Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/06/2025

Le due manifestazioni contro la guerra ci dicono cose importanti

Le due manifestazioni contro il riarmo e la guerra che hanno sfilato nelle strade di Roma sabato scorso, inducono a qualche considerazione utile per il presente e per il futuro.

Nel paese c’è una forte sensibilità contro le minacce di guerra che incombono nelle relazioni internazionali e nella tenuta democratica del “fronte interno”. Come questa sensibilità troverà la strada per darsi rappresentanza politica nel paese è ancora una incognita e una sfida tutta aperta.

La partecipazione di massa, niente affatto scontata ma visibile a tutti, rende superflua ogni guerra di cifre tra le due manifestazioni, anche perché i due cortei hanno indicato una composizione sociale – oltre che piattaforme e prospettive politiche – diverse tra loro.

La composizione sociale del corteo partito da Porta San Paolo non è andata oltre i soggetti tradizionali dell’associazionismo, del terzo settore, dei sindacati concertativi e di qualche residuale partito e realtà della sinistra radicale. Una composizione vista e ripetuta nel tempo che ripropone un consueto perimetro sociale, politico e culturale che si riproduce ma non si espande.

Quasi spontaneamente emerge la domanda su come dovrebbero sentirsi le migliaia di persone che, generosamente e magari dopo aver viaggiato per centinaia di chilometri, hanno partecipato alla manifestazione partita da Porta San Paolo con vagonate di buone ragioni, ma che poi hanno visto la gestione politica delle stesse ragioni affidata quasi esclusivamente alle dichiarazioni dei vari Conte, Bonelli, Fratoianni. Per chi non ha un rapporto fideistico o stipendiale con tali leadership non deve essere proprio un piacere.

Dentro lo schema bipolarista che il sistema politico intende imporre come una gabbia alla dialettica politica nel paese, non c’è stato e non ci sarà spazio alle loro ragioni ma solo per quelle previste da tale schema.

Si fa invece francamente fatica a sorvolare sull’opportunismo di settori “di movimento antagonista” che, con una subalternità disarmante, hanno scelto di essere in quella piazza e in quella composizione sociale, dalla CUB che il giorno prima sciopera con i sindacati di base e il giorno dopo va in piazza con quelli concertativi, ai vari gruppi o collettivi ultracomunisti che pensano sempre di poter influenzare le piazze di altri ma ne vengono sempre e sistematicamente risucchiati.

Portare uno striscione contro la Nato o avere l’uscita dalla Nato come tema della piattaforma è cosa ben diversa e non produce certo risultati duraturi sul piano dell’orientamento e dell’azione politica.

Ancora una volta, dunque, vediamo zero spazio per l’autonomia dei movimenti contro la guerra, degli uomini e donne che li animano materialmente e un tentativo di ferreo controllo da parte della “politica”, un controllo visibile oggi per essere giocato domani sul piano elettorale per il campo largo e, se possibile, di governo.

Un destino amaro, ma che tale rimarrà, se non emergeranno nuove ipotesi di spazio ed espressione politica, sui temi della guerra e della pace sicuramente, ma anche più complessivamente sugli assetti politico-sociali del paese.

Diversamente la manifestazione partita da Piazza Vittorio ha mostrato materialmente un blocco sociale possibile e alternativo, fatto visibilmente di studenti, lavoratori, realtà sociali di lotta. Dagli occupanti delle case ai lavoratori della logistica, delle fabbriche, della ricerca e del Pubblico Impiego fino ai camionisti organizzatisi recentemente in modo indipendente con l’USB; e poi gli studenti di Cambiare Rotta, di OSA e del CAU fino alle strutture locali di Potere al Popolo, ai NO TAV e a molti altri comitati territoriali.

Da qui è derivata non solo la maggiore vivacità, combattività e nuova anagrafe politica del corteo ma anche la possibilità di una nuova composizione sociale e politica alternativa e indipendente dallo schema bipolare che si vorrebbe imporre.

Una condizione, questa, importante per costruire una prospettiva indipendente ma radicata nel complesso tessuto sociale, rifiutando il politicismo imperante a sinistra e mirando ad allargarsi alla nuova composizione di classe maturata nel paese.

Lo stesso sciopero generale del 20 giugno ha dimostrato come la realtà stessa stia producendo una politicizzazione della lotte sindacali suscitando tra i lavoratori una crescente attenzione e presa di coscienza sui pericoli di guerra e i danni derivanti dall’economia di guerra.

D’altra parte l’aggressione statunitense all’Iran, avvenuta nella notte tra il 21 ed il 22 giugno, è talmente grave e foriera di sviluppi drammatici per tutti, anche per il nostro paese, che potrebbe incrinare quella passività che da troppo tempo è stata ideologicamente assorbita dal mondo del lavoro. Lo sciopero del 20 si è posto appunto su questo crinale della contraddizione in antagonismo ai sindacati complici.

È una condizione nuova e di enorme interesse ma che, appunto, deve trovare all’appuntamento organizzazioni sindacali e ragionamenti come quelli messi in campo dall’USB e non comunicati formali che non si trasformano mai in azioni coerenti.

Le contraddizioni della realtà stanno infatti producendo condizioni nuove che lasciano intravedere un blocco sociale possibile da mettere in campo contro i governi e gli apparati che stanno portando l’umanità di nuovo dentro il gorgo del riarmo e della guerra.

La piena riuscita della manifestazione del Coordinamento Disarmiamoli del 21 giugno ci restituisce un ottimo risultato ma anche stimoli e indicazioni utili per il prossimo futuro.

Fonte

22/06/2025

A tutti i compagni e le compagne dell’USB, ai delegati e alle delegate, alla nostra ampia comunità

Mentre ancora abbiamo negli occhi e nella mente la splendida manifestazione di ieri a Roma ci raggiungono le notizie dell’attacco degli USA all’Iran e della scelta ormai inequivocabile intrapresa dall’amministrazione statunitense, di concerto con il governo israeliano, di imporre con la forza un cambiamento degli equilibri mondiali. È un passaggio a suo modo storico, un punto di non ritorno che ci avvia verso esiti imprevedibili e drammatici.

Per questo il ringraziamento che vi inviamo per il lavoro svolto sia nella costruzione di uno sciopero non certo semplice da realizzare, sia per l’organizzazione delle iniziative che lo hanno accompagnato e sia per la partecipazione alla manifestazione di ieri a Roma, non può non essere accompagnato anche da una riflessione a caldo su come la situazione sia in rapida evoluzione.

Purtroppo, viene da dire, ancora una volta avevamo visto giusto. La chiarezza degli obiettivi della manifestazione di piazza Vittorio, che abbiamo voluto tenere ben salda, assieme al Coordinamento Disarmiamoli, si manifesta in tutta la sua rilevanza proprio alla luce degli avvenimenti del giorno dopo. Nel mondo si prepara la guerra e il comportamento e le scelte del nostro governo avranno una ricaduta fondamentale per il nostro futuro. I rapporti con la Nato e con la UE, i piani di riarmo, il ruolo dello stato terrorista di Israele, la conversione della nostra economia ad una economia di guerra non sono i temi dei prossimi mesi o anni, ma riguardano l’oggi e su questi non sono più accettabili balbettii. Se vogliamo provare a fermare questa maledetta spirale o quantomeno a mettere in protezione il nostro popolo, questi devono essere i nostri obiettivi.

L’impegno sindacale, cari compagni e compagne, è uno sforzo quotidiano incessante che pesa sulla vita di tutti noi. Per noi che viviamo il sindacato come una scelta per provare a combattere le ingiustizie del mondo questo sforzo è anche passione e ragione di vita, ma come non riconoscere che la fatica si fa sentire? La manifestazione di ieri, soprattutto per chi è venuto da più lontano, è stato un passaggio non facile anche se ripagato dalla piena riuscita della mobilitazione e dall’entusiasmo che si è respirato per le strade di Roma. Una manifestazione che ci dice, una volta di più, che l’azione sui posti di lavoro e la tutela quotidiana dei nostri non si può fare se non allarghiamo lo sguardo al contesto nel quale operiamo, se non teniamo ben saldo il nesso tra i salari che non crescono e il riarmo che stanno decidendo.

C’è un dato che crediamo in tanti abbiano colto della giornata di ieri: l’emergere di un potenziale blocco sociale fatto di tanti giovani e giovanissimi, di lavoratori immigrati, di operai della logistica e di fabbrica, di settori popolari delle periferie delle città e di lavoratori dei servizi. Un blocco che fatica ancora a riconoscersi in modo compiuto ma che ieri ha fatto un passo in avanti, togliendosi di dosso il timore ad andare da soli, a contare sulle proprie forze, ad essere accusati di minoritarismo e settarismo. È una comunità che è stanca delle parole vuote e delle ambiguità, che non vuole più vedere le solite facce di gente pronta a tradire, che vuole parlar chiaro e che alle parole preferisce le azioni.

Di fronte ai terribili avvenimenti di stamane questa comunità, che ha davanti enormi potenzialità di crescita e di allargamento, costituisce la migliore speranza che abbiamo, forse l’unica, che sia ancora possibile cambiare il corso degli eventi.

Senza un attimo di respiro, compagni e compagne, avanti tutta!

Unione Sindacale di Base

Fonte

21 giugno 2025 - Un corteo di massa dice basta con la Nato, il riarmo, il terrorismo di stato israeliano


Scommessa vinta quella del corteo convocato dal Coordinamento “Disarmiamoli”. Migliaia e migliaia di persone, moltissimi i giovani e gli studenti oltre ai lavoratori dell’Usb e agli attivisti politici di Potere al Popolo, hanno sfilato da Piazza Vittorio a via dei Fori Imperiali su una piattaforma che non ha rinunciato ad essere chiara nei contenuti.

Una bandiera della Nato, una dell’Unione Europea, una di Israele, e poi un carro armato di legno hanno “combustionato” durante il corteo. Bruciata anche una foto di Trump.

Nella manifestazione si sono riversate tutte le istanze che hanno attraversato le piazze per più di un anno e mezzo a sostegno della resistenza del popolo palestinese ma anche i settori più avanzati del sindacalismo nel nostro paese che proprio ieri hanno trovato il coraggio di convocare uno sciopero generale non solo sui salari ma anche contro la guerra e il riarmo. Che questa sensibilità venga dall’USB e da alcuni sindacati di base ma stenti ancora a trovare riscontro dentro Cgil Cisl Uil è materia su cui molti dovrebbero ragionare.

Sul piano dei contenuti, come noto, il principale motivo di divaricazione con l’altro corteo partito da Porta San Paolo (molto incensato dai mass media in questi giorni) è stata l’uscita dalla Nato. Martedì questo apparato politico-militare aggressivo terrà all’Aja il suo vertice in un clima di crescente escalation bellicista verso la Russia ma anche verso la Cina.

Ed era proprio contro questo vertice che era stata convocata la manifestazione. Viene da sé che omettere la questione della Nato in una manifestazione contro il vertice Nato, con tutta la buona volontà, sarebbe stato indigeribile in qualsiasi piattaforma dignitosa.

Ma le dichiarazioni rilasciate da Conte in previsione del controvertice convocato all’Aja, hanno ulteriormente chiarito che la rimessa in discussione della Nato non è affatto nel periscopio politico dell’attuale leader del M5S. Una ambiguità – ma anche una conferma – che si va ad aggiungere a quella declamata dal palco della manifestazione del M5S del 5 aprile in materia di Difesa comune europea. Sulla lotta contro gli apparati materiali della guerra, c’è un serio problema a sinistra, e non è solo quello rappresentato dai contrasti dentro il PD.

La riuscita della manifestazione del Coordinamento “Disarmiamoli” da un lato segna un punto politico importante sul piano della capacità di mobilitazione di massa, dall’altro indica uno spazio politico indipendente e possibile che non rinchiuda di nuovo tutte le istanze del conflitto dentro la gabbia del bipolarismo e del campo largo del centro-sinistra. Su questo dovrà riflettere bene chi ha deciso di non essere nel corteo partito da Piazza Vittorio. È vero che nella lotta contro la guerra occorre lavorare a convergenze ampie ma occorre anche evitare di lavorare per il “re di Prussia”, consapevolmente o inconsapevolmente.

Fonte e foto del corteo