Premetto che mi baso completamente su studi scientifici. Ognuno è libero di interpretarli come vuole (ovviamente), tuttavia ci sono dei dati che sono incontrovertibili, ad esempio le temperature. Non so se ci avete fatto caso, ma sono aumentate. Ovunque e in modo persistente. Quindi prevengo le obiezioni: mio nonno diceva che nel 1938... faceva caldo. Nel mio paesello di 42 anime la sera ci mettiamo la felpina e altre amenità. Il clima è una cosa, il meteo è un’altra cosa.
«Fa caldo» è diventata una frase quasi ironica. La pronunciamo davanti a un ventilatore, in una piazza svuotata, aspettando che la sera porti un po’ di sollievo. Intanto la statistica europea registra un’altra cosa. Tra il 22 e il 28 giugno 2026, nei ventisette Paesi e territori osservati da EuroMOMO, ci sono stati 10.650 decessi oltre il livello atteso.
Più di novemila riguardavano persone dai 65 anni in su. Ho letto bene gli studi e sono dati preliminari di mortalità per TUTTE le cause, soggetti alle correzioni dovute ai ritardi di registrazione. Nessun certificato consente ancora di attribuire al caldo ciascuna morte.
La coincidenza temporale, l’età delle vittime e l’assenza di un’altra grande causa epidemiologica rendono però l’ondata di calore la spiegazione più PLAUSIBILE, secondo gli esperti di EuroMOMO.
I dati
In Francia durante l’ondata di caldo Santé publique France ha rilevato 8.973 morti, 2.025 in più rispetto alla settimana precedente. L’aumento è stato del 29,1 per cento su scala nazionale e del 62,8 per cento nell’Île-de-France. I decessi avvenuti a casa sono cresciuti del 91 per cento; nelle strutture per anziani del 37 per cento. Anche questi numeri sono provvisori e coprono circa il 60 per cento dei certificati di morte. Dicono già qualcosa di importante: per molte persone (sole o povere) la casa ha smesso di essere un riparo (Santé publique France).
In Germania, il Robert Koch-Institut ha stimato 5.120 morti associate al caldo fino alla fine di giugno, 4.310 concentrate tra il 22 e il 28. Più di quattro vittime su cinque avevano almeno 75 anni. Si tratta di una stima modellistica, costruita confrontando temperatura e andamento dei decessi, dunque appartiene a una categoria diversa dal conteggio EuroMOMO e i due numeri non vanno sommati (Robert Koch-Institut, Reuters).
In Inghilterra e Galles, un’analisi rapida della London School of Hygiene & Tropical Medicine ha stimato oltre 2.700 morti legate al caldo tra maggio e giugno, circa 2.200 durante l’episodio del 18-28 giugno. Il 60 per cento aveva più di 85 anni e il 42 per cento del totale stimato sarebbe attribuibile al calore aggiunto dal cambiamento climatico causato dalle attività umane (sostengono gli studiosi). Anche questo è un risultato modellistico, in attesa delle valutazioni ufficiali (LSHTM).
Una cosa è certa: giugno 2026 è stato il giugno più caldo mai misurato nell’Europa occidentale. La temperatura media della regione ha raggiunto 20,74 °C, oltre tre gradi sopra la media del periodo 1991-2020. A scala globale è stato il secondo giugno più caldo, con una temperatura media superiore di 1,39 °C al livello preindustriale (Copernicus Climate Change Service).
Il famigerato 2003
Il confronto con il 2003 aiuta a capire quanto il clima sia cambiato nel tempo di una generazione. Quell’estate provocò oltre settantamila morti aggiuntive in Europa. Un’analisi di World Weather Attribution mostra che un caldo diurno simile a quello osservato nel giugno 2026 era circa dieci volte meno probabile nel clima del 2003; per le notti estreme, la probabilità era oltre cento volte inferiore. Con le condizioni climatiche di allora, le giornate più roventi sarebbero state in media più fresche di circa due gradi e le notti di 1,3 gradi (World Weather Attribution, studio europeo sul 2003).
Un decimale può sembrare trascurabile dentro una media annuale. Due gradi in più dentro una camera da letto, durante una notte senza recupero fisiologico, decidono quanto a lungo il cuore e i reni riescono a compensare. Il calore ostacola la dispersione della temperatura corporea, aumenta lo sforzo cardiovascolare e favorisce disidratazione, danno renale e scompensi respiratori.
L’Organizzazione mondiale della sanità lo considera la principale causa di morte tra gli eventi meteorologici estremi; tra il 2000 e il 2019 ha stimato circa 489.000 decessi annui legati al caldo nel mondo, con il 36 per cento in Europa (OMS).
Chi muore di caldo? La classe proletaria
Dire che il caldo colpisce tutti è corretto soltanto sul piano termometrico. Il corpo anziano disperde calore con maggiore difficoltà, la sete arriva tardi, i farmaci possono modificare l’equilibrio dei liquidi. Se quella persona vive sola, possiede una pensione bassa e abita all’ultimo piano di un edificio poco isolato, la condizione biologica diventa una condanna a morte.
Nel 2003, uno studio sui decessi di Bologna, Milano, Roma e Torino trovò gli aumenti maggiori tra gli ultraottantacinquenni e tra le donne. A Roma la mortalità crebbe del 17,8 per cento nelle aree a basso livello socioeconomico; a Torino l’eccesso raggiunse il 43 per cento tra le persone con istruzione più bassa (Eurosurveillance).
La ricerca più recente ha allargato la scala. Uno studio pubblicato nel maggio 2026 su Nature Health ha analizzato la mortalità giornaliera in 654 regioni di trentadue Paesi europei tra il 2000 e il 2019. Deprivazione materiale e disuguaglianza economica risultano associate a una maggiore suscettibilità alle temperature estreme. L’età avanzata, la difficoltà di mantenere la casa a una temperatura sicura e l’accesso diseguale alla sanità modificano il rischio.
Gli autori segnalano anche una complicazione importante: alcune regioni ricche e molto urbanizzate possono avere una mortalità da caldo elevata, a causa dell’isola di calore e della densità edilizia. La povertà accresce il pericolo; da sola, non esaurisce la spiegazione (Nature Health).
Poi c’è chi durante l’allerta deve continuare a lavorare. Un muratore sopra un tetto, una bracciante nei campi, un fattorino sull’asfalto ricevono il calore dall’aria, dal sole e dallo sforzo muscolare. La libertà di fermarsi dipende dal contratto, dal salario, dalla possibilità concreta di perdere una giornata.
Il progetto italiano WORKLIMATE, basato su 2,38 milioni di “infortuni” (chiamiamoli così) registrati tra il 2014 e il 2019, attribuisce alle alte temperature oltre quattromila infortuni professionali l’anno. Edilizia e agricoltura compaiono tra i settori a maggior rischio (Climate-ADAPT). L’Organizzazione internazionale del lavoro stima, su scala mondiale, 2,41 miliardi di lavoratori esposti a calore eccessivo e quasi diciannovemila morti professionali annue attribuibili a quell’esposizione (ILO).
Resta chi vive per strada. Una revisione degli studi condotti tra il 2019 e il 2024 descrive un’esposizione prolungata, scarso accesso all’acqua, ai luoghi freschi e alle cure, insieme a patologie che il caldo aggrava. Le conoscenze disponibili sono ancora limitate, circostanza che dovrebbe preoccupare: le persone più esposte sono anche quelle che entrano con maggiore difficoltà nelle statistiche sanitarie (Journal of Urban Health).
Chiamarla povertà energetica significa riconoscere che l’aria condizionata ha un prezzo doppio, quello dell’apparecchio e quello della bolletta. Significa, inoltre, vedere la differenza tra chi può lasciare la città e chi rimane in un appartamento che accumula calore fino all’alba.
La climatizzazione salva indubbiamente delle vite durante le emergenze; ma una politica pubblica vagamente seria deve evitare che la protezione dipenda dal conto corrente e deve ridurre gli sprechi attraverso isolamento, ombra, alberi, ventilazione e servizi di prossimità.
Chi scalda il pianeta e chi ne muore
La disuguaglianza riappare quando si guarda alle cause. Secondo l’IPCC, il dieci per cento delle famiglie con le emissioni più alte produce tra il 34 e il 45 per cento delle emissioni globali legate ai consumi; la metà più povera dell’umanità ne produce tra il 13 e il 15 per cento. La distanza cresce ancora agli estremi: l’impronta del primo uno per cento è stata stimata 175 volte quella dell’ultimo dieci per cento (IPCC, AR6 WGIII).
Un lavoro pubblicato su Nature Sustainability calcola che nel 2019 il dieci per cento più ricco fosse responsabile del 48 per cento delle emissioni, mentre la metà più povera arrivava al 12 per cento. Per l’uno per cento al vertice, una parte decisiva proviene dagli investimenti e dal possesso di capitale (Nature Sustainability).
La crisi climatica ha dunque una contabilità rovesciata. Chi contribuisce meno dispone spesso di una casa peggiore, di meno salute accumulata e di un lavoro che impedisce di sottrarsi all’esposizione. Chi contribuisce di più può acquistare isolamento, raffrescamento, tempo libero, una seconda abitazione. Il privilegio produce emissioni e vende a sé stesso l’adattamento. Sì il clima è la nuova lotta di classe.
Il 26 giugno, mentre l’Europa entrava nella settimana dei 10.650 morti in eccesso, il presidente del Senato Ignazio La Russa dichiarava: «Ci abitueremo al clima caraibico, non vuol dire che moriremo».
Quel plurale mette sullo stesso piano corpi e patrimoni che sullo stesso piano non sono. Ci si abitua meglio con una casa fresca, un reddito sicuro e la facoltà di sospendere il lavoro. Altrove, l’abitudine prende la forma di una chiamata al pronto soccorso, di un turno portato a termine con quaranta gradi.
Serve una politica climatica che unisca riduzione rapida delle emissioni e protezione sociale. Allerte comprensibili, visite agli anziani soli, centri freschi accessibili anche di notte, limiti vincolanti al lavoro nelle ore estreme, riqualificazione delle case popolari, energia essenziale garantita durante le ondate di calore. Sono interventi sanitari e misure di giustizia fiscale. Il loro costo va chiesto a chi ha costruito ricchezza consumando una quota sproporzionata dell’atmosfera comune.
La temperatura si misura in gradi. La possibilità di sopravvivere, per ora, si misura in reddito.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
21/07/2026
La lotta di classe a 40 gradi!
24/05/2026
A Roma gli operai si riprendono la scena
Una manifestazione operaia ma anche la rappresentazione visibile di una ricostruenda alleanza sociale che vede insieme giovani, lavoratori, pensionati, donne, studenti.
Questo è quanto restituisce la manifestazione nazionale a Roma convocata dall’Usb proprio per rimettere al centro dell’agenda politica la questione operaia e tutto quello che ne deriva. A partire dai salari e dalla sicurezza sul lavoro ma strettamente connessa al quadro generale che vede avanzare a passi pesanti l’economia di guerra e la guerra stessa.
Non era una scommessa facile portare migliaia di operai a Roma per una manifestazione nazionale. Non per la disponibilità alla lotta, ma per i costi mostruosi, visto che è sparita da tempo qualsiasi “facilitazione tariffaria” per le manifestazioni sindacali e politiche.
Va tenuto poi conto che il grosso della partecipazione arriva ovviamente da fabbriche in crisi o già chiuse, oppure dai lavori precari e sottopagati (a cominciare dai riders), dove anche la mobilitazione locale presenta costo importanti se misurati da tasche vuote.
Lo hanno ripetuto diversi interventi dal camion d’apertura: “se non ora per i costi saremmo stati il doppio o il triplo“. Eppure erano presenti operai italiani a tutti gli effetti, provenienti da ogni regione, di ogni origine etnica e di ogni colore di pelle. A dire, secondo un felice metafora di Giorgio Cremaschi, che “l’unica remigrazione che questa piazza può accettare è quella di certi politici che sembrano emersi di nuovo dalle fogne“.
Le disuguaglianze sociali nel nostro paese sono diventate insopportabili, accentuate da una concentrazione della ricchezza che taglia fuori proprio chi la ricchezza la produce e la distribuisce.
Le leggi approvate da questo e dagli altri governi dal 1992 in poi, hanno agito sistematicamente per abbassare i salari, aumentare i prezzi, privatizzare tutti i servizi pubblici, sostenere con ogni mezzo solo il sistema delle imprese e la rendita.
La manifestazione di Roma intende fissare un punto con la forza di un martello: adesso basta!
Reduci da uno sciopero generale appena cinque giorni fa, lavoratrici e lavoratori dell’Usb, operai e precari, braccianti e studenti, pensionati e occupanti di case, hanno palesato un blocco sociale sempre più indisponibile ad accettare i diktat di una classe dominante arrogante quanto imbelle, ingorda quanto pericolosa. Una indisponibilità che non fa sconti a nessuno, neanche al “campo largo”.
Lungo il percorso – piazza della Repubblica a San Giovanni – dal camion-palco in molti si sono alternati al microfono per spiegare le motivazioni di questo corteo. Sindacalisti e attivisti, ma anche i “reduci” dalla Flotilla che ha provato ancora una volta a forzare l’illegale blocco navale israeliano su una Gaza affamata, assediata, sottoposta al genocidio della propria popolazione palestinese.
Dario Carotenuto (parlamentare dei Cinque Stelle) e Alessandro Mantovani (giornalista de Il Fatto) hanno fatto interventi molto sentiti e applauditi, a conferma che ormai i problemi critici che scuotono il mondo sono tutti strettamente collegati.
Se aziende e lavoratori (i secondi senza alcuna tutela) soffrono l’innalzamento dei prezzi energetici, e dunque l’inflazione, ciò avviene anche per le guerre che attraversano il Medio Oriente o per l’aggressione a un “tesoro petrolifero” come il Venezuela. Problemi sociali e geopolitici, insomma, non stanno più su pianeti diversi.
Uno striscione a lato del corteo, oltre a bandiere sparse per tutto il serpentone, ricorda a tutti la solidarietà e l’allarme su Cuba minacciata di invasione dagli USA. Molte, infatti, le bandiere palestinesi e cubane nel corteo.
E’ ben visibile la trasversalità e la connessione di battaglie apparentemente diverse ma sempre più legate tra loro, spesso guidate da una indignazione generale che sta diventando più forte di qualsiasi piattaforma meramente sindacale.
Il comunicato dell’Unione Sindacale di Base.
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15.000 a Roma alla manifestazione nazionale: gli operai devono tornare protagonisti. Abbassare le armi, alzare i salari
Una piazza operaia, popolare, combattiva, che ha rimesso al centro la questione salariale, il diritto al lavoro, la difesa dell’industria, il rilancio dei servizi pubblici e il rifiuto dell’economia di guerra.
Da tutta Italia sono arrivati operai dell’industria, lavoratori della logistica, dei porti, dei trasporti, della grande distribuzione, dei servizi, della scuola, della sanità e della ricerca. Una manifestazione che ha unito vertenze, territori e settori diversi dentro un’unica rivendicazione generale: chi produce la ricchezza del Paese deve tornare a contare.
USB ha denunciato il peggioramento delle condizioni materiali di milioni di persone, richiamando i dati ISTAT pubblicati ieri: undici milioni di persone a rischio povertà, salari impoveriti, potere d’acquisto crollato e un Paese in cui sempre più persone lavorano pur restando povere.
La manifestazione ha rilanciato il Manifesto Operaio come proposta alternativa al modello economico fondato su precarietà, bassi salari, delocalizzazioni, appalti al massimo ribasso e riarmo.
“Abbassare le armi e alzare i salari” è stato uno dei messaggi centrali della giornata. USB ha ribadito che la questione salariale rappresenta oggi la principale emergenza sociale del Paese e che le risorse devono essere destinate a lavoro, welfare, sanità, scuola, casa e trasporti pubblici, non all’economia di guerra.
Forte anche il richiamo alla Palestina e alla mobilitazione contro il genocidio e il riarmo. “Per la guerra e per il genocidio dalle aziende non deve uscire nemmeno un chiodo” è stata una delle parole d’ordine che hanno attraversato il corteo.
La manifestazione ha inoltre rilanciato la necessità di ricostruire una forza collettiva del lavoro capace di unire fabbriche, porti, logistica, servizi e territori, affermando la necessità di riportare lavoratrici e lavoratori al centro delle scelte politiche, industriali ed economiche del Paese.
La manifestazione di oggi rappresenta per USB l’apertura di una nuova fase di organizzazione, conflitto e mobilitazione generale.
20/05/2026
Gli operai non sono un problema “umanitario” ma politico
Ci sono nomi di aziende abbiamo imparato a conoscere: dall’ex Ilva alla Jabil, dalla Beko alla Riello, dalla Gkn all’Electrolux e tante altre.
Tra la crisi del 2007/2008 e il 2022, il valore aggiunto reale dell’attività manifatturiera italiana è sceso dell’8,4%, un dato peggiore di quello della Francia (-4,4%) e in netto contrasto con la Germania, che registrava una crescita del +16,4% fino alla recessione che attanaglia ormai anche la “locomotiva d’Europa”. La perdita di posti di lavoro è stata significativa: dal 2008 al 2024, l’industria ha perso oltre 103.000 posti di lavoro.
Gli operai di queste fabbriche talvolta hanno avuto l’occasione di finire in qualche servizio televisivo, molto più spesso si limitano ad essere citati nelle cronache locali. Le manifestazioni operaie sotto al Ministero, in occasione dei tavoli o degli incontri istituzionali, ricevono appena due minuti di attenzione in un Tg e venti secondi di intervista.
In un format spietato, spesso gli operai finiscono a fare da tappezzeria sullo sfondo di qualche talk show, che dà mostra così della sua “sensibilità sociale”, dando voce alle doglianze di chi vede a rischio il proprio posto di lavoro con tutto quello che ne consegue.
La comunicazione politica e il dibattito pubblico ci restituiscono dunque una immagine degli operai più come questione “umanitaria” che come priorità politica e questa è una narrazione che merita ormai di essere aggredita e poi rivoltata.
Gli operai disperati, rassegnati, speranzosi che vediamo quando ci sono le crisi industriali, ci appaiono come vittime di un combinato disposto di diversi fattori.
Ci sono infatti dei nomi che non sentiamo mai ma che compaiono spesso nella salvifica funzione del “compratore” della fabbrica in crisi: Algebris, Anthilia, Mittel, Clessidra, Alpha oppure i fondi statunitensi come Flacks Group o Bedrock Industries. Arrivano, comprano, ristrutturano, smembrano e rivendono. In cambio tagliano posti di lavoro, spezzettano le produzioni, eliminano tutto quello che non è immediatamente redditizio.
I fondi di investimento non hanno una logica industriale ma finanziaria. La loro preoccupazione è restituire dividendi consistenti ai loro azionisti non salvare posti di lavoro né progettare un rilancio industriale del paese. I governi non gli hanno mai fatto mancare finanziamenti pubblici, agevolazioni fiscali e contributive, facilitazioni affinché il “compratore” trovasse vantaggioso rilevare le aziende in crisi. In molti casi però, una volta incassato il malloppo se ne sono scappati all’estero lasciando fabbriche ridotte ormai ad archeologia industriale o poco più.
E poi c’è stata un’altra parola maledetta a pesare come un incubo: “delocalizzazione”.
Dai primissimi anni Novanta, appena dissolta l’URSS e integrati i mercati asiatici, grandi e piccole aziende sono andate a produrre a migliaia di chilometri di distanza “per ridurre il costo del lavoro”, spesso chiudendo qui e aprendo altrove, nell’Europa dell’est come in Asia.
Nel caso della Romania, a metà degli anni Novanta conducemmo una inchiesta che rivelava “l’iceberg industriale”, ovvero quelle che in Italia erano poco più che piccole imprese, a Timisoara magari avevano centinaia o migliaia di dipendenti, con tanto di voli speciali dall’aeroporto di Treviso. Lo stesso dicasi per calzaturifici o aziende tessili pugliesi in Albania e nei Balcani.
E spesso il ricatto è stato quello di accettare condizioni di lavoro e di salario sempre peggiori sotto la minaccia della delocalizzazione.
Questo micidiale combinato disposto di delocalizzazioni, chiusure, ristrutturazioni sanguinose, finanziamenti pubblici e fiducia malriposta ai compratori, è alla base di quella che ormai molti definiscono come “desertificazione industriale” del paese.
Decisioni sciagurate e visioni distorte sulla “vocazione” del paese stanno infatti trasformando l’Italia in un immenso turistificio a discapito di tutto il resto.
Nell’Ottocento eravamo un paese di contadini, nel Novecento di operai e tecnici, nel XXI Secolo lo saremo di camerieri, ristoratori e balneari. Quelli che hanno un po' di testa, titoli di studio e strumenti se ne vanno all’estero. Se a questi aggiungiamo un calo demografico che neanche l’immigrazione sembra riuscire a compensare, il quadro che ne emerge è desolante.
Ma se guardiamo alla visione, alla qualità e ai parametri di ragionamento dei decisòri (governo, amministrazioni locali, istituzioni economiche) possiamo verificare come sia del tutto assente ogni consapevolezza che il lavoro e gli operai rimangono decisivi per la ricchezza di un paese. Nonostante le amare lezioni che la realtà ci ha impartito durante la pandemia di Covid-19.
Sono infatti gli operai quelli che la ricchezza la producono e che, con sempre maggior rilevanza, sono anche quelli che la fanno circolare. Eppure gliene viene riconosciuta e restituita sempre meno, anzi a farla da padrone – in tutti i sensi – è sempre più la parassitaria rendita (finanziaria e immobiliare) o il capitalismo “bollettaro” (quelli che vivono sui profitti assicurati da utenze energetiche, concessioni autostradali, servizi privatizzati).
I salari da fame in Italia, ormai certificati come tali da decenni, da quei primissimi anni Novanta in cui la concertazione governo-padroni-sindacati – la politica dei redditi la definirono – sono stati bloccati per legge in base ai diktat dell’austerity imposta dall’Unione Europea. La contrattazione di Cgil Cisl Uil non si è mai sottratta dall’accettazione di questa logica,
La folle idea che si potesse deprimere il mercato interno (salari, investimenti, consumi) per puntare tutto sulle esportazioni nel mercato mondiale, adesso è arrivata alla resa dei conti.
Il resto del mondo non è più a disposizione, al contrario anche gli altri esportano, contendono, competono, e magari lo fanno anche meglio proprio perché hanno tutelato il loro mercato interno. I salari, i consumi e gli investimenti crescono infatti nei paesi emergenti ma diminuiscono in quelli occidentali a capitalismo avanzato.
E l’Italia dentro questo cambiamento di fase storica viene stritolata dai processi reali e imbrigliata da una classe dirigente imbelle e venduta che quando non è europeista e liberista convinta è al massimo bottegaia. E questa stessa classe dirigente sta scientemente trascinando il paese sul piano inclinato della guerra e dell’economia di guerra.
Sabato 23 maggio, l’USB ha convocato a Roma quella che potremmo definire una manifestazione nazionale “dell’orgoglio operaio”, una manifestazione che intende riscattare milioni di lavoratrici e lavoratori subalterni e spesso sottopagati per ridargli protagonismo, identità e centralità politica. Questo paese glielo deve e la storia glielo riconosce.
Fonte
28/03/2026
La svolta dei quartieri popolari: “ora basta!”
Stiamo parlando del rovesciamento avvenuto tra voto nei quartieri “bene” e quelli popolari. Da quasi un trentennio, sotto la spinta di politiche liberiste gestite da forze che si dicevano di “centrosinistra” – democristiani ed ex Pci, sostanzialmente – lo spettro delle “riforme” aveva assunto i contorni macabri della perdita di diritti, prestazioni sociali, servizi, che andavano a ridurre salari immobilizzati dall’“austerità” del “ce lo chiede l’Europa”.
Non che i governi berlusconiani abbiano fatto politiche diverse – anzi! – ma la riduzione delle differenze tra “progressisti” e reazionari al solo “conflitto di interessi”, bon ton colloquiale, diritti civili a costo zero (per minoranze effettivamente discriminate), e altri temi tutto sommato “aerei”, avevano prodotto una presa sociale della destra sui settori popolari grazie ad un eloquio “populista” ben rappresentato prima dalla Lega prima, poi dai berlusconiani, per un attimo dai “grillini” e infine dai fascisti ora al governo.
Di fatto i quartieri e le fasce sociali autodefinitesi “progressiste” erano quelle benestanti, acculturate, “ceto medio riflessivo”, creando così il topos della “sinistra ztl”, comunemente chiamata “radical chic”.
Era del resto l’espressione politica di interessi di classe medio-alti, che chiedevano totale libertà d’azione e un quadro di diritti civili/culturali coerente con la medietà europea.
Ai “poveri” – a cominciare dai lavoratori – non restava che affidarsi alle vane promesse di una destra articolata e in grado di presentarsi come una possibile soluzione diversa.
Quasi quattro anni di governo Meloni, di sforzi belluini per i “conti in ordine” come da diktat di Bruxelles, e soprattutto di guerra, con il genocidio di Gaza assurto a reale orizzonte collettivo del laissez faire capitalista, ha generato prima le grandi mobilitazioni dell’autunno, poi – alla prima occasione utile – una bastonata sui denti al governo in carica.
Per universale consenso, infatti, del “merito” della riforma della giustizia non importava niente a nessuno, tranne ai diretti interessati (imprenditori, finanzieri, intermediari d’affari e politici di carriera). Ma era diventato importante far sentire un “basta” furibondo, una centralità dei bisogni di massa, che nessun partito oggi in Parlamento è in grado di rappresentare, ma è la base su cui le soggettività antagoniste attive possono e debbono fondare la ricostruzione di un sistema di organizzazione e anche di rappresentanza politica.
Senza nessuna fregola elettoralistica a breve termine, ma con la determinazione ferrea di costituire un blocco sociale per cambiare tutto. Sul serio.
La lucida notazione di un fine economista marxista come Emiliano Brancaccio, che qui vi proponiamo, è solo il prima stimolante invito ad una riflessione che va sviluppata nel vivo del corpo sociale, non solo o non principalmente a tavolino.
Buona lettura.
La vittoria referendaria presenta il conto alle opposizioni
Emiliano Brancaccio – il manifesto
È stato detto che bisogna avere caos dentro per generare una stella danzante. È un’immagine che descrive bene l’Italia di questi giorni. Il tentativo di Meloni e accoliti di assoggettare anche il potere giudiziario al governo è stato affossato dalla vittoria del NO al referendum.
Ma come si possa trarre dal magma di opposizioni alla riforma una precisa alternativa politica, resta ancora ostico da decifrare.
Dal caleidoscopio di moventi che hanno decretato la vittoria del No, di sicuro emergono due dati cristallini.
Il primo dato è che specie al centro e al nord il “sì” ha prevalso nei quartieri ricchi delle città metropolitane. In gran parte, è quel mondo di proprietari e professionisti serventi che hanno fornito l’interpretazione autentica del referendum, sintetizzata nel monito di Giorgia Meloni: «Non disturbare chi vuole fare».
Il “sì” è stato da questi inteso come l’avvio di una nuova stagione, diciamo pure di «liberismo illiberale», in cui i padroni potessero avere mani più libere anche dinanzi alla legge e ai giudici. Ebbene, il progetto di questa «ztl padronale» è uscito severamente sconfitto dal referendum.
Il secondo dato è la massa inedita di giovani, elettori ed elettrici, pervase dal timore di separarsi dalla Costituzione delle origini e dalla voglia di dare concreta attuazione alla carta. Soprattutto, sconvolti dal genocidio di Gaza e disgustati dall’ignavia compiacente del governo in carica, i giovani del NO hanno rivendicato l’urgenza di rivitalizzare i principi costituzionali. A partire dal ripudio della guerra, invocato come bussola operativa della politica estera.
Partendo da questi due dati, è lecito prevedere che dal gioioso caos della vittoria referendaria si generi la stella di una credibile alternativa politica? Verifichiamolo sul campo più infido: la politica economica, interna e internazionale.
All’interno, sono decenni che il padronato italiano pretende di tagliare anche gli ultimi lacci e lacciuoli con cui il legislatore, i giudici e i sindacati ostacolano i cosiddetti «liberi affari». Sono quegli stessi padroni che invocano, al contempo, generose manne di sussidi pubblici per le loro imprese, anche se decotte.
Ebbene, la sconfitta referendaria della «ztl padronale» potrebbe essere intesa come un’occasione per mandare in soffitta questa dominante sottocultura da capitalismo retrogrado, causa principale della storica crisi di produttività del paese.
Dopo la lunga epoca di tagli dei lacci legali e generose prebende pubbliche ai padroni, potrebbe insomma farsi largo un consenso inatteso per l’opzione opposta: ossia, taglio dei sussidi alle imprese inefficienti e intensificazione dei vincoli normativi, dal rafforzamento delle regole della transizione ecologica, all’aumento dei controlli di legalità nelle aziende, al rilancio dei salari a mezzo di una rinnovata scala mobile e minimi retributivi di livello europeo, capaci finalmente di mordere gli imprenditori italiani e costringerli a innovare.
In fin dei conti, simili misure non farebbero altro che rievocare i sacrosanti «costi del progresso», sociale e civile, che attraversano lettera e spirito della costituzione repubblicana. Se interpretata in questi termini materialisti, la sconfitta referendaria della «ztl padronale» potrebbe diventare un’opportunità per forzare l’imbolsito capitalismo italiano a intraprendere una via di concreta modernizzazione.
Beninteso, l’operazione al momento è lunare. Anche tra le forze d’opposizione, l’ideologia del più retrivo capitalismo ha fatto proseliti. Soprattutto i populisti hanno gareggiato con le destre a blandire gli imprenditori inefficienti, con tagli ai lacci normativi e prebende pubbliche. Se si vuol cogliere l’occasione, bisogna invertire la tendenza.
Resta il versante internazionale, su cui si gioca la partita più dura, sulle condizioni economiche della guerra o della pace. I massacri avvenuti in questi anni, dall’Ucraina al Tigray, dalla Siria al Sudan, dalla Palestina all’Iran, sono tutti riflessi, diretti o indiretti, della crisi egemonica dell’impero americano, afflitto dal declino di competitività e dal debito verso l’estero. Questa crisi durerà a lungo, tra fasi di quiete apparente e nuovi sussulti, che rischieranno ogni volta di gettare il mondo nel fuoco.
In questo esondare di conflitti economico-militari, l’Italia ha scelto finora un indirizzo politico subalterno agli interessi del vecchio impero. Una linea che contrasta con la vocazione del paese quale crocevia di relazioni commerciali con l’intero globo. E che asseconda le pulsioni dei più feroci guerrafondai sullo scacchiere internazionale.
Si potrebbe cambiare rotta, ancora una volta nella lettera e nello spirito di pace che pervade la Costituzione. Ma anche su questo versante la strada è impervia. Nell’opposizione, specie tra le file dei democratici, restano infrattate certe smanie imperialiste verso il grande riarmo. Anche qui ci sarebbe da fare autocritica. Separare il proprio destino da quello dei pifferai della guerra capitalista sarebbe almeno un inizio.
Fonte
25/03/2026
Il Lavoro Operaio al centro per costruire un nuovo modello di sviluppo economico e sociale
Mentre si costruiva una narrazione fatta di stabilità, crescita e centralità dell’impresa, la realtà materiale ha seguito una traiettoria diversa: un vero e proprio crollo industriale, crisi aziendali diffuse, aumento della precarietà e compressione salariale.
Questo è il risultato di quasi tre anni di politiche che hanno accettato – e in alcuni casi accelerato – un modello di sviluppo fondato sulla competizione al ribasso, sulla frammentazione produttiva e sulla subordinazione delle scelte industriali alle logiche finanziarie e geopolitiche.
Questa linea si inserisce dentro un contesto globale segnato da un’escalation che investe direttamente anche la nostra economia. Il posizionamento internazionale del governo italiano si è progressivamente allineato a quello di Donald Trump e, più in generale, a un blocco politico che interpreta la competizione globale sempre più in chiave militare.
La conseguenza è una deformazione profonda del dna delle politiche industriali: sempre più risorse vengono indirizzate verso la produzione militare e il riarmo, mentre settori strategici civili vengono lasciati senza una visione e senza investimenti adeguati. Si tratta di una scelta che ridefinisce le priorità produttive del Paese e che sposta l’asse dello sviluppo verso un’economia di guerra.
Dentro questo quadro, ciò che sta avvenendo sul piano internazionale assume una gravità estrema. Le operazioni militari condotte da Israele continuano a colpire la popolazione palestinese, estendendosi anche ad altri fronti come il Libano e l’Iran, in un’escalation che rischia di destabilizzare ulteriormente l’intera area. Il governo italiano mantiene un posizionamento che, nei fatti, legittima questa dinamica, anche attraverso relazioni economiche e commerciali che coinvolgono il settore della difesa.
Il legame tra politica industriale e scenario internazionale è diretto. La riconversione verso il riarmo avviene mentre nel Paese si moltiplicano crisi industriali, chiusure e ristrutturazioni. Le risorse pubbliche vengono orientate senza una strategia complessiva di sviluppo civile, mentre il lavoro continua a essere sacrificato.
E ovviamente c'è la questione salariale. Negli ultimi anni si è consolidato un modello in cui la competitività viene costruita comprimendo il costo del lavoro. Pessimi contratti, salari fermi o in perdita reale rispetto all’inflazione, diffusione del part-time involontario, utilizzo strutturale della precarietà. La redistribuzione della ricchezza prodotta si è progressivamente ridotta, ampliando le disuguaglianze e indebolendo la domanda interna.
Il risultato è un sistema che produce ricchezza ma la concentra sempre di più, scaricando sul lavoro il peso delle trasformazioni. Una dinamica che si riflette in tutte le vertenze aperte: dalle grandi crisi industriali alle condizioni nei magazzini della logistica, fino ai servizi.
In parallelo, si rafforza una tendenza che riguarda direttamente i diritti: l’intervento del governo sulla legge Legge 146/1990, estesa anche al settore della logistica, rappresenta un passaggio grave. La restrizione del diritto di sciopero colpisce uno degli strumenti fondamentali di tutela collettiva, proprio nei settori dove il conflitto ha prodotto negli ultimi anni avanzamenti concreti.
Questo intervento si colloca dentro una torsione più ampia, che investe i rapporti tra poteri e la stessa qualità democratica del Paese. Il segnale arrivato dal referendum va letto anche in questa chiave: una risposta a un’impostazione che tende a comprimere gli spazi di partecipazione e di conflitto sociale.
Dentro questo scenario emerge con chiarezza un elemento centrale: la ricchezza continua a essere prodotta nei luoghi di lavoro. Nelle fabbriche, nei magazzini, nei porti, nelle piattaforme logistiche, nei servizi. Nel lavoro vivo.
Senza il lavoro operaio, questo Paese si ferma.
Si tratta di un dato strutturale. La produzione industriale, l’innovazione tecnologica e la transizione energetica passano dalle competenze, dalla capacità e dall’intelligenza di chi lavora. Eppure, proprio questo lavoro continua a essere trattato come variabile dipendente.
La contraddizione è evidente: il lavoro resta centrale nella produzione della ricchezza, ma marginale nelle decisioni su come quella ricchezza viene organizzata, distribuita e orientata. Da questa asimmetria nasce il vicolo cieco attuale: deindustrializzazione strisciante, impoverimento sociale, polarizzazione dei redditi e una riconversione dell’economia sempre più piegata alle esigenze della competizione internazionale e della corsa al riarmo.
Da qui prende forma il senso dell’Assemblea Nazionale Operaia. Uno spazio di organizzazione e indirizzo che punta a rimettere il lavoro al centro delle scelte economiche e sociali.
Se il lavoro è la fonte della ricchezza, deve diventare anche il soggetto che orienta il cambiamento.
Questo implica un ribaltamento dell’impostazione dominante: politiche industriali guidate dall’interesse collettivo, risorse pubbliche vincolate a obiettivi occupazionali, ambientali e sociali, presidio e coordinamento delle filiere strategiche, gestione delle crisi aziendali come nodi di politica industriale.
Il punto centrale resta la costruzione di una soggettività operaia organizzata, capace di incidere nei processi decisionali. La questione riguarda i rapporti di forza: chi decide cosa produrre, come produrre e per chi.
“Noi indispensabili” definisce esattamente questo: il ruolo materiale del lavoro nella società. Da qui si apre la possibilità di costruire un modello di sviluppo diverso, in cui il lavoro diventa il punto di partenza per ridefinire l’economia.
Il passaggio politico attuale richiede una scelta netta: proseguire lungo una traiettoria fatta di precarietà, compressione salariale e subordinazione alle logiche di guerra, oppure aprire una fase nuova in cui il lavoro torna a essere il perno delle scelte.
L’Assemblea Nazionale Operaia si colloca dentro questa prospettiva, con l’obiettivo di trasformare una consapevolezza diffusa in una forza organizzata capace di incidere concretamente.
Unione Sindacale di Base
Fonte
28/01/2026
La classe operaia va in paradiso, la vita politica e il tragitto intellettuale di Vincenzo Guagliardo
Ho conosciuto Vincenzo Guagliardo all’interno del reparto semilibertà di Rebibbia nel giugno del 2008. Vincenzo e gli altri arrivarono la sera, rientrando in carcere da quella porzione di libertà controllata che ritmava le giornate del semilibero. Eravamo sei detenuti politici, tutti provenienti da quella che era stata la traiettoria delle Brigate rosse romane con le loro divisioni. Vincenzo erano l’unico che veniva dalle colonne operaie del Nord. Con noi c’era anche un detenuto di destra, malandato: deambulava a fatica per i postumi di una ischemia cerebrale. In quello stato avrebbe dovuto esser fuori da tempo. Lo avevano arrestato trentuno anni prima, quando io ero solo un quindicenne. Anche se in pessime condizioni lo riconobbi subito perché, molte vite prima, nel 1989, eravamo rinchiusi nella stessa sezione speciale G12 di Rebibbia. Allora era grasso e con fatica riusciva ad entrare in cella, ricordo che per farlo doveva girarsi di lato. Era un gourmand, parlava sempre di piatti da cucinare, lo faceva a voce alta, alternando grasse risate, con un altro detenuto di destra come lui. Convivevamo nella stesso reparto ma separati dai divieti di incontro.
Una mattina la direttrice della semilibertà convocò cinque di noi e il detenuto di destra. Io fui risparmiato, forse perché appena arrivato. Con toni affabili e gradevoli, come se nulla fosse rimproverò quel gruppo di pluriergastolani schierati davanti a lei, i più con una ultratrentennale permanenza nelle carceri, come fossero dei semplici scolaretti perché le loro celle erano troppo sporche: prima di uscire o al rientro avrebbero dovuto occuparsi della loro pulizia. Per tirarsi fuori dall’imbarazzante situazione uno di loro improvvisò una battuta geniale di cui ridemmo per giorni: «vede dottoressa, lei ha ragione, ma deve capire che noi abbiamo la coscienza sporca».
Ricordo questo episodio perché rende la situazione di quel periodo e i tanti racconti del carcere che Vincenzo faceva, le mille situazioni, le impensabili convivenze, le mediazioni, le lotte e gli scontri ma sempre con una deontologia di fondo: la condizione comune di oppressione che imponeva di mettere da parte la differenze, la difesa del popolo rinchiuso, il rispetto di chi non rompeva il patto di solidarietà, quelli che nel gergo carcerario sono i «bravi ragazzi».
Con Vincenzo ci fu subito empatia, condivisione di pensiero, letture, concetti. La comune padronanza del francese e di autori che scrivevano in quella lingua ci avvicinò molto come la battaglia contro la cultura dell’emergenza, il populismo giustizialista, le legislazioni premiali, le derive vittimarie, l’abolizionismo penale, temi che aveva approfondito con ricchezza di pensiero nei suoi studi carcerari.
Una vita da migrante
Era nato nel 1948 a Bou Akour, nel nord della Tunisia, da una famiglia italiana emigrata dalla Sicilia alla fine dell’800, in quello che all’epoca era un protettorato francese. Il padre Salvatore era nato sul posto, la mamma veniva dall’isola. Il padre, fabbro-ferraio, costruiva mulini, ma una volta raggiunta l’indipendenza nazionale con Bourguiba, commercianti e proprietari agricoli stranieri iniziarono a lasciare il Paese, costringendo anche la famiglia Guagliardo, con molto meno lavoro, a partire.
L’arrivo nel campo profughi di Fuorigrotta
Era il 1962, arrivati a Napoli i Guagliardo furono rinchiusi in quarantena nel campo profughi di Fuorigrotta. Dopo un mese salirono sul primo treno per il nord, destinazione Torino. Mentre Salvatore trovò subito lavoro in Fiat, per Vincenzo e il fratellino non fu facile dimenticare il sole, le palme, i tramonti e i giochi di strada della Tunisia, dove avevano convissuto senza differenze con mussulmani, cristiani ed ebrei. Sconcertante fu per loro la scoperta del razzismo verso i meridionali.
La Fgci e i Quaderni rossi
Attraverso la lettura dei quotidiani, delle riviste politiche e dei volantini, Vincenzo apprese l’italiano e iniziò la sua formazione politica. Nel 1964 si iscrisse alla Federazione giovanile comunista ma fu subito attratto dai fondatori dei marxismo operaista che individuavano nella rivolta operaia di Piazza Statuto, del luglio 1962, l’emergere di una nuova componente sociale meno malleabile e potenzialmente rivoluzionaria. Tumulti condannati invece dal Pci perché portatori di una carica eccessivamente antisistema, autonoma e non governabile dal partito. Per queste ragioni iniziò a frequentare la redazione dei Quaderni rossi dove conobbe Vittorio Rieser. Redarguito dai dirigenti del partito per questi contatti, sentendosi per giunta spiato nei suoi movimenti, abbandonò la Fgci per collaborare con l’archivio della rivista fondata da Panzieri e col giornale La voce operaia, che diffondeva anche fuori dalle officine. Un foglio che raccoglieva le denunce dei lavoratori della Fiat contro i ritmi di lavoro e il dispotismo di fabbrica.
Nella lista nera dei sovversivi
Dopo aver lavorato in alcuni cantieri edìli, entrò in prova alla Fiat ma non fu assunto (nonostante avesse mantenuto un profilo anonimo). La più grande azienda automobilistica italiana aveva messo a punto da tempo, con la complicità della questura e di personale di polizia e carabinieri, un efficiente sistema di spionaggio delle maestranze, con schedature di massa delle opinioni politiche, dei comportamenti e orientamenti sessuali e religiosi. Un sistema di controllo politico e dispotico dell’ambiente di lavoro che venne alla luce quasi casualmente nell’agosto 1971, grazie ad una improvvisa perquisizione fatta dal pretore Raffaele Guariniello che portò alla scoperta di 350 mila schede.
L’assemblea studenti-operai di Torino
Vincenzo dovette rassegnarsi a trovare lavori come fresatore in piccole fabbrichette dell’indotto da dove, per altro, venne licenziato per attività sindacale. Nel frattempo, siamo nel 1969, partecipa all’assemblea studenti-operai nella quale si tentava di saldare le diverse esperienze di lotta provenienti dalla contestazione del Sessantotto con le preesistenti mobilitazioni operaie.
L’assemblea stampava un volantino dal titolo Lotta continua, che raccoglieva le effervescenze politiche, culturali e di lotta del periodo ma l’arrivo di una componente studentesca pisana, guidata da Sofri, mutò gli equilibri all’interno del gruppo. «Noi operai – raccontava Vincenzo – ad una certa ora dovevamo andare a dormire perché avevamo il turno di lavoro la mattina presto, così gli altri prendevano il sopravvento e noi il giorno dopo ci trovavamo davanti a decisioni e linee politiche che non avevamo condiviso». Vincenzo non sentiva il bisogno di questi «intellettuali organici»: la classe operaia poteva pensare da sola, per questo abbandona l’assemblea dal cui foglio prenderà nome un importante movimento politico.
Piazza Fontana, la scelta delle armi e le lotte alla Magneti Marelli
C’è un forte orgoglio operaio nel tragitto politico-intellettuale di Vincenzo Guagliardo che segna la formazione di settori di ceto operaio indipendenti dalle organizzazioni storiche e che daranno vita alle esperienze dei gruppi rivoluzionari armati nelle maggiori fabbriche del Nord. La strage di piazza Fontana fu per Vincenzo, come per molti altri della sua generazione, il detonatore di una presa di coscienza sui livelli dello scontro ai quali bisognava adeguarsi per non soccombere. Una svolta politica ed esistenziale che lo spinsero a cercare le Brigate rosse e avviare i primi contatti che permisero, nel 1972, di mettere le basi della colonna torinese. Vincenzo partecipò al radicamento di questo primo nucleo finché nel 1974 si trasferì a Milano, dove sperava di trovare una maggiore agibilità politica e lavorativa, a Torino ormai impossibile. Entrò alla Magneti Marelli dove sarà uno dei quadri operai di fabbrica protagonisti di una delle più importanti stagioni di lotta: durante un corteo interno scoprì l’archivio con le schedature segrete delle maestranze. Una parte finirà nelle mani delle Br mentre il resto verrà bruciato sul piazzale della fabbrica. Nel 1976, dopo l’evasione di Curcio e la ristrutturazione della colonna milanese, per Vincenzo arrivò il momento del passaggio alla clandestinità, ma per una beffa della storia venne arrestato proprio quel giorno insieme ad Angelo Basone, operaio del reparto presse di Mirafiori con la tessera del Pci in tasca.
Nel processo al nucleo storico
Nonostante fosse stato arrestato con l’accusa di appartenere alla colonna milanese finì per essere giudicato a Torino, nel processo al cosiddetto «nucleo storico». Si trattò di un golpe giudiziario organizzato dal generale Dalla Chiesa con l’appoggio del procuratore generale torinese, Carlo Reviglio Della Veneria, che espropriò l’indagine sul reato associativo alla competenza territoriale della città dove avevano avuto origine le Brigate rosse, ovvero Milano, per migrarla nella capoluogo sabaudo e destituirla dalla mani del giudice istruttore Ciro De Vincenzo, restio di fronte alle pressioni di Dalla Chiesa. Nel corso delle udienze Guagliardo ebbe un certo peso nella redazione del comunicato numero 13 del 4 aprile 1978. Nel testo il collettivo dei prigionieri era sembrato voler avviare una riflessione sugli aspetti più controversi della strategia del “processo guerriglia” e del “processo del popolo”: «Processi e carceri del popolo – scrivevano – sono per i comunisti espressioni improprie che vengono prese dal vostro vocabolario, solo per arrivare a dimostrare l’abisso che nei princìpi separa il proletariato dalla borghesia nella sua pratica di lotta. Il processo, per noi, non è un “atto di giustizia”, ma di lotta tra gli interessi antagonistici del proletariato e della borghesia, il momento in cui questa lotta assume la forma del confronto più generale davanti al popolo». Parole che mostravano di percepire il rischio di una incombente omologia con gli strumenti e le terminologie di uno Stato («prigione», «tribunale», «sentenza», «condanna a morte») che aborrivano e combattevano. Una riflessione di cui si perse traccia in seguito ma che fu centrale nella successiva riflessione teorica di Guagliardo (Cfr. Di sconfitta in sconfitta, Colibrì 2012).
La colonna genovese, veneta e l’arresto del dicembre 1980
Scarcerato per scadenza dei termini di custodia cautelare, Guagliardo evade dal controllo obbligato e viene inviato a Genova per rafforzare gli effettivi della colonna locale. Qui è coinvolto nell’attentato al sindacalista del Pci, Guido Rossa, che aveva denunciato un suo collega operaio all’Italsider di Cornigliano, Francesco Berardi, perché distribuiva opuscoli brigatisti. Lasciata Genova, con Nadia Ponti, esponente storica della colonna torinese, con cui si unirà in un legame affettivo mai dissolto e sul quale scriverà un libro (Il Me TE imprigionato, storia di un amore carcerato), ricostruirà la colonna veneta dalle ceneri della sua prima esperienza devastata dalle delazioni del confidente del Sid, Leonio Bozzato, un operaio che lavorava a Porto Marghera. In questa fase prese parte alla burrascosa Direzione strategica del settembre 1980 a Tor San Lorenzo, nella quale gli esponenti della colonna milanese Walter Alasia si separarono dalla organizzazione. Guagliardo fu l’estensore del capitolo sulle fabbriche che raccoglieva le critiche politiche dei milanesi, i quali nonostante le loro istanze fossero state accolte ruppero comunque col resto delle colonne. Vincenzo Guagliardo e Nadia Ponti torneranno a Torino nel dicembre 1980 per rimettere in piedi la colonna distrutta dalle dichiarazioni del pentito Patrizio Peci, ma ad attenderli all’appuntamento esca con un operaio-spia troveranno l’antiterrorismo. Nel febbraio del 1983, insieme a Nadia Ponti dichiarò conclusa la sua militanza all’interno delle Brigate rosse.
Anni di riflessione e scrittura
Iniziarono in carcere lunghi anni di ricerca e studio, Michael Foucault, René Girard, gli abolizionisti, approfondendo la critica delle istituzioni totali, del vittimismo, l’ossessione identitaria, il paradigma del capro espiatorio con il suo corollario di pentimenti e dissociazioni, la filosofia penale, il razzismo istituzionale incarnato dalle ripetute legislazioni antimmigrati, una nuova forma di capitalismo distruttivo che percepisce le forze produttive non più come un’occasione di sfruttamento ma come un esubero, sono alcune delle piste che accompagnano la sua riflessione a partire dal nodo della sconfitta della lotta armata, letta come un’opportunità, non un fatto negativo che inibisce ogni possibilità bensì «una caratteristica necessaria del mutamento per chi non sia soddisfatto dell’esistente».
Trascrivere i libri su dispositivi per i ciechi divenne anche il suo lavoro e quello di Nadia molti anni dopo, quando ottennero il lavoro esterno. Quasi quattromila volumi trasposti per l’Istituto per ciechi di Bologna. Se i non vendenti italiani oggi possono leggere i grandi classici della letteratura, saggi di storia, politica, scienza, libri di teatro, lo devono a Vincenzo Guagliardo e Nadia Ponti.
Il 26 aprile 2011, dopo 33 anni trascorsi in carcere ottenne insieme a Nadia la libertà condizionale, anche qui dopo aver combattuto una strenua lotta contro la logica premiale che presiedeva la richiesta degli uffici di sorveglianza di redigere, come requisito per l’accesso alla liberazione condizionale, delle lettere di perdono indirizzate ai familiari delle vittime. Un atteggiamento dettato dal rifiuto di qualsiasi ricompensa e perché il faccia a faccia non apparisse «merce strumentale a interessi individuali, simulazione e perciò ulteriore offesa».
Un pensiero scomodo quello di Vincenzo Guagliardo, a volte spiazzante, pieno di interrogativi presente in libri come Dei dolori e delle pene, saggio abolizionista sulla obiezione di coscienza, Resistenza e suicidio, Il vecchio che non muore, Di sconfitta in sconfitta (usciti per le edizioni Colibrì o Sensibili alle foglie).
Buon viaggio Vincenzo, sei stato un maestro.
Fonte
14/12/2025
Industria nomade – La rivincita di Cipputi
Possiamo dire che l’Usb ha colto la contraddizione di una riemergente centralità degli operai in questo paese ma anche in Europa, ossia nei paesi a capitalismo avanzato alle prese con una serissima crisi di sistema – già leggibile in quasi tre anni di recessione continua – dove la classe operaia, dopo aver subito colpi pesantissimi, sta confermando una funzione decisiva sia sul piano della struttura produttiva che sul piano politico.
Non ci sono più solo le fabbriche della produzione estesasi e incagliata nelle filiere mondiali, ma anche le strutture impegnate nella circolazione delle merci, quella logistica che è venuta crescendo vertiginosamente (con 1,4 milioni di lavoratori), che è diventata fondamentale nella catena del valore ma che ha un forte potere contrattuale per la sua centralità nel bloccare i flussi strategici del capitale.
C’è da fare i conti con i progetti di conversione sul piano militare o del dual use delle produzioni civili nell’ambito di quella economia di guerra che le classi dominanti vedono come exit strategy dalla crisi industriale, alimentando però una tendenza alla guerra che sta mettendo l’umanità su un pericolosissimo piano inclinato.
C’è poi la ormai insopportabile situazione dei bassi salari in un contesto che ha visto invece crescere i profitti e aumentare le disuguaglianze sociali, oppure la desolante lista dei circa 120 tavoli sulle crisi industriali al Ministero dell’Industria.
Infine ci sono gli operai che sono tornati protagonisti anche dell’agenda politica. Non è un caso che l’appello al Blocchiamo tutto a sostegno del popolo palestinese, che ha attraversato come uno tsunami mobilitante tutto il paese, sia partito dai portuali di Genova, così come le recenti immagini delle manifestazioni operaie sempre a Genova, hanno ridato la dovuta visibilità ad un soggetto sociale che in molti volevano relegato per sempre in condizione subalterna e rassegnata.
Il convegno, aperto dalla introduzione di Sasha Colautti (Usb), ha visto contributi analitici di qualità con le relazioni di Luciano Vasapollo, Franco Russo, Giorgio Cremaschi, Vladimiro Giacchè, Roberto Montanari, Mauro Casadio e con gli interventi dei rappresentanti di fabbrica di ex-Ilva, St Microelectronics, Piaggio, Jabil, Stellantis. Ed anche il contributo degli studenti che hanno riaffermato il valore di questa alleanza sociale “figlia della stessa rabbia”.
Le conclusioni sono state tirate da Pierpaolo Leonardi che ha evocato l’ambizione dell’Usb ad una iniziativa di dimensione europea sullo stesso tema trattato dal convegno, ad una manifestazione operaia nei prossimi mesi ma anche il progetto di una nuova “inchiesta di classe” tra lavoratrici e lavoratori che aggiorni quella realizzata venticinque anni fa, i cui risultati sono stati riassunti nella pubblicazione “La coscienza di Cipputi”.
Qui sotto il video con tutti gli interventi. Seguitelo con attenzione, ne vale la pena.
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05/12/2025
Riemerge la “questione operaia”. Il 13 dicembre se ne discute a Roma
Il convegno organizzato dall’USB nasce dalla necessità di leggere una fase in cui la ristrutturazione dell’industria europea sta cambiando in profondità la condizione della classe operaia.
L’accorciamento delle filiere, la crisi della globalizzazione, la competizione tra poli imperiali, la transizione energetica e digitale, insieme alla spinta al riarmo, stanno ridefinendo il ruolo produttivo dell’Italia dentro l’Europa e stanno trascinando con sé licenziamenti, precarietà, desertificazione industriale e un impoverimento sistematico del lavoro.
USB arriva a questo confronto dopo anni di crescita concreta nei settori operai, frutto di un’analisi che ci ha permesso di intervenire dove oggi si produce valore e sfruttamento, dalla logistica alle grandi fabbriche in crisi.
La classe operaia non scompare: cambia forma, si frammenta, si divide tra segmenti più garantiti e un’area sempre più ampia di lavoro precario, cassa integrazione e somministrazione, mentre l’automazione e l’intelligenza artificiale svuotano le mansioni e indeboliscono i rapporti di forza.
Il convegno vuole fornire strumenti per comprendere queste trasformazioni e orientare il conflitto: individuare i settori strategici su cui intervenire, leggere i tempi della ristrutturazione, capire come costruire una presenza sindacale forte dentro processi che il governo affronta solo con ricette vecchie, fatte di privatizzazioni, flessibilità e riarmo.
Intervento pubblico, investimenti nelle filiere strategiche, tutela dei salari, riduzione dell’orario lavorativo, strumenti universali come il salario di transizione, una politica industriale ecologica e sociale. “Industria Nomade” è il luogo in cui USB prepara questo salto: dalla lettura della crisi alla costruzione dell’iniziativa, dal frammento della vertenza alla visione generale necessaria per dare voce e forza alla classe operaia di oggi.
Il convegno si terrà sabato 13 dicembre a Roma presso l’Hotel Massimo D’Azeglio (via Cavour 18) con inizio dei lavori alle ore 10.00
RELAZIONI:
L. Vasapollo – L’industria nomade – No made in Italy
F. Russo – UE Riarmo e industria – Disegni di potenza globale
G. Cremaschi – La soggettività operaia nella ristrutturazione capitalista
V. Giacchè – Verso la seconda grande trasformazione: Stato e pianificazione nel XXI secolo
R. Montanari – La fabbrica logistica: architettura nuova, sfruttamento antico
M. Casadio – Non è un caso se riparliamo di Cipputi
Sono previsti interventi e contributi dei delegati e delegate dalle fabbriche e dai luoghi di lavoro
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22/11/2025
Inps: gli operai, sottopagati, rimangono la spina dorsale del paese
Basta tener presente che a gennaio 2025 l’Istat calcolava poco più di 24 milioni di lavoratori per comprendere come questi numeri possano dare una fotografia piuttosto nitida delle condizioni dei lavoratori in Italia. Ma è importante soprattutto non fermarsi ai dati aggregati: essi nascondono delle profonde disuguaglianze e una verità che per anni e anni le classi dirigenti hanno provato a nascondere.
Sul gradino più basso degli stipendiati italiani si trovano gli apprendisti. Guadagno in media circa 14.610 euro ogni anno, cifre che non sono di certo sufficienti a una vita dignitosa. E difatti, nonostante questa sia una di quelle formule contrattuali pensate per l’ingresso nel mondo del lavoro, il numero degli apprendisti è diminuito del 2,4% nel 2024 (649.396 unità). È chiaro che sia usato più per le scarse tutele e sicurezze che offre, che per formare davvero un nuovo lavoratore.
Ci sono poi gli operai, che non guadagnano molto di più degli apprendisti: hanno una retribuzione media di 18.227 euro annui. Ma la cosa davvero interessante è il loro numero. Gli operai sono il 56% del totale dei lavoratori dipendenti del settore privato (9.850.462 unità). Con un rapido calcolo risulta che quasi il 45% della forza lavoro italiana è costituita da operai che lavorano per il privato.
A loro va aggiunto l’altro grande gruppo dei dipendenti, ovvero gli impiegati: essi sono 6.490.467 lavoratori, il 37% del totale. Con gli operai rappresentano il 93% dei settori analizzati dall’Inps. La loro retribuzione media è nettamente più alta di quella degli operai (27.797 euro all’anno), ma parliamo comunque di cifre che sono il minimo indispensabile per avere una certa stabilità economica e poter affrontare con serenità il futuro.
Infine, ci sono quadri e dirigenti. I primi sono poco più di mezzo milione e toccano i 72.279 euro annui, ovvero più di due volte e mezzo lo stipendio di un impiegato. I dirigenti, infine, sono 141.718, meno dell’1% del totale, e la loro retribuzione media raggiunge i 163.643 euro all’anno, e dunque ben due volte in più dei quadri.
Ma andiamo a vedere i paragoni che contano davvero. Un dirigente guadagna, in un anno, quasi quanto sei impiegati, o nove operai o più di undici apprendisti. È evidente che se non si prendono i numeri semplicemente come fotografie di un dato momento, ma come risultato di un processo, allora quelli presentati oggi esprimono una forte e irriducibile polarizzazione della società, espressione di interessi contrastanti e in cui una parte si appropria in maniera ingiusta della maggior parte della ricchezza prodotta socialmente.
È l’Inps a rappresentare in maniera chiara la “questione operaia”. Che non è solo la massa numerica degli “operai” – chiaramente diversi dagli operai di mezzo secolo fa, ma anche, e soprattutto forse, il peso sociale ed economico che ha il lavoro dipendente privato come spina dorsale della forza lavoro del Belpaese. E specialmente, il peso che hanno alcuni comparti di questo lavoro dipendente, in virtù dei meccanismi odierni di produzione e circolazione di beni e servizi.
E dunque, è anche la questione del peso politico che gli operai possono acquisire se si organizzano e lottano con chiara consapevolezza dei propri interessi, senza affidarsi a concertazioni e ad organismi corporativi. Innanzitutto, potrebbero imporre una diversa distribuzione della ricchezza prima accennata, a partire dall’introduzione del salario minimo.
La recente proposta dell’Unione Sindacale di Base, nella piattaforma dello sciopero generale del 28 novembre, parla di 2 mila euro al mese per ogni lavoratore. Sembra assurdo in un paese abituato a stipendi e pensioni da centinaia di euro, ma parliamo di un ammontare annuo che si attesta sullo stesso livello della retribuzione media degli impiegati. Come detto, il minimo indispensabile per una vita dignitosa.
Le ragioni dello sciopero, così come di altre proteste come quella in atto in questi giorni da parte dei lavoratori dell’ex Ilva, si rafforzano a guardare l’analisi dell’Inps, ed è giusto rafforzarle ulteriormente in piazza.
Fonte
14/09/2025
Cile - A 52 anni dal Golpe del 1973: l’attualità del potere operaio dei Cordoni
Oggi, mentre la memoria ufficiale si concentra sulla figura di Salvador Allende e su un quadro istituzionale incapace di contenere il colpo di stato, è necessario ristabilire quella che rimane la più grande costruzione politica della classe operaia cilena: i Cordoni Industriali.
Cordoni Industriali: il potere operaio interrotto
I Cordoni Industriali nacquero nell’ottobre del 1972, in risposta allo sciopero padronale che mirava a tagliare i rifornimenti delle merci al popolo e a forzare la caduta del governo. Laddove la borghesia paralizzava, i lavoratori mettevano in moto la produzione, i trasporti e la distribuzione. In meno di un anno furono istituiti 31 Cordoni, otto dei quali a Santiago, che unirono migliaia di aziende e decine di migliaia di lavoratori.
Non erano semplici organismi di coordinamento sindacale: erano organismi territoriali a doppio potere, paragonabili ai Soviet della Russia del 1917. In essi, i lavoratori non solo difendevano il proprio posto di lavoro, ma si organizzavano anche per dominare la città, risolvere i problemi di approvvigionamento, coordinarsi con residenti e contadini e proporre l’autodifesa armata.
Come dichiararono i lavoratori del Cordone di Vicuña Mackenna nel luglio 1973: “Stiamo lottando per la conquista del potere”.
Riforma contro Rivoluzione
Di fronte a questa forma embrionale di potere operaio, il riformismo della Unidad Popular divenne un ostacolo. Il Partito Comunista accusò i Cordones di essere “parallelisti”. Allende portò avanti la Legge sul Controllo delle Armi per disarmarli e promosse la restituzione delle aziende sequestrate ai rispettivi proprietari. La fiducia nelle istituzioni borghesi – nei tribunali, nel Congresso e nelle Forze Armate – fu la diga che contenne e alla fine disarmò il movimento operaio.
La stessa Lettera del Coordinamento dei Cordoni Industriali, consegnata ad Allende il 5 settembre 1973, ammoniva chiaramente: “Ciò che è mancato è stata la determinazione rivoluzionaria, ciò che è mancato è stata la fiducia nelle masse, ciò che è mancato è stata un’avanguardia determinata ed egemonica”.
Il compito politico odierno
Commemorare il 52° anniversario del colpo di stato non può essere un atto vuoto né una processione di accuse astratte. La migliore commemorazione che possiamo rendere a quella generazione che ha lottato per il socialismo è rivendicare l’esperienza di autorganizzazione operaia dei Cordoni come parte viva del programma dei lavoratori di oggi.
Il Cile attuale sta attraversando una feroce offensiva padronale, comandata dallo stesso regime politico, che scatena inflazione, precarietà e repressione sulla classe operaia e sul popolo povero. Di fronte a ciò, la campagna elettorale che sta attualmente inondando il paese non è altro che una spregevole mascherata, uno spettacolo che cerca di distogliere l’attenzione dal vero compito storico.
Quel compito è lo stesso che i Cordoni hanno lasciato incompiuto: unirsi, organizzarsi e andare alla lotta. Non per riformare il capitalismo, ma per sconfiggerlo. Non per amministrare il regime, ma per costruire il nostro potere di classe che aprirà la strada alla rivoluzione socialista.
Una lezione viva
I Cordoni Industriali non furono sconfitti per mancanza di eroismo, ma per l’assenza di una leadership rivoluzionaria che li centralizzasse e li guidasse verso la presa del potere. Questa è la lezione che dobbiamo fare nostra oggi.
Rivendicare i Cordoni Industriali non è nostalgia: è un programma. Significa innalzare la bandiera della dittatura del proletariato, cioè della democrazia diretta degli sfruttati contro gli sfruttatori.
A 52 anni dal golpe, il nostro omaggio all’avanguardia operaia dei Cordoni Industriali è quello di lottare per ciò che hanno iniziato: la rivoluzione socialista.
Onore e gloria ai Cordoni Industriali!
Uniamoci, organizziamoci e combattiamo!
Socialismo o barbarie!
Fonte
02/05/2025
Dove vanno i voti della classe lavoratrice? Analisi flussi elettorali 2008-2022
Pubblichiamo, dopo averli assemblati, i materiali di analisi a nostra disposizione dedicati allo spostamento a destra della classe operaia italiana e dei bassi percettori di reditto durante le elezioni parlamentari che sono intercorse tra il 2008 e il 2022. In questa ricerca abbiamo fornito anche una definizione di classe operaia, coloro che sono inquadrabili nell’industria manifatturiera, e di bassi percettori di reddito, coloro che sono assimilabili per condizioni di vita alla classe operaia di oggi ma che non lavorano nell’industria. In entrambi di casi, per i 15 anni presi in considerazione nella nostra ricerca, vi è una marcata prevalenza per la scelta di voto a destra. In questo senso la classe operaia in senso stretto ha scelto come primo partito il Pdl di Berlusconi nel 2008 come ha scelto FdI di Giorgia Meloni nel 2022. Solo nel 2013 il PD è riuscito a conquistare il posto di primo partito tra la classe operaia ma, da allora, come vedremo, i competitori per l’egemonia sulla working class sono altri. Un’altra tendenza chiara dei quindici anni presi in esame è che alla stabilizzazione, a destra, del voto operaio e dei bassi percettori di reddito corriponde una crescita mai vista, in Italia, dell’astensionismo. Oltre 17 punti di percentuale di astensionismo in più in quindici anni accompagnano la stabilizzazione, a destra, dell’elettorato dei ceti subalterni. Naturalmente, questo, per dimensioni e metodo, è un lavoro di comprensione delle dinamiche dei flussi elettorali alle elezioni politiche non un saggio di analisi su cause e tendenze in atto. Ma una cosa va detta, chi ricorda le enormi manifestazioni a difesa articolo 18 del 2002? Sei anni dopo, durante elezioni 2008, il Pdl guidato da Berlusconi era il primo partito operaio. Saper entrare in questi temi, darsi spiegazioni, saper innovare su questo campo aiuta molto a definire una proposta politica all’altezza dei problemi che stiamo attraversando.
1. Introduzione
Contesto generale
Il presente report si propone di analizzare l’evoluzione del comportamento elettorale di due segmenti sociali di particolare rilevanza nel panorama italiano – la classe operaia, con un focus specifico sui lavoratori del settore manifatturiero ove possibile, e i percettori di basso reddito – nel corso delle elezioni politiche generali tenutesi tra il 2008 e il 2022. Questo arco temporale è stato testimone di profonde trasformazioni nel sistema politico italiano, segnato da una notevole instabilità, da ricorrenti crisi economiche, dall’affermazione di nuovi soggetti politici come il Movimento 5 Stelle (M5S), dal declino di forze tradizionali e, in modo particolarmente allarmante, da un progressivo e marcato aumento dell’astensionismo, che ha raggiunto livelli record nelle ultime consultazioni. Comprendere come questi mutamenti abbiano influenzato le scelte di voto di gruppi sociali storicamente significativi è cruciale per decifrare le dinamiche politiche contemporanee.
Rilevanza dell’analisi
L’analisi del voto operaio e dei bassi redditi riveste un’importanza fondamentale. Tradizionalmente considerati un bacino elettorale di riferimento per i partiti della sinistra, questi segmenti hanno manifestato, negli ultimi decenni, una crescente volatilità e un progressivo disallineamento dalle appartenenze storiche. Le loro preferenze elettorali sono diventate oggetto di contesa tra diverse forze politiche, incluse quelle populiste e di destra, e le loro scelte hanno avuto un impatto decisivo sugli equilibri politici nazionali, contribuendo a determinare l’esito delle competizioni elettorali e la formazione dei governi. Studiare i loro orientamenti permette non solo di mappare i cambiamenti socio-politici in atto, ma anche di valutare il grado di rappresentanza politica offerto a fasce della popolazione particolarmente esposte alle difficoltà economiche e sociali.
Metodologia e fonti
La presente analisi si fonda sull’esame critico di dati provenienti da diverse fonti, quali studi sui flussi elettorali, sondaggi post-voto (exit poll e survey campionarie), ricerche accademiche e analisi condotte da istituti di ricerca specializzati come ITANES (Italian National Election Studies), l’Istituto Cattaneo, IPSOS, e altri contributi specifici reperiti nei materiali di ricerca. Un’attenzione particolare è stata dedicata al tentativo di armonizzare, per quanto possibile, le diverse definizioni operative utilizzate per identificare i gruppi target (“classe operaia” e “bassi redditi”), riconoscendo i limiti intrinseci di tale operazione e la potenziale influenza delle diverse metodologie sui risultati.
Struttura del report
Il report si articola nelle seguenti sezioni:
- Una discussione preliminare sulle definizioni operative dei gruppi elettorali oggetto di studio.
- Una sintesi del contesto politico e delle principali tendenze elettorali nel periodo 2008-2022.
- Un’analisi dettagliata degli orientamenti di voto della classe operaia (operai/settore manifatturiero) per ciascuna delle quattro elezioni considerate.
- Un’analisi analoga per i percettori di basso reddito.
- Una sintesi comparativa dei risultati, inclusa una tabella riassuntiva, per evidenziare convergenze e divergenze nelle traiettorie di voto dei due gruppi.
- Una discussione sulle tendenze di fondo e sulle possibili motivazioni che hanno guidato le scelte elettorali di questi segmenti.
- Conclusioni riepilogative e riflessioni finali.
Date delle elezioni analizzate
Le elezioni politiche generali incluse in questa analisi sono quelle tenutesi nelle seguenti date:
- 13-14 aprile 2008
- 24-25 febbraio 2013
- 4 marzo 2018
- 25 settembre 2022
2. Definire l’elettorato: Classe operaia e bassi redditi
La sfida della definizione
Identificare e tracciare nel tempo il comportamento elettorale della “classe operaia” e dei “bassi percettori di reddito” presenta significative sfide metodologiche. Le definizioni operative di questi gruppi non sono univoche e variano considerevolmente tra le diverse fonti di ricerca e nel corso del tempo. Questa eterogeneità dipende da molteplici fattori, tra cui le metodologie impiegate (sondaggi individuali vs. analisi ecologiche basate sui risultati aggregati delle sezioni elettorali ) e le specifiche variabili socio-demografiche disponibili o utilizzate dai ricercatori (tipo di occupazione, settore lavorativo, auto-collocazione soggettiva, livello di reddito dichiarato o stimato, appartenenza a decili di reddito ). Tali differenze influenzano inevitabilmente le stime sul voto e rendono complessa la comparazione diacronica dei risultati.
Definizione di “classe operaia” (settore manifatturiero)
La richiesta specifica di analizzare il voto dei lavoratori del “settore manifatturiero” si scontra con la prassi comune di molte ricerche elettorali, che tendono a utilizzare la categoria più ampia di “operai” o l’espressione colloquiale “tute blu”. Studi accademici e analisi storiche, come la tesi di Occhionero o lo studio della Fondazione Di Vittorio focalizzato sul 2006, discutono l’evoluzione del concetto di classe operaia, sottolineandone la crescente eterogeneità interna e le difficoltà di una definizione univoca nel contesto post-industriale. Anche le indagini ITANES, come quelle relative al 2008 o al 2013, utilizzano prevalentemente la categoria “operai” basata sulla classificazione professionale degli intervistati.
Data questa limitazione nelle fonti primarie disponibili, il presente report utilizzerà prevalentemente la categoria “operai” come proxy per la “classe operaia del settore manifatturiero”, specificando ove possibile la natura dei dati utilizzati e riconoscendo che tale categoria include anche lavoratori di altri settori (es. edilizia, trasporti). Questa scelta, pur necessaria per condurre l’analisi, implica un certo grado di approssimazione rispetto alla richiesta originale. La difficoltà nel reperire dati disaggregati specificamente per il settore manifatturiero riflette, in parte, la trasformazione stessa del mondo del lavoro e la minor centralità analitica attribuita alle distinzioni settoriali in alcune ricerche contemporanee.
Definizione di “Bassi percettori di reddito”
Anche la definizione di “bassi percettori di reddito” presenta una notevole variabilità. Le principali questioni riscontrate nelle fonti includono:
Condizione economica auto-dichiarata. Gli intervistati valutano soggettivamente la propria situazione economica, classificandola ad esempio come “bassa”, “media” o “elevata”, come nell’analisi IPSOS per le elezioni 2022. Questo approccio cattura la percezione individuale del disagio, che può essere influenzata da fattori psicologici e sociali oltre che dal reddito oggettivo.
Appartenenza a decili di reddito. Il campione di intervistati viene suddiviso in dieci gruppi (decili) in base al reddito familiare dichiarato, e si analizza il comportamento di coloro che appartengono ai decili inferiori (es. i primi quattro decili, come nello studio basato su dati ESS9 per il 2018). Questo metodo offre una misura relativa del basso reddito all’interno del campione analizzato.
Reddito medio della zona di residenza. Si utilizzano dati aggregati sul reddito medio dichiarato ai fini fiscali (es. IRPEF) per aree geografiche definite (es. Codice di Avviamento Postale – CAP) e si correla il reddito medio della zona con i risultati elettorali delle sezioni in essa comprese. Questa tecnica, basata sull’inferenza ecologica, assume un’omogeneità interna alle zone che non sempre corrisponde alla realtà.
Correlazione con indicatori di disagio o sussidi. Si analizza la relazione tra il voto e indicatori specifici di difficoltà economica, come il tasso di disoccupazione o inattività, o la quota di beneficiari di misure di sostegno al reddito come il Reddito di Inclusione (REI) o il Reddito di Cittadinanza (RdC). Questo approccio identifica specifici sottogruppi in condizione di vulnerabilità, spesso legati a determinate politiche pubbliche.
La coesistenza di queste diverse definizioni rende evidente che il concetto di “basso reddito” può riferirsi a realtà parzialmente differenti: la povertà percepita, la posizione relativa nella distribuzione dei redditi, la residenza in aree svantaggiate, o la dipendenza da sussidi statali. Questa eterogeneità è un fattore cruciale da considerare nell’interpretazione dei risultati presentati nelle sezioni successive.
Implicazioni metodologiche
Le differenze nelle definizioni operative e nelle metodologie di rilevazione (sondaggi vs. analisi ecologica) comportano cautele interpretative. I risultati basati su sondaggi riflettono le dichiarazioni e le percezioni individuali, mentre le analisi ecologiche stimano comportamenti individuali da dati aggregati, introducendo un potenziale margine di errore (la “fallacia ecologica”). La comparabilità dei dati tra diverse elezioni è inoltre influenzata dai cambiamenti nelle metodologie di indagine e nelle stesse categorie socio-professionali o di reddito utilizzate. Pertanto, ogni dato presentato sarà contestualizzato rispetto alla fonte e alla definizione specifica impiegata, evidenziando le tendenze generali pur nella consapevolezza di queste limitazioni.
3. Il panorama elettorale 2008-2022: contesto politico e principali tendenze
Il periodo compreso tra le elezioni politiche del 2008 e quelle del 2022 è stato uno dei più turbolenti e trasformativi nella storia della Repubblica Italiana. Comprendere il contesto politico generale è essenziale per interpretare le scelte elettorali della classe operaia e dei bassi redditi.
Le elezioni del 2008 (13-14 aprile). Svoltesi dopo la caduta prematura del secondo governo Prodi, queste elezioni videro un ritorno apparente al bipolarismo, con la netta affermazione della coalizione di centrodestra (Popolo della Libertà – PdL, Lega Nord, MPA) guidata da Silvio Berlusconi, a scapito del Partito Democratico (PD) di Walter Veltroni. La legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza (“Legge Calderoli” o “Porcellum”) favorì la semplificazione del quadro politico, riducendo drasticamente il numero di liste rappresentate in Parlamento rispetto al 2006. L’affluenza, pur ancora elevata (80,6%), registrò un calo rispetto alle tornate precedenti.
Le elezioni del 2013 (24-25 febbraio). Tenutesi in un clima di profonda crisi economica e sfiducia verso la politica tradizionale, acuita dall’esperienza del governo tecnico guidato da Mario Monti, queste elezioni segnarono la fine traumatica del bipolarismo. L’elemento dirompente fu l’affermazione del Movimento 5 Stelle (M5S) di Beppe Grillo, che divenne il primo partito per voti alla Camera. Nessuna coalizione ottenne la maggioranza assoluta dei seggi, portando a una lunga fase di instabilità e alla formazione di governi di larghe intese. La legge elettorale “Calderoli”, ancora in vigore, fu successivamente dichiarata parzialmente incostituzionale. L’astensionismo subì un’ulteriore, significativa crescita, con un tasso di partecipazione al 75,2%.
Le elezioni del 2018 (4 marzo). Il sistema politico apparve consolidato su una struttura tripolare: la coalizione di centrodestra (Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia, Noi con l’Italia-UDC), la coalizione di centrosinistra (PD e alleati) e il M5S. Il M5S si confermò primo partito, mentre la coalizione di centrodestra risultò la più votata, trainata da una Lega in forte crescita a livello nazionale. Tuttavia, nessuna delle tre forze raggiunse la maggioranza parlamentare. Dopo una complessa fase di negoziati, si formò il governo “giallo-verde” tra M5S e Lega. L’affluenza continuò il suo declino, attestandosi al 72,9%. Le elezioni si svolsero con la nuova legge elettorale “Rosatellum”, un sistema misto maggioritario-proporzionale.
Le elezioni del 2022 (25 settembre). Indette anticipatamente a seguito della crisi del governo di unità nazionale guidato da Mario Draghi, queste elezioni furono caratterizzate da una chiara vittoria della coalizione di centrodestra, guidata da Fratelli d’Italia (FdI) di Giorgia Meloni, che divenne il primo partito con il 26% dei consensi. Il PD si confermò secondo partito, mentre il M5S, dato in forte calo nei mesi precedenti, registrò un recupero significativo attestandosi come terza forza. L’elemento più drammatico fu il crollo storico della partecipazione al voto, scesa per la prima volta sotto il 64%. Queste elezioni si tennero con la legge “Rosatellum” e furono le prime con il numero ridotto di parlamentari (400 deputati e 200 senatori).
Tendenze Generali del Periodo 2008-2022
Questo quindicennio è stato segnato da alcune tendenze di fondo:
1) Frammentazione e riconfigurazione continua. Il sistema partitico ha perso i suoi ancoraggi tradizionali, passando da una logica bipolare a una tripolare, per poi vedere l’emergere di una nuova forza egemone (FdI) nel centrodestra nel 2022.
2) Elevata volatilità elettorale. Gli elettori hanno mostrato una propensione crescente a cambiare voto tra un’elezione e l’altra, come evidenziato dalle analisi dei flussi elettorali che mostrano significativi spostamenti tra partiti e coalizioni.
3) Crescita imponente dell’astensionismo. Il calo della partecipazione al voto è stato il fenomeno più costante e preoccupante del periodo. Tra il 2008 e il 2022, la quota di votanti è diminuita di quasi 17 punti percentuali, portando l’area del non voto a superare per dimensioni quella di qualsiasi partito o coalizione. Questo trend segnala una profonda crisi di fiducia e di rappresentanza.
4) Persistenza delle fratture territoriali. Nonostante i cambiamenti, le tradizionali differenze di voto tra Nord e Sud Italia sono rimaste significative, influenzando le strategie dei partiti e l’esito delle elezioni.
5) Impatto delle crisi economiche. Le difficoltà economiche, l’aumento della disoccupazione, la precarizzazione del lavoro e l’erosione dei salari reali hanno costituito uno sfondo costante, alimentando il malcontento sociale e influenzando le scelte politiche degli elettori.
4. Orientamenti di voto della classe operaia (settore manifatturiero)
Come anticipato, l’analisi seguente si riferisce principalmente alla categoria “operai” come definita nelle diverse fonti, data la difficoltà di isolare specificamente il solo settore manifatturiero in modo consistente per tutte le elezioni considerate.
Elezioni 2008. Le fonti dirette disponibili per questa analisi e il volume ITANES dedicato (“Il ritorno di Berlusconi”) non quantificano esplicitamente le percentuali di voto operaio per i singoli partiti. Tuttavia, alcuni elementi contestuali permettono di formulare un’ipotesi plausibile. Lo studio della Fondazione Di Vittorio relativo al 2006 indicava già una spaccatura nel voto operaio: il centrosinistra prevaleva a livello nazionale, ma il centrodestra (in particolare la Lega Nord) era più forte tra gli operai delle regioni settentrionali, specialmente nel Nord-Est. La tesi di Sirna, analizzando il periodo 1994-2008, sottolinea come il fattore occupazionale fosse diventato cruciale, con una tendenza dei lavoratori autonomi a preferire la destra e dei dipendenti la sinistra, ma evidenzia anche la capacità di Berlusconi di raccogliere consensi trasversali, presentando il PdL come un partito dal volto “popolare”. Considerando la netta vittoria del PdL nel 2008 e queste tendenze pregresse, è ragionevole stimare che i due principali partiti per l’elettorato operaio a livello nazionale fossero:
Popolo della Libertà (PdL) (Stima)*
Partito Democratico (PD) (Stima)* *Nota: Questa è un’inferenza basata su dati indiretti e contesto generale, da considerare con cautela. È probabile che la Lega Nord abbia raccolto una quota significativa del voto operaio al Nord, confluita in parte nel risultato nazionale del PdL.
Elezioni 2013. Per questa tornata elettorale, disponiamo di dati più specifici grazie alla tesi di Occhionero, che utilizza dati dell’indagine ITANES 2013. L’analisi indica chiaramente che i primi due partiti scelti dagli operai intervistati (per la Camera dei Deputati) furono:
Partito Democratico (PD) (34,1%)
Movimento 5 Stelle (M5S) (24,3%) Il 2013 rappresenta un momento di svolta significativo. Pur confermandosi come primo partito tra gli operai, il PD vede l’irruzione prepotente del M5S, che si posiziona come seconda forza. Questo risultato segnala un indebolimento del legame tradizionale tra classe operaia e sinistra istituzionale e l’apertura di questo elettorato verso un voto di protesta, anti-establishment, catalizzato dalla grave crisi economica e dalla sfiducia verso la politica tradizionale. Il M5S riesce a sottrarre consensi sia al PD, sia al centrodestra (PdL, frammentato in questa elezione) e agli astenuti.
Elezioni 2018. Le fonti ITANES specifiche per il 2018 (“Vox Populi” e analisi correlate ) non forniscono nei brani disponibili una classifica diretta dei partiti più votati dagli operai a livello nazionale. Tuttavia, le analisi dei flussi elettorali condotte dall’Istituto Cattaneo e le analisi socio-economiche offrono indicazioni convergenti. La Lega emerge come un partito “pigliatutto”, capace di attrarre voti operai da diverse provenienze, inclusi ex elettori PD e M5S, specialmente nelle regioni del Nord, confermando e ampliando la tendenza già osservata nel 2006. Il M5S, pur perdendo voti verso la Lega al Nord, rimane molto forte al Sud, dove intercetta il disagio sociale. Il PD, invece, subisce pesanti perdite verso entrambi. Sulla base di queste dinamiche e dei risultati generali dell’elezione (con M5S primo partito e Lega forza trainante del centrodestra), è altamente probabile che i primi due partiti tra gli operai a livello nazionale fossero:
Lega (Stima)*
Movimento 5 Stelle (M5S) (Stima)* *Nota: Stima basata sull’analisi dei flussi, delle correlazioni socio-economiche e del contesto politico. Sussistono significative differenze territoriali, con la Lega dominante al Nord e il M5S probabilmente prevalente tra gli operai del Sud. Il 2018 sembra quindi sancire il sorpasso dei due principali partiti populisti/sovranisti sul PD all’interno dell’elettorato operaio. Questo cambiamento riflette una profonda trasformazione, dove le tematiche identitarie, la sicurezza, la critica all’immigrazione e all’establishment (portate avanti dalla Lega) e la protesta contro il sistema e il disagio economico (cavalcate dal M5S) trovano maggiore risonanza rispetto all’offerta politica del centrosinistra tradizionale.
Elezioni 2022. L’analisi post-voto condotta da IPSOS fornisce un quadro chiaro per le ultime elezioni. Tra gli operai (“tute blu”), i primi due partiti sono risultati essere:
Fratelli d’Italia (FdI). (oltre il 33%)
Lega (oltre il 13%). Il 2022 segna un’ulteriore e decisa svolta a destra del voto operaio. Fratelli d’Italia emerge come il partito egemone in questo segmento, superando nettamente la Lega. Questo successo si spiega con la capacità di FdI di attrarre consistenti flussi di voto sia dalla Lega stessa, sia dal M5S rispetto al 2018. Si consolida così un blocco di destra/centrodestra tra i lavoratori manuali. Il M5S, pur recuperando a livello generale, non figura tra i primi due partiti in questa specifica categoria a livello nazionale, a differenza di quanto avviene tra i bassi redditi. Il PD rimane ai margini delle preferenze operaie. Questa evoluzione suggerisce che l’offerta politica di FdI, incentrata su identità nazionale, sicurezza, e forse una retorica di protezione sociale coniugata a politiche economiche di destra, abbia trovato particolare ascolto tra i lavoratori operai, superando sia l’appeal sovranista della Lega del 2018, sia quello anti-sistema del M5S.
5. Orientamenti di voto dei bassi percettori di reddito
Anche per questo gruppo, è fondamentale ricordare la variabilità delle definizioni utilizzate (auto-percezione, decili di reddito, reddito medio di zona, beneficiari di sussidi).
Elezioni 2008. Similmente al caso degli operai, le fonti disponibili e il volume ITANES non forniscono una classifica diretta dei partiti più votati dai bassi redditi nel 2008. L’analisi dell’elettorato di Berlusconi (PdL) evidenzia una composizione eterogenea, che includeva anche fasce caratterizzate da “marginalità sociale”. Il PD, d’altro canto, risultava forte tra pensionati e impiegati, categorie che possono includere anche persone a basso reddito. Data la vittoria complessiva del PdL e la sua capacità di penetrazione in segmenti popolari, si può ipotizzare, con notevole incertezza, che i partiti principali fossero:
Popolo della Libertà (PdL) (Stima)*
Partito Democratico (PD) (Stima)* *Nota: Inferenza basata su dati parziali e contesto, da trattare con estrema cautela.
Elezioni 2013. Non emergono dati diretti dai brani forniti sui primi due partiti per i bassi redditi nel 2013. Tuttavia, il contesto è illuminante. L’elezione si svolge nel pieno della crisi economica e vede l’esplosione del M5S, un partito che, fin da subito, si caratterizza per un forte messaggio anti-establishment e di critica alle politiche di austerity. Le analisi dei flussi mostrano come il M5S abbia attratto voti trasversalmente, pescando da PD, Pdl e, in modo significativo, dall’astensione. Considerando che il disagio economico tende a correlarsi con la sfiducia politica e la ricerca di alternative radicali, è altamente probabile che il M5S sia stato il partito più votato da questo segmento. La seconda posizione è più incerta, potenzialmente occupata dal PD o dalle forze eredi del PdL, ma è anche plausibile un alto tasso di astensione tra i più poveri, data la correlazione positiva tra reddito e partecipazione al voto. Pertanto, la stima è:
Movimento 5 Stelle (M5S) (Stima)*
Partito Democratico (PD) / Eredi PdL / Astensione (Stima)* *Nota: Inferenza basata su contesto, flussi generali e natura del voto M5S. Il 2013 segna verosimilmente l’inizio dell’affermazione del M5S come punto di riferimento per una parte consistente dell’elettorato a basso reddito, deluso dalle politiche tradizionali e attratto da promesse di cambiamento radicale.
Elezioni 2018. Per questa tornata, le evidenze sono più robuste e convergenti. Lo studio di Di Cocco e Monechi, basato sui dati della European Social Survey (ESS9) e utilizzando i decili di reddito, indica chiaramente che i due partiti più votati dagli elettori appartenenti ai decili più bassi (1°-4°) furono:
Movimento 5 Stelle (M5S). (Il 47,2% dei suoi elettori totali proveniva da questi decili). Altre analisi confermano la forte correlazione tra il voto al M5S e varie forme di disagio socio-economico, specialmente nel Mezzogiorno, e la sua popolarità tra i beneficiari del Reddito di Inclusione (misura antesignana del Reddito di Cittadinanza). Questi dati consolidano l’immagine del M5S come partito egemone tra le fasce più deboli della popolazione nel 2018, probabilmente anche in virtù della promessa del Reddito di Cittadinanza, percepita come una risposta diretta alle loro difficoltà.
Lega. (Il 44,3% dei suoi elettori totali proveniva da questi decili)L’emergere della Lega come seconda forza suggerisce che anche l’offerta sovranista, incentrata su sicurezza e immigrazione, riusciva a intercettare una parte significativa di questo elettorato, forse con accentuazioni diverse a livello territoriale (più forte al Nord) o tra sottogruppi specifici (es. lavoratori poveri vs. assistiti).
Elezioni 2022. Le analisi post-voto confermano la tenuta del M5S in questo segmento, nonostante il calo rispetto al picco del 2018. L’indagine IPSOS identifica il Movimento 5 Stelle (M5S) come il primo partito tra coloro che si dichiarano in difficoltà economica. La stessa analisi e quella basata sui dati dei CAP nelle grandi città indicano che la seconda posizione è occupata dalla Lega, affiancata o seguita da Forza Italia (FI). L’analisi per CAP è particolarmente eloquente: nei quartieri più poveri delle grandi città (Napoli, Palermo), il M5S ottiene percentuali altissime (oltre il 50-60%), mentre FdI e PD risultano molto deboli. La classifica è quindi:
Movimento 5 Stelle (M5S). Nel 2022, il M5S riesce a mantenere la sua leadership tra i bassi redditi, un risultato probabilmente legato alla strenua difesa del Reddito di Cittadinanza durante la campagna elettorale, misura percepita come essenziale da molti in condizioni di povertà o precarietà.
Lega / Forza Italia (FI). La Lega e Forza Italia conservano una presenza significativa, indicando la persistenza di un appeal legato ad altre tematiche o a reti clientelari locali. Il dato più rilevante è la debolezza di FdI in queste fasce, nonostante il trionfo a livello nazionale e tra gli operai. Questo fenomeno evidenzia una chiara divergenza nel 2022 tra il comportamento della classe operaia (intesa in senso lato) e quello dei percettori di basso reddito: mentre i primi si sono spostati in massa verso FdI, i secondi sono rimasti in larga parte fedeli al M5S.
6. Analisi comparativa e sintesi
Per fornire una visione d’insieme immediata delle tendenze di voto dei due gruppi target nelle quattro elezioni analizzate, si presenta la seguente tabella riassuntiva. È fondamentale tenere presenti le note relative alle definizioni utilizzate e al grado di certezza dei dati (stime vs. dati diretti).
Confronto delle Traiettorie e la Divergenza del 2022
L’analisi comparativa dei percorsi elettorali dei due gruppi rivela dinamiche complesse e non lineari.
- Nel 2008, entrambi i gruppi sembrano essere principalmente contesi tra il PdL berlusconiano e il PD, sebbene con specificità territoriali importanti, come la forza della Lega tra gli operai del Nord già evidente nel 2006.
- La svolta del 2013, innescata dalla crisi economica e dalla sfiducia politica, vede l’irruzione del M5S come attore protagonista per entrambi i segmenti. Diventa la seconda forza tra gli operai e, con alta probabilità, la prima tra i bassi redditi, segnalando un comune allontanamento dalle forze politiche tradizionali.
- Le elezioni del 2018 mostrano un consolidamento di questa tendenza, ma con sfumature diverse. La Lega sembra conquistare la leadership tra gli operai (specialmente al Nord), mentre il M5S rafforza la sua egemonia tra i bassi redditi, in particolare al Sud, anche grazie all’attesa per il Reddito di Cittadinanza. Il PD appare ormai marginalizzato in entrambi i segmenti.
- Il 2022 segna il punto di massima divergenza tra i due gruppi. Mentre la classe operaia si sposta decisamente verso il blocco di destra guidato da FdI, i percettori di basso reddito confermano in maggioranza il loro sostegno al M5S.
Questa divergenza finale è particolarmente significativa. Suggerisce che, pur condividendo spesso condizioni di disagio economico e sociale, le priorità e le risposte politiche ricercate dai due gruppi non sono più sovrapponibili nel 2022. Per la classe operaia, sembrano prevalere istanze legate all’identità nazionale, alla sicurezza, alla critica all’immigrazione e forse a un certo nazionalismo economico, intercettate efficacemente da FdI e Lega. Per i bassi redditi, invece, la difesa di misure di welfare come il Reddito di Cittadinanza e un persistente sentimento anti-establishment sembrano mantenere forte l’attrattiva del M5S. Questa biforcazione rappresenta una sfida complessa per tutti gli attori politici che ambiscono a rappresentare le classi popolari in Italia.
7. Tendenze di fondo e motivazioni
I cambiamenti osservati negli orientamenti di voto della classe operaia e dei bassi redditi tra il 2008 e il 2022 non sono casuali, ma riflettono tendenze profonde di natura sociale, economica e politica.
Il declino del voto di classe tradizionale. Il periodo analizzato ha visto un’accelerazione dell’erosione del tradizionale legame tra classe operaia e partiti di sinistra. Le trasformazioni strutturali dell’economia (deindustrializzazione, crescita del terziario, globalizzazione), la frammentazione del mercato del lavoro (aumento della precarietà, declino del lavoro standard), la crisi di rappresentanza dei sindacati tradizionali e i mutamenti nell’offerta politica hanno contribuito a questo disallineamento. I partiti del centrosinistra, in particolare il PD, sono stati percepiti da segmenti crescenti del mondo del lavoro manuale e delle fasce a basso reddito come distanti dai loro problemi materiali, più focalizzati sui ceti medi urbani, sui diritti civili o sull’integrazione europea. Al contrario, il PD ha consolidato il suo consenso tra gli elettori con livelli di istruzione più elevati, accentuando la distanza dalle classi popolari.
L’impatto delle crisi economiche e dell’insicurezza. Le ripetute crisi economiche (la crisi finanziaria globale del 2008-2009, la crisi del debito sovrano del 2011-2012, le conseguenze della pandemia e della crisi energetica più recenti) hanno avuto un impatto devastante sul tessuto sociale italiano, aumentando la disoccupazione, la povertà e l’insicurezza economica. Questa condizione di vulnerabilità diffusa ha alimentato sentimenti di rabbia, frustrazione e sfiducia verso le istituzioni e le élite politiche, creando un terreno fertile per il voto di protesta e per l’affermazione di partiti che promettevano un cambiamento radicale o una maggiore protezione sociale.
L’appeal dei partiti Popolari/Sovranisti
- Il Movimento 5 Stelle ha capitalizzato su questo malcontento, presentandosi come forza anti-sistema (“né di destra né di sinistra”) capace di dare voce alla protesta dei cittadini contro la “casta” politica. La sua capacità di attrarre voti da tutti gli schieramenti e dall’astensione ne ha decretato il successo, specialmente nel 2013 e 2018. Il suo radicamento tra i bassi redditi, in particolare nel Mezzogiorno è stato poi cementato dalla promessa e successiva implementazione (e difesa) del Reddito di Cittadinanza, percepito come una risposta concreta al disagio sociale.
- La Lega, sotto la leadership di Matteo Salvini, ha trasformato la sua identità da partito autonomista nordista a forza nazionale sovranista. Il suo successo tra gli operai, specialmente al Nord, si è basato su un mix di temi: sicurezza, forte contrasto all’immigrazione, critica all’Unione Europea, difesa dell’identità nazionale e promesse di riduzione fiscale. La Lega è riuscita ad attrarre anche ex elettori di sinistra, dimostrando la permeabilità dei vecchi confini ideologici.
- Fratelli d’Italia ha raccolto l’eredità di questo spostamento a destra, riuscendo nel 2022 a superare la Lega e a diventare il partito egemone nel centrodestra e tra la classe operaia. Il suo successo deriva dalla capacità di attrarre voti sia dalla Lega, sia dal M5S, proponendo un’agenda nazional-conservatrice che combina temi identitari, sicurezza, e una retorica di difesa degli interessi nazionali, che ha evidentemente trovato forte risonanza in ampi settori dell’elettorato popolare.
Il significato dell’astensionismo. L’impressionante crescita dell’astensionismo non può essere interpretata semplicisticamente come mera apatia o disinteresse. Essa rappresenta, per molti versi, una forma di protesta silenziosa, un segnale di profonda disillusione e sfiducia verso l’intero sistema politico. Le analisi dei flussi indicano che una parte significativa degli astenuti proviene da elettori che in precedenza avevano votato per partiti come il M5S o la Lega. Questo suggerisce che la disaffezione colpisce anche le forze politiche emerse più recentemente, forse a causa di aspettative deluse o della percezione di un tradimento delle promesse iniziali. Per la classe operaia e i bassi redditi, l’astensione può rappresentare l’esito di un percorso di allontanamento dalla politica, culminato nella sensazione che nessun partito sia in grado o abbia la volontà di rappresentare efficacemente i loro interessi. Questa vasta area di non voto costituisce un sintomo preoccupante della crisi di rappresentanza democratica e un potenziale bacino elettorale per future mobilitazioni.
La dimensione territoriale. Le differenze tra Nord e Sud rimangono cruciali per comprendere queste dinamiche. Il M5S ha trovato nel Mezzogiorno il suo bacino elettorale più solido tra i bassi redditi, grazie alla maggiore incidenza del disagio sociale e all’impatto del Reddito di Cittadinanza. Al Nord, invece, la Lega prima e FdI poi hanno dimostrato una maggiore capacità di attrarre il voto operaio, facendo leva su temi identitari, produttivistici e sulla critica all’immigrazione. Questa geografia politica del voto popolare riflette fratture economiche, sociali e culturali profonde del Paese.
8. Conclusioni
L’analisi del comportamento elettorale della classe operaia e dei percettori di basso reddito in Italia tra il 2008 e il 2022 rivela un quadro di profonda trasformazione e crescente instabilità. I principali risultati possono essere così sintetizzati:
1) Disallineamento dalla sinistra. Entrambi i gruppi hanno progressivamente abbandonato i partiti tradizionali di sinistra, che storicamente ne costituivano il principale punto di riferimento politico. Il PD, in particolare, ha visto erodere costantemente il proprio consenso in questi segmenti, pur mantenendo forza tra gli elettori più istruiti.
2) Affermazione di nuove forze politiche. Il vuoto lasciato dalla sinistra è stato riempito da nuovi attori politici. Il Movimento 5 Stelle è emerso come forza significativa per entrambi i gruppi nel 2013, consolidandosi poi come partito egemone tra i bassi redditi, specialmente al Sud, grazie a un messaggio anti-establishment e a politiche di welfare mirate. La Lega ha conquistato una posizione di rilievo tra gli operai, soprattutto al Nord, facendo leva su temi identitari e securitari. Infine, Fratelli d’Italia ha capitalizzato su queste tendenze, diventando nel 2022 il primo partito tra gli operai e la forza trainante del centrodestra.
3) Divergenza finale (2022). Nonostante un percorso parzialmente simile nella fase centrale del periodo, le scelte dei due gruppi sono apparse nettamente divergenti nel 2022. La classe operaia si è orientata decisamente verso il blocco di destra (FdI-Lega), mentre i bassi redditi hanno in maggioranza confermato il loro sostegno al M5S. Questa biforcazione suggerisce l’emergere di priorità e logiche di voto differenti all’interno del mondo popolare.
4) Ruolo del contesto e delle crisi. Le crisi economiche ricorrenti, l’aumento dell’insicurezza sociale e la sfiducia verso le istituzioni hanno giocato un ruolo cruciale nell’alimentare la volatilità elettorale e la ricerca di alternative politiche radicali o percepite come più vicine ai bisogni concreti.
5) Astensionismo come sintomo. La crescita esponenziale dell’astensionismo, alimentata anche da elettori delusi provenienti da M5S e Lega, segnala una profonda crisi di rappresentanza che colpisce in modo particolare questi segmenti sociali, lasciando una vasta area di cittadini ai margini della partecipazione politica attiva.
L’interpretazione complessiva di questi fenomeni rimanda a una più ampia trasformazione del sistema politico italiano, caratterizzata dalla crisi delle ideologie tradizionali, dalla personalizzazione della politica, dall’impatto della globalizzazione e dalla crescente rilevanza di fratture culturali (identità vs. cosmopolitismo, apertura vs. chiusura) che si sommano e talvolta sostituiscono la tradizionale frattura di classe. Gli allineamenti elettorali emersi appaiono fluidi e potenzialmente instabili, soggetti all’evoluzione del contesto economico e all’efficacia delle strategie messe in campo dai diversi attori politici.
Questi spostamenti pongono sfide significative per la rappresentanza democratica. I partiti che oggi raccolgono il consenso della classe operaia (FdI, Lega) e dei bassi redditi (M5S) sono chiamati a dimostrare la capacità di tradurre questo sostegno in politiche concrete che rispondano alle esigenze di questi gruppi, al di là della retorica elettorale. La divergenza osservata nel 2022 solleva interrogativi sulla possibilità di costruire piattaforme politiche capaci di unificare le diverse anime del mondo popolare.
Guardando al futuro, la volatilità dimostrata da questi elettorati suggerisce che gli equilibri attuali non sono necessariamente definitivi. L’evoluzione della situazione economica, l’impatto delle politiche del governo in carica e le strategie dei partiti di opposizione potrebbero innescare ulteriori cambiamenti. La vasta platea degli astenuti, in particolare, rappresenta un’incognita e un potenziale serbatoio di voti per chi saprà interpretarne le ragioni della disaffezione e offrire prospettive credibili di cambiamento e rappresentanza. Comprendere e affrontare la crisi di partecipazione che coinvolge ampi strati delle classi popolari rimane una delle sfide più urgenti per la salute della democrazia italiana.
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