Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/05/2026

A Roma gli operai si riprendono la scena

Una manifestazione operaia ma anche la rappresentazione visibile di una ricostruenda alleanza sociale che vede insieme giovani, lavoratori, pensionati, donne, studenti.

Questo è quanto restituisce la manifestazione nazionale a Roma convocata dall’Usb proprio per rimettere al centro dell’agenda politica la questione operaia e tutto quello che ne deriva. A partire dai salari e dalla sicurezza sul lavoro ma strettamente connessa al quadro generale che vede avanzare a passi pesanti l’economia di guerra e la guerra stessa.

Non era una scommessa facile portare migliaia di operai a Roma per una manifestazione nazionale. Non per la disponibilità alla lotta, ma per i costi mostruosi, visto che è sparita da tempo qualsiasi “facilitazione tariffaria” per le manifestazioni sindacali e politiche.

Va tenuto poi conto che il grosso della partecipazione arriva ovviamente da fabbriche in crisi o già chiuse, oppure dai lavori precari e sottopagati (a cominciare dai riders), dove anche la mobilitazione locale presenta costo importanti se misurati da tasche vuote.

Lo hanno ripetuto diversi interventi dal camion d’apertura: “se non ora per i costi saremmo stati il doppio o il triplo“. Eppure erano presenti operai italiani a tutti gli effetti, provenienti da ogni regione, di ogni origine etnica e di ogni colore di pelle. A dire, secondo un felice metafora di Giorgio Cremaschi, che “l’unica remigrazione che questa piazza può accettare è quella di certi politici che sembrano emersi di nuovo dalle fogne“.

Le disuguaglianze sociali nel nostro paese sono diventate insopportabili, accentuate da una concentrazione della ricchezza che taglia fuori proprio chi la ricchezza la produce e la distribuisce.

Le leggi approvate da questo e dagli altri governi dal 1992 in poi, hanno agito sistematicamente per abbassare i salari, aumentare i prezzi, privatizzare tutti i servizi pubblici, sostenere con ogni mezzo solo il sistema delle imprese e la rendita.

La manifestazione di Roma intende fissare un punto con la forza di un martello: adesso basta!

Reduci da uno sciopero generale appena cinque giorni fa, lavoratrici e lavoratori dell’Usb, operai e precari, braccianti e studenti, pensionati e occupanti di case, hanno palesato un blocco sociale sempre più indisponibile ad accettare i diktat di una classe dominante arrogante quanto imbelle, ingorda quanto pericolosa. Una indisponibilità che non fa sconti a nessuno, neanche al “campo largo”.

Lungo il percorso – piazza della Repubblica a San Giovanni – dal camion-palco in molti si sono alternati al microfono per spiegare le motivazioni di questo corteo. Sindacalisti e attivisti, ma anche i “reduci” dalla Flotilla che ha provato ancora una volta a forzare l’illegale blocco navale israeliano su una Gaza affamata, assediata, sottoposta al genocidio della propria popolazione palestinese.

Dario Carotenuto (parlamentare dei Cinque Stelle) e Alessandro Mantovani (giornalista de Il Fatto) hanno fatto interventi molto sentiti e applauditi, a conferma che ormai i problemi critici che scuotono il mondo sono tutti strettamente collegati.

Se aziende e lavoratori (i secondi senza alcuna tutela) soffrono l’innalzamento dei prezzi energetici, e dunque l’inflazione, ciò avviene anche per le guerre che attraversano il Medio Oriente o per l’aggressione a un “tesoro petrolifero” come il Venezuela. Problemi sociali e geopolitici, insomma, non stanno più su pianeti diversi.

Uno striscione a lato del corteo, oltre a bandiere sparse per tutto il serpentone, ricorda a tutti la solidarietà e l’allarme su Cuba minacciata di invasione dagli USA. Molte, infatti, le bandiere palestinesi e cubane nel corteo.

E’ ben visibile la trasversalità e la connessione di battaglie apparentemente diverse ma sempre più legate tra loro, spesso guidate da una indignazione generale che sta diventando più forte di qualsiasi piattaforma meramente sindacale.

Il comunicato dell’Unione Sindacale di Base.

*****


15.000 a Roma alla manifestazione nazionale: gli operai devono tornare protagonisti. Abbassare le armi, alzare i salari


Una piazza operaia, popolare, combattiva, che ha rimesso al centro la questione salariale, il diritto al lavoro, la difesa dell’industria, il rilancio dei servizi pubblici e il rifiuto dell’economia di guerra.

Da tutta Italia sono arrivati operai dell’industria, lavoratori della logistica, dei porti, dei trasporti, della grande distribuzione, dei servizi, della scuola, della sanità e della ricerca. Una manifestazione che ha unito vertenze, territori e settori diversi dentro un’unica rivendicazione generale: chi produce la ricchezza del Paese deve tornare a contare.

USB ha denunciato il peggioramento delle condizioni materiali di milioni di persone, richiamando i dati ISTAT pubblicati ieri: undici milioni di persone a rischio povertà, salari impoveriti, potere d’acquisto crollato e un Paese in cui sempre più persone lavorano pur restando povere.

La manifestazione ha rilanciato il Manifesto Operaio come proposta alternativa al modello economico fondato su precarietà, bassi salari, delocalizzazioni, appalti al massimo ribasso e riarmo.

“Abbassare le armi e alzare i salari” è stato uno dei messaggi centrali della giornata. USB ha ribadito che la questione salariale rappresenta oggi la principale emergenza sociale del Paese e che le risorse devono essere destinate a lavoro, welfare, sanità, scuola, casa e trasporti pubblici, non all’economia di guerra.

Forte anche il richiamo alla Palestina e alla mobilitazione contro il genocidio e il riarmo. “Per la guerra e per il genocidio dalle aziende non deve uscire nemmeno un chiodo” è stata una delle parole d’ordine che hanno attraversato il corteo.

La manifestazione ha inoltre rilanciato la necessità di ricostruire una forza collettiva del lavoro capace di unire fabbriche, porti, logistica, servizi e territori, affermando la necessità di riportare lavoratrici e lavoratori al centro delle scelte politiche, industriali ed economiche del Paese.

La manifestazione di oggi rappresenta per USB l’apertura di una nuova fase di organizzazione, conflitto e mobilitazione generale.

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30/11/2025

100mila persone in piazza mandano un avviso di garanzia al governo


La gente che si era mobilitata a settembre e ottobre riempiendo le piazze per la Palestina non è tornata a casa, al contrario ha rilanciato con due giorni di mobilitazione che hanno indicato come target il governo Meloni per le sue scelte sul riarmo e le spese militari, i bassi salari e il collasso dei servizi pubblici e la complicità con Israele nel genocidio dei palestinesi.

Se qualcuno voleva trovare una opposizione politica e sociale al governo degna di questo nome, l’ha potuta verificare nello sciopero generale di venerdi e nella manifestazione di ieri pomeriggio con le decine di migliaia di persone che hanno manifestato per le strade di Roma da Porta San Paolo fino a gremire Piazza San Giovanni.

Le fotografie scattate da ogni angolazione durante il corteo e nella piazza finale testimoniano di una mobilitazione di massa pienamente riuscita. L’USB parla di centomila persone e anche questa volta la cifra non sembra andare lontano dalla realtà che abbiamo visto.

La preoccupazione che le telecamere spente su Gaza o la rassegnazione sul ritmo di marcia del governo sulla guerra, il riarmo e le misure antisociali avessero rimandato a casa le persone è svanita mano a mano che il corteo si componeva in tutta la sua potenza. Nel paese c’è un pezzo di società attivo e attivato che attraversa i posti di lavoro come i territori, le scuole come le università e che intende dare battaglia su una piattaforma in cui “tutto si tiene insieme”.

Vedere migliaia di bandiere delle organizzazioni dei lavoratori come USB sventolare insieme a quelle palestinesi, delle organizzazioni studentesche Osa e Cambiare Rotta e di Potere al Popolo, delle tante reti sociali che si sono definite come “equipaggi di terra” della Flotilla come dell’Arci, restituiva non solo un colpo d’occhio straordinario ma anche l’idea di un blocco sociale che tende a riconoscersi e convergere su contenuti avanzati e ben sintonizzati sulle priorità di una agenda politica complessiva.

Alla testa del corteo e sul camion che ospitava interventi e musica era possibile vedere insieme portuali, vigili del fuoco, attivisti e personalità come Greta Thunberg, Francesca Albanese, Thiago Avila, Moni Ovadia che hanno dato il loro supporto allo sciopero di venerdì e alla manifestazione di ieri. Un momento emozionante è stato quando all’inizio del corteo l’amplificazione ha diffuso il brano che Roger Waters ha realizzato appositamente per questi due giorni di mobilitazione. Un silenzio quasi irreale che ha coinvolto migliaia e migliaia di persone.

Altrettanto emozionanti gli interventi finale dal palco mentre la piazza si riempiva. Francesca Albanese, operai dell’Ilva, portuali genovesi, rappresentanti palestinesi, Guido Lutrario di USB, i due portavoce di Potere al Popolo Giuliano Granato e Marta Collot con un intervento “a mezzi”, Greta Thunberg, Vincenzo Fullone, i vigili del fuoco, gli studenti, hanno aggiunto valore ai molti interventi che dal camion hanno accompagnato passo passo il corteo fino alla conclusione in Piazza San Giovanni.

A Milano, contemporaneamente alla manifestazione di Roma diverse migliaia di persone, partite da piazza XXIV Maggio ha attraversato la città fino a Piazza Duomo in occasione della Giornata internazionale di solidarietà col popolo palestinese.

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16/10/2025

People have the power


È ora di bussare forte al portone del potere. Mai come oggi – da qualche decennio a questa parte – la frattura tra classe dirigente (multinazionali, imprese, banche, classe politica, ecc.) e popoli è stata così evidente e netta.

Una frattura sottolineata non solo dalla dimensione delle manifestazioni contro il genocidio, le politiche guerrafondaie e il riarmo, l’impoverimento crescente dei ceti popolari fino al “ceto medio”, ma anche dalla riduzione ai minimi termini della partecipazione al rito elettorale.

Se fosse necessario lo stesso quorum preteso per i referendum (50% più uno) non ci sarebbe più una sola votazione valida. Europee, Marche, Calabria e persino la Toscana hanno registrato votanti nettamente inferiori alla metà degli aventi diritto.

È una sentenza: la rappresentanza politica non è più credibile per la maggioranza dei cittadini.

Chi vota ancora lo fa – in parte decrescente – per un residuo bisogno di esprimere almeno un’opinione, oppure perché è vincolato a clientele da cui ottiene, o spera di ottenere, qualche vantaggio personale o familiare. Gli altri possono anche stare a casa, tanto i loro interessi generali non trovano un riferimento attendibile.

Il voto in Toscana non cambia di molto questa valutazione, anche se il risultato di Antonella Bundu è stato decisamente straordinario (5,2%), proprio perché non esiste alcun automatismo tra ritorno della partecipazione alle mobilitazioni e risultati elettorali.

Giustamente lei stessa ha chiarito che “qualche persona magari ha fatto un collegamento” tra scendere in piazza e scegliere Toscana Rossa nell’urna. Ma la stragrande maggioranza dei milioni che hanno bloccato tutto il 22 settembre e poi di nuovo il 3 e il 4 ottobre è da tempo indifferente ai riti della politica istituzionale, percepita come distante e soprattutto nemica.

E quindi ci troviamo davanti a un bel paradosso da risolvere, se si vuol mettere insieme un progetto di alternativa complessiva – valoriale, ideologica, sindacale e politica – in grado di rovesciare l’assetto dominante in questo paese e in questo declinante continente.

Da un lato abbiamo visto il ritorno prepotente dell’indignazione di tanti che hanno voluto dire addio all’individualismo impotente degli ultimi 30 anni. Non si blocca un porto o una stazione o una tangenziale da soli. Tanto meno l’intero paese. Occorre essere in tanti, con un briciolo di organizzazione e un forte comun sentire. Tanti da scoraggiare in partenza qualsiasi malintenzionata repressione poliziesca, che resta lì, sempre pronta, in mano a governi terrorizzati.

Dall’altro, questa voglia di contare e mettersi insieme non ha a disposizione, per il momento, forme e strumenti per farsi valere al di fuori del puro manifestare.

La sfida è ovviamente molto più ampia. La “crisi della democrazia rappresentativa” non si risolve inventando un’altra lista da esporre sullo scaffale dell’“offerta politica” e che verrebbe guardata come tutte le altre. Se in tutto il mondo euro-atlantico la situazione è praticamente identica questo indica la fine di uno storico sistema politico-giuridico nato per ricondurre ogni conflittualità sociale dentro un quadro di compatibilità previste e che nessuno può pensare di infrangere, per quanto radicali siano le istanze che rappresenta.

L’Unione Europea e i suoi trattati vincolanti incentrati sul controllo dei bilanci statali hanno segnato il punto più alto di questo ferreo controllo di classe su ogni possibilità di cambiamento, sia pure solo “riformista” (l’esperienza della Grecia nel 2015 è esemplare).

Il trasferimento della “sovranità” dai popoli ai “mercati” ha certificato, nello stesso tempo, la sottrazione della decisione politica ai mutevoli equilibri sociali, svuotando così di senso ogni processo elettorale, a prescindere dai diversi sistemi (guardate la Francia, per decenni indicata come esempio di “stabilità bipolare”).

Che voti a fare Tizio o Caio se il programma di governo – curiosità locali a parte – non può cambiare mai?

Sembrava perfetto. In alto i tecnoburocrati raggiungibili solo dalle lobbie multinazionali e a seconda della loro potenza; in mezzo gli amministratori nazionali (regionali, comunali, circoscrizionali) vincolati con trattati non rivedibili; sotto tutti gli altri, comunque la pensassero e comunque si organizzassero.

La crisi economica, i salari in drastico calo, il welfare sempre più rachitico, hanno prodotto a lungo solo un mugugno impotente. La guerra alle porte e soprattutto il genocidio in diretta tv hanno fatto saltare il coperchio e l’ebollizione sociale è tornata a manifestarsi.

Gaza ci ha fatto vedere l’orizzonte verso cui tutti noi siamo nei fatti diretti. Ognuno di noi ha potuto riconoscersi in quella massa disperata e meravigliosa che persino sotto le bombe e la fame si comporta da popolo in lotta, non da individui con il prezzo incollato sulla fronte (i collaborazionisti, come ovunque, non sono mancati, ma finiscono tutti nello stesso modo).

Ognuno di noi ha perciò potuto imparare a dire basta, a muoversi, a sollevare lo sguardo dallo smartphone e scoprire lo sguardo dei nostri simili. Riconoscersi come essere umano e misurare la distanza siderale da “definisci bambino”. E riconoscere in quell’abiezione il risultato di un suprematismo razzista che è contemporaneamente anche un “razzismo di classe” che da secoli divide gli umani in “eletti” e “sacrificabili”.

È tutto in nuce, allo stato aurorale, certo. Ma già irriducibile ai tentativi di recupero verso una “normalità” che non risulta fisicamente possibile.

Non a Gaza o in Cisgiordania, dove Israele e i suoi coloni fremono per riprendere la mattanza e il furto di terra. Non nei programmi di riarmo che spudoratamente chiedono di eliminare la spesa sociale per nutrire quella militare, così da portarci il prima possibile nelle condizioni di Gaza, o peggio. Non nelle normali “relazioni industriali”, dove le imprese continuano a chiedere aiuti per sé e a rifiutare qualsiasi aumento salariale.

Non è questa la “normalità vivibile” che può far rientrare nelle case le coscienze che si sono sollevate per un moto di indignazione incontenibile. Va avanti la logica guerrafondaia e genocida, e quindi andrà avanti quel movimento. Fatto dopo fatto, orrore dopo orrore, traendo forse più forza ogni volta.

Ascoltare e supportare, sperimentare forme organizzative a ogni livello (quelle territoriali sono indispensabili, ma da sole non basterebbero), sviluppare visioni e culture convergenti, all’altezza della cambiamento radicale – davvero epocale – che l’inversione della direzione del mondo richiede.

Allargare le alleanze sociali e politiche che si sono fin qui create, favorire ogni processo aggregativo che non perda il senso totalmente alternativo di questa esplosione sociale improvvisa.

Un blocco sociale potenzialmente egemone non si aggrega e organizza da solo, ma non tollera nuove gabbie già preparate per altre stagioni. Si può e si deve provare anche la sfida della rappresentanza politica, ma non come fine in sé. Non esistono più, infatti, “deleghe in bianco” rilasciate su base puramente ideologica o simbolica.

Quando un popolo, un “blocco sociale in formazione”, torna a voler dire la sua, non si accontenta di parole prese in prestito. Cerca quelle che lo fanno esprimere appieno e riconosce solo chi parla la stessa lingua.

Hic Rhodus, hic salta.

Fonte

08/10/2025

Appello per la costruzione di un blocco politico e sociale verso il 2027

Oggi che milioni di persone in tutto il mondo rialzano la testa.

Oggi che il sostegno alla Palestina e il ripudio del genocidio israeliano mobilitano una massa sempre più vasta, che attorno alla Global Sumud Flotilla si realizza una solidarietà senza precedenti che vede in prima linea i lavoratori dei porti.

Oggi che scioperare, manifestare, bloccare, diventano di nuovo pratiche per migliaia di lavoratrici e lavoratori, per cittadini a cui è stato raccontato che “tanto non serve a nulla”.

Oggi che una nuova generazione prende consapevolezza dei rischi globali, della catastrofe ecologica, delle guerre, dello sfruttamento – ma anche delle potenzialità dello sviluppo, della forza della cooperazione sociale. 

Oggi che si fa avanti il bisogno e il desiderio di ribellarsi, non possiamo permettere che questi movimenti siano sconfitti o assorbiti dal sistema. Dobbiamo svilupparli e costruire una vera alternativa.

Negli ultimi trent’anni in Europa abbiamo visto allargarsi la separazione tra popolo e istituzioni. Governi di destra e di centrosinistra hanno applicato sostanzialmente la stessa politica economica: privatizzazioni, austerità di bilancio, smantellamento dei diritti del lavoro e dello stato sociale, contenimento salariale, attacco alle pensioni, priorità assoluta al mercato e ai profitti delle imprese.

Hanno portato avanti la stessa politica migratoria, erigendo una fortezza intorno all’Europa, finanziando Libia e Turchia, lasciando i migranti morire in mare, rinchiudendoli in veri e propri lager, ricattandoli sui documenti per sfruttarli meglio, deportandoli.

Destra e centrosinistra hanno realizzato la stessa politica sociale, tagliando su istruzione, sanità, ricerca, edilizia pubblica. E hanno poi represso le manifestazioni popolari, restringendo ovunque gli spazi di democrazia e partecipazione. Il risultato è stata la passivizzazione della popolazione e il ritorno sulla scena, a 80 anni dalla sconfitta del nazifascismo, dell’estrema destra in Europa.

In Italia abbiamo visto tutto questo e anche di più, perché le politiche neoliberiste sono state imposte in maniera ancor più forte. I principali sindacati CGIL, CISL, UIL hanno accettato le ragioni del mercato e si sono resi sostanzialmente complici tramite la concertazione e il moderatismo, arrivando all’attiva collaborazione, come nel caso della dirigenza CISL direttamente cooptata nel governo. Con il risultato che nel nostro paese i salari – caso unico in Europa – in trent’anni hanno perso potere d’acquisto, le tutele per i giovani sono minori che altrove, dilagano il lavoro nero, gli stage, gli apprendistati, spingendo centinaia di migliaia di italiani a emigrare.

In questa confusione, in questa guerra tra poveri, in questa stanchezza, il governo Meloni è arrivato per fare quello che sempre fa la destra: comprimere ulteriormente i diritti delle classi popolari, dare più soldi ai ricchi, additare falsi nemici che distolgano l’attenzione. Al di là di qualche dichiarazione populista, Meloni ha continuato la stessa politica anti-popolare di Draghi e Von der Leyen per accreditarsi presso le élite occidentali e sperare di ricevere qualche briciola.

Ma le cose stanno cambiando. Nel permanere della globalizzazione la frammentazione del mercato mondiale sta determinando l’emergere di un mondo nuovo, più complesso, in cui ex stati colonizzati o battuti, provano a mediare i propri interessi, spesso in competizione, tramite strumenti come i BRICS e, cresciuti in ricchezza e potere, cercano di rinegoziare l’ordine mondiale a loro favore. Questo determina una feroce risposta da parte dell’imperialismo a guida USA: interventi militari, economia di guerra, riarmo. E nello scontro torna addirittura la minaccia nucleare, con Stati Uniti e Russia che posseggono più di 5000 testate nucleari ognuno. 

È sempre più evidente che lo sbocco delle politiche liberiste è la guerra, come vediamo in Ucraina, o il genocidio, come vediamo in Palestina, dove Israele ha il sostegno o la connivenza occidentali perché si presenta come il bastione del suprematismo, avamposto di controllo del Medio Oriente. E sempre più persone capiscono che per conquistare la pace bisogna rovesciare il sistema economico, guerrafondaio, anti-democratico dominante oggi nel mondo.

Mettere pressione ai nostri governi dal basso, nelle piazze, nei luoghi della formazione, nei posti di lavoro. Ma allo stesso tempo essere anche capaci di entrare nelle istituzioni e nei media per denunciare cosa accade, bloccarne il “normale” funzionamento, ottenere delle vittorie. Dove questo è accaduto – come in Francia, Spagna, Belgio, America Latina... – alcuni risultati sono arrivati. Dove l’opposizione sociale non ha prodotto anche una forte rappresentanza politica e mediatica, le politiche guerrafondaie e anti-popolari sono proseguite indisturbate.

È questo il problema che si pone anche in Italia. Lo abbiamo visto con il movimento iniziato il 22 settembre con un milione di persone in piazza, che ha attraversato tutta l’Italia fino ad arrivare allo sciopero generale del 3 e all’oceanica manifestazione di Roma del 4: c’è una vasta sensibilità popolare contro il genocidio, le politiche di guerra, il neoliberismo, l’ingiustizia del forte contro il debole.

C’è una grande consapevolezza di cosa non va. C’è ancora un grande odio contro i privilegi piccoli e grandi. Davanti al Governo Meloni che fa la voce forte solo con i deboli ma poi si svende a USA e Israele, davanti alle ambiguità e incoerenze di PD e 5 Stelle, che persino sulla Flotilla non operano per disinnescare il conflitto, entra in difficoltà il sistema e nasce la voglia di qualcosa di nuovo. Che però deve fare i conti con molta sfiducia nella politica. Lo certifica uno studio dell’Istat appena uscito sulla partecipazione politica: milioni di cittadini, soprattutto delle classi popolari, non si informano nemmeno di politica, perché sono convinti di non poter cambiare le cose.

Noi vogliamo combattere questa sfiducia e far apparire in Italia una politica differente. Una politica che dia continuità ai movimenti ed eviti che vengano dispersi dalla repressione o dal riflusso, una politica che sappia interpretare i bisogni popolari, che combatta ferocemente Meloni ma che rifiuti anche un centrosinistra che non è in grado di fare un’opposizione degna, che è compromesso con tutti i poteri, europei, atlantici, fino a quelli di padroni e padroncini sui territori.

Una politica che ripudi la guerra e l’economia di guerra, che rompa con la NATO e lo Stato di Israele, che si batta contro un’Unione Europea sempre più reazionaria e guerrafondaia e che sia per il disarmo e per costruire nuove relazioni internazionali. Una politica di moderno socialismo, in grado di garantire eguaglianza sociale, pianificazione ecologica e giustizia climatica, redistribuzione della ricchezza, diritti e partecipazione alle lavoratrici e ai lavoratori, controllo popolare. Che sappia abolire l’apartheid per i migranti, i sistemi elettorali truccati ripristinando un sistema proporzionale, facendo rispettare le parti più avanzate della nostra Costituzione.

Una politica del genere non è un’utopia. È qualcosa che è già in marcia. Negli ultimi due anni si è andata sempre più stringendo un’alleanza tra settori del mondo studentesco e giovanile, sindacati conflittuali come l’USB, reti ecologiste, case del popolo, centri sociali e comitati locali, mondo della cultura radicale e organizzazioni politiche.

Quest’alleanza è scesa in piazza diverse volte, costruendo grandi cortei nazionali, come quello del 21 giugno contro la NATO o giornate come quella del 22 settembre contro il genocidio, attirando l’attenzione mediatica, e anche l’attenzione degli apparati repressivi che non a caso hanno provato ad infiltrare – cosa senza precedenti – Potere al Popolo.

Ora vogliamo allargare quest’alleanza. Vogliamo farla diventare un blocco sociale e politico che nel 2027 riesca a far entrare nelle istituzioni i soggetti sociali che non sono rappresentati. Persone degne e coraggiose che sappiano fare opposizione e soprattutto la facciano a contatto con chi quotidianamente lotta. Che sappiano rappresentare gli interessi della maggioranza contro la minoranza di privilegiati. Che sappiano far apparire una politica bella, entusiasmante, che sfrutti l’invenzione e la forza popolare per fare dell’Italia un paese più felice e non condannato all’estinzione e alla marginalità.

È il momento di cambiare tutto. Potere al Popolo!

Per discutere di questo è stata convocata una assemblea nazionale a Roma domenica 25 ottobre alle ore 10.30 al cinema Aquila (via L’Aquila)

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07/10/2025

Tanto tuonò, che piovve!

Il mese di lotta di questo settembre con lo sciopero generale del 22 e le “quattro giornate” di scioperi e manifestazioni, dall’1 al 4 ottobre, sono state l’acquazzone rinfrescante, atteso dopo una lunga siccità politica, con una partecipazione popolare inaspettata di milioni di persone, lavoratori e soprattutto giovani.

Il genocidio perpetrato nei confronti del popolo Palestinese ed il cinismo ipocrita dell’occidente di fronte a tale dramma, ha risvegliato la coscienza di ampi settori della società frantumando la spessa “crosta” di falsità costruita dalla politica, dalla comunicazione mainstream, dalle istituzioni oggi gestite da quella classe di parvenu eredi del berlusconismo, del secessionismo farsesco e, soprattutto, del fascismo.

La rivolta etica per Gaza è stata la scintilla che ha dato fuoco alla prateria ricoperta da stoppie secche, ma la carica, la forza che si è vista in questi giorni ha cause molto profonde e radicate nel degrado sociale, economico, politico e culturale che investe da tempo il nostro paese e tutto l’Occidente.

La radicalità del “blocchiamo tutto”, dell’attacco frontale ed esplicito all’indecente governo Meloni e la evidente distanza dal cosiddetto campo largo, incapace di raccogliere le richieste di una società in difficoltà, hanno convinto milioni di lavoratori e di cittadini tanto da aderire a ben due scioperi generali politici fatti nell’arco di appena una decina di giorni. Ma al di là delle stesse mobilitazioni la stragrande maggioranza della popolazione italiana si è schierata contro Israele e chi l’appoggiava, come hanno dimostrato in questi mesi tutti i sondaggi.

Che i motivi di tali posizioni diffuse andassero oltre la solidarietà e la vicinanza al popolo Palestinese e mettessero sotto accusa lo stesso governo di destra lo ha capito molto bene la presidente del consiglio, la quale ha reagito con rabbia e nervosismo di fronte ad una evoluzione che non pensava fosse possibile. Si era, infatti, troppo abituata alla impotente opposizione parlamentare (vedi la sconfitta elettorale nelle Marche e in Calabria) che non ha avuto neanche il coraggio di votare in Parlamento contro il piano di pacificazione colonialista proposto da Trump per la Palestina e si è astenuta.

Improvvisamente e inaspettatamente si è materializzata l’enorme divaricazione tra la politica istituzionale, la comunicazione ufficiale di TV e giornali e la società italiana, ed in modo ancora più netta con le classi subalterne, le quali stanno vedendo il peggioramento delle proprie condizioni di vita a partire da quel “ceto medio” considerato finora baluardo della stabilità politica del paese.

Evidenti sono stati i caratteri della partecipazione popolare alle mobilitazioni, i lavoratori organizzati nei sindacati in particolare di quelli di base, anche se la CGIL è stata costretta alla fine a fare una rapida inversione di marcia, tutto il mondo della formazione, dagli studenti ai professori, alla ricerca e università.

Significativa è stata la partecipazione dei lavoratori dei servizi tramite la riuscita degli scioperi che hanno bloccato il paese e di alcune parti importanti della classe operaia, da quella dei porti a quella della logistica, infine si è rivisto in piazza quel popolo della sinistra sbandato e disilluso che ha percepito nelle mobilitazioni la possibilità di una ripresa politica ed ha, forse, pure pensato di sollecitare chi avevano precedentemente votato ma senza risultati.

Il profilo manifestatosi nelle piazze è stato quello di un potenziale blocco politico-sociale che si oppone al governo reazionario delle destre ma che non è affatto attratto dalla proposta del “campo largo”, anche perché quest’ultimo nelle mobilitazioni più che essere presente con un basso profilo non si è per niente presentato, mandando avanti la CGIL. Un sindacato messo in evidente contraddizione dovendosi mobilitare per recuperare il riuscitissimo sciopero del 22 settembre dopo il fallimento del loro strumentale sciopero convocato per il 19 settembre.

Scavando più a fondo della nuova condizione, emerge un altro elemento dai caratteri sociali della mobilitazione a sostegno della Palestina. Infatti, si è manifestato un apparente paradosso, in quanto da tempo il conflitto di classe vive una condizione di letargia e spesso si è pensato che solo l’incremento delle contraddizioni materiali avrebbe in qualche modo modificato i comportamenti passivi che hanno caratterizzato i decenni più recenti.

Invece, sta emergendo come il conflitto politico oggi è in grado di sussumere quello sociale, anche se parzialmente, a differenza di tempi precedenti dove il conflitto sociale, pensiamo agli anni ’90 con le pesanti manovre finanziarie varate a sostegno della costruzione dell’Unione Europea, era più avanzato di quello politico. Questo perché era proprio la sinistra, incluso il PRC bertinottiano, a gestire le manovre antipopolari e la privatizzazione del sistema produttivo e dei servizi pubblici.

Quella condizione politico-istituzionale protrattasi fino al governo Draghi, impediva e comprimeva la spinta al conflitto sindacale e sociale, con l’appoggio attivo di CGIL, CISL, UIL, creando quella letargia che aveva fatto divenire l’Italia il paese più arretrato nel conflitto di classe dietro Francia, Spagna, Grecia ed altri paesi ancora.

Quella compressione ha impedito ogni possibilità di contrattazione e di mediazione sociale, incrementando quel malessere che ora trova la sua valvola di sfogo in motivazioni tutte politiche. Queste sono antagoniste al governo di destra ma anche estranee al centrosinistra corresponsabile della situazione attuale, fino alla convocazione della vergognosa manifestazione a sostegno “dell’Europa forte” in Piazza del Popolo a Roma, sostenuta da politici, intellettuali e artisti asserviti o ai condizionamenti esercitati dalla “Sinistra per Israele”.

Le mobilitazioni di queste settimane sono la fotografia dello “stato dell’arte” del conflitto di classe nel Paese, in quanto si collocano dentro una condizione generale in evoluzione.

Nel Forum organizzato dalla Rete dei Comunisti nel 2023 – “Il Giardino e la Giungla” – dedicato alla frammentazione del mercato mondiale, è stata individuata la tendenza all’incremento delle contraddizione nel modo di produzione capitalista causata dai limiti insorti alla crescita generale moltiplicando la competizione tra i soggetti in campo.

Tale condizione riguarda i soggetti statuali e geopolitici, le imprese multinazionali, i caratteri della produzione attuale, le politiche sociali, incrementando competizione e centralizzazione tra le diverse aree economiche esistenti.

Il malessere sociale manifestatosi ora per via politica, è il prodotto di una condizione che si protrae da molto tempo ed ha una base materiale in cui si accentueranno le contraddizioni e difficilmente si potrà invertirne la rotta, sia nel conflitto internazionale che in quello di classe nei diversi paesi ed aree economiche.

Una valutazione compiuta del movimento di massa visto in questo ultimo mese deve considerare anche questa tendenza generale in cui siamo immersi, in quanto la ripresa del conflitto di classe nel nostro paese può avere da queste mobilitazioni nuovo carburante adottando scelte tattiche e strategiche adeguate.

Innanzitutto contribuendo a mantenere la mobilitazione in modo unitario, su contenuti politicamente chiari e rifiutando ogni mediazione sul merito. Questo significa tentare di consolidare la partecipazione proponendo nuovi momenti di lotta e di denuncia ma avendo chiare le caratteristiche dei settori politici e sociali su cui operare.

Non siamo di fronte ad una rottura sociale netta e cosciente ma dentro una maturazione delle contraddizioni che vanno seguite e curate con molta attenzione, puntando principalmente sulla tenuta nel tempo di questo movimento.

Contemporaneamente va rafforzato il collegamento politico tra quello che sta accadendo in Palestina con le politiche colonialiste e di riarmo dei governi europei, a cominciare da quello Meloni, e di conseguenza denunciare gli effetti che si avranno sulla struttura produttiva del Paese e sulle spese sociali in quanto verranno significativamente ridimensionate in funzione del risorgente militarismo europeo.

Dare continuità e organizzazione al movimento di solidarietà con la Palestina, battersi contro il riarmo e per la pace significa consolidare una condizione politica fondamentale per le forze di classe, per quelle antagoniste e per i comunisti, per individuare e definire una ipotesi e un lavoro politico strategico che punti a consolidare un’area politica indipendente anche dal centro sinistra, ormai impotente ed incapace di rappresentare politicamente i bisogni e le contraddizioni che attraversano e penalizzano i lavoratori in generale, i giovani e le classi subalterne del nostro Paese.

Fonte

23/09/2025

Si sono rotti gli argini

In Italia, lunedì 22 settembre, è successo qualcosa di enorme significato politico, che segna probabilmente l’inizio della fine della “passività sociale”.

Uno sciopero generale convocato da un sindacato come l’USB – rilevante, ma certo non delle dimensioni delle due formazioni di regime che ancora dominano il panorama sindacale – si è saldato con il sentimento di ribellione pacifica di milioni di persone che assistono da due anni a un genocidio in diretta tv.

L’arco delle associazioni o delle organizzazioni che avevano convocato la mobilitazione era certamente vasto, come tante altre volte era avvenuto, ma mai aveva messo in moto una massa di gente come quella che si è vista ieri.

La domanda a cui rispondere è terribilmente semplice e complicata: cosa unisce quella massa? Cosa la terrà insieme, facendola crescere, nei prossimi mesi e anni?

Cercare di isolare l’aspetto economico-vertenziale, tipicamente sindacale, rispetto a quello politico, sociale, umano, oggi sta diventando impossibile. La realtà del mondo attuale tiene insieme senza possibilità di separazione i dati “strutturali” e l’universo delle contraddizioni sociali, anche solo “valoriali”.

Lo hanno capito per primi e meglio quei lavoratori che hanno coniato la parola d’ordine “Giù le armi, su i salari!”. Perché mai come oggi è visibile, sentito sulla propria pelle, la catena che unisce l’impoverimento di chi pure un lavoro ce l’ha e le guerre alle nostre porte.

Mai come oggi è apparso così chiaro che il mostruoso arricchimento di pochissimi si nutre di un iper-sfruttamento che culmina nell’azzeramento non solo della dignità del lavoratore, ma della sua stessa vita. I sempre più numerosi “incidenti sul lavoro” vengono ormai comunemente chiamati “omicidi”. E non più “bianchi”, attribuibili alla pura sfortuna individuale, ma cinicamente messi in conto da imprenditori senza scrupoli e con il permesso di politici senza onore. Se non propriamente “premeditati”, di certo per nulla resi evitabili. Anzi... 

Ma tutto questo sarebbe ancora rimasto confinabile all’interno della normale dialettica conflittuale tra capitale e lavoro. La guerra in Ucraina, l’irresponsabile ricerca dell’escalation da parte dei corrotti ai vertici dell’Unione Europea e dei singoli Stati, l’intollerabile “doppio standard” applicato a comunque terribili episodi del tutto simili, ha progressivamente chiarito che i “valori dell’Occidente” capitalistico cominciano e finiscono dentro le colonne dei libri contabili. Se c’è profitto bene, altrimenti potete morire tutti. Voialtri poveri e rompiglioni, naturalmente... 

Ma è stata soprattutto Gaza, quel genocidio quotidiano in prima serata negato dagli stessi servi che pure devono in qualche modo “parlarne”, quell’infinito distruggere case e corpi di untermeschen – oggi i palestinesi nella visione dei nazisionisti, ma anche gli arabi in genere, che non esistono, almeno fino a quando non fanno Resistenza – ha messo definitivamente nero su bianco, fotogramma dopo fotogramma, che i “diritti umani” sono per le classi dominanti un escamotage linguistico, una finzione letteraria distesa su una realtà orrenda.

Se il diritto alla vita può essere così brutalmente cancellato per un intero popolo, gli altri “diritti” sono chiacchiere e distintivo, carburante per i talk show, esigibili dai “nostri” ma impraticabili per tutti gli altri.

Il limite dell’inumano è stato superato migliaia di volte, fino a quel “definisci bambino” intimato tra i denti da un sionista israeliano che è riuscito a fa imbestialire persino un anziano comico che aveva mantenuto una sua umana scala dei valori.

L’orrore, il puro orrore, è ormai la vera cifra della “civiltà occidentale”, da Washington a Tel Aviv.

A tutto questo, ed anche tanto altro, quella massa di gente scesa in piazza ieri pretende di dire “basta!” Lo pretende sapendo benissimo che i rispettivi governo e insiemi di governi (UE, Nato, ecc.) sono completamente sordi e ciechi.

Un orrore che va logicamente oltre i confini del “semplice” conflitto di classe, lo scontro sui salari, il welfare, la sanità, la libertà individuale (di fare i soldi; di più non è dato). Ma che pure comprende in sé tutti quei temi su cui ognuno, in misura diversa, ogni giorno verifica l’invivibilità di questo sistema di accumulazione. Non “di vita”, ma il suo contrario... 

La dimostrazione empirica è arrivata – in modo assolutamente inatteso – dagli automobilisti bloccati nel traffico, che hanno applaudito a scena aperta i manifestanti che pure li stavano “infastidendo”. Per molto meno, solo pochi mesi fa, i ragazzi di Ultima Generazione erano stati picchiati.

Se così è, come ci è sembrato girando nell’immenso corteo di Roma ed anche in altri, in primo luogo dobbiamo riconoscere che quella massa di gente – lavoratori, studenti, pensionati, madri, ecc. – sta cercando una rappresentanza soprattutto ideale, valoriale, culturale in senso ampio.

Cerca un qualcosa che difenda tutto ciò in cui crede – anche differenziato, com’è giusto che sia – e lo proponga sulla scena conflittuale e politica come un modo d’essere e di pensare, sia il presente che il futuro.

È molto di più di una “rappresentanza politica” da votare alle prossime elezioni, ma qualcosa di più autentico, profondo, duraturo, nella speranza di cambiare totalmente la fogna in cui annaspiamo. Una visione del mondo coerente, sostenuta da forze organizzate magari ancora minoritarie, ma sicuramente non disposte a scambiare valori ideali con poltrone.

Qualcosa è nato. È un blocco sociale atipico, rispetto al lontano passato. Ma in fondo questi sono altri tempi – tempi di guerra e quindi di rivoluzioni – e non possiamo né dobbiamo cercare il “già noto” per affrontare l’ignoto. È un nuovo scenario, che richiede nuovi occhiali.

Lavorare con attenzione e rispetto perché cresca, si consolidi, si chiarisca intorno a qualsiasi tema, è la precondizione per sperare di farlo arrivare vivo al traguardo. Quello di un mondo senza suprematismi di classe o religiosi, e dunque senza sfruttamento, senza guerra e senza genocidi.

P.S. Com’era prevedibile, il governo – tramite la polizia – ha cercato almeno a Milano di far scomparire il tanto che abbiamo provato a descrivere sotto il “già noto” con gli “scontri” . Un modo molto mediatico di far parlare d’altro ai tanti ignobili individui che popolano gli scranni di Parlamento, governo e redazioni.

Gentucola che non aspettava altro per continuare come prima a difendere il genocidio e il riarmo, tacciando gli altri di “violenza”. Se non sanno distinguere quattro vetri rotti da uno sterminio senza fine, forse hanno bisogno di un oculista straordinariamente bravo, di quelli che sanno guardare in fondo a un cervello svenduto.

Su una cosa comunque ha ragione Giorgia Meloni, quando ha commentato le cariche di Milano definendole “violenze e distruzioni che non cambieranno di una virgola la vita delle persone a Gaza”.

In effetti le armi e la copertura politica che il suo governo continua a dare ad Israele hanno conseguenze molto più “efficaci” sulla vita delle persone di Gaza.

Le annientano.


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23/06/2025

Le due manifestazioni contro la guerra ci dicono cose importanti

Le due manifestazioni contro il riarmo e la guerra che hanno sfilato nelle strade di Roma sabato scorso, inducono a qualche considerazione utile per il presente e per il futuro.

Nel paese c’è una forte sensibilità contro le minacce di guerra che incombono nelle relazioni internazionali e nella tenuta democratica del “fronte interno”. Come questa sensibilità troverà la strada per darsi rappresentanza politica nel paese è ancora una incognita e una sfida tutta aperta.

La partecipazione di massa, niente affatto scontata ma visibile a tutti, rende superflua ogni guerra di cifre tra le due manifestazioni, anche perché i due cortei hanno indicato una composizione sociale – oltre che piattaforme e prospettive politiche – diverse tra loro.

La composizione sociale del corteo partito da Porta San Paolo non è andata oltre i soggetti tradizionali dell’associazionismo, del terzo settore, dei sindacati concertativi e di qualche residuale partito e realtà della sinistra radicale. Una composizione vista e ripetuta nel tempo che ripropone un consueto perimetro sociale, politico e culturale che si riproduce ma non si espande.

Quasi spontaneamente emerge la domanda su come dovrebbero sentirsi le migliaia di persone che, generosamente e magari dopo aver viaggiato per centinaia di chilometri, hanno partecipato alla manifestazione partita da Porta San Paolo con vagonate di buone ragioni, ma che poi hanno visto la gestione politica delle stesse ragioni affidata quasi esclusivamente alle dichiarazioni dei vari Conte, Bonelli, Fratoianni. Per chi non ha un rapporto fideistico o stipendiale con tali leadership non deve essere proprio un piacere.

Dentro lo schema bipolarista che il sistema politico intende imporre come una gabbia alla dialettica politica nel paese, non c’è stato e non ci sarà spazio alle loro ragioni ma solo per quelle previste da tale schema.

Si fa invece francamente fatica a sorvolare sull’opportunismo di settori “di movimento antagonista” che, con una subalternità disarmante, hanno scelto di essere in quella piazza e in quella composizione sociale, dalla CUB che il giorno prima sciopera con i sindacati di base e il giorno dopo va in piazza con quelli concertativi, ai vari gruppi o collettivi ultracomunisti che pensano sempre di poter influenzare le piazze di altri ma ne vengono sempre e sistematicamente risucchiati.

Portare uno striscione contro la Nato o avere l’uscita dalla Nato come tema della piattaforma è cosa ben diversa e non produce certo risultati duraturi sul piano dell’orientamento e dell’azione politica.

Ancora una volta, dunque, vediamo zero spazio per l’autonomia dei movimenti contro la guerra, degli uomini e donne che li animano materialmente e un tentativo di ferreo controllo da parte della “politica”, un controllo visibile oggi per essere giocato domani sul piano elettorale per il campo largo e, se possibile, di governo.

Un destino amaro, ma che tale rimarrà, se non emergeranno nuove ipotesi di spazio ed espressione politica, sui temi della guerra e della pace sicuramente, ma anche più complessivamente sugli assetti politico-sociali del paese.

Diversamente la manifestazione partita da Piazza Vittorio ha mostrato materialmente un blocco sociale possibile e alternativo, fatto visibilmente di studenti, lavoratori, realtà sociali di lotta. Dagli occupanti delle case ai lavoratori della logistica, delle fabbriche, della ricerca e del Pubblico Impiego fino ai camionisti organizzatisi recentemente in modo indipendente con l’USB; e poi gli studenti di Cambiare Rotta, di OSA e del CAU fino alle strutture locali di Potere al Popolo, ai NO TAV e a molti altri comitati territoriali.

Da qui è derivata non solo la maggiore vivacità, combattività e nuova anagrafe politica del corteo ma anche la possibilità di una nuova composizione sociale e politica alternativa e indipendente dallo schema bipolare che si vorrebbe imporre.

Una condizione, questa, importante per costruire una prospettiva indipendente ma radicata nel complesso tessuto sociale, rifiutando il politicismo imperante a sinistra e mirando ad allargarsi alla nuova composizione di classe maturata nel paese.

Lo stesso sciopero generale del 20 giugno ha dimostrato come la realtà stessa stia producendo una politicizzazione della lotte sindacali suscitando tra i lavoratori una crescente attenzione e presa di coscienza sui pericoli di guerra e i danni derivanti dall’economia di guerra.

D’altra parte l’aggressione statunitense all’Iran, avvenuta nella notte tra il 21 ed il 22 giugno, è talmente grave e foriera di sviluppi drammatici per tutti, anche per il nostro paese, che potrebbe incrinare quella passività che da troppo tempo è stata ideologicamente assorbita dal mondo del lavoro. Lo sciopero del 20 si è posto appunto su questo crinale della contraddizione in antagonismo ai sindacati complici.

È una condizione nuova e di enorme interesse ma che, appunto, deve trovare all’appuntamento organizzazioni sindacali e ragionamenti come quelli messi in campo dall’USB e non comunicati formali che non si trasformano mai in azioni coerenti.

Le contraddizioni della realtà stanno infatti producendo condizioni nuove che lasciano intravedere un blocco sociale possibile da mettere in campo contro i governi e gli apparati che stanno portando l’umanità di nuovo dentro il gorgo del riarmo e della guerra.

La piena riuscita della manifestazione del Coordinamento Disarmiamoli del 21 giugno ci restituisce un ottimo risultato ma anche stimoli e indicazioni utili per il prossimo futuro.

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22/06/2025

A tutti i compagni e le compagne dell’USB, ai delegati e alle delegate, alla nostra ampia comunità

Mentre ancora abbiamo negli occhi e nella mente la splendida manifestazione di ieri a Roma ci raggiungono le notizie dell’attacco degli USA all’Iran e della scelta ormai inequivocabile intrapresa dall’amministrazione statunitense, di concerto con il governo israeliano, di imporre con la forza un cambiamento degli equilibri mondiali. È un passaggio a suo modo storico, un punto di non ritorno che ci avvia verso esiti imprevedibili e drammatici.

Per questo il ringraziamento che vi inviamo per il lavoro svolto sia nella costruzione di uno sciopero non certo semplice da realizzare, sia per l’organizzazione delle iniziative che lo hanno accompagnato e sia per la partecipazione alla manifestazione di ieri a Roma, non può non essere accompagnato anche da una riflessione a caldo su come la situazione sia in rapida evoluzione.

Purtroppo, viene da dire, ancora una volta avevamo visto giusto. La chiarezza degli obiettivi della manifestazione di piazza Vittorio, che abbiamo voluto tenere ben salda, assieme al Coordinamento Disarmiamoli, si manifesta in tutta la sua rilevanza proprio alla luce degli avvenimenti del giorno dopo. Nel mondo si prepara la guerra e il comportamento e le scelte del nostro governo avranno una ricaduta fondamentale per il nostro futuro. I rapporti con la Nato e con la UE, i piani di riarmo, il ruolo dello stato terrorista di Israele, la conversione della nostra economia ad una economia di guerra non sono i temi dei prossimi mesi o anni, ma riguardano l’oggi e su questi non sono più accettabili balbettii. Se vogliamo provare a fermare questa maledetta spirale o quantomeno a mettere in protezione il nostro popolo, questi devono essere i nostri obiettivi.

L’impegno sindacale, cari compagni e compagne, è uno sforzo quotidiano incessante che pesa sulla vita di tutti noi. Per noi che viviamo il sindacato come una scelta per provare a combattere le ingiustizie del mondo questo sforzo è anche passione e ragione di vita, ma come non riconoscere che la fatica si fa sentire? La manifestazione di ieri, soprattutto per chi è venuto da più lontano, è stato un passaggio non facile anche se ripagato dalla piena riuscita della mobilitazione e dall’entusiasmo che si è respirato per le strade di Roma. Una manifestazione che ci dice, una volta di più, che l’azione sui posti di lavoro e la tutela quotidiana dei nostri non si può fare se non allarghiamo lo sguardo al contesto nel quale operiamo, se non teniamo ben saldo il nesso tra i salari che non crescono e il riarmo che stanno decidendo.

C’è un dato che crediamo in tanti abbiano colto della giornata di ieri: l’emergere di un potenziale blocco sociale fatto di tanti giovani e giovanissimi, di lavoratori immigrati, di operai della logistica e di fabbrica, di settori popolari delle periferie delle città e di lavoratori dei servizi. Un blocco che fatica ancora a riconoscersi in modo compiuto ma che ieri ha fatto un passo in avanti, togliendosi di dosso il timore ad andare da soli, a contare sulle proprie forze, ad essere accusati di minoritarismo e settarismo. È una comunità che è stanca delle parole vuote e delle ambiguità, che non vuole più vedere le solite facce di gente pronta a tradire, che vuole parlar chiaro e che alle parole preferisce le azioni.

Di fronte ai terribili avvenimenti di stamane questa comunità, che ha davanti enormi potenzialità di crescita e di allargamento, costituisce la migliore speranza che abbiamo, forse l’unica, che sia ancora possibile cambiare il corso degli eventi.

Senza un attimo di respiro, compagni e compagne, avanti tutta!

Unione Sindacale di Base

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28/01/2023

Brasile - La difficile costruzione di un blocco sociale e politico alternativo al sistema

Leonardo Boff cita Noam Chomsky “Il Brasile è un caso speciale. Raramente ho visto un paese in cui elementi delle élite nutrono un tale disprezzo e un tale odio per i poveri e per i lavoratori”.

I retaggi della storia e del contesto complessivo delle periferie del mondo. I secoli di schiavitù, e di uso del lavoro schiavistico, dei neri, dell’oppressione e della distruzione delle comunità indigene agiscono sempre. Ieri e oggi. Enormi, intollerabili diseguaglianze, allora e oggi. Oligarchie ricchissime in alto (oggi il vertice costituito da 350 miliardari) e svariati milioni di poveri e di poverissimi in basso. L’odio di classe e l’odio razziale uniti. Come in Venezuela, nei confronti del compianto meticcio Hugo Chavez, e come avviene in generale nell’America Latina. Oggi con circa 215 milioni di abitanti, in Brasile si contano 33 milioni di affamati e 110 milioni con “insufficienza alimentare”. Metà della popolazione povera vivente nelle disumane favelas, la gran parte neri e meticci.

I.

All’origine è il Forum Economico Mondiale (Fem) dei potenti della terra a Davos e, dialetticamente, è l’alternativa del Forum Sociale Mondiale (Fsm) di Porto Alegre 2001.

Puntualmente la importante Ong Oxfam, negli ultimi anni, ogni gennaio, in occasione del Fem, diffonde un documento prezioso sullo stato del mondo dal lato delle diseguaglianze. Quest’anno il titolo è “La diseguaglianza non conosce crisi”. È l’ennesima impietosa evidenza del divario, della polarizzazione su scala mondiale di ricchezza estrema, da una parte, e di povertà estrema dall’altra.

Le ragioni grandi del movimento altermondialista rimangono. Il Fsm oggi è in crisi, ma nel 2001 rappresentava la grande speranza, soprattutto nel Sud Globale, del rivolgimento, della messa in discussione della triade capitalismo (globalizzazione neoliberista)-colonialismo/imperialismo-patriarcato. La partecipazione e la vitalità dei movimenti sociali di tutto il mondo erano impetuosi a Porto Alegre. Ma soprattutto, per quanto ci riguarda, i movimenti sociali e la sinistra in generale (comunisti di varie tendenze, socialisti, cristiani di sinistra ecc.) del Brasile.

Tutto ciò ha dato impulso, ha fortemente alimentato la spinta per il cambiamento nelle elezioni presidenziali del 2002. Lula lo ha espresso in varie occasioni. Il Fsm e il movimento altermondialista hanno dato un contributo decisivo per la svolta in Brasile. Il movimento operaio e i sindacati (la Cut in primo luogo), i movimenti contadini e il Movimento Sem Terra, i popoli indigeni e l’indigenismo, i movimenti femminili, gli ambientalisti e gli ecosocialisti, il solidarismo cristiano e cattolico, il vasto e prezioso mondo intellettuale delle scuole, delle università, delle riviste, dei mass media non controllati dalle oligarchie brasiliane, attivisti e attiviste di varia ispirazione e su temi vari ecc. hanno rappresentato il blocco sociale e politico, la base di massa che ha sorretto il PT e Lula.

Le prime presidenze di Lula miravano a trovare soluzioni a favore degli strati più poveri con la Bolsa Familia (aiuti alle famiglie) e con il programma Fome Zero (Fame Zero). Nel contesto del fine perseguito di creare e di alimentare una classe media, i nostrani “ceti medi riflessivi”, come cuscinetto attivo e modernizzatore in una realtà così polarizzata come il Brasile. Uno strato medio, usando vecchie, ma sempre valide categorie (Samir Amin), di “borghesia nazionale” di contro alla sempiterna, nelle periferie del mondo, “borghesia compradora”. In Brasile asservita agli interessi del capitale finanziario, delle multinazionali, degli Usa in ultima istanza. Lo sviluppo economico favoriva questa tendenza. Il Pil tra il 2002 e il 2010 cresceva annualmente del 4,5% e il Brasile consolidava la sua posizione nel mondo e come potenza regionale nell’America Latina.

La crisi economica mondiale del 2007-2008, a partire dal 2010 ha compromesso questa tendenza e questa classe media, arricchitasi negli anni precedenti, ha cominciato ad abbandonare il sostegno al governo Lula. Il golpe giudiziario del 2016, denominato “Operazione Lava Jato”, suggerito dal grande fratello Usa, contro Dilma Rousseff e contro Lula troverà, in questi ceti medi colpiti dalla crisi economica, un terreno favorevole.

L’aspetto critico-problematico di tutto ciò consisteva nell’attenzione di Lula a non inimicarsi il Fondo Monetario Internazionale e a frenare la fuga dei capitali, classica opzione delle oligarchie per contrastare il nuovo corso. Il blocco sociale avverso, allora e oggi, rimane quello agrario-militar-evangelico. Con il concorso del capitale finanziario interno ed esterno. La tanto attesa, e nel programma di governo prevista, riforma agraria veniva differita.

Qui lo scontro è sempre stato feroce. La ferocia dei latifondisti con i propri squadroni armati, da una parte, e la spinta continua dei Sem Terra e dei movimenti contadini, dall’altra. Una parte del movimento ha cominciato a criticare Lula e il PT al governo per questa inadempienza e per aver dato libero corso all’agribusiness, alle coltivazioni Ogm, soprattutto della soia, allo “estrattivismo” di minerali e idrocarburi ecc.

II.

Un piccolo intermezzo. Il Brasile cattolico, negli anni della dittatura militare dopo il golpe del 1964, fu investito dal vento purificatore della Chiesa uscita dal Concilio Vaticano II. Costituì un vasto terreno favorevole per la diffusione della Teologia della Liberazione. Si formarono circa 100.000 “comunità ecclesiali di base” con il coinvolgimento di tanti milioni di cristiani partecipanti e attivi. Tutto ciò intollerabile per il reazionario anticomunista papa Wojtyla e per l’allora capo del Sant’Uffizio Joseph Ratzinger.

Con il processo del 1984 al francescano Leonardo Boff, esponente di punta della Teologia della Liberazione, si iniziò a reprimere e a bonificare il Brasile. Nel corso degli anni si svuotò il Brasile delle comunità di base e al loro posto si introdussero le chiese evangeliche, pentecostali ecc. Con soldi e sul modello statunitensi. Niente in comune con le importanti chiese evangeliche (valdese, metodista ecc.) italiane. Queste chiese in Brasile, nelle quali vengono aggregati molti strati poveri e poverissimi, costituiscono una base di massa di Bolsonaro e del blocco sociale agrario-militar-evangelico.

Malgrado la dinamica di cui sopra, rimasero comunque organismi, associazioni, gruppi del cattolicesimo sociale e del solidarismo importanti per le sorti della democrazia e della sinistra in Brasile.

III.

La vittoria di Lula alle elezioni presidenziali di ottobre 2022 è stata risicata. La vera base di massa per Lula oggi è il Brasile povero e poverissimo del Nord-Est e il Brasile amazzonico. Indigenismo, movimenti contadini, movimenti femminili radicalizzati, intellettuali ecc. costituiscono l’attuale riferimento sociale di Lula. I sindacati e il movimento operaio lo sostengono sempre, ma il lavoro dipendente è oggi indebolito dalla crisi del “fordismo periferico”, con ulteriori delocalizzazioni, “in entrata” a suo tempo, e da qui l’ingrossamento delle file del lavoro salariato brasiliano, da anni “in uscita”, a misura delle trasformazioni in atto nella globalizzazione neoliberista e nello sviluppo di nuove tecnologie.

L’ideologia è sempre importante, accanto alle dinamiche strutturali. Essa agisce sempre, soprattutto con la retorica e la propaganda della “sicurezza”, portata avanti da Bolsonaro, e una parte non trascurabile di detto lavoro salariato simpatizza per l’estrema destra.

Per comprendere le difficoltà di Lula. Alle elezioni i governatori di sinistra eletti sono stati solo 6 mentre 21 sono andati alla destra e la maggioranza dei deputati eletti è composta di oppositori. Il vicepresidente attuale è Geraldo Alckmin del Psdb (partito socialdemocratico brasiliano), a suo tempo principale partito di opposizione. Alckmin e Psdb hanno sostenuto il golpe giudiziario contro Dilma Roussef e contro Lula.

Benché sventato, il golpe del 8 gennaio rimane come minaccia e come deterrenza costanti. Occorre tenere presente che i militari non si sono mossi in questa occasione per paura delle “sanzioni internazionali”. Tradotto. Gli Usa non hanno dato il via libera e tengono il mastino al guinzaglio pronto a liberarlo qualora il clima cambiasse. Alle elezioni la stampa controllata e dominata dall’oligarchia non ha sostenuto Bolsonaro. Ma non ha neanche sostenuto Lula. Bolsonaro e il suo blocco si preparano alle prossime elezioni del 2026.

IV.

Il Brasile è un paese importante in sé. Per dimensione economica e per popolazione. Ma è soprattutto molto importante nella visione di un mondo multipolare. È componente fondamentale dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) ed è paese-chiave per gli equilibri in America Latina, soprattutto in questa fase storica in cui può trovare alleati molti paesi che hanno avviato il cambiamento in quel continente.

Un tempo chiamavamo “subimperialismo brasiliano” il ruolo assegnato dagli Usa a questo paese dopo il golpe del 1964. Oggi il Brasile rappresenta invece il crocevia per la giustizia sociale e per la riduzione delle diseguaglianze, in casa e nel mondo, per la sfida dei problemi ambientali e della giustizia climatica (in primo luogo con la fine della deforestazione dell’Amazzonia). Il crocevia per un possibile ulteriore sviluppo economico grazie a molti settori di punta brasiliani nelle nuove tecnologie, nell’industria aeronautica, nelle biotecnologie ecc.

In questo senso, il destino del Brasile non interessa solo alle classi subalterne, alle sinistre politiche, ai democratici del paese in questione. Il destino del Brasile investe anche noi. Soprattutto interessa a chi opera per un mondo multipolare antiegemonico. Contro l’egemonia Usa e Nato e contro l’impulso neocolonialistico-imperialistico di europei e di occidentali in generale. Impulso ampiamente dispiegato anche nell’attuale guerra Usa-Nato-Russia. Con l’Europa e con l’Occidente arruolati e con l’Ucraina usata come pedina da sacrificare.

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25/07/2020

Chi vince alle elezioni della Comunità Autonoma Basca?

Come Rete dei Comunisti abbiamo tradotto questa interessante presa di posizione dell’organizzazione marxista-leninista basca “Herri Gorri” sulle elezioni che si sono tenute il 12 luglio sia nei Paesi Baschi Spagnoli sia in Galizia.

Il documento restituisce un quadro dell’evoluzione elettorale recente in Euskadi caratterizzata dall’astensione – in particolare tra i ceti popolari – la conferma della storica classe dirigente politica della borghesia basca – il PNV – la scomparsa di Podemos e l’affermazione della sinistra indipendentista basca – il EHBildu – “erede” di Herri Batasuna sul fronte della rappresentanza politica.

Quasi metà dell’elettorato non si è recato alle urne, i “centristi” del PNV prendono il 39%, Euskal Herria Bildu il 27%, mentre Podemos quasi dimezza i propri rappresentanti passando da 11 a 6 seggi.

Il comunicato va oltre prendendo di petto la questione della progressiva de-politicizzazione degli strati più vulnerabili del proletariato e dei settori giovanili analizzando a fondo la questione dell’astensione, una scelta (quest’ultima) dettata per la maggior parte non da un rifiuto del sistema politico vigente né dai proclami astensionisti di una parte della sinistra indipendentista basca.

Questo è un nodo politico che ci tocca da vicino e pensiamo che sia un terreno di riflessione propedeutico all’agenda politica dei comunisti a livello continentale: come essere un punto di riferimento organizzativo per i settori del nostro blocco sociale? Come dare rappresentanza politica adeguata agli esclusi dal patto sociale nella crisi?

Appare chiaro anche dalle recenti affermazioni di Pablo Iglesias al quotidiano francese “Le Monde” – che da un giudizio positivo ai limiti dell’entusiasta sull’accordo dei 27 leader della UE questo lunedì – come la formazione che co-governa con i socialisti a livello statale – Sánchez ha definito l’accordo un “autentico piano Marshal” (!) – siano avviati a tappe forzate verso la loro trasformazione in forza compiutamente neo-socialdemocratica, assumendo le “compatibilità” del sistema politico sia in UE sia in Spagna come proprio unico orizzonte.

Appare chiaro come Podemos, nonostante l'annuncio di Iglesias all'indomani delle elezioni, non compirà alcuna autocritica; l'organizazione prende atto del suo mancato radicamento e della sue lotte intestine, ma non accenna al fatto che essere al governo con quello che si indicava come uno dei pilastri della “trama”, sia stato un elemento oltremodo penalizzante.

È chiaro che per le classi subalterne basche e ancora a maggior ragione per quelle galiziane il “populismo di sinistra” di Podemos abbia perso qualsiasi capacità attrattiva e che questo “oggetto politico” sia stato né più né meno che una “bolla elettorale” che sta uscendo con le ossa rotte tra lotte intestine, scissioni e defezioni.

I successi vantati da Iglesias, per cui l’azione di Podemos sarebbe stata indispensabile, per una parziale inversione di tendenza rispetto all’austerity nella politica spagnola, non sembrano essere stati percepiti come uno scarto significativo rispetto al passato.

Buona Lettura

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Questa è la classica domanda che i media si pongono il giorno dopo le elezioni. La risposta delle varie parti in genere tende ad essere decisamente simile: per la maggior parte di loro sembrerà che nessuno abbia perso. Vediamo persino il rappresentante del PP Iturgaiz affermare sin da domenica, una volta noti i risultati, di essere riuscito a “battere i sondaggi”.

Tra tutte le sciagure che sono accadute in questi mesi ai lavoratori dei Paesi Baschi, non è male oggi rallegrarsi per la sconfitta dello “spagnolismo”, che lo pone sempre più in una posizione assolutamente residuale. Facendo una prima analisi elettorale, partito per partito, possiamo sottolineare quanto segue:

– Il PNV [Partito Nazionalista Vasco], nonostante la notevole perdita di voti (circa 50.000), esce rafforzato da quest’ultima competizione elettorale. Si ottiene, come aveva previsto Ortuzar [presidente del PNV], un seggio in più per provincia, il che lo consolida maggiormente come prima forza nonostante siano ancora lontani dalla maggioranza assoluta, che nessuno ha mai raggiunto nel Parlamento di Gasteiz.

Il risultato più notevole è il consolidamento del blocco nel governo PNV+PSE, che è passato da 37 a 41 seggi, dando loro una maggioranza assoluta che non avevano nell’ultima legislatura. Questo significa che non dovranno ricorrere a terzi per portare avanti le proprie iniziative, come abbiamo visto negli ultimi anni, in cui erano sostenuti da Elkarrekin Podemos.

Ovviamente, questo consolida i Jeltzales [nome con cui si indica gli iscritti al partito], e permetterà loro di affrontare la cosiddetta “ricostruzione nei Paesi Baschi” senza contare né sulle forze progressiste della sinistra del PES (EH BIldu e Elkarrekin Podemos) né sullo spagnolismo.

Dal nostro punto di vista, questo significa un passo indietro quando si tratta di aspettarsi riforme di rilevanza sociale nei Paesi Baschi, poiché le forze progressiste non hanno più quella piccola scappatoia che permetteva loro di fare pressione sul PNV+PSE da posizioni in generale più trasformative. In generale, il blocco di potere che abbiamo visto caratterizzarsi è consolidato e rafforzato nella CAV [Comunità Autonoma Vasca].

– Il caso di EHBildu ha una doppia lettura.

Da un lato, è rafforzata come l’unica alternativa minimamente praticabile al PNV nel CAV (se qualcosa del genere esiste) ottenendo 22 seggi, che è il suo massimo storico. Si rafforza enormemente ad Araba (dove storicamente la sinistra abertzale aveva più problemi) e riesce a eguagliare nuovamente nel suo feudo storico, Gipuzkoa, il PNV.

Non si può trascurare il fatto che la somma di tutti i deputati dei partiti a livello statale in Parlamento (PSOE+PP+VOX+PS+CS) dà esattamente lo stesso numero di deputati di EHBildu, 22, un fatto che preoccupa Pablo Casado.

Non va dimenticato che l’alta astensione, che analizzeremo più avanti, ha giovato per alcuni versi all’estrema destra di Vox, ma anche alle due principali forze politiche in questo momento nella CAV, il PNV e EHBildu.

Tuttavia, come abbiamo sottolineato nel punto precedente, la nuova maggioranza assoluta ottenuta dal PNV+PSE fa perdere loro un grande meccanismo di pressione che avevano in mano durante l’ultima legislatura. Tutto questo si basa sull’idea che un ipotetico tripartito tra EHBildu + PSE + Elkarrekin Podemos sia oggi una chimera nella CAV.

Un altro fatto degno di nota che possiamo sottolineare nel caso di EHBildu è che non riesce a capitalizzare la perdita di voti che Elkarrekin Podemos ha subito, poiché migliora i risultati con 20.000 voti in più, ma siamo ben lontani dagli oltre 80.000 che la formazione viola ha perso in queste elezioni. Ci si chiede quindi se ci troviamo di fronte al tetto elettorale della coalizione abertzale.

L’ascesa strutturale che Otegi [segretario di EHBildu] ha sottolineato è vera, ma è accompagnata da un’alta astensione che aiuta le due forze politiche più consolidate e strutturate della CAV. La loro forza tra i giovani (a cui si contrappone una decisa debolezza tra i più anziani) è il dato principale che può far pensare che una maggiore ascesa sia ancora possibile, e tutto questo in particolare se si tiene conto che Elkarrekin Podemos è stato devastato, come vedremo più avanti.

Infine, è anche importante sottolineare che i risultati di EHBildu lasciano i settori critici della sinistra abertzale in una situazione decisamente complessa, così come la sua linea di ricostruzione di un “movimento socialista rivoluzionario di liberazione nazionale” appare tutta in salita: infatti gli appelli al boicottaggio e all’”astensione rivoluzionaria” non sono stati assunti dalla base di EHBildu in modo significativo.

Non c’è dubbio che i risultati del processo sovranista catalano, insieme a una posizione più pragmatica sulla questione nazionale e sull’indipendenza incondizionata e unilaterale, hanno portato EHBildu a un rafforzamento del suo profilo di “sinistra”, sia in vista del confronto con il PNV all’interno dello spazio nazionalista basco, sia per integrare settori non nazionalisti di sinistra ma con posizioni aperte all’autodeterminazione, che vengono dallo spazio di Podemos.

– I socialisti baschi rimangono praticamente gli stessi di quattro anni fa. Da quando sono entrati in coalizione con il PNV, stanno perdendo la forza che avevano in alcune zone del paese, come la riva sinistra, che è nelle mani dei Jeltzal ormai da otto anni. Gli oltre 20 seggi che avevano in passato ormai sono un lontano ricordo.

Come in tutte le coalizioni di governo (chiedete a Podemos), il secondo in comando è stato svantaggiato nella competizione elettorale. Né sono riusciti a ottenere alcun ritorno elettorale dall’affondamento di Elkarrekin Podemos attraverso quello che è stato chiamato “effetto Pedro Sánchez”, che ci mostra che le dinamiche e la logica di Madrid non funzionano nella CAV.

Il suo ruolo non cesserà di essere quello della stampella del PNV, legato agli accordi di questo con Madrid. La vicinanza del voto sul bilancio generale dello Stato non fa che rafforzare la posizione jeltzale, che probabilmente acquisterà più peso nel futuro governo basco a scapito del già scarso peso che avevano i socialisti. Anche se alcune voci mettono in dubbio l’alleanza con il PNV, questa non sembra essere in pericolo.

– L’affondamento di Elkarrekin Podemos è l’evento più importante di queste elezioni. Un partito che in 4 anni ha avuto 4 segretari generali e che è passato dalla vittoria alle elezioni generali alla posizione residua che Ezker Anitza aveva storicamente nella CAV. Il buco nero di cui parlavano alcuni ex leader dell’UI si sta ripresentando per la formazione viola.

Nella realtà pre 15M nella CAV c’erano 4 famiglie politiche solide (PNV, IA, PSE e PP) e una quinta che appariva e scompariva. Questo ruolo marginale, che Ezker Anitza ha avuto storicamente fino all’alleanza del 2016 con Elkarrekin Podemos, è oggi nuovamente realtà. Questo ci porta a pensare che questa formazione si trovi ora al suo minimo “garantito” elettorale, il che a sua volta può significare che EHBildu è al suo massimo, tenendo in considerazione il trasferimento di voti tra di loro dopo la nascita di Podemos.

Brutti tempi per una formazione che non è stata in grado di formare una solida struttura nella CAV ed è sempre stata enormemente condizionata da decisioni provenienti dalla leadership dello Stato, cosa che chiaramente non funziona nei casi non solo di Podemos ma anche del PP.

– Si noti che anche la coalizione spagnolista tra PP e Ciutadanos ha subito un calo significativo. Alla luce dei dati, è probabile che sia stata l’opzione elettorale più colpita dall’astensione, che ha avuto tanto peso nel suo feudo storico, Araba. La formula del raggruppamento con Ciutadanos non funziona, come è successo l’anno scorso a Nafarroa con il caso della coalizione Navarra Suma.

Se Feijoo può insegnare qualcosa alla destra spagnola, è che le strategie “autonome”, lontane dai progetti dei leader di Madrid, funzionano meglio. Le particolarità di questi luoghi hanno sempre un grande peso quando si tratta di decidere il voto, e le strategie che vengono viste come imposte dall’esterno raramente ottengono un grande risultato, ed è per questo che le strategie autonome si stanno rafforzando in alcuni luoghi, il che tra l’altro ci dà una buona indicazione dell’importanza per molti elettori dell’autonomia o della sovranità, a seconda della prospettiva che adottiamo.

– Vox entra per la prima volta nel Parlamento di Gasteiz nonostante un calo significativo dei voti rispetto alle elezioni generali. L’alta astensione di Araba (la più alta della CAV) gli permette di ottenere un seggio con circa 4000 voti, che gli permetterà di approfondire la sua strategia di tensione con lo sguardo rivolto al resto dello Stato.

La loro presenza può servire come riflesso dell’importanza che attribuiscono alla lotta antifascista, sempre da una prospettiva di classe che impedisce all’estrema destra di entrare nei quartieri popolari (cosa che ancora non riescono a fare).

Non cadete però nella trappola di dire che questa è la prima volta che l’estrema destra viene rappresentata nella CAV, visto che non molti anni fa avevamo Abascal che occupava una sedia accanto ad altri personaggi come Jaime Mayor Oreja, Maria San Gil o lo stesso Carlos Iturgaiz.

– L’astensione è senza dubbio un’altra delle grandi novità di questa tornata elettorale. È sempre stata alta nella CAV (vale la pena ricordare che era stata ancora più alta nella votazione sullo Statuto) ma questa volta ci da qualche lezione.

La prima cosa da notare è che c’è una correlazione molto significativa tra i livelli di reddito e l’astensione: i quartieri con livelli di reddito più bassi hanno tradizionalmente avuto livelli di astensione più alti rispetto a quelli con redditi più alti, cosa che viene confermata in diversi studi, ma non si può dire che questa maggiore astensione implichi un esercizio attivo, politicizzato e consapevole di rifiuto del sistema.

Tra alcuni settori del proletariato più precario, esiste il rischio che il loro astensionismo sia legato a un processo di “sottoproletarizzazione”, determinato da una distanza dalla politica e da quella che chiamiamo assenza di “capitale culturale” che, oltre alla depoliticizzazione nel suo senso più ampio, implica importanti difficoltà di integrazione in dinamiche di mobilitazione e di organizzazione intorno a un’alternativa al sistema.

L’autocritica diventa necessaria quando è evidente che non si riesce a lavorare in modo sostenuto con i settori più colpiti dalla logica capitalista. Faremmo quindi bene a dare centralità a ritornare per le strade ad ascoltare e imparare da questi settori del proletariato, se vogliamo evitare che il loro processo di “politicizzazione” passi unicamente per la partecipazione elettorale o che si continui a guardare al soddisfacimento dei propri bisogni materiali solo attraverso l’assistenza sociale.

Crediamo anche che i giovani della CAV siano sempre più apolitici. Come ha sottolineato l’Euskobarometro, anche se parte dell’astensione dei giovani è intesa come un rifiuto del sistema, la maggior parte proviene dall’essere stufi di esso e da un disinteresse per la politica. Ciò significa che sarà difficile articolare movimenti che possano affrontare misure che peggioreranno le condizioni di vita della classe operaia, riforme che – tra l’altro – saranno patite soprattutto da coloro che entreranno nel mercato del lavoro nei prossimi anni.

In nessun caso possiamo considerare un trionfo il fatto che più di 800.000 baschi si astengano (più del 47% dell’elettorato), poiché la maggior parte di loro non lo fa per dimostrare il proprio rifiuto verso il sistema, ma per mancanza di interesse, per paura legata al Covid, o per il fatto di essere stufi dopo anni di impoverimento, immersi nella mera sopravvivenza quotidiana.

La sfida che dobbiamo affrontare è enorme, e non possiamo cominciare a confondere i nostri desideri con la realtà. Sarebbe bello che fossimo quasi un milione di baschi consapevoli del proprio ruolo di proletariato, ma questo è qualcosa che riteniamo lontano dalla realtà, poiché, nei quartieri più poveri, l’astensione rispetto alla logica elettorale non è stata accompagnata da un aumento significativo dell’organizzazione dei movimenti sociali o da una maggiore ricettività alle proposte di trasformazione sociale.

Alla domanda che dà il titolo alla nostra analisi, possiamo rispondere che in nessun caso il proletariato basco è il vincitore. Come abbiamo fatto notare, il PNV è in questo momento il principale nemico della classe operaia basca. Queste elezioni rafforzano la sua posizione grazie alla maggioranza assoluta raggiunta dai Jeltzales con il PSE: il blocco al potere si rafforza, e continuerà a seguire i diktat dei padroni e della borghesia basca rappresentata nella Confebask.

La crescita dell’astensione può essere vista come un terreno fertile che può nutrire i movimenti popolari, ma in nessun caso come l’espressione materiale del successo delle tesi più di rottura. Abbiamo ancora molta strada da fare prima di poter contare qualcosa e fare dichiarazioni che contino qualcosa. Noi comunisti abbiamo una lunga strada da percorrere, che si illuminerà se sapremo dove camminare.

Fonte

03/11/2019

Vivere o sopravvivere ? Per una riflessione sul processo di ricomposizione di classe

I processi di trasformazione in atto, emersi dopo l’abbandono della convertibilità del dollaro con l’oro, con la conseguente rottura dell’equilibrio valoriale monetario e la successiva implosione dell’avventura sovietica avvenuta nel 1989, hanno posto i comunisti di fronte ad una crisi d’identità attraversata da contraddizioni che sopivano, sotto le aspettative di vita del proletariato internazionale, congelate nella prima grande e geniale esperienza storica del socialismo.

Non intendo qui, ripercorrere le fasi storiche di quel periodo, bensì far emergere alcuni aspetti delle relazioni sociali, riaprendo una questione che è strettamente legata alla diversità di concezione e accettazione passiva dello scorrere della vita sociale delle classi subalterne, nel panorama socio-politico attuale.

Chiaramente, la mia riflessione guarda particolarmente in casa nostra, ma anche con un’ottica legata al panorama sociale dell'Unione Europea.

L’approccio alla visione di un processo rivoluzionario, non può non tracciare una linea netta di separazione tra la logica di una vita incatenata alla “sopravvivenza” e la conquista di una vivibilità partecipativa e futuribile delle classi subalterne. La contrapposizione tra il modello di prassi-pensiero riformista e coloro che intendono procedere alla distruzione totale dell’esistente è centrale nella mia analisi.

La realtà che ci troviamo di fronte sposa e trasmette modelli di pensiero elaborati su misura da schiere di “pensatori parassiti” e burocrati, costruiti su misura dal potere del capitale per cristallizzare una struttura sociale che sia in grado di inquadrare il proletariato all’interno delle compatibilità del capitale stesso.

Insomma, per dirla con chiarezza: la linea della “sopravvivenza” imposta dalla classe dominante ed accettata inconsciamente e passivamente dalla maggior parte del proletariato attuale, rappresenta la base culturale per la continuità del dominio del capitale medesimo e certamente il suo superamento rappresenta il primo passo verso una prima identificazione della classe come classe in sé.

La ripartizione della ricchezza dettata dagli interessi dalla classe dominante, mirante a raffreddare i conflitti di classe, rappresenta da sempre un ostacolo alla crescita identificativa del proletariato, ed è la linea strategica utilizzata dalla borghesia compradora per conservare eternamente il proprio dominio storico.

E qui andrebbe fatta una riflessione sul valore, significato e prospettive delle conflittualità a carattere tradunionista.

Ricordo di aver letto in età adolescenziale un libro di Erich Fromm “Essere Avere” che ho sempre ritenuto un testo importante per la formazione del pensiero.

Al nemico di classe interessa costruire l’essere utile, l’essere cittadino funzionale al dominio del capitale, come individuo sociale subalterno, timorato di Dio, e refrattario all’antagonismo di classe.

Per intenderci “l’individuo merce” che sposa le compatibilità “dell’imperialismo della merce” e le sue proprie specifiche esigenze. Un individuo dominato dal sistema, inquadrato come un soldato che s’immola come un Kamikaze in difesa dell’esistente, facendo propria la logica della “sopravvivenza” come processo di vita.

Gli anni ’70 hanno rappresentato il tentativo fallito di rottura di questa concezione, mettendo in risalto l’immagine di una classe dominante promotrice di una cultura e di una pratica socio-politica perdente per le classi subalterne, quella della “sopravvivenza”.

In sintesi, lo scambio reale tra dominio eterno da una parte e concessione dell’esistenza in vita dall’altra: “lavoro precario, sfruttamento, salario infame, spinta verso i consumi futili, la messa della domenica, la pizza con gli amici, i beni per la sussistenza minima, l’accettazione tacita dei ruoli sociali etc... e così via”

Si sopravvive rinunciando a vivere!

L’ideologia dominante, trasmette in modalità irriflesse i suoi bandi di scomunica dove l’autorità costituita si avvale, per la costruzione del proprio dominio, anche di un modello di pensiero, concettualmente legato all’ordine morale, cristallizzato in un Dio governatore che impartisce le regole morali dei giochi di potere la fine soggiogare il proprio popolo.

Ed ecco che i processi di accumulazione e di sovrapproduzione costituiscono allora un canovaccio alienante di una rappresentazione della vita dove lo spettacolo non è altro che la rappresentazione di un mercato di zombi, inseriti in un ingranaggio dinamico tra tecnologia e coercizione (poliziesca?!), dove il prodotto del prodotto è la merda del futuro dell’essere umano.

Ma il proletariato, necessita di un mondo rovesciato, per incendiare l’alienazione e restituire alla vita, lo spettacolo della dialettica della natura.

È il passaggio dalla sopravvivenza all’autogestione generalizzata, dall’accumulazione forsennata all’accumulazione sociale, nella ricerca di un percorso fruibile attraverso la cancellazione della società fondata sullo spettacolo-mercantile, per fa si che il proletariato si possa identificare, prima di ogni cosa, come classe in se.

Nei trascorsi anni '70, il proletariato ebbe l’occasione di cogliersi nella propria coscienza di classe, tentando di trasformare la propria vita attraverso un processo avveniristico.

Il proletariato come servitore del sistema spettacolo-mercantile, non serve alla rivoluzione. Se i tecnocrati della borghesia: “prelati, magistrati, colonnelli, imprenditori, multinazionali, vaticano, aristocrazie operaie, etc.”, non entreranno in conflitto con il rifiuto del proletariato nei confronti della strategia della “sopravvivenza”, continueremo a navigare in una stagnazione programmata dal capitale verso una barbarie attualmente inconcepibile.

Morte collettiva?

“Rovesciare il vaso”, qualcuno diceva “rovesciare il tavolo”, altrimenti la disgregazione rimarrà tale.

In un precedente Forum della RdC, “il vecchio muore ma il nuovo non può nascere”; lasciatemelo dire, letto così, sembrano, magari inconsapevolmente, parole quasi di resa. Ma la realtà mostra un conflitto sociale a macchia di leopardo che oggi rappresenta comunque un segnale di riscatto.

Nel passaggio fondamentale operato dalla Rete dei Comunisti, che da movimento politico ad Organizzazione di quadri con funzioni di massa, ha operato chiaramente una spinta in direzione della costruzione di un contenitore per la formazione di quello strumento rivoluzionario del proletariato, si evince un processo di crescita per la ricerca di un’opportunità offensiva, che trova comunque quelle difficoltà d’impatto con un proletariato che naviga ancora nella strategia della “sopravvivenza” e rispetto alla quale vede ancora molto distante la possibilità di “rovesciare il vaso”.

La ricomposizione della classe è un processo dialettico dove la prassi gioca un ruolo determinante.

Fonte

18/07/2019

Non ci sono scorciatoie per rovesciare la canea reazionaria

Nelle ultime settimane il dibattito pubblico si era concentrato sullo scontro tra il governo e le ONG.

E così Carola (alla quale naturalmente va tutta la solidarietà per il coraggio e la coerenza mostrata, così come a quelle ONG che non essendosi trasformate in imprese multinazionali svolgono davvero una funzione sociale) è divenuta suo malgrado una eroina osannata dal mondo della c.d. “sinistra” nelle sue varie articolazioni.

Sulle navi umanitarie sono saliti (non solo fisicamente, ma anche e soprattutto politicamente) davvero in tanti: anche quel ceto politico alla deriva che, dopo essersi inimicato strati sempre più ampi della popolazione attraverso politiche che hanno distrutto il welfare e sdoganato le peggiori pulsioni securitarie, prova ora a prendere l’ultima nave utile per mettere in campo una operazione di maquillage politico condita di antirazzismo (e antifascismo) di facciata.

Ma al di là della strumentalità e dell’opportunismo di alcuni personaggi del PD e affini, quello che più è interessante è la riflessione che la vicenda ONG ha prodotto e sta producendo in alcune aree di movimento. Qualcuno si è spinto a sostenere che gesti esemplari come quelli di Carola e in generale delle navi umanitarie potrebbero alimentare la costruzione di una soggettività antagonista contrapposta al governo. La tesi appare francamente poco convincente...

C’è in realtà qualcosa di profondamente perverso, se di volta in volta ci si deve affidare al salvatore della patria di turno.

Il campo di gioco

Non c’è dubbio che Salvini faccia spesso ricorso ad iniziative e a spericolate incursioni istituzionali volte a distrarre l’opinione pubblica e a rubare la scena.

In fondo anche il recente vertice al Viminale con i sindacati, al di là della palese scorrettezza istituzionale, sembra costruito ad arte per allontanare l’attenzione dal caso dei fondi russi.

Il campo di gioco preferito è però senza dubbio quello dell’immigrazione.

Ogni qualvolta le contraddizioni e le chiacchiere del governo si scontrano con la realtà, ogni qualvolta la cialtroneria rischia di mostrarsi per quella che è, puntuale come un orologio svizzero si ripropone il tema dell’immigrazione: questa volta nella sua declinazione dello scontro con le ONG, o meglio con un certo tipo di ONG.

E così, mentre Salvini sbraitava contro le navi umanitarie, coprendo di insulti Carola, andava in onda l’ennesima capitolazione del governo giallo verde alle imposizioni provenienti dalla governance europeista attraverso una manovra di aggiustamento che, a garanzia dei conti pubblici, si impegna a congelare i risparmi provenienti dal reddito di cittadinanza e da quota 100.

Non c’è dubbio che se l’avversario costruisce la sua narrazione imponendo un terreno di gioco, vuol dire che ha valutato estremamente conveniente che la partita si giochi all’interno di quel rettangolo. Ed infatti i sondaggi, per quel che contano e sempre tenendo conto dell’estrema volatilità dell'elettorato, registrano l’ennesima avanzata della Lega anche e soprattutto dopo la vicenda ONG.

Nulla di cui stupirsi: la vicenda ONG provoca fibrillazioni strumentali in quel ceto politico della “sinistra” che prova a riaccreditarsi e ricollocarsi, incontra (giustamente) la complicità di un’area di militanti, attivisti e sinceri democratici, ma certamente non scalfisce le coscienze dei ceti popolari.

Certamente non si può ignorare che vi sia una parte del paese che si trova estremamente a suo agio nella narrazione autoritaria e razzista che i precedenti governi e l’attuale hanno costruito in questi anni.

Ma egualmente non si può ignorare che vi sia una intera generazione che per la prima volta immagina un futuro addirittura peggiore del già misero presente e si sente, sul fronte del lavoro e del welfare, in competizione con gli ultimi verso i quali indirizza il proprio odio sociale. Si tratta di una constatazione amara, ma drammaticamente attinente alla realtà.

Dinanzi a questo scenario, la questione che si pone va ben oltre il tema dell’immigrazione come elemento di distrazione abilmente adoperato dal governo (che pure ha un suo fondamento), ma rimanda al tema ben più profondo della relazione col blocco sociale.

Non si tratta, quindi, di rinunciare ad una battaglia necessaria che contrasti l’imbarbarimento e la deriva autoritaria che attraversa il nostro paese ma, al contrario, si tratta di inquadrarla nei giusti termini, scongiurando il pericolo di un “frontismo antirazzista” con alla testa proprio chi ha determinato quelle condizioni con le quali oggi ci misuriamo.

In questo contesto ritenere che gesti esemplari di disobbedienza possano determinare quella necessaria inversione di tendenza appare piuttosto ingenuo e sganciato dalla realtà.

Politicizzazione dell’umanitario

È la tesi maggiormente sostenuta da certe aree di movimento. In sintesi il ragionamento è il seguente: il tema umanitario è divenuto terreno di conflitto e di conseguenza la politicizzazione dell’umanitario costituirebbe una condizione per la politicizzazione della società.

E qui forse si gioca l’equivoco maggiore, e non solo per le ragioni che illustravo prima e per la cattiva compagnia che affolla il fronte antirazzista.

La fuoriuscita dell’umanitarismo dalla sfera delle compatibilità, l’impossibilità di contemplare pulsioni umanitarie all’interno di un modello di sviluppo fondato sulla diseguaglianza e sullo sfruttamento, è l’effetto di politiche che da decenni, e con una spaventosa accelerazione dopo l’esplosione della crisi, hanno distrutto qualsiasi visione collettiva e solidale. Ciò, è bene tenerlo a mente, non avviene solo nel nostro paese, ma è un processo dalle dimensioni ben più ampie.

Uno scrittore francese del ‘600 diceva che l’ipocrisia è un omaggio che il vizio rende alla virtù. Diciamo che per un certo periodo la democrazia c.d borghese – per pudore, per opportunità, per differenti rapporti di forza – si era data o era stata costretta a darsi, dei limiti che non potevano essere valicati o che almeno per opportunità era meglio non valicare.

Ciò non vuol dire che la disumanità non sia sempre stata presente nelle società capitaliste, ma era in un certo senso considerata un tabù da non infrangere, se non in ambienti particolarmente reazionari e fascistoidi.

Quel velo di ipocrisia, quel tabù è ora venuto meno: il vizio non deve più rendere omaggio alla virtù, semplicemente perché il vizio non è più percepito come tale e per la virtù lo spazio si è esaurito.

Questa deriva valoriale si avvale di una comunicazione mediatica bipartisan agghiacciante: l’”aiutiamoli a casa loro” ha costituito il mantra dell’ex Ministro Minniti per imporre alle ONG il codice di autoregolamentazione e per siglare accordi con i quali si concedevano alle “proprie” fazioni libiche soldi, armi e motovedette per allontanare dai nostri occhi le stragi del Mediterraneo; fino ad arrivare al tristemente noto “devono sparire, peggio per loro, se tirano qualcosa spezzategli un braccio” pronunciato da un funzionario di polizia durante le cariche in piazza Indipendenza, nell’estate di due anni fa.

Linguaggio, e qui il campionario sarebbe infinito, e pratiche, vedi il recente sgombero di Cardinal Capranica, prontamente ripresi dall’attuale vice premier.

Ma questa comunicazione è stata ed è funzionale ad una produzione normativa che ha spazzato via la retorica umanitaria semplicemente perché l’umanitarismo era l’effetto collaterale (positivo) di un modello sociale che, fino a qualche decennio fa, garantiva o tendeva a garantire un sistema di tutele e protezione sociale.

Affermatosi prepotentemente l’inderogabile dispositivo europeista fondato sull’abbattimento del debito, sul pareggio in bilancio e quindi sul taglio della spesa sociale, rotto quel modello sociale solidale fondato sulla Costituzione, si è imposta una visione cinica, spietata e individualista all’interno della quale l’umanitarismo non ha più diritto di cittadinanza.

Il passaggio dallo stato sociale allo stato penale, il passaggio dall’umanitario (certo con tutta l’ipocrisia del caso) al disumano urlato ai quattro venti in quanto produttivo di consenso sociale, l’attrazione nell’orbita penale persino del salvataggio di gente in mare, si inscrivono esattamente dentro questo processo.

Il nodo ineludibile

Se i diritti sociali (istruzione, pensioni, sanità, casa) non sono esigibili perché comporterebbero investimenti e risorse economiche precluse dai Trattati Europei, se la crisi viene spoliticizzata e le ricette economiche presentate come risposte tecniche inevitabili, se uno Stato viene spoliato della sua vocazione sociale, resta soltanto la barbarie culturale e politica di un “diritto” che diviene semplicemente affermazione del più forte.

È questo il vero nodo da affrontare all’interno di una battaglia politica che si annuncia lunga e complessa e che non può non passare attraverso il tentativo di riconnettere sotto un’unica bandiera quel campo sempre più largo degli sfruttati (indipendentemente dal colore della pelle) che da decenni subiscono gli effetti devastanti della globalizzazione liberista e che, a torto, oggi si affidano a qualsiasi soluzione presentata come immediatamente disponibile.

Una proposta politica autonoma e indipendente che scardini la narrazione salviniana e la sua finta opposizione e provi a ricomporre la frammentazione sociale rimettendo al centro il tema delle diseguaglianze sociali e del diritto al welfare, a partire da una ipotesi di rottura dei trattati europei che quei diritti hanno reso indisponibili, è certo operazione non facile.

Ma farsi illusioni è deleterio: non ci sono scorciatoie o gesti esemplari che possano by-passare questo nodo fondamentale o riscattare decenni durante i quali le politiche liberiste hanno scavato il solco tra il nostro mondo e le istanze popolari.

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