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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/10/2026

Torna l’inflazione, resta la questione di classe

L’inflazione torna a mordere, e galoppa: +3,3% ad agosto, +4,2% a settembre, su base annua. Nel solo mese di settembre i prezzi sono aumentati dello 0,7%.

Da una parte la BCE che torna ad aumentare i tassi di interesse e così facendo colpisce i lavoratori e le famiglie due volte, se non tre: aumentando il costo dei mutui, aumentando i costi del finanziamento per le imprese, che possono trasferirne una parte sui prezzi, tanto più nei settori non concorrenziali e quindi alimentare l’aumento dei prezzi e, infine, ma non per questo meno importante, con questa manovra la BCE esprime la volontà di aumentare la disoccupazione e raffreddare sul nascere qualsiasi ipotesi di spinta salariale. 

Dall’altra parte, il governo, che è affannosamente alla ricerca di misure simboliche per dimostrare di fare qualcosa (l’intervento spot sulle accise per il carburante nei giorni del rientro estivo è illuminante in questo senso) e chiama in soccorso il capitalismo petrolifero nazionale, che disvela così tutta la sua misera opulenza.

Tutte queste misure, tuttavia, non affrontano minimamente le radici strutturali della questione inflazione, e soprattutto le sue conseguenze distributive che vanno ben oltre il numeretto che mensilmente l’ISTAT distribuisce. Vediamo allora cosa ci dicono i dati, se allarghiamo un po’ lo sguardo prendendo in considerazione cos’è successo negli anni recenti. 

Secondo una simulazione del Sole 24Ore, un carrello della spesa consumato da una famiglia tipo composta da una coppia e un figlio, è aumentato da luglio 2021 a luglio 2026 del 30% con picchi prossimi o superiori al 50% per beni di consumo quotidiano quali il caffè, l’olio e molti prodotti ortofrutticoli.

Se allarghiamo l’orizzonte temporale, i dati Istat mostrano con maggiore chiarezza l’aumento ormai consolidato del costo della vita. Tra agosto 2022 e agosto 2026 l’indice FOI – che misura l’evoluzione dei prezzi dei beni e dei servizi acquistati dalle famiglie che fanno capo a un lavoratore dipendente – è cresciuto complessivamente di circa l’11,2%. Risalendo a luglio 2021, l’aumento raggiunge il 20,2%. La dinamica è stata ancora più marcata per i prodotti alimentari e le bevande analcoliche: quasi il 17% dall’agosto 2022 e circa il 29% dal luglio 2021. Si tratta di una componente essenziale e difficilmente comprimibile dei consumi familiari, il cui rincaro incide in misura proporzionalmente maggiore sui bilanci delle famiglie con redditi medio-bassi.

Già nel rapporto del 2022, l’ISTAT aveva mostrato come l’inflazione esplosa a partire dalla metà del 2021 avesse gravato sulle famiglie a basso reddito molto più che su quelle a reddito alto. Uno scenario che sembra ripetersi, se, ai dati sopracitati, si aggiunge che tra settembre 2025 e settembre 2026 i cosiddetti “prodotti ad alta frequenza d’acquisto” sono aumentati del 5,3%, cioè 1,1 punti percentuali in più rispetto all’indice generale. I “prodotti ad alta frequenza di acquisto” includono – oltre ai generi alimentari e bevande – i tabacchi, le spese per l’affitto, i beni non durevoli per la casa, i servizi per la pulizia e manutenzione della casa, i carburanti, i trasporti urbani, i giornali e i periodici, i servizi di ristorazione, le spese di assistenza: insomma tutte quelle spese che facciamo quotidianamente, a volte di importo unitario non abbastanza elevato per farci apprezzare l’aumento, ma che messe insieme sono solitamente la parte principale del nostro bilancio.

Il dato più impressionante riguarda l’energia. A settembre i prezzi dei prodotti energetici regolamentati sono aumentati del 25,9% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, mentre quelli degli energetici non regolamentati – categoria nella quale rientrano i carburanti – sono cresciuti del 22,2%. Si tratta chiaramente di una conseguenza delle guerre scatenate in Medio Oriente. Questi rincari, con buona probabilità, si trasmetteranno nei prossimi mesi alle altre categorie di beni e servizi attraverso l’aumento dei costi sostenuti dalle imprese, aggravando il peso dell’inflazione generale.

In sostanza, anche se gli aumenti più consistenti si concentrato soprattutto nell’energia, emergono i primi segnali di propagazione: l’inflazione di fondo sale dall’1,5% all’1,7%, mentre quella calcolata al netto della sola energia raggiunge il 2%. Lo shock energetico, cioè, comincia a trasmettersi al resto dell’economia. L’inflazione acquisita per il 2026 ha già raggiunto il 3,1%: ciò significa che, anche se i prezzi rimanessero invariati nei prossimi mesi, la crescita media annua sarebbe comunque superiore al 3%.

Ricapitolando: gli ultimi 5 anni, che comprendono un lungo periodo in cui – dopo la fiammata post Covid-19 – l’inflazione era sembrata tornare ad essere un tema espulso dal dibattito pubblico, ci lasciano in eredità beni alimentari cresciuti del 29% e un indice generale dei prezzi cresciuto del 20%. Su questi rincari, ormai incorporati nel livello dei prezzi, si innesta una nuova accelerazione: a settembre l’inflazione ha raggiunto il 4,2%, i prodotti ad alta frequenza d’acquisto sono aumentati del 5,3% e i beni energetici registrano incrementi superiori al 20%. 

E i salari, in tutto questo? L'insufficiente reazione dei salari monetari, negli ultimi decenni e in particolar modo nell’ultimo episodio inflazionistico, è proprio una delle ragioni per cui l’inflazione era tornata così rapidamente sotto controllo. In buona sostanza, i salari hanno pagato tutto l’onere dell’aumento dei prezzi energetici e ora, con le ossa ancora rotte, si apprestano a fronteggiare una nuova fase di sostenuta crescita dei prezzi generali. Se si guarda alle retribuzioni contrattuali reali, cioè ai compensi minimi contrattati dai CCNL deflazionati per l’indice dei prezzi, si noterà che sono cresciute più che lentamente e sono ben lontane dal loro livello del 2021 segnando, a luglio 2026, una perdita prossima al 9% e del 4% rispetto al gennaio 2022. Una perdita che rischia di aggravarsi di fronte alla prossima accelerata dell’inflazione, senza una decisa risposta della contrattazione.

Questo risultato deludente è anche l’eredità dei pessimi accordi sottoscritti negli anni passati dalle organizzazioni sindacali confederali e dalle associazioni delle imprese. Come parametro di riferimento per i rinnovi contrattuali è stato infatti adottato l’IPCA al netto dei beni energetici importati: un indicatore che esclude proprio una delle principali componenti dell’attuale ondata inflazionistica. Questo meccanismo limita drasticamente la capacità dei contratti di recuperare integralmente e tempestivamente la perdita di potere d’acquisto.

Ma pesanti responsabilità ricadono anche sul Governo, che in questi anni ha ripetutamente rivendicato di essere intervenuto a tutela dei salari, soprattutto di quelli più bassi. Gli stessi provvedimenti di detassazione sono stati presentati, di volta in volta e secondo le esigenze politiche del momento, prima come riduzione del cuneo fiscale, poi come sostegno contro l’inflazione e infine come compensazione del fiscal drag. Quest’ultimo è il drenaggio fiscale che si produce quando l’aumento nominale di salari e pensioni, pur limitandosi a rincorrere l’inflazione, determina un incremento dell’imposizione e quindi una perdita di reddito reale: secondo le stime richiamate, negli ultimi due anni avrebbe già prodotto diversi miliardi di maggiore prelievo per lavoratori e pensionati e ne produrrà ancora.

Una sola misura, insomma, è stata presentata come risposta a problemi diversi; ma la sua insufficienza emerge chiaramente dai dati sulla perdita di potere d’acquisto. Una perdita strutturale che non può essere compensata da provvedimenti occasionali o da qualche agevolazione simbolica, come il mancato pagamento del bollo auto.

Quello che servirebbe è presto detto: dal punto di vista istituzionale la reintroduzione di un sistema di indicizzazione dei salari monetari che riesca a tutelarne il potere d’acquisto e a limitarne l’erosione dovuta all’inflazione. Una indicizzazione che dovrebbe riguardare anche le aliquote fiscali, proprio per contrastare il fiscal drag. Dal punto di vista politico-sindacale, una nuova stagione di lotte e rivendicazioni, che riesca a spostare l’onere dell’aumento dei costi sulle imprese, a proteggere i salari reali e anzi, ad aumentarli.

Come ripetiamo da tempo, infatti, non vi è altro modo per alzare i salari, se non alzare i salari.

Fonte 

30/09/2026

La mossa ENI sui carburanti: non generosità, ma una farsa ben congegnata

Da lunedì 28 settembre, nelle stazioni della rete Enilive, la benzina non può superare 1,99 euro al litro e il gasolio 2,19. Secondo Eni, la misura porta i prezzi circa 17 centesimi sotto i livelli medi. Durerà inizialmente trenta giorni, ma potrà essere prorogata fino a fine anno in base all’andamento del mercato e degli approvvigionamenti. Il Governo ha ringraziato l’azienda per l’iniziativa. Vale la pena ricordare che Eni è controllata dallo Stato. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, direttamente (2,166%) e attraverso Cassa Depositi e Prestiti (30,918%), ne detiene il 33,08% del capitale.

Per l’automobilista il sollievo è modesto. Per capire il senso dell’operazione, però, conviene guardare i numeri dal punto di vista di Eni. Partiamo da quanto le costa. Secondo gli analisti di Equita, l’impatto sarà tra 85 e 100 milioni di euro per ogni mese di applicazione, e potrebbe arrivare a 250 o 300 milioni se il tetto restasse in vigore per tutto l’ultimo trimestre dell’anno. Queste stime diventano però irrisorie se le si confronta con quanto Eni sta guadagnando quest’anno e ha guadagnato negli anni scorsi.

Nel piano strategico presentato a marzo 2026, Eni prevedeva per il 2026 un flusso di cassa operativo di 11,5 miliardi di euro, ipotizzando un prezzo del petrolio di 70 dollari al barile, in linea con la media di gennaio e febbraio 2026. Poi la crisi in Medio Oriente ha fatto salire i prezzi dell’energia, e a luglio la società ha alzato la stima a 15 miliardi, con uno scenario di 85 dollari al barile. Sono 3,5 miliardi in più del previsto, arrivati nel giro di pochi mesi, e il costo massimo del tetto su benzina e gasolio ne rappresenta meno di un decimo.

Anche gli utili raccontano la stessa storia. Nel secondo trimestre del 2026 l’utile netto (adjusted) è più che raddoppiato, passando da 1,13 miliardi nel secondo trimestre del 2025 a 2,33 miliardi di euro, con un aumento del 106%. Nell’intero primo semestre ha raggiunto 3,64 miliardi, contro i 2,55 dello stesso periodo del 2025, con una crescita del 43%.

Viene allora da chiedersi da dove arrivino questi profitti, visto che il rincaro del petrolio ha fatto salire i costi per chiunque lo compri per raffinarlo e distribuirlo. La risposta è che Eni non si limita a produrre benzina, gasolio e altri derivati, né a venderli attraverso i distributori Enilive. Eni è anche uno dei principali estrattori di petrolio e gas al mondo, e per chi estrae il prezzo del greggio non è un costo ma un ricavo. È infatti proprio dall’estrazione che arriva la quasi totalità dei suoi utili. Nel 2025, su 12,22 miliardi di euro di utile operativo, 11,16 provenivano dal settore dell’estrazione, cioè oltre il 90%. Enilive, che gestisce i distributori di carburante, e Plenitude, che vende luce e gas alle famiglie, hanno realizzato insieme 1,21 miliardi. I guadagni dell’estrazione nascono dalla vendita di petrolio e gas sui mercati internazionali, in gran parte fuori dall’Italia. Il tetto ai prezzi ricade invece sulla vendita alle pompe, che all’interno del gruppo rende molto meno e occupa una parte molto piccola delle sue attività. Anche nel 2026 la distanza resta enorme. Nel primo semestre Enilive ha realizzato 433 milioni di euro di utile operativo (rispetto ai 224 milioni di euro del primo semestre 2025, +93%), mentre l’estrazione ne ha prodotti 8,13 miliardi. 

Quanto costa a Eni produrre un barile di petrolio? Nel suo piano strategico la società dichiara che i propri giacimenti hanno un cash breakeven inferiore a 30 dollari al barile. Il cash breakeven è il prezzo, calcolato da Eni, al quale i ricavi della vendita del greggio bastano a coprire le spese e gli investimenti per estrarlo, comprese di norma le imposte e le royalty versate ai Paesi produttori. Ogni dollaro in più (rispetto ai 30 dollari al barile) si traduce in buona parte in margine per l’azienda. Nello stesso documento Eni fornisce un secondo dato, forse ancora più eloquente. Nella media degli anni tra il 2026 e il 2030, al gruppo basta un petrolio sotto i 35 dollari al barile per pagare con le vendite effettuate sia gli investimenti realizzati sia il dividendo ordinario agli azionisti. Quest’anno, secondo i dati raccolti dalla Federal Reserve di St. Louis, il greggio è passato dai circa 70 dollari di gennaio e febbraio a una media di circa 98 dollari tra marzo e agosto 2026, con un picco mensile di oltre 117 dollari ad aprile. È un prezzo più di tre volte superiore alla soglia di pareggio dichiarata da Eni (30 dollari), e su ogni barile estratto i profitti sono di conseguenza molto elevati.

A questo punto la domanda diventa politica. La scelta di Eni si presta a due letture, che non si escludono a vicenda. La prima riguarda la concorrenza. Forte dei profitti dell’estrazione, Eni può permettersi di vendere carburante a prezzi che molti concorrenti faticano a sostenere. I distributori indipendenti, che secondo la loro associazione rappresentano oltre un terzo della rete italiana, comprano il carburante all’ingrosso a prezzi di mercato. Secondo Assopetroli-Assoenergia, rischiano di dover vendere in perdita pur di non perdere clienti. Se alcuni di loro non dovessero reggere, a guadagnarci sarebbero i grandi gruppi, in grado di assorbirne quote di mercato e impianti. È una dinamica tipica dei mercati oligopolistici, in cui pochi grandi operatori finiscono per allinearsi sugli stessi prezzi e per rafforzarsi a spese dei più piccoli. Non a caso, con IP che ha applicato gli stessi prezzi su una parte della sua rete e Q8 che si prepara ad aderire dal 1° ottobre, c’è già chi parla di un cartello di fatto, favorito dal Governo, e solleva dubbi sul rispetto delle regole sulla concorrenza (un problema Antitrust). Una maggiore concentrazione potrebbe non essere un problema se le imprese del settore fossero pubbliche e interamente controllate dallo Stato. Essendo però in larga parte private, rischia di tradursi negli anni successivi in minore concorrenza, prezzi più alti e profitti maggiori per pochi.

La seconda lettura riguarda le possibili implicazioni di questa misura sulla famigerata tassa sugli extraprofitti: il Governo chiede da mesi all’UE di intervenire, per non doversi intestare una misura invisa a uno dei suoi tre padroni. L’UE, dal canto suo, se ne lava le mani e risponde che ogni stato può far da sè, seguendo l’esempio del Portogallo. Sorge dunque, legittimo, il dubbio che questa manovra da parte di Eni, che le risulterebbe assai indolore, costando soli 300 milioni se estesa fino a fine anno, avrebbe lo scopo di porre una pietra tombale sulla tassazione degli extraprofitti, senza che ne gravi l’onta sul Governo. 

Se per l’ENI, dunque, si tratta di una mossa di poco impatto economico e molto impatto mediatico, e per il Governo di un grande assist demagogico, questa misura soddisfa molto meno chi vive di un reddito fisso. Secondo la CGIA di Mestre, infatti, anche con questi nuovi prezzi, chi fa rifornimento alle pompe Eni paga la benzina il 19,2% e il gasolio il 27,3% in più rispetto al 27 febbraio, prima dell’inizio del conflitto. Sul gasolio, inoltre, il tetto coincide con il ridimensionamento del taglio delle accise deciso dal Governo. Il 16 settembre il Consiglio dei Ministri ha prorogato la misura, riducendone però l’entità. Lo sconto, che era di 17,1 centesimi al litro, è sceso a 12,2 centesimi dal 18 al 25 settembre e a 6,1 centesimi dal 26 settembre al 5 ottobre. In pratica, una parte dello sconto offerto da Eni viene assorbita dal minore sconto fiscale concesso dallo Stato. E poiché, come precisa la stessa Eni, il tetto è legato all’agevolazione sulle accise in vigore, quando lo sconto fiscale finirà anche il tetto potrebbe cambiare.

C’è poi un aspetto che riduce ulteriormente la portata della misura. Il tetto vale soltanto per il carburante venduto alle pompe, mentre resta escluso il mercato all’ingrosso, da cui si riforniscono autotrasporto, agricoltura, pesca, industria e gli stessi distributori indipendenti. Sono proprio i settori attraverso cui il costo del gasolio si trasmette ai prezzi dei beni di consumo, dal trasporto delle merci alla produzione alimentare. L’effetto della misura sull’inflazione rischia quindi di essere molto limitato, e i primi dati vanno in questa direzione. Nel primo giorno di applicazione l’impatto sulla media nazionale dei prezzi è stato minimo. Un intervento che raggiunge l’automobilista ma non il camion che porta le merci al supermercato, né il trattore che ara i campi in cui si coltivano gli ortaggi che consumiamo, ha un valore solamente simbolico e rafforza l’impressione di una misura pensata più per la demagogia che per contenere davvero il costo della vita.

Il calendario elettorale rende questa lettura ancora più plausibile. Manca circa un anno alle elezioni politiche, previste nel 2027, e il Governo sta preparando la legge di Bilancio. Il copione è chiaro. Il Governo, fiero paladino dell’austerità, è concentrato soprattutto a tenere in ordine i conti pubblici, non vuole fare nulla di strutturale per il potere d’acquisto delle famiglie. Anzi, sta riducendo anche gli aiuti già in vigore. Invece di intervenire di più, chiede aiuto alle grandi compagnie energetiche, con un appello partito direttamente da Palazzo Chigi. Del resto, nessuno ha toccato i loro guadagni straordinari di quest’anno, e un gesto in cambio era il minimo. Il Governo può così mostrare prezzi calmierati sulla benzina e il gasolio senza spendere un euro, ed Eni allontana qualsiasi ipotesi di una tassa sugli extraprofitti, a cui il Governo non ha comunque mai pensato davvero. Nel frattempo, i redditi delle famiglie languono, i salari restano al palo e l’inflazione continuerà a mordere il loro potere d’acquisto ancora nei prossimi mesi.

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25/04/2026

Le scaramucce di cartapesta: Meloni e Schlein duellano sulla pelle dei lavoratori

Ad ascoltare il battibecco tra la leader del PD Elly Schlein e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni viene spontaneo pensare al verso del poeta che, nella sua ultima opera, scrive: «non so se il riso o la pietà prevale». È lo stesso sentimento che suscita la mancanza di pudore delle due presunte rivali della scena politica del Paese, entrambe impegnate a occultare la realtà e, senza esitazione, a tirare la corta coperta della narrazione sul mercato del lavoro ora da un lato ora dall’altro. A rimanere scoperti e indifesi, di fronte ai venti di guerra e a una precarizzazione ormai di lungo periodo, sono invece proprio i lavoratori e le lavoratrici di questo Paese. Come non ci stanchiamo mai di dire, tuttavia, i fatti hanno la testa dura e, anche in questo caso, non possono che inchiodare entrambi gli schieramenti alle loro responsabilità decennali. La segretaria del PD, in sfregio alla decenza, ha accusato il Governo di aver accentuato la precarietà. Proprio lei, che guida il partito che ha animato la trentennale disarticolazione del mercato del lavoro, anche raccogliendo il lascito dei partiti che l’hanno preceduto. Pronta la replica della Presidente del Consiglio che, approfittando della sciatteria dell’opposizione parlamentare, ha sottolineato come sotto il suo governo si sia registrato un aumento di circa 1,5 milioni di lavoratori a tempo indeterminato a fronte di una riduzione di circa mezzo milione di lavoratori a tempo determinato. Tutto vero, se non fosse che il diavolo si annida nei dettagli. Guardiamo quindi cosa è accaduto all’occupazione in questo Paese negli ultimi anni.

Se si osserva l’andamento complessivo, nel periodo successivo alla pandemia, l’occupazione è effettivamente cresciuta, anche se in misura moderata e con un evidente rallentamento negli anni più recenti. Dal 2022 al 2025 il numero totale di occupati è aumentato di poco meno di un milione di unità, passando da circa 23,3 a poco più di 24,1 milioni. Si tratta di una crescita reale ma contenuta, concentrata soprattutto nella fase di espansione post-Covid e dovuta alla crescita del PIL, sostenuta in quegli anni da programmi di spesa fiscali possibili grazie alla temporanea sospensione delle regole europee di bilancio. Ma siccome l’austerità è un tratto distintivo dell’UE, e non potrebbe essere altrimenti, dal 2023, con il ritorno in vigore del Patto di stabilità, si è assistito al rallentamento della crescita economica e dunque anche della dinamica occupazionale. Già da ciò, dovrebbe emergere che la premier ha ben pochi meriti da attribuirsi.

Prima di procedere nel dettaglio, vale la pena chiarire un punto: anche nella visione più ottimistica (o ingenua), sarebbe più corretto parlare di “recupero” piuttosto che di “aumento” dell’occupazione, perchè, se allarghiamo un po’ di più l’orizzonte temporale e prendiamo in considerazione il numero di ore lavorate  (in modo da neutralizzare anche l’effetto degli accresciuti part-time più o meno involontari), i dati EUROSTAT indicano un ammontare di 44.837.909 ore nel 2007 (prima dello scoppio della crisi finanziaria) e 44.560.823 nel 2023 (ultima annualità disponibile). In mezzo, le ore lavorate sono state sempre di meno, per cui anche considerando un qualche ulteriore aumento nell’ultimo biennio (nel quale, come detto, la dinamica è comunque rallentata) si tratta, sostanzialmente e finalmente, solo degli stessi numeri di 20 anni fa.

Ma andiamo avanti. Scomponendo i più recenti dati ISTAT, emerge che l’aumento riguarda prevalentemente il lavoro dipendente. Tra il quarto trimestre del 2022, subito dopo l’insediamento del governo, e il quarto del 2025, gli occupati dipendenti sono cresciuti di circa 600 mila unità, mentre gli autonomi pur aumentando in misura più limitata (+240 mila), hanno comunque raggiunto la cifra record di 5 milioni e duecentomila. È dunque all’interno del lavoro dipendente che si concentra la dinamica recente. Ed è proprio qui che la narrazione governativa prova a trovare un appiglio: nello stesso periodo, infatti, i contratti a tempo determinato diminuiscono in modo quasi continuo, passando da circa 3 milioni a poco meno di 2,5 milioni, mentre i contratti a tempo indeterminato aumentano di oltre un milione, superando i 16,4 milioni. La quota di occupati stabili sul totale dei dipendenti cresce quindi in modo significativo. 

Prima di addentrarci nell’analisi, ricordiamo anzitutto un elemento spesso rimosso nel dibattito pubblico: il contratto a tempo indeterminato oggi non coincide più con quello "tradizionale". Con il Jobs Act, introdotto nel 2014 dal governo guidato dal Partito Democratico, il contratto a tutele crescenti ha di fatto ridefinito il tempo indeterminato, riducendo in modo significativo le garanzie contro il licenziamento senza giusta causa. Si tratta quindi di una stabilità solo formale.

Questa evoluzione si inserisce in una traiettoria di lungo periodo che, a partire dalla metà degli anni Novanta, ha progressivamente deregolamentato il mercato del lavoro italiano. Dal pacchetto Treu alla legge Biagi, fino alle riforme degli anni successivi e al Jobs Act, la direzione è stata quella di ampliare la flessibilità in entrata e in uscita e di ridurre i vincoli al licenziamento. Sotto tutti i governi che si sono susseguiti – di centro sinistra, di centro destra, tecnici – l’attacco al mercato del lavoro è stato sistematico e, addirittura, se si guardano gli indicatori OCSE, l’Italia emerge come il paese che più di tutti ha precarizzato il mercato del lavoro. In questo contesto, l’aumento recente dei contratti a tempo indeterminato non segnala un rafforzamento delle tutele, ma si colloca all’interno di un assetto istituzionale in cui il tempo indeterminato stesso ha perso gran parte della sua funzione originaria di protezione contro la precarietà.

Chiarito questo, torniamo al decantato aumento del numero di lavoratori dipendenti a tempo indeterminato e chiediamoci da che dipende.

Dipenderà forse da un intervento deciso del Governo contro la precarietà? La risposta è presto data. No, tutt’altro!

A nostro avviso, sono due i fattori che spiegano questa dinamica.

Innanzitutto, è necessario guardare alla composizione dell’occupazione per età. L’aumento dei contratti a tempo indeterminato è infatti fortemente concentrato nelle classi di lavoratori più anziane, anche in conseguenza dell’innalzamento dell’età pensionabile, che ha determinato una maggiore permanenza in attività di lavoratori già occupati stabilmente. Questo produce un incremento quasi meccanico della quota di lavoratori a tempo indeterminato, per il semplice fatto che i lavoratori che restano più a lungo nel mercato del lavoro sono, nella grande maggioranza dei casi, già titolari di contratti stabili.

La crescita degli indeterminati, infatti, deriva in larga parte – per circa l’85 per cento – dall’aumento dell’occupazione tra gli over-50, e in particolare tra gli over-60, mentre le classi centrali risultano sostanzialmente stabili e quelle più giovani contribuiscono solo marginalmente. Nella fascia tra i 35 e i 49 anni si osserva addirittura una riduzione. La composizione dell’occupazione si sposta quindi verso lavoratori con maggiore anzianità lavorativa, che hanno una probabilità molto più elevata di essere occupati con contratti a tempo indeterminato.

In altre parole, una parte rilevante dell’aumento degli indeterminati non deriva da un cambio di passo delle politiche del governo in materia di precarietà, ma dal semplice fatto che una quota significativa della nuova domanda di lavoro, stimolata dalla crescita del PIL, sia stata assorbita dalla permanenza in attività dei lavoratori più anziani. Il loro peso relativo all’interno della forza lavoro dipendente, infatti, è aumentato in modo significativo, determinando un effetto di composizione che contribuisce a spiegare la crescita dei contratti stabili.

Una seconda componente rilevante è rappresentata dalle decontribuzioni per le assunzioni a tempo indeterminato, una delle varie forme di regali e sconti alle imprese che da decenni vengono costantemente approvati dai governi di ogni colore di questo paese. Negli ultimi anni, diversi interventi hanno ridotto il costo contributivo del lavoro stabile, incentivando trasformazioni contrattuali e nuove assunzioni formali a tempo indeterminato. Se ne trova ampia traccia sul sito del Ministero del Lavoro per quanto riguarda gli interventi di riduzione degli oneri contributivi, mentre più di recente il Governo ha optato per maxideduzioni a fini fiscali dei costi per il lavoro dipendente. Anche questo fattore contribuisce alla ricomposizione osservata nei dati, spingendo le imprese verso rapporti di lavoro nominalmente più stabili perché più economici. Si tratta, si badi bene, di una rivisitazione della mai abbastanza maledetta teoria del cuneo fiscale, secondo cui il problema dei bassi salari e della bassa occupazione starebbe nella differenza fra il costo che pagano le imprese e il netto che finisce nelle tasche dei lavoratori, su cui davvero non vale la pena tornare ancora, tanto è stata smentita dalla teoria e dai fatti. Ma stavolta c’è anche un altro aspetto: il Governo negli ultimi anni ha continuamente prodotto nuove misure di sostegno alle imprese (ad esempio: IRES premiale, iper ammortamenti, crediti d’imposta di varie natura e specie), talvolta di breve durata, alla ricerca della forma perfetta (cioè quella preferita dai padroni) per sostenere le imprese; gli interventi di agevolazione del lavoro dipendente sono solamente uno dei tanti modi con cui si è alimentato questo flusso.

Inoltre, soffermandosi sulla composizione della forza lavoro, essa ha effetti anche sulla dinamica dei salari reali. Abbiamo più volte sottolineato la difficile situazione distributiva del Paese. Anche l’OCSE e l’ILO hanno evidenziato come l’Italia rappresenti un caso problematico per l’andamento dei salari reali, con livelli che nel lungo periodo risultano stagnanti se non addirittura in riduzione.

Si potrà, tuttavia, sentire il Governo rivendicare aumenti salariali superiori alla media degli ultimi decenni e, anche in questo caso, occorrerà guardare con attenzione ai dati. È vero che, dopo la forte perdita di potere d’acquisto legata alla crisi inflazionistica del 2022, i salari reali in Italia hanno mostrato una lieve risalita. Tuttavia, questa ripresa resta modesta, inferiore a quella osservata nella maggior parte delle altre economie avanzate, e soprattutto insufficiente a riportare i salari sui livelli precedenti allo shock inflazionistico.

Guardando ai dati AMECO sulla compensazione reale per dipendente, si osserva infatti una riduzione significativa nel 2023, seguita da un recupero molto graduale: i salari reali crescono di circa l’1,4 per cento nel 2024, dello 0,9 per cento nel 2025 e dello 0,9 per cento nel 2026. Si tratta di incrementi assai contenuti e insufficienti a compensare la perdita subita durante la fase inflazionistica così che, anche nel 2025, i salari reali sono restati inferiori ai livelli pre-crisi. Parte di questi incrementi è stata inoltre annullata dal fiscal drag (cioè l’aumento del peso fiscale reale a causa dello spostamento verso scaglioni d’imposta con aliquota più alta in occasione di rinnovi contrattuali). Ed è esattamente in questa situazione che ci troviamo in una fase in cui l’inflazione prevedibilmente tornerà a crescere, a causa dell’aggressione statunitense all’Iran.

C’è ancora un ulteriore elemento: anche l’aumento dei salari medi, infatti, risente del cambiamento nella composizione della forza lavoro. La maggiore permanenza in attività dei lavoratori più anziani, che percepiscono retribuzioni mediamente più elevate, tende infatti a far crescere il salario medio anche in assenza di incrementi diffusi delle retribuzioni individuali. I differenziali per età sono rilevanti e relativamente stabili: guardando ai dati ISTAT fino al 2023 (ultimo dato disponibile), i lavoratori tra 30 e 49 anni guadagnano in media circa il 9-10 per cento in più rispetto ai 15-29 anni, mentre per gli over-50 il divario rispetto ai giovani supera il 15 per cento. L’aumento del peso relativo di queste classi contribuisce quindi a sostenere il salario medio aggregato, senza che ciò corrisponda necessariamente a un miglioramento generalizzato delle condizioni salariali.

Il triste teatrino della politica parlamentare, dunque, ci restituisce l’immagine di un’accozzaglia unanimemente impegnata in schermaglie demagogiche e baruffe sulla pelle dei lavoratori e delle lavoratrici, quando, al contrario, dovrebbe assumersi la responsabilità di un turpe e ben meno rivendicabile primato: quello di aver progressivamente smantellato tutte le tutele del mercato del lavoro, fiaccato da continue deregolamentazioni e da una dinamica della domanda aggregata strutturalmente anemica. Ancora una volta, quindi, per uscire da queste secche, occorre cambiare tutto.

Fonte

07/04/2026

Le contraddizioni materiali alla base della crisi di consenso del Governo Meloni

Riprendiamo la storia lì dove le avevamo lasciata: il Governo Meloni affannosamente impegnato a redigere la legge finanziaria per il 2026 in forma tale da compiacere non uno, non due, ma ben tre padroni:
1) gli Stati Uniti, che impongono a tutti i Paesi NATO un aumento delle spese militari per finanziare i loro rigurgiti imperiali;
2) l’Unione Europea, che pretende una rigida disciplina del bilancio pubblico da parte di tutti gli Stati membri, per forzarne la transizione verso lo stato minimo;
3) e infine la borghesia industriale italiana, che cerca rifugio dalla sfrenata concorrenza internazionale elemosinando bonus statali, crediti fiscali e altre agevolazioni a tutela dei propri profitti.

Davanti a questo trilemma, il Governo Meloni ha disperatamente provato a non scontentare nessuno dei suoi padroni, e dunque ha scelto di non scegliere. 

Si è impegnato con gli Stati Uniti ad aumentare le spese militari fino al 5% del PIL entro il 2035, ma con quali soldi?

Il problema lo pone il secondo padrone, l’Unione europea, perché il nuovo Patto di stabilità e crescita consente di scorporare le spese militari dall’applicazione dei vincoli di bilancio – dunque in sostanza di spendere liberamente per armi e munizioni fuori da qualsiasi disciplina di bilancio – solamente a quei Paesi che abbiano il deficit pubblico all’interno della soglia del 3% del PIL prevista dai Trattati. E l’Italia è sottoposta ad una procedura d’infrazione delle regole europee proprio perché fino ad oggi si trova al di sopra di quella soglia.

Per questa ragione, il Governo ha deciso di accelerare il percorso di rientro dalla procedura d’infrazione, provando ad abbattere il deficit sotto al 3% già per il 2025, imponendo sacrifici ai lavoratori e alle lavoratrici italiane nella speranza di centrare l’obiettivo di finanza pubblica e liberare così risorse a partire dal 2026, per sostenere le guerre USA in giro per il mondo.

Una scommessa che gli è costata una finanziaria di mancette agli imprenditori, in attesa di guadagnare qualche margine di bilancio per l’anno 2026, un anno cruciale in vista delle elezioni politiche previste per il 2027.

Tuttavia, e siamo all’oggi, l’equazione elaborata dal Governo Meloni per risolvere il trilemma inizia a scricchiolare. Comprendere la natura di questi scricchiolii ci sembra fondamentale non solo per mettere in luce le debolezze del governo in carica, ma anche per gettare uno sguardo alle debolezze strutturali che avrebbe qualsiasi governo, in Italia, che scelga di servire i tre padroni del Governo Meloni, schierandosi con gli Stati Uniti e la NATO, scegliendo la piena compatibilità con la disciplina fiscale europea e indirizzando la politica economica al mero sostegno dei profitti.

Il primo scricchiolio si è sentito il 2 marzo scorso, quando l’ISTAT ha pubblicato l’aggiornamento del dato sul deficit pubblico del 2025, stimato al di sopra delle aspettative del Governo, al 3,1% del PIL. Tale dato si dovrà consolidare nei prossimi giorni ma, ove fosse confermato, sancirebbe la permanenza dell’Italia sotto procedura d’infrazione per deficit eccessivo, e dunque determinerebbe il fallimento del rocambolesco piano immaginato dal Governo. Con il deficit sopra il 3% niente scorporo delle spese militari: ogni euro speso per obbedire agli ordini di Trump dovrebbe essere sottratto immediatamente a servizi pubblici, infrastrutture, sanità, scuola, pensioni, proprio nell’anno della campagna elettorale per le politiche del 2027.

Il secondo scricchiolio, sinistro, si è avvertito il successivo 26 marzo, quando il Segretario generale della NATO, Rutte, ha presentato i primi dati di monitoraggio dell’impegno assunto da tutti i Paesi dell’Alleanza Atlantica verso l’incremento della spesa militare. Secondo i dati ufficiali NATO, nel 2025 l’Italia avrebbe una spesa militare appena sufficiente per rispettare l’obiettivo del 2% stabilito nel documento di finanza pubblica e coerente con l’obiettivo di raggiungere il 5% del PIL entro il 2035. In realtà, la spesa militare in senso stretto era di poco superiore all’1,5% e pari a circa 35 miliardi di euro. Solo dopo essere uscito dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo con l’UE, il Governo si prodigherebbe alacremente per rimpolparla. Il risultato del 2% è stato, infatti, raggiunto in modo truffaldino, tramite la riclassificazione in “militari” di una serie di spese già presenti nel bilancio dello Stato. Si tratta di spese per infrastrutture, etichettate come “mobilità militare”, spese per la digitalizzazione della pubblica amministrazione, ammantate come “cybersicurezza”, ma anche – disperatamente – gettando nel mucchio le spese INPS ascrivibili alle pensioni del personale militare, un contributo davvero decisivo per le guerre in corso! Un esercizio di stile dai tratti tragicomici, che è stato tollerato dai vertici NATO solo a fronte dell’impegno assunto dal Governo Meloni nel medio e lungo periodo, che non solo punta ad aumentare la spesa militare al 5%, ma specifica anche che, di quella soglia, il 3,5% dovrà essere composto da vera spesa militare per armamenti, non autostrade, siti internet e pensioni. 

La guerra, insomma, è una cosa seria e il tempo del gioco, per il Governo italiano è finito. Rutte stesso, a conclusione della presentazione del suo Rapporto sulle spese militari, è stato chiaro: «Mi aspetto che gli Alleati, al prossimo vertice Nato di Ankara, dimostrino di essere su un percorso chiaro e credibile verso l’obiettivo del 5%». 

Il terzo scricchiolio, forse quello che ha avuto l’eco più forte nelle stanze governative perché la sua fonte è più vicina, ha risuonato poche ore dopo, sabato 28 marzo. È il giorno successivo di un Consiglio dei ministri che ha approvato un decreto-legge in materia fiscale che, tra le altre misure, annuncia un taglio delle risorse destinate ai cosiddetti “esodati” della misura Transizione 5.0, un credito d’imposta rivolto alle imprese che effettuano investimenti legati alla sostenibilità ambientale e la digitalizzazione. Contro questo taglio si è levato il grido di dolore dei padroncini italiani, che da sabato hanno iniziato a lagnarsi – a partire dal Presidente di Confindustria Orsini.  

Il Governo aveva destinato 2,6 miliardi di euro del PNRR per finanziare questo ennesimo regalo alle imprese, Transizione 5.0. Il regalo era talmente ghiotto che le imprese si sono fiondate in massa su questa agevolazione, le risorse stanziate sono state esaurite e sono rimaste inevase richieste per oltre 1,6 miliardi di euro. Per far fronte a questa coda di richieste, il Governo aveva stanziato in legge di bilancio ulteriori 1,3 miliardi di euro, sperando che fossero sufficienti a soddisfare le domande tecnicamente ammissibili rispetto al monte di quelle comunicate.

Tuttavia, questo è il dettaglio centrale per capire la vicenda: secondo le regole contabili europee, i crediti fiscali non sempre pesano sui conti pubblici nell’anno in cui vengono materialmente erogati (in questo caso il 2026), ma possono essere imputati all’anno in cui gli investimenti sono stati effettuati (ovvero nel 2025, anno degli investimenti comunicati dalle imprese). In questa chiave, gli ulteriori 1,3 miliardi di euro previsti dal Governo in legge di bilancio potrebbero finire – almeno in parte – per incidere sul deficit del 2025, proprio quello che l’esecutivo cerca disperatamente di mantenere sotto controllo per compiacere, insieme, Stati Uniti e Unione Europea.

Quando l’ISTAT ha annunciato che siamo ancora sopra al 3%, il Governo è dovuto correre ai ripari, e in fretta. Da qui, evidentemente, la scelta – dolorosa per chi è abituato a obbedire a tutti gli ordini di Confindustria – di tornare sui propri passi e sottrarre qualche risorsa ai suoi padroncini più prossimi, quella borghesia industriale italiana che rappresenta il blocco sociale di riferimento dell’attuale maggioranza parlamentare e finanziare una temporanea e insufficiente riduzione del costo della benzina. Un’operazione marginale e demagogica, che tuttavia rivela le tensioni crescenti nel blocco sociale che sostiene l’esecutivo.

Servire tre padroni si sta rivelando impossibile. E i più attenti avranno notato che, nella ricostruzione delle crepe che si aprono ogni giorno nel Governo non abbiamo avuto bisogno di menzionare il risultato del referendum costituzionale in materia di giustizia, che pure – evidentemente – ha una posizione di rilievo.

Non ne abbiamo avuto bisogno perché gli esiti di quel referendum sembrano riconducibili più agli effetti che alle cause delle debolezze strutturali del Governo che abbiamo provato a mettere in luce. La vittoria del NO si configura come una crisi di consenso di un Governo che si è legato, mani e piedi, al progetto bellicista degli Stati Uniti, al disegno di macelleria sociale dell’Unione Europea e al tentativo di porre un argine in difesa del capitalismo italiano a fronte degli sconvolgimenti che stanno rivoluzionando i mercati internazionali, dall’energia ai traffici commerciali. Questa scelta politica sta producendo un progressivo impoverimento dell’Italia.

Il Governo Meloni si è insediato con un PIL che sfiorava il 5% nel 2022 (eravamo in piena ripresa post-Covid, l’UE aveva sospeso l’applicazione delle regole di bilancio per consentire di contrastare gli effetti della pandemia), e la sua politica economica – fatta di guerra, austerità e profitti – ha prodotto un inesorabile declino: 0,9% nel 2023, 0,7% nel 2024 e 0,5% nel 2025. Gli scricchiolii del Governo Meloni sono musica per le nostre orecchie, ma questa analisi vuole sottolineare un dato politico che va ben oltre l’attuale esecutivo.

Infatti, l’opposizione parlamentare è composta oggi da forze politiche che hanno sempre dimostrato, con i fatti quando erano al Governo prima ancora che con le dichiarazioni, di servire esattamente gli stessi padroni che stanno determinando la crisi di consenso della maggioranza odierna. Se l’attuale Governo sarà soppiantato dall’ennesimo esecutivo di centro-sinistra, siamo certi che non vi sarà alcun reale progresso per i lavoratori italiani e nessun futuro di pace per i giovani, che continueranno ad essere condannati all’orizzonte di guerra e precarietà che ci impongono Confindustria, Unione Europea e Stati Uniti.

Lavoro, salari dignitosi e un futuro di pace saranno possibili solo se l’opposizione sociale al Governo saprà tradurre la crisi di consenso dell’attuale maggioranza nel rifiuto radicale del terreno di compatibilità con l’Unione Europea, la NATO e Confindustria, un terreno condiviso da tutte le forze attualmente sedute in parlamento, dalla destra al centrosinistra.

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20/03/2026

La solita canzonetta sul peso del debito pubblico

Ci risiamo. Neanche il Festival di Sanremo è riuscito a far dimenticare il solito leitmotiv sull’insostenibilità del debito pubblico italiano ai due principali organi della carta stampata nazionale.

È di pochi giorni fa un articolo de La Repubblica che, prendendo spunto dal bollettino economico di inizio anno della Banca d’Italia, sottolinea come sulla testa di ogni cittadino italiano graverebbero circa 52.500 euro di debito pubblico. In perfetta sincronia, la dose viene addirittura rincarata dal Corriere della Sera, che parla di un peso intollerabile sulle spalle delle generazioni future a livello globale, dal momento che il debito pubblico mondiale avrebbe superato i centomila miliardi di dollari, come evidenziato dall’Institute of International Finance – organismo che lo stesso quotidiano descrive come un’emanazione delle grandi banche. D’altronde, il peso del debito è proprio il cavallo di Troia che l’Europa ha utilizzato per imporre decenni di austerità e tagli alla spesa sociale, dalla sanità all’istruzione, dai trasporti alle pensioni, sotto le vesti di vecchi e nuovi Patti di Stabilità.

Come detto, lo spauracchio del debito pubblico che graverebbe sulle generazioni presenti e future non è certo una novità per i media italiani. È un tormentone ricorrente, quasi quanto le discussioni sulla qualità dei fiori sul palco dell’Ariston. Proprio per questo è necessario, ancora una volta, chiarire alcuni punti fondamentali e ridimensionare la retorica catastrofista sul debito pubblico, così da lasciare spazio a problemi ben più urgenti, anche per le generazioni future.

Innanzitutto, come mostra la stessa ricerca citata dal Corriere, il debito pubblico non è affatto un fenomeno esclusivamente italiano, ma una realtà diffusa a livello globale. Fin dalla nascita degli Stati moderni, i governi hanno finanziato servizi pubblici e infrastrutture ricorrendo al debito, perché le sole entrate fiscali non erano sufficienti a coprire il fabbisogno di spesa. Se questo è vero, allora dobbiamo concludere che non esiste paese nella storia che non abbia “scaricato” debito sulle generazioni future.

C’è, inoltre, un aspetto sistematicamente ignorato nella narrazione dominante: la spesa pubblica è prima di tutto reddito per qualcuno. Facciamo un esempio con un ospedale. I fondi spesi dallo Stato per costruirlo diventano lo stipendio dell’operaio che lo costruisce, il compenso dell’ingegnere che lo progetta e, successivamente, il salario degli infermieri che vi lavoreranno. Queste persone, a loro volta, spenderanno quel reddito nell’economia: faranno la spesa, pagheranno l’affitto, acquisteranno beni e servizi. La spesa pubblica continua così a circolare nel sistema economico, generando ulteriori redditi per lavoratori e imprese e nuove entrate fiscali per lo Stato. Quando questi effetti moltiplicativi sono significativi, la crescita dell’economia può far aumentare il PIL più di quanto aumenti il debito. In tal caso, anche se il debito cresce in valore assoluto, il rapporto debito/PIL può ridursi, perché cresce il denominatore.

Se poi volessimo davvero seguire la logica demenziale secondo cui ogni nuovo nato verrebbe al mondo con una quota di debito pubblico sulle spalle, dovremmo allora dire anche che nasce con una quota molto più grande di ricchezza privata familiare. Applicando la retorica dei fautori dello spauracchio del debito, ogni cittadino italiano possiederebbe indirettamente, infatti, anche una quota del patrimonio del Paese: un pezzetto del Colosseo o di Pompei, una quota dell’ENEL, di ENI, di Ferrovie dello Stato e di ogni partecipata pubblica.

La narrazione del debito pubblico come fardello che graverebbe su ogni cittadino presente e futuro è quindi soprattutto uno straordinario strumento di distrazione di massa. Serve a spostare l’attenzione dai veri problemi economici e sociali che affliggono questo Paese.

Secondo questa narrazione, il debito dimostrerebbe che le generazioni passate hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi e che oggi non resterebbe altro da fare se non accettare la logica dell’austerità: tagliare sanità, istruzione, trasporti, cultura.

Ma questo racconto non solo alimenta un pericoloso conflitto tra generazioni. Serve anche a legittimare un ordine economico caratterizzato da disuguaglianze crescenti nella distribuzione del reddito e della ricchezza e dal progressivo smantellamento dei servizi pubblici universali.

Il vero peso che grava oggi sulle spalle dei cittadini non è il debito pubblico. È la difficoltà di trovare un lavoro dignitoso, una casa a prezzo accessibile, una sanità pubblica funzionante, una scuola sicura per le nuove generazioni. Con la canzonetta del peso del debito pubblico intanto si prosegue da anni in un solco di austerità e tagli alla spesa pubblica, peggiorando la qualità della vita dei lavoratori, come l’ultima manovra del governo Meloni ci ricorda e come vedremo quando usciranno i numeri della prossima manovra.

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14/02/2026

La causa dei salari da fame e la cortina di fumo della produttività

Certi miti, si sa, sono duri a morire. Certi altri, tuttavia, sono orchestrati ad arte per scaricare le colpe di un fenomeno verso qualcosa di inafferrabile, vago, evanescente o comunque molto lontano. In questo modo, il colpevole resta celato dietro una misteriosa cortina di fumo, nella speranza di farla franca.

È il caso della drammatica situazione dei salari in Italia che viene attribuita, ormai da decenni dai liberisti di varia risma, alla stagnazione della produttività del lavoro. E a seguire una serie di argomentazioni cervellotiche per andare alla ricerca del perché mai la produttività in Italia non cresca in maniera sufficiente da far (automaticamente) crescere anche i salari reali.

L’ultima strombazzata in tal senso arriva dal solito Osservatorio sui Conti Pubblici con un articolo a firma di Giampaolo Galli e Fabio Martino che, alla domanda sul perché le retribuzioni in Italia siano così basse risponde con una certa sicumera: “La spiegazione più convincente è la stagnazione della produttività che induce le imprese a opporre resistenza alle richieste di aumenti”. E ancora: “Il nodo centrale resta dunque la produttività: senza un suo rafforzamento, lo spazio per aumenti retributivi elevati e duraturi rimane strutturalmente limitato”. 

L’Osservatorio, dicevamo, non è nuovo a queste uscite. Carlo Cottarelli, senior economist dell’Osservatorio, sul tema si era già espresso, ed aveva già raccolto la nostra attenzione critica. All’ennesima uscita del genere, tuttavia, la buona fede non è più una scusa e, anzi, ci viene in mente la versione latina della famosa favola del lupo e l’agnello che ammonisce: “questa favola è scritta per gli uomini che opprimono gli innocenti con falsi pretesti”.

L’argomentazione, questa volta, sembra essere in apparenza più articolata, tira in ballo il ruolo dei sindacati, e quindi merita di essere analizzata con attenzione.

Innanzitutto, che cos’è la produttività del lavoro? La produttività del lavoro è il rapporto tra il valore aggiunto e un’unità di misura del lavoro (cioè le ore lavorate o il numero di lavoratori). Ci dice, per farla semplice, quant’è il valore del prodotto che possa essere attribuito a ciascuna unità di lavoro. Il valore aggiunto, cioè il valore “nuovo” che si genera ad ogni ciclo produttivo dopo che al valore del prodotto finale sono sottratti i costi dei beni intermedi, si dividerà per definizione tra i fattori della produzione, per semplicità tra salari e profitti. Questo vuol dire che, a parità di produttività, possiamo avere profitti per lavoratore più o meno alti e, viceversa, salari per lavoratore più o meno bassi.

D’altro canto, ogni incremento di produttività potrà andare a finire tutto ai profitti, tutto ai salari oppure essere suddiviso variabilmente tra i due aggregati sulla base dei rapporti di forza esistenti tra capitale e lavoro. A cosa serve, dunque, sostenere che il salario non cresce perché la produttività non cresce e quindi che il saggio del salario debba crescere al ritmo della produttività del lavoro? Serve a sostenere che il salario può crescere, ma solo a patto che non vengano intaccati i profitti. Serve ad occultare l’ovvietà sistematicamente sottaciuta nel dibattito economico contemporaneo: ovvero che a torta data, per far crescere i salari occorre far diminuire i profitti e viceversa.

L’insistenza sulla produttività del lavoro serve, dunque, in ultima istanza, a mantenere inalterate le quote distributive, vale a dire la quota del prodotto sociale di cui si appropriano i lavoratori e i capitalisti.

Ma allora, in questi anni di stagnazione della produttività cosa è successo alla distribuzione del reddito? I salari hanno tenuto almeno il passo della produttività e quindi le quote distributive sono rimaste stabili? Niente affatto. La quota salari, in Italia, è in caduta libera da più di un trentennio, anche con i bassissimi ritmi della produttività dagli anni '90 in poi.

Dunque, se anche fosse vero che per far crescere i salari bisognerebbe necessariamente far crescere la produttività, quello a cui abbiamo assistito è un sistematico e decennale rallentamento della crescita dei salari reali mentre, seppure a fatica e con ritmi non particolarmente sostenuti, la produttività del lavoro cresceva. Peraltro va constatato come l’andamento stagnante della produttività del lavoro è a sua volta strettamente connesso con un modello economico incentrato su due pilastri: l’austerità della politica economica che comporta una cronica stagnazione degli investimenti (ivi compresi quelli ad alto contenuto tecnologico che aumentano la produttività del lavoro); e una domanda trainata in buona parte dalle esportazioni che basa la competitività delle merci sul contenimento del costo del lavoro, dunque su bassi salari interni associati a lavoro precario e discontinuo e lo speculare mancato investimento in innovazione e formazione dei lavoratori.

In definitiva, non soltanto la produttività del lavoro è comunque cresciuta più dei salari, non soltanto non è vero che i salari sono bassi perché la produttività è bassa, ma è semmai vero l’opposto: la produttività è bassa e cresce relativamente poco perché l’economia si struttura su un modello incentrato su bassi salari, lavoro precario e disinvestimento pubblico.

A questo punto lasciamo parlare anche i numeri. Come si evince dal grafico sottostante, rispetto al 1981 la produttività nel 2024 risulta del 27% più alta mentre il salario reale è praticamente allo stesso livello di allora. Il potere di acquisto dei lavoratori e delle lavoratrici, come il grafico mostra chiaramente, a partire dai primi anni ’90 non ha fatto altro che arretrare ritornando gradualmente fino ai suoi livelli degli inizi degli anni ’80. Ma il grafico segnala anche altre evidenze: la prima è che negli anni ’80, sia la produttività che i salari sono cresciuti, ma la prima a un ritmo chiaramente superiore. La seconda è che mentre la produttività continua a crescere fino al 2000 (+16,5% rispetto al 1991), i salari reali già segnano la prima caduta nel 1992 (-3,2%). La terza è che nel periodo tra la Grande Recessione e la crisi COVID (2010-2019), se è vero che la produttività si riduce del 2,16%, i salari reali cadono di più del doppio (-5,2%) e nel 2024 non sono ancora riusciti a recuperare i livelli pre-covid.



Quindi, se anche fosse vero – come sostengono gli autori – che una crescita della produttività renderebbe le imprese più inclini a garantire aumenti salariali, non si capirebbe come mai non abbiano quanto meno garantito una crescita dei salari sufficiente a tenere il passo della produttività.

La frase dell’articolo che abbiamo riporta, tuttavia, ha il merito di svelare l’arcano della distribuzione del reddito. Se le imprese “oppongono resistenza alle richieste di aumenti” vuol dire che tali aumenti non possono che derivare da richieste ancora più decise e da un livello del conflitto distributivo sostenuto e rafforzato dalle condizioni politiche, normative e istituzionali che lo rendano efficace, capace, cioè, di andare a prendere gli aumenti dai salari dalla sola cassa deputata a finanziarli, vale a dire i profitti dei capitalisti.

E, allora, se così è, vi è poco da complimentarsi, come pure fanno gli autori, con i sindacati meritevoli, a loro dire, di aver capito che senza crescita della produttività non vi può essere crescita dei salari a meno di non voler accettare aumenti della disoccupazione dovuti alla perdita della competitività delle merci e quindi a un calo delle esportazioni. Tale perdita di competitività, infatti, deriverebbe da un aumento dei prezzi praticato dalle imprese in risposta all’aumento dei salari e dunque, ancora una volta, alla volontà di tutelare i propri profitti e di continuare a puntare sui mercati esteri in presenza di un mercato interno fiaccato da austerità e bassi consumi, udite udite, colpa proprio dei bassi salari.

Ritorna allora, inesorabile, la cogenza: non vi è altro modo per alzare i salari, se non alzare i salari.

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22/10/2025

Una manovra da poco

Non si possono servire due padroni, dicono i cristiani, perché l’amore per l’uno ci porterebbe a odiare l’altro. Perché i due padroni vogliono cose inconciliabili tra loro.

Il Governo Meloni ha trovato un modo davvero singolare di rispettare il precetto evangelico: non si possono servire due padroni, quindi ne serve tre, e lo scrive a chiare lettere nel Documento programmatico di bilancio (DPB) inviato alla Commissione europea lo scorso 14 ottobre. Il miracolo, è proprio il caso di dirlo, ha una sua logica: i tre padroni in questione vogliono cose che si conciliano perfettamente tra loro, guerra, austerità e profitto.

Il padrone americano chiede soldi per il riarmo, per alimentare quella guerra permanente che serve a puntellare il suo progetto imperialista. Il padrone europeo chiede tagli alla spesa pubblica, per continuare a traghettare il vecchio continente dal modello sociale europeo ad una moderna economia capitalistica orientata al profitto. Il padrone italiano, vaso di terracotta costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro, si accontenta delle briciole, strappandole ai settori sociali più vulnerabili ed esposti all’inflazione.

I documenti di finanza pubblica adottati dal Governo Meloni sono interessanti da decifrare perché contengono questa equazione miracolosa che tiene insieme una prospettiva di aumento della spesa militare, in ossequio ai padroni americani, il rispetto dei vincoli di bilancio europeo, in ossequio alle élite di Bruxelles, e qualche mancia per i padroncini italiani, perché le elezioni politiche si avvicinano.

L’Italia, come tutti i Paesi membri dell’Unione europea, non è libera di articolare la sua politica economica sulla base delle priorità politiche stabilite dal Governo di turno, che sia di destra o di sinistra, ma si è vincolata a limitare la propria azione economica all’interno di una serie di parametri fissati nel Patto di stabilità e crescita, peraltro reso ancora più vincolante nella sua nuova formulazione.

Questa impostazione ha prodotto 30 anni di politiche di austerità, che hanno accomunato governi di centrodestra e di centrosinistra, e l’attuale governo di destra si pone in perfetta continuità con i Draghi, i Renzi, i Monti e i Prodi che lo hanno preceduto nel tagliare la spesa sociale e rendere sempre più iniqua la distribuzione del carico fiscale.

Questo dato politico si coglie facilmente guardando il dato finanziario del saldo primario del bilancio pubblico, che ci dice in buona sostanza se lo Stato mette soldi nell’economia per sostenere l’occupazione e la domanda, spendendo più di quanto incassi con le tasse, oppure se agisce sottraendo risorse all’economia, spendendo per scuola, sanità, istruzione e servizi pubblici meno di quanto incassi con le tasse (realizzando quindi un avanzo primario).

Dati alla mano, è esattamente dal 1992 (Governo Amato) che l’Italia – governi di centrodestra o centrosinistra – ha mantenuto un avanzo primario del bilancio pubblico fino alla pandemia. Dopo la crisi pandemica, il Governo Draghi ha dato il via al percorso di rientro dal deficit primario che si era accumulato per fronteggiare gli effetti del Covid-19 sull’economia, un percorso che il Governo Meloni ha proseguito con serietà e rigore, riportando l’Italia in avanzo primario già nel 2024, dopo appena un anno di governo.

Nel DPFP il Governo scrive a chiare lettere che non solo si conferma ma si rafforza l’applicazione delle politiche di austerità, con un avanzo primario che passa dallo 0,9% del PIL registrato nel 2025 all’1,2% nel prossimo anno, su un sentiero di tagli che porterà il saldo primario del bilancio pubblico a sfiorare il 2% nel 2028.

Il Governo ci sta dicendo che il prossimo anno sottrarrà all’economia circa 25 miliardi di euro: questa la dimensione dei tagli alla spesa sociale e degli aumenti di imposte che l’austerità europea ci impone per il tramite del Governo Meloni.

Peraltro, proprio per rispettare la disciplina fiscale chiesta dalla Commissione, una parte di questi tagli è stata decisa oggi per riportare la spesa tendenziale (quella che non considera la manovra di bilancio appena approvata in Consiglio dei Ministri, e che oggi sarebbe all’1,7%) in linea con l’1,6% imposto da Bruxelles per il 2026. Inoltre, si badi bene, quando si parla di “crescita” della spesa (pure con questi numeri irrisori) lo si fa sempre in termini di spesa nominale, che cioè non tiene conto dell’aumento dei prezzi (e quindi a numeri apparentemente crescenti corrisponde una minore possibilità di acquistare beni e servizi).

Con questo vincolo, rappresentato da una traiettoria di crescita massima della spesa primaria fissato da ciascuno Stato membro nel Piano strutturale di bilancio di medio termine, l’Unione Europea mette al guinzaglio proprio l’aggregato di spesa che contiene lo stato sociale, i diritti, i servizi essenziali.

E il Governo Meloni sembra stare molto a suo agio, al guinzaglio.

Infatti ha approvato, nel Consiglio dei ministri del 17 ottobre scorso, la manovra di bilancio più limitata degli ultimi 12 anni, pari a circa 18 miliardi di euro per il 2026 – meno dell’1% del PIL. Proviamo a chiarire prima quale sia il contenuto e la forma di questa mini-manovra, e poi perché le scelte politiche adottate dal Governo Meloni abbiano portato con sé, come necessario corollario, uno spazio di manovra così limitato.

Precisiamo innanzitutto che per il 2026 le nuove misure varate dal Governo sono interamente finanziate da tagli alla spesa e aumenti di imposte: le risorse si tolgono da una parte e si mettono dall’altra, insomma.

In attesa di conoscere i dettagli della manovra, già oggi sappiamo che su un livello di spesa pubblica complessivo che si attesta oltre i 1.000 miliardi di euro, solamente 2 (due!) aggiuntivi sono stanziati per il sostegno dei salari, e altri 2 (due!) aggiuntivi sono destinati alla sanità, con una spesa sanitaria che resta abbondantemente al di sotto dei livelli degli anni Dieci, quando superava il 7% del PIL.

Piuttosto, il Governo concentra il grosso della manovra per sostenere i profitti attraverso una pletora di crediti d’imposta (che sono lo strumento più comunemente utilizzato oggi per rispondere alle richieste delle imprese: Nuova Sabatini, Credito d’imposta ZES e ZLS, Superammortamento), il congelamento di tasse come la plastic tax e la sugar tax e infine la rottamazione delle cartelle esattoriali per agevolare l’evasione fiscale.

Peccato che il grosso della manovra consista comunque di un ammontare di risorse molto contenuto, inadeguato persino a sostenere i profitti dei padroncini italiani nel turbolento contesto internazionale caratterizzato da un’inflazione ancora molto elevata (e che ha avuto come conseguenza il rialzo dei tassi di interesse, per far pagare ai lavoratori l’inflazione stessa), dal rallentamento delle principali economie europee (in primi della Germania) e dai primi significativi effetti dei dazi USA sulle esportazioni italiane, che hanno iniziato a contrarsi in misura molto rilevante già dal mese di agosto, crollando di quasi un quarto nei confronti degli Stati uniti.

Dunque resta da capire perché, a poco più di un anno dalle elezioni politiche, il Governo Meloni abbia deciso di partorire il topolino della manovra di bilancio più ridicola degli ultimi lustri.

E veniamo così al terzo padrone, quella NATO a guida statunitense che ha imposto a tutti i suoi partner un significativo incremento delle spese militari.

Al riguardo, l’Unione Europea ha introdotto un’eccezione all’austerità, una clausola che consente ai Paesi membri che abbiano dimostrato di avere i conti in ordine di porre gli aumenti della spesa militare richiesti dalla NATO al di fuori dei rigidi parametri di bilancio. Insomma, l’Unione Europea impone tagli allo stato sociale ma consente, a chi li applica, di aumentare la spesa pubblica che serve a fare la guerra.

È proprio questa la ragione per cui il Governo Meloni ha deciso di applicare in maniera così rigida i parametri dell’austerità europea per il 2026: i tagli alla spesa sociale e l’aumento delle imposte porterà, secondo gli auspici del Governo, il rapporto tra il deficit pubblico e il PIL al di sotto del limite del 3% indicato dall’Unione Europea per individuare il confine tra i Paesi virtuosi e quelli indisciplinati.

In questa maniera – ecco la scommessa politica del Governo Meloni – l’Unione Europea dovrebbe consentire all’Italia, a partire dal prossimo anno, di aumentare la spesa militare come imposto dalla NATO. Il punto è che questa “salvaguardia” si esaurirà a partire dal 2029, quando anche la spesa militare rientrerà nei calcoli del deficit e l’effetto di spiazzamento della spesa sociale sarà ancora più inevitabile. 

Lo smantellamento dello stato sociale imposto con la manovra appena varata serve dunque a liberare, negli angusti margini dell’austerità europea, lo spazio per aumentare la spesa militare su cui si basa la prova di forza internazionale in atto.

Una scommessa politica sulla pelle dei settori sociali più deboli, in Italia e in Europa, e sulla pelle dei popoli che soffrono le guerre alimentate dall’imperialismo statunitense.

C’è dunque un filo rosso che lega le grandi mobilitazioni dei giorni scorsi in difesa della Palestina e le lotte contro il progressivo arretramento dei salari e dei diritti dei lavoratori, un arretramento scolpito nei documenti di programmazione economica appena varati dal Governo: è la resistenza di chi si oppone ad un futuro dominato da austerità, guerra e profitto.

Fonte

01/07/2025

Guerra e austerità, il nuovo sogno europeo

Con la decisione assunta nel vertice NATO del 25 giugno a L’Aia, i Capi di Stato e di Governo dei Paesi membri dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord si impegnano ad aumentare le spese militari e connesse alla difesa al 5% del PIL annuo entro il 2035.

Tale decisione risponde all’esigenza di aumentare del 30% la capacità militare dell’Alleanza e renderla “più letale”, nelle parole del Segretario Generale Mark Rutte. In applicazione dell’articolo 3 del Trattato fondativo della NATO, tutti gli Stati membri sono impegnati a mantenere ed accrescere la loro capacità bellica.

In attuazione di questo orientamento strategico, la NATO definisce periodicamente gli “Obiettivi di capacità”, che stabiliscono operativamente cosa un Paese debba essere in grado di fare in caso di guerra – andando ben oltre la definizione quantitativa delle risorse materiali necessarie. Proprio perché questa metrica è qualitativa e non si traduce in un impegno finanziario puntuale, è maturata in seno alla NATO la decisione di passare dalla mera indicazione di un aumento degli “Obiettivi di capacità” all’impegno finanziario sancito a L’Aia in termini di spesa.

Nella Dichiarazione de L’Aia, vengono chiariti i motivi di questa vera e propria corsa al riarmo: l’impegno al drastico incremento della spesa militare è giustificato dalle “profonde minacce alla sicurezza e sfide, in particolare la minaccia di lungo termine posta dalla Russia alla sicurezza Euro-Atlantica e la persistente minaccia del terrorismo.” A dispetto delle dichiarazioni di facciata dei leader occidentali che auspicano la rapida conclusione del conflitto ucraino, l’accordo sul riarmo mostra chiaramente che i Paesi dell’Alleanza sono proiettati su un orizzonte di guerra, con il fronte orientale aperto nel “lungo termine”.

Le ingenti risorse impegnate dai Paesi NATO sono la più limpida dimostrazione che la tragedia della guerra in Ucraina ha inaugurato una lunga stagione bellica. Che impone ulteriori sacrifici, anche alla luce dei limiti alla spesa pubblica sanciti dal nuovo Patto di Stabilità dal 2024, che costringono ogni anno a tagliare spesa sociale, welfare, sanità e istruzione con il feticcio del bilancio pubblico in pareggio e della presunta virtù dell’austerità.

Nel contesto istituzionale dei vincoli di bilancio europei, aumentare la spesa militare significa dunque necessariamente ridurre altre voci di spesa, dalle pensioni ai salari degli insegnanti, dalla manutenzione delle scuole agli stipendi dei medici, e così via. Ma andiamo nel dettaglio di questi sacrifici, per capire cosa ci chiede la NATO, quando ci impone la via della guerra permanente e del riarmo.

L’incremento al 5% del PIL nella spesa militare si compone di un 3,5% riferito direttamente ad armi, munizioni e soldati, e di un 1,5% riferito ad infrastrutture e tecnologie strategiche, ovvero connesse – anche indirettamente – ad usi bellici, dai trasporti alla cybersicurezza.

Mentre questa seconda componente sembra essere facilmente sovrapponibile a investimenti infrastrutturali che si sarebbero comunque realizzati, a prescindere dalle strategie NATO (pensiamo al Ponte sullo Stretto, che potrebbe essere conteggiato nel percorso che porterà l’Italia al fatidico 1,5% in virtù della sua strategicità per gli spostamenti di truppe e veicoli militari pesanti…), ciò che inciderà profondamente sulla composizione del bilancio statale sarà l’ulteriore 3,5%, composto da spese inequivocabilmente connesse alla guerra.

L’Italia oggi spende l’1,57% del PIL in armamenti ed esercito, pari a 35 miliardi di euro, ed è dunque chiamata – in virtù dell’impegno sottoscritto dal Governo Meloni a L’Aia – a più che raddoppiare in dieci anni, in termini di percentuale del PIL, i suoi investimenti in produzioni direttamente utilizzabili in ambito militare. 

Documenti governativi riservati indicano la necessità di incrementare la spesa di circa 4 miliardi di euro l’anno per centrare l’obiettivo, un importo ritenuto rassicurante per i conti pubblici: il Governo si è affrettato a indicare la coincidenza tra questa cifra ed il margine di aumento di spesa primaria consentito all’Italia il prossimo anno, all’interno dei vincoli stringenti del nuovo Patto di stabilità e crescita. In pratica, ci vorrebbero dire che l’aumento di spesa militare di 4 miliardi di euro per il 2026 non comporterà alcun sacrificio, perché – vedi tu la fortuna! – abbiamo la possibilità di aumentare la spesa pubblica proprio di quella cifra, e dunque non dobbiamo tagliare nulla per far spazio a carri armati e cannoni.

Purtroppo non c’è nulla di cui gioire, se pure le cose fossero così come descritte dalla propaganda governativa. Persino in un quadro di compatibilità con i vincoli di bilancio europei, per il 2026 il Governo potrebbe sfruttare quel margine di manovra per aumentare altre voci di spesa in termini nominali, magari assicurando in questa maniera quantomeno la stabilità dei servizi in termini reali. Se pure accettassimo (e non la accettiamo) la logica dell’austerità, il discorso governativo non tiene: quei 4 miliardi di spesa militare scalzerebbero un uguale ammontare di spesa sociale in scuola, sanità, servizi a cui si rinuncia a causa del riarmo.

Ma la situazione è addirittura peggiore di come la dipinge il Governo Meloni. E il diavolo si nasconde nei dettagli. Il calcolo che porta a ipotizzare un aumento di 4 miliardi annui si basa su una ipotesi che non ha alcun fondamento.

“A Pil costante, i nuovi obiettivi […] si tradurrebbero per l’Italia in «una crescita della spesa per la difesa a 79 miliardi di euro (+34 miliardi di euro per raggiungere la soglia del 3,5%)», si legge nel documento governativo. In effetti, partendo da 35 miliardi di euro, pari all’1,57% del PIL attuale di circa 2.200 miliardi, arriviamo ad un obiettivo NATO di 79 miliardi solamente tenendo fermo il PIL. In dieci anni! È del tutto evidente che il PIL è destinato a crescere nel corso di un decennio e dunque i numeretti del Governo si rivelano essere mera propaganda, utile a nascondere agli occhi dei propri cittadini il reale peso dei sacrifici che le strategie imperialistiche della NATO impongono in patria.

Applicando al PIL le stime che il Governo stesso ha elaborato nei suoi documenti programmatici di bilancio, è stato stimato che l’obiettivo NATO comporti per l’Italia un livello di spesa militare pari a oltre 100 miliardi di euro nel 2035. Questo significa che dovremo destinare alla spesa militare circa il doppio di quanto sta calcolando il Governo e che saremo certamente costretti a operare veri e propri tagli alla spesa sociale per finanziare le guerre della NATO, perché l’aumento di spesa per armamenti supera i limiti stringenti al percorso di crescita della spesa pubblica imposti dal nuovo Patto di stabilità e crescita.

Guerra e austerità sommano dunque alla tragedia bellica il dramma della povertà, della precarietà e del progressivo smantellamento dello stato sociale nei Paesi che, sotto il patto della NATO, ambiscono a dominare gli equilibri geopolitici internazionali.

La scelta del Governo Meloni deve essere valutata attentamente dal punto di vista politico. Persino all’interno dell’Alleanza Atlantica si sono infatti registrate voci fuori dal coro. La più significativa, quella del Premier spagnolo Sanchez, ha consentito alla Spagna di smarcarsi dall’obiettivo del 5%. Come detto, i vincoli della NATO si estrinsecano in “Obiettivi di capacità” e non in obiettivi di spesa. Sfruttando questo tecnicismo, Sanchez ha assicurato che la Spagna sarà in grado di fare quello che la NATO si aspetta in termini di capacità operativa, senza bisogno di aumentare la spesa militare nella misura richiesta a tutti gli alleati. Non si tratta certo di una posizione antimperialista che individua nell’uscita dalla NATO la soluzione del problema, ma quantomeno consentirà agli spagnoli di limitare fortemente i sacrifici economici e sociali di questa criminale corsa al riarmo.

D’altro canto, il Governo Meloni si muove in perfetta continuità con i Governi precedenti guidati prima dal PD e poi dal Movimento 5 Stelle. Questi ultimi, che oggi condannano con voce altisonante la scelta di Meloni di assecondare il diktat della NATO, hanno agito esattamente nella stessa maniera quando erano loro a guidare il Paese. Fu infatti il Governo Renzi, a guida PD, a concordare con la NATO l’impegno ad aumentare la spesa militare al 2% del PIL, mentre questa viaggiava al ribasso verso l’1% nel 2014. Il PD ha invertito la rotta, rispondendo alla prima chiamata al riarmo della NATO, per poi passare il testimone al Governo Conte, che nei vertici NATO del 2018-2019 ha confermato gli impegni italiani a perseguire l’obiettivo del 2%, accompagnando alle parole i fatti di una spesa militare in costante aumento.

Questo perché tutti i partiti politici che oggi occupano il Parlamento hanno, al di là delle schermaglie televisive, la medesima impostazione nei confronti degli equilibri geopolitici internazionali: mantenere l’Italia al servizio della NATO, costi quel costi sia alla periferia dell’impero – dove ogni giorno vengono massacrati degli innocenti – sia al centro dell’impero, dove dilagano povertà e insicurezza.

Dopo che per decenni ci hanno raccontato che non c’erano i soldi per aumentare i salari da fame degli insegnanti, per rafforzare la sanità pubblica e per tenere in piedi un sistema infrastrutturale che cade a pezzi, la classe dirigente europea e nazionale ha deciso di puntare tutte le sue fiches sulla guerra! Fermiamo questo scempio prima che sia tardi.

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04/06/2025

Governo Meloni e Confindustria: amici per la pelle

Nei momenti di difficoltà, è sempre bello poter contare sugli amici. Deve avere pensato questo la presidente del Consiglio Meloni quando ha partecipato all’assemblea nazionale di Confindustria lo scorso 27 maggio.

Del resto, è dall’inizio della legislatura che le due parti vanno d’amore e d’accordo, specie dopo la crisi inflazionistica che ha visto una politica economica del governo tutta tesa a contenere il costo del lavoro e garantire un margine di profitto accettabile per le imprese.

E quando si va dagli amici, è buona educazione non presentarsi a mani vuote, e infatti anche stavolta la Meloni ha assicurato che lo Stato si farà carico di garantire un certo livello di profitti per le imprese: si va dalla promessa di dirottare in sussidi alle aziende parte dei fondi PNRR che (prevedibilmente) l’Italia non riuscirà a spendere nei tempi previsti, anche per addolcire l’impatto sulle imprese stesse dei possibili dazi provenienti da oltreoceano, fino all’impegno di allentare ancora quel poco di impegno verso una transizione energetica e ambientale (ormai finita nel dimenticatoio), passando per la possibilità (peraltro tutta da dimostrare) che l’incremento della spesa militare andrà a beneficio anche delle imprese italiane.

Per rendere un minimo realistico questo appuntamento era però essenziale che entrambe le parti in commedia presentassero anche un volto “responsabile” e si mostrassero consapevoli che qualcosa ancora non va, così da creare il pretesto per Confindustria per chiedere ulteriori impegni, identificando all’uopo qualche nuovo nemico.

Cominciamo dal padrone di casa, il presidente di Confindustria Orsini, che è riuscito a dire (incredibilmente rimanendo serio): “Le retribuzioni italiane che perdono potere d’acquisto spingono verso il basso consumi e crescita, e abbattono la dignità della vita e del lavoro. È un problema nazionale”. Dunque, il capo dell’associazione delle imprese italiane, che firma i contratti nei quali si stabilisce che i salari devono sistematicamente perdere potere d’acquisto, si lamenta che i salari perdono potere d’acquisto... un corto circuito incredibile, che in realtà nasconde due insidie davvero pericolose.

La prima (non nuova) è l’idea che il livello dei salari vada sostenuto non dalla contrattazione ma dalla fiscalità generale, spostando quindi i relativi oneri dalle imprese allo Stato. È insomma la solita storia del taglio del cuneo fiscale, su cui tante volte siamo intervenuti.

La seconda insidia è più sottile, ma altrettanto pretestuosa. Secondo Orsini, le imprese associate a Confindustria tutto sommato offrirebbero salari adeguati. Il problema sarebbero i contratti pirata, firmati da sindacati non rappresentativi, contratti che favorirebbero una concorrenza scorretta a tutto danno delle imprese sane di Confindustria. Contro tutto questo è necessario fare fronte comune, dice Orsini, insieme a Governo e sindacati responsabili, “altrimenti, se così non sarà, vengano dati a noi imprese gli strumenti adeguati per capire chi è in regola e chi non lo è”.

Ci sono almeno tre cose da contestare in questo ragionamento. In primis, non è affatto vero che i contratti firmati da Confindustria siano contratti sani, in quanto come già ricordato sono proprio questi contratti che durante la crisi inflazionistica hanno certificato la perdita di salario reale da parte dei lavoratori.

In secondo luogo, è ridicolo che Orsini si lamenti della concorrenza scorretta da parte di imprese che utilizzano contratti pirata, come se non sapesse che la strategia industriale delle sue imprese “sane” è fondata proprio sulla logica della frammentazione dei cicli produttivi e l’esternalizzazione di servizi proprio a questo tipo di imprese, attraverso una logica di appalti e subappalti favorita da decenni di deregolamentazione del mercato del lavoro (con conseguenze anche in tema di sicurezza sui luoghi di lavoro che, ricordiamolo, è anche oggetto di uno dei quesiti referendari dell’8-9 giugno).

Infine, è davvero inquietante la proposta finale di Orsini, ovvero che siano le imprese stesse a decidere “chi è in regola e chi non lo è”. Il controllo sull’operato delle imprese è una prerogativa dello Stato, e va sostenuto e monitorato dalle organizzazioni dei lavoratori: le imprese sono i soggetti controllati, non i controllori!

Al presidente Orsini ci permettiamo quindi di dare un consiglio. Se è davvero così preoccupato della caduta dei salari italiani, con conseguente stagnazione della domanda, ha in mano un’arma fantastica... alzare i salari!

E veniamo ora alla presidente Meloni la quale, capendo che la retorica per cui l’Italia starebbe vivendo una specie di boom economico ormai non regge più, è alla ricerca di una nuova arma di distrazione di massa, individuata nei “dazi interni” nell’Unione Europea.

È evidente che questa strategia, a partire dai termini utilizzati, risponde anche alla necessità di dire qualcosa rispetto alla possibile guerra commerciale con l’amico Trump. Ma cosa sono esattamente questi “dazi interni”? Si tratta generalmente non di tariffe vere e proprie (praticamente escluse nel mercato comune europeo), ma di quel poco di regolamentazione nazionale, differenti procedure amministrative, specifici requisiti ambientali, sovvenzioni sociali e ambientali, etc. sopravvissuti alla furia liberalizzatrice imposta dalla UE negli ultimi 35 anni.

Insomma, e qui è il paradosso, scagliarsi contro i dazi interni della UE vuol dire chiedere all’Unione Europea di fare sempre più (e sempre peggio) l’Unione Europea, e in misura corrispondente chiedere agli stati nazionali europei di fare ulteriori passi indietro nella propria capacità di intervenire sul mercato. La Presidente del Consiglio de “la pacchia è finita” è diventata quindi più europeista della stessa Unione Europea (e non a caso ad ascoltarla a Confindustria c’era la sua amica Metsola, presidente del Parlamento Europeo).

Ma questa prospettiva non è solo paradossale, per l’Italia in particolare è anche inquietante: dopo decenni di deindustrializzazione e competitività affidata unicamente alla svalutazione del lavoro, il tessuto produttivo italiano è composto oramai principalmente da piccole e piccolissime imprese, per le quali quel minimo di regolamentazione nazionale residua funge a volte da barriera di protezione nei confronti di possibili competitor esteri (in primis di altri stati membri della UE). La battaglia alla cieca contro i dazi interni rischia quindi di travolgere quel poco che resta di imprese domestiche, senza peraltro garantire in nessun modo opportunità e condizioni migliori per i lavoratori.

L’assemblea di Confindustria, pur nella sua stanca ritualità, mette quindi a nudo una volta di più le ipocrisie del padronato e del governo italiano.

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29/05/2025

5 Sì contro lo sfruttamento

Nel silenzio assordante dei principali mezzi di comunicazione e al margine del dibattito politico nostrano, l’8 e il 9 giugno si voterà per un referendum di straordinaria importanza. Si tratta di esprimere il proprio parere su 5 quesiti. Quattro di essi, quelli di cui tratteremo in questo contributo, riguardano direttamente il tema del lavoro. Il quinto quesito, invece, verte sul tema dei requisiti necessari per ottenere la cittadinanza italiana e propone di dimezzare – da 10 a 5 anni – il periodo di residenza in Italia necessario a un cittadino straniero per richiederla. Si tratta, con ogni evidenza, di una misura di civiltà e decenza, che non si può che accogliere con favore e che ha senza dubbio a che fare con gli altri, in quanto qualsiasi persona con più diritti sarà anche meno ricattabile anche sui luoghi di lavoro. 

La ricattabilità sul posto di lavoro è, di fatto, il tema al centro di questo referendum.

Per capire perché è necessario e doveroso non solo votare sì ai referendum, ma anche mobilitarsi attivamente per una loro riuscita, si possono prendere due strade, complementari e non alternative. 

La prima guarda al contenuto stesso dei quesiti, e mostra come una vittoria del sì contribuirebbe a migliorare, in maniera diretta, le condizioni materiali di vita e professionali di milioni di lavoratrici e lavoratori:

  • Il primo referendum mira ad abrogare una disposizione introdotta dal famigerato Jobs Act del Governo Renzi nel 2015, in virtù della quale la lavoratrice o il lavoratore di un’azienda con almeno 15 dipendenti licenziati dal padrone in maniera illegittima (definizione di ‘illegittimo’ secondo il Dizionario Treccani: che non ha le qualità o le condizioni richieste dalla legge per essere riconosciuto giuridicamente valido) non vanno reintegrati sul posto di lavoro. Chi vota sì al referendum impedisce al padrone di cavarsela con il pagamento di un semplice balzello quando licenzia al di fuori dei casi e delle procedure stabiliti dalla legge, e lo obbliga a reintegrare la lavoratrice oi l lavoratore al suo legittimo posto
  • Il secondo referendum si occupa delle aziende con meno di 16 dipendenti. Anche nel caso in cui il primo referendum riuscisse a superare il quorum, la tutela che esso prevede si applicherebbe solo alle aziende con più di 15 dipendenti. Per le piccole imprese rimarrebbe la possibilità in capo al padrone di licenziare una dipendente in maniera illegittima, pagando un semplice indennizzo. Il secondo referendum vuole abrogare la disposizione di legge in virtù della quale l’ammontare massimo dell’indennizzo è limitato a sei mensilità. Chi vota sì al secondo referendum vuole rendere più gravoso, per il padrone di una piccola azienda, commettere un abuso.
  • Anche il terzo referendum ha nel mirino una disposizione del Jobs Act. Il Governo Renzi, e la coalizione di centro-sinistra che lo supportava, nella sua offensiva contro il mondo del lavoro rese possibile l’attivazione di contratti a tempo determinato (fino a 12 mesi) senza che il padrone si dovesse neanche dare pena di spiegare quali fossero le ragioni oggettive per la natura precaria e temporanea del contratto. Chi vota sì al referendum vuole reintrodurre un criterio di buon senso minimo, che si applicava fino al Jobs Act, che il Decreto Dignità aveva parzialmente reintrodotto e il Governo Meloni ha di fatto disapplicato: se un lavoro ha natura stabile e continuativa nel tempo, anche il contratto alla base deve essere stabile. La natura temporanea di un contratto deve trovare ragion d’essere non nel desiderio del padrone di mantenere un potere di ricatto nei confronti della lavoratrice o del lavoratore, ma in esigenze produttive specifiche previste dalla legge.
  • Il quarto referendum cerca di limitare uno degli aspetti più deteriori delle pratiche dell’appalto e del sub-appalto (una delle passioni del governo Draghi, ai tempi in cui governavano i "migliori"). Chi vota sì al quarto referendum vuole estendere anche all’imprenditore committente, o all’impresa che ha vinto un appalto e vuole sub-appaltare i lavori a un’impresa terza, le responsabilità in caso di infortunio sul lavoro. Chi vota sì vuole mettere un granello di sabbia nell’ingranaggio tramite il quale il padrone aumenta i suoi profitti risparmiando sulla sicurezza di lavoratrici e lavoratori

La seconda strada guarda oltre il contenuto specifico di ciascun referendum, e si concentra invece sul significato complessivo dell’appuntamento dell’8 e del 9 giugno, e sul valore politico di ciò che è in ballo. Ciascuna delle norme che i referendum vogliono abrogare è evidentemente deprecabile e ha senza dubbio contribuito a peggiorare la vita di lavoratrici e lavoratori. Al di là dell’impatto specifico che esse hanno, tuttavia, queste norme esercitano un ruolo come ingredienti di una strategia complessiva del padronato italiano per indebolire, vessare e rendere più ricattabile la popolazione lavoratrice. Da ormai diversi decenni, la legislazione sul lavoro nel nostro Paese ha avuto come obiettivo quello di rendere più vulnerabili e più deboli lavoratrici e lavoratori. Ogni singolo provvedimento, ogni goccia di precarietà istillata nel sistema, ogni nuova forma di contratto con garanzie minori di quella precedente, ogni grado ulteriore di libertà nel licenziare garantito al padrone, è servito a diminuire il potere contrattuale della classe lavoratrice, e a rendere possibile ogni successiva accelerazione sulla strada della precarietà. Ogni tutela per il lavoro sacrificata sull’altare della competitività, ogni espressione di retorica che ci vuole far credere che padronato e classe lavoratrice sono sulla stessa barca e hanno gli stessi interessi, ogni scemenza secondo la quale non ci sono i padroni, ma solo imprenditori che garantiscono ed elargiscono lavoro, tutto questo è servito a comprimere i salari e a rendere l’esistenza di chi lavora per vivere più impervia, difficile e spesso miserabile.

È per questo che votare sì ai referendum, oltre a cercare di migliorare su aspetti specifici le condizioni di vita di milioni di lavoratrici e lavoratori, serve ad affermare un principio e a lanciare un segnale, serve a mettere un intoppo nell’ingranaggio che ci schiaccia e rende i nostri salari non sufficienti per un’esistenza dignitosa, serve a mettere un argine alla ricattabilità e all’indebolimento del nostro potere contrattuale, serve a garantirci la forza per lottare per salari migliori e maggiori diritti. Serve ad invertire la rotta.

E no, il fatto che i referendum siano stati promossi dalla CGIL – un sindacato spesso complice e alfiere della compatibilità – siano sostenuti dal Partito Democratico – un soggetto politico che ha fatto dell’attacco alle tutele del mondo del lavoro la sua ragion d’essere, del resto il Jobs Act porta la firma del PD – e siano trattati da un pezzo di apparato come una maniera per guadagnare peso e influenza all’interno del centro-sinistra, ecco, tutto questo non è una scusa per non andare a votare sì e per non dedicare tutte le nostre energie, da qui all’8 e 9 giugno, al raggiungimento del quorum. A loro resti l’infamia della lunga stagione di politiche reazionarie e contro il mondo del lavoro che ha caratterizzato la nostra storia recente, a noi l’onere di continuare la nostra battaglia per i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, a partire dai 5 Sì che esprimeremo l’8 e il 9 giugno.

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