Seppur non ancora insediatosi alla Casa Bianca, già fanno discutere in America Latina le dichiarazioni di Trump rilasciate in pieno periodo natalizio.
Con una sequenza di post, infatti, pubblicati sul proprio social media, Truth, il successore di Biden alla presidenza Usa, ha attaccato le autorità panamensi, ree di imporre “tariffe ridicole e ingiustificate” agli Stati Uniti e ha avvertito che la Cina sta assumendo un ruolo sempre più influente nell’area, dichiarando che una volta tornato alla Casa Bianca farà di tutto per riprendere il controllo dello strategico passaggio.
Toni minacciosi e consoni allo stile a cui ha abituato il mondo in tutti questi anni, hanno anche accompagnato la sua designazione di quello che sarà l’ambasciatore statunitense a Panama: “Sono lieto di annunciare – ha scritto su Truth – che Kevin Marino Cabrera servirà come ambasciatore degli Stati Uniti presso la Repubblica di Panama, un Paese che ci sta fregando sul Canale di Panama, ben oltre i loro sogni più sfrenati”.
Quello lanciato da Trump è un chiaro e gratuito attacco alla sovranità di Panama e di fatti non è tardata ad arrivare la replica delle autorità ufficiali panamensi: “Ogni metro quadrato del Canale appartiene a Panama e continuerà ad esserlo” ha risposto il presidente panamense, José Raúl Mulino.
“Ci uniamo nell’affermare che la sovranità del nostro Paese e del Canale non sono negoziabili”, hanno poi ribadito tre ex presidenti di Panama in una dichiarazione congiunta dopo i commenti di Trump che, in sostanza, chiedeva la restituzione del Canale.
In un incontro tenutosi proprio con il presidente della Repubblica, José Raúl Mulino, nel Palacio de las Garzas, gli ex governatori Ernesto Pérez Balladares (1994-1999), Mireya Moscoso (1999-2004) e Martín Torrijos (2004-2009) con una dichiarazione firmata hanno sottolineato che “la sovranità e l’indipendenza del Paese fanno parte della storia della lotta e della conquista irreversibile di Panama”.
“Il nostro Canale ha la missione di servire l’umanità e il suo commercio. Questo è uno dei grandi valori che noi panamensi offriamo al mondo, garantendo alla comunità internazionale di non prendere parte o essere parte attiva in nessun conflitto”, si legge nella lettera.
ll Canale è ovviamente fondamentale per l’economia statale (n.d.a vi transitano migliaia tra portacontainer, petroliere e navi militari ogni anno), generando circa un quinto delle entrate annuali di Panama.
Lo strategico punto di attraversamento, che collega gli oceani Pacifico e Atlantico, è stato realizzato dagli Usa nel 1907 e terminato poi nel 1914: dopo una lunga e travagliata storia nel 1977 l’allora presidente americano Jimmy Carter negoziò i trattati Torrijos-Carter, per il passaggio di controllo alle autorità di Panama, e quello di neutralità della striscia d’acqua.
Nel 31 dicembre 1999 gli Stati Uniti d’America hanno restituito definitivamente ai panamensi la gestione del canale.
Per comprenderne la rilevanza basti pensare che attualmente circa il 5% del traffico marittimo mondiale vi passa attraverso, permettendo alle navi che viaggiano soprattutto tra l’Asia e la costa est degli Stati Uniti di evitare di dover enormemente allungare la traversata e circumnavigare l’America meridionale: proprio gli Stati Uniti sono il principale utente del Canale in termini di tonnellate di merci movimentate, con oltre 160,12 milioni di tonnellate nell’anno fiscale 2024, che rappresentano il 74,7% delle merci totali transitate su questa rotta.
In risposta a Trump, la Cina, peraltro tirata in ballo e seconda utilizzatrice del Canale, tramite la portavoce del ministero degli Esteri, Mao Ning, ha dichiarato in una conferenza stampa a Pechino che il suo Paese ha sempre rispettato la giusta lotta del popolo panamense per la sovranità sulle vie di trasporto e ha ricordato che “negli anni ’60 ebbero luogo manifestazioni su larga scala per mostrare un forte sostegno al popolo di Panama” e ... che “rispetterà sempre la sovranità del Paese centroamericano su di esso”.
Ma cosa si cela dietro le reali intenzioni di Trump si chiedono media e analisti?
Secondo il giornalista e scrittore argentino Andrés Oppenheimer, editorialista del Nuevo Herald, una possibile spiegazione è che Trump utilizzi le minacce come tattica di negoziazione costante con altri paesi.
Non è la prima volta che il neoeletto presidente repubblicano ha uscite e lanci dichiarazioni controverse: nelle ultime settimane ha parlato della possibile annessione del Canada come 51esimo Stato degli Stati Uniti e dell’acquisto della Groenlandia.
Il giornalista rimarca come non sembri esserci molto da negoziare con Panama. Secondo lui, il più grande punto di attrito tra i due paesi attualmente è il flusso di migranti attraverso la giungla del Darién. Quest’anno, secondo i dati ufficiali panamensi, circa 300.000 migranti hanno attraversato quella regione diretti negli Stati Uniti.
“I demagoghi populisti spesso tirano fuori costantemente conflitti con nemici reali o immaginari per avvolgersi nella bandiera e presentarsi come salvatori del Paese. Secondo questa scuola di pensiero Trump non fa eccezione alla regola”, conclude il giornalista.
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27/12/2024
05/08/2020
Giannuli - Perchè voterò NO al referendum per la riduzione del numero dei parlamentari
Nelle prossime settimane saremo chiamati a votare per il referendum per la modifica del numero dei parlamentari. Io, come ho fatto in occasione della sciagurata riforma Renzi, voterò NO. Vi spiego perchè.
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25/11/2016
Trump ha vinto. E perderà
1. I Democratici hanno perso le elezioni. I Repubblicani non le hanno vinte. L’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti è di fatto l’affermazione di un “terzo partito” in grado di “scalare” i Repubblicani. E’ uno scenario inedito che scatena i timori dei circoli tradizionali della classe dominante. E’ un fatto storico, a suo modo. Ne va capita la portata, senza cadere negli isterismi dei media ufficiali. Non siamo di fronte a un cambio qualitativo di regime, Trump rimane il Governo del grande capitale, per il grande capitale. Pur presentandosi come opposto alle élite dominanti, egli è élite. La sua squadra di Governo lo dimostra: un misto di consulenti di Jp Morgan, di finanzieri responsabili del crack di Lehman Brothers e di esponenti della destra Repubblicana.
2. Questo risultato tuttavia non sancisce la crisi di questa o quella corrente politica. E’ la conferma fragorosa della crisi della “democrazia borghese” così come l’abbiamo conosciuta. E’ una crisi che fa tanto rumore, ma è solo l’ultimo sintomo di una crisi sistemica più profonda. Fa rumore perché annuncia che la peste è arrivata perfino lì: nel reparto isolato, a tenuta stagna e sterilizzato del sistema elettorale americano.
3. L’intero establishment Usa si è schierato con la Clinton. Ha perso. E’ questo ciò che lascia sbigottite le élite politiche “tradizionali”. Hanno perso il controllo del proprio mare, proprio nel porto più sicuro. La loro paura non risiede tanto in quello che farà Trump, ma nel perché è arrivato fin lì. Là fuori, fuori dal loro mondo, una massa senza nome, grigia e informe, li odia. Non si tratta di invidia. Né dell’odio istintivo e abituale della “plebe” contro i potenti. E’ qualcosa di più profondo. E’ qualcosa che si fa pretesa di cambiamento e che si impossessa degli strumenti che trova sulla sua strada.
4. Ha perso la logica del meno peggio. Ha perso l’idea che bere acqua salata possa alleviare la sete. I rappresentanti politici di una società cinica, violenta, in guerra permanente, sessista, razzista non avevano alcuna credibilità ad agitare questi temi contro Trump. Ha vinto l’originale, non la fotocopia. Il miliardario maschilista, spaccone, che sembra uscito da un pessimo film di John Wayne: che cosa è in definitiva, se non questo, il sogno americano? Chi poteva rappresentare meglio gli Usa del Patrioct Act e della guerra al terrorismo?
5. Se il “terzo partito” di Trump ha vinto è perché ha potuto presentarsi come movimento contro “le élite”. E l’ha potuto fare perché un “terzo partito” non è sorto a sinistra. Solo così Trump è riuscito a occupare entrambi i terreni: quello della difesa dell’esistente e del presunto cambiamento.
6. La sua estetica “antisistema” è però solo la copertura di un nocciolo di profonda conservazione. Attecchisce su un terreno attraversato da crescenti proteste e lotta di classe, come un fungo nel sottobosco.
Ma il movimento di Trump non è la protesta. Esso ammicca alla protesta. Non è un voto operaio. Esso fa incursioni nel voto operaio. Il suo nucleo interno è costituito dal conservatorismo del Tea Party, dal nazionalismo delle correnti più fanatiche dei neo-conservatori, dall’integralismo religioso della provincia rurale americana, dal sogno protezionista di pezzi dell’apparato economico. Si tratta di una corrente conservatrice considerata fino a poco tempo fa appena grottesca e che oggi si afferma come maggioranza. Lo fa intercettando un processo di distacco del ceto medio rovinato dal proprio stesso sistema politico.
7. Il grande capitale non controlla “la politica” solo con le menzogne dei media o con il finanziamento diretto di questo o quel partito. La trasmissione della sua ideologia alla società è un meccanismo ben più articolato e profondo. Avviene attraverso la religione e i suoi apparati, attraverso le abitudini e le tradizioni, il nazionalismo e i suoi riti. La catena di trasmissione delle idee dai circoli dominanti al resto della società è garantita da un pulviscolo atmosferico di figure intermedie: il notabile, l’avvocato, il professorone, l’intellettuale, il piccolo proprietario. Di fronte a una crisi economica che divarica le disuguaglianze in maniera tanto rapida e clamorosa, questa catena di trasmissione si rompe. La fascia intermedia è inghiottita, spinta verso condizioni a volte perfino peggiori del proletariato più classico.
8. Trump intercetta questo scontento, lo fa per riportarlo all’ovile. Promette cambiamento, ma la sua funzione è esattamente quella della restaurazione. Restaurare la fiducia di questo blocco sociale nel sistema. Tuttavia nessuna delle sue promesse si basa su prospettive reali. Il suo programma non può essere attuato e, se lo sarà, genererà nuova instabilità.
9. L’idea di una politica isolazionista, protezionista o addirittura non interventista nel cuore della principale potenza capitalista mondiale è semplicemente ridicola. L’imperialismo non è una scelta politica del capitale. E’ la sua stessa sostanza. Una potenza capitalista non può abdicare al proprio ruolo imperialista. L’isolazionismo Usa non significa maggiore cura degli interessi statunitensi negli Usa. Significa semmai maggiore cura degli interessi Usa nel mondo. In un contesto di crescenti tensioni geopolitiche, non c’è investimento economico sicuro se non puoi difenderlo militarmente. Non c’è vittoria commerciale se non puoi consolidarla con la supremazia militare. L’isolazionismo di Trump in poche parole non può darsi senza espansionismo militare. Ma Trump stesso giunge come conseguenza della crisi di strategia del militarismo a stelle e strisce. Da tempo lo zio Sam non riesce a imporre il proprio ordine, né ritirandosi né avanzando: Trump non può cambiare questo fatto. Non può fermare la guerra né in Siria, né altrove, e non può vincerla. Non può ritirarsi dal caos mondiale e non può stabilizzarlo. Le truppe continueranno a uscire dai confini patrii. I feriti e le bare continueranno a tornarvi, con buona pace di Clint Eastwood e del suo American Sniper.
10. “The american working class will strike back”: così si è espresso Trump nel suo discorso di insediamento. Questo è il profilo che ha tenuto per tutta la campagna elettorale: un misto di nazionalismo e di demagogici riferimenti “di classe”, dove “rivincita del lavoratore” è spesso usata come sinonimo di “rivincita del made in Usa”. Un discorso mirato scientificamente a sedurre le zone operaie degli Stati in bilico. Una demagogia che tuttavia non può avere seguito. Il flirt tra alcuni settori operai, per altro non maggioritari, e il miliardario non può trasformarsi in nessuna relazione seria. Non solo perché divisi da interessi di classe opposti, ma anche perché non c’è nessuna base materiale su cui si possa cementificare un patto tra “produttori” a difesa del made in Usa.
11. Trump promette di difendere le produzioni americane, alzando dazi doganali contro le merci cinesi, tassando chi porta le produzioni all’estero, favorendo una reindustrializzazione del paese. In parte non si tratta di niente di nuovo. E in parte si tratta di qualcosa di non totalmente applicabile. Da tempo commentiamo la crescente tensione negli scambi commerciali internazionali o il parziale ritorno “a casa” delle “produzioni”. Le correnti politiche nazionaliste sorgono sulla base di questo processo economico. Il quale però non determina un ritorno al passato. Determina solo ulteriori convulsioni e contraddizioni nel sistema. L’internazionalizzazione dei mercati, la compenetrazione tra produzioni, la presenza di gigantesche multinazionali non sono attributi del capitalismo. Sono il capitalismo stesso. Dove comincia il made in Cina venduto negli Usa e il made in Usa prodotto in Cina? Dove comincia il bisogno di un’azienda americana di comprare l’acciaio cinese a basso costo e quello dell’acciaieria americana di venderlo a costi maggiori?
12. Tutto questo è avvenuto perché “i Democratici hanno abbandonato i lavoratori americani”? Esprimersi così è improprio. I Democratici non hanno mai curato gli interessi dei lavoratori americani. Il proletariato americano per una serie di ragioni storiche non è mai riuscito a sviluppare un proprio riferimento politico organizzato. La classe dominante americana ha potuto basarsi non solo sul profitto estratto dalla propria classe operaia, ma anche dal superprofitto derivante dalla propria posizione di superpotenza mondiale. Questo ha permesso l’irrigimentazione del proletariato americano e la riduzione dei sindacati a una lobby tra le tante presenti all’interno dei Democratici.
13. L’unica vera opposizione esistente a Trump è la stessa che non aveva nulla da guadagnare dalla vittoria della Clinton. Sono gli Usa di Occupy, di Black Lives Matter, degli scioperi nei McDonald per un salario di 15 dollari orari. Sono gli Usa che si sono appena affacciati alla campagna elettorale di Sanders per verificare se era reale l’intenzione di fare una “rivoluzione contro i miliardari”. Ma non era quello l’uomo e non era quella la via. C’era solo un modo, uno e uno soltanto, perché la candidatura di Sanders, il suo parlare di socialismo e rivoluzione all’interno delle primarie Democratiche, non risultasse infine un’avventura grottesca: usare quella campagna come leva per la rottura dei due poli e una candidatura indipendente. Sanders da buon riformista ha scelto un’altra via: capitolare, abdicare, subire brogli e manovre. Ironia della sorte: ha giustificato il tutto con la necessità di sconfiggere Trump.
14. Non sappiamo con certezza se Sanders avrebbe sconfitto elettoralmente Trump. Sappiamo che una rottura dei Democratici da sinistra avrebbe fornito oggi all’opposizione sociale a Trump un punto di riferimento politico organizzato. Perché è questo il tema, negli Usa come in Italia. Non il movimento per il movimento, non la lotta per la lotta e nemmeno il semplice riconoscimento dello scontro di classe di per sé. E’ il prevalere all’interno della lotta, all’interno della classe, all’interno del movimento, della consapevolezza della necessità dell’organizzazione politica. Della sua strutturazione attorno a idee rivoluzionarie e scientifiche, modernamente coniugate con le necessità dello scontro in atto. Il personale che formerà le fila di questa organizzazione è in marcia. Va in questa direzione a sua insaputa. Si trova tra qualche lavoratore che magari ha votato Trump per rabbia. Si trova nelle proteste studentesche scoppiate immediatamente negli Usa e che preannunciano scontri sociali ben più ampi. Si trova magari nel movimento per i diritti civili delle persone di colore. E’ ancora avvolto inevitabilmente da ogni genere di illusione “Democrats”. Ma lì si trova ed è lì che va cercato.
15. Trump ha vinto. E perderà. Perderà perché la sua farsa si rivelerà tale. Perderà perché l’unica parte del suo programma a essere applicato saranno tagli, sacrifici, attacchi ai diritti. Perderà perché quegli stessi processi che l’hanno portato lì genereranno la marea che lo riporterà giù. Trump perderà, se noi lo sconfiggeremo.
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2. Questo risultato tuttavia non sancisce la crisi di questa o quella corrente politica. E’ la conferma fragorosa della crisi della “democrazia borghese” così come l’abbiamo conosciuta. E’ una crisi che fa tanto rumore, ma è solo l’ultimo sintomo di una crisi sistemica più profonda. Fa rumore perché annuncia che la peste è arrivata perfino lì: nel reparto isolato, a tenuta stagna e sterilizzato del sistema elettorale americano.
3. L’intero establishment Usa si è schierato con la Clinton. Ha perso. E’ questo ciò che lascia sbigottite le élite politiche “tradizionali”. Hanno perso il controllo del proprio mare, proprio nel porto più sicuro. La loro paura non risiede tanto in quello che farà Trump, ma nel perché è arrivato fin lì. Là fuori, fuori dal loro mondo, una massa senza nome, grigia e informe, li odia. Non si tratta di invidia. Né dell’odio istintivo e abituale della “plebe” contro i potenti. E’ qualcosa di più profondo. E’ qualcosa che si fa pretesa di cambiamento e che si impossessa degli strumenti che trova sulla sua strada.
4. Ha perso la logica del meno peggio. Ha perso l’idea che bere acqua salata possa alleviare la sete. I rappresentanti politici di una società cinica, violenta, in guerra permanente, sessista, razzista non avevano alcuna credibilità ad agitare questi temi contro Trump. Ha vinto l’originale, non la fotocopia. Il miliardario maschilista, spaccone, che sembra uscito da un pessimo film di John Wayne: che cosa è in definitiva, se non questo, il sogno americano? Chi poteva rappresentare meglio gli Usa del Patrioct Act e della guerra al terrorismo?
5. Se il “terzo partito” di Trump ha vinto è perché ha potuto presentarsi come movimento contro “le élite”. E l’ha potuto fare perché un “terzo partito” non è sorto a sinistra. Solo così Trump è riuscito a occupare entrambi i terreni: quello della difesa dell’esistente e del presunto cambiamento.
6. La sua estetica “antisistema” è però solo la copertura di un nocciolo di profonda conservazione. Attecchisce su un terreno attraversato da crescenti proteste e lotta di classe, come un fungo nel sottobosco.
Ma il movimento di Trump non è la protesta. Esso ammicca alla protesta. Non è un voto operaio. Esso fa incursioni nel voto operaio. Il suo nucleo interno è costituito dal conservatorismo del Tea Party, dal nazionalismo delle correnti più fanatiche dei neo-conservatori, dall’integralismo religioso della provincia rurale americana, dal sogno protezionista di pezzi dell’apparato economico. Si tratta di una corrente conservatrice considerata fino a poco tempo fa appena grottesca e che oggi si afferma come maggioranza. Lo fa intercettando un processo di distacco del ceto medio rovinato dal proprio stesso sistema politico.
7. Il grande capitale non controlla “la politica” solo con le menzogne dei media o con il finanziamento diretto di questo o quel partito. La trasmissione della sua ideologia alla società è un meccanismo ben più articolato e profondo. Avviene attraverso la religione e i suoi apparati, attraverso le abitudini e le tradizioni, il nazionalismo e i suoi riti. La catena di trasmissione delle idee dai circoli dominanti al resto della società è garantita da un pulviscolo atmosferico di figure intermedie: il notabile, l’avvocato, il professorone, l’intellettuale, il piccolo proprietario. Di fronte a una crisi economica che divarica le disuguaglianze in maniera tanto rapida e clamorosa, questa catena di trasmissione si rompe. La fascia intermedia è inghiottita, spinta verso condizioni a volte perfino peggiori del proletariato più classico.
8. Trump intercetta questo scontento, lo fa per riportarlo all’ovile. Promette cambiamento, ma la sua funzione è esattamente quella della restaurazione. Restaurare la fiducia di questo blocco sociale nel sistema. Tuttavia nessuna delle sue promesse si basa su prospettive reali. Il suo programma non può essere attuato e, se lo sarà, genererà nuova instabilità.
9. L’idea di una politica isolazionista, protezionista o addirittura non interventista nel cuore della principale potenza capitalista mondiale è semplicemente ridicola. L’imperialismo non è una scelta politica del capitale. E’ la sua stessa sostanza. Una potenza capitalista non può abdicare al proprio ruolo imperialista. L’isolazionismo Usa non significa maggiore cura degli interessi statunitensi negli Usa. Significa semmai maggiore cura degli interessi Usa nel mondo. In un contesto di crescenti tensioni geopolitiche, non c’è investimento economico sicuro se non puoi difenderlo militarmente. Non c’è vittoria commerciale se non puoi consolidarla con la supremazia militare. L’isolazionismo di Trump in poche parole non può darsi senza espansionismo militare. Ma Trump stesso giunge come conseguenza della crisi di strategia del militarismo a stelle e strisce. Da tempo lo zio Sam non riesce a imporre il proprio ordine, né ritirandosi né avanzando: Trump non può cambiare questo fatto. Non può fermare la guerra né in Siria, né altrove, e non può vincerla. Non può ritirarsi dal caos mondiale e non può stabilizzarlo. Le truppe continueranno a uscire dai confini patrii. I feriti e le bare continueranno a tornarvi, con buona pace di Clint Eastwood e del suo American Sniper.
11. Trump promette di difendere le produzioni americane, alzando dazi doganali contro le merci cinesi, tassando chi porta le produzioni all’estero, favorendo una reindustrializzazione del paese. In parte non si tratta di niente di nuovo. E in parte si tratta di qualcosa di non totalmente applicabile. Da tempo commentiamo la crescente tensione negli scambi commerciali internazionali o il parziale ritorno “a casa” delle “produzioni”. Le correnti politiche nazionaliste sorgono sulla base di questo processo economico. Il quale però non determina un ritorno al passato. Determina solo ulteriori convulsioni e contraddizioni nel sistema. L’internazionalizzazione dei mercati, la compenetrazione tra produzioni, la presenza di gigantesche multinazionali non sono attributi del capitalismo. Sono il capitalismo stesso. Dove comincia il made in Cina venduto negli Usa e il made in Usa prodotto in Cina? Dove comincia il bisogno di un’azienda americana di comprare l’acciaio cinese a basso costo e quello dell’acciaieria americana di venderlo a costi maggiori?
12. Tutto questo è avvenuto perché “i Democratici hanno abbandonato i lavoratori americani”? Esprimersi così è improprio. I Democratici non hanno mai curato gli interessi dei lavoratori americani. Il proletariato americano per una serie di ragioni storiche non è mai riuscito a sviluppare un proprio riferimento politico organizzato. La classe dominante americana ha potuto basarsi non solo sul profitto estratto dalla propria classe operaia, ma anche dal superprofitto derivante dalla propria posizione di superpotenza mondiale. Questo ha permesso l’irrigimentazione del proletariato americano e la riduzione dei sindacati a una lobby tra le tante presenti all’interno dei Democratici.
13. L’unica vera opposizione esistente a Trump è la stessa che non aveva nulla da guadagnare dalla vittoria della Clinton. Sono gli Usa di Occupy, di Black Lives Matter, degli scioperi nei McDonald per un salario di 15 dollari orari. Sono gli Usa che si sono appena affacciati alla campagna elettorale di Sanders per verificare se era reale l’intenzione di fare una “rivoluzione contro i miliardari”. Ma non era quello l’uomo e non era quella la via. C’era solo un modo, uno e uno soltanto, perché la candidatura di Sanders, il suo parlare di socialismo e rivoluzione all’interno delle primarie Democratiche, non risultasse infine un’avventura grottesca: usare quella campagna come leva per la rottura dei due poli e una candidatura indipendente. Sanders da buon riformista ha scelto un’altra via: capitolare, abdicare, subire brogli e manovre. Ironia della sorte: ha giustificato il tutto con la necessità di sconfiggere Trump.
14. Non sappiamo con certezza se Sanders avrebbe sconfitto elettoralmente Trump. Sappiamo che una rottura dei Democratici da sinistra avrebbe fornito oggi all’opposizione sociale a Trump un punto di riferimento politico organizzato. Perché è questo il tema, negli Usa come in Italia. Non il movimento per il movimento, non la lotta per la lotta e nemmeno il semplice riconoscimento dello scontro di classe di per sé. E’ il prevalere all’interno della lotta, all’interno della classe, all’interno del movimento, della consapevolezza della necessità dell’organizzazione politica. Della sua strutturazione attorno a idee rivoluzionarie e scientifiche, modernamente coniugate con le necessità dello scontro in atto. Il personale che formerà le fila di questa organizzazione è in marcia. Va in questa direzione a sua insaputa. Si trova tra qualche lavoratore che magari ha votato Trump per rabbia. Si trova nelle proteste studentesche scoppiate immediatamente negli Usa e che preannunciano scontri sociali ben più ampi. Si trova magari nel movimento per i diritti civili delle persone di colore. E’ ancora avvolto inevitabilmente da ogni genere di illusione “Democrats”. Ma lì si trova ed è lì che va cercato.
15. Trump ha vinto. E perderà. Perderà perché la sua farsa si rivelerà tale. Perderà perché l’unica parte del suo programma a essere applicato saranno tagli, sacrifici, attacchi ai diritti. Perderà perché quegli stessi processi che l’hanno portato lì genereranno la marea che lo riporterà giù. Trump perderà, se noi lo sconfiggeremo.
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03/10/2016
L’Afghanistan delle stelle Ue
Nuovo Afghanistan sempre uguale - La due giorni dell’Unione Europea sull’Afghanistan – il 4 e 5 ottobre a Bruxelles – si presenta come una nuova tappa di quanto s’era già visto a Londra nel 2014 e a Tokio due anni prima. Si continua a parlare del nuovo Afghanistan, quello che non c’è, poiché nel Paese continua a regnare il caos. Come nel 2001, quando George W. Bush avviò il liberatorio Enduring Freedom o nel decennio precedente col conflitto fratricida fra i signori della guerra e successivamente col governo talebano. Warlords, Taliban sono soggetti presenti più che mai nel panorama interno tantoché il presidente Ghani, che molto s’è speso per quest’ennesima vetrina con la Comunità Internazionale, si porta al fianco un ministro degli Esteri dal nome celebre: Salahuddin Rabbani, che altri non è che il figlio di Burhanuddin, leader del gruppo islamista Jamaat-e Islami, signore della guerra ed ex presidente, morto in un attentato nel 2011. Non è questione di nemesi storica, fra padri e figli ciascuno risponde del proprio operato, ma quel cognome è legato a un clan e i clan tribali sono un tutt’uno coi mai morti signori della guerra. Tant’è che l’illusionista Ghani alla vigilia della conferenza di Bruxelles ha fatto annunciare dal suo staff una cordiale intesa con un altro temutissimo warlord di rango, Galbuddin Hekmatyar. Anche lui è in predicato ad avvicinarsi al governo afghano, che un altro signore delle armi lo sbandiera da tempo nel ruolo di vicepresidente: Rachid Dostum. Il fondamentalista Hekmatyar, noto come il macellaio di Kabul, dovrebbe fungere da ambasciatore verso i talebani cui Ghani guarda. Tenta anch’egli d’imboccare la scorciatoia già provata dai generali del Pentagono nel 2010-2011, quando non riuscendo a battere i Talib sul terreno, pensavano di sedurli al tavolino delle trattative.
Aiuti e mega affari - La premessa non è polemica, ma questo è l’attuale Afghanistan geopolitico. Risulterà utile per comprendere come più d’un presupposto discusso a Bruxelles dall’Unione Europea e da altri colossi mondiali presenti quali donatori-sostenitori e in qualità d’imprenditori per l’Afghanistan del futuro, viva stridenti contraddizioni. Soprattutto quando verranno trattati i temi del rafforzamento della democrazia, potenziamento delle norme di legge, protezione dei diritti umani e delle donne. Settanta sono i cosiddetti ‘donors’, molti di loro si propongono anche di fare impresa, altri vestono solo i panni industriali per progetti prestigiosi. Nella lista gli Usa tengono saldamente la testa; finora hanno versato, e probabilmente continueranno a versare, dollari tramite Casa Bianca, Pentagono e Ong. Seguono Giappone, Germania, Gran Bretagna, India, Canada, Olanda, Australia, Norvegia, Italia, poi altre nazioni europee. Cina e Russia non contribuiscono a fondo perduto, soprattutto la prima in quella terra sviluppa affari. E parlando di affaroni, nei progetti che coinvolgono un’ampia fetta del continente asiatico, l’Afghanistan si ritrova coinvolto nei piani del Carec (Central Asia Regional Economic Cooperation) un progetto per infrastrutture e trasporti finanziato dall’Asia Development Bank che s’estende a: Azerbaijan, Cina, Mongolia, Kazakistan, Kirghizistan, Turkmenistran, Tajikistan, Uzbekistan e Pakistan. Kabul è partner anche del discusso gasdotto Tapi (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India) iniziato da dieci mesi che prevede di trasportare negli oltre 1.800 km di condutture 33 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Cinque miliardi riguarderanno l’Afghanistan e nell’indotto previsto c’è pure un’autostrada per collegare Herat a Kandahar.
Cieco sguardo dei Grandi - Il quadro che Ghani tenderà a definire con le personalità presenti - fra cui spiccano l’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri e la sicurezza Federica Mogherini e il Commissario internazionale per la cooperazione e lo sviluppo Neven Mimica - ruota attorno a: effettivi sostegni e finanziamenti; sviluppo d’un piano di riforme (economiche, normative, di anticorruzione, di servizi pubblici); processo di pace. Tutto ciò deve fare i conti con un presupposto oggi assente nel Paese: appunto la sicurezza e il controllo del territorio. Non sono riusciti a garantirli l’invasione statunitense del 2001, la successiva Mission Isaf, conclusa nel dicembre 2014, né quella in corso Resolute Support. L’attuale governo di Kabul non governa in più della metà delle 34 province, con un timore crescente nelle attività d’impresa presenti, ad esempio nel settore estrattivo dove le aziende cinesi impegnate propagano ampie lamentele, e in quelle future di cui abbiamo citato due progetti ciclopici. Dopo circa un quindicennio di spese folli per gli “aiuti internazionali” che hanno raggiunto i 4.500 miliardi di dollari, investiti in gran parte per l’intervento militare (solo 357 miliardi hanno riguardato i servizi), si rilanciano interventi di sostegno lì dove i fallimenti sono già parsi cronici. Il documento diffuso alla vigilia di Bruxelles cita, ad esempio, strategie per la reintegrazione dei rifugiati. Proprio a seguito dell’insicurezza interna e d’una rinnovata crescita di vittime civili (nel 2015 oltre 3.400 con più di 7.000 feriti), sappiamo che gli afghani hanno ripreso a fuggire e costituiscono attualmente la seconda comunità mondiale di profughi (2.7 milioni).
Piani ripetuti - Fra gli sforzi per incrementare qualità e sostenibilità della vita si progettano investimenti per il ministero dell’Interno e la polizia. Sappiamo pure che su polizia ed esercito locali s’è consumato il più grosso flop degli investimenti internazionali. Ma si fa finta di nulla. Altri obiettivi riguardano la riduzione del crimine tutt’uno con la produzione e il traffico di oppio e derivati. Un settore controllato dai signori della guerra e degli affari cui il governo afghano è legato, e che rifornisce il 90% del mercato mondiale. Medesimo discorso per la corruzione che prosegue sotto gli occhi e con la partecipazione di faccendieri mascherati da manager, come nel caso di mister Ferozi, ladro di Stato nello scandalo della Kabul Bank, condannato ma nuovamente in pista per ulteriori speculazioni, stavolta in campo edilizio. Si riparla di diritti civili e di difesa delle donne da violenza e soprusi, per cui è stata varata da anni un’ottima legge (Elimination violence against woman), però quasi sempre inapplicata perché non si giunge mai al processo e nei rari casi di accusa i giudici cedono alle minacce sollevate da clan, padrini, signori delle armi che difendono gli imputati. Quindi il passato diventa presente: il ministero per gli Affari femminili ha registrato oltre 4.000 casi di violenza sulle donne nei primi nove mesi dello scorso anno. E allora qual è lo scopo della conferenza? Perorare affari, più o meno leciti. Poi buone intenzioni infarcite di promesse, e denari stanziati inutilmente, visto che realtà create dalla società civile locale che lavorano, ad esempio, su molti orfani, donne abusate, familiari delle vittime civili non ricevono sovvenzioni per creare strutture-rifugio. E’ un refrain già noto dall’epoca dei due mandati offerti all’uomo del nuovo corso post talebano: Hamid Karzai. Un presidente voluto dalla Casa Bianca che ha arricchito se stesso e i fratelli rimasti in vita, perché qualcuno l’ha perduto nelle faide sorte con compari diventati nemici.
Nazione assistita - Scuole e ospedali, di cui i sepolcri imbiancati della Comunità internazionale parleranno in Belgio facendo finta che le cifre stratosferiche impegnate finora non siano mai giunte in quelle lande, sono pure visioni. I centri sanitari esistenti li hanno creati Emergency e Medécins sans Frontières, sopravvivono da sé se non vengono bombardati dall’Us Air Forces, com’è accaduto a Kunduz. Allora i capitoli dell’attuale programma che citano sanità, formazione, sviluppo umano, fra gli obiettivi su cui stanziare altro denaro, hanno il sapore di trita e consumata demagogia. Si sa che buona parte della cooperazione mondiale è costituita da multinazionali ideologiche con chiari intenti politici (Usaid, creatura di JFK, è un esemplare quasi sessantennale) oppure autofinanzia la sua macchina lavorativa con scopi autoreferenziali. C’è poi il tratto, tutto italiano, d’un Parlamento che lega i fondi per la cooperazione a quelli per le missioni militari. Nella migliore delle ipotesi la cooperazione si trova a non poter controllare la catena degli aiuti che viene saccheggiata dalla corruzione amministrativa, politica, criminale. I soldi si disperdono nei cento rivoli di politici legati a gruppi di potere tribale, tutti inevitabilmente armati e motivati a far pesare questa forza. E’ un cerchio chiuso su di sé: i mega affari li fanno le multinazionali mondiali, l’imprenditoria locale è minuta e corrotta, non riesce a sviluppare nessuna economia autoctona degna di questo nome. Nazioni vicine, come il Pakistan, cannibalizzano tutto, anche l’agricoltura che costituisce tuttora il 59% della produzione interna (l’11% proviene dal commercio, l’8% dall’attività estrattiva). La tendenza internazionale è volta a tenere il Paese in ginocchio e la popolazione in povertà, lo riconosce la stessa Banca Mondiale affermando che un terzo degli afghani vive sotto la soglia minima di sostentamento. Conservare questo status, significa serbare un potere di controllo superiore alle stesse nove super basi aeree Nato che consentono a Ghani di volare da Kabul a Bruxelles per l’ennesima parata della conservazione oppressiva. Anche per questo i taliban sorridono.
Fonte
Aiuti e mega affari - La premessa non è polemica, ma questo è l’attuale Afghanistan geopolitico. Risulterà utile per comprendere come più d’un presupposto discusso a Bruxelles dall’Unione Europea e da altri colossi mondiali presenti quali donatori-sostenitori e in qualità d’imprenditori per l’Afghanistan del futuro, viva stridenti contraddizioni. Soprattutto quando verranno trattati i temi del rafforzamento della democrazia, potenziamento delle norme di legge, protezione dei diritti umani e delle donne. Settanta sono i cosiddetti ‘donors’, molti di loro si propongono anche di fare impresa, altri vestono solo i panni industriali per progetti prestigiosi. Nella lista gli Usa tengono saldamente la testa; finora hanno versato, e probabilmente continueranno a versare, dollari tramite Casa Bianca, Pentagono e Ong. Seguono Giappone, Germania, Gran Bretagna, India, Canada, Olanda, Australia, Norvegia, Italia, poi altre nazioni europee. Cina e Russia non contribuiscono a fondo perduto, soprattutto la prima in quella terra sviluppa affari. E parlando di affaroni, nei progetti che coinvolgono un’ampia fetta del continente asiatico, l’Afghanistan si ritrova coinvolto nei piani del Carec (Central Asia Regional Economic Cooperation) un progetto per infrastrutture e trasporti finanziato dall’Asia Development Bank che s’estende a: Azerbaijan, Cina, Mongolia, Kazakistan, Kirghizistan, Turkmenistran, Tajikistan, Uzbekistan e Pakistan. Kabul è partner anche del discusso gasdotto Tapi (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India) iniziato da dieci mesi che prevede di trasportare negli oltre 1.800 km di condutture 33 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Cinque miliardi riguarderanno l’Afghanistan e nell’indotto previsto c’è pure un’autostrada per collegare Herat a Kandahar.
Cieco sguardo dei Grandi - Il quadro che Ghani tenderà a definire con le personalità presenti - fra cui spiccano l’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri e la sicurezza Federica Mogherini e il Commissario internazionale per la cooperazione e lo sviluppo Neven Mimica - ruota attorno a: effettivi sostegni e finanziamenti; sviluppo d’un piano di riforme (economiche, normative, di anticorruzione, di servizi pubblici); processo di pace. Tutto ciò deve fare i conti con un presupposto oggi assente nel Paese: appunto la sicurezza e il controllo del territorio. Non sono riusciti a garantirli l’invasione statunitense del 2001, la successiva Mission Isaf, conclusa nel dicembre 2014, né quella in corso Resolute Support. L’attuale governo di Kabul non governa in più della metà delle 34 province, con un timore crescente nelle attività d’impresa presenti, ad esempio nel settore estrattivo dove le aziende cinesi impegnate propagano ampie lamentele, e in quelle future di cui abbiamo citato due progetti ciclopici. Dopo circa un quindicennio di spese folli per gli “aiuti internazionali” che hanno raggiunto i 4.500 miliardi di dollari, investiti in gran parte per l’intervento militare (solo 357 miliardi hanno riguardato i servizi), si rilanciano interventi di sostegno lì dove i fallimenti sono già parsi cronici. Il documento diffuso alla vigilia di Bruxelles cita, ad esempio, strategie per la reintegrazione dei rifugiati. Proprio a seguito dell’insicurezza interna e d’una rinnovata crescita di vittime civili (nel 2015 oltre 3.400 con più di 7.000 feriti), sappiamo che gli afghani hanno ripreso a fuggire e costituiscono attualmente la seconda comunità mondiale di profughi (2.7 milioni).
Piani ripetuti - Fra gli sforzi per incrementare qualità e sostenibilità della vita si progettano investimenti per il ministero dell’Interno e la polizia. Sappiamo pure che su polizia ed esercito locali s’è consumato il più grosso flop degli investimenti internazionali. Ma si fa finta di nulla. Altri obiettivi riguardano la riduzione del crimine tutt’uno con la produzione e il traffico di oppio e derivati. Un settore controllato dai signori della guerra e degli affari cui il governo afghano è legato, e che rifornisce il 90% del mercato mondiale. Medesimo discorso per la corruzione che prosegue sotto gli occhi e con la partecipazione di faccendieri mascherati da manager, come nel caso di mister Ferozi, ladro di Stato nello scandalo della Kabul Bank, condannato ma nuovamente in pista per ulteriori speculazioni, stavolta in campo edilizio. Si riparla di diritti civili e di difesa delle donne da violenza e soprusi, per cui è stata varata da anni un’ottima legge (Elimination violence against woman), però quasi sempre inapplicata perché non si giunge mai al processo e nei rari casi di accusa i giudici cedono alle minacce sollevate da clan, padrini, signori delle armi che difendono gli imputati. Quindi il passato diventa presente: il ministero per gli Affari femminili ha registrato oltre 4.000 casi di violenza sulle donne nei primi nove mesi dello scorso anno. E allora qual è lo scopo della conferenza? Perorare affari, più o meno leciti. Poi buone intenzioni infarcite di promesse, e denari stanziati inutilmente, visto che realtà create dalla società civile locale che lavorano, ad esempio, su molti orfani, donne abusate, familiari delle vittime civili non ricevono sovvenzioni per creare strutture-rifugio. E’ un refrain già noto dall’epoca dei due mandati offerti all’uomo del nuovo corso post talebano: Hamid Karzai. Un presidente voluto dalla Casa Bianca che ha arricchito se stesso e i fratelli rimasti in vita, perché qualcuno l’ha perduto nelle faide sorte con compari diventati nemici.
Nazione assistita - Scuole e ospedali, di cui i sepolcri imbiancati della Comunità internazionale parleranno in Belgio facendo finta che le cifre stratosferiche impegnate finora non siano mai giunte in quelle lande, sono pure visioni. I centri sanitari esistenti li hanno creati Emergency e Medécins sans Frontières, sopravvivono da sé se non vengono bombardati dall’Us Air Forces, com’è accaduto a Kunduz. Allora i capitoli dell’attuale programma che citano sanità, formazione, sviluppo umano, fra gli obiettivi su cui stanziare altro denaro, hanno il sapore di trita e consumata demagogia. Si sa che buona parte della cooperazione mondiale è costituita da multinazionali ideologiche con chiari intenti politici (Usaid, creatura di JFK, è un esemplare quasi sessantennale) oppure autofinanzia la sua macchina lavorativa con scopi autoreferenziali. C’è poi il tratto, tutto italiano, d’un Parlamento che lega i fondi per la cooperazione a quelli per le missioni militari. Nella migliore delle ipotesi la cooperazione si trova a non poter controllare la catena degli aiuti che viene saccheggiata dalla corruzione amministrativa, politica, criminale. I soldi si disperdono nei cento rivoli di politici legati a gruppi di potere tribale, tutti inevitabilmente armati e motivati a far pesare questa forza. E’ un cerchio chiuso su di sé: i mega affari li fanno le multinazionali mondiali, l’imprenditoria locale è minuta e corrotta, non riesce a sviluppare nessuna economia autoctona degna di questo nome. Nazioni vicine, come il Pakistan, cannibalizzano tutto, anche l’agricoltura che costituisce tuttora il 59% della produzione interna (l’11% proviene dal commercio, l’8% dall’attività estrattiva). La tendenza internazionale è volta a tenere il Paese in ginocchio e la popolazione in povertà, lo riconosce la stessa Banca Mondiale affermando che un terzo degli afghani vive sotto la soglia minima di sostentamento. Conservare questo status, significa serbare un potere di controllo superiore alle stesse nove super basi aeree Nato che consentono a Ghani di volare da Kabul a Bruxelles per l’ennesima parata della conservazione oppressiva. Anche per questo i taliban sorridono.
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28/04/2016
Il Piano di Renzi
La vittoria al referendum è stata solo il primo passo del progetto di regime che Renzi ha in mente. I passaggi successivi del progetto sono questi:
a. vittoria alle amministrative prossime;
b. resa dei conti in Direzione del Pd;
c. vittoria al referendum istituzionale di ottobre;
d. congresso straordinario di scioglimento del partito e fondazione del Partito della Nazione di cui Renzi sarebbe acclamato leader;
e. scioglimento anticipato del Parlamento e nuove elezioni nella primavera 2017 con vittoria plebiscitaria del Pd.
Ed ogni passo prepara il successivo.
In primo luogo le amministrative: a Renzi è necessario vincere almeno a Torino, Bologna e Milano, con un buon successo nei centri minori ed un Pd e alleati sopra il 34%. Se si aggiungono o Roma o Napoli o la somma nazionale supera il 35% è un trionfo. Se, invece, perde a Milano o la somma nazionale scende verso il 30% è una prima sconfitta. Ovviamente, il successo permetterebbe di zittire le già fioche opposizioni interne avviandone la dissoluzione, vice versa, un insuccesso potrebbe risvegliare quei settori di centro che iniziano a pensare ad un distacco dalla maggioranza renziana.
Quindi amministrative e Direzione fanno parte dello stesso passaggio ed un successo complessivo metterebbe Renzi nella posizione migliore per il referendum ottobrino che sarebbe giocato all’insegna della più sfrenata demagogia (una riforma contro la “casta”, un taglio alla spesa politica, una semplificazione delle procedure legislative, e via di questo passo).
In questo caso, come si sa, non c’è problema di quoziente ed a Renzi basta avere un Si in più dei No. Questo in primo luogo perché attuerebbe un primo (ma non definitivo) ridisegno delle istituzioni che andrebbe ben oltre il maggioritario, in secondo luogo perché il blocco referendario del Si (Pd più centristi Alfaniani, Casiniani, Verdiniani) sarebbe la base naturale del nuovo Partito della Nazione dal quale, altrettanto naturalmente, sarebbe esclusa la sinistra Bersaniana che dovrebbe schierarsi per il no.
In terzo luogo, Renzi giocherebbe la partita sul suo ruolo (per questo sarà un referendum su di lui) in modo da imporsi come leader incontrastato del nuovo schieramento.
Come si vede, il passaggio referendario è il fulcro dell’operazione e Renzi la sta preparando creando la convinzione che la questione sia già decisa e che gli altri si possono rassegnare. Ovviamente la vittoria alle amministrative è necessaria a confermare questo schema. Devo dire che tanto nella sinistra quanto nel M5s (della destra non so dire) sento molti che danno la partita per già persa. Ma dare per perso il referendum significa automaticamente dare per scontata la vittoria di Renzi alle politiche.
Infatti, questo il passaggio finale, non si capisce perché Renzi dovrebbe restare a rosolare a fuoco lento sulla graticola di Palazzo Chigi, con gruppi parlamentari ingovernabili quando può liberarsi di tutti i rompiscatole andando a nuove elezioni che affronterebbe con l’aura del vincitore. Certo, in caso di ballottaggio potrebbe correre qualche rischio perché potrebbe esserci un travaso fra M5s e destra, ma chi ha detto che debba esserci un ballottaggio? Certo lui non ha la maggioranza assoluta, ma con l’Italicum può vincere al primo turno con solo il 40% e, con un referendum vinto alle spalle, la confluenza in lista di tutto il centro, la destra ancora impreparata ed il M5s preso di sorpresa e magari, qualche intervento demagogico stile 80 euro, un 40% si mette insieme. Ed a quel punto sarebbe regime e per venti anni.
Oggi più che mai il nemico da battere è Renzi ed il suo Pd.
Fonte
a. vittoria alle amministrative prossime;
b. resa dei conti in Direzione del Pd;
c. vittoria al referendum istituzionale di ottobre;
d. congresso straordinario di scioglimento del partito e fondazione del Partito della Nazione di cui Renzi sarebbe acclamato leader;
e. scioglimento anticipato del Parlamento e nuove elezioni nella primavera 2017 con vittoria plebiscitaria del Pd.
Ed ogni passo prepara il successivo.
In primo luogo le amministrative: a Renzi è necessario vincere almeno a Torino, Bologna e Milano, con un buon successo nei centri minori ed un Pd e alleati sopra il 34%. Se si aggiungono o Roma o Napoli o la somma nazionale supera il 35% è un trionfo. Se, invece, perde a Milano o la somma nazionale scende verso il 30% è una prima sconfitta. Ovviamente, il successo permetterebbe di zittire le già fioche opposizioni interne avviandone la dissoluzione, vice versa, un insuccesso potrebbe risvegliare quei settori di centro che iniziano a pensare ad un distacco dalla maggioranza renziana.
Quindi amministrative e Direzione fanno parte dello stesso passaggio ed un successo complessivo metterebbe Renzi nella posizione migliore per il referendum ottobrino che sarebbe giocato all’insegna della più sfrenata demagogia (una riforma contro la “casta”, un taglio alla spesa politica, una semplificazione delle procedure legislative, e via di questo passo).
In questo caso, come si sa, non c’è problema di quoziente ed a Renzi basta avere un Si in più dei No. Questo in primo luogo perché attuerebbe un primo (ma non definitivo) ridisegno delle istituzioni che andrebbe ben oltre il maggioritario, in secondo luogo perché il blocco referendario del Si (Pd più centristi Alfaniani, Casiniani, Verdiniani) sarebbe la base naturale del nuovo Partito della Nazione dal quale, altrettanto naturalmente, sarebbe esclusa la sinistra Bersaniana che dovrebbe schierarsi per il no.
In terzo luogo, Renzi giocherebbe la partita sul suo ruolo (per questo sarà un referendum su di lui) in modo da imporsi come leader incontrastato del nuovo schieramento.
Come si vede, il passaggio referendario è il fulcro dell’operazione e Renzi la sta preparando creando la convinzione che la questione sia già decisa e che gli altri si possono rassegnare. Ovviamente la vittoria alle amministrative è necessaria a confermare questo schema. Devo dire che tanto nella sinistra quanto nel M5s (della destra non so dire) sento molti che danno la partita per già persa. Ma dare per perso il referendum significa automaticamente dare per scontata la vittoria di Renzi alle politiche.
Infatti, questo il passaggio finale, non si capisce perché Renzi dovrebbe restare a rosolare a fuoco lento sulla graticola di Palazzo Chigi, con gruppi parlamentari ingovernabili quando può liberarsi di tutti i rompiscatole andando a nuove elezioni che affronterebbe con l’aura del vincitore. Certo, in caso di ballottaggio potrebbe correre qualche rischio perché potrebbe esserci un travaso fra M5s e destra, ma chi ha detto che debba esserci un ballottaggio? Certo lui non ha la maggioranza assoluta, ma con l’Italicum può vincere al primo turno con solo il 40% e, con un referendum vinto alle spalle, la confluenza in lista di tutto il centro, la destra ancora impreparata ed il M5s preso di sorpresa e magari, qualche intervento demagogico stile 80 euro, un 40% si mette insieme. Ed a quel punto sarebbe regime e per venti anni.
Oggi più che mai il nemico da battere è Renzi ed il suo Pd.
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