

Per quanto riguarda il reclutamento di professionisti iscritti ad albi (come Infermieri, Medici e Professioni Sanitarie), le pubbliche amministrazioni potranno ricorrere più facilmente a tipologie di contratto quali:

- contratto di lavoro subordinato a tempo determinato;

- conferimento di incarichi di collaborazione con contratto di lavoro autonomo.

Si ufficializza dunque il precariato in un settore strategico devastato per 30 anni con i tagli di spesa e i regali alla sanità privata. E ogni operatore sanitario si chiederà a questo punto come si fa a gestire un ospedale o un pronto soccorso con gente che oggi c’è, domani chissà.

Per essere assunti i professionisti dovranno iscriversi in un apposito elenco digitale sul Portale del reclutamento del Dipartimento della funzione pubblica.

Il rinnovo dei contratti è legato mani e piedi al raggiungimento degli obiettivi valutato annualmente. In caso di mancato raggiungimento vi è l’impossibilità di rinnovo per legge. Dunque, interi ospedali e singoli reparti potranno restare all’improvviso svuotati di personale e dunque impossibilitati ad operare.

Non male come insegnamento della pandemia, no? O forse, semplicemente, Brunetta non ci capisce niente e si affida agli “spiriti animali” degli imprenditori della sanità privata, che lo riempono di “buoni consigli”.

La durata massima dei contratti sarà comunque di 3 anni + 2 rinnovabili.

Per quanto riguarda gli incarichi di collaborazione, il conferimento avverrà con procedure “più accurate e maggiormente comparative di quelle previste fino a ora”.

Si va quindi verso un addio ai concorsi. Secondo quanto si legge, la selezione avverrà prima di tutto scremando fra i curricula e con modalità di comparazione dei profili avvalendosi anche di test digitali, forse anche a distanza. Un bell’algoritmo e via, fatta la selezione, il paziente si faccia il rito scaramantico che preferisce, alla faccia del giuramento di Esculapio e del dettato costituzionale.

Se qualcuno pensava che il governo Draghi avrebbe investito di più nella sanità, visto il disastro certificato dalla pandemia, è bene che se ne faccia una ragione: il Recovery Plan approvato dall’Unione Europea non prevede spese sociali considerate “inutili”.

Dovete morire prima, questa la parola d’ordine lanciata – non da ora – da Bruxelles e Francoforte.

Fonte

09/07/2021

Concorso Coesione per il Sud: fallisce la riforma classista della PA

Il 6 Aprile 2021 veniva pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il bando per il Concorso Coesione per il Sud. Richieste 2800 unità di personale non dirigenziale nella Pubblica Amministrazione di otto regioni: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia.

Le risorse erano state stanziate dal precedente governo nell’ultima finanziaria e rientravano nell’ambito del Pon Governance 2014-2020, con i fondi europei della coesione destinati alle regioni meno sviluppate.

I profili richiesti erano cinque (funzionario esperto tecnico, funzionario esperto in gestione, rendicontazione e controllo, funzionario esperto in progettazione e animazione territoriale, funzionario esperto amministrativo giuridico, funzionario esperto analista informatico) ed era possibile presentare domanda anche per più profili.

L’unico prerequisito per potersi iscrivere era avere una laurea: qualunque tipo andava bene per iscriversi a qualunque delle cinque categorie. Pertanto, alla chiusura del bando le candidature presentate sono state 99.357 da parte di 81.150 persone. I posti disponibili erano 2800, cioè meno del 3,5% di quanti avevo presentato domanda avrebbe vinto il concorso.

II bando era stato presentato come al solito in pompa magna dal Ministro per la Pubblica Amministrazione Brunetta che, dopo aver appreso i dati dei candidati, aveva annunciato con entusiasmo che tutto questo era testimonianza «della voglia di futuro dopo più di un anno di pandemia» e «della bontà della decisione di sbloccare i concorsi, digitalizzandoli e semplificandoli».

Il concorso coesione per il Sud sarebbe dovuto infatti essere il primo svolto con la formula “fast track”, ovvero con preselezione per titoli ed esperienze professionali, tutto in digitale e con un percorso che in cento giorni avrebbe dovuto portare dalla pubblicazione del bando all’assunzione (a tempo determinato, ça va sans dire).

Il tutto accompagnato dalla solita odiosa retorica del merito con i «nostri giovani e i nostri migliori talenti» che «potranno vedere nella PA un datore di lavoro attrattivo e diventare protagonisti di un ambizioso programma di cambiamento del Paese».

Vediamo come hanno resistito alla prova dei fatti queste parole.

Cinquanta giorni dopo la pubblicazione del bando erano disponibili gli elenchi degli ammessi che due settimane dopo avrebbero dovuto sostenere la prova. La preselezione per titoli, atta a selezionare «i migliori talenti», aveva escluso buona parte dei candidati, riducendoli a circa 11mila.

La bassissima partecipazione alle prove, in media inferiore al 65% e in alcune regioni addirittura inferiore al 50%, costringeva il ministero a correre ai ripari pubblicando un provvedimento di modifica del bando che «considerata la necessità di garantire i principi di efficienza ed economicità dell’azione amministrativa, tenuto conto dei tempi e dei costi necessari per lo svolgimento dei concorsi pubblici e dell’urgenza di attuazione degli interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza» riapriva il concorso e faceva accedere a sostenere la prova tutti gli esclusi in precedenza, ferme restando le prove già svolte dai selezionati del primo scaglione.

Per sicurezza, questa volta FormezPA si premurava di inviare una mail di convocazione a tutti i candidati, nel cui corpo chiedeva di confermare o meno (senza alcun vincolo) la propria partecipazione, temendo evidentemente una nuova diserzione di massa da parte chi, dopo aver sentito per mesi la storia dell’infallibile “governo dei migliori”, forse non si aspettava di essere richiamato in una così confusa e miserevole prima uscita.

Ma anche a questo giro le cose sono andate molto peggio del previsto. I candidati idonei sono risultati essere solo 821, meno di un terzo dei 2800 posti disponibili. Essendo stata fissata una soglia di punteggio minimo di idoneità ex ante, senza quindi tenere conto dell’andamento medio della prova, non sono previsti scorrimenti di graduatoria e perciò buona parte dei posti rimarrà vuota.

I proclami urlati di riforma e rilancio della PA vengono ricacciati in gola e al ministro Brunetta non resta che scaricare tutte le colpe sul precedente governo.

Contrariamente alla retorica degli ultimi mesi, i numeri degli iscritti testimoniano la voglia e la necessità diffusa di trovare un impiego, soprattutto da parte dei giovani (il 30% dei candidati aveva meno di trent’anni).

Non solo i concorsi vengono ancora banditi col contagocce, ma i criteri selettivi, tra la super-valutazione dei costosi master a scapito degli altri titoli di studio, il peso che viene dato all’esperienza lavorativa pregressa e le soglie di punteggio, rendono impossibile reclutare le unità di personale richieste che, è bene ribadirlo ancora, sarebbero comunque assunte con contratti a tempo determinato.

C’è poco da girarci intorno: questa riforma della PA, con il classismo di cui è intrisa, alla prima prova dei fatti si è rivelata subito fallimentare sotto tutti i punti di vista e difficilmente potrà migliorare.

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15/04/2021

Brunetta: nuovi concorsi pubblici, vecchia politica di classe

Pochi giorni fa è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale un decreto-legge, il d.l. 44/2021, che contiene, tra l’altro, norme in materia di concorsi pubblici. L’obiettivo dichiarato dal Ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta è quello di sbloccare i concorsi pubblici, velocizzarli e farli svolgere in modalità il più possibile digitale. Fin qui, sembrerebbe non esserci nulla di male. In realtà, nelle pieghe della riforma è possibile rinvenire una traccia dell’impianto classista delle politiche di questo Governo e dell’ampia maggioranza che lo sostiene.

Ma vediamo cosa prevede la riforma. L’articolo 10 del decreto, quello dedicato, per l’appunto, alla disciplina dei concorsi pubblici, prevede la seguente articolazione delle fasi selettive dei concorsi per il reclutamento di personale non dirigenziale: 1) una preliminare fase di valutazione dei titoli legalmente riconosciuti (diplomi, lauree, master) ai fini dell’ammissione alle successive prove; 2) l’espletamento di una sola prova scritta e 3) di una prova orale; 4) infine, eventualmente, la valutazione dell’esperienza professionale, inclusi i titoli di servizio, che può concorrere alla formazione del punteggio finale.

Vale la pena di specificare che sebbene il capo III del decreto-legge in questione, che contiene l’articolo 10, sia denominato “semplificazione delle procedure per i concorsi pubblici in ragione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19”, le modifiche in questione sono strutturali (si applicheranno, cioè, non solo fino al permanere dello stato di emergenza, ma anche dopo). È scritto nero su bianco nel dossier del Servizio Studi del Senato sul provvedimento e la stessa formulazione della norma non lascia spazio a dubbi.

La preselezione per titoli è un regalo ai ricchi

Il punto della riforma sul quale si stanno concentrando molte polemiche è quello dello sbarramento all’accesso per i concorsi non dirigenziali sulla base dei titoli di studio.

Cosa si intende, infatti, nella norma, per “valutazione dei titoli legalmente riconosciuti ai fini dell’ammissione alle successive fasi concorsuali”? Nient’altro che la possibilità di prevedere una fase di preselezione, quindi a monte dell’intero processo selettivo, basata solo ed esclusivamente sui titoli. In altre parole, sarà possibile, per quelle amministrazioni che decideranno di utilizzare questa facoltà, escludere una consistente parte dei candidati sin dall’inizio e senza che si sia svolta neppure una prova scritta.

Chiunque conosca, anche di sfuggita, il mondo (anzi, il business) dei master universitari capirà al volo dove si nasconda il classismo di questa proposta. È noto, infatti, che non tutti i laureati possono permettersi di pagare le salate quote d’iscrizione previste per i master. Inoltre, non tutti possono permettersi di rinviare di un anno l’ingresso nel mondo del lavoro. Prevedere un vantaggio così decisivo per chi possiede titoli post-laurea significa escludere automaticamente dai posti di lavoro pubblici non solo una buona parte dei giovani neolaureati, che non hanno, ovviamente, avuto il tempo di accumulare ulteriori titoli post-laurea (pensiamo al caso estremo, ma diffusissimo oggi, degli studenti lavoratori), ma anche quella enorme platea composta da disoccupati, magari laureati da qualche anno, che non hanno i mezzi economici per conseguire ulteriori titoli. Significa, quindi, che queste persone non arriveranno neanche a sedersi davanti a un test scritto, perché sarà loro impedita qualsiasi forma di partecipazione alle prove. Un’ingiustizia con la quale si calpesta ogni sacrosanto principio di uguaglianza sostanziale.

Si potrebbe dire che è troppo presto per gridare allo scandalo e che, nei fatti, tutto dipenderà da come queste indicazioni saranno accolte dalle amministrazioni che provvederanno, via via, a bandire i concorsi. Ebbene, non è stato necessario aspettare troppo per avere questo tipo di conferma. Il 6 aprile è stato pubblicato il bando per 2800 unità di personale a tempo determinato per l’attuazione dei progetti del Recovery Plan. Ebbene, questo concorso prevede una fase di valutazione titoli che porterà all’ammissione alla successiva prova scritta di un numero di candidati pari a tre volte il numero di posti messi a concorso. Ciò significa che non potranno accedere alle prove scritte più di 8400 persone (o, fatti salvi i candidati classificati ex aequo, poco più). Questo particolare concorso, inoltre, in virtù del comma 4 dell’articolo 10, prevede anche la valutazione, già in fase di preselezione, delle esperienze professionali (per gli altri concorsi, le esperienze professionali potranno essere fatte valere “soltanto” in sede di determinazione del punteggio finale).

Ma come si svolgerà la valutazione dei titoli? Per il voto di laurea verrà attribuito un punteggio pari, al massimo (per i 110/110 e i 110 e lode) a 0,10 punti. Per gli altri titoli saranno attribuiti i seguenti punteggi: 0,5 per la laurea specialistica o magistrale, 0,25 per ogni laurea ulteriore. La somma di questi punteggi potrà essere al massimo pari a 1.

Per la formazione post-laurea saranno attribuibili, invece, fino a 3 punti (0,5 punti e 1 punto per i master di I e II livello, 1,5 per diploma di specializzazione e dottorato di ricerca). Già questo passaggio tende a penalizzare fortemente i neolaureati e coloro che, dopo la laurea, non hanno potuto, per svariate ragioni, principalmente economiche, proseguire gli studi.

Come se non bastasse, come dicevamo, in questo particolare concorso le esperienze professionali maturate nella gestione o nell’assistenza tecnica relativa a progetti europei e nazionali di politica di coesione conteranno anche ai fini della preselezione e per un massimo di ben 6 punti: sei volte il massimo del punteggio previsto per la laurea e la laurea magistrale/specialistica. Una pietra tombale sulle speranze di qualsiasi neolaureato alla ricerca di lavoro: una diversa e minore pesatura dell’esperienza professionale consentirebbe di valorizzare comunque le competenze maturate senza, al contempo, escludere del tutto i giovani dalla selezione.

La riforma dei concorsi di Brunetta: altri aspetti disgustosi

Abbiamo visto che, nonostante la riforma sia stata pubblicizzata come un tentativo di sbloccare i concorsi pubblici in tempo di pandemia, i suoi effetti saranno duraturi, perché non è previsto un termine finale di operatività delle norme che regoleranno i concorsi pubblici. Come spesso è accaduto, le situazioni di emergenza vengono sfruttate per inserire nel nostro ordinamento modifiche di natura strutturale, che hanno l’obiettivo di favorire le classi dominanti a scapito dei lavoratori.

Questa riforma, inoltre, per quanto possa sembrare incredibile, si presenta con un sovrappiù di infamia. Le norme in questione, infatti, potranno essere applicate non solo ai concorsi che saranno banditi dalla data di entrata in vigore del decreto in poi, ma anche ai concorsi già banditi e per i quali non siano ancora state svolte attività. Potenzialmente, dunque, potremmo assistere a uno scenario nel quale migliaia di disoccupati, che da tempo stanno studiando per partecipare a un concorso pubblico al quale si sono già iscritti e per il quale, magari, hanno già versato la quota di partecipazione, potrebbero essere fatti fuori con un colpo di penna perché non si sono potuti permettere un master o un altro titolo di studio post-laurea.

Può essere utile ricordare che il padronato si è spesso scagliato contro il cosiddetto “valore legale del titolo di studio”. Attualmente, ai fini, ad esempio, di un concorso pubblico, una laurea in una determinata materia conseguita in un’università pubblica del Mezzogiorno e una laurea nella stessa materia conseguita alla Bocconi, con lo stesso voto, sono equivalenti dal punto di vista formale: non potranno dar luogo a un punteggio diverso ai fini della valutazione.

Ai padroni, gente che sogna percorsi formativi il cui unico metro di giudizio sia il mercato, questa equiparazione non piace. La ragione di questa contrarietà è evidente: se un povero Cristo riesce, grazie ai sacrifici della famiglia e nei ritagli di tempi dal lavoro, a prendere una laurea a pieni voti, e questa laurea è equiparata a quella di un’università privata esclusiva in cui bisogna sborsare decine di migliaia di euro, il vantaggio di essere facoltosi, almeno in questo campo, va a farsi benedire. Ed ecco spiegata la crociata, principalmente portata avanti soprattutto dal centrodestra e dai radicali, ma non estranea agli esponenti del PD, contro il valore legale del titolo di studio. Ed ecco, inoltre, spiegato il periodico shitstorming contro le università pubbliche e, in particolare, contro le università pubbliche del Sud.

Ebbene sembrerebbe paradossale, adesso, proporre di dare così tanto valore a dei titoli di studio, al punto tale da eliminare la possibilità di partecipare ai concorsi pubblici per chi non ha un titolo post-laurea. In verità, la riforma è il proseguimento della battaglia per l’abolizione del valore legale del titolo di studio con altri mezzi: se non riusciamo ad abolire il valore legale dei titoli di studio tout court, allora almeno aboliamo quello dei poveracci. Come? È presto detto: in attesa di tempi migliori, aumentiamo il valore relativo dei titoli di studio che piacciono a noi e i morti di fame si tengano pure il loro 110 e lode, che farà una bellissima figura tra i quadri della casa di famiglia.

E ciò dimostra anche, in un rivolgimento tanto inatteso quanto farsesco, che il lavoro pubblico, tutto sommato, non fa così schifo come costoro vorrebbero dipingerlo. A patto che l’accesso sia facilitato per chi ha già abbondanti mezzi economici. Una visione per la quale lo studio universitario, mediato dalle regole di reclutamento nella pubblica amministrazione, non deve essere un ascensore sociale, ma uno strumento per calcificare e perpetuare le differenze di classe, accentuandone i caratteri ereditari.

Il nemico marcia insieme a te: postilla su Boeri e Perotti

A dimostrazione della complessità del discorso e dei variegati interessi in gioco, su Repubblica del 9 aprile è apparso un articolo, a firma di Tito Boeri e Roberto Perotti (entrambi professori alla Bocconi) che criticano aspramente la riforma Brunetta. Ciò potrebbe sembrare sorprendente: due esponenti di spicco di un’università privata che criticano una riforma che favorisce così spietatamente chi può permettersi un master universitario? A ben vedere, però, le critiche di Boeri e Perotti sono di tutt’altra natura rispetto a quelle che abbiamo evidenziato.

Di cosa si lamentano, infatti, i due accademici? Di certo non delle implicazioni classiste della riforma. Di questo non c’è alcuna traccia nel loro articolo. Il problema, per loro, è che prevedendo una valutazione dei titoli di servizio (cioè le esperienze professionali nella PA) nelle fasi successive della selezione, la riforma favorisce la stabilizzazione dei precari (ad esempio della scuola) e chiude le porte in faccia ai giovani. Della penalizzazione nei confronti di chi non può permettersi titoli di studio ulteriori rispetto alla laurea non c’è traccia.

Sia chiaro: la questione della stabilizzazione dei precari è senza dubbio di primaria importanza, ma contrapporla al dramma vissuto da centinaia di migliaia di giovani in cerca di un lavoro stabile è un ragionamento che trasuda miseria intellettuale e che ci propina una riedizione della disgustosa retorica padronale sul conflitto intergenerazionale. Il precariato è uno strumento di disciplina del lavoro che sta rovinando la vita di milioni di persone solo nel nostro Paese: dovrebbe essere eliminato con delle esplicite stabilizzazioni che pongano fine al ricatto implicito nei contratti di lavoro cosiddetti flessibili. Aizzare i giovani disoccupati contro i più anziani precari serve solo ad alimentare una guerra tra poveri utile a mantenere inalterato lo status quo, che è l’origine dei problemi sia dei giovani che dei precari. A tal proposito, proprio il Ministro Brunetta ha recentemente promesso con toni altisonanti “150.000 assunzioni all’anno nella Pubblica Amministrazione” come se fossero numeri elevati: sono briciole davanti alla carenza di organico della macchina statale, e sono meno di briciole davanti al dramma della disoccupazione, ed esattamente questo è il problema contro cui devono combattere, insieme, giovani e precari, contro l’austerità che impone la miseria della disoccupazione ai primi come una condanna e ai secondi come un ricatto.

E non è finita qui. Boeri e Perotti trovano anche il tempo di lamentarsi di quello che è un loro pallino: il potere d’acquisto degli stipendi dei lavoratori pubblici del Mezzogiorno, che, a giudizio dei due, sarebbe troppo alto rispetto ai lavoratori del Nord. La riforma Brunetta, lamentano i due prof bocconiani, non risolverebbe un grave problema, quella della carenza di professori nel Settentrione, a causa del fatto che molti “insegnanti chiederanno di essere trasferiti al Sud dove il loro stipendio vale molto di più che al Nord, date le differenze nel costo della vita”. Una disparità che in passato hanno proposto di superare con uno strumento a loro molto gradito: le cosiddette gabbie salariali. Un ragionamento privo di qualsiasi fondamento, utile solo agli interessi dei padroni.

Giovani contro anziani, meridionali contro settentrionali, lavoratori contro disoccupati, garantiti contro precari. La retorica padronale si alimenta di contrapposizioni fittizie, volte a nascondere la natura del conflitto di classe e a dividere la classe dei lavoratori, dietro la retorica della scarsità delle risorse. Di fronte a questi continui attacchi, occorre tenere ben presente che soltanto restando uniti potremo opporci ai tentativi di calpestare i pochi diritti che ci sono rimasti e porre le basi per riacquistare ciò che ci è stato tolto. Ben sapendo che tutto si tiene, fuori da ogni falsa dicotomia, occorre rivendicare uguaglianza nell’accesso al lavoro e uguaglianza nell’accesso alla formazione.

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17/03/2021

I commensali

Lascia un po’ sbalorditi la notizia fornita dal ministro Brunetta sulla genesi del Patto per la pubblica amministrazione e la coesione sociale che avrebbe avuto un passaggio fondamentale in una cena a casa sua con la partecipazione di Landini, Barra e Bombardieri.

I tre segretari generali di Cgil Cisl Uil si sono seduti a tavola con Brunetta e hanno mangiato i piatti cucinati dal ministro e dalla moglie, mentre discutevano di come farcire il Patto che pochi giorni dopo è stato sottoscritto in pompa magna alla presenza di Draghi.

Avevamo capito che ci si trovava di fronte ad una ripresa in grande stile della concertazione, quello che ci era sfuggito è che questa prassi che tanti danni ha prodotto in passato si fosse trasformata in una tavola imbandita offerta da un ministro a commensali che dovrebbero avere, di norma, altre frequentazioni.

I piatti erano evidentemente di ottima fattura visto che hanno rapidamente convinto i tre commensali a mandar giù assunzioni di giovani scelti ad hoc e senza concorso per di più a tempo determinato, a deglutire aumenti contrattuali esattamente identici a quelli respinti qualche mese fa con uno sciopero generale dal dubbio esito, a sorbire la promessa di assunzioni di giovani a salari bassi in cambio di un ipotetico e comunque condizionato scivolo dei vecchi impiegati svogliati e, dulcis in fundo, a gustarsi il panorama di una pubblica amministrazione trasformata in una sorta di azienda privata da far correre e dalla cui strada eliminare i lacci e lacciuoli che ne frenano la corsa, per garantire l’arrivo dei fondi del Recovery Plan e favorire l’osmosi tra pubblico e privato.

Una bella cenetta davvero! Gradita dai commensali che si sono bevuti tutto in cambio di una stagione di relazioni sindacali “aperte” e della promessa di poter continuare a sedersi alla tavola imbandita dei fondi pensione e del welfare contrattuale.

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10/03/2021

Riparte la concertazione per costruire la P.A. delle banche e delle imprese

Cgil Cisl e Uil incontreranno mercoledì 10 a Palazzo Chigi il presidente Draghi e il ministro Brunetta per siglare, anticipano i giornali, il “Patto per l’innovazione del lavoro pubblico”. Ovviamente in solitaria, solo loro, le organizzazioni sindacali della nefasta stagione della concertazione, i cui danni i lavoratori e i cittadini li hanno subiti sulla propria pelle. Una nuova concertazione è avviata.

Le modalità quasi segrete, il principio dell’esclusione che riporta in auge il monopolio sindacale di CgilCislUil, i protagonisti oltre al Super Mario nazionale, il ministro Brunetta che ha fatto della PA il cumulo di macerie che è oggi e i sindacati che da anni svendono i diritti dei lavoratori, non fanno presagire niente di buono, nonostante i titoli siano assolutamente accattivanti.

La PA che si apprestano a costruire “per il rilancio del Paese” non è quella che combatte le diseguaglianze, ma quella che serve alle imprese e quella che “ci chiede l’Europa”. Il rischio, dietro ai titoli che brillano come specchietti per allodole, è che i lavoratori pubblici finiscano dentro al tritacarne della meritocrazia brunettiana e della crescita esponenziale dei carichi di lavoro, senza gli investimenti sulle assunzioni straordinarie non più rinviabili.

Cancellazione del pareggio di bilancio e dei relativi patti di stabilità e piano assunzionale straordinario, da qui si deve ripartire per far ripartire la PA.

Il contratto, la riforma dei sistemi di classificazione, la regolamentazione del lavoro agile attraverso un accordo quadro, un piano straordinario di assunzioni, sono le battaglie di USB, sono le battaglie di chi non ha mai smesso di combattere la riforma Brunetta, a partire dalla tassa sulla malattia, e tutto ciò che ne è derivato! Non lasceremo che chi è stato il protagonista dello smantellamento della PA e chi ne è stato complice tradiscano ancora una volta i lavoratori pubblici.

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15/02/2021

Daniele Franco: la “manina” della lettera della Bce, nel 2011

I fatti del 2011 sono ben noti: una lettera inviata dalla BCE (i vertici entrati e uscenti, ossia Trichet e Draghi) al governo italiano intimava a Roma di implementare drastiche misure di austerità in cambio del sostegno europeo all’Italia. Si tratta nei fatti del primo evento di una serie che avrebbe portato alla caduta del governo Berlusconi IV e alla nascita del governo tecnico presieduto da Mario Monti.

Fin qui è storia nota. Un aspetto assai meno conosciuto della vicenda è l’origine della famosa lettera. La missiva della BCE sarebbe nata a Roma (Bankitalia) e non a Francoforte, sede della Banca Centrale Europea. La bozza fu scritta da Daniele Franco, all’epoca direttore centrale dell’Area ricerca economica in Banca d’Italia, e attualmente scelto da Mario Draghi come nuovo ministro dell’Economia nel governo da lui guidato.

A tal proposito scriveva Tino Oldani su Italia Oggi in un articolo del 2014: «la famosa lettera della Bce che nell’agosto 2011 costrinse il governo di Silvio Berlusconi ad anticipare di un anno il pareggio di bilancio, con una manovra lacrime e sangue che ne accelerò l’uscita di scena, era stata scritta a Roma, e non a Francoforte, sede della Banca centrale europea».

Tremonti, che allora era ministro dell’Economia, non ha mai indicato il nome dell’autore, ma per molti era chiaro che si riferisse a Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia e già designato alla presidenza della Bce, con il quale ha sempre avuto un rapporto pessimo. Un’ipotesi suffragata dal fatto che in calce alla lettera vi erano due firme: del presidente uscente della Bce, Jean-Claude Trichet, e di Draghi, suo successore.

Ora però c’è un fatto nuovo, che rimette tutto in discussione: nel suo recente pamphlet («Berlusconi deve cadere. Cronaca di un complotto»), Renato Brunetta racconta alcuni retroscena inediti di quella vicenda, di cui fu testimone diretto, e sostiene che Tremonti non accusava Draghi, bensì lo stesso Brunetta, allora ministro della Funzione pubblica, nonché consigliere economico di Berlusconi.

Oldani riferisce inoltre che Berlusconi chiama «Draghi al telefono, gli dice che ha saputo della lettera, che a informarlo è stato il ministro Brunetta, che è lì al suo fianco», e ha «compreso benissimo i termini della questione: vale a dire che la Banca centrale europea avrebbe continuato ad acquistare nostri titoli sul mercato, raffreddando l’incendio speculativo, solo se noi avessimo dato delle risposte aggiuntive in termini di politica economica, di rigore e di riforme».

Più avanti: «Draghi dall’altra parte del telefono conferma e il presidente Berlusconi me lo passa. Io: ‘Ciao Mario’. Mario Draghi è un mio vecchio collega di università, mi conferma esattamente le indicazioni, gli intendimenti e mi dice che in Banca d’Italia a questa lettera (ormai era chiaro che di ciò si trattava) stava lavorando Daniele Franco. ‘Lo chiami?’, mi dice. Ma certo».

Poi avviene un incontro tra Brunetta e Daniele Franco. L’ex ministro nel governo Berlusconi IV, nuovamente chiamato al governo da Draghi di nuovo come ministro della Funziona Pubblica racconta: «Era mio studente alla facoltà di statistica all’università di Padova all’inizio degli anni Settanta, quando anch’io ero molto giovane. Appena rientrato al ministero lo chiamo, e dopo dieci minuti era già da me in piedi con delle carte in inglese in mano».

La famosa bozza della lettera firmata Bce. «Non so ancora oggi dove quelle carte fossero state materialmente elaborate, se in sede Bce o in altra sede, magari a Palazzo Koch (sede della Banca d’Italia; ndr). So che Franco me le illustra, dandomi sostanzialmente la linea guida del documento che poi sarebbe stato conosciuto come ‘la’ lettera della Banca centrale europea al governo italiano».

La storia è poi nota. Adesso abbiamo un ulteriore conferma: il governo Draghi si pone in continuità con quella storia drammatica per l’Italia. Si configura come un governo che vuole cancellare l’ultimo residuo di sovranità rimasto a Roma.

L’obiettivo è quello di ingabbiare permanentemente l’Italia con il tristemente noto vincolo esterno. Poco importa per loro che proprio certe scellerate politiche abbiano prodotto il disastro attuale amplificato dalla pandemia. Nessuno li chiamerà a rendere conto.

Specialmente adesso che sono tutti insieme appassionatamente al governo da Brunetta a Di Maio passando per Draghi e Franco, gli autori del golpetto che nel 2011 rovesciò il governo Berlusconi IV aprendo la strada alla macelleria sociale del governo tecnico guidato da Mario Monti. Una sciagura per l’Italia di cui ancora adesso se ne pagano le conseguenze.

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